L’anno col botto!

Addio al 2020, una vera sciagura

Dimenticare in fretta. Ci accontentiamo di un 2021 normale. Intanto, la sciocca usanza del lancio di petardi, provoca effetti devastanti. Un nomade di tredici anni ammazzato da un’esplosione. I parenti della piccola vittima devastano ospedale. E c’è già chi strumentalizza l’episodio contro gli stranieri. Centinaia i feriti, qualcuno resterà mutilato. In Puglia ventiquattro gli interventi dei Vigili del Fuoco.

 

Non c’è Covid che tenga. Così anche ieri, allo scoccare della mezzanotte a cavallo fra il 31 dicembre 2020 e l’uno gennaio 2021, in tutta Italia si è nuovamente celebrata la follia di fine anno. I soliti “botti” per scacciare un anno da dimenticare, devastato dal dolore provocato dal coronavirus. Non è una giustificazione seria, se poi registriamo episodi gravi, sanguinosi, come quello accaduto ad Asti.

In Puglia sono stati ventiquattro gli interventi dei Vigili del Fuoco. Duecentoventinove quelli riconducibili ai cosiddetti “festeggiamenti” di Capodanno. Nella sfortuna, dolorosa, per chi ha subito un rituale non condivisibile, un dato incoraggiante: sono diminuiti gli sciocchi. Sono, infatti, in netta diminuzione le richieste di interventi dei Vigili del Fuoco rispetto allo scorso anno quando se ne registrarono addirittura seicentottantasei. Una variazione, evidentemente, legata alle misure restrittive adottate per fronteggiare la pandemia Covid-19. Il numero maggiore anche quest’anno nel Lazio 45 (171 lo scorso anno), Campania 40, Veneto 19, Lombardia 18, Sicilia 17 e Liguria 16.

 

UN MORTO…

Ma torniamo all’episodio più grave, sul quale, mentre scriviamo, dagli inquirenti potrebbe essere avanzata la richiesta di autopsia: la morte del nomade tredicenne trasportato in un ospedale di Asti già in arresto cardiaco. Numerosi danni ad alcune strutture all’interno del pronto soccorso del capoluogo piemontese e nel parcheggio sono stati provocati dai familiari del tredicenne che durante i festeggiamenti di Capodanno in un campo nomadi, è rimasto gravemente ferito e in seguito ha perso la vita.

I parenti avrebbero voluto vedere il ragazzino, sul cui corpo però, si diceva, verrà disposta un’autopsia. Al momento l’ipotesi è che le lesioni che hanno provocato il decesso del ragazzo siano state causate dallo scoppio di un petardo (sulle prime non si escludeva del tutto che a  provocarne la morte fosse stato un colpo di pistola).

 

…E SETTANTANOVE FERITI

Un morto, si diceva. I feriti, invece, sono e di settantanove. Fra questi ultimi, ventitré sono stati i ricoverati. Questo, nel suo complesso, il bilancio del Capodanno 2021 secondo i dati diffusi dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Numeri che registrano una diminuzione, definita «lieve» rispetto al 2020. L’anno scorso il bilancio era stato di un morto e duecentoquattro feriti, dei quali trentotto ricoverati.

È di cinque feriti, di cui tre gravi, il bilancio della notte di fuochi d’artificio nel Casertano. Otto, invece, le persone rimaste ferite tra Napoli e provincia dalle esplosioni avvenute nella notte per celebrare l’arrivo del nuovo anno: è il dato più basso mai registrato.

Nelle ore a cavallo della mezzanotte, invece, l’unico medicato è un giovane che intorno alle due, a Milano, ha subito un trauma alla mano destra per un petardo, ma che non ha avuto bisogno di essere portato in ospedale. Denunce delle forze dell’ordine per “procurato allarme” nei confronti di soggetti sorpresi a sparare con delle scacciacani e sanzioni per la violazione del Dpcm.

Nonostante divieti e coprifuoco, la fine del 2020 a Cagliari è stata salutata con non pochi fuochi d’artificio e botti. Il bilancio è di due feriti, un 12enne e un giovane di 29 anni che ha perso la mano destra.

 

L’AUSPICIO

Questo è quanto, quando il numero delle vittime potrebbe sensibilmente salire. Azzardati “fai da te” di alcune vittime, più avanti per motivi di prudenza potrebbero consigliare una corsa ad un presidio sanitario. Resta il fatto che il 2020, sia stato un anno devastante sotto tutti i punti di vista, ma che non ha cambiato di molto la testa degli italiani. L’auspicio, come i messaggi di fine-inizio anno inviati nella chat di “Costruiamo”, è quello che il 2021 sia migliore del suo predecessore. Non ci vuole grande impegno: quello appena “scacciato” è stata una vera sciagura. Tanto che arriviamo ad augurarci anche un 2021 normale, senza “botti”.

«Perché vaccinarsi…»

Michele Conversano, direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’ASL

«In arrivo ventiquattromila dosi settimanali. Priorità ad anziani, ricoverati e operatori sanitari. Poi le categorie più esposte al contagio. In prima istanza chi ha diabete, cardiopatie e broncopatie». E una novantasettenne si preoccupa della sua “primogenita” di dieci figli: «Vaccinate mia figlia di ottantuno anni, pensate a lei e agli altri miei “ragazzi”».

Domenica scorsa il “Vax Day” del quale abbiamo scritto a parte sul nostro sito, “Costruiamo Insieme”. un festivo dedicato alle prime vaccinazioni, il primo passo per debellare la pandemia che ha messo in ginocchio un intero mondo. Ci sono aspetti diversi, seri beninteso, anche se qualcuno di questi riesce a strappare un sorriso in questa prima giornata dedicata alla vaccinazione. Michele Conversano, direttore del Dipartimento di Prevenzione della Asl di Taranto, parla di vaccinazioni, aspettative della somministrazione del medicinale anti-covid messo a punto dalla Pfizer, azienda americana con fabbrica europea in Belgio.

Prime vaccinazioni al personale sanitario, c’è un motivo. «Insieme agli anziani ospiti di istituti di ricovero – dice il direttore, Michele Conversano – gli operatori sanitari sono in cima alla lista delle persone da vaccinare. Quella di domenica scorsa è stata una vaccinazione simbolica fatta sul personale che si troverà a stretto contatto  con quanti si sottoporranno al vaccino nei prossimi giorni».

