«Si fa presto a dire “terrone”»

Alex e Rino, storia di insofferenza e razzismo

Una gara di calcio si trasforma in un ring. Un addetto ai lavori non trova di meglio che offendere pesantemente il tecnico avversario. Scoppia la bagarre, il primo si scusa e si dimette, l’offeso tira dritto. Luigi Garlando, grande giornalista, inviato della Gazzetta dello sport, interviene sul tema. E noi gli siamo grati.

Si fa presto a dire terrone. Non sappiamo cosa, ancora oggi, scatti nella mente di un essere umano, di così cattivo, quando consapevole di offendere pesantemente una persona gli indirizzi espressioni tipo «Terrone!», «Muso nero!». Siamo tutti sulla stessa barca verrebbe da dire, invece, la comunicazione attraverso lo sport più amato del pianeta si trasforma in un doloroso boomerang. Il calcio insegna sempre meno, una volta educava al rispetto dell’avversario, alla stretta di mano a fine gara fra vincitori e vinti, come il “terzo tempo” nella palla ovale inglese.

La storia è quella di due uomini, Rino, meridionale orgoglioso, e Alex, settentrionale nato in provincia di Brescia, altrettanto orgoglioso, supponiamo, se uno scatto d’ira lo porta a tracciare un solco così deciso fra il “suo” Nord e il “nostro” Sud, che poi insieme sono una cosa sola, il nostro Paese, l’Italia.

Fuori dalla retorica, l’episodio di intolleranza si scatena durante una gara di calcio. Da una parte è in gioco il prestigio, dall’altra un piazzamento onorevole, che potrebbe cambiare impercettibilmente, mica tanto, il corso della storia. Eppure c’è qualcosa che esaspera gli animi, a condurre un ospite, un fisioterapista, Alex, ad alzarsi e inveire contro il tecnico avversario, Rino. Quest’ultimo, calabrese purosangue, quand’era in campo non le mandava a dire, seduta stante chiariva con l’avversario. «Cosa vogliamo fare? I cretini e farci male oppure le persone perbene e giocare al calcio? Sappi che, in un modo o nell’altro, io ti seguo». Questo, Rino calciatore, campione del mondo, una bacheca infinita nella quale il trofeo che lo rende più orgoglioso è l’umiltà, la rara arte di imparare qualcosa e da chiunque ogni giorno.KOULIBALI 2 - 1GRAZIE, LUIGI…

Dunque, non allontaniamoci troppo dalla sfera e dall’offesa. Luigi Garlando, firma autorevole della “Gazzetta dello sport” e del settimanale “SportWeek”, per il quale cura la rubrica “Con questa mia…”, amico sincero e autore di decine di libri per ragazzi, fra gli altri “Per questo mi chiamo Giovanni” (dedicato alla memoria di Falcone), è intervenuto sull’argomento. Mi ha autorizzato ad utilizzare il suo scritto, carico di metafora e di rara sensibilità, come le stesse cronache che scrive dagli stadi di tutto il mondo. Una lettera aperta che, sono certo, segnerà in modo significativo il dimissionario Alex Maggi (ecco, mettiamoci anche il cognome), reo della grave offesa («Terrone!») all’indirizzo di Rino Gattuso (ma si era già capito…).

Dunque. «Egregio Signor Alex Maggi – scrive Garlando – con questa mia voglio tornare sulla parola “terrone” che lei ha rivolto a Rino Gattuso, sotto forma di insulto colorito, durante una fase particolarmente nervosa di Napoli-Lazio. A freddo lei ha chiesto immediatamente scusa al tecnico del Napoli e gliene do atto. Ma non le scrivo per condannarla o rimproverarla, non ne ho il ruolo né l’intenzione, le scrivo semplicemente per condividere alcune considerazioni dal termine da lei evocato».

Fatta questa premessa, Garlando prosegue. La prima considerazione. «Innanzitutto questa: il pallone è gioiosamente “terrone” per costituzione, perché lo giochiamo con i piedi che sono all’estremo sud del nostro corpo. Come diciamo per disprezzare qualcuno? “Quello ragiona con i piedi…”. Appunto. I piedi, da sempre, godono di pessima letteratura, eternamente contrapposti al cervello che sta a nord, depositario della conoscenza e dell’invenzione artistica. Il calcio ha operato una rivoluzione garibaldina, ha liberato il meridione del nostro corpo riconoscendo ai piedi la facoltà di poetare».

CALCIO, POESIA E VITA

La metafora fra calcio, poesia, vita. «Lei, signor Maggi, è bresciano, se non sbaglio, quindi sa bene che cosa intendo dire. Quanta poesia hanno scritto, a Brescia, Roberto Baggio e Andrea Pirlo? Se lo ricorda quel gol che poetarono insieme al Delle Alpi, contro la Juventus? Lancio transoceanico di Pirlo, aggancio e rete di Baggio. In quale parte colpì il pallone Andrea? In quella inferiore, a sud della sfera, sotto, per farla decollare. E Robi? Pure, a sud, per addomesticarlo con lo stop a seguire più dolce della storia del calcio, portarlo oltre Van der Saar e accarezzarlo in rete. Un meraviglioso gol “terrone”, costruito a sud del pallone. I cross di Garrincha, il cucchiaio di Totti… Tutte le cose più belle vengono create calciando la sfera nella regione meridionale».

Prima di concludere, Garlando pone una domanda al suo lettore-interlocutore, con allegata riflessione. «Sa qual è la cosa veramente importante, signor Maggi? Che il sud del pallone, dopo solo mezzo giro, diventa nord e, dopo mezzo giro, torna sud e poi ancora nord… Una smentita continua. Un pallone che rotola è una lezione di saggezza e di integrazione: sud e nord non esistono. Tutto è relativo. Siamo tutti a sud di qualcosa, siamo tutti terroni agli occhi di qualcuno. Il valore di una persona (e di un pallone) non la dà la provenienza, ma la direzione e le intenzioni. La prossima volta che le capiterà di sbroccare in panchina, se lo ricordi e lasci perdere i punti cardinali. Intanto, da laziale, si goda i gol di Ciro, ragazzo del Sud. Con cordialità, Luigi Garlando». Infine, sgombriamo il campo dall’ultimo dubbio. Garlando, giornalista, cinquantotto anni, all’attivo Champion’s League, Campionati del Mondo di calcio e Olimpiadi in qualità di inviato, è nato a Milano. Era giusto sistemare i proverbiali puntini sulle “i”.

