«Stefano, amico per sempre!»

Red Canzian ricorda D’Orazio

«In qualsiasi momento avessi bisogno, lo trovavi a un passo da te. Operato al cuore, al mio risveglio, con mia moglie e i miei figli, lui era lì. Quando aveva dubbi su un nuovo concerto, mi interpellava: ero il suo “geometra” di riferimento. Lo ricorderò con una canzone, non una reunion: sarebbe stato il primo ad opporsi. La sua ironia, impagabile».STEF 1 - 1Venerdì sera la sua scomparsa, lunedì l’addio a  Stefano D’Orazio, batterista dei Pooh. Lunedì scorso Roma, i suoi “amici per sempre”, Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian e Riccardo Fogli, insieme con la moglie Tiziana Giardoni, hanno tributato al grande batterista l’ultimo saluto.

Nonostante il grande dolore, Red Canzian, bassista della formazione musicale italiana più amata accetta di ricordare il suo compagno di viaggio per circa cinquant’anni. Cosa significa perdere un fratello, tale era considerato Stefano D’Orazio, assalito e sopraffatto dal covid?

«Provare un male terribile, per me è stato come perdere più di un familiare, perché è un amico che ho scelto io; poteva restare un buon collega, non è un mistero che ci siano persone che lavorano insieme trent’anni, ma che non diventano mai amici; io, invece, l’ho scelto come amico, una persona alla quale avrei potuto fare riferimento in qualsiasi momento, perché Stefano ci sarebbe stato, come sempre. Quando sono stato operato al cuore nel 2015, al mio risveglio in Rianimazione c’erano mia moglie Bea, i miei figli, Chiara e Phil, e Stefano. Questo ti fa pensare a un rapporto che va ben oltre all’aspetto lavorativo, tanto che il dolore che ho oggi diventa anche rabbia: avrei voluto restituire in qualche modo, anche solo per un attimo, le attenzioni che lui aveva rivolto a me in quell’occasione, tenergli la mano, stargli vicino, provare nel silenzio a confortarlo; ma come non è stato possibile per me, non è stato possibile per la moglie, Tiziana. Questo è stato l’aspetto ancora più doloroso nell’addio a Stefano».

All’interno dei Pooh ognuno di voi aveva un compito. Quanto è stato importante il contributo di Stefano?

«Ricopriva un ruolo importantissimo, era uno che vedeva lontano, tanto da essere stato uno dei promotori dell’automanagement; io mi occupavo delle pubbliche relazioni, della parte grafica, delle copertine, ma la cosa bella che amavo fare con Stefano erano studio e realizzazione dei concerti, dei nostri palchi: lui era un visionario, studiava cose enormi, poi al primo dubbio mi chiamava – essendo il suo “geometra” di riferimento – e mi chiedeva se il progetto potesse stare in piedi: quanti giorni trascorsi, insieme, a disegnare e dipingere…».

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Un episodio, fra i tanti, che ricorda.

«“Amici per sempre”. Stavamo ancora brigando, quando a mezz’ora dall’apertura delle porte del palazzetto, mi cadde il pennello nel barattolo di vernice con la quale stavo dipingendo una porta, “zebrata” come il resto del fondale; mi schizzai di brutto: l’alternativa era provare a smacchiarmi ma puzzare di solvente per tutto il concerto, oppure uscire sul palco “a macchie”, optammo per la seconda ipotesi. Ho ricordi bellissimi, a Stefano potevi dire qualsiasi cosa, non se la prendeva mai, anzi ironizzava…».

La storia dei Pooh era finita, ma avevi ancora progetti con lui.

«Uno di questi è già lì, pronto. Oggi assume valore doppio, doloroso e prezioso allo stesso tempo; Stefano, infatti, è venuto in studio e ha cantato su una base parte di “Se c’è un posto nel tuo cuore”, canzone scritta insieme a me e che lui cantava da solo con i Pooh: la condividerò con lui ad ogni concerto, quando la eseguirò con il mio gruppo; e allora, se mai questo covid finirà di farci soffrire, non solo portandoci via la gente che amiamo, e farà tornare finalmente a fare il nostro mestiere, uscirò con questo “live”: oltre a Mario Biondi, Enrico Ruggeri, Marco Masini, persone meravigliose, ci sarà anche la voce di Stefano, il momento più prezioso dello spettacolo nel quale canteremo insieme a grande distanza, purtroppo…».

Nessuna seconda “reunion”, ma c’è anche una sola possibilità di celebrare insieme i Pooh e la memoria di Stefano?

«Assolutamente no, del resto Stefano è stato il primo, con grande onestà, a scendere dal palco: aveva capito che tutto quello che avevamo da dire e da dare lo avevamo già detto e fatto; è venuto con grande fatica alla “reunion” del 2016 e non perché non volesse partecipare, ma perché non era al massimo della sua forma e aveva ormai fatto le sue scelte: è stato sempre un uomo per bene e molto onesto, uno di quelli che non si raccontava bugie davanti allo specchio, esercizio al quale purtroppo molti fanno ricorso; lui aveva detto basta e non credo che a qualcuno possa venire in mente di lanciare questa idea: onorare un amico non è onorarlo con una cosa che lui non avrebbe mai fatto».STEF 2 - 1

Un’idea per ricordarlo.

«Vorrei onoralo aprendo una scuola, come lo stesso Stefano ha cercato di fare: lui amava aiutare, trasferire la sua esperienza ad altri; vorrei onorarlo cantando qualcosa di suo che non ho mai musicato, ma certamente non con una cosa, un tributo per dirla tutta, che lui non avrebbe mai fatto, lo troverei assurdo…».Un light-designer tarantino, Roberto D’Aniello, ha proiettato su un intero palazzo a Taranto, luci colorate con la scritta “Ciao Stefano!”. Vi emoziona sapere che il vostro pubblico non smette un solo istante di amarvi?

«L’Italia è meravigliosa proprio perché nella sua lunghezza, in ogni suo angolo, ha amato la musica dei Pooh e, dunque, noi quattro; era impossibile non voler bene a Stefano: vederlo scappare alla fine dei concerti era una sua abitudine, riteneva di avere concluso sul palco il suo avere e il suo dare; era tutt’altro che snob, non era una persona bisognosa di ulteriori affetti oltre a quelli che aveva ricevuto fino a qualche istante prima: era, piuttosto, un modo delicato di interpretare la vita».

Aveva uno spiccato senso dell’ironia, D’Orazio.

«Mai sentito parlare male di qualcuno; scherzarci sopra sì, ironizzarci anche, ma mai parlare male; non era sua abitudine, del resto una persona intelligente non avrebbe mai preso come offesa una battuta di Stefano per quanto pungente potesse essere: del resto era il primo ad ironizzare su se stesso: un giorno è arrivato alle prove, un po’ ingrassato, esclamò “Aspetto un figlio!”. Questo era Stefano, l’“amico per sempre” che tutti vorremmo avere e che io, per mia fortuna, ho avuto accanto per cinquant’anni».

«Aiuterò i deboli»

E’ John Biden il nuovo presidente degli Stati Uniti

Abolirà il bando sull’immigrazione dai Paesi musulmani. Ripristinerà il programma per la protezione dei Dreamer, i migranti arrivati in America irregolarmente da bambini e darà battaglia al Covid-19. “Joe”, balbuziente da ragazzo, lavorava sette giorni su sette: vendeva auto da un concessionario, puliva caldaie, passava la domenica dietro un banchetto al mercato. Una vita a volte sfortunata, scandita da incidenti e la morte prematura di moglie e figli.

