«Troppo inglese…»

Mario Draghi, rompe ogni indugio e compie uno scatto d’orgoglio italico

Durante una visita formale, compie una pausa. «Ma non staremo usando troppe parole straniere?». Pronuncia impeccabile, ma la battuta serve a fare squadra, a richiamare i connazionali ad «essere italiani», anche nelle piccole cose. Anche se incombono i social…

 Lockdown, hub, smart working, baby-sitting. «Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi…». Durante la visita all’hub vaccinale di Fiumicino, il presidente del Consiglio Mario Draghi prima di il punto sui piani per il futuro per la ripartenza del Paese tra vaccini, lockdown e aiuti alle imprese, compie una breve pausa. Non c’è di mezzo il protocollo, anche se trattasi di visita istituzionale, ma la breve interruzione è di quelle spontanee. Pochi secondi, non un romanzo, ma la riflessione del premier comincia a fare il giro del web. Di mezzo c’è anche la solita ripresa che circola su youtube. Come a dire che anche per il premier è arrivato il battesimo social.

Certo, web, Youtube, Facebook, Instagram, Tik tok e simili, ma di importazione, fanno ormai parte del nostro vissuto quotidiano, come fossero grandi marche di auto. Ci sono bolidi, fuoriserie straniere, ma la Ferrari – per restare nel paragone – è sempre la Ferrari. Le lingue che si parlano in mezza Europa non sono considerate neolatine a casaccio, allora che il premier si lasci andare a una riflessione così spontanea e, per questo, così vera, non guasta. E’ come mettere fuori l’orgoglio italiano. L’italiano lo abbiamo insegnato a tutto il mondo. Certo, non  abbiamo lavorato troppo sul nostro debole, l’essere esterofili, ma mai arrendersi. Non è un caso che parole latine come “media” e “summit”, vengano puntualmente sbolognate, dagli italiani in primis, con pronunce anglofone sottoforma di “mìdia” o “sàmmit”.

 

FACCIAMO GLI ITALIANI, PLEASE

Dunque, Draghi bene ha fatto a richiamare gli italiani “a fare gli italiani”. Il fuori programma di Fiumicino ha fatto sorridere i presenti tanto da diventare in men che non si dica virale anche sui social, facendo rimbalzare quel breve video sui profili Instagram, Facebook e Twitter, provocando migliaia di condivisioni e di commenti. Fino all’altro ieri, il presidente del Consiglio in pubblico aveva sempre mostrato il suo lato più serio. Insomma, nelle rarissime uscite pubbliche che si era concesso da quando è salito sulla poltrona più importante di Palazzo Chigi, Draghi aveva sempre assunto un profilo composto. Tanto che la sua strategia comunicativa sembra essere l’esatto opposto rispetto a quella del presidente del Consiglio che lo ha preceduto.

La visita nell’hub di Fiumicino è avvenuta nello stesso giorno in cui il Consiglio dei ministri ha firmato il nuovo Decreto legge sulle misure restrittive per l’Italia valide da lunedì 15 marzo a martedì 6 aprile, dunque Pasqua inclusa.

Mario Draghi ha affrontato la questione epidemica a tutto tondo, soffermandosi anche sul problema della scuola che, alle attuali condizioni, non può riaprire. Questo costringe gli studenti di ogni ordine e grado a studiare in didattica a distanza, un ostacolo per l’apprendimento ma anche per l’attività lavorativa dei genitori.

 

E IL PREMIER DIVENTO’ SOCIAL

Non solo orgoglio italico. Nel corso della conferenza stampa, Draghi ha affrontato temi delicati come la questione dei sussidi e dei sostegni alle imprese, ai lavoratori e ai professionisti. Il presidente del Consiglio ha assicurato che oltre alle misure di supporto economico, «per venire incontro alle esigenze delle famiglie, abbiamo deciso, già nel decreto legge, di garantire il diritto al lavoro agile per chi ha figli in didattica a distanza o in quarantena; per chi svolge attività che non consentono lo smart working, sarà riconosciuto l’accesso ai congedi parentali straordinari o al contributo baby-sitting».

Breve inciso. La pronuncia di Draghi è impeccabile, come il suo illustrare i programmi a breve scadenza del Governo. Scorre tutto liscio, fino a un breve stop per la considerazione a voce alta di cui abbiamo già scritto: «Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi… ». E fu così che il premier diventò social.

«Non faccio più notizia!»

Themba, somalo, ventidue anni, da sei in Italia

«Non sono più un fenomeno da monitorare. Io e i miei connazionali e fratelli africani ci sentiamo più liberi, ma anche un po’ trascurati dalle istituzioni. Causa covid e crisi, si parla sempre meno di noi immigrati. Arrivato a Lampedusa per inseguire un sogno, studiare e fare una vita serena»

 «Non torno più a casa, resto in Italia dove sono arrivato sei anni fa; ma prima che scoppiasse il covid avevamo la sensazione che qualcuno si fosse dimenticato di noi: niente più interviste o domande nei bar, nei supermercati: gli immigrati non fanno più notizia».

Themba, somalo, ventidue anni, in Italia da sei, era minorenne quando è sbarcato a Lampedusa. «Ricordo perfettamente quel giorno – parla l’italiano con una certa proprietà di linguaggio, che fosse sveglio lo si capisce subito, che fosse intelligente e riflessivo anche – era come se fossi stato restituito a nuova vita, quella che avevo sempre sognato nel mio Paese, dove ho lasciato la mia famiglia, mamma e sei fratelli…».

C’è tempo per raccontare la storia, incuriosisce il suo atteggiamento disincantato a proposito dell’ascoltare o intervistare un africano  «sempre più raramente».  «Non so, ormai, se per me e i miei connazionali – dice Themba – fratelli africani, sia un bene essere più o meno ignorati, certamente rispetto a qualche anno fa non siamo più i “fenomeni” da intervistare, ai quali offrire un caffè – anche con un solo euro schiacciato sul palmo di una mano aperta – e poi, “arrivederci e grazie”; insomma, non facciamo più notizia, sarebbe bello chiedeste oggi agli italiani cosa rappresentiamo per loro: una risorsa, un peso, o peggio, qualcosa davanti alla quale restare indifferenti».

 

 

UN FENOMENO

Themba, lo sai che sei un fenomeno, vero? «Lo dicevano anche a casa mia – ricorda il ventiduenne somalo – capisco anche il senso della parola: fenomeno sta per sveglio, vispo, nel peggiore dei casi per rompiscatole, e io in effetti un po’ rompiscatole mi sento; ma non di quelli che importunano, no, ma di quelli che si fanno e pongono mille domande; personalmente vivo alla giornata, lavoro un po’ nelle campagne, un po’ al mercato: da una parte con un contratto saltuario, dall’altra a nero…».

Ride, Themba, noi con lui perché capiamo dove voglia andare a parare. «Nero, mi ha sempre fatto ridere questa cosa da quando l’ho sentita per la prima volta: intanto perché identifica con il colore della mia pelle e di tutti i miei fratelli, poi perché con quel colore si intende significare qualcosa di poco pulito, anzi talmente sporco da essere nero, appunto; ma non abbiamo mica la presunzione di cambiarvi il dizionario…».

