«Due+due? Cinque!»

ISTAT/Più di un terzo di studenti italiani è ignorante

Al Sud si sfiora anche il 50%. Difficoltà nella lettura e nella comprensione di un semplice brano. Troppo “iper-connessi”, si esprimono a forza di “emoticon” e “xché”, “xò”. Il livello culturale si abbassa al punto tale da generare ottusità e chiusure mentali.

Scuola, non va. Non c’è riforma che tenga. Con il contributo dell’Istat ci accorgiamo che quanto era stato detto a proposito di scuola e istruzione, adesso è tutto vero. Certificato da un’attenta ricerca e uno sviluppo di certi indicatori che segnalano una situazione devastante.

Colpa di un Paese che premia poco. Assume per segnalazione, piuttosto che per merito. E i ragazzi che conseguono un buon titolo di studio, una laurea e non ce la fanno a proseguire gli studi, nonostante abbiano il bernoccolo della ricerca, vanno all’estero. Salvo poi premiarli per meriti acquisiti sul campo…altrui.

Dunque, in Italia pare che molti fra quanti vengono promossi a giugno, pure con una buona media, ha difficoltà nella lettura e nella comprensione di un semplice brano. Lo stesso davanti a semplici calcoli, anche elementari. È emerso dall’ultimo report Istat su «Obiettivi per uno sviluppo sostenibile». Diffuso dall’Istituto italiano di statistica, questa radiografia interessa tutti gli aspetti della vita economica e sociale del sistema Italia, mettendo al quarto posto, su 17 obiettivi, «l’istruzione di qualità per tutti».

Una “voce” che figura solo dopo la lotta alla povertà, la lotta alla fame e al benessere e alla salute. Dando un’occhiata agli indicatori sull’effettivo grado di istruzione dei giovani studenti italiani, scopriamo che più di un terzo non raggiunge una competenza alfabetica sufficiente. Inondati dal linguaggio iper veloce e spesso sgrammaticato, zeppo di “xché”, “xò” e di “emoticon”, gli studenti del terzo anno della scuola media vanno in crisi al momento di leggere e interpretare il contenuto di un brano scritto, che alla fine comprendono solo a tratti. Rispiegarlo, poi…

Rapporto SDG. Secondo “Sustainable Development Goals”, il 34,4% degli studenti italiani che frequentano il terzo anno della scuola media «non raggiungono un livello sufficiente di competenza alfabetica». Decodificano, cioè, solo brani semplici e con informazioni elementari. Quando il testo richiede di riconoscere e ricostruire significati complessi, le cose si complicano maledettamente. E un terzo dei nostri piccoli studenti entra in difficoltà. Idem per la matematica, comunque i rudimenti che renderebbe capace la soluzione di problemi anche di una certa complessità (di carattere economico, statistiche, ecc.).

In quest’ultimo caso, la quota di adolescenti, sale al 40%: quattro su dieci! Lo confermano i dati Invalsi relativi allo scorso anno. Al Sud, questi valori crescono e tendono a superare anche il 50%. Cambiano di poco il risultato finale anche se si allarga ai dati relativi ai ragazzi del secondo anno della Scuola superiore. La quota di studenti che, nonostante le promozioni a scuola, incontra difficoltà in italiano e matematica resta praticamente invariata, descrivendo una situazione che la scuola, da sola, non riesce a fronteggiare.

Spiegano gli insegnanti. Oggi gli studenti faticano a concentrarsi nello studio perché immersi in un mondo iper connesso in cui tutte le operazioni si svolgono a velocità sostenuta. E per gli approfondimenti c’è sempre meno tempo.

«Il concetto di sviluppo sostenibile è introdotto per la prima volta – riporta il dossier – nel “Rapporto our common future” rilasciato nel 1987 dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo del programma delle Nazioni unite per l’ambiente».

Nello studio è definito sostenibile «lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri». Un concetto che proprio in questi giorni è tornato ad essere di estrema attualità. Con la studentessa svedese Greta Thunberg che, in difesa dell’ambiente e contro la produzione selvaggia che danneggia la Terra, ha sollevato le coscienze dei giovani di mezzo mondo. Paolo Mazzoli, direttore dell’Invalsi, non si sorprende di questi dati.

«Probabilmente – dice Mazzoli – il nostro insegnamento è ancora troppo scolastico. Mentre le prove Invalsi non sono prove propriamente scolastiche, considerano competenze durevoli, profonde. Probabilmente anche per questo motivo i ragazzi vanno in difficoltà non appena si trovano di fronte a dover risolvere problemi di realtà o nel decodificare i significati più profondi di un testo». Insomma, l’Italia è un Paese che deve tornare a studiare seriamente se vuole essere competitivo e tornare a dare a se stessa e al mondo, intelligenze e genialità consegnate alla storia come un tempo.

«Perché tanto sangue?»