«Tutto e niente»

Graziano Galàtone, da “I fatti vostri” a “Notre Dame de Paris”

«Fare l’attore è un po’ come essere uno, nessuno o centomila», dice l’artista nato a Palagianello. «Devi misurarti con più ruoli, dal brillante al drammatico. In teatro è un’altra cosa, deve essere sempre “buona la prima”. Ai miei allievi insegno a credere in se stessi e non pensare ad eventuali “aiutini”: se non hai gli elementi fai poca strada»

 Graziano Galàtone, nato a Palagianello, da anni è apprezzato interprete di numerosi musical nei quali ha rivestito il ruolo principale. Basti pensare al primo, originale, “Notre Dame de Paris”, che riprenderà il prossimo anno con un tour internazionale. Fra le altre interpretazioni, “Tosca-Amore disperato” di Lucio Dalla, “Il principe della gioventù” ispirato alla figura di Lorenzo il Magnifico, “Bernadette, il miracolo di Lourdes”, “I promessi sposi”. E’ stato protagonista su Raidue anche dell’ultima edizione de “I fatti vostri” per la regia di Michele Guardì, nella quale gestiva uno spazio musicale insieme con il maestro Demo Morselli.

Ti abbiamo lasciato con “Notre Dame de Paris” e ti ritroviamo mattatore.

«Il mio obiettivo è quello di essere eclettico, per dirla con Pirandello: essere uno, nessuno, centomila; fare l’attore è sapersi misurare con più ruoli, interpretazioni dal brillante al drammatico. Amo le sfide, ritengo importanti i workshop che svolgo con i ragazzi che mi seguono: metto a loro disposizione la mia esperienza, ma allo stesso tempo prendo da loro energia, fondamentale per chi ogni sera sale su un palcoscenico; importante, poi, la tv fatta con il maestro Demo Morselli nel programma “I fatti vostri” con la regia di Michele Guardì, un’esperienza che mi ha portato ad imparare ritmi da intrattenitore».

Dalla tua Palagianello, provincia di Taranto, a spettacoli in Italia e all’estero, il passo non è breve. Nel musical, per giunta, le attività artistiche sono diverse, tocca recitare, cantare, ballare.

«Il teatro richiede massimo rigore, vietato sbagliare: al cinema o in tv un “ciak” puoi ripeterlo, in teatro come nella diretta televisiva deve necessariamente essere “buona la prima”. Massima concentrazione, come un atleta che deve affrontare una gara devi dare il massimo: importante il momento di raccoglimento perché una volta in scena non perda il ritmo; non smettere mai di pretendere di più da te stesso: con il passare del tempo impariamo a conoscerci meglio e capire cosa possiamo dare ancora; è il bello di questo lavoro, provare a migliorarsi, avvicinarsi il più possibile alla perfezione».

Che effetto fa esibirsi con una orchestra importante come quella della Magna Grecia?

«E’ emozionate, intanto perché l’Orchestra della Magna Grecia, in forte crescita, è destinata a grandi successi e palcoscenici sempre più importanti; doppia emozione, se penso, invece, al periodo di confinamento cui siamo stati obbligati a causa del Covid-19; l’ho detto in scena, la mia porzione di spettacolo l’ho dedicata a quanti sono impegnati a vario titolo nel campo della musica, dell’arte, dello spettacolo: bisogna tornare ad essere una cosa sola, uniti come tutti gli elementi dell’orchestra e lo stesso pubblico che ha voglia di rompere ogni indugio e tornare a divertirsi. Sempre nel massimo rispetto delle norme previste dal DPCM, sia chiaro…».GALATONE 2 - 1Quanto ci vuole a catturare il pubblico, poco, molto. Quanto è il “giusto”?

«La cosa che più mi affascina è lo stabilire una certa complicità con il pubblico: conquistare e farmi conquistare dalla platea; faccio ricorso a qualche elemento – ma, attenzione, non è un principio matematico – per tastare il polso agli spettatori: il pubblico, del resto, non puoi ingannarlo, se fa partire l’applauso è perché ha avvertito la sensazione che stai dando il massimo».

L’esperienza al servizio di chi vuole intraprendere questo mestiere.

«Spesso faccio stage, insegno arte scenica per mostrare come si sta su un palcoscenico, sul quale bisogna entrare dando il massimo, scrollandosi da qualsiasi incertezza».

Una cosa che Galàtone ai suoi allievi?

«“Semplice: credere in se stessi, prima che siano gli altri a credere in voi!”, è la massima che ripeto a quanti partecipano ai miei stage; insomma, se non siamo noi a volere una cosa, difficilmente gli altri ce la offriranno: i famosi “aiutini” che qualcuno spera di ottenere nel corso dell’attività artistica, servono a poco, la capacità non puoi inventartela».

Primo consiglio che, invece, si è dato?

«Essere forte. Chi fa questo lavoro ogni giorno è chiamato a gestire uno stato d’ansia, che poi non è tutto questo male: ritengo sia giusto alimentare quella fiammella che al momento giusto diventi sacro fuoco; prima di arrivare al successo ti assalgono i dubbi, è bene saper coltivare anche quelli, in quanto le certezze tante volte giocano brutti scherzi…».

C’è stato un momento in cui è stato assalito da un dubbio? E, se questo ci fosse stato, come lo ha risolto?

«Per chi fa questo mestiere, la famiglia è fondamentale; anch’io ho chiesto aiuto, incoraggiamento, alla mia famiglia; per uno che fa questo mestiere è importante avere un porto sicuro nel quale rifugiarsi quando viene assalito da un dubbio. Una volta raccolte le energie e avvertita la sensazione di esserti ricaricato a dovere, ecco che hai la percezione che un altro piccolo miracolo si sta compiendo: torni a credere in te stesso, senti che la tua vita è su quelle tavole e non vedi l’ora di tornarvi sopra, perché sai che quella polvere è il tuo ossigeno».

«Ripartiamo dal sorriso»

Un video, mille argomenti per rilanciare un territorio

«Noi pugliesi siamo così, contagiosi per natura, come il sorriso». C’è Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, grande autore, nel progetto sostenuto da Icon Radio, Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese e Puglia Promozione. «Proviamo ad esorcizzare l’incertezza che ancora stiamo vivendo, la forza di volontà, la tenacia, le capacità della nostra terra nel superare le avversità»

«Abbiamo vacillato, temuto, pianto; il tempo ci è sembrato come sospeso, gli spazi d’improvviso sono divenuti silenziosi, deserti, irreali, ma non abbiamo smesso di difenderci, curarci e incoraggiarci nel modo più naturale e potente che abbiamo. Sorridendo, abbiamo ripreso a camminare, correre, sognare. Vivere. Noi pugliesi siamo così, contagiosi per natura. Come il sorriso».

La Puglia riparte dal sorriso. Nonostante il lockdown rappresenti ancora un freno a mano, potrebbero esserci le condizioni per ripartire con passi lunghi e distesi rispetto ad altre zone del nostro Paese. Riparte da un sorriso contagioso, come può essere quello di Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, da sempre impegnato per la sua Puglia, il suo Salento, per il quale si è speso ancora prima che diventasse “Giuliano Sangiorgi”, uno degli artisti italiani più amati.

In questi giorni è stato presentato il video conclusivo della campagna “Sorrisi di Puglia”, lanciata da Icon Radio durante il lockdown, un tributo alle bellezze naturalistiche e monumentali della Puglia e ai volti sorridenti dei pugliesi, nonostante tutto.