«Sarò un presidente che unisce e non un presidente che divide: torniamo ad ascoltarci, siamo tutti americani». E promette il rientro degli Usa nell’accordo di Parigi sul clima e nell’Organizzazione mondiale della sanità, di abolire il bando sull’immigrazione dai Paesi musulmani e ripristinare il programma per la protezione dei Dreamer (i migranti arrivati negli Stati Uniti irregolarmente da bambini).

John Biden si presenta così. E’ lui il 46esimo presidente degli Stati Uniti. Con la vittoria in Pennsylvania, “Joe” ha superato i duecentosettanta Grandi elettori, soglia necessaria per conquistare la Casa Bianca. Oltre che in Pennsylvania, Biden ha vinto in Arizona, Wisconsin e Michigan, scuotendo e abbattendo l’orientamento di Stati in cui solo quattro anni fa aveva vinto Trump, il presidente uscente che non si dà per vinto – ma dovrà farsene una ragione – e continua a minacciare battaglie legali.

«Sarò il presidente di tutti», dunque. E’ il messaggio di riconciliazione nazionale lanciato da Biden dalla sua Wilmington. Aggiunge, inoltre: «Non esistono stati blu e stati rossi. Esistono solo gli Stati Uniti: diamoci una possibilità aiutandoci l’uno con l’altro».

Poi un pensiero, molto americano, dedicato alla moglie che a fine discorso lo raggiunge sul palco: «Sono il marito di Jill, e non sarei qui senza di lei; senza la mia famiglia; Jill sarà una fantastica First Lady».

La battaglia al Covid-19 è il primo tema che sta a cuore a Biden, che ha idee più chiare rispetto a Trump e al suo fatalismo. Non ignorare, ma combattere il pericolo della pandemia, il contagio. «Il nostro lavoro – ha dichiarato il neopresidente – inizia con il mettere sotto controllo il Covid; non risparmierò alcuno sforzo contro questa pandemia». Già domani, lunedì, nominerà gli scienziati che guideranno la task force sul coronavirus.

Sul palco prima di Biden, Kamala Harris:«Sono la prima donna vicepresidente ma non sarò l’ultima: questo è un paese delle opportunità – dice la neoeletta. Poi, rivolgendosi alle bambine: «Sognate con ambizioni; noi, la gente, abbiamo l’obbligo di costruire un futuro migliore senza mai dare per scontata la democrazia».

Ma conosciamo da vicino, per quanto possibile, Joe Biden. Indicato come “lo zio buono d’America”, uomo della classe media, segnato da terribili tragedie familiari, il vincitore delle  elezioni Usa 2020 è un veterano della politica. Alle spalle, qualcosa come quarantasette anni di politica, grande esperto di affari internazionali, ma anche qualche inspiegabile gaffe. Uno “zio buono”. Era quello che occorreva agli americani, abituati in questi ultimi quattro anni alle intemperanze esplosive della presidenza Donald Trump.

Joe Biden, ex “vice” di Barack Obama, compirà settantotto anni tra due settimane. Democratico moderato, arrivato con qualche incertezza alla presidenza, Biden vanta anche un primato: è il presidente più anziano di sempre ad entrare alla Casa Bianca. Il 20 novembre, a due mesi esatti dall’insediamento, come detto, festeggerà il settantottesimo compleanno. Otto in più, rispetto al record precedente di Donald Trump, diventato presidente a settant’anni compiuti. Quattro anni fa, Biden, devastato dalla morte per tumore al cervello del figlio Beau, rifiutò di candidarsi. Avrebbe avuto, forse, più chance di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

Joseph Robinette Biden è nato in una famiglia irlandese a Scranton, la grigia città delle miniere di carbone simbolo del fiasco dell’industria tradizionale, ma da quando aveva dieci anni ha vissuto nel Delaware, lo Stato dove, negli anni del Senato, è tornato ogni sera in treno per far da padre ai figli dopo essere rimasto vedovo.

Primo presidente cattolico dopo JFK – in tasca ha il rosario di Beau – Biden è favorevole all’aborto e, in linea con papa Francesco, alla difesa del clima. «Rientrerò nell’accordo di Parigi – promette – il primo giorno alla Casa Bianca». Balbuziente, da ragazzo, soprannominato “Dash” (trattino), perché non finiva le frasi, è guarito esercitandosi allo specchio.

Suo padre, ricco e incosciente da giovane, aveva subito rovesci finanziari e il piccolo Joe aveva dovuto lavorare sette giorni su sette vendendo auto da un concessionario, pulendo caldaie, passando la domenica dietro un banchetto al mercato. Mai studente brillante ma ottimo atleta, nel 1972, a soli 29 anni e dopo aver fatto l’avvocato, si candidò al Senato. Solo lui e la famiglia pensavano che ce la potesse fare e, Joe, venne eletto. Una gioia breve: poco prima di Natale la moglie Neilia e la figlia di tredici mesi, Naomi, rimasero uccise in un incidente stradale.

I due maschi, Beau e Hunter, finirono in ospedale gravemente feriti. Più avanti anche Beau, ex procuratore del Delaware e capitano della Guardia Nazionale, morirà lasciando nel padre un vuoto incolmabile. Hunter, il minore, gli ha causato inquietudini e guai, tra dipendenze dalla droga e business spericolati in Paesi come Ucraina e Cina rimbalzati sul padre con accuse di conflitto di interesse. Biden ha anche una figlia, Ashley, dalla seconda moglie Jill Jacobs, italo-americana con nonni siciliani e professoressa in un community college, sposata nel 1977 nella Chiesa dell’Onu a New York. Possiede, inoltre, due cani: Major e Champ. La corsa appena vinta, quella giusta, è la terza di Biden alla Casa Bianca. L’ultima, nel 1987, finì male quando si scoprì che aveva «copiato» un discorso da un leader inglese.

Nel 2008 a Obama aveva portato un bagaglio di esperienza e un cuore sincero. Ne era stato ricompensato con un accesso senza precedenti nelle stanze dei bottoni: partner, oltre che amico, del più giovane presidente che, tra i molti incarichi, gli aveva affidato nel 2008 quello di affrontare il «disastro continuo» della crisi economica dal punto di vista della classe media, da lui definita «la vera spina dorsale del Paese».

E sono stati i nipoti, con i quali ha trascorso a casa la maggior parte della giornata, a informare Joe Biden che la CNN gli aveva assegnato lo stato della Pennsylvania e quindi la vittoria. La nipote più grande, Naomi, ha postato su twitter una foto scattata subito dopo la notizia della vittoria che mostra Biden sorridente abbracciato dai nipoti.

Il presidente eletto Biden una volta insediato alla Casa Bianca il 20 gennaio ha in programma di firmare immediatamente una serie di decreti per rovesciare alcune delle decisioni prese dal presidente uscente Donald Trump. Lo riporta il Washington Post.

Tra le misure il rientro degli Usa nell’accordo di Parigi sul clima e nell’Organizzazione mondiale della sanità. Abolirà poi il bando sull’immigrazione dai Paesi musulmani e ripristinerà il programma per la protezione dei Dreamer. E come inizio, può dirsi “un buon inizio”.