E i connazionali, i fratelli, come li chiami tu, che fanno? «Quello che possono: la voglia di realizzare un sogno non è svanita, diciamo che si è affievolita, ma non vediamo l’ora che finisca la pandemia per poter tornare a vivere senza ostacoli, poter circolare senza problemi; nonostante qualcuno rinnovi il visto per restare in Italia, perché ha un contratto di lavoro – anche saltuario, poco importa – non manca occasione perché venga fermato per i controlli di routine; sacrosanti, se fossero rivolti anche ai “bianchi” che circolano senza mascherina, ma quando qualche anno fa eravamo più numerosi, questo non accadeva così di frequente, ma non voglio fare del vittimismo, altrimenti finisce che do ragione a qualche mio amico italiano, che dice “certe cose, The’, te le vai proprio a cercare!”: vero, ho la polemica in corpo, ma non vorrei essere frainteso…».

 

BOTTA E…RISBOTTA

In questo gioco di botta e risposta, sembra che lui stesso si rivolga interrogativi e li risolva a suo modo, perché ha maturato una sua idea in questi sei anni. «Sarò eternamente grato a questo Paese – puntualizza Themba, evita di essere frainteso – per avermi accolto a braccia aperte, avermi ospitato, ora però è crisi, crisi covid e crisi per tutto, poco lavoro, la gente è abbattuta, i problemi non si risolvono, ma si spostano: prima avevamo urgenza di conoscere il nostro futuro, che tipo di prospettiva potesse offrirci l’Europa, oggi dobbiamo accontentarci di quanto ci passa il quotidiano; la crisi, come fosse un virus, ha contagiato tutti, dall’Italia alla Francia, dalla Spagna alla Germania».

Meglio che in Somalia, però Themba. «Sono arrivato sbarcato sei anni fa a Lampedusa, con due miei amici, ospitato nel Centro di accoglienza dell’isola siciliana; lì, responsabili di “Save the children” mi hanno aiutato, fornendo per quanto possibile consulenza legale e servizi di mediazione culturale». Cosa ha raccontato quando ha messo piede in Italia.  «Che in Somalia era estremamente pericoloso viverci; un mio vicino, uscito di casa per lavoro, quando è rientrato ha trovato la sua famiglia completamente distrutta: moglie e figli uccisi». Cosa si aspetta, oggi, dall’Italia. «Lo stesso sogno che avevo da ragazzo – conclude il ragazzo somalo – scappare da un Paese nel quale non si viveva più, anzi si finiva di finire morti ammazzati; resto in Italia perché voglio migliorare la mia posizione sociale, studiare, trovare un lavoro – anche saltuario – ma qualcosa su cui poter contare, rifarmi una vita, possibilmente serena».

“Spalla” si nasce…

Enzo Garinei, novantaquattro anni, una vita dedicata al “tavolaccio”

«Amo questa terra, gli occhi delle donne del Sud», confessa il grande attore romano. «Palcoscenico, cinema e tv; Pietro, mio fratello, e Sandro Giovannini, star del “Sistina” e delle commedie musicali. Gino Bramieri, un grande. Totò e le due anime, attore e principe». Non ha paura dell’età, «vivo alla giornata, penso a Peppino, Fabrizi, Taranto, Modugno e Manfredi che “lassù” stanno allestendo lo spettacolo più bello del mondo».

Novantaquattro anni e non sentirli, settanta spesi sulle tavole dei palcoscenici italiani. Tra un impegno e l’altro, il cinema, i film con Totò, poi Sordi, Celentano, Pozzetto, Tomas Milian, Bud Spencer e Terence Hill, rivista e commedie brillanti, la tv con Bramieri e Vianello. Spalla ideale, generoso comprimario, fratello di Pietro, della Premiata ditta “Garinei e Giovannini”, come dire la commedia musicale italiana (Rinaldo in campo, Rugantino, Aggiungi un posto a tavola), Enzo Garinei è uno che ama il teatro e questo angolo d’Italia.

«Il teatro è galantuomo”, attacca infatti, quando parla del lavoro che tanto gli ha dato, in termini di soddisfazioni professionali e tanto ci ha dato in fatto di allegria e divertimento. Affascinato dal Salento, confessa che il lavoro, complicato dal covid da oltre un anno, “è stato sempre ripagato dall’affetto del pubblico”. Anche doppiatore, tono riconoscibile e familiare, è stato la voce fuori campo (“Dio”) nell’ultima edizione di “Aggiungi un posto a tavola».

 

Di episodi, anche legati al nostro territorio ha da raccontarne a non finire.

«Brindisi, aeroporto. Quella sera in scena a Casarano, non sappiamo come risolvere il problema di spostamento, telefono in albergo, al “Silver” per chiedere informazioni: risponde un signore gentile, mi rassicura in un attimo. In aeroporto, poco dopo arriva un’auto. A bordo del mezzo, bordo proprio l’uomo della reception. Aveva appena staccato dal lavoro: nessun taxi da chiamare, accompagna personalmente in albergo me e i miei colleghi. Non c’è alcun verso di fermarsi in una stazione di servizio perché io possa ricambiare un gesto così gentile, non so con un “pieno”».

 

Senza dubbio un bel gesto, maestro.

«Non finisce qui, all’indomani lo stesso signore ci riaccompagna in aeroporto. Cosa volete che vi dica: benedico questo lavoro, la gente che va a teatro, che quasi come un debito di riconoscenza compie gesti così affettuosi; “Il nostro è solo un modo per ricambiare quanto ha fatto e farà per noi”, mi dicono spesso, e io vado fiero di tutto questo».

 

TOTO’, PRINCIPE E COMICO

Garinei, ama passeggiare per le strade delle nostre città.

«Nella provincia, anche piccola, ci sto bene; se il teatro non è molto distante dall’albergo, esco e faccio lunghe passeggiate: amo guardare le vetrine, entrare in un bar, fare colazione e scambiare due chiacchiere con la gente; poi gli occhi delle donne di qui non li trovi tanto facilmente in giro, esprimono bellezza e solarità».

 

Attaccare con una domanda è un’impresa, non sai da dove cominciare. Proviamo, Totò?

«Il mio debutto nel cinema risale a “Totò le Moko”, poi tanti altri film. Ho interpretato anche una gag che tutti ricorderanno, “Totò cerca moglie” il film: la mia fidanzata e i suoi genitori praticamente miopi, occhiali con lenti spesse. Quando Totò partiva con le sue proverbiali improvvisazioni le risate scoppiavano anche sul set, primo segnale di quello che sarebbe diventato un film di successo. Una grande scuola la sua, con Totò dovevi stare sempre in campana, ti rovesciava un copione come un guanto e dovevi seguirlo con mestiere».

 

Totò e il Principe de Curtis, dicono che fossero diversi fra loro.

«Grande attore sulla scena, uomo riservato nel privato, lontano da pettegolezzi quando appendeva al chiodo bombetta e frac. Un esempio su tutti: non si è mai saputo per chi avesse scritto “Malafemmena”, se per sedurre Silvana Pampanini o perdonare la moglie Franca Faldini per la sofferenza provocatagli prima di cedere alla sua corte spietata. Quando arrivava a Cinecittà, accompagnato dal suo autista, non appena Totò metteva piede sul set e indossava gli abiti di scena diventava un altro, si trasformava nel grande attore comico che tutti conosciamo. Parlo al presente, perché Totò vive nelle cose che ha fatto».

