«Taranto, troppo bella»

Achille Lauro, concerto sulla Rotonda del Lungomare

«Onorato dell’attenzione di questa città. E’ un evento unico, mai cantate le mie canzoni in versione sinfonica». Poi incontra venti ragazzi per un firmacopie del suo libro. «E’ come una canzone di 200 pagine, nasce dal mio modo di scrivere: è una sorta di  versione su carta di C’est la vie». Non rilascia interviste, ma stavolta fa uno strappo alla regola.

«Non rilascia interviste, gliele hanno chieste Corriere della sera e Repubblica, niente da fare». Achille Lauro è un artista molto seguito. Anche dalla stampa come si evince dalle dichiarazioni del suo ufficio stampa. Dunque, le due battute al volo che rilascia durante un firmacopie concordato dall’organizzazione, sono da considerarsi esclusive. Venti ragazzi (buona parte ragazzine) selezionati dal bookstore Mondadori, attendono davanti al “Fusco”, il teatro comunale di Taranto, con grande palpitazione l’arrivo della star più amata del momento. Un momento che dura da un po’. Non è una meteora, considerando il contratto da sette milioni di euro con la Warner intascato grazie alla capacità manageriale di Angelo Calculli. Il fiuto per l’arte deve essere un affare di famiglia, se il figlio del potente manager, Gregorio, ventotto anni, due meno di Achille Lauro, è l’artefice degli arrangiamenti dell’evento che sabato sera ha luogo sulla Rotonda del Lungomare. Promuove il Comune di Taranto, massimo sostegno del sindaco Rinaldo Melucci e del suo vice, Fabiano Marti, e l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano.

E’ venerdì pomeriggio, le 17.00 in punto. Un break dopo aver visto la location dalla quale si esibirà il giorno dopo. Arriva uno dei due van, neri, vetri rigorosamente oscurati. Scende prima l’autista, Vincenzo Martinelli, che di mestiere scorta le star. Invita alla calma. Va tutto bene. Non appena entra nel foyer, Achille Lauro si lascia andare ad una espressione non richiesta. Non ci sono taccuini spiegati, telecamere accese. Lo dice senza essere tirato per l’elegante giacca che indossa, insieme a tanti tatuaggi. “Gran bella città Taranto – dice l’artista romano – l’ho vista dal palco della Rotonda, dove ho appena finito la prima parte delle prove: una veduta di grande suggestione, domani sarà una “seratona”!”.

«LUSINGATO DALL’ACCOGLIENZA»

Tarantini, amministratori, direttore d’orchestra e professori, tutti lusingati per essere stati scelti dall’artista di “Rolls Royce” e “Carillon”. «Posso dire una cosa – dice – purché non lo prendiate come un atteggiamento di piaggeria nei confronti della vostra città, del vostro ensemble: bene, sono io che ringrazio con l’Amministrazione locale e con l’Orchestra della Magna Grecia, per questa che trovo un’occasione unica, a dir poco straordinaria».

Seduto su un bianco divano nel foyer, gambe accavallate, occhiali ovali, lenti fumé, vestito nero, camicia bianca a righe, gel fra i capelli, prosegue. «E’ la mia primissima volta con un’orchestra – confessa – e sono felice che questa orchestra che sia quella di Taranto, della quale è stato direttore per dodici anni Luis Bacalov, premio Oscar, grande precursore nella commistione fra classica e rock».

«E’ stato il maestro Piero Romano – ha poi aggiunto Achille Lauro – a convincermi a realizzare un concerto in versione sinfonica: pare che l’idea sia nata – parole sue – dopo aver ascoltato ad un concerto “C’est la vie”, brano per certi versi atipico nella mia produzione: è stata questa scintilla che ha fatto scoccare l’idea   di un concerto sinfonico: una sfida per me, una sfida per l’orchestra, un’esibizione assolutamente inedita, unica». Ecco perché quei furgoni, una decina di telecamere, un drone. La regia è di Sky, che lo intervisterà quando, fra un paio di mesi, programmerà in tv le riprese del concerto.

«Il concerto sinfonico a Taranto era in programma a maggio, in teatro, poi il lockdown ha cambiato tutto: dati alla mano, mi dicono, che verranno al mio concerto non solo giovani, pubblico evidentemente fidelizzato dall’orchestra in tutti questi anni. «Se c’è una cosa che mi ha colpito in questi primi anni di attività? Il pubblico che ha colto il messaggio che volevo mandare».

«LE MIE CANZONI, UN SOGNO…»

Quando facciamo notare ad Achille Lauro che la cura e la preparazione delle sue esibizioni ricordano in qualche modo i grandi della lirica, e come Bam Bam Twist presupponga una grande conoscenza e “curiosità” musicale, Lauro non fa una piega. «Amo la musica, tutta la musica: dell’ispirazione ho un concetto molto personale; questa può scaturire in qualsiasi momento, può nascere ovunque, da qualsiasi cosa, dal dialogo con una persona a un sogno, perfino dal dormiveglia».

Infine una battuta in veste di scrittore. E’ iniziato il firmacopie, Achille Lauro accenna a “16 Marzo”, il suo secondo libro. «Nello scrivere una canzone – conclude l’artista – sei vincolato da fattori come il tempo dell’esibizione; questo libro è un po’ come una canzone di 200 pagine, e nasce dal mio modo di scrivere: è una sorta di  versione su carta di C’est la vie».

All’indomani, il concerto. Mille sulla Rotonda. Piccoli e grandi applaudono le sue canzoni in versione sinfonica: Carillon, 1969, Penelope, Me ne frego, Scusa, Bam bam twist, La bella e la bestia, Rolls Royce, C’est la vie. La serata è appena finita, l’artista scende dal palco, Vincenzo se ne prende cura, apre il suo van. Il cantautore prima di richiudere la portiera dell’auto, agita una mano, saluta quanti sono davanti alle transenne. La “due giorni” tarantina è finita come era cominciata. E’ stato un grande successo. Un evento, si diceva. Fra due mesi, più o meno, sulle reti Sky, Achille Lauro e l’orchestra in concerto insieme.

«Siete senza attributi!»

Del Debbio si scaglia contro i picchiatori dei due gay aggrediti a Padova

Il conduttore di “Dritto e rovescio”, soccorre i deboli. Su Retequattro il suo programma che spesso ospita Salvini e i pistolotti contro gli extracomunitari, stavolta stupisce. E si augura che qualcuno «gonfi i responsabili del pestaggio come un tamburo», anche per non sconfessare l’atteggiamento violento di certi programmi. I ragazzi malmenati, reagiscono e denunciano il branco. Il sindaco auspica si faccia luce sul caso di grave inciviltà.

«Mettetevi due protesi là sotto!». Inequivocabile quell’indicazione, «là sotto» è riferito agli attributi, in breve, al coraggio, visto che nel nostro Paese si fa distinguo fra coraggiosi, «con gli attributi», e codardi, «privi di attributi». Ecco, allora che Paolo Del Debbio, a “Dritto e rovescio”, si rivolge direttamente a chi ha picchiato a Padova due ragazzi omosessuali per essersi baciati per strada. «Mettetevi due protesi là sotto!», esclama, quando meno te lo aspetti, il conduttore rivolgendosi a favore di telecamera. «Due ragazzi che si baciano per strada – prosegue – o si pigliano per la mano, ma uno che si mette a menarli ma che c’ha nel cervello? Non ce l’ha, ma se ce l’avesse che avrebbe in quella testa?».

