«Katy, la Puglia, il cuore della Valle»

Roby Facchinetti, dalle canzoni al primo libro

Una diretta su Facebook è l’occasione per risentirsi. In attesa, Covid permettendo, di tornare fra gli amici e raccontarlo di persona. Copie autografate per i lettori. E poi, la nostra regione. «E’ la mia seconda casa». Una pioggia di foto, una masseria a un fiato da Martina Franca e il suo commento: «Che posto! Da restare senza fiato, arrivooo!». «Burrata, fave e cicoria, consideratemi già lì»

Roby Facchinetti e la Puglia. Un amore sviscerato. L’artista, diplomatico, prova a non si sbilanciarsi più di tanto, i Pooh devono il successo planetario a un “popolo” esagerato che non conosce latitudini. Alla fine, però, ammette: “Considero questa regione come la mia seconda casa». Di recente ci aveva anche confessato un peccato di gola, il pranzo perfetto, «Burrata, fave e foglie, possibilmente in quantità industriale…». E non solo, in quel momento, alla sua telefonata rispondo con una pioggia di foto. Il soggetto è una gran bella masseria, “Don Cataldo”, decine e decine di ettari, location mozzafiato nel cuore della Valle d’Itria, un fiato da Martina Franca. Restaurata e arredata con classe, ha rispetto dell’esistente e, soprattutto, degli animali che vivono indisturbati in ogni angolo. Qui, cavalli, mucche, lepri, galli, galline, oche, circolano indisturbati. Completano un quadro d’altri tempi. «Che posto! Da restare senza fiato, arrivooo!», digita entusiasta Facchinetti. «Affare fatto», risponde il direttore di questo posto incantevole, dove urla e clacson non si sa cosa siano.

L’occasione che ci mette daccapo in contatto con uno dei fondatori dei Pooh, voce di decine e decine di successi, è la presentazione via social del suo primo libro, un vero debutto, come a dire che gli esami non finiscono mai: “Katy per sempre”. Pubblicato da Sperling e Kupfer, duecento pagine di un romanzo. Una sedicenne, Rita, scopre “Piccola Katy”, vi si riconosce al punto tale che da quel momento adotterà quel nome per tutta la vita, per sempre.

«A novembre dovevo girare le librerie italiane per presentare il mio primo romanzo, “Katy per sempre”, ma il secondo decreto ministeriale ha posto un freno a un progetto di fatto solo rinviato. Poi la scomparsa di Stefano D’Orazio, un fratello, qualcosa che mi ha completamente devastato: non era il caso di pensare a programmare giri librari con il cuore a pezzi».ROBY 2 - 1

FACCHINETTI, UN LIBRO, UN SOCIAL

Nel frattempo, Facchinetti incontra gli amici di tre generazioni attraverso il social più collaudato: Facebook. Dunque, diretta con lo store Mondadori di via De Cesare a Taranto e via con la presentazione del suo debutto in veste di scrittore. Tastierista, autore e interprete celebrato, è stato per cinquant’anni con i Pooh, ma mai avrebbe pensato di realizzare un’opera di duecento pagine. E, invece, è accaduto. Dodicimila visualizzazioni, millecento commenti durante la diretta, trentacinquemila post. Un’apoteosi, secondo il direttore dello store tarantino, Carmine Fucci.

Dunque, i Pooh, centinaia di canzoni, successi che hanno fatto cantare almeno tre generazioni. Con Facchinetti, negli anni, hanno scritto per la “banda nel vento”, gli stessi compagni di viaggio: Valerio Negrini, Dodi Battaglia, Red Canzian e Stefano D’Orazio. «Solo pochi giorni fa – ha detto Facchinetti riferendosi alla scomparsa di quest’ultimo, il grande batterista dei Pooh – ho ripreso a fare cose bruscamente interrotte da questa mazzata tremenda».

Una modalità singolare, quasi un debutto “social”. «Mi è sembrata una buona cosa, propedeutica per quello che resta il mio obiettivo principale: riabbracciare i tanti amici dei Pooh con una serie di presentazioni alla prima occasione; quando quella sciagura chiamata Covid sarà definitivamente debellata: un incubo vissuto sulla mia pelle, con la mia Bergamo devastata dal dolore e dalla scomparsa di concittadini, conoscenti, amici, qualcosa di davvero tremendo».

Riflessione dovuta. Il libro, intanto, è già fra i più venduti, nello store tarantino è arrivata una cinquantina di copie autografate dallo stesso musicista già esaurite. Ma c’è ancora una bella scorta. Per Natale il regalo è garantito. Dunque, il libro, strumento inusuale per Facchinetti. «Avevo voglia di misurarmi con la scrittura – così spiega l’artista la sua scelta – vedere fino in fondo se avessi imparato a raccontare con tempi evidentemente diversi una storia; doveva esserci una scintilla, però, e questa è arrivata sul filo di lana: ultimo concerto dei Pooh, Casalecchio di Reno, 30 dicembre del 2016; frastornato da una marea di sentimenti, mi raccolgo in camerino solo con i miei pensieri: accendo il cellulare, decine di messaggi, un’emozione dietro l’altra; fra questi, uno in particolare…».Don cataldo

 CHE ROMANZO LA VITA…

E qui comincia il racconto.  «“Caro Roby – riprende Facchinetti – questa sera tutto è finito, anche la mia vita con voi, quella che conosci e potrai raccontare, se vuoi, Katy”. Lei, una fan dei Pooh. A sedici anni aveva scoperto la nostra musica senza più abbandonarla. Era partita da “Piccola Katy”, canzone nella quale si era riconosciuta al punto tale da assumerne il nome: la sua vita, a tratti felice, a tratti sofferta, aveva avuto una compagna fedele: la musica dei Pooh che, mi confessò, l’aveva salvata».

Le canzoni dei Pooh a braccetto con il carattere di Katy. «Una vita fatta di scoperte, amori, delusioni, momenti felici e cadute dalle quali poi riprendersi con più forza; la sua è una delle storie di ragazze e ragazzi che volevano cambiare il mondo e spesso si identificavano con le canzoni, italiane e straniere, che circolavano dall’inizio della storia, cioè dal ’68 in poi, anno di rivoluzioni e proteste; una ragazza sedicenne, una fuga-non-fuga di casa, un continuo confronto con amici e passioni. E, in tutto questo, le nostre canzoni a fare da cornice…».

Valerio Negrini diceva che i Pooh avevano ormai scritto tutto sull’amore, ma la canzone più bella, forse, sarebbe potuta ancora arrivare ancora da un momento all’altro. «Valerio era un grande – spiega Roby – senza lui non ci sarebbero stati i Pooh, senza le sue poesie non ci sarebbero state emozioni trasmesse, con la mia musica se vuoi, in questi cinquant’anni; anche Stefano è stato una grande scoperta: l’uomo lo hanno conosciuto in tanti, ma come autore, non solo di testi, ma anche di libri, è stato uno straordinario interprete di grandi sentimenti, basta prendere alcune delle sue canzoni: con lui avevo in piedi un progetto che presto tirerò fuori. Ma adesso, in un’altalena di emozioni, c’è lei, Katy: Rita, una ragazza più che adolescente, che un giorno ascoltò una canzone “rivoluzionaria” dei Pooh, scegliendo di cambiarsi nome, perché fosse Katy per sempre».

