«Patti chiari…»

Sirag, ventisei anni, libico

«Manifestavo per la libertà, sono stato minacciato di morte, ho lasciato padre, madre e due fratelli. Tremila euro e tre giorni di viaggio in mare: gommone, nave spagnola, nave tedesca, porto di Taranto. Respinto in Germania, voglio costruirmi un futuro da cuoco».

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«Oggi, in Libia, la situazione è drammatica, sono scappato dal mio Paese a causa della guerra civile: ricercato dal governo libico, la fuga è stata l’unica soluzione possibile». Sirag, ventisei anni, musulmano, sorriso appena accennato, come se il peggio fosse ormai alle spalle. Sarà senz’altro così, se durante la chiacchierata nella sede di “Costruiamo Insieme” il giovane mostra una certa serenità della quale si sarebbe riappropriato da poco. Spiega il motivo. «Sono arrivato in Italia lo scorso novembre, un viaggio di tre giorni fra gommone e navi che hanno prestato soccorso a me e altri connazionali, fra questi mio fratello Munir, venticinque anni; il mio proposito iniziale era quella di non fermarmi, tentare fortuna altrove, così una volta compiute le formalità per l’identificazione, impronte digitali comprese, sono partito per il Nord: l’idea che ci siamo fatti dell’Europa è che più ti spingi nella parte settentrionale, maggiori sono le occasioni di lavoro».

Attraversa la frontiera, Sirag, arriva in Germania. «Quella mi sembrava una prima occasione per trovare lavoro, pensare a un possibile futuro, ma non avevo fatto i conti con le leggi esistenti in Europa in materia di accoglienza degli extracomunitari e con il rigore della Polizia tedesca: “Deve tornare in Italia, è lì che le hanno preso generalità e impronte: qui non può restare, ci spiace ma dobbiamo accompagnarla alla frontiera, e faccia attenzione, se dovessimo ritrovarla in Germania per noi sarà un clandestino e per lei il trattamento non sarà benevolo come quello che le stiamo riservando oggi”». Un mediatore traduce dal tedesco all’arabo. Come fa, per noi, Allahssane Diakite, uno degli operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme”: parla arabo, traduce alla lettera, pettina dove possibile, i concetti di Sirag. «Insomma, era un vero e proprio avvertimento: fatto con quel rigore tipico che riconoscono ovunque ai tedeschi: “Deve tornare in Italia, una volta lì le diranno cosa fare: non può girare liberamente e scegliersi a suo piacimento un Paese dal quale farsi adottare!”. Questo il senso di quello che ho capito, certo è che dopo poche settimane ho dovuto riprendere la strada per l’Italia, non certo quella di casa…».

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ADDIO A PAPA’, MAMMA E FRATELLI

Pericoloso tornare in Libia. «A casa sono rimasti papà, mamma e due fratelli più piccoli, studiano; non era stato sufficiente che io e mio fratello Munir ci fossimo allontanati da Bengasi raggiungendo Tripoli: i miei cari correvano il rischio di ritorsioni, io e mio fratello eravamo stati segnalati come rivoltosi rispetto al governo esistente nel mio Paese, secondo loro avremmo potuto organizzare ribellioni, sommosse: non c’era tempo da perdere, per salvarci e salvare la vita a genitori e fratelli, dovevamo fuggire».

La democrazia è diventata un fatto astratto. «Con il passare del tempo abbiamo visto che alla popolazione venivano tolti diritti elementari, i militari cominciavano a limitarci nelle nostre scelte, anche le più banali: non si poteva parlare in gruppi, arrivavano e ci minacciavano brutalmente, figurarsi le manifestazioni». Sirag, uno dei più determinati. «Prima che sia troppo tardi e stai vedendo che ti sfugge dalle mani la cosa più importante che tu possa avere nella vita, la libertà, cominci a pensare: reagire significa prendere posizione, far capire da che parte stai, e mentre altri protestavano attraverso il web, io, mio fratello e tanti altri siamo scesi in piazza; mossa coraggiosa, ma che alla fine non ha avuto risultati: come fai ad opporti a quello che stava diventando un regime a mani nude, con il solo aiuto del ragionamento, delle parole? E’ una gara persa in partenza. Miei connazionali si sono ritirati in buon ordine, io e altri abbiamo insistito nel chiedere condizioni più umane, che non fossero quelle di impedirci con qualsiasi tipo di violenza il difendere un sano principio come la libertà».

Molti del Nord Africa vedono alla Libia come a un Paese ospitale, nel quale è possibile trovare lavoro, guadagnare dei soldi, costruirsi un futuro. «Una volta, forse, anche se per i neri la vita è dura: vengono accerchiati, presi in ostaggio, spogliati dei loro beni, impiegati nei lavori più duri in cambio della vita, visto che i soldi il più delle volte li mettono in tasca proprio quelli che imbracciano una pistola o un fucile».

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TREMILA EURO IL “BIGLIETTO” PER L’ITALIA

Sirag può dirsi fortunato. Ha i soldi per pagarsi il viaggio verso l’Italia. «Cinquemila dinari libici, poco più di tremila euro, ci siamo imbarcati in dodici in un gommone lungo sei, sette metri: era l’1 novembre 2017; prendiamo il largo, viaggiamo di notte, finalmente al mattino incrociamo una nave spagnola: non può invertire la rotta, l’equipaggio ci ospita a bordo ugualmente, dicono che in quelle acque troveranno sicuramente qualcuno che potrà accompagnarci in Italia; finalmente incontriamo una nave tedesca, troviamo in coperta almeno un altro centinaio di extracomunitari, tutti insieme veniamo accompagnati a Taranto: tre giorni di sofferenza, niente se paragonato a quello che abbiamo lasciato alle nostre spalle».

Sirag e il futuro. «Sto facendo un corso di formazione, nel mio Paese lavoravo in una catena di fast food, sul tipo “Mc Donalds” per intenderci: mi piacerebbe fare il cuoco, lavorare fra i fornelli, imparare la cucina italiana, quella europea; avevo intenzione di andare altrove, oggi mi dico che l’Italia può essere l’opportunità della vita, per me e mio fratello; sia chiaro, anche qui ci tocca rigar dritto: in Italia avranno pure il senso di democrazia, accoglienza, generosità, tolleranza, ma le autorità italiane, non c’è bisogno di interprete: “Fate i bravi: patti chiari, amicizia lunga!”».

