«Ripartiamo dal turismo»

Vincenzo Leo, presidente SIB-Confcommercio

«Colpo mortale subito da una risorsa che dava al Paese un 17% del Prodotto interno lordo. Qui non solo spiaggia e mare, ma agriturismo, enogastronomia, bellezze naturali e culturali. Riprendiamo a fine mese, con le dovute accortezze. Ma Emiliano metta alla porta i burocrati, per qualsiasi consulenza il settore di candida a costo zero»

«Non solo gli stabilimenti balneari, anche l’agriturismo rischia di farsi seriamente male se non saranno adottate veloci contromisure per ripartire dal “dove eravamo rimasti”». Vincenzo Leo, presidente provinciale del SIB, il Sindacato balneari italiani che aderisce a Confcommercio e Confturismo, fa una disamina di una crisi, scaturita dal Covid-19, ma avvitatasi a quelle che lo stesso considera le «solite inutili e oziose strade della burocrazia», che rallenterebbero una ripresa fondamentale. Non solo per il territorio, ma per l’intero Paese. «Abbiamo posti e risorse che altrove possono solo sognarsi, la Puglia non è solo spiaggia e mare, ma anche enogastronomia, agricoltura, bellezze e cultura, basta con leggi e leggine che disorientano, scoraggiano chiunque voglia investire o riprendersi quanto investito in questo fazzoletto di mondo».

Cominciamo da una breve panoramica sulla situazione, a oggi.

«C’è un’ordinanza della Regione Puglia, si riapre il prossimo 25 maggio: una buona notizia, ma ci toccherà dare un’accelerata per essere pronti, secondo le norme in fatto di sicurezza sanitaria, grossomodo il 29 di giugno, domenica con vista sul “ponte” con il 2 giugno».

Un’ordinanza che molti auspicavano, proviamo vedere il bicchiere mezzo pieno.

«Intanto un segnale all’intero Paese, dal punto di vista psicologico ha bisogno di un forte incoraggiamento: mare e spiagge, da sempre sinonimo di benessere psico-fisico; stiamo lavorando per assicurare accoglienza e sicurezza, dare un impulso economico a un territorio in difficoltà, forse anche a causa di una industria che non risponde più al modello occupazionale di un tempo, come se l’acciaio fosse la cura di tutti i mali».

Ingresso, ombrellone, lettino, filosofia e accortezze previste alla ripartenza.

«Intanto, all’ingresso: mascherina e distanza fra utenti, suggeriamo il pagamento mediante carta di credito – anche se il wi-fi, succede, potrebbe generare problemi – per essere accompagnati da un nostro addetto, una sorta di steward, alla postazione prescelta: questo permette di non far perdere ulteriore tempo al cliente; una volta sistemati, si può anche fare a meno della mascherina e, finalmente, entrare in acqua: niente è più sicuro di mare e sabbia, lo dicono gli esperti; questi due elementi annientano letteralmente il virus, il resto è nelle mani dell’utenza, che deve rispettare distanze e protocolli in tema di sanificazione, per il bene di tutti. Il nostro personale provvederà a sanificare postazioni e complesso balneare».WhatsApp Image 2020-05-21 at 14.34.22Nessun privilegio.

«Ogni attività gestirà il flusso della clientela secondo una propria strategia; personalmente, ho pensato di privilegiare intanto gli abbonati, patrimonio per qualsiasi struttura che in questi anni ha svolto la sua attività nella massima professionalità; questo, però, non escluderà i “giornalieri”, pubblico che dispone del solo fine-settimana rispetto al resto dell’utenza. Infine, potrebbe esserci un problema-sicurezza generato da quei cittadini che impegnano la spiaggia pubblica e transitano dallo stabilimento: sarà un bel problema gestire l’eventuale flusso di bagnanti di passaggio in fatto di norme sanitarie: staremo a vedere, confidiamo nel buon senso da parte di tutti».

Il confronto con amministrazioni e istituzioni.

«Sono in costante collegamento, mediante social e videoconferenze, con l’assessore regionale all’Industria turistica e culturale Loredana Capone; ho un filo diretto con i sindaci dell’area orientale e il primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci, molto attento ai temi del turismo e della balneazione; argomento ricorrente, come strutturare un piano sulle spiagge pubbliche e organizzare un servizio di vigilanza: troveremo una soluzione».

Mancato guadagno e investimenti per far fronte alle disposizioni in tema di sicurezza sanitaria. Il settore che perdita registrerà in percentuale?

«Da calcoli approssimativi, le perdite che registrerà il settore balneare sono quantificabili intorno al 40%, non solo a causa del mancato guadagno di esercizi come bar, ristoranti e pizzerie collegati a stabilimenti e impegnati non solo dall’utenza “da spiaggia”; fra il mancato guadagno anche l’assenza di turisti stranieri: non sappiamo quando, e se, saranno riaperte le frontiere per favorire l’arrivo di un’altra importante percentuale di fruitori di bellezze e strutture della nostra terra; l’Europa non ci sta aiutando: ha segnalato Italia e Spagna come mete ad alto rischio; e pensare che la stessa Unione aveva avanzato l’ipotesi di mettere le nostre spiagge all’asta e consentire a investitori esteri di impossessarsi di un bene di primaria importanza per lo sviluppo del nostro territorio…».

C’è un aspetto che rallenta la ripresa?

«La burocrazia, una sciagura simile al virus: esistono leggi che rimandano al 1939, mentre è cambiato l’intero mondo rispetto a ottant’anni fa: siamo schiavi di codici e decreti, non se ne può più. Se davvero vogliamo risollevare le sorti del nostro Paese, dobbiamo sburocratizzare la macchina dello Stato, i paletti posti dai codici hanno provocato collasso e danni incalcolabili a un settore che da solo rappresenta il 17% del Pil…».

Infine, un pensiero rivolto a un tavolo regionale che possa raccogliere le istanze di addetti ai lavori.

«Un invito al presidente della Regione, Michele Emiliano, verso il quale nutro stima e rispetto: presidente, non sostenga i burocrati con inutili quanto costose consulenze, noi del settore i consigli glieli diamo a costo zero. Mancano piani regolatori, in compenso sul litorale esistono strutture abusive. Le task-force le trovo pressoché inutili; Emiliano si fidi dell’esperienza e della conoscenza di gente che è fra le pieghe di turismo, cultura e indotto da una vita: inviti un “tecnico” per ciascuna categoria, ma ad una sola condizione: che i burocrati ne restino fuori!».

«Ma quali casi misteriosi?»

Mario Balzanelli, direttore del 118 e il Covid-19

«A Taranto una percentuale tra le più basse d’Italia. Il “Moscati”, modello gestionale di eccellenza. Polmoniti interstiziali, cui porre comunque massima attenzione, sono simili a quelle di pazienti che hanno contratto il virus. «Un tampone nasale potrebbe risultare negativo, al contrario un campione prelevato più in profondità, dai bronchi…», chiarisce il professionista.

«Nessun “caso misterioso” a Taranto». A proposito dei contagi da Covid-19, il dott. Mario Balzanelli, direttore del 118 di Taranto, presidente nazionale SIS 118, e più volte ospite di sito, web radio e canale youtube di Costruiamo Insieme, interviene in prima persona per smentire voci apparse su quotidiani regionali e nazionali, successivamente riprese da altri organi di informazione, fra questi, tv, radio, siti e social.

Piuttosto, Balzanelli precisa. «A Taranto si è registrata una percentuale bassissima di pazienti covid-19 positivi, la quale si pone in assoluto, in rapporto percentuale con la popolazione, tra le più basse d’Italia». Ribadisce, a proposito di quanto riportato da testate giornalistiche autorevoli, «il che conferma che non esistono “casi misteriosi” a Taranto quanto “casi da studiare” e da classificare in tutto il Paese».

