«Fai del bene e dimentica»

AlBano a Taranto, intervista esclusiva

«Sono impegnato nel sociale, ma mi hanno insegnato a fare beneficenza in silenzio. In questa splendida città per ripartire. La pandemia ci ha messo in ginocchio, ma dobbiamo reagire. E’ stato un bel concerto, ringrazio il Comune e l’Orchestra. La mia querelle con Michael Jackson. Canto per non annoiarmi». Gossip, stampa, una carrambata e una telefonata quarant’anni fa.

 «Di beneficienza ne ho fatta, ma mi hanno insegnato che questa si fa senza farlo sapere a mari e monti!». Al Bano, un giorno in tv dalla sua Cellino San Marco, collegato con Mediaset e Rai, e lo stesso giorno, nel pomeriggio, a Taranto, per un concerto sulla Rotonda del Lungomare organizzato dal Comune di Taranto per celebrare la fine del “confinamento” imposto dal Covid.

Accompagnato dall’Orchestra della Magna Grecia, il popolare artista pugliese offrirà alcuni sprazzi di una carriera più che cinquantennale. Due battute, anche tre, con noi, considerando un’amicizia che risale a tempi non sospetti, dalla Baby Records di Freddy Naggiar, primi Anni 80, passando per Cgd, Warner e Sony Music. Durante la chiacchierata, approfitteremo anche per un colpo di scena e un argomento ancora oggi spinoso.

Ma l’approccio è con il sociale, il suo impegno. «Portai in tribunale Michael Jackson, a causa del plagio della mia canzone “I cigni di Balaka” – ricorda Al Bano – identica alla sua “Will you be there”: solo che la mia canzone era uscita cinque anni prima; sulle prime vinsi il ricorso, il Tribunale in Italia sospese la vendita del disco di Jackson: se la sentenza definitiva avesse confermato le mie ragioni avrei devoluto in beneficenza il risarcimento chiesto per plagio: era diventata una questione di principio, su questo non derogo, ho rispetto per gli altri, così mi piacerebbe che gli altri avessero lo stesso rispetto nei miei confronti».ALBANO COVER 3 - 1MICHAEL JACKSON IN TRIBUNALE

Lei non si era accorto del pezzo. «Sono abituato a scrivere – il punto di vista di Al Bano – e non ad ascoltare quello che fanno gli altri, cerco di essere il più originale possibile: certo ho una mia idea sulla musica, la melodia, che poi ha le radici nel melodramma italiano, da Puccini a Rossini; fu mio figlio Yari, in quel periodo negli Stati Uniti, ad avvisarmi: “Papà, senti la canzone di Michael Jackson, sembra la versione inglese dei “Cigni”!”, mi disse. Resto della mia convinzione, ci sono troppe similitudini fra le due canzoni, provate a sentire anche il testo…».

Al Bano, non si ricorderà, sono trascorsi poco meno di quarant’anni. Era il ’92, quando fece ricorso alla Pretura di Roma. Mi telefonò personalmente per ringraziarmi di un mio articolo pubblicato a proposito della querelle… «Non sottovalutare la mia memoria, certo che mi ricordo: non ho difficoltà, anche perché sei stato uno dei due, tre giornalisti che intanto hanno ascoltato la mia canzone – credo che molti tuoi colleghi non si siano nemmeno scomodati a fare il confronto fra i due brani in causa, mi sono andati contro a prescindere… – e hanno preso le mie difese circostanziando l’articolo con ipotesi condivisibili; voglio stupirti: parlava di musicisti che avevano lavorato ai miei dischi registrati in Germania e che, successivamente, avevano collaborato con Michael Jackson! E’ così? Risposta esatta, ho vinto qualcosa?».

Provo a stupirti io, ora, maestro. Da quanto non senti Giancarlo Lucariello, tuo produttore di un gioiello come “E’ la mia vita”.

«Non lo sento da tanto, piuttosto che fa ora Lucariello? Persona straordinaria, un vero signore, lui aveva prodotto Maurizio Fabrizio, che poi ha scritto fra le altre “Almeno tu nell’universo” per Mia Martini e “I migliori anni della nostra vita”, mica noccioline! Bene, Fabrizio aveva scritto per me una musica straordinaria e Giuseppe Marino un testo di identica bellezza: raccontava la mia esistenza e un dolore immenso; un brano per intensità paragonabile alla tradizione dei nostri grandi operisti dell’Ottocento: portai la canzone al Festival della canzone italiana, la giuria votò gli artisti in gara più che le canzoni: mi classificai settimo, ma credo che di quel Sanremo la gente ricordi più la mia performance che non i primi sei classificati…».

LUCARIELLO, GRANDE PRODUTTORE!

Al Bano, ci stupisce. Allora, oso una carrambata. «Maestro, Giancarlo Lucariello al cellulare!». Glielo passo. «Professo’…Ci voleva un tarantino per farti uscire dalla tana, come stai?», attacca il cantante. La conversazione è privata, prima di allontanarci di qualche metro raccogliamo solo l’accenno da parte del cantante al malore che lo portò al Santo Spirito durante un concerto di beneficenza alle porte del Vaticano. Quando si riavvicina, al cellulare sta facendo cenno al suo stato di forma. Evidentemente il produttore di Pooh, Bosé, Toquinho, Fogli, Alice, Togni, Giorgia, si è complimentato con Al Bano per il suo stato di forma. «Ho perso cinque chili, si sta meglio c… Ne perdo altri cinque e sto da dio!».

Al Bano fa le prove. Selfie a decine. Alla faccia degli snob, l’artista di Cellino ha sempre grande appeal. Non solo fa notizia, ma è il più ricercato per foto-ricordo. «Volevo fare le prove con l’orchestra – dice – vedere quanto potesse incidere ‘sto distanziamento a causa del coronavirus che ci sta distruggendo la vita: sono pienamente soddisfatto, dei maestri e dell’impianto sonoro, e se permettete anche della mia performance; ho provato tutte le canzoni di stasera, mica una sola; se sono arrivato a questa – “veneranda” si può dire? – età evidentemente dal punto di vista artistico non mi sono mai risparmiato. La pandemia stava demolendo alcune mie convinzioni in fatto di attività, che danno lavoro a decine di persone con famiglia: i ragazzi hanno reagito, io gli sto accanto, non li lascio».ALBANO COVER 2 - 1GOSSIP, PROVOCAZIONI A PALLA

A proposito, non ha un buon rapporto con il gossip. «Non è come un virus – argomenta Al Bano – ma fa danni incalcolabili: capisco che certa stampa deve lavorare, ma inventarsi un romanzo, sbatterti in prima pagina e riempire una rivista per una sola espressione del viso, scrivere di crisi, riappacificazioni, liti, separazioni, non è esagerato? Posso dire “E che palle!”? Non mi piacciono gli usi strumentali, le aggressioni fisiche, verbali, quando ti accerchiano, ti spingono, sollecitano una tua reazione: quello non va bene, magari sanno che io ho rispetto, ma quando mi provocano esplodo di rabbia e, allora, reagisco!».

Il gossip, diceva. «Le faccio un paio di esempi: la crisi del settore turistico, il parco di Cellino e le attività ad esso legate; non ho mai pensato di abbandonare dei lavoratori al proprio destino, del resto state parlando con un emigrante, uno che si è fatto in quattro, ha fatto mille sacrifici, il cameriere al mattino, il cantante la sera per inseguire un sogno: dunque, sono vicino ai ragazzi; altra cosa, la pensione: a domanda ho risposto, millecinquencento euro al mese, per uno che ha lavorato sessant’anni, girato il mondo almeno una decina di volte, fatto migliaia di serate e concerti, dunque rispettato la parte contributiva, può esclamare che rispetto a politici e altra gente dello spettacolo, ho una pensione quantomeno discutibile? Ci sarà un motivo se continuo a lavorare ancora oggi, no?».

Cosa farà, allora, da grande Al Bano? «Fino a quando testa e voce me lo consentiranno, proseguirò. La mia vita è stata sempre dinamica, se mi fermassi mi ammalerei di noia…»

Battisti a Chiatona

Lucio, nel ’69 in spiaggia a due passi da Taranto

Il Comune di Palagiano commissiona un murales. In due mettono in rete pensieri e parole, e scatti in bianco e nero. Una casa in via Vespucci, un asciugamano steso in spiaggia, una tintarella appena oscurata da una dozzina di bagnanti. L’artista di “Emozioni” che sorride di fronte a tanto affetto e tanta curiosità. Sognando che “Acqua azzurra, acqua chiara”…

Un pugno di foto in bianco e nero,  pose ingenue tipiche degli Anni Sessanta. E un graffito, stavolta a colori, didascalico (“Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi…Emozioni”) commissionato dal Comune di Palagiano a Carlo Casamassima. Tanto che l’idea, lodevole senza dubbio, assomiglia più a un 3×6 di quelli che incrociamo negli aeroporti di Termini o Linate, piuttosto che un omaggio originale all’artista di Poggio Bustone, che a Chiatona avrebbe messo radici a una incollatura dagli Anni 70.

