«E adesso “Lavoriamo”!»

Giancarlo, quarantacinque anni, operatore, racconta la sua esperienza

«Dopo “Costruiamo”, il passaggio successivo: gettate le basi, su le maniche…». Le attività e i progetti ricreativi. «Che soddisfazione vedere a teatro i nostri ragazzi spegnere il cellulare…»

Giancarlo, tarantino, quarantacinque anni, da tre con “Costruiamo Insieme”, è uno dei volti più popolari fra gli operatori della cooperativa. E’ l’autore della documentazione “a tutto selfie” sui ragazzi del Centro di accoglienza ospiti a teatro, per esempio. E non solo, quella dei “ragazzi a teatro” è solo una delle diverse iniziative fortemente volute da presidente e direttore di “Costruiamo Insieme”. Di mezzo c’è anche il calcio, quello giocato, a Talsano – con una squadra di operatori che si è fatta onore rispetto ad altre società con alle spalle molta più esperienza di Sillah e compagni – e quello a cui, sempre i nostri ragazzi, assistono ogni domenica quando il Taranto gioca in casa.

Giancarlo, catalizzatore nato. Fosse  protagonista di un film, sarebbe “Mr. Wolf”, l’uomo che in “Pulp fiction” di Quentin Tarantino «risolve problemi». «Non datemi troppa responsabilità, qui i problemi, quando ci sono, li risolviamo tutti insieme: Kaleem, Idrees, Silvia, Francesca, per non parlare di Barbara, rullo compressore dell’organizzazione; tutti abbiamo lo stesso scopo: fare bene il nostro lavoro, che poi non è un lavoro ma una missione, qualcosa che devi amare, diversamente meglio lasciar stare…».

Non un lavoro, dunque, ma una missione. Entriamo in questa filosofia. «Semplice: se non hai sensibilità, non ami il prossimo, meglio cambiare mestiere: abbiamo a che fare con ragazzi africani: vengono da lontano, oggi vivono a migliaia di chilometri da casa; pur sapendo quale fosse il mio lavoro all’interno della cooperativa, i primi tempi non è stato molto semplice: i ragazzi soffrivano di nostalgia, qualcuno andava fuori controllo; avverti un senso di impotenza, hai un’altra cultura e, allora, per dare coraggio a molti di loro devi avvicinarti con il massimo rispetto; tre anni di militare mi hanno insegnato cos’è la nostalgia e come governarla, stare lontano da casa non è semplice…».GIANCARLO Articolo 01Anche la lingua è importante. «Da un francese e inglese scolastico, sono passato a qualcosa di più fluente: oggi, nigeriani e senegalesi – i primi parlano inglese, gli altri francese – a meno che non conversino nel loro dialetti, non hanno più tanti segreti per me».

Qual è il “mestiere” di operatore. «Devi saper fare tutto: in una sola parola, devi essere “utile”: pensare alla soluzione prima che qualcosa diventi problema; il compito di noi operatori è quello di fare da supporto ai ragazzi: li accompagniamo in Tribunale, per esempio, passaggio molto delicato per quanti chiedono il permesso di soggiorno; il nostro è un sostegno psicologico, se il colloquio davanti alla Commissione che esamina caso per caso non è soddisfacente, bisogna trovare le parole giuste per non far cadere l’extracomunitario nello sconforto totale: occorre far capire che a tutto c’è rimedio…».

Uno dei casi più toccanti. «Preoccupanti. Quello sì, dopo giorni i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza li viviamo come se fossero nostri fratelli, senza però far perdere di vista che per andare d’accordo la prima cosa da osservare è il rispetto delle regole: qui, da noi, nessuno deve pensare che il CAS sia una zona franca dove far solo trascorrere il tempo; ci attiviamo perché ognuno di questi faccia corsi, intanto di alfabetizzazione per imparare un italiano approssimativo, comunque comprensibile; poi la specializzazione, in una o più attività nelle quali si sentano portati: meccanici, pizzaioli, pasticceri, cuochi…».
GIANCARLO Articolo 02Un brutto giorno, la paura. «Un collega ebbe improvvisamente un malore, senza pensarci due volte lo ricoverammo d’urgenza in ospedale, problema cerebrale: la paura fu davvero tanta; finì in Rianimazione, una settimana in coma; poi il primo sollievo, il passaggio in Neurologia per tenerlo sotto osservazione, ma sempre fra lo sconforto generale: un ragazzo, venuto da lontano, non aveva fatto in tempo a dare notizia ai “suoi” che aveva trovato lavoro in Italia, a “Costruiamo Insieme”, che viene investito da una doccia fredda; la sua famiglia siamo noi: io, Francesca, Kaleem, Idrees e altri, abbiamo passato diverse notti in ospedale accanto a lui, tanto che la sua ripresa è stato un secondo sospiro di sollievo per noi tutti: per settimane, dalla Presidenza alla direzione, passando per amministrazione, “portineria”, cucina, era un rincorrersi di “Come sta?”, “Preghiamo per lui!”, “Vogliamo rivederlo presto!”, e poi le visite in ospedale, fino a quando, un bel giorno, il “paziente” è tornato a casa, da noi…».

Teatro, calcio, attività ricreative, dopo i corsi. «C’è un elemento che più di altri mi ha colpito, i nostri ospiti non sono solo appassionati di sport e, in particolare, di calcio: sono attratti, per esempio, dalla magia del teatro; vengono affascinati dal buio della sala, dagli attori in scena, dalle storie che questi interpretano; hanno imparato due cose: spegnere il cellulare e parlare sottovoce, per informarsi su una battuta o un passaggio della commedia non molto chiaro; in questo, i nostri ragazzi, e lo dico con orgoglio, danno punti agli italiani che spesso a teatro non danno un buon esempio: dall’alto del palchetto al quale siamo abbonati, grazie alla solita apertura dei vertici della cooperativa, vediamo spesso cellulari accesi, gente che chatta, lascia squillare il telefonino; e il bello è che sono i nostri ragazzi a ricordare ai distratti che “Non si fa!”. Insomma, abbiamo realizzato le basi, adesso ci tocca rimboccarci le maniche…».

«Vi spiego i Sacri riti…»

Don Marco Gerardo, preparatore spirituale del “Carmine”

«Non è folklore, ma preghiera. L’impegno della Confraternita a sostegno dei più deboli. Oggi c’è più sofferenza, la Mensa dei poveri accoglie cento ospiti al giorno. Da settembre al Venerdì santo, preghiamo, per tutti»

Nelle scorse settimane abbiamo avuto un confronto di carattere religioso con don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine di Taranto. Abbiamo parlato dei bisogni della comunità cristiana e di quanto la Confraternita da lui rappresentata, come la nostra cooperativa, “Costruiamo Insieme” di cui è stato ospite, siano impegnate a sostegno dei deboli con percorsi diversi, ma sostanzialmente simili. L’obiettivo è dare speranza, fiducia a quanti avvertono un momento di abbandono.

