«Lirica, amore infinito»

Lucia Mastromarino “Premio Andreace 2020”

«Per anni a Miami, Londra, Toronto e Madrid. Ho studiato con Ricciarelli e Kabaivanska, cantato alla Scala e all’Arena di Verona. Causa Civd-19, niente Spaladium Arena di Spalato a novembre», dice il mezzosoprano. L’incontro con i Bee Gees, un musical internazionale. Si racconta per noi. «Ho girato il mondo come cantante e come visual producer per Spectacular e Operama».

«Ho girato il mondo, avevo praticamente tre residenze e altrettante case in affitto, fra Miami e Londra, per non parlare di Toronto e Madrid, dove ho lavorato come visual producer, così ho deciso di tornare in Italia, da dove oggi mi sposto per concerti in Italia e all’estero». Lucia Mastromarino, cantante lirica, mezzosoprano, non nasconde la passione numero uno, quella per il belcanto. Martedì al Palazzo della Cultura della sua Massafra proprio per queste sue indiscusse qualità canore ha ritirato il Premio Andreace, riconoscimento assegnato a quanti si sono in ambiti diversi. Lucia ha ritirato il premio dalle mani del sindaco, Fabrizio Quarto, prima di essere invitata ad interpretare arie da opera e brani dalla tradizione napoletana.

Dunque, la lirica, piuttosto che la visual producer per Spectacular stage e Operama. «Bello, tutto molto bello, tanto che perdi di vista la tua grande passione, la lirica, per la quale ti sei spesa in tutti questi anni, incontrando Pavarotti e studiando con due cantanti di spessore mondiale come Rajna Kabaivanska e Katia Ricciarelli».

DALLA TURANDOT AI BEE GEES

E’ stato il suo primo amore, una passione sbocciata fra le mura di casa. «Avevo appena compiuto quattro anni, fui affascinata dall’aria di “In questa reggia” dalla “Turandot” di Puccini, mio padre Francesco coltivava il sogno che diventassi una cantante lirica, così, in casa, mi faceva ascoltare le sue arie preferite a tutto volume; mia madre Maria Pia, molto risoluta, mi spinse a coltivare questa passione innata».

Gli studi con Katia Ricciarelli e Raina Kabaivanska, l’incontro con Robin Gibb. «La voce dei Bee Gees mi coinvolse in un progetto faraonico, “Titanic Live Concert”, che straordinariamente fece “sold out” ovunque: cantare ogni sera davanti a tremila persone è una grande soddisfazione professionale».

Lucia Mastromarino, oggi. «Ai tempi del Covid bisogna rivedere un po’ di programmi, io ne ho cancellato qualcuno, non ultimo un doppio impegno in Croazia, “Carmina Burana” di Carl Orff e “El amor brujo” di Manuel de Falla, live visual concert previsti a novembre alla Spaladium Arena di Spalato».

Il suo percorso artistico. «Diplomata in pianoforte e canto, Giacomo Colafelice è stato il mio primo insegnante; due anni a Milano con Katia Ricciarelli: studiavo e cantavo, da Milano a Belgrado; poi l’ingresso nell’Accademia dell’Arena di Verona e ancora studio, stavolta  con Rajna Kabaivanska».

…E DALLA SCALA ALL’ARENA

Lucia Mastromarino, ha calcato i più importanti palcoscenici italiani e internazionali. Fra gli altri, “La Scala” di Milano, “Opera” di Roma, “Fenice” di Venezia, “Massimo” di Palermo, “Verdi” di Trieste, “Verdi” di Parma, dell’opera al Cairo e Wolmi International Music Festival di Seoul (Corea). Al suo attivo anche esperienze registiche acquisite da grandi geni della regia internazionale come Liliana Cavani, Daniele Abbado, J. L. Grinda, Moni Ovadia. Nella prima registrazione integrale della “Zazà” di Leoncavallo, ha cantato nel ruolo di “Anaide” (opera edita da “Bongiovanni”).

Fra gli interventi, si diceva, quelli di Fabrizio Quarto, sindaco di Massafra e Maria Rosaria Guglielmi, assessore alla Pubblica istruzione. Presenti, ai vari momenti previsti dal programma della giornata, anche Francesca Magnani, referente di Poste italiane (filiali Taranto, Brindisi, Lecce); Sergio De Benedictis, delegato FSFI Puglia e Basilicata; coordinano Francesco Maria Rospo e Nicola Fabio Assi, rispettivamente presidente e segretario del Circolo filatelico e numismatico “Rospo”.

«Ricchi con la pandemia»

Norvegia, il Fondo sovrano in tre mesi ha intascato 44 miliardi di dollari

Quello del Paese scandinavo è il più grande del mondo. Viene alimentato in gran parte dai ricchi giacimenti di petrolio del Mare del Nord. Oggi il valore complessivo delle risorse economiche equivale a circa 217.000 dollari per ogni norvegese.

Non è necessario essere grandi economisti o avere un minimo di infarinatura in economia. Insomma, non è necessario essere governatore della Banca d’Italia, per capire che in uno stato di crisi, grave in questo caso, considerando che il Covid ha messo in ginocchio l’economia di molti Paesi occidentali e non solo, per comprendere come un Paese civile, edotto e, in qualche modo astuto sotto il profilo economico, come la Norvegia, invece di andare in sofferenza, in piena pandemia si arricchisce a dismisura, tanto che il Fondo sovrano del quale proveremo a scrivere a breve, in soli tre mesi ha guadagnato qualcosa come quarantaquattro miliardi. Più o meno come un disavanzo pubblico. Se fossero piovuti insieme tutti questi soldi, l’Italia, avrebbe messo a posto due conti pubblici. Sia chiaro, non avremmo risolto la crisi del Paese, ma essere investiti da cifre simili non avrebbe che potuto far bene alle casse dello Stato.

Ma torniamo al tema di partenza, da una parte chi perde, dall’altra chi si arricchisce. Detto in soldoni, è il caso di dire, se da una parte esistono Paesi che avevano in qualche modo una solida posizione (non è il caso dell’Italia, questo va detto…) e, causa il coronavirus, da mesi navigano a vista, da qualche altra parte inevitabilmente esultano. Certo, non sulle disgrazie, sui contagi, piuttosto che le morti, aspetto tornato a preoccupare intere nazioni, Italia compresa, ma sull’aspetto squisitamente economico che spinge il flusso del denaro da una parte all’altra a seconda delle crisi.

PER FARLA BREVE…

Per essere chiari. Adottiamo un principio banale, quello dei vasi comunicanti: se si abbassa il livello in uno dei due, inevitabilmente sale quello dell’altro; stessa pratica, la marea: da una parte è alta, dall’altra parte del globo sarà sicuramente bassa. Non ci perdiamo in un bicchier d’acqua, per così dire. Proviamo a consultare economisti che ne sanno più di noi, entriamo nel merito delle dinamiche che spostano vertiginosamente e a vagonate, il denaro da una parte all’altra dell’universo.

