«Togliti dalle scatole!»

Jamir, mulatto, scacciato mentre soccorreva una donna

Episodio di intolleranza. Ma scatta la solidarietà dell’intera città per il quindicenne attivatosi per prestare le prime cure alla malcapitata. Interviene la mamma sui social, il sindaco convoca il ragazzo in Comune. «Voglio stringergli la mano, se l’uomo ineducato non gli chiederà scusa, lo farò io stesso, anche a nome dei miei concittadini».

«Ma togliti dalle scatole e torna al tuo Paese!». Questo esercizio di stile è di un italiano, piccolo piccolo, una delle voci fuori dal coro, visto che la maggior parte dei nostri connazionali la pensa in altro modo. Anzi, quando può manifesta pure con tanto di striscioni sui quali scrivono «L’unica razza che conosco è quella umana». Jamir, quindici anni, quel senso di umano ce l’ha nel dna. E non perché è mulatto, ma perché mamma Katia, oltre ad avergli ripetuto dall’età di tre anni in poi che per lui – con un colore di pelle non simile a quello nostro, dove sarà poi tutta questa fortuna nel nascere bianchi, piuttosto che di un altro colore, mistero…  –  la strada sarebbe stata in salita, gli ha insegnato ad amare il prossimo, ad avere rispetto e ad essere tollerante, anche con quanti spesso lo hanno attaccato senza mai un motivo apparente.

Ma torniamo all’episodio che ha visto per protagonista il nostro Jamir. Non vogliamo nemmeno dire di che città o cittadina si tratta, non sarebbe giusto nei confronti della comunità che ha manifestato al nostro massima solidarietà, e del sindaco del piccolo centro cittadino, che lo ha invitato in Comune per stringergli la mano. Grazie, un gesto nobile.

I fatti. C’è una donna, dunque. Ha un giramento di testa, sta per cascare a terra, potrebbe battere rovinosamente il capo, riportare conseguenze gravi. Accasciarsi a peso morto può provocare danni seri. Jamir ha prontezza di spirito, si avvicina alla donna in difficoltà, la sostiene e l’accompagna in una posizione più comoda, distesa, in attesa che arrivino i primi soccorsi. Il giovanotto andrebbe ringraziato, invece, il solito idiota si fa riconoscere in un amen. «E levati, accidenti,  non vedi che non la lasci respirare? Anzi, fa’ una bella cosa, perché non te ne torni al tuo Paese?». Piccolo particolare, il Paese di Jamir è l’Italia, lui è un cittadino italiano. E anche se non lo fosse stato, invece di sperticarci in ringraziamenti per aver soccorso una donna in difficoltà, invece di stringergli la mano, gli indichiamo l’uscita? Ma qualcuno sarà anche un po’ matto. Per fortuna i matti sono sempre meno, anche se questi sono alla continua ricerca di un titolo, onorifico o sulla prima pagina di un giornale.

«VATTENE A CASA TUA!»

«Tornatene a casa!». Sono parole che ad un ragazzino di 15 anni fanno male. Italiano è italiano, ma ha la pelle mulatta, che sarà mai. Eppure non più tardi dell’altro giorno, Jamir si è sentito rivolgere questa frase mentre soccorreva una donna che si era appena sentita male.

E’ sera, sono quasi le otto. Davanti a un abr si è formato il solito capannello di gente. Una signora, di colpo, si è sentita male e il giovanotto che è a due passi da lei, in compagnia di un’amica. La blocca  al volo così da evitare alla donna di battere forte la testa sul marciapiedi. Jamir, mostra prontezza di spirito, invita qualcuno a chiamare i soccorsi, rincuora la donna, le dice che «è tutto sotto controllo!». Vero. «A scuola ho fatto un corso di primo intervento – spiegherà più tardi il quindicenne – mi sono  ricordato di quelle prime nozioni e mi sono dato da fare per aiutare la donna».

In tutta questa storia, interviene la mamma di Jamir. Si chiama Katia, manifesta il suo disappunto sui social. «Ha alzato le gambe alla malcapitata – spiega, dopo che il figliolo le ha spiegato l’episodio per filo e per segno – e quando la donna ha iniziato a riprendersi, le ha portato un bicchiere d’acqua». Ma della serie «non si può stare mai tranquilli» e «la mamma degli idioti è sempre incinta», come soleva ripetere Ennio Flaiano,  quando è arrivata l’ambulanza Jamir si è visto avvicinare da un uomo, un passante, che lo ha strattonato urlandogli a brutto muso di «togliersi di mezzo». «Sto solo provando a darle una mano», ha detto Jamir allo sconosciuto. E l’idiota. «Ma togliti dalle scatole – gli ha intimato ancora il passante – perché  non te ne torni al tuo Paese?».

Jamir, scosso, si allontana dalla donna che stava soccorrendo. «Frasi senza motivo – dice Katia, che non avrebbe mai voluto fare ricorso ai social per stigmatizzare l’episodio – che mio figlio non si sarebbe meritato nemmeno se fosse stato beccato a fare qualcosa di male, ma lui stava aiutando; anche la signora, quando si è sentita meglio, lo ha ringraziato».

«NON PERDONANO IL COLORE DELLA PELLE!»

La mamma di Jamir ha scritto un lungo post su Facebook, ha ricevuto centinaia di messaggi di solidarietà. «Mio figlio – ha scritto lasciando trasparire un certo sconforto – viene fermato per strada per essere controllato dalle Forze dell’ordine perché è mulatto», racconta la donna. «Dall’età di tre anni gli capitano episodi simili – prosegue – un giorno tornò a casa da scuola chiedendomi quale fosse, in realtà, la sua abitazione visto che qualcuno gli aveva detto di “tornare a casa sua”». «E sono anni che combatto per spiegargli che non c’è niente di diverso in lui e nella nostra famiglia». Non nasconde, Katia, che dal suo ragazzo si è spesso sentita chiedere: «Mamma perché non mi hai fatto bianco?». «Per una mamma – conclude la donna – è un colpo al cuore, come lo è spiegare al proprio figlio che dovrà fare attenzione doppia in tutto quello che fa; dovrà imparare a non rispondere, per non incappare in controlli: non voglio che Jamir si senta in difetto, soprattutto se, come in quest’ultimo caso, ha appena aiutato una persona in difficoltà».

Infine il sindaco. «Ho invitato Jamir in Comune nei prossimi giorni – dice il primo cittadino – voglio consegnargli un segno di ringraziamento per il gesto compiuto: è stato un comportamento da adolescente responsabile, e poi voglio porgergli le scuse a nome di tutta la città». Non dovesse chiedere scusa l’uomo che ha spinto il quindicenne mentre questi cercava di prestare aiuto alla donna malcapitata, ci penserà la città anche per lui. Parola di sindaco.

«Venite in Puglia!»

Toti e Tata, intervista esclusiva

Hanno interpretato spot e format in versione cartoon per promuovere il territorio. Raccontano le bellezze di una regione immensa e accogliente. Invogliano i pugliesi a «restarsene a casa!». Antonio Stornaiolo, «Restare qui, una scelta di vita». Emilio Solfrizzi, «Matto per la valle d’Itria, dai trulli alle masserie». «Accoglienti, non dimenticate, siamo stati i primi negli Anni Novanta ad aprire i porti all’ospitalità…». E i selfie da capire e da…ridere.  «E in realtà, nessuno sa fare a meno dell’altro…»

«Fare i cartoni animati ci impegna di meno, fisicamente, fosse per noi faremmo i cartoon a vita!». Toti e Tata, al secolo Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo, hanno prestato il loro volto all’ultima campagna promozionale della nostra regione. I due volti più celebri della comicità pugliese prestano le loro espressioni a una sigla e, in realtà, un vero format in programma ovunque fino al prossimo 15 agosto.

Puglia, promossa. Esami superati brillantemente. Pensate di aver fatto tutto, invece l’attività di cartoon vi mancava.

