Giancarlo, quarantacinque anni, operatore, racconta la sua esperienza
«Dopo “Costruiamo”, il passaggio successivo: gettate le basi, su le maniche…». Le attività e i progetti ricreativi. «Che soddisfazione vedere a teatro i nostri ragazzi spegnere il cellulare…»
Giancarlo, tarantino, quarantacinque anni, da tre con “Costruiamo Insieme”, è uno dei volti più popolari fra gli operatori della cooperativa. E’ l’autore della documentazione “a tutto selfie” sui ragazzi del Centro di accoglienza ospiti a teatro, per esempio. E non solo, quella dei “ragazzi a teatro” è solo una delle diverse iniziative fortemente volute da presidente e direttore di “Costruiamo Insieme”. Di mezzo c’è anche il calcio, quello giocato, a Talsano – con una squadra di operatori che si è fatta onore rispetto ad altre società con alle spalle molta più esperienza di Sillah e compagni – e quello a cui, sempre i nostri ragazzi, assistono ogni domenica quando il Taranto gioca in casa.
Giancarlo, catalizzatore nato. Fosse protagonista di un film, sarebbe “Mr. Wolf”, l’uomo che in “Pulp fiction” di Quentin Tarantino «risolve problemi». «Non datemi troppa responsabilità, qui i problemi, quando ci sono, li risolviamo tutti insieme: Kaleem, Idrees, Silvia, Francesca, per non parlare di Barbara, rullo compressore dell’organizzazione; tutti abbiamo lo stesso scopo: fare bene il nostro lavoro, che poi non è un lavoro ma una missione, qualcosa che devi amare, diversamente meglio lasciar stare…».
Non un lavoro, dunque, ma una missione. Entriamo in questa filosofia. «Semplice: se non hai sensibilità, non ami il prossimo, meglio cambiare mestiere: abbiamo a che fare con ragazzi africani: vengono da lontano, oggi vivono a migliaia di chilometri da casa; pur sapendo quale fosse il mio lavoro all’interno della cooperativa, i primi tempi non è stato molto semplice: i ragazzi soffrivano di nostalgia, qualcuno andava fuori controllo; avverti un senso di impotenza, hai un’altra cultura e, allora, per dare coraggio a molti di loro devi avvicinarti con il massimo rispetto; tre anni di militare mi hanno insegnato cos’è la nostalgia e come governarla, stare lontano da casa non è semplice…».
Anche la lingua è importante. «Da un francese e inglese scolastico, sono passato a qualcosa di più fluente: oggi, nigeriani e senegalesi – i primi parlano inglese, gli altri francese – a meno che non conversino nel loro dialetti, non hanno più tanti segreti per me».
Qual è il “mestiere” di operatore. «Devi saper fare tutto: in una sola parola, devi essere “utile”: pensare alla soluzione prima che qualcosa diventi problema; il compito di noi operatori è quello di fare da supporto ai ragazzi: li accompagniamo in Tribunale, per esempio, passaggio molto delicato per quanti chiedono il permesso di soggiorno; il nostro è un sostegno psicologico, se il colloquio davanti alla Commissione che esamina caso per caso non è soddisfacente, bisogna trovare le parole giuste per non far cadere l’extracomunitario nello sconforto totale: occorre far capire che a tutto c’è rimedio…».
Uno dei casi più toccanti. «Preoccupanti. Quello sì, dopo giorni i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza li viviamo come se fossero nostri fratelli, senza però far perdere di vista che per andare d’accordo la prima cosa da osservare è il rispetto delle regole: qui, da noi, nessuno deve pensare che il CAS sia una zona franca dove far solo trascorrere il tempo; ci attiviamo perché ognuno di questi faccia corsi, intanto di alfabetizzazione per imparare un italiano approssimativo, comunque comprensibile; poi la specializzazione, in una o più attività nelle quali si sentano portati: meccanici, pizzaioli, pasticceri, cuochi…».