Il direttore del 118 di Taranto, torna su un argomento sul quale nei giorni scorsi, sempre sul nostro sito, con una intervista esclusiva per la nostra web radio, si era espresso il direttore della Asl, Stefano Rossi. «La gestione tarantina di COVID-19 – conferma Balzanelli – che prevede, da parte della Co118, la più precoce presa in carico del paziente paucisintomatico presso l’ospedale Covid-Hub “Moscati”, con valutazione clinica e laboratoristica immediata, analisi del tampone, studio radiologico dedicato e, in questo tipo di situazioni, di ricovero ospedaliero e quindi accesso alle cure specifiche presso “Aree Covid-19 protette” e riservata ai pazienti “Sospetti Covid-19” si pone, come già ribadito, come modello gestionale di eccellenza».

COVID-LIKE, NON E’ LA STESSA COSA

Balzanelli, inoltre, fa una distinzione importante sulla quale è bene riflettere, prima di lasciarsi andare a facili allarmismi, considerando il contenimento dei casi di contagio da coronavirus: le cosiddette polmoniti interstiziali in qualche modo simili a quelle dei pazienti che, invece, hanno contratto il virus. «Non è un caso – chiarisce il direttore – che questi vengano indicati come “Covid-like”: identici al Covid, il virus non si palesa al tampone: capita, però, di scovarlo solo nel liquido del lavaggio bronco-alveolare». Da qui l’intervento chiarificatore a seguito di “casi misteriosi”, come indicati dallo stesso professionista tarantino, a causa dei troppi fenomeni segnalati anche da medici del resto d’Italia.

Un tampone nasale potrebbe risultare negativo, al contrario un campione prelevato più in profondità, dai bronchi, che riporterebbe tracce del virus. Gli stessi sintomi del Covid: prima tosse e febbre, con problemi respiratori che, in genere, cominciano dopo alcuni giorni, quando l’infezione è ormai scesa in profondità e ha compromesso i polmoni.

«A Taranto, in queste settimane abbiamo visto sempre meno pazienti positivi, invece casi simil-Covid sono aumentati, e sono tutti uguali. Un popolo che sfugge alle classifiche ma che, dal punto di vista clinico, è identico ai casi Covid. Qualcuno potrebbe obiettare che non tutte le polmoniti interstiziali sono legate al coronavirus, ma in questo periodo fanno scattare un allarme, quanto cioè ha spinto specialisti a cercare il virus più in profondità, individuandolo in qualche caso nel liquido del lavaggio broncoalveolare». Termini tecnici che portano il direttore del 118, Mario Balzanelli, a confermare un dato inconfutabile. «Il virus ha avuto una curva in discesa – dice – ma, attenzione, è importante tenere sempre alta la guardia, rispettare i protocolli di sicurezza sanitaria che invitano a indossare mascherine e guanti, e osservare il distanziamento sociale: in attesa del vaccino, non c’è altra strada per mettere alle corde il Covid-19».

Il respiro di Silvia

Liberata dopo un anno e mezzo di prigionia

Un bisogno di dare alla sua vita una speranza. Le hanno dato un Corano, lo ha letto, così ha incontrato la fede. Credere è un atto d’amore. «Una creatura misteriosa, che irrompe in maniera imprevedibile, non si può trattare come un delitto», ha detto la scrittrice Dacia Maraini. Intanto, qualcuno ha trovato di che polemizzare.

Silvia Romano, finalmente a casa. Come tutte le cose che accadono dalle nostre parti, anche la storia della ragazza rapita da un commando in un villaggio africano nel quale la giovane cooperante milanese collaborava con la onlus “Africa Milele”, è diventata una vicenda “all’italiana”. Così, politica e social, che non si fanno mancare argomenti di discussione, hanno cominciato a dividersi nel consueto gioco delle parti. Governo italiano orgoglioso per aver riportato Silvia in patria e fra le braccia dei familiari, opposizione – insieme con tutti gli strumenti di cui dispone, fra questi giornali e tv – a indagare sulle modalità che hanno “liberato” la ragazza milanese. Un riscatto di quattro milioni di euro, secondo qualcuno; dieci milioni, invece, per gli zelanti che hanno aggiunto i “costi d’impresa” per riportare in Italia…una italiana.

Ad “aggravare” la posizione di Silvia, un carico da 11: la conversione all’Islam. Insomma, invece di considerare l’abbraccio di genitori che hanno palpitato per un anno e mezzo non sapendo in quali condizioni stesse la loro figliola, a qualcuno è venuto in mente di caricare di significati la scelta religiosa della ragazza. Forse se fosse tornata cristiana, qualcuno avrebbe sorvolato sul riscatto? Chi può dirlo. Patria di grandi geni, qualcos’altro ci saremmo inventati. E allora, la conversione all’Islam della Romano non le viene perdonato, anzi diventa oggetto di dibattito. Starcene un po’ in silenzio, dopo aver applaudito il ritorno a casa di Silvia, e concentrarci sulla ripresa totale dal coronavirus, no eh?

UNA CONVERSIONE SPONTANEA

La conversione è una cosa non riescono a perdonarle. E soprattutto, che Silvia Romano non odi i suoi carcerieri. È una cosa che, addirittura scandalizza, manda i polemici tanto al chilo su tutte le furie. Odiano tutto, probabilmente anche se stessi, come rifletteva in un suo intervento la grande scrittrice Dacia Maraini, ottantatré anni, una che di reclusione se ne intende. Se non altro per essersi opposta insieme con la famiglia alle restrizioni di ogni genere durante il fascismo.

Si indigna per aver sferrato contro la ragazza “un attacco vile”, dice la scrittrice. La insultano e la dileggiano. Sempre i soliti noti, non sopporterebbero che Silvia sia tornata in Italia sorridendo, sotto un vestito che corrisponde al nuovo nome che si è data, Aisha, senza pronunciare nemmeno una parola di rancore verso chi le ha fatto così male. «Avrebbe avuto il diritto di farlo – spiegava giorni fa la Maraini – l’avremmo compresa: nessuno, però, può imporle un risentimento mai espresso come un dovere civile». Il fuoco dell’ultimo affaire italiano – la liberazione della cooperante italiana rapita in Kenya nel 2018 con gli abiti tradizionali della donna occidentale e tornata in Italia domenica scorsa vestita, per sua volontà, come vestono le donne musulmane – ha acceso anche i pensieri della Maraini, la scrittrice italiana più tradotta nel mondo. «È un errore enorme – ha detto in una intervista – trasformare Silvia Romano in un mostro, guardando al suo corpo come se si trattasse del terreno sul quale combattere lo scontro di civiltà.».

Dopo diciotto mesi nelle mani dei fondamentalisti islamici somali di Al-Shabaab, la storia di Silvia Romano si è conclusa senza un lieto fine che molti bacchettoni avrebbero invece voluto. La ragazza si è convertita all’Islam. Senza costrizioni, ha detto ai magistrati che la interrogavano. Mentre ad attenderla, da una parte c’erano i felici e i contenti, e dall’altra gli eterni indecisi, cioè né felici, né contenti. Dacia Maraini, argomenta il suo punto di vista. «Chi attacca Silvia per il vestito che indossa – dice la scrittrice – giudicandola per la scelta religiosa che ha fatto, è privo di immaginazione; non riesce nemmeno a sospettare cosa significhi stare nelle mani di criminali che ti considerano un oggetto che si dà in cambio di denaro; chi ha attaccato Silvia dimostra di essere incapace di mettersi nei suoi panni; non arriva a comprendere come la fede, sebbene islamica, abbia potuto essere uno strumento al quale la ragazza si è disperatamente aggrappata per uscirne viva, per trovare la forza di andare avanti».

ANCHE CONTRO LA SCRITTRICE

Qualcuno, sulle prime, aveva sollevato polemiche anche nei confronti della Maraini, schieratasi in difesa di Silvia, comunque del suo caso, una ragazza comunque tenuta ostaggio per un anno e mezzo. «Cosa può saperne lei?», aveva chiesto qualcuno senza conoscere la storia della scrittrice italiana. «Sono stata prigioniera anche io – la sua pronta risposta – per due anni, in un campo di concentramento giapponese: avevo sette anni quando cominciò; mio padre era un antropologo, stava studiando le popolazione del nord del Giappone, quando ad un certo punto, in nome di un patto internazionale, chiesero a tutti gli italiani che erano in Giappone di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò: mio padre e mia madre, che erano entrambi antifascisti, si rifiutarono. Così ci rinchiusero».