 

Direttore artistico del “Sistina”, a Roma, nella capitale ha aperto una scuola di recitazione, “Ribalte”.

«Un tempo arrivavano folate di ragazzi e ragazze dal Salento. Mi auguro tornino a credere nel teatro, perché è da lì che parte tutto. I miei ragazzi me li trovo ovunque, sono cresciuti professionalmente, diventati star del teatro e della tv.  Quando li incontro faccio loro sempre la stessa raccomandazione: se fate la tv, ma amate il teatro, dovete decidervi: il contatto con il pubblico è fondamentale, dunque, tornate a misurarvi con “il tavolaccio”».

 

VECCHIA GUARDIA…

Quando le pongono più o meno le stesse domande, dica la verità, a cosa pensa?

«Che sono uno dei superstiti di una vecchia guardia. Capisco il lavoro dei cronisti. Ripeto spesso, e lo dico sinceramente, non ho paura della morte: tanti colleghi mi hanno solo preceduto. Gli stessi Pietro Garinei, mio fratello, e Sandro Giovannini, il mio grande amico Gino Bramieri. Penso a Totò e Peppino, Fabrizi e Taranto, Modugno e Manfredi. Penso che “lassù” stanno allestendo lo spettacolo più bello del mondo. Per quanto mi riguarda, faccio programmi a scadenza solo per il giorno dopo, per il domani; il dopodomani lo vedo già un po’ più distante».

 

Gino Bramieri, ci dica.

«Gino, un fratello. Grandissimo attore, uomo di enorme statura. L’ho assistito nel suo ultimo tratto di vita, nel ’96, con la morte nel cuore: il Premio alla carriera a lui intitolato, consegnatomi a Taranto dal direttore artistico Renato Forte, è uno dei riconoscimenti che conservo con maggiore affetto. Di premi ne ho vinti, molto importanti anche, ma Gino… Gino è una cosa difficile da spiegare».

 

A lui la univa e la divideva la passione per il calcio.

«Lui tifoso dell’Inter, io della Lazio. Ricordo nel ’64 lo spareggio Bologna-Inter per lo scudetto. Andammo all’Olimpico insieme:  io, lui e Pietro, mio fratello. Purtroppo per lui, vinse il Bologna, 2-0. Io, non la davo a vedere, ma tifavo più che per il Bologna, per Fulvio Bernardini, allenatore dei rossoblù. Romano come me, Bernardini era stato calciatore della Roma, ma nel passato anche della “mia” Lazio. Alla sconfitta Gino reagì lanciandomi un’occhiataccia, come a dire: “anche tu…”».

 

Una delle ultime commedie portate in scena a teatro, “Facciamo l’amore” di Arthur Miller. Compagni di viaggio, fra gli altri, Gianluca Guidi e Lorenza Mario.

«Non lo dico per piaggeria, sono stati splendidi. Fra le proposte che mi sono piovute generosamente, con un pizzico di sano egoismo ho sempre scelto la più indicata per me: il lavoro, lo spessore del personaggio, ma soprattutto loro, i miei compagni di viaggio. Guidi è un attore brillante, un regista sapiente e generoso, la Mario una showgirl completa. Quella commedia si apriva con un mio lungo monologo. Non sono un monologhista, amo il botta e risposta, il dialogo serrato, incalzare e attendere. Spalla si nasce e io, modestamente, lo nacqui…».

«Uno storico segno di pace»

Iraq, incontro a Najaf fra papa Francesco e l’ayatollah Al Sistani

«Non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione». Il pontefice si è tolto le scarpe prima di entrare nella stanza della massima autorità religiosa. A sua volta, l’ospitante, cosa mai accaduta fino a quel momento, si è alzato per salutare l’ospite. Impensabile fino a qualche anno fa. «Non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione».

L’incontro interreligioso è stato il momento più atteso e importante dello storico viaggio di Papa Francesco in Iraq, quando si è svolto l’incontro con il Grande ayatollah Ali Al Sistani, massima autorità religiosa sciita del Paese.

E’ un’occasione straordinaria, a partire da una delle frasi pronunciate durante l’incontro: «Non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione». Organizzato nella città santa di Najaf, questo “vis a vis” fra le due autorità religiose, a ragione è stato considerato «una visita privata senza precedenti nella storia». Questa la definizione di un religioso iracheno impegnato nella sua organizzazione e citato in forma anonima dalla prestigiosa agenzia giornalistica Associated Press.

Senza precedenti. E non solo per il complicato momento che sta attraversando l’Iraq, da poco uscito da una guerra brutale contro l’ISIS, ma anche perché il Vaticano una visita simile la stava preparando da decenni, senza che nessuno dei predecessori di Papa Francesco fosse riuscito a portarla a termine.

Una volta conclusosi l’incontro, la Sala Stampa vaticana ha diffuso un breve comunicato, spiegando che la “visita di cortesia” è durata tre quarti d’ora e che durante la conversazione, «Il Santo Padre ha sottolineato l’importanza della collaborazione e dell’amicizia fra le comunità religiose perché, coltivando il rispetto reciproco e il dialogo, si possa contribuire al bene dell’Iraq, della regione e dell’intera umanità». Il Papa ha ringraziato al Sistani per essersi impegnato, insieme alla comunità sciita, «in difesa dei più deboli e perseguitati».

 

AL SISTANI, UN LEADER

L’ayatollah Al Sistani, novant’anni, non è soltanto un religioso riconosciuto da moltissimi iracheni e fedeli sciiti. E’ molto di più, è considerato un leader, proprio in quanto, intervenuto nelle questioni politiche più dibattute degli ultimi vent’anni in Iraq, ha cambiato la storia del Paese.

Qualche esempio. Nel 2005 un suo invito convinse moltissimi iracheni a partecipare alle elezioni di quell’anno, le prime dopo l’invasione statunitense dell’Iraq e la destituzione del regime sunnita di Saddam Hussein. Cinque anni dopo, l’allora presidente statunitense Barack Obama gli chiese aiuto per risolvere una situazione politica di stallo, che impediva la formazione di un governo.

Nel 2014. Al culmine del potere dell’ISIS in Iraq, Al Sistani emanò una fatwa per chiedere a tutti gli uomini di combattere contro lo Stato Islamico, favorendo il superamento delle moltissime divisioni che fino a quel momento avevano reso inefficace la risposta irachena al gruppo jihadista. E cosa dire, quando nel 2019, durante le enormi proteste antigovernative in corso in tutto il Paese, un suo sermone spinse alle dimissioni l’allora primo ministro Adil Abdul Mahdi?

 

VISITA-SIMBOLO DEL PAPA

Al Sistani e il Papa si sono incontrati da soli, ad eccezione dei rispettivi interpreti, nella casa di Al Sistani a Najaf. L’incontro era stato pianificato nei minimi dettagli. Si sapeva, per esempio, che Papa Francesco si sarebbe tolto le scarpe prima di entrare nella stanza di Al Sistani, e che al Sistani, che solitamente rimane seduto di fronte ai visitatori, si sarebbe alzato per salutare il Papa e accompagnarlo vicino a un divano blu (a “L”), invitandolo sedersi. «Tutto questo non è mai stato fatto prima da sua Eminenza Al Sistani per nessun ospite», ha detto il religioso di Najaf citato da Associated Press.