Il monologo è duro. Non si ferma a quella provocazione, anzi, arriva il carico da 11. Prosegue. «Perché non ve la prendete con qualcuno di più grosso, che magari vi dà una smanica di ceffoni e vi gonfia come un tamburo? Che c’avete sotto? Sopra nulla, almeno mettetevi due protesi che fanno finta di essere quelle che normalmente un uomo ha, e che quando le ha non fa cose come cose».

Retequattro si smarca dall’aggressione dei due ragazzi gay. Anzi, provoca quei bellimbusti che hanno picchiato i due ragazzi che non facevano niente di male. Gli scandali sono altri. Alla fine, fa piacere che un programma, su una tv che non smette un attimo di indicare la diversità di pelle, quella degli extracomunitari, per esempio, stavolta abbia assunto le parti di due diversi, due gay.

La storia è nota, accade a Padova. Due ragazzi, Marlon e Mattias, il primo di ventuno anni, l’altro di ventisei, vengono prima insultati e poi aggrediti per essersi dati un bacio nel centro della città veneta. I due ragazzi camminavano mano nella mano, quando ad un certo punto hanno deciso di fermarsi. Avvicinarsi e  scambiarsi un bacio. E’ lì che è scattata l’aggressione. Un branco, autoproclamatosi “giustiziere”, formato da quattro ragazzi e due ragazze si è avvicinato alla coppia e ha cominciato a picchiarla. Interviene un amico dei due, picchiato duro anche lui. Non appena compie il gesto di difesa, viene colpito con un bicchiere alla testa. Corsa in ospedale, la ferita è sanguinante, deve suturarla con dei punti. Anche i giovani hanno subito ferite, lievi per fortuna. Insieme, i tre ragazzi formalizzano la denuncia, raccontano dell’aggressione e replicano il racconto a favore di social con tanto di video.

«Abbiamo deciso di raccontare quello che è avvenuto – dicono Marlon e Mattias – perché siamo stanchi di dover far fronte a episodi omofobi; vogliamo fare in modo che queste manifestazioni di odio e discriminazione non ci siano più», proseguono nel racconto del violento episodio. «Mi viene da pensare anche al giovane Willy – aggiunge uno dei due – ucciso dalla mascolinità tossica e da questi comportamenti menefreghisti di fronte alla collettività e alla diversità: è il momento di dire basta!».

Su Retequattro, la puntata scorre veloce. Del Debbio appare sinceramente contrariato. Come non l’abbiamo mai visto, nemmeno in occasione di una delle tante aggressioni compiute da cittadini nei confronti di extracomunitari che arrivano in Italia su imbarcazioni improbabili in cerca di futuro, lontano da guerre civili, religiose e politiche.

In soccorso dei due ragazzi, uno originario di Mestre e l’altro di Padova, sono intervenuti per primi i vigili urbani che presidiano la sede del Comune e successivamente i carabinieri. Gli investigatori stanno visionando le immagini delle telecamere per identificare i componenti del gruppo.

Pronto l’intervento del sindaco del capoluogo, Sergio Giordani, che esprime solidarietà ai ragazzi. «Auspicandoci che vengano individuati al più presto i responsabili, va ribadito che Padova è una città libera e non tollera prevaricazioni; va confermato l’impegno a ogni livello per combattere ogni discriminazione e forma di violenza, anche con adeguati strumenti normativi». Con buona pace di tutti. E stavolta anche di Del Debbio, che speriamo continui a stupirci.

«Caro, Luis…»

Sule, nigeriano, parla del pasticcio-Suarez e passaporti facili

«Tifo Juventus, ma a noi africani, se tutto va bene, tocca aspettare mesi e mesi. Ma non è solo in Italia che qualcuno aiuta i poteri forti. Altrove è peggio, molto peggio. Alla fine mi sto convincendo che avere quei documenti sia solo un sogno…».

«Passaporto? L’ho solo sognato, non so che forma abbia, comincio a pensare che sia una parola astratta e non concreta, cioè che il passaporto sia un sostantivo di fantasia». Usa aggettivi e sostantivi in modo puntuale, Sule, un cellulare per amico, che agita come fosse un’abitudine. Come se la sua conoscenza, il suo borsello con il quale spostarsi, sia tutto là dentro. «Lo usavo quattro anni fa, quando sbarcai in Italia: non conoscevo una parola, sfioravo un tasto ed ecco il significato della parola: poi seguendo, quando era possibile le tv e le partite giocate in Italia, avevo già imparato qualcosa». Ecco, il calcio e il passaporto. Come se non bastasse è tifoso anche della Juventus, la squadra italiana che avrebbe voluto rinforzarsi mettendo sotto un profumato contratto Luis Suarez. «Il Pistolero, come no…». La frase è accompagnata con una espressione locale. Della serie, «Come se non sapessi di chi stiamo parlando».

Difende i bianconeri, Sule. Potrebbe essere un buon consulente dello studio legale della Juventus che sarebbe stato intercettato in una conversazione con personale docente dell’Università di Perugia. «Una faccenda all’italiana? Non credo che queste cose succedano solo qui, tutto il mondo è Paese: fidatevi di me, ho davvero girato…».

A qualcuno potrebbe essere sfuggito, non a Sule, così informato e così informatizzato. Dunque, veniamo ai fatti. L’esame sostenuto a Perugia, giovedì scorso, da Luis Suarez per ottenere la cittadinanza italiana diventa di colpo un caso giudiziario, con l’accusa di rivelazioni di segreto d’ufficio e falsità ideologica per i cinque indagati: le domande sarebbero state anticipate al candidato dalla stessa Università per Stranieri del capoluogo umbro. La procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, ritiene che quello del Pistolero sia stato un «esame farsa» in una seduta fatta «ad hoc», racconta, per filo e per segno, la Gazzetta dello Sport.

Non sai se ridere o piangere, scriveva l’altro giorno Valerio Piccioni, interpretando i nostri sentimenti. Noi che conosciamo e abbiamo scritto storie sui nostri ragazzi straordinari che di strada (e mare) ne hanno fatta tanta. Insomma, questo sentimento del ridere o piangere, si scatena quando ti arriva addosso una storia così, come quella del pasticciaccio brutto, appunto, dell’esame di italiano di Luis Suarez. Un episodio che tira giù dalla soffitta altre vicende di un bel po’ di anni fa che legarono pallone e passaporti (la Juventus viene menzionata in questa occasione, ma in passato altre squadre avevano gradito scorciatoie…).

PASSAPORTO FACILE, NON PER TUTTI

Passaporti italiani, passaporti facili, preceduti dall’esame-farsa presso l’Università per stranieri di Perugia dello scorso 17 settembre, di cui scrive nella sua ordinanza per autorizzare i decreti di perquisizione, Raffaele Cantone, ora capo della procura di Perugia dopo aver guidato l’Autorità anticorruzione. I reati per cui si indaga in questi giorni sono quelli di falsità ideologica e rivelazione di segreti d’ufficio, ma nello spettro dell’inchiesta spunta l’ipotesi corruzione. «Di gente disposta a farsi corrompere ne ho incontrata – dice Sule – ma non in Italia: soldi per farti rilasciare, non farti far male, tagliare la gola, soldi per imbarcarti, soldi per fare i primi documenti per avere un permesso di soggiorno, possibilmente con vista su un passaporto: un sogno; non so se esista davvero, dicevo e confermo. Insomma, ne avessi trovato uno disposto ad “aiutarmi”…». Lo abbiamo aiutato noi, nel suo italiano invidiabile aveva usato un termine, per così dire, improprio. Scivoliamo noi, figurarsi un ragazzo straniero.

