“Costruiamo Insieme” e il teatro

La cooperativa sostiene la rassegna in programma all’Orfeo

Martedì 26 novembre il “via” alla ventottesima Stagione a cura dell’Associazione culturale “Angela Casavola”. In scena la strepitosa Rimbamband che assicura risate interminabili.

C’è tanto “Costruiamo Insieme” nella ventottesima Stagione del teatro leggero a cura dell’associazione “Angela Casavola”. Dopo il brillante successo registrato lo scorso anno, con l’intervento in qualità di sponsor ed esclusivista in fatto di interviste (sito, youtube, web radio) con gli artisti in programma, ecco che quest’anno si profila il bis. A gentile richiesta, trattandosi di teatro.

Come per la scorsa Stagione, anche quest’anno i ragazzi ospiti della cooperativa parteciperanno in qualità di spettatori all’intero cartellone. E, anche quest’anno, avremo modo di documentare con foto e videoriprese entusiasmo e artisti lieti di intervenire sui nostri canali di comunicazione per manifestare la loro vicinanza.

L’apertura della Stagione di teatro leggero a cura di Renato Forte, toccherà alla Rimbamband. Martedì 26 novembre al teatro Orfeo di Taranto andrà in scena “The very best of Rimbamband”. Dopo la sospensione del tour nazionale di Raoul Bova per motivi di salute, primo nome in cartellone, degnamente sostituito da un titolo che sarà ufficializzato nei prossimi giorni, tocca alla formazione dei cinque eclettici musicisti pugliesi aprire la rassegna sostenuta da “Costruiamo Insieme”.

Raffaello Tullo, Renato Ciardo, Pasquale Maglione, Vittorio Bruno, Nicolò Pantaleo: sono loro la Rimamband. Iniziano insieme come formazione musicale di professionisti per diventare popolari e in modo dirompente, quando coraggiosamente cominciano a condire le proprie performance con trovate divertenti, poi grottesche, infine comiche. E’ una cifra, quella comica della Rimbamband, che riprende concetti che in altri Paesi riscuotono grande successo. I ragazzi pugliesi, infatti, ci mettono poco a farsi apprezzare con quel tratto che fa del loro repertorio uno dei più godibili da ascoltare e “vedere”.

Per ammissione degli stessi, quando a loro chiedono cosa sia la Rimbamband vanno in difficoltà. «La Rimbamband usa il linguaggio della musica a supporto di un contenuto comico», «È la musica che si dilata e che si fa guardare, oltre che ascoltare», oppure «La Rimbamband racconta la musica nel suo aspetto più folle e surreale».

Oggi hanno perfezionato il loro racconto. «Detto che confermiamo, tutto vero e condivisibile, mancava ancora qualcosa: ci rendevamo conto che davanti a tali definizioni la gente rimanesse spiazzata, in volto la tipica espressione, di chi è disorientato».

Mancava ancora qualcosa, un’anima. «Quella cosa che di giorno non riesce a far sentire la sua voce perché messa a tacere da tutto ciò che è normale, ma che di notte si ribella e timidamente comincia a cantare, impedendoti di dormire: canta lo swing quell’anima, poi incalza, vince la timidezza e balla, balla il tip tap; ci mette poco ad andare fuori di testa perché un’anima la testa non ce l’ha perché ha solo una gran voglia di giocare alla vita e raccontarla giocando».

Qual è sostanzialmente la traccia di un loro esilarante spettacolo. Un capobanda, tenta in ogni modo di cantare, suonare e ballare il tip tap; tutte le sere cerca soprattutto di mantenere un po’ di disciplina sul palco, ma è un tentativo frustrante, tanto che ormai, provato dall’ammutinamento del resto della band, ci ha rimesso tutti i capelli.

Assieme a lui, in scena, un batterista rumoroso e indisciplinato, che lascia sempre a casa la metà dei tamburi e alla fine non si sa mai con cosa riuscirà a suonare, un contrabbassista sognatore e stralunato e un sassofonista, che dopo tanti anni, è ancora convinto di essere in tour con la banda del suo paese. Neanche “Il Rosso”, pianista, jazzman virtuoso e beniamino del capo, riesce a riequilibrare le sorti di questa band squinternata e inquietante.

La Rimbamband, che definisce la sua anima un po’ rimbambita e un po’ bambina, “viaggia” insieme felicemente dal 2006. Da allora elaborano senza stancarsi un solo attimo tutti i linguaggi possibili dell’arte e dello spettacolo: musica, mimo, clown, tip tap, teatro di figura, rumorismo, fantasia teatrale, parodie. Il tutto sapientemente shakerato, intanto da un gusto musicale e della battuta secondo a nessun raffinato cabarettista, con un ritmo comico incalzante e servito con energia travolgente.

La Rimbamband ha iniziato ad essere ospitata nelle principali tv regionali. Comincia il tour più impegnativo sulle tv nazionali, dalla Rai a La7, fino a Canale 5. E’ Maurizio Costanzo ad accorgersi del loro autentico valore, tanto che li ospita prima su Sky Vivo (“Stella”), a seguire al “Costanzo Show” sulle reti Mediaset e al teatro Morgana di Roma (ex Brancaccino) all’interno della programmazione teatrale a cura dello stesso popolare anchorman televisivo.

«Peppino, rivalutiamolo»

Enzo Decaro, ex Smorfia con Troisi e Arena in scena con un De Filippo

A Taranto e Martina Franca la commedia “Non è vero ma ci credo”. «Provo a far conoscere alle nuove generazioni questo tipo di teatro e quanto sia importante  vederlo, riprenderlo, studiarlo, divulgarlo. Un peccato se dimenticassimo un grande artista. Massimo e il trio, spunti per i più giovani, ma Napoli non esistono più i Pino Daniele, Gragnaniello, De Simone, Senese, i Bennato di un tempo…».

Enzo Decaro, un tempo come “il bello della Smorfia”. Non che non abbia ancora il fascino di un tempo, ma è solo per farci capire chi sia il personaggio che stavolta abbiamo intervistato per il nostro sito, ospitandolo con la sua intervista fra le pagine di “Costruiamo insieme”, sul nostro canale youtube e sulla nostra web radio. E’ una chiacchierata interessante, fatta al volo, fra due rappresentazioni. In queste sue considerazioni, fra passato e futuro, l’idea costante di rivalutare un attore amato dal pubblico italiano, ma non del tutto noto alle nuove generazioni.

Per mettere un po’ di ordine nella carriera artistica di Decaro, fatta di tv e teatro, occorre fare un passo indietro. Un bel passo indietro e risalire esattamente a quarant’anni fa. Estate 1979, Yachting Club di San Vito, in scena c’è La Smorfia. Spettacolo in due tempi, protagonisti tre ragazzi baciati dal successo di “Non stop”, i “napoletani” Massimo Troisi, Lello Arena e, appunto, Decaro. Napoletani, anche se in realtà arrivano, nell’ordine, da San Giorgio a Cremano, Napoli e Portici.