Natale, sì e no

Residenza, domicilio e abitazione

Il Governo e le risposte ad alcune delle domande più comuni. Fra queste, se si può andare a casa del proprio coniuge, andare a trovare parenti anziani. E se gli spostamenti per turismo sono consentiti. In questa nota la sintesi degli interrogativi più ricorrenti.

Non siamo ancora alla vigilia di Natale e Capodanno, ma gli italiani fanno già i conti con le disposizioni riportate nell’ultimo decreto emesso dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Le nuove regole, come noto, sono state approvate la scorsa settimana dal governo. Come i precedenti, anche quest’ultimo decreto prevede regole generali, in vigore già dal 4 dicembre, e regole specifiche per il periodo delle feste natalizie, dal 21 dicembre al 6 gennaio.

Chiunque può trovare sul sito del Governo, la pubblicazione di risposte ad alcune delle domande più frequenti su cosa si potrà fare e cosa no durante quel periodo. Il Dpcm del 3 dicembre 2020 prevede che, nonostante i divieti, dal 21 dicembre al 6 gennaio si possa comunque far rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione. Ma osserviamo, meglio, leggiamo in modo più dettagliato, cosa si intende con questi tre termini.

 

RESIDENZA

La residenza è definita giuridicamente come il luogo in cui la persona ha la dimora abituale. La residenza risulta dai registri anagrafici ed è quindi conoscibile in modo preciso e verificabile in ogni momento.

DOMICILIO

Il domicilio è definito giuridicamente come il luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi. Il domicilio può essere diverso dalla propria residenza.

ABITAZIONE

Il concetto di abitazione non ha una precisa definizione tecnico-giuridica. Ai fini dell’applicazione del dpcm, dunque, l’abitazione va individuata come il luogo dove si abita di fatto, con una certa continuità e stabilità (quindi per periodi continuati, anche se limitati, durante l’anno) o con abituale periodicità e frequenza (per esempio in alcuni giorni della settimana per motivi di lavoro, di studio o per altre esigenze), tuttavia sempre con esclusione delle seconde case utilizzate per le vacanze.

Per fare un ulteriore esempio, le persone che per motivi di lavoro vivono in un luogo diverso da quello del proprio coniuge o partner, ma che si riuniscono ad esso con regolare frequenza e periodicità nella stessa abitazione, potranno spostarsi per ricongiungersi per il periodo dal 21 dicembre 2020 al 6 gennaio 2021 nella stessa abitazione in cui sono soliti ritrovarsi.

«E il sogno diventò incubo»

Fabio, da divo del calcio a panettiere e taglialegna

«Quando sei giovane e diventi un idolo, guadagni tanti soldi. Li spendi tutti insieme, ti fai trascinare negli eccessi. Quando vuoi uscirne è troppo tardi, ma l’affetto della famiglia è importante. Vorrei insegnare ai ragazzi a fare attenzione e non commettere i miei stessi errori»

Fabio, quarantasei anni e un sogno che si infrange contro gli eccessi di una dolce vita. Una di quelle che capitano ad attori e calciatori “per un giorno” ci verrebbe da dire, se la vita di Fabio Macellari, idolo di Lecce, Cagliari, per un po’ di Bologna e, perfino, Inter, non fosse durata anche più di quel fatidico “giorno”. Pressioni e distrazioni, purtroppo per Fabio, sono state tante, così la vita gli è cambiata. E di brutto, pure.

Una vita più che da mediano, da cronista del calcio, e non solo. Diventa mestieraccio quando annoti storie macchiate da doping interpretate spesso da ragazzi belli, prestanti, come fossero semidei, ma che falliscono dagli “undici metri” la realizzazione della vita.

Semidei. Per certi versi, lo sono anche. Se non sei un campione, dentro e fuori, tutto dura dieci anni, non di più. C’è il dimenticatoio ad attenderli al varco, per fagocitare i più deboli. Se hai giocato al calcio e hai allacciato buone relazioni diventi opinionista in una “pay” o in una tv nazionale; se non sei un “pr” nato, allora, per bene che vada, ripieghi sulla tv locale. Altrimenti, altrimenti scrivi un libro. E se pensi che il tuo insegnamento non interessi nessuno, consegni le tue memorie a grappoli da un qualsiasi social. E i vecchi compagni di squadra, quelli più scaltri, quelli che fanno tv, vengono pure a cercarti, a stanarti, farsi raccontare la tua storia, per poi sparire. Buoni quelli…

LA FORTUNA NON E’ ETERNA

I campioni svoltano. E gli altri, le centinaia di ragazzi che fanno la trafila Allievi, Primavera e Prima squadra, che fine fanno? Sono un esercito. Qualcuno completa il ciclo di studi, altri, avveduti e consapevoli che la storia non sarà a lieto fine, si fermano al primo posto di lavoro decoroso, qualsiasi esso sia.

Dunque, una vita da cronista. Quella che se fai non solo con la testa ma anche con il cuore, come il mediano del prato verde, ti porta ad osservare con attenzione quello che accade oltre la fascia che traccia il centro del campo. Quella che ti invita quasi a domandarti se dopo quello spartiacque c’è vita, e se c’è e non è patinata, che vita è. Così, provi ad essere un buon interditore, studi, ti applichi, entri con discrezione nella vita di un artista della “pelota”. Tante volte basta un gol a cambiare la storia di uno di questi attori della domenica, a far firmare un contratto importante, il che significa soldi a palate. Contratti che fanno pensare che il «tutto e subito» di morrisoniana memoria sia arrivato e che, peggio, possa essere «per sempre».

C’era un ragazzo che come noi amava il calcio e le platee. Quella gente disposta ad applaudire fino a spellarsi le mani, ma anche a dimenticarti il giorno dopo, quando applaudirà un nuovo idolo. Quello stesso pubblico che dagli spalti applaudiva alle giocate in campo e perdonava gli eccessi all’esterno del perimetro di gioco. Poi arriva il bivio. Non sempre un “testa o croce” indolore.

Insomma, Fabio. Ottimo calciatore, grande uomo. Non è da tutti fare outing e provare ad essere di esempio a quanti, come lui, hanno creduto in un sogno, poi diventato incubo. «I soldi – confessa – buoni quelli, vengono a trovarti in tanti, tutti insieme e quando meno te lo aspetti, vanno via, senza preavviso: brutta cosa quelli, i soldi: io ne ho speso gran parte in alcol, donne e macchine sportive, il resto l’ho sperperato», raccontava una volta un grande come George Best. Più o meno quello che ha spiegato Macellari, ex terzino di Cagliari, Inter e Bologna in tv e sulla stampa. Come, dopo aver speso tutti i soldi guadagnati con il calcio, adesso si divide fra l’attività di panettiere e taglialegna.

