«Luigi, insegnaci!»

Anche un pugno nello stomaco può indicare una strada (da evitare)

Calciatore, baciato dalla fortuna e dal talento, aveva giocato con Ronaldo il Fenomeno. Dopo il calcioscommesse, una seconda tegola: l’arresto per coltivazione di marijuana. Per i nostri ragazzi: «Giocare al calcio è una festa, figurarsi vivere di popolarità». E, ancora: «Conosciamo i sacrifici e chi, fra noi, ha la fortuna di giocare in serie B o C: non si dimentica del passato e dei suoi fratelli. La fortuna è un dono che abbiamo in prestito e questo lo sappiamo…»

 

Luigi, ex calciatore di Serie A, è stato arrestato. Coltivava una serra di marijuana. Ex difensore di Juventus, Inter, Roma e Parma, oggi quarantasei anni, è stato colto in flagrante mentre stava curando insieme ad un complice più di un centinaio di piante di marijuana in un casolare abbandonato sull’Appennino emiliano. Dopo l’interrogatorio di garanzia è stato posto agli arresti domiciliari.

Questa la notizia. Non amiamo i clamori, le cooperative sociali hanno il compito di recuperare piuttosto che schiacciare un essere sotto le sue responsabilità. Anche quando commettere errori sarebbe umano e diabolico perseverare. Il cognome di una delle stelle del calcio italiano finita nuovamente in una storiaccia di droga, dopo aver fatto parte di un sistema legato al calcioscommesse, dunque alla truffa, lo trovate altrove. A noi interessa la storia di Luigi, purtroppo non un caso isolato, un atleta invidiato da un sacco di ragazzini all’inizio degli Anni Novanta, quando indossava i colori di Juventus, Inter e Roma, perfino il Parma più vincente della storia, ma scivolato sulla strada di un benessere malato.

 

LUIGI E IL FENOMENO

Luigi aveva giocato anche con Ronaldo il Fenomeno. Qualcuno si domanda cosa potesse chiedere di più alla vita un ragazzo baciato dalla fortuna e dal talento. Non abbiamo risposte, ma solo domande. Quelle, tante, circolano nella nostra mente come un martello pneumatico. Quante volte abbiamo visto i ragazzi ospiti della nostra cooperativa indossare magliette di calcio, preferibilmente della Juventus piuttosto che del Barcellona. E quante volte abbiamo chiesto loro il perché di quella scelta, perché il calcio. Le risposte, più o meno sempre le stesse.

«In Africa quello che non manca – confessano i ragazzi ospiti di Costruiamo Insieme – sono le distese e quattro canne, quelle che ci servono per delimitare una porta di calcio e giocare con una palla il più delle volte ricavata da un po’ di stracci tenuti con la corda o, peggio, perché fa male prenderlo a calci; ogni volta che giochiamo è una festa, una delle poche volte in cui ci viene il sorriso: ecco, diciamo che prendiamo a calci la sfortuna correndo all’inseguimento dei sogni e qualche volta ci capita di far gol».

Le magliette. «Nei nostri Paesi guardiamo le partite nei bar che hanno una tv e un abbonamento alle gare di Champions e ai campionati di calcio, italiano, inglese e spagnolo; qui stesso, nella cooperativa, ci capita di riunirci per assistere alle partite più importanti: anche questo è un momento di gioia, una goccia in un mare di pensieri che vanno dalla nostalgia di casa ai nostri cari che sono rimasti lì, non senza qualche problema…».

 

«FOSSI STATO CALCIATORE…»

 «Magari fossi calciatore, in un attimo guadagnerei rispetto e posizione sociale – ci spiegava settimane fa uno dei nostri ragazzi – in Italia è lo sport più popolare e quando gli assi del calcio parlano, la gente sta ad ascoltarli: ultima in ordine di tempo, la storia di Romelu Lukaku, l’attaccante dell’Inter che ha raccontato il dramma familiare, i sacrifici che dovevano affrontare papà e mamma originari dello Zaire (ex Congo, ndc); essere un calciatore è bello, siamo in tanti a sognarlo e quando leggiamo storie di calciatori che si sono rovinati con le scommesse o la droga, ci viene tristezza; non giudichiamo, ma quanto ci avrebbe aiutato e fatto crescere partire dalle cosiddette “scuole alte” nelle quali la prima parola che insegnano è “rispetto”; ma ognuno risponde a se stesso e al Cielo di scelte sicuramente non condivisibili: miei amici e fratelli lavorano nei campi, nei mercati ortofrutticoli, nei mercatini domenicali o vendendo piccoli articoli; pensate se a qualcuno di questi fosse capitata la fortuna di giocare anche in serie B o serie C…».

I guadagni li avrebbero gestiti in modo diverso. I ragazzi vengono dai sacrifici, conoscono il peso di un euro. «Ho amici che hanno avuto la fortuna di farsi strada nel calcio – ci spiegano i ragazzi – senza diventare dei fenomeni; nessuno di loro dimentica da dove viene e che la fortuna è una cosa che ti è stata donata, ma qualcuno può togliertela quando meno credi, così aiutano i propri fratelli venuti dall’Africa, come loro e le loro famiglie: difficile che qualcuno di questi si dimentichi di noi…».

 

«UN ALTRO PASTICCIO!»

Luigi di sciocchezze ne ha combinate più di una. L’ex calciatore, dopo essersi ritirato dal calcio giocato, undici anni fa aveva scelto di restare a vivere a Parma. E qui, l’altro giorno, all’ora di pranzo, gli agenti della Fiamme Gialle lo hanno trovato assieme ad un complice intento a curare la coltivazione che, secondo le stime, avrebbe potuto fruttare oltre due chili di sostanza stupefacente. Ad insospettire gli inquirenti la richiesta del raddoppio della potenza del contatore di un casolare di una piccola frazione della montagna parmense, all’apparenza completamente disabitato. Nemmeno un po’ di astuzia, Luigi.

Una volta tradotto davanti al giudice, nell’interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere per poi finire agli arresti domiciliari presso la propria abitazione. Per Luigi, purtroppo, non è la prima volta in cui ha a che fare con la giustizia. Era finito, infatti, in carcere in seguito all’inchiesta sul Calcioscommesse partita dalla Procura di Cremona. Due anni fa l’inchiesta per lui si era conclusa con la dichiarazione di prescrizione con il tribunale di Bologna che dichiarò estinta la sua partecipazione all’associazione a delinquere oggetto dell’inchiesta. Speriamo che questa seconda ricaduta faccia riflettere una seconda volta Luigi. Si può ricominciare da mestieri modesti, riabilitarsi poco per volta, leggendo un po’ di storie di ragazzi scampati alla guerra, ai pericoli della politica e alla fame. Ma questo, quel ragazzone che sfiorava il metro e novanta, fisico da bersagliere, amato dal grande pubblico del calcio, lo sa. Se qualche volte passasse da queste parti non ci dispiacerebbe incontralo e organizzare un incontro con i nostri ragazzi. E non solo per imparare, ma anche per insegnare.

«TV, amore a prima vista»

Antonio Caprarica, giornalista e volto noto del piccolo schermo 

Salentino, settant’anni appena compiuti e non sentirli. «Anche se il traguardo è sempre più vicino», scherza il popolare corrispondente Rai da Londra e Mosca, Kabul e Beirut. «Fossi costretto a scegliere fra le mie esperienze lavorative, direi senza dubbio la televisione». Venti titoli in libreria, laureato in filosofia, gli manca il contatto con i suoi lettori. «Ho avuto il “blocco dello scrittore”, forse privato della libertà a causa di questa sciagurata pandemia»

Antonio Caprarica, giornalista, scrittore e saggista italiano. Leccese di nascita, molti lo conoscono come corrispondente Rai, soprattutto da Londra, tanto che molti dei suoi titoli (una ventina i libri pubblicati)  hanno come soggetto l’Inghilterra, la politica, lo stile di vita, il romanzo dei Windsor. E’ stato, fra l’altro, corrispondente da Mosca e Parigi, ma anche dal Medioriente, in piena crisi del Golfo, da Kabul a Beirut.

 

Prima di porle qualche domanda riguardo la sua attività di giornalista e scrittore, domanda d’obbligo: come vive la pandemia, cosa ha tolto, cosa pensa abbia insegnato questa sciagura?

«La vivo con sollievo guardandomi attorno, felice di essere scampato – facendo gli scongiuri – a quella tragedia che purtroppo, solo in Italia, ha interessato decine di migliaia di vittime; dunque, sollievo perché finora l’ho scampata, ma costernazione e tanta solidarietà verso quelle famiglie per la sofferenza provata nel perdere le persone amate. E un po’ di rabbia, avendo compiuto il 30 gennaio scorso settant’anni. A quest’età i mesi, i giorni, le ore, in realtà valgono per due, se non per tre rispetto al periodo della gioventù: mi sembra di essere defraudato da questa dannata pandemia. La cosa che più mi manca è il viaggiare, pertanto spero che questa sciagura possa avere una fine, arrivi un vaccino e si possa riprendere la vita di tutti i giorni».