Tempi di “Acqua azzurra acqua chiara” e “Mi ritorni in mente”. Due successi che Lelio Luttazzi strillava nella sua radiofonica “Hiiiiit Parade”. La spiaggia sarebbe a due passi da una casa in affitto in via Vespucci, una storia che fra pensieri e parole racontano Claudio Mauceri e Andrea Carbotti, che hanno messo in rete storia e foto. E bene hanno fatto a ricomporre i pezzi di quello storico mosaico. Considerando che Battisti non è mai stato un soggetto facile. Lo racconta la sua storia, un tipo da maneggiare con molta cura. Per dirne una, anzi due: Lucio non accettò una milionaria produzione americana, perché non gli piaceva l’idea che qualcuno intascasse un quarto del frutto scaturito dal suo genio e da quello di Mogol, con il quale aveva stretto una grande amicizia; l’artista di “Un’avventura”, presentata quell’anno nel suo unico Festival di Sanremo, un bel giorno decise di dire addio ai concerti, alla tv e ritirarsi in collina, a Dosso di Coroldo, vicino Como, perché troppo criticato per la sua voce. Due le storiche apparizioni in Rai: “Speciale per voi”, con Renzo Arbore, e “Teatro 10”, con Alberto Lupo e Mina. Proprio con quest’ultima, la Tigre di Cremona, escogitò un piano di fuga dalle pagine dei giornali e dalla tv. Per sempre.

Battisti 2 - 1

QUEL BATTISTI LA’…

Anche per questo motivo hanno grande valore pensieri e parole sul soggiorno di Battisti a Chiatona. Può essere uno spot e, in parte, già lo è. Magari questa estate non ancora aperta all’intero mondo, causa Covid, non sarà quella giusta, ma un primo tassello è stato posto. Per il prossimo anno ci aspettiamo più murales e più “sottopassi” dedicati alle canzoni di “…quel Battisti là…”.

Vietato sognare che la moglie di Battisti, Grazia Letizia Veronese, già autrice dei testi dell’album “E già”, un giorno “scenda” a Palagiano a ritirare una cittadinanza onoraria in memoria dell’artista dalle mille canzoni. Scordiamocelo.

Provate solo a pensare al Comune di Molteno, che lo ha in qualche modo ospitato per decenni in un’ala del paese. L’Amministrazione avrebbe voluto organizzare una rassegna in onore di Lucio. Diffidata. Battisti, con la sua straordinaria ironia, perché era un “battutaro”, avrebbe fulminato chiunque, alla romana, con un bel “Ahò, nun c’è trippa per gatti…”.

Un po’ gli capitò di fare a “Speciale per voi”, seccato da tante chiacchiere sulla sua voce, che secondo chi scrive è, invece, l’arma in più, quella vernice che sporca, macchia un affresco, rendendolo unico. Come fosse un’impronta al centro di un capolavoro. Battisti è così. “Io propongo delle cose: vi emozionano, vi piacciono, sì o no?”, la filippica con cui interruppe sul nascere le prime, sterili polemiche. Del resto, venticinque milioni di copie vendute, non sono un numero trascurabile.

Rispettando le volontà del compagno di una vita, Grazia, immortalata negli scatti, pare, presta molta attenzione a iniziative, concorsi, tributi, fiere, impiego dell’immagine, titoli di spettacoli, qualsiasi cosa porti il nome dell’autore di “Emozioni”, tanto amata di Pete Townshend degli Who.

PERCHÉ NO UN “IO C’ERO!”?

Dunque, dimentichiamoci che la signora Battisti, come fosse un notaio, certifichi quelle foto e autorizzi a farne un uso anche moderato. Certo, non può impedirne la pubblicazione, sono foto scattate in un luogo pubblico e, pare, anche con una discreta, ma sostanziale partecipazione dello stesso artista. Pertanto, lunga vita a quegli scatti. E se ci scappano due, tre murales o il ricampionamento di quelle immagini e quella storia, che sarà mai. Del resto, purché non ci sia business, si potranno rendere pensieri e parole a scopo puramente benefico in onore di un artista che appartiene a tutti e in Italia ha avuto un impatto simile a quello dei Beatles in tutto il mondo.

Così, bene Chiatona, bene Palagiano. Forza intramontabile Battisti. Anzi, perché non scrivere un libriccino della serie “Io c’ero”? Certo, nella foto c’è una dozzina di bagnanti e, alla fine, ne troveremo mille di signori che quell’estate indossavano costume e tintarella, a raccontare la loro angolazione di quella giornata piena di sole.

Detto, però, fuori dai denti, fosse andata secondo aneddoto, chi ha amato Battisti proverà un po’ di invidia nei confronti di quei signori per quell’incontro ravvicinato. E pure andando indietro con quell’“affetto della memoria” che tanto piaceva a Modugno, se la storia diventasse romanzo, il romanzo leggenda, ci sta bene lo stesso.

Basta che a nessuno ritorni in mente di scrivere o cantare una canzone su quell’episodio estivo. Facciamo in modo che Lucio resti così, steso sulla spiaggia, sorridente di quell’accerchiamento pieno di stupore e affetto, nel cuore e nell’anima.

«Quasi quasi…»

Fadi e Jinah, egiziani, delusi dall’Italia, pensano al ritorno a casa

«Faccio il pizzaiolo, in un localetto che ora mantengo con enormi sacrifici. Un socio italiano mi ha mollato in un mare di problemi e debiti. Volevo fare il salto di qualità, assicurare una vita decorosa a mia moglie e i miei due ragazzi, niente da fare…»

«Quasi quasi…». Brutta cosa questa premessa, sa di sconfitta e, in realtà, suona come tale. E’ una frase che nel nostro ragionamento senza rete ricorre spesso. Il protagonista di questa storia se ne sta nel suo localetto sulla Litoranea, un pugno di chilometri da Taranto.

«Macché Alessandria d’Egitto, come dite qua: al Cairo me ne torno!». Fadi, quarantadue anni, da una ventina in Italia, pizzaiolo a tempo pieno – per qualche tempo un’attività in società con un italiano che non si sa che fine abbia fatto – se questo tempo glielo permettesse, è risoluto, non fa giri di parole. Risolve l’imbarazzo di chi gli chiede qualcosa in più di una normale chiacchierata, con una battuta, forse la più famosa dalle nostre parti. La sua è una storia come quella di tanti commercianti, che nel periodo di contagio da Covid-19, hanno visto crollare vertiginosamente i propri affari, fino a sotto lo zero.

«Quando si chiudono le saracinesche senza sapere quando e se le aprirai, la tua storia si fa dramma: è un po’ che io e mia moglie Jinah ne parliamo, siamo ridotti ai minimi termini: non si lavora, nemmeno la riapertura con servizio a domicilio prima, con i tavolini sul marciapiedi ora, si fanno i numeri di una volta, quasi quasi torniamo a casa».

Hanno due ragazzi, Fadi e Jinah. Quelli che un tempo erano marmocchi, sono nati e cresciuti qua. «Eravamo fidanzati – spiega – pensavamo di farcela trasferendoci in Italia: allora non c’era diffidenza nei confronti di chi veniva dall’Africa, magari perché la situazione era sotto controllo, qui arrivava solo chi aveva davvero voglia di lavorare; ora c’è…casino: so che non è una parola bella nella vostra lingua, ma è uno dei primi sostantivi che ho imparato non appena arrivato in Italia; per voi non è mai confusione, è un casino, parola più appropriata non c’è perché adesso quella confusione che si faceva spazio nelle nostre menti, quelle mia e di mia moglie, è un vero casino!».

MA DAVVERO, FADI?

Davvero vuoi andartene, Fadi? «Aspetto ancora qualche mese, magari c’è una piccola ripresa del lavoro, ma non la vedo bene, passo un sacco di tempo con le mai in mano, cioè senza far niente, poi mi dico: quasi quasi facciamo le valigie e via…».

C’è più di qualche ragione nel suo rammarico, anzi per dirla alla sua maniera, altro che disappunto, Fadi è «incazzato» davvero. «Accidenti a me e quel giorno che ho deciso di fare un passo avanti, provare a migliorare il tenore di vita mio, mia moglie e dei miei due figli; dopo aver fatto il lavapiatti, l’aiuto cuoco e, infine, imparato il mestiere di pizzaiolo con un corso di formazione con la Confcommercio di qua, un po’ di anni fa, sono arrivato dove in qualche modo volevo arrivare: a fare il pizzaiolo; avevo un po’ più di tempo per la famiglia, più o meno mille euro al mese, più le mance che in un mese oscillavano fra i centocinquanta e i duecento euro, niente male: non facevamo una gran vita, ma con qualcosa che guadagnava Fadi facendo le pulizie mettevamo soldi da parte».

