«Faccio il muratore, embè?»

Christian Riganò, ex bomber del Taranto e della Fiorentina

«Ho guadagnato il giusto, non lo faccio per fame, poi sono orgoglioso del mio lavoro». Un articolo del Corsera e la stampa riprende il suo racconto. «Ho due patentini da allenatore, se non mi chiamano sarà pure il caso che faccia qualcosa, così ho ripreso i miei vecchi attrezzi: qualcuno stenta a crederci, ma io lo consolo, non è mica umiliante, anzi…»

 

Da muratore a cannoniere e viceversa. Questa la strada, forse è meglio dire il verde messo sotto i piedi, i tacchetti delle scarpette di calcio in tanti anni di onorata carriera, in quelli che chiamano campionati minori. Ma che in realtà non lo sono, perché una volta non hai il coraggio di lasciare tutto e una volta non hai il procuratore giusto. E lì, ogni domenica, chi tira calci al pallone, ci mette l’anima.

Ovunque sia andato, Christian Riganò, per tutti Rigagol, ha lasciato un gran bel ricordo. Generoso fino alla “morte”, fu uno di quei pochi calciatori del Taranto a buscarle sul campo di Catania, lui siciliano di Lipari, in quella che da molti tifosi del Taranto viene definita una “farsa”. Doppio spareggio per salire in una meritatissima serie B. A Catania la squadra rossoblù perde di stretta misura (1-0), gli avversari picchiano come fabbri, l’arbitro non interviene; al ritorno, a Taranto, stadio stracolmo, come mai nemmeno negli anni d’oro della B, la squadra è letteralmente inesistente. I conti non tornano, se non quelli del cassiere che invece fa “tutto esaurito”. Pubblico disgustato, a fine gara attende numeroso la dirigenza del Taranto all’esterno dello “Iacovone”, ma i colletti bianchi sono già andati via.

 

 

ADDIO CITTA’…

Riganò decide che la piazza così “intossicata” non fa più per lui. E’ in scadenza di contratto, deciderà lui stesso dove andare a giocare. E qualche brutto ceffo che si presenta in un ristorante cittadino, durante una cena con i familiari, per convincerlo con le buone a firmare (il suo “cartellino” avrebbe un valore superiore al miliardo di vecchie lire), non gli fa cambiare idea. Questione di uomini. Fra calci e minacce sul campo, figurarsi se Christian si fa intimorire. Il bomber che fece sognare Taranto, saluta e se ne va. Avrebbe voluto farlo con la B in tasca, m qualcuno evidentemente glielo aveva impedito.

In questi giorni il Corriere della sera lo ha intervistato. Il cronista che fiuta il pezzo fa benissimo il suo mestiere e lo intercetta. Riganò, che lo leggi come lo scrivi, si lascia andare ad una confessione amichevole. Oggi Christian fa il mestiere che faceva prima di diventare calciatore. «Un mestiere – confessa Riganò – che mi piace e di cui vado fiero: avevo lasciato questo mestiere a tre quarti, nemmeno a metà; io sono questo: amo costruire e riparare le cose, così, non avendo chiamate per allenare sono tornato a fare il mio lavoro che, modestamente, so fare come pochi», racconta l’ex bomber al cronista del Corriere della Sera che lo incontra in un cantiere a Ponte Vecchio. Un bel servizio ripreso da Mattino, Leggo, La Nazione, Corriere Adriatico, Virgilio, Informazione.it e Fanpage.it.

«Due cose so fare nella vita: i gol e il muratore. Così, dopo aver smesso di giocare, sono tornato a fare il mio mestiere: mi piace e ne vado orgoglioso. Avevo lasciato questo mestiere a tre quarti, nemmeno a metà. Io sono questo: amo costruire e riparare le cose. Così, non avendo avuto chiamate per allenare sono tornato a fare il mio lavoro».

 

 

DA TARANTO A FIRENZE…

Christian Riganò arrivò a Firenze nel 2002, a ventotto anni. Coraggiosamente scese di categoria, dalla C1 del Taranto dove in due stagioni aveva segnato più di una quarantina di gol sfiorando la promozione in Serie B, alla C2 della Florentia Viola, nata dal fallimento della Fiorentina di Cecchi Gori. Una promozione dopo l’altra fino ad indossare, meritatamente, in Serie A la fascia da capitano della formazione viola.

«Mio padre Vincenzo, purtroppo, non ha fatto in tempo a vedere che il suo ragazzo aveva realizzato il sogno: papà faceva il pescatore, è toccato a mia madre crescerci; intanto, muratore a parte, ho preso due patentini per allenare: amo il calcio, ma si vede che non sono adatto per quello di oggi, fatto principalmente di sponsor, non accetto compromessi. Certo, se poi arrivasse la chiamata giusta sarei pronto a tornare in panchina».

Uno pensa che non se la deve passare bene, invece Riganò spiega. «Ho guadagnato bene e ne sono felice. Nella mia intera carriera, però, ho incassato quanto molti giocatori di media fascia oggi guadagnano in due tre mesi – Così, poi, bisogna tornare a lavorare. Io sono di vecchio stampo: datemi una terra e, con due colleghi, siamo in grado di tirare su una casa». Per ora, secchio e cazzuola, domani, chissà, torna in campo a dirigere allenamenti ed a spiegare tattiche alle nuove promesse del calcio.

Povero Mahmoud, brutta fine

Diciannove anni, egiziano, ammazzato e fatto a pezzi

Due suoi connazionali, uno titolare di una barberia, l’altro suo dipendente, hanno impedito che il ragazzo lasciasse il suo posto di lavoro per andare a prestare attività dalla concorrenza. Prima le minacce al ragazzo, poi al negozio concorrente, infine l’agguato, un punteruolo che trafigge il cuore, infine il cadavere fatto a pezzi

Mahmoud Abdalla ucciso con un punteruolo, più volte, dritto al cuore. Motivo: voleva andarsene dalla barberia dove lavorava, le ossa spezzate perché il suo cadavere stesse dentro una valigia, il suo corpo mutilato forse per scongiurarne il riconoscimento. Devono averne visti film o documentari nei quali raccontano di sciagurati assassini che ne commettono di “ogni” e, alla fine, scaltri come uno dei tanti serial-killer visti alla tv, la fanno pure franca.

Ma i due presunti assassini in questione – hanno confessato ogni addebito, ma hai visto mai potrebbe balenargli il guizzo della ritrattazione, dunque meglio proseguire la riflessione sulla “presunzione d’innocenza” – non l’hanno fatta franca. Gli inquirenti hanno inchiodato i due autori dell’efferato omicidio con mutilazioni, che nemmeno il peggior sceneggiatore di genere splatter ogore che dir si voglia, avrebbe mai pensato.  

Mahmoud, diciannove anni, egiziano, infatti, non solo è stato letteralmente massacrato dal suo datore di lavoro e dal suo socio con i quali saltuariamente divideva la casa e il suo tempo, ma è stato mutilato di testa e mani. I due, anche loro di origine egiziana come la vittima, dopo un lungo interrogatorio ora sono “indagati per omicidio aggravato in concorso e distruzione di cadavere”.

 

 

FERMO E ACCUSE

Nelle motivazioni circa il fermo, l’importante e sofisticata attività di indagine coordinata dal pm ed eseguita dai carabinieri del Nucleo Investigativo e dalla Compagnia di Chiavari, c’è il racconto dei fatti dai quale scaturisce quella crudeltà incredibile cui accennavamo. Mahmoud lavorava nella barberia gestita dai due uomini, uno di ventisei, l’altro di ventisette anni. Un giorno, però, non pensando che la sua decisione scatenasse una ira cieca, la vittima ha confessato che voleva andare a lavorare altrove. Non solo l’ha detto, ma lo ha anche fatto, in quanto i pochi giorni di prova cui il ragazzo ammazzato in quel modo barbaro erano stati ripresi e postati sui social.