Vaccino americano, decine di migliaia le dosi che arriveranno a breve. «E’ della “Pfizer”, un vaccino americano partito per l’Italia dagli stabilimenti belgi: 505 dosi per la nostra regione, 80 di queste destinate alla nostra provincia; a giorni comincerà ad arrivare un carico di 24mila dosi settimanali, facendo entrare nel vivo la campagna vaccinale, con le priorità ormai note a tutti, dunque anziani e ricoverati, operatori sanitari e, a seguire, rappresentanti delle forze dell’ordine, insegnanti e farmacisti, fra le categorie che per motivi di lavoro sono più esposte al contagio; in prima istanza, tocca a persone che per età o patologie croniche, hanno diabete, cardiopatie e broncopatie: questi soggetti, più di altri, possono accusare gli effetti più dannosi provocati dal Covid-19».VACCINO 01 - 1 (1)VACCINAZIONE, MEGLIO FARLA

Vaccinazione obbligatoria, oppure volontaria. «Nel nostro Paese questa vaccinazione non è obbligatoria, dunque è su base volontaria; subito un distinguo: quando parliamo di operatori sanitari, dunque di medici, che hanno nel codice deontologico il “fare tutto il possibile per evitare contagi e il diffondersi di malattie”, esiste l’obbligo del vaccinarsi; come sottolineato da molti presidenti degli Ordini dei medici, per noi operatori sanitari la vaccinazione diventa obbligo deontologico ed etico prima che un obbligo di legge».

Perché è importante che i cittadini si sottopongano alla vaccinazione. «Intanto perché credo che sulla pericolosità di questa pandemia non ci siano più dubbi. Solo qualche matto può pensare che il Covid non esista; è una malattia grave che produce centinaia di morti al giorno: qualcuno dice “tanto sono anziani” – ed è bene ricordare che, fra questi, potrebbero esserci congiunti di chiunque, miei e suoi, i nostri affetti più cari che non meritano di morire così soltanto perché lo abbiamo deciso noi – ma non è vero, perché si ammalano persone con sintomatologie gravi, muoiono persone che non hanno novant’anni ma che sono più giovani, quindi è pericoloso; finora io e i colleghi abbiamo combattuto a mani nude contro questo virus, bloccando in casa, in isolamento, in quarantena tanta gente: adesso, finalmente, abbiamo un’arma e non utilizzarla sarebbe da folli».

Volessimo ricorrere a numeri e percentuale dei contagi. «Pensiamo a questo dato: nonostante la prima e la seconda ondata, il 90% della popolazione italiana non ha mai avuto contatto con il virus, pertanto non ha ancora il sistema immunitario per combatterlo; ecco, perché, non appena abbassiamo la guardia aumentano i contagi e, con questi, i morti; a seguire, intervengono lockdown più o meno decisi per cercare di evitare il contagio specie in queste giornate di festa: in questo momento tutto dipende dai nostri comportamenti; mano a mano che aumenterà la copertura vaccinale potremo riappropriarci di una vita più serena e tornare alle vecchie abitudini».VACCINO 02 - 1OBIETTIVO: COPERTURA TOTALE

Di quanto ancora abbiamo bisogno per assicurare una copertura locale e nazionale. «Di questo vaccino ancora non conosciamo una cosa importante: sappiamo che questo è sicuro, efficace al punto che permette al 90-95% dei vaccinati di evitare che si manifesti la malattia: solo con il passare dei mesi comprenderemo quanto questa vaccinazione riuscirà ad impedire anche l’infezione; quindi, sapere che un vaccinato non solo non si ammala, ma non potendosi infettare non è contagioso per gli altri; è questo l’aspetto decisivo per capire di che percentuale di vaccinati avremo bisogno per avere la famosa “immunità di gregge”: in sostanza, se riusciamo ad impedire l’infezione, sarà sufficiente una copertura più bassa e debellare la malattia più rapidamente».

Conversano non vorrebbe pensare a contrattempi. «Speriamo di no, se la vaccinazione evitasse solo la malattia – ma anche questo sarebbe da considerare un passo avanti… – vuol dire che dobbiamo attendere ancora per assistere a una ulteriore modifica della curva del contagio».

Che sciagura è stato il Covid. «Ci ha insegnato tante cose, fra queste almeno un paio. Lo dico con il cuore: innanzitutto, dobbiamo vivere e godere di ogni minuto della nostra vita; eventi simili al contagio da Covid possono metterci in difficoltà in qualsiasi momento; seconda considerazione: ogni euro investito in prevenzione è fondamentale per vivere meglio, prevenire sulle malattie infettive, ma anche sullo stile di vita, è fondamentale».

E UNA 97ENNE, “PENSATE AI MIEI FIGLI”

Un episodio significativo semplifica un tema sul quale abbiamo appena dibattuto. «E’ accaduto domenica in una RSA, Residenza sanitaria assistenziale. Una volta vaccinata una donna di novantasette anni le ho chiesto se non fosse stata contenta per la copertura assicurata dal vaccino; bene, con estremo garbo e sorvolando qualsiasi convenevole, mi ha chiesto “Dottore, mi dice quando vaccinate mia figlia di ottantuno anni?”».

Anche questa vicenda ha un aspetto positivo. «La donna non solo voleva vaccinarsi per evitarsi problemi di salute, ma mentre le facevamo la vaccinazione si preoccupava della figlia ottantunenne, perché la somministrazione della vaccinazione avrebbe messo al sicuro anche la sua primogenita, prima di dieci figli e tutti viventi. Questo attaccamento alla vita è un insegnamento che deve valere per tutti noi». Quando tutto sarà passato, la prossima missione potrebbe essere lo studiare il DNA della novantasettenne e dei suoi figli.

“Babbo” contagioso

Belgio, una festa di Natale in una Casa di cura si trasforma in tragedia

Il bollettino, in via di aggiornamento, indica centoventuno hanno contratto il virus e diciotto anziani morti. Non sono state rispettate le misure per contrastarne la diffusione. Critica la posizione del sindaco di Mol, meno accusatoria quella di un virologo di fama internazionale. Squadra di medici inviata dal governo belga nella struttura per contenere la sciagura

Centoventuno contagiati e diciotto anziani morti. Così un’iniziativa per rallegrare una casa di cura a Mol, in Belgio, in occasione delle feste si è trasformata in tragedia. Dopo la visita a inizio dicembre di un “Babbo Natale”, diciotto anziani sono morti di coronavirus, oltre cento i contagiati. L’allarme scatta quando l’uomo travestito da Santa Claus risulta positivo tre giorni dopo la visita.