 

Cosa fa un giornalista attivo come lei quando non risponde alle domande di un collega?

«Non posso viaggiare, dunque non posso incontrare lettori dei miei libri, attività che amo moltissimo, avendo una media fra i cinquanta e i cento incontri l’anno; non incontro, dunque, gente che aveva la cortesia e la pazienza di leggere i miei libri. Per dirla tutta, da questo punto di vista siamo più fortunati rispetto ai nostri antenati che hanno vissuto la “spagnola” perché oggi c’è internet, così una parte del mio tempo se ne va in collegamenti, dibattiti, interventi in talk-show televisivi. E’ una limitazione che, per fortuna, l’ingegnosità dell’uomo negli ultimi vent’anni è riuscita a ridurre fortemente. Leggo molto e scrivo, anche se nel primo periodo ho accusato il cosiddetto “blocco dello scrittore” legato probabilmente a quella privazione della libertà cui mi sono sentito sottoposto».

 

Ha scritto per l’Unità, direttore di Paese sera, dei notiziari di Radiouno, direttore della stessa Radiouno. La differenza fra radio, tv, carta stampata. Avesse dovuto fare una scelta?

«E’, in qualche modo, il gioco della torre al quale non vorrei espormi, proprio perché sono state tutte esperienze importanti; ho iniziato con la carta stampata, dalla quale non pensavo di staccarmi; poi sono passato alla tv ed è stato amore a prima vista: stare davanti a una telecamera mi è sembrata una cosa naturale, come appropriarmi subito del linguaggio televisivo senza che lo avessi studiato; la radio è stata un’esperienza tardiva, ma meravigliosa, perché l’effetto evocativo della voce ha il suo fascino: il pubblico ti riconosce dalla voce, ha questa capacità mnemonica che resta anche quando le notizie si dimenticano; stampa, tv e radio sono sostanzialmente tre modi di comunicare straordinari».

 

Fosse costretto a scegliere, non ci sentono.

«Fossi costretto, beh, la televisione: ha una capacità, una totalità di registri che le altre non possono offrire; gli occhi, la voce, dunque il tono e l’accumulo di informazioni che derivano dalla conoscenza, è una ricchezza, una panoplia così ampia e così vasta da essere, forse, imbattibile rispetto alla carta stampata e alla radio».

 

Provo a porle la domanda in altro modo. Cosa l’affascina della scrittura, i tempi brevi o quelli mediamente più lunghi, considerando che i suoi servizi dovevano restare nel perimetro dei tre minuti.

«…Anche meno, purtroppo. Mi rendo conto, a volte, di aver suscitato un certo odio, rabbia nei miei giornalisti ai tempi dei notiziari radiofonici da me diretti: costringevo i miei collaboratori a servizi da un minuto, un minuto e dieci secondi al massimo; esagero, anche la Divina commedia si può sintetizzare in un minuto, ma perdiamo il meglio, le straordinarie sfumature del Sommo poeta; la sintesi è una delle esigenze fondamentali della comunicazione, e non solo perché la famosa soglia di attenzione viene meno dopo venti secondi: la rapidità nella comunicazione audio-video è essenziale per il linguaggio, la grammatica del mezzo. Nella scrittura, invece, rivendico sempre la possibilità del tempo medio-lungo con il compito di riflettere un po’ di più prima di mettere una parola su carta».

 

Fosse stato direttore, avrebbe ritenuto superflua, per amore di sintesi, la domanda sul suo Salento.

«Qui, invece, la sintesi gliela faccio in due parole: amo il Salento. La mia vita, il mio lavoro, la mia passione e la mia curiosità mi hanno portato inesorabilmente lontano dal posto in cui sono nato, però quando è possibile torno volentieri; e non è detto che negli anni che mi restano – il mio amico Walter Veltroni quando parla di età dice che “lo striscione del traguardo è più vicino” – possa trascorrere più tempo nel luogo in cui sono nato e cresciuto».

 

Estate 2021, si viaggia!

Otto italiani su dieci, nonostante la pandemia, si sta organizzando

Scelgono mare, masserie, break dedicati al benessere. Hanno messo in conto mascherina e gel igienizzante. A seguire, vacanze dedicate allo sport all’aria aperta e ai viaggi in città d’arte. Tra uomini e donne, più spaventati dal contagio i maschi. Ma dopo un anno condizionato dal covid, la gente vuole tornare a vivere. Con le dovute precauzioni…

 

Secondo alcune stime, otto italiani su dieci già da tempo stanno pensando o programmando un viaggio per la prossima estate. Mete prudenti, sia chiaro, ma la gente non vede l’ora di potere debellare del tutto l’incubo della pandemia e tornare a respirare l’aria della libertà. Dopo un anno di lavoro, on line o comunque svolto con le protezioni necessarie fra mascherine, gel igienizzante e zone rosse, arancione e gialle, la gente non ne può più. E non sono solo gli italiani a pensare alla “fase liberatoria”. Le agenzie turistiche cominciano ad avvertire timidi, ma significativi segni di ripresa.

Primo sondaggio su quali saranno le vacanze degli italiani. Il 48% dei nostri connazionali ha già iniziato a pianificare una vacanza verso una meta a corto raggio (21%) o su tratte più impegnative con una permanenza sotto i quattordici giorni (19%), e se il 32% non l’ha ancora fatto, in ogni caso ci sta già pensando. Il compagno di viaggio preferito? La sicurezza, nel viaggiare e nel prenotare.

La sicurezza gioca comunque un ruolo fondamentale nel decidere di fare le valigie. Tanto che, purché armati di articoli inseparabili come mascherina e gel igienizzante, si diceva, il 47% dei nostri connazionali si sente tranquillo all’idea di viaggiare e il 17% non è preoccupato a patto che vengano rispettate le misure di sicurezza.

 

ALBERGHI E MASSERIE…

Indagando, invece, il momento in cui i viaggiatori italiani si sentono più al sicuro, il 34% sceglie hotel, masserie e appartamenti grazie alle misure adottate dalle strutture, mentre il 23% sceglie l’aereo e il 18% l’aeroporto. Il Covid19 ha reso gli italiani più attenti al risparmio: sono quelli che, tra i viaggiatori dei Paesi sottoposti a sondaggio, più di tutti (28%) prenoteranno con largo anticipo per usufruire delle scontistiche, staccando di qualche punto percentuale Francia (24%) e Portogallo (23%). Per quanto riguarda le destinazioni, nei programmi per le prossime vacanze dei nostri connazionali la fanno da padrona le località di mare e masserie, break dedicati al benessere su vacanze dedicate a fare sport all’aria aperta e viaggi in città d’arte.

Questa tendenza si replica anche a livello internazionale, dove gli abitanti del Bel Paese, seguiti da Portogallo e Germania, con gli spagnoli ad essere meno interessati agli assolati litorali. Inoltre, i nostri connazionali già lo scorso anno hanno dato segnali di affezione al suolo natio e non hanno tradito  il  Bel Paese . Infatti più di uno su due (57%) ha scelto  di passare le ferie in Italia, tendenza seguita poi da Portogallo (56%) e Spagna (54%).

Tra uomini e donne, in Italia sono più spaventati dal contagio i maschi: il 40% si sentirebbe più tranquillo a viaggiare una volta vaccinati, rispetto al 36% delle donne. Queste ultime, invece, più coraggiose, prenotano ma sono più attente della loro controparte alla possibilità di farsi rimborsare i biglietti (71% vs 67% uomini).

 

FIDARSI E’ BENE…

Se diamo invece uno sguardo ai comportamenti per fascia d’età, più aumentano gli anni, più si diventa “leggeri”. Tra coloro che hanno più di 55 anni ci sono, infatti, più viaggiatori che affermano di non aver bisogno di particolari garanzie per tornare a viaggiare anche all’estero (8% rispetto ai più prudenti ventenni, 2%). Sempre gli over 55 sono anche quelli più rilassati, dato che hanno deciso di non cambiare i loro piani per le vacanze (21%) nonostante il Covid, più delle altre fasce d’età. Se si parla, invece, di attenzione all’igiene e ad altri aspetti sanitari nella scelta delle destinazioni, tra i 45 e i 55 anni c’è la percentuale più alta di chi non vuole più dare importanza a questi aspetti quando la pandemia sarà finita (8%).