“Contagiosi per natura, come il sorriso” è il titolo del video, che oltre alla colonna sonora firmata da Sangiorgi, si avvale del patrocinio dell’Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, del Teatro Pubblico Pugliese e Puglia Promozione.

SORRISO - 1

L’IDEA, DURANTE IL LOCKDOWN…

L’idea, si diceva, scaturisce dalla mente di Icon Radio, proprio durante uno dei momenti più critici attraversati non solo dal Salento, dal Sud, dall’Italia, ma da almeno mezzo mondo: il lockdown dovuto al diffondersi del Covid-19. Dunque, il confinamento per esaltare bellezze paesaggistiche e naturalistiche della Puglia con i volti sorridenti dei suoi abitanti. La campagna “Sorrisi di Puglia” è stata illustrata al meglio con un video conclusivo a cui ha partecipato anche l’artista-simbolo dei Negramaro.

A Icon Radio, le idee le avevano già bene in mente, tanto che non hanno avuto difficoltà nel presentare il progetto “Sorrisi di Puglia”. «Abbiamo voluto affidare alle immagini e alla musica di Giuliano Sangiorgi – uno dei passaggi nel presentare il progetto – che ha sposato con entusiasmo l’idea di rendere omaggio alla nostra terra, tanto nostra quanto sue, quanto di tutti, non solo dei salentini, ma di quanti hanno a cuore le bellezze della natura e dell’arte: un messaggio di speranza per il futuro. Lo scopo, in buona sostanza: provare ad esorcizzare l’incertezza che ancora stiamo vivendo e nel contempo celebrare la forza di volontà, la tenacia, le capacità della nostra terra nel superare le avversità grazie a un innato senso della poesia che riesce sempre a provocare sorrisi».

Il video è stato realizzato grazie al contributo artistico e tecnico di professionisti di diversi settori a titolo completamente gratuito: dal regista Cristiano Pedrocco al videomaker Giacomo Frisenda, dalla “FadeOut” Film, che ha curato la fase di post-produzione alla fotografa Kaja Brinkmann, fino alla redazione di Icon Radio, con il solo e inclusivo intento di dare un proprio contributo alla ripartenza dopo le restrizioni imposte dal governo a causa dell’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus.

«Beirut, un disastro»

Una storia, due testimoni

«E’ tornata la guerra», ha pensato Ismail, libanese in Italia con la famiglia.  «Dopo l’esplosione mi sono accorto che avevo sangue a una mano, niente di grave», dice Roberto, militare pugliese. «A casa mia stanno tutti bene, purtroppo un collega di mio fratello ci ha rimesso la vita: era rimasto al porto per fare straordinario», aggiunge il primo. «Soccorsi tempestivi, un sospiro di sollievo misto a orgoglio: vedere arrivare la colonna del contingente italiano Unifil», racconta l’italiano.

Oltre 140 morti, più di 5.000 feriti, 300mila circa gli sfollati, centinaia i dispersi. Sono i numeri preoccupanti che vedono il Libano lottare contro macerie e disperazione. La paura è un bagaglio a mano. «Niente da fare, quando qualcuno ti dice che nel tuo Paese c’è stata una forte esplosione, il primo pensiero corre a un attentato, che poi è l’anticipazione di una nuova guerra». La tragedia di Beirut, dove due esplosioni hanno demolito la capitale del Libano, uccidendo centinaia di persone e ferendone migliaia, come si diceva, viaggia come sempre sul filo della paura.

«E’ tornata la guerra – il primo pensiero di Ismail, cittadino libanese, in Italia insieme con la famiglia – non se ne esce più: è il nostro destino, ovunque andiamo, ci portiamo questo scomodo bagaglio che non molliamo un istante, personalmente da quando ero piccolo: la paura».

In Libano, familiari e amici. «E’ stato un parente ad inviarmi un video con le due esplosioni – racconta – immagini impressionanti, la prima sensazione che avverti è di una città letteralmente rasa al suolo e che nessuno si sia salvato: poi preghi, speri, che i danni siano contenuti; le immagini raccontano di qualcosa che non esiste più, i bollettini rispetto a quanto vedi sarebbero più incoraggianti: si parla di decine di morti e centinaia di feriti; purtroppo non è così, le note che sentiamo e le immagini che osserviamo successivamente nei notiziari italiani e stranieri che intercettiamo qui in Italia, diventano impietosi con il passare delle ore: i morti sono diventati centinaia, i feriti migliaia, incalcolabile il numero dei dispersi, almeno trecentomila gli sfollati».

ATTENTATO O DISGRAZIA…

L’asticella di sangue si alza. E non è ancora dato sapere se si sia trattato di un attentato o una disgrazia dovuta alla negligenza di chi ha sottovalutato l’enorme pericolo rappresentato da 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio sequestrate anni fa e stipate “temporaneamente” negli hangar del porto. Come convivere con una bomba ad orologeria.

«In tutto quel caos, con le notizie che si inseguono per ore – riprende il racconto drammatico del quarantenne libanese – mi è giunta una foto di casa mia, distante dal porto diversi chilometri: l’onda d’urto non l’ha risparmiata, sono andati in frantumi i vetri delle finestre, ma l’appartamento fortunatamente non ha subito altri danni».

Una notizia buona, una cattiva, che gonfia il cuore di dolore. «Un collega di mio fratello ci ha rimesso la vita: lavorava nel porto di Beirut, cuore del disastro, per un fatale  scherzo del destino non è più con noi: l’orario di lavoro prevede l’uscita alle cinque, dunque insieme – come tutti i giorni – avrebbero avuto il tempo necessario per allontanarsi e raggiungere casa; sullo sfortunato collega di mio fratello, causa uno straordinario, si è abbattuta la sciagura: hanno rinvenuto il cadavere del poveretto fra le macerie!».

Il Libano è già assalito da una grave crisi economico-sociale a causa di una storia fatta di massacri. «Non si hanno notizie certe – riflette Ismail – ma ho una paura tremenda, che sotto non ci sia stata solo una grave leggerezza nel sottovalutare il pericolo delle centinaia di tonnellate di nitrato d’ammonio, ma un attentato».

Ismail dà l’interpretazione che hanno dato tutti, subito. Come fosse Hiroshima. «Quando ho visto le prime immagini ho pensato a una bomba atomica, l’esplosione di un “fungo”: mai vista una cosa simile prima di quel momento. Nato quarant’anni fa – aggiunge – guerre ne ho già viste, purtroppo: la mia preoccupazione e il mio pensiero vanno al mio Paese, che vive una crisi economica: dove troveranno i soldi per garantire la ripresa? Dove sono gli ospedali e i presìdi sanitari per garantire alle decine di migliaia di feriti un’assistenza? Tutto in frantumi, in pochi istanti!».