La comunità cingalese a Taranto, sui fatti del 21 aprile scorso

«Non sappiamo spiegarcelo», dicono Niroshan e Ann, cristiani, impegnati nella preghiera con i loro connazionali Nalaka, Tenison, Claris, Rupika, Shantha e Pavan. «La vita è un dono di Dio, non si può farne un uso sconsiderato, aggiungendo dolore ad altro dolore». Ogni settimana Santa messa al SS. Crocifisso e alla Madonna delle Grazie. «Quel giorno abbiamo acceso candele e ci siamo a lungo raccolti in preghiera per le vittime del terrorismo»

«E’ accaduto a sette minuti di strada da casa mia, non lontana dal santuario di Sant’Antonio, dove normalmente si recano a pregare mio figlio Gayesh, venti anni, e mia sorella!». Niroshan, cingalese, quarantotto anni, casa a Colombo, capitale commerciale ed economica dello Sri Lanka presa di mira da un ampio commando kamikaze, non sa darsi pace. Da anni in Italia, prima a Venezia, impiegato in un albergo, oggi a Taranto, impegnato con una società di pulizie e in uno studio notarile, spiega l’incubo vissuto quel maledetto 21 aprile. «Mi ero appena svegliato, quando mi hanno avvisato su quanto stesse accadendo: non era stata ancora realizzata l’entità di danno e dolore, le notizie si rincorrevano, non mi restava che pregare, io che ho una grande fede cristiana ho sperato fino all’ultimo momento che i danni provocati fossero soltanto alle cose e non alle persone».

Invece, tre chiese, quattro alberghi di lusso e un complesso residenziale. Questi gli obiettivi dell’azione terroristica suicida che ha provocato, secondo fonti governative, la morte di 253 innocenti la mattina del 21 aprile proprio a Colombo, la città di Niroshan, il giorno in cui veniva celebrata la Pasqua cristiana. Una strage che non sarà mai dimenticata da un popolo, quello cingalese, rispettoso verso fedi diverse: buddista, hindu, musulmana, cristiana.

Prima esplosione presso il santuario di Sant’Antonio, nel sobborgo di Kotahena, poco lontano da Colombo «Anni fa era stato in visita Giovanni Paolo II», ricorda Niroshan. Le chiese di San Sebastiano di Negombo e di Sion, fra gli altri obiettivi. Distrutti dalla furia kamikaze anche tre alberghi di lusso: lo Shangri-La Hotel, il Cinnamon Grand Hotel e il The Kingsbury, e il complesso residenziale seguite da un’altra esplosione presso la Tropical Inn.STORIE Articolo 03«Lo stesso giorno ci siamo raccolti in preghiera – ricorda Ann, ventisette anni, studi in ragioneria ed economia aziendale, a Taranto da dieci anni con mamma Mala e papà Kingley – mia madre era già in chiesa, come ogni domenica: la comunità cingalese di fede cristiana presente a Taranto, si riunisce per partecipare alla Santa Messa, una volta al SS. Crocifisso, una volta alla Madonna delle Grazie; ogni due settimane don Shehan, anche lui cingalese, arriva da Roma: quel 21 aprile era già a Taranto, stava celebrando la Settimana Santa con una serie di funzioni religiose; dopo quelle notizie tremende, stretti nel dolore, abbiamo acceso candele e recitato preghiere in memoria delle vittime di una strage inspiegabile: qualsiasi cosa provochi dolore, a se stessi e al prossimo, è inspiegabile; la violenza è un fatto inspiegabile».

Nalaka, Tenison, Claris, Rupika, Shantha, Pavan, Iranga e tanti altri non hanno mai smesso di pregare con don Sheran e padre Francesco del SS. Crocifisso, la chiesa nella quale la comunità cristiana cingalese è ospite. «Ho continuato a vivere l’incubo per ore – ricorda  ancora Niroshan – seguendo prima i canali youtube, poi i notiziari Rai e Sky: il tempo passava e non riuscivo a mettermi in contatto con mio figlio Gayesh; dov’ero io in quel momento non c’era campo, mentre a Colombo le esplosioni avevano messo fuori uso i sistemi di comunicazione; poi la schiarita, se così vogliamo chiamarla: a casa tutto bene, ma le immagini non davano scampo al dolore, la sciagura era un continuo susseguirsi di numeri: dieci, cinquanta, cento, duecento, trecento morti!». Qualcuno era arrivato a ipotizzare mille vittime. Ma mille, cento, cinquanta, dieci, uno solo, gli stessi ragazzi del commando suicida, chiunque non fosse più in vita provocava dolore. «La vita è un dono di Dio – dice Ann – non si può farne un uso sconsiderato, aggiungendo dolore ad altro dolore; la notizia di quanto stesse accadendo il giorno di Pasqua,  l’ho vissuta attraverso due amici: una telefonata dietro l’altra, un mio connazionale a dirmi che c’erano stati attentati, ma non se ne conosceva la proporzione; un altro amico milanese, subito dopo, invece mi aveva aggiornato sul dramma abbattutosi nelle tre chiese di Colombo, una sciagura costata la vita a centinaia di anime innocenti: poi i messaggi su Viber, il nostro gruppo social, e le immagini che non lasciavano scampo; sul mio cellulare vedevo di tutto, non riuscivo a piangere, tanto ero incredula, pensavo fosse un incubo…».
STORIE Articolo 02«Non sappiamo spiegarcelo», dicono Niroshan e Ann, cristiani, impegnati nella preghiera con i loro connazionali Nalaka, Tenison, Claris, Rupika, Shantha e Pavan. «La vita è un dono di Dio, non si può farne un uso sconsiderato, aggiungendo dolore ad altro dolore». Ogni settimana Santa messa al SS. Crocifisso e alla Madonna delle Grazie. «Quel giorno abbiamo acceso candele e ci siamo a lungo raccolti in preghiera per le vittime del terrorismo»