«Il mio posto è qua»

Ike, 50 anni, somalo, rifugiato in Italia a causa della guerra

«Avevo vent’anni, vidi morire mio fratello sotto i colpi di un fucile. Non è stato facile i primi tempi, ma alla prima occasione ho mostrato il mio impegno. Oggi ho una moglie, due figli, l’affetto dei miei suoceri, la stima degli insegnanti dei miei ragazzi. Racconto spesso la mia storia, perché possa far riflettere su quanto sia idiota l’uso delle armi. Con il tempo, la nostalgia del mio Paese è passata»

Ha cinquant’anni, Ike, nato a Berbera, Nordovest della Somalia. Una storia tutta da raccontare, meglio, da ascoltare. Fuggito circa trent’anni fa dal suo Paese, in seguito allo scoppio della guerra civile, è arrivato in Italia a soli venti anni. Qui, in provincia, aveva un amico, l’unico, che lo ha subito ospitato. Oggi Ike si esprime in un italiano perfetto. «Non sono stati momenti facili – spiega – intanto perché non sapevo cosa mi aspettasse in Italia, per me un mondo lontano: col senno di poi, dico che era qualcosa di diverso da quanto immaginassi; e non perché lo avessi idealizzato, ma perché nel mio Paese, allora, arrivavano notizie il più delle volte controverse: si stava benissimo, si stava malissimo, si stava così così…».

Un viaggio, l’arrivo in Italia. «Primi sacrifici, se non hai un lavoro la cosa si complica, così il mio amico ha cominciato a darmi una mano: provavo a rispondere agli annunci di ricerca personale, ma non appena incontravo quello che avrebbe dovuto essere il mio datore di lavoro, mi licenziava dal colloquio con un “Grazie, le faremo sapere”: nessuna telefonata successiva».

Poi, per Ike, si fa spazio la prima speranza. «Una ditta per le pulizie, cercava personale: il mio amico insisteva, diceva che intanto poteva essere una soluzione temporanea, ma che era importante entrare nel mondo del lavoro per poi trovare sistemazioni più durature: oggi faccio ancora questo lavoro; quello che doveva essere un impegno trimestrale, una sostituzione estiva, si è rivelata l’occasione della mia vita».

NESSUNA NOSTALGIA, ORMAI

Il suo amico gli aveva detto che gli italiani questo mestiere non volevano farlo e, allora, per lui poteva aprirsi una strada. «Oggi posso dire che la sua – sorride ripensando a quelle parole, Ike – era una previsione completamente sbagliata; intanto non era vero che gli italiani non volessero fare gli addetti alle pulizie: è un lavoro come un altro, di grande decoro, poi, per dirla tutta – puntualizza il cinquantenne somalo – allora, come oggi, la maggior parte dei miei colleghi è italiana: dunque, mi chiedo – capovolge il concetto, sorride – vuoi vedere che questo lavoro non vogliono farlo i neri come me?».

Ama il paradosso, Ike, che nel frattempo, studiando e “sfogliando” internet, sa che il suo nome è lo stesso di un grande artista della canzone. «Me lo hanno fatto notare i miei colleghi di lavoro: Ike Turner – non si fa cogliere impreparato – ex marito della grande Tina Turner; ho letto la sua storia, con tutto il rispetto lui non doveva essere una gran bella persona visto che picchiava la moglie; lei, invece, una voce straordinaria, è una grande star, ma la musica non la seguo molto».

Ci racconta la sua Italia, la sua famiglia. «Non ho la nostalgia che mi assaliva trent’anni fa, quando lasciai il mio Paese; alle mie spalle anche una tragedia: mio fratello raggiunto dal colpo di fucile di un cecchino, durante la guerra civile; un mese dopo partii, la decisione era maturata da tempo, quella brutta storia aveva solo accelerato la partenza. Ho un altro fratello qui in Italia, anche un cugino che, però, dopo qualche tempo si è trasferito in Francia. Ci teniamo in stretto contatto promettendoci di riabbracciarci: il mese, l’anno dopo è sempre quello giusto, ma non ci vediamo praticamente da una vita, se non fosse per le videochiamate con whatsapp; con il dilagare della pandemia, la paura del Covid, non ne parliamo più, l’importante è uscire da questa crisi. Siamo tutti imbottigliati fra zone gialle e zone rosse».

UN BUON LAVORO

Ike, con grande impegno, in Italia ha costruito il suo futuro. «Ho un buon posto di lavoro – conferma – ho grande rispetto da parte di tutti i colleghi; trent’anni fa quando camminavo per strada, entravo in un bar per chiedere solo un bicchiere d’acqua, mi guardavano con sospetto, quasi fossi un alieno: ma, attenzione, mai una parola fuori posto; mi osservavano, questo sì, ma a nessuno veniva in mente di fare anche una modesta battuta».

Futuro significa anche famiglia. «Sì, qui ho trovato l’amore, durante una Festa dell’Unità: mia moglie è italiana, fa la cassiera in un supermercato; bene o male i nostri orari coincidono, stiamo molto tempo insieme: abbiamo due figli, vanno a scuola e sono il nostro motivo di orgoglio; quando i ragazzi frequentavano la scuola media e i primi anni delle scuole superiori, i loro professori mi invitavano a raccontare la mia personale esperienza: come il sottoscritto, anche loro non hanno mai avuto problemi di relazioni con i compagni di scuola, né con gli insegnanti…».

E, a dirla tutta, anche lui con quelli che sono diventati i suoi futuri suoceri. «Vero, persone squisite, aperte mentalmente: vedere una figlia felice è il principale obiettivo per un genitore; penso di averle dato serenità, felicità, un sentimento che avverto forte sulla mia pelle: mi sento l’uomo più felice del mondo. E se penso da dove sono partito e cosa mi ha spinto a venire in Italia, il mio cuore si riempie di tristezza. Ma, ora, posso dire che la Somalia è il Paese che mi ha dato la vita, ma il mio futuro è qui, l’Italia mi ha restituito il sorriso».

Sardegna da sogno…

Immigrati, isola virtuosa (Eurostat)

E’ la prima regione italiana. Sassari e Cagliari le province più abitate. Fascino per i turisti, accogliente con quanti cercano lavoro. Tre su quattro sono i cittadini extraeuropei ad avere un contratto e valgono qualcosa come 123 miliardi di Prodotto interno lordo. Producono il 10% circa della ricchezza italiana. E uno su dieci rappresenta la forza lavoro in Italia.

Non è una novità che il rapporto fra immigrati e sardi, abitanti di un’isola non solo piena di fascino, ma accogliente tanto con i turisti quanto con gli immigrati. Il rapporto fra immigrati e Sardegna, nel tempo, si è consolidato. Testimone, un’indagine Eurostat che ha pubblicato non più di due anni fa, indicazioni circa l’occupazione dei cittadini immigrati in tutti i Paesi dell’Unione europea. In seguito al presente studio, emerge inoltre che le province più abitate dagli immigrati sono Sassari e Cagliari.

Ma, attenzione, breve riflessione, prima di lanciarci a capofitto nell’ospitale Sardegna. Non molti sanno che sono qualcosa sotto i tre milioni (2,7 milioni per l’esattezza) e valgono qualcosa come 123 miliardi di Prodotto interno lordo. Sono proprio gli immigrati, che arrivano a produrre il 10% circa della ricchezza italiana. E rappresentano più dello stesso 10% della forza lavoro in Italia.

STORIA, TRADIZIONI E…

Questa gente, che ha un nome e un cognome, ormai si è inserita con storia, tradizioni e significati antichi nella nostra vita di tutti i giorni. Lavorano per vivere, si logorano nei cantieri, si sfiancano nelle fabbriche, si affaticano nei negozi, si consumano nelle campagne. E, soprattutto, lavorano senza sosta nelle nostre case e accanto alle nostre famiglie. Perché fanno anche da badanti, assistenti e collaboratori domestici. Sono loro, i lavoratori stranieri dichiarati (parliamo dei “regolari”) che rappresentano oltre la metà dei cinque milioni di immigrati attualmente residenti in Italia. Con circa duecento differenti nazionalità presenti e spalmate lungo tutto il territorio.