E’ il regista Enzo Trapani ad inventarsi una tv tutta nuova, una “ballata senza manovratore”. Quella stagione televisiva irripetibile trascinò al successo anche Carlo Verdone, i “Gatti” Gerry Calà e Umberto Smaila, i Giancattivi Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti e Athina Cenci, Zuzzurro e Gaspare, e altri ancora. Decaro a Taranto, per la Stagione di spettacoli promossa al teatro Orfeo dai fratelli Adriano e Luciano Di Giorgio, a Martina Franca per il cartellone della Stagione di spettacoli al teatro Verdi. In scena uno dei classici di Peppino De Filippo, “Non è vero ma ci credo”.

Almeno tre generazioni, cosa è cambiato nella vita artistica di Enzo Decaro?

«A quarant’anni di distanza, trovare un punto d’incontro fra tradizione e innovazione, con il lavoro che stiamo portando in scena, è estremamente importante, tanto quanto mettere in scena codici e linguaggi, anche questi da salvaguardare».

La scaramanzia “celebrata” nella commedia di Peppino sembrerebbe fuori contesto, invece è drammaticamente attuale. 

«Nello spettacolo produce ancora danni notevoli, è una di quelle credenze che andrebbero picconate per demolire una mentalità tristemente e saldamente radicata nell’inconscio collettivo; ci vorrà molto altro tempo per averne ragione, toccherà alle future generazioni prendere distanza da queste pessime abitudini».

Troisi, compagno di lavoro ne La Smorfia, ha lasciato un vuoto difficile da colmare.

«Ci sono molti attori e registi che presentano progetti, qualcosa che ha a che fare con lo studio, un attento lavoro svolto per mettere in scena un qualsiasi titolo. A me, più modestamente, piace pensare che quanto fatto principalmente da Massimo, anche ai tempi del trio, possa essere stato uno spunto, un incoraggiamento a quanti si avvicinavano a un cinema o un teatro brillante, sicuramente impegnativo indipendentemente da una cifra comica o drammatica».

La tv di oggi, da Zelig a made in Sud. Ci verrebbe da dire: non ci sono più i “Non stop” di un tempo. 

«Non lo scopro io, ma la tv è un prodotto della società in cui viviamo, diciamo che ai nostri tempi pensavamo e ci divertivamo in modo diverso. Tanto che, oggi, nel bene e nel male il piccolo schermo riproduce mediamente quello che circola in questi anni. Sul finire degli Anni 70, e parlo di Napoli, quando esistevano i Pino Daniele, Enzo Gragnaniello, Roberto De Simone, i Bennato, Senese e altri; si tiravano fuori pensieri e idee, a nessuno balenava nella mente una spregiudicata caccia al successo, a prescindere di come si arrivasse a questo; oggi è tutto cambiato, e non è solo certa teatralità napoletana ad averne risentito».

Peppino De Filippo, autore di “Non è vero ma ci credo”, una scelta meditata o istintiva? 

«Peppino è stato un attore straordinario, mai abbastanza rivalutato, come nel tempo accaduto per il grande Totò; in realtà la scelta di questo copione nasce da una volontà precisa, dedicare lo spettacolo a una grandezza, forse, mai riconosciuta in senso compiuto; lo stesso Luigi De Filippo, figlio di Peppino, aveva in mente un progetto da dedicare alla memoria del padre, nonostante fosse anche vicino allo zio Eduardo, che lui amava immensamente; infatti, “Non è vero…”, fa parte del teatro dei De Filippo, quando ancora Eduardo, Titina e Peppino lavoravano insieme, tanto che risulta naturale che battute e idee, poi maturate in ambiti separati, scaturivano dalla loro incredibile fucina teatrale, artigianale, artistica, una genialità inarrivata e inarrivabile; così considero che la scelta sia stata abbastanza naturale, onorando tanto una tradizione quanto un repertorio, che consentisse anche un salto nell’innovazione, nei codici di linguaggio».

Peppino e un personaggio magistralmente cucitosi addosso.

«Era l’approccio globale ad interessarmi di più, entrare nel progetto, una scrittura e una messa in scena condivisa con Leo Muscato, provvidenziale nel rispettare questa necessità innovativa prestando massima considerazione per la tradizione; per il resto, ho semplicemente cercato di calarmi nel personaggio con il gusto di spettatore, cercando di trasferirne sentimenti e caratteri della commedia, magari rinunciando a qualche atteggiamento di farsa; in sostanza, ho trovato interessante andare nella direzione della disperazione patologica del personaggio che, certo, fa anche ridere, ma che solo alla fine – posto davanti davanti a una scelta importante – si ravvede».

Teatro, tv e cinema. Quale di questi aspetti ti appassiona maggiormente?

«Non faccio calcoli, ritengo sia sempre importante lo spessore di un progetto, in qualsiasi direzione esso vada; proprio come accaduto per onorare la memoria del grande Peppino. Sarebbe un peccato dimenticarsene. Il mio impegno è proprio questo: far conoscere alle nuove generazioni l’esistenza di questo tipo di teatro e quanto valga la pena di andare a vederlo, a riprenderlo, studiarlo, divulgarlo».

«Sono stato cretino!»

Retromarcia del sindaco di Biella sul caso Segre-Greggio

Claudio Corradino, sindaco della città piemontese, aveva rifiutato la cittadinanza alla senatrice a vita scampata all’Olocausto per assegnarla al popolare presentatore televisivo. Dopo la bufera mediatica le scuse del primo cittadino con allegata ammissione di colpa.

«Sono stato un cretino, lo ammetto: chiedo scusa a Liliana Segre ed Ezio Greggio, anche se su questa cosa è stata fatta una speculazione indegna da parte di tutti e mi dispiace: il risultato è stato negativo, ingiustamente, ho commesso una grandissima sciocchezza diventata una cosa nazionale. La signora Segre non ha bisogno della cittadinanza del sindaco di Biella per attestare che lei, invece, è “patrimonio dell’umanità”, pertanto le chiedo ancora scusa: l’ho invitata anche a Biella per la Giornata della Memoria, non ho nulla contro di lei».

Con queste parole il sindaco di Biella, Claudio Corradino, si è scusato ai microfoni di “Stasera Italia”, programma serale in onda su Retequattro. Molti ricorderanno l’episodio in seguito alla polemica esplosa nell’attribuire la cittadinanza onoraria della città piemontese al presentatore televisivo Ezio Greggio, dopo averla rifiutata alla senatrice Liliana Segre, ottantanove anni, superstite dell’Olocausto e testimone della Shoah italiana. Era stato lo stesso conduttore di “Striscia la notizia” a porre al centro del dibattito il tema “cittadinanza onoraria sì, cittadinanza onoraria no” con un secco rifiuto all’invito del sindaco di Biella che solo una settimana prima l’aveva negata alla senatrice.