Alla vigilia dei Riti della Settimana Santa a Taranto vissuti come in nessuna altra città italiana, abbiamo voluto sentire nuovamente don Marco, questa volta in veste preparatore spirituale della Confraternita del Carmine.

Dunque, don Marco, ci spieghi qual è il suo compito.

«Fare in modo che chiunque si accosti alle manifestazioni della Pietà popolare tarantina, come quella del Venerdì santo, possa comprendere che vivere intensamente i Sacri riti non è un momento di folklore ma un insieme di eventi di fede, preghiera ed evangelizzazione».

Prepararsi alla Settimana Santa, volendo entrare nello specifico.

«Detto che l’organizzazione pratica richiede mesi di lavoro, in qualità di confraternita svolgiamo una preparazione di tipo spirituale che comincia con l’Anno pastorale, dunque da settembre; personalmente ho introdotto alcuni momenti nella comunità della Confraternita, facendo in modo che il Venerdì santo non colga impreparati i confratelli: pertanto, una catechesi specifica; ogni giovedì sera, una breve lectio divina con commento della Parola e un fioretto da fare il venerdì successivo – perché ogni venerdì possa essere preparatorio al Venerdì santo – con una preghiera rivolta all’immagine di Gesù morto».I GIORNI Articolo 01 - 1Dopo le festività natalizi, i confratelli entrano nel clima della Passione.

«Esiste una forma di rispetto verso il Natale, ma dal 7 gennaio in poi i confratelli si proiettano in modo positivo verso questo clima: preghiera, pensiero e preparazione di quanto verrà vissuto in questi giorni».

Quanti sono i confratelli, c’è una continua domanda per entrare a far parte della Confraternita del Carmine?

«Al momento i confratelli sono 2.400, la più grande confraternita dell’Arcidiocesi di Taranto, probabilmente anche della Puglia; ogni anno svolgiamo un corso di noviziato con una media intorno alla cinquantina di adesioni; quando ho cominciato erano diciassette, dall’anno successivo non abbiamo mai registrato un numero inferiore alle cinquanta domande».

Un tempo le raccolte di danaro per finanziare i Riti e opere di beneficenza, si chiamavano “aste”, successivamente “gare”. La Confraternita svolge anche un impegno quotidiano. 

«La Mensa dei poveri, a Taranto non ha bisogno di presentazione: abbiamo spostato la sede storica da via Cavour, purtroppo – il numero dei bisognosi è in costante aumento – perché troppo piccola; nel frattempo abbiamo conosciuto nuove fasce di poveri: pensionati, monoreddito, persone con alle spalle dolorose separazioni o con una libera professione con la quale a malapena riescono ad affrontare il mantenimento dei figli e non possono pensare a se stessi: così chiedono quotidiana assistenza a noi; le nuove povertà possiamo dire di averle conosciute tutte: la mensa non conosce pausa, non chiude a Natale, Capodanno, Ferragosto; ogni giorno assiste un centinaio di persone».I GIORNI Articolo 02 - 1In questo sistema di mutuo soccorso subentrano anche i confratelli.

«Esiste l’aiuto meno conosciuto: sono tante le famiglie di confratelli assistite dalla segreteria della Confraternita che chiedono aiuto: per l’acquisto di un paio di occhiali, il pagamento di una bolletta o un intervento chirurgico; sono, inoltre, testimone degli interventi di confratelli nei confronti di non iscritti che hanno bisogno di interventi economici e materiali».

I passaggi religiosi che portano al Venerdì santo.

«Da settembre, dicevo: catechesi e preghiera, l’offerta di piccoli sacrifici spirituali, quelli che un tempo si chiamavano fioretti; nella Quaresima l’attività spirituale si intensifica: Mercoledì delle ceneri, un momento di interiorità: meditare sull’orientamento che si dà alla propria vita, fa bene a tutti, non solo ai confratelli; ogni domenica la celebrazione dell’Eucarestia, la Via Crucis molto amata a Taranto; poi un corso di preghiera e meditazione sulla Passione del Signore con altre cinque confraternite delle diocesi di Taranto e Castellaneta; una delle cose che abbiamo voluto realizzare in questi anni, è stata proprio l’apertura nei confronti di altre realtà: oggi occorre fare “rete”, sarebbe assurdo non lo facesse la comunità cristiana che ha nel suo dna la Comunione».

Partecipa alla Processione dei Misteri anche chi non ha preso parte alle gare.

«Esiste un lavoro di organizzazione senza il quale non avremmo lo stesso risultato di preghiera: anche chi non si “veste” durante la Processione dei Misteri, in realtà la sente sua, in quanto nella perfetta riuscita dell’evento religioso c’è la sua preghiera, perché pregano tutti, non solo le anime incappucciate».

«Teatro è bello!»

Spettatori della Stagione teatrale

«Talmente su di giri che alla vigilia non ci dormiamo la notte!», dice uno dei ragazzi del Centro di accoglienza. «Esperienza unica, ecco perché facciamo così tanti selfie!». «Non finiremo mai di ringraziare la cooperativa per quest’altra occasione di integrazione offertaci».Teatro Articolo 01 - 1“Costruiamo”, operatori e ospiti del Centro di accoglienza insieme a teatro. Ad ogni evento teatrale all’Orfeo di Taranto, ecco il palco riservato ai ragazzi della cooperativa. Un altro salto in avanti compiuto verso l’integrazione, perché i ragazzi venuti dall’Africa non si sentano mai soli, ma prendano confidenza con il quotidiano che avvolge la società verso la quale non devono più sentirsi ospiti, ma parte della stessa.

Così presidente e direttore della cooperativa hanno voluto fare un passo avanti stringendo un accordo, compiendo dunque un investimento in termini economici, a fronte di posti a sedere ad ogni spettacolo teatrale nazionale. Pertanto, vicini ai lavori teatrali di comici come Gabriele Cirilli, Biagio Izzo, Carlo Buccirosso e Angela Finocchiaro, e di attori come Francesco Pannofino, Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini e, ancora, Vittoria Belvedere e Maria Grazia Cucinotta. Nomi importanti, all’interno del cartellone dell’associazione “Angela Casavola” con cui “Costruiamo Insieme”, si diceva, ha stretto un accordo di partenariato.E, allora, in concomitanza con rappresentazioni e commedie, scatta l’appello rituale. «La prossima settimana c’è una commedia musicale famosa, chi vuole andare a teatro?», annuncia Barbara. «Se non ci sono problemi, questa volta i ragazzi li accompagnerei volentieri io, “Grease” è una commedia musicale che non vorrei perdermi!», risponde all’invito Silvia. Sono tanti i ragazzi che si presentano. «Dividiamoci in due squadre», suggerisce Francesca, «questa volta andate voi, la prossima è la nostra».

