«E se venissi al Sud?»

Robert De Niro, dichiara amore al meridione italiano

Origini molisane, la star di Hollywood ha minacciato il presidente Donald Trump: «Non mi sento rappresentato, trasferirmi in Italia, perché no?». Altre stelle del cinema si sono trasferite in Puglia, da Coppola alla Mirren. Mentre la Streep e Depardieu ci pensano. Attratti dalle masserie e da una vita serena, circondati da bellezze mozzafiato e da una gastronomia unica al mondo.  

«La mia famiglia è di Ferrazzano, dalle parti di Campobasso: ho la cittadinanza italiana? Probabilmente dovrò trasferirmi lì». Parole di Robert De Niro. Che parla di Molise, ma sostanzialmente Sud e di trasferirsi, un giorno, in Italia, nel suo Meridione. Magari nel Tacco d’Italia. Bello il Molise, ma “Bob”, protagonista de “Il Padrino”  e “Toro scatenato”, film che gli valsero un meritatissimo Oscar. Riconoscimento che gli avremmo volentieri assegnato  anche per “Taxi driver”, “Il cacciatore”, “Risvegli”, “New York New York”, “Re per una notte” e via di questo passo, forse per non sentirsi solo, una puntatina da queste parti la farebbe volentieri. Intanto perché in Puglia, sono molte le star americane venute ad abitare, a trascorrere le vacanze, addirittura venute a sposarsi. La Puglia è la star delle star, amatissima quanto la Basilicata.

A cominciare è stata Helen Mirren, attrice inglese, premio Oscar per “The Queen”. Insieme al marito, il regista Taylor Hackford, ha preso casa a Tiggiano, provincia di Lecce, restaurando una masseria cinquecentesca.

Gli occhi sul Salento, Lecce, Taranto e Brindisi, sono in tanti ad averli messi. Nel Leccese il regista italo-americano Francis Ford Coppola, prima ha rivitalizzato il paese di nonno Agostino, la lucana Bernalda, con l’acquisto di un edificio storico (Palazzo Margherita) trasformato in hotel di lusso dopo le nozze della figlia Sofia, attrice e regista di successo.

STREEP, DEPARDIEU…

Poi, per amore della terra dove ha origini la moglie, ha deciso di acquistare una masseria ad Ugento. Anche Gerard Depardieu conosce la Puglia e per diverso tempo ha provato a comprare un immobile da queste parti. Altre indiscrezioni riguardano anche l’attrice più volte premio Oscar, Meryl Streep. Per non parlare degli italiani, Vasco Rossi su tutti, il rocker che ha trovato la sua pace, come se fosse una personale “farm”, la provincia di Taranto per rigenerarsi un anno dopo l’altro, prima o dopo un tour o un concerto.

Ma torniamo al grande “Bob”, attore, regista e produttore cinematografico statunitense con cittadinanza italiana. Settantasei anni, De Niro è considerato uno dei grandi interpreti del cinema, per aver collaborato con registi e attori del calibro di Scorsese, Coppola e Leone.

Candidato per ben sette volte al Premio Oscar, due le vittorie, si diceva, nel ’75, nel ruolo del giovane Vito Corleone nel film “Il padrino-parte II”, e nell’81 per “Toro scatenato”, per aver interpretato il pugile Jack LaMotta.

Ma torniamo alle origini meridionali di De Niro. La star del cinema mondiale ha radici molisane. Verso la fine del ‘900, una coppia originaria di Ferrazzano, provincia di Campobasso, una cittadina con non più di tremila anime, attraversò l’Atlantico per cercare fortuna negli Stati Uniti: Giovanni Di Niro e Angiolina Mercurio, emigrati oltreoceano alla ricerca di una vita migliore.

“BOB”, GRAND’UFFICIALE! 

Per ciò che riguarda il legame dell’attore con il Sud Italia, si sa che l’attore italoamericano l’ha visitata un paio di volte, a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Nel 2006 la cittadinanza italiana e il passaporto dal sindaco di Roma, Walter Veltroni. E, come se non bastasse, De Niro è iscritto nelle liste elettorali della sua regione d’origine e nominato Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana su “Iniziativa del Presidente della Repubblica”.

Curiosità, il suo rapporto controverso con Donald Trump. Tra i due non corra buon sangue, tanto che De Niro si è rivolto spesso al Presidente degli Stati Uniti con molta schiettezza, rendendo evidente l’antipatia nei suoi confronti. Una volta è arrivato addirittura a dichiarare pubblicamente con orgoglio che «La mia famiglia è di Ferrazzano, dalle parti di Campobasso: ho la cittadinanza italiana, chissà, probabilmente dovrò trasferirmi lì». A buon intenditore, poche parole. Come a dire, che pur di non essere governato da Trump, De Niro avrebbe volentieri preso la strada di casa.

«Quanta violenza»

Dagli Stati Uniti all’Italia, passando dal caso Floyd

George ha rianimato il dibattito sul razzismo. «Succede ovunque, trattati così negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo», spiegano i nostri ragazzi che non smettono un attimo di seguire la vicenda del fratello afroamericano ucciso a Minneapolis. «Se vogliamo che i nostri figli crescano in un Paese all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori, tutti»

«Dobbiamo augurarci un ritorno alla normalità dopo la crisi sanitaria ed economica del Covid-19, ma dobbiamo ricordare che essere trattati in modo diverso a causa del colore della pelle e della razza è tragicamente, dolorosamente ed esasperatamente normale». Una delle tante frasi consegnate a social, blog, siti, organi di stampa. Che la pronunci un giovanotto della città di Minneapolis o un ex presidente degli stati Uniti che bene conosce le difficoltà che hanno ovunque, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, perché no, in Italia, poco importa. George, quarantasei anni ha dovuto rimetterci la pelle perché i riflettori della cronaca tornassero prepotentemente su un problema che viviamo ogni giorno, in Italia. Non solo, anche a Taranto: immigrazione, richieste d’asilo, visto per sei mesi, rinnovabile per altri sei mesi ancora, dopo di che vieni rispedito al mittente. Come accaduto a due ragazzi tunisini, Samir e Rami, sentiti la scorsa settimana. Dopo dieci anni hanno rimesso insieme i soldi per pagarsi un altro viaggio in Italia, sono arrivati al porto di Taranto. E’ qui che vorrebbero restare, ma non sappiamo, alla fine, cosa spetterà loro.

«Trattati in modo diverso a causa del colore della pelle e della razza», dunque. A proposito di George, che poi è George Floyd. Per tutti, ormai, solo tragicamente George. La pensano allo stesso modo anche i nostri ragazzi, scioccati da quanto accaduto nei giorni scorsi Minneapolis.

MALTRATTAMENTI…

«Trattati così, in modo violento, negli Stati Uniti – ci spiegano ragazzi che non smettono un attimo di seguire la vicenda del fratello afroamericano ucciso a Minneapolis – sia che si tratti di del sistema sanitario o del sistema giudiziario o di fare jogging strada, o semplicemente di guardare gli uccelli in un parco; non dovrebbe essere normale nell’America di oggi; non può essere normale: se vogliamo che i nostri figli crescano in un Paese all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori, tutti». Parola di Barack Obama, il primo presidente coloured della storia di un grande e, spesso, controverso Paese.