«Più servizi per tutti»

Simona Scarpati, assessore al Welfare al Comune di Taranto

«Sogno un assessorato al Lavoro e alle Politiche sociali all’avanguardia. Rispettiamo il programma del sindaco, Rinaldo Melucci: massimo sostegno alle fasce più deboli, ma nel rispetto della legalità. Maggiore emergenza: richiesta di contributi abitativi e alloggio popolare. Fra le altre attività: Piano sociale di zona,Sportello antiviolenza, il Centro dell’Alzheimer»

Incontro negli studi di “Costruiamo Insieme” con Simona Scarpati, assessore al Welfare al Comune di Taranto. Da circa un anno, riveste un ruolo importante nello scacchiere della Giunta del sindaco Melucci. In più occasioni, infatti, il primo cittadino ha sollecitato massimo impegno nei settori in cui questa città richiede interventi, con particolare riferimento alle fasce deboli.

Che assessorato è quello del Lavoro e delle Politiche sociali, a Taranto?

«Un assessorato di frontiera, front-office, un settore particolarmente delicato nel quale confluiscono i bisogni iniziali e finali di un’intera collettività; variegati i temi dei quali ci interessiamo, tutti di uguale importanza, basti pensare a disabilità, minori, povertà estrema, anziani».

Quanto ha trovato da fare e quanto c’è da fare nel suo assessorato?

«Mi sono insediata circa un anno fa, in sede di bilancio come Amministrazione posso dire che abbiamo realizzato tantissimo: per esempio il nuovo Piano sociale di zona, approvato in Consiglio comunale lo scorso 26 luglio; numerose le attività poste in essere, a partire da una revisione del Regolamento sui contributi abitativi, l’emergenza-alloggi – notevole nella nostra città – e poi lo Sportello antiviolenza, il Centro del “Dopo di noi”, il Centro dell’Alzheimer, servizi dei quali la nostra città era sprovvista; senza contare tutto il settore fragile delle Politiche di famiglia, un tempo scarsamente considerato e sul quale, invece, abbiamo inteso porre la nostra attenzione».

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Qual è la percezione che ha della città dal suo “avamposto”?

«Sono a stretto contatto con i cittadini e le problematiche legate alla loro condizione: esiste una forte emergenza abitativa».

Cosa le chiede, invece, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci?

«Una grandissima cura nel rapporto con le fasce deboli: prestare massima attenzione al disagio e realizzare progetti e interventi diversificati che vadano a coprire emergenze e fasce fragili cui mi riferivo poc’anzi: è uno dei punti fondamentali della nostra Amministrazione, una delle linee-guida del nostro primo cittadino».

Cosa le chiede, in buona sostanza, la gente che viene a trovarla?

«Nella maggior parte dei casi, esigenze legate ai contributi abitativi  e all’alloggio popolare; questo a significare come l’emergenza abitativa sia uno dei settori che richiede interventi».

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Quanto le duole dire “no”?

«Certo che duole, ma dobbiamo avere massimo rispetto della legalità, punto-cardine del nostro programma: laddove è possibile intervenire, essendoci condizioni, requisiti, lo facciamo costantemente, ogni giorno; dove, purtroppo, quei requisiti richiesti non ci sono, ci atteniamo alle disposizioni previste dalla legge».

Ha un sogno?

«In parte si sta realizzando attraverso quanto svolto in quasi un anno di attività nel settore del Welfare, come il Piano sociale di zona. Ovviamente il tema è talmente delicato e vasto che non bisogna mai tirare il fiato: mai cullarsi sulla convinzione di aver fatto tutto, perché c’è sempre qualcosa da fare; detto questo, desidero dare alla collettività un Assessorato al Lavoro e delle Politiche sociali sempre più all’avanguardia con un maggior numero di servizi in ogni singolo settore».

La lotta alla solitudine si vince con la condivisione

Creare spazi di socialità e recuperare un ruolo attivo

E’ possibile sentirsi soli anche fra tanta gente?

Certo!

In molti riconducono erroneamente il concetto di solitudine ad una dimensione circoscritta, quasi domestica, spaziale. In realtà, così non è, e oggi ci lanciamo in una breve e forse anche superficiale riflessione su questa malattia sociale latente quanto prossima e permeante del quotidiano: ci si sente soli sul posto di lavoro seppure circondati da colleghi, in famiglia nonostante la presenza di persone care, per strada, a scuola, ovunque ci si può sentire soli, senza differenza di età e a prescindere dal contesto spaziale.

Ciò che di per se può apparire come una contraddizione ha, in verità, una matrice, un’origine, una causa.

Il senso di solitudine affonda le proprie radici nella mancanza di condivisione, o meglio, nella mancata trasformazione dell’incontro in scambio, nell’instaurarsi di relazioni asettiche, ovvero prive del dinamismo del dare e ricevere di cui devono nutrirsi le relazioni per raggiungere una dimensione emozionale.

Al cospetto di questo termine di per se portatore ed intriso di un senso di angoscia si origina una associazione mentale frequente e quasi spontanea che lega a doppio nodo solitudine e anzianità seppure, in realtà, l’espansione di questo aspetto umano investe un quadro intergenerazionale: vive una dimensione di solitudine chiunque sia al di fuori dell’interfaccia dare-ricevere in qualsiasi contesto esprimendo, all’interno di esso, un ruolo passivo privo di interrelazione e di interlocuzione.

Ma, se concentriamo l’attenzione sull’età anziana emerge un quadro di sintesi di tale fenomeno che sostanzia quanto fino ad ora sostenuto nella perdita di un ruolo attivo all’interno del contesto e nella marginalizzazione delle potenzialità relative alla sfera del dare.

Infatti, se solo si costruissero contesti capaci di promuovere e stimolare il trasferimento di saperi e di competenze, formali ed informali, si darebbe origine ad un processo di restituzione di un senso di utilità sociale riconducendo le dinamiche nell’alveo delle relazioni emozionali.

Nel processo di trasferimento (dare) è insito il ricevere, fosse anche solo in termini di gratificazione derivante dal sentirsi parte attiva all’interno di un contesto.

E’ come dire che vivere in una situazione è diverso dal vivere una situazione.

E ad una malattia sociale non si può che rispondere con azioni sociali capaci di scardinare le origini del male stesso: creare luoghi, spazi, dinamiche che favoriscono l’incontro, la socializzazione, la condivisione, lo scambio reciproco, la produzione di relazioni emozionali pare essere l’unica via per combattere la battaglia contro la solitudine.