L’Islam è una religione universale, non è un’ideologia politica razzista. Durante la prigionia, la scrittrice si era nutrita di favole. Chiedeva in continuazione ai suoi genitori di raccontargliele. Lei stessa le inventava. Era un bisogno spirituale. Avere delle storie con le quali uscire fuori da quel posto orrendo. Immagina la scrittrice, perché l’immaginazione è il suo mestiere in quanto scrittrice, che nella mente di Silvia Romano sia scattato qualcosa del genere.

«Un bisogno interiore – il suo punto di vista – di dare alla propria vita un respiro, sentire la forza di un vento capace di farla volare via di lì; fuggire dai propri aguzzini: le hanno dato un Corano, lo ha letto; dice che in quelle parole Silvia ha incontrato la fede: chi siamo noi per condannarla? Credere è un atto d’amore e l’amore è una creatura misteriosa, che irrompe in maniera imprevedibile, non si può trattare come una colpa».

«E’ un vero casino…»

Mansur, nigeriano, il lavoro nero e il permesso di sei mesi

«C’è confusione sulla proposta di legge del ministro per regolarizzare noi migranti. Alcuni politici e pochi giornali sembra lo facciano apposta». «Facciamo fare a politica e stampa il loro mestiere, concentriamoci sulla posizione di chi è irregolare ma vuole uscire allo scoperto…», corregge Samuel, suo connazionale. Sicurezza sanitaria, mascherine, guanti e distanziamento sociale.

«E’ un vero casino…». Mansur, nigeriano come Samuel, sentito appena la scorsa settimana, non fa giri di parole. Sorride, pensa alla gaffe, si corregge, ma c’è poco da correggere, sapesse quante volte gli italiani fanno ricorso a questa espressione. «Non dite così, voi tarantini – dice – quando una qualsiasi cosa si complica così tanto da capirci niente o quasi?». Come dare torto a Mansour, che vede nella regolarizzazione dei migranti, e non solo, una boccata d’ossigeno. «E’ quello che ci vorrebbe in un momento di confusione – riprende – c’è di mezzo il virus, che ha mandato in tilt mezzo Paese e poi il governo, con il ministro che vuole sanare – si dice così? – la posizione di quanti lavorano nei campi, italiani compresi, poi i braccianti dell’Est, proseguendo con le badanti, fra queste anche donne africane che assistono donne anziane e disabili».

E’ informato, Mansur. «Con i primi sei mesi potremmo fare il raccolto nei campi, poi se le cose dovessero andare bene, magari il rinnovo di altri sei mesi». E’ questa, in sintesi, la proposta del ministro alle Politiche agricole e alimentari, Teresa Bellanova. «Braccianti irregolari – aveva dichiarato nei giorni scorsi il ministro – lavorano nei nostri campi, donne prestano attività da badanti e vengono pagate in nero». Poi la richiesta esplicita della “ministra”: «Chiedo che questi vengano regolarizzati subito con permessi di soggiorno temporanei di sei mesi, rinnovabili per altri sei mesi».

«FACCIAMO IN FRETTA»

«Credo non ci sia molto tempo da perdere – riprende Mansur – da notizie di amici e connazionali, ci sarebbero anche braccianti più o meno nelle mie stesse condizioni che non esce allo scoperto ed è in una situazione da delirio: letteralmente reclusi». Non uno, ma due i problemi. Samuel dimostra di esserne perfettamente a conoscenza. «Quello lavorativo e quello sanitario – dice il giovane nigeriano – noi in attesa di conoscere il nostro futuro, che ci auguriamo sia il più benevolo possibile, facciamo quello che dice il Decreto: se “andate” su Internet vedete quanti fratelli neri seguono con la massima attenzione le norme di sicurezza; ognuno di noi ha acquistato a buon mercato, poche decine di centesimi un po’ di mascherine, altri che non hanno grandi possibilità se ne sono fatti una scorta su misura: se non ci aiuta qualcuno, proviamo a industriarci…si dice così?». Samuel è attento al suo italiano. “Voglio impararlo di corsa, ho fatto grandi progressi: non giro più con il cellulare in una mano con il dizionario a vista per capire le parole che mi dicevano e quelle da pronunciare per farmi capire: non dico che tutto fila liscio, ma credo di essere a buon punto, non ci sono malintesi o lunghe spiegazioni, una volta anche a gesti…va tutto bene, anzi speriamo bene». Industriarci, è perfetto. «Quello che guadagniamo saltuariamente ce lo mettiamo da parte – riprende il discorso Samuel – nel caso si presentassero periodi in cui non ci è possibile lavorare: le mascherine, i guanti, ci sono stati donati; qualcuno li ha comprati in farmacia, a prezzi bassi: avevo sentito parlare di costi alti, a me non è successo, guanti e mascherina li ho pagati a cinquanta centesimi…».

«RACCOLTI E SICUREZZA SANITARIA»

Mansur e il problema sanitario. «Siamo nel periodo in cui è necessario andare nei campi e raccogliere frutta e ortaggi – dice – ma oltre alla regolarizzazione, chi è nelle mie stesse condizioni, deve avere rispetto delle norme di sicurezza: quando e se ci chiameranno, sicuramente nei campi dovremo fare attenzione a quello che si chiama…si chiama…». Distanziamento sociale? «Ecco, alla distanza di massima prudenza: che io sappia non ci sono stati casi fra neri, qui in Puglia; ci fossero stati – ma non vorrei che la prendeste come un’offesa – di sicuro sarebbero andati a finire sulle prime pagine dei giornali, perché noi facciamo notizia…». Riprende il buonumore, il giovane nigeriano. «Avevo letto in questi giorni che erano seicentomila gli irregolari, un numero esagerato: non credo siano così tanti, forse centomila, duecentomila, ma non solo africani: è bene parlare di irregolari, in attesa di disposizioni da parte del governo e non clandestini, altrimenti non se ne esce più, su questa cosa infatti c’è molta confusione, a volte messa in piedi ad arte, perché qualche politico e qualche giornale ne parlano e scrivono in modo non sempre corretto…». Samuel getta acqua sul fuoco, anche se non è il caso, Mansur ha detto quanto risulta dalle continue rassegne stampa. I soliti noti ad alimentare una macchina informativa non sempre limpida. «Non è il caso di fare polemiche – corregge, comunque, Samuel – lasciamo che i politici e i giornalisti facciano il loro mestiere, concentriamoci solo sulla battaglia del ministro che vuole regolarizzarci e il governo che sembra orientato a dare sostegno alla proposta di legge: per confrontarci su altre cose, sui temi che ci stanno a cuore, c’è tempo. Almeno, speriamo ci sia tempo…».

Per concludere, l’emersione dal lavoro nero e la regolarizzazione dei migranti riguarda braccianti, colf e badanti, cittadini italiani e stranieri con un rapporto di lavoro irregolare e cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto, I numeri cui alludeva Mansur sono inferiori rispetto ai seicentomila inizialmente previsti. Al momento pare siano circa 260mila secondo le prime stime: 200mila la platea che potrebbe emergere dal lavoro nero; 60mila quelli che avevano già lavorato in passato con regolare permesso.

«Quando il cittadino collabora…»

Intervista a Michele Matichecchia, comandante della Polizia locale

«Tutto fila liscio, tranne poche eccezioni. Rispuntano vecchie abitudini, talvolta sorvoliamo, intransigenti sulla mancanza di rispetto delle regole più elementari. Bene il commercio, a giorni tocca ai titolari di concessione…»

Taranto e il ritorno graduale alla vita di tutti i giorni. Secondo qualcuno tutto non sarà più come prima. Se non si troverà il vaccino per debellare del tutto il Covid-19, occorrerà prestare attenzione a decreti e ordinanze, le prime del Governo centrale, le seconde scaturite da Palazzo di Città. I tarantini non si sono fatti cogliere di sorpresa, hanno reagito bene dopo la prima scossa, quella dello scorso 25 febbraio quando nella nostra provincia si registrò il primo contagio da coronavirus in Puglia. Taranto e la ripresa, lenta ma costante, a partire dallo scorso 18 maggio. Per la rubrica “Con parole mie”, ne abbiamo parlato con il comandante della Polizia locale di Taranto, Michele Matichecchia.

