«Forza Taranto!»

La città si candida a Capitale della cultura 2022

«La cultura cambia il clima», il tema con il quale la Città dei Due mari fa sul serio. Il confronto con il MiBAC venerdì mattina, lunedì la risposta al progetto che vede il Comune accanto alla Grecìa salentina e a Bari. «E’ la partita della vita, abbiamo organizzato numerosi eventi e festival dopo il lockdown: siamo ciò che raccontiamo», ha dichiarato il sindaco Rinaldo Melucci.

 

Venerdì 15 gennaio, alle 10,45, Taranto, insieme con la Grecìa salentina, si è candidata a «Capitale italiana della Cultura 2022». Nata come un’idea, fra i diversi progetti dell’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Rinaldo Melucci, la cosa è andata avanti fra qualche dubbio e molti «Proviamoci!».

Così, l’idea diventata nei giorni, nelle settimane un progetto convinto e convincente, è stato presentato ufficialmente al MiBACT, il Ministero per i Beni culturali e per il Turismo (l’audizione è visibile sul canale Youtube dello stesso Mibact). Secondo prassi, ciascuna delle dieci città finaliste illustra in un’audizione il proprio dossier. Per la candidatura «salentina», etichettata con lo slogan «La cultura cambia il clima», il progetto è stato illustrato in via telematica per ragioni anti-Covid, dal sindaco di Taranto, Melucci, il suo vice, nonché assessore comunale alla Cultura, Fabiano Marti, il direttore generale dell’ente amministrativo, Ciro Imperio, il presidente dell’Unione dei Dodici comuni della Grecìa salentina, Roberto Casaluci.

Dopo studio e attenta analisi delle candidature, spetterà alla giuria presieduta dal prof. Stefano Baia Curioni, segnalare al ministro Dario Franceschini il progetto più idoneo alla designazione di città «Capitale 2022» entro lunedì 18 gennaio, al fine dell’attribuzione del titolo da parte del Consiglio dei ministri.

 

CAMBIA IL CLIMA…

Dopo una doppia selezione partita da quarantatré concorrenti, poi ridotte a ventotto, con lo slogan «La cultura cambia il clima» Taranto concorre fra le dieci finaliste (Ancona, Bari, Cerveteri, L’Aquila, la Marca Trevigiana, Procida, Trapani, Verbania e Volterra).

Il capoluogo ionico, insieme con la Grecìa, vive con spirito ottimistico la sua designazione «che per noi rappresenta la partita della vita, in un contesto resiliente votato al cambiamento che in Italia costituisce un unicum», ha dichiarato fra le altre cose il sindaco Melucci.

«Siamo la città che ha organizzato più eventi e festival – ha aggiunto il primo cittadino – dopo il lockdown, e siamo contenti di farlo; condividiamo con gli amici della Grecìa Salentina molte cose, ma soprattutto la consapevolezza che siamo ciò che raccontiamo: da decenni i nostri comuni lavorano sinergicamente sui temi della cultura».

Mare, storia, ambiente, innovazione, arti, riti, tradizioni ed enogastronomia, sono i differenti climi della nostra terra ideale, compresi in un piano sostenibile, secondo i dettami dell’Agenda Onu, ha sottolineato il sindaco. Questa convinzione è riposta nella presentazione del dossier di una candidatura che, se vinta, potrà contare su un milione di euro di contributo.

 

…FRA GRECÌA IL SALENTO

Taranto e la Grecìa Salentina sarebbero fra le candidate nell’aggiudicazione del titolo, al fianco di Trapani, Marca Trevigiana e L’Aquila. Ipotesi, naturalmente, che dovranno essere verificate dalla decisione del Consiglio dei ministri, una volta colto l’indirizzo della giuria che indicherà la candidatura migliore al ministro Franceschini. Proprio quest’ultimo che, recentemente, ha dato avvio alla prima Soprintendenza del patrimonio subacqueo italiano, affidandola a Taranto, ricostituendola col suo prestigio archeologico ultrasecolare, attraverso un inedito istituto di pluricompetenze, annettendo anche Belle arti e Paesaggio.

Il ministro della Cultura è a conoscenza del valore dell’intero territorio sotto l’aspetto culturale. Una città, Taranto, impegnata in un processo di riconversione, che ha il suo riflesso nell’operatività del Contratto istituzionale di sviluppo, dal quale affiora il rapporto costante con il Governo centrale.

Oltre al dialogo con Roma, sotto la previsione dell’ottenimento del riconoscimento, per Taranto giocherebbe a favore l’intesa raggiunta con il Comune di Bari, altra concorrente alla sfida. I due territori, indipendentemente dall’esito delle candidature, hanno firmato l’impegno a condividerne i relativi programmi, col supporto annunciato da parte della Regione Puglia. Un lavoro sinergico che sarebbe stato fortemente dal Governo e, in particolare, dal Ministero.

Triplicati sbarchi in Italia

La pandemia avrà anche complicato le strategie di alcuni trafficanti di esseri umani, ma nel Mediterraneo centrale non ce ne siamo accorti visto che gli arrivi di migranti sono quasi triplicati rispetto al 2019. Secondo gli ultimi dati di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, l’anno scorso nell’Ue è arrivato in media il 13 per cento in meno di migranti rispetto all’anno precedente, in totale 99.206 persone considerando le quattro rotte, il numero più basso dal 2013. L’eccezione negativa è la rotta del Mediterraneo centrale con un aumento del 154 per cento: 35.628 arrivi, quasi tutti in Italia con 34.134 migranti registrati dal ministero dell’Interno rispetto agli 11.471 del 2019.

«Riflettere, sempre…»

Mahadi, nigeriano, ventotto anni

«Spesso l’istinto è un cattivo consigliere», spiega riferendosi a una discussione con un connazionale. «Ho litigato con un amico, questione di spiccioli, abbiamo preferito sorvolare per chiarirci con più calma. Chiedo soldi davanti a un bar, ma il virus ha provocato gravi danni, alle attività commerciali e alla gente, che ha perso il sorriso. E’ così che il denaro è diventato “piccolo” e l’affitto bisogna pagarlo lo stesso…»

 

Via Anfiteatro, pieno centro a Taranto. Due ragazzi, nigeriani, litigano fra loro. Da uno dei due, Mahadi, qualche minuto dopo sapremo il motivo dello scontro, verbale per fortuna, con il suo connazionale. Del quale non dice il nome. E’ ancora scosso dal diverbio, ma ha un codice, quello del silenzio e dell’uomo che di solito preferisce spiegarsi con un “faccia a faccia”.