«E’ la sigla un format dedicato ai pugliesi – dice Stornaiolo – che quest’estate per vicissitudini varie, non potranno andare fuori regione: a questi consigliamo di restare qui, perché la nostra terra è ricca di attrattive; dunque, cari corregionali, le ferie fatele a casa, perché alla Puglia non manca nulla. Poi ci piace strizzare l’occhio agli stranieri a superare l’Ofanto e venire da noi, la regione è lunga, c’è spazio per tutti nel rispetto delle distanze di sicurezza».

Dovessi indicare tre cose della Puglia, non necessariamente nell’ordine di preferenza, per cui vale la pena venire qui?

«Mi permetto di parlare anche a nome di Emilio – dice Antonio – a cui piace immensamente la Valle d’Itria, il suo tramonto, i trulli e le masserie in controluce, lo fanno letteralmente ammattire di gioia: anche io propongo per prima, la Valle d’Itria; poi con tutti i chilometri di costa che abbiamo, sicuramente il mare, fra i più puliti d’Italia; infine, sarà che è un luogo comune, l’enogastronomia. Chi vive in Puglia sa di cosa parlo, chi viene viaggio di piacere torna a casa carico di meraviglie e di qualche chiletto in più, resistere alla bontà e ai sapori genuini della nostra cucina, è impossibile».

Napoletano di nascita e barese d’adozione Antonio, barese al cento per cento, ma per lavoro scelto Roma. Ci sarà un motivo perché hai scelto di restare, anche a dispetto dei santi.

«Sono arrivato in Puglia, che avevo cinque anni: devo tanto, se non tutto alla Puglia, e pur essendo tirrenico nello spirito, sento di essere adriatico nell’animo; sono convinto che le potenzialità di questa terra non siano del tutto state espresse: si mangia bene, l’abbiamo detto, abbiamo 290 giorni all’anno di sole; siamo un popolo accogliente e lo abbiamo dimostrato a partire dagli Anni 90, quando siamo stati i primi ad aprire i porti, senza remore. Abbiamo tutto dalla nostra parte, anche se qualcosa ancora non gira del tutto, ma è uno step che prima o poi arriveremo a compiere: è l’industrializzazione che ci portiamo dietro da decenni e che spesso crea problemi ad una città, Taranto, che ritengo sia un paradiso in terra e che abbia condizioni e strumenti per riposizionarsi come uno dei principali attrattori “non solo pugliesi”; dobbiamo prendere coscienza delle buone pratiche, smarcarci da un’idea in qualche modo borbonica, pensando che la cosa pubblica sia del “re” e, invece, è nostra, però ancora due, tre piccole correzioni e diventiamo insuperabili».

Rai, Mediaset, il cinema. Quando lavori non vedi l’ora di tornare a casa, in serata stessa. E’ stato un limite o un pregio?

«Vero – sorride Stornaiolo – registravo le puntate del programma con l’Immenso Foggiano (Renzo Arbore, ndc) e tornavo subito a casa; adoro la famiglia, la vita di quartiere, mi manca perfino Paki, il mio cane… Non sono mai stato profondamente attratto dalle luci del varietà: preferisco vivere nella penombra, tranquillo, lavorare il giusto per campare piuttosto che passare a osservare dati d’ascolto o incassi al cinema, farmi fermare per strada per un autografo o un selfie. Sto bene così. Qualcuno potrebbe eccepire: grazie, non ti è capitata l’occasione, è comodo giustificarsi in questo modo. Sincerità per sincerità, qualcosina mi è capitata, però il successo non l’ho vissuto come un traguardo; il mio traguardo è avere a disposizione il tempo da dedicarmi e fare solo quello che mi piace».

L’ultimo selfie in ordine di tempo?

«Ne racconto due. Il primo con Emilio, lo abbiamo però rifiutato educatamente, per evitare che senza mascherine e senza il distanziamento necessario, la posa fosse strumentalizzata: ai tempi dei social devi pensare anche questo; noi, io ed Emilio, che ai tempi, a cena, dopo una spettacolo, ci alzavamo da tavola anche dieci volte: ci spiace se il rifiuto a questo signore con bambino appresso, possa essere stato confuso  con un atteggiamento snob. Altro selfie, questo per dire la disponibilità: ero in giro con Paki, aveva appena depositato un bisognino che stavo raccogliendo com’è giusto che sia, quando un signore senza porre tempo in mezzo ha scattato una foto, piegato insieme a me, che dire: contento lui…».

Emilio e la Puglia, Antonio?

«Quando ne parliamo ad Emilio vengono i lucciconi – spiega – nonostante sia un grande attore, bene, questo sentimento di nostalgia non riesce a mascherarlo; così quando ci è arrivata questa proposta, non ci ha pensato su due volte, “Facciamola!”, mi ha detto. Oggi, grazie al Cielo, siamo sommersi di foto e video, siamo diventati una piccola comunità, che InchiostrodiPuglia programma; un “grazie” anche ad Annamaria Ferretti, che nella vita fa tutt’altro, ma che ho costretto a darci una mano: siamo una bella squadra, non c’è che dire…».

Per concludere. Cosa resta di una esperienza irripetibile come Toti e Tata?

«Resta tutto, anni importanti della nostra carriera, uno dei periodi importanti della nostra vita. Non rinneghiamo neppure una virgola, anzi, ancora oggi è vivo il ricordo di un’epoca in cui si coltivavano sogni e progetti».

Quante volte avete provato, tu ed Emilio, a convincervi a compiere un passo avanti o uno indietro e ritrovarvi a Roma, piuttosto che a Bari?

«Abbiamo due temperamenti diversi. Emilio un giorno disse “Voglio diventare un attore, non so se più Robert De Niro o Al Pacino… tu, Antonio, vieni a Roma con me e vediamo che succede?”. Io gli risposi, “No, grazie, come se avessi accettato…”, voglio restare a casa, con mamma, con la mia famiglia…».

E lui?

«“Anto’, allora io vado…”, e io: allora, vai, “quand’è” poi torni. E, in realtà, fra i mille impegni, è tornato; da cosa nasce cosa, abbiamo realizzato tre diversi lavori insieme, poi quest’ultimo progetto: in realtà, nessuno può fare a meno dell’altro. Però bene così, Emilio ha fatto una grande carriera, e io ho avuto la soddisfazione di aver campato sereno, tranquillo, cosa c’è di meglio della Puglia…».

«Puglia, che masserie!»

Forbes elegge la regione più affascinante al mondo

Non solo Borgo Egnazia e Torre Maizza, ma anche Torre Coccaro, la “giovane” Don Cataldo. E poi la gastronomia, orecchiette e cime di rape, melanzane e prodotti caseari. E il mare, cristallino, le insenature, la Valle d’Itria e i trulli. I lidi e gli attrattori, dal barocco leccese al magno-greco tarantino.

Stati Uniti e Puglia, è stato amore a prima vista. Già celebrata dal New York Times, che senza giri di parole l’aveva definita «la più bella regione al mondo» (confermando un primato assegnatole in precedenza), ecco che gli americani tornano a dichiarare il loro smisurato amore per la Puglia. E lo fanno attraverso le pagine di una delle riviste economiche più prestigiose al mondo: Forbes. Ci ha pensato la giornalista Tamara Thiessen a saldare con un suo reportage un rapporto già solido con questa terra nel quale descrive paesaggi, masserie, lidi, sapori, tradizioni.

Ecco il punto di partenza. Raccontare una regione di grande fascino attraverso, per esempio, i suoi sapori. La prestigiosa rivista ha dedicato un suo grande servizio all’Italia e ad un viaggio all’interno della Valle d’Itria, tra masserie di lusso, sottolineando la suggestione di colori fra l’azzurro di cielo e mare con le residenze ammantate di bianco, tanto che – scrive la Thiessen – sembrerebbe di stare in Grecia. Invece non è la Grecia, e non ce ne voglia la cronista di Forbes, e nemmeno  gli abitanti di una delle affascinanti isole dell’Egeo, ma qui le emozioni si moltiplicano. Dalle masserie di Borgo Egnazia e Torre Maizza, Torre Coccaro, fino alla più giovane – aggiungiamo noi – Don Cataldo («lasciamo il mondo fuori!», il suo slogan, masseriadoncataldo.eu), che nel cuore della Valle si candida autorevolmente ad essere uno siti più ricercati.