Concludo con una breve carrellata di fotografie immateriali che vanno dalla signora anziana che insegna ai più giovani come si fa la pasta fresca, al signore in età avanzata che insieme ad un bambino aggiusta la bicicletta o un giocattolo rotto, alla narrazione di vecchi giochi dei quali si è persa memoria che, con un pezzo di legno e un pizzico di esperienza possono anche prendere corpo restituendo dignità al materiale tenendo da parte, anche se per poco, tutto ciò che è virtuale e digitale.

L’incontro e l’incrocio intergenerazionale producono sempre ricchezza sociale!

Basta creare le condizioni.

«Aiutato dalla fede»

Great, nigeriano, cattolico convinto

«Un anno di prigionia in Libia, picchiato perché cristiano, ma salvato da due musulmani. Sono fuggito dal mio Paese perseguitato da un maleficio che ha ucciso mio padre. Prego Gesù, non posso credere ai sortilegi. Oggi, grazie a Costruiamo Insieme faccio un corso di formazione, ho un sogno…»

«Alle 16 devo andare in chiesa, ho la bici qua fuori, devo correre come un razzo!». Le manone, sottili, giunte, come se anticipasse la preghiera. «La chiesa è a cinque minuti da qui, se non trovo traffico…». Great, nigeriano, cristiano, sfiora i diciotto anni, in Italia dallo scorso gennaio. Parla inglese, frequenta un corso di formazione, vorrebbe diventare uno chef di grido.

La sua fuga ha una storia singolare, simile a un paio di quelle raccontate da suoi connazionali che, evidentemente, subiscono influenze esoteriche. I giovani che oggi dispongono di internet, si aggiornano, si informano, credono sempre meno alle storie che una volta circolavano fra i loro padri. Lo stesso papà di Great, a sua volta, è stato vittima di questa credenza popolare. «E’ stato colpito da un maleficio, l’ho perso in breve tempo: non per una malattia, ma a causa di un sortilegio». Evidentemente anche lui deve completare il percorso formativo, relazionarsi a qualcuno che gli spieghi cosa rappresentino quei rituali. Roba superata, l’unico danno che possano provocare è il condizionamento, fare danni al carattere, all’autostima. Tutto, però, dovuto a vecchi insegnamenti, alla mancanza di una base di studio. Great, comunque, è una voce fuori dal coro. E’ fuggito, braccato dalla gente del posto che, una volta morto suo padre, lui continuasse a fare da stregone. «Papà, in fin di vita – racconta Great – comprese che quanto aveva fatto era di sicuro discutibile: facendo filtri, sortilegi, si era salvato ma non voleva che anche io facessi la sua stessa strada; sono cristiano, non credo a malefici e cose simili, così papà mi suggerì che l’unico sistema per salvarmi la vita fosse scappare. E alla svelta…».

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«SALVATI FIGLIO MIO, FINCHE’ SEI IN TEMPO!»  

E Great, a malincuore, segue il consiglio paterno. «A casa ho lasciato mamma e una sorellina, ci teniamo in contatto, ma il distacco è stato terribile: ho dovuto maturare in fretta, seguire i consigli di qualche amico che aveva letto su internet o, a sua volta, sentito da amici di amici, cosa fosse giusto fare». «In Libia! Devi andare in Libia! Non c’è verso, lì c’è lavoro, vedrai che qualcosa trovi da fare». Gli amici, però, non avevano fatto i conti con la forte fede cristiana di Great. «Una volta arrivato lì, i militari mi hanno acciuffato e sbattuto in carcere, pane e acqua: la prima domanda che mi hanno rivolto riguardava il denaro, se ne avessi avuto per loro; solo pagando mi avrebbero restituito la libertà». Denaro non ne aveva, così per il ragazzo nigeriano sconta il carcere, duro. Un trattamento non proprio garbato. Come gli altri malcapitati, mangia poco e male, incassa spintoni, botte senza motivo.

Non trova lavoro e viene trattato così. «Gran parte dei libici sono di fede musulmana, non vedono di buon occhio i cristiani: ma non credo che il loro dio, Allah, nelle pagine del Corano indichi simili punizioni; diciamo che i miei carcerieri si professavano musulmani, ma a modo loro; resto prigioniero un anno e un mese, quando resto privo di forze: non ce la facevo più, fisico debilitato, dolori e ferite ovunque, sulle braccia, sulla testa, qui, con il calcio di un fucile…».

Mostra il capo, le ferite; le braccia, i gomiti. Debilitato crede di non farcela più. «Devo tutto a una guardia carceraria, da giorni mi osservava, vedeva che non reagivo più, me ne stavo in un angolo, aspettavo solo che mi spegnessi poco per volta: chiudevo gli occhi, invocavo Gesù Cristo; un giorno parlò con i suoi colleghi: “Questo soldi non ne ha, altrimenti li avrebbe già tirati fuori; ha pochi giorni di vita, se ci muore in carcere potremmo avere noie, aprirebbero inchieste: meglio liberarlo, consegnarlo a qualcuno che provi a prendersi cura di lui, ammesso che possa rimettersi in salute…”: fui consegnato a un altro uomo, musulmano anche lui, più disponibile rispetto agli altri, umano: evidentemente non sono tutti cattivi; fui curato, rimesso in piedi, le mie preghiere erano arrivate a destinazione, sul mio cammino avevo trovato due persone generose: la guardia carceraria e il mio soccorritore».

«LE MIE PREGHIERE VENGONO ASCOLTATE»   

Non è finita, le preghiere vengono udite “lassù”, come dice Great. «Il secondo uomo parla con amici, gente che organizza viaggi su imbarcazioni di fortuna. Non ho denaro, ma mi mettono comunque sul primo gommone in partenza da Tripoli con destinazione Italia». Il viaggio sta per finire. «Siamo una sessantina a bordo – ricorda il giovanotto pieno di fede – stretti uno all’altro, ma non mi importa, mi interessa solo allontanarmi da quell’anno di inferno: quindici ore in mare, fino a quando non ci avvista una nave mercantile spagnola, ci accolgono a bordo, il viaggio sembra sia finito, ma non è così. Devono proseguire, ma si mettono in contatto con una nave militare italiana che sta perlustrando quella zona di mare: finalmente saliamo a bordo, veniamo accompagnati sulle coste italiane».

Ora si guarda intorno, Great. «Grazie a “Costruiamo Insieme” sto facendo un corso a Noci, voglio diventare chef, sto imparando a cucinare italiano: sono determinato, dovessi anche fare altri sacrifici prima di arrivare ai fornelli, sono disposto a fare passaggi obbligati come fare il lavapiatti, il cameriere. Ma è la stanza dei “bottoni” il mio obiettivo principale!».