E, si diceva, da qualche tempo è proprio la Sardegna a far registrare una delle percentuali di occupazione. Qui lavorano, regolarmente, tre cittadini immigrati su quattro. Il 70% degli immigrati che arrivano da Paesi extraeuropei può contare su un regolare contratto di lavoro che garantisce all’Isola il primo posto tra le venti regioni italiane e una media al di sopra dei valori nazionali (in Italia lavora regolarmente solo il 65 per cento degli immigrati) piuttosto vicina alla media europea e forte di una crescita pari al 6% rispetto ai dati rilevati non più di tre anni fa. Le percentuali calano al di sotto del 60% quando l’indagine si restringe ai cittadini immigrati ma da Paesi dell’Unione europea.

SARDEGNA, TERRA (QUASI) PROMESSA

Il risultato sorprendente dell’indagine di Eurostat è proprio l’alta percentuale di occupati in un territorio che non ha i “fattori di attrazione” tipici dei Paesi di destinazione preferiti dai migranti. L’Isola non sarà, allora, quello che si dice terra promessa dell’immigrazione, ma i lavoratori che sono arrivati in Sardegna sono comunque riusciti a ritagliarsi un posto sfruttando le carenze del mercato del lavoro in cui svolgono per la maggior parte mestieri legati ai servizi alla persona (8 su 10), seguiti da industria e agricoltura. La maggioranza, poi, sono lavoratori dipendenti. Da soli, però, gli immigrati non riusciranno a invertire l’attuale tendenza verso l’invecchiamento della popolazione della Sardegna anche perché, nel 2017, gli stranieri erano 54mila (3% per cento della popolazione complessiva).

ROMENI, AFRICANI, ASIATICI…

Secondo il dossier statistico sull’immigrazione realizzato da un Centro studi ricerche, basato sui dati registrati sempre circa tre anni fa (queste le indicazioni di cui disponiamo al momento, ma che inducono allo stesso modo alla riflessione), gli immigrati in Sardegna sono prevalentemente di origine europea (26mila). I più numerosi sono i romeni con oltre 14mila. La seconda rappresentanza più autorevole, è quella africana: 16mila circa di residenti; terzo posto l’Asia con circa 10mila. Nel periodo relativo a quello preso in esame, i cittadini non comunitari in possesso di un permesso di soggiorno erano 28mila circa, di cui il 53% con un permesso di lunga durata. Quali le province più abitate dagli immigrati? Sassari (22mila) e Cagliari (16mila).

«Covid, collaborate»

Michele Matichecchia, comandante della Polizia locale di Taranto

«Rispettiamo il Dpcm, più ci aiutiamo, prima ne usciamo. Quarantotto agenti in pensione negli ultimi due anni. L’Amministrazione sta pensando a un altro bando. Collegamento continuo con il sindaco, Rinaldo Melucci, e l’assessore, Gianni Cataldino. Doppia fila, regina delle infrazioni. Oggi i cittadini non segnalano, commentano direttamente sui social. Vigili, un perfetto mix fra vecchio e nuovo».

La circolazione del traffico, le doppie file, l’abusivismo commerciale e altro ancora. Fanno parte dell’attività quotidiana svolta dalla Polizia locale di Taranto. Responsabile, il comandante Michele Matichecchia che, lo spiega nel corso dell’intervista, ha un confronto continuo e costruttivo con il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, e l’assessore Gianni Cataldino.

Comandante, cominciamo dall’ultimo impegno per lei e i suoi agenti alla luce delle ultime disposizioni anti-Covid.

«Abbiamo ripreso il lavoro lasciato appena lo scorso maggio; a tempo pieno, dunque, siamo tornati a svolgere un’attività di controllo mai smessa, nella quale oggi stiamo intervenendo con un maggiore impiego di risorse. Le normative del DPCM sono articolate, ma vanno applicate, per il bene di tutti».

Copertura degli agenti di Polizia locale. Soddisfatto del numero con il quale lavora?

«A fronte di un grande impegno dell’Amministrazione comunale – ha “chiuso” la precedente graduatoria attingendo nuovi agenti – il problema numerico si sta ripresentando a causa dei raggiunti limiti di età del personale: solo negli ultimi due anni sono andati in pensione quarantotto agenti; fra i nuovi, ragazzi vincitori di concorso e giunti da altre città, vincono nuovi concorsi e vanno via. Quell’aumento di agenti all’inizio ci ha dato benefici, ma ora per i motivi appena segnalati, stiamo registrando un numero di agenti che di fatto va nuovamente rinforzato. E non è un caso che l’Amministrazione si stia attivando per bandire un nuovo concorso».

C’è stato un momento in cui ha fatto “miracoli” e il sindaco, Rinaldo Melucci, questo gliel’ha riconosciuto.

«Il sindaco apprezza il nostro lavoro che, va detto, facciamo in modo congiunto con lo stesso primo cittadino e con l’assessore Gianni Cataldino; fra noi esiste un collegamento continuo, lo scopo è la crescita di una città sotto tutti i punti di vista».

I settori nei quali gli agenti di Polizia locale sono impegnati.

«L’impegno principale è la presenza sul territorio. Le problematiche più ricorrenti sono rappresentate dalla viabilità, le infrazioni del codice della strada, incidenti stradali, l’attività commerciale abusiva; in altre occasioni, spesso con cadenza settimanale, invece si genera una stretta collaborazione con la Polizia di Stato».635331669565008065_Matichecchia_HomeIm_808x400-1280x720Le pessime abitudini dei tarantini, le infrazioni più ricorrenti?

«Come sempre è la doppia fila la regina delle infrazioni. Secondo una scuola di pensiero, la doppia fila “mordi e fuggi” rappresenterebbe una soluzione per aiutare il commercio; in questa idea bislacca, invece, non si considerano gli “imbottigliati” e danneggiati da un’abitudine che a volte può sfociare in un litigio, se non in una rissa: accade anche questo».

La Polizia locale è attiva per combattere questo ad altri gravi fenomeni.

«Sindaco e assessore chiedono di intensificare i controlli. Sta per arrivare un terzo “street control”, lo strumento che “a strascico” trasmette al Comando, in tempo reale, targa e veicolo sanzionando le infrazioni; senza tema di smentita posso però assicurare che a un maggior numero di multe, non corrisponde una diminuzione del fenomeno».

Esistono ancora i cittadini che segnalano agli agenti di Polizia locale eventuali disagi?

«Se c’è, è un’attività ridottissima; oggi il cittadino usa i social, sui quali si legge di tutto e di più: dalle cose serie, che possono tornare utili, a leggerezze e cose inesistenti delle quali faremmo volentieri a meno».

Un’idea di cosa segnalano i tarantini?

«Problemi legati prevalentemente al codice della strada: l’auto in doppia fila, che non consente di uscire, il passo carrabile occupato, l’incidente. Il commerciante abusivo che occupa suolo pubblico o l’ingresso del portone di casa…».

C’è stato un “autunno caldo”, gli agenti vengono ancora aggrediti?

«Non più, il potenziamento del personale, una maggiore presenza di pattuglie nella stessa zona fa da deterrente, così da avere debellato questo risentimento “fai da te” nei confronti delle istituzioni. L’ultimo gruppo di assunti, molto preparato, ha mostrato grandi capacità, anche di mediazione».

Come riescono ad interagire agenti di esperienza e nuovi agenti?