Fa anche il diplomatico Mahadi. Questa è l’impressione che ricaviamo dal tono della sua voce che, ora, trova frequenze più o meno normali. Fino a poco prima, la discussione, aveva avuto accenti violenti. I due davano l’impressione di essere incuranti nei confronti della gente che gli passava accanto. Non che cambiasse molto, ma alle volte si fosse trovato a passare un agente di polizia, magari avrebbe chiesto loro il motivo della discussione, diciamola tutta, accesa anziché no.

Mahadi, dunque, dieci in diplomazia. «Discutevamo per una donna, un’amica – spiega – appena arrivata in Italia, di più non voglio dire: situazione complicata». Il giovanotto, ventotto anni, dice, adesso è quieto. Purché non se la prenda, gli diciamo che una spiegazione così immediata e arida di particolari, non ci convince del tutto. «Davvero, una donna…”. Sorride, adesso. Sembra più tranquillo. “Una storia legata a un’amica e, inevitabilmente, ai soldi, pochi intendiamoci, che in un periodo così complicato sono diventati più “piccoli”». Va già meglio. Proviamo ad andare dritti al nocciolo della questione. «Elemosine?».

 

CIRCOLANO MENO SPICCIOLI…

Si guarda intorno, come se volesse sincerarsi di essere a distanza da occhi e orecchie indiscrete. «Trovare un lavoro che sia umano – torna a spiegare, quasi volesse prendere l’argomento alla larga – non è molto semplice, allora, chiediamo ospitalità a un connazionale; quando non hai una documentazione completa – io ce l’ho, ma periodicamente mi tocca rifare la richiesta d’asilo – può scattare il ricatto, involontario, se vuoi, ma se prima l’amico ti chiedeva duecento euro al mese per un letto al caldo, magari venendo a conoscenza che il permesso di soggiorno sta scadendo, ti chiede almeno cinquanta euro in più, quasi corresse un rischio…».

E i soldi, Mahadi, dove li trova. «Elemosine, appunto – dice – scelgo un locale, un supermercato, un bar nel mio caso, e mi metto in un angolo, aspetto la gente che esce dall’attività commerciale nella speranza che abbia in una mano gli spiccioli del resto… Non appena esce, dico “Buongiorno, signore…”. Non sempre va bene, ma alle volte ci scappano i venti, trenta, ogni tanto i cinquanta centesimi: una volta che mi hanno allungato quelle monetine, “Grazie, signore, buona giornata…”».

Allora, la discussione. «Il bar davanti al quale sostavo io, ha chiuso: rifà i lavori, mi hanno detto, suggerendomi di andare a trovare un altro esercizio, perché ne avranno per almeno due mesi: all’amico stavo spiegando che doveva avere un po’ di pazienza, mancando quei pochi euro giornalieri non avevo di che pagarlo, così mi stava urlando che a lui poco importava…».

 

ACCENTI PIU’ FORTI

Discussione più accesa. «A un certo punto mi ha detto – ma non metterei la mano sul fuoco che stesse dicendo davvero, per questo ho fretta di incontrarlo daccapo e chiarire questo aspetto – che a lui non fregava niente, che potevo anche andare a rubare, purché gli portassi i soldi; non gli ho fatto finire il discorso, l’ho zittito con un onesto “Ma stai scherzando? Rubare per portarti quei quattro soldi che ti prendi ogni mese senza far nulla?”. La discussione a quel punto è degenerata. Non ci siamo messi le mani addosso perché siamo amici, lo siamo davvero, ma questo malessere da virus che sta interessando tutto il mondo, sta creando un malcontento: negli italiani che restano in casa, rischiano di perdere il lavoro e non hanno più tanta voglia di sorridere, men che meno di darti quei venti centesimi che a me facevano comodo».

Mahadi, prendi un bel caffè. «Preferisco un cornetto – spiega con educazione – non ho fatto colazione, devo mettere qualcosa sullo stomaco». Vada per il cornetto, accompagniamolo con una bella tazza di latte. «Vuoi sapere com’è andata – sorride il ventottenne nigeriano – vuoi “comprarmi”… L’ho capito subito, che volevi conoscere il motivo del litigio, a tutti i costi». Tutti i costi, ci sembra esagerato. Come grossa sembra “comprarti”. Non cerchiamo scoop, e questo non può esserlo, è solo una delle tante storie di cui ragazzi come te sono protagonisti, purtroppo. Facciamo a meno del finale e non perché siamo permalosi, ma perché quel certo senso di diffidenza potrebbe portarti a raccontarci qualsiasi cosa, una bugia per esempio.

Un aspetto positivo, comunque c’è. Per quanto possa esserlo un diverbio, è che Mahadi e il suo connazionale si chiariranno, senza problemi. Che ci sia di mezzo un’amica o solo un imprevisto, come la chiusura di quel bar che, dopo il Covid, proprio non ci voleva.

«Dovessimo incontrarci un’altra volta – conclude il ragazzone – ti dirò come è andata, vedrai tutto va a posto da solo: una cosa ho imparato stando qui, che le ferite le cura la saggezza, i minuti di una giornata che scorrono lenti: hai litigato al mattino? La sera hai già dimenticato, rifletterci sulle cose può fare solo bene…».

«Un calcio ai “social”»

Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello sport

«Una volta il contatto con i campioni, ingenuo se vogliamo, era più bello. Con il pretesto dei “profili”, invece di avvicinare, i calciatori allontanano i tifosi. Ma anche questi, che invadenza con i selfie. Più romantico chiedere un autografo». Ripubblicato “L’amore ai tempi di Pablito”, Rossi, i sei gol nel Mundial del 1982, la scommessa di Enzo Bearzot.

Per una volta, ospite di Costruiamo Insieme, sito e canale youtube, lo sport. Quello con la “s” maiuscola, ci verrebbe da dire, considerando Luigi Garlando, prima firma della Gazzetta dello sport, il quotidiano sportivo più letto, uno dei migliori autori delle cronache di calcio, una volta squisitamente domenicali. E’ cambiato il calcio, c’è lo “spezzatino”, partite tutti i giorni e a tutte le ore, perché la tv faccia cassa e spalmi il divertimento un tempo sostanziato nella schedina del Tototalcio, la domenica pomeriggio con tutte le gare alla stessa ora. Oggi, quella schedina del Totocalcio, che ti risolveva la vita, come suggeriva Fabrizi a Totò ne “I Tartassati” (“…un sistema ci sarebbe: tre fisse e dieci multiple”), non esiste più: cancellato. Dunque, Luigi Garlando. Giornalista e scrittore, centinaia di articoli e analisi delle gare della Nazionale azzurra e di punta di Champion’s e Campionato di serie A, trenta libri dati alle stampe.