«Mistero della mente»

Michele Cassetta, tarantino, protagonista di “Flow”

«Alterno il lavoro alla mia passione: docente, autore, attore, spiego la medicina con Gianluca Petrella, miglior trombonista al mondo. Vado in scena, ignoro i rituali, studio il cervello che cambia forma, ostacolo formatori e motivatori, vi spiego perché»

Nei giorni scorsi, ospite allo Yachting Club di Taranto, Michele Cassetta, tarantino, professionista da trent’anni a Bologna, ha portato in scena lo spettacolo teatrale “Flow – La mente latente”. Produttore discografico, divulgatore scientifico, docente, autore e conduttore di programmi di informazione sanitaria in una tv regionale dell’Emilia Romagna, attore teatrale, si racconta per noi.

Quando hai sentito, forte, il richiamo dell’arte?

«Ho sempre ascoltato musica, sono stato produttore discografico con una mia etichetta, piccola, che vendeva esattamente il numero di copie che ognuno dei miei soci comprava. Battuta a parte, ho pubblicato il primo disco di Tullio Ferro, autore di alcuni dei testi di successo di Vasco Rossi, “Vita spericolata” per dirne uno: abbiamo venduto quanto Vasco? Neppure per idea. Sensibilmente qualcosa in meno, in compenso ci siamo divertiti molto.

In teatro porto la mia professione, la medicina, facendo divulgazione scientifica, spiego – accompagnato da Gianluca Petrella, musicista straordinario che “DownBeat”, rivista americana, ha considerato per tre anni consecutivi il miglior trombonista jazz al mondo; nello spettacolo parlo di come funzioniamo, come funziona il nostro cervello».

Come fai a dividerti fra professione e palcoscenico?

«Il lavoro è la mia vita, il teatro la mia passione. E quando sei animato da una passione, risorse e tempo li trovi sempre. Nella facoltà di Medicina dell’università di Bologna insegno comunicazione medico-paziente, materia affascinante: spiego ai colleghi, per esempio, come comunicare le cattive notizie e, sia chiaro, non solo quello; la Medicina è un mondo che mi entusiasma, affascina. Inoltre, da sei, sette anni, conduco un programma di informazione sanitaria su una tv regionale dell’Emilia Romagna; attraverso questa esperienza sono migliorato, ho conosciuto colleghi: la vita è fatta di relazioni che non possono che arricchirti, così il tempo lo trovi facilmente».Articolo Cassetta 01 - 1

Cosa ricavi dalle tue opere, i tuoi lavori.

«Insegnamenti dalle persone che mi circondano; dico qualcosa di impopolare: stiamo conoscendo in questo momento una deriva, fatta di formatori e motivatori che spiegano come tutti possiamo osare tutto; e, invece, non è proprio così: tutti possiamo fare il meglio che possiamo, che è molto diverso. Personalmente faccio tutta questa roba distaccandomi da questa tendenza, formazione e motivazione in primis, troppo generaliste; preferisco, invece, parlare di come funziona il cervello: ognuno di noi agisce inconsapevolmente in base a convinzioni che ha su se stesso, sugli altri, che non mette mai in discussione, perché quasi incapace di rivedere, ridiscutere quelle convinzioni che talvolta ci limitano. Tutto questo parte da uno studio: come funziona il nostro cervello, fatto di relazioni fra neuroni che sostengono comportamenti, ricordi e identità personali».

Fra teatro e jazz, la tua ultima rappresentazione è motivo di orgoglio.

«Ho dato tanto alla musica, soprattutto in termini economici – scherza Cassetta – quando suono il piano la gente intorno a me si dilegua; così ho rivisto il progetto, musica sì, ma eseguita da altri, e teatro: con Antonio Lovato, regista di “Flow – La mente latente”, e Petrella; godimento unico ascoltare Gianluca: quando sembra che io sia solo sul palco a parlare a settecento, ottocento persone, non vedo l’ora che lui suoni il suo trombone per ascoltare standogli accanto la sua musica. E’ appena tornato da un tour con Jovanotti, è lui ad aver curato gli arrangiamenti della sezione-fiati: come accade spesso, Petrella sta diventando famoso dopo un’incursione nella musica pop».

Altra passione, il calcio.

«La mia vita di tifoso del Taranto è legata a ricordi straordinari. L’ultima partita della squadra rossoblù in serie B, credo, nel ’92, a Ferrara, dove avevo anche uno studio medico. Un collega mi invitò a vedere Spal-Taranto, coda del campionato cadetto: noi già retrocessi da settimane, a loro bastava un punto per salvarsi. Bene, unica vittoria esterna dell’anno del Taranto, inguaiammo anche questi poveretti che, fortunatamente, oggi, sono vivi, vegeti e giocano in serie A. Per qualche tempo il collega “spallino” non mi rivolse parola».
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Artisti con i quali ti relazioni.

«Oltre ai già citati Ferro e Petrella, conosco anche Paolo Fresu, grande rapporto di amicizia, abitiamo a cinquecento metri uno dall’altro; a Bologna capita, poi, di incontrare molti artisti impegnati con la stessa agenzia con la quale lavoro, dunque incontro normalmente Maurizio Crozza, Fabio Fazio, Luciana Littizzetto».

Quando stai per andare in scena, un rituale.

«Rilassatissimo, il rituale è non avere rituali, parlo di “fesserie” fino all’ultimo secondo, poi salgo sul palco: è il bello di non essere attore. Condivido con il pubblico ciò che conosco bene: medicina, neuroscienza, sono estremamente rilassato con un sottofondo musicale continuo, esistono video che fanno capire quale sia il gusto musicale all’interno di questa rappresentazione, una bella atmosfera».

Come funziona il cervello rispetto gli Anni 70, 80, 90.

«Potrei dirti come lavora il cervello di un uomo e di una donna: centocinquanta anni fa si pensava che il cervello servisse per raffreddare il sangue; invece è profondamente diverso, oggi si scopre che è destinato a studiare se stesso; si pensava che il cervello arrivasse a una potenza massima a una certa età della nostra vita, invece si è scoperto che è neuroplastico, cambia continuamente connessioni e forma: è completamente diverso rispetto a dieci anni fa, aumenta connessioni, se accettiamo sfide nuove, facciamo nuove esperienze e ne aumentiamo le potenzialità; non dobbiamo fermarci, avere paura del futuro anche se imprevedibile: a torto, consideriamo fallimenti le cose che non ci riescono, se invece le considerassimo informazioni da utilizzare, forse la qualità della nostra vita cambierebbe in meglio».