I sudditi di Elisabetta II sono quelli che hanno più paura di contrarre il virus (41%), mentre quelli di Felipe e Letizia hanno più fiducia degli altri nelle regole anti-Covid e sono disposti a viaggiare se protetti (52%); i portoghesi, invece, sono tranquilli con distanziamento e maschere (26%). A proposito di sicurezza, poi, i viaggiatori del Regno Unito sono quelli che si sentono più al sicuro in aeroporto (26%), mentre gli americani in aereo (32%). Se diamo uno sguardo alle destinazioni per i viaggi, gli spagnoli sono quelli che faranno più attenzione ad evitare i luoghi affollati (48%), i tedeschi andranno soprattutto in Paesi che conoscono bene (43%) e i portoghesi sono quelli che più baseranno la scelta di destinazione e struttura sull’attenzione alle norme sanitarie (40%).

Progetti per il 2021, dunque? I tedeschi sono quelli che nel maggior numero dei casi stanno già pianificando dallo scorso anno un viaggio, dimostrandosi i più pronti sia sul breve raggio (28%) che su viaggi di più di quattordici giorni e, a lungo raggio (16%), al contrario, per ora, la maggior parte degli svedesi non si sente ancora di prenotare (38%).

«Un solo tetto: il cielo»

Fatimah, musulmana, volontaria, sogna un futuro da legale

«Siamo tutti uguali, nel cassetto ho la voglia di fare rispettare i diritti. Chiunque esso sia, italiano o straniero. Ho prestato soccorso ai profughi, lavorato nei campi e studio da avvocato. Viaggio fra Puglia, Calabria e Sicilia, ovunque ci sia da aiutare il prossimo. Amo questo Paese, sono felice che anche al Nord ora pensino che ospitare gli extracomunitari sia una buona cosa…»

 

Fatima, in Italia e nel mondo cattolico è un nome evocato per indicare e pregare “Nostra Signora” e la località in Portogallo dove sarebbe apparsa più di un secolo fa. Fatimah, acca finale è, invece, un nome arabo, tipicamente islamico, che significa, fra le altre cose, “colei che svezza i bambini”.

E’, però, anche il nome della protagonista della nostra storia. Fatimah, fede musulmana, da tempo residente in Puglia, è impegnata con un’associazione di volontariato. Questa sua attività la conduce spesso a ricordare esperienze fatte in soccorso al prossimo, a cominciare dai profughi, quella gente che fugge dal proprio Paese in guerra.

«Viaggi lunghi e brevi, i miei – racconta Fatimah, collo e capo avvolti da una kefiah – quando il mio impegno nei campi e nello studio, mi permettono di allontanarmi per un po’ di giorni da casa». Vive a Massafra, pochi chilometri da Taranto. Quando può, lavora nei campi. Ce l’ha presentata Samuel, nigeriano, suo collega, anche lui residente nel comune della Terra delle gravine. Lei, proveniente dal Benin, oggi di Samuel è in qualche modo concittadina. «Mi muovo all’interno della Puglia, spesso mi reco in Calabria e in Sicilia, dove ho tanti amici: ovunque chiedano la mia presenza – parlo ovviamente di attività lavorativa e volontariato – lì ci sono io: se mi spaventa muovermi così spesso? Basta farci il callo, cominciare a pensare che il nostro tetto non è casa nostra ma l’intero cielo, e i nostri fratelli non sono i nostri vicini di stanza, ma quanti hanno bisogno di noi, da chi sta bene e chiede solo un sorriso, a chi sta male e invoca cure».

 

AMICI OVUNQUE…

Non le dispiace doversi spostare da una città all’altra, salutare gli amici e andare a trovarne degli altri. «E se non conosco ancora quanti incontrerò – puntualizza – vuol dire che sono in procinto di allargare la cerchia di amicizie; tutti, me compresa, abbiamo bisogno di un sorriso, una mano tesa, qualcuno che si prenda cura di noi nel caso ne avessimo bisogno; c’è stato un tempo in cui mi sono divisa fra una città e l’altra, in seguito agli sbarchi di extracomunitari: era richiesta la presenza di mediatori, ma anche di chi conoscesse francese, inglese e, naturalmente arabo, e io ero fra gli interpreti».

Dicono di nuovi arrivi. «Arrivano in Italia e altri ancora arriveranno – racconta Fatimah – i motivi che spingono i nostri fratelli a scegliersi un altro angolo di cielo, sono sempre i soliti: fame, politica, guerra; in una sola parola: disperazione; molti extracomunitari, però, proseguono il loro viaggio, non si fermano al Sud; dopo aver fatto un documento d’identità valido per viaggiare in Europa, scelgono altre destinazioni».

Parla di un aspetto, Fatimah, in qualche modo politico. Lo fa con la discrezione di chi non vuole essere fraintesa. Misura le parole. «Ricordo che alcune città del Nord – spiega il suo punto di vista – agli inizi degli sbarchi non volevano sentir parlare di extracomunitari; sindaci e cittadini si trovavano di punto in bianco d’accordo sul respingere gli “invasori”, che altro non cercavano se non un po’ di serenità, dopo aver visto morire parenti e rischiato di fare la stessa fine: meglio così, però, mi dico; spero solo che quanti sbarcano da queste parti, Sicilia, Calabria o Puglia che sia, abbiano anche altrove la stessa accoglienza che gli italiani hanno saputo dare qui, in Meridione».

 

FRA GIORNI INCREDIBILI…

La sua esperienza. «Giorni incredibili, ho incontrato uomini, donne e bambini, spesso questi ultimi senza genitori – mandati avanti per poi essere raggiunti dai propri cari, da non crederci… – e, dicevo, profughi. Ogni volta che incontro questa gente, “la mia gente”, la speranza è sempre la stessa: scacciare quella tristezza, quella disperazione che hanno sul loro volto per provare a sostituire queste espressioni con un bel sorriso aprendo il cuore a un futuro migliore. Nei miei viaggi verso destinazioni diverse, la missione è una sola: portare abbracci, sorrisi, una parola di incoraggiamento, dicendo loro che il peggio è passato e, volesse il Cielo, prima o poi riabbracceranno il resto della famiglia o quel che resta, purtroppo, del loro passato».

Una o mille esperienze, hanno in comune la disperazione, spiega Fatimah. «Fadi, ragazzo siriano, meno di trent’anni, una moglie e un figlio, mi ha spiegato il freddo e il disagio, un viaggio infinito e straziante; le notti trascorse al freddo, in una tenda, abbracciato con moglie e figlio per darsi calore e coraggio nello stesso tempo».

…E VOGLIA DI ALTRUISMO

Ha un sogno Fatimah. «I miei amici italiani lo sanno – sorride la ragazza beninese – ne ho uno in un cassetto grande grande, tanto che non so se ci entra tutto, provo ad aprirlo: voglio diventare avvocato, con l’obiettivo di difendere i più deboli, quanti hanno bisogno di conforto e di un minimo di assistenza legale, per fare rispettare i diritti umani: non parlo solo dei miei fratelli africani, ma anche di quanti in questo stesso Paese, italiani, sono spesso ignorati nonostante i loro problemi».

Tira fuori la sua esperienza e il suo spirito di osservazione, Fatimah. «Ne dico una, ma non voglio essere fraintesa – dice – provo a misurare le parole: spesso mi trovo ad assistere a gente che fa la voce grossa per farsi rispettare e chi, magari, avrebbe più bisogno, perché vive con la famiglia in uno stato di grave sofferenza, ma viene puntualmente trascurato; ecco, voglio che tutti, civilmente, avanzino le loro richieste e abbiano tutti un trattamento onorevole».

Onorevole, aggettivo buttato lì. Anche se poi il riferimento potrebbe essere a un sostantivo, considerando il ruolo di parlamentare. «Non parlo di politica – conclude Fatimah – non mi scaglio contro nessuno, non mi schiero da questa o quella parte: mi sono imposta il ruolo di spettatrice nelle vicende politiche che interessano un Paese, l’Italia, che io amo, tanto da sentirmi italiana a tutti gli effetti; mi piacerebbe, però, che il sentimento di uguaglianza fosse non solo teoria, ma sostanza; io, il mio modesto contributo in termini di soccorso lo metto spesso in pratica, lavoro e, quando posso, mi rendo utile al prossimo, chiunque esso sia».

«Taranto, ciak si gira!»

“Pluto”, da oggi le riprese del “corto” diretto dal tarantino Ivan Saudelli

Gianmarco Tognazzi fra i protagonisti. Prodotto da Clickom srl e Programma Sviluppo, vincitore del bando “Apulia Film Fund”. «Felici che finalmente il grande lavoro di preparazione fatto in questi mesi stia per confluire sul set, soddisfatto che possa prendere vita a Taranto, la mia città», dice il regista. 