 

Ultimo della serie, appena ristampato, “L’amore ai tempi di Pablito”. Un tributo a un grande del calcio, Paolo Rossi, nel quale l’autore racconta la vittoria degli azzurri ai Mondiali di calcio del 1982.

«Il motivo della ristampa: la scomparsa prematura di Paolo Rossi, per ricordare la figura, splendida, di un campione e i “ragazzi” che circa quarant’anni fa compirono quell’impresa».

 

Il tuo sentimento alla scomparsa di Pablito.

«Di grande dolore. Spesso ci siamo trovati in viaggio, lui in veste di commentatore della Nazionale: chiacchieravamo di calcio e altro, una persona deliziosa. Quel Mondiale credo debba essere ricordato in questa forma letteraria, con il codice del romanzo, un romanzo d’amore; in mezzo, la scommessa assurda, irrazionale, che fece l’allora allenatore della Nazionale, Enzo Bearzot, proprio su Rossi: non porti con te un giocatore che ha fatto tre partite e un solo gol nell’ultima stagione e lasci a casa il capocannoniere del campionato, Roberto Pruzzo. Non era mai successo e mai succederà: quella scommessa d’amore di Bearzot, fu poi ricambiata da Pablito che segnò sei gol regalandoci la Coppa del Mondo».GARLANDO 02 - 1Avevi vent’anni all’epoca, che ricordo hai?

«I vent’anni, l’entusiasmo e la spensieratezza dell’età, che coincidono con un Mondiale vinto è il massimo: lo seguivo in tv, da casa mia, ricordo in particolare il lunedì al Sarrià di Barcellona, Italia-Brasile 3-2; i “miei” avevano un negozio di generi alimentari e liquori, quel giorno andarono a fare la spesa nei magazzini all’ingrosso per rifornire l’attività; avrei dovuto aprire il negozio alle quattro del pomeriggio, ma non ebbi il coraggio di lasciare gli azzurri da soli: mi godetti la storica tripletta di Paolo Rossi, una delle più grandi emozioni calcistiche della mia vita. Quando tornarono dal loro giro di commissioni, papà e mamma trovarono una fila di persone imbufalite: papà, più comprensivo, capì che tenere chiuso il negozio per quella partita poteva starci, in realtà era stata la vera finale di quel Mondiale…».

 

Cosa è cambiato nel calcio in questi ultimi quarant’anni?

«Difficile farlo in breve. Intanto è cambiata l’immagine del calciatore, anche fisicamente: una volta i ragazzi avevano facce e fisici normali, Rossi stesso era gracile; per scrivere questo libro ho rifatto il viaggio dell’82: sono andato a dormire negli alberghi di Vigo e Madrid, dove alloggiarono gli azzurri dalla prima fase a gironi alla finale; un albergo del porto nella capitale spagnola, piccolo, dove normalmente alloggiano i rappresentanti in viaggio; impensabile oggi che una Nazionale prenoti un alberghetto del genere. Era un calcio moderno rispetto al passato, ma ancora a misura d’uomo, non ancora staccato dalla gente; anche per i giornalisti c’era occasione di avere un rapporto diretto con i giocatori, mentre oggi quel mondo è finito».

 

A proposito, calciatori e stampa al tempo dei social?

«Oggi i social filtrano i rapporti, i calciatori hanno un social-manager che gli cura la comunicazione, apparentemente un modo per stare vicino alla gente quando in realtà questa modalità tiene i tifosi a distanza. Non c’è più quel rapporto che il giornalista riusciva a trasmettere al lettore, al pubblico, guardando il calciatore in faccia, parlandogli di persona. E’ tutto più mediatico, più freddo e, dunque, costruito: hanno avuto la meglio strategie di comunicazione e marketing; una volta, nei bianco e nero televisivi, assistevamo a divertenti tavolate con un bel fiasco di vino fra Gianni Brera e Nereo Rocco; oggi, cose simili, non ci sono più…».

 

Un segnale, sintesi fra il calcio di ieri e oggi.

«Ieri si cercava l’autografo, oggi si cerca il selfie da postare sempre su questi “benedetti” social. Questa modalità, per giunta, è come se ti autorizzasse ad aggredire il campione per farti una foto, manifestando una confidenza esagerata, talvolta invadente; una volta avvicinare un foglio di carta a un campione per un autografo era qualcosa di rispettoso, quasi imbarazzante, ingenuo, ma sicuramente più bello».GARLANDO 03 - 1La scrittura del cronista sportivo, com’è cambiata rispetto al passato?

«Devi quasi rinunciare alla cronaca, dare per scontato che chi avrà il giornale fra le mani il giorno dopo sa già cosa è successo, ha visto in tv, sul tablet e sul cellulare mille volte le azioni della gara a cui è interessato; dunque a chi fa questo lavoro tocca andare in profondità, non dire cosa è successo, ma perché è successo: il grande salto è quello; il nostro compito è dare un motivo al lettore perché acquisti il giornale. Perché trovi una spiegazione più profonda, tattica, psicologica, in buona sostanza qualcosa di più rispetto a quello che ha visto il giorno prima: divertire con il racconto. Ricordo, da ragazzino, andavo a cercare il racconto di Brera: leggevo qualcosa di diverso rispetto a quello che avevo visto; così con Gianni Mura, affascinato nel leggere le sue cronache da inviato ai Tour de France…».

 

Un calciatore, un tecnico, un presidente con cui hai avuto un confronto in qualche modo chiarificatore a seguito di un tuo articolo, un voto in pagella?

«Diciamo che il confronto è nella normalità, tutto resta confinato nella dialettica, non è un grosso problema. Forse le critiche che mossi all’Inter del dopo-triplete: per come era stata gestita la ricostruzione, o meglio la “non ricostruzione”, la riconferma forse esagerata dei campioni di quell’impresa, una riconoscenza umanamente legittima. Moratti non gradì molto…».

 

Fra la trentina di titoli, uno degli ultimi libri, “Va all’inferno, Dante!”. A cosa è dovuta questa passione, considerando che collezioni la “Divina commedia” in tutte le lingue?

«Risale all’università, due anni di corso in cui mi sono dedicato e appassionato a Dante; credo, poi, ci sia un’affinità di spirito, nel mio mestiere nelle analisi di fine gara amo sottolineare il lato epico, è la mia indole: mandare all’inferno o in paradiso i protagonisti di quell’epica cui ho appena assistito mi trova in perfetta sintonia con il Poeta…».