La notizia, intanto riportata anche da Cnn e dal Daily Mail, ha sconvolto non solo lo staff della Casa di cura, ma  anche il volontario che voleva donare un po’ di allegria a quegli anziani. Invece, l’uomo si è ritrovato al centro di questa triste vicenda. ”È stato fatto con le migliori intenzioni – ha dichiarato il sindaco delle città belga – ma è andato tutto storto; ora serve un grande sforzo mentale per l’uomo che ha indossato i panni di Babbo Natale, così come per gli organizzatori e lo staff della casa di riposo”. Anche se restano dubbi sul fatto che una sola persona possa aver contagiato un numero così elevato, in molti sono rimasti scettici e critici riguardo l’iniziativa della casa di cura, evidentemente presa, forse, un po’ troppo alla leggera nella fase riservata ai controlli sanitari.

Dunque, doveva essere un pomeriggio di festa, ma è diventato un incubo. Sono circa 33mila gli abitanti di Mol, cittadina belga che ospita la casa di riposo per anziani dove è scoppiato il contagio ed erano presenti centottanta ospiti. Si è registrata una certa leggerezza, nessuno, infatti, sembra abbia sottoposto il “Babbo Natale” al tampone per il Covid-19, prima che, tre giorni dopo la sorpresa nella Casa di cura, l’uomo risultasse positivo.

TROPPO TARDI, CONTAGIO INEVITABILE

Troppo tardi per evitare la tragedia. Nella struttura si è diffuso un focolaio che ha registrato centoventuno persone contagiate (fra queste, trentasei operatori) e ha portato alla morte di diciotto anziani (gli ultimi cinque decessi fra la vigilia e il giorno di Natale). Numero che potrebbe aumentare nelle prossime ore visto che altre persone sono ancora ricoverate in gravissime condizioni.

Intanto, sulla vicenda vengono espressi dubbi da uno dei più celebrati virologi belgi. «Anche per un super-diffusore, sono troppe le infezioni verificatesi contemporaneamente»,  ha dichiarato Marc Van Ranst, professore alla Katholieke Universiteit Leuven e al Rega Institute for Medical Research.

Ad aggravare la situazione, quanto è stato mostrato nelle foto dell’evento pubblicate sui social network dai presenti. Non tutti gli anziani indossavano la mascherina, e il “Babbo Natale” e i suoi aiutanti spesso non rispettavano il distanziamento sociale, cosa che avrebbe favorito ulteriormente il contagio. Le autorità locali hanno intanto indagato i dirigenti della casa di riposo, che si sono detti sconvolti per quanto accaduto. «Un’organizzazione totalmente irresponsabile», è, invece, la dichiarazione del sindaco di Mol. Una squadra di medici è stata inviata dal governo belga nella struttura per provare a contenere il contagio e l’emergenza.

Vax-day a Taranto

Domenica mattina fra “Dipartimento di prevenzione” e “Moscati”

Vaccino somministrato a Michele Conversano, fra i massini dirigenti Asl. A seguire, rappresentanti delle categorie in prima fila per contrastare questa emergenza sanitaria. Comunicato dell’Azienda sanitaria locale. Altre dosi in arrivo il prossimo 3 gennaio

Domenica mattina, alle 9.30, di oggi, nel nuovo Ambulatorio vaccinale del Dipartimento di Prevenzione, con sede in viale Magna Grecia a Taranto, sono state praticate le prime dosi del vaccino anti-covid (come documentato dagli scatti fattici pervenire cortesemente dal fotografo Francesco Manfuso). Primi dieci somministrati al personale del Dipartimento di Prevenzione. Primo a sottoporsi alla vaccinazione è stato il dottor Michele Conversano, direttore del Dipartimento di Prevenzione, che poi ha somministrato il vaccino a una infermiera professionale e ad una assistente sanitaria, in rappresentanza delle categorie dei professionisti che in questi mesi sono stati in prima fila per contrastare questa emergenza sanitaria. A partire da metà gennaio arriveranno le dosi da somministrare prima a medici e sanitari, poi agli anziani e, a seguire, al resto della popolazione della provincia ionica.

Questo il Vax day. Il primo giorno di vaccinazione cui sono stati sottoposti proprio quelli che dovranno poi occuparsi della somministrazione agli altri. Delle ottanta dosi a disposizione della Asl locale, infatti, le prime dieci sono state destinate, si diceva, al personale del Dipartimento di Prevenzione.

DIRETTORE IN PRIMA FILA

Primo a eseguire la vaccinazione, Michele Conversano, direttore del Dipartimento di Prevenzione. A seguire, il resto del personale per proteggere in primo luogo coloro i quali si occupano di vaccinare gli altri. Secondo quanto riferito dall’Asl in un comunicato, si tratta di figure “simbolo” della sanità provinciale: due medici di medicina generale e due pediatri di libera scelta, il personale di una delle Usca operanti sul territorio e, a seguire, sempre nella stessa mattinata di domenica, all’ospedale Moscati, venticinque ospedalieri (cinque persone per ognuna delle unità operative maggiormente attivate nel contrasto al Covid). Sarà il turno di un medico, due infermieri e due operatori socio-sanitari per ognuno dei reparti di Malattie infettive, Pneumologia, Terapia intensiva, 118 e Medicina. La mattinata di vaccinazioni è proseguita con un gruppo di operatori e ospiti di due RSA di Crispiano e Taranto. Il tutto in attesa delle prossime dosi che dovrebbero arrivare il 3 gennaio.

«La vita è meravigliosa»

La più bella storia di Natale

Sembra la scena di un film di Frank Capra. Fiorenzo, novantaquattro anni, solo, i figli lontani telefona ai carabinieri. «Qualcuno potrebbe venire a farmi compagnia per un brindisi sotto l’albero?». Scatta la solidarietà, una pattuglia si reca a casa dell’anziano, i rappresentanti le forze dell’ordine alzano i calici e si scambiano gli auguri. «È stato un privilegio essere chiamati da questo signore, e potere condividere con lui qualche momento della nostra attività». Foto-ricordo ed episodio da incorniciare.