Poi la svolta, pare di capire. «Certo, incontro il titolare di un localetto, francamente in condizioni non incoraggianti: non aveva manodopera, allora ci siamo stretti la mano, abbiamo firmato un po’ di carte e diventati soci; è durato due anni, nonostante si lavorasse i soldi non bastavano mai, le bollette di acqua e luce, i rifornitori, li pagavamo sempre più in ritardo; una volta ci staccarono la luce, i soldi per pagare la bolletta, li aveva persi…così mi disse; io ci ho creduto poco a questa storia, ma alla fine quando la cosa stava per ripetersi, lui, il socio, è sparito di punto in bianco, lasciandomi nei guai: ogni mattina davanti al locale, i rifornitori che chiedevano il conto».

Fadi ispirava comunque fiducia. «Non c’era altra strada – ammette – dovevano credermi, altrimenti che cosa avrebbero potuto farmi, picchiarmi? Alla fine, ci siamo messi sotto, io e mia moglie abbiamo raddoppiato gli sforzi, pagato poco per volta i rifornitori, quelli che ci portavano farina, acqua minerale, birra, e abbiamo ripreso a respirare: evidentemente abbiamo una cattiva stella, perché si è abbattuto il Covid e abbiamo dovuto chiudere: è lì che abbiamo maturato l’idea del “quasi quasi”…».

MANGIAVAMO CON 300 EURO…

Soldi per pagare le utenze e le società che vi avevano assistito, non ne avevate più. «Mi vergogno a dirlo – china il capo, il pizzaiolo egiziano – ma in casa abbiamo campato con trecento euro al mese, mangiato anche una sola volta al giorno: il “socio”, chi lo ha visto più, dileguato, aveva spiccato il volo, volatilizzato, appunto…».

E ora, si fa largo la sconfitta. «E’ triste ammetterlo – confessa – non vedo altre vie d’uscita, il governo ha speso parole d’elogio nei confronti delle piccole imprese, ma io che mi sono rivolto a un patronato, non ho avuto un solo euro: c’era sempre qualche problema».

Quasi quasi, dice Fadi. «Aspetto che finisca l’estate, dovesse andare avanti così, non c’è via d’uscita, ho pagato a caro prezzo la presunzione che dopo venti anni potevo fare appena qualcosa di meglio per la mia famiglia; nella sfortuna, mi ha detto un amico ragioniere, mi è anche andata bene: se solo il mio socio avesse fatto debiti su debiti, sparito lui a me sarebbe toccato pagare, con soldi o con una condanna per truffa…».

Viste le citazioni, gli indichiamo la storia del bicchiere mezzo pieno. «Conosco – conclude Fadi – ma non vedo sereno all’orizzonte, questa dovrebbe essere un’estate clamorosa, ma così non è, stando a quello che dicono i colleghi: la litoranea è solo una strada di passaggio; io e Jinah ci guardiamo spesso in faccia, facciamo a turno ad abbassare il capo, una volta è lei ad arrendersi, una volta io… così, ci diciamo, quasi quasi…».

«Puglia, uno spettacolo!»

Intervista a Loredana Capone, assessore regionale all’Industria turistica e culturale.

«Non c’è altra regione come la nostra: guardi l’alba sull’Adriatico e il tramonto sullo Jonio. E’ stata dura ma ci stiamo riprendendo. Una mano agli operatori. Il presidente Emiliano e quel documento coraggioso che ha contenuto i contagi. Vacanze nella mia terra, che sa stupirmi continuamente».

La Puglia, la regione più bella d’Italia. Non solo, lo dicono gli americani. La nostra penisola è la più bella del mondo, potrebbe vivere di bellezze naturali, cultura e gastronomia. Insomma, Puglia, come te non c’è nessuna. Così a chi faceva di turismo e cultura il suo principale sostegno, ha risentito della crisi provocata dal lockdown. Come sentiremo, anche grazie a documenti coraggiosi e ordinanze regionali, il contagio da Covid è stato contenuto. Loredana Capone, assessore regionale con delega all’Industria turistica e culturale. Assessore, entriamo subito in partita. Emergenza-Covid, ormai alle nostra spalle o viaggia ancora accanto a noi?

«Il Covid sarà alle nostre spalle potremo dirlo solo quando avremo trovato un rimedio, un vaccino, dunque quando sarà superato il problema; al momento ci sono regioni italiane che, purtroppo, registrano ancora contagi e decessi; non possiamo e non dobbiamo perdere di vista cautela, accortezze e responsabilità, pertanto facciamo attenzione, riapriamo le attività nel rispetto delle misure necessarie ancora esistenti in materia di sicurezza sanitaria».

Volessimo fare un riassunto delle puntate, prima e durante il Covid, in termini economici. In che condizioni era la Puglia, poi gli aiuti, infine l’idea di ripresa.

«Sviluppo eccellente, in particolare nel turismo e nel settore culturale; lo stesso la disponibilità dei turisti stranieri nello scegliere la nostra regione, confermando che la Puglia è la regione più ambita d’Italia, specie negli ultimi anni con l’incremento del turismo straniero in percentuali a due cifre; a detta degli stessi operatori, nel periodo precedente al Covid, le nostre strutture ricettive avevano prenotazioni superiori al 20% rispetto allo scorso anno; purtroppo, inatteso, sull’industria del turismo si è abbattuto il lockdown, il momento di chiusura: chiusi aeroporti nazionali e internazionali, porti, abbiamo avuto un abbattimento gravissimo nelle prenotazioni; oggi stiamo incoraggiando la ripresa con un sistema di aiuti a sostegno delle imprese, manifestando in concreto vicinanza a quanti hanno subito gravi danni economici senza contare che, chissà per quanto ancora, dovremo subirne gli effetti».

Stato e Regione hanno messo in campo misure straordinarie, per evitare danni più gravi.

«La sola Puglia ha attivato un sostegno di 850milioni di euro a favore delle imprese e di quanti si trovano in uno stato di disagio. Per cultura e turismo un Piano straordinario ci sta aiutando ad uscire fuori da un percorso insidioso. Ora prevediamo una grande attività di promozione mediante tv e stampa; ci stiamo attivando anche perché ci sia un sollecito ripristino dei voli…».

Assessore, si è fatto un’idea sulla cancellazione del volo diretto Milano-Brindisi?

«Il problema è con Alitalia, che ci aveva garantito  due voli, uno per Roma e uno per Milano, con possibilità di incrementarne il numero: questo, purtroppo, non è accaduto, sappiamo di voli cancellati, nonostante la Puglia meriti un’attenzione maggiore da parte della compagnia di bandiera; per avere movimentazione nei nostri aeroporti abbiamo sostenuto fortemente anche le compagnie low-cost, ma se Roma e Milano non rivestono il ruolo di scambio con i voli che giungono da ogni parte, vorrà dire che torneremo a farci sentire, del resto non abbiamo l’alta velocità».CAPONE - 1Cosa ha imparato da un’esperienza della quale avrebbe fatto pure a meno? Un documento che più di altri l’ha resa orgogliosa.

«Orgogliosa di aver dedicato tre mesi al rapporto con i cittadini; ascoltare la gente e portare ad essa una parola di conforto in un momento così delicato credo sia stato fondamentale; se c’è un documento che sancisce l’amore per la nostra comunità e, nello stesso tempo, un’accortezza amministrativa, è stato quello del presidente Michele Emiliano, quando appena prima del lockdownha disposto la quarantena per quanti, a migliaia, arrivavano in Puglia: questo ha evitato ulteriori focolai, ha limitato i danni. Altro motivo di orgoglio: la ripartenza, avendo la possibilità di arrivare per primi a riaprire le attività, sia pure con un tentativo di uniformarci a livello nazionale, ma fornendo al nostro Paese un nostro contributo con il professor Pier Luigi Lopalco. Abbiamo bisogno dell’economia, della ripartenza: non possiamo morire di fame, come ha detto qualcuno; da qui l’invito a chi ha ripreso a lavorare, massima prudenza e osservare le cautele del caso».

Industria turistica e culturale, ruolo strategico per l’economia regionale. Spiagge e lidi, strutture ricettive, un compito non semplice sul come ridistribuire occasioni economiche per il rilancio di un settore fondamentale per la Puglia.

«E’ il momento di ricominciare a lavorare. La riapertura degli stabilimenti balneari aiuta a comprendere che la gente ha bisogno di tornare a godere della bellezza del nostro mare, definito insieme con quello della Sardegna il più bello d’Italia: ci rendiamo conto che gli operatori stanno facendo sacrifici enormi, perché si sono ridotti i guadagni e aumentati i costi; per questo motivo le misure messe in campo ci stanno dando modo di stare accanto alle imprese che danno anche lavoro: da soli non si può stare, c’è bisogno di vicinanza, della solidarietà delle persone, delle istituzioni: una simile calamità si può affrontare solo se si sta tutti uniti».