«Sono stato un cretino e chiedo scusa alla Segre e a Greggio». Riconoscere i propri torti in modo così secco, davanti a milioni di spettatori prima, di lettori poi, è stato un gesto importante. E non tanto per il “cretino” attribuitosi da solo dal sindaco di Biella, Corradino, che comunque ha commesso una grave sciocchezza, quanto per aver riconosciuto di aver commesso una grave leggerezza. Corradino non era il cliente di un bar di periferia nel quale stava sorseggiando di corsa un caffè prima di recarsi al lavoro. La dichiarazione l’aveva fatta con addosso la fascia tricolore di primo cittadino di una città considerata patrimonio dell’Unesco. Per contenere la polemica diventata virale, ci limiteremo a considerare ingenua la posizione del sindaco, che ha rifiutato le “chiavi della città” alla Segre, scampata all’Olocausto, per attribuirle appena una settimana dopo al popolare presentatore (non solo bravo, ma molto impegnato nel sociale)? E’ stato proprio Greggio a mostrare grande sensibilità compiendo un gesto forte e rispedendo al mittente la proposta di cittadinanza onoraria. Forse proprio l’atteggiamento di Greggio, ha riposizionato il tema al centro del dibattito, dopo che il rifiuto della cittadinanza alla Segre rischiava di passare quasi sottotraccia. Dunque, un “bravo” al conduttore di “Striscia” e una “sufficienza”, seppure stiracchiata, al sindaco di Biella che ha riconosciuto una leggerezza commessa in veste di primo cittadino. Dunque, tutto è bene quel che finisce bene.

Ma facciamo un po’ di cronaca a proposito di quanto ha generato il caso mediatico in causa. La polemica scoppia e diventa un caso politico. La giunta del Comune di Biella decide di nominare cittadino onorario Ezio Greggio, «Per la popolarità televisiva – questa la motivazione – come conduttore, giornalista, attore e regista, per il suo costante impegno attraverso l’associazione “Ezio Greggio per i bambini prematuri”; per aver contribuito a diffondere in Italia e nel mondo il nome di Biella» (il conduttore è nato a Cossato, cittadina in provincia di Biella).

La decisione della Giunta, intempestiva, era arrivata pochi giorni dopo il rifiuto del conferimento dello stesso titolo alla senatrice a vita, Liliana Segre.

Paolo Furia, segretario del Pd in Piemonte, aveva considerato provocatorio il gesto. «Niente contro Ezio e niente in linea di principio contro un titolo onorifico – aveva dichiarato il politico – per un uomo del nostro territorio che ha portato il nome di Biella in giro per tutto il Paese, però mi chiedo: perché non farlo tra due anni? Perché decidere di farlo a una sola settimana dal rifiuto di votare una cittadinanza onoraria per la nostra senatrice a vita perseguitata nazista e simbolo della nazione Liliana Segre?».

Considerata la bufera provocata dal caso, Greggio aveva deciso di rifiutare la nomina a cittadino onorario di Biella, «per rispetto nei confronti della senatrice Liliana Segre, per tutto ciò che rappresenta, per la storia, i ricordi e il valore della memoria».

Da quel momento in poi, la retromarcia del sindaco Corradino con tanto di scuse: «Segre non ha bisogno che arrivi il sindaco di Biella a darle la cittadinanza, è un “patrimonio dell’umanità” e le chiedo ancora scusa. L’ho invitata anche a Biella per la Giornata della Memoria e non c’è nulla contro di lei».

Infine, il punto di vista del sindaco di Biella. «Solo per una sfortunata serie di coincidenze la proposta di cittadinanza a Ezio Greggio e la mozione Segre si sono accavallate a livello temporale, dopo che con Ezio Greggio avevamo fissato la data del 23 novembre da oltre due mesi». Dicevamo “tutto è bene…”, ma stavolta c’è stata una marcia indietro con tante scuse e un «sono stato un cretino», un esercizio che molti politici dovrebbero compiere quando commettono un grave errore. E non sono al bar, ma rivestono cariche pubbliche.

Banda, musica e pettole

“Costruiamo Insieme” celebra l’ingresso nelle festività natalizie

Cinque del mattino, Santa Cecilia. La cooperativa sociale di via Cavallotti, invita una banda musicale, frigge nella sua cucina multietnica e offre il simbolo della tradizione tarantina agli abitanti della zona. Un “regalo” a quanti sono legati alle tradizioni.

Santa Cecilia, 22 novembre, cinque del mattino, sorpresa musicale i ragazzi ospiti della sede di “Costruiamo Insieme” di via Cavallotti a Taranto, ma anche per le centinaia di residenti, colpiti dall’inattesa sorpresa. La banda musicale diretta dal maestro Berardino Lemma ha eseguito novene per la gioia di tutti.

Per il terzo anno consecutivo, uno degli operatori del Centro di accoglienza, all’arrivo della banda musicale ha spalancato il portone. E’ un gesto di ospitalità, e di apertura del cuore per accogliere idealmente la ventina di musicisti che sta per intonare marce già celebri a quei tarantini da sempre legati a questa tradizione.

Molti ragazzi in strada, stretti fra giubbotti con bavero alzato, a partecipare con devozione ai brani religiosi eseguiti della banda musicale “Lemma”. Decine le persone dai balconi hanno ascoltato le musiche e applaudito le esecuzioni magistralmente eseguite da musicisti professionisti.I GIORNI Banda - 3E’ stato un momento di grande emozione. Anche i ragazzi ospiti del “Centro”, si sono affacciati dai balconi della struttura che li ospita unendosi idealmente a dirimpettai e cittadini scesi in un baleno dalle abitazioni.

Anche quest’anno, anziani hanno seguito l’esempio dei più giovani già in strada per assaggiare pettole calde, appena uscite dalla “frizzola” allestita nella cucina del Centro. A causa del primo freddo, chi è in età avanzata si chiude in un giaccone, preferisce osservare l’evento dall’alto. E’ l’abbraccio ideale fra genti. I migranti alla ricerca di speranza e calore; i tarantini, ad invocare speranza e un futuro migliore, per allontanare una crisi che parte da lontano.

A taranto ha avuto inizio il Natale. All’interno della sede, i ragazzi sono già attivi nell’allestimento dell’albero di Natale. Sarà addobbato a tempo di primato, considerando l’inizio delle festività natalizie che, com’è noto, a Taranto cominciano con largo anticipo. Il giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre, è lontano più di due settimane, ma in città il profumo delle pettole che si sprigiona per le strade e le abitazioni dei tarantini racconta già un’altra storia. Gli odori del fritto circolano nell’aria: siamo, infatti, ufficialmente nel Natale tarantino. E non solo, posto che in provincia e nel resto della Puglia, ognuno introduce più o meno nel rispetto degli stessi tempi il Natale secondo le proprie tradizioni.I GIORNI Banda - 4In città cominciano all’alba. In alcuni quartieri anche prima. Quando è ancora buio, insieme con i profumi del fritto riecheggiano, nel silenzio, i rumori delle portiere delle auto, richiuse non appena escono i musicisti. Due minuti, il tempo necessario per sistemare ancora una volta la divisa e gli orchestrali si sono già disposti sul marciapiedi all’ingresso della sede di “Costruiamo Insieme”, in via Cavallotti 84. Il maestro Berardino Lemma, come da tradizione tramandata dal suo papà, artigiano e fondatore di una delle bande musicali più celebrate nel Tarantino, dà il segnale ai suoi musicisti.

