Un calcio alla sfortuna

Seydou, dalla fuga dal Senegal al “Mirto”, società di Prima categoria

«Non vivevo bene nel mio Paese, non mi restava che inseguire un sogno», racconta il trentenne. «Arrivato in Italia, i primi sorrisi, l’accoglienza e l’occasione di giocare con una squadra vera». Scoperto da Domenico, suo futuro allenatore, il trentenne senegalese diventa uno dei protagonisti dei play-off di una squadra di Prima categoria calabrese. Come se non bastasse, di cognome fa Diouf, come il suo idolo.

 

Figli di un Diouf minore, per dirla prendendo a prestito il titolo di un film diretto da Randa Haines e interpretato da William Hurt e Marlee Matin. Quel cognome di origine senegalese, come i due attori del pallone, il primo professionista, il secondo dilettante, ma di identica statura umana, è il primo aggancio per raccontare la storia di uno dei ragazzi partiti da quella regione africana, fra Guinea e Mali. Il nostro si chiama Seydou, è un ragazzo di trent’anni che sogna un’altra vita rispetto a quella che vive nel suo Paese, il Senegal appunto; l’altro, El Hadji, il miglior calciatore della storia che la nazionale giallo-verde-rossa abbia mai avuto e indicato come uno dei campioni africani di tutti i tempi.

Ammirati dalla grandezza dirompente di El Hadji, siamo più affascinati dalla storia di Sydou che attorno a sé richiama attori e interpreti, piccoli e grandi, che insieme hanno sceneggiato una storia come tante, ma stavolta a lieto fine.

«Volevo un futuro migliore», spiega con un sorriso contagioso Sydou, «credo che sognare sia consentito a tutti, poi è l’unica cosa dalle mie parti che non costa niente». Ha ragione quel ragazzone dal fisico asciutto che si farà notare per attitudini e lealtà sporti. «Non me la passavo bene in Senegal – riprende – come molti ragazzi della mia generazione che vedono trascorrere settimane, mesi inutilmente, senza poter dare sostanza ad un’aspirazione, che poi non è giocare al calcio, ma avere un lavoro decoroso e vivere umanamente: da qui la decisione di compiere un lungo viaggio come molti dei miei connazionali, fratelli africani per un posto migliore: l’Italia, un Paese bello e ospitale, magari è quello giusto nel quale porre le basi per scrivere una vita migliore, lavorare, mettere su famiglia; “Vediamo”, mi dissi, gambe in spalla e un viaggio interminabile, soste che duravano giorni, mesi, poi la ripresa del viaggio, perché una volta presa la decisione di partire certamente non mi sarei fermato nella stessa Africa…».

 

«COME IL MIO IDOLO!»

Sydou, come El Hadji, il suo campione preferito, è uno che non si spaventa davanti a un lavoro di fatica, dove c’è da rimboccarsi le maniche e sollevare pesi che fanno paura. Insomma, è uno che ci sa fare con le mani, ma anche con i piedi. I compagni con cui condivide le prime, saltuarie, esperienze lavorative non sfugge la sua solarità, una simpatia innata e contagiosa. Ma ad un tecnico di provincia, acuto come può esserlo uno che viene dalla gavetta e vive ai margini di quello che dicono sia “il calcio che conta”, non sfugge il carattere e soprattutto quello che, questa pertica che sfiora il metro e ottanta, sa fare con i piedi. Domenico Prantera, è lui il tecnico, che guida la Polisportiva Mirto Crosia, società dilettantistica, ad accorgersi del talento di quel ragazzo. Qui, in provincia, il Cielo la benedica, gli allenatori fanno anche gli osservatori, fanno tutto, si inventano talent-scout, dirigenti e quanto c’è da fare quando la società è piccola e devi inventarti mille attività per assecondare la grande passione per lo sport più popolare al mondo.

Partita di calcio a cinque. Prantera viene richiamato dal rettangolo di gioco, più piccolo evidentemente di quello sul quale si misurano ogni settimana i suoi ragazzi che militano con successo nei campionati dilettantistici. In quel campetto di periferia ci sono ragazzi che indossano magliette e tute di mille colori, lo stesso dicasi per gli scarpini.

 

«L’ATTACCANTE CHE CERCHIAMO!»

«Uno di questi ragazzi, Sydou – spiega Prantera – richiama più di altri la mia attenzione; ha un bel possesso palla, un dribbling non indifferente, considerando spazi non infiniti rispetto alla praterie di un vero campo di calcio: “Alle volte fosse l’attaccante che stiamo cercando?”».

Detto, fatto. «Sono stato avvicinato dal tecnico al quale in quel momento non pensavo potesse diventare il mio allenatore, invece…». Sydou, è felice di ripercorrere quei momenti. «Mi sono sentito importante – ricorda – come mi è accaduto poche volte, al primo denaro intascato dal mio primo lavoro o dal primo sorriso e la prima mano tesa una volta arrivato in Italia: stavolta, una persona, dal grande peso umano, si era accorta di me senza che fossi stato io a candidarmi, un’emozione indescrivibile».