«Detto che i nuovi non si sono imbattuti in un Comando nel quale ognuno gestisce il servizio a modo suo, la nostra è una struttura bene organizzata, con compiti chiari: ogni squadra ha un suo riferimento, tutti si rivolgono all’ufficiale superiore, che a sua volta fa riferimento al vicecomandante, Raffaele Maragno. E’ così che si opera secondo le direttive dei rispettivi superiori e non in modo autonomo. La generazione più matura è sicuramente portatrice di esperienza, sa gestire gli eventi, non si fa prendere dal fattore emotivo. Ma alla fine credo si sia creato un perfetto mix fra vecchio e nuovo».

«Bella e ospitale!»

Masseria Don Cataldo, Lino Banfi e Ronn Moss

Accolta nel cuore della Valle d’Itria la troupe del film “Viaggio a sorpresa”. La produzione sedotta dal fascino del posto. «Te lo avevo detto: la Puglia non è solo bella, è anche ospitale!», l’attore pugliese alla star di “Beautiful”. Un brindisi commosso, prima dei titoli di coda. E sul set, a chi dice «Parlate sottovoce, il commendatore sta riposando…», correggono: «E’ in relax, si sta godendo aria, profumo e bellezza…».

«Ronn, te lo avevo detto, la Puglia non è solo bella: è anche ospitale!». Le riprese sono appena finite, si levano i calici all’interno dell’affascinante cornice della Masseria Don Cataldo, nel cuore della Valle d’Itria. Lino Banfi, fra i protagonisti, sussurra in un orecchio a Ron Moss, nella duplice veste di attore e regista del film “Viaggio a sorpresa”, qualcosa che gli aveva già anticipato al primo ciak. Due stelle al confronto. Banfi, icona della commedia all’italiana, al cinema e in tv, e Moss, per tutti “Ridge”, anche sul set, il Forrester protagonista di “Beautiful”, la soap opera di maggior successo della storia della tv. La location, ospitale, alla quale il commendatore Pasquale Zagaria si riferisce, circonda con sorrisi e amorevole attenzione l’intera troupe di un film girato in angoli suggestivi della Valle d’Itria.

Qui, nella Masseria San Cataldo, operatori di ripresa, addetti al trucco, attori del cast e regista stanno levando i calici, con brindisi improvvisati con malcelata commozione da “rompete le righe”. Qui, è bene, ripeterlo, dovevano girare alcune riprese. Alla fine, gli sceneggiatori, con grande mestiere, hanno cambiato idea e dato alla storia a una interpretazione in immagini appena diversa dall’idea originale. Risultato: la troupe ha trasformato la quiete di questo un posto così bello, per alcuni giorni nell’ultimo straordinario set del film.MASS 04SILENZIO, BANFI MEDITA…

Fra una ripresa e l’altra, Banfi si mette comodo. Si stende su una poltrocina. «Non fate chiasso, il commendatore sta riposando…», dice qualcuno. «Ma quale riposando? Si sta godendo l’aria e il panorama della masseria!», corregge sicuro, uno della troupe al quale, il Lino nazionale, deve avere fatto questa confidenza. «Brevi! Brevi! Brevi!», scherza il grande attore alla fine di quest’avventura. La battuta in quel “barese” da lui inventato, la fa con un sorriso accennato, quasi per compiacere quanti lo circondano con grande affetto sapendo di stare al cospetto di una star – non ce ne voglia Moss – del nostro cinema. «Quando posso spendere una parola per la bellezza della mia Puglia, della quale sono ambasciatore in tutto il mondo – dice – lo faccio molto volentieri: non è il primo film e, mi auguro, nemmeno l’ultimo girato praticamente in casa…». Quando può mettere la buona parola con le varie produzioni, Banfi lo fa. E quando fra una ripresa e l’altra qualcuno gli chiede di raccontarsi, lo fa con il solito garbo e con una innata vis comica. Specie quando gli chiedono di dove lui sia, se di Andria o di Canosa. «Papà era un po’ pigro – scherza l’attore – così decise di emigrare a modo suo: invece di partire per Milano o Torino, si trasferì da Andria a Canosa…». Chiarita la prima curiosità, la seconda: il nome d’arte, da Pasquale Zagaria, all’anagrafe, a Lino Banfi.MASS 03PERCHE’ “LINO BANFI”

«Fu il grande Totò a suggerirmi qualcosa di più breve, io che avevo scelto in un primo momento Lino Zaga: accorciare i nomi va bene – disse il Principe – ma accorciare il cognome porta male; a lui, napoletano, bisognava credergli…Banfi sbucò da un registro scolastico dal quale presi il primo cognome, breve, che “suonasse” bene con il diminuitivo di Pasquale, Lino appunto…». Fine della breve chiacchierata, Ronn, regista serio, irreprensibile, una disponibilità disarmante nonostante la statura da star, fa radunare dal suo assistente «Chi è di scenaaa!».

Siamo ai titoli di coda. Il film, «Viaggio a sorpresa» è all’ultimo ciak. Applausi ed emozione. Banfi ha seguito fino all’ultimo fotogramma le indicazioni di “Ridge”, come fosse un attore debuttante, lui che ha interpretato commedie Anni 70 e 80, diventate un vero cult, diretto più avanti anche da Salce e Loy, Steno e Risi, che hanno fatto parte dei piani alti del cinema italiano.

«Sono certo che sarà un ottimo prodotto cinematografico – parole di Ronn Moss – la gente apprezzerà i valori di questa commedia in cui mostriamo la Puglia sotto una luce davvero speciale: era questa la mia intenzione principale, raccontare la bellezza autentica di posti così incantevoli che mi hanno fatto innamorare di questa meravigliosa terra, diventata la mia seconda casa, con l’augurio che la gente possa riconoscere e ammirare tutto questo».

«Non sono badante…»

Mariana, romena, trentaquattro anni

Sfata un pregiudizio. «Ho dovuto sudarmi il mio primo lavoro», interrompe educatamente un’intervista a un africano. «Nella sfortuna di dover lasciare casa, loro forse sono più fortunati, rispetto a noi godono di assistenza: io, ottocento euro in tasca, ho lasciato il mio Paese per trovarmi subito lavoro; non voglio scatenare una guerra  fra poveri…»

«Non voglio scatenare una guerra fra poveri – si dice così, vero? – ma quando sono venuta in Italia non avevo nessuno, tranne una mia amica con la quale abito ancora, che mi aiutasse ad inserirmi nel mondo del lavoro; i migranti che da qualche anno sbarcano in Italia, hanno l’assistenza dovuta, godono di assistenza sanitaria e del pocket money: io no, sono arrivata poco più di cinque anni fa con lo scopo di mettere un po’ di soldi da parte e poi tornare in Romania, invece sono ancora qua…».

Mariana, trentaquattro anni, da cinque in Italia, come spiegava, interviene in una chiacchierata a voce alta con Hussain, un nigeriano. Sto prendendo appunti, fino a quel momento. Vista la divertente intrusione, a questo punto scriverò più avanti. Giovane signora di bell’aspetto e in salute, seduta su una panchina del Lungomare, a un metro di distanza, si inserisce con garbo nell’amichevole conversazione.