Dunque, partiamo dal Fondo sovrano. Ne sentiamo parlare, ne leggiamo distrattamente, ma non sappiamo cosa in realtà sia, evidentemente nello specifico, non solo in superficie, questo “benedetto” Fondo sovrano. Veniamo al punto: vengono denominati fondi sovrani speciali strumenti di investimento pubblico che appartengono a ciascun Paese. Questi fondi vengono utilizzati per investire in strumenti finanziari, come azioni, obbligazioni, immobili, altre attività, i surplus fiscali o nelle riserve valutarie in moneta estera.

Trasferiamoci in Scandinavia. Il fondo sovrano della Norvegia gestisce 1,16 trilioni di dollari, il più grande del mondo ed alimentato in gran parte dai proventi dei ricchi giacimenti di petrolio del Mare del Nord. Nel terzo trimestre 2020 ha guadagnato 412 miliardi di corone (44,31 miliardi di dollari) poiché il valore crescente dei titoli tecnologici statunitensi ha compensato gli effetti negativi della pandemia. Fondato nel 1996, il fondo detiene partecipazioni in circa 9.200 società a livello globale, che detengono l’1,5% di tutte le azioni quotate. Investe anche in obbligazioni e immobili.

OGNI NORVEGESE, DUECENTOMILA DOLLARI

I mercati finanziari che risentono dell’aria che tira erano ancora influenzati dall’incertezza legata al coronavirus. Indipendentemente da questo, i mercati azionari hanno avuto un buon rendimento, specie grazie alla forte performance nel settore tecnologico negli Stati Uniti (dichiarazione riportata in una nota dall’amministratore delegato del fondo Nicolai Tangen). Oggi il valore complessivo del fondo equivale a circa 217.000 dollari per ogni norvegese. Il portafoglio complessivo, infatti, ha registrato un rendimento positivo del 4,3% nel terzo trimestre, guidato dalle azioni con un rendimento del 5,7%, che a fine settembre rappresentavano il 70,7% del portafoglio.

A fare chiarezza, comunque a sciogliere dubbi, non solo a quanti sono pratici di finanza, m anche a quanti hanno poca dimestichezza con denaro e conti, è intervenuto il Financial Times. Il principale giornale economico-finanziario del Regno Unito, uno dei più antichi e autorevoli nel mondo, in questi giorni ha fatto chiarezza. «Il rendimento complessivo – ha spiegato tecnicamente il Financial Times – è stato di tre punti base, inferiore al rendimento dell’indice di riferimento del fondo. Tangen ha riferito che il Fondo venderà azioni di società che si comportano male su questioni ambientali, sociali e di governance (ESG), per aumentare i suoi rendimenti». In buona sostanza, conclude il giornale britannico, «è necessario utilizzare il rischio in modo più intelligente, disinvestendo cioè dalle partecipazioni in società non in linea con queste finalità».

«Buon compleanno!»

Maria Chiara, morta di overdose, il fidanzato le aveva regalato una “dose”

Francesco è accusato di omicidio preterintenzionale. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me lo avrebbe fatto con qualcun altro», confessa il ragazzo. Domanda: ma all’informazione è concesso proprio tutto, anche riportare frasi fuori controllo? Nessun tipo di rispetto. E nella chiacchierata, mai una parola di affetto per la povera diciottenne trovata priva di vita in un letto, dopo quella tragica esperienza. E, intanto, le cooperative sociali, senza grandi aiuti, si spendono ogni giorno per strappare anche una sola anima ad un tragico destino

«Tanti auguri a te, tanti auguri a te!». E, ancora, «Buon compleanno, Maria Chiara!». Maria Chiara, ha compiuto i suoi diciotto anni poche ore prima e il suo Francesco, come confessato dallo stesso ragazzo ad un organo di informazione, le fa scartare il “regalo” davanti ai suoi occhi: una dose di eroina. Una dose che risulterà mortale. «Buon compleanno, Maria Chiara!».

Da non crederci. E non tanto perché un giovanotto che ha cominciato il giro delle sette chiese, e ci riferiamo a quanti fanno passare per informazione una lunga teoria di frasi senza senso. Francesco che ha di fronte un giornalista e la sensazione che un dramma in qualche modo paga, racconta una tragedia senza un briciolo di rispetto per la famiglia della povera Maria Chiara. E il giornalista, la testata che pubblica la storia, ma soprattutto frasi da codice pensale, fa lo stesso. Facile dire «Facciamo i cronisti, c’è una notizia, un reo confesso e ci lanciamo a capofitto!». Esistono etica, buon senso, buon gusto. Forrest Gump, santa ingenuità, avrebbe esclamato «Sono un po’ stanchino». Come a dire: è complicato digerire certe modalità, far passare per “diritto di cronaca” simili esternazioni. E, invece, ne abbiamo le tasche piene. Per un lettore o uno share in più.

Cooperative sociali, associazioni e attività di volontariato si spendono per recuperare, tentare di strappare anche una sola anima ad un tragico destino, e che fanno un organo di informazione e un suo cronista? Attaccano un registratore, spianano un taccuino e usano strumenti di comunicazione come fosse un megafono, peggio, un programma in prima serata. Non ci importa perfino la rete che la programmerebbe una confessione  così, anche se un’idea sulla trasmissione “a tutta rissa” ce l’avremmo.

«LEI AVEVA VOGLIA DI PROVARE…»

Sentite cosa dice Francesco, fidanzato o “tipo”, come usano dire i ragazzi di qualcuno con cui hanno una relazione, e cosa devono sentire i genitori di Maria Chiara. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me lo avrebbe fatto con qualcun altro». Lui che viene dall’esperienza del “buco” non si sogna nemmeno di dissuadere la ragazza, anzi la “roba” può essere il regalo di compleanno. Un pensiero in meno.

Il cronista, a quelle parole, non si indigna, raccoglie la seconda parte dello sfogo e scrive, registra, riverbera la seconda serie di sciocchezze. «Non ho nulla da nascondere – prosegue Francesco – mi voglio difendere: è vero faccio uso di sostanze stupefacenti ed è vero che quella dose di eroina a Maria Chiara l’ho fatta io!». E’ talmente chiaro che lui, generoso com’è, aveva intercettato il desiderio della sua “piccola”. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me l’avrebbe fatto con qualcun altro», garantisce dall’alto della sua esperienza il tipo.

Nessuno fa notare a Francesco che certe dichiarazioni il più delle volte sarebbero frasi fuori controllo. Puoi riportarle a un giudice, un inquirente che vuole vederci chiaro e non ad un giornalista. Lui, il fidanzato di Maria Chiara, studentessa, morta il giorno del suo compleanno, per una presunta “overdose” da eroina, non ci pensa su due volte e parla a ruota libera. Il giovane, accusato di omicidio preterintenzionale, per il momento unico indagato, quasi ribalta la sua posizione. «Voglio sapere anch’io come è morta – dice – anche io ho preso quella stessa roba e non mi è successo niente: ho comprato una dose a venti euro e l’ho divisa in due, una più piccola e una più grande; ce la siamo fatti a Roma: siamo tornati a casa mia, lei è andata a farsi un aperitivo con le amiche, poi siamo stati qui a farci una birra e andati a dormire».