Pochi sanno come sia andata la storia del povero George. Di certo non compiamo chissà quale scoop se proviamo a raccontarla noi, dopo aver smanettato su internet, youtube e altri social. Ma ci sono frasi dolorose, come un pugno improvviso allo stomaco, taglienti come la lama di un coltello. “Polizia? Venite presto, un tale ci ha rifilato una banconota falsa di venti dollari per comprarsi delle sigarette!”. A nulla servono altre dichiarazioni in qualche modo pettinate dei due commessi di Cup Food. In un secondo momento, strano a dirsi, quasi a scagionare il gesto violento e definitivo di Derek Chauvin, il poliziotto che ha soffocato l’uomo di quarantasei anni. «Era ubriaco, fuori controllo!», dicono i due commessi. O glielo fanno dire, chissà. Sta di fatto che George, per essere fuori controllo, non fa un solo gesto che possa far pensare di essere «fuori di testa».

Fermato sulla trentottesima strada da due pattuglie di agenti di polizia, Floyd era stato trovato nella sua auto, trascinato fuori e ammanettato. Senza che lui ponesse resistenza. Senza accennare la minima reazione. Dunque, che bisogno c’era di fare ricorso a una manovra così violenta per immobilizzarlo. Quanta violenza e quanto disprezzo c’era in quel gesto per la razza nera?

I filmati che testimoniano l’accaduto confermano. Nessuna resistenza da parte di George prima di cadere, essere ancora strattonato e immobilizzato a terra. In un video che ha raccolto immagini girati dalle telecamere e dagli smartphone dei passanti, grafici e telefonate d’emergenza, il popolare quotidiano New York Times ha ricostruito tutta la drammatica sequenza, dall’arresto alla morte del quarantaseienne.

…E DUREZZA

La scena, documentano le immagini, va avanti per minuti, nonostante George implori aiuto e gridi «Non riesco a respirare, mi state uccidendo!». Niente da fare, il poliziotto continua a premergli il ginocchio sul collo. E i passanti che assistono alla scena che dura ben nove minuti, si rivolgono all’agente, gli chiedono di smetterla e di controllargli il polso. Qualcuno urla,  «Guarda, non si muove!». Un altro, ancora: «Gli esce sangue dal naso!». Alla fine il poliziotto si alza. Il corpo di Floyd senza vita viene caricato su una barella. Per lui non c’è più niente da fare.

Alla fine resta un problema di umanità, calpestata, e di limiti all’esercizio della forza da parte di chi agisce indisturbato, convinto che quella divisa gli consenta di essere anche brutale, fuori dalla norma. L’aggravante. E’ proprio la divisa indossata dall’uomo che ha soffocato Floyd. E anche del suo collega, che, mostra il video, resta in piedi, a guardare, senza intervenire per porre fine a quella inaudita, brutale violenza. L’agente Chauvin, già licenziato insieme agli altri tre colleghi che avevano preso parte al brusco e violento fermo di George,  è stato arrestato.

Joe Biden, vicepresidente degli USA, ha risposto accusando Trump di aver incitato alla violenza contro i cittadini statunitensi dopo aver minacciato di schierare i militari a Minneapolis per sedare le violenze. «Non citerò il tweet del presidente – ha scritto su Twitter – non gli darò risalto, ma sta incitando violenza contro i cittadini americani in un momento di dolore per così tanti: sono furioso, e dovreste esserlo anche voi».

«Aiutiamo la ripartenza»

Intervista a Gianni Cataldino, assessore Polizia locale, Turismo e Commercio 

«Dalla parte di commercianti e ambulanti. Primi a rinnovare ai “balneari” concessioni in scadenza. Con la Regione, attività di marketing per rilanciare un territorio offuscato dalla grande industria. Automobilisti tarantini, riprese vecchie abitudini, tornano le sanzioni…»

Taranto e la ripresa. Fra le mille difficoltà che può presentare una ripartenza dopo un inatteso e sciagurato Covid-19 che ha inflitto il colpo di grazia a un territorio già sofferente. Ma proviamo a guardare il bicchiere mezzo pieno, confrontandoci per la rubrica “Con parole mie” con l’assessore comunale Gianni Cataldino, fra le cui deleghe spiccano quelle a Polizia locale, turismo e commercio.

Ripresa delle attività, assessore possiamo già assegnare un voto ai tarantini?

«Non siamo ancora nelle condizioni per farlo. Come nel resto d’Italia, anche Taranto registra una certa fatica nella ripresa. Ciò detto, con l’avvio della Fase 2 si sta tornando a una normalità che però deve fare i conti con il periodo di fermo causato dal lockdown».

Esercizi e attività commerciali hanno ripreso fra incertezze. Che sensazione ha avuto in qualità di amministratore e  cittadino?

«Che ci fossero difficoltà era risaputo. I due mesi di confinamento, purtroppo, hanno messo in ginocchio diverse attività. Non è un caso che l’Amministrazione abbia cercato di agevolare il più possibile la ripresa, nonostante non disponesse di grandi strumenti in campo normativo».

Ambulanti, altro importante tassello del commercio. Il loro ringraziamento per Amministrazione, Assessorato e sindaco, Rinaldo Melucci, per aver accelerato la ripresa dei mercati rionali.

«Con il sindaco Melucci, l’Amministrazione comunale ha cercato di accompagnare dalla Fase 1, quella della rigidità imposta dal lockdown, alla Fase 2, quella della disponibilità alla riapertura, il maggior numero di attività nel rispetto delle norme di sicurezza sanitaria. Mi riferisco ai mercati rionali, da piazza Fadini alla Salinella, passando per piazza Sicilia. La seconda fase, purtroppo, presentava norme stringenti proprio per la categoria degli ambulanti. Nel rispetto delle normative esistenti, abbiamo pertanto adottato criteri che mettessero questi commercianti nella condizione di poter operare, considerando che il loro lavoro dà sostegno a numerose famiglie…».CAtAldino - 1Fra gli impegni, autorizzazioni e sopralluoghi nelle piazze.

«Con gli assessori di altri comuni della provincia ci siamo imbattuti in norme rigorose non sempre compatibili con aree e mercati di cui i nostri ambulanti dispongono. Esistono mercati più facili da controllare nel rispetto del distanziamento sociale, altri più complicati, per spazi e condizioni nelle quali operare: sono stati necessari sopralluoghi per trovare soluzioni che tenessero conto delle esigenze sì dei commercianti, ma anche della gente cui assicurare il rispetto delle norme in tema di “distanziamento”».

Gli automobilisti tarantini dopo due mesi di sosta hanno imparato qualcosa, oppure commettono i soliti peccati? Parcheggi, rispetto per la segnaletica e il lavoro degli agenti di Polizia locale.

«La Fase 2 ha rappresentato per molti automobilisti un senso di liberazione, una sorta di “Finalmente si circola!”. Purtroppo non molto è cambiato, tanto che diversi di questi continuano a non rispettare il codice della strada; gli agenti diretti dal comandante Michele Matichecchia, dopo il lavoro svolto per far rispettare ai cittadini le norme di distanziamento sociale, sono tornati al lavoro nelle strade a sanzionare automobilisti che hanno ripreso le vecchie abitudini: parcheggiare in maniera disinvolta; ci spiace sanzionare, ma pare sia questo l’unico strumento per far comprendere ad alcuni che il codice della strada passa attraverso il senso civico, il rispetto per gli altri: penso alle doppie file che “imbottigliano” automobilisti che hanno l’unica colpa di aver parcheggiato correttamente».