E’ un attimo, dalle abitazioni vicine, si aprono porte e finestre, il Natale passa anche da queste consuetudini. Dal cuore dei ragazzi neri che vogliono integrarsi, accorciare le distanze con il territorio, cominciando da un gesto semplice. «Non vogliamo essere un corpo estraneo di questa comunità», ripete qualcuno dei ragazzi. Si documentano, si consultano i ragazzi dalla pelle scura e dal cuore candido. A Taranto il Natale comincia prima. Dolci, fritti e conditi con un cucchiaino di zucchero, dal nome e dall’accento strano, le pettole, e le novene eseguite dalle bande musicali che introducono alla festa più lunga dell’anno. Così gli ospiti del Centro mettono insieme le due cose, musica e pettole, ne avevano parlato con gli operatori che avevano subito trasferito questo desiderio alla direzione e alla presidenza. Detto, fatto. E’ l’alba, Santa Cecilia, ecco un primo “benvenuto” alle feste natalizie.

«Restituito alla vita!»

Yankouba, scappato dal Mali, intrappolato in Libia

«Picchiati senza motivo, costretti a lavorare in silenzio, anche per tre giorni di seguito senza toccare cibo. E poi i ragazzini, più crudeli di tutti, impugnavano fucili e sparavano alla schiena, come fosse un tiro al bersaglio!». 

 «Sei libero, puoi andare…». Un istante dopo, un colpo di fucile alla schiena, a distanza ravvicinata. Un poveretto giace steso, privo di vita, gli occhi rivolti al cielo. Yankouba, maliano, fede musulmana, così un giorno ci ha raccontato la sua storia. Senza tanti giri di parole. A che servono questi, se poi la sostanza è una sola: la vita appesa a un sottile filo, quello di un ragazzetto senza scrupoli che ha visto scene simili in un film violento, e d’improvviso ti pianta un proiettile in una spalla, senza pietà.

Tutto comincia con un incubo. «Zitto e lavora!». La manovalanza nei campi di raccolta è fatta di ragazzi di pelle nera rastrellati per strada, in Libia, per essere tradotti in uno stanzone di un edificio fatiscente. Porte enormi, solide, impossibile abbatterle. «Così robuste da scoraggiare a chiunque, sotto chiave – spiega Yan – venisse in mente l’idea di aprire uno di quei portoni e scappare ancora, come se la vita fosse una fuga continua».

Da un Paese all’altro. Quando pensi che possa tirare il fiato, ti tocca daccapo mettere gambe in spalla e correre. Fino a quando uno, due, dieci fucili non ti si spianano a un palmo dalla faccia.

La storia di Yankouba non è tanto diversa da quella di altri connazionali o amici per la pelle, nera, che i libici individuano con estrema facilità. Come fosse una mattanza, li accerchiano, li catturano, mai con le buone. Li spingono in spazi allo scoperto: cantine, edifici in disuso, masserie. Trascinati talvolta per i capelli, i ragazzi dormono in stalle, insieme alle bestie da accudire.

NON SOLO BOTTE…

«Ma è successo anche di peggio: non solo botte, anche intere giornate senza toccare cibo; c’era chi non reggeva questo ritmo, sveniva, pregava il Cielo che la tortura finisse, in un modo o nell’altro, che gli aguzzini si muovessero a compassione, gettando per strada i più deboli, oppure che mettessero fine a questa sofferenza, anche nel peggiore dei modi: un colpo di pistola o di fucile alla nuca».

Colpi di arma da fuoco. «Non sai mai da chi ti arriva – riprende il ragazzone maliano – militari o civili: girano tutti con armi in pugno; perfino i ragazzini, i più pericolosi di tutti, hanno in tasca una pistola: connazionali mi hanno raccontato di qualcosa come un gioco di società, “Se vuoi la libertà, scappa e non fermarti!”».

Trasformano degli esseri umani in bersagli, come fosse un tiro a segno, fatto di gare di precisione per il piacere di mettere fine a un cuore che batte. Miserabili assassini in erba che misurano le proprie capacità balistiche con la vita di coetanei che hanno la sola sfortuna di cercare una via di fuga dalle persecuzioni. Stabiliscono così una gerarchia: chi è il più bravo a colpire un bersaglio in movimento. Talvolta anche chi è il più crudele di tutti. «La Libia, non puoi evitarla, è la finestra che affaccia sul Mediterraneo e ci permette, a costo di rimetterci la pelle, di cominciare a pensare a una vita diversa, lontano da persecuzioni politiche e dalla fame».

Yankouba e un pezzetto della sua vita. «Agli italiani sarò grato a vita, riconoscente alla Marina italiana, che ha tratto in salvo me e decine di miei compagni in mare restituendoci di colpo alla vita!». Non è facile trovare le parole. Spiega a gesti, ingoia a vuoto, gli occhi lucidi. Gli fa male ricordare certi passaggi, ma ci prova, accetta di liberarsene, ma è come se avesse ancora un coltello piantato nel costato e qualcuno e lo torturasse ancora.

Alla fine Yankouba trova coraggio e parole. «Non ho potuto studiare nel mio Paese, non ne avevo le possibilità: mio padre è morto per malattia, dopo una lunga sofferenza, lasciando mamma, me e un fratellino; è anche per quest’ultimo che voglio trovare lavoro, qualsiasi esso sia, dopo la Libia sono disposto a enormi sacrifici: voglio guadagnare e spedire soldi a casa, questo voglio fare, perché il mio fratellino non passi attraverso la mia sofferenza».

ANCHE DOLORE E SOFFERENZA

Una malattia curabile, forse con una semplice vaccinazione e il papà di Yankouba non c’è più. Poche cure in Mali, ne sa qualcosa lo stesso “Yan”, vittima di una scarsa assistenza sanitaria. Ha una leggera zoppia. «I medici fanno quello che possono e chi non può pagarsi le cure, ha la vita segnata». Un episodio personale. «Anni fa sono stato vittima di un incidente: investito da un mezzo, mi hanno dato assistenza come potevano, poi mi hanno dimesso dall’ospedale nel quale ero stato trasportato; funziona così, ti rimettono in piedi come meglio possono, poi diventano affari tuoi. Zoppico un po’, forse con un secondo intervento riprenderei a camminare normalmente».

«Dovessi trovare un lavoro, uno qualsiasi, resterei volentieri qui: in Mali lavoravo nei campi, concimavo terreni, mi dedicavo al raccolto. Senza titolo di studio mi toccava fare qualsiasi cosa, ma non mi sono mai tirato indietro: vivere fra stenti e vessazioni, ho preferito andare via, magari crearmi un futuro, guadagnare poco, ma mettere da parte quel denaro da mandare a casa, per aiutare l’unico mio fratello, piccolo, a studiare: vorrei che la vita non fosse severa come è stata con me».