Cominciamo dalla ripartenza. L’impegno della Polizia locale, la collaborazione dei tarantini.

«L’impegno della Polizia locale non è mai cambiato. Sebbene siano diverse le condizioni, il personale non ha mai registrato calo di concentrazione: la nostra attenzione è stata sempre massima nei confronti della città. Nulla è cambiato, anche se oggi esiste maggiore attenzione nei confronti dei cittadini sul rispetto di quelle poche regole utili a se stessi e agli altri per evitare contagi da Covid-19».

Il sindaco ha rispettato i suoi impegni, un concorso, nuove forze alla Polizia locale. Si pensa, inoltre, ad un ulteriore bando. In cosa ha impegnato i nuovi agenti di cui dispone?

«Gli ultimi arrivi in ordine di tempo al Comando di Taranto, sono impegnati nel Reparto mobile, parliamo di Viabilità, dunque presenza sul territorio. Penso che negli ultimi mesi i cittadini abbiano notato una maggiore presenza di agenti di Polizia locale, cosa che ci permette di garantire un costante servizio nei posti strategici della città fino a mezzanotte. Dalla graduatoria esistente dovrebbero essere assunte nuove unità, fermo restando che il sindaco ha espresso parere favorevole per bandire un nuovo concorso entro l’anno».

Torniamo ai tarantini, quanto sono rispettosi e in cosa dovrebbero migliorare.

«In questo periodo i cittadini si stanno dimostrando collaborativi, tanto da non aver sollevato gravi problemi; salvo poche eccezioni, sono stati rispettati gli obblighi indicati dal governo; noto, però, che negli ultimi giorni si sono ripresentate più o meno puntuali, vecchie abitudini: per ciò che attiene la Viabilità, si rivede la doppia fila, automobilisti che lasciano l’auto ovunque capiti nonostante la disponibilità di parcheggi; per il momento stiamo cercando di non intervenire in modo deciso, anche se poi esistono casi sui quali non si può proprio soprassedere; insomma, cerchiamo di far sgranchire mentalmente i tarantini, anche se finito il rodaggio torneremo a pieno regime nello svolgimento della nostra attività principale: il massimo rispetto delle regole».

Nelle ultime settimane si è rivelato utile l’impiego di telecamere per punire tarantini che di rispettare il territorio proprio non vogliono saperne, dal conferimento all’abbandono dei rifiuti ovunque capitasse.

«In realtà è un’attività che non si è mai fermata, probabilmente in queste ultime settimane si è registrato un maggior numero di infrazioni: le telecamere hanno continuato a registrare e il numero di verbali non si è fermato, parliamo di circa duecentocinquanta dall’inizio dell’anno; l’auspicio è che i cittadini comprendano che non appena si tornerà a pieno regime, certe pessime abitudini non saranno tollerate, per intenderci dall’orario di conferimento dei rifiuti alle doppie file».

Esercizi commerciali a Taranto, ci sono state incomprensioni o tutto è filato liscio? Ci sono state interpretazioni temerarie, imprudenti?

«Non abbiamo avuto grandi problemi, i commercianti hanno recepito le indicazioni di decreti e ordinanze. Ora,  non appena ci sarà la riapertura totale, comprenderemo meglio qual è lo spirito con il quale i commercianti torneranno a svolgere la propria attività. Ad essere pignoli, abbiamo registrato episodi e interpretazione a proposito di servizio a domicilio o sulla vendita da asporto, ma poca roba, niente di rilevante».

E’ forse prematuro parlarne, ma che estate si aspetta?

«Non è semplice proiettarsi a distanza di un mese, con uno scenario che cambia con una certa velocità. Sulla Litoranea si sta procedendo nella sistemazione della segnaletica orizzontale e verticale; interventi anche sull’asfalto nei tratti di strada che saranno più impegnati dagli automobilisti; sarà importante consultare il Decreto legge per comprendere come i titolari di concessione intenderanno muoversi. Credo comunque sia prematuro parlarne».

«Se la norma non passa…»

Teresa Bellanova, ministro delle Politiche agricole

«Potrei togliere il disturbo, non faccio tappezzeria». Nella maggioranza, pro e contro. «Garantire i diritti, ma anche sicurezza sanitaria, mai così necessaria come in questo momento», secondo il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. Perplessità di Vito Crimi (Cinquestelle): «Se c’è l’intenzione di fare una sanatoria modello Maroni, noi non ci stiamo». «Riapriamo i corridoi “verdi”, riporterebbero in Italia manodopera specializzata», la posizione del presidente Coldiretti, Ettore Prandini.

«Se la norma non passasse, dovrò fare una riflessione attenta: questo tema è motivo di permanenza nel governo, non faccio tappezzeria». E’ la posizione del ministro delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, all’indomani di posizioni non troppo convinte sulla sua proposta di sanatoria semestrale (rinnovabile per i successivi sei mesi) sulla posizione degli immigrati in Italia. Gli extracomunitari irregolari, secondo la “ministra” in una intervista rilasciata su Radiorai, verrebbero  impegnati nelle diverse attività per le quali è richiesta mano d’opera, a cominciare dalla raccolta nei campi (decine di migliaia gli irregolari, venti euro per dieci ore di lavoro), proseguendo nel lavoro di badanti al servizio di disabili e anziani.

Ne abbiamo scritto sul nostro sito appena la scorsa settimana. Lo abbiamo fatto attraverso uno strumento a noi caro (e attendibile): “Storie”, la  rubrica settimanale che dà voce a immigrati e quanti si trovano in situazione di disagio. Lo abbiamo fatto attraverso il racconto di amici già ospiti dei nostri Centri di accoglienza e di amici e colleghi disposti a parlare di un argomento così delicato.

«Se non passa la norma, tolgo il disturbo», il senso di quanto dichiarato agli organi di informazione dal ministro Bellanova. Lo ha ribadito rispondendo alla domanda sulle conseguenze che potrebbe avere se il provvedimento di regolarizzazione di lavoratori stranieri non passasse. «Per me – ha confermato il ministro – questa non è una battaglia strumentale, perché queste persone, gli immigrati, non votano; tanti badano ai consensi, la mia, la nostra, è invece una battaglia per persone che non votano». «C’è diffidenza fra la gente – ha ripreso Bellanova – in quanto per anni è passata l’idea che i diversi sono nemici e che, in particolare, gli immigrati vengono qui in Italia a toglierci il lavoro; ritengo, invece, siano fondamentali per portare avanti alcune attività, non solo in agricoltura dove rischiamo sperperi enormi per la mancata raccolta, ma anche le badanti che assistono tante persone anziane».

LE NOSTRE “STORIE”

Avevamo scritto che il ministro aveva avanzato la proposta di una norma con la quale rilasciare un permesso di “soggiorno temporaneo” per sei mesi, rinnovabile per altri sei, per le aziende e le famiglie che hanno intenzione di regolarizzare la posizione di quanti sono già impegnati in nero. Era stato posto l’accento su persone sfruttate per tre euro l’ora facendo concorrenza sleale alle imprese che, invece, rispettano le regole.

Bellanova nei giorni scorsi non si era espressa sulle stime (sarebbero 600mila le persone interessate da un provvedimento di emersione dal lavoro nero), dichiarando che «non sono in grado di dirlo, ma si tratta di chi può avere un contratto: partendo dai lavoratori nei campi, perché qualcuno dovrà pure assumersi la responsabilità di far marcire i prodotti nei campi, e proseguendo con il lavoro delle badanti».