L’intero incontro per certi versi è stato eccezionale. Per le modalità in cui è avvenuto, all’interno delle preoccupazioni per la pandemia e per la sicurezza della delegazione del Papa, e per la sua incredibile importanza simbolica.

Un incontro, si diceva, atteso da decenni e finalmente concretizzatosi grazie al grande impegno degli organizzatori e delle due stesse autorità religiose. Un incontro, quello fra Papa Francesco e il Grande ayatollah Ali Al Sistani, che sicuramente passerà alla storia e i cui risvolti saranno oggetto di studio e confronto fra i Paesi occidentali e orientali.

«Una vita normale…»

Mahdi, nigeriano, trent’anni

Prima uno zio, poi il papà, assassinati da malfattori, nessun colpevole assicurato alla giustizia, scappa per evitare ricatti. «Voglio vivere sereno, come tanta gente, riabbracciare mia moglie e i miei figli al più presto: intendo lavorare, non elemosinare. In Libia, ho fatto di tutto per mettere insieme i soldi per pagarmi il viaggio verso la libertà. Poche ore di mare, una nave mercantile spagnola, finalmente l’Italia»

 

«Prima zio Mansur, poi papà Sunday, aggredito e accoltellato il primo, assassinato a colpi d’arma da fuoco il secondo. Uno e l’altro, in momenti diversi, muoiono a breve distanza di tempo, uno dall’altro». Brutte storie. «Chiedevano soldi, le scuse più strane, come comprarsi da mangiare, studiare, pagarsi un viaggio per l’Europa: non sempre potevamo elargire danaro, ma si erano fatti insistenti, con mio zio e mio padre».

Non tutta la Nigeria è così, ma le gang di malfattori sono più o meno all’ordine del giorno. Ragazzi che non hanno grande voglia di lavorare, mettono in conto che possano essere ammazzati, proprio durante un “chiarimento”. «Durante una resa dei conti – spiega Mahdi, nigeriano, trent’anni – proprio come accade nei film, tirano fuori di tutto, coltelli, scimitarre e pistole, qualche fucile: non sono armi all’ultimo grido, qualche volta non funzionano, ma quando parte un colpo, vi assicuro che sono dolori: è la fine…».

«Zio Mansur era un avvertimento – ricorda Mahdi – ci è cascato come una frutta matura cade da un albero fra le braccia: l’ultimo sguardo rivolto al cielo, gli assassini se la danno a gambe levate, la mia famiglia è avvisata!». Non c’è tregua da queste parti, comanda il più forte, gang organizzate, guidate da pazzi scatenati come fosse una riedizione, tutta africana di “Pulp fiction”. Questa è la storia di Mahdi, trent’anni, fisico possente, uno che non si tirerebbe indietro di fronte a qualsiasi cosa, tranne che a un paio di pistole puntate sulla faccia. «E’ un attimo – ricorda – è come se la pellicola del film della tua vita scorresse di corsa, questi ci mettono poco a premere un grilletto, lo hanno già fatto, una vittima in più è solo un numero, uno che non ha nemmeno un nome».

 

ELEMOSINARE, MAI!

Mahdi, non trascina le giornate, si industria, fa quello che può fare. Lavora saltuariamente, il fisico gli permette di non passare inosservato e un paio di braccia come le sue fanno comodo al mercato come nei campi. «Di sicuro – spiega – non chiederei mai l’elemosina, non rientra nell’educazione che mi hanno impartito mia madre e mio padre». Mahdi, non una, ma tre famiglie. Quella dello zio, che l’ha cresciuto come fosse un figlio, prima che fosse ferito a morte; quella di papà, fino a quando anche lui è campato, prima cioè che tre, quattro proiettili, non li ricordo nemmeno, lo strappassero per sempre all’amore dei figli; infine, la sua di famiglia, quella di Mahdi, moglie e quattro figli.

«Ho assistito mio padre – racconta – gravemente malato, come ho potuto, trascurando anche il mio lavoro, riparavo auto e moto; papà Sunday doveva essere seguito tutto il giorno, la malattia lo stava divorando, anche se riusciva a fare le cose più importanti in modo autonomo; avevo già perso mia madre per una malattia simile, una di quelle che dalle nostre parti sembrano incurabili e, invece, potrebbero essere curate come se fosse un’influenza; ma è così che funziona lì, dalle nostre parti: l’assistenza sanitaria è insufficiente, così le malattie prima si  complicano, poi diventano casi estremi, infine incurabili».

Trent’anni, quattro figli, una famiglia numerosa. «Quattro fratelli, rimasti tutti a casa, erano zio e papà ad avere cura di noi tutti: non che navigassimo nell’oro – avessimo avuto tanti soldi, avremmo affrontato cure costose – ma vivevamo bene, per come può essere una vita tranquilla dalle nostre parti; quando papà si è ammalato, mio zio era stato già ammazzato; avevamo voluto risparmiare questo dolore a papà, ma il mio genitore lo capì quasi subito non vedendo più suo fratello fargli visita come invece accadeva tutti i giorni;  morto papà, ecco i problemi: lavoravo, ma dovevo stargli accanto, finì che dovevo trascurare la mia attività di riparatore; poi il suo assassinio, nonostante fosse in quelle condizioni: qualcuno fuori controllo lo aveva condannato».

 

ADDIO ZIO, ADDIO PAPA’

Niente più zio, né genitori. Solo la sua famiglia. «Sono sposato – rivela Mahdi – mia moglie e i miei quattro figli, tre ragazzi e una ragazza, fra i nove e i tre anni, sono rimasti a casa: ci sentiamo quando è possibile, ogni volta è una forte emozione, sentirli tutti insieme è un’impresa: le telefonate costano, oggi non posso permettermelo».

Mahdi parla della fuga. «Rappresaglie continue – ricorda – un problema fare fronte a gang senza scrupoli e che agiscono con una polizia assente; proveresti anche a difenderti, ma poi rischieresti la tua vita e, soprattutto, quella dei tuoi cari; così due anni fa sono partito senza un obiettivo preciso, se non quello di provare a ricostruirmi ovunque capitasse una vita normale e, appena possibile, tornare a casa, ma solo per riprendermi moglie e figli e portarli nella mia nuova casa».

Mahdi e la Libia. «Posso ritenermi fortunato, non sono stato vittima di bande di sequestratori che ti prendono in ostaggio e ti svuotano le tasche, ti affidano a persone che ti danno lavoro e riscuotono i soldi al tuo posto; nella sfortuna posso ritenermi fortunato: non mi sono mai tirato indietro quando c’è da prendere fra le mani attrezzi da lavoro; in Libia ho fatto praticamente di tutto: lavorato nei campi, costruito mobili, perfino fatto il giardiniere,  il custode e lo spazzino; l’unico scopo era mettermi da parte quei soldi necessari per pagarmi il viaggio verso l’Italia, una volta qui avrei visto cosa fare, se restare o ripartire, verso Francia o Germania; raggiunta una certa somma ho contattato qualcuno che mi mettesse su uno dei tanti gommoni in partenza per il vostro Paese».