Il resto sarà anche storia da calcio di provincia, ma la vicenda prende la strada della ribalta nazionale grazie all’emozione che una cittadina, un tecnico e un ragazzo d’oro riescono a scambiarsi reciprocamente. Diouf disputa un campionato eccezionale, con la sua tecnica, i suoi assist e compagni altrettanto bravi, contribuisce alla crescita della squadra fino a raggiungere notevolmente i playoff, bel traguardo per la formazione biancoceleste. Sydou vuole giocare ancora, ricambiare l’affetto con cui è stato accolto. Gli piace giocare al calcio, sognare qualche volta di essere il suo idolo, El Hadji, che di cognome fa Diouf, proprio come lui.

«Bene, bravo, Marley!»

Nando Popu, Sud Sound System

«Ho conosciuto Carmelo, grande attore e regista, la musica dell’immenso Bob, re del reggae, e una cultura popolare che fa crescere. E un dialetto che avvicina e non allontana. Orgogliosi delle nostre radici, ai giovani dico: non emigrate, studiate e sappiate che siete con i piedi su una miniera, come turismo e masserie, tradizioni e gastronomia. Nord e sud, bianchi e neri? Mi sembra di tornare indietro di secoli…»

 

«Ma come si fa, oggi, a parlare ancora di neri e bianchi, di sud e nord, certe volte mi sembra di tornare indietro nel tempo: cultura e tradizione, quanto arricchiscono un popolo, purtroppo vengono considerati come superfluo, qualcosa di cui si può fare a meno, a vantaggio di un consumismo che indica il futuro nell’abbigliamento costoso piuttosto che nell’iPhone».

Le origini, il dialetto, la Magna Grecia, l’emigrazione, reimpossessarsi di tradizioni e di una lingua, il salentino, tornato ad essere lingua universale. Di questo ed altro parliamo con Nando Popu, uno dei fondatori dei Sud Sound System, formazione che nel tempo ha mescolato e servito, insieme, ritmi giamaicani e sonorità locali, con l’uso del dialetto e le ballate di pìzzica e tarantella.

 

Dunque, Nando, come si vive – anzi, non si vive – questo periodo di pandemia?

«Per noi è un vero problema, siamo sospesi in un limbo. Viviamo nell’incertezza; unica certezza: la nostra attività, quella in cui ci si sforza per fare arte, cultura, se vuoi, ma sulla quale gravano incognite sulla ripresa.  Stiamo perfino seguendo con ansia le due fasi del vaccino che dovrebbe restituirci parte di una serenità che mai avremmo pensato di perdere in questo modo. Dovesse finire domani la pandemia, non sappiamo quando potrebbe riprendere l’attività concertistica».

 

Cosa fa un artista in questo momento? A cosa si dedica, da cosa attinge risorse per scrivere, campare?

«I Sud Sound System sono anche un’etichetta, quello che abbiamo guadagnato nel corso degli anni non lo abbiamo messo in tasca, ma reinvestito, nello studio di registrazione e nelle produzioni. Oggi le risorse per mantenere questi due aspetti le attingiamo dai risparmi. I ristori? Lasciamoli perdere, se non altro per una forma di rispetto nei confronti di quanti se la passano peggio. Non vediamo l’ora che tutto questo finisca e si possa finalmente riprendere dal “Dove eravamo rimasti?”».

 

Domanda che non ci facciamo sfuggire. I Sud Sound System hanno reso il salentino una lingua universale: avvertite più soddisfazione o più responsabilità?

«E’ una missione ancora in corso. Comincia negli Anni 80, quando davano per spacciato qualsiasi dialetto. Erano i tempi dell’omologazione, della “Milano da bere”, si dava peso alla leggerezza. Il dialetto era considerato, invece, un linguaggio interiore, un lessico familiare, quasi si temesse a renderlo pubblico: erano gli anziani a parlare il dialetto, tanto che il nostro slang veniva visto come qualcosa di superato, vetusto. Il dialetto era vissuto in netto contrasto con le filosofie spesso frivole di quei tempi; così abbiamo provato a farlo rivivere, coltivandolo, imparandolo e traendone insegnamento. Abbiamo dimostrato che non era qualcosa di antico, ma empatia, fratellanza, un linguaggio che avvicinava; c’erano famiglie che avevano quasi vergogna di parlare il dialetto, obbligavano i ragazzi a parlare solo l’italiano, perché secondo loro dava modo di accedere con meno complicazioni al mondo del lavoro».

 

Il dialetto visto come risorsa, perché no, economica.

«Attraverso il dialetto abbiamo scoperto di essere Magna Grecia, a scuola un tempo non ti aiutavano a comprendere le tue tradizioni: tempo perso, dicevano. Di solito nascere al Sud era come crescere insieme all’idea dell’emigrare. Quando, invece, attraverso il dialetto abbiamo compreso di avere un’appartenenza e di essere un’espressione culturale, abbiamo spiegato ai ragazzi quanto sia importante studiare per capire chi siamo. E, perché no, trasformare lo studio in economia, in turismo e masserie, tradizioni e gastronomia; studiare, un giorno, ti permetterà di fare un mestiere che ti piace e rimanere nella tua terra senza cercare soluzioni altrove, lontano dalle tue radici che devi, invece, rivendicare, sostenere, aiutando i giovani a comprendere, accorgersi che hanno i piedi poggiati su una miniera».