Le madri del sabato

Giornata internazionale delle vittime di sparizioni forzate

In Turchia anche chiedere giustizia è reato.

In piazza Galatasaray a Istanbul da anni i manifestanti si ritrovano per chiedere verità e giustizia con in mano le foto dei parenti scomparsi. Lo hanno fatto ininterrottamente dal 1995 al 1999, quando i continui arresti li costrinsero a sospendere l’evento per dieci anni. Hanno ripreso nel 2009 e da allora non si sono mai fermati. Chiedono giustizia, di riavere indietro i corpi dei loro cari e l’apertura degli archivi di Stato.

Emine Ocak, fondatrice del movimento, ha 82 anni. Da 700 sabati si ritrova in piazza Galatasaray a Istanbul per chiedere conto dei figli rapiti dallo Stato turco e scomparsi, tra gli anni Ottanta e Novanta. Il volto di Emine è tornato sulle pagine dei giornali di tutto il mondo: la sua foto mentre veniva trascinata via dalla polizia, sabato scorso, è il simbolo di una nuova ondata repressiva del movimento.

Per la 700ma volta portava alta la fotografia  del figlio Hasan scomparso 23 anni fa, e ritrovato lo stesso anno, il 1995: il suo cadavere era pieno di segni di brutali torture. 

Come le »madri della Plaza de Mayo« a Buenos Aires in Argentina, conosciute internazionalmente, le manifestanti chiedono la verità sul destino dei loro parenti, l’accertamento dei responsabili e la punizione giuridica dei crimini.

Si stima che in Turchia siano 17.000 i civili, politici, giornalisti, attivisti per i diritti umani e sindacalisti “spariti” negli anni ‘90. I loro cadaveri vennero gettati in fosse comuni segrete all’interno di basi militari, ma anche in discariche o nei pozzi.

Nessuno ha mai risposto di questi crimini che continuano a reiterarsi, soprattutto nelle città e nei piccoli centri a maggioranza curda.

E un filo conduttore esiste: colui che negli anni novanta ricopriva l’incarico di Ministro degli interni, oggi è Presidente della Turchia e interlocutore politico dell’Italia quanto dell’Europa.

Nonostante il divieto imposto dal Governo, il movimento continuerà a scendere in piazza.

Lo scorso giovedì 30 agosto si è celebrata in tutto il mondo la Giornata delle vittime delle sparizioni forzate indetta nel 2010 dalle Nazioni Unite.

Metodo efficace per diffondere un clima di paura e terrore, secondo la definizione contenuta nell’articolo 2 della Convenzione Onu del 20 dicembre 2006, con il termine “sparizione forzata” si identifica “l’arresto, la detenzione, il sequestro e ogni altra forma di privazione della libertà condotta da agenti dello Stato o da persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, il sostegno o l’acquiescenza dello Stato”. Un sistema che implica anche “il silenzio riguardo la sorte o il luogo in cui si trovi la persona sparita”. Entrata in vigore nel dicembre 2010, la Convenzione è stata firmata da 97 Stati, 58 dei quali hanno anche proceduto a ratificarla.

Ne suggerisco la lettura.

https://www.ohchr.org/EN/HRBodies/CED/Pages/ConventionCED.aspx

«Ricomincia la corsa…»

John, Rex e altri connazionali, hanno incassato “negativo”

Nigeriani, arrivati in Italia a gennaio, si sono imbattuti nelle nuove norme volute dal Governo. «Dobbiamo rifare i documenti, senza il nuovo “codice fiscale numerico” non abbiamo accesso al mondo del lavoro, l’iscrizione a servizio sanitario e scuola. Quando tutto sembrava andare per il meglio, è ripresa la nostra corsa contro il tempo»

Negativo. Un aggettivo più pesante degli altri. Specie per quei ragazzi che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni etniche piuttosto che politiche, e dopo essere sbarcati dall’Africa in Europa cominciavano a guardare al proprio futuro con quel pizzico di ritrovata fiducia. Oggi esistono misure più ristrettive. Il nuovo ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha posto nuovi paletti. L’extracomunitario sbarcato nel nostro Paese deve ripresentare la sua domanda e in caso di esito “negativo”, eventualmente rifare i documenti per ottenere il “codice fiscale numerico” e sperare che non ci siano altri scomodi intoppi burocratici. Secondo associazioni, le istituzioni fino ad oggi preposte all’attivazione di questo documento non saprebbero crearlo, né convertirlo, rendendo impossibile  a migliaia di ragazzi accesso al lavoro, all’iscrizione al servizio sanitario e nelle scuole.

In Nigeria non sanno cosa significhi la burocrazia, qualsiasi documento lo consegnano in giornata, è sufficiente rispettare le linee guida. Per chi dovesse schivare astutamente anche il più piccolo articolo di legge è previsto il carcere, senza appello alcuno. Lì, scritte minuscole che più minuscole non si può, postille e post scriptum, non esistono. Vai a spiegare a Rex e John che in Italia si vive anche, soprattutto, di norme. E quel che è peggio, di interpretazioni. Non fosse così dalle grandi industrie all’ultima società a conduzione familiare, giudici e avvocati non saprebbero di che vivere. Così i tribunali sono affollati di cause, piccole e grandi, stanze piene di carte e i computer pieni di file danno la sensazione che da un momento all’altro tutto possa esplodere.

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«LE MIE BRACCIA PER QUESTO PAESE!»

Rex, trentaquattro anni, nigeriano, fede cattolica, arrivato sette mesi fa in Italia, a Catania, pensava che il più fosse fatto. «Non avevo nulla da temere – spiega – la mia è stata una fuga per evitare dolorose persecuzioni, per me e la mia famiglia rimasta a casa; purtroppo lì non esiste, come dite voi, il contraddittorio, quella democrazia che permette di esprimere un giudizio su qualsiasi cosa, anche la cosa apparentemente più banale; il Paese è diviso fra gente con divisa e gente senza divisa: i primi hanno come una sensazione di onnipotenza, pensano, anzi sono arciconvinti, che la divisa che hanno addosso permetta ogni cosa; esiste una forte corruzione, la parola di un normale cittadino conta poco rispetto a quella di un militare, qualsiasi tipo di denuncia il più delle volte finisce in una bolla di sapone; piuttosto, se ti sei opposto a tentativi di estorsione, sei stato minacciato e non ne puoi più di essere spremuto come un limone, c’è chi fa trapelare informazioni e lì comincia la fase più dolorosa, la persecuzione: vieni picchiato, bastonato, preso a calci; se non ti basta, minacciano anche i tuoi familiari, così l’unica soluzione per evitare di ritrovarti con una palla in una schiena arrivata da non si sa dove, è scappare, gambe in spalla: scappare a più non posso!».