 

Dante sollecita una domanda. Invece della lavagna con buoni e cattivi, proviamo a fare tre nomi secchi del nostro calcio candidandoli, sorridendo, fra paradiso, purgatorio e inferno.

«Mantenendoci nell’attualità, paradiso a Ilicic dell’Atalanta: la sua è una storia bellissima, ha incarnato la sofferenza della sua città, Bergamo, come se quel dolore lui lo avesse sconfitto uscendo dalla sua “selva oscura” per giocare la sua ultima partita (Benevento-Atalanta, ndc) da paradiso…

Purgatorio, Pirlo, tecnico della Juventus. Arrivato a sedere sulla panchina della Signora senza aver fatto gavetta, che considero purgatorio: le anime devono stare lì prima di andare in paradiso; Andrea, grande giocatore, penso abbia bisogno di tempo, fiducia, qualcosa di buono l’ha fatto già vedere, lo lasciamo un po’ lì a galleggiare, non chiamiamolo ancora “maestro”, poi vedremo se da allenatore guadagnerà in termini di valore quello che da calciatore ha ampiamente meritato…».GARLANDO 04 - 1All’inferno?

«Mi duole, ma anche per motivi di affetto dico Mario Balotelli. Per avere sperperato il suo talento e non per le cose che fa fuori dal campo, liberissimo di farle; non aver mai avuto l’ambizione di valorizzare fino in fondo il suo talento, credo sia imperdonabile: ecco, questo spreco credo che, metaforicamente, meriti l’inferno. Una volta Adriano Galliani, ex amministratore delegato del Milan, disse che fra le prime dieci cose che ama Balotelli non c’è il calcio: credo non ci sia fotografia migliore. Mario, purtroppo, ha usato il calcio come fosse un bancomat, per spendere un milione di euro all’anno per i suoi divertimenti; avesse avuto la testa di Pippo Inzaghi, l’ambizione feroce di diventare Pallone d’oro, oggi avremmo ancora un gran centravanti».

 

Un breve giudizio sulle principali squadre del calcio italiano, Milan, Inter e Juventus.

«Il Milan è il Diavolo in paradiso, nel senso che ha azzeccato tutto: un allenatore con un progetto tattico eccezionale, una squadra riconoscibile per come gioca, i giovani e i “nuovi” che si sono inseriti in fretta; una società che ha sconfessato se stessa, dando dimostrazione di buon senso, cambiando idea e rinunciando a un nuovo tecnico, Ragnick, confermando Pioli: non è così semplice; Maldini sta facendo benissimo, sta andando tutto bene, con questo non voglio dire che vincerà lo scudetto, ma ha un entusiasmo che altre società non hanno.

L’Inter è deludente, non solo per i risultati e per essere uscita da due competizioni in un colpo solo, Champion’s ed Europa League; è stato un fallimento anche dal punto di vista economico, in un momento in cui la società sta avendo problemi di liquidità quei diritti televisivi milionari le avrebbero fatto comodo; deludente anche sul piano del gioco, fa fatica nel crescere, non le è riuscito l’innesto di Eriksen che avrebbe potuto dare qualcosa in più; consola la posizione in classifica trovandosi ancora in alto, però credo fosse legittimo aspettarsi qualcosa di più.

La Juventus è come il Pirlo di cui si diceva. E’ purgatorio, quest’anno per la prima volta ha vinto tre partite consecutive, ma non ha risolto tutti i problemi. A centrocampo concede ancora troppo agli avversari, gli equilibri non sono ancora a posto, dipende ancora troppo da Cristiano Ronaldo, anche lui in calo: quando non gira lui i bianconeri hanno sempre bisogno di un eroe. Nel Milan, uscito Ibrahimovic non se n’è accorto nessuno. La Juventus è ancora una squadra di individualità e le manca il gioco».

 

Per finire, quanto mancano piazze storiche come Taranto, Lecce, Brindisi, Bari, Foggia? Quanto manca la Puglia a chi scrive di sport?

«Tanto, egoisticamente anche per ragioni turistiche. Manca la Puglia, il Sud in genere, la Sicilia, per dire: una trasferta al Sud è sempre piacevole, però al di là del discorso egoistico personale, al calcio da copertina manca la passionalità, il calore del pubblico del Sud. Sento parlare da tempo di un progetto di un supercampionato europeo, una sorta di superchampions: al solo pensiero che questo tagli fuori la provincia italiana, inorridisco: il campionato deve restare quello dei campanili, coprire il più possibile tutta la Penisola; un torneo rappresentato più o meno da tutte le regioni per me resta il campionato ideale. Già vedere gli stadi vuoti è un incubo, ogni volta che assisto a una partita è una sofferenza. Spero si riesca presto a ritrovare questa cornice, che poi è la migliore che il calcio possa regalare a se stesso».

Trentamila saturimetri gratis

Da lunedì 11 gennaio, lo distribuiranno milleduecento farmacie

Cosa sono e come funzionano questi minuscoli strumenti per combattere il Covid-19. Assegnati ai nuclei familiari con un membro affetto da patologie respiratorie. Insieme, Società italiana di pneumologia e Federfarma.

 

A partire da lunedì 11 gennaio, trentamila “saturimetri” saranno distribuiti gratuitamente nelle farmacie ai nuclei familiari al cui interno vi sia un membro affetto da patologie respiratorie. Lo ha annunciato all’agenzia giornalistica Ansa, Luca Richeldi, presidente della Società italiana di pneumologia e componente del Comitato tecnico scientifico (Cts). L’iniziativa è realizzata in collaborazione con Federfarma e coinvolge 1.200 farmacie in tutta Italia. L’obiettivo è anche di prevenire le complicanze gravi legate a Covid-19, particolarmente pericolose per pazienti, si diceva, affetti da problemi respiratori.

 

COS’E’ E COME FUNZIONA

Il “saturimetro” è uno strumento molto semplice da usare. Questo particolare aggeggio di minuscole dimensioni permette di valutare la saturazione di ossigeno dell’emoglobina presente nel sangue arterioso periferico (definita “SpO2”) e, contemporaneamente, consente di misurare la frequenza cardiaca del soggetto. Detto anche pulsiossimetro o ossimetro, consente in pratica di misurare e monitorare il grado di saturazione di ossigeno nel sangue anche stando a casa.

Il “saturimetro” è un dispositivo che dispone di uno schermo LED e, una volta acceso, basta inserire il dito nello strumento: il led illuminerà la parte centrale dell’unghia e dopo qualche secondo viene letta e indicata la saturazione di ossigeno e la frequenza cardiaca.