Finalmente Mahdi il mare, una grande emozione. «L’ho vissuto come un senso di liberazione: pensavo a quanto accaduto a casa, provando ad accarezzare una sorta di riscatto, perfino un futuro: quello che è stato, quello che potrebbe essere, con mia moglie e i miei figli».

Il trentenne nigeriano muove, dunque, il primo passo verso una nuova vita. «Arrivo in spiaggia, un gommone che potrebbe ospitare non più di una quarantina di persone, ne imbarca centocinquanta: dopo aver salpato ci troviamo in mare aperto, otte ore di mare, quando una nave mercantile spagnola ci avvista e ci viene incontro: tutti sani e salvi. Trovo un primo lavoro, mi piacerebbe studiare, dimenticare il dolore e tornare un’ultima volta a casa per riabbracciare mia moglie, i miei figli e portarli via con me e, finalmente, riabbracciare la speranza di una vita normale».

«Parsifal, tutto è partito da lì»

Roby Facchinetti, fra passato e presente

Nel 1973 l’album della svolta con i Pooh, oggi l’opera omonima firmata con D’Orazio. «Tre anni di lavoro, Stefano autore straordinario. Poteva restare un’incompiuta, invece a luglio dello scorso anno abbiamo messo un punto esclamativo al progetto. Portare in scena questa storia la considero una missione e un impegno nei confronti del mio “amico per sempre”». Intanto nelle radio, nuovo singolo del popolare compositore: “Cosa lascio di me”.

Roby Facchinetti, grande amico. Al punto tale da rivelare in via ufficiosa un progetto in altra occasione appena accennato. «L’ultima cosa che io e Stefano avevamo in mente l’abbiamo condotta in porto: un porto sicuro, nel quale c’era grande empatia e voglia di lasciare traccia di un progetto che avevo in mente già cinquant’anni fa: Parsifal». Oggi, “quei cavalieri simili a dei”, come recitava lo spartiacque dei Pooh fra pop e rock, hanno nuova residenza. In due ore e più, fra musica, firmata Facchinetti, e parole, scritte da D’Orazio. “Parsifal” non è più solo un brano lungo dieci minuti fra cantato e suite, oppure il titolo di uno degli album più fortunati di Roby Facchinetti, Stefano D’Orazio, Dodi Battaglia e Red Canzian. Oggi “Parsifal” è anche un’opera. «Grazie all’insostituibile contributo di Stefano, autore di testi straordinari, “Parsifal” è diventata un’opera di due ore; l’abbiamo completata dopo circa tre anni di lavoro, riascoltata mille volte come si fa con una creatura che ti sei coccolata a lungo».

 

Tre anni di lavoro.

«Verso la fine di giugno, inizi di luglio dello scorso anno, una volta letto e riletto, corretto e limato gli angoli qua e là, io e Stefano ci siamo guardati negli occhi, senza dirci niente, per noi parlavano le espressioni di due persone ampiamente soddisfatte dell’intero lavoro, faticoso sì ma al quale avremmo potuto mettere finalmente un punto esclamativo».

 

Stefano, autore con lo stesso Facchinetti di “Rinascerò rinascerai”, più avanti sarà colpito proprio da quella “bestiaccia” (così D’Orazio aveva chiamato il virus dal quale era stato aggredito) che lo ha portato via all’affetto dei suoi cari, di amici e di milioni di fan.

«Non amo interpretare certi segnali: poteva restare un’incompiuta, qualcosa che non avrebbe avuto più senso, senza la storia e i testi di Stefano, invece, ecco che “Parsifal” è diventata una grande storia».

 

Una storia solida, pare di capire.

«Piena di energia: la Tavola rotonda, Re Artù, i Cavalieri, le Crociate, il Santo Gral; non ci siamo mossi più di tanto dalla storia e dalla mitologia che noi tutti conosciamo. Piccole licenze: Parsifal, il protagonista, lo abbiamo in qualche modo modernizzato, abbiamo impresso un colpo di scena che non anticipo, provato a trasmettere emozioni».

 

Facchinetti ha assunto un grande impegno.

«Assunto con me stesso e con lo stesso Stefano, la mia missione sarà quella di portare in scena “Parsifal” come io e lui lo avevamo immaginato nei tre anni di scrittura. Altro piccolo miracolo: ho già partner importantissimi che mi stanno affiancando per mettere in scena questa grande opera».

 

“Parsifal”, snodo importante anche per i Pooh.

«Da lì, parliamo del 1973, è nato tutto: venivamo da “Tanta voglia di lei” e “Pensiero”, ma avevamo bisogno di imprimere una svolta alla nostra produzione, ai nostri “live”: ci stavamo smarcando da locali e balere per produrre spettacoli che non sfigurassero nei teatri; da lì in poi, i Pooh hanno fatto teatri-tenda e stadi, qualcosa di impensabile a quei tempi».

 

Lasciamo per un attimo “Parsifal”, maestro. In questi giorni in radio circola “Cosa lascio di me”, terzo singolo estratto dall’album “Inseguendo la mia musica”.

«Canzone e video spiegano in cento scatti la mia vita: da mia madre in poi, i miei affetti più cari, gli amici, quelli “per sempre” cioè i Pooh, e tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare e grazie alle quali, oggi, sono quello  che sono».

 

Un brano che più di altri occupa un posto speciale nel cuore di Facchinetti?

«Sono tanti i brani scritti e portati al successo ai quali, per ragioni diverse, sono legato, anche per una sorta di riconoscenza. Non vorrei essere banale, ma da compositore non posso non citare “Parsifal”: per tutto quello che ha rappresentato e rappresenta ancora oggi. Ci sono le mie radici: mia madre ascoltava musica classica e operistica, devo a lei la mia formazione di musicista. Se non avessi avuto questi trascorsi fin da bambino, forse certi brani non li avrei mai scritti».

 

“Parsifal”, dunque, non si scappa.

«Corsi e ricorsi storici, qualcosa che alla fine mi rimanda proprio all’opera “Parsifal” di cui dicevo: qui dentro c’è tutto quello che di bello è giusto che ci sia. “Parsifal”, tutto è partito da lì».

 

Puglia, Italia…

Turismo, gli italiani hanno scelto l’estate ideale

Ventisette milioni di italiani privilegiano mete di prossimità. Malgrado il covid, pianificazioni per i mesi caldi. Mari azzurri, spiagge incantevoli, natura incontaminata, splendide masserie. Ultima in ordine di tempo, “Don Cataldo”,tre minuti da Martina Franca, nel cuore della Valle d’Itria. Bella, accogliente, classe da fare invidia ad hotel pentastellati. La nostra, resta la regione più bella del mondo secondo National Geographic e New York Times.

Nonostante il Covid e la limitazione agli spostamenti, gli italiani restano fiduciosi nella possibilità di tornare presto a viaggiare. Lo dice l’Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio di Isnart e Unioncamere. Secondo questo attento studio, più della metà degli italiani sta già pianificando una vacanza per il 2021. Destinazione regina, per l’80% dei connazionali, anche quest’anno resta l’Italia, con un occhio rivolto alla Puglia. Riconosciuta come “la regione più bella del mondo” (Best Value travel destination in the world, National Geographic, Lonely Planets e New York Times), la Puglia anche quest’anno sarà prevedibilmente meta del maggior numero di turisti in circolazione nel nostro Paese.