E’ la storia più bella del Natale. Fiorenzo, novantaquattro anni, la notte del 25 dicembre ha scaldato i cuori dei Carabinieri di una Centrale operativa. Cosa sia successo è presto detto, tanto che sembra un frammento di una sceneggiatura di uno di quegli straordinari film a lieto fine scritti e diretti da Frank Capra. Avete presente “La vita è meravigliosa”? Sì, il bianco e nero con James Stewart che proprio la notte di Natale si rivolge al Cielo urlando di non volere essere mai nato. E, alla fine, pentito invoca il suo angelo custode a ricondurlo indietro qualsiasi sia il suo destino. Qui non siamo su un set hollywoodiano, ma in una cittadina emiliana. Uno di quei comuni alla “Camillo e don Peppone”, dove trionfa la bonomia, il «vogliamoci bene».

Dunque, Fiorenzo. L’uomo anziano che ha chiamato l’Arma perché solo il giorno di Natale. «Ho i figli lontani, spiega al carabiniere che risponde al centralino della caserma. “Ho i figli lontani – in sintesi la chiamata – per caso qualche suo collega è libero e può farmi visita anche solo dieci minuti? Il tempo di un brindisi…».

Il novantaquattrenne emiliano, non vuole mettere in agitazione il rappresentante dell’ordine. Anzi, usa un tono sereno. Di questi tempi non è difficile trovare uomini anziani che si sentono soli, abbandonati e, in un attimo, mettono in discussione la propria esistenza. «Non mi manca niente – dice Fiorenzo – solo una persona fisica con cui scambiare il brindisi». Sentita la telefonata, gli uomini dell’Arma, che al momento non avevano interventi urgenti, non hanno perso tempo e si sono subito recati a casa del signor Fiorenzo.

«CI SCAMBIAMO GLI AUGURI?»

Alto Reno, nel Bolognese, Emilia Romagna si diceva. Dunque, il brindisi di Natale. E non finisce qui, perché alla Benemerita le cose non le fanno mai a metà. I carabinieri, infatti, sono tornati anche il 26 dicembre a trovare Fiorenzo per regalargli la foto-ricordo scattata insieme il 25 dicembre.

A quel punto scatta la macchina dell’informazione. Le telecamere di Sky TG24, si fiondano a casa dell’anziano e raccolgono la sua prima dichiarazione: «Sono stato addirittura commosso, è stata una cosa meravigliosa», ha detto al notiziario televisivo il giorno successivo. Ecco che i carabinieri sono tornati dal signor Fiorenzo e gli hanno portato la foto incorniciata del brindisi di Natale. Bella anche la dichiarazione dell’ufficiale dell’Arma. «È stato un privilegio essere chiamati da Fiorenzo – ha detto il comandante dei militari – abbiamo potuto condividere qualche momento con lui, un brindisi a base di aranciata e, come promesso, oggi (cioè sabato 26 dicembre) abbiamo recapitato la foto-ricordo di questo bel momento natalizio, un esempio di come ci voglia poco per essere felici ed essere sereni, perché c’è sempre qualcuno che può prendersi cura del prossimo».

«Solo chi cade…»

Kwame, guineano, venticinque anni

«Ho imparato a mie spese che anche le ferite servono a imparare. Trovai un posto di lavoro, sfruttato, mal pagato e, alla fine, insultato pesantemente. Ma gli italiani non sono tutti così, c’è un sacco di gente per bene: fidatevi, ho trovato un lavoro decoroso, i colleghi mi rispettano e siamo diventati grandi amici…»

«Gli italiani non sono tutti uguali, non appena sbarcato in Italia ho avuto problemi di ambientamento, sono stato bene accolto dal Centro di accoglienza tarantino, poi, con il carattere che mi ritrovo e che forse non aiuta così tanto, mi sono lanciato alla ricerca di un lavoro: la prima attività non è stata una grande esperienza, sono stato trattato male sotto tutti i punti di vista…».

Kwame, guineano, venticinque anni, orfano di papà, mamma e due sorelline in patria, racconta la sua prima esperienza di lavoro nella nostra provincia. Poi glissa, prova a cambiare argomento. Non gli va di parlare di quella breve storia, così umiliante che prima la dimentica meglio è. E, invece, insistiamo, il rispetto nei suoi confronti e la rivincita sua e dei nostri ragazzi deve essere il nostro pane quotidiano.

«Come mi capitava spesso di vedere mentre giravo in città – accetta di parlarne il venticinquenne guineano – miei connazionali, ma anche fratelli di altri Paesi africani, giravano per negozi, attività commerciali per chiedere se ci fosse lavoro per loro, anche saltuario: c’era già chi lavorava al mercato, in un ristorante o in una pizzeria, chi in un supermercato; anche io mi feci coraggio e cominciai a girare per chiedere lavoro…».

Primo impatto, traumatico. «Parlo bene il francese, l’italiano lo capisco abbastanza bene; certo, per comprendere la vostra lingua devo pensare per qualche istante, per tradurlo bene in mente, ma poi so anche farmi comprendere: quella volta non fu molto bello, ma capisco anche una certa seccatura: “Senti, amico mio – mi rispose il titolare di un ristorante-pizzeria – sei già il terzo che passa da qui stamattina, tutti neri come te, non ce la faccio più: andate a lavorare nei campi, lì c’è bisogno di gente che vuole lavorare, vi alzate alle quattro del mattino, andate nei campi e alle due avete finito…”; il primo colloquio di lavoro non era stato incoraggiante, ma non mi detti per vinto fino a quando, un altro signore, il titolare di una trattoria, non mi disse: “Mi sembri un ragazzo per bene, vieni domani mattina, ho per te un lavoro da lavapiatti; anche io ho cominciato da lì, più avanti potresti cominciare a fare l’aiuto cuoco, a stare prima fra i fornelli e poi fra i tavoli”».

 

PRIMA UNA CAREZZA, POI…

Detto così, una prospettiva più che incoraggiante. «Mi accorsi più in fretta del previsto che quel signore non era così tanto per bene come mi era sembrato a prima vista, cioè educato, sorridente, disponibile; un lavoro massacrante, da mattina a tarda sera, a lavare stoviglie, sgrassare posate, pentole e pentoloni, pulire per terra, portare al lavaggio le tovaglie e sostituirle con quelle pulite; il titolare, quello sorridente, aveva cambiato strategia: non faceva che urlarmi, dovevo sbrigarmi, darmi da fare perché i clienti erano prossimi ad arrivare a pranzo e cena».