«E’ accaduto a sette minuti di strada da casa mia, non lontana dal santuario di Sant’Antonio, dove normalmente si recano a pregare mio figlio Gayesh, venti anni, e mia sorella!». Niroshan, cingalese, quarantotto anni, casa a Colombo, capitale commerciale ed economica dello Sri Lanka presa di mira da un ampio commando kamikaze, non sa darsi pace. Da anni in Italia, prima a Venezia, impiegato in un albergo, oggi a Taranto, impegnato con una società di pulizie e in uno studio notarile, spiega l’incubo vissuto quel maledetto 21 aprile. «Mi ero appena svegliato, quando mi hanno avvisato su quanto stesse accadendo: non era stata ancora realizzata l’entità di danno e dolore, le notizie si rincorrevano, non mi restava che pregare, io che ho una grande fede cristiana ho sperato fino all’ultimo momento che i danni provocati fossero soltanto alle cose e non alle persone».

Invece, tre chiese, quattro alberghi di lusso e un complesso residenziale. Questi gli obiettivi dell’azione terroristica suicida che ha provocato, secondo fonti governative, la morte di 253 innocenti la mattina del 21 aprile proprio a Colombo, la città di Niroshan, il giorno in cui veniva celebrata la Pasqua cristiana. Una strage che non sarà mai dimenticata da un popolo, quello cingalese, rispettoso verso fedi diverse: buddista, hindu, musulmana, cristiana.

Prima esplosione presso il santuario di Sant’Antonio, nel sobborgo di Kotahena, poco lontano da Colombo «Anni fa era stato in visita Giovanni Paolo II», ricorda Niroshan. Le chiese di San Sebastiano di Negombo e di Sion, fra gli altri obiettivi. Distrutti dalla furia kamikaze anche tre alberghi di lusso: lo Shangri-La Hotel, il Cinnamon Grand Hotel e il The Kingsbury, e il complesso residenziale seguite da un’altra esplosione presso la Tropical Inn.
STORIE Articolo 01«Lo stesso giorno ci siamo raccolti in preghiera – ricorda Ann, ventisette anni, studi in ragioneria ed economia aziendale, a Taranto da dieci anni con mamma Mala e papà Kingley – mia madre era già in chiesa, come ogni domenica: la comunità cingalese di fede cristiana presente a Taranto, si riunisce per partecipare alla Santa Messa, una volta al SS. Crocifisso, una volta alla Madonna delle Grazie; ogni due settimane don Shehan, anche lui cingalese, arriva da Roma: quel 21 aprile era già a Taranto, stava celebrando la Settimana Santa con una serie di funzioni religiose; dopo quelle notizie tremende, stretti nel dolore, abbiamo acceso candele e recitato preghiere in memoria delle vittime di una strage inspiegabile: qualsiasi cosa provochi dolore, a se stessi e al prossimo, è inspiegabile; la violenza è un fatto inspiegabile».

