«Voglio emozionarmi ancora»

Dodi Battaglia, ex Pooh, torna con “One Sky” duetto con Di Meola

«Al, origini avellinesi, l’ho conosciuto al compleanno di Zucchero. Improvvisammo un blues. Una festa collaborare con lui, è stato come se un calciatore in erba palleggiasse con Ronaldo. Prima i messaggi, poi il brano insieme. Infine un complimento, quando gli ho fatto ascoltare miei brani acustici: “Bravo, sembro io!”. E via emoticon, dai cuoricini alle chitarrine…»

E’ il leggendario chitarrista dei Pooh. Decine di milioni di dischi venduti, tre album solistici, due lauree, un nuovo progetto, “One sky”, duetto con Al Di Meola. Prima di entrare in argomento,  Dodi Battaglia rivolge un pensiero a Stefano D’Orazio, “amico per sempre”, scomparso nei giorni scorsi.

«Non è uno dei momenti più smaglianti, io e i miei “amici per sempre” abbiamo una ferita che ci farà male per chissà quanto tempo ancora; credo, però, che la volontà di Stefano fosse quella che noi tutti, anche in una simile circostanza, continuassimo a mantenere il sorriso: Stefano ci aveva insegnato anche questo, così credo non ci sia modo più bello come ricordarlo con la nostra musica».

E veniamo a “One sky”. Dove si incontrano prima fisicamente e poi tecnicamente il pop rock di Battaglia e il jazz di Di Meola?

«Avviene per caso. Primo incontro, fortuito, durante un compleanno di Zucchero, festeggiava gli anni insieme con Gino Paoli; ci ritrovammo come Sorapis (Battaglia, Vandelli, Maggi, Zanotti, Torpedine, gruppo musicale di amici del quale è leader lo stesso Fornaciari, ndr) a suonare su un palcoscenico: in platea c’era Di Meola, in quel periodo in tournée in Italia; Zucchero mi si avvicinò, mi indicò Al e con lui concordammo un blues: ci divertimmo un sacco…».dodi 3 - 1Ma la scintilla scoccò molti anni dopo.

«Dopo circa venti anni, un amico che vive in Sardegna avanzò la proposta: ti piacerebbe fare qualcosa con Di Meola? Risposta scontata, la mia: come chiedere a un ragazzino che gioca al calcio di fare due palleggi con Ronaldo. Avevo in mente sei note essenziali, “One sky, one world, one you…”, uno stesso cielo, uno stesso mondo, una stessa donna: questa l’idea messa in musica; ho inviato ad Al i primi provini, gli sono subito piaciuti: in un momento di lockdown, io nel mio studio a Bologna, lui nel suo, in New Jersey, abbiamo cominciato a scambiarci idee e messaggi fino a quando non è venuta fuori “One sky”; curiosità: come spesso accade a noi italiani, il brano ha registrato un certo successo prima all’estero, in particolare Stati Uniti, Inghilterra e Germania; di questo risultato sono orgoglioso come musicista, ma soprattutto come italiano: forse è il caso di cominciare a far passare il concetto che oltre a Leonardo, Michelangelo, Verdi, Puccini, Ferrari, Pavarotti e Bocelli – i primi nomi che mi vengono in mente – gli italiani siano capaci di produrre ancora arte, per giunta in un momento così grave quanto inatteso…».

Se dicessi “Friday night in San Francisco – Di Meola, De Lucia, Mc Laughlin”, un concerto che risale a quarant’anni fa?

«Ricordo perfettamente il concerto e una persona, non distante da me e te – te, in poche parole… – che mi regalò un fantastico “nastro”…».

Ricordi anche questo?

«Mi regalasti un’audiocassetta, quasi fosse una reliquia, una straordinaria anteprima: in compagnia di quell’album viaggiai tutta un’estate. E, a proposito di Di Meola, è stato proprio lui ad anticiparmi un progetto che risale a quel tour: ha ritrovato le registrazioni di quei concerti nel corso dei quali ogni sera insieme con De Lucia e Mc Laughlin suonava brani sempre diversi; aspettiamoci che di qui a poco esca un nuovo album che, verosimilmente, si intitolerà “Saturday night in San Francisco”: sentendo parlare di questo progetto legato a quei concerti mi è venuta in mente quella sera…».dodi 8 - 1Di Meola, De Lucia, Mc Laughlin, tre mostri sacri della chitarra.

«Anche se tre chitarristi “acustici”, insieme hanno rivoluzionato la tecnica della chitarra. In passato, la chitarra aveva avuto il suo momento magico con Beatles e Rolling Stones, ma questo strumento si è sviluppato nel mondo grazie a questi tre miti della “sei corde”; in mezzo a tutto questo, non dimenticherei un certo Jimi Hendrix che non tanto in prosa quanto in musica “disse” un bel giorno: “Signori, la chitarra si suona così…”».

Breve aneddoto con Di Meola.

«Uno scambio di file, fra questi i brani del mio album acustico “D’assolo”: a lui sono piaciuti talmente tanto – sorride Battaglia – che complimentandosi mi ha detto: “Bravo, sembro io!”».

Battaglia, che album sarà il prossimo?

«Parte da “One sky”, ma l’dea è il realizzare un lavoro che non abbia riferimenti precisi, se non la voglia di fare qualcosa di diverso e importante al tempo stesso, come a dire – ad opera finita – “Ascolta che bella cosa ho fatto!”: qualcosa che unisca insieme emozione a soddisfazione. Chi fa questo mestiere detesta la noia e si spende solo per le cose che lo intrigano, lo gratificano. L’album raccoglierà canzoni meno strumentali di “One sky”, con un approccio pop, ma con momenti importanti dal punto di vista strumentale: “soli”, parti melodiche, chitarristiche, insomma il sunto del mio modo di suonare. Il successo internazionale che sta avendo “One sky”, inoltre, mi sta dando la carica giusta per affrontare la realizzazione di questo album che uscirà nei primi mesi del prossimo anno».dodi 2 - 1 (1)Cento milioni di dischi venduti, due lauree, titoli onorifici. C’è qualcosa che ti emoziona ancora?

«Vivo di musica da quando avevo cinque anni. Vengo da una famiglia di musicisti, mastico le sette note come fossero tortellini: vivo a Bologna, a cinquanta metri da casa mia abita Vasco, a cento Carboni, più avanti Cremonini, per fare dei nomi, come a dire che nella mia terra musica ed emozioni vanno a braccetto; faccio musica per mestiere e questo puoi farlo così a lungo solo se hai entusiasmo. E’ una “conditio sine qua non”, una condizione essenziale. Pensa, una volta, prima di un concerto, sono andato a salutare in camerino un artista molto noto; gli rivolsi il mio cordiale “in bocca al lupo”, quando mi sentii rispondere: “Grazie, vado, faccio questa “marchetta” e torno!”. In quel momento non so cosa gli avrei fatto: chi fa questo lavoro deve avere rispetto per l’arte che il Cielo gli ha donato e per il pubblico che si emoziona, applaude; un concerto per cento, mille, diecimila persone ogni sera è un momento straordinario mai uguale a se stesso, un corpo a corpo, un dare e avere emozioni. Altro che marchetta, se ci penso ancora…».

Per finire, “One sky” ha unito due mondi diversi, quello tuo e quello di Al Di Meola, cosa pensi vi abbia avvicinato?