VIA TUTTO, SOLDI E CARRIERA

Non si nasconde, Fabio. E’ intervenuto nella sua vita in tackle, in modo severo, anche troppo. Del resto, Macellari ha fatto solo male a se stesso. «Ammetto, mi sono divertito al punto che servirebbero quattro vite a una persona normale per spassarsela come ho fatto in quegli anni, ma quel modo di fare mi è costato carissimo». Una volta tanto potrebbe essere autoindulgente, invece è sincero fino in fondo. Vuole aiutare il prossimo, quei ragazzi che giocano al calcio e che in un amen diventano divi della tv. «In un attimo ho buttato via tutto, soldi e carriera: certi atteggiamenti, potessi tornare indietro, li cambierei e di corsa».

Macellari, cinquantasei anni, nasce a pochi chilometri da Milano. Decolla a Cagliari, passa all’Inter, gioca con Ronaldo, diventa amico di Laurent Blanc, ammette pubblicamente di aver fatto uso di sostanze stupefacenti.

Fra le cose raccontate in questi anni. «Uscivo con gli amici, facevo notte, rientravo al mattino, arrivavo tardi agli allenamenti; passare alla droga è stato un attimo». Ad aiutarlo a rialzarsi è stata la sua famiglia. «Quando sei giovane – spiega Fabio – non ti rendi conto della fortuna che hai perché guadagni tanto: la bella vita  che vedo fare oggi agli influencer è un po’ quella che ho fatto io; in discoteca offrivo a tutti, sperperavo senza rendermene conto: ho sempre speso per gli altri».

Poi, non sei al banco di un bar, al tavolo di un ristorante, la vita ti presenta il conto. «Quando smetti di giocare i soldi finiscono – confessa Macellari – cerchi di mantenere quello stile di vita e la droga e le sostanze stupefacenti di portano a questo: ci ho sbattuto la testa, ma mi ritengo fortunato per avere avuto il sostegno della famiglia e ricominciare a lavorare. Comincia una seconda vita, del resto o fai così o muori».

FRA PANETTERIA E LEGNA

Oggi, divorziato dalla moglie, ha un figlio e vive nel suo casale a Bobbio, nel Piancentino. Aveva tentato la carriera di allenatore subito dopo aver smesso di giocare, ma ha lasciato definitivamente il calcio. Cosa fa oggi, Fabio, campione di umiltà. «Il panettiere e il taglialegna – racconta – ma, attenzione, il panificio non è mio, io ci lavoro quando ci sono i miei amici; non riesco a stare fermo: se non sono al panificio, sono su un trattore, in montagna, a tagliar legna». A fare legna, come si dice nel calcio di quei giocatori che, forse, non avranno grande tecnica ma hanno un gran temperamento.

Fabio ha un desiderio. Non è da tutti, per questo il cronista non può che apprezzare le spiccate doti di altruismo. «Mi piacerebbe lavorare con ragazzi – conclude – ma così, per trasmettergli tutto quello che ho vissuto; certo, vorrei lavorare in serie A, ma considerando il mio passato e gli errori commessi mi sembra difficile pensarlo; ho la coscienza a posto, però, faccio un’altra vita oggi». Macellari aspetta che qualcuno torni a fidarsi di lui. E un uomo che compie un simile atto di coraggio, merita una seconda chance. Merita di battere per la seconda volta un calcio di rigore. Prendere quella rincorsa dagli undici metri e trasformare quel penalty. Forza, Fabio.

«Ridisegniamo Taranto»

Intervista a Paolo Castronovi, assessore all’Ambiente e alle Partecipate

La città sta cambiando volto. L’Amministrazione Melucci impegnata sul fronte ambientale. Raccolta differenziata e raccoglitori ingegnerizzati, uso dei mezzi pubblici e dei “social”. Max, cane-mascotte del Borgo, assegnato a un gruppo di cittadini. Uso e manutenzione di piazze e giardini pubblici.

 E’ uno dei volti più noti dell’Amministrazione Melucci. Paolo Castronovi, già vicesindaco, oggi è assessore al Comune di Taranto con deleghe ad Ambiente e società partecipate. Per “Costruiamo Insieme”, parla di come la città stia cambiando volto, come l’Amministrazione stia in qualche modo ridisegnando la città, in particolare in tema ambientale con la raccolta differenziata e raccoglitori ingegnerizzati. Castronovi, inoltre, invita all’uso dei mezzi pubblici, diventa “social”, assegna Max, cane-mascotte del Borgo, a un gruppo di cittadini, coinvolge i tarantini nell’uso e la manutenzione di piazze e giardini pubblici riqualificati.

Uno degli argomenti dibattuti, il “Porta a porta”: dai cassonetti ingegnerizzati agli inviti e ai consigli ai cittadini.

«Intanto l’invito rivolto ai cittadini è di partecipazione al progetto di raccolta differenziata: è in gioco il futuro del nostro ambiente e delle nostre tasche, visto che la ricaduta finale di questa idea oltre alla salvaguardia della salute è la riduzione della TARI, la tassa dei rifiuti urbani riservata gli stessi cittadini; il conferimento di plastica e materiale nobile nei consorzi, dunque, è un ritorno economico importante per il Comune e per gli stessi cittadini: il conferimento in discarica è un costo in assiduo aumento: la “differenziata” aiuta l’ambiente e ci aiuta a risparmiare».

Cassonetti per la differenziata. Il loro uso è importante per la tutela dell’ambiente.

«E’ un tema che sta a cuore a questa Amministrazione. Oggi, attraverso i consorzi possiamo riutilizzare i materiali raccolti; al contrario, conferiti quei rifiuti in una discarica significa alimentare un impatto devastante sul territorio; per questo motivo invitiamo i cittadini a sostenere questo sistema di raccolta differenziata: abbiamo posizionato fra Città vecchia e Borgo una trentina di Isole ecologiche e la collocazione di cassonetti ingegnerizzati: con una tessera già in possesso dei cittadini, i cassonetti in questione possono essere aperti e utilizzati a qualsiasi ora rispetto agli orari designati per le altre zone della città».

Differenziata, scelta improrogabile.

«Tutti parliamo di cambiamenti climatici e di massimi sistemi: se ciascuno di noi, nel suo piccolo, riuscisse a svolgere una piccola attività quotidiana – la differenziazione dei rifiuti, per intenderci – registreremmo un migliore impatto sul nostro stesso benessere».CASTRONOVI 3 - 1Mobilità, Taranto si è riposizionata nei Trasporti urbani. L’importanza dell’uso dei mezzi pubblici anche in fatto di ambiente.