Nalaka, Tenison, Claris, Rupika, Shantha, Pavan, Iranga e tanti altri non hanno mai smesso di pregare con don Sheran e padre Francesco del SS. Crocifisso, la chiesa nella quale la comunità cristiana cingalese è ospite. «Ho continuato a vivere l’incubo per ore – ricorda  ancora Niroshan – seguendo prima i canali youtube, poi i notiziari Rai e Sky: il tempo passava e non riuscivo a mettermi in contatto con mio figlio Gayesh; dov’ero io in quel momento non c’era campo, mentre a Colombo le esplosioni avevano messo fuori uso i sistemi di comunicazione; poi la schiarita, se così vogliamo chiamarla: a casa tutto bene, ma le immagini non davano scampo al dolore, la sciagura era un continuo susseguirsi di numeri: dieci, cinquanta, cento, duecento, trecento morti!». Qualcuno era arrivato a ipotizzare mille vittime. Ma mille, cento, cinquanta, dieci, uno solo, gli stessi ragazzi del commando suicida, chiunque non fosse più in vita provocava dolore. «La vita è un dono di Dio – dice Ann – non si può farne un uso sconsiderato, aggiungendo dolore ad altro dolore; la notizia di quanto stesse accadendo il giorno di Pasqua,  l’ho vissuta attraverso due amici: una telefonata dietro l’altra, un mio connazionale a dirmi che c’erano stati attentati, ma non se ne conosceva la proporzione; un altro amico milanese, subito dopo, invece mi aveva aggiornato sul dramma abbattutosi nelle tre chiese di Colombo, una sciagura costata la vita a centinaia di anime innocenti: poi i messaggi su Viber, il nostro gruppo social, e le immagini che non lasciavano scampo; sul mio cellulare vedevo di tutto, non riuscivo a piangere, tanto ero incredula, pensavo fosse un incubo…».
STORIE Articolo 04Amici e parenti di Ann. «Era un continuo sentirsi al telefono, “Vogliamo venire in Italia!”, mi ripetevano i parenti dallo Sri Lanka, come se fosse ripresa quella tremenda guerra finita dieci anni fa, un conflitto costato migliaia e migliaia di vite umane». Quel triste 21 aprile insiste nel cuore e nelle coscienze. Non è finito. «Non può finire – dicono i cristiani cingalesi – quanto accaduto è di proporzioni disumane: gli stessi attentati sono generati da vicende disumane; continuiamo a pregare, come sempre, non solo la domenica, ma anche gli altri giorni: lo scorso 10 marzo ci siamo recati in tanti a San Giovanni Rotondo a rivolgere una preghiera anche a Padre Pio; per noi la preghiera è indispensabile, come l’amore per il prossimo: siamo tutti fratelli, lo sono anche quanti hanno abbracciato altre religioni; per questo continuiamo a domandarci, senza saperci dare risposta, perché è accaduto tutto questo!».

Amici e parenti di Ann. «Era un continuo sentirsi al telefono, “Vogliamo venire in Italia!”, mi ripetevano i parenti dallo Sri Lanka, come se fosse ripresa quella tremenda guerra finita dieci anni fa, un conflitto costato migliaia e migliaia di vite umane». Quel triste 21 aprile insiste nel cuore e nelle coscienze. Non è finito. «Non può finire – dicono i cristiani cingalesi – quanto accaduto è di proporzioni disumane: gli stessi attentati sono generati da vicende disumane; continuiamo a pregare, come sempre, non solo la domenica, ma anche gli altri giorni: lo scorso 10 marzo ci siamo recati in tanti a San Giovanni Rotondo a rivolgere una preghiera anche a Padre Pio; per noi la preghiera è indispensabile, come l’amore per il prossimo: siamo tutti fratelli, lo sono anche quanti hanno abbracciato altre religioni; per questo continuiamo a domandarci, senza saperci dare risposta, perché è accaduto tutto questo!».

«A favore dell’accoglienza»

Armando Spataro, ospite della web-radio “Costruiamo Insieme”

L’ex magistrato e procuratore di Torino, ospite dell’incontro nell’ex Caserma Rossarol insieme con il consigliere regionale Gianni Liviano e il docente universitario, Ivan Ingravallo. Tema, “Immigrazione fra diritti, sicurezza e accoglienza”: politica dei “porti chiusi” vietata per legge, negare l’ingresso agli extracomunitari è antigiuridico, persi numerosi posti di lavoro a causa del Decreto-sicurezza.

La politica dei “porti chiusi” è vietata per legge; negare l’ingresso a chiunque chieda asilo è un atteggiamento antigiuridico; persi numerosi posti di lavoro a causa del Decreto-sicurezza. Questi alcuni dei concetti scaturiti nel corso del dibattito svoltosi nell’ex Caserma Rossarol di via Duomo a Taranto, sede dell’Università “Aldo Moro”. Fra i relatori, l’ex magistrato Armando Spataro, che ha concesso un’intervista esclusiva alla web radio di “Costruiamo Insieme”, il consigliere regionale Gianni Liviano, promotore dell’incontro con l’associazione “Le Città che vogliamo”, e Ivan Ingravallo dell’Università di Bari e Taranto.

Tarantino, già procuratore della Repubblica a Torino e procuratore aggiunto presso il Tribunale di Milano, coordinatore del gruppo specializzato nel settore dell’Antiterrorismo, Spataro ha tenuto una lectio magistralis su “Immigrazione fra diritti, sicurezza e accoglienza”.