SOCCORSI ITALIANI TEMPESTIVI

«Un boato fortissimo, difficile da spiegare, il resto è accaduto in fretta; subito dopo l’esplosione, c’è stato un attimo si smarrimento perché l’evento era del tutto imprevisto, fortunatamente stiamo tutti bene: purtroppo non si può dire lo stesso di migliaia di persone, fra morti e feriti». E’ la dichiarazione a caldo di Roberto, militare pugliese, familiari a Bitonto. Pare abbia riportato ferite lievi. Un braccio fasciato, racconta. «Qualche istante dopo l’esplosione mi sono accorto che avevo sangue a una mano, niente di preoccupante; quanto preoccupa, invece, è la situazione della popolazione libanese; noi, in qualche modo, l’abbiamo vissuta, ma siamo stati davvero fortunati, mentre tante altre persone non ce l’hanno fatta».

Era una normale giornata di lavoro, Roberto, caporalmaggiore, e i colleghi operavano nella massima serenità. «Purtroppo è arrivata questa esplosione, inaspettata e improvvisa – riprende – siamo stati fortunati, ma siamo stati anche bravi nel restare uniti e lucidi nell’affrontare l’accaduto». Nessuno si aspettava che dopo quella cortina di fumo,  sarebbero seguite due forti esplosioni che avrebbero raso al suolo la città.

«Soccorsi tempestivi, rispetto all’impraticabilità delle strade, poi, da italiano, un sospiro di sollievo misto a orgoglio: vedere arrivare la colonna del contingente italiano Unifil che prestava soccorso alle vittime e assistere all’alba una volta rientrati alla base, momento che ha segnato l’inizio di un nuovo giorno». Con la speranza che sia anche l’alba di una rinascita.

«Mi volevano i Genesis…»

Bernardo Lanzetti, cantante della PFM, videointervista esclusiva

«Me lo confessò Steve Hackett, una sera…». Icona degli Anni 70 e 80, prima con Acqua Fragile poi con la Premiata Forneria Marconi e una carriera solistica di successo. «Dal lockdown è nato il mio ultimo album: canto con David Jackson dei Van der Graaf, David Cross dei King Crimson e Tony Levin del gruppo di Peter Gabriel. Ci sarà da divertirsi». E il passato. «Godevamo di grande considerazione all’estero, oggi non è più così, purtroppo. Meglio i Beatles che…»

Voce storica del rock italiano, prima con Acqua Fragile, poi con la Premiata Forneria Marconi, per tutti PFM. Album che hanno fatto la storia del rock italiano e internazionale e del gruppo più amato dalla metà degli Anni 70 in poi: Chocolate Kings, Jet Lag e Passpartù.

Che periodo è stato quel periodo?

«Magico, la musica era importante e quella prodotta in Italia aveva autorevoli riconoscimenti all’estero che, nel tempo, purtroppo non ha più avuto».

Uno dei tuoi ispiratori, Demetrio Stratos degli Area, autore fra l’altro dello sperimentale “Cantare la voce”. Anche tu, in quanto a “maestro della voce”, non sei da meno.

«Sono un totale autodidatta. Credo che un cantante per imparare debba sapere ascoltare altri cantanti, più bravi possibilmente, in grado di insegnarti sempre qualcosa».

Che effetto fa ritrovarsi a scrivere come fosse il primo giorno di scuola?

«Dischi o album che siano, video, concerti: sono solo un elemento della musica del tuo lavoro. Come fossero, insieme, un book fotografico; come per un attore, la foto non è l’istantanea del complesso lavoro di un interprete: allo stesso modo una canzone, pure interpretata magistralmente, è solo un documento di quel preciso momento».

Bernardo, quando ti riascolti…

«Ho un atteggiamento a volte compiaciuto, a volte critico. Mi spiego: quando riascolto delle mie cose mi dico “Cavoli, ma come avrò fatto ad ottenere quel risultato?”, altre volte “Accidenti, avrei potuto far meglio!”, perché evidentemente nel frattempo ti sei aggiornato. In studio, ecco il lavoro. E’ importante che ci sia qualcuno, oltre il vetro, che scelga per te le versioni, i passaggi migliori della canzone che stai interpretando. Per me è una cosa molto bella che in quel momento qualcuno ti incoraggi, ti sproni a migliorare certi aspetti di una canzone: “Questa parola, prova a “spingerla” meno…”, oppure “Quando arrivi a questa “a”, cerca di aprirla un po’ di più!”. E ancora, “Quella strofa buttala via, passa subito alla frase successiva!”. Ecco, a me piace sentire qualcuno che mi indichi la strada…».

Album con Acqua Fragile e PFM, poi da solista. Qual è stato il momento più importante nella tua carriera?

«Tanti, a cominciare dal debutto con Acqua Fragile, la mia prima volta in una sala di registrazione. La mia esperienza con la PFM: nel gruppo sono entrato appena tre giorni prima che entrassimo in studio a registrare “Chocolate Kings”: ho avuto pochissimo tempo per calarmi nel mio nuovo impegno; oppure quando ho realizzato un album di ricerca come “I sing the voice impossible”, i miei esperimenti vocali; oppure l’ultimo album dell’Acqua Fragile, il terzo: grande soddisfazione nel vedere che la critica mondiale, non solo quella italiana, abbia recepito l’operazione, che non era riproporre brani degli Anni 70, ma riprendere quel senso musicale e svilupparlo…».

Storia o leggenda, per dirla con le Orme: quando è andato via Peter Gabriel dai Genesis, è vero che il gruppo aveva una intenzione di chiamarti a sostituirlo?

«Di questa storia ne sono venuto a conoscenza tempo dopo. Ho avuto la fortuna di diventare amico di Steve Hackett dei Genesis. Un giorno ero ad un suo concerto, mi chiamò sul palco, per poi confessarmi – dichiarazioni riportate in una sua intervista rilasciata tre anni fa… – che il mio nome era saltato fuori in occasione dei saluti al gruppo da parte di Peter Gabriel. Evidentemente non se ne fece niente a causa di un conflitto di interessi: il manager contattato, Franco Mamone, era anche manager della PFM e lui, il consenso, non lo avrebbe mai dato… Comunque, Hackett questo episodio lo ha ricordato in una intervista tre anni fa».

Conservi un buon rapporto con il tuo passato?

«Alti e bassi, c’è stato un periodo in cui pensavo che la mia voce avesse “elementi di disturbo” per un certo pubblico, altre volte, al contrario, mi dicevo, invece, che questa era la mia strada ed era giusto che continuassi a fare quello che facevo: magari in salita, ma questo era il mio destino…».

Quanto era avanti la musica italiana a quei tempi e quanto è indietro, ora, quella attuale?

«Quando c’è una proposta, un contenuto musicale, strumentale, un arrangiamento, deve essere sempre bilanciato con quella che è la melodia vocale, un mix calibrato fra tutte queste componenti. Faccio un esempio: prendi un pezzo dei Beatles, vai da un ragazzo che studia la chitarra, gli dici di ascoltarlo ed eseguirlo: intanto non troverà difficoltà nell’apprezzarlo ed eseguirlo e, nello stesso tempo, ti ringrazierà perché ha imparato qualcosa di concreto. Viceversa, prendi un brano italiano e chiedi allo stesso ragazzo di impararlo: lo farà, ma a malavoglia e, alla fine, ti dirà che ha imparato un bel nulla».