I due “soci”, evidentemente, non volevano perdere il ragazzo e la clientela che il giovane barbiere già esperto ed educato si era creato. Non solo, uno dei due si era spinto anche oltre, prima di commettere l’omicidio: aveva infatti minacciato il titolare della barberia dove il povero Mahmoud voleva andare a lavorare. Sempre il primo reo confesso, avrebbe raccontato come l’altro avesse ucciso Mahmoud, minacciandolo di non farne parola con nessuno se avesse voluto rivedere la sua famiglia ancora in Egitto. La lite, pare si sia accesa e sviluppata in una casa di Sestri Ponente.

 

 

ALLA FINE LA CONFESSIONE

Il ragazzo è stato ammazzato a colpi di punteruolo, una dei quali, più forte, deve avergli trafitto il cuore. Stando a quanto risulta dalle indagini, i due hanno posto il cadavere in una valigia e dopo averlo trasportato da Genova a Chiavari in taxi, l’hanno ridotto a pezzi in spiaggia, tagliando al povero Mahmoud prima la testa e poi le mani.

Alla ricostruzione degli inquirenti si è arrivati grazie ai tabulati telefonici della vittima e alle telecamere di videosorveglianza che avrebbero ripreso i due indagati in vari punti con valigie e borsoni. I due arrestati, di fronte al giudice, hanno ammesso la lite con la vittima ma si sarebbero accusati a vicenda del delitto. Il pm a fine interrogatorio ha contestato ai due l’omicidio volontario aggravato dai futili motivi.

Mahmoud era andato via dal suo Paese, l’Egitto, a causa della scarsa richiesta di artigiani. Lui sentiva di avere fra le mani un mestiere che lo avrebbe aiutato a farsi strada nel mondo del lavoro, non certamente dell’imprenditoria, posto che il poveretto aveva quale unica ambizione lavorare migliorandosi nella sua attività di parrucchiere. Purtroppo, il ragazzo non aveva previsto che non uno, bensì due connazionali, lo avrebbero prima minacciato, poi ammazzato e fatto a pezzi. Brutta storia, povero Mahmoud.

Quel flash-mob contro i divieti

Una settimana fa il documento contestato dalla sindaca di Monfalcone

La prima cittadina, Anna Cisint, aveva invitato le donne musulmane a presentarsi in spiaggia in costume da bagno. Da qui la protesta di alcune associazioni, fra queste, la promotrice, l’Associazione Monfalcone Interetnica. «Ringrazio quanti hanno partecipato a questa iniziativa allegra e determinata, tanto che perfino i sindaci del Veneto hanno dichiarato che l’inclusione è importante anche per il turismo», ha sottolineato il presidente dell’associazione, Arturo Bertoli

 

Ne abbiamo scritto nei giorni scorsi, a proposito dell’uscita infelice della sindaca di Monfalcone, la leghista Anna Cisint. La risposta alle sue parole, contro sostanzialmente a quelle donne di fede musulmana che si presentavano in spiaggia vestite o con il burqa. Bene, o peggio, ci verrebbe da dire, in risposta alla vibrata protesta della prima cittadina è andato in scena un flash mob (una protesta pacifica protesta di gruppo) sulla spiaggia di Marina Julia, un passo da Monfalcone. Obiettivo, si diceva, la protesta contro il provvedimento della Cisint, che aveva considerato «inaccettabile il fatto che stranieri musulmani entrino abitualmente in acqua vestiti».

Così, quando tocchi il filo scoperto della libertà individuale, può succedere che qualcuno dalle parole passi ai fatti. Promotrice della protesta ripresa dalle tv, non solo locali, agli organi di informazione e dalle agenzie di stampa, è stata l’Associazione Monfalcone Interetnica (AMI) che ha organizzato il flash-mob con tanto di bagno per quanti hanno partecipato. Partecipanti, ovviamente, rimasti vestiti come se andassero ad una festa, per tutto il tempo per assistere alla reazione di sindaca e Amministrazione comunale. La manifestazione pacifica messa in campo (e spiaggia) dall’AMI per prendere le distanze dall’Amministrazione locale e dal suo primo cittadino che vorrebbero impedire l’uso del burkini in spiaggia.

Prima di passare dalla teoria alla pratica, l’appello lanciato attraverso i social. La locandina dell’iniziativa riporta il logo dell’Associazione Monfalcone Interetnica accompagnato dallo slogan, ovviamente condiviso, “Il mare è di tutte/i e il costume è mio”.

 

 

PARTE LA CRONACA…

Per la cronaca, la provocazione – da alcuni considerata “forte”, secondo noi solo un “atto civile” – è stata condivisa su Facebook dal consigliere comunale del Pd Sani Bhuiyan, che ha voluto legittimamente sottolineare che il modo in cui le donne si vestono è solo una questione personale.

A controllare che le operazioni di “contestazione” fossero civili, senza eccessi, sono intervenuti carabinieri, poliziotti e uomini della Digos. Come ha scritto Giuseppe Pietrobelli sulle pagine de Il Fatto Quotidiano nei giorni scorsi, il “flash mob” è stato una risposta all’annuncio della sindaca, che aveva scritto in un documento inviato agli organi di informazione quanto segue: «È inaccettabile il comportamento degli stranieri musulmani che entrano abitualmente in acqua con i loro vestiti. Una pratica che crea insopportabili conseguenze dal punto di vista della salvaguardia del decoro del luogo. Chi viene da realtà diverse dalla nostra ha l’obbligo di rispettare le regole e i costumi che vigono nel contesto locale e italiano. Non possono essere accettate forme di ‘islamizzazione’ del nostro territorio, che estendono pratiche di dubbia valenza dal punto di vista del decoro e dell’igiene, generando il capovolgimento di ogni regola di convivenza sociale».

 

PROTESTA CHE VA…IN RETE!

Vestiti, in acqua, si sono fiondati in molti, fra questi alcuni amministratori locali, evidentemente di segno opposto. Tutto è proseguito nella massima correttezza, anche per non toccare la suscettibilità dei bagnanti, alcuni dei quali non sapevano neppure dell’ordinanza sindacale. Dunque, il presidente di AMI, Arturo Bertoli, ha raccomandato ai numerosi partecipanti di dividersi in gruppetti di quattro cercando di non disturbare chi, in quel momento era lì, a combattere calura e un sole che nei giorni scorsi proprio non voleva saperne di mollare la nostra Penisola.

I partecipanti all’iniziativa si erano ritrovati tutti assieme davanti ad una delle concessioni del lido, “scortati” da due vigili urbani. I bagnanti, spettatori del fuori-programma, a quel punto, hanno seguito il tutto con la massima curiosità.

«L’associazione ringrazia tutti coloro che hanno voluto partecipare a questa iniziativa – ha dichiarato Bertoli – allegra e determinata a contrastare le sparate intolleranti e fuori tempo della sindaca Cisint. Che ancora una volta si è coperta di critiche da mezza Italia; perfino i sindaci del Veneto hanno dichiarato che l’inclusione è importante anche per il turismo, mentre la prima cittadina di Monfalcone vuole sempre e solo dividere la città cavalcando e diffondendo intolleranza».