«Le stime pubblicate dal quotidiano Italia Oggi, raccontano una Taranto come prima città del Sud e ben posizionata nella classifica nazionale per quanto attiene il Trasporto pubblico locale. Stiamo ridisegnando completamente il settore: abbiamo in progetto le BRT, Bus rapid transit, che rivoluzioneranno ulteriormente il trasporto pubblico locale: in pochi minuti le periferie saranno collegate al centro, come le stesse periferie fra loro. Abbiamo introdotto il sistema dei monopattini con free-floating, perché possano essere presi e lasciati nelle zone previste».

Processo di ammodernamento nel trasporto pubblico, altro impegno dell’Amministrazione comunale.

«Stiamo investendo in questo settore, entro fine anno dovremmo avere la prima quota dei nuovi mezzi ibridi; un ulteriore investimento sarà compiuto nei primi mesi del prossimo anno: è una rivoluzione continua; ridisegnare la città significa anche ripartire dalle piccole abitudini quotidiane, e l’uso del mezzo pubblico è una di queste. Purtroppo siamo abituati ad utilizzare l’auto per qualsiasi spostamento: l’efficienza dei trasporti non potrà che incentivare l’uso dello stesso servizio pubblico».

A proposito di ambiente, tavolo Arcelor Mittal-Invitalia. L’Amministrazione non ha preso bene l’esclusione dal confronto romano.

«L’Amministrazione rappresenta i cittadini e le loro istanze, dunque è inaccettabile che questa venga esclusa da un “tavolo” così importante. Per conto nostro, abbiamo così avviato incontri con associazioni ambientaliste, datoriali, sindacali, sindaci e amministrazioni della provincia; insieme dobbiamo fare fronte comune e trovare una soluzione definitiva a un problema annoso».

Argomento apparentemente banale: Max, il cane-mascotte del Borgo, il suo invito all’adozione di cani in attesa di un nuovo padrone. 

«Max, un cane che sta a cuore a tutti, diventato una istituzione al Borgo, ha attivato una grande partecipazione pubblica. Custodito nel canile comunale, è stato subito liberato, se ne prenderà cura un gruppo di cittadini; la partecipazione pubblica è importante in tutte le fasi, tanto che in virtù di ciò stiamo pensando a coinvolgere i cittadini ad altri tipi di attività come l’uso e la manutenzione minuta di piazze e giardini in via di ristrutturazione. Infine, un invito ai miei concittadini: visitate il canile comunale, aperto tutti i giorni dalle 10 alle 12; troverete il modo di innamorarvi degli occhi di bestiole in attesa di adozione: nei confronti dei loro nuovi padroni, i cani adottati sono affettuosi anche per motivi di riconoscenza».

Covid, c’è l’inchiesta

Taranto, presunti maltrattamenti e furti negli ospedali

Si muove l’Asl per una verifica interna. Il sindaco convoca il direttore generale dell’Azienda sanitaria locale. Se confermate, sarebbero agghiaccianti alcune frasi dei parenti riportate da alcuni quotidiani: «Mio padre moriva e qualcuno gli stava rubando il telefonino», «Fra dieci minuti muore». 

«Mentre mio padre moriva di Covid in ospedale gli hanno rubato il telefono e i ricordi». E ancora, «Tra dieci minuti muori»: così avrebbe detto un medico al paziente di coronavirus in fin di vita. Questi alcuni passaggi delle dichiarazioni raccolte dal quotidiano La Repubblica, che fanno il paio con un altro servizio pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno circa la posizione assunta dal direttore Asl, che ha subito aperto un’inchiesta interna, con una nota del sindaco a proposito di maltrattamenti e furti ai defunti che sarebbero avvenuti negli ospedali di Taranto.

Il giorno dopo il “botto” provocato dalla pubblicazione di alcune dichiarazioni di parenti di pazienti morti a causa del Covid-19 si attivano i canali istituzionali. Lo scopo è quello di far venire a galla la verità di quanto accaduto all’interno dei due nosocomi tarantini, il SS. Annunziata e il Moscati.

Così la direzione generale dell’Asl di Taranto, in merito ai presunti casi di maltrattamenti e furti di oggetti personali denunciati da familiari di pazienti Covid ricoverati negli ospedali Moscati e Santissima Annunziata, alcuni dei quali deceduti, comunica di «essere impegnata nell’accertamento della verità dei fatti, con l’istituzione di una commissione interna, garantendo altresì piena collaborazione alla Polizia Giudiziaria».

ASL, C’E’ L’INCHIESTA INTERNA

L’azienda sanitaria aggiunge che «l’accertamento della verità in questi casi è fondamentale per non rischiare di far passare per disonesti coloro che stanno rischiando la loro vita per salvare quella degli altri». Sono almeno 7 le denunce al vaglio della Polizia. Tra gli episodi riferiti, quello di un paziente 78enne la cui figlia sostiene di aver ricevuto la telefonata di un medico che, urlando, si lamentava perché l’anziano non sopportava la maschera per l’ossigeno. Davanti al paziente, che era vigile, il medico avrebbe detto: «Se non la tiene muore». Pochi minuti dopo lo stesso dottore avrebbe chiamato la figlia del paziente dicendole: «Gliel’avevo detto che moriva, ed è morto».

Immediata la risposta del sindaco Rinaldo Melucci a quanto apparso sulla stampa e ripreso da tutti gli organi di informazione, locali e nazionali. Il primo cittadino ha convocato il direttore generale dell’Asl, Stefano Rossi, per un chiarimento sui presunti casi di furti di oggetti personali o di maltrattamenti denunciati da familiari di pazienti Covid che erano stati ricoverati negli ospedali “Moscati” e “Santissima Annunziata”, alcuni dei quali sono deceduti.

SINDACO CONVOCA “DG” ASL

«Si tratta di vicende – sottolinea in una nota Melucci – che, se confermate, oltre a essere di una gravità inaudita, vanificherebbero gli sforzi che l’intera comunità sta compiendo e che, in particolare, stanno compiendo le istituzioni di ogni genere per garantire i diritti fondamentali dei cittadini in questo particolare periodo. Nessuna emergenza – conclude il sindaco di Taranto – può giustificare abusi, superficialità o deroghe al corretto esercizio di qualsiasi genere di servizio essenziale, a maggior ragione dei servizi di natura sanitaria».

Dopo le notizie relative alle denunce, la direzione generale dell’Asl ha spiegato che nelle «singole unità operative coinvolte nei percorsi assistenziali» sono «custoditi e repertati numerosi piccoli oggetti di valore ed altri effetti personali». Gli oggetti preziosi sono custoditi «nella cassaforte allocata nel Punto di primo intervento del 118 del presidio ospedaliero San Giuseppe Moscati, mentre – ha aggiunto l’Azienda sanitaria – altri effetti personali quali valigie, telefoni e relativi carica batteria, sono conservati in aree dedicate del reparto».