Certe chiacchierate intercettate dalla Procura per caso nell’ambito di un procedimento precedente, certi post su Facebook fanno pensare a una botta di provincialismo fantozziano, scriveva Piccioni. L’incontro con un padreterno del pallone che manda in tilt i protagonisti della vicenda. La storia, purtroppo, è maledettamente seria. Perché il passaporto è una di quelle cose in cui anche il divo milionario dovrebbe condividere almeno un po’ delle ansie dei comuni mortali, quelli per i quali i giorni diventano settimane e i mesi addirittura anni per conquistare un traguardo che vale una vita: diventare italiano. «Mi farò la tessera della Juventus, intanto per vedere le partite della Signora poi per chiedere a qualche legale se c’è la possibilità di arrivare al passaporto: sono disposto ad attendere tutto il tempo che ci vuole!». Adorabile Sule, a conoscenza che la squadra bianconera è chiamata anche «La Signora del calcio italiano» e per la pazienza olimpica in fatto di attesa.

«NON DICE UNA SOLA PAROLA…»

Gli investigatori, intanto, ricostruiscono i vari passaggi ma non è emerso nessun tipo di pressione da parte della società, come dice il tenente colonnello che ha guidato le indagini della Guardia di Finanza. Le intercettazioni, per gli indagati, però, forniscono uno spaccato che evidenzia un contesto originale. Come quando una professoressa che conduce i corsi di preparazione a distanza, dice in vista dell’esame che Suarez «non spiccica una parola». O un «ti pare che lo bocciamo?», che non annuncia particolare severità degli esaminatori di fronte al Pistolero.

In pratica, gli indagati sono accusati di avere organizzato una sessione straordinaria «ad hoc», su misura, per Suarez citando «esigenze logistiche» (lo sdoppiamento dell’appello) che non sussistevano, di aver detto a Suarez su che cosa sarebbe stato interrogato e di aver dato un via libera, il livello B1, che non corrispondeva alla conoscenza della lingua italiana da parte del calciatore.

Michael, anche lui nigeriano, laureato in geologia proprio a Perugia, ha rilasciato una battuta. «Non ci giriamo intorno, è una cosa brutta molto brutta; personalmente ci ho messo tanti anni per diventare italiano, ce l’ho fatta dopo la laurea, ma non credete che la laurea abbia spostato qualcosa. Contano le carte della burocrazia, non si finisce mai».

Per dirla con parole di Sule, filosofo della vita e appassionato bianconero, «Il passaporto sarebbe lo stesso, ma la strada per arrivarci non è la stessa per tutti».

«Puglia, casa vostra!»

Michele Emiliano, confermato presidente della Regione Puglia

Il governatore non dimentica. «Porrò massima attenzione – parole sue – punendo quanti non rispettano immigrati e lavoro dei ragazzi africani, a cominciare da quello nei campi in cambio di una manciata di euro». Scongiurata la vittoria della Lega di Matteo Salvini e della coalizione del centrodestra che voleva «rispedire a casa loro gli immigrati». «Oggi è ancora primavera pugliese!», chiosa il leader del vincente centrosinistra.

«Confesso di avere avuto una certa paura, provocata più che dai sondaggi, dalle tensioni, dalla gente disorientata sulle consultazioni elettorali gravate anche dal peso di un referendum». Michele Emiliano, riconfermato presidente della Regione Puglia, non ha resistito alla tentazione dell’outing davanti alle decine di microfoni. C’era tutta la nostra tensione in quelle parole nell’aver seguito una campagna elettorale piena di veleni. «Gli immigrati tornassero a casa loro», aveva minacciato nelle piazze, Taranto compresa, Matteo Salvini, leader della Lega. Quel movimento politico diventato partito e oggi sotto inchiesta per una cinquantina di milioni che ancora non si sa che fine abbiano fatto. «Gli immigrati dovranno chiederci il permesso e, in caso di accoglienza della domanda, restare sul suolo italiano». Come a dire, domandare è lecito, rispondere è cortesia. Meglio ancora, «Voi compilate moduli e domande per chiedere asilo, noi le selezioniamo…».

Ma ha vinto Emiliano, la Puglia è casa di chi fugge da fame, guerra e persecuzioni politiche. Emiliano, fra le altre cose, promette di porre «massima attenzione – parole sue, durante la campagna elettorale – punendo quanti sfruttano il lavoro di ragazzi africani nei campi in cambio di una manciata di euro».

Impossibile intercettarlo. Quel numero di cellulare al quale rispondeva personalmente durante la campagna elettorale, tace. Del resto, o risponde alle domande dei giornalisti che lo hanno atteso davanti al suo principale comitato elettorale, oppure ai complimenti dei suoi elettori, che comunque lo raggiungeranno più tardi nel suo quartiere generale a Bari. Doveva scendere fra la gente, per una dichiarazione ufficiale a reti unificate alle 21.00 o giù di lì, ma quando la forbice fra lui e Fitto racconta di una forbice che oscilla fra il 6-7%, ecco che il governatore appena confermato anticipa il suo incontro con la stampa e le tv locali e nazionali.

ARIA DI FESTA

Il governatore uscente festeggia i risultati che lo danno vincitore nei confronti del diretto competitor, Raffaele Fitto, per il quale spenderà parole di elogio per un dibattito politico mai degenerato.

«Il risultato è una straordinaria prova di democrazia, la gente ha compreso che era giusto salvare il nostro processo politico», una delle dichiarazioni del presidente della Puglia uscente Michele Emiliano, che cominciava ad accarezzare il sogno della vittoria.

Una vittoria di tutti, dice il governatore, per dimostrare all’Italia che la Puglia c’è: oggi è ancora “primavera pugliese”. «Voglio ringraziare tutto il popolo pugliese per la straordinaria prova di democrazia, abbiamo fatto una campagna elettorale casa per casa, strada per strada, paese per paese, città per città e abbiamo cercato di spiegare a tutti perché era necessario salvare un processo politico che dura da quindici anni e che ha fatto grande la Puglia: è stato un gioco di squadra; non ha vinto nessuno da solo: abbiamo vinto tutti insieme e dimostrato soprattutto all’Italia che la Puglia esiste, ce la fa e che oggi non è – come qualcuno si aspettava – il primo giorno dell’autunno, ma è ancora primavera! È ancora primavera pugliese ed è una primavera che appartiene a tutti, a tutti coloro che hanno dato una mano e sono tanti; è stato importante essere uniti: l’unità e la volontà di andare avanti sono stati gli elementi più importanti. Voglio ringraziare tante persone. Sicuramente i miei ex assessori che sono qui al mio fianco: Antonio Decaro, Francesco Boccia e Marco Lacarra, devo ringraziarli in modo particolare perché sono con me da tanto tempo. Non mi hanno mai mollato, mi hanno anche sostenuto nei momenti più difficili. Voglio soprattutto dire che il popolo pugliese ci ha anche perdonato le tante cose che avremmo potuto fare meglio».

E’ una serata che non scavalca e non cancella tutte le cose da migliorare, sottolinea Emiliano. «Siamo perfettamente consapevoli di dovere migliorare tantissime cose, ma contemporaneamente abbiamo fatto una campagna elettorale per spiegare che eravamo in grado di imparare anche dagli errori che avevamo commesso, penso sia stata una prova di umiltà da parte di noi tutti e grande voglia di andare avanti; siamo però consapevoli che la Puglia non ha piegato la schiena davanti a nulla e davanti a nessuno e che sta continuando il suo cammino verso il futuro».

«NOI SIAMO LA BASE!»