Si è parlato di equivoci, talvolta indotti da ragioni politiche, che generano  informazioni che disorienterebbero i cittadini. Si è fatto allusione a frasi come “Aiutiamoli a casa loro!” o “Gli immigrati tolgono lavoro agli italiani!”, diventate una consuetudine per considerare tout-court un tema che, invece, richiede un approfondimento maggiore. Spataro ha parlato della  Libia, dove c’è guerra, piuttosto che “scontri”, come invece riportato da fonti politiche. La guerra, infatti, è una delle condizioni in cui è possibile richiedere asilo: come si potrebbero, infatti, aiutare “a casa loro” vittime di un conflitto che semina morte quotidianamente. Il lavoro, altro argomento caldo. Gli extracomunitari non sottraggono occupazione agli italiani: l’Italia, è stato detto, è infatti il secondo Paese in Europa per il minor numero di immigrati presenti.Spataro articolo 01I numerosi posti di lavoro, piuttosto. Li hanno persi le cooperative sociali impegnate nel settore dell’Accoglienza, in seguito al “Decreto di Sicurezza”: Centri di accoglienza chiusi, immigrati per strada. Una scelta che, insieme alla riduzione di fondi, ha provocato crisi nel settore. Senza contare, che mettendo per strada migliaia di extracomunitari sono aumentati bisogno di assistenza e rischi di “avvicinamento” a organizzazioni criminali.

La politica dei “porti chiusi” è vietata per legge, è stato detto nel corso dell’incontro nell’ex Caserma Rossarol. Lo confermano le Convezioni internazionali che impongono l’accoglienza. Unica ragione in cui i porti possono essere chiusi, è stato spiegato, sarebbero solo ragioni legate alla sicurezza dello Stato. In questo caso, però, il pericolo andrebbe prima documentato in modo specifico. Dichiarare, infatti, “Potrebbero arrivare terroristi…”, non è un criterio giuridico.

«Non siamo battitori liberi – ha detto Gianni Liviano, consigliere regionale pugliese – oppure esseri che camminano per conto proprio: apparteniamo a una comunità che si arricchisce delle diversità, invece di respingerle. Quello dei migranti – come ci ha spiegato nella sua “lectio magistralis” l’ex magistrato Armando Spataro – è un tema scottante, spesso caratterizzato da commenti figli dell’emotività, di certa propaganda e non dal rispetto giuridico».

L’importanza di ascoltare un argomento trattato con la massima competenza è, invece, l’aspetto colto durante il suo intervento, da Ivan Ingravallo, docente dell’Università di Bari e Taranto. «In un momento nel quale fake-news e notizie incontrollate sono all’ordine del giorno – ha detto Ingravallo – una lezione come quella a cui abbiamo assistito: puntuale, circostanziata come poche, non può che arricchirci e di questo non possiamo che essere riconoscenti agli organizzatori per aver messo in relazione fra loro università, città e competenze».Spataro articolo 02L’ospitalità in un Paese tocca a chi chiede asilo in presenza delle condizioni di legge. L’esatto contrario, respingere chi chiede ospitalità, sarebbe infatti atteggiamento antigiuridico. L’errore nel quale talvolta incorre il cittadino sarebbe quello di riconoscere al potere politico una discrezionalità tale al punto da sottrarsi alla legge. La Corte costituzionale lo ha spiegato più volte: non esiste questa possibilità.

Spataro, favorevole all’accoglienza. «Non sono un accademico – ha dichiarato l’ex magistrato – condivido quanto scrisse il compianto Stefano Rodotà: “La solidarietà non è un sentimento, ma un diritto”».

A proposito dell’autorevole ospite della nostra web-radio – intervista che potrete riascoltare in palinsesto, ma anche in streaming – non molti sanno (o ricordano) che l’ex magistrato tarantino, appassionato di musica country, è stato per una breve stagione conduttore radiofonico sulle frequenze di Radio Taranto. Proprio in virtù di una preparazione non indifferente nel campo della West-coast, Spataro si è prestato a un divertente giochino legato alla sua competenza musicale. Non solo Crosby, Stills, Nash & Young, ma anche Dylan. Proseguendo per gruppi rock più recenti come Coldplay e Radioheads, per concludere con uno dei prossimi concerti che una formazione terrà prossimamente a Milano. Per conoscere il nome del gruppo particolarmente atteso, basterà restare ascoltare “Costruiamo Insieme – Web Radio”.

Chernobyl ci cambiò la vita

Trentatré anni fa la tragedia in Bielorussia che in vestì l’intera Europa

Le abitudini a tavola. La gente diventa diffidente sulla produzione di alcuni prodotti. Aziende agricole e allevatori dell’allora Unione sovietica entrano in crisi. La gente diventa diffidente, l’alimentazione diventa di colpo qualcosa a cui prestare massima attenzione.

Chernobyl, esattamente trentatré anni fa. La gente che ha vissuto quella tragedia, esplosione e nube tossica radioattiva sulla propria pelle, attraverso una costante informazione mai sufficientemente esaustiva, adotta con molta cautela notizie sui prodotti alimentari. Da quel momento pare che non tutto sia come prima: cambiano di colpo le abitudini alimentari giornaliere, con queste la sorte di aziende di agricoltori e allevatori. Gli omogeneizzati per i piccoli, per esempio, vengono prodotti con verdure, frutta, carne e latte.