Questa volta è toccato a Bambake, yankuba, Boubacar, Soulaymane, Ibrahim, Aboubacarr, Hossen e Bax. Lo spettacolo comincia già qualche giorno prima, quando Giancarlo prende nota. Presidente e direttore tassativi: «Fate le cose per bene: organizzatevi, siate ordinati: i nomi devono alternarsi, a teatro vogliamo che vadano tutti!».Teatro Articolo 03 - 1Preparativi, i ragazzi si tirano a lucido: c’è il teatro. Anche loro hanno imparato – ci hanno messo poco, a dire il vero – che da queste parti recarsi a una “prima” non è come andare al cinema: esiste un cerimoniale da rispettare. C’è il foyer, lo spazio antistante l’ingresso nel quale tutti si soffermano in attesa dell’inizio dello spettacolo o vi sostano nell’intervallo, in attesa del secondo tempo. La gente indossa l’abito e il sorriso migliore, fa pubbliche relazioni.

Al centro del foyer, il roll-up di “Costruiamo Insieme”. Alto due metri, bello a vedersi e nel dare informazioni, brevi ma che sono il succo del lavoro di decine di operatori. Al servizio del sociale, dalla parte di chi avverte disagio, con strumenti come la professionalità e la comunicazione. Ecco l’ulteriore sforzo che direttore e presidente hanno voluto compiere “gemellandosi” con l’associazione culturale della quale è responsabile Renato Forte.

E’ lo stesso direttore artistico dalle tavole del palcoscenico ad introdurre gli spettacoli in programma all’Orfeo. «Quest’anno ci siamo scelti a vicenda – dice Forte in occasione della presentazione delle opere teatrali – noi loro, loro noi, per compiere un percorso importante insieme: l’associazione “Angela Casavola” e la cooperativa sociale “Costruiamo Insieme” per l’intera stagione teatrale cammineranno tenendosi a braccetto e sostenendosi reciprocamente: abbiamo inteso riconoscere alla loro professionalità la promozione e le interviste in esclusiva ai protagonisti della Stagione teatrale programmate sui diversi canali di cui dispone: web radio, canale youtube e sito».
Teatro Articolo 02 - 1Non solo. «Siamo lieti, orgogliosi di ospitare come ogni sera – sottolinea il direttore artistico ad ogni occasione – una rappresentanza di ragazzi della cooperativa “Costruiamo insieme”; è bene ricordare che operatori e collaboratori si impegnano per le fasce più deboli; si attivano anche nell’assistenza di anziani e disabili, e collaborano con le istituzioni svolgendo opera di mediazione principalmente nelle relazioni con i richiedenti asilo». Come ogni sera parte l’applauso. Forte dal palcoscenico indica il palco nel quale sono accomodati i ragazzi che rispondono, spesso intimiditi da tanta attenzione, con un sorriso.

Siamo a pochi minuti dall’inizio. Se c’è una cosa che non fa difetto agli ospiti di “Costruiamo” è l’uso del cellulare. Sui social, e principalmente su whatsapp, fanno fioccare i primi scatti, dall’ingresso a teatro alla poltrona occupata, per documentare gli amici che rispondono un invidiosi («Beati voi!»), ma con spirito di rivalsa («La prossima tocca a noi!»). E’ il solito, divertente ping-pong. I ragazzi seduti sulle loro accoglienti poltroncine. Lo spettacolo sta per cominciare. Ha ragione, uno di loro, felice del contesto nel quale si trova e di assistere alla rappresentazione teatrale. Bambake, yankuba, Boubacar, Soulaymane, Ibrahim, Aboubacarr, Hossen e Bax, escono soddisfatti dal teatro. «Per noi – uno di loro ha scritto su whatsapp – lo spettacolo è cominciato giorni fa: non appena abbiamo saputo che sarebbe toccato anche a me andare a teatro, per la gioia non ci ho dormito la notte: grazie, “Costruiamo”!».

Lapidazione per gli omosessuali

Pene severe in Brunei, lo ha deciso il sultano

Stupro, adulterio, sodomia, blasfemia e rapina, avranno come massima pena anche la condanna a morte. Rapporti lesbici saranno puniti con un massimo di 40 frustate e dieci anni di carcere. Prevista l’amputazione degli arti in caso di furto.

Lapidazione, taglio della mano e del piede. Sono le pene previste per omosessuali, adulteri e ladri nel Brunei. E’ in questo piccolo regno che il sultano ha introdotto severe pene come parte dell’attuazione di un nuovo codice penale basato sulla Sharia.

Hassanal Bolkiah, patrimonio da 20 miliardi di dollari, tanto da farne uno degli uomini più ricchi del mondo, considera un grande risultato l’applicazione delle nuove norme mentre si moltiplicano le critiche di organizzazioni umanitarie come Amnesty International e il piccolo Stato.

Già cinque anni addietro, il sultano del Brunei aveva annunciato l’ingresso della Sharia. Dopo aver vietato il consumo di alcol, sono state proibite celebrazioni come il Natale. E ancora, chi non partecipasse alla preghiera del venerdì o avesse figli fuori del matrimonio viene punito con multe e carcere. Queste misure saranno applicate ai soli musulmani, praticamente i due terzi di una popolazione che conta 450 mila abitanti. Secondo quanto riportato da alcuni organi di informazione, però, anche il sultano avrebbe qualche peccato da farsi perdonare. Un fratello, Jefri, principe e Ministro delle Finanze, non solo negli Anni 90 si sarebbe appropriato in maniera indebita di 15 milioni di dollari, ma sarebbe stato coinvolto in più di qualche scandalo che poco avrebbe a che vedere con il rigore legislativo, come la “proprietà” di un harem di escort straniere e una collezione di sculture erotiche.

Ovviamente l’introduzione di queste norme restrittive è stata accolta con grande stupore dalle organizzazioni per i diritti umani, tanto che Amnesty avrebbe avanzato al sultano richiesta di sospensione dell’applicazione delle nuove pene considerate “profondamente sbagliate”. Alcune di queste, secondo Amnesty, non dovrebbero nemmeno essere considerate reati, compresi i rapporti consensuali tra adulti dello stesso sesso. Sempre secondo Amnesty, non solo sono norme crudeli, disumane e degradanti, queste infatti limitano i diritti alla libertà di espressione, religione e opinione e sostanzialmente codificano la discriminazione contro donne e ragazze.

Detto della posizione della nota organizzazione umanitaria, non sarà semplice far cambiare opinione al sovrano. La posizione intransigente di Bolkiah, trovano conferma su quanto riportato dal sito del governo. «Non ci attendiamo che altri siano d’accordo con la nostra posizione – è scritto – l’importante è che il Paese venga rispettato per lo stesso modo in cui questo rispetta le norme».

L’omosessualità era già un reato in Brunei, punibile con pene fino a dieci anni di carcere. Le nuove misure fanno parte di un processo avviato cinque anni fa per una progressiva introduzione della Sharia nel piccolo paese asiatico. Il nuovo codice sarà applicato a tutti i musulmani che abbiano raggiunto la pubertà (alcune misure coinvolgono anche i non musulmani). Reati come lo stupro, l’adulterio, la sodomia, la blasfemia e la rapina, ora avranno come massima pena la condanna a morte. I rapporti lesbici verranno, invece, puniti con un massimo di 40 frustate e dieci anni di carcere. Per il furto è prevista l’amputazione degli arti.