In realtà in un botta e risposta a voce alta, noi italiani con uno straniero proprio non ce la facciamo a parlare con un tono normale, diciamo anche moderato. Così, mentre provo a fare domande a un fratello che, intanto ascolta e sorride, ecco che Mariana, la signora accanto a noi, insieme con un paio di connazionali non può fare a meno di ascoltare. E’ giovedì pomeriggio, normalmente giorno di riposo concesso alle badanti dalle famiglie o direttamente dagli stessi assistiti. «Premetto che non faccio la badante – puntualizza Mariana, come se quello appena menzionato fosse un lavoro di seconda serie – sto con le mie amiche che, invece, fanno questo di mestiere da anni e per tutta la giornata; io mi occupo di qualcosa che ha a che fare con le case-famiglia, ma non faccio la badante a tempo pieno, mi occupo bensì di più casi, e quando scade il contratto poco dopo grazie a un paio di agenzie fortunatamente riesco a trovare altro».

«NON VOGLIO DISTURBARE…»

Riprende, Mariana. «Quando ho interrotto la vostra intervista non volevo arrecare disturbo, piuttosto volevo fornirvi qualche elemento in più per capire che ci sono migranti e migranti; ci unisce, sia chiaro, la necessità – nel mio Paese, come nel suo, non ce la passiamo bene – allora salutiamo parenti e amici e ci mettiamo in viaggio, destinazione Italia nel mio e nel suo caso».

Il tono dell’intervento di Mariana, confermo, non era provocatorio, piuttosto aveva tutta l’aria di voler puntualizzare. «I migranti africani che ce la fanno a sbarcare in Italia – e, diciamolo, non tutti hanno questa fortuna – godono subito di assistenza, dopo aver fatto un lungo e pericoloso viaggio, vengono assistiti dalle cooperative». Sembra fatto apposta, magari la trentaquattrenne romena è andata per associazione di idee, suggerisce “Costruiamo insieme”. «Qui c’è una cooperativa», indica, senza però ricordarne il nome. «Due strade dopo…», si sbraccia per farsi capire, «C’è un palazzo dove sono ospitati solo africani e più avanti un luogo di preghiera…Via “Cavalotti”..». Le “elle” dovrebbero essere due, ma non fa tanta differenza quando ci si capisce al volo. Sì, più avanti c’è una moschea, le suggeriamo. Arrossisce, prosegue nel suo ragionamento. «In Italia ci sono tanti romeni – spiega la donna – tanti a Taranto: hanno cominciato ad arrivare qua molti anni fa. I miei cari, purtroppo, sono rimasti là. Oggi ho trentaquattro anni, sono partita dal mio Paese cinque anni fa. Fino ad allora, ero vissuta sempre in Romania, dove avevo studiato e fatto corsi di aggiornamento professionale».

«TARANTO, PER CASO…»

Taranto è stata una scelta abbastanza casuale. «Dovuta più che altro al fatto che qui ho l’amica che mi ha ospitato da subito; anche lei lavora saltuariamente come me, a volte le tocca fare da badante, manca le mezze giornate, ma ancora vivo con lei, in una piccola casa in affitto, sempre la stessa». Anche lei lamenta una decisione indispensabile. «Sono venuta qui per lavorare e aiutare la mia famiglia – confessa – sinceramente mi piaceva l’idea di fare esperienza. Prima di decidere di provare a trovare fortuna in Italia, ho parlato con i miei familiari che hanno condiviso la mia scelta non senza una punta di amarezza; sono arrivata qua che avevo ottocento euro in tasca: c’era la mia amica che mi aveva invitata, quindi, per un po’ ero al riparo da brutte sorprese, ma mi sono data da fare subito per trovare un lavoro».

Gli italiani pensano che tutte le romene facciano le badanti, dice. «La maggior parte sì, ma io lavoro con una certa costanza con due agenzie, tanto che spero di continuare fino a quando non mi stancherò; mi trovo bene, non guadagno molto e, detto questo, mi tocca anche mandare soldi a casa. Non ho mai avuto un contratto fisso ma finora, sinceramente, non ho mai avuto problemi: tra le colleghe ci sono altre mie connazionali, ma anche immigrati che provengono da vari Paesi africani».

La puntualizzazione, considerando il fatto che si sia infilata nell’intervista a Hussain. «Prima di entrare nel mercato del lavoro ho dovuto girare un po’, perfezionare il mio italiano, lingua che conoscevo abbastanza bene: ho faticato, questo volevo dire; c’è chi deve farlo un po’ di più, chi un po’ meno: a me è toccata la prima parte con batticuore; perciò dico a questo ragazzone di sentirsi fortunato perché non avrà la mia stessa fretta e la mia stessa paura: quegli ottocento euro che avevo in tasca, una piccola fortuna, dovevo farli durare il più a lungo possibile, finiti quelli la mia amica avrebbe potuto ospitarmi ancora un po’, ma poi sarei dovuta tornare nella mia Romania».

Non si fosse spiegata così bene, avremmo pensato a una leggera punta di invidia nei confronti di Hussain. «Mi sono trovata bene dal primo momento, nonostante i duemila chilometri da casa, le differenze tra i due Paesi, il dovere di abituarmi a nuovi modi di fare della gente. Trovare quasi subito un lavoro mi ha aiutato molto. Ho anche frequentato un corso di italiano per imparare meglio la lingua».

Mariana sta per lasciarci. E’ stata utile. Invece, quasi si scusa. Conclude. «Non so se resterò in Italia per il resto della mia vita: vedo il mio futuro di nuovo in Romania – dove in questi anni sono tornata due volte – forse perché non so vedermi lontana da casa. Voglio tornare lì definitivamente e costruirmi il resto della mia vita».

«Musica, che energia!»

Roby Facchinetti debutta in libreria con “Katy per sempre”

«E’ stato faticoso scrivere un libro. Ho impiegato due anni e mezzo fra appunti e riletture. Cercavo uno spunto che arrivò all’ultimo concerto dei Pooh sotto forma di messaggio al cellulare. Una fan mi aveva scritto che le nostre canzoni l’avevano aiutata a reagire e crescere. Finale a sorpresa, emozioni garantite». E poi la cucina pugliese. «Burrata, fave e cicoria e un bel bicchiere di Primitivo: non vi batte nessuno»

«Fave e cicoria, poi un bel bicchiere di Primitivo». Roby Facchinetti, autore e voce di decine di successi dei Pooh, scopre le batterie. Si sente talmente a casa, in Puglia, che prima di parlare del suo libro, “Katy per sempre”, uno dei primi pensieri è rivolto alla tavola. E ai numerosi concerti da queste parti. Dunque, proviamo a sederci mentalmente in uno dei ristoranti pugliesi. Ecco il cameriere, lo stopperebbe in un istante. E’ Facchinetti a suggerire.

E così. «Vai con la burrata, non si può cominciare diversamente; le orecchiette sono un classico, ma fave e cicoria ne mangerei in quantità industriale. Accompagnate, naturalmente, da un bel bicchiere di “Primitivo”: racchiude tipologie di vino che amo, esplosione di sapori e aromi straordinari; è un vino importante, strutturato, ha morbidezza; non amo i vini aggressivi. Nove su dieci, a tavola si pasteggia a Primitivo!».

L’impressione è che il tastierista dei Pooh sia un intenditore.

«Ho una cantina con 2.500 bottiglie, a casa mia di sicuro non muori di…sete. A proposito di etichette, colleziono esclusivamente gli “italiani”, i migliori al mondo, primo per distacco il vino rosso. Un bicchiere di vino cambia la qualità dello stare a tavola, anche nell’accompagnare uno “spaghetto” al pomodoro».

Parliamo dei concerti “tarantini”.

«Taranto è come una seconda casa. Primo tour teatrale nel ’73, appena pubblicato “Parsifal”. Quella serie di concerti doveva durare tre mesi, finimmo un anno e mezzo dopo. Fino a quel momento i teatri avevano ospitato solo opere e commedie. Poi, per noi, grazie al nostro pubblico che non ci ha lasciato mai arrivarono i palazzetti dello sport e gli stadi».