Ma torniamo alla giornalista e al suo servizio pubblicato da Forbes. Attacca il suo straordinario reportage con una battuta, come fosse un racconto, un romanzo, con una frase che la dice tutta su accoglienza e sapori: «Signora, la sua parmigiana di melanzane preparata stamattina!». L’ultimo racconto sulla nostra Puglia parte dalla tradizione, dai “primi” che più di altri scatti o altre suggestioni, spiegano un territorio di straordinaria bellezza.

«L’odore dell’impasto ancora caldo – scrive la cronista di Forbes – con olio d’oliva, si mescola in maniera esaltante all’aria ristorativa del sale, e alla brezza del mare di Puglia – quando celebra la bontà dei taralli – quelli fatti in casa , complicati da preparare». La giornalista non si è lanciata nella sola cronaca, ha voluto toccare con mano, dare spessore al suo lungo articolo. Ha, infatti, seguito corsi di cucina in masseria, tanto da cogliere raffinatezza, bontà e varietà della materia prima. «Le pietanze, dalle carni della fattoria ai formaggi, in una masseria pugliese finiscono nel piatto a partire dalla colazione».

DALLE MASSERIE AI LIDI…

E poi, il mare, le spiagge. Incantevoli spiagge dorate e piccole insenature rocciose, acqua cristallina e borghi che sporgono sul mare, senza contare un entroterra ricco di vegetazione e architetture mozzafiato, tanto affascinanti da averla resa famosa in tutto il mondo. E’ la Puglia, appunto, terra di grandi suggestioni, bellezze e sapori che non hanno eguali.

In queste prime settimane estive, quando l’incantevole regione si sta riposizionando nelle scelte dei turisti di tutto il mondo, la prestigiosa rivista americana tesse le lodi di quelle meraviglie racchiuse tra i confini della Puglia. Il servizio di Forbes compie un viaggio alla scoperta dei luoghi più belli e caratteristici, dei colori e dei sapori tipici di queste zone, partendo proprio dagli antichi edifici rurali rimessi a nuovo, conservando innanzitutto il loro spirito ruspante. Sono molte, infatti, le masserie trasformate in strutture ricettive, pronte ad accogliere turisti in un’atmosfera calorosa e genuina, guidando gli ospiti in un percorso enogastronomico unico al mondo.

La Puglia. Regione ricca di prodotti deliziosi e saporiti, che i visitatori stranieri non possono fare a meno di apprezzare. A partire dai piatti tradizionali come le orecchiette con le cime di rapa e la parmigiana di melanzane, già menzionata, passando per la burrata classica, proseguendo con un altro dei “piatti forti” della cucina pugliese: il pesce freschissimo e di ottima qualità. Da assaporare seduti su un lungomare, dedicandosi alla vista di un panorama favoloso.

Forbes, documentatissimo, elogia l’olio d’oliva pugliese. All’interno della Valle, immense distese di campagna coltivate con uliveti che già da soli potrebbero rappresentare un paesaggio da cartolina, ideale da visitare, perché no, pedalando in bici per sentire i profumi unici di questa terra.

NON SI VIVE DI SOLA TAVOLA…

Non si vive di solo tavola, scrive Forbes. Dopo aver soddisfatto il palato, ecco le bellezze naturali della costa. Spiagge incantevoli e un mare cristallino. Non è un caso che la Puglia da anni sia una delle mete estive per eccellenza (basti pensare alle splendide località balneari del Salento, le province di Taranto e Lecce in testa). Fra distese sabbiose e piccole insenature rocciose, grotte da scoprire in barca, notando i fantastici colori e le infinite sfumature dell’acqua con il cambiare della luce che vi si riflette.

E Forbes, non può dimenticare uno dei brand più famosi della Puglia: i trulli, “Made in Valle d’Itria”. Non dimentica le meraviglie architettoniche della regione, i caratteristici trulli, appunto, specialità pugliesi per eccellenza. I trulli sono la cornice ideale per una foto ricordo di una vacanza da sogno.

Infine la rivista segnala la passeggiata alla scoperta di Lecce, la “Firenze del sud”, tra edifici in stile barocco e splendide testimonianze di un sapiente uso della cosiddetta pietra leccese. Ma è bene aggiungere a vantaggio di quanti sfogliano riviste e siti online, anche altre bellezze di questa terra. Attrattori importanti come la stessa Valle d’Itria, le case bianche, le masserie si diceva, ma anche città come Trani e Barletta, Bari con la sua Città vecchia. E per finire, Taranto, culla della Magna Grecia, con antiche testimonianze a vista o conservate nel Museo archeologico nazionale (MArTA’), il Castello aragonese, l’Isola con la Città vecchia, la Marina e le spiagge del suo litorale. Puglia, una regione nella quale prendere residenza.

«La libertà in due bracciate»

Butterfly, ali da farfalla, racconta la sua storia olimpionica

Siriana, ventidue anni, lascia il suo Paese insieme con la sorella. Primo tentativo di fuga, infranto. Il secondo andrebbe meglio, se non fosse che il gommone fa acqua. Giù in mare, per tre ore trascina la “bagnarola” in salvo. Partecipa alla manifestazione dei “cinque cerchi”, la raggiunge il resto della famiglia.

«Eravamo in venti su un gommone, così piccolo che uno scricciolo come me, disteso per lungo, stava stretto, sacrificato: figurarsi tutti insieme; non potevamo farcela, ma la paura di essere intercettati e tornare in un porto turco come era già accaduto, ma anche in un altro Stato, ci mise le ali…». Per un attimo fermiamoci a questa porzione di racconto. Riprenderemo a breve, dalla stessa scena. Dalle stesse paure e dalle stesse emozioni.

Butterfly, ribattezzata così da connazionali e compagni di squadra, racconta la sua storia un po’ per volta. A lieto fine, anche questa. Le cerchiamo, le intercettiamo, ci documentiamo, queste storie finalmente belle. Ce le confermano colleghi cronisti, sportivi o di cronaca, esteri o qualcosa di simile, che queste avventure le hanno documentate. La ragazza di ventidue anni, fuggita dalla Siria, Asia occidentale, insieme con la sorella più grande Sarah, anche lei esperta nuotatrice, passa anche attraverso i nostri lidi.

«Il tempo di ammirarli in lontananza – dice – capisci che la terraferma è lì, che quella è la punta dell’Europa, arrivarci è il nostro sogno». Pensare che il solo mettere piede sul suolo europeo per poi proseguire il viaggio della speranza, oppure sbarcare in un’isola greca, per vedere come la vicenda può evolversi, sia un sogno, è qualcosa di impensabile.

E Butterfly, per via del suo modo di nuotare, simile a una farfalla, ammette che quello è già un sogno. «Disposta a cominciare, non ancora maggiorenne, da zero – sogna, appunto – per gettarmi alle spalle a generose bracciate una sofferenza che, ad essere buoni, dura da decenni: guerre continue per affermare potere e territori…».

Butterfly, un sogno. «Quello che una prima volta si infrange sul muso di una motovedetta turca, che ci intercetta e riconduce in porto: così il sogno si fa incubo! Io e Sarah non ci arrendiamo tanto facilmente, non vediamo altre strade per darci un futuro che sia lontano da colpi di arma da fuoco, stato d’allarme, lotte politiche in un Paese che ha continue emorragie».

BUTTERFLY, COME MADAMA…

Intanto, le due sorelle tornano indietro, sotto scorta. Non è finita. Come in tutte le gare, la ragazza cui hanno attribuito il nome della “Madama” di un’opera di Puccini, sa che dietro l’angolo c’è sempre una rivincita. Lo dice anche il suo tecnico, un allenatore che l’aiuterà ad alleggerirsi dei suoi pensieri e volare a pelo d’acqua.