Quali misure adotterà il suo assessorato insieme con l’Amministrazione per incoraggiare il turismo?

«Abbiamo riavviato un confronto serrato con tutte le organizzazioni di categoria, per comprendere esigenze e misure da mettere in campo in fatto di marketing territoriale. La riapertura delle frontiere e il riavvio degli aeroporti, con rotte che poco agevolano la ripresa del turismo nel nostro territorio, ci pone di fronte a un marketing mirato per invogliare quei turisti che vorranno venire a fare visita alla nostra regione. Fra i comuni italiani, siamo stati i primi, se non fra i primi, ad aver assicurato agli operatori il proseguimento delle loro attività nonostante per tutti fosse in scadenza la concessione fino al 2020. Abbiamo così consentito ai privati di investire nel futuro e non pensare che questa fosse la loro ultima stagione. Oggi guardiamo a operatori balneari consapevoli che forse non potranno trarre benefici concreti nel breve termine, ma registreranno benefici sicuramente a partire dalla prossima stagione».

Regione sensibilizzata ad intervenire con un sostegno in termini di promozione?

«Da due, tre anni, la strategia dell’agenzia che si occupa della promozione della Regione Puglia da noi è stata sempre condivisa. Chiediamo, però, una maggiore attenzione per un territorio la cui immagine è stata offuscata dalla presenza della grande industria. E’ su questo che oggi si sta lavorando, passata questa seconda fase i risultati di ripresa torneranno ad essere evidenti».

Un inchino per George

Nella serie A tedesca gli atleti chiedono giustizia

Nella Bundesliga manifestano a favore del povero Floyd con fasce al braccio, genuflessioni e magliette. Altri episodi per ricordare il quarantaseienne afroamericano soffocato a Minneapolis da un poliziotto. Negli Stati Uniti proseguono le proteste. A Washington evacuata la Casa Bianca, a Los Angeles, vetrine in frantumi e negozi saccheggiati. 

Detto che non si placano le proteste negli Stati Uniti per l’uccisione di George Floyd, l’afroamericano di quarantasei anni morto soffocato da una stretta morsa di un agente di polizia durata una decina di minuti, anche altrove ci sono altre manifestazioni per ricordare quanto accaduto a Minneapolis. Ultima, in ordine di tempo, in quanto a clamore, quella di alcuni calciatori delle Bundesliga, la serie A tedesca. Alcuni atleti hanno espresso, ognuno a modo proprio, un pensiero per il povero George: Marcus Thuram, Jadon Sancho e Achraf Hakimi. A questi, alcuni fra i giornali europei più importanti, non solo sportivi, hanno dedicato la prima pagina. Fra questi, l’italiano “Corriere dello sport”, e lo spagnolo “AS”. “Thuram si inginocchia nel nome di George” il primo, “Gol contro il razzismo” il secondo.

La Bundesliga in prima pagina, dunque. Dopo essere stata la prima ad accelerare la ripresa dei giochi post-Covid 19, ecco un altro gesto. Più forte, politico: la protesta per la morte di George Floyd. Sabato il centrocampista americano Weston McKennie (Schalke 04) aveva giocato con una fascia al braccio con la scritta “Giustizia per George”; domenica pomeriggio Marcus Thuram, ventiduenne francese del Borussia Moenchengladbach, figlio del campione del mondo ‘98, Lilian, si è inginocchiato a testa bassa dopo uno dei suoi due gol segnati nella gara vinta contro l’Union Berlin.

Un gesto, quello di Thuram jr, che ha richiamato alla memoria quanto fece un giocatore di football americano, Colin Kaepernick, che quattro anni fa si inginocchiò durante l’inno americano in segno di protesta contro le violenze subite dagli afroamericani. Un gesto che fu poi imitato da altri atleti famosi dei principali sport statunitensi.

La protesta per la morte a Minneapolis di George Floyd, dunque, dilaga nel mondo. Dopo Thuram jr. del Borussia Moenchengladbach, che si è inginocchiato “alla Kaepernick” dopo aver segnato all’Union Berlino, ecco che anche i calciatori dell’altro Borussia, quello di Dortmund , hanno fatto sentire la propria voce. Jadon Sancho e Achraf Hakimi, infatti, dopo aver segnato nella gara vittoriosa contro il Paderborn, hanno mostrato il sottomaglia con la scritta “Giustizia per George Floyd”. Achraf ha fatto anche di più: ha compiuto il gesto delle manette.

MINNEAPOLIS, CALMA APPARENTE

Intanto, l’ordine apparente pare sia tornato a Minneapolis. La polizia locale con tredicimila soldati della Guardia Nazionale è riuscita a riprendere il controllo della città. Ma la tensione è giunta perfino a Washington, con la Casa Bianca sotto assedio, e dilagata a  Los Angeles e Philadelphia.

In molte città sono proseguite le proteste a una settimana dalla morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso dal poliziotto di Minneapolis. Se nel corso della giornata i cortei di massa hanno riempito le piazze in modo pacifico, con l’arrivo dell’oscurità e allo scattare del coprifuoco, ecco lo scatenarsi delle frange più violente.

A Washington, manifestanti sono riusciti a generare un incendio a pochi metri dai cancelli della Casa Bianca, così che il Servizio segreto al seguito del presidente e della sua famiglia, ha dovuto spostare Donald e Melania Trump nel bunker di emergenza sotto la residenza presidenziale. L’evacuazione del presidente e della first lady è durata un’ora, con le fiamme ben visibili dalla sede del potere esecutivo, prima che il Metropolitan Police Department riuscisse a sgomberare Lafayette Square, la piazza di fronte alla Casa Bianca.

Di altro tenore quanto accaduto in una delle zone più chic di Los Angeles. Alle otto di sera locali di Santa Monica, luogo di passeggio e dello shopping delle star, è stata presa d’assalto da bande organizzate con la distruzione di vetrine, saccheggio di negozi di articoli sportivi e abbigliamento.

INTERVIENE LA GUARDIA NAZIONALE

Forze di polizia, stando a quanto raccontato da testimoni, erano state concentrate ai lati di un corteo di protesta che si è svolto in modo pacifico. A breve distanza, però, è cominciato un andirivieni di auto da cui scendevano gruppi che distruggevano vetrine ed entravano nei negozi per impossessarsi di qualsiasi cosa. La razzia, ripresa dalle telecamere, è proseguita e trasmessa in tutti gli Stati Uniti.

Scene simili si sono viste anche a Philadelphia in Pennsylvania, capitale storica degli Stati Uniti prima di Washington: anche questa città-simbolo ha visto negozi presi d’assalto, svuotati da bande di giovani. In altre località alle prese con razzie, come Portland nell’Oregon, le autorità locali hanno dovuto estendere il coprifuoco.

L’attenzione si è allontanata per la prima volta da Minneapolis, il luogo della tragedia che ha dato origine alle proteste. Al sesto giorno di scontri, le autorità del Minnesota hanno finito per avere la meglio. La mobilitazione senza precedenti dei tredicimila soldati della Guardia Nazionale domenica ha invertito i rapporti di forze, e ha permesso alle forze dell’ordine di riprendere il controllo del territorio. L’unico momento di tensione grave si è verificato quando un camionista ha tentato di investire alcuni manifestanti: bloccato dalla folla, pestato, è stato arrestato dalla polizia e piantonato in ospedale.