«Forse non tutti sanno che Al è di origine campana, di un paese in provincia di Avellino; credo che ad una certa età, quella mia e quella sua, si senta il bisogno di tornare alle proprie radici: a me spesso capita di recarmi nella parrocchia in cui sono cresciuto per riappropriarmi delle emozioni di una volta; mi rivedo come ero, rispetto a come sono e come sto per diventare: non si vive in bilico fra adesso e il futuro. Per Al penso sia stata l’occasione per riavvicinarsi al suo passato, alla sua italianità: lui è un musicista jazz, americano, distaccato da certe nostre abitudini; bene, da quando abbiamo iniziato questo rapporto professionale, oggi molto amichevole, mi riempie di emoticon con chitarrine e cuoricini; mi ha scritto una cosa molto bella su Stefano, a proposito del bene che io e D’Orazio ci volevamo; penso faccia parte del suo lato italiano, quello più umano. Ecco cosa mi ha regalato e spero mi regali questa grande avventura che è la musica. C’è tanto ancora da emozionarsi».

#maxlibero

Storia d’amore (e burocrazia) a lieto fine per l’adorabile “cagnone” del Borgo

Accalappiato e tradotto nel canile comunale, rilasciato a tempo di record. Restituito alle vie del centro con un’ordinanza del sindaco Rinaldo Melucci. In poche ore erano state raccolte tremila firme. Nella mattinata di martedì il “pastore” è tornato a scodinzolare sereno in via D’Aquino.

Max, canile andata e ritorno. Tutto si svolge nell’arco di ventiquattro ore. Taranto la location. Attori, si dice, protagonisti, comprimari, caratteristi e figuranti, non si contano. Almeno tremila, quante le firme raccolte nel giro di poche ore perché quel cane, un quasi-pastore tedesco, che si fa capire a gesti e smancerie da quanti lo hanno adottato e lo amano, tornasse a tenere compagnia agli amici del Borgo, i primi a muoversi in questa breve storia d’amore e burocrazia.

Bravi tutti, da quanti si sono subito attivati sui social ai rappresentanti le istituzioni che avevano assunto impegno con quanti li avevano sollecitati ad intervenire per “liberare” Max, reo secondo chi ha segnalato agli accalappiacani di avere abbaiato senza motvo, quasi minacciato qualcuno. Conosciamo Max, siamo fieri di essergli “amici”, tanto che ci domandiamo quale atto grave abbia commesso per essere stato considerato «aggressivo». Dovessero accalappiare quanti, umani, spesso disumani, causa atteggiamenti bestiali, vanno in escandescenze alla guida di un’auto o alla cassa di un supermercato, arrivano perfino alla rissa, bisognerebbe attivare una task force. E non basterebbero celle e cellette a calmare bollori spesso incontrollati.

Uno dei primi appelli lanciati, quello della chat dei giornalisti. Su quel “social” a circuito chiuso, partono foto e messaggi, fino a quando il più svelto di tutti si fa promotore di una raccolta di firme. Chi ha polvere spara, l’hashtag #maxlibero fa il suo, le conoscenze “politiche” di questo o quel cronista chiudono il cerchio. In mezzo migliaia di cittadini che si attivano, fanno partire una di quelle catene solidali (a proposito, non perdiamo di vista la raccolta di fondi lanciata per curare Federico, nostro piccolo concittadino, che ha bisogno del contributo, piccolo o grande che sia, di ognuno di noi…), alle quali non si può essere insensibili. Ne sanno qualcosa a Palazzo di Città, dove sindaco, vicesindaco e assessori, consiglieri, si attivano cogliendo subito quel sentimento popolare di buona parte della città.Max 2 - 1«QUALCUNO FACCIA QUALCOSA!»

Intanto, Max, che si fida di chiunque lo avvicini, non fa storie quando gli accalappiacani lo avvicinano e lo “catturano” per tradurlo nel canile comunale. Non insistono i suoi custodi per un giorno”, il cagnone entra nel furgoncino e arriva a destinazione. Intanto, il web impazza. «Ragazzi, non perdiamolo di vista!», «Qualcuno faccia qualcosa, lo adotti!», «Non lasciatelo lì, sappiamo che fine fanno le povere bestie quando arrivano lì!». E, invece, non solo non «sappiamo», ma quel breve viaggio di Max, che ha capito tutto, anche prima di buona parte di noi, è solo una gitarella fuori porta. Quando gli uomini che lo hanno “sequestrato” per sottoporlo a controllo lo ricondurranno al Borgo, praticamente casa sua, il cagnone scodinzolerà come se quel breve viaggio fosse stata solo una scampagnata. Quasi fosse lui a voler confortare quanti sono presenti al suo rilascio agitando quella codona come se salutasse, e quel suo “struscio” all’altezza delle ginocchia di quanti lo attendono nella mattinata di martedì (era stato prelevato lunedì).

Chi ama gli animali domestici prende a cuore la vicenda. In serata le firme raccolte sono almeno tremila. Arrivano i primi segnali da “Palazzo”, parola di sindaco. Il primo cittadino, Rinaldo Melucci, volto disteso, rasserena tutti. «Sto seguendo personalmente la vicenda», posta una foto in cui Max è accanto proprio a lui, il sindaco, durante una cerimonia ufficiale in piazza della Vittoria. Insomma, la pratica del “Cane di quartiere” è in buone mani. «Gli accalappiacani chiamati da un cittadino hanno svolto il loro compito – giustifica Melucci – lo hanno sottoposto ai controlli di routine». Tempo mezza giornata, altro video del sindaco. Anticipa l’imminente rilascio, Max è “innocente”. Per la gioia di tutti noi, che in questo periodo abbiamo in testa i grandi temi, ma non vogliamo perdere di vista i sentimenti quotidiani, i risvolti sociali che una città come la nostra non dovrebbe ignorare.

Insomma, arriva il momento in cui Max torna in mezzo a noi. E’ ufficialmente “Cane di quartiere”, adesso ufficialmente tocca a noi prendercene cura. E se qualche volta andassimo di fretta e lui, Max, ci porgesse una di quelle pietre che vuole che qualcuno lanci per gioco, perché lui poi la recuperi, fermiamoci un istante. Da oggi (martedì per chi scrive) zampe, musetto, baffi, quella coda che esprime gioia, sono anche nostri. L’ordinanza che abbiamo invocato ed è arrivata sollecita, ora ci responsabilizza.

 «ECCO MAX!», FINITO UN INCUBO

Max è stato restituito in mattinata al Borgo, quartiere di appartenenza. Foto, selfie e riprese video, servizi nei tg, sulla stampa, nei siti, nei blog, sugli immancabili social. Ognuno ha il suo lieto fine da raccontare.

Qualcuno, poca cosa a dire il vero, cavalca la vicenda al contrario. Stigmatizza l’intervento del sindaco a scopi politici, fa provocazione gratuita. Nel calcio questa pratica sarebbe considerata un clamoroso autogol. Insomma, come se un sindaco, non fosse anche un cittadino e non potesse gestire come meglio crede una sua giornata mediamente molto attiva. Melucci, non tenuto a giustificare, si reca al canile municipale alla buonora, poi torna a “Palazzo” per cominciare a lavorare. Tutto qui. Ed è già tanta roba. Max è tornato fra noi. Lo attendono cittadini, il vicesindaco Fabiano Marti e due assessori. Un selfie, un post su facebook, quella città sensibile è avvisata: «Max è qui!». Missione compiuta.