«Prima dei salti di gioia – ricorda la ragazza siriana – la paura, tanta, per esempio il ritorno in Turchia, il Paese nel quale eravamo entrate io e Sarah, provando a fare da apripista ai nostri genitori e la terza sorellina, rimasta in patria con loro, passando per il Libano». Le intercettano, accidenti. «Quando vedi un’imbarcazione in lontananza – ricorda – comincia a batterti forte il cuore, un flash insegue l’altro: saranno amici o nemici, il pensiero alterno; non mi riconosco grande fortuna, tanto che quella motovedetta è turca: si accostano, ordinano senza mezze misure di seguirli; ci tengono d’occhio, sorridono fra loro, gli sguardi severi li riservano solo a noi che, eppure, al loro Paese non abbiamo dichiarato guerra. Ma è così che va il mondo: l’ho scoperto subito, a mie spese…».

Butterfly e Sarah, sorelle per la pelle, non si danno per vinte. «Dovevamo trovare un altro scafista – riprende – disposto a non chiederci cifre da capogiro e ad accompagnarci nella sponda di fronte, una delle isole del Mar Egeo, poi una volta lì avremmo trovato una seconda strada. Quello scafista che qualcuno ha contattato, in realtà non ha uno scafo veloce con il quale coprire quella distanza, da un porto all’altro: ha solo tanta buona volontà e incoscienza».

Quando arrivano nel porto alle prime luci dell’alba, quelle venti persone in fila e con bagaglio a mano, si imbattono in un canotto, più vicino alla grandezza di un salvagente, che non di un gommone. «Tutti si guardano in faccia, qualcuno vorrebbe rinunciare, troppo pericoloso: prendere il mare aperto con quell’“affare” è un’impresa, ma circola voce – che sia il padrone di quell’“arnese” che dà subito l’idea di fare acqua, o di uno dei possibili passeggeri a metterla in giro, è tutto da verificare – che il tempo per le ore a seguire sarà clemente, dunque, nessuna pioggia in arrivo e niente mare agitato: resta il fatto che venti lì dentro non possono starci, è contro ogni legge fisica…».

UN CORPO IMMERSO NELL’ACQUA…

In effetti, un corpo immerso nell’acqua dà grattacapi, figurarsi venti. «Ci siamo guardati fra noi – ricorda Butterfly – e atteso che uno, il più incosciente o coraggioso, a quel punto faceva lo stesso, compisse il primo passo verso quella bagnarola: tutti dentro, in piedi, niente posti a sedere, si parte!».

Torniamo al punto di partenza, una storia che rischia di fare acqua, nonostante Butterfly e la sorella Sarah, ce la mettano tutta. «Troppe venti persone per quei due, tre metri quadrati, ma proviamo a prendere il largo, direzione una delle isole greche nell’Egeo: le vediamo in lontananza, non cantiamo vittoria, proviamo ad essere scaramantiche, ci era accaduto nel viaggio precedente non appena in lontananza avevamo visto la prima costa…». Ma il pericolo stavolta non arriva da una motovedetta, da una nave ostile, giunge da quella stessa “bagnarola”: si spegne il motore e rischia di imbarcare acqua. E’ il momento di spiegare le ali. «Mi sono lanciata in mare con mia sorella e un’altra ragazza, insieme abbiamo nuotato per tre ore tirando quel gommone, che poi gommone non era, fino a quando dopo ore di interminabili bracciate non siamo arrivate a destinazione: eravamo in Grecia…».

Basterebbe questo per parlare di storia a lieto fine. Il più è fatto, la rotta balcanica, il viaggio infinito, a piedi e in treno, passando attraverso Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria e, infine, Germania, Paese nel quale le due sorelle ottengono lo status di rifugiate. Prima della guerra, quella ragazza che al posto delle braccia aveva due ali, aveva rappresentato la Siria ai Campionati mondiali di nuoto in vasca corta 2012, in Turchia. Stavolta, partecipa ai 100 metri “farfalla” femminili, supera la prima fase. E tutto quello che per anni l’aveva mortificata.

«Ricomincio dal jazz»

Nino Buonocore, concerto nell’Arena della Villa Peripato

Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Gianluca Podio. Quattrocento spettatori, rispettate le norme sul distanziamento sociale. «Il mio coautore, Michele De Vitis, è tarantino, mi ha chiesto di salutarvi. La mia musica è stata sempre vicina a sfumature raffinate. Oggi faccio quello che mi va, Sanremo ha ribaltato il principio di canzone…». Intervista esclusiva.

«Qualcuno, magari, non lo sa, ma l’autore dei miei testi è un tarantino: Michele De Vitis. Bene, oggi l’ho sentito al telefono e mi ha pregato di rivolgervi un saluto, soprattutto dirvi che, nonostante viva a Roma da tanti anni, la “sua” Taranto la porta sempre nel cuore!».

Nino Buonocore, prima di cantare nell’Arena della Villa Peripato, ospite del Magna Grecia Festival, si concede ad una intervista esclusiva (sul nostro sito anche il breve “corpo a corpo” in versione-video) al canale youtube di Costruiamo Insieme. Schietto, sincero, come sempre, un piacere scambiare due battute con il popolare cantautore napoletano.

Dunque, partiamo dal suo concerto, dai saluti dell’autore dei testi di numerosi successi, Michele De Vitis appunto. Autore, in particolare, di quelli firmati con Nino, nel corso di oltre trent’anni e con il quale è entrato in perfetta sintonia. E’ un bel successo, anche di pubblico.

Considerando le restrizioni dovute al Cvid-19 e il distanziamento obbligatorio (è notizia di questi giorni, per i prossimi eventi in programma, secondo l’ultimo Dpcm, le platee potranno accogliere un maggior numero di presenze), nell’Arena sono presenti quattrocento spettatori. Breve introduzione al concerto. Applausi a scena aperta per brani inossidabili che hanno spesso invogliato il pubblico a cantare insieme con il protagonista della serata, che non ha risparmiato il bis. Fra i brani, “Rosanna”, “A chi tutto e a chi niente”, “I treni d’agosto”, “Così distratti” e, naturalmente “Scrivimi”. Infine, un piccolo omaggio al pubblico tarantino, l’inedita “L’amore è nudo”.

Nino Buonocore con l’Orchestra della Magna Grecia. A proposito, parola di Buonocore…

«Ho suonato di recente con la London Simphony e, vi assicuro, non è una sviolinata, per restare in tema: l’Orchestra della Magna Grecia non è da meno, anzi…». Applausi anche per il maestro Gianluca Podio, dieci anni insieme con Ennio Morricone, e il pianista Antonio Fresa, artista che lo scorso anno a Taranto era stato ospite del Lokomotive Jazz Festival.Buonocore 1Arrangiamenti jazz e orchestra. La buttiamo lì, galeotto fu l’incontro con Chet Baker?

«Non direi, la mia scrittura – ma questo è il mio punto di vista – è stata sempre molto vicina a questo mondo musicale, tanto che credo si possa accostare a una tessitura jazzistica; diciamo che uno spettacolo così e di queste dimensioni era il mio sogno nel cassetto, anche perché spesso ripeto che le fasi artistiche si dividono sicuramente in tre periodi: il primo, quando sei giovane, vuoi “scassare” tutte cose, cominci dal rock, un genere aggressivo; seconda fase, quella dello studio, cominci a moderare certi aspetti e pensare a un tuo linguaggio e al come rivolgerti al pubblico; terzo periodo, il più bello: ti senti libero da costrizioni e condizionamenti, fai praticamente solo quello che ti passa per la testa, e io voglio farmi trascinare da qualsiasi cosa mi vada di fare…».

Allora, che effetto le fa quando le chiedono successi come “Scrivimi”, “Rosanna”, “Una canzone d’amore”?

«Mai rinnegato le canzoni, i successi, che sono poi gli strumenti che, oggi, mi permettono di scegliere liberamente cosa fare: continuare su quella strada, pop anche se raffinato, oppure sterzare verso altri sentirei, il jazz per esempio; forse oggi quelle canzoni le scriverei diversamente, ma come faccio a rinnegare capitoli che hanno contribuito alla mia crescita, oppure, per dirla tutta, a rimediare ad eventuali errori che ho inavvertitamente commesso? Non ho la macchina del tempo, dunque va bene così, pertanto lunga vita a “Scrivimi”, “Rosanna” e le altre…».

Colgo la palla al balzo, ci dica quali errori sente di aver commesso, il giovane Buonocore?