POPU - 1

Quanto vi sentite parte dell’esplosione di un genere, la taranta, diventata poi rassegna?

«Ci siamo sentiti partecipi nel promuovere un genere coniugato alla musica giamaicana, caraibica; dal punto di vista canoro ci esprimevamo in chiave-reggae prendendo spunto dai nostri nonni con la pìzzica, gli stornelli. Pino Zimba, Uccio Aloisi e gli artisti di quella generazione di colpo si sentirono incoraggiati, tanto da affiancarci in questa operazione culturale non ancora conclusa: c’è ancora da lavorare. Ma oggi il Salento non è più reggae e pìzzica, c’è anche il funk, il soul, il blues, il rock; ci sono i SSS, ma anche Negramaro, Emma Marrone, Alessandra Amoroso e quanti hanno promosso la nostra terra attraverso la musica. E’ nata Puglia Sound, che sostiene gli artisti, li aiuta nella produzione e nella promozione. Oggi, per noi, sembra una cosa normale, ma quando ci confrontiamo con artisti bolognesi, milanesi, avvertiamo un senso di invidia per le cose che abbiamo fatto in tutti questi anni.

Lusingati per gli inviti, andiamo nelle scuole a parlare con gli studenti, raccontiamo la nostra esperienza, cercando di capire come ragionano i ragazzi, una generazione nuova, fino a trarre noi stessi insegnamento dalle loro esperienze per costruire insieme il nuovo».

 

In studio per un nuovo album. L’uscita dipende sempre dal maledetto virus.

«Certo, ci autoproduciamo, ma non avrebbe senso realizzare un album e restare a casa non potendo fare concerti e, dunque, promuoverlo, tanto in Italia quanto all’estero, dove trovi i nostri fratelli emigranti, ma anche curiosi che vogliono comprendere cosa sia successo nel Sud dell’Europa. Pertanto aspettiamo che questo periodo finisca per incontrare il nostro pubblico».

 

Hai parlato di migranti, la vostra musica è un linguaggio universale. Come vedete, ancora oggi, certe posizioni che fanno distinguo fra Nord e Sud, bianchi e neri?

«Quando sento cose simili, mi sembra di essere tornato nei secoli scorsi: sarebbe il caso, invece, di parlare di futuro e proiettarsi in cose che la stessa musica ha migliorato; dipende molto dalla cultura, in questi anni vista come un accessorio del quale si può fare a meno. Papà, zii, nonni, tutti figli di contadini magari mangiavano meno per assicurare ai propri figli le risorse per studiare, diventare medici, avvocati, architetti, ingegneri, chirurghi, professionisti che avrebbero cambiato la loro terra. E tutto ciò va visto sotto l’aspetto di progresso economico, ma anche umano. Personalmente, preso un titolo di studio in informatica, ho avuto modo di conoscere dal punto di vista artistico personaggi che vanno da Carmelo Bene a Bob Marley.

Ripeto, oggi, a torto, la cultura viene intesa come consumismo, comprare vestiti e iPhone costosi, quanto stiamo conoscendo attraverso le canzoni di questi ultimi anni. Ecco il razzismo, un sentimento di ritorno causato da come si perda di vista la cultura che, ripeto, non è un fardello, ma qualcosa che ti permette di aprire il cuore e la mente insieme, ripartendo da sentimenti che avvicinano e non allontanano».

Taranto sbarca su Raiuno

Da lunedì 25 gennaio “Il commissario Ricciardi”

Protagonista Lino Guanciale diretto da Alessandro D’Alatri. La Città vecchia coma la Napoli Anni Trenta. Ottanta le persone impiegate nelle riprese realizzate da maggio a luglio del 2019. Prima della fiction sulla rete ammiraglia, vicoli e porto tarantini avevano rappresentato il capoluogo partenopeo in due film diretti da Lina Wertmuller. 

 

Da lunedì 25 gennaio Taranto sarà in prima serata su Rai Uno con sei episodi della fiction “Il commissario Ricciardi” interpretata dall’attore Lino Guanciale e diretta da Alessandro D’Alatri (regista, fra l’altro, de “I bastardi di Pizzofalcone”). Lo scenario è quello della Città dei Due mari, che per bellezza, impatto e similitudini rappresenta una Napoli degli Anni Trenta. Quando si tratta di fiction, tutto va bene. Taranto è nei titoli principali e nella città è stata impegnata una ottantina di persone. Per circa tre mesi, da maggio a luglio del 2019, quando la pandemia non si era ancora palesata come sciagura del secolo.

Non è la prima volta che Taranto diventa set di una importante produzione. Indipendentemente da quella monstre di “Six underground” per Netflix, in altre due occasioni Taranto è stata Napoli. Era stata l’Oscar Lina Wertmuller a portare le cineprese in città. Prima per “Io speriamo che me la cavo” e, successivamente per “Mannaggia alla miseria”. Da “La nave bianca”, diretto da Roberto Rossellini nel 1941, fino ad oggi una quarantina sono stati i film e le fiction girate a Taranto. Un bel numero.