 

 

UN CORO DI DISSENSI

Di seguito la sintesi di articoli pubblicati su quotidiani regionali e nazionali sulla vicenda e, puntualmente, ripresi dal consultatissimo sito informazione.it :

«Tutti in acqua contro la crociata lanciata dalla sindaca leghista di Monfalcone, Anna Cisint, che vorrebbe impedire alle donne musulmane di andare in spiaggia vestite con i burqini, in ossequio alla loro religione e ai loro costumi. A Marina Julia, frequentatissimo punto del litorale giuliano, alcune centinaia di persone si sono date appuntamento il 23 luglio per iniziativa dell’Associazione Monfalcone Interetnica». (Il Fatto Quotidiano)

«Quando siamo stati a Monfalcone, lo scorso inverno, in occasione dell’inaugurazione della mostra su Goli Otok realizzata con l’Unione degli istriani e esposta dal Comune, abbiamo notato una cosa, passeggiando per le vie della città: le persone straniere erano molte». (ilGiornale.it)

«È un richiamo alle “regole della convivenza civile” quello che ha voluto fare il sindaco di Monfalcone, Anna Maria Cisint, finita al centro delle polemiche politiche per aver definito “inaccettabile” la tradizione dei cittadini musulmani residenti nel suo Comune di fare il bagno vestiti nelle spiagge di Marina Julia e Marina Nova». (AGI – Agenzia Italia)

«Anna Maria Cisint, sindaca leghista di Monfalcone, in provincia di Gorizia, ha sollevato una questione che sta facendo discutere le spiagge di mezza Italia: “È inaccettabile – dichiara Cisint – che stranieri musulmani entrino in acqua abitualmente vestiti”». (Today.it)

«A Monfalcone circa 200 persone hanno partecipato, nella mattinata di oggi, 23 luglio al sit-in “Il mare è di tutte-i e il costume è mio” promosso dall’associazione Monfalcone interetnica contro la linea adottata dal sindaco di Monfalcone, Anna Cisint che vuole porre un freno all’immersione nel mare di Marina Julia con i vestiti». (Il Piccolo)

«La risposta è arrivata oggi, con il flash mob organizzato dall’Associazione Monfalcone interetnica. Nei giorni scorsi, il primo cittadino della città dei cantieri navali ha puntato il dito contro la pratica della comunità musulmana di fare il bagno con i vestiti addosso». (Il Friuli)

«C’era un ragazzo, che come me…»

Intervista a Francesco De Vitis, vicedirettore del Radiogiornale Rai

Tarantino, sessantatré anni, giornalista a diciotto. Ha scritto per “Ciao 2001”, bibbia della musica negli anni Settanta e Ottanta. «Per me è come se esistesse solo quella musica, del Banco il mio album preferito…»

Tarantino, sessantatré anni, vicedirettore del Radiogiornale Rai. Francesco De Vitis, studi liceali, universitari fra Giurisprudenza e Lettere, cronista musicale fra i più celebrati, autore di reportage per gli storici Ciao 2001 e Music (80/85) con la direzione di Beppe Caporale. Grande esperienza prima di approdare nel cosmo Rai, fra Radiocorriere Tv, Rai International e Rainews 24, fino al radiogiornale, must dell’informazione radiofonica per chi vuole “viaggiare informato”.

Partiamo dalla riconferma a vicedirettore.

«Due mesi fa la nomina di Francesco Pionati a direttore del radiogiornale, che nel suo piano editoriale mi ha riposizionato nella squadra dei vicedirettori: una indicazione raccolta con somma soddisfazione, intanto perché arriva da un collega importante, esperto di politica e giornalismo: con lui subito grande empatia, presupposto fondamentale per lavorare in perfetta sintonia».

Dai tasti della Olivetti di Ciao 2001 a quelli dei pc, che strada è stata?

«Quella di un ragazzo appassionato che sognava di fare il musicista o lo scrittore, ma che di mestiere cominciò fare il giornalista; a Taranto era complicato coronare questo progetto, così a diciotto anni puntai al bersaglio grosso: insieme con la mia ambizione presi il primo treno per Roma; fortunato, incontrai le persone giuste che mi spinsero a fare subito esperienza: Beppe Caporale, Willy Molco e altri giornalisti dai quali ho imparato i primi rudimenti».

On the road, strada asfaltata, sterrata, sassi?

«Non esistono strade lisce come tavoli da biliardo, ma mi ritengo fortunato, sarei poco onesto se dicessi che è stato un percorso faticosissimo: ho cominciato subito registrando risultati immediati».

 

 

Ciao 2001, bibbia della musica. Un disco, un concerto recensito, altro.

«Periodo di grande entusiasmo fra i miei venti-venticinque anni, con i colleghi dell’epoca mi sono divertito tanto; fra i più belli, uno dei concerti seguiti all’estero, a Zurigo, quello degli Sky, band anglo-australiana con Francis Monkman, Herbie Flowers, Tristan Fry, John Williams e altri. Forse perché è stata la mia prima vera trasferta porto quel concerto nel cuore».

Una intervista ardita, azzardata, quella più riuscita.

«Da non crederci, quella con Dori Ghezzi, che veniva dalla brutta esperienza del rapimento con Fabrizio De André: la feci senza prendere un solo appunto, tanto che i discografici si preoccuparono; tornato in redazione, rassicurai Beppe: “nun te preoccupa’, c’ho tutto in testa”».

La reazione dei diretti interessati.

«Il pezzo uscì dopo un paio di settimane, una volta pubblicato, ricevetti una telefonata a casa: “France’, c’è Fabrizio De André al telefono…”, da non crederci. Il cantautore genovese mi ringraziò e mi dette appuntamento al suo concerto di Roma. Prima che salisse sul palco, andai a trovarlo in camerino: poco dopo arrivò Francesco De Gregori con una bottiglia di whiskey; morale della favola, mezzo bicchiere Francesco, due dita io, che nemmeno bevevo, il resto della bottiglia a Fabrizio».

Che musica era quella di cui parliamo?

«Parlarne al passato mi risulta difficile, perché è quella che continuo a sentire, targata Settanta e Ottanta; spesso scateno i miei figli in polemiche probabilmente giustificate: “Papà, qualcosa dei Novanta, non eh?”. Mi rendo conto, ma l’ultimo disco ascoltato stamattina, per esempio, è “4 Way Street”, live di Crosby, Stills, Nash e Young, che avevo già consumato ai tempi del “Quinto Ennio”, il mio liceo tarantino».

 

 

Bacchettate?

«Nel rileggere le mie recensioni di un tempo, mi riconosco molto severo, forse troppo. Per esempio, Vasco, che io ho amato tanto: “Questo pezzo troppo squadrato, poteva fare meglio…”. Oggi leggiamo troppe recensioni politicamente corrette, all’epoca invece mettevamo il lettore di fronte al gusto del critico musicale: buono o non buono…».

Il vinile preferito?

«Non ci penso su due volte: “Io sono nato libero”, Banco del Mutuo Soccorso, io e il mio caro amico, Egidio Bianchi, lo consumammo: tornato a Taranto, mi spedì la registrazione di quell’album, lo ricordavo a memoria, graffi compresi».

La svolta e l’avventura in Rai.

«Arrivai attraverso la carta stampata, con il Radiocorriere Tv: scoprii così radio e tv, partendo da Rai International, il canale Rai per gli italiani all’estero. Ero appena diventato papà di Arianna, così accettai con entusiasmo».

Riscrivesse la sua storia?

«Avrei provato a fare il musicista, poi lo scrittore, quello del giornalista era il Piano C. Le prime due scelte appartenevano alla sfera dei sogni, quella del cronista, invece, è stato subito un mestiere».