Il principio di funzionamento su cui si basa il “saturimetro” è quello della spettrofotometria. Proprio la saturazione di ossigeno nel sangue è un indice ematico che permette di stabilire il grado di funzionalità respiratoria dell’individuo.

 

SATURAZIONE E VACCINI (SECONDA DOSE)

Quanto ai valori della saturazione, quando questi sono superiori al 95% sono da considerarsi normali. Se il paziente presenta valori inferiori al 95%, si è in presenza di una condizione di ipossiemia. La situazione è definita grave quando i valori sono uguali o inferiori all’85%. In questo caso bisogna avvertire il medico. L’uso del saturimetro, nel caso di pazienti con Covid-19, è fondamentale per valutare la funzionalità respiratoria, il cui peggioramento può legarsi a gravi complicanze dell’infezione da SasrCov2.

«In Italia resta, al momento, l’indicazione di effettuare la seconda dose, ovvero il richiamo, del vaccino Pfizer-BioNTech dopo 21 giorni dall’inoculazione della prima. Ciò sulla base delle attuali indicazioni dell’Agenzia italiana del farmaco Aifa e degli studi disponibili», ha concluso Richeldi, parlando di vaccini.

Madre ritrova il figlio

La loro “odissea” si è conclusa con un abbraccio, dopo otto mesi di lontananza e le peripezie legata a una traversata del Mediterraneo con il sogno di un futuro diverso. Protagonisti della vicenda una madre e il figlio di cinque anni, divisi nei momenti del viaggio e infine ricongiunti a Reggio Emilia, dopo mesi, grazie anche alla tenacia di una ragazza che aveva promesso alla donna di prendersi cura di lui finché i due non si fossero ricongiunti.

(TgCom24)

Se la paura fa novanta…

Fobie e timori inspiegabili

L’avversione ne trovarsi in uno spazio chiuso, la presenza di animali anche se innocui (cani, gatti). Secondo studiosi, reazioni causate da un’attivazione anomala di una piccola fondamentale struttura dei circuiti cerebrali. Si chiama amigdala, gestisce stimoli percettivi visivi sia auditivi che attiverebbero inconsapevolmente segnali di pericolo.

 

«A che piano abita, undicesimo? Non se ne parla nemmeno, i piani alti mi provocano uno stato di agitazione!». E poi, «L’ascensore non la prendo mai, gli spazi chiusi mi provocano ansia!». Per contro, «In strada, cammino incollato ai muri, gli spazi aperti mi provocano capogiro…». E’ l’essere umano, il più delle volte coraggioso anziché spavaldo, altre volte pauroso. E non c’è distinguo fra chi ha un fisico da campione e uno che un peso, in palestra, lo porterebbe a spasso solo con un carrello. Gli uomini sono così, capaci di affrontare   grandi rischi e facili a spaventarsi, spesso senza un motivo. Vogliamo aggiungerci “apparente”?

Attenzione, non è insita in ogni essere umano. Ma esiste una forma che ha del patologico e si accentua partendo dalla normale e ragionevole paura. Si chiama fobia, cioè avversione. Come può esserle quella a ragni, cani, gatti, ascensore, altitudine o aereo. Forme associate al termine fobia, il più delle volte sono disturbi a sé stanti: la fobia sociale (disturbo d’ansia sociale) o l’agorafobia (paura degli spazi aperti), riferita in realtà all’evitare situazioni nelle quali si teme che possa scatenarsi un attacco di panico e non si possa essere soccorsi.

Esistono, poi, fobie più specifiche, comuni e riguardano l’esposizione a certi animali, ai temporali, ai luoghi elevati, all’acqua, alla vista del sangue, la paura di prendere l’aereo, di soffocare, delle iniezioni, del dentista. Praticamente ogni fobia ha un nome, il più famoso è forse quello della claustrofobia, la paura cioè degli spazi confinati.

 

ALLARME, DISGUSTO…

Sempre a proposito di fobie, tanto per capirsi. A volte basta pensare all’oggetto temuto o sentirne pronunciare il nome per provare un senso di allarme o di disgusto. Di fobie specifiche soffre almeno il 10% della popolazione. Secondo gli studiosi, in maggior parte donne, anche se alcuni studiosi hanno sollevato più di un dubbio su questa teoria.

Stando a uno studio realizzato da una equipe medica di specialisti portoghese, questa differenza potrebbe essere in parte spiegata dal fatto che gli uomini hanno una certa riluttanza a mostrare paure e debolezze rispetto alle donne. Un uomo può prestarsi a rincorrere e allontanare un topo o un serpente anche quando in realtà ne è terrorizzato, ma il più delle volte è a causa del condizionamento culturale che lo vuole coraggioso.

Fobie specifiche. Sono influenzate dalla complessa interazione di fattori biologici, psicologici, sociali e ambientali. Le fobie specifiche tendono ad aggregarsi all’interno delle famiglie. I parenti di primo grado di chi soffre di una fobia hanno un rischio aumentato di soffrirne fino al 31% per cento invece del 10%. Comunque, la specifica fobia trasmessa è tipicamente diversa, anche se spesso dello stesso tipo: un genitore, per esempio, può avere la fobia dei cani, il figlio può avere quella dei serpenti. Le prove della trasmissibilità genetica indicano che il rischio può variare a seconda del tipo di fobia e sembra più elevato per la fobia di sangue e iniezioni.

Studi realizzati con la risonanza magnetica funzionale hanno consentito di scoprire che le fobie potrebbero essere correlate a un’anomala attivazione dell’amigdala, piccola fondamentale struttura dei circuiti cerebrali destinati a gestire gli stimoli percettivi sia visivi sia auditivi che possono veicolare segnali di pericolo. In particolare sono stati studiati soggetti con fobia dei ragni, esposti con o senza preavviso a questi piccoli animali: nel primo caso si è avuta un’attivazione dell’amigdala, mentre nel secondo caso si sono attivate altre strutture cerebrali, tra cui la corteccia cingolata anteriore, importante per il controllo degli impulsi e delle emozioni. La corteccia cerebrale prefrontale, deputata al controllo cognitivo superiore, in questi casi risulta invece disattivata, e quindi sembrano prevalere comportamenti più primordiali, di lotta o fuga.

 

STUDIO ITALIANO, CONCLUSIONI DIVERSE

Una analisi realizzata da ricercatori italiani è giunta a conclusioni un po’ diverse. Lo sviluppo delle fobie non dipenderebbe solo da fattori neurobiologici. Per esempio, chi tende a essere disgustato facilmente è più esposto al rischio di sviluppare la fobia degli insetti, che un po’ in tutti generano un senso innato di repulsione.