Lanzetti ieri e oggi. Domani?

«Dunque, durante il lockdown ho sentito diversi messaggi a proposito della musica: prima del 2021, dicevano, niente musica; così mi sono dedicato alla ricerca, alla composizione. Una volta realizzato tutto questo, ho ricevuto proposte di vari lavori, dal vecchio materiale a quello appena realizzato: dunque, ho un album nuovo, appena completato con ospiti artisti internazionali, da David Jackson dei Van der Graaf a David Cross dei King Crimson, poi Tony Levin del gruppo di Peter Gabriel. Dunque, si è aperto un ventaglio di possibilità che oltre ad inorgoglirmi, mi metteranno in condizione di vederne delle belle…».

«Dio ci chiede di sbarcare»

Papa Francesco, l’omelia sui migranti

«Affamato, assetato, forestiero, chiede di essere assistito», dice il Pontefice. «La Chiesa povera e per i poveri. Libia, un inferno, di quel Paese ci danno una versione “distillata”. E la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro. La Vergine Maria ci aiuta a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra a causa di tante ingiustizie», ha spiegato ancora il Santo Padre.

«Dio bussa alla nostra porta: affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito, chiedendo di poter sbarcare». E’ uno dei passaggi di papa Francesco in una sua omelia durante la Santa messa dedicata ai migranti. La funzione religiosa la celebra a sette anni dalla sua visita a Lampedusa.

Compie un’attenta analisi. Parte da una precisa disamina, da quegli italiani che si sentono minacciati nel loro status di benestanti. «La cultura del benessere – spiega Sua Santità – ci fa pensare a noi stessi, quasi a renderci insensibili alle grida di aiuto invocato dai più deboli, dagli altri , che evidentemente non sono nelle stesse condizioni: quel benessere del quale siamo gelosi ci fa vivere in bolle di sapone, belle sicuramente, ma nulle, in quanto illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso il prossimo, fino a scadere nell’indifferenza».

«DOV’E’ TUO FRATELLO?»

Sette anni dalla visita di papa Francesco a Lampedusa e da quella domanda rivolta all’umanità nella Messa celebrata al campo sportivo dell’isola nel cuore del Mediterraneo: «“Dov’è tuo fratello? – disse il Pontefice – la voce del suo sangue grida fino a me”, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi».

«Dov’è tuo fratello?», una domanda che risuona ancora oggi, dopo quel viaggio considerato – lo ricorda l’Organo d’informazione della Santa sede – in qualche modo “programmatico” per il Pontificato di Francesco.

Nell’avamposto del Sud dell’Europa, Lampedusa, il Papa ha mostrato cosa intenda quando parla di «Chiesa in uscita». Rende concreta l’affermazione in virtù della quale «la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro». Parole del Santo Padre. In mezzo ai migranti fuggiti dalla guerra e dalla miseria, ha fatto toccare con mano il suo sogno di una «Chiesa povera e per i poveri». E ancora a Lampedusa parlando di Caino e Abele, Francesco aveva anche posto in primo piano l’interrogativo sulla fratellanza.

E FRANCESCO CITA MATTEO

«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». E’ il verso dal Vangelo di Matteo che Francesco riprende per evidenziare che questo vale «nel bene e nel male». «E’ un monito – dice papa Francesco – risulta oggi di bruciante attualità; dovremmo usarlo tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza che siamo chiamati a compiere tutti ogni giorno». «Penso alla Libia – prosegue il Pontefice – ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti». La Libia è un “inferno”, un “lager”. «Di tutto questo ci danno una versione “distillata”: la guerra è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione? Mentre questa gente ha un solo desiderio: la speranza e di attraversare il mare».

E nel finale dell’omelia, l’invocazione alla Madonna. «La Vergine Maria ci aiuti a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra per tante ingiustizie da cui è ancora afflitto il nostro mondo». Un richiamo alla generosità, alla preghiera, perché questa possa fare aprire il cuore, non solo ai cristiani, ma a tutta la gente di buona volontà.

«Taranto c’è»

Mostra di Venezia, visibilità alla Città dei Due mari

Dal 2 al 12 settembre, la trentacinquesima edizione della “SIC (Settimana internazionale della critica”). Sette i lungometraggi in concorso. Proiezioni anche nel capoluogo ionico in una sorta di “seconda visione”. «“Capitale di Mare” il nostro brand, per promuovere come si conviene una città che merita vetrine importanti», il parere del sindaco, Rinaldo Melucci. Intanto, parte anche la candidatura a Capitale della cultura per il 2022.

Trentacinquesima edizione della “SIC – Settimana internazionale della critica”, in programma dal 2 al 12 settembre a Venezia, Taranto c’è. La manifestazione promossa dal Sindacato nazionale dei Critici cinematografici italiani è un comparto autonomo, parallelo alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica della Biennale di Venezia. Saranno sette i lungometraggi in concorso in una vetrina qualificata che non mancherà di dare grande visibilità alla città di Taranto. Come accaduto lo scorso anno, anche stavolta la Città dei Due mari terrà le proiezioni delle opere in concorso, rivestendo il ruolo di succursale della “SIC”.

Fra i promotori della partecipazione di Taranto alla “Settimana Internazionale della critica”, il sindaco Rinaldo Melucci che non nasconde somma soddisfazione nell’aver aggiunto un ulteriore tassello alla crescita culturale della città. Lo fa con l’autorevolezza di chi sa di aver portato a casa un altro risultato incoraggiante. I Giochi del Mediterraneo, per dirne uno. Senza contare che nelle scorse ore, Taranto si è candidata anche a capitale della cultura.

«Partecipare con il nostro marchio “Taranto Capitale di Mare” in uno delle più importanti rassegne cinematografiche del mondo – ha dichiarato Melucci – è la dimostrazione di come, ancora una volta, l’Amministrazione stia portando avanti progetti concreti che hanno come unico scopo la promozione della citta di Taranto». Altro obiettivo: portare bellezze e accoglienza di una città in una ribalta internazionale. «Dare slancio al settore turistico e produttivo – ha ripreso il primo cittadino – per consolidare il nascente indotto tarantino delle produzioni cinematografiche, che quest’anno si è arricchito con la scommessa del “cineporto”, e siamo solo all’inizio».

NON SOLO VENEZIA…

Non solo Venezia negli obiettivi dell’Amministrazione comunale di Taranto. «La cultura cambia il clima», per esempio, è lo slogan con il quale  la città avanza la sua candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2022. Il dossier, presentato in questi giorni, è il risultato di una condivisione che coinvolge ben dodici comuni della Grecìa Salentina in un percorso che trova punti di contatto nella storia, nelle tradizioni e nello stile di vita di queste due aree. La partecipazione al bando del Mibact, il Ministero dei Beni culturali, era stata già avanzata a marzo, prima che il confinamento facesse slittare ogni attività.