«Compovtamento vipvovevole»

Alain Elkann e il breve racconto estivo pubblicato su Repubblica

Viaggio Roma-Foggia. Il giornalista-scrittore si imbatte in moderni “lanzichenecchi”, ragazzi con smartphone e tatuaggi. Il Comitato di Redazione si dissocia, i quotidiani da QN a Il Fatto, proseguendo con il cliccatissimo Open, criticano l’articolo classista. Poi gli interventi, ironici, di giornalisti e scrittori. Insomma, caro papà di John e Lapo, la sua non si può dire sia stata una buona idea

 

Compovtamento vipvovevole. Come a dire: comportamente riprovevole, ma pronunciato in modo chic. Alain Elkann, giornalista, papà di John e Lapo, sposato per qualche anno con Margherita Agnelli, figlia di Gianni, l’Avvocato, ha combinato un pasticcio. Ha scritto un pezzo, folle, su alcuni «ragazzacci» incontrati in prima classe su un treno Roma-Foggia e da lui definiti «lanzichenecchi» (boriosi mercenari senza arte e né parte menzionati pure nei Promessi sposi di Manzoni) chiedendo che il suo scritto fosse pubblicato su Repubblica (quotidiano che fa parte di uno dei gruppi controllati dal figlio John): detto-fatto. Intanto per ribadire il concetto «lei non sa chi sono io», della serie: «come ti demolisco, se voglio, in due minuti». Figlio di banchieri, sposato con una delle eredi della famiglia italiana più potente, stavolta è voluto uscire dal seminato. Nel senso che fino all’altro giorno, ci pare intervenisse spesso su politica internazionale, ebraismo (papà banchiere e rabbino) e grandi sistemi (non a caso aveva con sé una copia del Financial Times), ma non ci pare avesse scritto articoli di cronaca bianca, come, invece, gli è capitato l’altro giorno. Quando qualcuno sa di detenere il potere, non c’è niente da fare, non riesce a trattenerla: deve farla, foss’anche fuori dal vaso. Sennò a cosa serve essere nato in una famiglia ricca, essersi imparentato con Agnelli, avere un figlio potente e uno più “sportivo”.

 

 

APRITI CIELO

Così, il Quotidiano Nazionale sintetizza, per stralci, l’intervento di Elkann su Repubblica.  Domandandosi, intanto, dove egli abbia vissuto fino ad oggi. Il giornalista e scrittore, si stava recando a Vieste, ospite della kermesse letteraria “Il Libro Possibile”: su Repubblica fornisce una «grottesca rappresentazione dei passeggeri che erano con lui sul treno “Italo” da Roma a Foggia». Il giornalista definisce, si diceva, «giovani lanzichenecchi senza nome» alcuni ragazzi che si stavano recando nel capoluogo dauno: «t-shirt, cappellino da baseball, scarpe Nike – scrive su Repubblica e QN, fra gli altri, lo riporta sulle sue colonne – «tutti con un iPhone in mano», guarda che novità. «Nessuno portava l’orologio; avevano tutti braccia, gambe o collo con tatuaggi». A Roma, senza tanti giri di parole, avrebbero tagliato corto con un sonoro «…e ‘sti c***i?».

Lui invece, indossava «un vestito di lino blu e camicia leggera e aveva una cartella marrone di cuoio con dentro il Financial Times, il New York Times e Robinson, il supplemento di Repubblica». Stava anche finendo di leggere un libro di Proust. Il tutto mentre i ragazzi, altra grande novità, parlavano ad alta voce. «Come fossero i padroni del vagone, non curanti di chi stava attorno». Capita nel mondo dei più giovani.

Sfiora quasi il ridicolo, QN, quando Elkann afferma di aver temuto di aver sbagliato treno: «Non sapevo che per andare da Roma a Foggia si dovesse passare da Caserta e poi da Benevento». In effetti, sotto Roma, che Italia è?

 

 

RAGAZZI TATUATI

Quasi scandalizzato, poi, sente «i giovani parlare di ragazze e di come abbordarle in spiaggia. Sicuramente con toni e termini evitabili, ma nulla di clamoroso. «Loro erano totalmente indifferenti a me, alla mia persona, come se fossi un’entità trasparente, un altro mondo». Evidentemente questi ragazzi non sanno che per affascinare una ragazza è sufficiente telefonare a un fioraio di Interflora e inviare due, tre dozzine di rose. Diamine, chi, oggi, non ha in tasca una card o un biglietto da 500 euro?

Invece delle rose a dozzine, questi ragazzi «parlavano forte, dicevano parolacce, si muovevano in continuazione, ma nessuno degli altri passeggeri diceva nulla». Infine, Elkann: «Arrivando a Foggia, mi sono alzato, ho preso la mia cartella. Nessuno mi ha salutato, forse perché non mi vedevano e io non li ho salutati perché mi avevano dato fastidio quei giovani ‘lanzichenecchi’ senza nome».

Nessuno lo ha salutato, accidenti, ci pensate, come si fa a non riconoscere Alain Elkann? E a non salutarlo, chiedendogli – se non si fosse arrecato troppo disturbo – di portargli la borsa fino a destinazione.

Questo, a sprazzi, l’articolo che ha scatenato numerose reazioni sui social, tutte molto critiche nei confronti della ricostruzione tracciata da Elkann. Fra queste, anche quello del Comitato di redazione di Repubblica, praticamente un autogol.

 

E IL CDR DI REPUBBLICA?

«Questa mattina – scriveva ieri il CdR – la redazione ha letto con grande perplessità un racconto pubblicato sulle pagine della Cultura del nostro giornale, a firma del padre dell’editore. Considerata la missione storica che si è data Repubblica sin dal primo editoriale di Eugenio Scalfari, missione confermata anche ultimamente nel nuovo piano editoriale dove si parla di un giornale ‘identitario’ vicino ai diritti dei più deboli, e forti anche delle reazioni raccolte e ricevute dalle colleghe e dai colleghi, ci dissociamo dai contenuti classisti contenuti nello scritto. Per i quali peraltro – concludono nella nota – siamo oggetto di una valanga di commenti critici sui social che dequalificano il lavoro di tutte e tutti noi, imperniato su passione, impegno e uno sforzo di umiltà».

Scrive Franco Bechis su Open: «Il papà dell’editore di Repubblica, John Elkann, è stato disturbato in treno da un gruppo di adolescenti maschi e chiassosi che ad alta voce discutevano di calcio, di musica e di come rimorchiare le ragazze con linguaggio tutt’altro che forbito ed evidente noncuranza per altri viaggiatori più avanti negli anni e nelle letture che avrebbero voluto passare in ben altro modo quel tempo assai lungo che separa le stazioni ferroviarie di Roma Capitale e di Foggia.

Dal viaggio disturbato è nata una lettera piccata del viaggiatore suo malgrado non solitario, Alain Elkann. Ed essendo il papà dell’editore John scrittore di un certo successo Repubblica ha pensato di accogliere il manoscritto non confinandolo nella scontata rubrica delle epistole, ma nobilitandolo nelle pagine di cultura dell’edizione cartacea di lunedì 24 luglio, fingendo la pubblicazione di un “breve racconto di estate”».

 

 

IL FATTO E’ CERTO

Riprende a sua volta, Il Fatto Quotidiano. «Siamo nel 2023 e ancora facciamo viaggiare Alain Elkann sui treni con i poveri ma che ca**o di paese siamo?”, “La pvima classe pullula di popolani”: le reazioni social all’articolo dello scrittore. Davide Turrini sul Fatto, aggiunge: «L’intemerata classista di Alain Elkann contro i “lanzichenecchi” è diventata presto virale. L’articolessa finita su Repubblica, in cui il papà del padrone del quotidiano medesimo descrive con fastidio un gruppo di adolescenti seduti in prima classe di fianco a lui sul treno Italo, che lo ha portato da Roma a Foggia, ha suscitato su Twitter reazioni di dilagante ilarità come di riflessioni argute e costruttive».

Infine, lo scrittore Paolo Nori, approfitta un po’ come si faceva nella redazione di Cuore con i libri di Eugenio Scalfari: «delle circostanze per pesare Vita di Moravia, di Alain Elkann: pesa 810 grammi». “La durezza del vivere”, account del giornalista Sergio Giraldo, ha accostato i nobili fastidi del casato piemontese grazie ad un semplice ma evocativo cambio di consonanti: «Alain Elkann mentve si appvesta a salive sul tveno pev Foggia, nonostante la pvima classe pulluli di popolani».