 

RAI UNO, PRIMA SERATA

Ma torniamo al “Il commissario Ricciardi”. Lunedì 25 gennaio in prima serata, andrà in onda il primo dei sei episodi della nuova serie tv “Il commissario Ricciardi”, protagonista Lino Guanciale. Tratta dai romanzi dello scrittore Maurizio De Giovanni, la serie tv racconta le avventure di Luigi Alfredo Ricciardi, giovane commissario di polizia nella Napoli degli Anni Trenta. La Città vecchia di Taranto è stata scelta per ricreare l’atmosfera della città partenopea di quasi un secolo fa. «Abbiamo impegnato la Città vecchia di Taranto – dice D’Alatri – per ricostruire i sapori di una Napoli che era impossibile riadattare, come i Quartieri Spagnoli o La Sanità, per far rivivere in quelle scalinate, in quelle mura, in quei portoni quei sapori che a Napoli sarebbero ormai impossibili da scovare».

Per nove settimane, dunque, Taranto è diventata la Napoli dei primi Anni Trenta in cui si muove e lavora il giovane commissario la cui vocazione e ossessione è catturare gli assassini. Ricciardi-Guanciale possiede un talento investigativo fuori dal comune e la capacità di comprendere le vite e le passioni umane grazie a una profonda empatia. È, però, uomo estremamente solitario e schivo, che nasconde un segreto, una dote che nessuno conosce, ereditata dalla madre e che sembra una maledizione: il commissario, infatti, è in grado di vedere gli ultimi momenti delle vittime di morte violenta e ascoltare il loro ultimo pensiero. L’incontro con due donne, diverse ma ugualmente affascinanti, aggiungerà un aspetto melò alla trama del poliziesco

 

GUANCIALE: «TARANTO, GRANDE FASCINO»

Anche Lino Guanciale, che interpreta il giovane commissario dopo il grande successo di pubblico della serie “L’allieva”, è rimasto incantato da Taranto. «Quando si entra in Città vecchia si ha l’impressione di fare veramente un viaggio indietro di cento anni – spiega l’attore nel video di Apulia Film Commission – come se compissi un salto indietro nel tempo; ma è tutta la città ad avere un fascino enorme, come nella sua attuale crepuscolarità. È molto forte l’impatto che ha su chi ci arriva e non ci è mai stato».

La serie tv è stata sostenuta dell’Apulia Film Fund della Regione Puglia con circa 830mila euro e da Apulia Film Commission. Le riprese sono state realizzate a Taranto dal 23 maggio al 20 luglio 2019, impiegando 80 persone.

Primo appuntamento lunedì 25 gennaio su RaiUno e RaiPlay, per la prima di sei puntate. Nella puntata “Il senso del dolore”, ci ritroveremo a Napoli nel marzo 1931. Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi sarà chiamato a risolvere il caso di un famoso tenore assassinato.

«Salute, lavoro e…»

Sakou, ventidue anni, gambiano

«L’amore dei propri cari, sono le cose principali. Ho nostalgia di moglie, figlia e del mio Paese. In Gambia ci sposiamo giovanissimi, con le videochiamate annulliamo la distanza, ma mi manca il loro calore. Appena rinnovato il permesso di soggiorno, abito e lavoro a Palagiano, nei campi: datori di lavoro rispettosi e puntuali. Mascherina, covid, distanziamento e caffè…»

 

«Buongiorno, signore, una mascherina: devo gettare quella che indosso, la porto da due giorni e altro non hanno detto i miei colleghi di lavoro se non che devo prestare molta attenzione alle disposizioni per evitare il contagio da covid, una vera sciagura».

Sakou, ventidue anni, da quattro in Italia, parla già bene l’italiano. «Sono felice di stare qui, ho lasciato casa, moglie e una figliola, ma era l’unico modo perché potessi dare un futuro a me e ai miei cari…».

Prendiamo un caffè insieme, separati da un paio di metri, davanti ad un tavolino sul quale Luigi, titolare del bar, dispone le due tazzine di plastica. «Mi spiace, non posso servire al banco – giustifica il servizio il titolare del bar – le disposizioni del Ministero sono chiare, possiamo anche non condividere misure restrittive e talvolta eccessive, ma dobbiamo rispettare le regole».

Sakou sorride. Lo dicono i suoi occhi, poi l’intero volto, non appena fa scivolare la mascherina sotto al mento, quel tanto che basta per gustarsi il caffè. «Conosco perfettamente le regole – spiega il giovane ventiduenne – in città sono rigorosi, ma vi assicuro che anche nella mia Palagiano fanno rispettare il distanziamento con la stessa pignoleria…».

 

LA “MIA” PALAGIANO

Palagiano, Sakou spiega. «Lavoro e abito lì – riprende – con miei connazionali, vicino di casa di altri ragazzi, come me, arrivati in Italia dall’Africa, un viaggio lungo, ma fortunatamente senza le tante paure vissute da altra gente venuta in Europa in cerca di fortuna: sembra un romanzo d’amore e, in effetti, lo è stato, lieto fine compreso; non mi è sembrato vero mettere piede nel vostro Paese, godere di accoglienza e assistenza e, successivamente, trovare lavoro».