Ma questa domenica si è chiusa sotto il segno di un nuovo incubo. La grande massa degli americani – non solo di colore – che sta protestando per le violenze della polizia, teme che il senso di questa grande rivolta venga snaturato e deviato. Negli scontri con la polizia si sono distinti i professionisti della guerriglia urbana; dietro di loro è spuntato lo sciacallaggio di chi approfitta del caos per scatenarsi a ripulire i negozi e fuggire col bottino. I danni provocati aggravano una situazione già drammatica: le scene di razzie nei negozi infieriscono su centri urbani che erano vuoti da tre mesi per il lockdown, vetrine sbarrate, esercizi pubblici già sull’orlo del fallimento, un paesaggio di depressione economica che sarà ancora più difficile ricostruire dopo quest’altra ondata di distruzioni.

La città della pizza!

“Posta Mangieri – Murgia e Cucina”, a Corato, fra  Andria e Ruvo di Puglia

Inaugurazione fra un mese. Sarà un’attività bella e accogliente. Perché la nostra regione. Quaranta ettari, con altrettanti trulli per gli ospiti. Un agriturismo e una sala da oltre cento posti. L’idea di Francesco Martucci, numero uno al mondo. Questione di sentimenti, un amore ritrovato e le radici materne e paterne.  

Italia, mandolino, spaghetti e, naturalmente, pizza. E’ il passaporto napoletano, quello che ha fatto della città più bella, più brillante, più fantasiosa e più ospitale del mondo, un affresco dell’italianità. Talvolta coniugata con disprezzo ad altre discipline che non vogliamo neppure menzionare. Ma nulla scalfisce generosità e temperamento di una città seconda a nessuno. Hanno inventato gli spaghetti con la “pummarola ‘ngoppa” e così anche la pizza. Pochi elementi, poco costosi, per produrre sempre qualcosa di nutriente. E alla portata di tutti. Insomma, è il poco dei tanti a fare numero e non il molto di pochi. La pizza, poi, invenzione partenopea, parte da un omaggio alla regina Margherita e alla bandiera italiana: il bianco della pasta stesa e tondeggiante, il rosso del pomodoro, il verde di una foglia di basilico.

Breve introduzione, per dire che la pizza è off-limit per gli altri Paesi. E’ un brand del Sud, per essere più precisi. E se la pizza diventa un grande attrattore per la regione più bella del mondo, la Puglia appunto, va bene lo stesso. Perché questo è. Notizia di questi giorni, anche se al progetto ci stanno lavorando da mesi, come le grandi giostre che sorgono nei grandi spazi richiedono, che la Disneyland della pizza sorgerà proprio in Puglia.

Avete presente Corato? Bene, provate a seguire con Google-map e digitare “Contrada Piede Piccolo”. Facile a trovarsi, confermano quanti vi hanno già fatto un sopralluogo. E’ a metà strada fra Andria e Ruvo di Puglia. E’ qui che sta per aprire quella che, a ragione, si diceva, è stata ribattezzata la “Disneyland” della pizza italiana, tanto da guadagnarsi non solo le prime pagine dei giornali, ma anche, udite udite, una moneta speciale dalla zecca di Stato.

FRANCESCO, NUMBER ONE!

E’ il nuovo progetto del superpizzaiolo Francesco Martucci, noto nei cinque continenti (contende a Franco Pepe il primato di numero uno al mondo). Si è laureato, per capacità e lungimiranza d’impresa, nella pizzeria I Masanielli. La sua storia recente, parte da Caserta per giungere nell’Alta Murgia, in Puglia appunto, con una “Pizza Farm” di quaranta ettari con quaranta trulli per gli ospiti. Si chiama “Posta Mangieri – Murgia e Cucina” e ne fanno parte, tanto per gradire, un agriturismo e una sala da oltre cento posti.

Un’occhiata su Facebook. Cosa dice il diretto interessato, Francesco Martucci. «E’ un’idea che nasce per spirito di libertà», dice. E aggiunge: «Non si costruiscono pizzaioli a tavolino… io ammacco tutti i santi giorni la mia pizza». La scelta della Puglia, viene inoltre spiegato, è legata a diversi motivi: proprio di Corato, provincia di Bari, è l’amore della vita di Martucci, che ha la nonna materna di Cerignola, due passi da Foggia, e la nonna paterna, di Torre Santa Susanna, come dire Brindisi.

Inaugurazione prevista fra poco più di un mese, decreti ministeriali scaturiti dall’emergenza Covid-19 permettendo. In attesa dell’evento epocale, della serie «La pizza più invitante del mondo sbarca in Puglia!», è possibile anticiparne l’assaggio da “I Masanielli” di Caserta, non a caso tra le migliori pizzerie d’Italia.

Conto alla rovescia, dunque, già cominciato. Nel frattempo si prosegue con i lavori per la seconda insegna di Francesco Martucci. L’insegna c’è già, “Posta Mangieri – Murgia e Cucina”, per chiarire subito l’identità di un progetto che si avvita sul patrimonio originario del pizza chef, marcatamente campano, ma attingerà al paniere pugliese, anzi murgiano. Il disegno in progress comprende un agriturismo, esteso su decine di ettari di terreno, con una sala da oltre cento posti. Legittimo domandarsi se basteranno, considerando i numeri che macina la casa-madre.

UNA SCELTA DI CUORE

La Puglia, una scelta dettata dal cuore, si diceva. Ma è proprio qui, nell’area in cui si staglia la mole di Castel del Monte, che Martucci ha scelto di mettere le radici della sua seconda residenza lavorativa. Lontana dal turismo fracassone, dalle rotte vacanziere più frequentate. Come si presenta la location che si perde a vista: altopiano carsico di terra brulla, rocce affioranti e inghiottimenti improvvisi, doline, gravine e acqua che non vedi, perché scorre sottoterra; di ferule, le gigantesse selvatiche dal fusto legnoso che in primavera innervano il paesaggio tingendolo di giallo.

Una masseria in pietra e un trullo sono i primi elementi che introducono al paesaggio che ospiterà una pizzeria come nessuna al mondo, appunto. Un progetto, come ha spiegato lo stesso chef della pizza, che ha preso le mosse da due motivi: il primo, porta un nome di donna, Lilia. Nata a Corato, la città dell’oliva da cui si spreme l’olio di coratina. «Ci siamo conosciuti da ragazzini – racconta romanticamente Francesco – ci siamo perduti per sedici lunghi anni, nemmeno un contatto, buio completo, poi ci siamo ritrovati in Puglia e innamorati come gli adolescenti che eravamo, di noi e di questo posto».

Un luogo che c’entra in pieno con la vis romantica dell’enfant-prodige della pizza italiana, ma anche con il suo temperamento selvaggio. «Ho sempre guardato a Magnus Nilsson come un esempio – prosegue l’imprenditore – un faro, un’ambizione: il coraggio di aprire un ristorante in una foresta, calarmi nella natura selvatica come ha fatto lui. Il Fäviken ha chiuso prima che io potessi prendere posto alla sua mensa. Ma è quel progetto favoloso che ha ispirato il mio. E nelle Murge attingerò la materia prima pazzesca che spero ridia linfa nuova alla mia pizza».