Primo contrattempo. «I miei seicento euro – ricorda Kwame – non arrivavano mai, era passata una quarantina di giorni, ma non vedevo un euro: un acconto di cento euro, poi più avanti altri cinquanta euro… Era chiaro che non mi volesse più dare la somma pattuita se avevo raccolto appena trecento euro nei primi due mesi: lasciai, non era il caso continuassi, feci in modo che mi cacciasse, mi dette altri cento euro, fui minacciato e andai via. “E non farti più vedere!” e tante altre cose appresso, che ho voluto dimenticare».

Ma per fortuna, diceva il ragazzo guineano, non tutti sono così. «Qui ho imparato la saggezza popolare di frasi come “Si chiude una porta e si apre un portone”, per questo dico che la gente non è tutta uguale: ancora un ristorante-pizzeria e subito un contratto da ottocento euro e, soprattutto, ore di lavoro umane e massima puntualità nello stipendio; facevo turni settimanali, una volta al mattino fino all’ora di pranzo, la volta successiva dal primo pomeriggio all’ora di cena… Poi, nei mesi successivi, anche un piccolo aumento; ecco perché non sono tutti uguali…».

 

…LA SBERLA!

C’è qualcosa che brucia dentro, Kwame. «Da quando cominciai a chiedere i soldi che mi spettavano – dice, ripensandoci, gli occhi lucidi… – iniziò contro di me qualsiasi tipo di offesa, la cosa più grave – per me, igienista convinto – era che non avessi cura dell’igiene personale, così il titolare, spalleggiato dal suo più stretto collaboratore, mi diceva che dovevo lavarmi e mettermi tanto deodorante, perché mentre sistemavo i tavoli un cliente aveva detto – ma ci credo poco… – che puzzavo: una grande umiliazione; dicevano che avrei dovuto lavarmi con il detersivo, sfregarmi con la spugna dalla parte della retina… questa cosa, insieme con i pagamenti che non arrivavano mai, mi fece capire che era meglio cambiare aria».

«Ora da due anni – dice il giovane guineano – lavoro in questo locale, ho degli colleghi in gamba con i quali ho anche un rapporto fuori dall’ambiente di lavoro; penso di essere rinato: è proprio vero, chiusa una porta si apre un portone e poi ho anche imparato che “La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta”».

Condividiamo. Anche se non crediamo sia stato un nostro saggio ad averla pronunciata questa frase. Appartiene più alla cultura orientale. Comunque, il senso è identico. Tanta fortuna, Kwame.

«Basta un poco di Zucchero…»

Mimmo Cavallo e il regalo natalizio di “Sugar”

«Aveva in mente il testo di “Non illudermi così”, poi mi ha fatto questa graditissima sorpresa. Mi stimava da prima che diventassimo amici. Non seguo la moda, ne ho parlato con lui, dobbiamo continuare ad essere noi stessi: se la storia torna da noi, bene, sennò…»

Mimmo Cavallo, cantautore, cantante e autore. Interprete delle proprie canzoni, da “Siamo meridionali” a “Uh, mammà”, autore di brani per Mannoia, Mia Martini, Vanoni, Berté, Syria e Giorgia. Unico a firmare una canzone con il grande giornalista Enzo Biagi, poi a scrivere anche per Morandi e Zucchero. Proprio qust’ultimo,  “Sugar”, gli ha confezionato un bel regalo, una strenna natalizia. Un ricampionamento di “D.O.C.”, raccolta fra editi e inediti. Dopo “Vedo nero”, Zucchero oltre a un brano con Sting stavolta ha messo dentro un altro brano di Cavallo: “Non illudermi così”.

Intanto, auguri di buon Natale e un felice anno nuovo. Cosa hai trovato sotto l’albero: un vaccino anticovid, una canzone, un saluto come quello di Zucchero, che ha tenuto fede a una promessa.

«Era una cosa che in qualche modo già sapevo, lui mi aveva detto che era innamorato del testo di “Non illudermi così”, poi mi ha chiamato giorni fa e mi ha detto che stava per uscire l’album con dentro alcuni inediti, fra questi, il mio. Così ecco la strenna natalizia, il “disco”: vinile più cd».

Parliamo della canzone e del tuo rapporto con Zucchero.

«La canzone. E’ uno dei brani inediti di questa raccolta fra vissuto e novità. Un regalo bellissimo. Ho grande stima di lui e credo che la cosa sia reciproca. Zucchero non è uno che ama cantare le canzoni di altri. Ha relazioni con i grandi, gli capita di cantare Sting, per questo motivo mi sento doppiamente lusingato che mi abbia scelto: come autore e come amico».

Qualcuno ti ha cercato perché facessi da interlocutore?

«Molti mi scrivono, chiedendomi di fargli ascoltare le loro canzoni. Non nascondo, però, che ho difficoltà a far comprendere che Zucchero è difficile che faccia canzoni con altri. Con me si è stabilito un bel rapporto, mi conosceva e mi seguiva da prima che incidesse “Vedo nero”. Quando poi ci siamo incontrati è stata empatia: lui è molto attento ai testi, alle musiche, alle melodie, un ricercatore nato».

Di “Non illudermi così” hai scritto il testo.

«Mi ha detto che gli piaceva molto, alcuni passaggi in particolare: “Credi a ciò che è vero, ama ciò che è raro…”, oppure “Ho piantato un pino, guarda te è nato un pero”; a lui piacciono questi giochi di parole, poi ci ha messo di suo ed ecco la magia di un pezzo tirato fuori dal suo proverbiale cilindro».

Hai sempre goduto di stima fra gli addetti ai lavori.

«Credo di averne. Tanti anni fa ho incontrato Lucio Dalla, con il suo abbraccio mi ha fatto capire l’affetto, un incontro intenso: ho compreso che conosceva e apprezzava quello che facevo. Alla fine credo che gli autori si conoscano fra loro, poi il rapporto con il pubblico è un’altra storia».CAVALLO 02 - MalfattiHai cominciato quarant’anni fa. Com’è cambiato il mondo musicale?

«E’ il mondo ad essere cambiato, il modo di scrivere e comunicare; oggi esistono leggi alle quali non siamo abituati; ognuno di noi è stato abituato a un certo andazzo: casa discografica, manager, produttore; adesso è tutto diverso, c’è facebook, internet, i vari media; è cambiato tanto, la struttura delle canzoni per esempio, il modo di scrivere. Di questo me ne rendo conto, ma ciò non significa seguire questo nuovo modo di scrivere. Anzi, credo che ognuno di noi debba continuare a fare ciò che meglio sa fare.