Sull’emersione dei lavoratori in nero c’è «una condivisione di fondo; abbiamo avuto degli incontri e riguarderà anche tanti italiani oltre che gli stranieri; c’è la necessità di far emergere questi lavoratori non solo per garantire i diritti delle persone, ma anche per esigenze di sicurezza sanitaria che in questo momento sono necessarie. Stiamo lavorando e spero che nelle prossime ore si riesca ad arrivare ad un testo definito», ha dichiarato Luciana Lamorgese, ministro dell’Interno sempre su Radiorai.

CRIMI, «NON CI STIAMO»

Ma c’è anche chi all’interno dello schieramento del governo ha qualche dubbio. E’ il caso di Vito Crimi,  capo politico del Movimento Cinquestelle. «Sulla lotta al caporalato ed emersione del lavoro nero – ha dichiarato il parlamentare pentastellato – noi ci siamo, se c’è anche l’intenzione di fare una sanatoria modello Maroni, invece, noi non ci siamo». Non è l’unica voce fuori dal coro. Da qui la posizione netta del ministro Bellanova, nel caso entrasse in discussione nella maggioranza la sua proposta di sanatoria.

Come riportato organi di informazione, non molti in verità, la soluzione lascerebbe scontenti alcuni agricoltori, secondo i quali la proposta del ministro Bellanova non risolverebbe il problema. «Sarebbe stato importante riaprire i corridoi verdi che avrebbero riportato in Italia manodopera specializzata», ha dichiarato al quotidiano Libero il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini. Il settore, infatti, denuncia la mancanza di lavoratori che raccolgano frutta e verdura nei campi. «Il 40% dei raccolti estivi – ha proseguito Prandini – rischia di rimanere sugli alberi». Buona parte dei lavoratori del settore proveniva dall’Est Europa e, con il blocco delle frontiere, sono venuti a mancare circa 200mila stranieri che arrivavano in Italia per raccogliere frutta e verdura nelle aziende agricole, tornando nel proprio Paese a stagione finita. Ora, purtroppo, c’è carenza di manodopera. Alla luce di un dato così preoccupante, sarebbe importante «una proroga fino al 31 dicembre dei permessi di soggiorno per lavoro stagionale in scadenza al 31 maggio al fine di evitare agli stranieri di dover rientrare nel proprio Paese proprio con l’inizio della stagione di raccolta nelle campagne e, al tempo stesso, è altrettanto importante aprire il più possibile il mercato alle opportunità di lavoro per gli italiani che rischiano il duro impatto occupazionale della crisi economica da coronavirus».

Bengalesi, primi!

Risparmiano e inviano più denaro a casa

Gli immigrati venuti dal Bangladesh inviano in patria mediamente cinquecento euro al mese. Commercio al dettaglio, lavapiatti e apprendisti cuochi, “fiorai”, donne impegnate come badanti e nelle imprese di pulizia. Si difendono romeni, filippini, pachistani e senegalesi. Mancano i cinesi, che oggi investono di più in Italia (e impegnano canali di spedizione più “prudenti”).

Bengalesi, primi. Anche stavolta sono loro a guidare l’elenco di quel fiume di denaro che scorre dal nostro Paese con destinazione la terra d’origine dei migranti. Spediscono a casa, una media di cinquecento euro al mese (856milioni di euro complessivi). Lo scorso anno, dall’Italia, erano usciti complessivamente oltre sei miliardi di euro. Quest’anno, a causa del Covid-19, il primato appena conseguito non potrà essere perfezionato, anche se questi ospiti stanno lavorando a un Piano B. Non possono, di colpo, tagliare i “viveri” per le proprie famiglie. In un prossimo studio, scopriremo il modo in cui si saranno ingegnati gli amici venuti dal Bangladesh.

Insomma, anche stavolta gli immigrati bengalesi, bangladesi o bengalini che dir si voglia, sono saliti sul gradino più alto fra quanti spediscono a casa i propri guadagni, piccoli o grandi che siano, realizzati in Italia. Non si fermano davanti a nulla, sono concentrati nell’arco della giornata a portare a casa (e poi indirizzarlo nel proprio Paese) anche un solo pugno di euro. Attenzione, i bengalesi non stanno con il cappello in mano davanti ad un supermercato o ad un bar. Loro, i soldi, vogliono guadagnarseli con il lavoro, dunque con il commercio, piccolo, fatto di piccoli oggetti, bigiotteria e dintorni, lavapiatti o apprendista cuoco; per le donne imprese di pulizia o un posticino da badanti. E poi il mercato più in vista, più florido – per restare nel paragone – ci verrebbe da dire: quello dei fiori, delle rose da regalare alla propria amica, compagna, signora, ospite in un ristorante. Alzi la mano, fra gli italiani, chi non si è lasciato sedurre dal piccolo gesto floreale.

CINESI, DOVE SONO?

Cosa vuoi che siano tre euro, si sarà detto: come rinunciare all’amaro, in cambio di un gesto da gentiluomo. Questo lo sanno gli italiani, come lo sanno i bengalesi, che invadono benevolmente le corsie serali delle coppie sedute al tavolo di un bar, di una trattoria o un ristorante. Lo fanno con un sorriso, non se la prendono se la loro educazione viene ricambiata con un “…amico, accomodati fuori, grazie!”, pronunciato da titolare o personale dell’attività di ristoro. Bengalesi, primi dunque. Insieme con i bengalesi, nell’ordine fissato da uno studio svolto dalla “Fondazione Leone Moressa”, romeni, filippini, pachistani e senegalesi.

Bengalesi, romeni, filippini, pachistani e senegalesi. Non manca qualcuno in questo primo elenco? I cinesi, per esempio. Vero, è curioso che non siano in testa o, comunque, in coda e invece abbiano registrato un vistoso calo in verticale. Fino a meno di una decina di anni fa, la Cina guidava, solida, la classifica: oltre due miliardi di euro inviati ogni anno. Poi, la svolta, la Cina ha registrato una caduta improvvisa a partire dal 2013, per poi avere un calo progressivo fino a scivolare ad un virtuale quarantasettesimo posto (solo undici milioni di euro inviati in patria).

Molteplici, spiega lo studio, le ragioni di questo calo. Intanto un numero maggiore di investimenti in Italia, ma sicuramente anche un cambio nei canali utilizzati per le transazioni di denaro, con un maggiore ricorso a strumenti informali o non tracciabili (non necessariamente illegali).

Per il secondo anno consecutivo, il Bangladesh si conferma il primo Paese di destinazione, si diceva, con 856 milioni di euro complessivi con una impennata del  più 20%, mentre negli ultimi dieci anni avevano triplicato i flussi, con un aumento superiore al 200%.

ASIA FRA I PRIMI DIECI

Secondo Paese in questa singolare classifica, la Romania, che però registra un calo, un meno 10% rispetto all’ultimo anno. Tra i primi dieci Paesi, cinque sono asiatici: detto del Bangladesh, in questa graduatoria troviamo anche Filippine, Pakistan, India e Sri Lanka. Proprio i Paesi dell’Asia meridionale hanno registrato una impennata. Il Pakistan, per esempio, è cresciuto del 15% nell’ultimo anno e del 350% negli ultimi dieci. Bel colpo.

In media, ogni immigrato ospite nel nostro Paese, nel corso dello scorso anno ha inviato a casa una somma di poco inferiore ai 1.200 (100 euro al mese). Mediamente, invece, ogni cittadino del Bangladesh ha inviato in patria oltre 6mila euro (più di 500 euro al mese). Oltre 200 euro al mese sono stati, invece, spediti dai cittadini delle Filippine, del Pakistan, del Senegal e dello Sri Lanka.

Ancora un dettaglio sulle regioni che guidano questa classifica. In testa Lombardia (1,4 miliardi) e Lazio (939 milioni). A seguire, Emilia Romagna e Veneto (a testa, oltre 500 milioni di euro spediti). Ancora un dato da analizzare, secondo lo studio della “Fondazione Leone Moressa”. Sulla base degli ultimi dieci anni, la regione Lazio, è stata quella ad avare un calo maggiore (– 54%). I flussi più imponenti, evidentemente, sono quelli registrati a Roma (815 milioni) e Milano (694 milioni).