Tutto comincia a Chernobyl, la notte del 26 aprile del 1986. E’ da poco passata l’una. La “numero quattro”, una delle unità della centrale nucleare Ucraina esplode nel corso di un test. Un boato così forte da essere avvertito anche dalla vicina città di Prypjat. Qui alloggia buona parte di quanti sono quotidianamente impegnati sugli impianti della Centrale maledetta. A questi non viene fornita notizia. Per due giorni la vita di questa gente prosegue come se non fosse accaduto niente.

L’invito all’evacuazione ha inizio solo nel pomeriggio del 27 aprile. E’ quanto causa ripercussioni gravi sulla salute degli abitanti, specie sui bambini. Le polveri radioattive, come in uno sciagurato “day after”, si sprigionano nell’aria. La nube di sostanze radioattive si espande in Ucraina, poi Bielorussia e Russia. Pochi giorni ancora e l’intera Europa viene travolta da una paura nuova. Le autorità sovietiche minimizzano. Dal reattore fuoriescono, invece, cinque tonnellate circa di materiale radioattivo. Il resto è rimasto lì: unità numero 4.

Nelle settimane seguenti all’esplosione, con la “nube tossica” che continua ad espandersi in modo gravemente minaccioso. Come si diceva, sale l’allarme per le possibili contaminazioni da radiazioni che potessero interessare prodotti alimentari: insalata e latte, in particolare e, di conseguenza, tutte quelle preparazioni che li utilizzavano. Inizialmente venne detto di lavorare con cura la verdura, quella a foglia larga, in particolare, poi tanti smisero proprio di mangiarla per un lungo periodo. Mentre gli esperti si dividevano sugli effettivi rischi, la psicosi da radiazione condizionò pesantemente le abitudini quotidiane e la sorte delle aziende di agricoltori e allevatori. Basti pensare agli omogeneizzati per i bambini con verdure, frutta, carne e latte.

Trentatré anni da quella tragedia. A oggi è ancora sconosciuto il disastro in termini di vite umane provocato da quell’esplosione. Si citano il rapporto del Chernobyl Forum e quello del Partito Verde Europeo del parlamento europeo chiamato Torch (The Other Report on Chernobyl). Il rapporto Torch è appaiato a quello del Chernobyl Forum sui morti sicuri, ovvero 65, ma differisce fortemente sui morti presunti che, negli anni, secondo Torch,è salito a quota 9000. Contrasti che proseguono anche sulla presunta incidenza della radiazioni sullo sviluppo di malattie tumorali (leucemia, soprattutto ) fra le popolazioni, da quelle più vicine a Chernobyl (600mila gli evacuati) a quelle del resto d’Europa.

E l’Italia? L’incidente ucraino rappresenta anche l’accantonamento definitivo sul programma nucleare italiano. Dopo quella immane tragedia e le ripercussioni sul resto d’Europa, nessun partito in Italia, ad eccezione di quello repubblicano, osa schierarsi con i No al referendum sul nucleare, promossi dal Partito Radicale, consultazione che avrà luogo l’8 e il 9 aprile del 1987.

«Ci vorranno millenni per smaltire gli isotopi radioattivi che ormai si trovano dappertutto: nella terra, nell’acqua e nell’aria delle zone contaminate. Io non credo nell’utilità del nuovo sarcofago», avverte Valentin Kupny, padre di Alexander, responsabile della manutenzione della prima copertura del reattore dal 1995 al 2002. Per lui, «Chernobyl è destinato ad essere un problema eterno».

«Riconoscente a vita!»

Andrew, ventisei anni, nigeriano, “cuoco”

«“Costruiamo Insieme” mi ha dato serenità. Dalle sedici ore di lavoro, malpagate, in un autolavaggio, alla cucina aperta mesi fa dalla cooperativa. Un attestato conseguito a Confcommercio, “piatti” italiani e nordafricani. In trecento a bordo di un gommone, la grande paura, poi Lampedusa. Ringrazio il Cielo!»

«Fino a qualche tempo fa non avevo troppa fortuna con il lavoro; mi sbattevo da mattina a sera per pochi spiccioli, fino a quando non ho trovato l’occasione con “Costruiamo Insieme”: oggi lavoro in cucina, mi diletto fra fornelli e pietanze, da otto mesi la mia vita è cambiata grazie alla cooperativa!».