«Per esempio – non si nasconde dietro una battuta, Buonocore, anzi, si apre – che il Festival di Sanremo fosse un punto d’arrivo, e invece non è nemmeno un punto di partenza: è una trasmissione televisiva e basta. Per dirla tutta, una kermesse, uno show come un altro, dove la canzone – che invece dovrebbe essere protagonista – viene messa all’angolo, perdendo quello che dovrebbe essere il ruolo principale di una manifestazione che non a caso è considerata “Festival della canzone italiana”: la musica non chiede di essere spettacolarizzata, è uno spettacolo a sé stante, anche chitarra e voce…».Buonocore 2 copiaCome e quanto è intervenuto, allora, in chiave jazz nelle sue canzoni?

«Non molto, la scrittura è assimilabile, è stato un percorso quasi naturale, anche grazie ai musicisti che hanno quella cultura e che mi hanno affiancato in questo progetto; credo sia stato un processo naturale, un lavoro già semplificato».

Ma, insistiamo, Chet Baker, un supergruppo con l’indimenticato Rino Zurzolo?

«Il passaggio allo stadio jazz è arrivato in modo naturale, anche se mi sono tornati utili certi passaggi, per così dire pop; premesso che tengo alla mia integrità di pensiero, non certamente statica – quella appartiene agli sciocchi – volevo però mantenere le ragioni che mi hanno avvicinato alla musica, cosa che ho sempre tutelato; mai imposizioni, solo felici incontri; esperienze diverse senz’altro, anche se credo di avere preso, ma anche di avere dato negli incontri con i musicisti con i quali mi sono relazionato in tutti questi anni».

Non le manca il profumo dello studio, chiudersi in sala di registrazione per scrivere e realizzare album?

«Lo studio mi sta molto stretto – conclude Buonocore – io che fra quelle quattro mura ci ho vissuto a lungo: io che ho cominciato a diciotto anni, mi sono stancato della musica autoreferenziale, oggi in qualche modo voglio dare, lanciare – se vogliamo – un boomerang perché mi faccia comprendere come questo mio modo di intendere la musica, possa tornarmi indietro…».

Diodato, assopigliatutto

In una sola stagione, per il cantautore tarantino un premio dopo l’altro

A Sanremo con “Fai rumore” ha raccolto di tutto e di più, dalla vittoria fra i big al Premio della critica. Poi con “Che vita meravigliosa”, nel cinema, colonna sonora de “La dea fortuna” di Ferzan Ozpetek. In questi giorni ha preso il via il tour “Un’altra estate”. A Ferragosto, a Grottaglie, ospite del Cinzella Festival.

«Sono nato ad Aosta, ma mi sento tarantino a tutti gli effetti, mi sento uomo da città di mare, il mio sogno è quello di cantare un giorno al centro di una piazza centrale, piazza Garibaldi, con vista su via D’Aquino, a una incollatura dal Lungomare e dal Ponte girevole: lì da studente ho debuttato con un mio complesso musicale…».

Così Antonio Diodato, tarantino appunto, trentanove anni ad agosto, vincitore dell’ultima edizione del Festival di Sanremo e tanti altri premi da farne l’artista italiano più premiato in una sola stagione. Taranto è orgogliosa del suo pupillo. E come non potrebbe esserlo, con un patrono, San Cataldo, notoriamente “amante dei forestieri”, considerando che Diodato le prime parole dopo la vittoria nella kermesse canora più popolare, il primo pensiero lo ha rivolto ai suoi genitori e alla sua città. E’ raro che questo accada. Non di recente, visto che anche il suo amico e concittadino, Michele Riondino, pur rischiando di compromettere una carriera brillante di attore, ha spesso scherzato con i “santi”, parlando di Taranto, i fumi dell’industria e costruito un Primo Maggio, ad ogni occasione, dalla Rai a Canale 5 passando per La7. Dunque, Diodato, uno degli ospiti fissi del Primo Maggio tarantino, ha rimandato la festa nella sua città, causa lockdown. Si rifarà parzialmente a qualche chilometro del capoluogo ionico, a Grottaglie, a Ferragosto in occasione del Cinzella Festival.

ANTONIO, UN PRIMATISTA!

Ma torniamo a Diodato recordman. Da queste parti amano dire “assopigliatutto”. Non c’è stata una manifestazione, dalla musica al cinema, dove Diodato non abbia messo becco e ritirato almeno un premio: sei in tutto, quest’anno. E non è ancora finita, visto che i primati sono fatti per essere, perché no, perfezionati.

Dunque, quest’anno è stata un’annata davvero eccezionale per Diodato. Unico artista italiano, dicevamo, ad aver vinto nello stesso anno con la canzone “Fai rumore” il Festival della canzone italiana (Sanremo), il Premio della critica Mia Martini (Sanremo), il Premio Sala Stampa Radio Tv e Web (Sanremo), il Premio Lunezia, e, con “Che vita meravigliosa” il premio David di Donatello (Miglior canzone originale) e i Nastri d’argento (Migliore canzone originale), colonna sonora del film “La dea fortuna” di Ferzan Ozpetek, contenuta, insieme alla stessa “Fai rumore” nell’album “Che vita meravigliosa”.

Lunedì scorso, giorno della scomparsa del grande Ennio Morricone, durante la cerimonia di premiazione dei Nastri d’Argento, al MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, a sorpresa Diodato ha reso un emozionato e sincero omaggio al più grande compositore del Novecento, tributandogli “Nuovo Cinema Paradiso”. Altri meriti, tanto per gradire, il Disco di platino per “Fai rumore”, sesto singolo più venduto del primo semestre del 2020.

Sabato 4 è iniziata l’estate live di Diodato dalla Valle d’Aosta, duemila metri di altitudine con un concerto che ha registrato il tutto esaurito che ha dato il “la” ad appuntamenti inediti, nel segno di un nuovo dialogo musicale fuori programma che vedono l’artista suonare dal vivo in alcuni posti straordinari, nel rispetto delle regole attuali. Fra i concerti, si diceva, il 15 agosto al “Cinzella Festival”, Grottaglie.

EMILIANO E MELUCCI «COMPLIMENTI!»

Il tour di Diodato prende il nome dal nuovo singolo, “Un’altra estate”, tormentone alternativo, scritto durante il lockdown, e tra i brani più suonati in assoluto in Italia, di cui è disponibile il videoclip (regia di Priscilla Santinelli, produzione Borotalco Tv). Tema della canzone, la fine di un tempo sospeso, simboleggiato dall’apertura delle pareti di una grande scatola che fanno tornare l’artista a respirare.

Diodato, a caldo, dopo la vittoria del Festival, aveva raccontato di aver collezionato qualche «mazzata», suonato in locali dove talvolta si trovava al cospetto di una decina di persone. «Però ho sempre creduto in quello che facevo, nella forza della musica e della canzone». Con lui si erano complimentati i maggiori rappresentanti delle istituzioni. Il governatore Michele Emiliano, per esempio, commentò su Facebook la vittoria del cantautore tarantino. «Un ragazzo pugliese, un figlio di Taranto, che vince il Festival di Sanremo con merito, per talento, dopo tanta gavetta e uno studio continuo: bravo Antonio, sei l’orgoglio di questa comunità».

Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, dal suo canto, pochi minuti dopo la vittoria del Festival, commentò: «E’ motivo di grande gioia vedere un artista che realizza il suo sogno; motivo di grande orgoglio per lui, la sua famiglia e la comunità tarantina vedere fiorire il suo talento coltivato con impegno, duro lavoro, spirito di sacrificio, costanza e tanto tanto studio».