«Sorrido, finalmente…»

Ali, pakistano, ventuno anni, aiuto cuoco con “Costruiamo Insieme”

«Devo tutto alla cooperativa, sfuggito da persecuzioni e vivo per miracolo, per nove mesi ho vagato fra Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia. Gli zingari serbi, il rifugio nei boschi, il lavoro, cosa significa “vivere”!»

«Rifugiarsi in un bosco per giorni per sfuggire a bande di zingari serbi senza scrupoli e, oggi, trovarmi con un lavoro, una casa in cui dormire sereno, è come avere incontrato il destino, avergli invocato aiuto e realizzato un sogno!».

Ali, ventuno anni, pakistano, in una sola battuta racconta la sua storia. Il passaggio avventuroso, pericoloso, attraverso Paesi, stranieri che ti tendevano la mano e altri che, per bene che ti andasse, ti svuotavano le tasche, ti davano sonore bastonate e ti lasciavano andare via. E’ una storia, triste, quella di Ali, che lui racconta solo perché a lieto fine. «Ne avrei fatto volentieri a meno, se invece non ci fosse stata “Costruiamo Insieme” nel mio destino, una sorte benevola rispetto a quello che mi è accaduto nei primi nove mesi di fuga dal mio Paese, il Pakistan».

Motivo della fuga. «Solito, uguale a quello di tanti altri: ci sono scontri fra gruppi etnici, nei conflitti senza esclusione di colpi vale tutto, ma davvero tutto: un esempio, se ti vogliono male la gente è capace in un solo attimo di produrre prove false, a denunciarti e, in nome di una giustizia che a certi livelli non esiste, di perseguitarti e farti male, non solo a parole».STORIE Ali 04 - 1Non c’è giustizia. «Ci sarebbe, ma è lenta, magari ad amministrarla, quella giustizia, c’è l’amico dell’amico che ha il potere di rovinare chiunque; la giustizia vera, quella fatta di inchieste e di mettere in galera chi produce prove false, ti ricatta, ti picchia, credendo di essere impunito, ce n’è poca: e, allora, un bel giorno comprendi che non ne puoi davvero più e sfidando anche l’affetto dei tuoi familiari che non vorrebbero lasciarti andare via, segui l’esempio di tuo fratello: fuggi. Provi a lasciarti alle spalle tutto quello che c’è di marcio e corri; scappi il più possibile, lasci alle tue spalle migliaia di chilometri».

Meglio fuggire, senza prospettive, sfidare il pericolo, che non restare nel proprio Paese ad attendere che qualcuno si accorga di te e cominci a farti del male. «Proprio così, esiste gente così cattiva che pensa alla bella vita senza preoccuparsi che il suo benessere passi attraverso il dolore degli altri: un giorno qualcuno ti osserva una prima volta, la seconda volta che ti incontra, per lui diventi una risorsa, qualcuno da spremere se non vuoi passare i guai per il resto dei tuoi giorni».

Ali, una volta maggiorenne, comprende che la vita, il dono più grande che il suo dio può avergli dato, non è quella. «Non è fatta solo di sofferenza – dice – perché c’è anche quella, ma pure di momenti di serenità: quando esiste solo il dolore, quella che stai vivendo non è vita, è un’altra cosa; non conta più nemmeno che i tuoi familiari ti dicano di restare perché prima o poi tutto si aggiusterà: non ci sono alternative alla fuga, quando ti perseguitano, quasi si facessero beffe di te e di quella giustizia lenta, se non proprio amministrata da gente priva di scrupoli che aiuta il più ricco per ridurti a qualcosa che somigli più a un animale da soma, non ti resta che scappare».STORIE Ali 03 - 1Quanto dura l’odissea di Ali. «Nove mesi. Ora, provate a pensarvi solo per un attimo, a piedi, uno zainetto in spalla, senza una meta precisa, a salire e scendere colline, scalare montagne, calpestare pietre e attraversare boschi infiniti, di giorno e di notte, al freddo e sotto la pioggia; e non un solo giorno, ma settimane, mesi. E io ho attraversato una decina di Paesi, con il pericolo, reale, che qualcuno si prendesse quello che era rimasto della mia vita: Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia, infine Italia…». Da un pericolo all’altro. «I serbi sono pericolosi: non mi riferisco ai militari, ma alle bande di zingari, quelli armati fino ai denti che se non gli garba come li stai guardando ti piantano quattro dita di coltello nel cuore: allora, che fai, davanti a loro ti svuoti servilmente le tasche di quei tuoi pochi averi e ringrazi anche questi malviventi per averti risparmiato la vita. Quando racconto a qualcuno questi episodi mi guarda come se stessi venendo da un altro pianeta».

Gli affetti, i familiari. «Ho un fratello e una sorella, papà, mamma e nonno, con cui mi tengo in costante contatto, anche con videochiamate: il mio obiettivo era quello di arrivare possibilmente in Italia e fare lo stesso percorso di mio fratello: lui ha cominciato a Milano, distribuiva volantini e lavorava nel retrobottega di un ristorante; nel tempo libero – quando cioè non dormiva – arrotondava con altri lavori. Una volta in Italia, dove risiedo da un anno, è andata meglio: ho fatto un corso, affiancato un cuoco che oggi aiuto in cucina nel preparare pasti per gli ospiti del nostro Centro di accoglienza; grazie al lavoro che mi ha dato la cooperativa oggi vivo in fitto, ho scacciato insonnia e tutti quei cattivi pensieri che mi hanno accompagnato per quei nove interminabili mesi. Non esagero se dico che da quando lavoro per “Costruiamo Insieme” è come se avessi cominciato una seconda vita». Ali, finalmente. «Finalmente sì, ogni giorno che passa provo ad allontanarmi da quei ricordi avvicinandomi a passi veloci all’idea che ho sempre avuto della vita: lavorare, spendersi per gli altri per vivere finalmente sereni, con il sorriso sulle labbra del quale non ne conoscevo l’esistenza».

«Insieme per beneficenza»

Dodi Battaglia, chitarrista dei Pooh e un’idea

Il gruppo di “Pensiero” e “Parsifal” in passato aveva già dato: contro la distrofia, l’Aids, le guerre e la fame nel mondo. «Con Roby, Stefano e Red tornerei a suonare anche domani mattina, a patto di “restituire” al pubblico quanto ci è stato regalato in cinquant’anni di attività», dice l’artista. Intanto ecco “Perle”, doppio cd con inedito di Giorgio Faletti (Un’anima).

Dodi Battaglia, un altro degli amici della nostra “radio”. Le parole e la musica viaggiano sul web, la lunga chiacchierata con una delle icone della musica pop degli ultimi cinquant’anni, ci accompagna un po’ ovunque. Nella beneficenza, innanzitutto. “Se un giorno i mei compagni di cinquanta e passa anni di musica, si rifacessero vivi per tornare a suonare, porrei una sola condizione – che non ho difficoltà a immaginare che ci troverebbe tutti in perfetta sintonia – quella di fare concerti ma solo per beneficenza”.