E’ una giornata fatta di documenti custoditi in una busta trasparente. Rex, John e altri loro compagni, mentre c’è chi scatta qualche foto, quelle carte non le abbandonano un solo istante. Lasciate in auto. «Chiudi bene!», consigliano. Non possiamo dare quattro “mandate”, li rassicuriamo: è tutto a vista, possono consegnarsi sereni all’obiettivo. «Da gennaio in Italia – argomenta John, ventotto anni, anche lui nigeriano – non ho potuto iscrivermi a scuola, occorre il codice fiscale che possono darti solo una volta fatte altre domande: adesso quei documenti sono diventati altri ancora, così mi tocca fare tutto daccapo, con il nuovo anno scolastico alle porte: ero in procinto di iscrivermi, respinta della domanda, il “negativo” mi ha fatto fare marcia indietro; devo rifare tutto, perderò tempo prezioso che avrei voluto impiegare per fare i documenti per l’iscrizione a scuola».

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«NON POSSO ISCRIVERMI A SCUOLA»

Il desiderio di John. «Amo i banchi scolastici, fossi rimasto nel mio Paese, la Nigeria, avrei continuato a studiare nel liceo artistico, ero già a buon punto: volevo diventare un docente, avere tanti studenti a cui insegnare il valore della libertà, del rispetto». Quello che un brutto giorno è venuto a mancare proprio alla sua famiglia. «Mamma e zio morti ammazzati, per essersi ribellati a continue estorsioni e rapine: sarebbe toccato anche a me, figlio unico, se papà non mi avesse scosso e indicato che l’unica strada da prendere era quella della fuga».

Se non arriva in tempo il benestare, John rischia di perdere l’anno scolastico, lui che ama il profumo dei libri freschi di stampa. «E’ più forte di me – confessa – stavo cominciando ad accarezzare un sogno, finire il ciclo di studi in Italia e poi vedere sul da farsi: restare qui o se, conoscendo bene l’inglese, avrei potuto trasferirmi altrove, per insegnare, fare l’interprete: quando provo a spiegarmi a qualche amico italiano, cerco di fargli capire che il dolore di chiunque fugga da una zona dove esiste un qualsiasi conflitto, ti matura prima, ti fa crescere, tanto da risultare utile a tutti: conosciamo tre, quattro lingue, in un mondo che va aprendosi alla rete, a scambi culturali e commerciali, possiamo essere una risorsa, non un peso».

Ma la doccia fredda arriva quando meno te lo aspetti. «Con l’ingresso di Salvini nella politica attiva di questo Paese – riprende Rex – sapevamo che la nostra richiesta d’asilo avrebbe necessitato di più tempo: personalmente chiedo solo che mi sia data la possibilità di lavorare, mostrare che le mie braccia possano tornare utili a questo Paese che dal primo giorno si è dimostrato ospitale».

«Confronti fra culture»

Piero Romano, direttore dell’Orchestra Magna Grecia

«Alla radice di un rinnovamento culturale c’è lo studio: non c’è ricchezza senza rinnovamento». Venticinque anni di attività, fra gli ospiti: Michel Petrucciani, Chick Corea, Vladimir Askenazy, Christian Zimerman, Mischa Maisky, Katia e Marielle Labèque, Gonzalo Rubalcaba e tanti altri. «Pino Daniele l’ultimo tributo, ma che emozione il duetto di “Caruso” fra Lucio Dalla e Martinucci. Ora pensiamo all’indimenticato Luis Bacalov, dodici anni a Taranto, tanto che voleva comprare casa…»

Settembre 2018, l’Orchestra della Magna Grecia celebra venticinque anni di attività e successi. Non solo musica classica. Cartelloni invidiabili e spettatori che si fiondano da ogni parte dell’Italia e dall’estero, a Taranto, per assistere a un cartellone di concerti sempre importanti. Nella Città dei due mari e nella stessa Matera, città con la quale è stato creato un ponte culturale, in tempi non sospetti, il “MaTa”. Anche musica leggera che può coniugarsi con un’orchestra sinfonica. Testimoniato dal recente il successo di “Napule è”, progetto dedicato al grande Pino Daniele, nato lo scorso inverno e replicato anche nell’occasione estiva con risultati straordinari.

«E’ uno dei tanti progetti scaturiti all’interno dell’Orchestra della Magna Grecia impegnata nel valorizzare la musica popolare contemporanea e alla costante ricerca di quei cantautori italiani che possono essere espressi con suoni ed emozioni tipici di un’orchestra sinfonica; parlandone con Martino De Cesare e Maurizio Lomartire, abbiamo pensato di dedicare un programma musicale a Pino Daniele, una delle grandi voci del nostro Sud. Per una stranissima coincidenza, questo progetto si è allineato a una produzione cinematografica, il docufilm “Il tempo resterà” di Giorgio Verdelli. Abbiamo subito pensato di coinvolgere proprio Verdelli, autore e regista di fortunatissimi programmi Rai, all’interno di quello che stava diventando un progetto; una volta invitato, con nostra grande soddisfazione ha accettato di curare, coordinare e condurre le serate dedicate al cantautore napoletano. A dieci giorni dal debutto del tributo a Pino Daniele a Taranto, gradevolissima sorpresa: abbiamo appreso che il docufilm di Verdelli era stato premiato con il prestigioso Nastro d’Argento, qualcosa che tributava alla nostra iniziativa anche il beneficio di una promozione nazionale; proprio in virtù del riconoscimento tributato a “Il tempo resterà” abbiamo avuto una eco mediatica importante; invitati in un programma in diretta sulla Rai, abbiamo coinvolto artisti che hanno aderito entusiasticamente al tributo: Tony Esposito, Enzo Gragnaniello e il maestro Renato Serio; con il loro ingresso nel progetto, l’idea iniziale è diventata un grande evento».Foto articolo romano 01

L’Orchestra della Magna Grecia, la sintesi di venticinque anni fra nomi e progetti.