Il duello a distanza fra centrosinistra e pentastellati. «Sono certo che tantissimi pugliesi, che avrebbero votato anche per il Movimento 5 Stelle, probabilmente hanno preferito un voto utile sulla base di un progetto. Di questo siamo consapevoli e cercheremo di comportarci in modo coerente. Ci sono stati momenti durissimi, perché ci siamo sentiti in gravissimo isolamento. È qui che, tutti insieme, abbiamo dato il meglio di noi stessi, quando abbiamo capito che la difesa della Puglia passava da una campagna elettorale così difficile, anomala, che doveva spiegare le cose che sembravano essere evaporate nell’aria, perché alle volte la memoria non sempre può venirci in soccorso».

La Puglia come luogo più importante per l’elaborazione delle formule delle politiche del futuro. «Noi siamo la base, poi spetta ad altri darci lo spunto, per capire come possiamo essere utili a rendere migliore anche l’Italia». Una stretta ideale al competitor. «Fitto ha fatto una campagna elettorale corretta, è stata una battaglia dura e, ve lo confesso, ho avuto veramente paura di perdere, avevo davanti un avversario competente, bravo e capace di fare campagna elettorale, ma alla fine la gente ha premiato un progetto politico che vuole completare un percorso di crescita per portare la Puglia ad essere un faro per l’intero Paese».

«Diversi da chi?»

Maria Paola, uccisa da un odio ottuso e violento

«Prima dell’orientamento sessuale, del colore della pelle e del conto in banca viene la persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio», ha detto il parroco prima dell’estremo saluto alla povera ventiduenne. La ragazza amava Ciro, un trans, ma il fratello Michele non se ne capacitava. «Volevo darle una lezione, non ucciderla, ma era stata infettata!», la sua tesi difensiva. «Incapace di controllare pulsioni aggressive e dotato di accentuata pericolosità sociale», ha dichiarato il gip.

«Volevo darle una lezione, non ucciderla, ma era stata infettata!». Michele Gaglione, trent’anni, prova a giustificare un gesto scellerato, estremo, un omicidio, dopo che in altre occasioni aveva minacciato furiosamente la sorella, Maria Paola, ventidue anni, che ai suoi occhi si era macchiata di un reato “inammissibile”: innamorarsi di un trans, Ciro Mazza, trent’anni anche lui minacciato più volte da Michele.

Lezione, ragazza “infetta”. Michele un docente di vita, un medico che aveva compiuto diagnosi e cura. Maria Paola infetta. E da che, da chi? Evidentemente dalla voglia di vivere la vita, l’unica di cui Maria Paola disponeva, quella stessa vita che un atteggiamento ottuso e violento le ha strappato per sempre. Uno che in corsa colpisce una ruota, saprà che un’azione simile non potrà mai portare niente di buono. Maria Paola, forte e determinata al punto da lasciare casa per seguire Ciro, aveva sfidato la famiglia, e il fratello dal carattere violento che vive alla maniera di quei racconti nei quali il “guappo” si fa un film, si vede rispettato nel quartiere e guai a chi gli ride alle spalle. Non sia mai: vuoi mettere un idiota che sghignazza al confronto della felicità di una sorella?

E, invece, è andata così. Nella caduta rovinosa sull’asfalto, la povera Maria Paola ha completato la sua corsa verso la libertà, finendo contro un tubo dell’irrigazione che le ha reciso la gola. Voleva «darle una lezione», il fratello Michele. Una giustificazione folle, che rende più drammatica l’intera vicenda. Una vicenda che ha posto l’accento su quanto sia importante una legge contro l’omofobia. Uccisa dal fratello maggiore che non accettava la sua relazione con un ragazzo trans. Come se il maschietto di famiglia fosse un ducetto, avesse diritto di vita o di morte sui suoi sottoposti.

QUEL MALEDETTO VENERDI’…

Quella del maledetto venerdì non era stata la prima aggressione. Il primo tentativo pieno di violenza e minacce per impedire una relazione tra due persone che si amavano, che avevano deciso di condividere sogni, desideri e, perché no, le difficoltà di tutti i giorni che una vita “diversa” agli occhi di un quartiere e, soprattutto, del fratello che non ci dormiva la notte, non era “cosa normale”. Prima di quello sciagurato inseguimento in moto, Michele Gaglione si era presentato a casa di Ciro per imporre la logica deviata. Prepotenze e minacce, ha spiegato Ciro, dopo essere sopravvissuto all’inseguimento: «Il fratello di Maria Paola – spiega Ciro – la ragazza che amavo, venne a casa mia, dicendomi che se non avessi lasciato la sorella mi avrebbe tagliato la testa, mi avrebbe ammazzato: non denunciai per paura». Anche questa, secondo la logica violenta da quartiere sarebbe una “lezione”. Dire a qualcuno «ti taglio la testa», secondo Michele, è una lezione.

E, invece, altro che lezione. Le campane della parrocchia di San Paolo Apostolo di Caivano l’altro giorno suonavano non appena è giunto il feretro di Maria Paola, morta nella notte dell’undici settembre.

La mamma di Maria Paola arriva portata a braccia da familiari e amici di famiglia, amiche della stessa ragazza che giace in quella piccola bara bianca. Carabinieri e volontari filtrano l’accesso alla chiesa, che accoglie più o meno centocinquanta persone dentro, più o meno altrettanti fuori. Il parroco, don Maurizio, benvoluto in un rione nato con una legge dopo il terremoto dell’Ottanta, una palestra di emarginazione e disperazione, invita più volte ad abbandonare l’odio.

«Siamo in chiesa, qui l’odio deve tacere!», dice aprendo la concelebrazione. «Lasciamo fuori i nostri pensieri – il suo invito –  adesso è il momento di pregare». Nell’omelia chiede perdono a Maria Paola perché «non siamo stati capaci di custodire la tua fragile e preziosissima vita». Resta sul piano teologico: vita, morte, resurrezione. Invita a «rispettare la vita fin dal concepimento», e a ricordare che «prima dell’orientamento sessuale, del colore della pelle e del conto in banca viene la persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio».

DON MAURIZIO: «FERMATE L’ODIO!»

Ciro, il fidanzato transessuale di Maria Paola, non c’è. Prima della cerimonia, scortato dalla Polizia si è recato all’obitorio a salutare la salma. Per suo conto viene affisso davanti alla chiesa un poster con quattro foto nelle quali è ritratto con la sua ragazza che non c’è più. «Il mio cuore con te, il nostro amore oltre le nuvole, correvamo verso la nostra libertà!», recita fra le altre cose quell’elaborato. Non c’è Michele, che avrebbe provocato la morte della ragazza facendo perdere l’equilibrio allo scooter sul quale viaggiava a calci, e forse speronandolo. La famiglia Gaglione ha inserito il suo nome nel manifesto a lutto. Per ora è in carcere, ma, dice il suo avvocato, «appena possibile si recherà al cimitero: a tale proposito faremo un’istanza».

Finita messa, accompagnato il feretro nell’auto che condurrà Maria Paola nel suo ultimo viaggio, e la gente è andata via, tra voli di palloncini ed applausi alla bara, Don Maurizio scende sul sagrato per lanciare un nuovo appello a «fermare l’odio». «Sono il parroco di tutti – dice – queste due famiglie abitano una di fronte all’altra: dovranno riconciliarsi».

Durante l’omelia il parroco aveva usato un’altra frase molto toccante. «Scusaci Paoletta, ti chiediamo perdono per non essere stati capaci di custodire questa tua fragile e preziosissima vita».