«In questo dossier – interviene non senza una punta di orgoglio il sindaco, Rinaldo Melucci – è possibile recepire un’anima; altri hanno dato mandato della stesura del programma ad agenzie specializzate, alla ricerca di una vetrina che aiuti la ripartenza. Per Taranto è, piuttosto,  la partita della vita: certifica un movimento che questa città ha già avviato e che vede nella cultura e negli eventi driver fondamentali per la trasformazione della propria immagine». Il riferimento è all’industria e, naturalmente, al dopo-siderurgico.

…CAPITALE DELLA CULTURA

In rappresentanza dei comuni della Grecìa Salentina, in corsa autonomamente per la propria candidatura prima di scegliere di schierarsi con il progetto di Taranto, il sindaco di Castrignano de’ Greci, Roberto Casaluci, insieme con Massimo Manera, sindaco di Sternatia e presidente della fondazione “Notte della Taranta”. «E’ da tanto tempo che i nostri dodici comuni lavorano sinergicamente sui temi della cultura – ha affermato Casaluci – così abbiamo pensato di allargare questo approccio rinunciando alla nostra candidatura, abbracciando la visione di Taranto e la nostra storia comune, puntando sulla contemporaneità dell’elemento ambientale».

In perfetta sintonia il presidente Michele Emiliano, che ha auspicato al dossier di farsi strada. «Se Taranto e i comuni della Grecìa – ha dichiarato il presidente della Regione – diventeranno Capitale italiana della Cultura 2022, lo diventerà la Puglia intera». Il dossier in questione è stato suddiviso in «ecosistemi», mutuando il filo conduttore dell’intera strategia politica condensata nel piano di transizione «Ecosistema Taranto». Centinaia sono gli eventi che abbracciano storia, tradizioni, arte, enogastronomia, natura, declinati secondo il tema del cambiamento.

«Un porto sicuro»

Berenice, dominicana, l’Italia e un’attività e quindici dipendenti

Vince un premio come imprenditrice, rileva un negozio, riparte da zero. «Utili i consigli di mio marito, che mi ha detto di non abbattermi al primo contrattempo. Un’ordinanza, chiusura, ricorso e una prima vittoria. Poi il supermercato che riparte con successo e i miei ragazzi che si tengono stretto il posto di lavoro, come se avessero ormeggiato in un rifugio amico…»

«Bello il mio supermercato, il panificio: guardo il frutto del mio lavoro, gente che lavora con entusiasmo e penso da dove sono partita e la strada che ho compiuto, con l’aiuto di mio marito e quanti, oggi, collaborano alla crescita della mia piccola, operosa impresa», dice Berenice.. Giorni, settimane, mesi di incertezze, paure, fatiche. Fuggito da un Paese diventato inospitale, dalla fame, da una dittatura, da una guerra civile. Arrivi qui. E, una volta in Italia, invece di restare ai margini della società, ecco ribaltato il pensiero comune sui migranti. Una volta entrato nel tessuto sociale del nuovo Paese, ecco un primo successo. Non solo fai bene il tuo, ma lo migliori, crei perfino posti di lavoro. E’ la storia di Berenice, una ragazza arrivata in Italia una decina di anni fa, premiata con uno di quei riconoscimenti che pongono in vetrina quanti danno un contributo concreto alla crescita dell’Italia: il “MoneyGram Awards Italia”.

Berenice ha un grappolo di nomi. Per noi, in qualche modo quello italiano o italianizzato che sia, va più che bene. Nonostante il mito della regina, affascinante e con una chioma mitica, peschi nell’antico Egitto. Bene, Berenice, premesse più o meno leggere a parte, ci affascina per la sua storia. Una di quelle che tanto ci piacerebbe sbandierare a quanti dicono che gli stranieri, gli extracomunitari in particolare, alla ricerca di un lavoro, comunque una qualsiasi attività lecita rendersi utili a un Paese ospitale come il nostro, vengono in Italia solo per “sistemarsi”.

GRANDE IMPRESA…

Berenice, dominicana, tre anni fa ha vinto un premio, un riconoscimento riservato a quanti, non solo italiani, hanno saputo fare impresa. «Sono emozionata – aveva risposto nell’occasione – questo è un Paese che dà ospitalità ed è molto attento alle dinamiche del lavoro e, in questo caso, alle imprese». Non solo viene premiata, ma le assegnano il “riconoscimento dei riconoscimenti”. «Una soddisfazione doppia – racconta – per la quale mi sono anche scusata: non volevo essere così invadente, dare l’impressione a qualcuno che non solo avevo fatto il possibile per diventare imprenditrice, ma che avevo pure rastrellato un premio dietro l’altro, forse a discapito di colleghe che lo meritavano quanto me…».

Ecco, il premio, alla ragazza dominicana che ha creato una impresa e che dà lavoro a una quindicina di persone, non solo straniere, ma anche italiane e che, lasciatevi servire, le sono riconoscenti. Specie di questi tempi, quando la giovane donna di colore ha dovuto lottare contro un virus, il Covid, che ha messo in ginocchio un intero sistema economico. Il peggio sembra essere passato. Con le sue dichiarazioni proviamo a ripercorrere le tappe che l’hanno spinta in copertina.

«Arrivata in Italia nel 2012 – racconta – dalla Repubblica Dominicana, Paese nei Caraibi, avevo nel cuore una speranza: realizzare un piccolo sogno, un’attività tutta mia con la quale dare lavoro a un sacco di gente; non volevo creare una seconda fabbrica automobilistica, sia chiaro, ma sicuramente qualcosa che mi desse soddisfazione, possibilmente realizzando un progetto partendo dal niente, come lanciare un seme di una di quelle piantagioni che, poi, rappresentano uno dei sostegni del mio Paese, l’agricoltura».

L’importanza di avere un marito che in lei ripone massima fiducia. «Gli ho spiegato quali fossero le mie intenzioni – racconta – non c’è stato bisogno di raccontargli daccapo un progetto nel quale credevo fortemente: l’unica cosa che mi ha fatto capire, senza tanti giri di parole: se avevo fatto una scelta sarei dovuta andare avanti fino in fondo, a costo di incassare qualche delusione».

Comincia il suo lavoro, apre un’attività. «Con l’aiuto di mio marito ho rilevato un supermercato, insieme al quale c’era un panifico. La gente – ho subito pensato – troverà ogni risorsa alimentare, dal pane al latte, proseguendo con qualsiasi altra cosa per la casa; ero in pieno sogno, sulla carta le cose cominciavano ad andare bene, quando arriva la prima doccia gelata…».