La Libia, un ritornello che torna in mente. «Dopo un viaggio fra difficoltà che non sto a ricordare, in quel Paese ho trascorso due mesi da dimenticare: fermato insieme a decine di fratelli neri, tutti al lavoro, a raccogliere olive, a spezzarci la schiena; poi, all’imbrunire, sorvegliati e reclusi in uno stanzone; un panino, nemmeno a parlarne, restavamo digiuni anche tre giorni di seguito; come se non fosse bastata la fuga dal mio Paese, due enormi porte ci impedivano di andare via, scappare; fino a quando un bel giorno ci siamo dati coraggio e abbiamo sfondato una delle due porte principali: non sapevamo neppure da che parte scappare, abbiamo solo seguito l’istinto».

Anche in Libia qualcuno dimostra di avere cuore. «Tre mesi di lavoro – spiega Yankouba – per ripagare un uomo che ci dava assistenza, ci sfamava e ci aveva promesso che avrebbe provveduto a trovare un gommone sul quale imbarcarci: così è stato, mare aperto, una nave italiana in lontananza, finalmente salvi!». Li raggiunge una nave Militare italiana che li conduce in porto, poi il viaggio verso il Centro di accoglienza.

«Comico per caso»

Tommy Terrafino, ospite a “Cabaret al Tarentum”

«A Ibiza, villaggio turistico, promosso da scenografo ad animatore. Poi il Festival del cabaret, la tv su La7 e Raidue, dal “Boss dei comici” a “Made in Sud”. A Rutigliano il mio primo locale per fare cabaret». “Costruiamo Insieme” a sostegno della rassegna. In platea ospiti del Centro di accoglienza.

Secondo appuntamento con “Cabaret al Tarentum”. Ospite della rassegna a cura di Renato Forte, sostenuta da “Costruiamo Insieme”, il comico Tommy Terrafino da noi intervistato. Anche per il popolare “parcheggiatore” e “vegano” – due dei suoi più fortunati personaggi portati in tv – è stato un successo. In platea alcuni degli ospiti del nostro Centro di accoglienza accompagnati da operatori.

«Ho superato i quaranta – ci ha raccontato in una lunga intervista video – ma è a diciassette anni che ho sentito, forte, il richiamo del palcoscenico, avvenuto in modo fortuito come spesso accade; infatti la mia “prima volta” è stata in un villaggio turistico». Terrafino, artista pugliese, nato a Noicattaro, residente a Turi, è noto ovunque grazie a passaggi televisivi e successo registrati con “Il boss dei comici” su La7 prima, e con “Made in Sud” su Raidue, poi.

Terrafino è salito sul palco dell’Auditorium di via Regina Elena a Taranto alle 19.00. Orario singolare per il genere di spettacolo che, però, al suo debutto ha raccolto i favori di un pubblico che ha condiviso la scelta di Forte, direttore artistico del cartellone. Scopo principale: non provocare attriti all’interno di coppie e famiglie che, in altri orari, si troverebbero di fronte al dilemma partita di calcio in tv o spettacolo in teatro.

ARRIVA LA POPOLARITA’

Terrafino sta attraversando un momento di grande popolarità. Fra i suoi personaggi, il parcheggiatore abusivo e il “vegano” (più vittima che promotore dell’ultima moda in fatto di diete). «Carica, carica! Vieni, vieni…frena!», uno dei suoi tormentoni. Ma torniamo per un istante al villaggio turistico. «Ibiza, la cosa ormai risale a un po’ di anni fa, appassionato di pittura fui ingaggiato in qualità di scenografo per un villaggio della Francorosso; disgrazia volle, che l’animatore, un tarantino, facesse un incidente in moto, lieve per fortuna, e, non volendo, temporaneamente lasciasse il suo posto al sottoscritto. Fu in quel momento che scoprii una vena brillante, a seguire sostenuta da una certa caparbietà, tipica di noi pugliesi…».

Di mezzo, pare di capire, un’accademia, “Sipariando”, e non solo quella. «Roma, iscritto e rapito dalla tecnica e dalla creatività sollecitate da un corso professionale; tornato in Puglia, ho aperto un locale a Rutigliano, il “DelTer club”: ospitavo artisti e spesso mi cimentavo in monologhi o spettacoli con l’altra metà di un sodalizio artistico, Savino & Terrafino, durato sedici anni, cioè fino a quando il mio collega decise di mollare il colpo; avevamo fatto tv importanti insieme, da Teleregione a Telenorba, ma da quel momento in poi avrei dovuto declinare dialoghi fatti di “botta e risposta”, dunque comico e spalla, a monologo: mi rimboccai le maniche e ribaltai il senso degli spettacoli».

PARCHEGGIATORE E “VEGANO”

Va bene il parcheggiatore, poi il “vegano”, una intuizione a prima vista non del tutto condivisa da produttori e autori tv. «Qualcuno, in effetti, mi aveva sconsigliato di fare monologhi sul pensiero vegano, considerato ancora di nicchia, invece non solo mi è andata bene, ma ho vinto il Festival del cabaret a Martina Franca, la manifestazione di Giovanni Tagliente nota in tutta Italia: era il 2014; poco dopo la prima occasione televisiva, con La7, “Il boss dei comici”, un’idea di Nando Mormone: trecento aspiranti comici, una selezione dolorosa, ma alla fine ce l’avevo fatta: ero stato scelto per partecipare al programma; a seguire, è stata la volta di “Made in Sud”, prodotto dallo stesso Mormone».

Un altro esame. «Trasmissione in diretta su Raidue, non sono ammesse distrazioni; l’Auditorium di Napoli, una muraglia di mille persone che devi far ridere, altrimenti sono guai: mi è andata bene, sono felice di come si evolvono i miei personaggi, del favore del pubblico, il che significa essere sulla buona strada».

Cosa fa ridere Terrafino e l’ultima volta che ha riso di gusto. «Le battute raccolte per caso, quelle scaturite da persone normali che – per chiss quale pensiero scaturito dalla mente umana – diventano involontarie battute. L’ultima volta a Bari, le due di notte, davanti al furgone dei panini: “Miche’, dammi ‘na birra – ma mi raccomando – non deve essere fredda, né calda: croccante!”; quando ho sentito questa cosa, mi sono detto “E’ mia!”».

«Polveri mortali»

Italia, prima in Europa, a causa del PM2.5

Taranto, nel nostro Paese, davanti al resto delle province. «I tumori infantili registrano una percentuale superiore al 50% rispetto alla media», aveva spiegato in una intervista rilasciata a “Costruiamo Insieme” Valerio Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata.

Non più tardi dello scorso luglio, sui nostri canali, dal sito a youtube (Costruiamo Insieme, «Vincere insieme», digitate pure…), in una intervista a Valerio Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata, era emerso un dato raccapricciante: Taranto registra il 50% di casi in più rispetto al resto d’Italia. La nostra terra per tutto quello che ha passato e ancora sta passando, prima di ogni cosa la crisi occupazionale con particolare riferimento alla vice Arcelor-Mittal (ex Ilva), non si meraviglia più di niente. Come se fosse stato stirato dall’artiglieria pesante. E come se non bastasse, la stessa, si fosse fatta un altro giro su una città moribonda e l’avesse tramortita una seconda volta.