Andrew, nigeriano, ventisei anni, quando si racconta alza gli occhi al Cielo. Un cielo con la “c” maiuscola. Il suo riferimento è il Signore. Durante la nostra chiacchierata lo invoca spesso. Con garbo, come se stesse maneggiando un pacco con la dovuta cura. Accompagna questa sua grande forma di rispetto con il segno della croce. Andrew è cattolico. Prende il suo zainetto. Come fosse la borsa di Mary Poppins, tira fuori da questo l’impossibile. C’è di tutto, svuota e riempie una scrivania. Sulle prime non comprendiamo cosa stia cercando. Nonostante parli italiano, non pensa nemmeno lontanamente ad anticipare la mossa a sorpresa. «Aspetta un momento!», dice. Passa un minuto. Ne passano due, anche qualcosa di più. Ecco, ha trovato. Mostra l’oggetto della sua ricerca con grande orgoglio. «Ecco, Papa Francesco!». Un quadretto, a colori, una stampa con foto di Sua Santità. «Padre, Figlio, Spirito santo!», altro segno della croce. Andrew, adesso, ha il volto sereno. Voleva solo mostrare quanto quel suo segnarsi fronte e petto, invocando la Trinità, non fosse solo frutto di abitudine. «Credo in Dio, è a lui che mi sono rivolto nei momenti difficili e se mi ha aiutato a trovare un lavoro importante, vuol dire che le mie preghiere sono arrivate a destinazione».

Amabile Andrew. Raccontaci la tua storia. «Vengo dalla Nigeria, una vita fatta di grandi sacrifici e mille motivi perché non restassi più a casa, con mio fratello di ventidue e mia sorella di venti anni: loro, grazie al Cielo, stanno bene dove stanno, non corrono alcun rischio, io non potevo più restare; se sei contrario, ostinato nei confronti di qualcuno, corri il rischio che ti facciano male: ma non con sonore bastonate… Oggi, grazie al cellulare, fratello e sorella li sento molto spesso, lo stesso la mamma: quest’ultima la sento in continuazione, l’ultima volta che le ho parlato non stava bene e questo è anche uno dei motivi perché ogni giorno trovo del tempo per rivolgere preghiere a Dio: deve fare il possibile per far stare bene i miei due fratelli e mia madre, perché possa riprendersi al più presto»Storie Articolo 02 - 1FUGA E VIAGGIO, DAL NIGER ALLA LIBIA

Prima di “Costruiamo Insieme”, la fuga. Un lungo viaggio. «Ho attraversato, non senza qualche problema, il Niger: sono arrivato in Libia, unico sistema per mettere da parte un po’ di denaro con il lavoro e trovare un’occasione di imbarco; ho fatto un po’ di lavoretti, fino a quando per un periodo di otto mesi ho trovato un lavoro un po’ più stabile: non pagato bene, ma almeno costante, mi sfiancavo, andavo a dormire con la schiena a pezzi, ma il giorno dopo sapevo che il mio lavoro era quello e basta; lavoravo in un autolavaggio, a contatto con acqua, detersivi, schiuma e spray, tutte cose che a lungo andare, per almeno quattordici, sedici ore al giorno, rappresentavano un tormento; ma lavoravo, mettevo un po’ di soldi da parte…».

Quando finalmente un giorno arriva l’occasione. «Un gommone enorme, occhio e croce avrebbe potuto ospitare cento, centocinquanta persone: uno sull’altro, invece, arrivammo a qualcosa come trecento ragazzi! Pensavo che se il gommone fosse affondato prima di avvistare una nave, una imbarcazione più solida, sarebbe stata una vera sciagura; mi imbarcai, fummo soccorsi, fortunatamente, da una motonave, salimmo a bordo, arrivammo a Lampedusa: tre giorni lì, poi dritti nell’hot spot di Taranto, ospiti in un Centro di accoglienza, dopo del tempo “Costruiamo Insieme”, come sentirsi a casa, massima assistenza: nostalgia, tanta, ma almeno non dovevo domandarmi cosa stessi facendo qui, in Italia».

A proposito di Italia. «Sono arrivato in Italia il 5 aprile di quattro anni fa; non appena sbarcato ho fatto lavoretti, qualcuno soddisfacente, qualcuno un po’ meno; non era come trovarsi in Nigeria, però, dove le giornate si trascinavano fra lavori sempre di fatica con zero soddisfazioni dal punto di vista economico». Sfrega appena, uno con l’altro, pollice e indice. Di italiano ha imparato la lingua, ma anche i gesti, eloquenti. Quelle due dita “parlano” di soldi. Ora Andrew sta tranquillo.Storie Articolo 01 - 1UN CORSO DI QUALIFICA, FINALMENTE UN ATTESTATO 

«Prima dell’opportunità di lavoro con “Costruiamo” insieme con i mei due colleghi, Ali e Waseem, ho fatto un corso in Confcommercio. Ho imparato i segreti della cucina, come si mantiene nella massima pulizia l’ambiente di lavoro e come si cucinano certe pietanze: non solo cucina italiana; diciamo anche che, oggi, il massimo è la cucina nordafricana, piatti che i ragazzi ospiti della nostra cooperativa mostrano di apprezzare: non puoi, però, cucinare sempre la stessa roba, devi cambiare; ho imparato che anche il miglior “piatto” mangiato tutti i giorni, alla fine può nausearti».

Dunque, “Costruiamo”. «Quando la cooperativa ha aperto la sua cucina per assistere i suoi ospiti, ha pensato a noi che avevamo avuto già esperienza e, soprattutto, un attestato che ci qualificasse».