E per un giorno, sotterriamo l’ascia di guerra, rispolveriamo i buoni sentimenti. Sentimenti di cui una città, così logorata, ha bisogno in momenti come questi. Mentre Diogene, filosofo dell’antica Grecia, detto anche “il Cane” – cosa ti fa la storia… – con il suo lanternino cercava «l’uomo», qualche tarantino che di professione cerca il pelo nell’uovo, per una volta, per un giorno, facesse un modesto sacrificio e saltasse questo giro. E’ un momento in cui c’è bisogno di carezze e non di sberle. E il nostro Max, delle une e delle altre, ne sa qualcosa. Bentornato, amico!

«Preghiamo, fratelli e sorelle…»

Cambia la Santa Messa, da domenica 29 novembre

«Confesso a Dio onnipotente…», nel nuovo Messale il linguaggio diventa paritario. Fra le altre nuove frasi: «Non abbandonarci in tentazione» e «Santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito». Infine, privilegiate le invocazioni in greco «Kirye eleison, Christe eleison». E per la Messa di mezzanotte il prossimo 24 dicembre…

Da domenica 29 novembre la maggior parte delle parrocchie italiane della Chiesa cattolica inizieranno ad usare la nuova edizione del Messale, cioè il libro che contiene riti e preghiere ufficiali da pronunciare durante la Santa messa. Il Messale è stato elaborato dalla CEI, l’Assemblea dei vescovi italiani e diventerà obbligatorio dal 4 aprile 2021, cioè la prossima giornata di Pasqua.

Il messale in uso oggi in Italia risale al 1983 e diversi osservatori dentro e fuori dalla Chiesa ritenevano avesse bisogno di un aggiornamento. Anche Papa Francesco negli anni scorsi aveva chiesto più volte alle Chiese nazionali (responsabili della stesura dei messali) di utilizzare un linguaggio più inclusivo e più fedele ai testi sacri. Il lavoro sul nuovo Messale è durato diversi anni e si è concluso soltanto nel novembre del 2018. Il testo è stato poi approvato dal Papa pochi mesi dopo.

Da domenica prossima, dunque, il nuovo Messale. Revisionato dalla Cei, si diceva, introdurrà definitivamente una serie di modifiche alle formule e alle preghiere più popolari e conosciute. A ricordarlo, dopo averlo reso noto nelle scorse settimane, un documento diramato dalla Città del Vaticano.

Un esempio delle novità introdotte a partire nella maggior parte delle chiese cattoliche (qualcuna si prenderà il tempo necessario per suggerire ai propri fedeli variazioni e significato delle stesse all’interno della funzione religiosa). Nel Padre Nostro, volendo semplificare le indicazioni sul nuovo Messale, arrivano le parole: «Non abbandonarci in tentazione» e non più «Non ci indurre in tentazione» come si è recitato finora. Al momento della consacrazione, il prete all’altare dirà: «Ecco l’Agnello di Dio… beati gli invitati alla cena dell’Agnello». Inoltre il prete dirà, dopo il Santo: «Veramente santo sei tu, o padre» e proseguirà «Santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito». Sempre nella consacrazione c’è anche un’altra modifica: «Consegnandosi volontariamente alla passione».

Il “Gloria” avrà una nuova formulazione: «Pace in terra agli uomini amati dal Signore». E al Kyrie sono privilegiate le invocazioni in greco. «Kirye eleison, Christe eleison». Infine all’atto penitenziale è stata apportata una aggiunta inclusiva: «Confesso a Dio onnipotente fratelli e sorelle tutti». Il linguaggio è più inclusivista e paritario, alla parola fratelli segue sempre quella di sorelle.

Da domenica 29 novembre, dunque, con l’inizio dell’Avvento, entra in vigore nella maggior parte delle diocesi italiane il nuovo Messale. Avranno tempo per entrare perfettamente a regime entro la Pasqua del 2021. La Conferenza Episcopale Italiana si augura che queste novità possano arginare l’iniziativa di qualche prete al “fai-da-te”. Il sacerdote non deve «togliere o aggiungere alcunché di propria iniziativa», ammonisce, infatti, la Cei nell’introduzione al Nuovo Messale. E avverte: la «superficiale propensione a costruirsi una liturgia a propria misura» non solo «pregiudica la verità della celebrazione ma arreca anche una ferita alla Comunione ecclesiale». Un caso su tutti? Quello del battesimo. Qualcuno invece che «io ti battezzo» diceva «noi ti battezziamo». Un abuso liturgico, come ha avvertito lo scorso agosto lo stesso Papa Francesco, che costa la validità del sacramento stesso.

Intanto, in vista del Natale, potrebbe esserci un nuovo protocollo per la Messa più sentita dell’anno. Comitato Tecnico Sanitario e Cei hanno avviato consultazioni per capire come poter modificare orari, presenze, cori e processioni.

Tra i nodi da sciogliere: l’orario con un possibile allungamento di un’ora o due, per la sera del 24 dicembre, del “coprifuoco” (oggi alle 22.00), per garantire la partecipazione alla “Messa di mezzanotte”. Naturalmente rispettando controllo della temperatura, distanziamento sociale, indossando le mascherine altro obbligo al quale sottoporsi per assistere alla funzione religiosa più sentita dal popolo cattolico.

«Una terra promessa»

Barack Obama, memorie che fanno rumore

L’ex presidente USA, lancia stoccate a Sarkozy e Putin. «Il primo un nano, il secondo un boss di Chicago». Bene la Merkel, no Erdoğan, un opportunista. Politici italiani, non pervenuti.

Uno un duro di Chicago, l’altro un galletto di piccola statura. Giusto per citare un paio di politici messi un po’ alla berlina. Così, un Barack Obama che non t’aspetti, con una punta di malizia e una di ironia, pubblica “Una terra promessa”, libro nel quale scrive dei suoi anni trascorsi alla Casa Bianca e fa pelo e contropelo alla politica internazionale. Fa di più, traccia il profilo istantaneo dei suoi omologhi, ai tempi della sua presidenza negli Stati Uniti, come se fosse un cronista sportivo che a fine gara assegna le pagelle ai giocatori in campo, siano essi calciatori, cestisti o rugbisti. Merito degli editori (in Italia pubblica Garzanti), che evidentemente gli hanno spiegato che di questi tempi per vendere un libro occorra metterci del pepe, altrimenti esiste il serio pericolo che la pubblicazione resti fra gli scaffali. Al massimo, Obama avrà ceduto su quello che poteva essere un ulteriore tassello diplomatico, accettando di rendere la sua pubblicazione per, come dire, scoppiettante.

Ne fanno le spese, più degli altri Putin e Sarkozy, presidenti di Russia e Francia, il primo indicato come un boss della vecchia Chicago, l’altro come un galletto sì, ma di modeste proporzioni. La Merkel ne esce bene, rispettata per la sua risolutezza. Italia, non pervenuta. Secondo qualcuno meglio così, secondo il nostro modesto avviso ignorata del tutto, forse per un appeal politico che, attualmente, il nostro Paese non può vantare. Ma, non potendo entrare nella testa di Obama, prendiamo a prestito i primi stralci di  “Una terra promessa”, e valutiamoli per quello che sono: anticipazioni di memoria di un presidente degli Stati Uniti, primo nero della storia ad accomodarsi nella stanza dei bottoni della Casa Bianca e che, in questo suo libro, non manca di sferrare stilettate, piuttosto che sfottò. E bravo, Obama. In un colpo solo si sfila giacca e diplomazia, e scrive, scrive, scrive.