«Forza ministro!»

Ayo e compagni sostengono Teresa Bellanova

«Regolarizzare noi extracomunitari, sarebbe un primo passo avanti. Qui, in provincia, è oro rispetto a Puglia e Nord Italia. Prima del virus, nei campi c’era tensione, miei connazionali litigavano fra loro per una fila di pomodori». Quindici euro lordi al giorno per dieci ore di lavoro. 

«Qui, in provincia, è oro rispetto ad altre situazioni a cui non voglio pensare!». Ayo, senegalese, lavora nei campi. «Non sempre vengo retribuito come da contratto, ma può andare bene anche così, specie ora: ho avuto “negativo” e rifatto domanda nei tempi previsti dalla legge per avere un nuovo documento che mi permetta di tornare a lavorare nei campi». Asad, suo connazionale, non è nelle stesse condizioni, ma poco ci manca. «Su internet – dice – nostra principale fonte d’informazione, ho letto che la ministra italiana vorrebbe regolarizzare noi extracomunitari, anche se con permessi della durata di pochi mesi: questa, forse, e parlo soprattutto per i nostri fratelli che lavorano nei campi al Nord della Puglia dove accadono cose da non credere, sarebbe una prima soluzione…».

Ecco il ministro alle Politiche agricole e alimentari, Teresa Bellanova. «Braccianti irregolari lavorano nei nostri campi, donne prestano attività da badanti e vengono pagate in nero: chiedo che questi vengano regolarizzati subito con permessi di soggiorno temporanei di sei mesi, rinnovabili per altri sei mesi». Non c’è altro tempo da perdere. Un numero esagerato di braccianti è letteralmente recluso e non esce allo scoperto. Se non fosse compiuto questo passo in avanti, extracomunitari sprovvisti dei documenti necessari verrebbero subito individuati. E non finisce qui, perché di colpo i problemi diventano due: lavorativo e sanitario.

«Lavoratori stranieri, in Veneto – spiegava due giorni fa il ministro – venivano pagati tre euro l’ora per raccogliere l’uva: sono sotto ricatto di caporali, italiani o stranieri, che comunque rispondono alla criminalità organizzata». «In provincia di Foggia – prosegue il ministro – pare ci siano tremila persone ammassate in campi di fortuna; non c’è distanziamento sociale, né mascherine, disinfettanti o altre modalità previste dai decreti sulla Sicurezza sanitaria. E nel momento in cui riprenderanno l’attività, salterà tutto per aria in termini di emergenza sanitaria».

E POI C’E’ “SAMI”

E poi c’è “Sami”, Samuel per i connazionali nigeriani e i fratelli africani. “Sami” per i ragazzi tarantini che lo hanno eletto “grande amico”. «Così mi chiamano – sorride – e io sono contento di questo loro affetto; anche per me il momento è critico, ma non mi demoralizzo, devo andare avanti: ovunque ci sia da lavorare io sono lì… C’è crisi, fra lavoro nei campi e quello estivo: a causa del virus – consulta il suo telefonino, sbuca il nome di questa invisibile sciagura… – ecco, “Covid-19”, tutto è fermo».

E’ aggiornato, Samuel. «Le cose, poco per volta – riprende – torneranno alla normalità: tutti dobbiamo fare più attenzione, tenere la mascherina e aspettare che si torni a raccogliere pomodori e mandarini, oppure a sistemare lettini e ombrelloni a due passi dal mare, io che l’estate mi sono sempre diviso fra campi e stabilimenti balneari».

«Ho lavorato con “bianchi” nelle campagne di Castellaneta – riprende – con regolare contratto: stavo bene, mi svegliavo presto al mattino, un bus passava da Massafra, per accompagnarci sul posto di lavoro: cominciavamo alle sei e finivamo più o meno all’ora di pranzo, tutti insieme: nessuna differenza fra italiani e stranieri; poi tutti a casa, sempre con il bus, mentre in caso di pioggia restavamo a casa; ho nostalgia di quei giorni: la gente non può avere tutta frutta e ortaggi a prezzi normali, e – per dirla tutta – io e i colleghi, non possiamo avere il salario tanto sospirato».

Prima del lavoro nei campi, quello in spiaggia. «L’ho fatto per due mesi un anno fa: non disponevo di molti soldi così mi sono messo in giro a cercare un lavoro, qualsiasi cosa capitasse; fui fortunato, trovai qualcuno che mi indicò il titolare di una spiaggia splendida, a Marina di Lizzano; spianavo e pulivo la sabbia con una ruspa, mentre la notte sorvegliavo l’intero stabilimento perché qualcuno non penetrasse nel lido e rubasse ombrelloni, sdraio e lettini: trenta euro al giorno, più la colazione; sono stati giorni in cui mi sono sentito importante, ma la stagione è durata solo due mesi invece dei tre previsti, l’estate si è chiusa in anticipo a causa del maltempo: piove sul bagnato, dite da queste parti, è proprio così…».

NON E’ TUTTO ORO…

«Qui è oro rispetto ad altre zone della stessa Puglia», spiegava pochi istanti prima Ayo. Come non dargli ragione. «Altrove – conferma – le condizioni di chi lavora nei campi sono talmente insostenibili che i braccianti litigano per una fila di pomodori per guadagnare una miseria in più: una lotta fra poveri». «Un lavoro da schiavi – interviene Mansur, suo connazionale – lavori per qualcuno che non ha rispetto per te: ti offende e solo la fame ti fa sopportare le umiliazioni…». La retribuzione, i conti a fine giornata. «Il caporale consegna al capo, che non è solo un bianco, a volte è del nostro stesso colore di pelle: paga in base ai cassoni riempiti». Qual è il compenso? Da non crederci. Jibril è in costante contatto con connazionali che lavorano in provincia di Foggia. «Fino a prima del virus – mi vergogno a dirlo – il compenso si aggirava intorno ai quattro euro a cassone riempito: proprio così, quattro euro per due tonnellate di pomodori raccolti; la retribuzione, nemmeno a dirlo, subiva altri tagli, al ribasso ovviamente: a causa di una serie di “trattenute” ecco che a fine giornata, raccolte tonnellate di pomodori, in tasca mettevano quindici euro per dieci ore di lavoro».

Secondo stime approssimative, è stato calcolato che la somma di venticinque euro moltiplicata per diecimila braccianti – dieci “puliti” vanno nelle tasche dell’organizzazione – dà un totale di duecentocinquantamila euro al giorno che finisce nelle tasche dei caporali. Moltiplicato il periodo di raccolta, tre mesi, dunque novanta giorni, ecco una cifra superiore ai ventidue milioni di euro a stagione. Riconosciuti compensi per la mediazione a capo nero o capo bianco, il resto, il tanto insomma, va dritto nelle tasche della criminalità organizzata. Ai braccianti non resta che raccogliere anche quel poco che resta: meno di quindici euro al giorno. E, concludono i due ragazzi, «Se non è schiavitù questa…». Il ministro ci prova, non senza contrasti (e non solo dalle opposizioni). Sarebbe un primo passo avanti, per i ragazzi. Ma, se ci pensiamo, anche per l’economia del nostro Paese.

«Sanità, mai in affanno»

Intervista esclusiva a Stefano Rossi, direttore Asl

«Mai gente nei corridoi. Fino ad oggi sfiorata la perfezione. Professionalità e una intuizione: realizzare l’Hub-Covid al “Moscati”. Un plauso al personale ospedaliero e ai tarantini, rispettosi delle regole. Distanziamento sociale, fino a quando non ci sarà un vaccino. Il  presidente Emiliano, un buon padre di famiglia»

Sicurezza sanitaria. Argomento ricorrente in queste settimane affrontato quasi a contrastare e scongiurare un pericolo ancora lontano dall’essere debellato. Come stanno lavorando le Aziende sanitarie locali, attraverso presidi sanitari e personale medico e paramedico, impegnato in un inatteso, quanto logorante lavoro,  fra l’altro costato la vita a molti di loro. Sicurezza sanitaria, dunque, così abbiamo provato a fare il nostro lavoro e per sito e web radio Costruiamo Insieme, abbiamo provato ad affrontare l’argomento senza tanti giri di parole.