«MAI VISTO UN MORTO…»

Prosegue il racconto di Francesco. «La notte aveva il respiro pesante, russava, ma era normale; solo la mattina verso le nove, quando l’ho chiamata per andare al bar visto che a casa non c’era caffè, ho visto che era bianca, l’ho trascinata in bagno e ho provato a rianimarla: non lo so se era viva, non l’ho mai visto un morto e così ho chiamato il 118…».

C’è attesa per l’autopsia di Maria Chiara. La posizione di Francesco si è aggravata. Non è omissione di soccorso, come era emerso fino a qualche giorno fa: il giovane è accusato di omicidio preterintenzionale. In attesa dell’esame autoptico la Procura ipotizza anche il “reato di morte come conseguenza di altro delitto”, ma in questo caso a carico di ignoti.

Maria Chiara è stata rinvenuta morta a casa del fidanzato, che ha raccontato di averle donato una dose di eroina come regalo per il compimento della maggiore età, diciotto anni. I due, dunque, avevano trascorso la notte insieme. Ora, per chiarire se il decesso sia stato provocato da un’“overdose”, saranno decisivi i risultati dell’autopsia. Le operazioni peritali, saranno accompagnate da un esame tossicologico. Questo l’aspetto formale di una brutta vicenda. In tutto questo, l’assenza di disperazione, commenti e, soprattutto, di una parola dolce all’indirizzo della vittima. A questa età non dovrebbe mancare. E invece, «Tesoro», «Amore», «Le volevo bene», «Non mi sembra vero» e via così, non pervenute.

«Benvenuti nel Castello…»

Francesco Ricci, ammiraglio e curatore dell’antica roccaforte tarantina

«Più di un milione di visitatori. Un successo dovuto a capacità e abilità delle nostre guide. Ottime cifre nonostante lockdown e distanziamento sociale. L’importanza dell’apertura alla città fortemente sostenuta dall’ammiraglio Salvatore Vitiello. La mostra su Alexandre Dumas promossa dal giornalista Tonio Attino, il libro di Tom Reiss e il lavoro di Mina Chirico. Qui è stato prigioniero il Conte di Montecristo…»

Francesco Ricci, ammiraglio e curatore del Castello aragonese, da anni uno dei principali attrattori turistici italiani. A novembre dello scorso anno il traguardo del milione di presenze, primato perfezionato negli anni, con centotrentamila visite gratuite in un solo anno, dalle nove e trenta del mattino alle tre di notte. Nonostante il Covid-19, nel mese di agosto, poco meno di ottomila sono stati i visitatori, grazie a diciassette turni giornalieri, più i quattro previsti in queste settimane, da quando cioè il Castello ospita la mostra “Oltre il muro, Dumas”, dedicata al generale di colore che nell’antica roccaforte fu prigioniero dal 1799 al 1800, promossa insieme con l’associazione Amici del Castello della quale è presidente il giornalista Tonio Attino.

Ammiraglio, cominciamo dal successo registrato in questi anni dal Castello, una vertiginosa escalation in fatto di visite.

«Da quando abbiamo aperto alle visite nel 2005, il Castello ha registrato oltre un milione di visitatori, traguardo raggiunto a novembre dello scorso anno; mediamente, nell’ultimo periodo, abbiamo contato qualcosa come centotrentamila visitatori l’anno; purtroppo, causa Covid-19 e conseguente lockdown, abbiamo chiuso la struttura dal 23 febbraio al 30 giugno; alla sua riapertura, a seguito delle norme sul distanziamento sociale, abbiamo ridotto il numero di visitatori e aumentato quello delle visite guidate, passate dalle nove giornaliere precedenti al coronavirus alle attuali diciassette, cui vanno aggiunte le quattro riservate alla mostra dedicata ad Alexandre Dumas, ispiratore del Conte di Montecristo, il più grande romanzo dell’Ottocento scritto dallo stesso figlio del primo generale coloured della storia».

Dovessimo tracciare il profilo del visitatore medio, da dove viene e cosa lo spinge ad entrare nel Castello.

«Un buon 70% è costituito da turisti, il restante 30% da tarantini; gli stranieri sono rappresentati dal 10-15%, percentuale ridotta causa coronavirus;  negli ultimi due anni, grazie alla politica di grande apertura nei confronti della città, adottata dall’ammiraglio Salvatore Vitiello, si è registrato un deciso incremento dei visitatori tarantini; il visitatore medio, il più delle volte viene al Castello senza sapere fino in fondo cosa in realtà lo attenda, tanto che a fine giro esprime commenti di meraviglia e sorpresa, puntualmente riportati nei nostri registri, ma anche in rete su Tripadvisor e Google. Il motivo di questo successo penso risieda nella capacità e nell’abilità delle nostre guide, e per quello che la Marina militare ha fatto e fa per il Castello aragonese».

Ammiraglio Ricci, lei è un perfezionista. Potesse migliorare un aspetto del suo lavoro?

«Tutto è perfezionabile, il Castello aragonese è un’impresa in continuo divenire; tre le attività fondamentali: restauro, ricerca archeologica, visite guidate. Anno dopo anno abbiamo aumentato efficienza ed efficacia di queste attività, incrementate in maniera notevole a testimonianza dei risultati conseguiti e dalle reazioni positive di quanti hanno visitato il Castello; l’aspetto fondamentale di questo successo – che mi auguro possa essere sempre migliorato – credo sia costituito dalla motivazione che anima tutto il personale che opera con me; questo, infatti, condivide l’idea che valorizzare il Castello significhi difendere la cultura italiana, dunque difendere il nostro stesso Paese, l’identica missione della nostra Marina. E, alla fine, i visitatori avvertono tutto ciò e restano affascinati nel vedere una Forza armata nella difesa della cultura».

Nelle ultime settimane la stampa ha prestato massima attenzione alla mostra “Oltre il muro, Dumas”, allestita in queste settimane.

«Il merito di questa mostra va attribuito al giornalista Tonio Attino, presidente dell’associazione Amici del Castello, nata nel 2014 per aiutarci nella promozione, nella valorizzazione e nella ricerca di fondi per la ricerca archeologica; è stato lui, insieme, animatore, ideatore e assertore dell’iniziativa: affascinato dalle vicende del primo generale di colore della storia, non solo europea, Attino ha lavorato tantissimo nel sormontare difficoltà di ogni tipo – anche una certa dose di indifferenza – per realizzare alla fine qualcosa di importante che vedesse al centro del progetto la figura del grande ufficiale dell’esercito napoleonico; lui stesso ha coinvolto un grande disegnatore, Nico Pillinini, che ha fatto rivivere la nelle sue tavole i sedici mesi di prigionia del generale, vicenda che ha poi ispirato il romanzo “Il conte di Montecristo”, scritto dal figlio, Alexandre Dumas».

Anche la mostra ha avuto una fonte di ispirazione.