Michele avrebbe voluto assistere ai funerali. Il gip di Nola, Fortuna Basile, intanto aveva confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti di Michele, «incapace di controllare le proprie pulsioni aggressive e dotato, quindi, di una accentuata pericolosità sociale».

«La libertà non ha prezzo»

Amii Stewart, a Taranto giovedì 24 settembre

«Il denaro può dare serenità, ma essere liberi e avere rispetto per la diversità è gioia immensa». La grande cantante di “Knock on wood” parla a ruota libera e di un successo che non l’ha cambiata. «Ennio Morricone la mia esperienza più grande: mi ha incoraggiata e spinta a credere nelle mie qualità». Dance con Mike Francis e Moroder, pop con Morandi. «Non disconosco quanto realizzato in questi anni, ma le colonne sonore…».

«La liberta, innanzitutto». Detto da una grande artista che ha avuto e, tutt’ora, ha con il successo, bisogna crederci. «I soldi ti danno serenità, sia chiaro, ma niente ti riempie di felicità come il sapere che puoi fare qualsiasi cosa ti passi per la mente e che il tuo prossimo possa vivere come meglio crede: tutto nel massimo rispetto». Amii Stewart, artista da dieci milioni di copie con la sola “Knock on wood”, e altri milioni di copie vendute con altre grandi produzioni, sarà ospite a Taranto nei prossimi giorni. Traccia per noi il suo punto di vista. Parla dell’ascesa al successo, qualcosa di grande che, però, non l’ha mai cambiata. Avrebbe potuto lasciarsi volentieri affascinare dal lusso. Lei, in tutti questi anni, è rimasta una donna umile, che ha viaggiato da un continente all’altro. Nata a Washington, negli Stati Uniti, poi trasferitasi in Inghilterra, a Londra, negli ultimi anni ha scelto l’Italia come suo quartier generale.

 «Sarò sempre riconoscente al maestro Ennio Morricone, per quanto lui ha inciso nella mia vita artistica; insieme a lui ho realizzato un album intero, “Pearls”, da “My heart and I” a “Here’s to you”, proseguendo con i temi della Piovra, Il Segreto del Sahara e Nuovo Cinema Paradiso». Amii Stewart è legatissima al nostro Paese nel quale vive da anni, dove vive da anni. Ha collaborato con grandi artisti, da Moroder a Piovani, da Mike Francis a Morandi, ma Morricone, al quale dedicherà un concerto, “Dear Ennio!”, in programma all’interno del “MediTa” sulla Rotonda del Lungomare giovedì 24 settembre, è il personaggio al quale è rimasta più legata.

DEAR ENNIO…

«Mi ha insegnato a non porre limiti alle mie possibilità vocali – dice l’artista americana – confesso che la prima volta che l’ho incontrato ero tesa, direi terrorizzata: temevo di non essere in grado di cantare nel modo in cui a lui sarebbe piaciuto; lui, che aveva immediatamente compreso tutta la mia emozione nel trovarmi di fronte al più grande dei compositori contemporanei, agì con grazia e tatto:  mi mise subito a mio agio, trattandomi da artista autentica, facendo anche più del dovuto, incoraggiandomi nel non avere dubbi sul mio talento e credere nel mio strumento vocale. Nonostante avessi avuto un successo internazionale, grazie a quel primo incontro e alle successive collaborazioni, ho avuto più fiducia in me stessa, non solo come cantante, ma anche come persona».

Fra gli ultimi, personali successi di Amii Stewart, la recente collaborazione con Alessandro Quarta con il quale ha tenuto il tour “The Voice & The Violin”, e la partecipazione in veste di ospite allo spettacolo di Gianni Morandi, “Una storia da cantare”. Una delle canzoni a cui è più legata è “Knock on wood”, milioni di copie vendute in tutto il mondo, ma per lei il più grande successo conquistato è la libertà. contribuito a rendere famoso ruota attorno al concetto di libertà: «Sei uomo, donna, gay – ha dichiarato in pubblico – non ci sono differenze, è l’umanità la più grande festa!”».

E CARO “DUCA”…

Una prima esperienza con l’Orchestra della Magna Grecia, cinque anni fa. «Nell’occasione – ricorda l’artista nata a Washington – cantai Morricone, brani italiani popolari in tutto il mondo, i Beatles, momenti piano e voce e un medley dedicato a Duke Ellington, un momento di grande emozione, specie se realizzato con l’ausilio dell’orchestra; quando salgo su un palco, qui in Italia, il mio desiderio è sempre lo stesso: esprimere la mia felicità, il mio amore che ho nei confronti dell’Italia e gli italiani».

Il suo rapporto con la musica, le canzoni e gli autori che interpreta. «Scrivo i testi, non la musica: mi affascina l’idea di mettere su carta un’opera bellissima e far sognare la gente; l’interpretazione della canzone, nasce dal rispetto per l’autore che ha scritto il brano: dopo che l’ho imparato nota per nota, provo a dare il mio contributo di interprete, sempre osservando massimo rispetto per brano e l’autore».

Il successo e il sogno, secondo Amii Stewart. «Il successo è la libertà, dicevo; in quanto ai sogni, ne ho tanti, senza questi saremmo poca cosa: amo riprendere canzoni, tenere concerti sempre diversi fra loro; non nascondo, infine, che mi piacerebbe molto fare cinema; in teatro ho fatto la mia brava esperienza con il musical: lavorare mi fa sentire viva, sempre più dinamica, è un po’ come rigenerarsi».

La felicità in nove mosse

La scienza dice che vivere serenamente è un bene comune

Ecco i punti che la gente rispetta per vivere meglio. Fra questi, desiderare più tempo a disposizione piuttosto che soldi, l’odore dei fiori e della campagna, vivere il presente e gli amici. E la scelta ricade su territori e ritiri aiutano a vivere senza stress per ricaricare le batterie. “In medio stat virtus”, dicevano i latini: fra mare e montagna, meglio la collina.

Relazioni, tempo piuttosto che soldi, l’odore dei fiori, gentilezza e buonumore, sudare per stare meglio con la testa, divertirsi, vivere il presente e gli amici. Sono alcuni dei punti rispettando i quali l’essere umano potrebbe migliorare la qualità della vita.

In queste considerazioni spicca la voglia di spazi aperti e natura. Non è un caso che studi universitari svolti in tal senso, dicano come l’uomo e la donna scelgano vacanze ragionate, consultino internet, vadano a pescare “non solo isole e mare”, territori e ritiri che consentano di vivere senza stress per rigenerare, ricaricare le batterie. Ormai la gente non si concentra più sul periodo estivo, giugno-agosto. Una prima rivoluzione negli Anni 80, estese, incoraggiò, le vacanze anche nei mesi di maggio e settembre, incentivando queste scelte con una settimana in più di vacanza o salario. Oggi, da cinque mesi, la forbice-vacanza si è allargata a otto mesi circa, dalla coda del mese di marzo agli inizi di ottobre. E, allora, ecco la collina, “in medio stat virtus”, come dicevano gli antichi latini, qualcosa insomma che sta fra il mare e la montagna. Non per ricondurre qualsiasi tipo di ragionamento alla nostra Puglia e, in particolare, alla Valle d’Itria, ma il futuro è già qui, da ieri.