 La Regione si è già spesa per una campagna a sostegno della ripresa. Dovesse pensare a uno spot, una frase che riassuma il rilancio della Puglia, fra arte e bellezza, mare e gastronomia, manufatti e masserie.

«Venite in Puglia, lo spettacolo è ovunque! E’ il nostro claim, la richiesta: lo spettacolo trovi nella bellezza del paesaggio, nell’area della Murgia, nei trulli della Valle d’Itria, con i suoi paesaggi straordinari; nel Salento, macchie di boschi, chiese, muretti a secco, il Gargano e la foresta umbra; in terra di Bari, da Polignano a Monopoli; nella Bat, da Trani a Barletta, proseguendo con la bontà dei nostri prodotti, la nostra cucina: vini rosati, mozzarelle, prodotti da forno; non è un caso che quanti visitano la Puglia, tornano, o prendono addirittura casa».

Con tutta la privacy di questo mondo, assessore, dove trascorrerà qualche giorno di vacanza? Non dica in Sardegna o Caraibi…

«Nemmeno per sogno, le mie vacanze sempre in Puglia, qui scopro sempre luoghi nuovi; per quanto l’abbia girata in lungo e largo, non c’è momento in cui non mi stupisca. Credo abbia ragione quell’autore che ha detto “il vero viaggio è quello in cui guardi con occhi nuovi”. La Puglia ha una bellezza che mi entusiasma ogni giorno che passa: non ho mai smesso di stupirmi, da noi è una meraviglia anche la luce; solo qui puoi godere l’alba sull’Adriatico e il tramonto sullo Jonio; poi a seconda del vento puoi scegliere la spiaggia sulla quale stenderti al sole; costa alta e costa bassa, sabbia bianca, meravigliosa, e calcarea: la Puglia è così, una bellezza infinita».

Infine, misure per i locali da ballo, artisti, complessi musicali e orchestre, è stato un bell’esempio per aiutare le eccellenze che hanno segnato il passo in modo inatteso.

«Stiamo ricominciando con le attività musicali, l’Orchestra della Magna Grecia ha intonato la ripresa in modo straordinario; in cantiere il Festival del libro possibile, il Festival del cinema; ora le riaperture, con prudenza: vogliamo che tutte le nostre attività riprendano in modo ragionato, perché le eccellenze di Puglia hanno il compito di restare nel cuore dei cittadini pugliesi e dei turisti».

«Dall’acciaio alla tavola!»

Cataldo e Marco, ex ilva, dal siderurgico alla ristorazione

«Con la buonuscita abbiamo aperto un locale in pieno centro. Lavoriamo in cinque, senza la pressione di orari e in testa l’idea che quella fabbrica provoca dolore. Con i vicini grande affiatamento, una signora ci ha assistito per tutto il periodo dei lavori. Enel e AQP hanno rallentato, ora va meglio. Il nome dell’attività, non volendo, ce lo hanno suggerito i nostri ex colleghi…»

La prima frittura «alla signora di sopra». Non ha un nome, l’inquilina del primo piano, in testa alla loro attività, “A casa vostra”, ma che il cielo la benedica, è stata lei, «la signora di sopra», a dare per prima una mano a due giovani imprenditori, ex dipendenti dell’ex Ilva.

Perché loro, Cataldo Ranieri, cinquant’anni, e Marco Tomasicchio, quarantaquattro, titolari dell’attività di ristorazione con sede in via De Cesare a un fiato da via D’Aquino, prima del passaggio Ilva-Arcelor Mittal, avevano già assunto la loro decisione. «Saggia o no – dice Marco – lo dirà il tempo, sta di fatto che abbiamo preso coraggio a due mani e all’azienda ci siamo quasi indicati come “esuberi”: se c’è l’occasione di andare via a condizioni ragionevoli, lo facciamo di corsa, stanchi di un lavoro che non sentivamo più nostro».

«Ero diventato il ritratto dell’incupimento – dice Cataldo – già triste di primo mattino, prima di andare al lavoro: dopo la mia attività politica, all’interno di quella che era l’Ilva, nessuno più mi rivolgeva parola, eppure la lotta con “Liberi e pensanti” l’avevo fatta anche per loro, i miei colleghi; a quel punto, con Marco e le nostre rispettive famiglie, abbiamo fatto una scelta precisa, rivoluzionato la nostra vita e investito la buonuscita nella cucina tradizionale: “A casa vostra”, appunto».

Un menù che tiene conto di almeno tre intenzioni: “primo” mare, “primo” terra e “alla poverella”. «Tutto a prezzi ragionevoli – puntualizza Cataldo – lo scopo di questa attività è tirare fuori uno stipendio per ciascuno di noi, lontani dalla fabbrica di veleni…».OPERAI - 1NIENTE PIU’ SIDERURGICO

Cataldo, dente avvelenato. «Non voglio più parlarne – prova a prendere le distanze da un tema che, si vede, gli sta ancora a cuore, eccome – io e il mio socio abbiamo voltato pagina, guardiamo al futuro: avremmo dovuto aprire lo scorso marzo, poi il Covid-19 ha fatto slittare l’apertura a venerdì 19 giugno: prove generali con familiari e amici stretti, se non altro per ottimizzare i tempi fra cucina e tavoli». I tavoli, colori e sedie assortite. Proprio come da brand dell’attività. La gente si riconosce in quei complementi d’arredo. «Queste sono le sedie che aveva mamma in cucina!» dice, infatti, una signora; «Il tavolo con qualcosa che sa di formica, puro stile Anni Settanta!», esclama un altro signore. «Abbiamo in qualche modo capovolto il mondo – dice ancora Marco – invece di abbellire le pareti, abbiamo abbellito il soffitto: chi alza la testa si accorgerà che avvitato al soffitto c’è un tavolo con quattro sedie, il tutto allestito a testa in giù; anche un pendolo è capovolto, un giradischi, il resto lo scopriranno sera dopo sera quanti verranno a trovarci». Un po’ di autopromozione non guasta.

Una bimba regala ad uno dei due titolari un disegno colorato. Un quadretto, con l’intero staff e una scritta: “Buona fortuna!”. «Questo lo appendiamo – parola di Cataldo – la bambina ci ha commosso, era venuta insieme con mamma e papà a trovarci; loro, i piccoli, che hanno una sensibilità non comune rispetto ai cosiddetti grandi, deve avere afferrato il senso che il nostro locale è una scommessa: presumo che da qui sia scaturito un augurio del quale sentiamo il bisogno…».

A proposito di staff. Di solito in cinque, oltre a Marco e Cataldo, Claudio lo chef, Adele suo “aiuto” e Luigi, una vera scoperta dei due neoristoratori, diventano in sei nel fine-settimana. “A casa vostra”, originale il nome dell’attività. «Diciamo che ce lo hanno quasi suggerito i nostri ex colleghi di stabilimento – dicono Marco e Cataldo – quando dicevamo che l’acciaieria doveva chiudere e lo Stato avrebbe dovuto fare opera di riconversione, la risposta dei nostri compagni di reparto era più o meno la stessa: “Se chiude l’Ilva, che facciamo, veniamo a mangiare a casa vostra?”, ecco la ragione sociale, bell’e pronta».

AFFETTO E CURIOSITA’

L’affetto della gente che si affaccia in quel locale nel quale aveva sede un altro brand storico della città, il Bar Principe, è sincero. Non è solo curiosità. A Taranto si dice, di solito, «Avete fatto bello!»: dice poco e dice tutto, i tarantini sono di poche parole. E di molti fatti, spera la squadra del locale nel quale si ospitano solo piatti di cucina tradizionale, come da insegna esterna. «Avevamo visto altri locali in centro – spiega Aldo – quello dove ha sede la nostra attività, aperta la saracinesca, ci aveva spaventati: c’era da buttare giù tutto e rifare l’intero impianto, a norma: Acquedotto ed Enel, quanta burocrazia, hanno rallentato l’apertura e, forse, è stato meglio così; avessimo aperto in pieno Covid-19, avremmo potuto chiudere prima di aprire; invece, eccoci qua, da venerdì scorso pronti alla sfida in questo secondo tempo della nostra vita».

Gli altri locali forse erano anche accoglienti, ma quell’immobile rimesso in sesto con accorgimenti vintage, intrigava i due titolari. «Siamo tornati in via De Cesare – concludono i due soci – ci siamo rimboccati le maniche: amiamo le sfide, così abbiamo rifatto tutto di sana pianta, affidandoci a professionisti per le cose che non erano di nostra competenza: ma che incoraggiamento i vicini!».