«Tom Reiss, sì, autore e vincitore del prestigioso Premio Pulitzer con il libro “The Black Count”, il Conte nero, pubblicato in Italia con il titolo “Il diario segreto del Conte di Montecristo”. Prima della pubblicazione, Reiss, che aveva studiato la vicenda di Dumas, è venuto a Taranto per visitare il Castello; personalmente conoscevo la storia in modo marginale e lacunosa, avendo letto solo qualcosa su “Storia Militare di Taranto negli ultimi cinque secoli” di Carlo Giuseppe Speziale; non nascondo di aver fornito informazioni generiche, anche se, a quel punto, dopo la visita dello scrittore americano ci siamo attivati per acquisire qualsiasi tipo di informazione riguardo Dumas; prezioso l’impegno della studiosa Mina Chirico, che ci ha fornito materiale dell’Archivio di Stato di Taranto e trascritto – cosa di importanza fondamentale – documenti del ‘700, che vi assicuro non è una cosa semplice; acquisendo, infine, il rapporto che il generale compilò al termine della sua prigionia».

Ancora un prezioso lavoro di squadra.

«Con questo studio siamo riusciti a contestualizzare le vicende del generale nel Castello e ad individuare la prigione in cui è stato rinchiuso per sedici mesi, dal suo arrivo all’assegnazione dei locali di prigionia, dai tentativi di assassinio ai rapporti con gli elementi filo-francesi vivi e presenti a Taranto, e, ancora, il duello con il Marchese della Schiava, il castellano, con cui il generale aveva avuto un rapporto difficilissimo, infine il trasferimento di Dumas a Brindisi e la conclusione della sua prigionia: documenti che gettano nuova luce sui principali eventi che hanno riguardato il primo valoroso ufficiale mulatto della storia. Il figlio, scrittore di successo, ha idealizzato la figura del padre, uomo coraggiosissimo, spadaccino formidabile, riverberando il suo carattere nelle figure di D’Artagnan e Porthos, e in quella di Edmond Dantès, protagonista del romanzo “Il Conte di Montecristo”, ambientato nel castello d’If. Senza ombra di dubbio, però, l’opera che ha ispirato Dumas figlio, prende le mosse dalla prigionia del celebre papà nel Castello aragonese di Taranto».

«Facciamo presto!»

Giuseppe Conte, il premier, a Taranto

«L’ospedale di Taranto come il ponte di Genova, non aspetteremo anni, siamo qui per dare sostegno alla città». La posa della prima pietra dell’Ospedale San Cataldo, poi l’inaugurazione del Corso di Medicina (ex Banca d’Italia) e l’incontro con sindacati, associazioni, famiglie dell’ex Ilva. Il governatore Emiliano e il sindaco Melucci insieme per mostrare che qui, a Taranto e in Puglia, è tutta un’altra musica.

«Bisogna fare presto, siamo qui per sostenervi, è come per il ponte di Genova: dobbiamo metterci il massimo impegno, compiere una corsa contro il tempo, fare in modo che in Italia non ci vogliano due, tre, quattro, cinque anni per realizzare un’opera». Parole del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a Taranto durante la posa della prima pietra nel cantiere del “San Cataldo”, il nuovo ospedale cittadino. Prima la visita nella zona della SS. 7, lungo la nuova direttrice di collegamento fra Taranto e San Giorgio Jonico, poi in piazza Ebalia, per l’inaugurazione della sede universitaria che ospiterà il Corso di Medicina, immobile che ha ospitato per decenni la Banca d’Italia.

Lunedì 12 settembre, momento storico nel cuore del Borgo, tre isolati da via Cavallotti, dove ha la sede “Costruiamo insieme”. Anche il nostro sito, fra le decine di testate giornalistiche, è ospite del momento storico per la nostra città. Ci sono transenne a blindare la zona, smantellata dal traffico e dalle auto in sosta. I cittadini possono solo sporgersi a quei manufatti che fanno del quadrilatero fra via Pupino e la stessa piazza Ebalia zon off-limits. La gente del vicinato si affaccia ai balconi, ascolta dall’impianto di diffusione posto all’ingresso della facoltà di Medicina. Il presidente si fa attendere, ma non manifesta grave ritardo sul programma concordato. Otto sono i ministeri rappresentati, non sette, come annunciato nei giorni scorsi e come da noi riportato nel nostro “domenicale”.

UN PREMIER, OTTO MINISTERI

Otto, una sorta di Consiglio dei ministri, perché la città lo richiede. Dopo qualche confronto acceso, ma per il bene di Taranto e della Puglia,  mai come oggi il sindaco, Rinaldo Melucci, e il presidente della Regione, Michele Emiliano, sono stati così vicini e determinati a disegnare insieme il rilancio di un intero territorio. Nel corso degli interventi, primo cittadino e governatore, con il sorriso sulle labbra (anche se travisato dalla mascherine), ribadiscono il rispettivo impegno senza, però, mandarle a dire. Sarà, insomma, presidio continuo di quello che il premier Conte ha definito, tout-court, «Cantiere Taranto».

Al presidente, che alla fine della cerimonia, si trattiene brevemente con quanti impegnati nel cantiere per una foto di gruppo, Emiliano indirizza una battuta piena di orgoglio. «Qui – ha dichiarato il governatore, pugliese quanto il premier – siamo in Puglia: ce la facciamo».

Il Raggruppamento Temporaneo di Imprese che eseguirà i lavori si è impegnato a consegnare l’opera in soli 399 giorni lavorativi (rispetto ai 1.245 posti come base di gara), impiegando tre turni giornalieri.

«A Taranto e nel Mezzogiorno il Governo centrale ha assunto degli impegni: non sono annunci, ma passaggi concreti, operativi – ha dichiarato il presidente del Consiglio – la folta delegazione governativa presente quest’oggi è un messaggio che non può sfuggire: oggi a Taranto si compie un passo significativo: dopo la prima pietra dell’ospedale a San Cataldo, poniamo altre “pietre” per progetti di rilancio della città».

NON SOLO TARANTO

«Non solo Taranto, ma tutto il Mezzogiorno richiede progetti mirati, un rilancio – ha aggiunto Conte – ed è qui che dobbiamo agire per colmare il divario digitale: se non esiste accesso a internet non si può applicare l’Articolo 4 della Costituzione che prevede il diritto perché tutti partecipino alla vita sociale del Paese, e per farlo dobbiamo avere tutti pari occasioni».

Chiudere in Italia un polo siderurgico come l’ex Ilva, è un problema di sistema, ha aggiunto Conte. C’è la volontà di accelerare la transizione energetica, imprimere la svolta verde. Arrivano anche i soldi del Recovery Fund ed esiste la concreta possibilità di preservare l’occupazione con la sottoscrizione di progetti di diversificazione e nuovi contratti con l’obiettivo di offrire un riscatto economico, sociale culturale a un territorio sofferente. Questo, in sostanza, quanto asserito il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, parlando con i giornalisti in Prefettura dopo la sottoscrizione di accordi nell’ambito del CIS, il Contratto istituzionale di sviluppo.

«Tornerò e dedicherò una giornata all’ex Ilva, sono già stato allo stabilimento due volte: stiamo lavorando a un negoziato, abbiamo coinvolto la parte pubblica, c’è Invitalia che sta lavorando con Arcelor Mittal per gli obiettivi che ci siamo proposti», ha detto, infine, il premier Giuseppe Conte, anticipando un incontro con le associazioni sindacali dell’Ex-Ilva e le famiglie tarantine.