«Il mio lieto fine…»

Godfred, ghanese, calciatore

«Sono arrivato a Lampedusa. Mio padre si è ucciso di lavoro. Poi un provino in una squadra, mi ha cambiato la vita. Sogno di tornare a casa, comprare piantagioni di cacao. E far lavorare e stare bene tanta, ma tanta gente»

E raccontiamole un po’ di storie a lieto fine. Storie che sanno tanto di film di Frank Capra, sullo stile de “La vita è meravigliosa”. Il protagonista è un giovane calciatore. Non menzioniamo il cognome, né la squadra di appartenenza. La sua è una storia che deve interessare per come si è evoluta, con quell’esultanza da stadio che ha reso felice lui e la sua famiglia. Tutto scaturisce da una domanda, semplice. «Ma quando entri in contrasto con un tuo avversario, perché ci metti tanta foga, come se fossi arrabbiato con il mondo intero?». Un collega a Godfred, ventiquattro anni, ghanese, religione cristiana, tanto che spesso all’ingresso in campo con i suoi compagni di squadra, rivolge lo sguardo al cielo, gli indici rivolti, dice, al Signore, perché protegga lui e la sua famiglia, non necessariamente in quest’ordine. «Non sono arrabbiato con il mondo – Godfred al giornalista, in un italiano sempre migliore – anzi, credo di dovergli essere riconoscente: il calcio è fatto di classe, ma anche di passione, così il mio allenatore che in quanto a passione può insegnarne a tutti noi e cominciare daccapo, mi ha detto che non bisogna mai entrare svogliati in campo: facciamo il mestiere più bello al mondo e ci pagano tanto, dunque massima concentrazione e all’avversario provare a togliere il pallino del gioco anche con grinta».

La sua storia, praticamente un film. Uno di quelli che iniziano nella miseria e prima dei titoli di coda si concludono con un lieto fine. «Sono arrivato in Italia a Lampedusa – racconta – più di una decina di anni fa, non viaggiavo da solo, ero con papà, William, che non mi perdeva d’occhio nemmeno un istante; quando partimmo da Sunyani, sapevamo che non sarebbe stato facile farsi strada, crearsi un futuro in un Paese nel quale cento euro avevano un valore simile a zero, mentre a casa mia, avrebbero potuto rappresentare un anticipo per aprire una impresa modesta, ma qualcosa che avrebbe potuto farci stare bene».

PAPA’, QUANTI SACRIFICI

Papà e i sacrifici. «Lui ha fatto parte di quella schiera di extracomunitari che per vivere dovevano spezzarsi la schiena nelle piantagioni di pomodori: ha lavorato nelle campagne di Foggia, prima, in una, due, tre campagne in Campania, poi; dura la vita, così credo che giocare al calcio, allenarsi, andare negli alberghi di lusso, sia una cosa da difendere con le unghie e con i denti; se noi africani ci mettiamo più grinta è perché non vogliamo trovarci nelle condizioni di una volta…».

Alberghi di lusso, Godfred. «Se penso a dove dormivo quando ero piccolo – sorride – mi viene il capogiro, ecco perché i contrasti, come spiega il mister, devono essere leali sì, ma anche convinti; negli alberghi mi viene da mettere tutto a posto, come se fosse casa mia, ho rispetto per chi lavora, rassetta e dispone le stanze per altri clienti. Ma quanti sacrifici a casa…».

Poi il colpo di fortuna. «Certo, senza quello e senza un bagaglio tecnico non vai da nessuna parte; sono stato osservato, ho giocato bene le mie carte, fino a quando sono finito in un club di serie A: avevo realizzato il mio sogno, fare una cosa che avevo sempre desiderato quando giocavo nei campi della mia cittadina, e guadagnare tanti soldi con i quali aiutare la mia famiglia, che vive in Ghana, per aprire un commercio e far studiare le mie tre sorelline: attente, però, ho detto loro, studiate davvero, non sta bene che un uomo vi mantenga; devono studiare, farsi strada e un giorno diventare autonome: certo, le aiuterò, ma anche loro devono sapere che la vita è fatta di sacrifici, non è una lotteria…».

Godfred, non una ma più volte, ha pensato alla sua vita, a come sarebbe stata se con il papà non si fosse imbarcato per l’Italia. «Avrei lavorato in una piantagione di cacao – la risposta secca, senza pensarci troppo – dalle mie parti è quello il lavoro che fanno in molti, io avrei seguito la stessa strada; oggi che gioco al calcio e guadagno, sto pensando a un mio ritorno a casa, a fine carriera: comprerò piantagioni di cacao e darò lavoro a tanta gente».

LA TV DAI VICINI, IN CAMICIA

Cosa ricorda dei suoi quindici anni, Godfred. «Tante cose, provo a dirne una: non avevamo la tv, così mi toccava chiedere ad amici benestanti se fosse stato possibile vederla a casa loro; unica condizione, tirarmi a lucido e indossare una camicia, perché a casa della gente – giusto così – non si doveva entrare impolverati, con una maglietta magari sudata e con le scarpe sporche!».

Un pensiero rivolto a mamma, Confort. «Se papà mi ha insegnato l’importanza del lavoro – spiega Godfred – mamma mi ha fatto capire cosa sia il rispetto: prima di pretenderlo per se stessi bisogna averlo per il prossimo; e poi il valore delle cose, del denaro, mai sperperarlo, specie ora che, grazie al Signore, i soldi cominciano a circolare anche in casa nostra: non dobbiamo dimenticare un solo istante da dove veniamo e che il benessere è un dono che se non sai amministrarlo con giudizio e amore, così come è arrivato puoi perderlo…».

Gli è balenato, ma per poco, invitare in Italia i familiari, mamma, papà e le tre sorelline. «Con il mio aiuto stanno lavorando e studiando, venissero in Italia sarebbe complicato: non c’è molto lavoro e, allora, se posso, aiuto la mia famiglia da qui; mando loro dei soldi che permettano loro di guardare con serenità al futuro, poi ho in mente di realizzare il mio secondo sogno: dopo aver fatto il calciatore, come dicevo, mi piacerebbe comprare piantagioni di cacao e far lavorare tanta, ma tanta gente e far stare bene decine di famiglie: mi è bastato vedere papà negli occhi, pieno di sudore e distrutto da un lavoro massacrante, per capire la vita, non dobbiamo dimenticare da dove veniamo…».

«Sosteniamo il turismo culturale»

Eva degl’Innocenti, direttrice del MArTà, riparte da uno degli attrattori del territorio

«E’ la strada per riprendersi dopo il lockdown. Invogliamo il turismo a visitare le bellezze custodite nel Museo Archeologico Nazionale. Il dopo-confinamento ha attivato progetti mai realizzati finora. Tariffe e abbonamenti con formule promozionali. Francesi e tedeschi i più interessati ai beni archeologici»

Taranto si riprende a grandi falcate. Sempre nella massima prudenza, ma con un certo ottimismo alla ripresa dopo il periodo di confinamento a causa del Covid-19. Ci sono note positive per il turismo balneare e quello enogastronomico, ma anche per quello culturale. Uno dei più importanti attrattori culturali cittadini è il MArTà, il Museo archeologico nazionale diretto dalla dottoressa Eva degl’Innocenti. Cominciamo dalla fine. Dalla ripresa delle attività e, dunque, delle visite al Museo archeologico nazionale.

«Anche durante il lockdown abbiamo sempre mantenuto un rapporto continuo con i nostri visitatori, nel frattempo diventati visitatori virtuali; alla sua riapertura il Museo si è presentato con una programmazione culturale e didattica che ha suscitato interesse registrando un’adesione per certi versi inattesa”.

Il tour virtuale in cosa consisteva?

«Abbiamo creato una programmazione, il MartaVisione: tutti i giorni eravamo nelle case di chiunque fosse interessato al Museo attraverso i nostri social, Youtube, Facebook, Instagram; tour virtuali con video a cura del nostro personale; abbiamo svelato le fasi del nostro lavoro, una sorta di “dietro le quinte”, che il pubblico ha potuto osservare in poche occasioni».EVA - 1Sta riportando alla luce altri tesori custoditi dal MArTà.

«Stiamo cercando di offrire programmazioni diverse per fascia di pubblico. I bambini, per esempio, hanno avuto la loro parte di contenuti attraverso un linguaggio appropriato e, soprattutto, giochi, indovinelli; abbiamo colto l’occasione per lanciare il concorso “Crea la mascotte del MArTà”, che ha riscosso grande successo: siamo stati piacevolmente inondati da una risposta considerevole del territorio, centinaia e centinaia di disegni molto belli: a tempo debito sveleremo il nome del vincitore…».

Lockdown, un periodaccio, durante il quale ha fatto squadra con i suoi collaboratori.