E “la signora di sopra”? «“Ragazzi se avete bisogno di acqua, non abbiate timore, chiedete!” – concludono i due titolari, Cataldo e Marco – così impastavamo e, all’ora di pranzo, ancora a lavoro, prendevamo coraggio e salivamo dalla signora, al primo piano: “Signora, non ci mandi al diavolo, ci serve un po’ d’acqua, l’AQP non ci ha ancora allacciato l’utenza!”. E lei, “E che problema c’è? Volete accomodarvi a tavola?”. Diciamo che sederci e pranzare sarebbe stato davvero troppo. Così, la prima “frizzòla” di pesce fritto è stato per lei». E che questo sia di buon auspicio…

«Orgoglio e dignità»

Mazu, in Italia da cinque anni

Trent’anni, maliano, di fede musulmana, dal primo giorno ha solo avuto in testa l’Italia e Taranto. «Qui mi sono trovato subito bene. Ogni tanto qualche frase un po’…così, ma con tutti i tarantini ho un buon rapporto. Conosco perfino le loro espressioni. Un lavoro, non stabile, purchè riesca a sostenermi da solo: non voglio regali, né stare con un cappello davanti a bar o supermercati»

Un lavoro, anche modesto. Stare con un cappello davanti a un bar o un supermercato, nemmeno a parlarne. Orgoglio e dignità. Muza, maliano, trent’anni, fede musulmana, ha nella mente pochi, ma sicuri obiettivi. Intanto restare in Italia. Perfezionare il suo italiano, oggi, non solo accettabile, ma ottimo.

Lo avevamo conosciuto qualche anno fa. Ragazzo vivace, uno di quelli che ha chiaro in testa «cosa fare da grande». Ce lo disse lui stesso all’epoca, lo conferma a distanza di tempo da quella chiacchierata nella quale si spiegò ai connazionali, agli agenti di polizia locale, che presidiavano un improvvisato sit-in. «Oggi non lo rifarei – spiega – per molte ragioni: la prima delle quali è il sentirmi come se fossi a casa: non che nel mio villaggio, in Mali, avessi chissà quali comodità, ma quella forma di protesta, che poi protesta non era, non la ripeterei; con i miei amici venuti dal Nord Africa in cerca di speranza, ci sentivamo isolati, quasi lasciato soli al nostro destino: evidentemente se sono ancora qui non sono stato abbandonato, anzi, sono stato seguito perché godessi di ospitalità e rispetto, due princìpi dietro ai quali sono andato dal giorno in cui mi sono messo in viaggio per l’Italia».

Taranto è la sua città. «La vivo come può viverla uno straniero come me – dice Mazu – che non può passare inosservato, intanto per il colore della sua pelle, poi per qualche cittadino – ma poca cosa, sento di essere benvoluto, rispettato, dalla stragrande maggioranza dei tarantini – che ogni tanto si lascia andare a qualche battuta un po’ fuori dal seminato».

PROVAVO A NASCONDERMI…

Un esempio, una frase. «I primi tempi – ricorda – camminavo per strada accanto ai muri, cercavo in tutti i modi di passare inosservato, come se andassi di fretta, anche se non avevo nella testa un posto in cui sarei dovuto andare. Eppure, dico eppure, ma è una sciocchezza, c’era sempre qualcuno che trovava il sistema per cambiarmi l’umore, ma anche quella è stata una scuola, la tolleranza è una delle cose più sagge che uno straniero deve imparare: sorvolare, non dare retta al peso di una frase rispetto alle decine di incoraggiamento che incassavo da mattina a sera».

Certo che il trentenne maliano sa creare aspettativa. Fosse uno scrittore, sarebbe un giallista. Sa far montare l’interesse, prima di arrivare al nocciolo. Mazu, forza, la frase.

«“Tornatene a casa!”. Potevi avere incontrato amici  per strada, al bar, al supermercato, quella frase mi faceva star male: ecco la saggezza di cui parlavo, quella è arrivata poco per volta, alla fine ho anche compreso il risentimento di quei pochi che non vedevano di buon occhio la mia presenza e quella dei miei fratelli nordafricani a Taranto. Oggi è diverso, lo devo intanto al mio impegno: volevo imparare, e presto, l’italiano. Diventare un giorno dopo l’altro padrone della lingua e delle espressioni locali, aiuta, e tanto anche: ho tanti amici tarantini e tante volte quando batto un colpo a vuoto con il lavoro, sono loro stessi che mi aiutano».

La tua storia, il suo chiodo fisso. «Non voglio essere “un profugo”, voglio avere un nome, un cognome, una nazionalità: è per questo che mi sono battuto dal primo giorno che sono venuto in Italia, voglio avere le stesse occasioni che hanno gli altri; se ne fallissi anche una sola, rispeditemi a casa. Qualche mio connazionale era di passaggio, altri, invece, avevano scelto di restare in Italia. Io l’avevo già nella testa e nel cuore: con Taranto è stato amore a prima vista».

E’ in città da cinque anni. E conta di non trasferirsi altrove. «Mi trovo bene a Taranto – dice Muza – se non fosse che devo fare i conti con il lavoro, poco a dire il vero, ma so accontentarmi, potrei dire che sono ampiamente soddisfatto di come siano andate le cose».

POI GLI AMICI, L’ITALIANO…

Muza ha imparato bene l’italiano. Lui, come molti dei profughi viene dal Nord Africa, Paesi francofoni. Dunque, oltre al suo dialetto, parla il francese, mostra padronanza della lingua italiana. E da un po’, lo dice lo stesso interessato, conosce le «espressioni locali». «Non le parolacce – puntualizza, ride – ma le espressioni a voce alta, quando il tarantino saluta, ti dice di scansarti, di parlare a voce bassa: questione di gesti, li ho imparati di corsa e, ogni volta, è un bel ridere».

Taranto nel cuore, Muza. «Mi sono trovato subito bene – confessa – per l’accoglienza e l’affetto che tutti mi hanno dimostrato; per questo ho pensato che forse non sarebbe stata un’idea sbagliata quella di restare in questa città: ripeto, ho trovato gente di sani principi, che ha subito compreso la mia condizione».

Chi ha lasciato nel suo Paese. «Non ho genitori – racconta – lì ho lasciato il mio unico affetto, una sorella di sedici anni; farla venire qui? Non credo proprio, non vuole saperne di venire e ho grande rispetto della sua volontà anche se mi manca: è lei metà della mia famiglia».

Lavoro, Muza puntualizza, a scanso di equivoci. «Per lavoro non intendo stare con il cappello davanti a un esercizio commerciale o un supermercato, a dire “buongiorno” o “buonasera”; non lo farei mai, non ce l’ho chi lo fa, ma io sono abituato a guadagnare con il sudore della fronte; dal primo giorno ho voluto lavorare e guadagnare: non tanto, ma il giusto, quanto possa permettermi di sostenermi da solo, mangiare e dormire; migliorare, se possibile, la mia condizione, senza fare ricorso a uno di quegli assegni del governo; sono venuto in Italia per farmi una nuova vita, quella vissuta dalle mie parti non era degna di questo nome».

Dove eravamo rimasti?

Taranto riparte con tre assi della canzone

Rai, Canale 5, Italia 1, La7 e tutte le tv regionali collegate con la Città dei Due mari. Al Bano, il più ricercato e cliccato, poi Renzo Rubino e il tenore Gianluca Terranova. Settanta professori per l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano. «Ripartiamo dal sacrificio e dal lavoro di quanti non si sono mai fermati», ha dichiarato il sindaco, Rinaldo Melucci. “Costruiamo”, il sito e gli aggiornamenti giornalieri durante l’emergenza-Covid.   CONCERTO 05 - 1In queste settimane, Costruiamo Insieme, ha seguito l’evolversi della pandemia che ha attanagliato l’intero Paese. Ma anche il resto del mondo. Bollettini di guerra hanno steso intere nazioni, fra contagi, morti ed economia. E’ stata una brutta botta. Adesso l’Italia prova a riprendersi. La Puglia, come spesso riportate nelle nostre analisi riportate giornalmente su questo sito, è stata fra le regioni più virtuose. Ha saputo contenere il fenomeno rispetto al Nord. Una delle province italiane, Taranto, è stata indicata spesso come città da prendere come esempio per aver saputo assumere le contromisure per battere il coronavirus.

Proprio in un simile contesto è stato visto il concerto dal titolo “Dove eravamo rimasti”. Tanto che nella Città dei Due mari sono piombate le troupe di Rai (La vita in diretta, Tg3 Puglia), Canale 5 (Mattino 5), Italia 1 (Studio Aperto) e La7. Al centro delle dirette, lunghi scambi di battute con Al Bano, uno di casa a Taranto. Non appena è stato invitato al “concerto della ripresa”, ha subito accettato.