C’è da credere. “Del resto la storia dei Pooh – ricorda Battaglia – è stata un costante impegno dalla parte dei più deboli: durante i nostri tour con il nostro pubblico abbiamo raccolto fondi per combattere la distrofia muscolare (Telethon), l’Aids (Bonsai aid aids), schierandoci contro ogni guerra (Rock no war) e la fame nel mondo (Unicef): siamo andati personalmente sul posto a visitare le popolazioni in difficoltà per vedere come i soldi della nostra gente fossero stati impegnati per le popolazioni africane: riscostruire un intero villaggio, con scuole, acqua, suppellettili per dare a gente sofferente strumenti di crescita”.

Bello sentire un artista così importante che prima di una intervista rivolge un pensiero a chi vive in condizioni disagiate. Da qui scatta l’eventuale tour a una sola condizione, la formula magica è una sola: beneficenza. Ma torneremo a parlarne con lo stesso chitarrista di “Pensiero”, “Parsifal”, “Chi fermerà la musica” e “Amici per sempre”, a breve. Intanto, l’occasione dell’incontro. A braccia aperte, alla fine della presentazione ufficiale del doppio cd “Perle – Mondi senza età”.BATTAGLIA - Articolo 01 - 1 (1)RICOMINCIO DA ME

Battaglia, dunque, storico chitarrista dei Pooh, quando si presenta in pubblico ha “l’emozione da recluta”. Come fosse un “deb”. Gli inizi con i Pooh, come quando l’immenso Valerio Negrini gli pronosticò un destino di successo. E il produttore Giancarlo Lucariello lo invitò ad andare oltre: a cantare sì, ma anche a scrivere canzoni. Decine di anni, poi, sullo stesso palco, con Roby Facchinetti, Stefano D’Orazio e Red Canzian, lo stesso Riccardo Fogli tornato in pista in occasione del Cinquantennale.

Battaglia alla “Feltrinelli” di Bari presenta doppio cd con allegato album, “non solo fotografico”. Almeno trecento i fan. Non c’è posto neppure fra gli scaffali. Seduti, in piedi, sul loggione del piano superiore, i sostenitori dell’ex Pooh occupano ogni centimetro della libreria. In mano, cellulari, “Nikon” e “Canon”. Non smettono un attimo di fare “clic”. Fissano il volto sorridente, disteso del protagonista della serata, che non nasconde la felicità nello stringere fra le mani qualcosa di importante. Perché lui, Dodi, in realtà non ha mai pensato di smettere. A cominciare dagli stessi Pooh. Fosse stato per lui, avrebbe spalmato gli impegni del gruppo fra tour e studio di registrazione, mai appeso la sua chitarra al classico chiodo. La musica è la sua vita, il numero di chitarre che ospita e coccola nel suo studio di registrazione, infatti, è salito a settanta.

Battaglia si presenta al pubblico. Spiega il “manufatto”, traccia dopo traccia. Fra i presenti, anche chi lo ha applaudito all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in occasione della registrazione di “Perle”. «Se qualcuno avesse registrato qualcosa quella sera – dice Dodi – la  confronti pure con l’intero lavoro: in studio non abbiamo “sistemato” nulla, i due cd riproducono fedelmente tutto ciò che è accaduto in quella magica serata, uno fra i miei più bei concerti».

C’è chi invoca il selfie corale, potenza dei social. Centinaia di “Perle” agitate a favore di “scatto”. Poi la gente in fila, in attesa di autografo e foto. E’ un bel successo. Poi una chiacchierata, per “Costruiamo Insieme”: il sito, la radio, youtube.BATTAGLIA - Articolo 02 - 1NOSTALGIA CANAGLIA

Gli chiediamo subito se la selezione delle canzoni chiamate a raccolta, sia stata più lunga o più dolorosa. «Non ho avvertito dolore. Nostalgia, quella sì; malinconia, se vuoi, ma non dolore nel restituire al pubblico brani che stanno rivivendo una loro seconda giovinezza. Ricantandole mi capita spesso di avere gli occhi lucidi dall’emozione. Succede anche alla gente che a fine concerto viene a salutarmi».

Un mosaico di canzoni ricomposte dal sentimento. «Mai lanciato una sola occhiata al borderò: suddivisioni, percentuali e altri calcoli non fanno per me. Ho cercato, invece, di tracciare il percorso dei Pooh con canzoni che non avevano vissuto la stessa ribalta nonostante meritassero uguale importanza. Ho rivolto così il mio impegno a brani adolescenziali, impegnati, dedicati all’amore, ai viaggi, temi nei quali Valerio – come sappiamo – era un campione».

Non è un album di inediti, ma solo una “riappropriazione debita”. «Non escludo che a breve, medio termine, possa realizzare un album di inediti; anche se in molti al primo ascolto hanno pensato che alcune delle canzoni eseguite nel “live” fossero nuove; un esempio: due miei musicisti, uno di venti e l’altro di ventisei anni, ai tempi di molte di queste canzoni non erano ancora nati; per loro, come buona parte delle persone presenti ai miei concerti, molte di queste canzoni “suonano” come fossero inediti. All’interno del doppio cd, a breve un triplo vinile di colore bianco, solo un brano realizzato in studio: “Un’anima”, una mia musica scritta su un testo inedito del grande Giorgio Faletti. Intenso, profondo, come lui solo sapeva essere».

A fine corsa, è mancato il confronto di un tempo con gli altri Pooh. «Le scelte, anche quelle dolorose, presentano lati positivi: assumersi responsabilità in prima persona, per esempio. A dirla tutta, anche al tempo dei Pooh, mi confrontavo con altri amici e musicisti. Oggi, per esempio, lo faccio con i ragazzi del mio gruppo; con loro si è creato un tale rapporto di fiducia che certe scelte avvengono quasi automaticamente. Abituato a lavorare in team, insomma, continuo ad assaporare il gusto del confronto».BATTAGLIA - Articolo 03 - 1DOVE SONO GLI ALTRI TRE…

Durante la presentazione, una battuta che non ti aspetti: «Mentre suono in concerto, mi capita di voltarmi come se cercassi uno dei colleghi di una volta», ha detto Dodi Battaglia. «Quando per cinquant’anni esegui “Piccola Katy”, “Tanta voglia di lei”, “Pensiero”, cose che fanno parte del tuo vissuto, è normale che la memoria corra a studi di registrazione, a dove abitavo, a dove abitavano i miei colleghi, le compagne di un tempo, locali e amici che frequentavamo insieme; ecco perché “Perle” è anche “Mondi senza età”: ogni canzone è uno spaccato di vita personale e trovo normale che il mio pensiero il più delle volte vada a loro».