SARKOZY, «UN “TAPPO”»

Così, l’ex presidente USA nella sua autobiografia si lascia andare a commenti sui leader politici mondiali. Prende di mira, il francese Nicolas Sarkozy per il suo aspetto. Nel 2011, durante il G20 nel fare i complimenti al presidente francese per la nascita della figlia, Giulia, aveva sottolineato la bellezza della madre, Carla Bruni, a discapito dell’aspetto del papà. «In quell’occasione – racconta Barack Obama – ho detto a Nicolas che la figlia era stata fortunata ad aver preso la bellezza dalla madre, piuttosto che l’avvenenza del padre…». Ma nel libro appena pubblicato, Obama sembra andare giù più duro, piccone e badile insieme, tanto da sembrare volutamente più spietato.

Secondo il Corriere della Sera, Obama ha commentato così uno dei passaggi del suo libro sull’ex leader francese: «Tratti scuri, vagamente mediterranei – mezzo ungherese e per un quarto ebreo greco, cesella – e la sua bassa statura (1.66 centimetri, con rialzi nascosti nelle scarpe per sembrare più alto), Sarkozy sembrava uscito da un quadro di Toulouse-Lautrec». Non finisce qui, l’ex presidente americano sottolinea le mani del povero Nicolas messo alla berlina, sempre in movimento e con il petto gonfio come un gallo.

Per farla breve, un nano. Dal suo 1.85, Obama guarda dall’alto in basso l’ex Capo di Stato francese. E non si limita a scherzare sull’aspetto fisico di “Sarkò”. Tocca anche quello mentale, perché aveva sempre accanto a sé il suo interprete perché «parlava un inglese limitato». Stoccatina: «A differenza della cancelliera tedesca Angela Merkel…».

Non lo convinceva nemmeno il suo modo di fare politica. «A differenza di Merkel – seconda stilettata, anche questa mica da ridere – quando si trattava di governare, Sarkozy faceva una gran confusione, guidato spesso dai titoli dei giornali o dalla convenienza politica». Obama non trascura la missione in Libia, alla quale, alla fine, aveva partecipato in modo poco convinto, quasi costretto ad accettare dall’inglese David Cameron e dall’ex presidente francese, che dovevano risolvere i loro problemi politici all’interno delle Nazioni da loro governate.

«PUTIN, UN BOSS…»

Poca roba, rispetto al passaggio in cui Obama parla dell’entusiasmo infantile manifestato dall’allora presidente della Francia alla fine del G20 londinese del 2009, quando prese sotto braccio lui e il segretario del Tesoro Tim Geithner. «Questo accordo è storico, Barack! Merito tuo! No, no, davvero!», dice Sarkozy, che in seguito urla il nome del segretario al Tesoro come se fosse un tifoso allo stadio. «Non ho potuto che mettermi a ridere – ricorda Obama nelle sue memorie – non solo per l’imbarazzo evidente dello stesso Tim, ma anche per l’espressione affranta sul volto di Angela Merkel, che fissava Sarkozy come una madre guarda un bambino troppo vivace».

E così il presidente francese si è preso anche del «bambino troppo vivace», mentre la Merkel in quell’occasione, considerata con ammirazione. Obama non risparmia Vladimir Putin e il turco Recep Tayyip Erdoğan. Il primo accostato a uno di quei politici di Chicago, un duro tipo da strada, «un boss locale, solo con le testate nucleari e il diritto di veto all’Onu». Il secondo, attaccato alla democrazia solo finché utile al suo potere. Nessuna allusione ai politici italiani. Secondo qualcuno meglio così, secondo noi, invece, del tutto ignorati. Evidentemente nella politica internazionali considerati pesi leggeri e per questo “non pervenuti”.

«Quel Ponte ci ha uniti!»

Isabel, boliviana, trentasei anni, racconta un addio

«Raccontai bugie a mio figlio, mentre il papà partiva per l’Italia. Prima un lavoretto da meccanico, oggi da trasportatore. Era il momento di raggiungerlo in Italia. Da Taranto la prima cartolina con il Canale navigabile e il castello. Mio figlio, la scuola e il calcio, finalmente Carlos adesso sogna»

«E’ stata una decisione sofferta, i primi tempi è stata dura sopportare la separazione da Juan, mio marito, la mia sofferenza è stata doppia: intanto perché amo mio marito, poi perché mio figlio, Carlos, aveva dovuto salutare il papà all’età di sei anni senza sapere quando lo avrebbe riabbracciato: anche questo, per me, è stato motivo di grande dolore».

Isabel, trentasei anni, immigrata boliviana, ma ormai integrata nel nostro tessuto sociale, si racconta. Tira finalmente un sospiro di sollievo. Pensa ai giorni del distacco. Il solo pensarlo, ancora oggi, le provoca sofferenza e due occhioni neri lucidi. «Ho ancora in questi occhi l’immagine di mio figlio mentre saluta il papà, le piccole bugie che io e mio marito in quel momento gli stavamo raccontando per evitare che il ragazzo rimpiombasse nella tristezza: gli avevamo detto che papà partiva, trovava lavoro e casa subito e poi ci avrebbe chiamati: non si scherza con i figli che si separano dai genitori; avrei potuto venire anche io in Italia, lasciando il piccolo con mia madre, ma non ci ho pensato un solo attimo, il distacco sarebbe stato più doloroso per tutti: o ti raggiungo con lui, dissi un giorno al telefono a mio marito, oppure resto qui, in Bolivia, nel mio piccolo villaggio insieme con Carlos».

Anche Juan, che nel frattempo era riuscito a farsi stimare, prima con piccoli lavoretti da meccanico, tempo dopo trovò un lavoro migliore e più sicuro. «Oggi fa il trasportatore, un’attività di grande responsabilità: anche se con il Covid è diventato tutto più complicato, il suo lavoro riesce a farlo lo stesso; certo, ha dovuto rinunciare a una parte del suo guadagno, perché compie meno viaggi rispetto al periodo precedente i due lockdown, ma si vive, anche se fra mille sacrifici: l’importante è essere tornati insieme».

IMPARIAMO DAI PICCOLI…

Carlos pare si sia ambientato. «Prima le elementari, poi la scuola media – dice Isabel – anche lui avverte il disagio provocato dal virus, ma è lo stesso per i suoi compagni di classe con i quali ha stabilito un ottimo rapporto; i ragazzi non si complicano la vita come invece fanno i grandi, mio figlio ha imparato bene l’italiano – io stento ancora un po’ – ma poi c’è una cosa che mette d’accordo tutti i ragazzi di questa età: il pallone; mio figlio è un appassionato di calcio, dei campionati sudamericani e degli assi del calcio che giocano in Italia e nel resto dei campionati europei; poi, oggi, con internet ci vuole poco a seguire le partite di calcio della Primera Division; tifa per il Bolivar, mentre in Italia tiene per la Juventus; conosce le formazioni a memoria e con i compagni di classe gioca al fantacalcio».

Isabel racconta il suo inserimento nel mondo del lavoro. «Con mio marito ne abbiamo parlato – dice – lui non poteva sopportare tutto il peso della famiglia: lo stipendio è discreto, facciamo economia, ma anche io dovevo impegnarmi, fare lavori per portare a casa qualche soldo; oggi posso ritenermi soddisfatta, faccio la domestica a casa di tre diverse famiglie, due imparentate fra loro, una terza trovata di recente e non lontana da casa mia: credo sia stato il mio carattere, quella che qui chiamano “serietà”, a convincere la gente a darmi piena fiducia; dopo tanta sofferenza comincio a riappropriarmi della felicità».