Taranto, dunque, ripartita dal “Dove eravamo rimasti”, un evento sulla Rotonda del Lungomare per premiare quanti, fra personale medico e paramedico, forze dell’ordine e associazioni di volontariato, che si sono spesi nella lotta al Covid-19. Sul palco tre star della canzone, fra leggera, cantautorale e lirica: Al Bano, si diceva, Renzo Rubino e Gianluca Terranova, accompagnati dall’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano.

Duecento spettatori selezionati dalle diverse categorie invitate e, in rappresentanza delle istituzioni, oltre al sindaco, Rinaldo Melucci, che insieme con l’Amministrazione comunale, ha fortemente voluto il concerto concesso a titolo gratuito a tutte le emittenti, fra tv e radio, che ne hanno avanzato richiesta, il prefetto Demetrio Martino, il questore Giuseppe Bellassai e il comandante del Comando marittimo Sud, Salvatore Vitiello.CONCERTO 01 - 1COVID ABBATTUTO

La serata promossa dal Comune di Taranto, dedicata a quanti sono stati impegnati nella lotta al Covid-19 e condotta brillantemente da Mauro Pulpito, è stata programmata su diverse emittenti televisive per evitare pericolosi assembramenti di pubblico e, dunque, consentire a chiunque di seguire in diretta l’evento dal quale la Città dei Due mari è ufficialmente ripartita dopo il periodo di confinamento.

«Ripartiamo dal sacrificio e dal lavoro di quanti, durante l’emergenza Covid-19, non si sono mai fermati», ha dichiarato il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci. Una ripresa, è stato sottolineato dal primo cittadino, «Grazie al sacrificio e al lavoro di donne e uomini che durante l’emergenza epidemiologica non si sono mai fermati; ogni operatore sanitario, ogni componente delle forze dell’ordine, ogni volontario, ha contribuito alla nostra sicurezza, rappresentando la garanzia sulla quale abbiamo costruito la speranza di poter tornare a riappropriarci della vita di sempre, celebrando questo momento con la cultura, con la musica: a queste donne e questi uomini è dedicata l’armonia e la leggerezza di una serata che riporta alla socialità, alla normalità con un ringraziamento esteso all’intera città che ha saputo essere rispettosa e collaborativa nel periodo di confinamento».

«E’ un onore riprendere l’attività con un’orchestra di settanta elementi, ma sulla perfetta riuscita dell’intesa saprò essere più preciso una volta sul posto». Al Bano aveva risposto così a Francesco Vecchi, conduttore di Mattino 5, contenitore di riferimento di Canale 5, ammiraglia Mediaset.

«Ora sì che sono in grado di dire che, se il tempo tiene, sarà una serata memorabile, per Taranto, l’Orchestra della Magna Grecia e per il sottoscritto». L’artista di Cellino San Marco, lo aveva assicurato, invece, qualche ora dopo al microfono di Rosanna Cacio, la giornalista in collegamento con Lorella Cuccarini e Alberto Matano per “La vita in diretta”.

Al Bano è così. Schietto, non fa giri di parole, l’esperienza gli ha insegnato prudenza. Non si sbilancia, nonostante l’occasione offertagli dal Comune di Taranto. Con il maestro Alterisio Paoletti, al pianoforte, ha provato i brani in scaletta: l’Ave Maria di Bach e Gounod, Va’ pensiero di Verdi, Mattino da Mattinata di Leoncavallo, poi Libertà, E’ la mia vita, Nel sole. E’ pienamente soddisfatto, Al Bano. Lo dice in tv, lo conferma durante la serata, davanti a taccuini, microfoni e telecamere che offrono la kermesse a tutto andare.CONCERTO 03 - 1UN RUBINO, FRA GLI ALTRI

Insieme con Al Bano, attrattore di tv e selfie, anche – si diceva – Renzo Rubino, che strappa applausi per il suo repertorio raffinato e un omaggio a Lucio Dalla, “Futura”, e Gianluca Terranova, tenore legato a Taranto per una serie di motivi che spiegherà dietro le quinte. Interpreta, fra le altre, le pucciniane “Nessun dorma” e “E lucevan le stelle”.

Le premesse sono buone, nuvoloni permettendo. Una bomba d’acqua si abbatte sulla Rotonda. Una sfuriata, poi, la schiarita. Pericolo scongiurato, tutto è pronto. C’è un prologo, l’Orchestra intona l’inno nazionale. Sulle note di Mameli, tutti in piedi: sindaco, prefetto, questore, tutte le autorità, civili e militari, e il personale sanitario attivo nel periodo del Covid-19. Il pubblico ha di che farsi venire i brividi. Due emozioni: “Intermezzo”, dalla Cavalleria rusticana di Mascagni a “Nuovo cinema Paradiso” di Morricone.

Tocca al tenore Terranova spiegare l’ugola. “E lucevan le stelle” dalla Tosca di Puccini e “Core ‘ngrato” di Cardillo e Cordiferro. Una scalata alle note, fra “O dolci baci, o languide carezze…” e “Catarì, pecché mm’e dice ‘sti pparole amare…”. Il tenore che in uno sceneggiato Rai fu Enrico Caruso, è soddisfatto. Non si appella al tempo. Anche se con la pioggia prima, il vento poi, a scanso di equivoci si ripara con la sua signora, Sabrina Picci, tarantina doc, nel Palazzo del Governo, di fronte alla Rotonda. «Questo palazzo – ricorda Terranova, oggi affermato in tutto il mondo – ha dato il via alla mia carriera artistica: dovevo studiare ancora, ma Angelo Rusciano, capo di gabinetto alla Provincia, nel ’94 mi ascoltò e mi indicò all’allora assessore a Cultura e spettacolo; affrontai la platea di “Provinciaestate”: da allora in poi, una escalation…».

Per Terranova, Puccini, la ciclopica “Nessun dorma”, da Turandot e un omaggio al grande Mario Costa, tarantino e autore di “Era de maggio” su testo di Salvatore Di Giacomo, a detta di molti «la più bella canzone napoletana».

Renzo Rubino lascia di sasso il pubblico. Basta che sfiori il pianoforte, crea l’atmosfera. Non solo testi e musica, la voce si conferma una delle sue grandi qualità artistiche. Inchioda il pubblico con “Ora”, “Per sempre e poi basta” e “Il postino”, poi stende il pubblico con un’affasciante versione di “Futura”. «Dalla mi aveva promesso ascoltarmi, per lui avevo riservato un tavolo al quale si sarebbe seduto una sera: alla vigilia dell’incontro, la sua scomparsa; a lui e alle persone sensibili quanto lui, dedico questa mia versione…». Per “Renzone”, i saluti del leader dei Negramaro. «Con Giuliano Sangiorgi – dice Rubino – ci sentiamo molto spesso, grande stima, grande amicizia…».CONCERTO 04 - 1SETTANTASETTE SUONATI (E CANTATI)

Al Bano, settantasette anni suonati. E cantati. Gli tocca l’“Ave Maria” di Bach e Gounod, cui seguono “Va’ pensiero” dal Nabucco di Verdi e “Mattino” dalla Mattinata di Leoncavallo, poi il crescendo con “Libertà”, la piccola-grande romanza “E’ la mia vita” e, infine, intramontabile quanto «il ragazzo che sorride», “Nel sole”.

«Quando viene sollecitata – ha dichiarato Fabiano Marti, assessore a Cultura e Sport – Taranto è una città che offre il meglio di sé. Lo racconta la storia, lo dicono i risultati ottenuti dalle tante attività che l’Amministrazione ha messo in campo per ripartire a testa alta. Anche in occasione dell’emergenza-Covid, la città ha dato una eccezionale prova di forza. Nel lavoro svolto dal Sindaco, Rinaldo Melucci, e dall’Amministrazione, insostituibile si è dimostrato il contributo di personale medico e paramedico, forze dell’ordine, volontari e operatori del sociale. Forza Taranto, ripartiamo insieme, come solo noi sappiamo fare».

«Entusiasti di aver ripreso la nostra attività – è l’opinione del direttore d’orchestra, Piero Romano – è stato bello ripartire con la squadra al gran completo, settanta professori in uno degli scenari più affascinanti della nostra città. L’idea di mollare non ci ha mai sfiorato, in questo periodo abbiamo piuttosto arricchito e rafforzato competenze e carattere. Come Orchestra della Magna Grecia, abbiamo creato gruppi di lavoro, realizzato progetti. Fra questi, “Pubblico 2.0” e “Be creative, be music”, contest a sostegno di artisti freelance realizzato con i rimborsi ai quali il nostro pubblico ha rinunciato. Ripartiamo per riprendere a scrivere pagine importanti per la musica e la cultura della nostra Italia».