Se tutto filasse come da progetto, fra un mese la Disneyland della pizza aprirà i suoi battenti. Scongiuriamo nel frattempo ulteriori DPCM. Se tutto andrà come tutti auspichiamo, Francesco potrà aprire con tanto di fuochi artificiali il suo sogno di imprenditore. C’è bisogno di una, dieci, cento  “Posta Mangieri” in Puglia per ripartire come la regione più affascinante e più bella del mondo – lo dicono gli americani, non lo scriviamo alla ricerca di effetto – merita. Diciamo che lo stop imprevisto è servito solo per raccogliere le idee e ripartire, come, se non meglio, del «dove eravamo rimasti».

«Vogliamo riprovarci»

Samir e Rami, tunisini, tornati in Italia

Sbarcati in Sicilia, hanno in testa una sola cosa: trovare lavoro. «Eravamo già stati qui, ma senza permesso di lavoro siamo tornati indietro. Vogliamo tentare di farci un futuro, anche a costo di sacrifici. C’è chi ha fatto di tutto, dal meccanico ai lavori di campo, a noi sta bene qualsiasi cosa ci dia dignità…»

«Siamo arrivati in Italia per migliorare la nostra condizione, non in cerca di assistenza». Rami e Samir, tunisini, fra i ragazzi sbarcati nei giorni scorsi sulla costa siciliana, e una settantina arrivati a Taranto, non fanno giri di parole. Parlano un discreto italiano. Forza della tv, i film, internet e i loro compagni che li hanno preceduti. Parlano troppo bene la nostra lingua, però. «Siamo già stati in Italia, anche per più di qualche anno, poi non avendo i documenti a posto, ci hanno rispediti a casa: non c’è stato verso, non abbiamo trovato chi, allora, ci regolarizzasse: adesso speriamo che qualcosa cambi», dicono.

«Se non conosci bene l’italiano – riprendono Rami e Samir – o non hai voglia di impararlo in fetta, meglio lasciar stare: gli italiani sono accoglienti, ma non tollerano vedere ragazzi girare a vuoto per le strade…». Questo, confessano, facendo attenzione a dire e non dire, per evitare di essere fraintesi. Padroni della lingua non lo sono, perciò massima prudenza. Sperano ci sia tempo per imparare meglio la nostra lingua e spiegare questa loro scelta di vita.

«Sappiamo di cosa parliamo – dice Rami – siamo stati sempre in contatto con nostri connazionali e comunque di amici di altri amici, di altri Paesi africani, che in Italia hanno trovato una soluzione, anche non stabile: noi conosciamo la fame, sappiamo di cosa parliamo, i sacrifici non ci spaventano, ci accontentiamo di poco».

«NON RUBIAMO LAVORO»

«Non vogliamo per questo togliere lavoro ai nostri fratelli – chiarisce Samir – significherebbe giocare al ribasso, chiedere meno di compensi già bassi: so che qualcuno se la passa male, conosciamo cosa significhi cercare un aiuto e distinguere fra uno che te lo presta col cuore e un altro che invece vede nella tua disperazione il suo business».

«Non è stato un viaggio facile – prosegue Samir – anzi, è stato molto più complicato di quanto pensassi: è durato tre lunghi giorni; dico lunghi perché quando la traversata in mare la compi già su una imbarcazione di fortuna e trovi un mare agitato, sei partito nella situazione non ideale: allora ti assale la paura, che un’onda possa ribaltarti di notte, puoi essere anche uno bravo a nuotare, ma puoi solo tenerti a galla, è una gara di resistenza; dare bracciate in una direzione o nell’altra, senza avere chiara una meta, perché vedi tutto nero è un dramma nel dramma: non ti resta che pregare, perché le forze ti abbandonano, puoi solo invocare il cielo perché il mattino arrivi nel più breve tempo possibile».

«Cambierebbe poco – riprende Samir – perché se al mattino ti trovi nelle stesse condizioni, la speranza è che qualcuno ti veda, un aereo, un elicottero, una motovedetta, una nave: a noi è andata bene, ad altri un po’ meno: parlo di quanti in questi anni hanno compiuto una traversata con gommoni alla disperata ricerca di una spiaggia su cui sbarcare e sulla quale puntare il proprio futuro…».

«CERCHIAMO UN’OCCASIONE»

Qualcuno di loro, prima tv locali, poi a tv nazionali ha raccontato la loro avventura. «Siamo arrivati in barca, clandestinamente, viaggiato in mare tre notti, siamo partiti da Monastir. C’è chi per il viaggio ha pagato sette milioni di dinari, più o meno 1.500 euro, una cifra enorme per qualsiasi tasca, figurarsi per chi viene da una zona dove si soffre da matti». «Cerchiamo lavoro – hanno dichiarato ai giornalisti due connazionali di Rami e Samir – siamo venuti solo per questo e non per vivere di assistenza: qui c’eravamo già stati, ma le leggi non ci permisero di continuare a lavorare nella clandestinità». Chi ha fatto l’autista, il meccanico, lavorato in un autolavaggio, nella cucina di un ristorante, fatto l’imbianchino. «Non ci perdiamo in chiacchiere – dice Rami – è stata sufficiente una prima esperienza: non eravamo qui a fare la bella vita, lavoravamo, ma un brutto giorno mi fermarono e mi rispedirono in patria: non avevo i documenti, cosa che invece mi auguro di poter chiedere, altrimenti non so più cosa fare…».

«Siamo arrivati in trecento, forse più – riprende – un brutto viaggio: un po’ sono scappati, ma credo fossero terrorizzati, avevano paura che i militari italiani li rispedissero subito sulla prima imbarcazione per la Tunisia: noi, invece, vogliamo lavorare, ci auguriamo ci siano condizioni diverse rispetto all’ultima volta in cui siamo stati in Italia; che ci rilascino un permesso di soggiorno e che nel periodo in cui restiamo in Italia ci possiamo dare da fare a trovare un lavoro, uno dei tanti che sappiamo fare: non ci fermiamo davanti a nulla, purché sia un lavoro pulito…». Decoroso, vorrebbe dire Samir, che ascolta il suo connazionale in silenzio. Lo si capisce dall’espressione. «Che non sia un lavoro che ci riduca in schiavitù – ammette alla fine – che ci faccia vivere con enormi sacrifici: connazionali e nordafricani in passato hanno lavorato per dieci euro piegati sulla schiena nei campi per dieci ore di lavoro al giorno; cerchiamo qualcosa di meglio…». Umano. Non gli viene la parola. Quando gliela suggeriamo, accenna un sorriso. «Ecco, ci accontentiamo di poco: adesso che in Italia c’è il virus, non c’è molta voglia di ascoltarci: speriamo che tutto passi in fretta e che a qualcuno venga voglia di sentire un po’ anche noi, vogliamo lavorare, sentirci utili a un Paese così bello e accogliente…».