Lo stesso dicasi per la tendenza a vedere ovunque pericoli, dunque manifestando una predisposizione all’ansia, che faciliterebbe lo sviluppo di fobie. Si sa anche che chi ha avuto un’esperienza personale negativa ne può trarre motivo per farne seguire una fobia. Come accade a chi è stato una volta morso da un cane o ha avuto un incidente d’auto: una parte di queste persone da quel momento può sviluppare una fobia dei cani o del viaggiare in auto. In chi è particolarmente predisposto, il fenomeno può verificarsi anche soltanto per aver sentito racconti di tali avvenimenti o essere stato esposto a notizie riportate dai media.

C’è chi soffre di una fobia specifica e ne è solitamente del tutto consapevole, eppure non sempre cerca aiuto per tentare di superarla. È, infatti, più facile che provi a mettere in atto delle strategie di comportamento che aiutano a conviverci se la fobia è molto specifica. Ad esempio: chi ha la fobia dei ragni eviterà di inoltrarsi troppo nell’ambiente naturale e tenderà a tenere le finestre sempre chiuse, chi teme di volare eviterà di prendere aerei, chi teme i cani girerà al largo quando li vede. Strategie spesso sufficienti, quando però il problema si fa molto penalizzante è inevitabile ricorrere a una delle diverse cure disponibili. E come in qualsiasi cura, conta molto l’applicazione, la determinazione, l’impegno che siamo pronti a metterci per provare ad uscirne fuori. Sono patologie, dunque ramo di una scienza medica impegnata a scoprire una causa all’origine  e alla natura della malattia. Il confronto degli studi ha portato a compiere passi in avanti, ma molti dei misteri provocati dalla mente umana continuano ad essere oggetto di discussioni e dibattiti da parte degli studiosi.

«Italia, a tutti costi!»

Khalid, marocchino, i sacrifici, il lieto fine 

«Nel mio Paese stavo male, famiglia numerosa, non mangiavamo tutti i giorni», racconta. Trentatré anni, musulmano, disposto a qualsiasi soluzione. «Partito con un mio amico, la fuga sotto un bus per centinaia di chilometri. Clandestino, dalla Grecia all’Albania, sfuggito a bande, finalmente il vostro Paese, i campi, un lavoro e gli esami di italiano, per chiedere cittadinanza e puntare a un lavoro stabile, fra uno o cinque anni, che importa…»

«Non è stato subito benessere, ho dovuto fare sacrifici enormi, ma alla fine essermi realizzato con un lavoro dignitoso e un contratto di lavoro, per me è stato come coronare un sogno». Khalid, trentatré anni, marocchino di Rabat, fede musulmana, un viaggio tutto da raccontare, con la paura nella testa e in tasca un centinaio di euro raccolti qui e là. Poca roba, ma restare nel suo Paese, il Marocco, non era più consigliabile. «Miei connazionali, in patria, conducono una vita decorosa, sia chiaro, ma altri, tanti altri come me, vivono male, fra molti stenti tanto che “sacrificio” è una parola che non passa mai di moda; lo dicono tutti, i miei concittadini per primi, come se si dessero speranza, e i politici, che fanno il loro mestiere: ogni anno è l’anno buono, quello del riscatto, del primo passo verso il benessere, invece…».

Ma Khaled ha una vita sola, per più di vent’anni ha vissuto fra enormi sacrifici. «Non sapevo nemmeno cosa fosse mangiare una volta al giorno, e non è che mio padre non provasse a lavorare, ma le soddisfazioni economiche erano pochissime;la  famiglia numerosa, l’assenza di una figura materna, perché mamma era morta che non avevo nemmeno dieci anni, ci aveva messo di fronte una scelta dolorosa: tentare la fortuna, partire per un Paese che potesse accogliermi, oppure proseguire con una vita avara, sempre più amara…».

Partire per l’Italia, per esempio. «E’ stato sempre il mio primo obiettivo; ogni tanto incontravo connazionali di ritorno dal vostro Paese, gente che lavorava in Italia e tornava per fare visita ai familiari rimasti in Marocco: non so fino a che punto se la passassero bene, ma molti di questi avevano un bell’aspetto, disteso, vestivano bene, avevano l’auto: sembravano americani, avete presente l’ostentare il benessere a tutti i costi?».

AUTO E DANARO, CHE INVIDIA!

America a parte, mostrare che la vita ha riservato una svolta in un altro Paese, è malattia di tutti, non solo dei marocchini “di ritorno”. E’ abitudine insita nell’uomo. «Anche io – confessa Khaled – qualche volta ho avuto questa sensazione, ma volevo pensare in maniera positiva, coltivare quella speranza – che il Cielo mi perdoni – che se ce l’avevano fatta loro, potevo farcela anche io».

Qui comincia l’avventura, diremmo in Italia. «Un centinaio di euro in tasca, la mia unica risorsa: lo so, fa ridere, con cento euro in Italia ti assicuri appena colazione per un mese, così cominciai a consultare un po’ di amici: erano in molti a pensarla come me, ma uno solo di questi, Adil, un coetaneo, assecondò il mio piano, fuggire per l’Italia e giocarci il tutto per tutto, testa o croce, o come si dice qui: “O la va, o la spacca!”».

Non c’era da stare allegri, ma il trentatreenne marocchino, ventotto anni all’epoca, ci provò. «Non è stato facile, il lieto fine era lontano da essere scritto, quello te lo devi creare con fatica e pure in queste cose devi avere una certa dose di fortuna: credo poco a questa, la fortuna, penso che il Cielo abbia già scritto la storia di ognuno di noi, così io e Adil ci facemmo coraggio e partimmo; arrivammo in Grecia, un Paese nel quale certe bande ti picchiano e ti svuotano le tasche, togliendoti denaro e dignità; la polizia fa poco e, in compenso, è molto severa». Come cadere dalla padella alla brace.

«Non stavamo sicuri nemmeno quando trovavamo un buco di casa che insieme ad altri connazionali trovati strada facendo, e altri migranti di altri Paesi, pagavamo con lavoretti saltuari: in campagna o con lavori di muratura e imbianchino; quando qualcuno di noi faceva da guardia all’esterno avvisava che qualcuno si stava avvicinando, malintenzionati, predoni o agenti di polizia, ci davamo alla macchia, raccogliendo quanto potevamo portarci assieme: al ritorno, sul posto, la scena era sempre la stessa: tutto gettato per aria o dato alle fiamme».