Se i colleghi di sempre gli chiedessero di riprovarci. «Accetterei di corsa. Dico sempre che a decidere debba essere sempre il pubblico: se chiedi a chiunque cosa sono stati, cosa sono e cosa saranno i Pooh, la gente risponderà che il gruppo musicale e le loro canzoni hanno fatto parte della loro vita, anche l’Italia in qualche modo è cambiata con le nostre canzoni. Dunque, se la gente volesse ancora i Pooh, perché no? Sono a disposizione».

Questo il pubblico. Ma c’è anche di mezzo il sentimento di Battaglia, che si è detto disponibile e di corsa pure. «Confermo, anche domani mattina, ma a una condizione: visto che i Pooh hanno avuto tanto dal loro pubblico, stavolta restituiscano sotto forma di beneficenza il ricavato di eventuali concerti. Almeno su questo saremmo tutti d’accordo».

Alimenti biologici, i più sicuri

Confronto fra report USA e italiano

Ripreso da un quotidiano, uno studio spiega che la situazione negli Stati Uniti è da monitorare costantemente. Meglio in Italia, dove i campioni analizzati indicano che il nostro Paese è sulla strada giusta. Cifre e percentuali, i frutti sottoposti a sollecitazioni e cavie che “rispondono” con alterazioni metaboliche.

Un resoconto medico pubblicato di recente, condotto per gli Stati Uniti da un pool di studiosi, riguardo la presenza di residui di pesticidi in frutta e verdura, e simile al report pubblicato come ogni anno da Legambiente (Pesticidi nel Piatto), si presta a confronti fra la situazione italiana e quella statunitense.

L’inchiesta condotta negli Stati Uniti (ripresa dal “ilfattoquotidiano”), ha lo scopo di stilare, da un lato l’elenco dei vegetali più contaminati (lo studio Ewg raccomanda l’acquisto di “biologici”), dall’altro la lista dei quindici cibi (frutta e verdura) con meno residui. Fra i peggiori dodici si trovano alimenti di largo consumo. Fra questi: fragole, spinaci, mele, uva, pesche, ciliegie, pere, pomodori, patate; fra i quindici meno contaminati: piselli surgelati, cipolle, melanzane, asparagi, kiwi, cavoli.

In totale nell’indagine eseguita negli States solo il 30% dei campioni di frutta e verdura analizzati risulta senza residui. Situazione migliore in Italia: su 9.939 campioni analizzati (non solo vegetali) la percentuale senza residui è esattamente il doppio: 61%.

Volendo limitare il confronto a frutta e verdura, in Italia la verdura è senza residui nel 64% dei casi e la frutta nel 36%. Degno di nota il fatto che, su 134 campioni da agricoltura biologica, uno solo (pera) è risultato contaminato da fluopicolide, a conferma che gli alimenti biologici sono indubbiamente più sicuri. Di particolare rilievo il multiresiduo, presente nella maggior parte dei campioni Usa, con un record nei cavoli verdi in quanto presente in oltre il 90%; in Italia il multiresiduo si riscontra nel 40% della frutta e nel 15% delle verdure.

Problema del multiresiduo. Già in passato erano stati riportati i dati di uno studio che aveva valutato su cavie l’azione di un cocktail di sei pesticidi (compreso clorpirifos), ciascuno “nei limiti di legge”. Le cavie, che avevano ricevuto piccole, quotidiane dosi di pesticidi avevano presentato profonde alterazioni metaboliche, in particolare steatosi epatica, tendenza all’obesità, intolleranza al glucosio con effetto diabetogeno, alterazione del microbiota intestinale, con effetti più marcati nei maschi.

Uno studio recente, invece, ha dimostrato come l’esposizione cronica anche al solo clorpirifos (noto per compromettere il neurosviluppo) danneggi gravemente anche il microbiota, comportando alterazione della barriera intestinale, aumento del passaggio di lipopolisaccaridi nel corpo con conseguente infiammazione cronica, aumento del rischio di insulino-resistenza, diabete e obesità.

Vera epidemia a livello globale è diventata l’obesità. Con una incidenza del 10,7% in Cina, nel 12,8% in Unione europea e del 30,4% in Usa. Gli autori dello studio concludono che l’uso diffuso di pesticidi può contribuire all’epidemia mondiale di obesità, con effetti addirittura superiori a quelli genetici e a quelli di una dieta ricca di grassi. Ai rischi da pesticidi si aggiungono ovviamente quelli per l’esposizione a tutti gli altri inquinanti con cui veniamo in contatto in quanto presenti nell’aria, nel vestiario, negli oggetti di uso comune e fra cui destano particolare preoccupazione gli “interferenti endocrini” cui appartengono anche molti pesticidi.

Risultati recentemente pubblicati e provenienti dal grande progetto europeo Heal (Health Environment Alliance), hanno confermato come in particolare l’esposizione prenatale a tali agenti sia correlata a eventi avversi specie sullo sviluppo sessuale, neurologico, sul metabolismo e sulla crescita. Denunciata inoltre con particolare vigore dai ricercatori l’assoluta inadeguatezza dell’attuale legislazione nel valutare e proteggere la salute umana dagli interferenti endocrini, perché ad esempio sostanze diverse ricadono sotto normative diverse, si valuta l’azione del singolo inquinante e non l’azione sinergica, si trascura l’azione sugli organismi in accrescimento.

Si conferma ancora una volta la scelta vincente il cominciare a proteggere la salute fin dalle prime fasi della vita, privilegiando un’alimentazione biologica in gravidanza.

«Sono il re della cucina»

Waseem, chef di “Costruiamo Insieme”

Pakistano, ventuno anni, imbattibile dietro i fornelli. «Non preparo solo riso speziato con pollo, mi diverto a preparare tanto altro. Ho patito la fame, poi il contratto con la cooperativa: mi è scoppiato il cuore di gioia!». Un mese in marcia, dall’Iran alla Turchia, senza toccare cibo e acqua. WASEEM articolo 01Nella sede di “Costruiamo Insieme”, c’è una cucina a pieno regime. Fra fornelli e pietanze, chef e collaboratori. Ragazzi che hanno imparato il mestiere a casa propria, altri che con la massima applicazione, hanno imparato che le ricette non sono tutte cipolla e peperoncini. Esiste altro. Certo, da queste parti gli ospiti preferiscono riso speziato con pollo. Ma anche per i ragazzi che fra i fornelli mescolano tradizione e integrazione, dopo aver replicato pietanze prelibate, vogliono far circolare la fantasia. Dunque, “piatti” non lontani dai loro menù, ma ogni tanto è bene cambiare. «Anche per una soddisfazione professionale, non ho studiato e  seguito corsi nel mio Paese per preparare un solo piatto; poi, per dirla tutta, connazionali e ospiti del Centro di accoglienza non ci metterebbero molto a dire che so cucinare solo riso speziato con pollo!».