Taranto, Corso di Medicina

Lunedì 12, arriva Giuseppe Conte con sette ministri

Il premier inaugura la nuova sede universitaria del capoluogo jonico. Presenti Speranza, Provenzano, Manfredi, Guerini, Patuanelli, Costa e De Micheli, e Turco, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Sopralluogo nell’area del cantiere in cui sorgerà il nuovo ospedale San Cataldo. Sottoscrizione di accordi nell’ambito del Contratto istituzionale di sviluppo (Cis), sull’insediamento del gruppo Ferretti (area dell’ex Yard Belleli) e tra Marina Militare ed Autorità di sistema portuale del Mar Jonio. La sede, ex Banca d’Italia, accoglierà i primi 60 studenti iscritti

Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri, lunedì 12 ottobre sarà a Taranto insieme a 7 ministri, per l’inaugurazione del corso di Laurea in Medicina nell’ex sede della Banca d’Italia. Fra gli altri impegni tarantini,  un sopralluogo nell’area del cantiere in cui sorgerà il nuovo ospedale San Cataldo, e la sottoscrizione in Prefettura di accordi nell’ambito del Contratto istituzionale di sviluppo (Cis) per Taranto.

Gli Stati generali per l’istituzione di una Università autonoma nel capoluogo jonico si erano tenuti nei giorni scorsi in Prefettura, alla presenza del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Mario Turco, del Prefetto di Taranto, Demetrio Martino, e del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Presenti, nell’occasione, anche Loreto Gesualdo, presidente della Scuola di Medicina; Cosimo Tortorella, coordinatore della stessa Scuola; Stefano Rossi, direttore della Asl di Taranto, Stefano Rossi; Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto; Luigi Sportelli, presidente della Camera di Commercio di Taranto; Giovanni Gugliotti, presidente della Provincia; Elio Sannicandro, responsabile di Asset-Puglia. Sono intervenuti in videoconferenza, il presidente “Anvur”, Antonio Uricchio, il rettore dell’Università di Bari Stefano Bronzini, e del Politecnico di Bari, Francesco Cupertino.

L’incontro fra gli Stati generali per l’istituzione di una Università autonoma nel capoluogo jonico si sono svolti in Prefettura, alla presenza del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Mario Turco, del Prefetto di Taranto, Demetrio Martino e del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano; oltre che del presidente della Scuola di Medicina, Loreto Gesualdo, del coordinatore della stessa Scuola, Cosimo Tortorella, del direttore della Asl di Taranto, Stefano Rossi, del sindaco Rinaldo Melucci, del presidente della Camera di Commercio di Taranto, Luigi Sportelli, del presidente della Provincia Giovanni Gugliotti e del responsabile di Asset-Puglia Elio Sannicandro. In video conferenza: il presidente “Anvur”, Antonio Uricchio, il rettore dell’Università di Bari Stefano Bronzini, e del Politecnico di Bari, Francesco Cupertino.

MOMENTO STORICO

E’ un momento molto importante, a livello istituzionale come per la Città dei Due mari, non solo per la facoltà di Medicina di Taranto, una realtà insieme al corso di studio e agli studenti già sono iscritti, ma per l’idea più ampia e complessiva di una vera e propria Università di Taranto. Un salto di qualità che la Regione Puglia sta seguendo con massima attenzione e che costituisce un punto di arrivo importante per una città che, attraverso la formazione di eccellenza, può riprendere il suo ruolo di città guida del Mediterraneo e soprattutto uscire dalla monocultura dell’acciaio, che deve avere proprio nella facoltà universitaria di Taranto una concreta alternativa.

Da sottolineare il grande risultato raggiunto nella strutturazione in tempi record (meno di tre mesi dalla acquisizione dell’immobile da parte della Regione) della nuova prestigiosa sede del corso nella ex sede della Banca d’Italia. Il progetto, è stato detto nel corso dell’incontro, mira a rendere questo investimento fondamentale per questa città e il suo territorio, in vista di una sede Universitaria autonoma.

Per raggiungere questo traguardo sarà necessario investire su sostenibilità e caratterizzazione della cosiddetta “offerta”, così da non creare concorrenza tra le realtà della stessa regione che nel caso della provincia esporta 12 mila studenti (che si recano in altre sedi, evidentemente lontane).

Come è possibile raggiungere questo risultato di lungo periodo. Creando un tavolo tecnico sotto la regia del governo che ne individui il percorso. Questo l’impegno da parte del Governo, cui ha risposto la regione attraverso le parole del suo presidente che ha spiegato che insieme la Regione è pronta a fare la sua parte, così come è disponibile a qualsiasi investimento che consenta la creazione di una quarta Università in Puglia.

SESSANTA ISCRITTI

Si è parlato anche di un cronoprogramma per raggiungere questo traguardo. Ciò potrebbe essere possibile con la creazione di un percorso condiviso con tutte le università pugliesi che abbia l’obiettivo della sostenibilità. Dunque l’avvio di tavolo tecnico per la costituzione del piano scientifico e per la individuazione delle risorse necessarie per i primi tre anni.

A conclusione dell’incontro, l’intervento del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci. «Sono grato a nome di tutti i tarantini – ha dichiarato il primo cittadino – della sintonia e degli sforzi che tutte le Istituzioni stanno assicurando per la crescita della nostra università. Adesso siamo disponibili ad un tavolo tecnico per ricercare sostenibilità e vocazioni del progetto per la sede di Taranto, ma sul linguaggio e gli obiettivi ultimi non ci possono più essere equivoci e l’Amministrazione comunale intende assumere l’autonomia della nostra università come uno dei temi fondamentali per il futuro della comunità ionica. È ormai una battaglia di civiltà e dignità per Taranto».

Nella sede della ex Banca d’Italia il corso accoglierà i primi 60 studenti iscritti, la struttura è stata trasformata in un modello all’avanguardia con laboratori e tecnologie di ultima generazione in campo medico.

«Momo, uno di noi!»

Un vero fuoriclasse, anche fuori dal campo

Mohamed Salah difende Craig, un senzatetto, dall’aggressione di quattro ragazzacci. All’uomo regala cento sterline, ai ragazzi una lezione di vita. Ecco un altro grande esempio di civiltà. Il campione non è nuovo a gesti di generosità: nel suo Paese ha contribuito alla costruzione di un centro medico e una scuola.

«Mi ha difeso dall’aggressione verbale di quattro ragazzacci, poi mi ha regalato cento sterline: una volta passati quei pochi minuti, tremendi, non sapevo se essere più felice del suo intervento, che mi ha restituito il sorriso, oppure di quei soldi che, ad uno come me, che vive di espedienti e della generosità della gente che incontra, sono tanta roba: una cosa è certa, quel campione, di sport e di civiltà, per una sera mi ha reso felicissimo». David Craig, senzatetto, non avrebbe parole. Ma quelle poche che ha le mette in riga per i cronisti e i lettori del Sun, cui il pover’uomo, ha raccontato la breve storia che lo ha visto protagonista. Ci sono le immagini in un video. La storia in due battute, la racconta l’uomo sfortunato, al quale è arrivato in soccorso Mohamed Salah, per tutti “Momo”, noto per le sue prodezze in campo (e fuori, come vedremo), che hanno permesso alla sua squadra, il Liverpool, di conquistare il campionato inglese trent’anni dopo l’ultima volta, oltre alla Champions arrivata la stagione precedente con la finale tutta inglese vinta contro il Tottenham.