LA SCIENZA DELLA FELICITA’

Per questo non ci meravigliamo quando sentiamo, leggiamo che  tutti vogliono essere felici e che la “scienza della felicità” ha registrato sempre una importanza maggiore negli ultimi anni. Anche stavolta ci hanno pensato i ricercatori americani producendo rapporti sulla felicità su qualsiasi longitudine. Sondaggi puntuali, svolti in tutto il mondo raccontano una psicologia positiva che si concentra su ciò che rende prospere le persone e le comunità, tanto da essere salita alle stelle per popolarità. Conosciamo comportamenti, atteggiamenti e scelte legati alla felicità, anche se buona parte delle ricerche sull’argomento possono trovare solo correlazioni. I ricercatori pensano che una quota considerevole della nostra felicità sia sotto il nostro controllo, mentre il resto sarebbe determinato dalla genetica e dai fattori esterni. Detto in soldoni: si può fare molto per controllare la nostra felicità.

Dunque, ecco, fra i tanti, nove comportamenti che celebrano la felicità. Dicevamo delle relazioni: bene, queste sono essenziali. Un ampio studio ha seguito centinaia di uomini per oltre settanta anni scoprendo che i più felici (e più sani) sono quanti hanno coltivato forti relazioni con le persone in cui credevano e da cui si facevano sostenere.

Il peso del danaro divide e unisce, punti di vista: le persone più felici preferiscono avere più tempo nella loro vita, piuttosto che più soldi: il cercare di vivere la vita con quella mentalità sembra rendere la gente più soddisfatta. Ma attenzione, lo stesso denaro dal quale si prende una certa distanza, alla fine, aiuta a pagare le bollette, dunque le vacanze, il soggiorno. Il benessere della gente aumenta insieme ai livelli di reddito fino a un salario annuo, assicura lo studio, pari a qualcosa che sta fra i settantamila e gli ottantamila euro (per gli europei) o dollari (per gli americani). Un numero, probabilmente, che varia a seconda del costo dello stile di vita adottato.

Vale la pena fermarsi a sentire l’odore di rose e fiori. Su questo assunto siamo perfettamente d’accordo: le persone che rallentano per fermarsi a riflettere sulle cose buone della vita riferiscono di essere più soddisfatte.

Cos’altro aiuterebbe a far stare bene. Gli atti di gentilezza, per esempio, questi aumenterebbero il buon umore. Provate, per esempio, a dare ai vostri amici un passaggio all’aeroporto, alla stazione oppure trascorrete un pomeriggio a fare volontariato. Alcune ricerche mostrano che le persone che compiono atti simili sarebbero più felici.

IL CORPO, LA MENTE, GLI AMICI

Sudare fa bene. Certo, gli esercizi aiutano a mantenere il corpo giovane, ma gli studi che abbiamo preso in esame dimostrano che un incremento dei livelli di attività fisica è connesso a livelli più alti di felicità: l’esercizio tende pure ad aiutare a mitigare i sintomi di alcune malattie mentali.

Il divertimento è il più prezioso degli oggetti materiali. Le persone tendono ad essere più felici se spendono i loro soldi in esperienze piuttosto che in cose. I ricercatori hanno scoperto che l’acquisto di cose che consentono di fare delle esperienze: scarpe da trekking, escursione, da arrampicata su roccia o un nuovo libro da leggere nel massimo silenzio, lontano da rumori molesti, possono anche aumentare la felicità.

Infine, vivere il presente e passare il tempo con gli amici è tempo ben speso. Diversi studi hanno scoperto che le persone che praticano la meditazione di consapevolezza sperimentano un maggiore benessere e le interazioni con amici casuali possono rendere più felici le persone e le amicizie strette (specie con altre persone felici) possono avere un effetto potente anche sulla propria felicità.

«Stiamo con Willy!»

Storia del ventunenne capoverdiano, massacrato di botte a Colleferro

«Picchiato, steso a terra, gli aggressori si sono accaniti saltandogli addosso». Come un complimento degenera nella periferia della capitale. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Arrestati due fratelli e un paio di loro amici. Chi conosceva la vittima di origini africane non si capacita. «Non vedremo più il suo sorriso, da non crederci, puntuale sul posto di lavoro, voleva migliorarsi, diventare uno chef…».

«Gli sono saltati addosso per completare l’opera, dopo averlo scaraventato a terra con un calcio». Come se volessero spegnere cartacce che hanno preso fuoco con una sigaretta ancora accesa su un marciapiedi, con una furia bestia. Ingiustificabile. L’opera alla quale si riferisce uno dei testimoni del pestaggio mortale del povero Willy Monteiro Duarte, ventuno anni, originario di Capo Verde, arcipelago dell’Africa occidentale. I primi indizi incastrano Marco e Gabriele Bianchi, due fratelli palestrati, Francesco Belleggia, loro amico, avrebbe un ruolo defilato in quello che gli organi di informazione indicano come «pestaggio mortale».

Alla base del contrasto, fatto di offese, telefonate per chiedere rinforzi, come fosse una guerra, non c’è proporzione. Non c’è proporzione fra le parole e un pestaggio finito nel sangue. Ma così va, da anni a questa parte nelle periferie delle grandi città. Non esistono presidi militari, una volta invocato l’intervento di una pattuglia di polizia o una gazzella dei carabinieri, passano venti, trenta minuti. E quando arrivano, se arrivano, da un comune vicino, tutto è già accaduto. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Fra una frase e la “lezione” inferta da due, tre energumeni, a un povero ragazzo subito accasciatosi a terra, dunque inerme, impossibilitato anche a difendersi, perché quel colpo di karate sferratogli all’improvviso lo ha già annientato.

UNA LEZIONE DA COMPLETARE

Niente, la “lezione” va completata, Willy è come se fosse una cicca di sigaretta, ancora accesa, va spento. Accidenti alle regole della mattanza, non scritte, ma che nei quartieri sopravvivono, specie ai bordi della capitale, dove le bande della Magliana, i protagonisti di “Romanzo criminale” (scritto dal tarantino Giancarlo De Cataldo), sono eroi. Non ci sono posti di polizia, esistono invece i boss. Vivono in ville lussuose e blindate, come fossero stanze dei bottoni. Riscuotono e ordinano. Ordinano e riscuotono. Impartiscono ordini, più stupidi sono i loro soldatini, più fanno al caso dei boss. Sventolano mazzetti di banconote sotto il naso di questi giovanotti pieni di muscoli e privi di cervello. «Andate lì, dategli una ripassatina, dategli una lezione: se non riscuotete, non posso assicurarvi benessere, casa, vacanze, moto, camicie e scarpe costose, orologi e collane che pesano quanto un “fero” da stiro».

Torniamo dal povero Willy, che non potrà più sorridere alla vita, agli amici, al suo lavoro da cuoco, ai suoi sughetti, alla sua amatriciana.  «Ah bella!». E’ solo una frase innocente, rivolta davanti a un locale di Colleferro, il “Duedipicche”, all’indirizzo di una ragazza di un altro gruppo. Che sarà mai, se ne sentono talmente tante che la cosa più ragionevole sarebbe un lasciar perdere, sorriderci su. Toh, berci sopra. Non c’è volgarità, non c’è offesa. Invece è la miccia di una scalata alla violenza culminata nel pestaggio mortale del ragazzo capoverdiano. Matteo, un amico della vittima, ricorda. «Uno degli aggressori ha sferrato un calcio all’altezza del petto di Willy, facendolo stramazzare al suolo, mandandolo a sbattere contro un’auto parcheggiata all’esterno del locale; Willy era anche riuscito a rialzarsi, ma su di lui si è abbattuta una gragnuola di calci e pugni tanto che il ragazzo è caduto daccapo a terra».