Si sarebbe trattato, dunque, di un difetto di comunicazione da parte degli incaricati dei reparti. Familiari di pazienti Covid, a quanto si apprende, sostengono inoltre che ad alcuni cellulari restituiti sia stata cancellata la memoria che conteneva importanti ricordi. E forse anche qualcosa di strano che sarebbe accaduta nell’ospedale Moscati e poi filmata; quindi, secondo i parenti, doveva essere cancellata. Le denunce, ora, sono al vaglio della Polizia.

Niente 8 dicembre

Il Vaticano annulla la funzione religiosa prevista per l’Immacolata

Non ci sarà l’annuale celebrazione in piazza di Spagna. Papa Francesco celebrerà in privato. C’è un perché ed è facilmente intuibile. Di mezzo il Covid-19 e gli assembramenti che una funzione religiosa così sentita richiamerebbe. I più ortodossi non ci stanno, ma sono stati buon senso e pandemia, in realtà, a decidere.

La Santa Sede ha deciso: nessun 8 dicembre, giorno dell’Immacolata concezione. Per la Messa del Santo Natale tutto è rinviato. Non a data da destinarsi, sarebbe la prima volta nella storia moderna che si metterebbe mano a una delle grandi certezze alla base della cristianità. Il Covid-19, dopo aver seminato dolore, provocato una crisi economica mondiale, nel giro di pochi mesi ha minato la Chiesa cattolica. Curioso adottare la locuzione “causa forza maggiore”, ma il coronavirus costringe il Vaticano a cambiamenti.

Come sempre, scuole di pensiero diverse. Qualcuna pensa sia solo necessità, altri che la Chiesa stia rinunciando al suo ruolo guida a causa della pandemia. La Pasqua scorsa è già passata alla storia nella memoria dei cattolici, con papa Francesco e le sue iniziative spirituali adottate in quel periodo.

Pare che adesso l’aria sia diversa. La base cattolica francese, in particolare, sembrerebbe non più disposta a sostenere, tout-court, le decisioni in arrivo dal Vaticano. Quelle che in Francia, secondo chi è sceso in piazza minerebbero la libertà di culto mentre le funzioni religiose resterebbero sempre “emergenze spirituali”.

ITALIA, CHE TEMPO FA…

Il clima in Italia. E’ acceso, il Vaticano, è evidente, non è a Parigi, ed è normale che da queste parti, Roma, Italia, per farla breve, la base non si agiti per le restrizioni come accade Oltralpe. Così la a Santa Sede ha deciso: niente 8 dicembre, giorno dell’Immacolata concezione. Almeno non l’otto dicembre a cui la tradizione ci aveva abituati. Per la Messa di Natale si vedrà.

C’è, forse, un retroscena sull’Immacolata a Roma. Fedeli, pochi a dire il vero, ipotizzano che sarebbe stato sufficiente chiudere piazza di Spagna. Tutto sommato esiste chi ha la facoltà di restringere il campo per un po’ di tempo. Secondo fonti vaticane non ci sarebbe un vero retroscena sull’otto dicembre. Non è stato il Papa, questo il succo del ragionamento, a decidere, bensì il Covid-19 e gli assembramenti.

Nessun retropensiero, né chissà quale disegno. Papa Francesco non ha fornito alcuna occasione al governo, che nel frattempo deve trattare pure col nostro di episcopato,  a partire dall’orario delle Messe di Natale.

«Il prossimo 8 dicembre il Santo Padre Francesco compirà un atto di devozione privato, affidando alla Madonna la città di Roma, i suoi abitanti e i tanti malati in ogni parte del mondo – fanno sapere dalla Santa Sede attraverso un comunicato inviato all’agenzia Ansa – tanto che la scelta di non recarsi nel pomeriggio in Piazza di Spagna per il tradizionale Atto di venerazione dell’Immacolata è dovuta alla perdurante situazione di emergenza sanitaria e al fine di evitare ogni rischio di contagio provocato da assembramenti». Il Santo Padre sarebbe andato volentieri in piazza di Spagna per l’otto dicembre, ma a queste condizioni, Covid-19 insistente, proprio non può. Questa l’unica verità che trapela, prescindendo dalle opinione dei fedeli.

…SERENO, MA NON TROPPO

Ma alcuni cattolici non vorrebbero che la Chiesa rinunciasse alla sua presenza fisica per via della pandemia. Ma, d’altro canto, sappiamo quanto la scienza sia entrata di diritto tra le materie tenute in forte considerazione dal Vaticano, e sarebbe stato forse strano il contrario, ossia una Chiesa che non tenesse conto della situazione in cui siamo, quasi come se questa fosse una pandemia medioevale. In breve, qualcosa è cambiato e non a tutti va bene. Non sono questi i tempi delle processioni in piazza. E non è nemmeno il caso, come qualcuno avrebbe fatto in passato, di edificare santuari in grado di difendere le persone dal “morbo”.

Detto del giorno dell’Immacolata, nel mirino dei cattolici più ortodossi, a malapena accettata la decisione di soprassedere, causa virus, alla funzione in piazza da parte del pontefice, c’è la Messa del Santo Natale. Questione di giorni e sapremo. Nella speranza che certe decisioni dipendano da “buone nuove”, il che significherebbe che il Covid sta descrivendo la tanto invocata curva verso il basso. E questa sarebbe già una buona notizia dalla quale ripartire.

Dumas, il generale nero

Primo ufficiale di colore della storia, ispirò “Il Conte di Montecristo”

La prigionia a Taranto, altro che fortezza d’If. Tom Reiss, scrittore e studioso, pubblicò il best seller “The Black count”. Visitò la città e il Castello aragonese nel quale il papà dello scrittore francese più celebrato dell’Ottocento, fu recluso con infamia nel 1799. Un convegno, una mostra, il lavoro quotidiano dell’Ammiraglio Francesco Ricci, l’impegno del giornalista Tonio Attino, le illustrazioni del disegnatore Nico Pillinini. 

Alessandro Dumas, un convegno e una mostra, forse permanente, nel Castello aragonese di Taranto per celebrare il primo generale nero della storia. Cosa ci fa un nome così roboante, che per similitudine riporta a due miti della letteratura francese come il Conte di Montecristo e D’Artagnan, affianco a una fortezza, onore e vanto di una città che con il suo più grande attrattore turistico guarda al dopo-industria?

Presto detto. Curioso scriverlo, considerando che per duecento e passa anni questa storia è stata tenuta neanche troppo segretamente in un cassetto. Non fosse stato per l’ammiraglio Francesco Ricci, appassionato di storia e archeologia, e Tom Reiss, grande scrittore, tanto da essersi guadagnato il premio Pulitzer per il romanzo “The Black count”, il Conte nero, in Italia pubblicato con il titolo “Il diario segreto del Conte di Montecristo”, non avremmo saputo dove collocare Alexandre Dumas. Dumas, il primo generale nero, nominato da Napoleone Bonaparte che per lui nutriva grande ammirazione. Un nero, all’epoca, per meritarsi un simile riconoscimento sul campo, doveva aver faticato dieci volte di più rispetto agli altri ufficiali.