«Sindaca, qui si esagera…»

Il primo cittadino di Monfalcone dichiara “guerra” alle donne musulmane

«Il comportamento degli stranieri musulmani che entrano abitualmente in acqua con i loro vestiti è inaccettabile», scrive nel suo documento. Risponde una sociologa: «La sindaca dice addirittura che sarebbe una questione di igiene andare al mare in costume: quindi vuol dire che le donne musulmane sono sporche? Questo è razzismo. Eccoci quindi ancora allo stereotipo dello straniero cattivo, brutto e sporco» 

 

Le donne musulmane al mare, vestite con abiti tradizionali piuttosto che in costume da bagno, non sono gradite alla sindaca di Monfalcone, Anna Maria Cisint. La “prima cittadina” del comune a breve distanza da Gorizia, pare sia intransigente. Secondo un intervento rivolto attraverso gli organi di informazione, il fatto che donne musulmane facciano il bagno nei lidi di Monfalcone non sarebbe in perfetta sintonia con “usi e costumi” locali.

Diciamo che la signora Cisint, forse, ha un po’ esagerato. Ci mettiamo anche di mezzo il lavoro di cronisti e giornalisti che l’estate, caldo a parte, non hanno lo stesso numero di argomenti leggeri ma di interesse generale con i quali aprire un giornale o un sito.

Si sa, l’estate i giornali più sfogliati – dire “letti” sarebbe un’offesa a chi ne fa una scorta o li adocchia dal parrucchiere – sono le riviste di gossip; uno strappo ai settimanali dalla grande tradizione e poi, i cruciverba a go-go, a cominciare dalla Settimana enigmistica, fra tutti – ma non vuole essere uno spot pubblicitario – il più sano di tutti e senza un briciolo di pubblicità.

Dunque, la sindaca chiama, l’opinione pubblica risponde. La Giunta di Monfalcone sostiene la massima espressione cittadina, il resto pone l’argomento al centro del dibattito. Di più, uno dei giornali più attenti e risoluti, “Donna Moderna”, va a fondo. Tanto che una delle sue redattrici, Barbara Rachetti, in un articolo pubblicato da “Donna Moderna News”, riprende e sostiene le riflessioni Sumaya Abdel Qader, una delle fondatrici dei Giovani Musulmani d’Italia, sociologa e ricercatrice, mamma di tre figli, speaker e scrittrice (“Quello che abbiamo in testa” il suo ultimo titolo in libreria).

 

 

SINDACA “SCONCERTATA”

Nel documento a firma di Anna Maria Cisint e raccolto dalle agenzie, fra queste l’AGI, leggiamo che «il comportamento degli stranieri musulmani che entrano abitualmente in acqua con i loro vestiti sarebbe inaccettabile: una pratica che sta determinando sconcerto nei tanti bagnanti e in coloro che affollano le spiagge di Marina Julia e Marina Nova e che crea insopportabili conseguenze dal punto di vista della salvaguardia del decoro di questi luoghi, apprezzati per la cura, l’attenzione e la pulizia che li caratterizzano».

E già qui, la sindaca dovrebbe spiegarci dove risiede il decoro in quanto non esisterebbe qualcosa corrispondente al “bon ton” licenziato a suo tempo da Lina Sotis. Vanno bene i due pezzi, il pezzo singolo, i bikini per le donne, gli slip o i pantaloncini per i maschietti desiderosi di mostrare i progressi della dieta primaverile? Fosse il contrario, forse, e sottolineiamo tanto così il “forse”, potremmo essere d’accordo: in spiaggia da un po’ osserviamo costumi da bagno che non sono proprio in linea con il decoro: uomini e donne, maschietti e femminucce, nonostante il numero elevato di bambini fra ombrelloni, battigie e acqua, indossano fili interdentali. Magari, quello fa più decoro di una donna con “vestiti musulmani”. 

La Cisint promuove, e noi condividiamo, che «la spiaggia di Marina Julia in questi anni è diventata uno degli arenili più apprezzati della regione». Subito dopo la perdiamo dalle mani, scrive cose francamente indifendibili. State a sentire: «chi viene da realtà diverse dalla nostra ha l’obbligo di rispettare le regole e i costumi che vigono nel contesto italiano e locale. Non possono essere accettate forme di “islamizzazione” del nostro territorio, che estendono pratiche di dubbia valenza dal punto di vista del decoro e dell’igiene, generando il capovolgimento di ogni regola di convivenza sociale». Islamizzazione, pratiche di dubbia valenza, decoro, igiene, capovolgimento delle regole? Sindaca, nonostante il massimo impegno – ma sarà un nostro limite – non la seguiamo più.

 

 

DICASI “COSTUME DA BAGNO”

Siccome abbiamo il senso del rispetto, riportiamo anche il resto del suo intervento. Ne ha facoltà. «Per le evidenti ragioni di rispetto del decoro richiesto nei comportamenti di chi si reca in questi luoghi – conclude la sindaca – ritengo la pratica di accedere sull’arenile e in acqua con abbigliamenti diversi dai costumi da bagno debba cessare e intendo applicare questi principi con un apposito provvedimento a tutela dell’interesse generale della città e dei nostri concittadini».

Abbigliamenti diversi dai “costumi da bagno”. Ma lo sa che la definizione di costume da bagno, definito anche “vestiario acquatico”, consiste nella seguente spiegazione? Dunque, “Dicasi “costume da bagno”, un particolare capo d’abbigliamento, solitamente indossato per nuotare o per praticare degli sport acquatici: in commercio ne esistono numerosi modelli che differiscono anche in base al sesso e all’età della persona che li indossa”. Altre indicazioni, sulle dimensioni, sui centimetri o metri di stoffa da utilizzare, non sono riportati. Dunque? Riparliamone. Ma non prima di aver ospitato due battute raccolte da Barbara Rachetti, in un articolo pubblicato da “Donna Moderna News”. Si tratta, si diceva, delle  riflessioni Sumaya Abdel Qader, una delle fondatrici dei Giovani Musulmani d’Italia, sociologa e ricercatrice.

Ma davvero stare vestite al mare è una questione di decoro? «Che regola lo dice? Chi lo decide? E si può imporre alle donne di spogliarsi? Sarebbe lo stesso che imporre loro di vestirsi», l’opinione di Sumaya Abdel Qader.

 

 

SALVAGUARDIA DELLA LIBERTA’ FEMMINILE?

«La sindaca ha dichiarato – riprende la sociologa – che il suo provvedimento sarebbe a salvaguardia della libertà femminile, ma su che basi sostiene che le donne musulmane in Italia sarebbero segregate? E poi attenzione: le scollature e gli abiti cortissimi secondo l’Occidente sono espressione di libertà, ma possono esserlo come possono essere sessualizzazione e oggettificazione del corpo femminile. Quando parliamo di libertà, perché si cerca di imporre sempre la visione occidentale?».

E poi. «Nella maggior parte del mondo donne e uomini vanno al mare vestiti. In Australia si vedono sempre più maniche lunghe per proteggersi dal sole, ma anche in America molte donne scelgono di non esibirsi. In Cina nessuna usa il costume, addirittura le donne asiatiche si coprono il viso con la “facekini”, una maschera anti sole per tutelare la chiarezza della pelle. Eppure nessuno dice niente. Invece le donne musulmane darebbero fastidio».

Vestiti al mare minaccerebbe l’igiene. «La sindaca dice addirittura che sarebbe una questione di igiene andare al mare in costume: quindi vuol dire che le donne musulmane sono sporche? Questo è razzismo. Eccoci quindi ancora allo stereotipo dello straniero cattivo, brutto e sporco». 

«Oggi anche in Italia moltissime ragazze musulmane – conclude Sumaya Abdel Qader – studiano e si laureano: abbiamo chirurghe, primarie ospedaliere, ingegnere, psichiatre. E poi più dei coetanei maschi, si candidano in politica, proprio per cambiare la realtà. Molti centri e gruppi soprattutto di giovani si stanno occupando di lottare contro la segregazione femminile».