SCHIACCIATO COME UNA “CICCA”

Non finisce lì. La “lezione” va completata. Non è sufficiente un drammatico ko tecnico. Prosegue Matteo. «Mentre Willy è a terra, proseguono a sferrargli calci e pugni, tanto che stavolta proprio non ce la fa a rialzarsi». Samuele, un altro amico di Willy, aveva provato a fare da scudo al corpo di Willy per proteggerlo, ma è stato colpito anche lui. E’ sconvolto, mette a verbale gli ultimi istanti di vita del poveretto. «Mentre giaceva in terra, gli aggressori proseguivano passandogli sopra con i piedi: ricordo due di loro, gli aggressori, che saltavano sopra il corpo di Willy steso a terra e già inerme». Un altro amico della vittima, Marco. «Nello scendere dall’auto gli aggressori hanno subito aggredito Willy, senza pronunciare una sola parola, dritti al bersaglio!».

Faiza, altro testimone, indica uno dei due fratelli, Gabriele Bianchi. «E’ stato lui, ha sferrato un calcio in pancia a Willy, caduto a terra; quando si è rialzato ed è stato colpito ancora, dallo stesso aggressore, poi è arrivata la security del locale ed è scappato insieme agli altri». Belleggia, amico dei Bianchi, riporta l’ordinanza dei carabinieri, rende una sua versione. «Marco va verso Willy, gli tira un calcio e lui cade all’indietro, Gabriele picchia, invece, l’amico di Willy, a poca distanza: Marco gli sferra un calcio sul petto, Willy cade indietro sulla macchina e Gabriele si dirige verso l’amico di Willy picchiandolo…».

Non esistono video sull’accaduto. Non è facile individuare chi ha sferrato il colpo fatale a Willy. Dopo l’accaduto, i fratelli Gabriele e Marco Bianchi di venticinque e ventiquattro anni, Francesco Belleggia, ventitré anni, e Mario Pincarelli, ventidue anni, vengono accusati di omicidio preterintenzionale, si difendono. Nessuno di loro, asseriscono, avrebbe toccato Willy. Tesi ripetuta durante l’interrogatorio di convalida dell’arresto davanti al gip di Velletri. Belleggia, secondo la difesa, sarebbe stato presente ai fatti, ma non avrebbe colpito Willy. L’avvocato che segue i fratelli Bianchi, ha annunciato di essere in possesso di nuove prove riconducibili alla notte in cui è stato ucciso Willy. Le ha depositate. Contraddicono quelle della Procura in particolare per quanto riguarda il ruolo che hanno ricoperto i fratelli Bianchi nella rissa.

BIANCHI, NULLATENENTI E VITE DA STAR

Una vita esagerata, tra vacanze in Costiera amalfitana, abiti firmati e orologi di lusso e tutto grazie ad un negozio di frutta aperto da soli tre mesi. Questo raccontano le immagini social dei fratelli Bianchi, Marco e Gabriele, arrestati e accusati dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte, che risultano anche nullatenenti. Scrive il Messaggero. «Marco, da qualche mese, subito dopo il lockdown, aveva aperto un piccolo negozio di frutta verdura a Cori, comune della provincia di Latina. Non un grande locale su cui tra l’altro il sindaco della cittadina, Mauro De Lellis, ha già avviato le pratiche per il ritiro della licenza. Marco e Gabriele, però, al netto della frutteria di Cori risultano nulla tenenti. Motivo per cui non si escludono accertamenti di natura patrimoniale nei prossimi giorni».

Infine, Mimmo, uno dei colleghi del ventunenne capoverdiano, che lavorava con lui nella cucina dell’Hotel degli Amici di Artena. «Aveva tanta voglia di darsi da fare, era appassionato del suo lavoro con il desiderio di migliorare e crescere professionalmente: un ragazzo sorridente, così come si vede nelle foto, era un angelo», ha spiegato. E’ questa la cosa della quale non ci capaciteremo mai. Si può spegnere un sorriso con tanta violenza? E anche su questo, gli amici di Willy, i suoi conoscenti, i familiari, tutti noi, vogliamo risposte. Non solo chiediamo giustizia, ma anche che certe cose non debbano ripetersi. Dunque, ci sia prevenzione, educazione al rispetto. Prima di invocare condanne che, per quanto giuste, non ci restituiranno il sorriso di Willy, uno di noi.

«Amo la libertà»

Sergio Bernal Alonso, etoile, a Taranto venerdì 25 settembre

Ospite del “MediTa”, la rassegna della Cultura mediterranea. Danzerà il Bolero di Ravel sulla Rotonda del Lungomare. «Quando danzo mi sento libero, felice, per me la danza è questo e tanto altro. Occorrono sacrifici, tanti. Prima di fare ingresso sul palco, qualsiasi cosa danzi, ricorro agli esercizi fondamentali della classica. Nel flamenco la donna è più vicina all’elemento aria, l’uomo è più legato alla terra e alla forza. Sognando Baryshnikov…»

E’ il Roberto Bolle spagnolo, acclamato in tutta Europa e nel mondo, negli Stati Uniti, come in Giappone. Venerdì 25 settembre danzerà il “Bolero di Ravel” sulla Rotonda del Lungomare, ospite a Taranto della rassegna “Medi.Ta”, il Festival della Cultura mediterranea.

E’ Sergio Bernal Alonso, per sette anni primo ballerino del Ballet Nacional de España. Fisico statuario, bellezza mozzafiato, tanto da avere richiamato in questi anni l’attenzione di numerose griffe d’alta moda. La perfezione nel fisico e nella danza si raggiunge con enormi sacrifici e l’artista, trent’anni, spagnolo di Madrid, questo lo sa perfettamente, tanto da non sottrarsi ad alcuna domanda anche sull’armonia del corpo, fondamentale nella sua attività.

Sergio, sa di essere un sex symbol?

«La danza è bellissima, e noi, eternamente riconoscenti a una passione che ci vede protagonisti, dobbiamo far parte di questa bellezza».

Leggiadro come una farfalla, forte e scattante come un felino, Sergio Bernal si muove sul palco ipnotizzando gli sguardi. Il suo credo è la fatica, la sua migliore amica la tenacia. Educato al Conservatorio reale di danza “Mariemma” di Madrid, è primo ballerino del Balletto nazionale spagnolo. Alterna con la medesima capacità espressiva la danza classica al flamenco.

A quali esercizi fa ricorso prima dell’ingresso in scena?

«Prima di qualsiasi spettacolo mi alleno con gli esercizi di ballo classico, intanto perché sviluppa qualsiasi aspetto della tecnica; tutto passa attraverso la danza classica, poi, appassionato come sono del flamenco, anche quando entro in scena per interpretare il flamenco, compio gli esercizi che mi riportano alla classica: anche per il flamenco si deve avere un corpo bene impostato, è una tecnica precisa».

Ci saranno anche similitudini, ma anche differenze fra classica e flamenco.

«Flamenco, balletto, salsa, sono tutte danze che richiedono massima conoscenza della danza classica in fatto di tecnica. Gli studi classici servono per la posizione del corpo e la conoscenza perfetta della tecnica, dopo di che puoi fare qualunque cosa”.

Torniamo sulle due sue innate passioni. Poniamole a confronto: il rapporto fra danza classica e flamenco?

«Il flamenco, danza spagnola, viene più dal cuore; si chiama “il” flamenco, al maschile, per rendere l’idea di forza: richiede una diversa energia, richiede emozione e passione».

Cosa l’ha spinta alla danza?

«Mikhail Baryshnikov: assistevo alle sue performance in tv, affascinato dalla sua personalità di ballerino e di attore. Insomma, avevo una grande ambizione: diventare come lui. Così ho deciso di dedicarmi completamente alla danza, in realtà la prima e unica cosa che ho sempre fatto fin da piccolo: ballare».