Sono iniziate questa mattina le riprese del cortometraggio “Pluto”, scritto e diretto dal regista tarantino Ivan Saudelli, un’opera che vede, fra gli altri, la partecipazione di Gian Marco Tognazzi, protagonista, fra gli altri, di “Ultrà”, “Una storia semplice”, “Romanzo criminale”, “Le ultime 56 ore” e “Il Ministro”.

“Pluto”, prodotto da Clickom srl e Programma Sviluppo, è risultato vincitore del bando “Apulia Film Fund” promosso nel 2020 dalla Fondazione Apulia Film Commission. “Pluto” è la storia di Igor, quarantenne disoccupato che cerca di sopravvivere soprattutto alla vigilia della nascita di una figlia, nata dalla relazione con Giulia conclusasi qualche mese prima. Un giorno viene convocato da una importante multinazionale (“Pluto Corporation”) che attraverso il suo vertice, Viktor, interpretato appunto da Tognazzi, lo mette davanti alla più grossa decisione della sua vita, un bivio senza ritorno.

Taranto vecchia 2 - 1

PLUTO, IL CANE DI BORIS…

Con lui ci sarà anche Pluto, il cane di Boris, il defunto figlio di Viktor. Ma perché proprio Igor? Cosa rappresenta il cane Pluto e cosa lo porta ad affrontare questa terribile situazione con apparente passività? Una serie di punti interrogativi che si accavallano e si sviscerano in una storia di sacrifici estremi ai limiti dell’assurdo, portando lo spettatore a ricostruire gli eventi scavando nel passato dei protagonisti.

Da lunedì 8 febbraio, dunque, una nuova troupe cinematografica è al lavoro in città e in provincia. Una squadra di professionisti, composta anche da eccellenze pugliesi: dal regista, Ivan Saudelli, allo scenografo, il martinese Vito Zito, fino alla truccatrice Giorgia Melillo. «Siamo felici – dice Saudelli – che finalmente il grande lavoro di preparazione fatto in questi mesi stia per confluire sul set, ancora più soddisfatto che Pluto possa prendere vita a Taranto, la mia città» .

Dopo la laurea a Roma, Saudelli è tornato a casa, nel capoluogo ionico, dove ha iniziato a lavorare ad una trilogia antologica che a distanza di anni sta per raggiungere il suo completamento. «Tutto – prosegue Saudelli – è cominciato nel 2010 con “Overture”, un lavoro distopico sull’industria e quindi sulla realtà strettamente tarantina; il secondo passo è stato “Icaro”, nel 2013, e ora , grazie a Clickom e Programma Sviluppo, ci apprestiamo finalmente a realizzare l’ultimo capitolo in un territorio che offre bellezze capaci di diventare valore aggiunto nella nostra storia» .

 

BIBLIOTECA, PAOLO VI, IL SET

Sono diverse, infatti, le location individuate da Saudelli per ambientare questo racconto che ha il sapore allo stesso tempo territoriale e futuristico. Dalla biblioteca «Acclavio» alla Circummarpiccolo, fino all’Incubatore ASI al quartiere Paolo VI. Alcune scene saranno infine girate nello stabilimento “Leonardo” di Grottaglie: negli ultimi mesi, infatti, sono stati intensi e frequenti gli incontri e i sopralluoghi durante i quali sono state individuate alcune aree dello stabilimento in grado di rappresentare in modo efficace il futuro, lo spazio e l’eccellenza ingegneristica della “Pluto Corporation”, la multinazionale rappresentata nel cortometraggio.

Tarantina, infine, è anche Clickom, la casa di produzione cinematografica che dopo l’esperienza di “Dorothy non deve morire” di Andrea Simonetti, con l’attrice Milena Vukotic, e prodotto da “10D Film”, continua a portare avanti la scelta di sostenere le eccellenze pugliesi. «Crediamo fortemente – ha spiegato Celeste Casaula, amministratrice Clickom – che il cinema e la cultura siano una delle strade da percorrere, in particolare a Taranto, per cambiare strada; crediamo nella rete tra soggetti sani e volenterosi e anche per questo abbiamo avviato un rapporto con il nuovo Spazioporto di Taranto: il futuro passa attraverso la valorizzazione delle eccellenze professionali, naturalistiche e umane del nostro territorio».

Draghi, il Sud e…Taranto

L’Italia cresce solo con il Meridione

Il nuovo presidente del Consiglio, ebbe a dire che il nostro Paese è una sola cosa. Non devono esserci discriminazioni, né sussidi, ma investimenti seri. Fra parole e fatti, attendiamo fiduciosi le contromisure alla crisi. Del resto, il “prof” risolse a livello europeo una delle crisi economiche più preoccupanti dell’ultimo secolo, quella legata all’euro. Opinioni e punti di vista, compreso il nostro, dalla “Gazzetta” al “Corriere”.

L’Italia cresce solo se cresce il Sud. Lo disse il neopresidente del Consiglio, Mario Draghi, da governatore della Banca d’Italia. Se Draghi è una buona notizia per il Sud, lo dirà quel tempo il più delle volte galantuomo, anche perché in passato il Sud è rimasto deluso da quelle che venivano sbandierate come buone notizie.

Ma ci consola, detto da uno – qualcuno potrebbe averlo dimenticato – che ha salvato l’euro e l’Europa dalla più grave crisi economica degli ultimi cento anni. Draghi, ci ricordava nei giorni scorsi la Gazzetta nei giorni scorsi, è l’uomo dell’acquisto in massa da parte della “sua” Banca centrale europea del debito delle nazioni più in difficoltà, Italia in testa. E’ lo stesso di quella Europa che col “Recovery Fund” coglie l’occasione per eliminare le diseguaglianze che ne minacciano la stabilità. E non c’è maggiore diseguaglianza nell’Unione di quella fra Nord e Sud d’Italia. Fatta la somma, si dovrebbe avere la risposta alla domanda.

Non era amico del Sud e non lo è Renzi – scrive sulla Gazzetta Lino Patruno – tenace fino al lucido disegno di far cadere il governo, vedi caso quello a più intensa presenza meridionale della storia. Tanto da far sospettare che si muovesse spinto da oscuri mandanti. Governo peraltro abbastanza sbiadito verso le attese europee per il Sud, tranne che non cambiasse dopo. Dopo, quando il famoso Piano di ripresa e resistenza non sarebbe stato finalmente presentato a Bruxelles. E che secondo l’indicazione della Von der Leyen e compagni, deve destinare al Sud una percentuale vicina al 70 per cento dei 209 miliardi concessi.

 

REDDITO E DISOCCUPAZIONE

E proprio perché quando parla di divario di reddito e di disoccupazione inammissibili, l’Europa gli dà nome e cognome di Sud. Che Draghi, col presidente Mattarella – prosegue la Gazzetta – sia l’italiano più stimato in Europa è più chiaro di una primavera mediterranea. Stimato benché sia stato accompagnato dalla periodica opposizione da parte dei cosiddetti Paesi frugali, quelli nella cui lingua debito si traduce peccato. E una opposizione di quel mondo delle banche paradossalmente considerato un suo difetto di origine, lui proveniente dalla famosa e non incontaminata finanza internazionale. Ma che poi (con la Merkel) nessuno abbia fatto quanto lui per l’Europa è altrettanto chiaro.

Perciò ci si aspetta che questa sua Europa ora non la tradisca col Recovery. Anche perché nessuno come lui sa che il problema dei problemi in Italia non è appunto il debito, che schizza vertiginoso come uno sciatore fra i paletti. E che, pur salendo ora il debito da virus a livelli che faranno piangere i nostri figli e nipoti, il problema vero è che da vent’anni almeno il Paese non cresce. E non cresce perché ogni politica fin qui adottata dai governi consente di crescere sia pure a stento a una sola parte del Paese.

“L’Italia cresce solo se cresce il Sud”, disse Draghi da governatore della Banca d’Italia, contrario a quei sussidi che ingannano il Sud al posto degli investimenti. E pochi come lui si sono mostrati preoccupati per i giovani, s’immagina a cominciare da quelli che dal Sud sono costretti a partire. Perciò se ci si chiede se Draghi sia una buona notizia per il Sud, la risposta pesa sul Sud quanto su di lui. Dovrebbe sapere quanto serve e cosa serve a quell’Italia che fino a poco fa ha difeso come pochi stando a Francoforte. Serve il Sud. Si faccia una passeggiata, suggerisce infine Patruno, dove ci sono tutte le risposte ai problemi del Paese.