C’è ancora un rammarico nel cuore di Isabel. «Sono sincera, sono due le cose che mi intristiscono e non saprei quale mettere al primo posto: il distacco dalle nostre famiglie, di sicuro, anche se i nostri “cari” li sentiamo quando possiamo al telefono oppure con videochiamate; non c’è un gran segnale nella zona del villaggio nel quale abitano i miei genitori e quelli di Juan, ma alla fine riusciamo a parlare, dire delle cose: Carlos è un piccolo mago del computer, allora si collega nel tardo pomeriggio approfittando del fuso orario (Italia cinque ore avanti rispetto alla Bolivia, ndc) e così ci vediamo, parliamo, ci salutiamo; Juan è spesso in viaggio, ma ogni tanto anche lui partecipa a queste lunghe chiacchierate: stiamo vedendo i nostri nipoti crescere e i nostri genitori invecchiare…».

…MA IL COVID CHE SCIAGURA!

L’altro dispiacere che prende il cuore di Isabel. «Questo maledetto virus – conferma – sta condizionando e addolorando la vita di ognuno di noi; noi prendiamo il massimo delle precauzioni, indossiamo la mascherina, ma non possiamo fare a meno di preoccuparci o soffrire quando sentiamo che la pandemia sta condizionando la vita degli esseri umani; due mesi fa, il papà di una signora per la quale faccio le pulizie di casa è venuto a mancare: è stato colpito dal virus; soffriva di crisi respiratorie, ma riusciva a curarsi, purtroppo per lui e tanta altra gente, come leggo dappertutto, i contagi sono stati fatali: ecco l’altra mie sofferenza. Se poi a questo aggiungiamo che anche il lavoro che fa mio marito è discontinuo rispetto a un po’ di mesi fa, ecco che il motivo di rammarico non è solo quello della distanza fra noi tre e i nostri familiari».

Un breve passo indietro. Guarda al passato Isabel e tira, al tempo stesso, un piccolo sospiro di sollievo pensando alla posizione raggiunta oggi. «Riusciamo a farci bastare il nostro, noi che sappiamo cosa siano i sacrifici e la lontananza: ci sono comunità boliviane sparse un po’ ovunque, il più verso il nord dell’Italia, ma oggi, io Juan e Carlos, ci troviamo bene qui a Taranto; se mi chiede la cosa che più mi emoziona di questa città, non ho difficoltà ad ammettere il Ponte girevole: la prima cartolina che ci ha spedito dall’Italia il mio Juan, raffigurava il Canale navigabile, dunque il Ponte e il Castello; penso sia il simbolo della città che noi amiamo quanto amiamo La Paz: quando in tv sentiamo il nome di una delle due città ci batte forte il cuore. E’ come se questo Ponte ci avesse uniti, stavolta per sempre!».

«Nicopò, il salvambiente»

Nicola Sammarco, creatore di un cartoon alla conquista del mercato mondiale

«Funziona, ha un antagonista cattivo che lancia “plasticotti” in mare», spiega lo storyboarder e regista con Disney e Netflix. «Il nostro eroe vive nell’Isola, la Città vecchia, recupera i rifiuti e li ricicla. Nasce da una mia idea, successivamente trova amici e finanziatori. Contiamo sulla filiera produttiva: dai giocattoli al merchandising. Tutto realizzato in maniera ecosostenibile e riciclabile». A Costruiamo Insieme la prima intervista.

Da qualche parte un “virgolettato”. Nicola Sammarco, promotore del progetto “Nicopò”, del quale diremo a breve, rilascia la sua prima vera intervista a Costruiamo Insieme, un “botta e risposta”. Lui, storyboarder tarantino, noto in tutta Europa e negli Stati Uniti, per le sue collaborazioni con Disney, Netflix e Universal, circa un anno fa è tornato nella sua città. Nell’Isola, racconta fiero, per studiare e sviluppare un personaggio, Nicopò, appunto, un cartoon che raccoglie “plasticotti” lanciati in mare da gente distratta, piuttosto che cattiva. Questo personaggio combatte un cattivo, un omone, un certo Giunco Nero, che sta per antipatia fra il Bruto antagonista di Braccio di Ferro e Pietro Gambadilegno nemico giurato di Topolino. Sammarco ha un po’ di amici, fra questi Paolo Rusciano, socio e cofinanziatore del progetto. Come ogni società che guarda avanti, si avvale di un commercialista, anche lui un amico, Francesco Falcone. E’ quest’ultimo ad aver suggerito a Nicola e Paolo come andava perfezionato un accordo che mira ad andare lontano.

Dunque, Sammarco, intanto come nasce il nome della sua creatura animata?

«E’ un affettuoso nomignolo che il piccolo Nicola, figlio di un mio cugino, si è cucito addosso: il nome suonava bene, mi piaceva, dunque detto-fatto».

Come nasce e si evolve questo grazioso e coloratissimo giovanotto, difensore dell’ambiente?

«E’ un personaggio che avevo in mente per una serie a fumetti. Successivamente insieme con amici e il mio studio di produzione, “Nasse Animation Studio”, abbiamo pensato di sviluppare il progetto in una serie animata, la prima al mondo con indirizzo ecologico. Non solo tematiche a sfondo ambientale, cercheremo di avere tutta la filiera produttiva: giocattoli, merchandising e quanto scaturirà dal progetto, tutto realizzato in maniera ecosostenibile e riciclabile».

Da queste parti, si può dire, non mancano professionalità e coraggio.

«Sto investendo risorse personali, economiche e professionali. Penso di avere un curriculum di tutto rispetto, ho girato l’Europa, lavorato negli Stati Uniti, per Disney, Netflix e Universal Studios; l’amore per la mia città, prima di ogni cosa, e la voglia di creare qualcosa di mio, ha fatto in modo che tornassi a Taranto per realizzare questa serie. Sono qui da un anno ed è un po’ che sto lavorando a tempo pieno a questo progetto».

La sua creatura animata combatte l’inquinamento da quanti scambiano il mare con una pattumiera riempiendolo di plastica. Giunco Nero, altro personaggio della fantasia, è l’inquinatore seriale, l’esatto opposto di Nicopò.

«Giunco Nero rappresenta buona parte di questa tipologia di gente che se ne infischia dell’ambiente. Per ora è l’unico personaggio che Nicopò contrasta, più avanti vedremo. Incarna in qualche modo l’italiano un po’ distratto e un po’ indolente, che getta rifiuti in mare disinteressandosi del grave danno che, invece, provoca; la cosa singolare è che i rifiuti, quelli che nel racconto animato chiamo “plasticotti”, prendono vita in mare: dispettosi perché abbandonati, “rifiutati” dall’uomo, una volta ripescati da Nicopò e il suo team, i “plasticotti” vengono riciclati e riutilizzati così da tornare felici e nuovamente utili. L’idea di fondo è contrastare i danni provocati dall’uomo».

Come nasce una storia? Schizzi, bozze, profili dei personaggi, caratteri compresi.