Il concerto finisce sulle note di “Felicità”. Al Bano non si tira indietro, se non davanti ai selfieinvocati dal pubblico a fine serata. Va bene uno scatto, ma un concerto dedicato agli eroi della battaglia al coronavirus non può finire con un assembramento. Un abbraccio virtuale, quello sì, poi tutti a casa. La pioggia si ricorda di avere in sospeso un conticino con la piazza. Finito il concerto, i professori fanno in tempo a riporre di corsa gli strumenti nelle custodie. Piove, ma è stata una serata da incorniciare in uno scenario suggestivo, come l’affaccio sul mare della Rotonda. E la partecipazione dei tarantini nella lotta al virus.

Mangiare italiano!

Leonardo Di Caprio, ultimo simbolo “Made in Italy”

Sorpreso in un supermercato a Los Angeles. Una lattina d’olio italiano da cinque litri. Come lui, sono tanti i divi affascinati dalla nostra cucina e dai nostri prodotti. Sting, De Vito, De Niro, Madonna, Lady Gaga…

Anche Di Caprio, alla fine, capitolò. Con tanto di prova documentale, cioè foto con lui, con mascherina anti-Covid e carrello appena sbucato da un supermercato nel quale c’è tanto di quel ben di dio griffato “Made in Italy”.

Dircelo fra noi è come confermare una tesi e, allo stesso tempo, annoiarsi un po’ e correre il rischio di essere considerati compiacenti con noi stessi. Ma qua la frase scappa in automatico, una espressione che ha conferme di una certa popolarità, divi di Hollywood che promuovono il brand-Italia a livello mondiale.

Dunque, non diciamo nulla che non sia stato detto o scritto: i prodotti enogastronomici italiani sono i migliori al mondo! Lo sanno e lo confermano anche stelle internazionali, fra attori, attrici, cantanti, registi e produttori, e, ancora, imprenditori, stilisti e categorie, come dire, “elette”.  Non è una novità che, puntualmente, queste, vengano sorprese nei ristoranti dove impera la nostra cucina, alle pizzerie, rigorosamente italiane. Qualcuna di queste stelle del firmamento cinematografico (ed economico) vengono riprese, fotografate mentre nei supermercati o in negozi dedicati all’italiano, dai vini ai formaggi, dall’olio alla pasta.

Ultimo in ordine di tempo, dicevamo, Leonardo Di Caprio che, fotografato a Los Angeles e ringraziato ufficialmente da una nota azienda italiana, eccellenza nella produzione di olio. “Leonardo Di Caprio, spero abbia apprezzato il nostro Evoo!”, è il messaggio postato su Facebook, da “Olio Roi” per ringraziare l’attore. Look casual e mascherina sul volto, “Leo” è stato sorpreso col carrello pieno di prodotti nel parcheggio di “Eataly”. Borse di carta, ecologiche, come da filosofia ambientalista sostenuta da Di Caprio, spicca proprio una latta dell’olio extravergine d’oliva che l’azienda di Badalucco (Imperia) produce da cinque generazioni nella ligure valle Argentina e commercializza in tutto il mondo.

Undicimila alberi di olivo cultivar Taggiasca, tutti piantati tra i 60 e i 500 metri sopra il livello del mare, danno ogni anno origine a migliaia di lattine e bottiglie. Leonardo Di Caprio ha fatto scorta di olio, scegliendo la latta da cinque litri di “Mosto”, olio ottenuto dalla prima spremitura a freddo che, colore giallo dorato e riflessi verde, ha note pronunciate di carciofo e oliva fresca. Prezzo: settantaquattro euro.

Ma le star che adorano l’Italia sono tante. Chi, fra queste, ama il nostro Paese al punto di prendere casa, chi trascorre le sue vacanze. Chi compra la nostra moda, chi non sa dire no ad una cena italiana. Fra i prodotti preferiti: Parmigiano Reggiano e mozzarella di bufala. E non finisce qui, perché c’è chi, negli anni, ha scelto di avviare una sua produzione in territorio italiano. E’ il caso di Sting (un agriturismo in Toscana), Danny De Vito (limoncello prodotto coi limoni di Sorrento). E, ancora, Lady Gaga, Francis Ford Coppola, Robert De Niro: tutti tentati dai nostri prodotti, dalla Puglia alla Toscana, passando per la Campania.

Tra i piatti hanno la meglio gli spaghetti, diventati famosi con Alberto Sordi e “Un americano a Roma”, Totò e “Miseria e Nobiltà”. I “due spaghi” sono l’irrinunciabile pietanza di attori e modelle. Lady Gaga, in casa, non si fa mai mancare gli “spaghetti con meatballs” (polpette), Sean Connery non resiste alla tentazione e li ordina al ristorante. Arnold Schwarzenegger, poi, è un habitué del Buca di Beppo a New York, e nemmeno a dirlo, un appassionato dei suoi spaghetti. Poi c’è la cantante Madonna, che li mangia anche in una storica pubblicità di Dolce & Gabbana; Michelle Obama, che li cucina con pomodori e spinaci cotti; Gisele Bundchen e Gwyneth Paltrow, che li preparano per la famiglia. Per farla breve, la cucina italiana, prima nel mondo, è irrinunciabile. Sappiamo perfettamente cosa significhi sedersi a tavola da queste parti, in Puglia soprattutto. Prepariamoci, piuttosto, all’arrivo di truppe di divi, a breve o medio termine. Il Covid è in quarantena e molti artisti vogliono riprendere le sane e vecchie abitudini, come vivere e mangiare italiano.

«Primo amore…»

Youssef e Alì, marocchini, a Taranto per scelta

«Merito dei tarantini, generosi e rispettosi. Quattro anni fa arrivammo qui. Dormimmo per strada, poi in palestra. Molti nostri connazionali andarono via: non c’era lavoro, noi restammo, affascinati da sorrisi, strette di mano sincere e ospitalità. Non ci sbagliavamo…»

Incontrare Youssef, un marocchino, dopo quattro anni circa, da un brutto (o buono, punti di vista) giorno quando insieme con una cinquantina di connazionali pernottò a cavallo, fra un sabato e una domenica, fuori dalla stazione.

Quel giorno mostrava, orgoglioso, uno dei suoi pollicioni in su. In segno di vittoria, questo il ragazzo marocchino con un sorriso appena accennato, perché non sapeva ancora quale fosse il suo destina, e comunque la gioia nel cuore, mostrava grande ottimismo. «Il nostro sogno – spiega Youssef – era quello di fuggire dalla miseria, in molti casi alleggerire le famiglia da una bocca in più da sfamare e venire in Italia, ma anche nel resto d’Europa a cercare fortuna: qualcuno l’ha trovata, qualcuno no; molti hanno proseguito il loro cammino – quattro anni fa si potevano ancora superare i confini, non c’era la stessa ostilità o il rigore di oggi – chi in Germania, chi in Francia».

Lui, Youssef, si è stabilito a Taranto, ha trovato un lavoro. «Niente tappetti o, come dite da queste parti, “gratta-gratta” – anticipa eventuali domande il cittadino marocchino, “italiano di adozione” dice lui stesso – ho trovato lavori saltuari, prima come fattorino in una ditta di spedizioni, poi come dipendente in un supermercato; cose così, contratti brevi, perché di più non era possibile, ma mi è andata bene, specie alla luce di quanto successo in questi mesi con la paura del contagio da coronavirus: è stato un continuo sentirmi con i miei familiari che, dopo quattro anni, conto di raggiungere per pianificare meglio il nostro futuro: le condizioni per mettere radice, ci sono; anche la voglia di lavorare: ora lavoro in un ristorante, ci stiamo riprendendo poco per volta…».

CINQUANTA, UNA DOMENICA…

Ricorda i suo connazionali. «Cinquanta, più o meno, una all’esterno della stazione di Taranto: era una domenica. Qualcuno era lì da venerdì, altri da sabato; a poche centinaia di metri dal porto di Taranto, dall’hotspot realizzato appositamente per rilasciare un primo documento a quanti, migranti e con motivi diversi, erano arrivati sulle coste italiane: in maggior parte mei connazionali, poi egiziani e tunisini. Molti, anche di altra nazionalità, fuggiti dalla Libia, dove erano in atto conflitti spaventosi».

Poi, insieme con lui Alì. «Alcune donne furono assistite – ricorda il suo connazionale – ospitate nella palestra Ricciardi dal primo giorno; la struttura sportiva, meno male, la notte di venerdì al suo interno ne aveva accolti un’altra cinquantina, con un’ottantina è rimasta all’esterno». Anche Alì ricorda. «Alla stazione la Polizia di stato, un’ambulanza che prestava assistenza medica e tarantini, tanti tarantini, che a noi portavano casse d’acqua, alimenti per la colazione e il pranzo, quasi una corsa alla solidarietà: anche per questo sono rimasto a Taranto, i cittadini sono rispettosi e generosi, tanto che oltre all’assistenza ci hanno offerto, per quanto possibile, un lavoro».