DA RICCI AD ATTINO…

Merito anche del giornalista Tonio Attino, che cinque anni fa per il Corriere del Mezzogiorno, raccontò in settemila battute quanto riportato nel libro di Reiss, un tomo di 540 pagine, tutte lette, senza tralasciare punti, virgole e sciabolate. E, in luogo di confessione, diciamola proprio tutta, fino in fondo: non ci fosse stato Alexandre Dumas figlio, dalla cui fantasia scaturì la storia di Edmond Dantes, il Conte di Montecristo, staremmo a parlare dell’imponente manufatto, dei centomila visitatori annuali, di cose dall’alto spessore culturale, di scavi infiniti che riportano alla luce reperti che ricostruiscono una storia lunga secoli e secoli. E poi, il quotidiano alzabandiera, canne da pesca e dilettanti con vista sul Canale navigabile, che spesso saluta navi e la nave-scuola “Amerigo Vespucci”.

Dunque, lunga vita al romanzo dei romanzi, ai premi Pulitzer, agli ammiragli e a giornalisti e disegnatori, come Nico Pillinini, che proprio non sanno farsi i fatti loro e, anzi, vanno andati oltre, fornendo spunti, organizzando convegni, mostre e assegnando a Taranto il ruolo da protagonista in un romanzo che nessuno avrebbe osato interpretare. Grazie, dunque, in ordine di apparizione, a Dumas padre, Dumas figlio, Ricci, Reiss e Attino.

Era il 18 gennaio 1797. «Ho appreso che il somaro che ha il compito di relazionarvi sulla battaglia ha dichiarato che sono rimasto in osservazione durante quella battaglia. Non gli auguro di trovarsi nello stesso genere di osservazione, perché si cacherebbe nei pantaloni», scrive Tonio Attino sul Corriere del Mezzogiorno che fa “panino” con il Corriere della sera. E il giornalista che ha scritto libri e pubblicato anche Stampa e Quotidiano, prosegue nella descrizione del personaggio-Dumas, uno forte nel carattere quanto nei muscoli.

A TARANTO, DUE ANNI DI PRIGIONIA

«Anche quando si rivolgeva al suo capo supremo, Napoleone, il generale Thomas-Alexandre Dumas – così, per esteso, all’anagrafe – mostrava il suo carattere di grande condottiero; alto un metro e ottantacinque, formidabile spadaccino, Dumas fu non soltanto il primo generale nero della storia. Fu il vero Conte di Montecristo. La sua parabola si concluse in una cella del Castello di Taranto. Catturato dai sanfedisti nel 1799 dopo un naufragio, Dumas ne entrò forte, baldanzoso, sprezzante. Due anni dopo ne uscì guercio, sordo da un orecchio, zoppo». La prigionia, tremenda, di quelle riservate ai ribelli di pensiero e condannati con accuse infamanti. «Una paresi aveva immobilizzato la parte destra del suo volto. Benché fosse scampato miracolosamente a più tentativi di avvelenamento, la sua vita finì praticamente qui. Si reggeva su un bastone. Aveva trentanove anni. Il figlio scrittore – Alexandre Dumas – si ispirò al papà per il personaggio di Porthos nei “Tre Moschettieri” e descrisse nel “Conte di Montecristo”, il più grande romanzo d’appendice dell’Ottocento, la penosa prigionia di Taranto».

Le ricerche dello scrittore Tom Reiss, con il suo “Conte nero” vincitore del Pulitzer, fu anche ospite a Taranto. «Edmond Dantès – scrive Attino – era in realtà il padre, il generale Dumas. Il castello d’If, nel Golfo di Marsiglia – la terrificante prigione di Dantès – era il Castello di Taranto. La cella in cui 215 anni fa (oggi 221, l’articolo risale a sei anni fa…) s’inabissò la leggenda dell’ufficiale più ammirato dell’esercito napoleonico è, oggi, una saletta grande cinque metri per dieci destinata all’accoglienza dei turisti nel Castello aragonese».

«Taranto, Covid ed Ex-Ilva…»

Dal prossimo 3 dicembre previste novità

Intanto la trattativa fra Arcelor Mittal e Invitalia, indispettisce il Comune di Taranto, tenuto fuori dall’incontro come accaduto per la Provincia. L’invito alla cittadinanza al rispetto delle norme per debellare definitivamente la pandemia e prestare attenzione a cosa potrebbe scaturire in termini di accordi per il futuro della “fabbrica dell’acciaio”. 

Gli effetti positivi dell’ordinanza per contrastare il Covid-19 e la posizione di contrasto al Governo che nell’affare Arcelor Mittal-Invitalia non ha invitato al tavolo delle trattative Comune e Provincia di Taranto. Sono due degli argomenti sui quali interviene il sindaco Rinaldo Melucci. Due temi che stanno particolarmente a cuore alla città dei Due mari. E che coincidono, per motivi diversi, allo stato di salute di una Taranto che in concreto vuole guardare al suo futuro facendo sentire la sua voce.

Partiamo dall’ordinanza-Covid 19. «Ha avuto effetti positivi – dichiara il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci – se ora il Governo libera tutti; continuiamo, però, a fare molta attenzione». Ribadito che «sia un grande privilegio, ogni giorno, amministrare una città con questi valori», rivolge massima attenzione alla riunione svoltasi in videoconferenza all’interno del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, «che ha consentito una riflessione ancora più approfondita sulle misure che gli enti locali dovranno mettere a punto nei prossimi giorni, in seguito al nuovo Dpcm che dovrebbe alleggerire le restrizioni previste fino al 3 dicembre».

La responsabilità nel salvaguardare la salute pubblica. «Siamo molto soddisfatti, come lo siamo stati per il lockdown della scorsa primavera: le nostre restrizioni, che sappiamo richiedere sacrifici a cittadini e categorie produttive, hanno provocato un evidente rallentamento della curva dei contagi e contribuendo all’alleggerimento  della pressione sulle nostre strutture ospedaliere, con particolare riferimento da metà mese alla fine di novembre. Una pratica, quella dello stop & go, fermarsi per poi ripartire, finché non saranno disponibili i vaccini per avere definitivamente ragione del Covid-19».

 DA GIOVEDI’ SI CAMBIA…

Intanto si fa largo l’ipotesi di allineamento alle disposizioni del Governo da adottare dopo il 3 dicembre. «Abbiamo già chiesto sacrifici alla nostra comunità. Detto che restiamo preoccupati, non possiamo che raccomandare ai tarantini di continuare a seguire regole ormai note: uso, ovunque, della mascherina; massima igiene delle mani; compiere spostamenti solo se connessi a esigenze importanti; evitare qualsiasi tipo di assembramento, non lasciarsi ingolosire dalle tradizioni del Natale tarantino: facciamo attenzione a non vanificare d’un tratto gli sforzi fin qui compiuti evitando una possibile terza ondata di contagi».