«Con l’intero staff abbiamo dato vita a un importante lavoro. Non ci siamo mai fermati; detto che il Museo ha una vigilanza H24, i curatori hanno assicurato rotazioni, il personale ha lavorato in smart-working; abbiamo creato presìdi di sicurezza per tenere sotto stretto controllo i reperti; ogni giorno vengono misurate le temperature, controllati i depositi del Museo e tutto ciò che riguarda la sicurezza dell’edificio, le manutenzioni; ci siamo dedicati con grande attenzione a tutte queste attività, anche approfittando dell’assenza del pubblico per curare, per esempio, tutta la manutenzione e la cura delle collezioni; dedicarsi alla pulitura dei reperti contenuti nelle vetrine, dunque a quelle attività che richiedono tempo e massima sicurezza».
Quanto le è dispiaciuto il blocco di un trend positivo che stava registrando una costante crescita di pubblico e gradimento?

«Quando ha assunto lo status di autonomia speciale, dunque prima del lockdown, il Mueo aveva registrato un incremento di visitatori fra il 40 e 50%, con un 80% in più di introiti; numeri molto positivi: fossimo un’azienda privata staremmo a festeggiare un trend con una crescita esponenziale; sottolineo con orgoglio l’aumento dei visitatori tarantini che hanno cominciato o ripreso a frequentare il Museo; ma non misurerei le performance con i numeri, ma con tutte le attività e i progetti che abbiamo creato insieme con il territorio. E’ evidente che oggi ci troviamo in una situazione diversa, la flessione di numeri si registra in tutta Italia, in quanto il nostro è un comparto legato al turismo: lo stop ha creato anche un blocco psicologico, ma abbiamo voluto vedere il bicchiere mezzo pieno: è cambiato il paradigma dell’immaginario nei confronti del Museo, sono finite le visite mordi e fuggi, soprattutto quelle che interessavano un turismo di massa assolutamente negativo, che è tutt’altro che un valore aggiunto. Sono fiorentina, conosco quali disastri questo possa provocare. Quindi, se da un lato abbiamo avuto una flessione dei visitatori dovuta al contingentamento, io ho visto questo momento in modo positivo, considerando che il rapporto con l’opera ci permette di offrire al visitatore qualcosa di più empatico, relazionale».MARTA 1 - 1Insomma, ha fatto di necessità virtù.

«Abbiamo utilizzato questo momento, laddove il decremento del pubblico poteva sembrare negativo, per realizzare, per esempio, la programmazione “Tesori mai visti”: tre giorni a settimana, più un giorno a settimana dedicato al pubblico “familiare”, abbiamo svelato attraverso la voce dello staff, personale tecnico-scientifico, reperti e tesori conservati fino a quel momento nei depositi, dunque totalmente inediti, mai esposti. Questo ha permesso allo staff un approfondimento scientifico e di ricerca e, al contempo, di proseguire nell’attività di educazione al patrimonio, riservata a un numero ristretto di visitatori osservando la massima sicurezza dell’opera. In tempi diversi, non avremmo potuto offrire questo tipo di lavoro, una cosa che è stata molto apprezzata. Questo ha incoraggiato l’adesione agli abbonamenti. Oggi, infatti, si può visitare il Museo a una tariffa più che promozionale, la chiamerei simbolica; dal “My MArTà”, agli abbonamenti “Family”, dalla coppia alla formula due adulti con minori, poi “Young” dai diciotto ai venticinque anni, infine “Forever young” per gli over 65, quella “Corpored”, stipulata con convenzioni con il mondo imprenditoriale a cui teniamo molto in quanto crediamo molto in una progettualità pubblico-privata».

Quali sono i turisti stranieri più interessati alle bellezze custodite dal MArTà?

«Quello più interessato, mediamente, è il pubblico francese, seguito da quello tedesco; gente molto colta e, soprattutto, molto interessata all’archeologia; il turismo culturale italiano è rappresentato da questa presenza significativa, Francia e Germania vantano una lunga tradizione di studi e fruizione dell’archeologia. Francesi e tedeschi, lo dicono i numeri espressi da altri siti pugliesi, non sono interessati al solo turismo balneare».

Se domani venissimo al Museo davanti a quali novità ci troveremmo?

«Intanto il nostro FabLab, nostro fiore all’occhiello: crea stampe in 3D dei nostri reperti; è in corso il progetto di digitalizzazione: 40mila opere open date, tanto che si potranno ammirare operatori e tecnici che lavorano alacremente, impegnati per i prossimi venti mesi a completamento del progetto; come detto, la visita dei nostri “Tesori mai visti”, per un pubblico di famiglie a cui teniamo in modo particolare; infine, un invito: il 12 luglio, con prenotazione obbligatoria sulla piattaforma, si potrà prendere parte a visite guidate per ammirare “I Capolavori del Museo”, occasione imperdibile».

«Cin-cin bipartisan…»

Bruno Vespa, Michele Emiliano e Luca Zaia

Il conduttore di “Porta a porta” ha invitato nel cuore dell’Italia più bella, la Valle d’Itria, i governatori di Puglia e Veneto. Un brindisi con “Terregiunte”, il suo vino prodotto fra i nostri filari. «Una grande emozione vedere il presidente della Regione Veneto in Puglia», ha dichiarato il governatore pugliese. E, insieme, un brindisi al frutto dell’incontro tra due terre.

«Michele Emiliano, governatore della Puglia, e Luca Zaia, governatore del Veneto: due regioni lontane, ma che questa sera avranno più di un motivo per sentirsi complementari, una vicina all’altra: fra poco a “Porta a Porta”, non mancate…». Sembra di sentirlo, Bruno Vespa, nel lancio di una delle sue puntate televisive in seconda serata. Con quella musica che celebra “Via col vento”, come a portarsi via le parole, dopo un confronto serrato, magari borderline, giocato sul filo della dialettica passionale. E, invece…

Invece, non è uno studio televisivo. E’ anche meglio, aggiungiamo noi, orgogliosi di questo angolo nel quale la Valle d’Itria mostra il meglio di sé, da una immensa distesa verde che al solo guardarla ti riempie i polmoni di ossigeno, che di questi tempi di canicola estiva – diciamolo pure – avrebbe anche un costo esagerato, a una veduta che più di un panorama sembra una cartolina, con tutti quei trulli, imbiancati di calce e nella “bella stagione” presi in affitto da turisti avveduti, sensibili al punto da avere imparato ad amare la natura e le cose belle. Perché «Come natura crea, la Valle d’Itria conserva…». VESPA - 1COME NATURA CREA…

Sembra uno spot pubblicitario e, in effetti, lo è: un pay-off preso in prestito da una tv che un tempo creava. E oggi, con gli ultimi eroi del giornalismo e della comunicazione, cercano di mantenere intatta. Almeno nelle intenzioni. E Vespa è uno degli ultimi opinionisti a cui la gente dà ancora ascolto. E’ una trasmissione bipartisan la sua, come l’incontro fra i due governatori che sembrano lontani nella fede politica, ma che sono molto più vicini nella difesa di territorio e nei princìpi più di quanto non possano sembrarlo, almeno leggendo l’impegno di ciascuno rispetto al proprio mandato: uno, Emiliano, in Puglia, l’altro, Zaia, in Veneto.

Ed è in uno scenario suggestivo, fra le campagne della Valle d’Itria, tra filari d’uva e un paesaggio segnato dalle cime sferiche dei trulli e dalle curve morbide delle colline, che è andata in scena la rappresentazione moderna di un antico asse adriatico: quello, appunto, che lega la Puglia al Veneto.

Gli onori di casa spettano ad Emiliano, presidente della Regione Puglia, molto impegnato in una propedeutica campagna elettorale per le prossime elezioni. Una riconferma, per lui, con un panorama politico mai così slegato, da sinistra a destra, sarebbe oro colato. Ma adesso deve accontentarsi di un bel sorso di vino, Emiliano.