Ma torniamo alla storia, a David, il senzatetto. «Camminavo per fatti miei, un abbigliamento per me normale, evidentemente per altri trasandato, specie per dei ragazzi che non avevano meglio da fare, quando per qualche minuti, per questi, sono diventato il loro passatempo preferito». Per un uomo in età e con difficoltà quotidiane, essere preso di mira a fine giornata, quelle parole pronunciate al suo indirizzo da quattro scavezzacollo, sono dei macigni. «Fanno anche più male – ha confessato David – perché ti arrivano dentro, dritte nello stomaco, vuoto, tanto per cambiare, a causa della fame; specie se a rivolgertele sono dei ragazzi, che non conoscono quale futuro possa riservare loro la vita».

«VERGOGNATEVI!»

A proposito di lezione e di futuro. «Dovreste vergognarvi per quello che state facendo, vi ci mettete in tanti a prendere in giro un uomo indifeso: pensate, potrebbe essere un vostro amico, un vostro congiunto, uno di voi fra dieci, venti anni: adesso fate i bravi e andate via!». Così, Momo, apostrofa l’atteggiamento spavaldo di quei quattro amici, ineducati, forse annoiati, che in un tratto di strada, non molto lontano da Anfield, non trovano di meglio che deridere David. E’ una stazione di servizio, il calciatore egiziano, che brilla per generosità, grazie ad alcuni progetti finanziati nel suo Paese, come una scuola e un centro medico, si ferma per fare il pieno alla sua auto. Esce dall’auto, si avvicina a una colonnina per fare il pieno, quando in quello stesso momento sente delle urla e assiste a una scena alla quale sicuramente non avrebbe voluto assistere. Dei ragazzi hanno preso di mira un uomo – il calciatore scoprirà poco dopo l’identità dello sfortunato, quella di homeless, un senzatetto –  lo offendono con parole grosse. E’ un attimo, come avere il pallone fra i piedi e decidere una frazione di secondo prima dell’avversario cosa fare. Momo, che fa sognare i tifosi dei Reds (questa la definizione degli appassionati del Liverpool), invece della fantasia, stavolta tira fuori il suo carattere. Non ci pensa un istante. Si dirige verso i ragazzi, come se cercasse un incontro faccia a faccia con un avversario. Dritto nel sette. «Ma come vi viene in mente di insultare un uomo, sfortunato, che non vi ha fatto niente: dovreste vergognarvi e pensare che un giorno, il Cielo non voglia, uno di voi potrebbe essere al posto di quest’uomo!».

L’AGGRESSIONE, IL “SUN”

I ragazzi restano inceneriti da quelle parole, riconoscono il campione, si vergognano. Gli danno ragione, chiedono scusa e vanno via, tante volte finissero su un giornale. Restano, però, le immagini di quella breve, vile aggressione nei confronti di un uomo indifeso. Non succede tutti i giorni che un campione, un eroe, prenda le difese di un debole. Questa volta è andata bene, la posizione dei senzatetto per un giorno, in Inghilterra, è diventata notizia in attesa diventi un impegno del governo: aiutare gli ultimi.

Al Sun, il giornale inglese, che ha dato eco all’episodio, le parole di David. «E’ stato meraviglioso quanto lo è per il Liverpool in campo. Ha sentito cosa mi stava dicendo un gruppo di ragazzi, poi si è rivolto a loro e ha detto: “Potreste esserci voi al suo posto tra qualche anno”. Ho capito di non avere le allucinazioni solo quando Momo mi ha regalato 100 sterline. Quei ragazzi mi molestavano, chiedendomi il perché delle mie richieste e dicendomi di trovarmi un lavoro. Quando ho visto Salah ero felicissimo, ai miei occhi è un eroe anche nella vita reale e voglio ringraziarlo».

Che altro aggiungere, se non che Salah è conosciuto in patria per l’attenzione dedicata ai progetti benefici come la costruzione di un centro medico e di una scuola. Altro gesto significativo del fuoriclasse egiziano, la sua esultanza per una rete replicando la gioia dopo un gol di Moamen Zakaria, connazionale di Salah, costretto a ritirarsi dopo la diagnosi di una rara forma di SLA, la sclerosi laterale amiotrofica (rigidità muscolare, graduale debolezza, difficoltà di parola, deglutizione, respirazione). Insomma, ci sono sventure che alcuni ragazzi ignorano ed è bene ricordare, ogni tanto, che la vita riserva anche drammi inattesi. Pertanto, meglio regalare un sorriso che non un insulto.

«Il mio Dumas…»

Nico Pillinini, autore dei disegni della mostra “Oltre il muro”

Castello aragonese, la prigione di Edmond Dantès. A Taranto fu imprigionato il Conte di Montecristo, in realtà padre mulatto del famoso scrittore francese. «Per l’occasione sono tornato al mio primo ciclo di studi. La satira devi avercela, non puoi impararla. Quella sul presidente Pertini la vignetta alla quale sono più affezionato. Al Quirinale il thè con il Capo di Stato italiano più amato»

Nico Pillinini, disegnatore, da quarant’anni vignettista fra i più quotati. Dal Quotidiano di Puglia alla Gazzetta del mezzogiorno, con la quale è impegnato ancora oggi, le collaborazioni con i quotidiani Repubblica (Satyricon), l’Unità (Tango), Gazzetta dello sport (Gong), Corriere dello sport, le riviste Oggi e Gente. E’ l’autore dei disegni della mostra “Oltre il muro” allestita nel Castello araginese di Taranto, e dedicata al generale Alexandre Dumas, padre dell’omonimo autore del più grande romanzo d’appendice dell’Ottocento, “Il Conte di Montecristo”. La vicenda del Conte più famoso della letteratura, passa da Taranto. E’ qui che per due anni, il primo ufficiale “coloured” della storia e dell’esercito napoleonico, trentanovenne, fu recluso per due anni fra maltrattamenti e gravi ristrettezze ispirando vicenda e vendetta di Edmond Dantès. Nel libro del Dumas scrittore, la prigione è il Castello d’If, Marsiglia, mentre nella realtà quei pochi metri di cui disporrà per circa un paio di anni Dumas padre, a partire dal 1799, sono quelli del Castello aragonese di Taranto.

Ma torniamo all’autore dei disegni della mostra aperta al pubblico (è sufficiente prenotarsi). Dalle vignette con la Gazzetta del mezzogiorno alle illustrazioni. Pillinini, un ritorno alle origini, una riscoperta.