Dunque, di che meravigliarsi, se non più di tre giorni fa l’agenzia italiana più autorevole, l’Ansa, abbia divulgato attraverso il proprio sito e la serie di testate giornalistiche, dalle più autorevoli a quelle di provincia, che il nostro Paese ha registrato l’ennesima tragedia sanitaria. L’Italia è tristemente prima in Europa e undicesima nel mondo per morti premature da esposizione alle “Polveri sottili PM2.5”.

QUARANTACINQUEMILA MORTI!

Appena tre anni fa sarebbero state 45.600, con una perdita economica di oltre 20 milioni di euro: la peggiore in Europa. È il risultato fra uno dei dati riferiti all’Agenzia ANSA da Marina Romanello, una studiosa italiana – nemmeno a dirlo, a proposito di fuga di cervelli all’estero – della University College di Londra, ricavata da un’attenta analisi pubblicata da una rivista medica sull’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute, condotta da ben trentacinque università. La studiosa italiana è tra gli autori di un  impietoso report che ha coinvolto almeno trentacinque enti, tra università e istituzioni, come l’OMS e centoventi ricercatori in tutto il mondo.

Abbiamo sentito spesso parlare ambientalisti locali e nazionali di un elemento infinitesimale, ma al contrario dannoso quanto un veleno letale: il PM2.5. Di piccolo diametro, il PM2.5 è composto da tutte quelle particelle solide e liquide disperse nell’atmosfera. Qui sta l’aspetto tragico, proprio perché essendo di piccole dimensioni, questo elemento considerato comunemente “polvere sottile”, può penetrare negli alveoli polmonari e potenzialmente passare nel sangue.

Gli esperti, nel summit appena riferito, a conclusione di un primo ciclo di studi, hanno stimato il seguente dato: in Europa sarebbero duecentottantunomila le morti premature per esposizione alle PM2.5.

In pericolo, come ci aveva spiegato Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata, è soprattutto la salute dei bambini e dei neonati. Questi, infatti, risultano essere i più esposti in quanto dotati sistemi immunitari e respiratori ancora non del tutto sviluppati.

TUMORI INFANTILI, TARANTO PRIMA PER DISTACCO

«I tumori infantili – ci aveva spiegato Cecinati – sarebbero considerati patologie rare: in Italia se ne registrano quattromila casi l’anno; l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di Sanità sull’incidenza dei tumori infantili descrive una percentuale superiore al 50% rispetto alla media: non abbiamo un’epidemia di tumori infantili, ma tradotto in numeri, se nelle province del resto d’Italia registriamo una media di quindici casi all’anno, a Taranto ne riscontriamo venticinque l’anno».

Per concludere, i problemi climatici fra le varie cause, provocano malnutrizione, in quanto minacciano i raccolti. In Italia, anche questo secondo stime attendibili, il potenziale di raccolto si è ridotto per tutte le coltivazioni alimentari di base (dagli Anni 60 quello del mais si è ridotto del 10,2%, quello del grano invernale del 5%, della soia del 7%, del riso del 5%).

Diventa fondamentale, tornando ai nostri bambini, rispettare l’accordo sul clima sottoscritto a Parigi. Sarebbe l’unico sistema perché un bambino nato oggi, secondo i ricercatori, possa festeggiare il suo trentunesimo compleanno in un mondo a emissioni zero perché  le prossime generazioni  abbiano un futuro più sano e sicuro, finalmente.

«Lavoro in pace»

Sadiki, da quattro anni in Italia, si racconta

«Da quando sono in Italia, accetto qualsiasi cosa, tranne che io o altri neri, rubiamo lavoro e donne. Vado nei campi, negli stabilimenti, perfino nel retrobottega di un ristorante, ma non dite che rubiamo occupazione e ragazze…»

«Niente elemosine, la cosa ci offenderebbe: siamo andati via dal nostro Paese per vivere dignitosamente e nessuno, compresi quanti chiedono monetine, siano essi neri, dell’Est o tarantini – perché anche i tarantini, mi risulta, chiedano spiccioli all’uscita di bar e supermercati – pensano che stendere una mano o un cappellino al prossimo, sia la soluzione a tutti i mali…».

Ne abbiamo parlato e scritto la scorsa settimana con il racconto di Mosi. Il tema è lo stesso, sfumature simili, il ragionamento non fa una grinza. Ne parla Sadiki. «Da quasi quattro anni sono in Italia, mi trovo bene, mai chiesto un solo euro, nemmeno quando ne avrei avuto bisogno: sono stato ospitato nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” e sono fiero di avere imparato molte cose, dallo studio, alla scrittura, a imparare nuovi mestieri».

Corsi di formazione che gli saranno serviti per cercare lavoro. «Il discorso è complicato: il lavoro manca anche ai tarantini, l’unica richiesta che perviene a noi neri è l’attività nei campi, a raccogliere ortaggi e frutta; con uno stipendio giusto, per noi, dal colore della pelle diverso, quanto per i bianchi, come noi impegnati nel raccolto nelle campagne; i corsi di formazione sono utili, lo sono stati per miei colleghi, chi lavora nel campo della ristorazione, chi fa il meccanico, le occasioni non sono mancate».

NON RUBIAMO LAVORO…

Non sono tante, ma ci può stare secondo Sadiki. «E’ un momentaccio – dice – specie ora che l’industria sta risentendo della crisi; speriamo che il Governo italiano possa risolverla questa crisi e tutto, almeno per i dipendenti dell’ex Ilva, torni sereno; così io e i miei fratelli, quelli che hanno grande volontà, ci diamo da fare; ma, attenzione, non rubiamo lavoro a nessuno».

Come Mosi, Sadiki torna su un ragionamento. «Gente dice che rubiamo lavoro e donne agli italiani e questo non è vero; sto in Italia da qualche tempo, dicevo, così la vostra lingua riesco a parlarla bene; insomma, mi faccio capire e dove non arrivo a farmi capire, mi aiuto con discorsi lunghi e con i gesti delle mani: perché dico questo? Perché a volte, quando entro in un bar, sono alla fermata in attesa di un bus, dopo aver comprato il biglietto sia chiaro, faccio finta di non capire l’italiano – che invece capisco bene, purtroppo… – e sento sempre le stesse cose, cattive il più delle volte; se prendessi la parola, per dire la mia so che scoppierebbe il caos…».

Ma fa male. «Certo che fa male – spiega Sadiki – sono arrivato in Italia con la speranza di fare una vita migliore rispetto a quella che facevo nel mio paese dove è un continuo conflitto etnico e c’è il pericolo reale che qualcuno a cui sei antipatico, con un pretesto qualsiasi ti ammazzi! E’ successo, succede, succederà, purtroppo, fino a quando fra anni non sarà ripristinato uno Stato democratico; sono venuto in Italia con lo scopo di rendermi utile al Paese del quale sono ospite: a raccogliere nei campi, tinteggiare una casa, fare il lavapiatti in un ristorante, svuotare camion e sistemare merce pesante in un supermercato, va anche bene; poi sarà il tempo a dire che sono capace a fare altro o incapace anche a spolverare un tavolino a pulire il banco di un bar; per ora va così…».