Da quattro anni in Italia, più o meno lo stesso periodo da quando è impegnato in lavori a volte saltuari, altre volte stagionali. «Lavoro nelle campagne, con un contratto in piena regola, in questo momento sono a Taranto, avendo appena rinnovato il permesso di soggiorno: come vede, non sono solo rispettoso delle regole per combattere il contagio da virus, rispetto anche quelle del lavoro, guai non fosse così…».

Proprio i suoi colleghi, italiani e africani, più esperti, gli hanno detto quanto sia importante il permesso di soggiorno. «E’ l’unico sistema per stare sereni –ammette Sakou – i primi tempi quando ho cominciato a lavorare nei campi, non appena vedevo agenti in divisa a fare controlli tremavo di paura al solo pensiero che potessero prelevarmi, mettermi su una imbarcazione, un aereo e rispedirmi a casa: ero in regola già allora, ma i colleghi mi spiegavano che, a volte, basta un piccolo contrattempo burocratico a rimettere in discussione la tua posizione; anche i miei datori di lavoro, gente per bene, sono molto attenti a tutto questo: puntuali nei pagamenti, ci chiedono di dare il massimo quando lavoriamo e, io e gli altri colleghi, ripaghiamo il rispetto che loro hanno per il nostro impegno dando il massimo».

 

NOSTALGIA CANAGLIA

Sakou confessa la nostalgia. «Non solo del mio Paese, io che abito non lontano da Serekunda, per proporzioni un po’ come la vostra Milano rispetto a Roma; questa città è immensa, la più popolata del Gambia, dieci volte più grande della capitale, Banjul; certo che ho nostalgia, ma quello che mi manca è l’affetto familiare, vedo mia moglie e mia figlia con videochiamate, la piccola mi è cresciuta praticamente sotto il naso, ho come l’impressione di vedere un quadro cambiare espressione di settimana in settimana: una bella sensazione, purtroppo mista a tanta malinconia; l’ideale sarebbe che un giorno mi raggiungessero in Italia, magari quando avrò regolarizzato del tutto la mia posizione con un lavoro in pianta stabile».

A proposito di rispetto, Sakou non ha fretta. «In Italia se la passano male gli stessi italiani – dice – figurarsi se ho fretta e voglio scavalcare chi, in realtà, mi ospita; a mia moglie ho spiegato tutto questo e lei stessa mi dice che è giusto così: non vogliamo passare per quelli che rubano lavoro agli italiani; se possibile, voglio mettere a disposizione la mia voglia di lavorare seriamente e sentirmi, poco per volta, anche io italiano: una famiglia già ce l’ho, quando i tempi saranno maturi, volesse il Cielo, allora farò venire in Italia mia moglie e la piccola, che mi auguro possa vedere direttamente crescere e studiare qui, in Italia…».

Caffè sorseggiato, tazzina di plastica nel raccoglitore di rifiuti. «Devo andare a prendere il bus da Taranto per Palagiano, ho avuto il permesso per il rinnovo, domani mattina riprendo il lavoro in campagna, dopo giorni di pioggia, siamo tornati a lavorare, fa freddo ma quello è l’ultimo dei problemi: le cose importanti sono la salute e il lavoro; manca l’affetto della famiglia, ma anche quello arriverà al momento giusto».

«Teatro, colpo mortale»

Antonio Conte, attore teatrale, dice la sua

«Per bene che vada se ne riparlerà in autunno». Tarantino, da quarant’anni risiede a Roma. Ha lavorato con Verdone e Abatantuono, con Brass e la Wertmuller. «Con Pistoia e Triestino stavamo registrando “sold out”, poi ero pronto per misurarmi con un inedito di Marco Cavallaro: purtroppo ci siamo fermati, nonostante avessimo avanzato la proposta di dimezzarci i compensi…». Da Mario Carotenuto, un maestro, in poi.

 

Antonio Conte, tarantino, da quarant’anni residente nella capitale. Adesso non solo ci abita, ma ci vive anche, costretto dalla pandemia, lui che di mestiere fa l’attore, abituato com’era ad andare per teatri, a viaggiare da una città all’altra. Proviamo a comprendere che vita è, oggi, quella di un attore professionista, che al cinema e in teatro ha lavorato con Verdone, Abatantuono, Panariello e Brignano, Neri Parenti, Tinto Brass e Lina Wertmuller, senza dimenticare Mario Carotenuto, per quarant’anni protagonista della commedia all’italiana, ma che sulle tavole del palcoscenico, dava il meglio.

«Costretto ai domiciliari, devo dire che ci sto bene, anche se come il resto dei miei colleghi e le maestranze che vivono di questo lavoro, non vedo l’ora di riprendere l’attività. Carotenuto? Fantastico, la sua severità sul palcoscenico andrebbe raccontata, una scuola incredibile…».TEATRO 03 - 1Dunque, Antonio Conte, ho provato a contare i titoli: sessanta rappresentazioni a teatro, e fra una pausa e l’altra, una cinquantina di titoli fra cinema e tv: che significa per un attore come te restare un anno a casa?