Il Covid-19 si è abbattuto nelle regioni del Nord, il Sud ha pagato il suo tributo in vittime, ma da queste parti la Sanità ha funzionato come un orologio. Sia chiaro, pure in Meridione si sono registrati decessi, il più delle volte dovuti a patologie in anziani ricoverati in ospedali, cliniche o Rsa. I numeri, però, dicono anche che le Asl pugliesi, per esempio, hanno svolto l’attività in modo attento. Cominciando con il sensibilizzare i cittadini che, tranne i soliti rari casi, hanno posto molta attenzione a decreti e ordinanze. Della Sanità in genere e dell’emergenza, in particolare, abbiamo parlato con il direttore dell’Asl di Taranto, il dott. Stefano Rossi.

Direttore, può ritenersi soddisfatto di come stiano andando le cose in piena emergenza?

«I numeri, ad oggi, sono obiettivamente confortanti, la provincia di Taranto è quella che ha retto meglio l’onda d’urto del Covid-19 rispetto alle altre province pugliesi. Un risultato ottenuto grazie al lavoro sinergico di tutte le professionalità sanitarie e anche al rispetto che la comunità della provincia ionica ha avuto nei confronti delle regole impartite dal governo».

Abbiamo parlato spesso del SS: Annunziata, ma la scelta dell’Hub-Covid al “Moscati” si è rivelata vincente. Quali sono le cose da temere in una emergenza così inattesa?

«Le pandemie, si chiamano così, proprio perché non esistono zone franche: il virus si può solo contenere o individuare un sistema di alleggerimento nella sua diffusione. Rispetto a quanto accaduto al Nord, dove evidentemente qualcosa non ha girato nel verso giusto, qui abbiamo avuto modo di affrontare questa emergenza adottando contromisure dovute. Mi piace ricordare, a questo scopo, come la provincia di Taranto abbia fatto una scelta sicuramente forte realizzando un Hub-Covid, creando cioè un presidio interamente dedicato al contrasto del coronavirus. Al “San Giuseppe Moscati” di Taranto erano già allocate le tre discipline di base di contrasto all’emergenza: Malattie infettive, Pneumologia e la Terapia intensiva, così abbiamo pensato di partire proprio da qui. Questo ci ha consentito fin dall’inizio, dai primi numeri, piccoli – è bene ricordare che a Taranto è stato registrato il primo caso di contagio, primo anche in Puglia, lo scorso 25 febbraio – abbiamo avuto subito un approccio clinico corretto rispetto a questa patologia – subdola, in quanto dura tre settimane – che può evolversi al cospetto di altre patologie».Rossi copertina ALa presenza delle tre discipline di cui diceva, all’interno del “Moscati”.

«E’ stata utile per affrontare il contrasto in modo sinergico; mi piace segnalare la professionalità del dott. Giovanni Battista Buccoliero, primario del reparto Malattie infettive, del dott. Giancarlo D’Alagni, primario di Pneumologia e del dott. Martino Saltori, responsabile di Anestesia e Rianimazione del “Moscati”: non siamo mai andati in affanno; quanto visto in riprese televisive effettuate altrove, come gente nei corridoi, qui a Taranto non si è mai verificato; anzi, abbiamo avuto pazienti giunti da altre province perché altrove avevano problemi. Tutto ciò è andato di pari passo con il lavoro epidemiologico svolto sul territorio dal Dipartimento che ha saputo tempestivamente individuare, isolare la catena dei contagi, e di questo grande merito va riconosciuto al direttore, dott. Michele Conversano».

Proviamo ad assegnare un voto a personale sanitario e ai tarantini.

«Mi piacerebbe assegnare un bel 10 e lode, ma dico 9, perché ritengo si possa fare sempre meglio».

Ha idea su come e quando si potrà tornare alla normalità?

«Alla normalità non torneremo fino a quando non sarà trovato un vaccino: dobbiamo nel frattempo abituarci a queste nuove regole che prevedono il distanziamento sociale, qualcosa che deve far parte di un patrimonio culturale della popolazione: evitare inutili contatti, strette di mano, stare vis a vis, specie in ambienti ristretti; finché non ci sarà un vaccino – se non vogliamo tornare ai picchi epidemici preoccupanti del passato – dobbiamo abituarci alle buone regole di distanziamento».

Il ruolo del presidente della Regione, Michele Emiliano, del direttore del Dipartimento regionale della Salute, Vito Montanaro, e del coordinatore scientifico della task force pugliese, Pierluigi Lopalco.

«Il presidente Emiliano ha governato l’intera crisi da buon padre di famiglia, ha partecipato a tutti gli incontri in videoconferenza, riunioni talvolta protrattesi fino a tarda ora e alle quali hanno partecipato tutti i direttori Asl della Puglia, insieme con gli stessi Montanaro e Lopalco».

Chieda un ulteriore sforzo ai tarantini, direttore.

«Per arrivare al mio posto di lavoro, a Taranto, ho visto spesso strade molto affollate, file non sempre distanziate; passo nelle vicinanze del mercato “Fadini”, per intenderci, e osservo sempre numeri importanti: la gente deve comprendere, invece, che bisogna abituarsi a rispettare le regole di distanziamento, altrimenti non se ne esce più; dobbiamo osservare le disposizioni del governo per l’interesse nostro e degli altri. Questa vicenda ci ha insegnato che tutelarsi serve anche a tutelare gli altri: non sono solo regole di igiene pubblica, ma regole di buonsenso».

Covid-19, Fase2 al “via”

A Taranto sotto osservazione 48 pazienti

Nella giornata di ieri solo nove contagi. Bus e taxi, ripresa lenta. Isolamento domiciliare per quanti rientrano da fuori regione. In città c’è chi festeggia con un barbecue e paga multe salate. A luglio, a Roma, la sperimentazione del vaccino per debellare il coronavirus

Nuova panoramica del nostro sito su Covid-19 e sulla cronaca che ha scandito le ultime ore, dalla provincia di Taranto all’intera Puglia, proseguendo con risvolti dall’Italia e dall’estero. La Fase2 è stata intanto scandita dall’aumento del traffico di mezzi privati nella prima giornata di allentamento delle misure del lockdown. All’interno delle stazioni sono comparsi i primi distanziometri sul pavimento. Non c’è, però, tanta gente in arrivo, né in attesta di prendere un treno. Ai capolinea degli autobus urbani dei capoluoghi pugliesi, in centro, non ci sono assembramenti e i mezzi viaggiano semivuoti. Un po’ più di persone si vedono nei bus che arrivano dalla provincia. Fuori ai bar non ci sono molte persone che attendono di poter portare via la colazione. Ma è stato solo il primo giorno, è insomma ancora viva la paura del contagio e, tutto sommato è anche giusto riprendere le abitudini con la necessaria prudenza per scongiurare nuovi contagi.

 

Taranto, Hub Covid Moscati: ricoverati ancora 48 pazienti

La Asl di  Taranto informa che nell’Hub Covid “San Giuseppe Moscati” nella giornata di ieri erano 48 i pazienti , distribuiti come segue:

 – n. 3 presso il reparto di Rianimazione, positivi al test Covid;

 – n. 22 presso il reparto Malattie Infettive; di questi, 6 risultano negativizzati dal punto di vista virologico, ma non guariti dal punto di vista clinico, in quanto presentano patologie pregresse oppure presentano postumi da Covid, e per tale ragione non possono ancora essere dimessi;

 – n. 16 presso il reparto di Pneumologia; di questi, 2 risultano negativizzati dal punto di vista virologico, ma non guariti dal punto di vista clinico, in quanto presentano patologie pregresse oppure presentano postumi da Covid; ad ogni modo, se ne prevede la dimissione entro la prossima settimana;

 – n. 7 presso il reparto di Medicina Covid; si tratta di pazienti con sospetto Covid, in attesa di ulteriori tamponi per eventuale conferma o meno di Covid.