Uno, in particolare, che le è rimasto in mente.

«Campo sportivo “Mazzola”, quarant’anni fa, un improvviso temporale spostò il concerto al giorno dopo: più di diecimila spettatori, cifre impensabili per allora. Certe cose non si dimenticano».

E ora il libro appena pubblicato: “Katy per sempre”, il Roby Facchinetti che non t’aspetti. Fra i fondatori dei Pooh, ha condiviso una straordinaria avventura durata cinquant’anni con Valerio Negrini, Dodi Battaglia, Stefano D’Orazio e Red Canzian. Un ritorno di fiamma per l’addio alle scene, l’abbraccio a Riccardo Fogli. “Katy per sempre”, edito da Sperling & Kupfer. E’ la storia di una fan cresciuta assieme ai successi dei Pooh. E’ lei, Katy, il filo conduttore per raccontare una parte di quella lunga storia.

Facchinetti, non si finisce mai di debuttare. Che impegno è stato questo libro?

«Fino al giorno in cui decisi di provare a scrivere una storia, non mi ero mai cimentato con la scrittura di un libro, che ha tempi e ritmi completamente diversi rispetto a una canzone. Scriverlo, pertanto, è stato faticoso, ma sapevo che mi avrebbe dato modo di spiegare quanto possa essere importante la musica nella nostra vita. Era qualche anno che intendevo trattare questo tema in un libro. Cercavo uno spunto che mi spingesse a misurarmi con questo altro tipo di filosofia».

La complicità a fine corsa.

«Ultimo concerto dei Pooh, Bologna. Sceso dal palco ero stato preso in mezzo da mille sentimenti, normale dopo cinquant’anni di onorata militanza nella musica. Quella sera cantare ogni canzone, per l’ultima volta, insieme ai miei compagni di una vita, Stefano, Dodi, Red, lo stesso Riccardo che avevamo invitato a far parte dell’ultimo tratto della nostra storia, era stato qualcosa di emozionante e devastante al tempo stesso. E più passavano i minuti, più vicino era l’addio…Ero frastornato».

Una volta in camerino, diceva? 

«Accesi il mio cellulare, decine i messaggi che leggevo commosso, fra questi uno in particolare: “Caro Roby, questa sera tutto è finito, anche la mia vita con voi, quella che conosci e potrai raccontare, se vuoi, Katy”. Era una fan, a sedici anni aveva scoperto la nostra musica senza più abbandonarla, partendo da “Piccola Katy” nella quale si era riconosciuta. La sua vita, a tratti felice, a tratti sofferta, aveva avuto una compagna fedele: la nostra musica che, confessò, l’aveva salvata».

Katy in diciannove episodi.

«Ogni episodio, il titolo di una canzone. Katy era affascinata da Valerio, batterista e autore dei testi: lei si riconosceva in quegli spaccati di vita, che sembravano essere proprio il suo vissuto. Anni Settanta e Ottanta, lei che amava la libertà, aveva lottato con tutte le sue forze per costruirsi una vita e affermarsi come donna».

Le emozioni non finiscono mai. 

«Finale a sorprese, che scopriranno i lettori, se lo vorranno. Fra la stesura degli appunti e una rilettura, ci ho messo due anni e mezzo. Ogni capitolo ha il titolo di un brano, specchio della sua vita. Scrivere è stata un’esperienza che mi è servita, mi ha fatto scoprire certe sfaccettature, spinto a sviluppare un personaggio che ha un senso e un ruolo nella storia».

La musica come un “salvavita”. 

«E’ qualcosa di potente, energia allo stato puro: ha il potere di alimentare anima e cuore. Arriva quando meno te lo aspetti, può travolgerti e sconvolgerti in un attimo, toccandoti anima, cuore, mente. Differenza fra il sentirla e il viverla: la musica può essere generosa con te, ma devi dedicartici in modo corretto: non conosco altre condizioni perché accadano piccoli miracoli artistici».

L’emozione più grande di Facchinetti con i Pooh?

«Con i Pooh, ce ne sono tante. Forse Sanremo, la vittoria con “Uomini soli” nel 1990: ho pianto di gioia per una settimana, anche di notte. Un’emozione che ti rimane dentro per sempre».

Stop ai pendolari!

Tornare a lavorare nei borghi porterebbe benessere e produttività

L’Italia ha una ricchezza diffusa fatta di storia e tradizioni. La brusca frenata e l’obbligo allo smart working possono essere il bicchiere mezzo pieno. Consentirebbe a una infinità di lavoratori la riconquista di questi spazi. Oggi, non domani, potrebbe presentarsi una opportunità unica

Il nostro Paese, non lo scopriamo oggi, ha una grande ricchezza, diffusa sull’intero territorio. E’ fatta di luoghi di grande fascino e storia e antiche tradizioni. Bene, l’occasione di permettere a un numero incalcolabile di lavoratori italiani tanti la riconquista di spazi in buona sostanza a dimensione umana può rappresentare qualcosa di unico.

L’Italia è, principalmente, luogo nel quale non difettano borghi, solitamente diffusi, fatti di impercettibili realtà il più delle volte ricche di storia. Non è materia contemporanea, ma sappiamo perfettamente quanto abbia inciso nel nostro tessuto sociale l’emigrazione, lasciare la propria città, un tempo come oggi, lasciare il proprio Paese. Oggi possiamo affermare che la ricerca di un lavoro sradica i nostri figlia da queste realtà, dunque anche dalle loro origini creando insieme all’occasione lavorativa, costi sociali non indifferenti, il più delle volte legati allo spopolamento di campagna, aree rurali e i piccoli borghi.

Dunque, un investimento importante nelle precondizioni che facilitano l’opzione del lavoro agile, perché no, potrebbe aiutare a invertire questa tendenza. Tanti, infatti, sono i giovani costretti a trasferirsi in città affollatissime. La prospettiva è il lavoro, d’accordo, ma ci siamo chiesti quanto possa in realtà costare, uno sradicamento sociale e psicologico per chi si trasferisce e per chi si lascia alle spalle storia tradizione. E con queste un affetto che difficilmente qualcuno potrà restituire loro.

LAVORO A DISTANZA

La possibilità di lavorare a distanza, da casa o da sistemi decentralizzati, permetterebbe di riequilibrare un rapporto patologico tra il fascino esercitato dalla città e la legittima aspirazione di una vita radicata nelle relazioni e nella storia che spesso solo i borghi e i luoghi delle nostre origini possono soddisfare. Tocca a noi cominciare a porre al centro del dibattito una “nuova questione urbana” associata ai luoghi di residenza, sia alla qualità della nostra vita individuale e relazionale.

Vale ancora la pena di assecondare un modello di città fatto di mezzi sotterranei nei quali si ammassano lavoratori per occupare successivamente grattacieli ispirati a non si sa quali forme di sviluppo urbanistico che, spesso, finiscono in un patologico desiderio architettonico non meglio identificato. Le città, si dice, sono diventate quello che sono perché hanno sfruttato i grandi vantaggi derivati dalle esternalità di rete e di agglomerazione, ma in un tempo nel quale gran parte del valore economico è valore immateriale, la prossimità fisica perde quel ruolo centrale che ha giocato nei secoli scorsi.