Poi la vicenda Arcelor Mittal-Invitalia, altro tema che sta a cuore al primo cittadino come a buona parte della comunità tarantina. «Finché sentirò parlare, allo stesso modo, di rifacimento di altiforni – ha ribadito Melucci – di piena occupazione nello stabilimento siderurgico, di piani sconosciuti del Governo e persino di sostenibilità ambientale col carbone, mi sento soltanto preso in giro, come la maggior parte dei tarantini. Una equazione, credibile e trasparente, dovrebbe infatti contenere innanzitutto la valutazione del danno sanitario, la completa decarbonizzazione – ovvero la chiusura dell’area a caldo – la riqualificazione o l’accompagnamento degli esuberi, le bonifiche, persino l’arretramento fisico del siderurgico dalla città e dal porto, con un accordo di programma».

«BASTA ANNUNCI E PALLIATIVI»

Il sindaco chiede spiegazioni sul mandato fornito a Domenico Arcuri, cui è stato assegnato il ruolo di negoziatore. «Quale tipo di mandato e quale proposito abbia l’accordo, soprattutto se questi obiettivi sono orientati realmente alla soddisfazione dei tarantini e alla tutela della vita umana e dell’ecosistema. Chi guiderà questa nuova fase dell’ex Ilva? Non sono più sufficienti gli annunci sul cosiddetto cantiere Taranto: tutto ha il sapore di un grande palliativo, se il piano è quello di marzo con gli altiforni 4 e 5 ed un solo forno elettrico».

Una riflessione della gestione del siderurgico in questi ultimi anni. «Vari Governi – conclude il sindaco – hanno bruciato cinquanta miliardi per salvare questa fabbrica e solo le ragioni del lavoro e del mercato dal 2012, peraltro con un discutibile contributo di commissari non sempre sintonizzati con l’esigenza di riconversione espressa dalla comunità. Ora, questo Governo è chiamato a lasciare da parte i tanti proclami confusi e timorosi e ad abbracciare uno degli scenari più innovativi proposti dall’advisor Boston Consulting, che richiede almeno 5 miliardi di investimenti in tecnologie autenticamente verdi e la ricollocazione o l’accompagnamento di almeno 5000 esuberi». Infine, un punto di domanda. «Cosa vogliamo fare del Recovery Plan o del Piano Sud altrimenti in questo Paese? Tutto il resto è irricevibile per Taranto e ci costringerà ad una resistenza strenua, in ogni sede istituzionale e non. So per certo che questa sia la posizione anche della Provincia di Taranto e della Regione Puglia».

«Senza lavoro e senza tetto»

Andrea, ventotto anni, vive sotto i portici di piazza San Babila

A Milano conoscono lui e la sua storia sfortunata, diploma al Conservatorio e una laurea in Giurisprudenza. «Lavoravo in una piccola ditta, assunto da una multinazionale, poi il fallimento e la strada. Mangio in mensa, ma non vado in dormitorio. Genitori persi da piccolo, nessun parente, la mia unica preoccupazione, oggi, è mettere qualcosa sotto i denti, poi coprirmi e dormire, nella speranza che risvegliandomi scopra che è stato un brutto sogno»

«Nelle agenzie interinali mi dicono che ho troppe qualifiche per i mestieri che girano». Andrea, ventotto anni, un diploma al Conservatorio e una laurea in Giurisprudenza, non ha un lavoro. Di questi tempi il tema, purtroppo, da solo non farebbe notizia. Infatti, ad occupare le prime pagine dei giornali è un altro aspetto che interessa il giovanotto (che ha tanta voglia di lavorare mostrare il suo talento): è un senzatetto.

Proprio così, dorme sotto i portici di piazza San Babila, a Milano. Andrea non ha lavoro e non ha casa. «Fino a quando ho lavorato – spiega il ventottenne – abitavo in un appartamentino, non navigavo nel lusso, certo, ma ero puntuale nel pagare l’affitto; poi, la svolta verso il basso: perso l’ultimo lavoro, ho perso anche il tetto, le certezze e la dignità».

Potrebbe essere una storia come tante, si diceva. Invece è il racconto di Andrea, uno scatto fotografico, se vogliamo, di un’Italia che quotidianamente miete vittime della disoccupazione giovanile. Andrea non ha genitori, sono morti che lui era ancora piccolo. Purtroppo Andrea non ha altri parenti. Orgoglioso non si è arreso alle difficoltà della vita, ha studiato e cercato con l’impegno la sua strada. «Non ho molti amici, anzi sono proprio pochi: il poco tempo che avevo a disposizione, tra studio e lavoro, non mi ha permesso di coltivare come si deve queste amicizie, né di socializzare», spiega il giovane ventottenne.

POCA VOGLIA DI PARLARE

Non è molto loquace, Andrea. E’ comprensibile, non amerebbe raccontare il suo modo di vivere. «Confesso – spiega a chi gli pone domande che provano a scavare nel suo privato – l’orgoglio mi impedisce di chiedere aiuto finché non sarà strettamente necessario». Mantiene cura di se stesso. Impeccabile, nonostante il suo status. Pulito, barba rasata, capelli in ordine, un cappotto scuro e una borsa ventiquattrore con dentro un maglione pesante, una camicia e una maglietta.

«Laureato, ho iniziato a lavorare – racconta – in una società che produceva cartucce filtranti per altre aziende, il mio ruolo era quello di impiegato amministrativo contabile». Come tutte le storie con un finale, mesto, a sorpresa, la caduta. Un avanzamento di carriera prima di finire per strada. «Assunto da una multinazionale – sintetizza il suo salto di qualità trasformatosi in un repentino, inesorabile declino –  mi sono impegnato, sudato le classiche sette camicie  in quello che tecnicamente viene definito ciclo passivo della contabilità; risultato: dopo quattro anni l’azienda è fallita e dalla sera alla mattina mi sono trovato senza lavoro».

SENZA SOLDI, SENZA CASA

Finiti i risparmi, come racconta lo stesso Andrea, non ha potuto più onorare il contratto di affitto della casa. Ancora qualche impegno saltuario come cameriere, poi la strada e la mensa. «Vivo per strada dal maggio di sei anni fa; da non crederci, l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda è che stando per strada riscopri gli istinti più primitivi: il primo pensiero è mangiare, poi coprirsi il meglio possibile e dormire: non in dormitorio, però, lì non mi sentirei sicuro». Nel pomeriggio Andrea si reca in biblioteca, spedisce curriculum, ma le sue capacità lo frenano: «Nelle agenzie interinali mi dicono che ho troppe qualifiche per i mestieri che girano».