«Io, cameriere per caso…»

Giuseppe Cederna, attore da Oscar

«Organizzo i miei impegni professionali e mi ritaglio uno spazio da dedicare alla Grecia», confessa uno dei protagonisti di “Mediterraneo”. «Non lo faccio di mestiere: qualche mese l’anno vivo qui con la mia compagna: lei sta in cucina, io fra i tavoli a dare una mano ai titolari…»

 

E’ l’attore che molti vorrebbero per amico. Importante, se registi come Scola, Salvatores e Soldini lo hanno chiamato più volte a recitare nei film da loro diretti. Giuseppe Cederna, comprimario in film come “Marrakesh Express” e “Mediterraneo”, è uno che non passa inosservato. Come il suo talento. Piccolo, una virgola al posto del naso, lo vedi, intuisci che c’è stoffa. Per come si muove, gesticola e cammina, come calibra, rispetta i tempi, non fagocita quei pochi istanti che potrebbe soffiare sul set ai suoi colleghi. Anche per questo, Cederna per amico.

E, allora, perché parlare di uno dei caratteristi del cinema italiano più validi, uno dei migliori attori di teatro in circolazione. Semplice. Perché nel modo in cui si fa informazione per un “like” o una visualizzazione in più, c’è chi butta lì un titolo che faccia da attrattore. Non importa che l’articolo sfiori l’argomento sparato a quattro colonne, tanto poi i lettori intuiranno nel corpo del pezzo che sei, più o meno, su “Scherzi a parte”. E che, veniamo alla boutade. Giuseppe Cederna in Grecia, affascinato dalla bellezza di quei posti, fa il cameriere. Ha scelto un’isola come nel capolavoro da Oscar “Mediterraneo”. Certo, un pizzico di notizia c’è. Il collega che si gioca una sorta di scoop, fa bene il suo mestiere. Un po’ meno quanti riprendono la notizia e le danno un taglio per fare sensazione.

 

 

FRA I TAVOLI PER CASO…

Allora, proviamo a mettere un po’ le cose a posto. Fra quanti si sono occupati di intervistare o scrivere di Cederna in tempi recenti, i giornalisti Alessio Di Sauro (Corriere della sera), Tiziana Platzer e Alberto Sogliani (La Stampa), Stefania Rocco (Fanpage.it), Francesco Bettin (Olimpia in scena, Sipario). Ognuno con un taglio diverso. Una “breve” per un sito, qualcosa di più romanzato per il giornale. Chi si è impossessato della notizia per farne dieci, toh, venti righe, ha utilizzato un’altra modalità: da attore a cameriere, per farla breve. Tout court, come direbbero o scriverebbero quelli bravi. Invece, per amore di giustizia, fare i complimenti ai colleghi che ci hanno preceduti raccontando un divertente episodio della vita di un attore, ma per sconfessare quanti hanno provato compiere un’altra narrazione, ecco cosa è accaduto all’attore di “Maschi contro femmine”, “Hammamet” e “Il viaggio di Capitan Fracassa”.

Karpathos, isoletta nel mar Egeo. Un gruppo di turisti entra in un localino, un’accogliente taverna. Sembra non esserci nessuno, poi improvvisamente spunta un uomo, una faccia che riconosceresti fra mille, anche se rispetto a quei film che passano in tv non sappiamo nemmeno quante volte, l’espressione è più vissuta. E’ lui, Cederna.

«Sono proprio io – racconta l’attore a quei turisti si stanno domandando “questo viso non mi è nuovo” –  uno degli attori di “Mediterraneo”: non faccio il cameriere di mestiere, ma qualche mese all’anno vivo qui con la mia compagna: lei dà una mano alla titolare in cucina, io faccio da cameriere con suo marito e poi, insieme, lavoriamo in campagna».

 

 

«LEI? MA CHE CI FA QUA?»

Non fa in tempo ad arrivare la domanda di quella gente che ha fatto pit-stop proprio in quella tavernetta. «Durante la prima ondata di Covid mi trovavo qui – racconta – è stato allora che io e la mia compagna abbiamo stabilito questa amicizia con la gente del luogo e in particolare con i gestori della taverna: proprio come accade in “Mediterraneo”, il soldato Farina saluta il reggimento e sceglie l’Isola; ogni tanto torniamo e stiamo qui per qualche settimana lontano da tutto…».

«All’inizio, qui, venivo da ospite – ha raccontato Cederna al Corriere della sera – poi siamo diventati di famiglia e, si sa, quando si è di famiglia, si lavora lavora: mai venuto da turista; nel tempo, ho imparato a fare il contadino: taglio il grano, raccolgo pomodori, zucchine. Sto con i miei amici. Prima ci hanno accolti, oggi ci consideriamo adottati: mi ritengo un uomo fortunato, ho due famiglie nel mondo».

Infine, come concilia il lavoro di attore con quello di cameriere “alla pari”. «Organizzo i miei impegni professionali per avere la possibilità di ritagliarmi una finestra da dedicare alla Grecia: non meno di un mese all’anno; organizzo e sposto tutti i miei impegni cinematografici e teatrali per ricavare questa finestra; per me venire qui è una necessità quasi fisica, ormai non riesco a farne a meno».

Taranto, la città più calda!

Un primato del quale la Città dei Due mari avrebbe fatto volentieri a meno

Puglia, prima per ondate di calore. “Caronte” si fa sentire con la medesima forza anche nel Lazio. Comunicato diramato dalla Protezione civile. Evitare di esporsi al sole, usare cappello, bere spesso, evitare attività fisica intensa nelle ore più insidiose della giornata

 

Taranto, con temperature superiori ai 40 gradi è una delle città più “bollenti” d’Italia. Certo, non è uno di quei primati di cui andar fieri, ma questo dice la colonnina di mercurio che in questi giorni sta facendo registrare temperature mai viste, meglio, mai avvertite. E’ un’estate rovente quella che si avverte lungo tutta la Penisola, ma con particolare interesse in Puglia: temperature elevate e clima afoso e umido la stanno facendo da padrona in questi ultimi giorni.

L’ondata di fuoco abbattutasi sull’Italia e in particolare sulla Puglia sarebbe causata dall’anticiclone Caronte. Molto attenta nella sua attività, la Protezione Civile della Regione Puglia comunica costantemente lo stato di allerta a causa delle ondate di calore, caratterizzate da tassi elevati di umidità, forte irraggiamento solare e assenza di ventilazione: Queste condizioni meteorologiche possono costituire serio pericolo per la popolazione, avverte la Protezione Civile pugliese, specificando che il rischio maggiore riguarda anziani e bambini. Nei giorni scorsi, è bene ricordarlo, due anziani hanno perso la vita per un malore dovuto al caldo mentre si trovavano sulle nostre spiagge.

 

 

PROTEZIONE CIVILE…

Sempre in uno dei comunicati diramati dalla Protezione Civile, si ricorda che «è bene evitare di esporsi al caldo e al sole diretto nelle ore più calde della giornata (tra le 11.00 e le 18.00) e preferibile trascorrere le ore più calde in un luogo climatizzato, indossando indumenti leggeri». Altrettanto importante è «usare cappello e occhiali da sole, bere spesso, evitare attività fisica intensa nelle ore più calde della giornata, non mettersi in viaggio nella fascia 11.00-18.00 se l’auto non dispone di climatizzatore e assolutamente non lasciare anziani, bambini, persone non autosufficienti o animali in macchina, nemmeno per pochi minuti».

La grande afa si sta facendo sentire soprattutto in Puglia. Ed è proprio Taranto, sino ad ora, con un termometro che sfiora i 40 gradi, la città che registra la temperatura più calda della Puglia. A seguire: Bari con 34 gradi, Foggia e Lecce con 33 gradi e Brindisi con 32. Le temperature sono state registrate alle ore 11.00 dal Servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare di Gioia del Colle. Secondo gli esperti dell’Aeronautica Militare, oggi l’aria sarebbe più fresca rispetto alla giornata di ieri, con temperature in diminuzione, grazie anche ai venti, che da moderati si stanno rinforzando.