E’ Waseem, lo chef di “Costruiamo Insieme” con il suo contratto di lavoro firmato con la cooperativa – cosa che gli ha fatto scoppiare il cuore di gioia – ad anticipare qualche buontempone. Ventuno anni, pakistano, magro, un principio di barba e sorriso, quando può si smarca dall’italiano. «Lo comprendo perfettamente, ma se non è proprio necessario parlarlo preferisco ascoltare; quando non comprendi la loro lingua, gli italiani ti si rivolgono aiutandosi, sforzandosi nel farsi capire con il sistema più antico: a gesti; è questa una delle prime cose che ho imparato quando, due anni e mezzo fa, sono arrivato in Italia: parlare quando necessario e interpretare i gesti, fino ad oggi mi sono trovato bene». Anche alla presenza del connazionale Idrees, che fa da interprete, Waseem è prudente. «Sono arrivato in Italia – racconta – da Gujrat, una importante città del Pakistan dove ho lasciato praticamente tutti i miei affetti: papà, mamma, quattro fratelli e una sorella».
WASEEM articolo 02Dal suo Paese all’Italia, il passo potrebbe sembrare breve. Sicuramente tribolato. Parla poco, ma riflette molto Waseem. «Sono passato attraverso l’Iran per proseguire per la Turchia: sono Paesi complicati, per carattere ci vuole molto poco a fare in modo che qualcuno di questi ti prenda sulla punta del naso e ti faccia male».

Un mese di viaggio. «Sono stato senza mangiare per almeno una settimana, non è facile convivere con la fame: oggi che quell’esperienza è lontana, i miei colleghi, gli amici, quasi mi prendono in giro: “Ti sei infilato in cucina – scherzano – e da lì non esci più!”, quasi avessi paura di una “ricaduta”, cioè un incontrollato attacco di appetito. Il viaggio, un mese, sì: la cosa brutta di quella esperienza è la sensazione di camminare su uno strapiombo, come se la mancanza di forze da un momento all’altro possa farti precipitare nel vuoto; ho camminato un mese senza un attimo di sosta, senza sapere quanto sarebbe durato quella penitenza: una settimana, un mese, un anno, chi poteva saperlo. Poi in una settimana, dormendo ovunque capitasse, senza toccare cibo, pensando che il giorno dopo sarebbe stato quello giusto e che avrei messo qualcosa sotto i denti».
WASEEM articolo 3Potenti mezzi della tecnologia. «Sento e vedo spesso i miei parenti, stanno tutti bene, sono felici di sapermi in salute e con un lavoro importante: a differenza di quanto dicono parenti ai miei connazionali, papà e mamma, ma anche i fratelli, non mi chiedono di tornare: “Stai bene lì, figliolo? E, allora, resta in Italia”; non sapevano dove fosse Taranto, ora anche loro conoscono questo angolo dell’Italia, un Paese accogliente, una città bella dal punto di vista umano. In Pakistan ho studiato, ma avevo voglia di diventare chef, tanto che ho fatto un corso di sei mesi. Certo, posso fare biryani, riso speziato con pollo, da mattina a sera, bendato e con un braccio dietro una spalla, ma ho studiato e imparato tanto altro che sarebbe un peccato non metterlo in pratica: insomma, cucino africano e non solo».

Spegniamo per qualche istante i fornelli, torniamo alla storia personale di Waseem. «Un mese in cammino, la fame, la sete, poi finalmente Istanbul, centro industriale e culturale della Turchia. Una volta arrivato lì, ho contattato qualcuno che fosse a conoscenza di chi stava organizzando un viaggio per attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Italia: mano in tasca, via le ultime risorse di cui disponevo e via, in cinquantasette a bordo di una imbarcazione; paura in mare aperto, fino a quando siamo stati avvistati e accolti da un’altra nave che ci ha trasferito all’hotspot di Taranto. Sono rimasto qui, ho lanciato un appello, raccolto da “Costruiamo”: grazie alla cooperativa ho un lavoro, posso pagare il fitto di casa e dedicarmi alla cucina. Ma non solo a base di riso speziato e pollo!».

 

«Voglia di riscatto»

Carlo Buccirosso, “Colpo di scena” successo al teatro Orfeo

Siamo tutti a Sud di qualcuno, diceva Luciano De Crescenzo. Nella voglia di chi vive ai margini c’è sempre una ragione in più per farcela. “Costruiamo Insieme” ha intervistato l’attore napoletano. «Mi impegno il doppio per essere attore, regista e autore con la stessa intensità. Il telefono squilla, ma non sono i colleghi». Teatro, cinema e adesso arriva anche la tv.  

Siamo tutti a Sud di qualcuno, diceva Luciano De Crescenzo, napoletano come Carlo Buccirosso, uno degli attori napoletani più amati dal grosso pubblico, ospite in questi giorni al teatro Orfeo della rassegna teatrale dell’associazione “Angela Casavola” (sponsor “Costruiamo Insieme”). Quello di Buccirosso è stata quasi una corsa a ostacoli per piegare le ultime resistenze di un teatro che replicava se stesso e le compagnie di giro. «Non voglio metterla sul piano del campanilismo – ci ha detto Buccirosso – ma per un artista del sud, conquistare una piazza importante come Milano, è una grande soddisfazione: entrare in abbonamento al “Manzoni” e l’anno prossimo aprirne la stagione, mi riempie d’orgoglio».

Attore, autore e regista napoletano, noto per ruoli comici e brillanti, diretto al cinema anche in un ruolo “serio” dall’Oscar Paolo Sorrentino (Il Divo), Buccirosso nell’intervista esclusiva rilasciata a alla web radio di “Costruiamo Insieme”, parla delle sue soddisfazioni professionali, “Colpo di scena”, titolo del quale l’artista napoletano è autore, regista e protagonista.

«Dovessi dirla tutta – dice  – penso di essere migliorato come autore, ho alzato l’asticella, tratto problemi sociali con la giusta ironia, che poi è la cifra che più di altre scatena il ragionamento nel pubblico: mi diverto perché diverto; penso di aver azzeccato tutto; si ride tanto, ma in sala a volte cala silenzio totale; nonostante il teatro pieno quasi non avverti la presenza del pubblico, tanto questo è immerso nella tensione che scatena la storia».

Bella scommessa mettersi in gioco da attore, autore e regista. 

«Con il senso di autocritica che mi ritrovo, penso che il lavoro portato in scena in questi mesi con il quale ho sostituito “Il pomo della discordia” per l’indisponibilità di Maria Nazionale, sia stato un altro passo avanti nella mia crescita in veste di autore: su un personaggio, una regia, puoi ragionare; su una scrittura, una sceneggiatura, dunque un’idea, il guizzo iniziale e poi, a seguire, i personaggi, i dialoghi, se non hai fantasia e capacità nel tradurre quello che ti passa per la testa in un primo e secondo atto, colpi di scena e contenuto finale compresi, puoi sbatterti quanto vuoi non riuscirai mai a fare qualcosa che ti lasci veramente soddisfatto».