«Manca e tanto il palcoscenico. Un po’ come quando, anche quando finisce una tournée teatrale, alle sette, sette e mezzo di sera, l’adrenalina comincia a salire: poi fai mente locale e quella carica emotiva ti tocca smaltirla diversamente, sei ai “domiciliari” e non puoi farci niente. Non ci voleva, per me sarebbe stata una stagione importante: io e i colleghi abbiamo lasciato per strada circa sei mesi di lavoro. Dovevo riprendere “Il Rompiballe”, spettacolo pazzesco con Nicola Pistoia e Paolo Triestino, due attori irresistibili: ci attendevano le piazze più importanti, due mesi fra Milano e Roma, per intenderci, poi in giro per l’Italia; lo scorso agosto ci attendeva  il debutto con un testo di Marco Cavallaro, un inedito, “Amore, sono un po’ incinta”; poi quattro mesi dall’autunno in poi: è saltato tutto».

 

Teatro leggero, operetta, commedie e teatro serio. Come si fa a passare dal teatro brillante, penso a “Pallottole su Broadway”, a quello drammatico, per esempio il “Riccardo III”. Non mica sarai anche tu “uno, nessuno e centomila”?

«Potrei in qualche modo autocelebrami. Ciò detto, soffro la sindrome del comico. Avendo la fortuna di farne tanto di teatro comico o brillante che sia, agisco d’istinto: non temo nemmeno un po’ nel passare dal comico al drammatico, lo dice la storia – non mia, intendiamoci – ma quella dei grandi, da Totò a Sordi, da Gassman a Manfredi: quando il comico si misura con il teatro drammatico diventa imbattibile».TEATRO 02 - 1Mario Carotenuto, il tuo maestro. Quanto era severo e quanto divertente?

«Un mostro di bravura, tanto bravo quanto difficile da raccontare. Bisogna avere avuto la fortuna di lavorarci insieme, per conoscere quanto lavoro c’era dietro ad un’opera teatrale. Pratico, ruspante, non stava ad “intellettualizzare” le situazioni: sapeva che il tempo perso, lo pagavi in scena. Proietti diceva che Carotenuto aveva i tempi comici, ma anche il racconto: Gigi era uno di quelli che scoppiava a ridere anche se la barzelletta non era irresistibile, perché Mario aveva la mimica, arte rara, del raccontatore: non c’erano santi. A Carotenuto, attore e regista, dava fastidio una cosa sola: se sbagliavi in scena; non ammetteva repliche, si arrabbiava, perché significava essersi distratti e, al tempo stesso, non avere avuto rispetto del lavoro».

 

Cinema e tv danno popolarità, ma il teatro è sempre il teatro: una volta avevi questa convinzione. Oggi?

«Sono dello stesso avviso. Quello che ti regala il teatro non può dartelo il cinema, né la tv: certo, questi possono darti popolarità, danaro, immortalità, ma nel teatro ogni sera è diversa dall’altra, un salto senza rete ed è un fascino unico, un’emozione che non si può spiegare…». 

 

Il rapporto con i colleghi. Vi sentite, vi vedete, interagite attraverso il web. Cosa vi dite e cosa cercate di non dirvi? 

«C’è poco da raccontarsi: non è tanto quando ripartiremo, quanto l’aver perso dai due ai tre anni di programmazione; nonostante il ministro abbia detto che a metà giugno riapriranno i teatri: il nostro lavoro, con tutto il rispetto per i commercianti, non è fatto di saracinesche e vetrine, riapri e la gente osserva, entra; è fatto, invece, di programmazione. Dovessero dirci “Da domani potete tornare in teatro”, rispondiamo semplicemente “Con cosa?”. La politica deve comprendere che il teatro non è fatto solo di attori: ci sono registi, aiuto regia, le maestranze, dagli scenografi ai macchinisti, dai facchini ai trasportatori, e poi gestori dei teatri, amministratori, autori, musicisti: un botto di gente e dietro ognuno di questi c’è una famiglia…».TEATRO 04 - 1Sostituisciti per qualche istante a un politico, prova a suggerire una soluzione.

«Innanzitutto la distribuzione dei soldi a pioggia, a fondo perduto: non è giusto; esistono teatri, enti di produzione che hanno preso più soldi di quanti ne avrebbero guadagnati esercitando la loro attività. Il teatro è un luogo sicuro, la gente che va a teatro è censibile, in tempo di pandemia siede con la mascherina, a distanza di una sedia dall’altro spettatore; avevamo anche avanzato la proposta di dimezzarci la paga, arrivare a fare due rappresentazioni nella stessa giornata riempiendo per due volte teatri capienti, che secondo il decreto ministeriale potevano disporre solo metà dei posti a sedere».

 

A proposito della pandemia: ottimista, pessimista, possibilista?