Cappotto grigio scuro, borsa ventiquattr’ore, così vestito il ventottenne diplomato al Conservatorio e laureatosi in Giurisprudenza, trascorre le fredde giornate invernali. A vederlo uscire dalla mensa sembra un volontario che ha finito il turno e sta per tornare in ufficio. In ufficio, in realtà, vorrebbe tornarci, ma non ne ha più avuto la possibilità. «Dalla sera alla mattina, senza preavviso, sono stato licenziato; non so come andrà a finire, l’intera vicenda è ancora nelle mani del curatore fallimentare e non so se godrò mai di una liquidazione; unica preoccupazione, oggi: mettere qualcosa sotto i denti, coprirmi e dormire, nella speranza che al risveglio sia stato un brutto sogno». Una brutta storia dentro un’altra storia e un’altra ancora: perso il lavoro, senzatetto e con prospettive appese a un filo sottile, che il Cielo ti assista Andrea.

«Grazie, perché…»

Balvir, indiano, da Laterza a Bari, oggi a Reggio Calabria

Tutto in un giorno. Licenziato, mentre fuori nevica, trova il sostegno di una comunità. Una consigliera comunale prenota un b&b, poi il modo di rifocillarlo. Il ragazzo, che parlava un discreto italiano, impara a scrivere e sul social comunica il suo sentito ringraziamento ricordando quella fredda sera del gennaio 2017.

Italia e per un breve periodo impegnato a Laterza, pochi chilometri da Taranto. Si spende in un’attività lavorativa con una piccola società che non appena può fare a meno del suo contributo non ci pensa su due volte a dargli il benservito.

Non entriamo tanto nel merito del suo rapporto di lavoro, puntuale o con qualche falla qua e là, quanto nelle modalità che hanno visto il protagonista di questa storia d’amore (e per certi versi di ingratitudine), in mezzo ad una strada, in un Paese straniero e per giunta nel giro di poche ore.

Una decisione unilaterale. Assunta dal suo datore di lavoro, a dispetto di norme che evidentemente non erano scritte, forse sostenute da una sola stretta di mano. «Mi spiace, non c’è più lavoro, caro Balvir tornatene a Bari, è da lì che sei venuto…». Sembra uno di quei concorsi televisivi nei quali l’animatore spiattella in faccia al concorrente malcapitato frasi del tipo «Balvir, la tua esperienza finisce qui!».

Entriamo, invece, nell’episodio specifico: le modalità sul licenziamento in tronco del ragazzo di origine indiana. «Licenziato!». Si fa presto a dire «…era nel mio pieno diritto». Forse le cose non stanno proprio così. Un datore responsabile avrebbe potuto tenere un solo giorno in più la mano sulla coscienza, aspettare almeno che quella sera smettesse di nevicare (è il gennaio 2017) e poi prendere la sua decisione. E, invece, Balvir, «…la tua avventura finisce qui!».

«VOLEVO DIRE “GRAZIE!”»

Il ragazzo con zainetto a tracolla, di colpo si sente smarrito. Laterza è una bella cittadina, famosa in tutta Italia per il suo pane di denominazione di origine controllata, gente di sani princìpi e disponibile verso il prossimo. Ha dei politici che manifestano subito sensibilità e solidarietà. Un piccolo, ma significativo gesto lo compie Sabrina Sannelli, all’epoca dei fatti – come si usa scrivere in casi come questi… – consigliere comunale, oggi assessore.

Secondo il racconto puntuale di un collega, il politico locale non ricorda neppure l’episodio. A Laterza come in tutto il Sud regna un antico adagio, qualcosa di simile al «Fai bene e scordatene». Quando hanno ricordato l’episodio all’assessore, questa ha prima fatto mente locale, poi manifestato soddisfazione per come era finita quella storia.

Il lieto fine è lo stesso Balvir a scriverlo. «Volevo dirle grazie!». E ti pare poco, di questi tempi, dove spesso la riconoscenza, in primis quella dei datori di lavoro – non tutti, sia chiaro… – va a farsi benedire nello spazio di un amen? La gratitudine è una moneta che scarseggia, specie in un periodo parente stretto del «Si salvi chi può!».

«Balvir, chiese aiuto al Comune – ricorda oggi l’assessore – e l’Amministrazione gli trovò un b&b perché dormisse al caldo per poi partire all’indomani con più calma e sicuramente rigenerato: trovata la sistemazione, gli feci portare una pizza, perché Balvir mettesse qualcosa nello stomaco: l’avrei fatto con chiunque, non faccio differenza fra un amico e un estraneo…». Un gesto del quale, ripetiamo, il politico con delega amministrativa aveva perso traccia. Perché è così che dovrebbe agire chiunque nei confronti del prossimo, sia questo inquilino della porta accanto o un ragazzo venuto da un Paese lontano (seimila chilometri!) in cerca di futuro.

«ADESSO SCRIVO ITALIANO»

Balvir, dunque, ringrazia. «Non è che abbia trovato il tempo solo adesso – in sostanza il suo sentimento di riconoscenza – esprimo la mia gratitudine ora che ho imparato a scrivere quell’italiano che stavo imparando in fretta». Il ragazzo non voleva fare brutta figura. Avrebbe potuto farsi aiutare, comporre una frase di circostanza, prenderne una in prestito – come fanno spesso i leoni da tastiera – con manovra da copia e incolla. Balvir, invece, tira fuori quel «grazie» dal profondo del cuore. E trova un attento cronista a raccogliere la notizia data attraverso uno dei tanti social, riprenderla e pubblicarla attraverso quaranta righe sulla carta stampata.

Attraverso quello stesso social il ragazzo indiano ha informato chi lo stesse leggendo in quel momento che non vive più a Bari. Oggi risiede a Reggio Calabria. Non spiega in quale lavoro sia impegnato, se sta bene o così così. Balvir è un ragazzo alla ricerca di un impegno a misura d’uomo. Lui, come molti ragazzi stranieri che vengono in Italia alla ricerca di speranza e lavoro, sanno anche accontentarsi, quando invece a lui e ad altri nelle sue stesse condizioni, fosse riconosciuto il giusto.

In questi anni, da queste pagine abbiamo raccontato spesso storie di ragazzi sfruttati, ricattati, ridotti in schiavitù. Non solo drammi, anche qualche finale decoroso, sempre pochi; pure storie di datori di lavoro che hanno fatto la fortuna dei loro dipendenti venuti dall’Africa, dall’Asia, dal Sudamerica.

Un sospiro di sollievo, insomma, per Balvir. E per quanti si spendono per la comunità in un momento legato a pandemia e crisi economica. Storie come questa di sicuro aiutano. Aiutano a conoscere le persone e il tessuto sociale nel quale viviamo. E sono queste le storie che rendono orgoglioso un territorio, fanno la felicità di chi appartiene a una comunità dal cuore grande.