ORDINANZA E “DOCCIA FREDDA”

Uno di quegli imprevisti dei quali le aveva fatto cenno suo marito. La “doccia gelata” è una carta bollata, un’ordinanza di chiusura. «Non per causa mia – puntualizza Berenice – alcuni lavori di cui necessitava il locale non erano stati completati dai titolari da cui avevo rilevato l’attività; non mi restava che seguire il consiglio di mio marito, mostrare i muscoli, non abbattermi al primo imprevisto, anche perché avevo ragione da vendere: faccio ricorso, la giustizia arriva in modo sollecito, in ballo un’attività e posti di lavoro. Viene impugnata l’ordinanza, mi assumo l’impegno di occuparmi dei lavori di cui supermercato e panifico avevano bisogno, e finalmente riapro».

Grande soddisfazione. «Una prima grande vittoria – spiega Berenice – intanto la legge italiana che ha riconosciuto la perfetta estraneità per quanto riguarda i lavori non completati, poi l’aver restituito serenità ai primi dipendenti che col passare del tempo sono diventati una quindicina; oggi guardo con soddisfazione il mio piccolo capolavoro, un’impresa nella quale ho fermamente creduto con l’aiuto di mio marito e con uno staff di collaboratori straordinari».

Sono riconoscenti, i ragazzi. «Molto – conclude – mi hanno emozionata con il loro affetto: mi hanno detto, inoltre, che oggi un posto di lavoro è bene tenerselo stretto e perché questo diventi il sostegno per una famiglia e, dunque un porto sicuro, bisogna metterci non solo il massimo dell’impegno, ma anche più…».

«Mediterraneo, mare di pace»

Mario Incudine, cantautore, attore, regista

«I migranti portano sulle nostre coste nuovi linguaggi musicali. La nuova musica popolare ha intercettato nuove ondate migratorie regalandoci meraviglie. La mia rivoluzione con un tamburello al posto della chitarra elettrica. Abbiamo studiato, imparato la tradizione, gli stilemi, la grammatica, e poi riscritto il canto siciliano. Magna Grecia, Taranto, la Sicilia…». La taranta nel racconto di un artista che in venti anni ha trasformato una platea di trenta persone in trentamila.

«I flussi migratori che arrivano sulle nostre coste ci portano la musica, nuovi linguaggi musicali, nuove sonorità; la nuova musica popolare di oggi è riuscita ad intercettare queste nuove ondate migratorie con le meraviglie che questa ci porta…».

Cantautore, attore, regista, musicista e autore di colonne sonore, Mario Incudine è uno dei personaggi più rappresentativi della nuova world music italiana. Suona chitarra, mandolino, mandola e tammorra, ha collaborato, fra gli altri, con Moni Ovadia, Peppe Servillo, Eugenio Bennato, Ambrogio Sparagna, Mario Venuti, Tosca, Antonella Ruggiero e Kaballà, duettato con Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Alessandro Haber e Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. Numerose le sue partecipazioni a programmi televisivi sulle reti Rai e Mediaset.

Incudine, la tradizione torna ad essere un fenomeno popolare.

«Tutto comincia nel ’97, ai concerti c’erano trenta persone, pochissimi giovani; adesso, ventitré anni dopo, ai miei concerti incontro ventimila, trentamila persone; il fenomeno della Notte della taranta, poi, ha avuto un ruolo centrale in questo e fatto in modo che tantissimi giovani si avvicinassero alla musica popolare e, allo stesso tempo, agli strumenti popolari; chi collabora con me, il maestro Antonio Vasta, uno dei più grandi virtuosi di zampogna, è un insegnante che ha numerosi allievi proprio fra i giovani, qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa».

La svolta, a un certo punto ha osato.

«Abbiamo modificato geneticamente il folk, rinnovandolo dal suo interno: prima abbiamo studiato, imparato la tradizione, gli stilemi, la grammatica, e poi riscritto la nuova musica popolare che canta siciliano, ma che suona con la musica del mondo. È la nuova world music che tiene conto delle stratificazioni culturali, quelle di ieri, ma soprattutto di oggi».

Quanto diamo, quanto apprendiamo da quanti arrivano sulle nostre coste?

«I flussi migratori, dicevo, e che arrivano sulle nostre coste portano musica, nuovi linguaggi musicali, nuove sonorità; questa è la nuova musica popolare che oggi è riuscita ad intercettare queste nuove ondate migratorie insieme con le quali sulle nostre rive arrivano cose delle quali non possiamo che meravigliarci…».

Cosa prendiamo, cosa diamo in cambio.

«Diamo l’humus, l’identità di un Mediterraneo da sempre culla di popoli e mare di pace: noi possediamo il sale, provate a pensare alla parola “isola”: “in salum”, “nel sale”, nel mare, nell’acqua, considerando che i latini indicavano mare e sale allo stesso modo, usavano un unico sostantivo; dunque, siamo nell’acqua, pieni di salsedine; i bambini nascono nel liquido amniotico, quelli siciliani nuotano nel liquido salmastro, come a dire che abbiamo nella nostra genetica il sale che ci rende particolarmente “saporiti”: diamo, insomma, questo sapore, una base di salinità importante, attraverso musica, parole, cultura: pensiamo, per esempio, a dove siamo adesso, Taranto, è Magna Grecia, lo stesso la Sicilia».

Dice “Viviamo di melopea”, cioè melodia, greca in questo caso.

«Viviamo anche nelle stesse parole dei latini, nel “cunto”; nei miei concerti propongo un misto, melopea greca e ictus percussivo latino, fra la tradizione del canto, alla “stisa”, e quella del canto “strofico”; dentro di noi c’è tutta questa letteratura; prendiamo il sapere ritmico dei popoli del Maghreb, la ritmica propria di quei popoli, i riti, l’esorcismo, la purificazione non solo dal morso della taranta, ma dell’uomo che attraverso la musica riesce a trascendere e a diventare altro, talmente di scopre diverso da se stesso. Ecco cosa prendiamo da quei popoli: una ritualità comune nei popoli del Mediterraneo con la quale, loro, quando arrivano da questo lato del mare, ci travolgono».

Lei è uno studioso, da giovane, fra le tante, a proposito degli inizi, si sarà posto una domanda, che risposta si è dato?

«Semplice. Quando si è scoperto tutto e non c’è più altro da scoprire, bisogna tornare indietro, andare alle radici, mi piace citare un ossimoro: “bisogna mettere radici nel futuro”, unico modo per sapere chi eravamo e dove andiamo. E i giovani, che hanno scoperto tutto, per sentirsi moderni, essere rivoluzionari, devono tornare indietro: chi è rivoluzionario ha il tamburello in mano, non più una chitarra elettrica».

Il motivo principale che l’ha spinta alla musica etnica.

«L’ho sentita come una missione: cantare in siciliano per salvare un’identità, ma soprattutto dare dignità a una terra».

Il richiamo più forte?

«Una frase di Ignazio Buttitta, grande poeta e filosofo siciliano: “Un populo diventa poviru e servu, quannu ci arrubbano a lingua addutata di patri: è perso pi sempri… mi n’addugno ora, mentri accordu la chitarra du dialetto ca perdi na corda lu jorno…”. Così la chitarra con cui suono ogni giorno la tengo ben stretta: un popolo che perde l’identità è un popolo cieco, muto e sordo».