 

DOPO TURCO E IL CIS…

Mario Draghi nuovo presidente del Consiglio. Cosa accadrà adesso, In Italia e, in particolare, da questa parte dello Stivale. Perché, come sempre, la politica può darti e toglierti in un amen. Con rappresentanti seduti alla destra del premier, chiedere per Taranto un “risarcimento” per i danni causati dall’industria, è una cosa; starne distanti o, per ora, causa pressioni e richieste di poltrone per accontentare quei partiti che al momento non fanno capricci, è un’altra. Insomma, Taranto tornerebbe nelle retrovie. Usiamo il condizionale, in un momento in cui il “prof” sta compiendo il mandato esplorativo, incassa i “sì” di quanti fanno finta di volere andare al voto se non a certe condizioni, e pensa al governo tecnico. E, immaginiamo, voglia provare a resettare tutto, gettando, come si dice, bimbo e acqua sporca, ricominciando daccapo.

Restiamo nel condizionale. Taranto, e più in generale la Puglia, perderebbe un riferimento importante all’interno del Governo. Facciamo i nomi, per farla breve: il senatore Mario Turco, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, delegato alla Programmazione economica e investimenti e massimo riferimento del CIS. Una figura di grande importanza e al netto di quel che si possa pensare di lui: si poteva e si può essere di tutt’altra fede politica, ma è indubbio che avere qualcuno nelle stanze del potere o, comunque, nelle quali si decide, sarebbe stato, ancora oggi, positivo. Specie stando a qualche piccolo beneficio comincia ad arrivare dalle nostre parti, la riflessione a caldo del collega Marcello Di Noi, al mandato esplorativo assegnato al neopresidente del Consiglio, Marcello Draghi, dal presidente Sergio Mattarella.

Il prof. Draghi, curriculum di respiro internazionale, è stato chiamato a navigare nella tempesta delle emergenze evidenziate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: economica, sanitaria e sociale. Capo dello Stato che, dopo il breve incarico esplorativo a Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati, non s’è lasciato attirare dalle sirene delle elezioni anticipate: era scontato, perché in questo momento le urne avrebbero acuito – secondo il ragionamento di Mattarella – la crisi che avvolge il nostro Paese.

Ora, non entriamo nelle dinamiche della politica italiana, l’opinione di Di Noi, rischieremmo di cadere nella trappola di reazioni esagitate. Dinamiche, questo lo urliamo, che mascherano il teatrino perpetuo del fallimento sistematico della politica. Perchè, diciamola tutta, i conflitti caratterizzano il modo di fare tutto nostro di governare il bene comune. L’incertezza è nel dna della nostra politica. Il che ci rende deboli da sempre agli occhi del mondo. E nella pancia del nostro vivere quotidiano.

 

SPETTATORI, PER ORA

Non parteggiamo per Draghi, così come per i suoi predecessori ed eventuali successori. Semmai, confidiamo in una visione – finalmente – che guardi al popolo, al cittadino comune, ai bisogni della gente. Oggi più che mai. Se Draghi sarà più bravo degli altri, conclude il giornalista del Corriere di Taranto, chapeau. Però, ci permettete qualche dubbio? Tanto un po’ tutti gli attori protagonisti difendono l’orticello. E allora, vorremmo farlo anche qui. Che c’azzecca con la nostra terra, con quel che raccontiamo – o tentiamo di fare – quotidianamente? Beh, innanzitutto

E adesso c’è da chiedersi quanti ritardi ancora dovrà accumulare questo territorio fintanto che per esempio il CIS sarà nuovamente operativo. Diciamo cavolate? No, perché nonostante la crisi del Governo in questi mesi, il CIS ha proseguito nel suo percorso – sì, con tanti ostacoli – e quindi affrontato le questioni sul tavolo. É facile ora immaginare che il nuovo Governo – soprattutto chi prenderà il posto di Turco – vorrà dapprima capire come continuare e con quale visione: insomma, altro tempo e intanto le Istituzioni territoriali dovranno necessariamente capire che fare, salvi i progetti deliberati e quindi già operativi.

Per non parlare dell’intricata vicenda Ilva, apparentemente risolta con l’accordo da poco firmato da ArcelorMittal e Governo: pensiamo davvero che tutto sia risolto tanto in termini economici-occupazionali quanto in quelli ambientali? E con quale atteggiamento il prof. Draghi affronterà gli eventuali e probabilissimi conflitti?

Insomma, senza portarla troppo per le lunghe, da qui alla scadenza naturale della legislatura (marzo 2023) le perplessità sul mutar delle cose verso i due mari ci sono. Non già per pregiudizi ma soltanto perché anche oggettivamente i dossier sul tavolo vanno letti e studiati. Ne avranno il tempo? Vedremo.

«Il paradiso può attendere»

Habib, pakistano, ventotto anni

«Papà era medico, un giorno fu sequestrato da un gruppo di talebani: voleva che i piccoli studiassero e non si facessero saltare per aria. Faccio il mediatore, ma sogno una laurea in Medicina. Mio fratello è in Italia, ma l’ho visto una volta sola, con mamma mi sento spesso, ma ci raccontiamo piccole bugie a fin di bene…»

 

«Vengo dal Pakistan, mi dicono che in qualche modo la fuga dal mio Paese me la sono cercata: evidentemente non ho saputo farmi i fatti miei, che poi era combattere l’ingiustizia e difendere la libertà di pensiero, mia e dei miei connazionali…». Non è semplice la storia di Habib, pakistano di ventinove anni, da otto in Italia. Ha una moschea e un imam di riferimento. La sua religione è l’Islam, ma anche questa non volendo gli ha provocato qualche problema. «Non dal mio imam, né tantomeno dai miei fratelli con cui pregavo, mi è stato dato dell’infedele: l’accusa è scaturita da un gruppo di talebani, quanti seguono fanno dell’annientamento religioso altrui il loro credo e non ammettono repliche».

E’ stato perseguitato Habib. «Ovunque andassi mi facevano terra bruciata intorno, e non solo terra, questi hanno dato fuoco anche ad un circolo dove incontravo ragazzi, si parlava del più e del meno e ci si scambiava punti di vista, non solo religiosi: anzi, la religione era l’ultima cosa, nel senso che pregavamo quando c’era da pregare e il resto del tempo parlavamo di studi, dell’importanza di imparare una, due lingue che ci sarebbero tornate utili per conoscere meglio gli altri e, perché no, se un giorno avessimo avuto occasione di crearci un futuro, nel nostro Paese oppure all’estero, considerando che avevamo messo in preventivo che poteva accadere di essere perseguitati solo a causa di un punto di vista diverso…».

 

ONESTAMENTE, HABIB…

E’ onesto Habib. «Ammetto di avere sbagliato – confessa – di aver sfidato i mulini al vento, come scriveva Cervantes nel suo Don Chisciotte: contro una moltitudine guidata da un religioso squilibrato, non puoi farcela, basta che questo urli “Dagli all’infedele!”, tutti ti si rivoltano contro: e una volta questo è accaduto davvero, sono stato picchiato; tornato a casa, gente letteralmente invasata ha dato fuoco a quel piccolo appartamento che condividevo con mio fratello, anche lui picchiato e messo in fuga: la mia vita da quel giorno è letteralmente cambiata».

Voleva studiare Habib, che cita Cervantes, Shakespeare, Dante, Neruda ed altri autori occidentali. «Studiare, aprire la propria mente – spiega – aiuta a capire altre civiltà, a relazionarsi con gli altri, a comprendere se tutto quello che hai fatto fino a quel momento è giusto o sbagliato: capisci che la verità può stare a metà strada, tutto sta nell’avere il coraggio di riflettere, parlare alla propria coscienza e cercare di ragionare come ho provato a fare io in questi anni…».

Orfano di padre, Habib aveva deciso di fare lo stesso percorso di papà Dalir, medico stimato. «Brutta storia la sua – ricorda il ventinovenne pakistano – un po’ come la mia, solo che la sua è finita nel dramma più completo e io, ad oggi, ho scritto in coda alla mia di storia un lieto fine; i talebani lo minacciarono prima a parole – volevano che si mettesse al loro servizio, che lavorasse solo per loro e non per quanti ritenessero “infedeli” – poi con i fatti: lo picchiarono selvaggiamente, fino a quando un giorno papà non tornò più a casa; cosa possa essergli accaduto posso solo pensarlo, non ci hanno restituito il suo corpo; io ero troppo piccolo per ricordarmi questa storia per filo e per segno, ma me lo raccontò un giorno mia madre quando trovai una pila di libri di papà alta così; cominciai a leggerne uno, poi un altro e un altro ancora; non era semplice capirne il contenuto, specie per me che ero un ragazzino: mi sembrava di recuperare quel rapporto con mio padre leggendo i suoi libri: Tolstoi, Proust, Borges, Pessoa… Mi si aprì un mondo intero, tanto che anche io volevo fare il medico, ma poi capii che era meglio sorvolare e provare a volare basso, non erano tempi maturi per alzare la testa».