«Non esiste una formula matematica, purtroppo e per fortuna, aggiungo. La creatività nasce dall’esperienza che conduce a creare ed inventare. Di solito per i film di animazione chi fa questo lavoro attinge dalla realtà, qualcuno riprende da storie accadute a se stesso: l’idea, in buona sostanza, diventa credibile in quanto vissuta in prima persona dall’autore, oppure perché ripresa dalla cronaca di tutti i giorni. Informarsi è il primo step, poi le idee bisogna farle camminare a passo lento o più speditamente, a seconda del tempo di cui si dispone».

Lei ha due nonni, che in qualche modo rientrano nella storia.

«E nel cartoon diventano i nonni di Nicopò, pescatori che, per tradizione, rispettano il mare, conoscono le maree, nonostante non siano biologi o studiosi: gente che grazie all’esperienza riportano aneddoti e storie ai più giovani, ai nipoti».

Dove pensa possa arrivare un progetto così, qual è il suo sogno di autore? Lei insiste sulla sua Puglia come “California del Sud”.

«Ho sempre sognato in grande. Questo mi ha condotto a lavorare per grandi realtà, multinazionali. Sognare in grande significa volere fortemente arrivare al massimo. Non ho la sfera magica, ma sono certo che con Nicopò io e i miei amici arriveremo ovunque. Ho intenzione di portare il progetto negli Stati Uniti, dove ho numerosi contatti. La California sarà una delle prossime mete dove, Covid permettendo, presenterò il progetto».

…E fare della California, la Puglia d’America.

«Wui abbiamo potenziale e, mi permetto di dire, anche qualità superiori rispetto ad altri».

Che idea si è fatto di Taranto stando all’estero?

«A Hollywood, parlando con produttori, amici miei, mostrai Taranto, in particolare l’Isola, dunque la Città vecchia; sembrava si fossero messi d’accordo: “Vivi in un’isola, allora sei ricco!”, mi dissero insieme in coro. Questa è l’idea che hanno buona parte degli stranieri sulla nostra città, ed è questa l’idea che provo a riportare all’estero: il potenziale esiste, solo che non so dove questo possa portare; forse perché non è ancora chiaro nella mente come usarlo. Intanto spero di poter fornire il mio contributo proprio con questo progetto. Insieme a quanti sostengono il progetto sto cercando di formare nuove leve per poter contare in un prossimo futuro di gente che ami e sappia fare questo mestiere».

Da tarantino, invece, che percezione ha su cosa possano pensare di Taranto, “fuori”, all’estero?

«Non saprei, posso pronunciarmi sulla percezione lavorativa. Continuo a lavorare con americani, inglesi, anche se qualcuno pensa che mi sia fermato e non abbia più intenzione di proseguire con questo progetto. In realtà è tutto l’opposto: sto andando avanti e sto facendo quanto non avrei potuto fare stando all’estero. Sono convinto e orgoglioso di questa mia scelta, tanto che mi auguro che questa mia sensazione si avverta anche “fuori”».

Passato il Covid, ripartirà per gli Stati Uniti?

«Prima degli Stati Uniti, un giro in Europa. Ci sono un paio di fiere nelle quali presentare il progetto “Nicopò”, poi volerò gli States…».

Covid, curarsi a casa

Protocollo per chi ha il virus ed è a casa in isolamento.

Dal cortisone ai saturimetri. Fino ad oggi si navigava a vista. Oggi c’è il documento “Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SarsCov2”. Il contributo del presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli. A seguire, un “botta e risposta” per semplificare concetti scientifici.

Covid, c’è il protocollo su come curarti se hai contratto il virus e sei a casa in isolamento.

Fino ad oggi non esisteva un’unica cura. Infatti, si navigava a vista, pareri e cure consigliate dai medici di base erano le uniche indicazioni di cui eravamo in possesso. Ecco, invece, l’aiuto che arriva finalmente dal documento “Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SarsCov2” alla cui stesura ha contribuito il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli.

LA BOZZA DEL DOCUMENTO

Il documento serve a dare una serie di indicazioni per i medici di famiglia sulla gestione di pazienti Covid sul territorio. «In queste ore è pronto, per una valutazione concertata con i medici di medicina generale – ha spiegato Locatelli – un documento che, elaborato su iniziativa del ministro della Salute, vuole essere un punto di riferimento, una linea di indirizzo». Ciò per dare indicazioni ai dottori del territorio sia per il monitoraggio della saturazione degli assistiti come parametro della compromissione respiratoria. E, dunque, indicare anche «linee terapeutiche che permettano di mantenere la gestione domiciliare del paziente ed evitare il sovraccarico nei pronto soccorso e negli ospedali».

Il documento, ha detto Locatelli, «largamente pronto, sarà condiviso e concertato con i colleghi per ottimizzare la gestione nel modo più appropriato e aggiornato a domicilio». «Ritengo che il ruolo dei medici di medicina generale sia assolutamente cruciale  che vada valorizzato e portato al centro della gestione dei malati. Questi medici, proprio per la prossimità, per il contatto che hanno con i loro assistiti, sono straordinariamente rilevanti per la gestione dei malati, soprattutto in ambito domiciliare», e «devono essere assolutamente inclusi in tutto il processo di gestione», ha concluso.

ECCO LA CURA INDICATA

«Misurazione periodica dell’ossigeno con saturimetri; non utilizzare idrossiclorochina; non somministrare farmaci mediante aerosol se in isolamento con altri; ricorrere a trattamenti sintomatici come il paracetamolo; non modificare terapie croniche in atto; corticosteroidi, eparina e antibiotici solo in precise situazioni; non sono raccomandati supplementi vitaminici e integratori (lattoferrina, vitamina D ecc) per cui non esistono evidenze solide di efficacia».

Le raccomandazioni si riferiscono alla gestione farmacologica in ambito domiciliare dei casi lievi di Covid-19 e si applicano sia ai casi confermati (con una conferma di laboratorio indipendentemente dai segni e dai sintomi clinici;), sia a quelli probabili (ovvero un caso che presenta criteri clinici compatibili con Covid-19 e abbia avuto un contatto probabile o confermato con un caso certo). Per caso lieve, si rileva nel documento, si intende: presenza di sintomi come febbre (minore di 37.5øC), malessere, tosse, faringodinia, congestione nasale, cefalea, mialgie, diarrea, in assenza di dispnea, disidratazione, alterazione dello stato di coscienza. I soggetti anziani e quelli immunodepressi, si avverte, possono presentare però sintomi atipici e quindi vanno valutati con particolare attenzione e cautela. Inoltre, i soggetti ad altro rischio di progressione, necessitano di una valutazione specifica sulla base dei fattori di rischio individuali.

 

BOTTA E RISPOSTA

Positivo al coronavirus, non avverte sintomi gravi. Le prime cure.

Prima regola: non prendere iniziative autonome e seguire le indicazioni del medico curante. L’eventuale assunzione di qualsiasi farmaco deve sempre essere preceduta dal colloquio col medico.

Prendere il paracetamolo per abbassare la febbre

Va preso quando la febbre supera i 38,5, in caso di mal di testa e dolori muscolari anche se i tre sintomi si presentano isolatamente. Se la febbre è più bassa, può essere tollerata e non dà fastidio, non ha senso assumere questi farmaci. Il paracetamolo è un antipiretico con scarsa attività antinfiammatoria ed è anche il più sicuro tanto che viene dato ai bambini. Non causa danni allo stomaco.