 

Contatti a mille!

Chiara Ferragni in visita a Taranto, posta il MArTa

La più importante influencer al mondo ospite di Eva degl’Innocenti, direttrice del Museo archeologico. In Puglia per la sfilata di Dior, della quale è testimonial. «Fra gli elementi emersi nella visita, la sua meraviglia per le bellezze in vetrina. Molti i giovanissimi in visita virtuale. Gli Ori hanno ispirato i designer della Maison francese». Un “grazie” a Maria Grazia Chiuri e al regista Edoardo Winspeare per un documentario sulle bellezze del Salento. E durante la sfilata a Lecce, “Meraviglioso”, omaggio di Giuliano Sangiorgi alla Puglia e a Domenico Modugno.

Chiara Ferragni a Taranto. E’ un po’, come dire, per un giorno in città il rocker più rocker del mondo. Toh, Vasco Rossi. Di più, non ce ne voglia l’artista italiano più amato della nostra canzone, ma è un po’ come se a Taranto fosse piombato Bono Vox degli U2, Bruce Springsteen.

La popolarità ai tempi dei social è questa, non è il caso di girarci intorno. Venti milioni di follower su Instagram, come dire fans, almeno una volta al giorno piombano sui social gestiti da «l’influencer di moda più importante al mondo», parola di Forbes, la rivista di economia più importante al mondo. Totale: qualsiasi cosa tocchi la bella Chiara, quasi fosse re Mida, diventa oro. E così è accaduto che mercoledì scorso, l’imprenditrice, blogger, designer e chi più ne ha più ne metta, abbia toccato anche la Città dei Due Mari. Mica sfiorata, toccata con mano. Avrebbe potuto starsene serena, rilassata in qualche angolo di Lecce, invitata alla sfilata della Maison Dior, di cui è testimonial, e, invece, ha condiviso l’idea di Maria Grazia Chiuri, salentina, da tempo ai vertici della Maison Dior. Tanto per dire cosa sia la nostra corregionale, Maria Grazia è: direttore artistico delle collezioni haute couture, ready-to-wear e accessori donna della casa di moda francese.

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«Andiamo a Taranto?», si saranno dette. «Perché no?». Diciamo. Ma se tanto ci dà tanto, le due donne in questione non la mettono giù in maniera così semplice. Intanto, la Chiuri è riuscita nell’impresa a realizzare, per la prima volta, una sfilata lontana da Parigi. E dove sennò, se non nella “sua” Lecce, nella nostra Puglia. Ottimo, Maria Grazia. Dunque, avranno pensato, non su due piedi: moda è glamour, considerando tutto quello che è stato realizzato in questi anni con lo sguardo al futuro, cosa c’è di meglio se non l’antico, la storia, la Magna Grecia, con tutto il rispetto per il barocco che, detto tra noi, adoriamo. Chiara Ferragni e Maria Grazia Chiuri sono tornate a Lecce, per la sfilata Cruise 2021, con le immagini degli Ori di Taranto che la loro “maison” l’hanno proprio al MArTa, Museo archeologico nazionale magistralmente diretto da Eva degl’Innocenti (dalla sua nomina in poi il polo museale è diventato la rockstar del territorio). Dunque, Lecce-Taranto, viaggio di aggiornamento, ma anche producente, così da sostanziare la sfilata leccese con le bellezze di una Puglia infinita. Fra gli invitati, per fare un nome, Charlize Theron. Tra gli ospiti, il nostro Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, che in smoking con tanto di papillon ha reso omaggio alla Puglia con la splendida «Meraviglioso». Un tributo alla nostra terra e all’immenso Domenico Modugno, anche lui pugliese (Polignano a mare).

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QUANTI LIKE PER IL “MARTA”

Chiara Ferragni, dunque, accompagnata dalla Chiuri e dalla direttrice degl’Innocenti, ha osservato gli Ori del MArTa, le vetrine che custodiscono una storia lunga tremila anni. Postato frasi sui suoi social, scatti, frasi, stories su Instagram, altro moltiplicatore. Insomma, l’altra metà dei Ferragnez, Ferragni più Fedez, suo marito, ha fatto proseliti.

La direttrice del Museo, Eva degl’Innocenti. «E’ stato un effetto dirompente, quello della Ferragni – dice la direttrice del MArTa – e di rilancio del Museo archeologico nazionale, grazie al coinvolgimento dei giovanissimi Instagram, acquisendo una fascia di pubblico solitamente difficile da interessare; detto ciò, abbiamo registrato un picco in fatto di popolarità del museo nelle ultime ventiquattro ore; l’elemento importante è stato, però, il MArTa fonte di ispirazione per la Collezione Cruise della Maison Dior in occasione della sfilata di Lecce dello scorso 22 luglio; le modelle, infatti, hanno indossato dei gioielli ispirati – dunque, non copie o repliche degli originali – agli Ori di Taranto; il Museo, inoltre, è stato anche motivo di un progetto culturale a cura di Maria Grazia Chiuri, al quale in abbiamo aderito e che ha coinvolto il regista Edoardo Winspeare e la stessa Chiara Ferragni, tanto che sono state realizzate immagini che, a loro volta, andranno inserite in un più articolato progetto digitale per valorizzare il patrimonio culturale del Salento di cui fa parte anche il MArTa».

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«CREATIVITA’ SENZA CONFINI»

Chiara Ferragni, colpita dalla bellezza degli Ori. «Molto, tanto che ha subito postato su Instagram le sue emozioni, le sue impressioni, tanto che non ho difficoltà a sottolineare che uno degli elementi emersi nel corso della visita del Museo archeologico è stato proprio la meraviglia, lo stupore della più popolare influencer di fronte agli Ori».

Chiara Ferragni e Maria Grazia Chiuri, a fine giro sono tornate a Lecce, dove ad attenderle c’erano i preparativi della tanto attesa sfilata in piazza Duomo. Fra gli ospiti, si diceva, un artista amatissimo, Giuliano Sangiorgi. Voce e autore dei successi dei Negramaro, ha partecipato «con onore ed emozione alla sfilata Cruise 2021 di Dior, evento spettacolare con il quale Maria Grazia Chiuri, direttore artistico delle collezioni haute couture, ready-to-wear e accessori donna della casa di moda francese, ha inteso celebrare la sua e nostra terra». Dunque, per dirla con Sangiorgi, «da Piazza del Duomo di Lecce, gioiello barocco della nostra città, hanno fatto il giro del mondo musica e creatività senza confini».

«Giuliano ha partecipato a questo progetto collettivo con una semplicità e generosità che mi hanno commosso – ha rivelato Maria Grazia Chiuri – e per l’attività che svolgo, credetemi, sono abituata a lavorare con tantissime celebrities e non è sempre così semplice…».