Attacca, il governatore. «È una grande emozione vedere Luca Zaia in Puglia – dice mentre alza il calice – perché in questi mesi di lotta comune al Covid-19 si sono create delle solidarietà molto forti, che vengono benedette oggi dal vino». E giù il primo sorso, sotto gli occhi tirati a lucido dal sorriso di Vespa, che non appena vede un bicchiere vuoto, lo riempie. E’ più forte di lui. Così, i protagonisti di una bella serata mondana e ricca di ospiti illustri, svuotano i calici per poi farsi mesciare altro vino dal padrone di casa.

PIU’ DI UN SORSO DI VINO

«E questo vino ha un nome meraviglioso: Terregiunte – sottolinea Emiliano – l’Adriatico ci collega, abbiamo delle culture comuni, abbiamo adesso anche un vino comune, e per chi dà valore a queste cose, sa che questa non è solo un’operazione commerciale, un’operazione enologica, ma qualcosa di più…».

E Vespa? Al conduttore di “Porta a Porta”, non resta che porre una tartina nel calice, più che una ciliegina sulla torta. Dunque, meglio far frizzare altre due dita di vino in coppa, per lanciare un altro brindisi, prima che i due ospiti illustri non finiscano con i canti da osteria.

Scherzi a parte, la chiusura, come è giusto che sia, spetta al padrone di casa e di una intuizione geniale: investire al Sud, nella provincia ionica, bella, piena di fascino, dalla Valle d’Itria, con Martina “capitale”, ai filari in terra di Manduria, casa del Primitivo. Vespa alza l’ultimo bicchiere e brinda: «Al frutto dell’incontro tra due terre: Puglia e Veneto». Cin-cin e lunga vita alla bellezza di un territorio fra i più belli al mondo.

«Ciao, Taranto!»

Said, marocchino, tecnico nel siderurgico tarantino, lascia la “sua” città

«Il Covid-19 ha impresso un’accelerata, abbiamo chiuso il contratto di ambientalizzazione con l’ex Ilva. Un amore a prima vista. Torno a casa, a Milano, riabbraccio mia moglie e le mie figlie a tempo pieno». Da Casablanca a Parigi, da Roma a Milano. Fra Gregoretti e Ferrara, Ferreri e la Muti. Poi una pallonata, una squadra di calcio, un ingaggio, un lavoro, il viaggio nella Città dei Due mari, un principio di nostalgia e una promessa.

«Di questa città mi mancherà la passione, l’amicizia, la gente che non ti fa mai sentire solo, anche se l’hai conosciuta al bar per un caffè, in fila al supermercato, sul posto di lavoro…». Said, sessant’anni, marocchino di Casablanca, dopo due anni, fa le valigie. Va via da una città che ha amato a prima vista. Lavorava per una multinazionale che si occupava di ambientalizzazione e aveva stipulato un contratto con l’Ilva, prima che il siderurgico più importante d’Europa, come continuano a definirlo oggi – nonostante perda pezzi e posti di lavoro – passasse ad Arcelor-Mittal. Il Covid-19 ci ha messo lo zampino, ha accelerato la fine dei lavori. Il confinamento, la mancata attività per mesi, rischiava di mandare gambe all’aria un sistema del quale Said faceva parte in qualità di responsabile.

«Mi dicevano – attacca Said – “I tarantini non sono pugliesi, sono un’altra cosa!”; invece, non solo sono pugliesi, ma addirittura pugliesi-pugliesi, un’altra cosa rispetto ad altri loro corregionali: sono generosi, altruisti; ne dico una, mal di testa o febbre, ti portavano Aspirina e Tachipirina, a scelta, e, talvolta, ti toccava anche prenderne una, altrimenti – e nonostante quella linea di febbre o quel malore passeggero fosse svanito… – ci restavano male…».

Una laurea in ingegneria appena sfiorata, in Francia, a Parigi, un bagaglio di grande esperienza e umanità messa al servizio della sua società, dei colleghi e dei suoi amici, quelli che ha incontrato sulla sua strada in tanti anni di lavoro. Ma la sua storia di sudore e maturazione con quello che è stato un lieto fine – anche se lui giura sia solo un “arrivederci” – comincia da ragazzo.

Casablanca, dicevamo. «Lavoravo per un’agenzia di viaggi, la Discover, sullo stile di Italturist organizzavo viaggi per Marocco, Turchia e Algeria; allestivo “carovane” e, nel frattempo, allargavo i miei orizzonti: parlavo arabo e francese, le due lingue ufficiali del mio Paese, ma non disdegnavo di sfogliare prima, di leggere poi, sempre più appassionatamente, libri in inglese, di solito psycho-thriller, e in italiano: fra i primi, “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola e “La pelle” di Curzio Malaparte».SAID - 1Taranto nel cuore, per sempre. «Quando si lascia una città come questa – dice il professionista marocchino, non senza un sincero dispiacere – non può che assalirti la nostalgia già settimane prima, vedi le cose che ti circondano sotto un altro aspetto: le guardi per memorizzarle, fotografarle, portarti passione, profumi, immagini; poi torno a casa, nella mia Milano, riabbraccio a tempo pieno mia moglie Daniela, insegnante, come mia figlia Miriam, e Nadia, art director in una multinazionale. Questo ha ammorbidito il dolore del distacco…».

Said, laurea sfiorata, poi l’Italia. «Avevo il bernoccolo per il teatro – spiega, circostanziando – la prima commedia cui ho assistito è stato “Il berretto a sonagli” di Pirandello, straordinario il racconto, straordinario l’autore; come attore non ero affidabile, mi avevano sempre assegnato particine, ma mi aveva assalito la voglia di dedicarmi al cinema; mi feci coraggio, contattai un parente stretto che mi invitò a Roma: “Vieni qui, è un buon momento, ti introduco a Cinecittà…”, mi promise. Non andò proprio così, in realtà mi dette picche, non sapeva come dirmi che non era stato sincero fino in fondo. Comunque, non mi detti per perso, mi presentai nella Città del cinema, dove incontrai Ugo Gregoretti e Giuseppe Ferrara, due grandi registi: mi suggerirono di recarmi a Milano, sul set del film “Il futuro è donna”, diretto da Marco Ferreri e interpretato da Hanna Shygulla e Ornella Muti. Mi avevano personalmente segnalato a Ferreri, che mi prese a benvolere, tanto che a fine riprese mi fece una dedica dandomi, bontà sua, del “collega”…».

Said abbandonò presto il sogno di cineasta, restando a Milano, fra mille piccoli, grandi impegni. «Mai perso d’animo, conobbi ragazzi che giocavano al calcio in una circostanza fortuita. Ero seduto su una panchina, leggevo un libro, mi arrivò una pallonata. Il modo con cui bloccai il pallone, li convinse a convocarmi per una squadra che stavano allestendo in occasione di un Mundialito voluto dal sindaco di allora, Carlo Tognoli. Andrew, figlio di un diplomatico inglese, prima del calcio d’inizio mi consegnò la fascia da capitano che onorai con organizzazione di gioco e bordate da venti metri: un destro da paura, perché nel frattempo, da estremo difensore, ero passato a centrocampo…».

Poi un lavoro stabile, una crescita professionale. «Ho fatto la mia bella gavetta – spiega il “castigatore” dei numeri uno – mi sono fatto apprezzare per le mie conoscenze, parlare più di una lingua, dal francese all’italiano, passando per un buon inglese, mi ha aiutato, con la mia multinazionale, due anni fa un contratto per l’ambientalizzazione dell’Ilva, un lavoro impegnativo: il mio compito e quello di un paio di colleghi, anche loro supervisori, consisteva nel seguire una settantina di dipendenti impegnati nel progetto che doveva portare a contenere prima, e successivamente abbassare, le emissioni scaturite dall’acciaieria».

Poi il confinamento obbligatorio condizionato dal coronavirus, fine dell’esperienza tarantina. «Con ogni probabilità riprendo il lavoro – conclude Said – lo stesso del quale mi sono occupato in passato, con un’altra multinazionale; due addii in uno solo, quello con la società che mi ha spinto sulle rive dello Jonio, e che prosegue brillantemente la sua attività, e con Taranto, una città che porterò sempre nel cuore, dal sole al mare, dalla cucina alla sua cultura, quella di una Magna Grecia che mi ha sempre affascinato».

Allora, addio Said. «Arrivederci, Taranto!».