Ne parlavo proprio con Zucchero l’altro giorno: siamo quasi costretti a scrivere e fare quello che meglio sappiamo fare. Pertanto, o la storia ripassa da noi, oppure pazienza: non posso inventarmi ragazzino o un nuovo modo di scrivere, diverso da quello abituale, che mi è più consono».

C’è una tua canzone scritta e interpretata da altri, che vorresti ricantare?

«Quello che è stato è stato. Certe canzoni che ho dato sono state interpretate splendidamente, la cosa bella è che potrei ricantarle. Ma sinceramente guardo sempre avanti, anche in un momento così complicato come quello che stiamo attraversando. Nel periodo di isolamento ne ho approfittato per scrivere un libro…».

Un libro e non un album?

«Ho lavorato al libro e all’album. Il libro, perché sentivo il bisogno di scrivere qualcosa che da tempo mi frullava nella testa: in sintesi, un ritorno alle origini, ai propri luoghi; tornando, stranamente – sorride, Mimmo – ho trovato amici e conoscenti invecchiati: stranamente, dicevo, perché non ci accorgiamo che gli anni passano per tutti; una sensazione stranissima, come se fossi stato proiettato nel futuro da una macchina del tempo; ho scritto anche di mia madre, mia nonna, il coraggio di una piccola donna, la meschinità degli uomini del Novecento…».

Dipingessi di parole un quadro per il 2021, che soggetto sarebbe: un ritratto, un paesaggio, una festa?

«Una festa. Senza volere essere offensivo nei riguardi di chi non c’è più o colleghi che hanno sofferto, credo sia il caso di reagire e uscirne fuori, non c’è altra soluzione: gli uomini, del resto, hanno superato qualsiasi cosa. Sofferenza e dolore, purtroppo, fanno parte della nostra vita, del nostro DNA…».

Per concludere, visto che ne abbiamo accennato. A quando un album di “riappropriazioni debite”?

«Sarebbe una bella operazione, Zucchero insegna. Come prendere un libro che non è mai stato aperto, anche perché le canzoni quando le dai diventano automaticamente di altri. Ma non mi dispiacerebbe che quanti mi conoscono, mi stimano, dovessero leggermi in quest’altro “libro”. Sarebbe come un viaggio nell’essenziale. Quando scrivo, ricanto a voce alta per sentire il suono delle mie parole: è così che mi rendo conto se sto scrivendo eresie o qualcosa che, invece, funziona. Cantare canzoni scritte da me e che altri hanno interpretato, sarebbe come provarci per la prima volta. E’ un’idea che terrò a mente».

«Buon Natale!»

“Cavallotti” e “106”, gli alberi, una squadra e un sincero…

«Anche quest’anno ci scambiamo gli auguri, in barba al Covid, nonostante non voglia saperne di lasciarci in pace!». Il presidente scaccia il virus per brindare alla madre di tutte le feste. Fra addobbi, palline decorative, fili colorati e “like” per stabilire il vincitore simbolico, il brindisi in sede.

E’ braccio di ferro fra “Cavallotti” e “106” per l’Albero più bello dei due CAS in gara. E’ un Natale diverso dagli ultimi trascorsi insieme, il Covid-19 non ci sta aiutando a trascorrere una vigilia di festa come in altre occasioni. L’ultimo DPCM invita ad evitare assembramenti, fra questi anche i brindisi, anche se non è detta l’ultima parola.

Il presidente è orgoglioso del lavoro dei ragazzi. Lo dicono i suoi incoraggiamenti in chat, che non mancano mai. «Avanti così!». E, soprattutto, «Anche quest’anno ci scambiamo gli auguri di Buone feste, in barba al Covid, nonostante non voglia saperne di lasciarci in pace!». Un passaggio importante, nonostante il clima, il Natale all’interno della cooperativa viene vissuto con la partecipazione di sempre. Idem per la gara e i like che fioccano per questo o quell’albero, entrambi belli, fatti con la solita fantasia e qualche ornamento diverso rispetto alle precedenti composizioni.

Il segnale è preciso. Dobbiamo essere più forti di qualsiasi avversità, reagire, vivere la Festa del cuore con la speranza che, finalmente, questa lunga nottata passi e diventi un brutto ricordo. E, allora, siamo alla vigilia ed è il caso di dare fondo alla promozione, gli inviti ad amici e parenti a votare questo o quell’Albero, quello di “Cavallotti” piuttosto che quello di “106”, oppure – per parità di condizioni – il “106” anziché “Cavallotti”.

Di sicuro sono due opere che vanno elogiate. Ecco se dovessimo assegnare un voto ai due elaborati, non vi nascondiamo che condivideremmo vecchie pratiche di vecchi insegnanti, che nel rispetto del lavoro, dello studio, dell’applicazione quando esprimevano un giudizio non si risparmiavano e davano un bel “10 all’impegno!”.

Questo, per dire, che i ragazzi vanno elogiati. Per come hanno costruito quelle due opere alte oltre i due metri. Prendere un albero, “piantumarlo”, rispolverare palline decorative e fili colorati e addobbare ciascun albero. E spenderci tempo a fantasia per renderlo più bello di quello della concorrenza, è già un bell’impegno.

Bravi tutti. Ma davvero, bravi tutti, se il messaggio che passa all’esterno è quello di una squadra compatta che non perde occasione di mostrare quanto feeling, sentimento se preferite, ci sia all’interno della cooperativa. Che non a caso, insegna ad essere uniti per costruire insieme.

Buon Natale a tutti!

PS – E vinca il migliore. Ma questo già lo sapevate…

Vola, “Vale”!

Da Modena a Kongsfjord, un villaggio con ventotto abitanti

Trentanove anni, dall’Emilia a un villaggio norvegese. Da travel blogger, con racconti di viaggio condivisi, a fare accoglienza con esperienza da guida ambientale. “Una telefonata, il tempo di pensarci e via…”. Perché no, si è detta. “Ci ho pensato poco, così mi sono trovata con il mio team in viaggio per una nuova esperienza”. Il coraggio di una scelta e come “ribaltare” il Covid trasformandolo da sciagura a occasione di lavoro.