 

PERSEGUITATO, LA FUGA

Poi, il momento giusto, lo decidono gli altri. «Fuggo, perseguitato, viaggio nella pancia di uno, due, tre tir per arrivare finalmente in un Paese straniero: arrivo in Italia, mi riconoscono lo status di rifugiato, perfeziono il mio italiano, l’inglese e il francese; oggi non solo scrivo arabo, ma anche in tutte le lingue che conosco: faccio il mediatore linguistico-culturale in una città del Nord, in Puglia torno spesso per incontrare i miei vecchi amici conosciuti nel campo profughi; qui ho lavorato grazie all’interessamento di due avvocati che si interessavano di migranti, poi l’occasione di lavorare, mettere a frutto quello che avevo imparato con l’idea fissa di continuare a studiare: voglio diventare un medico, ci sono miei connazionali, fratelli arabi, che hanno bisogno di cure e di essere seguiti».

Fratello, Ismail, e mamma, Jala. «Mamma la sento spesso – conclude – dopo la tragica scomparsa di papà, ha cresciuto me e mio fratello, ci ha dato quell’istruzione necessaria per poi costruirci la nostra strada: il distacco da lei è quello che si dice un brutto momento; le telefonate non si contano, qualche volta per alleggerire il distacco, la nostalgia, il desiderio di un abbraccio; ci raccontiamo qualche piccola bugia a fin di bene; con lo stesso Ismail, anche lui da otto anni in Italia, ci sentiamo spesso, ci promettiamo di vederci, ma ci siamo visti una volta sola».

Ma per mamma e fratello Habib ha un posto caldo nel cuore. Lo stesso posto occupato da papà Dalir, che gli ha lasciato in eredità un sogno, fare il medico, e un insegnamento, essere utile al prossimo. «Ho trovato dei suoi scritti, aveva bene in mente cosa intendesse per libertà: consigliava ai più deboli di non uccidere perché i Paesi stranieri ne traessero vantaggio e, soprattutto, di mandare i propri figli a scuola, a studiare invece di farsi saltare con una carica di dinamite per andare in paradiso…».

«Taranto e Bari, capitali!»

Piano culturale per i due capoluoghi pugliesi

Nella biblioteca “Pietro Acclavio” l’ufficializzazione di un programma condiviso per il 2022. All’incontro hanno partecipato il presidente della Regione, Michele Emiliano, l’assessore regionale Massimo Bray, i sindaci Rinaldo Melucci e Antonio Decaro. «Fra i sogni, la Biennale del Mediterraneo e la Fiera del libro; facciamo sul serio, quando diciamo una cosa, poi la facciamo»

 

Il prossimo sarà l’anno della cultura del “Sistema Puglia”. È l’impegno assunto dalla Regione Puglia e dai Comuni di Taranto e Bari, che martedì 2 febbraio nella biblioteca civica “Pietro Acclavio” di Taranto, hanno sancito il patto siglato alcune settimane fa in vista del riconoscimento del titolo di Capitale italiana della Cultura 2022, non concretizzatosi nel passaggio finale (Capitale della Cultura è stata eletta Procida)

Nonostante l’esito della competizione, le due amministrazioni pugliesi e l’ente regionale, insieme, hanno deciso di realizzare ugualmente diversi degli eventi previsti dai dossier di candidatura dei comuni di Taranto e Bari.

In seguito al protocollo sottoscritto dai sindaci Rinaldo Melucci e Antonio Decaro, e dall’assessore regionale alla Cultura, Massimo Bray, infatti, l’ipotesi di unire gli sforzi per raccontare bellezze e tradizioni della terra pugliese attraverso la stesura di un calendario comune di iniziative per il 2022, si è concretizzato alla presenza del governatore Michele Emiliano, che ha confermato la disponibilità della Regione Puglia a sostenere le manifestazioni in programma.

Il lavoro da svolgere, ora, sarà quello di individuare gli eventi da realizzare, stilando un unico calendario, organico ai contenuti dei dossier delle due città e capace di valorizzare il lavoro svolto per il rafforzamento dell’offerta turistico-culturale complessiva del sistema regionale. Si entra, dunque, nel vivo del lavoro, con la costituzione di un tavolo interistituzionale sulla cultura che, grazie alla competenza e all’esperienza dell’assessore Bray, consentirà di individuare le progettualità sulle quali investire, partendo dai progetti culturali più ambiziosi, tra i quali la “Biennale del Mediterraneo” per Taranto e la “Fiera del libro” per Bari.ORI - 1«GIORNATA STORICA!»

«È una giornata molto importante – ha dichiarato in proposito il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano – Bari e Taranto sono alleate per utilizzare gli investimenti in cultura come motore della crescita dell’intera comunità e dell’economia. Ci ritroviamo in una biblioteca interamente ristrutturata con i fondi della Regione Puglia, con la spinta dell’assessore Bray, instancabile nel tessere questa alleanza tra le due città, qualcosa che per me rappresenta una grande soddisfazione. Spero che questa alleanza sia sempre viva e ricca di soddisfazioni: è bellissimo che i due sindaci abbiamo deciso, assieme all’assessore Bray, di presentare il progetto della Biennale del Mediterraneo a Taranto, molto ardito. Nel briefing finale, prima di questa conferenza stampa, io e l’assessore Bray ci siamo detti che “la facciamo sul serio”. Perché è fondamentale per me, da sempre, dire una cosa e poi farla. E poi c’è l’altro grande progetto, un sogno di una vita, quello del Salone del libro a Bari. Speriamo davvero di riuscire a costruire il percorso giusto affinché anche al Sud ci sia una manifestazione legata alla lettura, alla scrittura e alla vendita dei libri, che per noi rimangono il motore fondamentale per la crescita delle persone».

L’ambizione di Taranto a divenire Capitale Italiana della Cultura 2022 non è stata nascosta dal sindaco Melucci che, ringraziando chiunque si sia speso per la candidatura, a partire dagli amici della Grecìa Salentina, con i quali è stata condivisa questa avventura, ha spiegato come, al netto del risultato, questo percorso abbia prodotto risultati eccezionali.

 

«TARANTO, GRANDE RIFERIMENTO»

«Taranto è un riferimento per chiunque voglia lavorare nella programmazione culturale – ha detto il primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci – è un laboratorio di partecipazione in grado di trasformare conoscenza, tradizione, e bellezza in opportunità di sviluppo economico. L’entusiasmo che si è creato intorno alla candidatura, anche il dibattito che è stato alimentato, ci dice che lavorare su questi temi riaccende una vitalità sopita per troppo tempo. Per questo motivo, con Antonio Decaro, con Massimo Bray, con il presidente Michele Emiliano, abbiamo deciso di continuare ad alimentare questo fuoco, che riscalda non solo il cuore di Taranto, ma di un’intera regione che negli ultimi 15 anni ha segnato il passo a livello nazionale come meta turistica irrinunciabile, set cinematografico ideale, terra di eccellenti narratori. L’asse con Bari, inoltre, si sviluppa anche su diversi altri settori, come l’innovazione e le infrastrutture, una partnership tra le prime due città della Puglia che fa bene all’intero sistema regionale. “La cultura cambia il clima”, allora, il claim della nostra candidatura, alla luce di queste considerazioni assume un significato ancora più chiaro: è la consapevolezza di un processo in atto da tempo, che non fermeremo, che per Taranto in particolare vuol dire coltivare un’alternativa importante alla monocultura siderurgica».