CREARE NUOVE OPPORTUNITA’

L’obiettivo è, dunque, liberare il lavoro dalla sua gabbia fisica e creare nuove opportunità per persone e luoghi. L’Italia, ripetiamo, ha una ricchezza diffusa fatta di luoghi bellissimi, ricchi di storia, tradizioni, relazioni e solo spezzando le catene del pendolarismo avrebbe, come dicono gli studiosi, un effetto decisivo sul miglioramento della qualità della vita di milioni di persone. E tutto ciò, senza parlare degli effetti benefici sull’ambiente attivati da una decongestione dei centri cittadini. Minori spostamenti, più tempo libero e una migliore distribuzione degli uomini sul territorio. Si tratterebbe di spingere organizzazioni pubbliche e private verso forme e strutture più moderne e sostenibili. Le stesse, sicuramente ne guadagnerebbero in impegno, coinvolgimento e produttività. Cosa principale, il punto di partenza: non domani, ma oggi stesso.

«Non lavorare, che fatica!»

Musa, ventitré anni, gambiano

«Mi manca l’attività, il Covid ha bloccato i campi; aspetto, impaziente, una telefonata dal mio datore. Da quattro anni in Italia, ho lavorato al mercato, giocato al pallone. Sento spesso i miei cari, mi assale la nostalgia, ma tornare indietro sarebbe un errore. Soccorso da una nave mercantile spagnola, arrivai a Taranto…»

Musa, ventitrè anni, gambiano, fede musulmana. Da quattro a Taranto. «Sono sbarcato direttamente in città – racconta – uno di quei viaggi dei quali sai quando parti e non sai quando e, soprattutto, come arrivi a destinazione. Proprio questo aspetto, il viaggio, che nasconde sempre gravi insidie, fin dal mio proposito di partire ha fatto preoccupare i miei genitori, papà 45 anni, mamma 44».

«“Sei proprio convinto del passo che stai per compiere ?” – dice Musa – mi ripetevano e io a rassicurarli, a dire loro che avrei fatto molta attenzione, e una volta fuori dal Gambia, al primo sospetto o alla prima occasione non del tutto chiara, sarei scappato via: di storie ne ho sentite a non finire, alcune a lieto fine, altre un po’ meno e, altre ancora, conclusesi in tragedia. E quando dico tragedia mi riferisco ai morti ammazzati di cui ancora oggi sentiamo parlare, di naufraghi che trovano la morte in mare, in quello che dovrebbe essere il viaggio della speranza: legittimo, dunque, il timore da parte di mamma e papà».

Ha gli occhi lucidi Musa, specie quando parla di genitori e comunicazione. Nonostante gli strumenti disponibili oggi, «ci sentiamo saltuariamente, spesso sì, ma non tutti i giorni». Le domande sarebbero sempre le stesse. «Mi chiedono come sto, se sto lavorando, se mi manca qualcosa: l’affetto della famiglia, per esempio. E ogni volta è una telefonata toccante, io che provo a farmi passare come possibile la nostalgia, loro che invece, e non volendo, me la fanno tornare in modo assai sostanzioso».

«TORNARE A CASA, IMPROBABILE»

A proposito di tornare, Musa non ci pensa. «Non sono nelle condizioni di partire e tornare – spiega – il viaggio per arrivare qui, a Taranto, mi è costato un anno di lavoro in Libia; ho dovuto mettere da parte duemila dinari, pari a 1.200 euro, una bella cifra per me e quelli come me che collezionano sacrifici da che sono nati; ci sono restrizioni nel mio Paese come altrove, intanto per il Covid, una sciagura: se oggi sono qui, seduto davanti a un bar, in attesa di una telefonata per tornare a lavorare nei campi, purtroppo lo devo proprio alla pandemia; non se l’aspettava nessuno, il lavoro nel bene e nel male filava liscio, avevo trovato un certo equilibrio, invece: capisco gli italiani quando invocano il Cielo perché i contagi finiscano e tutti possano riprendere la vita di tutti i giorni; detto del coronavirus, invece, passiamo al viaggio di andata nel mio Paese e quello del ritorno in Italia: complicato; oggi saprei, forse, quando partire, controlli medici compresi, ma non saprei come rientrare, perché a quel punto dovrei essere bravo intanto ad uscire dal mio Gambia e fra mille sentieri arrivare in Libia, scampando alle bande armate o persone prive di scrupoli; lavorare ancora e tanto, infine ripagarmi il viaggio per l’Italia: ma questa volta avrei la stessa accoglienza di quattro anni fa? No, i tempi non sono più quelli di allora…».

Dunque, salto indietro. «Una volta in mare – ricorda per noi Musa – il viaggio della speranza, non senza momenti di panico: in mare aperto può accadere di tutto, dal maltempo e, dunque, onde alte quanto un palazzo di venti piani che ti possono spazzare in un attimo, al vedere lontano una imbarcazione: non sai se sbracciarti o meno per attirare l’attenzione, potrebbero essere militari libici che ti riportano indietro, oppure pirati del mare che ti privano delle ultime cose che hai addosso; o, magari, navi militari o mercantili: a me e i miei amici, tanti, stretti in una bagnarola – chiamarla imbarcazione è un’offesa all’intelligenza – andò bene, una nave mercantile spagnola ci venne incontro, ci fece salire a bordo e accompagnò direttamente al porto di Taranto dove era attivo l’hotspot».

«FINALMENTE A TARANTO…»

Una volta a Taranto, fine dell’avventura. «Non proprio – ricorda il ventitreenne gambiano – la mia prima destinazione è stata Ostuni, un campo riservato a quanti, come me, fuggivano dalla miseria e dalle persecuzioni; vero è che in Gambia è stato rovesciato un governo militare, ma è anche vero che quello attuale dà l’impressione di fare poco per il popolo, sembra quasi mascherato: ne parliamo spesso fra noi, chi amministra il potere prima o poi si lascia tentare da politica e dinamiche che non sto qui a spiegare…».

Musa si è espresso perfettamente. «Chi va al mulino prima o poi si sporca di farina…», diciamo di solito in Italia. Compreso il senso, il ragazzone gambiano, treccioline appena pronunciate, sfodera un sorriso contagioso. Ma torniamo all’esperienza in quel campo ad Ostuni. «Non era il massimo stare lì – poche occasioni di lavoro, che però io ho colto al volo, e 75euro mensili di “pocket money”, non sempre puntuale; ho giocato anche al pallone in una squadra del posto che hanno chiamato “Banana”, ma non perché giocavano dei neri, era solo per divertimento e per partecipare a tornei stracittadini».

Uno dei lavori. «Uno dei primi – spiega Musa – è stato in un mercato, aiutavo un fruttivendolo di una certa età, mi trovavo bene con lui, ma non avendo chi seguisse il suo mestiere a un certo punto ha chiuso la sua attività». Poi a Taranto. «Insieme con un amico ho preso casa, un monolocale, ci cuciniamo da soli, un po’ speziato, ma soprattutto cucina italiana, tutto condito con pomodoro, dal riso agli spaghetti: la vostra tavola non si batte; lavoro nei campi, anche quattro mesi di seguito, ora sono in attesa che il Covid molli un po’ la presa e possa permettermi di tornare finalmente a lavorare…».

Ultimo pensiero rivolto a casa. «E’ complicato pensare a riabbracciare papà, mamma e le mie due sorelline, una di nove e l’altra di otto anni, che adoro: le ho lasciate quattro anni fa, cominciavano a diventare grandi, mi mancano. Ecco, ogni volta che sento i miei cari mi viene un nodo alla gola, una forte emozione: non so dove e non so quando ci vedremo. E questo è il pensiero che mi perseguita da quattro anni, nostalgia sì, ma anche paura di riabbracciarli fra un po’ di anni, sempre troppi…».