«Compito impegnativo, richiederebbe tanto, troppo tempo: mi limiterò a riassumere in breve un percorso iniziato cinque lustri fa. Potrei parlare di Michel Petrucciani, Chick Corea, Vladimir Askenazy, Christian Zimerman, Mischa Maisky, Katia e Marielle Labèque, Gonzalo Rubalcaba e tanti altri. Abbiamo avuto il privilegio non solo di ospitare, ma anche di affiancare a questi grandi artisti con il nostro gioiello: l’Orchestra della Magna Grecia; piccoli miracoli realizzabili solo con la collaborazione di tutti. Quelli appena elencati e tanti altri artisti, oggi rappresentano la nostra esperienza, la nostra memoria, la nostra forza, il nostro entusiasmo. Tutto ciò ha fatto in modo che l’Orchestra potesse capitalizzare queste esperienze rendendo più robusta la struttura dorsale di una grande istituzione – rappresentandola, ma soprattutto vivendola dall’interno posso assicurarlo a gran voce – diventata negli anni vanto di una città».

Passo indietro. Oltre alla musica classica, la celebrazione di grandi artisti italiani. Fra questi ultimi, Lucio Dalla.

«Abbiamo portato in scena le sue grandi canzoni, le sue grandi poesie musicali; una delle cose che porto nel cuore: la splendida “Caruso” cantata a due voci al teatro Orfeo di Taranto dallo stesso Lucio Dalla e Nicola Martinucci, tenore tarantino famoso in tutto il mondo: di quell’evento ricordo ancora una grande emozione.

Grande onore e soddisfazione, poi, umana e professionale, l’avere avuto per dodici anni in veste di direttore principale il grande maestro Luis Bacalov; pensate, il nostro territorio ha potuto vantare per così tanti anni la presenza di un artista di fama internazionale – premio Oscar per la colonna sonora de “Il postino” – che si è legato alla città di Taranto, l’ha vissuta: girando insieme per il Centro storico cittadino, mi aveva espresso il desiderio di comprare casa proprio lì, nel cuore della Città vecchia; ne abbiamo visitate di case, perché il maestro Bacalov aveva sinceramente espresso il desiderio di legarsi alla città di Taranto perfino attraverso un domicilio».
Foto articolo Romano 02j

Bacalov, grande compositore e direttore d’orchestra, pare che a breve l’Orchestra prevede un tributo.

«Nella prossima stagione è prevista una dedica, diciamo anche anche più di una; difficile, infatti, rappresentare Luis Bacalov in un’unica serata; ha fatto tanta musica, arrangiamenti per gruppi rock, New Trolls, Osanna e Rovescio della Medaglia, musiche per bambini, una infinita serie di colonne sonore; la musica orchestrale, corale, che lui ha composto è stata un grande regalo al repertorio musicale internazionale. In questi dodici anni di attività a stretto contatto all’Orchestra della Magna Grecia ha insegnato tantissimo».

Lavoro estivo. Dietro le quinte, dietro la scrivania, qual è la sua modalità preferita?

«Mi piace relazionarmi con il nostro staff, sicuramente, ma preferisco il dialogo con rappresentanti le istituzioni e gli sponsor che sostengono i nostri progetti: spesso da un’idea può nascere un progetto; oggi avverto, forte, nuovo entusiasmo; da un lato, per esempio, “Matera 2019”, la città lucana nella quale l’Orchestra è di casa: siamo stati quelli, ante litteram, che per primi hanno creato un ponte culturale, appunto fra Matera e Taranto con il progetto “MaTa”; abbiamo messo in connessione le esperienze di due città che hanno grande vocazione culturale».

Un’anticipazione e una riflessione.

«Le anticipazioni ovviamente guardano sempre alla musica. Partono dalla tradizione e si rinnovano con una multidisciplinarietà che intendiamo portare sul palco, un tema che si rafforza di una crescita poliglotta, multilinguistica, oltre che, appunto, multidisciplinare: parlo di multilinguismo non a caso, ospite della cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”. Per noi è stato importante aver studiato come altri abbiano influenzato, arricchito la nostra cultura; la faccio breve: vogliamo dimenticare gli studi sulla cultura africana svolti da Béla Bartok o quelli sulla cultura araba fatta dai nostri impressionisti? E’ sempre stato così, lo studio è alla radice di un rinnovamento culturale, non c’è ricchezza senza rinnovamento».

Porto di Catania

Un paradosso della storia. (Seconda parte)

Siamo felici che, in qualche modo, sia terminata l’odissea dei migranti bloccati sulla nave Diciotti. Particolarmente toccante è stata la vicenda delle quattro donne, vittime di violenza durante il lungo viaggio, che hanno rinunciato a sbarcare per non distaccarsi dai mariti. Ora, finalmente, sono tutti a terra e mi chiedo a chi e a cosa sia servita questa ennesima angheria.

Intanto, continuiamo con il viaggio nella storia cominciato ieri.

Finisce la terribile e annosa guerra corsara fra le due sponde del Mediterraneo, guerra di corsari musulmani e di corsari cristiani, finisce con la conquista di Algeri  nel  1830 da parte dei Francesi. Ma si apre anche da quella data, nel Maghreb, la piaga del colonialismo. E comincia, in quella prima metà dell’ 800, l’emigrazione italiana nel Maghreb. É prima un’emigrazione intellettuale e borghese, di fuorusciti politici, di professionisti, di imprenditori. Liberali, giacobini e carbonari, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli : “Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti”(4). Dopo i falliti moti di Genova del 1834, in Tunisia approda una prima volta, nel 1836, Giuseppe Garibaldi, sotto il falso nome di Giuseppe Pane. Nel 1849 ancora si fa esule a Tunisi.

A Tunisi si era stabilita da tempo una nutrita colonia italiana di imprenditori, commercianti, banchieri ebrei provenienti dalla Toscana, da Livorno soprattutto, primo loro rifugio dopo la cacciata del 1492 dalla Spagna. Conviveva, la nostra comunità, insieme alla ricca borghesia europea, un misto di venti nazioni, ch s’era stanziata a Tunisi. Accanto alla borghesia, v’era poi tutto un proletariato italiano di lavoratori stagionali, pescatori di Palermo, di Trapani, di Lampedusa che soggiornavano per buona parte dell’anno sulle coste maghrebine.

Ma la grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne sul finire dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, con la crisi economica che colpì le nostre regioni meridionali. Si stabilirono questi emigranti sfuggiti alla miseria nei porti della Goletta, di Biserta, di Sousse, di Monastir, di Mahdia,  nelle campagne di Kelibia e di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Anche sotto il protettorato francese, ratificato con il Trattato del Bardo del 1881, l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più massiccia. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna. Gli emigrati già inseriti, al di là o al di sopra di ogni nazionalismo, erano organizzati in sindacati, società operaie, società di mutuo soccorso, patronati degli emigranti.  Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vicepresidente della Camera. Visita le regioni dove vivevano le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori: “Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del Sud e fra gli sterratori delle nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria viltà, abbandonandovi pecorinamente alla vostra sorte” .