VIAGGIO SOTTO UN BUS!

Infine, la decisione. «Dopo un anno vissuto pericolosamente in Grecia da clandestini, io e Adil ci facemmo ancora una volta coraggio e decidemmo di fuggire ancora: non avendo soldi e temendo che ad una biglietteria o una volta su un bus, fossimo segnalati alle autorità locali, pensammo di fare una cosa matta: aggrapparci sotto a un bus e viaggiare in un modo che non mi sento di consigliare; nemmeno oggi che grazie a quel progetto sciagurato ce l’ho fatta; leggerezze che si commettono solo una volta nella vita, aiutati da quel Cielo benedetto».

Cosa dava coraggio a Khaled. «Il fatto che non sapevo dove quel viaggio breve o lungo potesse portarmi: attaccato sotto a quel bus, io e il mio amico viaggiammo per centinaia di chilometri, respirando l’irrespirabile, intossicandoci con il tubo di scappamento e disintossicandoci ogni volta che il mezzo faceva sosta: non potevamo sgranchirci le gambe o fare bisogni, il rischio che ci vedessero e fermassero era troppo alto». Fine del viaggio, Khaled. «Arrivammo in Albania, lì io e Adil trovammo una imbarcazione di fortuna, sbarcammo in Italia. Arrivammo a Napoli, nostri connazionali ci suggerirono di recarci a Foggia, lì cercavano gente che lavorasse nei campi: contratti saltuari, ma denaro vero; io che ero allenato a sacrifici ben più gravi, misi un po’ di soldi da parte».

C’è un lieto fine. «Storia lunga, ma adesso devo fare gli esami di italiano per rinnovare il permesso di soggiorno, lavoro con una certa continuità nei campi, ho grande rispetto per i miei titolari e loro hanno rispetto di me e del mio lavoro: a me e Adil ci hanno preso a benvolere, perché di storiacce e sfruttamenti ne ho sentite anche io… Voglio imparare bene l’italiano, perché il mio prossimo passo è la cittadinanza italiana e un lavoro stabile: fra uno, due, cinque anni, non importa, se c’è da fare ancora qualche sacrificio, non mi tiro indietro, ma voglio restare qua!».

«Vaccinarsi è utile»

Stefano Rossi, direttore generale Asl

«Chi ne discute la validità non merita risposta. Sconfessarne l’importanza della scoperta ci porta in pieno Oscurantismo. Personale ospedaliero, messa in campo la migliore risposta possibile. Con il “San Cataldo”, un ospedale degno del territorio».

Festività sul filo di lana. Rosso, arancio, giallo, nemmeno fossimo ad un incrocio, davanti a un semaforo. C’è di mezzo la pandemia e qualsiasi esempio sulle “zone” cui siamo sottoposti può sembrare fuori luogo, pertanto entriamo subito in argomento con Stefano Rossi, direttore generale dell’Asl di Taranto.

Come sta gestendo in queste settimane i flussi di vaccino in arrivo nella nostra provincia?

«Abbiamo appena ultimato la somministrazione di tremilacinquecento dosi, nonostante un primo indirizzo ministeriale suggerisse di tenerne accantonato un 30% in vista della seconda dose da somministrare; rispetto all’invito del Ministero abbiamo invece insistito sull’utilizzo di tutte quelle pervenuteci, riservandoci di accantonare la percentuale richiesta alla fornitura successiva, giunta in serata e in via di scongelamento».

A meno di un anno dal diffondersi del Covid, che voto sente di assegnare all’organizzazione sanitaria locale da lei presieduta?

«Sono sincero, si poteva fare sicuramente meglio. Aggiungo, però, che tutti i tarantini che necessitavano di cure sono stati assistiti; per dirla tutta, abbiamo ospitato nelle nostre strutture ospedaliere anche cittadini provenienti dalle province di Bari e Foggia, segno che l’organizzazione sanitaria ha retto bene all’urto. Poi, come detto, si poteva fare meglio, ma rispetto a quanto registrato altrove, non credo ci si possa lamentare».

Anziani ospiti di istituti di ricovero, personale sanitario, forze dell’ordine, insegnanti e farmacisti, fra le prime categorie ad essere sottoposte a vaccinazione. Direttore, possiamo dire, senza tema di smentita, che la vaccinazione del personale sanitario è un obbligo deontologico ed etico, prima che un obbligo di legge?

«Sicuramente. La vaccinazione, in generale, è il primo passo al quale è necessario sottoporsi, costa poco ed ha un importante ritorno in tema di salute; lo abbiamo sostenuto ogni anno nel promuovere la campagna vaccinale influenzale e, oggi, lo sosteniamo con maggiore decisione davanti a questo terribile virus: chi nega validità e utilità del vaccino, dunque negazionista a prescindere, non merita risposta».STEFANO ROSSI 02 - 1 OCCASIONE IMPORTANTE

Possiamo dire quanto sia importante che i cittadini si sottopongano a vaccinazione?

«Per il ruolo di responsabilità che rivesto frequento gli ospedali: ho toccato con mano la gravità di quanto provocato dalla pandemia; ancora oggi, a distanza di circa un anno, non conosciamo del tutto questo virus: fior di specialisti non comprendono come mai questa malattia, quando prende un certo abbrivio purtroppo conduce a un esito che noi tutti vorremmo scongiurare. Sono piccole considerazioni che dovrebbero indurci a cogliere le opportunità che la Medicina oggi ci offre; l’invito ai cittadini: distanziamento sociale, mascherine, lavaggio delle mani dovrebbero essere il nostro pane quotidiano, anche se, come abbiamo visto, queste attenzioni non sono sufficienti; ecco, pertanto, l’invito al vaccino, strumento importante che la scienza ha messo a nostra disposizione per debellare il virus; ciò detto, ci auguriamo che un vaccino di più facile somministrazione venga messo in commercio per accelerare le operazioni di ripresa: sconfessare l’utilità della vaccinazione credo ci porti in pieno Oscurantismo».

Cosa non abbiamo ancora fatto per imboccare con maggiore decisione l’uscita da questo tunnel?

«Non siamo riusciti ad organizzare una struttura residenziale per chi, non essendo malato, non aveva la possibilità di rispettare il distanziamento nelle mura domestiche, soprattutto in questa seconda fase in cui il virus si è diffuso in ambiente familiare: una pecca organizzativa di cui mi assumo la responsabilità; per contro, non dovrei dirlo io, col poco che avevamo in termini di risorse umane abbiamo messo in campo la migliore risposta possibile. Per onestà intellettuale aggiungo che, nella prima fase della seconda ondata, abbiamo registrato il sovraffollamento del “Moscati” prima che attivassimo “posti-letto Covid” a Manduria, Castellaneta, Grottaglie, Martina e così via: siamo stati disorientati dalla prima fase in cui oggettivamente Taranto aveva risposto benissimo».