«C’era anche il sindaco (Ippazio Stefàno, ndr) – ricorda ancora Youssef – per quelle decine di ragazzi seduti sui gradini, fra buste e casse d’acqua: mise a disposizione ancora la palestra. Alcuni lasciarono il palazzetto, altri li sostituirono per riposarsi e ristorarsi provvisoriamente».

C’è chi chiese alla Prefettura di Taranto un tavolo urgente per comprendere quali fossero stati criteri e strumenti giuridici adottati fra accoglienza e respingimento. E cosa si potesse fare per evitare che migranti, come quelle decine di ragazzi marocchini senza sostegno economico non restassero privi delle prime necessità.

CHIUSE SALA D’ATTESA E STAZIONE

«Stava diventando – ricorda – un problema anche la mancanza di servizi igienici; c’erano quelli della stazione, a un passo, ma chiudevano alle otto di sera; la sala d’attesa, per stare seduti, stendersi un po’, recuperare se possibile le forze, ma anche lì a mezzanotte in punto, anche quella chiudeva; io non ce la facevo più, ero a pezzi, salii sul primo bus urbano e mi recai alla Salinella; non c’erano posti per dormire, tutti occupati, così quella prima notte ripiegai all’esterno, all’aperto, al freddo».

Cosa ricorda dell’accoglienza, Alì. «Ragazzi di associazioni con cui sono rimasto in contatto, con il tempo siamo diventati amici: sorridevano, provavano a mescolare un po’ di italiano a un francese scolastico, proprio come ho fatto io con il vostro italiano: ci vuole quella pazienza – l’ho imparato qui – che è la virtù dei forti. Scambiammo numeri di cellulare, nel caso qualcuno si fosse per di vista: quei numeri li conservo ancora».

«Molti sono andati via – conclude Youssef – sapevano che questa è una città che non offre molto lavoro. Come me, erano a metà strada, fra la miseria e la speranza di un futuro migliore, se non altro lontano da guerre, conflitti e stenti». Quel pollice su e bene in vista, come a dire “Ok”, è un primo, timido segnale di ottimismo. Youssef e i suoi compagni ci avevano subito creduto.

«Informazione sempre vivace»

Domenico Palmiotti, giornalista di Agi e Sole 24 Ore

«Nonostante la crisi-Covid, l’informazione è vitale», dice il noto giornalista tarantino, una vita alla Gazzetta del Mezzogiorno. «La stampa deve coniugarsi al web. Va bene la richiesta di sostegno, ma la Fieg pensi anche a giovani e qualità. Vedere un quotidiano in crisi, spezza il cuore…».

 

Un sito, una web radio, un canale youtube. La nostra cooperativa da anni riserva uno spazio importante all’informazione realizzando interviste, servizi, inchieste, riflessioni sulle dinamiche del territorio e quanto accade nella cronaca e nella politica nazionale e internazionale. Per fare il punto sullo stato di salute dell’informazione sul nostro territorio, “Costruiamo Insieme” si è confrontato con un giornalista di grande esperienza, Domenico Palmiotti, già caporedattore a Taranto della Gazzetta del Mezzogiorno, attualmente impegnato con l’agenzia giornalistica Agi e il quotidiano Sole 24 Ore.

Partiamo dal cartaceo, Palmiotti: funziona oppure mostra il fiato corto?

«Per tornare alla sua autorevolezza, in fatto di consultazione degli strumenti di comunicazione, il cosiddetto cartaceo – i giornali tanto per intenderci – deve perfezionare certi meccanismi, spostare l’asse su qualità, approfondimenti, inchieste e riflessioni realizzando una virtuosa combinazione con il web: tutti i progetti delle più grandi aziende editoriali, a partire dal Gruppo editoriale Gedi – mi piace citare anche l’esempio Messaggero-Quotidiano – stanno lavorando molto su questa integrazione».

Gedi, non è l’unica impresa multimediale, che in un momento per certi versi critico per l’informazione, sta investendo in modo significativo in radio, tv, quotidiani nazionali e locali.

«Con l’acquisizione di Repubblica, che arricchisce un asset del quale fanno parte Stampa, Secolo XIX, una catena di giornali locali, radio e tv, ha aperto una strada. Ma, attenzione, fare giornalismo di qualità sulla carta stampata richiede pre-requisiti: preparazione e conoscenza, che implica formazione e cultura. Brutalizzo il concetto: non puoi fare informazione di qualità, se poi nel mondo dei media hai un esercito di precari, irregolari, elementi validi ma sottopagati. Questo, oggi, è il limite della nostra professione, col passare del tempo sempre più precarizzata».PALMIOTTI - 1Editoria, una filiera della quale la Fieg, Federazione italiana editori giornali, è portavoce. Una sua opinione.

«Richiesta di prepensionamenti a parte, sento ragionamenti sul come sostenere la filiera dell’editoria. La Fieg verso Parlamento e Governo ha avanzato richiesta di strumenti e aiuti economici forti per tamponare il momento-Covid, che inevitabilmente si è riflesso sul calo delle vendite e nei fatturati pubblicitari. Detto che la richiesta ci può anche stare, sosteniamo le aziende ma investiamo anche sui giornalisti, sulla qualità del loro lavoro. Non è sufficiente considerare che la legge dei prepensionamenti permette di ristabilire un equilibrio, per cui a fronte di due “uscite” faccio un’assunzione: non è così, oltre a un riequilibrio numerico, occorre investire nella qualità, nella formazione, per evitare che l’ingresso di nuovi giornalisti si trasformi in una ulteriore fascia di precariato: se a ciascuno di questi corrispondi pochi euro, in quale tipo di approfondimento potrà impegnarsi? Non sono sufficienti passione e impegno; occorre formazione e per fare questo è necessario trovare formule remunerative ragionevoli, che non significa strapagare o assicurare compensi d’oro, ma fare uscire i giovani colleghi dai compensi di fame. Dunque: integrazione carta-web e qualità dei contenuti, ma anche qualità in chi, questi contenuti, deve costruirli».

Ammortizzatori per le società, ma allo stesso tempo il coraggio di investire in nuove forze.

«Rispetto al precedente, questo governo ha rivolto attenzione al mondo dei media; non occupiamoci, però, solo degli strumenti di sostegno, come tamponare le aziende o soccorrere bilanci che accusano perdite importanti – nell’editoria si stima che nel primo semestre 2020 ci sia un calo di ricavi pari a 400milioni di euro – troviamo altre soluzioni. Non si può pretendere di ragionare sulla qualità del prodotto se le stesse società non manifestano coraggio di investire anche sul capitale umano».

Gazzetta del Mezzogiorno, il “suo” quotidiano. Attraversa un momento di crisi, che tutti sperano si riesca a debellare in qualche modo. Si invocano interventi esterni, evitare il fallimento con una cooperativa.

«Per quasi quarant’anni la gazzetta del Mezzogiorno è stata casa mia, mi ha dato tanto, sono nato professionalmente con questo giornale; sono stato accompagnato per mano nella professione di giornalista: vedere un giornale con una grande storia ridotto in queste condizioni, sentire la richiesta di fallimento da parte della Procura, provoca sconforto. Detto che sono dispiaciuto del momento che oggi attraversa, esprimo massima solidarietà nei confronti dei colleghi con l’auspicio che il giornale possa superare nel migliore dei modi questo impasse; sento numerosi appelli, fra questi anche quelli di colleghi, che invocano l’ingresso in campo dell’imprenditoria pugliese: detto di un appello condivisibile, aggiungo che la stessa imprenditoria reclamata, ma travolta dalla crisi-Covid, al momento non ha testa e risorse per pensare a qualcosa che sia diverso dal proprio business aziendale.

Oltre vent’anni fa, quando la Gazzetta ebbe bisogno di sostegno, Giuseppe Gorjux, figlio del fondatore di questo giornale, il soccorso dovette cercarselo fuori, in Sicilia, rivolgendosi al Gruppo editoriale Ciancio; quindi, chi oggi, in Puglia, sta alla finestra, lo era anche venti anni fa…».

Svolga per qualche istante il ruolo di lettore, ascoltatore, a quali strumenti si rivolgerebbe per sentirsi soddisfatto dell’informazione?

«Premesso che per mestiere mi rivolgo direttamente alle fonti, in qualità di lettore sfoglio quotidiani e siti locali. In un quadro di oggettiva difficoltà, la stampa svolge il suo ruolo al meglio; Taranto, rispetto ad altre realtà, ha un’offerta variegata: tre quotidiani, diversi siti, due emittenti, riviste free-press: non credo che tante altre città  possano vantare una pluralità di offerta che metta lettore o ascoltatore nelle condizioni di scegliere il prodotto nel quale riconoscersi. Pur con tanti problemi, il settore, che rappresenta ricchezza, prosegue per la sua strada. Nonostante nubi e nuvole che si addensano sul territorio, quello dell’informazione resta un settore vivace e vitale».