«Rialziamoci…»

Michele Mazzarano, consigliere regionale, fra crisi e accoglienza

«Provvedimenti della Regione Puglia per le fasce più deboli. Immigrati, una risorsa per il territorio: l’Europa lo sa. Non alimentiamo sentimenti xenofobi. L’Italia si faccia carico dell’industria siderurgica, Arcelor-Mittal non è più attendibile. Liberiamoci dalla gabbia dell’acciaio e pensiamo alle nostre potenzialità: mare, cultura, agroalimentare, logistica, aerospazio e altro ancora»

Proseguiamo la nostra serie di confronti su temi diversi con politici e rappresentanti del nostro territorio. Temi che ci stanno particolarmente a cuore, che oscillano dal sociale all’accoglienza, dalla crisi economica a un ripartenza che non sia solo quella dell’acciaio che nelle ultime settimane mostra il fiato corto. Per parlare di questi e altri temi, abbiamo invitato il consigliere regionale del PD, Michele Mazzarano. Più volte impegnato nelle commissioni che si sono occupate di servizi, lavoro e formazione professionale, con abbiamo aperto questa conversazione parlando di politiche non solo comunitarie.

Consigliere Mazzarano, si è occupato di politiche comunitarie. Per una volta parliamo anche di quelle extracomunitarie. Qual è il suo punto di vista sul contributo di migliaia di immigrati nei campi di lavoro, e non solo.

«L’invecchiamento anagrafico della società occidentale, pone le classi dirigenti – quelle europee, innanzitutto – nelle condizioni di valorizzare accoglienza e integrazione con l’innesto di forza-lavoro degli immigrati; questo va fatto all’interno di un sistema ben definito: se però insistesse un sentimento di deregulation, assisteremmo a una deprecabile avversione nei confronti degli extracomunitari presenti nel nostro Paese; in queste ore l’Unione europea sta dimostrando di avere – forse per la prima volta nella sua storia recente – un approccio solidale verso chi più di altri hanno subito l’emergenza sanitaria e le conseguenze economico-sociali provocate dalla stessa. Ciò significa che, con politiche unitarie e comunitarie, l’Europa ha scelto di andare in soccorso ai Paesi più “frontalieri” di altri, e l’Italia è un avamposto. Penso al bacino del Mediterraneo, canale di passaggio per migliaia di immigrati; intervenire con piglio solidaristico significa sostanzialmente farsi carico di eventuali rischi, ma anche opportunità che può attivare questo fenomeno. Se gli italiani vedessero che la presa in carico del tema immigrazione fosse comunitario, di sicuro diminuirebbero sentimenti di razzismo e odio che si sono manifestati negli ultimi mesi».l0_tml1617778685697_85615465685_1590516548115603A causa del Covid-19, centoventicinque milioni a fondo perduto per autonomi e professionisti, uno dei provvedimenti adottati dalla Regione per sfidare una crisi di dimensioni inattese.

«L’emergenza sanitaria, economica e sociale, che stiamo attraversando ha colpito in profondità l’economia reale creando una voragine economica senza precedenti dal Dopoguerra ad oggi. Ci sono ceti produttivi, specie i più fragili – operatori economici, commercianti, autonomi con partite Iva – che dopo il colpo subito rischiano di non rialzarsi più. Prevedere a tutti i livelli, stanziamenti a fondo perduto, indennizzi e sussidi per riparare il danno subito, penso sia stato un provvedimento giusto. Bene, dunque, ha fatto la Regione Puglia a destinare una parte delle risorse previste dalla manovra finanziaria anti-Covid – 125milioni su 750milioni di euro complessivi – a fondo perduto per Partite Iva e autonomi, categorie con reddito basso. Settantamila partite Iva in Puglia, riceveranno 2mila euro di bonus per consentirne il riposizionamento sul mercato».

A proposito di lavoro, Arcelor-Mittal. Ha dichiarato che è giunta l’ora delle scelte. A cosa si riferisce in particolare?

«Per lo Stato è giunto il momento della massima responsabilità: l’Italia deve farsi carico di questa grave crisi e risolverla. Non credo ad ulteriori tentativi di responsabilità da parte della proprietà franco-indiana: finora tutti gli impegni, tanto sul versante ambientale quanto su quello industriale sono stati disattesi; i dipendenti sono stati trattati con poco rispetto, il ricorso indiscriminato – senza confronti corretti con i sindacati – alla cassa integrazione, sono stati segnali che hanno palesato le intenzioni di Arcelor Mittal; questione di giorni, settimane al massimo, penso sia arrivato il momento in cui lo Stato deve decidere su come vada prodotto l’acciaio».

Momento propizio per l’industria, secondo lei.

«Sicuramente, intanto per l’innovazione tecnologica, necessaria per rendere meno impattante la produzione di acciaio a Taranto: esistono risorse europee destinate al nostro territorio, definito non a caso “pilota” nel passaggio ad ecologico ed energetico; ciò, infatti, è contemplato dal Piano di transizione della stessa Unione europea per combattere mutamenti climatici e abbattere le emissioni in atmosfera».

Una soluzione ragionevole per dipendenti, industria e territorio.

«Primo passo: rendere compatibile la grande industria con le vocazioni di sviluppo del nostro territorio. Abbiamo bisogno di una fabbrica che produca acciaio “pulito”, esiste un sistema misto altoforni-forni elettrici – a tale scopo il governo dovrebbe consultare studi finanziati a livello europeo – condizione necessaria perché altri vettori possano far compiere il salto di qualità al nostro territorio: penso alla logistica, l’agroalimentare, l’aerospazio; finora siamo stati chiusi nella gabbia della monocultura dell’acciaio, che altro non è stato se non piombo nelle ali di un territorio che non ha mai potuto spiccare un volo in fatto di crescita; abbiamo, per esempio, il mare ma non un’adeguata consapevolezza di cosa sia la “blue economy”: ne parliamo poco e non abbiamo una strategia; riusciremo a valorizzare le nostre risorse solo se queste diventeranno compatibili con l’ambiente e con la vita dei lavoratori e dei cittadini».

Migranti tunisini a Taranto

Sono una settantina, sbarcati in Sicilia e trasferiti nel capoluogo ionico 

«Siamo arrivati in barca, clandestinamente: partiti da Monastir, tre notti in mare», le prime dichiarazioni. Gli investigatori si interrogano su come siano arrivati indisturbati sulle coste italiane. 

Settanta tunisini bloccati dalle forze dell’ordine, saranno trasferiti a Taranto. Dopo lo sbarco a Palma di Montechiaro, gli immigrati sono stati ospitati nella tensostruttura situata presso la banchina portuale di Porto Empedocle per essere identificati e sottoposti alle visite sanitarie. Una volta espletate le formalità per tutti è stato disposto il trasferimento a Taranto.

Nessuna informazione utile è stata resa ai poliziotti che li hanno bloccati. Al momento non è dato sapere come siano arrivati fino a Palma di Montechiaro e su quanti fossero. Fra questi, un tunisino avvicinato da un giornalista ha reso una prima, spontanea dichiarazione a proposito del viaggio affrontato con altri su una imbarcazione di fortuna. «Siamo arrivati in barca, clandestinamente, siamo stati in mare tre notti, siamo partiti da Monastir…».