Avere in casa il saturimetro

Il saturimetro è lo strumento più importante da tenere in casa assieme al termometro. Applicato al dito, serve a monitorare la funzione respiratoria, cioè a misurare la saturazione di ossigeno. I valori normali sono attorno al 96-98%. Il modo più corretto di utilizzare il piccolo apparecchio è a riposo e anche dopo aver camminato per 6 minuti, dentro casa, il cosiddetto walking test. Se dopo questa prova la saturazione non varia rispetto al valore iniziale significa che i polmoni funzionano bene. Se invece i valori scendono sotto il 93-94% il medico predisporrà il tipo di intervento ed eventualmente l’esecuzione di un’ecografia polmonare a domicilio. Sarebbe questo il percorso ideale per evitare, quando la situazione non desta allarme, il ricovero.

Infine, il cortisone

Secondo le indicazioni dei maggiori organismi internazionali, il cortisone va riservato a pazienti con grave insufficienza respiratoria, sotto il 90%, che richiedono ricovero. Quindi non dovrebbe avere un impiego casalingo. C’è invece un certo abuso quando viene consigliato impropriamente per abbassare la febbre. Può essere dannoso. La raccomandazione è non usarlo se non c’è reale necessità perché può favorire la replicazione del virus. Il cortisone si è invece dimostrato una terapia fondamentale in caso di ricovero, dato precocemente. Nei pazienti giovani, adulti e anziani paucisintomatici le linee guida della Regione Lazio sconsigliano spray, aerosol (entrambi favoriscono la diffusione del virus) e cortisone.

«Covid, operatori stremati»

Intervento di Cosimo Nume, presidente Ordine dei Medici di Taranto

«Turni massacranti e piena condivisione per le misure drastiche, ma inevitabili, adottate dal sindaco Rinaldo Melucci. Questa patologia si starebbe presentando con maggiore aggressività sulle vie aeree inferiori». Intanto nuovo primato di casi positivi al Coronavirus fra Taranto e provincia. Due morti, mentre il numero dei ricoverati al “Moscati” sale a 108. 

«Turni massacranti nei reparti, nei presidi di pronto soccorso e primo intervento, operatori del 118 e delle Usca (Unità speciali di Continuità assistenziale) stremati dalle incessanti richieste di intervento, e sempre con la spada di Damocle di un possibile contagio». E’ la foto d’insieme della grave emergenza Covid indicata da un suo intervento da Cosimo Nume, presidente dell’Ordine dei Medici di Taranto. Ieri sera in provincia di Taranto erano 262 i contagi (due, purtroppo, i decessi).

Alle 18, a Taranto, è anche scattato il nuovo regime di chiusura dei negozi e di attraversamento di vie e piazze cittadine del centro a Taranto. Saracinesche abbassate. Dunque, e pochi cittadini per strada. Via D’Aquino deserta e presidiata dalle Forze dell’Ordine. Mentre la Polizia Locale annuncia che da domani, lunedì, si avvarrà di un nuova piattaforma per geolocalizzare i contagiati.

Dunque, nuovo primato di nuovi casi di positività al Coronavirus fra Taranto e provincia. Due morti, mentre il numero dei ricoverati al “Moscati” salgono a 108. In un solo giorno quasi lo stesso numero complessivo della prima ondata. In tutta la Puglia sono invece oltre 1.300 nuovi positivi.

SIAMO AL COLLASSO

«Turni massacranti nei reparti, nei presidi di pronto soccorso e primo intervento, operatori del 118 e delle Usca – dichiara Nume – evidentemente stremati dalle incessanti richieste di intervento, e sempre con la spada di Damocle di un possibile contagio; medici del territorio costantemente impegnati nel monitoraggio per il contenimento a domicilio dei casi meno gravi, presidi di prevenzione sovraccaricati oltre ogni limite dal tracciamento delle innumerevoli segnalazioni».

Non c’è da stare allegri. E’ proprio questa la situazione attuale delle conseguenze dell’emergenza Covid sul territorio fotografata dal presidente dell’Ordine dei Medici di Taranto, Cosimo Nume. «Piena condivisione per le misure, drastiche – esprime in un suo intervento Nume – ma purtroppo necessarie, adottate dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, nell’ottica di un contenimento della recrudescenza epidemica in corso». Le restrizioni, come appena riportato, incidono soprattutto sugli orari di apertura degli esercizi commerciali e sulla fruizione di alcune aree pubbliche (con particolare riferimento a vie e piazze centrali).

VIRUS PIU’ AGGRESSIVO

«Ci risulta – prosegue il presidente dell’Ordine dei Medici – che questa patologia si stia presentando ora con le caratteristiche di una maggiore aggressività sulle vie aeree inferiori, comportando tra l’altro un monitoraggio continuo dei parametri». Nume nel suo intervento invita, inoltre, a non trascurare «l’innegabile e costante concomitanza di tutte quelle patologie, oncologiche e cardiovascolari in primis, che non hanno minimamente ridotto la propria pressione sui reparti di elezione e di area critica dislocati nel presidio ospedaliero centrale come in quelli periferici, che ci auguriamo non vengano drasticamente sacrificati nella riconversione in corso delle strutture cliniche per far fronte alla maggior richiesta di posti letto Covid».

Sarebbe anzi ragionevole, si evince in buona sostanza nell’intervento del presidente dell’Ordine dei Medici, Cosimo Nume, «una loro sistematica riorganizzazione in senso rafforzativo, anche con l’individuazione di percorsi differenziati che allontanino il rischio di contagio per i pazienti più fragili».

«Non ci resta che…»

Nistor, romeno, trentasei anni, vive di elemosine

«Tornare in Romania, in Italia si sta meno peggio, ma i figli rimasti a casa crescono. Mamma ha un problema al cuore, occorrono cinquemila euro per una operazione. Abitavamo in una baracca, poi abbiamo preso in affitto una casetta, un problema arrivare a fine mese. Chiedo pochi spiccioli davanti ai centri commerciali, mia moglie sugli scalini delle chiese: ma i fedeli scarseggiano…»

 Trentasei anni, Nistor, arriva in Italia, a Taranto, dalla Romania, insieme con la moglie, trentatré anni. Nel suo Paese ha lasciato due ragazzi, ha l’espressione triste, di uno che deve averne passate tante, anche se a volte si contraddice. Sorride, comprendendo di aver commesso una gaffe. «In effetti, elemosinare e dire che da quello che raccolgo grazie alla generosità dei tarantini compro appena un panino e delle sigarette, non è il massimo…».

Allora, Nistor, perché non cercare un lavoro, anche mezza giornata. Quantomeno impegnarsi, piuttosto che continuare a stare in una casa un po’ diroccata, senza un contratto di affitto a duecento euro al mese. «Non sempre riusciamo a dare questa cifra al proprietario che, piuttosto che tenere sfitte case così, due stanzette, le mura umide, un bagno in un metro, ogni tanto sorvola».

Prima era peggio, ci spiega. «Appena arrivato ho costruito una baracca, giusto per stare al coperto con mia moglie; poi abbiamo trovato un signore che ha una serie di piccoli appartamenti: è stato chiaro, “Se vedo che non volete saperne di pagare l’affitto, vi chiedo di lasciare casa, con le buone…”». Altrimenti, Nistor? «Penso chiami la polizia per farci andare via; viviamo da qualche anno sul filo del rasoio: se non mettiamo insieme quei sei, sette euro al giorno, rischiamo di fare le valigie: valigie, bella parola; in realtà siamo arrivati a Taranto con bustoni di plastica, dentro qualche vestito un po’ più caldo per l’inverno, due tegami, qualche posata, nient’altro… Ah, sì, la speranza!».