Si è registrata a livello nazionale una perdita in termini di ricavi stimabile in circa 8 miliardi di euro. Ma ci sono segnali per una costante ripresa legata anche al turismo domestico, rappresentato dai ventisette milioni di italiani che, in fatto di vacanze, privilegiano mete di prossimità. Ma se fare delle vacanze d’estate indimenticabili quest’anno continua ad essere un sogno, la Puglia rappresenta la sua felice realizzazione: mari azzurri, spiagge incantevoli, natura incontaminata, splendide masserie, locali tipici e ristoranti, itinerari turistici, arte e cultura, gastronomia, movida e divertimento.

 

MASSERIA E CAMPAGNA…

Fra le bellezze incontaminate della Puglia, un ruolo importante lo svolgono le masserie da cui è possibile ammirare città e l’adiacente campagna pugliese, uno spunto per una passeggiata fuori dai luoghi del sovraffollamento, da dove  si potrà godere di un’ampia vista sulla bella campagna circostante coltivata a oliveti e vigneti. Ultima creatura fra i secolari manufatti, la riqualificata Masseria Don Cataldo, a tre minuti da Martina Franca: bella, accogliente e con quel tocco di classe da fare invidia ad hotel pentastellati.

All’ora della passeggiata, la sera, il brulicare dei vicoli dei mille paesini turistici (Martina, Alberobello, Cisternino, Fasano) risuona dei passi dei turisti che visitano le numerose bottegucce dell’artigianato pugliese: legno, mobili, ceramiche, ferro, vetro, il tutto lavorato da mani esperte. Per l’estate si auspica la ripresa di eventi musicali anche live, ed enogastronomici dislocati in caratteristici capoluoghi o province. Nelle serate estive Pugliesi, per passare qualche ora fra amici all’insegna del divertimento, pensati per un popolo giovane e per le famiglie.

 

PATRIMONIO DELL’UMANITA’

E poi le sagre, un’occasione per riscoprire i sapori semplici ma buoni di una volta, soprattutto in luglio e agosto al solo scopo di ricavarne divertimento e piacere. A queste meravigliose bellezze, si aggiungono i riconoscimenti assegnati alla Puglia ancora regina del  mare pulito  e delle spiagge di qualità: la Puglia conta numerose bandiere blu, che vengono riconfermate di anno in anno, per la gioia dei turisti.

Trulli, riserve e monumenti naturali istituiti in tutta la Puglia, rappresentano un patrimonio naturale e artistico che va tutelato. Non è un caso che la Valle d’Itria, fra Martina Franca, Alberobello, Cisternino e Fasano, sia riconosciuta come “Patrimonio mondiale dell’umanità”.

Fra le altre mete, le Isole Tremiti di fronte al Gargano, e Lecce, interamente decorata in stile barocco con i suoi monumenti storici. Come a dire che in Puglia ogni angolo possiede luoghi appositi in cui procurarsi una guida agli itinerari caratteristici, per godere del sole e del mare e per visitare castelli, torri, trulli, monumenti, musei e chiese; in questa terra dalle fertili pianure agricole, masserie accoglienti e bagnata dal mare, la gente locale ha una ospitalità molto antica e  mantenuto un carattere aperto e affabile.

«Ibrahim, sei tu?»

Billy, guineano, riabbraccia un giovane gambiano salvato da morte certa

«Incontrato sul Lungomare di Taranto. Ci siamo corsi incontro e stretti quasi fino a farci male. Non sapeva nuotare, invocava aiuto: ne avevo visti già tanti inghiottiti dal mare, lui non doveva fare la stessa fine. Sopravvissuto a quella sciagura del mare, ho aiutato lui, il figlioletto di un mio connazionale e mia sorella, diventata ostetrico»

Salvare un ragazzo da morte certa, perderlo di vista una volta sbarcati, prima daccapo in Libia, più avanti a Catania e, infine, riabbracciarlo, da non crederci, mesi dopo sul Lungomare di Taranto. Una storia a lieto fine, quella di Billy e Ibrahim, una di quelle che più di altre ci piacciono. Nonostante di mezzo ci siano, purtroppo, centotrenta dispersi, cioè centotrenta morti. Quell’aggettivo, “dispersi”, lo usano i cronisti, i notiziari, le istituzioni che alimentano speranze flebili. Quei centotrenta che non si sono più trovati, secondo i calcoli di Billy, un ragazzone con la voglia di fare, tanto, riscattarsi e dimostrare al più presto la sua riconoscenza per l’Italia, ma che ha solo voglia di lavorare.

A proposito di notiziari, ancora oggi Billy non si capacita. «Possibile che centotrenta persone scompaiano in mare e nessuno ne dia notizia?», s’interroga. Telegiornali, un notiziari, un quotidiani, tacciono. «Ancora oggi penso a quella gente che non è ancora ancora a conoscenza di quello che possa essere accaduto ad uno dei loro familiari: non sanno nemmeno che i loro cari siano stati dati per “dispersi”, in realtà morti in uno dei tanti viaggi della speranza».

Billy, guineano, fede musulmana, ventiquattro anni, si è impegnato in mille lavori. Comincia dalla fine, da quel romanzo che è la vita. «Non volevo crederci, passeggiavo sul Lungomare di Taranto e quel ragazzo che mi stava venendo incontro, a piccoli passi, perché anche lui sembrava non credesse ai propri occhi, era Ibrahim!». Da non crederci, come dare torto a Billy. «Un grande abbraccio, ci stringemmo con forza, quasi fino a farci male, non ricordo nemmeno chi dei due cominciò a singhiozzare per la forte emozione: piangemmo insieme; in un attimo nella mente passò quel brutto film che fu il naufragio…».

 

ERA IL 27 SETTEMBRE…

Ibrahim, gambiano, più giovane di lui, quella notte in mare in preda alla disperazione.  Ricorda come fosse ieri, Billy. Tiene a mente la data. «27 settembre 2017, tirai fuori trecento euro per pagarmi quel viaggio della speranza, ancora non sapevo cosa mi aspettasse: pensando a quelle ore disperate, mi viene ancora da piangere: mi rimbombano nella mente pianti a dirotto e urla strazianti: tutto buio, gente che vedo a stento, illuminata a a malapena dalla luna, che purtroppo scompare inghiottita da flutti del mare; tutti, me compreso, disperati, in cerca di salvezza: uno strattona l’altro, si aggrappa a qualsiasi cosa lo circondi: tavole galleggianti, bidoni, camere d’aria, insomma quel poco che resta di quell’enorme gommone; ci sono anche bidoni di benzina, qualcosa che potesse rappresentare la nostra salvezza: qualcuno provava a svuotare quei bidoni dal carburante che, inevitabilmente, ci finiva addosso, sulla faccia, le braccia, sul dorso delle mani, fino a ustionarci la pelle: meglio le ustioni che non morire affogati, risucchiati dal mare». Quei bidoni erano un salvagente, scatenavano una disperata lotta per la sopravvivenza: mi guardavo intorno, uno spettacolo agghiacciante, chi provava ad impossessarsi di un bidone o una camera d’aria; non tutti sapevano nuotare e, allora, addio, un istante dopo non li vedevi più, ma anche chi sapeva nuotare alla fine, sopraffatto dalla stanchezza veniva ingoiato dalle acque. Fu in uno di quei momenti che vidi scomparire fra le acque Thierno, un mio connazionale: durante quel breve viaggio mi aveva raccontato la nostalgia che avvertiva per aver lasciato moglie e figlio, Mamadou, piccolino, rimasto in Guinea con la mamma…».