Secondo qualcuno erano trecento. Secondo altri, addirittura quattrocento. Fonti umanitarie, invece, parlano di nemmeno cento immigrati. Una volta raggiunta la riva si sarebbero dispersi fra le dune per tentare di arrivare nel centro abitato di Palma. Alcuni di loro, sono stati visti sulla Statale 115. Automobilisti hanno raccontato alle forze dell’ordine di avere ricevuto richieste di passaggi e di acqua. Altri immigrati si sarebbero dati alla fuga fra le campagne della zona. Polizia, carabinieri e guardia di finanza, anche con l’ausilio di un elicottero, hanno cercato di rintracciarne quanti più possibile. Sarebbe il primo, imponente sbarco autonomo di migranti che avviene in Sicilia da qualche anno a questa parte. Quando gli immigrati erano arrivati in Sicilia, lo avevano fatto accompagnati da navi mercantili, militari o pescherecci di pescatori della zone. Ma questo non sarebbe l’unico arrivo di migranti in queste ore, tra l’arcipelago delle Pelagie e la Sicilia.

MADRE-NAVE CERCASI…

Considerando le dimensioni dello sbarco, secondo agenti di polizia pare che i migranti siano stati accompagnati fino a pochi metri dalla riva con da una nave che subito dopo ha invertito la rotta. Motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza stanno cercando di individuare l’imbarcazione che sarebbe di grandi dimensioni se a bordo gli immigrati erano in realtà centinaia. Quella delle navi-madre è una tecnica di trasporto dei migranti che sembrava dimenticata. L’assenza di navi di soccorso nel Mediterraneo centrale potrebbe avere riattivato questa modalità di sbarco. Un’imbarcazione al traino di quella ancora non trovata, invece è stata rinvenuta a Palma di Montechiaro. Ma, si diceva, ancora incerto è il numero dei migranti sbarcati.

Stefano Castellino, sindaco di Palma di Montechiaro, che ha portato cibo, acqua e mascherine alle persone rintracciate e caffè alle forze dell’ordine, ha detto di aver saputo dagli stessi migranti, tutti tunisini, che erano circa trecento su due imbarcazioni. Quattrocento, invece, sarebbe stato il numero riferito da diversi testimoni dello sbarco che hanno chiamato la polizia. I migranti, poco per volta, sono stati trasferiti alla tensostruttura nel porto di Porto Empedocle per l’identificazione e i controlli sanitari. L’interrogativo che, intanto, si rivolgono gli investigatori risiede sul come avrebbero fatto due imbarcazioni con così tante persone a bordo a compiere l’intera traversata indisturbate, nonostante quel tratto di mare sia costantemente sorvegliato.

Secondo dati del Viminale aggiornati al 22 maggio, sono 4.445 i migranti arrivati quest’anno in Italia (senza contare i circa 450 giunti ieri sulla costa dell’Agrigentino e sull’isola di Linosa e i circa 70 sbarcati sabato tra Lampedusa e Marsala). Nello stesso periodo del 2019 gli arrivi erano stati 1.361, mentre nel 2018 avevano raggiunto quota 10.693. Il totale dei migranti arrivati lo scorso anno, sempre secondo i dati del Ministero dell’Interno, sarebbe di 11.471, mentre nel 2018 erano stati 23.370.

Ospedale, già pronto!

E’ pugliese la struttura da campo che si realizza in “quattro e quattr’otto”

Vinta la gara internazionale promossa da Nato Support and Procurement Agency. “Ricerca e Innovazione” ha messo a punto il progetto. Collaborazione con altre attività del luogo, “Enea Brindisi” fra queste. Struttura ecosostenibile e ad alta tecnologia. Può montarlo, in breve, anche personale non specializzato. Finanziamento della Regione Puglia.

«Le strutture ospedaliere chirurgiche sono pronte per l’uso in poche ore; per la messa in opera non viene richiesto personale specializzato per il montaggio; inoltre è possibile fornire consulti via satellite anche attraverso immagini TC intra-operatorie: il progetto messo a punto dall’azienda adotta soluzioni che rispondono ad esigenze diverse, come garantire la continuità di funzionamento in caso di emergenze come quella che stiamo attraversando». Parliamo di ospedali da campo, pronti all’uso in poche ore. La dichiarazione è di Vincenza Luprano, ricercatrice del Centro Enea di Brindisi che ha partecipato al progetto con Ricerca e Innovazione, rivelatosi vincente.

La notizia è di questi giorni. A noi fa orgoglio, in quanto è un’azienda pugliese ad aver brevettato l’ospedale da campo che si può costruire in poche ore. Notizia da prima pagina, sicuramente ripresa dal Corriere della sera, che documenta una serie di caratteristiche facendo conoscere ai suoi lettori questo capolavoro dell’ingegneria.

Che l’ospedale da campo fosse un progetto interessante, lo si era intuito anche grazie alla gara internazionale, cui l’azienda di casa nostra ha partecipato. Pertanto, un applauso tributato dagli ambienti militari e dal Ministero degli Interni (un moto di orgoglio nazionale non guasta), ma anche da parte degli esperti che hanno selezionato l’opera e assegnato all’attività pugliese un riconoscimento che non può che fare bene in un momento così particolare. Non è un caso che la dott.ssa Luprano alludesse a un progetto, nato sicuramente prima del Covid-19, ma andato concretizzandosi nel momento più critico del contagio.

ECCO LA NOTIZIA

Ecosostenibili e ad alta tecnologia. Sarà questa la caratteristica dei prossimi ospedali da campo adottati dall’esercito italiano. A realizzarli, come riporta il Corsera, sarà un’azienda pugliese, la R.I., Ricerca e Innovazione. Un’attività che per concretizzare il progetto si è avvalsa della collaborazione di Enea Brindisi e altri partner, che hanno svolto un ruolo importante nell’intero progetto. Parlavamo di vittoria. Bene, la tecnologia dell’Ospedale da campo montato in “quattro e quattr’otto”, è risultata vincitrice nella gara internazionale promossa dalla Nato Support and Procurement Agency (Nspa).

La struttura vera e propria. Sono quattro gli ospedali da campo che saranno “costruiti” secondo la tecnologia di cui si diceva. Saranno realizzati entro quest’anno. Non saranno prefabbricati, anticipiamo qualche interrogativo che qualcuno si starà rivolgendo mentre ci legge. Gli ospedali da campo saranno, infatti, dotati di impianti e sistemi tecnologici all’avanguardia e organizzati in costruzioni modulari con pannelli interconnessi e tende, articolate in triage, pronto soccorso, laboratorio radiografico ed ecografico, sala preparatoria chirurgica, sala operatoria, sala operatoria ausiliaria, degenza, farmacia e area di gestione.

MATERIALI AVANZATI

Il prototipo dell’ospedale ad alta tecnologia è stato realizzato nell’ambito del progetto SOS che ha avuto come oggetto lo studio di materiali avanzati e lo sviluppo di pannellature leggere, multifunzionali, intelligenti, riconfigurabili e sostenibili per applicazioni in Smart operating shelter, cofinanziato dalla Regione Puglia attraverso il Bando Innonetwork.

I pannelli ecosostenibili sono stati realizzati con materiali vegetali locali, come la canapa, o di provenienza animale, come la lana di pecora. In corso d’opera sono stati trattati con sostanze naturali per accrescerne resistenza a muffe e funghi. Effettuati, infine, test per valutare processi di invecchiamento accelerato e validazione termica, oltre che monitoraggio all’interno per verificare le condizioni di salubrità e comfort. Progetto promosso a pieni voti, con bacio accademico internazionale.