La fine degli anni Sessanta del 1900 segna la data fatidica dell’inversione di rotta della corrente migratoria nel Canale di Sicilia, dell’inizio di una storia parallela, speculare a quella nostra. A partire dal 1968 sono tunisini, algerini, marocchini che approdano sulle nostre coste. Approdano soprattutto in Sicilia,  a Trapani, si stanziano a Mazara del Vallo, il porto dove erano approdati i loro antenati musulmani per la conquista della Sicilia. A Mazara, una comunità di 5.000 tunisini riempie i vuoti, nella pesca, nell’edilizia, nell’agricoltura, che l’emigrazione italiana, soprattutto meridionale, aveva lasciato. Questa prima emigrazione maghrebina nel nostro Paese coincide con lo scoppio di quella che fu chiamata la quarta guerra punica, la “guerra” del pesce, il contrasto vale a dire fra gli armatori siciliani, che con i loro pescherecci sconfinavano  nelle acque territoriali nord-africane, contrasto con le autorità tunisine e libiche. In questi conflitti, quelli che ne pagavano le conseguenze erano gli immigrati arabi imbarcati sui pescherecci siciliani. Sull’emigrazione maghrebina in Sicilia dal 1968 in poi,  il sociologo di Mazara Antonino Cusumano ha pubblicato un libro dal titolo Il ritorno infelice.(5)

È passato quasi mezzo secolo dall’inizio di questo fenomeno migratorio in Italia. Da allora e fino ad oggi le cronache  ci dicono delle tragedie quotidiane che si consumano nel Canale di Sicilia. Ci dicono di una immane risacca che lascia su scogli e spiagge corpi senza vita. Ci dicono di tanti naufragi. E ci vengono allora  in mente i versi di Morte per acqua di T.S. Eliot :

 

Phlebas il Fenicio, da quindici giorni morto,

dimenticò il grido dei gabbiani, e il profondo gonfiarsi del mare

e il profitto e la perdita.

Una corrente sottomarina

spolpò le sue ossa in sussurri. (6)

(Vincenzo Consolo)

 

 Note:

4) Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825– pag. 890 Rizzoli 1967

5) Il ritorno infelice di Antonino Cusumano –   Sellerio 1976

6Poesie di T.S. Eliot -pag. 79 – Ugo Guanda 195

Porto di Catania

Un paradosso della storia. (Prima parte)

All’immagine della nave Diociotti ferma nel porto di Catania da giorni con 177 migranti a bordo ai quali viene impedito lo sbarco non voglio farmi risucchiare dal vortice delle polemiche, delle prese di posizione, degli appelli che arrivano da ogni parte e trovano spazio sui media di ogni tipologia.

Al contrario, proprio a partire dal fatto che la scena sia ambientata nel porto di Catania, quasi a rappresentare un paradosso storico, voglio proporvi una riflessione/breve ricostruzione storica del fenomeno delle migrazione prodotta qualche anno fa dal Professor Vincenzo Consolo, psichiatra, precursore della necessità del cambiamento in una società che cambia.

Vi auguro una buona lettura che, pur riportandoci indietro nel tempo, da una rappresentazione delle nostre origini.

In una notte di giugno dell’ 827, una piccola flotta di Musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egiziani, Siriani, Libici, Maghrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furàt, partita dalla fortezza di Susa, nella odierna Tunisia, emirato degli Aghlabiti, attraversato il braccio di mare di poco più di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara (nella storia ci sono a volte sorprendenti incroci, ritorni: Mazar è un toponimo di origine punica lasciato nell’isola dai Cartaginesi). Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta la Sicilia, dall’occidente fino all’oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. Si formò in Sicilia un emirato dipendente dal califfato di Bagdad. In Sicilia, dopo le depredazioni e le spoliazioni dei Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della Chiesa, dei monasteri, i Musulmani trovano una terra povera , desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i Musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. L’isola viene divisa amministrativamente in tre Valli, rette dal Valì: Val di Mazara, Val Dèmone e Val di Noto; rifiorisce l’agricoltura grazie a nuove tecniche agricole, a nuovi sistemi di irrigazione, di ricerca e di convogliamento delle acque, all’introduzione di nuove colture (l’ulivo e la vite, il limone e l’arancio, il sommacco e il cotone…);  rifiorisce la pesca, specialmente quella del tonno, grazie alle ingegnose tecniche della tonnara; rifiorisce l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo più grande durante la dominazione musulmana è lo spirito di tolleranza, la convivenza tra popoli di cultura, di razza, di religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Di questa società arabo-normanna ci daranno testimonianza viaggiatori come Ibn Giubayr, Ibn Hawqal, il geografo Idrisi. E sul periodo musulmano non si può che rimandare alla Storia dei Musulmani di Sicilia, (1) scritta da un grande siciliano  dell’ 800, Michele Amari. Storia scritta, dice  Elio Vittorini, “con la seduzione del cuore” (2). E come non poteva non scrivere con quella “seduzione”, nato e cresciuto nella Palermo che ancora conservava nel suo tempo non poche vestigia, non poche tradizioni, non poca cultura araba ? Tante altre opere ha scritto poi Michele Amari sulla cultura musulmana. Per lui, nel suo esempio e per suo merito, si sono poi tradotti in Italia scrittori, memorialisti, poeti arabi classici.  Per lui e dopo di lui è venuta a formarsi in Italia la gloriosa scuola di arabisti o orientalisti che ha avuto eminenti figure come Levi Della Vida, Caetani, Nallino, Schiapparelli, Rizzitano, fino al grande Francesco Gabrieli, traduttore de Le mille e una notte (3).

Vogliamo ripartire da quel porticciolo siciliano che si chiama Mazara, in cui sbarcò la flotta musulmana di Asad Ibn al-Furàt, per dire di altri sbarchi, di siciliani  nel Maghreb e di maghrebini, e non solo, in Sicilia.

Prof. Vincenzo Consolo

Note:

1)    Storia dei Musulmani di Sicilia di Michele Amari – CT  Romeo Prampolini 1933

2)    I Musulmani in Sicilia  di Michele Amari a cura di Elio Vittorini -pag. 6 

      Bompiani 1942

3) Le mille e una notteEinaudi 1948