La tempesta di calore, detta “hot storm”, riporta l’agenzia Adnkronos, si candida a diventare un’ondata storica: fino a mercoledì 19 luglio il caldo aumenterà e, con l’elevatissimo tasso di umidità, si raggiungeranno temperature eccezionali.

Ma, attenzione, se di giorno il clima è rovente, di notte non ci saranno affatto miglioramenti: l’afa, infatti, peggiorerà la situazione, le temperature non scenderanno mai sotto i 20-24°C e nelle città più grandi le temperature potrebbero non scendere sotto i 30 gradi fino a quasi mezzanotte.

 

 

E BOLLINO ROSSO

Attenti al bollino rosso. Questo segnala l’allerta caldo più alta tra i 3 livelli con rischi per la salute non solo di anziani, bambini e fragili. Di giorno e all’ombra si potranno toccare i 38-39 gradi in Valle Padana come nel Centro Italia. Il Lazio toccherà punte di 42-43 gradi, con particolare riferimento alla capitale. Il caldo interesserà anche le isole e, si diceva, la Puglia, dove le temperature potrebbero sfiorare anche i 45 gradi. In Sardegna picchi fino a 47 gradi, mentre in Sicilia si registreranno temperature fino ai 45 gradi.

A proposito della Sicilia, i 48,8 gradi registrati nell’isola nell’agosto di due anni fa, rappresentano finora un record, quello europeo, del quale avremmo volentieri fatto a meno. Lo segnala l’Organizzazione meteorologica mondiale, che ipotizza come “a partire dai prossimi giorni questo record possa essere battuto con l’intensificarsi dell’ondata di caldo”.

L’anticiclone africano, intanto, infiamma buona parte dell’Europa. La Grecia fa i conti con temperature altissime e con il rischio incendi, che spaventa anche la Croazia. La Spagna convive con la terza ondata di calore: il Servizio meteorologico nazionale ha dichiarato lo stato dall’allarme. La seconda ondata di caldo, con temperature fino a 45 gradi, si era conclusa giovedì scorso, mentre la terza dovrebbe durare fino a oggi. A Madrid si sono registrati 39 gradi all’ombra e le temperature record – che nei giorni scorsi avevano interessato in particolare Andalusia ed alcune zone della Catalogna e dell’Andalusia – si estenderanno fino a Maiorca. Leggiamo, ancora, che il termometro schizza in alto anche fuori dall’Europa: la Cina registra la temperatura di 52,2 gradi nello Xinjiang; negli Stati Uniti, in California, nella Valle della Morte si sono sfiorati nella giornata di domenica scorsa ben 52 gradi.

Consigli per tutti. Non uscite di casa, se non strettamente necessario. Quello che stiamo avvertendo in questi giorni è un caldo che non perdona.

Taranto, amore a prima vista

Trecento crocieristi al giorno, bella media

Arrivano dall’Europa e non solo. L’industria è alle nostre spalle. Manca ancora qualcosina, ma la strada è quella giusta. Città vecchia e Museo Martà, Castello aragonese e Cattedrale, gli attrattori. Passi da gigante, ma con un colpo di reni…

 

Trecento crocieristi al giorno, una bella media. Mai vista una cosa simile. Lo dice un tassista del centro, piazza Ebalia il suo quartier generale, che conferma davanti a un caffè una tendenza sotto gli occhi di tutti: Taranto è diventata una delle tappe più visitate del Mediterraneo. Manca ancora qualcosa, ma la strada sarebbe quella giusta.

Non mancano le foto, scattate con il cellulare, ma anche con macchine fotografiche professionali. Taranto, amore al primo clic, verrebbe da dire. E, nonostante il caldo canicolare, il mare non è più la sola offerta. La città, i commercianti per quanto possibile, lavorano per farsi una buona reputazione, con l’aiuto di operatori, imprenditori, degli stessi residenti.

Cresce, dunque, la presenza turistica rispetto a un recente passato. Taranto, insomma, fa registrare un considerevole scatto in avanti. Dovessimo fare il classico capello in quattro, fare i pignoli, bene, alla nostra città manca il guizzo risolutivo. Quanto potrebbe renderla competitiva in confronto di realtà più collaudate. Questa città ha le bellezze, ma oggi anche la convinzione di giocarsi le sue carte nella partita del turismo. Deve guadagnare in appeal, in richiamo, come a dire servizi, posti-letto, fantasia low-cost. La strada giusta è, forse, aver creduto negli ultimi anni a provare a rappresentare una forte alternativa all’industria. Buona la base di partenza, che però invoca – senza tanti giri di parole – sostegno dalle istituzioni.

 

 

PASSO IN AVANTI

Per contro c’è da dire che negli ultimi anni sono cambiate le strategie. Ogni sera, mediamente, c’è un attrattore. Che sia un concerto classico piuttosto che pop, dal nome di richiamo alla coverband. Ma anche eventi di altra natura: animazione, artisti di strada, percorsi gastronomici, esibizioni musicali. Purché, queste ultime, non siano cose dal sapore neomelodico a vantaggio di un pubblico pizza, birra e rifiuti abbandonati al primo angolo utile.

Castello, Città vecchia, Cattedrale, MarTa, ipogei, porto turistico, escursioni con vista-delfini, sono alcuni fiori all’occhiello di una Taranto in ripresa. Insomma, il bicchiere mezzo pieno. Manca qualcosa. Una più solida offerta digitale. Accendere il pc e trovarsi di fronte un social, qualcosa che appena digiti “Taranto” dia un impatto inequivocabile. C’è chi già lo fa e, a questi, va la nostra infinita riconoscenza. Ma non basta. Il nome della città, nonostante l’impegno chi prova a ridisegnare Taranto, viene associato al peso dell’industria che in questi anni ha giocato contro. Cliccare sulla Città dei Due mari dovrebbe invece significare: scenario mozzafiato, bellezze gastronomia, professionalità e ospitalità. Come guardare una città con addosso sempre l’abito giusto. Sobrio al mattino e in estate, più elegante per la sera e i mesi meno caldi.

 

 

E DALL’ESTERO…

«Chi viene dall’estero – conferma un tecnico del turismo – prima di imbarcarsi in un’avventura, compie una prima visita ai siti; i social più interpellati: google, facebook e trip advisor; ed è su questo che, credo, si debba lavorare; potenziare i nostri credits perché Taranto e l’intero territorio diventino appetibili al primo clic; le previsioni, oggi, sono sempre più incoraggianti, il richiamo equivale a gastronomia, bellezze, cultura; periodo nel quale si sceglie la qualità, tasto sul quale insistere per costruirci una buona reputazione».

Cronaca di una inversione di tendenza. E di numeri che incoraggiano a ben sperare. «Gli italiani hanno scelto l’Italia, molti di questi il nostro Sud; stavolta a discapito di mete come Turchia, Egitto e Grecia; per mille motivi, e l’aspetto economico non lo metterei al primo posto, la scelta è ragionata: spendere bene per viaggiare bene; tante volte il “gratis” o il “basso costo” non paga, il turista chiede di spendere il giusto: non vuole imbattersi in un imbroglione».

In questo rilancio hanno un ruolo importante le guide turistiche. «Anello di congiunzione con il territorio – spiegano da Confcommercio – nella nostra attività quotidiana registriamo molti suggerimenti, che metterne in agenda la metà e a realizzarli ci darebbe quello scatto di reni utile a farci compiere il tanto desiderato salto di qualità: in estate il mare al primo posto, ma si privilegia la qualità, di solito bellezza, cultura e gastronomia».

 

 

QUANTI TURISTI!