Provi a spiazzarci. Ha spesso ringraziato la squadra, personale medico e paramedico per intenderci. Dovesse spendere un ringraziamento particolare?

«Premierei la figura dell’operatore socio-sanitario, l’ausiliario, chi si è occupato della sanificazione dei reparti, delle strutture sanitarie; non saranno forse considerati “top player”, ma anche i fuoriclasse necessitano di quanti “fanno legna”; in piena pandemia è un ruolo fondamentale: sanificare le ambulanze, i semplici passaggi della barella, sarà pure un lavoro oscuro, ma è sicuramente strategico».STEFANO ROSSI 06 - 1 PANDEMIA, UNA SCIAGURA

Sciagura senza precedenti. Quanto provocato dal Covid lo sappiamo, ma cosa ci ha insegnato il dolore?

«Ci ha riportato con i piedi per terra, l’uomo rispetto alla natura è poca roba: spesso riteniamo di essere imbattibili, quando in realtà rappresentiamo qualcosa di infinitamente piccolo rispetto all’universo; l’uomo è un animale sociale, ma il confinamento ci ha ricondotto all’essenziale, ai valori umani, a riscoprire il calore familiare».

Prima pietra per l’Ospedale San Cataldo, svolta epocale per il territorio. Cosa significherà avere una struttura ricettiva così importante per un territorio come il nostro?

«Il “SS. Annunziata”, per concezione, avvitato in un centro urbano, pochi posti-letto, discipline che compongono il presidio centrale ma dislocate dal “Moscati” al “San Marco” Grottaglie, non ha una funzionalità ospedaliera degna di questo nome. Oggi guardiamo al prossimo futuro con il “San Cataldo”, un ospedale degno del territorio, che riempiremo di contenuti, dall’impegno alla professionalità, quanto oggi fa la differenza».

L’ultimo tema sul quale si è confrontato con Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia,?

«Le vaccinazioni, questo il tema del giorno. Ci confrontiamo in chat con presidente e direttore generale con i quali veicoliamo attività importanti da svolgere perché insieme possano favorire una ripresa economica. Nonostante, però, abbia assegnato la delega assessorile a Pierluigi Lopalco, Emiliano è sempre presente in tema di Sanità».

«Salviamo Totò!»

Appello di Renzo Arbore al Comune di Napoli

In un’intervista il popolare anchorman riprende un’idea a lui cara. Acquistare casa del Principe, artista che ha dato lustro alla città. E poi, un pensiero al grande Roberto Murolo, cantante, autore, chitarrista. «Il sindaco Luigi de Magistris aveva detto che se ne sarebbe interessato..»

Totò e Roberto Murolo, due icone dello spettacolo ricorrono spesso insieme in questi giorni. Prima sulle pagine del Mattino, a seguire sul web, i due artisti napoletani vengono segnalati da Renzo Arbore, in una bella intervista di Maria Chiara Ausilio, al Comune di Napoli. Perché “faccia qualcosa”. Totò è “cosa” di tutti gli italiani, se non altro perché ha fatto ridere intere generazioni, tanto da metterle di buonumore anche oggi, con rassegne, titoli sempre attuali e battute mai volgari (avete provato a vedere “Natale su Marte”, quante parolacce dice Christian De Sica durante tutto il film…).

Non solo bisogna salvare la casa di Totò, indica Il Mattino. E senza dimenticare la realizzazione di un museo di cui si parla invano da più di vent’anni (ma anche quella dove visse Roberto Murolo, nel cuore del Vomero). La proposta è di Renzo Arbore, il “bravo presentatore” impegnato in un nuovo programma sulla sua channel tv. Dalle pagine del quotidiano napoletano rilancia con forza l’idea di trasformare i due piccoli appartamenti, quello del Principe e del cantante, in luoghi da aprire al pubblico e alle visite come fossero monumenti.

 

OMAGGIO ALLA MEMORIA

Un omaggio alla memoria, dunque. «Un omaggio doveroso alla memoria – spiega Arbore – e di grande interesse; l’altra sera in tv ho visto un servizio che mi ha appassionato sulle case di Lucio Dalla: un tuffo nella vita del cantante, un modo per ricordarlo attraverso i luoghi, gli oggetti, il suo mondo, insomma; l’ho trovato straordinario. E allora perché non farlo anche con Totò e Murolo? Il sindaco De Magistris, non ricordo in quale occasione, mi promise di occuparsene ma poi non se n’è fatto più niente».

Secondo Arbore il Comune dovrebbe acquisire le due case, tra l’altro, umilissime. Al netto del profondo valore storico, artistico e affettivo, dal punto di vista economico dovrebbero essere piuttosto accessibili. Poi bisognerebbe procedere a una ristrutturazione per trasformarle in scrigni preziosi da mettere a disposizione di cittadini, turisti e visitatori. L’abitazione dove visse Totò, alla Sanità, è in totale abbandono. Un vero peccato.

 

VACCINO, MI FIDO

«Quella di Roberto Murolo invece l’abbiamo presa in affitto noi della Fondazione a lui dedicata: non facciamo alcuna attività, abbiamo affisso due targhe ricordo all’esterno del fabbricato, tutto qui e ogni tanto una donna va a tenerla un po’ in ordine. È piuttosto malandata ma almeno la salvaguardiamo dal peggio; Murolo è stato un grande cantautore, chitarrista, attore, tra i maggiori protagonisti, insieme con Sergio Bruni e Renato Carosone, della scena musicale napoletana del secondo dopoguerra: insuperabile».

Infine, una domanda sul vaccino, tema che sta a cuore a tutti. «Sono pronto – conclude Arbore – non aspetto altro: sono un grande sostenitore del vaccino e invito tutti ad avere fiducia. Mi fido soprattutto della Food and Drug Administration, l’ente governativo americano che si occupa della regolamentazione dei prodotti farmaceutici. Se anche loro hanno dato l’ok, non c’è da avere paura. Ora voglio tornare a vivere, l’isolamento è durato anche troppo; il mio Capodanno: una grande festa, in collegamento video su “Zoom”: amici, parenti, colleghi…». Ma ora, fra Totò, Murolo e vaccino, torniamo a vivere come un anno fa. Davvero, come dice Arbore, non se ne può più.