Un brutto giorno, la paura. «Un collega ebbe improvvisamente un malore, senza pensarci due volte lo ricoverammo d’urgenza in ospedale, problema cerebrale: la paura fu davvero tanta; finì in Rianimazione, una settimana in coma; poi il primo sollievo, il passaggio in Neurologia per tenerlo sotto osservazione, ma sempre fra lo sconforto generale: un ragazzo, venuto da lontano, non aveva fatto in tempo a dare notizia ai “suoi” che aveva trovato lavoro in Italia, a “Costruiamo Insieme”, che viene investito da una doccia fredda; la sua famiglia siamo noi: io, Francesca, Kaleem, Idrees e altri, abbiamo passato diverse notti in ospedale accanto a lui, tanto che la sua ripresa è stato un secondo sospiro di sollievo per noi tutti: per settimane, dalla Presidenza alla direzione, passando per amministrazione, “portineria”, cucina, era un rincorrersi di “Come sta?”, “Preghiamo per lui!”, “Vogliamo rivederlo presto!”, e poi le visite in ospedale, fino a quando, un bel giorno, il “paziente” è tornato a casa, da noi…».
Teatro, calcio, attività ricreative, dopo i corsi. «C’è un elemento che più di altri mi ha colpito, i nostri ospiti non sono solo appassionati di sport e, in particolare, di calcio: sono attratti, per esempio, dalla magia del teatro; vengono affascinati dal buio della sala, dagli attori in scena, dalle storie che questi interpretano; hanno imparato due cose: spegnere il cellulare e parlare sottovoce, per informarsi su una battuta o un passaggio della commedia non molto chiaro; in questo, i nostri ragazzi, e lo dico con orgoglio, danno punti agli italiani che spesso a teatro non danno un buon esempio: dall’alto del palchetto al quale siamo abbonati, grazie alla solita apertura dei vertici della cooperativa, vediamo spesso cellulari accesi, gente che chatta, lascia squillare il telefonino; e il bello è che sono i nostri ragazzi a ricordare ai distratti che “Non si fa!”. Insomma, abbiamo realizzato le basi, adesso ci tocca rimboccarci le maniche…».


In questo sistema di mutuo soccorso subentrano anche i confratelli.
“Costruiamo”, operatori e ospiti del Centro di accoglienza insieme a teatro. Ad ogni evento teatrale all’Orfeo di Taranto, ecco il palco riservato ai ragazzi della cooperativa. Un altro salto in avanti compiuto verso l’integrazione, perché i ragazzi venuti dall’Africa non si sentano mai soli, ma prendano confidenza con il quotidiano che avvolge la società verso la quale non devono più sentirsi ospiti, ma parte della stessa.
Preparativi, i ragazzi si tirano a lucido: c’è il teatro. Anche loro hanno imparato – ci hanno messo poco, a dire il vero – che da queste parti recarsi a una “prima” non è come andare al cinema: esiste un cerimoniale da rispettare. C’è il foyer, lo spazio antistante l’ingresso nel quale tutti si soffermano in attesa dell’inizio dello spettacolo o vi sostano nell’intervallo, in attesa del secondo tempo. La gente indossa l’abito e il sorriso migliore, fa pubbliche relazioni.
Non solo. «Siamo lieti, orgogliosi di ospitare come ogni sera – sottolinea il direttore artistico ad ogni occasione – una rappresentanza di ragazzi della cooperativa “Costruiamo insieme”; è bene ricordare che operatori e collaboratori si impegnano per le fasce più deboli; si attivano anche nell’assistenza di anziani e disabili, e collaborano con le istituzioni svolgendo opera di mediazione principalmente nelle relazioni con i richiedenti asilo». Come ogni sera parte l’applauso. Forte dal palcoscenico indica il palco nel quale sono accomodati i ragazzi che rispondono, spesso intimiditi da tanta attenzione, con un sorriso.