Tanti i turisti in circolazione. Detto dei tedeschi, altri gruppi stranieri hanno popolato le strade cittadine. Mete principali, il Castello aragonese e gli “stretti” della Città vecchia. Ma non solo, ieri anche gruppi di turisti provenienti da Oltremanica, hanno pranzato e cenato in diversi ristoranti cittadini. Passo diverso, gli inglesi – proprio perché “inglesi” – manifestano un modo più distaccato, ugualmente affascinato, critico anziché no, rispetto agli altri turisti stranieri. Fra i visitatori, anche qualcuno arrivato dalle “Highlands”, le Terre alte della Scozia: chi l’ha detto che gli scozzesi, in fatto di spese, sono avveduti quanto i nostri genovesi?

Antiche convinzioni, leggende. Inglesi, irlandesi e scozzesi mettono mano al portafogli e si lasciano affascinare dal sapore della cucina locale, con una sola eccezione nelle bevande: la birra. Una “bionda” scelta fra le tante opzioni, per il resto spaghetti e vongole, aragoste e scampi, di tutto e di più. Anche pizza. La birra, però, ha il dono di unire sotto lo stesso tetto di ristoranti e trattorie, dalla Città vecchia al Borgo nuovo, turisti provenienti da ogni parte d’Europa.

Tedeschi e inglesi, si diceva. Ma anche francesi e spagnoli. Questi ultimi, confermano i ristoratori tarantini, rappresentano la vera new entry della stagione. Se ne sono accorti un po’ tutti, a partire dalle prime settimane di maggio. Quando il primo caldo ha cominciato a invogliare chiunque volesse viaggiare, a spingersi nelle località turistiche e di mare.

«Che anni quegli anni!»

Gino Castaldo, “Il cielo bruciava di stelle”, racconta la canzone d’autore

Dal rapimento di De André e Dori Ghezzi al tour “Banana Republic”. Battiato e un milione di copie vendute. Pino Daniele, Napoli ed Eduardo. Per non parlare di un “rapimento” per due giorni di Guccini. «Una cosa che ha dell’incredibile: oggi una cosa così non la penseresti nemmeno», racconta l’autore del libro

 

Quanti ricordi, almeno dal ’79 all’81. Ma anche qualche tempo dopo. E’ un periodo di grande successo per la canzone d’autore italiana che di colpo diventa anche popolare. La cantano tutti, tanto che gli organizzatori e le amministrazioni comunali aprono gli stadi, i campi sportivi, ai concerti. Gli spettatori sono nell’ordine delle migliaia, ogni evento richiama “la folla delle grandi occasioni a prezzi stracciati”. Cinquemila, diecimila, perfino cinquantamila, come capiterà alla coppia Dalla-De Gregori a Napoli in una delle tappe del tour “Banana Republic”.

Di questo e tanto altro scrive Gino Castaldo nel libro “Il cielo bruciava di stelle” (Mondadori). In Puglia, ma a Taranto in particolare, in quel periodo preciso diventa l’ombelico del rock e non solo. Oltre ai citati Dalla e De Gregori, qui fanno tappa anche Pino Daniele e Franco Battiato, Venditti e il primo Vasco, che nel tempo eleggerà Castellaneta Marina il suo “buen retiro”.

Castaldo, critico musicale, scrittore, una vita a recensire per Repubblica. Inventore del settimanale “Musica” insieme ad Ernesto Assante e ad una redazione brillante, è anche una delle voci più autorevoli dei palinsesti Rai, e non solo prima, durante e dopo Sanremo.

Castaldo, uno che fa invidia, andato a cena con i Led Zeppelin.

«Mi era passato di mente come tante altre cose: se mi chiedeste di un tour americano di Dalla, seguito personalmente, non saprei mettere mano ad un solo aneddoto; per fortuna conservo tutto e con l’ausilio di audiocassette, interviste e trasmissioni televisive, da “Odeon” a “Mister Fantasy”, ho ricostruito quei due, tre anni irripetibili per raccontarli in occasione delle rassegne in cui è possibile mostrare e spiegare il mio ultimo libro».

Castaldo, due volte a Taranto, prima allo Yachting Club di San Vito, successivamente in occasione del Cinzella Festival, ospite del complesso turistico Mon Reve, due passi da Taranto. Parla di un racconto lungo trecentotrenta pagine. Le parole accompagnate da proiezioni e musica, quella dei protagonisti di una stagione storica, fra l’agosto del ’79 e il settembre dell’81.

 

 

Dal rapimento De André-Ghezzi alla pubblicazione de “La voce del padrone”, primo album da un milione di copie vendute.

«La storia del cantautorato italiano non comincia proprio con quell’episodio terrificante; sono, però, gli anni in cui le migliori canzoni italiane, da “Come è profondo il mare” a “Napule è”, da “Albachiara” a “Centro di gravità permanente”, diventano le canzoni di tutti, le più cantate, le più amate, un vero miracolo artistico; irripetibile, lo abbiamo scoperto dopo, perché un momento così significativo non si è più ripetuto; Dalla, De Gregori, Daniele, Battiato, le loro, assieme a quelle di De André, Guccini e Battisti, erano le canzoni più cantate: rappresentavano un sentimento collettivo; insomma, in quegli anni accadde qualcosa di meraviglioso».

Difficile che torni con la stessa cifra musicale e poetica.

«Viviamo di cicli, non voglio essere pessimista, ma quella roba, oggi, non c’è più; confido, però, in qualcosa di diverso: le cose non finiscono mai, rinascono sotto altre forme, troveremo la bellezza dove magari non ce l’aspettiamo: non sarà come quella, ma…».

Il libro comincia con quel doloroso fatto di cronaca.

«Un momento rappresentativo di quel periodo: il rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi, qualcosa di sconvolgente; uno se ne dimentica, ma accadde qualcosa di inimmaginabile: un artista, oggetto di un rapimento; in realtà non cercavano i suoi soldi, ma quelli del padre, che pagò il riscatto; una scossa che racconta un periodo di lacerazioni e contrasti. Quel momento così buio coincise proprio con la partenza di Dalla e De Gregori con “Banana Republic”, un tour che segna il momento della rinascita».

 

 

Dalla e De Gregori, una grande amicizia che nasconde un retroscena.

«Giorgio Bocca, una delle più grandi firme del giornalismo italiano, si incuriosì di un genere che veniva considerato un prodotto basso rispetto alla cultura; da quel suo incontro con Dalla venne fuori un match elettrizzante pubblicato da “l’Espresso”: Lucio se la cavò bene, Bocca riportò tutto con grande onestà. De Gregori ce l’aveva con “L’Espresso” per aver pubblicato in copertina la foto del cadavere martoriato di Pierpaolo Pasolini: non condivise l’apertura del “socio” al settimanale, tanto che ci volle qualche giorno perché Francesco digerisse la cosa».

E poi c’è Pino Daniele, uno che manifesta le voci di dentro e di fuori, una cultura che pesca non solo da Eduardo.

«Pino era meno calcolatore di altri, la sua era musica, musica, musica; la sua grandezza fu il compiere un’ulteriore magia, fare cioè sintesi; nella sua musica c’era tutto: da Eduardo alla nuova canzone napoletana che stava nascendo in quegli anni, Bennato e Napoli Centrale, il Sorrenti di “Come un vecchio incensiere”, tutto questo sembrava racchiuso in una sola personalità forte: la sua».

Fra gli altri artisti, anche Guccini e una “due giorni” che però ricorda come se fosse ieri.

«Fummo benevolmente sequestrati; raccontarla ha dell’incredibile: Guccini, all’epoca già famoso, accettò la sfida di quei ragazzi; “Invece di parlare di rivoluzione, Francesco, vieni a vedere come viviamo!”. Oggi una cosa così non la penseresti nemmeno».

Anche le disavventure, come le canzoni, insegnano sempre qualcosa.

«Quando De André fu rilasciato gli chiesero se il suo legame con la Sardegna dal rapimento in poi fosse cambiato: Fabrizio rispose che il suo rapporto con l’Isola era sempre saldo, perdonò i suoi rapitori – per giunta, confessò che erano fan di Guccini – e considerò quella vicenda da grande uomo qual era: “E’ stata solo un’interruzione di felicità”».