Anche Bari ha corso per il titolo di Capitale Italiana della Cultura ma, ancor prima di conoscere l’esito della competizione, intravedendo la possibilità di creare una piattaforma comune tra le due città finaliste, ha sposato l’idea di un’eventuale capitale della cultura pugliese “diffusa”. «Il tavolo che stiamo costituendo oggi – ha commentato il sindaco di Bari Antonio Decaro – serve a dare corpo e sostanza a una visione legata alla cultura nella nostra regione e ad un accordo sottoscritto qualche giorno fa, che intende sostenere il sistema culturale tra Bari e Taranto emerso nell’ambito del percorso di candidatura al titolo di Capitale della Cultura italiana 2022.Nelle ore successive alla proclamazione di Procida abbiamo ascoltato moltissime considerazioni e critiche, come è normale che sia in un tessuto sociale vivo come il nostro, su cosa avremmo dovuto inserire o, al contrario, eliminare dal dossier: tutte opinioni legittime da cui potremo sicuramente imparare. L’unica cosa che però che non ho condiviso e a cui sento di rispondere è il fatto che alcuni abbiano ritenuto un errore aver candidato sia Bari sia Taranto a questo riconoscimento. Al contrario, dal mio punto di vista questo è un fatto positivo, perché le città e i raggruppamenti di città pugliesi che hanno partecipato alla candidatura per il 2022, sette in tutto, sono la dimostrazione dell’esistenza di un grande fermento culturale che va accompagnato e sostenuto. E proprio questa scelta di candidarsi ha permesso alle due città da un lato di vivere uno straordinario momento di mobilitazione, con il coinvolgimento di operatori culturali, associazioni, stakeholder e semplici cittadini, dall’altro di delineare una vera e propria programmazione culturale integrata per il 2022.TA - 1«LAVORARE INSIEME»

«Anche grazie agli incontri, alle assemblee e al grande lavoro di pianificazione prodotto – ha proseguito Decaro – a Bari abbiamo contato oltre 300 appuntamenti di lavoro, orientando la programmazione culturale delle nostre città oltre il 2022. Per questo, a dossier ultimati, abbiamo deciso con la Regione Puglia di lavorare insieme in ogni caso – a prescindere dal verdetto ministeriale – per dare concretezza a quella visione nata dalla partecipazione e da un intenso lavoro condiviso. Il tavolo tecnico che inauguriamo oggi ci consentirà di conciliare al meglio le programmazioni di Bari con le città dell’area metropolitana e di Taranto con i Comuni della Grecìa Salentina per pianificare, con l’aiuto della Regione Puglia, un calendario condiviso di attività culturali da avviare anche prima del 2022, il più presto possibile, non appena la pandemia ci darà tregua. Lo faremo studiando a fondo i due dossier e individuando i possibili punti in comune: siamo entrambe capitali di una storia millenaria – Taranto forse ancor più di Bari – abbiamo riaperto nello stesso anno due teatri – a Bari il Piccinni, a Taranto il Fusco, disponiamo di magnifici Musei il MArTA a Taranto, tra i più importanti musei archeologici d’Europa, a Bari il Museo Archeologico della Città Metropolitana, che a breve si completerà con l’apertura degli ultimi spazi espositivi – vantiamo, sia a Taranto sia a Bari, splendide collezioni di dipinti della scuola Caravaggesca. La sfida comune sarà quella di dar vita a una programmazione congiunta capace di valorizzare al meglio il nostro patrimonio culturale legandolo alle attività in programma e provando ad offrire il nostro contributo al rilancio di settori strategici per la nostra regione, come quello turistico. Per questo, oggi, desidero ringraziare, insieme al sindaco Melucci, l’assessore Bray e il presidente Emiliano per aver dato attuazione a un impegno interistituzionale fondamentale per portare avanti i nostri progetti e per dare visibilità al sistema culturale della nostra bellissima terra».

«Presentiamo due piattaforme naturali che andranno valorizzate e che sono l’idea di una Biennale del Mediterraneo a Taranto e un progetto di fattibilità per la Fiera del Libro a Bari – ha concluso l’assessore regionale alla Cultura, Massimo Bray – Un aspetto dei progetti che vorrei sottolineare è il valore della complessità sociale: dobbiamo lavorare molto sulla formazione e sull’inclusione sociale, in tutte le forme che oggi la contemporaneità presenta. Saranno gli enti a decidere sulle risorse una volta che saranno valutati i progetti da realizzare. La cultura può essere uno straordinario volano per il Paese. Continuo a ribadirlo: la cultura ci sta mostrando che siamo tutti capaci di identificarci e quindi di essere una comunità che si sente vicina, capace di essere in rete. Per anni abbiamo avuto grosse difficoltà a fare sistema. E questa è una buona occasione per dimostrare che sappiamo fare rete, una rete virtuosa che pensa veramente ai prossimi anni. Come sarà questa regione nel 2050 è la mia grande domanda. Dobbiamo immaginare quali saranno le vocazioni dei cittadini, il modello di sviluppo ecosostenibile, le capacità di realizzare un esempio virtuoso di turismo. Su tutto questo, le due piattaforme saranno utili ad ascoltare i territori, a raccogliere idee e mettere in atto buone pratiche».

«Cose disumane…»

Francesco Guccini, il giorno della memoria, papà Ferruccio

Il cantautore ha ricordato il padre scomparso e una sofferenza da non dimenticare. «Ha visto cose disumane. La sua era un’altra generazione. A mia madre del “voi”. Provavo a scorgere in lui ogni traccia di sofferenza, ma lui era bravissimo a dissimulare, a non trasformare quella tragedia in retorica»

 

Il giorno della memoria. Bene fanno, a milioni, a indicare un giorno all’anno da dedicare dedicato alla shoah, termine con il quale gli ebrei ricordano i sei milioni di vittime dello sterminio nazista. Anche in Italia abbiamo la stessa buona abitudine, anche se sarebbe il caso di ricordarlo ogni giorno. Come ha ricordato papa Francesco, invitando la gente a riflettere, a tenere sotto controllo la malvagità dell’essere umane, perché una simile sciagura non si ripeta.

Ogni anno è caccia al ricordo mai sufficientemente esaustivo per far comprendere al genere umano la ferocia dell’olocausto. A volte i soggetti sono gli stessi, giusto celebrarli, ma giusto anche andare a raccogliere altre testimonianze. Una di queste, e bene ha fatto in questi giorni il solito Corriere della sera, sempre attento alle storie poco spremute, per ricordarci episodi, vicende, persone e personaggi che hanno vissuto quella tragedia in prima persona.

Stavolta è toccato a Francesco Guccini, grande cantautore, grande persona. Un artista che il sottoscritto e il collega Paolo D’Andria, che cura gli aspetti mediatici del sito, abbiamo sempre apprezzato. Le sue canzoni sono state sempre sostanza, non amava i ghirigori, né gli orpelli, le grandi orchestrazioni, bensì l’essenza delle sue canzoni: i testi.

Bene, Guccini, modenese, ottant’anni compiuti lo scorso giugno, una trentina di album al suo attivo, schivo lo è sempre stato. Ma stavolta, con la brava Roberta Scorranese, ha fatto uno strappo alla regola. Lui, sempre discreto, ha parlato di Ferruccio, il papà, che di storie da raccontare ne avrebbe avute. Scomparso trent’anni fa, del genitore conserva gelosamente aneddoti, episodi che ripercorrono un periodo difficile della storia, fra nazismo e fascismo.

 

«NON ADERI’ ALLA REPUBBLICA SOCIALE…»

«Credo che mio padre Ferruccio – racconta Guccini, che fra le altre ha scritto “Auschwitz”, “Dio è morto”, “L’avvelenata”, “La locomotiva” e “Von Loon”, dedicata al papà –  abbia visto cose talmente disumane da non poter essere raccontate; cercavo di scorgere in lui ogni traccia di sofferenza, ma lui era bravissimo a dissimulare, a non trasformare quella tragedia in retorica: quella di Ferruccio era un’altra generazione. Per esempio, per tutta la vita si è rivolto a sua madre dandole del “voi”».

Così Guccini nell’intervista rilasciata a Roberta Scorranese del Corriere della sera ricorda il papà, soldato catturato a Corinto dopo l’8 settembre 1943 e deportato perché si schierò contro il nazifascismo. L’uomo, scomparso oltre 30 anni fa, ha ricevuto una medaglia d’onore per non aver aderito alla Repubblica Sociale, assieme ad altri undici cittadini italiani deportati.

«I riconoscimenti ufficiali gli facevano piacere, certo – spiega il grande cantautore – ma non se ne vantava, tanto che quando lo hanno fatto Cavaliere della Repubblica, mia madre gongolava mentre lui si schermiva; quando poi è morto, mamma ha fatto incidere il titolo di Cavaliere sulla sua lapide, mi sono messo le mani nei capelli e le ho detto: “Mamma, ma guarda che ora lui si rivolta nella tomba”».

Della sua prigionia, Ferruccio non parlava. Le tracce del suo passato da soldato, dice Guccini, si sono perdute nei tanti traslochi della famiglia. «Come un piccolo quaderno della prigionia. In queste pagine, con una grafia minuta e precisa, nel campo aveva annotato delle ricette. E sa perché? Perché non voleva perdere il ricordo dei sapori, dei profumi buoni. So che con altri lui scambiava ricordi di cibo. Uno diceva: ‘Sai, una volta ho mangiato quei tortellini…’, e tutti gli altri lo incoraggiavano con “Dai, racconta, che sapore avevano?”»