Dopo sette anni l’addio al Ballet Nacional de España, come dire addio a La Scala.

«Sono stati sette intensi e bellissimi anni. Il Ballet Nacional l’ho sempre sentito come casa mia. Avevo però, in mente, di impegnarmi anima e corpo su un progetto che mi sta a cuore».

Un’anticipazione sul progetto.

«Sarà uno spettacolo sulla vita dello stilista Yves Saint Laurent, grandissimo stilista che ha rivoluzionato il mondo della moda mettendo uomo e donna sullo stesso piano: è stato lui a fare smettere la gonna alla donna e a farle indossare i pantaloni. Il progetto richiede tempo, viaggi e contatti con la Fondazione Saint Laurent, di mezzo i diritti d’autore, i costumi e non solo. Una parte sarà finanziata da me, debutto previsto nel 2021».

A proposito del successo: come vive la popolarità?

«M’interessa poco essere famoso o stare in bella mostra. Il mio pensiero è rivolto alla mia passiona, la danza, a mantenermi a un livello alto di qualità, riuscire ad evolvermi, se possibile a crescere».

Concludiamo con la domanda che si sarà sentito porre decine di volte. Cosa prova quando danza?

«Mi sento libero, felice, per me la danza è libertà. Nel flamenco, la donna è più vicina all’elemento aria, mentre l’uomo è più legato alla terra e alla forza».

«Viva la quercetina!»

Una sostanza naturale potrebbe abbattere Covid e contagi

Scoperta straordinaria del Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr). La sostanza avrebbe un’azione destabilizzante su una delle proteine-chiave per la riproduzione del coronavirus. «E’ presente in abbondanza in vegetali comuni come capperi, cipolla rossa e radicchio»,  spiegano gli studiosi. «Massimo impegno per trovare un vaccino e debellare una pandemia che torna a fare paura».

Si fa presto a dire «Ci siamo!». C’è una speranza che sfida, petto in fuori, e braccio steso, come fossimo pronti alla somministrazione del vaccino che potrebbe alleggerirci dalla paura di tutte le paure. Quella provocata da Covid-19, quel virus comunemente e drammaticamente chiamato “coronavirus”, che ci ha tenuti sottochiave per tre mesi. In questi giorni si è diffusa voce che i contagi siano drasticamente aumentati e non contenuti come auspicavano governo e italiani insieme. Circola voce che stiano per tornare paura e lockdown, la miscela sociale esplosiva dalla quale non solo l’Italia stavolta ne uscirebbe con le ossa rotte. Già la prima botta è stata forte, si è abbattuta su un Paese già con gravi problemi economici. Gli economisti spiegano che nella migliore ipotesi, prima di riprendersi dai danni provocati dal Covid-19, occorrerà più di qualche anno. Insomma, tutto sì tranne una dolorosa replica. Stavolta sarebbe fatale.

Dunque, ogni volta che lo spettro del confinamento dovuto al coronavirus si agita, l’attenzione è rivolta al vaccino, ai medici, alle possibilità di debellare definitivamente il Covid-19. E’ notizia delle ultime ore, lanciata da Quifinanza in collaborazione con l’agenzia Adnkronos che ci sarebbe una concreta speranza anti-Covid. Arriverebbe dalla scienza, attraverso un composto naturale. A patto, ecco la cautela, che la comprovata possibilità di reinfettarsi li renda effettivamente efficienti.

Uno studio internazionale al quale ha partecipato l’autorevole Istituto di nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Nanotec di Cosenza) spiega che la quercetina, un composto di origine naturale, funziona da inibitore specifico del Covid-19. La sostanza secondo quest’ultimo studio, mostrerebbe un’azione destabilizzante su una delle proteine-chiave per la riproduzione del patogeno. Anche se ci sforziamo nell’usare la prudenza che ci offre l’uso del condizionale, lo studio relativo al vaccino è stato  pubblicato sull’International Journal of Biological Macromolecules.

STUDIO ITALO-SPAGNOLO

Uniti si vince. Lo sviluppo di farmaci antivirali specifici per il coronavirus, assieme alla ricerca di un vaccino efficace, è un altro studio importante che il mondo della scienza ha avviato per battere la pandemia. Lo studio è stato condotto da Bruno Rizzuti del Cnr-Nanotec con un gruppo di ricercatori spagnoli (Saragozza e Madrid) dimostra che la quercetina, bloccando l’attività enzimatica di 3CLpro, risulta “letale” per il Covid-19.

«Le simulazioni al calcolatore – dichiara Rizzuti, autore della parte attinente all’elaborazione elettronica – hanno dimostrato che la quercetina si lega esattamente nel sito attivo della proteina 3CLpro, impedendole di svolgere correttamente la sua funzione; già al momento questa molecola è alla pari dei migliori antivirali a disposizione contro il coronavirus, anche se nessuno di questi è tuttavia approvato come farmaco».

La spiegazione del Cnr. La quercetina ha una serie di proprietà originali e interessanti dal punto di vista farmacologico. «E’ presente in abbondanza in vegetali comuni – spiegano gli studiosi – come capperi, cipolla rossa e radicchio, ed è nota per le sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, antiallergiche e antiproliferative». Note anche le sue proprietà farmacocinetiche perfettamente tollerate dall’uomo. «La quercetina – proseguono – può essere facilmente modificata per sviluppare una molecola di sintesi ancora più potente, grazie alle piccole dimensioni e ai particolari gruppi funzionali presenti nella sua struttura chimica. Poiché non può essere brevettata, chiunque può usarla come punto di partenza per nuove ricerche».

RISULTATO IMPORTANTE

Lo studio parte da una caratterizzazione sperimentale di 3CLpro, la proteasi principale di Sars-CoV-2, precisa Olga Abian, prima autrice della pubblicazione. «Questa proteina ha una struttura dimerica – spiega la scienziata spagnola – formata da due sub-unità identiche dotate ciascuna di un sito attivo fondamentale per la sua attività biologica. In una prima fase del lavoro è stata studiata, con varie tecniche sperimentali, la sensibilità a varie condizioni di temperatura e pH: un risultato importante, in quanto molti gruppi di studio stanno lavorando su 3CLpro come possibile bersaglio farmacologico, perché fortemente conservata in tutti i tipi di coronavirus. Per questa proteina sono già segnalate in letteratura molecole che fungono da inibitori, ma non utilizzabili come farmaci a causa dei loro effetti collaterali».

Nello studio alla soluzione anti-Covid, interessante risulta essere lo screening sperimentale. Eseguito su centocinquanta composti, grazie a cui la quercetina è stata individuata come molecola attiva su 3CLpro.

Ancora informazioni sulla “benedetta” quercetina. «Riduce l’attività enzimatica di 3CLpro – specificano studiosi italiani e spagnoli – grazie al suo effetto destabilizzante sulla proteina». Ma il lavoro dell’equipe italo-spagnola non si ferma qui. Un primo spiraglio. Stavolta concreto. «Contiamo di trovare un vaccino, ma i farmaci saranno comunque necessari per le persone già infette e per chi non può essere sottoposto a vaccinazione; la ricerca di nuove molecole è indirizzata a somministrare una combinazione di differenti composti, per minimizzare la resistenza ai farmaci e lo sviluppo di nuovi ceppi virali».

Insomma, si fa presto a dire «Ci siamo!», ma è anche vero, che nel silenzio assoluto, gli studiosi stanno compiendo passi da gigante. Che il Cielo li benedica.