 

ADDIO THIERNO, AMICO MIO…

Thierno non c’era più. C’era Ibrahim, piuttosto, un ragazzo che vedeva per la prima volta. Rischiava di annegare, non sapeva nuotare. «Sentii un morso a una mano, vidi un ragazzo giovanissimo, magro, disperato: voleva quel bidone al quale ero abbracciato, aveva paura di morire e qualsiasi cosa facesse, pensai subito, era giustificata; lo rasserenai con un sorriso e un gesto, gli allungai quel “salvagente”; potevo resistere, ho un buon fisico: Ibrahim era salvo, io poco dopo trovai un altro bidone al quale mi aggrappai; ero salvo anche io!».

Ibrahim, viveva fra Martina Franca e Grottaglie. «Felice per lui, ma ancora con il cuore a pezzi per il dolore, quei centotrenta compagni di viaggio dispersi in mare, che brutto destino!». C’è un altro risvolto umano nel racconto di Billy, altrettanto nobile. «Durante i primi tempi – spiega il ragazzo guineano – con metà del mio pocket-money aiutavo il piccolo Mamadou, figlio del povero Thierno: proseguiva gli studi, inviavo i soldi alla mamma, che con qualche altro risparmio ha aperto un piccolo commercio tanto che oggi è lei stessa a provvedere al figlioletto». Il cuore di Billy è immenso. «Ho aiutato anche mia sorella Fanta, nel frattempo diventata ostetrica: aiuterà mamme a mettere al mondo tanti bei bambini che non dovranno conoscere quell’inferno attraverso il quale sono passato io e tanti altri come me, come il povero Thierno e il mio amico fraterno Ibrahim, che fortunatamente ce l’ha fatta».

«Caro Mac Roney…»

Intervista al Mago Forest

«Mi sono ispirato a lui, poi sono peggiorato per conto mio. Amo la Puglia, ho lavorato con Toti e Tata, il mio primo manager è di queste parti. Mi chiamassero insieme Arbore e la Gialappa’s, chi sceglierei…»

Ci sono artisti con cui stabilisci una certa empatia, subito. Avverti netta la sensazione quando li vedi in scena, riesci a leggere fra le pieghe del loro carattere, che non può essere un’altra cosa rispetto alle “luci del varietà”. Uno di questi è, sicuramente, Michele Foresta più noto come Mago Forest, comico, showman e conduttore televisivo. Periodo complicato quello del covid, non ci resta che il telefono.

 

E’ un piacere risentirla.

«Vedessi il mio di piacere, sono tutto un brivido: ma non ci davamo del “tè”? Ti prego, mi sento più a mio agio: ci conto…».

 

In estrema sintesi, da Arbore alla Gialappa’s, passando per Zelig, da ospite a presentatore. C’è un momento decisivo nel quale hai avvertito la svolta?

«Se momento decisivo possiamo chiamarlo, può essere quello di venti anni fa, quando i Gialappa’s vennero ospiti a Zelig: mi videro presentare e mi ritennero “abbastanza deficiente” per propormi il loro programma “Mai dire Maik”; chiuso in anticipo partì, comunque, la nostra collaborazione che durò nove anni ininterrottamente. Mi hanno rubato i miei migliori anni, mi hanno rubato, ma li perdono…».

 

Non riesce proprio a prendersi sul serio. Quando ti presentano, ti “lanciano” come fossi il parente povero di Silvan e Copperfield. Detto che nella realtà, sei un abile illusionista, non credi di ricordare in qualche modo anche un tuo antesignano collega, certo Mac Roney?

«Certo che sì, lui è stata la mia prima ispirazione, anzi diciamo che copiavo pari-pari le sue gag che vedevo in televisione, poi ho studiato molto e finalmente ho imparato a fallire da solo».

 

Un giorno, sbagliando un gioco di prestigio e sentendo il pubblico ridere, hai pensato di cambiare mestiere. Cosa ti ha portato a usare carte e piccioni per scatenare risate?

«Sinceramente no, fin da subito la mia intenzione è stata quella di cercare di far ridere, mi ha sempre affascinato il ruolo dell’antieroe e del mago al quale i suoi stessi attrezzi si rivoltano contro».

 

Arbore, Gialappa’s, Frassica, Chiambretti, Bisio. Quale ritieni possa essere il tuo partner ideale? Ma anche uno con cui non hai ancora lavorato, ma con il quale ti piacerebbe fare coppia? 

«Coppia, non accoppiarmi, dici. Perché ho avuto belle colleghe, Hunziker, Incontrada, la Marcuzzi. Glissiamo, dai. Diceva il poeta brasiliano Vinicius De Moraes: la vita è l’arte dell’incontro. E io incontri sul palco ne ho avuti, e tanti: ammetto di essere in debito con la fortuna. Per un comico il contesto è tutto e rare volte mi sono trovato nel posto sbagliato. Se potessi scegliere mi piacerebbe lavorare con Homer dei Simpson!».

 

Battuta veloce. I testi, li studi, li prepari o è un work in progress, nel senso che uno spettacolo dopo l’altro improvvisi, scremi e tieni le migliori battute?

«Parto da un’idea e poi la osservo con la lente distorta della comicità. Visto come parlo bene? Posso continuare, se vuoi. Mi preparo molto, ma mi piace lasciare margini all’improvvisazione, lasciarmi trasportare dagli umori del pubblico. Quello del comico è uno spettacolo sartoriale cucito ogni sera su misura».

 

Fra gli spettacoli più applauditi, “Motel Forest”, ospiti e comprimari sul palco. Qual è il canovaccio sul quale si snoda l’intera rappresentazione?

«Motel Forest è stato un luogo magico e bizzarro, in realtà un mio investimento sul futuro: De Niro apre ristoranti, Sting un agriturismo in Toscana, Antonio Banderas un mulino e io un Motel. Ci può stare, no? ».

 

Mago Forest, sei uomo del Sud, una volta si diceva che il pubblico fosse più passionale, mentre al Nord più attento e snob. E’ ancora così, secondo te?

«Devi rifarmi la domanda quando riapriranno le frontiere, pardon i teatri, i locali. La storia del pubblico caldo o freddo, tiepido, credo sia un luogo comune: detto questo in Puglia mi sono sempre trovato bene fin dai tempi della “Dolce Vita” di Bari gestita in passato dai mitici Toti e Tata, che mi presentarono il mio primo manager, che è di Nardò. Il pubblico che va a teatro sa cosa va a vedere e cosa si aspetta, io mi pongo il problema di dare sempre il massimo, perché al giorno d’oggi non è così scontato – e alla ripresa ho la sensazione che il pubblico sarà ancora più esigente – che la gente compri un biglietto, esca di casa d’inverno e vada a trovare parcheggio intorno a un  teatro per vedere uno show».

 

Finisse domani la pandemia, chiamassero Arbore e la Gialappa’s, a quale telefonata risponde per primo “Arrivo!”?  