…E NEMMENO RAGAZZE

Altro argomento, le donne. «Altro tasto dolente: la gente che pensa questo, credo manchi di rispetto intanto alle stesse ragazze, come se queste non avessero un cervello tale da scegliere da sole con chi fare amicizia, chi tenere per mano; io la trovo la cosa più normale al mondo e chi, oggi, fa ancora distinzioni fra il colore di pelle – come se questo autorizzasse una classifica di meriti – penso abbia ancora da studiare per confrontarsi con un’epoca che spiega che il nero ha gli stessi diritti del bianco, sempre con il dovuto rispetto: non voglio niente in regalo, tantomeno assistenza, denaro; sapessero che faccio una cosa simile, quei parenti che hanno cercato in tutti i modi di trattenermi nel mio Paese, mi allontanerebbero definitivamente; non accetterebbero nemmeno un euro di quelli che invio per far studiare una sorella più piccola e un nipote che, diversamente, non avrebbero avuto la possibilità di fare passi avanti nello studio, nella cultura».

Sadiki, adesso che fa. «Intanto non mi do per vinto: faccio sempre quello che c’è da fare – conclude – non mi tiro mai indietro, qualsiasi cosa ti chiedano da fare con decoro, non ci penso su due volte: ho una base più o meno sicura, fra raccolta nei campi e lavoro negli stabilimenti balneari, così non mi tiro indietro davanti a qualsiasi cosa: basta conoscere e rispettare le regole, non conosco altro modo per guadagnarsi stima e rispetto dal prossimo, che questo sia bianco o nero!».

«Massima accoglienza»

Intervista ad Antonella Bellomo, Prefetto di Taranto

«L’Italia, il Meridione in particolare, sono realtà che non mostrano diffidenza nei confronti della popolazione straniera», dichiara la massima autorità dello Stato sul territorio. «La città attraversa un momento di crisi del lavoro. Attivi nell’assicurare il rispetto delle regole, monitoriamo i flussi dei finanziamenti destinati a sviluppo e recupero della città».

Questa settimana, ospite del sito Costruiamo Insieme e degli strumenti di comunicazione ad esso collegati, dalla web radio al canale youtube, Antonella Bellomo, Prefetto di Taranto.

«Auguro a Taranto, la ripresa tanto auspicata», ha dichiarato nella sua prima conferenza stampa. Eccellenza, alla luce di quanto sta accadendo in queste ore, ci riferiamo anche al caso Arcelor-Mittal, qual è il suo punto di vista?

«E’ una situazione molto complessa, ma l’augurio rivolto allora alla città di Taranto, è lo stesso: sincero e di cuore. A distanza di sei mesi da quel giorno, mi rendo conto che non è semplice individuare quale sia l’interesse generale dei cittadini; oltre all’augurio, c’è l’impegno a individuare e perseguire la strada migliore per i tarantini. In un momento così delicato, purtroppo avvertiamo un senso di impotenza; ci solleva, però, che il tema industriale sia all’attenzione di Governo e Stato in tutte le sue massime componenti, pertanto augurio e impegno sono confermati affinché si possa davvero trovare la migliore soluzione per questo territorio».

«Guardare al futuro con speranza», uno dei suoi passaggi.

«Mai perdere di vista la speranza, l’aspirazione dell’uomo è tesa a migliorare la condizione umana; problemi di fronte ai quali ci troviamo oggi, sono anche causati da un progresso economico, spesso accettato acriticamente senza porsi il problema delle eventuali conseguenze: siamo in un momento di forte consapevolezza, la crescita delle conoscenze scientifiche ci consente di accettare un progresso sostenibile dalla comunità, pertanto credo che la speranza sia sentimento che deve trovare posto nei nostri cuori unito, però, all’impegno di ciascuno di noi affinché questa speranza si traduca in azioni concrete».Bellomo 03Quali sono i compiti che il Governo assegna a una Prefettura, l’Ufficio territoriale del Ministero dell’Interno?

«E’ una istituzione antica centocinquant’anni, da cento anni coeva all’Unità d’Italia, nata dall’esigenza del Governo centrale così da avere un presidio sul territorio; è questa la sua funzione principale, anche se nel corso di questi anni ha subito profonde trasformazioni. In un momento storico particolarmente delicato, composto da organismi sovranazionali – penso all’Unione europea, all’adesione a contesti internazionali – sono le autonomie locali, Comuni, Province, Regioni, ad avere rango costituzionale rispetto alla Prefettura che questa autonomia non le ha; ruolo principale della Prefettura è fare da raccordo fra il sistema dell’autonomia locale e il sistema dell’apparato dello Stato, tutto il resto discende da questo, porci in una situazione di servizio per la comunità, rappresentando le esigenze della generalità dei cittadini e cercando di svolgere azione di mediazione, tanto nei conflitti sociali quanto negli interessi rappresentati dalle varie istituzioni».

Fra gli altri compiti, monitorare i finanziamenti perché questi vengano spesi in modo corretto. Specie in un territorio in sofferenza come il nostro.

«Sono previsti grandi finanziamenti in ordine a sviluppo e recupero di gran parte dei territori della città e di quelli confinanti; previsti finanziamenti anche per le grandi manifestazioni – è il caso dei Giochi del Mediterraneo – e in tutto questo la situazione è talmente delicata in un contesto nazionale da autorizzarci a pensare ad attacchi a finanziamenti che potrebbero  sfuggire ai canali della legalità, della regolarità; l’opinione pubblica è al corrente di protocolli d’intesa con autorità, enti locali, Invitalia, istituzioni destinatarie di questi contributi; par fare sì che ciò avvenga, mettiamo a disposizione il nostro pacchetto le competenze, le banche dati del Ministero dell’Interno per monitorare qualsiasi soggetto che vorrà accedere a questi finanziamenti».

Eccellenza, in questi primi sei mesi di attività che idea si è fatta del territorio? Quali sono i temi sui quali si sta impegnando?

«I temi sono guidati dalla contingenza, dal settore che in questo momento sta registrando crisi: il lavoro; in generale, non solo quello della grande industria, ma anche il sistema dell’indotto, l’economia del territorio, preoccupazione che coinvolge a tutto tondo questa Prefettura; anche le problematiche che attengono al disagio giovanile, declinato tanto nella diffusione di sostanze stupefacenti, nelle fasce dei giovani, ma anche di quanti non più minorenni non hanno trovato una precisa collocazione nella società; senza contare episodi che ci hanno visto balzare agli onori della cronaca – senza voler criminalizzare alcun territorio – attraverso manifestazioni violente di giovani, comparto quest’ultimo che merita maggiore attenzione; proprio in virtù di ciò abbiamo svolto diverse riunioni con il procuratore del Tribunale dei minori, con gli Organi della scuola, le Forze di polizia, Enti locali per fare squadra e mettere a sistema iniziative in nostro possesso; è materia complessa che merita quell’attenzione che la comunità si aspetta».Bellomo 02C’è un tema che in quanto cooperativa sociale, ci sta particolarmente a cuore, quello dei migranti. Attraverso i nostri strumenti di comunicazione facciamo promozione all’esterno. Abbiamo fatto e faremo ancora trasmissioni a tale proposito. La Prefettura, intanto, ha reso più snella la macchina dell’accoglienza.