«Ma si può?»

Ismaila, nigeriano, l’episodio scomodo per il governo di Malta

«Negare un soccorso e lasciare uomini in mare, mai sentita una cosa del genere». Centodieci africani respinti, lasciati in mare con giubbini e carburante. «Gli italiani hanno un altro stile. Su una chat la storia di Zliten, un porto di Tripoli, da dove un giorno anche io presi il mare, ma avevo in mente solo il vostro Paese…»

«A Malta c’è il coronavirus, siamo tutti malati e non possiamo accogliervi!». La notizia riportata da quotidiani e siti italiani, scatena subito centinaia di commenti. L’episodio risale allo scorso 11 aprile, ma è venuto alla ribalta solo nelle ultime ore, grazie a una testimonianza riportata da un migrante ad “Alarm Phone”, il network telefonico gestito da Don Zerai, che a sua volta rilancia su Twitter le “allerte” ricevute direttamente dalle imbarcazioni in difficoltà.

Ismaila, nigeriano incontrato per caso, un titolo di scuola superiore, mostra di saperne più dei giornalisti che hanno documentato a braccio una vicenda che, se fosse vera, assumerebbe i tratti di una storiaccia. Una delle tante nelle quali l’Italia, alla fine, ne esce in modo elegante. Da Paese accogliente, benché qualche politico provi a dare una immagine contraria, per qualche “like” in più.

Ismaila, mascherina dal naso al mento, è seduto davanti a una scrivania di un patronato. «Voglio fare domanda per il permesso di soggiorno, sapere se potete in qualche modo aiutarmi e quanto mi costerebbe…». «Duecento euro – spiega il responsabile del patronato, onesto al punto tale da suggerirgli una strada per risparmiare quei soldi, tanti per Ismaila – ma ti consiglio di provare a farlo da solo, recarti tu stesso nei vari uffici dove è necessario esibire i documenti: diversamente, fra una cosa e l’altra arriveresti a spendere anche quasi trecento euro, troppi secondo me: sai, in Italia facciamo accoglienza a parole, e poi chiediamo dai duecento ai trecento euro per istruire una pratica che potrebbe essere respinta, senza rimborsarti un solo euro…».

Ismaila, mani giunte, ringrazia il responsabile del patronato per il suggerimento. «Trecento euro sono troppi, in questo momento non posso permettermeli, di soldi ne ho spesi, tanti, per pagarmi il viaggio da Tripoli per arrivare sulle coste italiane…». Si ferma qualche minuto, non è molto pratico di Taranto, ripassa mentalmente le strade principali insieme con un amico, che non si separa un solo istante da uno zainetto. «Qui c’è tutta la nostra storia, casa nostra: le poche cose che siamo riusciti a portarci durante il viaggio…».

«NELLA MENTE UNA SOLA DESTINAZIONE»

Tripoli, fa accendere una spia, riporta all’episodio nelle acque maltesi. «Anche io sono partito dalla Libia per arrivare in Italia: nella testa avevo in mente solo una destinazione, il vostro Paese; mi sono confrontato con miei connazionali e, comunque, con gente che ha vissuto quella brutta esperienza lo scorso aprile; loro sono partiti da Zliten, scritto così… – lo scrive, ma lo precediamo consultando velocemente Google, per evitare inesattezze – una località lungo la costa libica ad est di Tripoli, non molto lontano da dove anche io ho preso il largo, a bordo di una imbarcazione insieme con una decina di miei connazionali…».

Erano in centodieci lo scorso aprile, salvi per fortuna. «Abbiamo chat con le quali molti ragazzi, come me – spiega Ismaila – in cerca di speranza si collegano, non conosco personalmente i ragazzi protagonisti di questa sfortunata vicenda, ma amici che hanno fatto conoscenza con qualcuno di loro, mi hanno spiegato come è andata…». Dunque, Ismaila. «Ho avvertito il dolore che hanno provato i ragazzi, in mare, convinti che il loro viaggio fosse finito, cioè che sarebbero stati soccorsi da una imbarcazione amica, in questo caso con a bordo militari maltesi: invece no, sono rimasti in acqua, chi li aveva accompagnati fino a quel momento ha pensato che la sua missione fosse finita, così è andato via; invece, tutti lì, a sbattersi in mare aperto: non sono stati presi a bordo, ad ognuno è stato lanciato un giubbotto, di quelli che ti tengono a galla, comunque, di più non hanno fatto».

Il giovane nigeriano si pone la nostra stessa domanda. «Ma si può lasciare gente in balia delle onde? Lanciare loro un salvagente e dire a chi li aveva accompagnati fino a quel momento “Se sei a corto di carburante – questo avrebbe detto un militare – te lo diamo noi, purché vi allontaniate, nel nostro Paese?”. E ancora, “…a Malta, la maggior parte è infetta dal coronavirus che sta costando la vita a migliaia di persone…”».

Altra versione, non c’è da stare allegri. «Qualcuno ha raccontato che la nave militare maltese si è avvicinata agli uomini in mare minacciandoli con le armi, dicendo che dovevamo tornarsene in Libia, da dove cioè erano arrivati: per questo motivo molti, sfiniti dal viaggio e scoraggiati, si sono lanciati in acqua: nessuno voleva tornare indietro…».

«E SE FOSSE STATO DI NOTTE…»

Ismaila non vuole crederci. «Ma un uomo, può arrivare a tanto?», si domanda. «Non voglio colpevolizzare un intero Paese – riprende – per frasi simili, dette comunque da uno o più militari; se così fosse, potrebbero avere solo eseguito un ordine: non prendere persone a bordo e assicurare loro assistenza minima, con carburante – per proseguire il viaggio sulle coste italiane – e salvagente per tenersi a galla, lanciare un SOS e farsi soccorrere da imbarcazioni italiane, pescatori, nave mercantile o militare…».

Una brutta pagina. «Voglio solo augurarmi che se fosse stato di notte e il mare fosse stato agitato, i militari maltesi avrebbero agito diversamente: so solo che gli italiani, come sempre, si sono distinti per generosità e rispetto; è per questo motivo che voglio fare richiesta di soggiorno, voglio trovarmi un lavoro, anche se occasionale, infine provare a stabilizzarmi e restare qui, in Italia: è questo il Paese che avevo in mente quando sono andato via dalla Nigeria, partendo poi dalla Libia per sbarcare in Sicilia e baciare il suolo italiano; l’ho fatto davvero, ho ringraziato il Cielo, per essere arrivato a destinazione, come fossi Cristoforo Colombo al suo arrivo in America…».

Conoscenti che hanno vissuto l’esperienza maltese? «Un po’ di giorni fa – conclude Ismaila – ho sentito ancora amici di amici, tutto è finito più o meno bene: parte di questi sono in Centri accoglienza, aspettano che l’emergenza provocata dal coronavirus passi e possano riprendere il cammino, chi andando al Nord, chi in un altro Paese europeo; io il mio primo sogno l’ho realizzato: sono qui ed è un buon inizio». E’ davvero felice, Ismaila. Non fosse così, non starebbe a compilare moduli, chiedere la strada più breve per avere un permesso di soggiorno, anche a costo di rimetterci duecento euro, se tutto andasse bene.