«Se chiamano insieme trovano occupato e mi salvano da una decisione in qualche modo complicata. Meglio non lo sappiano, non gli venga davvero di telefonarmi nello stesso periodo: una confessione voglio proprio fartela: sarei molto, ma molto in imbarazzo».

“Là, dove c’era l’erba…”

Sessant’anni fa la posa della prima pietra per la costruzione del siderurgico

Una lunga disamina sulle decisioni politiche. No a Piombino, sì a Taranto per dare al Sud. Arriva una ricchezza concreta, ma anche i primi mali. Nonostante Paolo VI celebri qui una Santa Messa natalizia e Pertini pranzi con gli operai. Dopo il boom economico, ecco i fumi, i morti, i processi, una politica che passa dal PCI alla DC. Fra sindaci e un dissesto a scuotere e mettere la città in ginocchio.

 

C’era una volta il siderurgico. E ancora c’è. Fra processi, lunghi, tempi biblici e qualche inevitabile prescrizione, considerando i tempi della giustizia italiana. A sessant’anni dalla posa della “prima pietra” quell’industria che doveva portare benessere a Taranto, da diversi anni è nell’occhio del ciclone. Non ultima, la ripresa del maxi-processo “Ambiente svenduto”, fra intercettazioni di dirigenti del siderurgico, politici e, come spesso accade, “non ricordo” (una marea).

Nei giorni scorsi su Repubblica è apparsa una documentata riflessione di Giandomenico Amendola, che spiega il percorso di quella Taranto, scrive il quotidiano, dagli ulivi agli altiforni. “Sessant’anni dall’inizio della costruzione a Taranto – scrive Amendola – di quello che allora venne battezzato col nome della proprietà “Italsider”, quarto Centro siderurgico”.

Una decisione, quella di costruirlo proprio a Taranto, fu presa sul finire degli Anni Cinquanta. All’Iri chiedevano che il siderurgico fosse realizzato a Piombino con lo scopo di raddoppiare l’impianto esistente. Niente, ce la fece, invece, Taranto. Il governo voleva dare un primo forte segnale per la crescita di un Sud fino ad allora trascurato nonostante si studiassero le pratiche perché il meridione diventasse Mezzogiorno.

Lo slogan lanciato con successo dalla Finsider, ricorda Amendola nella sua attenta disamina, come del resto video in bianco e nero dell’epoca, qualcosa che aveva a che fare con la suggestiva “Settimana Incom”, era, appunto, “Dagli ulivi agli altiforni”. Insomma, più che una realtà, un sogno di modernizzazione ed industrializzazione. Il grande stabilimento, infatti, diventò immediatamente il simbolo del Mezzogiorno. Un sogno che sembrò diventare realtà quando lo stabilimento venne inaugurato nel 1965 e tre anni dopo benedetto da Paolo VI che celebrò la messa di Natale nello stabilimento.

 

ACCIAIO, OCCASIONE PER IL SUD

L’acciaio di Taranto era anche considerato la grande occasione per meridionali delle giovani generazioni. Per questo nella seconda metà dei Sessanta, l’Iri, proprietario dell’Italsider, lanciò, con il Rotary Club di Milano, il Progetto Iard-Sud (Individuazione e assistenza ragazzi dotati) con lo scopo di valorizzare gli studenti migliori e creare i protagonisti di un futuro meritocratico che sembrava prossimo.

La Taranto che il siderurgico trovò alla sua nascita era una città particolare: operaia e burocratico-militare con una borghesia professionale di buona qualità, ma di piccole dimensioni integrata da alcuni ricchi proprietari terrieri. Era la città dell’Arsenale e della flotta, di operai e di ufficiali di Marina. Dal ‘46 fino al ‘56 il Comune è saldo nelle mani del PCI. A seguire subentra la Democrazia cristiana che del controllo delle risorse dello Stato e della loro distribuzione fa la propria principale arma. È lo Stato, ancora una volta, il protagonista del futuro di Taranto: nel passato lo era stato con la flotta, da quel momento in poi si incarnerà nella grande fabbrica.

E veniamo a un po’ di cifre che Amendola fa nella sua attenta analisi. All’inizio degli Anni Settanta l’Italsider commissionò ad una delle più importanti società di consulenza italiana diverse ricerche per analizzare i cambiamenti portati dalla nuova grande industria sui gruppi sociali di Taranto ed in particolare sul suo sistema di potere. Uno di questi studi, terminato nel 1972 (mai pubblicato per comprensibili ragioni politiche) mostrò come la rendita realizzata dai proprietari dei suoli urbanizzati tra il 1961 e il 1971 si aggirasse (per difetto, sottolineano gli autori) sui 70/80 miliardi. La somma, cioè, di tutti salari erogati dal Centro siderurgico nello stesso periodo. Negli stessi anni, prosegue la ricerca, i depositi presso gli istituti di credito a controllo locale passano da 800 milioni a 21 miliardi.

I fumi dell’impianto invadevano già la città a partire del vicino quartiere Tamburi. L’importante era che le piccole industrie, create in fretta dagli imprenditori locali intorno al siderurgico, ricevessero commesse con un occhio di favore e che una parte consistente della massa salariale dello stabilimento e del suo indotto si riversasse nell’edilizia. Non a caso fu la Cementir la prima grande fabbrica ad insediarsi nell’area industriale di Taranto.

 

TARANTO, “SOLO” SIDERURGICO

In pochi anni, prosegue Amendola, Taranto si identificò con l’Italsider e i comuni dove vivevano molti dei dipendenti del siderurgico, diventarono la cosiddetta “Provincia Italsider” dove le esigenze dello stabilimento dettavano legge. In una Taranto diventata totalmente ed acriticamente “siderurgica”, nel 1980 il presidente Pertini pranzò con gli operai esaltandone impegno e sacrifici.

A far vivere in tranquillità la città, incurante dei pericoli che venivano dalle nuvole velenose dello stabilimento, non erano solo i denari che direttamente o indirettamente il siderurgico erogava ma anche le risorse pubbliche il cui flusso, controllato dalla potente democrazia cristiana locale, sembrava inarrestabile. Quando tangentopoli raggiunge la città e travolge la classe dirigente della Dc e del Psi, emerge drammaticamente la debolezza dei gruppi dirigenti e della borghesia tarantina. Si succedono, intanto i sindaci Giancarlo Cito, Mimmo De Cosmo e Rossana Di Bello.

Negli anni successivi, fra i cambi di società già avvenuti e prossimi a giungere, Nuova Italsider, Ilva e, oggi, Arcelor-Mittal, proseguirà la politica di dipendenza dall’industria siderurgica. Processi, morti, il dissesto del Comune. La scena politica in Italia e a Taranto è ormai cambiata. Cresce l’attenzione, forse solo apparente, ai fumi, all’inquinamento, conclude l’autore del servizio su Repubblica, ed alla annunziata perdita di posti di lavoro. Il clima politico cambierà quando forse sarà troppo tardi e non basteranno, per sanare le profonde ferite inferte dall’incuria e dall’affarismo, i processi e le pesanti condanne chieste per i proprietari e i manager dello stabilimento e per alcuni dei governanti e degli amministratori locali. Fra tutto questo, anche le decisioni del giudice amministrativo di chiudere le aree a caldo dello stabilimento. E la storia, dagli uliveti all’acciaio non è finita. Anzi, prosegue.