«Sicuramente, merito di Tonio Attino, presidente dell’associazione “Amici del Castello”, mente pensante della mostra; mi contattò chiedendomi la collaborazione a un progetto che non aveva del tutto chiaro: faremo qualcosa insieme, mi promise; l’occasione si presentò successivamente, così mi chiese se fosse stato possibile che tornassi indietro nel tempo riappropriandomi dei miei primi studi da disegnatore e pittore, prima di dedicarmi alla satira in veste di vignettista, cose evidentemente diverse fra loro: confesso, ero titubante, gli avevo perfino consigliato di trovare un altro che fosse all’altezza del progetto, niente, lui voleva che me ne occupassi io; alla fine sono fiero del risultato: colori e pennelli, perfezionato con photoshop».

E’ un mestiere che consiglieresti, oggi? Quando hai cominciato a dedicarti a questa attività?

«Disegno da quando ero bambino. A qualsiasi disegnatore ponessi questa domanda, ti risponderà in modo più o meno simile: la passione, innata, si manifesta, fin da piccolo: è un po’ come se chiedessi a un calciatore da quanto tempo giochi, da bambino, inevitabile; più tardi ho frequentato il Liceo artistico, prendendo sempre voti alti; i miei compagni venivano a scuola, io esponevo e vincevo premi, tanto che i miei dipinti quotati sul Bolaffi».

Consiglieresti lo stesso percorso?

«In quegli anni, Taranto era un brulicare idee, mostre d’arte, gallerie; ricordo da studente, giravo per assistere ad esposizioni; oggi, il deserto: oggi non è semplice suggerire ad un ragazzo di intraprendere la strada dell’arte, gli stessi genitori non lo vedono come un lavoro. Conrad, per esempio, un giorno ebbe a dire: come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo dalla finestra io sto lavorando…».Pillinini 5 - 1Qual è la tua finestra?

«A differenza di Conrad, non ho finestre; ho, invece, un “bunker”, quasi fossi Capo di Stato, un seminterrato, è lì che raccolgo le mie idee, le mie armi sono le matite; la mia finestra, se proprio vogliamo darle un’identità, è il computer, lo accendo e mi affaccio sul mondo, è da qui che traggo ispirazione per le mie vignette, i miei libri».

Le tue “armi”, affilate, in quanto fai satira. Esiste una scuola o se la satira non ce l’hai nel sangue non puoi impararla?

«Non puoi impararla. Esiste la scuola del fumetto, quella sì, lì puoi migliorare certe attitudini; la scuola può affinarti, a condizione che abbia già passione, conoscenza per fare l’artista, una certa componente di humor, satira, per realizzare vignette, che poi sono componimenti, articoli, riflessione, un risultato alla base di uno studio».

Come si riconosce uno stile, un tratto?

«Chi mastica la materia, intuisce subito l’autore, gli è sufficiente anche un angolo del disegno: Forattini, Vauro, Ellekappa, riconoscibilissimi…».

Pillinini?

«Oggi un tratto grasso, se prendessi un mio primo libro, pubblicato nell’83, “Impertinenze”, allora disegnavo con china e pennino; era, però, una lotta contro il tempo, dovevi attendere che il disegno si asciugasse, ti aiutavi con la carta assorbente».

Una vignetta secca, una sola. Perché quella.

«Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, mi chiedeva spesso gli originali; quando poi uscì il libro “Impertinenze” fui invitato al Quirinale: si stabilì subito un legame di rispetto e affetto; mi invitò a prendere un thè, un momento di grande emozione stare seduto davanti al presidente più amato degli italiani e sorseggiare una bevanda senza alcuna fretta».

La vignetta, Pillinini.

«Quando Pertini lascia il Quirinale, la sua uscita di scena. Ho disegnato me seduto al mio piano di lavoro, una matita in pugno, un lume puntato su un foglio bianco dal quale sbuca il Presidente che abbandona il suo posto di lavoro».

Una cuoca speciale…

Valentina De Palma, tarantina, stella televisiva sul NOVE

Ha vinto le selezioni, poi una puntata realizzata a Manchester e firmato un contratto londinese con il conduttore di “Gino cerca chef”. «Ho lasciato gli studi di architettura per inseguire il mio sogno incoraggiata da amici e parenti, adesso sono soddisfatta, ma un ristorantino a Taranto lo aprirei volentieri…».

Valentina De Palma, da architetto a chef, passando per Taranto, la sua cucina tradizionale, per coniugarla infine ad un gusto originale. La Città dei Due mari ci ha abituati ad esplosioni in discipline, attività sempre diverse. La canzone, per esempio (Diodato, l’ultima scoperta).

Ora è il momento della cucina, come abbiamo scritto un paio di giorni fa, in questo stesso sito, ricordando un altro successo, quello del cuoco di origine gambiana, Ibrahima, ma tarantino d’adozione e star di un altro spettacolo “a tutto gas” (e fornelli), “Cuochi d’Italia, il campionato del mondo”. E la cosa bella, specie di fronte a un tema, la cucina, è che performance di successo come queste possono portarci lontano. Taranto ne ha bisogno. Richiede il contributo di tutti e poco importa se la promozione ricade sulla nostra città per azioni spontanee. Come possono esserlo le iscrizioni a una gara televisiva di grande successo.

Lei, modesta, prova a minimizzare quando le dicono che ha il “tocco speciale”, “a special touch” come dicono in Inghilterra, e come l’hanno incoronata in una puntata del coocking show “Gino cerca chef”.

TARANTO-FIRENZE-LONDRA

Valentina, cinquant’anni appena (vedeste quanto è brillante), mamma di tre figli, parte da Taranto. Ma prima di partire per Londra, dove ha una prima, importante esperienza, un altro step. «Parto per Firenze – spiega – per iscrivermi ad Architettura e conseguire la laurea. Il lavoro, fra penne a inchiostro liquido e scalimetri, carta da schizzo e portamine, su superfici oblique e illuminate, mi affascina, ma non appena la cucina lancia il suo irresistibile profumo, ecco che tutto torna a posto nella borsa degli attrezzi».

Non è stato semplice arrivare in tv. «La selezione è partita mesi fa – spiega – eravamo cinquecento partecipanti, mestolo più mestolo meno, a quel punto la selezione drastica: avete presente Miss Italia e “…per lei, il concorso, finisce qui!”? Era più o meno così: cercavano gente che avesse grinta, faccia tosta e sapesse stare dietro i fornelli, infischiandosene delle telecamere; non so quante volte gli autori invitassero i finalisti a fare attenzione a quei pochi, ma fondamentali suggerimenti da seguire: e per finire – concludevano – non guardate mai nella telecamera, salvo che non ve lo chieda il conduttore».