Valentina, dal precario a un lavoro stabile, dall’Italia alla Norvegia. Storia di una decisione maturata, più che all’ombra, alla luce dei disastri compiuti dal Covid. Ma c’è chi, come lei, travel blogger (qualcuno che ha un diario su racconti, foto, video e viaggi), da una sciagura, come quella provocata dalla pandemia, riesce ad uscirne fuori ancora più forte.

Valentina, guida ambientale, perde il posto di lavoro. Per sua stessa ammissione, come racconta in una intervista a Huffpost, uno dei siti più seguiti al mondo, trasforma il disagio in occasione. Reagisce di fronte agli ostacoli, il carattere determinato fa la differenza. «Il Covid ha stravolto la mia vita – racconta Valentina, dall’altro capo dell’Europa – ma ho voluto trasformare il disagio in opportunità». Trentasette anni, modenese, travel blogger e guida ambientale, “Vale” vola in Norvegia, nelle terre dell’Aurora Boreale, all’altezza di Capo Nord, oltre il Circolo Polare Artico, in un villaggio abitato da appena ventotto anime.

La sua doppia attività è messa in crisi dalla pandemia. Così, la ragazza, si reinventa, convinta ad accettare questa nuova scommessa. Il mondo sta cambiando. Chi meglio di lei può dirlo. Così, accetta questo nuovo lavoro: le toccherà fare accoglienza turistica nella storica guesthouse di Kongsfjord. Parliamo del cuore di un fiordo dai panorami lunari dove, nei prossimi mesi, la notte durerà ventiquattro ore, buio pesto per intenderci. «Ma la decisione è stata semplice – confida ad Adalgisa Marrocco – se avessi rifiutato l’incarico avrei passato il resto della mia vita a chiedermi “Ma cosa sarebbe successo se, invece, non avessi accettato?”». Come darle torto. Ma, attenzione, ci vuole sempre quel valore aggiunto che molti non hanno: il coraggio.

COME SI CAMBIA…

Spiega come è cambiata la sua vita dopo il Covid, tanto dal punto di vista lavorativo che da quello personale. «Ho trasformato il disagio in un’opportunità; improvvisamente non potevo più viaggiare da un continente all’altro; non potevo più dedicarmi ai miei viaggi di ricerca ed esplorazione». Un disastro. «Improvvisamente ho perso il lavoro come guida ambientale, accompagnavo gruppi di italiani all’estero. Un duro colpo, da cui mi sono rialzata in fretta».

Molto bello questo aspetto della storia di Valentina. «Non mi sono mai fatta prendere dallo sconforto e sono andata avanti col mio lavoro come travel blogger, scegliendo di scoprire l’Italia e dare voce alle piccole realtà di turismo sostenibile. Non mi sono lasciata sopraffare dalla situazione causata dalla pandemia, ho scelto di impiegare il mio tempo per migliorare le mie competenze professionali e per lavorare sulla crescita personale; mi sono concentrata sul benessere psico-fisico, dedicandomi alla mia formazione e alle mie passioni».

Ma ecco quella che lei, “Vale”, chiama “opportunità”. «Una mattina di settembre – racconta la trentanovenne modenese – vengo contattata da Skua Nature che mi rivolge la proposta di lavoro più bizzarra che abbia mai ricevuto: avevano notato i miei viaggi, progetti, e considerato la mia esperienza decennale nella ricettività turistica. Dunque, “Ti piacerebbe gestire la Kongsfjord Guesthouse?”, mi domandano. Kongsfjord è un piccolo albergo diffuso di casette colorate che si affacciano su un fiordo, all’estremo nord della Norvegia, sul Mar Glaciale Artico. È un luogo remoto, non è per tutti: conta solo ventotto abitanti; per capirci, il primo centro abitato è a quaranta chilometri e il primo ospedale a trecento».

Lì stanno lavorando a un progetto di turismo naturalistico, di cui la guesthouse sarà la base di partenza. «La mia risposta alla proposta è stata: “Ci penso un attimo”: due giorni ho accettato, disdetto il mio contratto d’affitto e, a un mese di distanza, ero su un furgone per raggiungere la Norvegia, in viaggio col team del progetto, passando per Lettonia, Estonia e Finlandia».

DECISIONE, DIFFICILE, ANZI NO

Una decisione apparentemente difficile. Valentina non è d’accordo. «La decisione, invece, è stata semplice: se avessi rifiutato avrei passato il resto della mia vita a chiedermi cosa sarebbe successo se avessi accettato. Ho alle spalle moltissimi lunghi viaggi in solitaria, anche in luoghi remoti e difficili, dal deserto del Sahara all’Amazzonia, dalle foreste del Borneo alle montagne del Nepal; durante i miei viaggi sono sempre stata accolta e quando ero a casa accoglievo viaggiatori nel mio agriturismo: gestire una guesthouse (una sorta di bed & breakfast, una pensione…) è un lavoro che conosco e che mi piace. Il fatto di aver perso il lavoro come guida e la consapevolezza che avrei potuto continuare il lavoro da travel blogger anche in Norvegia, mi hanno tolto ogni dubbio. Qui a Kongsfjord non sono sola, ci sono altre persone che lavorano in guesthouse, vivo con una collega che si occuperà del progetto di turismo naturalistico e nel paese il calore umano non manca: le persone sono poche, ma tutte solidali e socievoli».

Da Modena a Kongsfjord, che non è dietro l’angolo di casa. «In Italia ho sempre vissuto in zone rurali – spiega Valentina – non ho mai vissuto la socialità nelle città, quindi da questo punto di vista non è stato un cambiamento estremo; nella campagna modenese, come nel paesino di Kongsfjord, le persone vivono l’inverno nelle case, chiacchierando attorno a un tavolo, sorseggiando i liquori della casa, scaldandosi vicino a un focolare. È una socialità vissuta in maniera più intima rispetto ai locali in città, quindi le restrizioni si sentono meno. Forse in estate, quando arriveranno i turisti e il paesino si animerà, ci renderemo conto della situazione: per ora siamo davvero isolati dal mondo».