«GIUSTO UN PANINO…»

Duole chiederlo: proprio necessarie le sigarette? Magari chi non ha la dipendenza dal tabacco risulta più semplice “smettere”, fare cioè economia. «Quei pochi soldi che ricavo dalle elemosine mi servono appena per un panino e un pacchetto di sigarette; l’unico vizio, se così possiamo chiamarlo, è il fumo; anzi, no, ce ne sarebbe un altro: mangiare; posso tutto sommato togliermi il primo vizio, il secondo proprio non mi riuscirebbe…». Non è una risposta bislacca, insistiamo sul lavoro.

«Vorrei lavorare: custode, imbianchino, giardiniere… Ma è complicato, quando sono arrivato in Italia mi sono speso un po’ in giro, ho chiesto, ma non c’è stato niente da fare: nel mio Paese c’è la miseria, in Italia non stiamo a quei livelli: c’è la speranza di trovare qualcosa, ma francamente non è mai arrivata l’occasione giusta, nemmeno mezza…».

Nistor è alto, piazzato, dalle sue parti è un viso conosciuto. Saluta tutti, abbozza un sorriso, tira fuori da una borsa una bottiglia di plastica con monetine da cinque e dieci centesimi. Le offre in cambio di «soldi “sani”…», cinque, dieci euro, a un fruttivendolo, che sbuffa un po’ e spiega anche il perché. «Non so che farmene di quelle monetine – dice il commerciante – la gente non le considera più: intanto non circolano da tempo quelle da uno e due centesimi, adesso spariranno anche queste monetine da cinque centesime, sicuro…». Prende, intanto, una busta, l’apre e dopo aver fatto una scelta “al contrario” – selezionare la frutta più matura, quella che sta andando a male – la riempie con banane, pere e mele. «E’ come se lo avessi sullo stato di famiglia – prosegue il fruttivendolo – ma cosa devo fare, cacciarlo? Gli do un po’ di frutta purché si riprenda gli spiccioli e non si faccia vedere per almeno due, tre giorni…».

Il romeno abbozza, sorride, non si offende. Intanto perché ci pare di capire che conosce da tempo il fruttivendolo, poi, un po’ per cultura, un po’ per sopraggiunta rassegnazione, trova che non sia il caso di prendersela più di tanto. «Vivevamo in una baracca – dice Nistor – accanto altri romeni nelle nostre stesse condizioni: circolavano pattuglie di vigili chiamate sicuramente da cittadini che avevano segnalato la baraccopoli; ogni volta ci batteva forte il cuore, la paura che ci cacciassero era davvero tanta, così abbiamo deciso di fare il passo successivo: trovare una casetta in affitto, mura vere e non di legno…».

Pochi soldi con le elemosine, anche l’Italia è in sofferenza. «Anche prima del Covid – dice il trentaseienne romeno – la gente aveva stretto la cinghia, non era eccessivamente generosa, così io e mia moglie ci ritiravamo a casa con una somma media di quindici, a volte venti euro: facevamo risparmio su risparmio; tolto il fitto di casa, qualche euro lo spediamo a casa, ma poca roba…».

…ELEMOSINE, CHIESE E SUPERMERCATI

Le elemosine, lui davanti a un centro commerciale, lei davanti a una chiesa. «Io spesso vengo allontanato dall’ingresso dai vigilanti, allora mi trasferisco nel parcheggio adiacente: l’altro giorno ho raccolto poco più di cinque euro, un panino tre euro, con il resto un pacchetto di sigarette che mediamente dura tre giorni; mia moglie non raccoglie più le somme di una volta: pochi spiccioli, una volta ha perfino trovato un bottone e una medaglina dell’Immacolata; ormai poca gente esce di casa, a causa del coronavirus non ci sono più tanti fedeli che seguono le funzioni religiose: i più anziani seguono le tv che dicono il rosario…».

Una storia nella storia. «Mia madre, cinquantasei anni – tiene con sé i miei due figli che studiano, quattordici e dodici anni – soffre di una malattia al cuore, dovrebbe sottoporsi ad un intervento delicato: occorrono cinquemila euro e io non so proprio dove andare a prenderli quei soldi».

Cosa pensa di fare per il futuro, Nistor. «Non so proprio, forse tornare al mio Paese: i miei ragazzi sono diventati grandi; a breve finiranno il ciclo di studi, devono solo decidere se aspettarci o raggiungerci; in Italia non ci sono le opportunità di una volta che io ho solo sfiorato, dunque su questa scelta di vita al momento giusto dovremo ragionare bene bene…».

«Così non va!»

Il sindaco Rinaldo Melucci “obbligato” a nuove restrizioni

«Con questo numero di contagi il sistema rischia il collasso», dichiara il primo cittadino. «Troppi i cittadini che sottovalutano un momento così delicato. Il monitoraggio di certe aree pubbliche e commerciali nell’ultimo fine-settimana, sta speditamente spingendo la città verso la “Zona rossa”, con gravi danni economici e, purtroppo, altri decessi».

«Così non va, sono troppi i cittadini che sottovalutano il momento così delicato che stiamo attraversando», ha dichiarato il sindaco Rinaldo Melucci a margine di un confronto con la Prefettura su quanto attiene ordine e sicurezza pubblici, in particolare sull’aggiornamento dei dati sull’emergenza epidemiologica provocata dal Covid-19. «La situazione, le fotografie di certe aree pubbliche e commerciali – ha proseguito il primo cittadino – nell’ultimo fine-settimana stanno speditamente spingendo la città in “Zona rossa”, con ulteriori danni economici e, soprattutto, con altri decessi».

Il tavolo con la Prefettura è stato, inoltre, allargato a tutti i sindaci della provincia ionica, per dibattere eventuali provvedimenti restrittivi e, per quanto fattibile, armonizzati tra i singoli comuni, proprio sulla scorta della criticità che sta assumendo la curva dei contagi.

SISTEMA SANITARIO, CONFRONTO

Il primo cittadino, inoltre, ha guidato una nuova seduta della conferenza degli amministratori e del sistema sanitario del territorio, che ha visto la partecipazione del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e del responsabile della task force regionale, Pier Luigi Lopalco. Fra i temi, il monitoraggio del riordino dei posti-letto nella provincia ionica, del personale e degli equipaggiamenti funzionali al trattamento del Covid-19, e una riflessione su tracciamento e una maggiore disponibilità di test e tamponi.

«Abbiamo la responsabilità di fare tutto il possibile – ha proseguito il sindaco Melucci nel suo intervento – per evitare o, quanto meno, ritardare uno scenario che va aggravandosi, pertanto ci vediamo costretti redigere una nuova ordinanza coinvolgendo le associazioni di categoria, in quanto anche in questo doloroso provvedimento serve la collaborazione di tutti».  «Per l’organizzazione più strettamente sanitaria – ha concluso il primo cittadino – siamo tornati a chiedere alla ASL approfondimenti su alcune notizie di stampa non proprio rassicuranti; abbiamo nuovamente sollecitato il coinvolgimento delle strutture private, per non gravare sui pazienti di altre patologie, infine abbiamo spinto per l’istituzione almeno di un drive-through nel capoluogo, con il contributo delle forze armate fornendo la piena disponibilità dell’area di Cimino».