«Come diciamo spesso, l’Italia, il Meridione in particolare, sono realtà accoglienti, non mostrano diffidenza nei confronti della popolazione straniera; sul nostro territorio esiste un hot-spot, che corrisponde a precise indicazioni dell’Unione europea che invita ad organizzare luoghi di sbarco; l’hot-spot di Taranto è tuttora gestito dal Comune, che ha dimostrato insieme ad Autorità sanitarie locali, comparto del volontariato, istituzioni locali, autorità del porto, Capitaneria, Marina militare, di poter contare su un sistema di accoglienza efficace; in realtà anche i numeri registrati sul territorio oggi sono più contenuti rispetto al passato, ma sento di poter dire che la macchina è stata ed è efficiente, e di questo ci è stato dato atto in sede nazionale».

L’Europa chiede maggiore impegno all’Italia.

«Per collocazione geografica l’Italia è certamente esposta all’arrivo di gente proveniente da altri Paesi per vari motivi, dal disagio economico e sociale, alla fuga dalla guerra; non dimentichiamoci che questa migrazione è ben datata: da circa trent’anni la Puglia è terra di sbarchi, a cominciare dall’arrivo di albanesi; si tratta di popoli alla ricerca di condizioni migliori, a tutto questo si unisce una crisi più grande, che prima ancora di essere crisi economica è una crisi di valori all’interno di quello che una volta era il Vecchio continente; dunque è questo l’aspetto sul quale va fatta più di una riflessione».

Ordine e sicurezza pubblica, sono stati compiuti passi in avanti.

«Non possiamo mai ritenerci soddisfatti dello stato in cui siamo: ogni nostra attività è in progressione e tende a richiedere all’apparato dello Stato un atteggiamento severo nei confronti della criminalità; l’impegno da parte dell’intero apparato dello Stato è quello di rafforzare i presìdi della legalità a tutela della regolarità della vita di una comunità; non possiamo mai essere soddisfatti, considerarci arrivati ad una soluzione; abbiamo bisogno di collaborazione interistituzionale, ma anche della condivisione da parte dei cittadini cui fornire una sicurezza e far comprendere che anche i piccoli comportamenti di violazione delle regole contribuiscono ad aggravare il controllo della sicurezza pubblica».

Ex Ilva, Conte a Taranto

A sorpresa venerdì il premier in città

«Non ho la soluzione, ma prometto massimo impegno», ha dichiarato. Incontro con operai, manifestanti e autorità. Arcelor-Mittal spaventa, sarebbero cinquemila gli esuberi. Incontro lunedì a Roma. Complicata la strada per la nazionalizzazione. 

DOMENICALE Conte prefettura 2Un blitz inatteso a Taranto. Il premier Giuseppe Conte resterà nella Città dei Due Mari e dei diecimila del siderurgico, fino alla mezzanotte di venerdì in Prefettura, a confrontarsi con autorità del territorio. Con lo stesso prefetto, Antonella Bellomo, che ha appena rilasciato una lunga intervista a “Costruiamo Insieme”, il nostro sito e ai nostri canali web, da youtube alla radio.

Conte è piombato a Taranto nel pomeriggio. Ha agito d’impeto. Fra attendere suggerimenti o proposte di soluzione o tacere, fa di più. Quanto nessun politico di razza, attendista anziché no, avrebbe fatto: andare nella tana del lupo. Incontrare i dipendenti di ex Italsider, Nuova Italsider, Ilva, Arcelor Mittal, da troppo tempo abbandonati al loro destino, sempre più incerto. Specie alla luce delle ultime voci, insistenti, che circolano da giorni: Arcelor-Mittal fa le valigie e dice addio, non ci sarebbero le condizioni per lavorare serenamente. Figurarsi la serenità dei dipendenti dell’ex Ilva sulla cui pelle da anni si gioca una dura battaglia. Crisi, non solo per Taranto, ma per il resto d’Italia, nel resto d’Europa. E’ un effetto-domio. L’acciaio è utile non solo a una comunità, quella tarantina, sulla quale potrebbe abbattersi una bomba sociale da un momento all’altro, ma anche ai Paesi europei che del lavoro del siderurgico tarantino si giovano da sessant’anni. Quell’industria che sbuffa fumo, per pochi soldi produce acciaio e mali indefinibili.

CINQUEMILA ESUBERI!

L’ultima provocazione di Arcelor-Mittal sono i cinquemila esuberi. Di punto in bianco. Così il Governo studia le su contromosse per evitare che migliaia di lavoratori restino senza occupazione. Così si ragiona sul nodo degli esuberi, nel caso l’azienda con i bagagli fuori dalla porta tornasse a sedersi al tavolo. A Roma pensano anche a un Piano B che veda Cassa depositi e prestitiin un ruolo di primo piano, con l’ingresso magari di altre cordate.

Il premier Giuseppe Conte che pur ammettendo l’inesistenza di una uscita strategica, ci mette la faccia. Richiama a sé il dossier e tutti alla responsabilità, spiegando il senso che il suo blitz a Taranto è la presenza dello Stato accanto a Taranto e ai lavoratori tarantini. «Vengo qui senza maschera, ma non ho la soluzione in tasca», ha spiegato a cittadini, lavoratori e contestatori.

VENERDI’ A TARANTO, LUNEDI’ A ROMA

Nella mattinata successiva, ieri cioè, fonti industriali, che hanno partecipato all’incontro di venerdì sera in Prefettura a Taranto proprio col presidente del Consiglio Giuseppe Conte, confermano alle agenzie un secondo incontro, stavolta a Roma, domani (lunedì per chi ci legge) con i Mittal, il Gruppo che controlla l’ex Ilva di Taranto, Genova, Novi Ligure e altri siti italiani. E, intanto, la città attende, con impazienza nuovi risvolti e, finalmente, una soluzione definitiva.

Sarebbero diverse le ipotesi per uscire dalla posizione d’attesa. Compresa quella della nazionalizzazione, una soluzione sulla quale oggi si registra più di una brusca frenata. Innanzitutto, secondo quanto riferito da fonti parlamentari della maggioranza, dal Ministero delle Finanze. Una strada difficilmente percorribile, tanto per questioni di sostenibilità economica, quanto per eventuali paletti che arriverebbero dall’Unione europea.

Dunque, reintrodurre lo scudo penale per Arcelor-Mittal. Su questo tema, intanto, nel Pd ragiona se proporre un emendamento a misura, ma la tesi che sembra prevalere è che una mossa del genere potrebbe non sbloccare comunque la situazione. Per questo motivo si prenderebbe ancora tempo. Si attendono nuove, dunque. Buone nuove, a partire da un incontro, sicuramente interlocutorio, quello in programma domani nella Capitale.