OGNI COSA HA UN SENSO

Norvegia, direttive anti-Covid molto rigide. «La densità di popolazione al di fuori della città è bassissima, la regione in cui vivo ha una media di 0.8 abitanti per chilometro quadrato. Insomma: non ci sono problemi di distanziamento sociale; la mia vita ultimamente è stata una continua reinvenzione: quattro anni fa ho dovuto chiudere inaspettatamente la mia azienda agrituristica perché i proprietari degli immobili non mi hanno rinnovato il contratto d’affitto; mi sono subito reinventata, trasformando il mio blog da amatoriale a professionale, investendo sulla mia formazione. A quel punto ho iniziato a collaborare con tour operator ed enti del turismo e mi sono creata un nuovo lavoro, anzi due, perché sono diventata anche guida ambientale».

Sembrava si fosse ripresa, purtroppo e inatteso, arriva una tegola pesante come il Covid che provoca dolore a chiunque. Non a Valentina. «Ho perso il lavoro come guida ed eccomi qui in Norvegia; non tutti sono abituati ad accettare cambiamenti così repentini e soprattutto non è facile farlo, a volte prevale lo sconforto. Sono fermamente convinta che ogni cosa che ci accade nella vita abbia un senso, che dobbiamo imparare da ogni evento, piacevole o spiacevole. È come reagiamo di fronte agli ostacoli che fa la differenza, che plasma il nostro carattere e la nostra vita». E brava, “Vale”, che la tua esperienza, soprattutto il tuo coraggio, possano essere presi da esempio.

«Vuoi cioccolata?»

Adler, ritrova i bambini cui salvò la vita

Durante la guerra, Bruno, Mafalda e Giuliana, si erano riparati in un cesto. Il militare americano non si dava pace, voleva “riabbracciarli” anche se attraverso il web. Una laboriosa ricerca, poi l’incontro virtuale. La commozione e quella frase d’affetto che sciolse la conversazione fra l’uomo e i tre fratellini. Un giornalista-scrittore, Matteo Incerti, ha dato il via alle ricerche. E tutto è bene…

Dopo settantasei anni quattro amici, un ex soldato americano e tre ex bambini, fratellini, oggi evidentemente in avanti con gli anni e, fortunatamente tutti vivi e vegeti, si rincontrano. Si riabbracciano virtualmente. L’uno, Adler, degli altri, Bruno, Mafalda e Giuliana, aveva perso le tracce. Da anni aveva questo chiodo fisso, ne aveva parlato più di una volta, negli anni, con gli amici, fino a quando non ha insistito nel raccontare la sua storia alla sua badante. «Voglio capire cosa stiano facendo quei tre bambini diventati adulti, cui ofrrii della cioccolata!».

Così, per una volta svoltiamo. Vale la pena raccontare una storia come questa. Tocca tutti da vicino, ma viene da lontano. Lontano negli anni, lo scenario è tutto italiano. E’ una scheggia di umanità che viene fuori dalle pieghe di una guerra che non conosce sentimenti, quando a volte le pallottole diventano “fuoco amico”.

Il ricordo di una cesta e due vecchie foto scattate in una piccola località di Monterenzio (Bologna). Testimoniano uno dei pochi momenti di umanità in un’epoca che di umano aveva poco o niente. In mezzo, un buco di settantasei anni, un lasso di tempo all’interno del quale le vite di quattro persone sono andate avanti, ognuna per la sua strada.

Fino a quando, questione di giorni, l’ex soldato americano Martin Adler, novantasei anni, originario del Bronx, si è ritrovato faccia a faccia (sullo schermo di un computer) con Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi, rispettivamente di ottantatré, ottantadue e settantanove anni. Li aveva visti per la prima e unica volta nell’ottobre del ‘44, quando aveva vent’anni e combatteva sulla Linea Gotica.

MITRA IN PUGNO, CHE PAURA!

Un giorno, insieme al suo compagno d’armi John Bronsky, entrò mitra in pugno in un’abitazione dell’Appennino tosco-emiliano. Da una grande cesta provenivano strani rumori: i due militari del Trecentotrentanovesimo reggimento U.S.A. erano già pronti a fare fuoco, quando una donna corse loro incontro urlando «Bambini, bambini!». Ne uscirono tre fanciulli, due femminucce e un maschietto. E i due militari, sciogliendosi per l’emozione, chiesero il permesso alla mamma dei piccoli di farsi una foto con loro. Un breve momento di felicità, in un’epoca di orrori: non molto lontano da lì si consumò l’eccidio di Monte Sole.

Per settantasei anni le foto di quella minuscola “tregua” dall’incubo quotidiano della guerra sono rimaste in un cassetto dall’altra parte dell’Atlantico. Finché Adler non ha deciso di mettersi alla ricerca dei bambini, aiutato dalla figlia Rachelle. Non conosceva i loro nomi e non sapeva nemmeno il nome del paese in cui si trovava. Ma col suo appello social, che ha raccolto migliaia di condivisioni e commenti, è entrato in contatto anche con Matteo Incerti, giornalista e scrittore reggiano che già in passato ha aiutato persone a mettersi in contatto e riacceso i riflettori su storie quasi dimenticate (l’ultimo libro è “I pellerossa che liberarono l’Italia”).

E BRUNO SENTI’ IL “TG”

Le indagini sono state rapide. È stato Bruno Naldi, il più anziano dei tre fratelli, ad essere raggiunto dalla notizia della ricerca considerata «impossibile»  da tg e stampa: ricordava di soldati americani che presero lui e i fratellini in braccio, donandogli anche dei dolci. E sua sorella Mafalda, in quella foto, si era riconosciuta subito. Bruno ne ha parlato con un suo amico, la cui badante ha poi scritto a Incerti. Chiudendo un cerchio larghissimo. La casa di Monterenzio è ancora in piedi, ma i Naldi non ci vivono più da tanto. Si trasferirono a Castel San Pietro (Bologna) nel ‘53 e vivono ancora lì. Mamma Rosa, che quel giorno gli salvò probabilmente la vita e poi li volle vestiti da festa per la foto con i militari, è morta vent’anni fa.

I tre fratelli, invece, ci sono ancora e in questi giorni hanno incontrato, in videoconferenza, Adler. Il vecchio soldato, alla notizia del ritrovamento, non stava più nella pelle. E oggi come allora, appena partito il collegamento chiede: «Ciao bambini! Vuoi cioccolata?». A raccontarlo è Incerti, nel ringraziare chi in questi giorni ha diffuso la richiesta d’aiuto del soldato Adler: «Come insegnano i miei amici nativi ojibwa e cree il segreto della vita è condividere, perché siamo tutti sull’orlo del tamburo».