 

«…COSI’ FU DEPORTATO»

Quando a Guccini la giornalista chiede cosa direbbe oggi Ferruccio, Francesco risponde secco: «Direbbe “grazie, ne sono felice, ma nei campi di prigionia non c’ero solo io, eravamo in tanti lì dentro”, assieme a lui, nel campo di lavoro in Germania, ce n’erano tremila e più». Con lui, nel campo, c’erano anche l’attore Gianrico Tedeschi e lo scrittore-sceneggiatore Giovannino Guareschi. «Sì, anche se non si sono mai incontrati con papà – racconta Guccini – che con altri lui scambiava ricordi di cibo; uno diceva: “Sai, una volta ho mangiato quei tortellini…”, e tutti gli altri lo incoraggiavano con “Dai, racconta, che sapore avevano?”».

“Van Loon”, la canzone dedicata al papà. «Hendrik Willem van Loon è stato una specie di Piero Angela olandese degli anni Trenta. Un divulgatore, uno di quelli che piacevano a papà. Perché mio padre era nato a Pavana, provincia pistoiese, figlio di un uomo durissimo che voleva metterlo a lavorare al mulino fin da ragazzo, mentre papà voleva studiare, era un giovane curioso. E per fortuna sua madre riuscì a iscriverlo almeno a una scuola professionale, indirizzo perito elettromeccanico».

Ma a Ferruccio non bastò. «Lui amava la letteratura, l’arte, le materie umanistiche. Si era comprato un’enciclopedia di grossi volumi, leggeva i compendi storici del Barbagallo. Si sforzava di parlare in italiano, aveva delle velleità che io oggi comprendo e ammiro. E persino quando partì per la guerra meritava un grado superiore che però non richiese mai: era fatto così, papà».

Ibra-Lukaku, che rissa!

RAZZISMO/Lo svedese provoca, il belga reagisce

Zlatan offende, dà dell’asino all’avversario e lo invita a tornarsene in Africa a fare i vodoo. Il belga risponde a muso duro che la mamma dello svedese non è “immacolata”. Condanna unanime del giornalismo. Luigi Garlando, già intervistato dalla nostra cooperativa: «Il bullismo del milanista è irritante, ma sbaglia anche l’interista»; Paolo Condò: «Quello del rossonero è trash-talking, un espediente sleale e vigliacco»

 

Inter-Milan, derby ad alta tensione per Zlatan Ibrahimovic  e Romelu Lukaku. Negli ultimi minuti del primo tempo della sfida di Coppa Italia, i due attaccanti si sono scontrati in occasione di un calcio di punizione per i nerazzurri: un testa a testa in cui alcune parole dello svedese hanno scatenato la reazione del belga interista, trattenuto a fatica dai compagni.

Ibra ha giocato nelle tre principali squadre italiane, Juventus, Inter e, ora, Milan, dunque non è un’accusa o una difesa di parte. Grande giocatore, ma peperino incontrollabile era in bianconero e nerazzurro, lo stesso dicasi in rossonero. Ciò detto, Ibra l’altra sera si è lasciato andare a frasi infelici rivolte all’indirizzo di Lukaku, giocatore che veste la maglia nerazzurra e che prima di allora, nonostante fosse da un anno e mezzo in Italia, non aveva mai dato segni di reazione così feroci. Le frasi, del tipo «Asino, tornatene in Africa con mamma a fare i vodoo!», con risposta eccessiva anche dell’attaccante interista, «Tua madre è una p…!» e così via. Ibra poteva risparmiarsela, Lukaku poteva evitare la replica.

Il calciatore svedese ha tentato anche una difesa blanda di quanto accaduto in campo, provocazione, grave, compresa, parlando come spesso gli accade di se stesso in terza persona. «Nel mondo di Zlatan non c’è posto per il razzismo», ha scritto lo svedese in riferimento alle accuse sul significato delle frasi da lui pronunciate e dirette all’attaccante belga.

Luigi Garlando, prima firma della Gazzetta dello sport, da “Costruiamo Insieme” intervistato nei giorni scorsi, dalle pagine del quotidiano sportivo più letto ha detto detto la sua: «Il bullismo di Ibra è irritante, ma sbaglia anche Lukaku. E non facciamo ome Conte, il tecnico nerazzurro».

 

«COSA INSEGNATE AI RAGAZZI?»

Questo il commento di Luigi Garlando sulla Gazzetta dello Sport in relazione alla rissa sfiorata tra Ibrahimovic e Lukaku. «Cos’hanno imparato i ragazzi dalla didattica a distanza del derby di Milano?», s’interroga Luigi Garlando. «Che insultare – prosegue – minacciare, rincorrere un avversario, mettersi faccia a faccia, infamare madri e mogli è punibile con un cartellino giallo, come uno sgambetto. Quindi, tutto sommato, si può fare. A poco prezzo. Cosa dovevano fare di più Ibrahimovic e Lukaku per farsi cacciare? Espellere già nel primo tempo i due eroi della sfida avrebbe guastato il derby? Un arbitro è tenuto a tutelare anche la qualità dello spettacolo? L’unico modo per tutelare la qualità dello spettacolo è garantire che siano difesi i valori di legalità, sportività e rispetto dell’avversario sui quali si fonda. E invece a San Siro sono stati trascurati anche banali principi di civiltà».

«Il giorno dopo – continua Garlando – ci saremmo aspettati una tuonata del capo degli arbitri, tipo: “Valeri ha sbagliato. Doveva cacciarli. Mai più scene tanto vergognose in campo! Tolleranza zero!”. E invece è arrivata la solita, deludente, difesa di casta. E dai giocatori, dai loro eroi, che seguono quotidianamente, cosa hanno imparato nella didattica a distanza di San Siro? Nulla di cui essere fieri e che serva a crescere bene. Tutto è partito da un fallo duro di Romagnoli, cui Lukaku ha reagito a muso duro. Qui si è inserito Ibra: “Rilassati”. Risposta di Romelu: “Perché, se no?”. Come fanno i bambini, insomma. E su queste scintille infantili hanno versato benzina adulta».

«Non c’è razzismo – sottolinea il giornalista – perché Zlatan è cresciuto nel ghetto multirazziale di Malmoe, tutta la sua vita nel calcio e fuori è stata aperta, inclusiva. Spesso si è sentito chiamare zingaro. Ma è irritante il suo bullismo sfottente, la mistica muscolare, il superomismo che riduce ogni confronto a una sfida. Zlatan ha il diritto di sentirsi Dio, ma il dovere di rispettare le leggi dei mortali. Si può essere leader in altro modo. Lukaku è stato toccato nell’affetto più caro e sensibile, la madre, di cui non ha mai dimenticato sacrifici e sofferenze. Legittimo il risentimento, ma non può mai diventare l’alibi per minacciare spari in testa, violenze alle mogli altrui e per dimenarsi alla ricerca della giustizia sommaria. Vale per entrambi: nelle regole d’ingaggio è compreso l’autocontrollo. Occhio a giustificare con leggerezza, come Conte: “Ibra ha cattiveria da vincente. Mi piace se Lukaku si arrabbia. Io ho fatto il calciatore, so che può capitare”. Complicità da caserma, dove si trattiene tutto all’interno. Meglio invece aprire le finestre e cambiare aria», conclude Garlando.

 

«ESPEDIENTE SLEALE E VIGLIACCO»

Sulla vicenda è intervenuto anche Paolo Condò, giornalista nel salotto di Sky e commentatore sulle pagine di Repubblica. «Quello di Ibra è trash-talking, un espediente sleale e vigliacco», ha scritto Condò. «Quello che Ibra ha fatto a Lukaku nel derby di coppa Italia – ha proseguito il giornalista di Sky e Repubblica – ha un nome molto preciso: si chiama trash-talking, ed è un metodo – largamente diffuso nelle competizioni di vertice, e spesso anche nella partite di calcetto fra colleghi – per innervosire l’avversario portandolo a sbagliare, a reagire, a farsi espellere. I professionisti del settore, e Ibra certamente lo è, memorizzano le informazioni che possono tornare utili, quelle che rivelano i punti deboli degli avversari: la storia dei riti voodoo è una cretinata tirata fuori dal proprietario dell’Everton per giustificare agli azionisti il fatto che Lukaku all’epoca se ne fosse andato anziché prolungare il suo contratto – spiega Condò – Romelu si adirò molto per la falsità, e di quella rabbia ovviamente è rimasta traccia in rete: chi vuole provocarlo, sa dove colpire. Oltre a questa “carineria”, Ibra gli ha tirato addosso pure la storia dell’asino (“donkey”) che a Manchester tormentava il belga in due sensi: uno riguardava i suoi limiti tecnici, l’altro era appunto un doppio senso. Ce n’era d’avanzo per farlo reagire (e infatti Lukaku è partito con insulti e minacce) fidando nel fatto che l’arbitro non conoscesse l’intera storia, e dunque notasse la reazione assai più della provocazione: che poi è l’esatto obiettivo degli “artisti” del trash-talking».