 

Coronavirus, ieri solo nove contagi

Nove sono i casi di contagio registrati ieri in Puglia su un numero di 724 tamponi effettuati: sei nella provincia di Bari, due nel Foggiano e uno nel Tarantino; i decessi registrati oggi, invece, sono 5: 1 in provincia di Bari, 1 provincia di Brindisi, 2 in provincia Bat, 1 in provincia di Foggia. I pugliesi vittime del coronavirus dall’inizio della pandemia sono 429, i pazienti guariti 779, quelli ancora ricoverati in ospedale 436. Sono1.921 i pugliesi che, invece, si trovano in isolamento domiciliare. Dall’inizio dell’emergenza sono stati effettuati 67.167 test, totale dei casi positivi Covid in Puglia: 4.153.

 

Isolamento obbligatorio per chi rientra

Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e l’assessore ai Trasporti, Giovanni Giannini, hanno richiesto agli operatori dei trasporti di tutte le modalità, di veicolare nei propri palinsesti di comunicazione ai passeggeri in arrivo in Puglia e provenienti da fuori regione, il rispetto degli obblighi stabiliti dall’ordinanza n. 214/2020 attraverso questo messaggio: «Tutte le persone fisiche rientrate in Puglia da altre regioni, per soggiornare continuativamente nel proprio domicilio abitazione o residenza, hanno l’obbligo di comunicarlo immediatamente compilando il modulo sul portale della Regione Puglia o al proprio medico o all’operatore di sanità pubblica e devono restare in isolamento fiduciario per 14 giorni».

 

Quartiere Salinella, barbecue e multe

Prosegue senza sosta la serie di  controlli nella provincia ionica finalizzata a verificare il rispetto delle norme dettate dall’emergenza Covid-19. Controlli estesi anche alle zone turistiche del nostro territorio meta anche delle gite fuori porta dei nostri concittadini. A qualche tarantino è anche venuta voglia di riprendere una consuetudine, evidentemente ancora non consentita da decreti e ordinanze: accendere un barbecue per una serata in compagnia di amici e parenti, senza minimamente pensare a eventuali conseguenze a danno della salute della comunità. Agenti delle  Volanti, infatti, sono intervenuti nel quartiere Salinella di Taranto a seguito della segnalazione di un assembramento in prossimità di un barbecue. Numerose persone stavano partecipando a una festa, interrotta dall’arrivo delle pattuglie. Alla vista dei poliziotti numerosi partecipanti si sono allontanati, mentre tre di loro sono stati bloccati e sanzionati in via amministrativa per l’inosservanza delle disposizioni in materia di tutela della salute pubblica.

 

Usa, altri 1.435 morti in 24 ore

Sono stati 1.435, su 1,13 milioni di casi, i morti per coronavirus negli Stati Uniti nelle ultime ventiquattro ore. Il dato è riportato nella comunicazione giornaliera della Johns Hopkins University.

 

Sud America, 230mila contagi (12.400 decessi)

E’ in forte ascesa il numero di contagi in America latina che hanno raggiunto oggi quota 230.620 (12.436 i deceduti). È il dato scaturito da una statistica elaborata dall’Ansa riguardante 34 nazioni e territori latinoamericani. Il dato importante da rilevare è che nel subcontinente americano quasi 30 mila contagiati si sono aggiunti, insieme a altri 1.900 deceduti, a quelli rilevati meno di 48 ore fa. E’ il Brasile a confermarsi il primo del Sud America per numero di contagi (91.589, il 40% del totale regionale) e per decessi (6.329).

 

Francia, in calo i decessi

Calo di decessi in Francia. Secondo i dati delle autorità sanitarie, il bilancio totale delle vittime per coronavirus ha raggiunto i 24.760 morti dal 1 marzo (15.487 negli ospedali, 9.273 nelle case di cura), con 166 ulteriori decessi nella giornata di ieri.

 

Messe, il “via” dal 24 o dal 31 maggio

«Probabilmente entro la fine del mese si potrebbe tornare alla celebrazione delle messe con la presenza di fedeli». E’ quanto riporta il quotidiano l’Avvenire. «Non è improbabile», secondo il giornale della Conferenza episcopale italiana, che l’Eucaristia con la presenza di fedeli possa riprendere già per l’Ascensione o per la Pentecoste (il 24 o il 31 maggio).

 

Lombardia, calano i contagi

Calano contagi ricoveri e decessi in Lombardia. Sono 77.002 i casi positivi, con un aumento di 533 unità a fronte di 13.058 nuovi tamponi, mentre nella giornata di domenica i nuovi contagiati erano 737. Quarantaquattro, invece, sono le persone decedute, a cui ne vanno aggiunte 282 relativi all’aggiornamento complessivo a tutto aprile che ogni fine mese forniscono i Comuni della Lombardia. Continuano a diminuire i ricoverati non in terapia intensiva (6.529, meno 99) e in terapia intensiva (545, meno 18).

 

Spallanzani, sperimentazione del vaccino

Proseguendo con questi ritmi sarà possibile avviare da luglio le prime sperimentazioni sull’uomo. Lo ha dichiarato nella giornata di ieri il direttore sanitario dello “Spallanzani” di Roma, Francesco Vaia, pronunciandosi riguardo il vaccino contro il Covid 19 che verrà sperimentato nell’Istituto per le malattie infettive di Roma. Se i primi test daranno un esito positivo, porteranno nel 2021 alla somministrazione del vaccino su un alto numero di persone a rischio, con l’auspicio che l’esperimento sia andato a buon fine.  

 

Fase 2, riprende la criminalità

La fine della Fase1 porterà una ripresa della criminalità comune e predatoria e il tentativo delle mafie di infiltrarsi nell’economia legale. L’analisi è del capo della Polizia, Franco Gabrielli, riportata da una circolare inviata a questori, prefetti e ai capi delle direzioni del Dipartimento di Pubblica Sicurezza nella quale vengono indicate linee per riorganizzare gli uffici e calibrare i servizi sul territorio.

 

Riserva Ue, mascherine a Italia, Spagna e Croazia

Italia, Croazia e Spagna saranno i Paesi destinatari delle prime consegne di più lotti di mascherine protettive FFP2 da RescUe, la riserva europea di apparecchiature mediche istituita il mese scorso per aiutare i Paesi colpiti dal coronavirus. Lo ha annunciato il commissario Ue per la Gestione delle crisi, Janez Lenarcic. «Abbiamo lavorato senza sosta – ha dichiarato Lenarcic – per costituire RescUe; già creato un primo stock di mascherine: Spagna, Italia e Croazia sono le prime a ricevere il materiale, presto seguiranno altre consegne».

 

Zaia, Veneto: le scuse agli specializzandi

«Va ripristinato il buon rapporto con le scuse, doverose scuse. Punto». È la dichiarazione telegrafica e allo stesso tempo sentita del presidente del Veneto, Luca Zaia, dopo le affermazioni del direttore sanitario dell’Azienda di Padova agli specializzandi che, con il loro comportamento, aveva sostenuto, avrebbero favorito il contagio in ospedale. «Penso possa capitare a tutti, nella fretta, nella stanchezza, nelle tempeste mentali ad alta voce – ha dichiarato il presidente della Regione Veneto – di esprimere anche qualche concetto che non ci sta, ma bisogna anche fare le scuse: gli specializzandi sono una colonna portante, abbiamo fatto di tutto perché entrassero nell’offerta sanitaria del Veneto».

 

Pechino, 50mila test al giorno

A Pechino presto aumenterà la capacità di test di acido nucleico per il nuovo coronavirus a oltre 50mila campioni al giorno. Lo hanno annunciato le autorità locali dopo l’abbassamento deli livello di allarme, dal primo al secondo livello. La capitale incoraggerà e guiderà le istituzioni terze qualificate a eseguire il rilevamento dell’acido nucleico e coloro che già dispongono della capacità di svolgere tale test, miglioreranno ulteriormente la formazione del personale e ottimizzeranno le procedure.