CERCATA E “CONTRATTATA”

“Gino cerca chef”, condotto dal notissimo chef e imprenditore campano Gino D’Acampo, affiancato dal maître francese Fred Sirieix, è uno dei nuovi cooking show successo del NOVE, un canale che sta registrando ascolti impensabili. La vittoria conseguita nella puntata realizzata a Manchester, le ha regalato  un anno di contratto nel celebre locale di D’Acampo. Valentina De Palma si è rivelata subito pragmatica, tanto da eccellere su un menù fatto di poche cose, ma sicuramente buone. Di più, da diventare matti per profumo e sapore. «Punto di partenza – spiega il suo exploit Valentina – la tradizione, che provo a realizzare lavorandoci sopra con un sistema tutto mio, collaudato, che poi è quello che deve essere piaciuto a giuria e allo stesso Gino: tutto calibrato, in equilibrio fra gusto e bellezza, perché i colori per me, che sono un po’ architetto e un po’ chef, sono alla base del linguaggio gastronomico: il mio mantra, la cucina da economia circolare, in cui non si butta nulla!».

Valentina, di certo, non insegue il classico sogno italiano, come a dire il posto fisso. «Oltre la Manica – conferma – ho già fatto una prima esperienza quando ho scelto di fare un anno di esperienza a Londra, ai fornelli e con i due figli insieme a lei: lì ho trovato conferma ai miei sogni, quando mi dicevano che avevo un tocco speciale, “a special touch” appunto».

Nel 2008, Valentina, decide di seguire il richiamo più forte e dedicarsi esclusivamente ai fornelli dove già familiari ed amici l’avevano incoronata regina assoluta. Una idea fissa, la sua:  aprire a Taranto un ristorante tutto suo. E non è detto che dopo il contratto di un anno con Gino Acampora, non voglia tornare nella sua città per coronare il suo sogno di imprenditrice. A meno che, Gino, che da quello che si vede in tv, non ne sappia una più del diavolo – che notoriamente – fa i coperchi e non le pentole, non la ingolosisca con un altro contratto. Sarebbe la prima volta che Valentina verrebbe presa per la gola.

«Sono una star…»

Ibrahima, gambiano, da Taranto alla tv dei grandi chef

«Mio malgrado, in realtà miro a migliorarmi nella mia attività, orgoglioso dei miei datori di lavoro…», dice il trentunenne ragazzo sbarcato in Italia sette anni fa. Concorrente per “Cuochi d’Italia” con la cucina locale, Bruno Barbieri lo ha invitato a gareggiare al campionato del mondo di cucina. Da orecchiette, riso, patate e cozze all’afra, passando per il chere, uno dei piatti prelibati del suo Paese. «Ho fatto il preparatore in una scuola-calcio, il giardiniere, il lavapiatti: in cucina spiavo ricette e tempi di cottura, fino a quando un bel giorno…»

«Sono già felice così, orgoglioso di avere compiuto un passo dopo l’altro e dalla strada, dal mare e dal deserto, attraversati in fuga dal mio Gambia, essere passato dietro ai fornelli di un ristorante molto noto a Taranto». Così noto e coraggioso da meritare la menzione, Le Vecchie cantine, un ristorante che raccoglie solo indicazioni positive, di più, sui social. Segno che la scelta di Ibrahima, trentuno anni, da sette anni in Italia, paga. Quel ragazzone dal sorriso contagioso da più tre anni è diventato simile al brand del ristorante-pizzeria in via dei Girasoli, alle porte della città.

Ibrahima Sawaneh, trentuno anni, si mette in gioco e per gioco si candida per la Puglia nella trasmissione “Cuochi d’Italia”, il popolare format in onda su TV8. Lui, però, viene dal Gambia e sebbene la sua cucina parli pugliese, anzi tarantino, la selezione va così bene che gli propongono di gareggiare per il suo Paese natale,  il Gambia appunto, per “Cuochi d’Italia – Il Campionato del Mondo”.

«Da quando sono arrivato in Italia – confessa Ibrahima – ho studiato, non solo sui libri, ma in qualsiasi occasione ci fosse da apprendere e potesse migliorarmi, come professione e come uomo». Ibrahima, fin da piccolo, orfano di mamma ad appena due anni, si rimbocca le maniche, fa qualsiasi lavoro. Ovunque, dice, c’è da imparare: anche socializzare è un bell’insegnamento. Filosofia allo stato puro, bravo Ibra. Prova a fare il tecnico in una scuola-calcio. «Una quarantina di allievi – ha raccontato agli autori del programma “Cuochi d’Italia – Il campionato del mondo” – a cui provavo a dare lezioni più tecniche che tattiche, per quello c’erano fior di allenatori a pensare come fare imprimere uno scatto in avanti ai ragazzi più talentuosi; ho sempre amato il calcio, quello dei fuoriclasse senz’altro, ma amo questo sport perché credo che, come nella vita, sia importante fare squadra, sempre: ognuno deve dare fondo a tutte le sue risorse e metterle a disposizione del prossimo; quando parlo di squadra mi riferisco sì al calcio, ma anche al lavoro…».

«I FORNELLI, IL MIO REGNO»

Ibrahima, prima di diventare cuoco, attraverso tutti gli step richiesti da questo lavoro, ha fatto il preparatore di giovani calciatori, ma anche il giardiniere. «Anche il lavapiatti – non c’è da vergognarsi, anzi Ibra lo dice con legittimo orgoglio – perché qualsiasi cosa presa dal verso giusto ti dà esperienza: così puoi comprendere quanto tempo ci voglia ad avere nella massima disponibilità piatti e posate; fra fuochi e fiamme conoscere profumi e tempi di cottura di qualsiasi pietanza».

Come fosse un debutto in serie A, raccontano di Ibrahima. Il suo esordio arriva quando meno te lo aspetti. Centocinquanta coperti, ci pensa lui. Lo fa talmente bene che, se fosse stata davvero un incontro di calcio, a fine gara gli avrebbero consegnato il pallone, come se avesse messo a segno una tripletta in un derby. La sua tripletta sono quei centocinquanta coperti, straordinariamente soddisfatti. Con buona pace anche del titolare che, quasi fosse un talent-scout, vede bene in quel giovanotto alla soglia dei trenta. Ora, in tv, Ibra passa dalle  orecchiette al riso, patate e cozze all’afra, passando per il chere, uno dei piatti prelibati del suo Paese.

«GRAZIE, A CHI HA CREDUTO IN ME…»

«Orgoglioso dell’orgoglio di chi mi ha dato questa occasione di lavoro e crede in me, e dei conduttori del programma: durante le registrazioni non ho avuto nemmeno un po’ di paura, emozione quella sì: bravi gli autori a spiegare che, intanto, è un gioco ed essere lì, in tv, è già una vittoria, per me e per quanti mi hanno spinto a candidarmi prima a “Cuochi d’Italia”, per poi essere stato invitato dagli stessi autori e da Barbieri a provare a rappresentare il Gambia, il Paese dal quale sono venuto via sette anni fa…».

“Cuochi d’Italia” è un programma televisivo condotto dallo chef Alessandro Borghese, prodotto da Sky Italia e trasmesso su TV8 (replica su Sky). Dal 6 gennaio, in onda uno spin-off (una costola di quella trasmissione di successo): “Cuochi d’Italia – Il campionato del mondo”, condotto da Bruno Barbieri. In ogni puntata due cuochi, rappresentanti di altrettante regioni italiane, si sfidano in una doppia manche. A giudicarli, altri due chef stellati, Gennaro Esposito e Cristiano Tomei.