Buccirosso, ha il senso dell’autocritica

«Se non mi ci vedo al massimo, me lo dico: stavolta mi do una pacca sulla spalla, tiro fuori cose che avevo dentro e che necessitavano di essere riportate dall’idea al copione; credo di avercela fatta, poi il tempo dirà quanto sia maturato in veste di regista, attore e, appunto, autore».Buccirosso copertina 6 - 1 Pare di capire che il ruolo di autore la intriga di più

«L’ideale sarebbe riuscire a dare allo stesso modo il top nelle tre diverse vesti: autore, attore, regista; al momento, però, quello di autore penso stia registrando passi avanti più decisi: non voglio ripetermi, ma se non fossi così convinto di quello che scrivo e porto in scena, non mi giocherei tutto per un atto di testardaggine; centosessanta piazze con “Colpo di scena”, una grande soddisfazione: il “Manzoni” di Milano, l’“Alfieri” di Torino, il “Duse” di Bologna, l’“Augusteo” di Napoli. Ci sono altri teatri, invece, nei quali andrò la prossima stagione: è solo questione di tempo, gli impegni assunti in precedenza hanno solo fatto slittare l’appuntamento di qualche mese».

Dovessimo fare ordine alle preferenze di Buccirosso? 

«Teatro, cinema e tv in quest’ordine; vengo dal teatro, anche se il cinema mi ha dato popolarità, la tv – peggio per lei – è arrivata col contagocce; diciamo che se ne sono accorti in ritardo: ho appena finito le riprese di una serie televisiva per Raiuno, interpreto un procuratore della Repubblica, un personaggio serio, ma dal quale emerge anche il mio tratto ironico: bravo Francesco Amati, il regista, uno attento, pignolo, mi lascio guidare volentieri da uno che conosce il suo mestiere, e penso che in questo lavoro televisivo, lui come regista, io come attore, abbiamo dato il meglio».

Buccirosso, insieme con Salemme, Casagrande, Izzo e altri, ha impresso una svolta e fatto riguadagnare posizioni all’arte comica di un tempo (Totò, Eduardo e Peppino De Filippo). Cosa invidia a quell’epoca?

«Spensieratezza e audacia, sembrava ci fosse tutto e, invece, niente; anni in bianco e nero e non solo sullo schermo, c’era voglia di ribaltare la fame, restituire il sorriso a un Paese che provava a dimenticare la guerra».

Partito da comprimario è diventato protagonista.

«Può dire anche “spalla”, non la ritengo un’offesa: non ci fosse stato Peppino non avremmo avuto quel Totò, la gente ha scoperto così la grandezza di De Filippo. Per quanto mi riguarda, penso sia accaduto tutto normalmente, tanto che se mi chiedesse quando ho avvertito questo scatto repentino, non saprei dire: più di una maturazione, ho avvertito una consapevolezza, quando ho deciso di mettermi in gioco a tutto tondo: attore sì, ma anche regista e autore. Forse, ma questo non assuma tono di polemica, altri non si stavano accorgendo che nel frattempo la mia crescita reclamava altro spazio».

C’è una formula per restare in buoni rapporti con i colleghi?

«Il telefono. Una persona è distante appena uno squillo, prendi il cellulare e chiami: “Pronto?”. Il mio telefono squillava e squilla tuttora, ma il più delle volte non sono colleghi. A proposito di telefono, sono arrivato nei circuiti importanti senza sollecitare una sola segnalazione: all’inizio non comprendevo certe dinamiche, al terzo lavoro, spontaneamente, sono arrivati gli spazi anche per la mia compagnia, evidentemente era solo questione di tempo».

Italia-Cina, firmata l’intesa

Accordo economico di 2,5 miliardi

«Rappresenta un potenziale di 20 miliardi di euro», ha dichiarato Luigi Di Maio, vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro. «Italia e Cina devono impostare relazioni più efficaci e consolidare rapporti già molto buoni», secondo il premier del governo italiano, Giuseppe Conte.  

Si è svolta l’attesa e, per certi versi, discussa visita in Italia del presidente cinese  Xi Jinping. Discussa per aver provocato in qualche modo allarme per Stati Uniti e Unione europea per l’accordo economico siglato dal governo italiano con quello cinese (l’Italia è il primo Paese del G7 ad aver aderito). Il Boeing di Air China, atterrato all’aeroporto di Fiumicino, dopo gli incontri istituzionali (fra gli impegni, quello con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella), è ripartito per Palermo. Dopo l’Italia, Xi Jinping visiterà Principato di Monaco e Parigi.

A Roma erano scattate le misure di sicurezza eccezionali per garantire spostamenti nel centro storico del capo dello Stato ospite e della delegazione al seguito, composta da circa 500 persone. Con il presidente cinese sono arrivati, oltre agli uomini della sicurezza personale, 120 giornalisti e 300 fra dirigenti di aziende,  musei e funzionari ministeriali.

L’incontro fra Mattarella e Xi Jinping è stato incentrato fra economia e politica. Fra i temi affrontati durante la “due giorni” del presidente cinese, particolare attenzione è stata rivolta agli accordi bilaterali e alle prospettive di sviluppo sul turismo tra Italia e Cina. Come riportato dall’agenzia Ansa, l’evento si è tenuto nel pomeriggio di venerdì all’Hassler hotel. Presenti a questo primo incontro: il Ceo di Adr Ugo de Carolis, Serafino Lo Piano, il responsabile vendite Long-Haul Trenitalia, Michele Pignatti Morano, Responsabile Musei Ferrari Maria Carmela Colaiacovo, vice-presidente Confindustria Alberghi, Damiano De Marchi, Ricercatore Senior Ciset- Centro Internazionale di Studi sull’Economia Turistica e Jane Jie Sun.

I governi di Italia e Cina hanno firmato a Villa Madama, una serie di accordi per rafforzare la cooperazione commerciale e culturale fra i due Paesi (ventinove le intese: 19 istituzionali e 10 commerciali). All’interno dell’accordo siglato, la collaborazione nell’ambito della Via della Seta Economica e dell’Iniziativa per una Via della Seta marittima del Ventunesimo secolo tra il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio e il presidente della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (Ndrc) He Lifeng. Secondo il premier del governo italiano, Giuseppe Conte, «Italia e Cina devono impostare relazioni più efficaci e costruire meglio rapporti che sono già molto buoni». A firmare le intese principali, per la parte italiana, è stato il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. Dall’altra parte del tavolo, il presidente della National Development and Reform Commission, He Lifeng. «Solo gli accordi firmati equivalgono a qualcosa come 2,5 miliardi di euro; accordi, questi, che hanno un potenziale di 20 miliardi di euro», ha dichiarato il rappresentante del governo nella duplice veste di vicepremier e, appunto, di ministro dello Sviluppo economico. Tema centrale dell’accordo, la Via della Seta di Pechino (l’Italia è il primo Paese del G7 ad aderire).

Di Maio ha poi firmato con il ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi un protocollo d’intesa per la promozione della collaborazione tra startup innovative e tecnologiche tra il ministero dello Sviluppo economico e il ministero della Scienza e Tecnologia cinese. Il vicepremier italiano ha inoltre sottoscritto con il ministro del Commercio Zhong Shan un memorandum d’intesa sulla cooperazione nel settore del commercio elettronico.