«Pessimista. Dovesse andare bene, riprenderemo a lavorare in autunno. Purtroppo molte compagnie non ce l’hanno fatta, altre non ce la faranno, perché il colpo ricevuto dal teatro è stato di quelli mortali».

ok bloccati al gelo

Il 23 dicembre è andato in fiamme il campo profughi di Lipa, vicino al confine croato, dove vivevano 1500 migranti. Oggi sono tutti all’addiaccio, riparati da tende di fortuna. Sono alcune ong a preoccuparsi di tenere cuciti insieme gli ultimi brandelli di decenza, grazie alla forza di attivisti, cooperanti, volontari. L’8 gennaio, poi, un altro campo è bruciato a Blažuj, nella Bosnia occidentale. Ma la politica resta immobile

(Il fatto quotidiano)

Migranti verso gli Usa

La carovana di migranti, partita nei giorni scorsi dall’Honduras con l’obiettivo di raggiungere il confine degli Stati Uniti in occasione dell’insediamento di Joe Biden, è stata respinta con la forza dal Guatemala. A colpi di manganello e con il lancio di lacrimogeni sono state bloccate le migliaia di persone, circa 7mila, che erano entrate nel Paese nei giorni scorsi, con il governo del Guatemala che ha affermato che non intende accettare “movimenti di massa illegali”.

(Il fatto quotidiano)

«Abbiamo vinto comunque»

Taranto, sfiora il sogno di Capitale della cultura

Fra le dieci finaliste la spunta Procida. «Ma nel 2022 la nostra città realizzerà i grandi eventi in progetto», promette il sindaco Rinaldo Melucci. «Non è una sconfitta, abbiamo alimentato una partecipazione che senza pandemia avrebbe riempito le piazze; lo dicono i numeri registrati sui social, percepito dai commenti delle persone». Taranto è già stata scelta per ospitare i XX Giochi del Mediterraneo nel 2026.

 

Taranto non ce l’ha fatta. Sarà Procida, infatti, la Capitale italiana della cultura 2022. «Arrivare fra le 10 finaliste – dichiarato il sindaco Rinaldo Melucci, appena appreso l’esito finale della “corsa” – è stata una vittoria: ogni tarantino deve essere orgoglioso perché la sua città è tornata sui palcoscenici importanti».

Procida eredita il testimone da Parma che, a causa della pandemia, terrà in mano il titolo un anno in più del previsto. Lo ha deciso la Giuria per la selezione della città Capitale italiana della cultura 2022, presieduta dal professor Stefano Baia Curioni che ha raccomandato al ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini il progetto di candidatura presentato dalla città campana scelta tra dieci finaliste su 28 che in origine si erano candidate. In gara c’erano anche Ancona, Bari, Cerveteri (Roma), L’Aquila, Pieve di Soligo (Treviso), Trapani, Verbania, Volterra (Pisa) e, si diceva, Taranto.

Procida “capitale”, dunque. Ma niente è perso, perché adesso Taranto trasformerà questa occasione in un propulsore per una trasformazione già in atto e che ha bisogno dell’entusiasmo di tutti. Parola di sindaco. «Non è una sconfitta questa – ha aggiunto il primo cittadino della Città dei Due mari – se abbiamo alimentato una partecipazione che, senza pandemia, avrebbe riempito le piazze: lo abbiamo riscontrato dai numeri registrati sui social, lo abbiamo percepito dai commenti delle persone».TArANTO 02 - 1C’E’ IL RISCATTO

Riparte dalla proclamazione della cittadina campana il riscatto di Taranto. «Su questo entusiasmo – dice ancora Melucci – costruiremo il nostro progetto per il 2022, perché per noi sarà comunque un grande anno della cultura, un anno spartiacque durante il quale realizzeremo pezzi importanti del nostro dossier, con Regione Puglia, dando vita e corpo al protocollo d’intesa che abbiamo firmato nei giorni scorsi».

Con Procida per la prima volta un piccolo Comune diventa Capitale italiana della cultura dal 2016, quando questo riconoscimento è stato istituito (vincitori, dal 2016: Mantova, Pistoia, Palermo, Parma). Nel 2019 non fu assegnato in quanto Matera fu eletta Capitale europea della Cultura. Ora l’isola di fronte a Napoli avrà un milione di euro per realizzare quanto sognato e progettato.

 

…E C’E’ LA BIENNALE

Ma se il comune neoeletto si prodigherà a svolgere le attività presentate nel progetto, Taranto ha già le idee chiare sul futuro. Il progetto dell’Amministrazione tarantina era e resta un Piano A. «Lo dimostra il lavoro che abbiamo già avviato per la Biennale del Mediterraneo – spiega il sindaco di Taranto – o la collaborazione con Edoardo Tresoldi e Roberto Ferri che, oltre a essere membri del comitato scientifico, realizzeranno per la nostra città due eventi culturali di grande valore».

«Il mio compito – ha concluso Melucci – è dare alla città tutte le opportunità affinché possa emanciparsi dalla monocultura industriale; la cosa più importante di questo percorso è stata la capacità di unirci per raggiungere un obiettivo: non capitava da tanto, in riva allo Ionio, e solo questo è già un successo: è il primo passo del cammino di riscatto che ci sta trasformando in un riferimento: il “Modello Taranto” è già realtà”». Taranto, è bene ricordarlo, è già stata scelta per ospitare i XX Giochi del Mediterraneo nel 2026.