Non c’è giustizia. «Ci sarebbe, ma è lenta, magari ad amministrarla, quella giustizia, c’è l’amico dell’amico che ha il potere di rovinare chiunque; la giustizia vera, quella fatta di inchieste e di mettere in galera chi produce prove false, ti ricatta, ti picchia, credendo di essere impunito, ce n’è poca: e, allora, un bel giorno comprendi che non ne puoi davvero più e sfidando anche l’affetto dei tuoi familiari che non vorrebbero lasciarti andare via, segui l’esempio di tuo fratello: fuggi. Provi a lasciarti alle spalle tutto quello che c’è di marcio e corri; scappi il più possibile, lasci alle tue spalle migliaia di chilometri».
Quanto dura l’odissea di Ali. «Nove mesi. Ora, provate a pensarvi solo per un attimo, a piedi, uno zainetto in spalla, senza una meta precisa, a salire e scendere colline, scalare montagne, calpestare pietre e attraversare boschi infiniti, di giorno e di notte, al freddo e sotto la pioggia; e non un solo giorno, ma settimane, mesi. E io ho attraversato una decina di Paesi, con il pericolo, reale, che qualcuno si prendesse quello che era rimasto della mia vita: Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia, infine Italia…». Da un pericolo all’altro. «I serbi sono pericolosi: non mi riferisco ai militari, ma alle bande di zingari, quelli armati fino ai denti che se non gli garba come li stai guardando ti piantano quattro dita di coltello nel cuore: allora, che fai, davanti a loro ti svuoti servilmente le tasche di quei tuoi pochi averi e ringrazi anche questi malviventi per averti risparmiato la vita. Quando racconto a qualcuno questi episodi mi guarda come se stessi venendo da un altro pianeta».



Nella sede di “Costruiamo Insieme”, c’è una cucina a pieno regime. Fra fornelli e pietanze, chef e collaboratori. Ragazzi che hanno imparato il mestiere a casa propria, altri che con la massima applicazione, hanno imparato che le ricette non sono tutte cipolla e peperoncini. Esiste altro. Certo, da queste parti gli ospiti preferiscono riso speziato con pollo. Ma anche per i ragazzi che fra i fornelli mescolano tradizione e integrazione, dopo aver replicato pietanze prelibate, vogliono far circolare la fantasia. Dunque, “piatti” non lontani dai loro menù, ma ogni tanto è bene cambiare. «Anche per una soddisfazione professionale, non ho studiato e seguito corsi nel mio Paese per preparare un solo piatto; poi, per dirla tutta, connazionali e ospiti del Centro di accoglienza non ci metterebbero molto a dire che so cucinare solo riso speziato con pollo!».
Dal suo Paese all’Italia, il passo potrebbe sembrare breve. Sicuramente tribolato. Parla poco, ma riflette molto Waseem. «Sono passato attraverso l’Iran per proseguire per la Turchia: sono Paesi complicati, per carattere ci vuole molto poco a fare in modo che qualcuno di questi ti prenda sulla punta del naso e ti faccia male».
Potenti mezzi della tecnologia. «Sento e vedo spesso i miei parenti, stanno tutti bene, sono felici di sapermi in salute e con un lavoro importante: a differenza di quanto dicono parenti ai miei connazionali, papà e mamma, ma anche i fratelli, non mi chiedono di tornare: “Stai bene lì, figliolo? E, allora, resta in Italia”; non sapevano dove fosse Taranto, ora anche loro conoscono questo angolo dell’Italia, un Paese accogliente, una città bella dal punto di vista umano. In Pakistan ho studiato, ma avevo voglia di diventare chef, tanto che ho fatto un corso di sei mesi. Certo, posso fare biryani, riso speziato con pollo, da mattina a sera, bendato e con un braccio dietro una spalla, ma ho studiato e imparato tanto altro che sarebbe un peccato non metterlo in pratica: insomma, cucino africano e non solo».