Nel 2013 annegati in 200

L’Italia non è riuscita a tutelare il diritto alla vita di oltre 200 migranti che erano a bordo di una nave affondata nel Mediterraneo nel 2013. Lo ha rilevato il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, spiegando che l’Italia non ha risposto prontamente a varie chiamate di soccorso partite dalla barca che stava affondando. Roma non ha inoltre mai spiegato il ritardo nell’invio di una nave della marina.

(TgCom24)

«Possiamo volare!»

Quel talento nigeriano per il ballo

A giugno dello scorso anno, un ragazzo. Stavolta una ragazzina. Danzano a piedi scalzi sotto la pioggia. Il primo diventa una stella del web e viene scritturato, la seconda raccoglie i complimenti di Roberto Bolle, la grande étoile. «Lascia senza parole, vedere il sorriso e la gioia di danzare di questa bambina», dice il ballerino di statura internazionale. «Mi ricorda la bellezza della mia gente, creiamo, ci alziamo in volo, immaginiamo, abbiamo passione sfrenata e amore», ha scritto Viola Davis, attrice hollywoodiana di origini africane.

 

A giugno dello scorso anno, aveva provocato grande commozione a noi “occidentali”. Cosa era successo. Quanto da queste parti è consuetudine, abitudine, se non mania: postare un video dietro l’altro, che questo social sia Facebook o Instagram, Twitter o Tik tok. Ce n’è per tutti.

Allora, giugno 2020. Un video, anche questo dal sapore africano. Un giovane ballerino nigeriano si esercita danzando sotto la pioggia a piedi nudi. Con le debite proporzioni, per gli studios e il paio di scarpette indossate dall’attore più amato del musical, Gene Kelly, sembra una sequenza di “Cantando sotto la pioggia”. Il video, che stavolta ha protagonista un coraggioso giovanotto, scuote il web.

Sei mesi dopo, gennaio 2021, un nuovo video commuove. Ha una eco straordinaria, perché a postare questo secondo video è stato nientemeno che la grande étoile Roberto Bolle. Sul suo profilo Instagram mette in bella evidenza una ragazzina, a Lagos in Nigeria, che danza con una grazia sconfinata, sul fango e sotto la pioggia.

«Lascia senza parole – dice il grande ballerino, mostrando grandezza anche dal lato umano – e fa riflettere vedere il sorriso e la gioia di danzare di questa bambina; siamo a Lagos, in Nigeria, nella periferia di una città fra le più povere del mondo, eppure questa bambina scalza danza già con la grazia di una étoile e sorride al futuro».

 

BOLLE, SENZA PAROLE…

Un video che lascia senza parole, per il grande amore che il viso della piccola, nonostante l’ambiente circostante risulti così poco accogliente. Anche l’articolo di Maria Volpe, apparso sul Corriere della sera è pieno di umanità.

Non scrive solo della piccola “stella”, ricorda il precedente, altrettanto commovente, quello di Anthony, nigeriano anche lui. Lo scenario, però, è New York. Il giovane ballerino della Scuola professionale di un Scuola da ballo nigeriana danza sotto la pioggia a piedi nudi.

Il video appassiona internet. Lo sfondo è identico a quello  nel quale balla anche la ragazzina notata da Bolle. Quel video dello scorso giugno ha portato fortuna al giovanissimo ballerino. Anthony, nigeriano, undici anni, viene filmato da alcuni passanti mentre balla sotto la pioggia, a piedi nudi, esibendosi in salti e piroette con una grazia innata. Il video diventa virale, tanto che attira l’attenzione di personaggi dello spettacolo. Fra questi, Cynthia Harvey, direttrice artistica della “ABT – Jacqueline Kennedy Onassis School of Dance di New York”, che rintraccia il ragazzo al quale offre una borsa di studio all’“American Ballet Theatre”.

 

…VIOLA DAVIS, LO STESSO

Anthony frequenterà quest’anno una scuola estiva. L’attrice hollywoodiana di origini africane, Viola Davis (“Il dubbio”, “The help”, “Le regole del delitto perfetto”), quando ha visto Anthony ballare non è riuscita a trattenere delle lacrime di commozione. «Mi ricorda la bellezza della mia gente – ha scritto condividendo il video su Twitter – creiamo, ci alziamo in volo, immaginiamo, abbiamo passione sfrenata e amore; nonostante i terribili ostacoli che sono stati messi davanti a noi, possiamo volare!». Anche la produttrice cinematografica nigeriana Fade Ogunro, che gestisce una piattaforma di talent scout dedicata alle immense risorse artistiche africane, si è offerta di pagare tutto il percorso formativo del ragazzo fino alla laurea, in qualsiasi parte del mondo. Ma non è finita qui. Per Anthony si sono aperte anche altre porte: lo scorso luglio, infatti, ha vinto il primo premio della South African International Ballet Competition, che comprende una borsa di studio per frequentare corsi di danza negli Stati Uniti. Insomma, il giovanotto dalla pelle nera e dalle punte dei piedi fatate, non solo ha provato a spiccare il grande salto, ma volteggia nell’aria. Anche lui ha provato a volare. E ci è riuscito.