Cosa ricorda Andrew del suo Paese. «Le partite di calcio, quelle che giocavamo da ragazzi, da mattina a sera: non importava chi segnasse, l’importante era vincere; oggi sento di aver vinto la partita della vita: ho un lavoro importante, spalle al sicuro e non posso che ringraziare il Signore; devo a Lui – segno della croce – se ho incontrato presidente, direttore e colleghi che mi hanno aiutato a inserirmi nel quotidiano; a tutta questa gente sarò riconoscente a vita».

«Canto l’amore universale»

Peppe Servillo, cantante degli Avion Travel ospite di “Costruiamo Insieme”

«Sentimento fra due persone, ma anche per il prossimo, qualunque esso sia: per chi è diverso da noi.  Fino al “non amore”, come ha scritto Franco Marcoaldi, autore della lettura-concerto rappresentata a Taranto»

«Uno spettacolo, una lettura-concerto di poesie e canzoni che nasce da questa pubblicazione di Marcoaldi appena riedita, un lavoro che indaga poeticamente sulle varie declinazioni di un sentimento: non solo l’amore in una relazione a due, ma amore per l’universo, da quello per il prossimo, per chi è diverso da noi, proseguendo con l’amor proprio; tutto questo, nel corso dello spettacolo avviene con l’ausilio di canzoni napoletane che hanno così profondamente indagato questo sentimento, rappresentandolo di volta in volta in maniera ironica, violenta, dolce, tenera, come nelle serenate anche “a dispetto” – oltre che in quelle classiche della canzone napoletana – quando il sentimento dell’amore quando contiene in sé, come recita il titolo di Marcoaldi, anche il “non amore”: dopo le presentazioni teatrali al “Piccolo” di Milano e all’“Argentina” di Roma, è stato praticamente un debutto: siamo contenti sia andata così bene, il teatro pieno di gente, fa bene al cuore, soprattutto se attenta come è accaduto al teatro Fusco di Taranto».

Peppe Servillo, sere fa è stato ospite a Taranto di un concerto all’interno del “Mysterium Festival 2019”, assieme a Franco Marcoaldi, poeta, autore, scrittore, intensa collaborazione teatrale quest’ultimo con Toni Servillo (fratello della voce, nonché autore, anima degli Avion Travel), protagonista del film Premio Oscar “La grande bellezza” diretto da Paolo Sorrentino.

Poesie e canzoni della tradizione napoletane, insieme. «E’ stato più emozionante, per esempio, rappresentare a Taranto, città natale di Mario Costa, la canzone “Era di maggio” – spiega Marcoaldi  – fu, infatti, il grande maestro a tradurre in una emozione ancora più grande un testo di Salvatore Di Giacomo, tanto da farne un classico della canzone napoletana». L’autore di “Amore non amore”, conosce genesi e collaborazione fra Costa e Di Giacomo, incontro che generò, appunto, una delle pagine più suggestive della tradizione musicale napoletana, dunque internazionale, tanto è considerata universale la canzone generata al cospetto del Golfo.servilllo«Abbiamo provato a dare emozioni leggendo alcune delle pagine del mio libro, riproponendo canzoni come “Te voglio bene assaje” e “M’aggia cura’”, ma non solo queste: la gente venuta ad ascoltarci in teatro teatro si è ritrovata al cospetto di un programma in cui poesia e musica interagiscono fra loro: che dire, bravissimo Servillo a cogliere gli spunti dai miei testi e interpretarli come pochi».

L’amicizia con il cantante degli Avion Travel, Peppe Servillo. «L’incontro risale a una decina di anni fa, in occasione di “Sconcerto”, una delle mie opere portate in scena con Toni Servillo, fratello di Peppe, che curò anche la regia dello spettacolo con le musiche di Giorgio Battistelli».

«Fu quella un’occasione di confronto – ci conferma Servillo  – sulla scorta della quale ci ripromettemmo che avremmo lavorato insieme; la ripubblicazione con nuove pagine di un grande successo editoriale come “Amore non amore”, stesso titolo dell’evento portato in scena al teatro Fusco di Taranto, è stata dunque l’occasione promessa: un recital di poesie dal volto minimale – ecco la scelta di un chitarrista, bravo come Cristiano Califano – per dare risalto il più possibile al testo, al colore di una parola anche cantata; interpreto, infatti, canzoni napoletane in stretta relazione con i suggerimenti che generano le poesie di Marcoaldi».

Servillo e gli Avion Travel. «L’attività continua, abbiamo concerti a maggio, un repertorio con canzoni anche dall’ultimo album pubblicato, “Privé”; gireremo l’Italia e non sarebbe male prima o poi incontrarci di nuovo; Taranto posso dire di conoscerla bene: ho cantato, ma ho anche girato scene di un film in Città vecchia, l’Isola, che ha dato i natali al grande Mario Costa e ancora prima a Giovanni Paisiello: come vedete Napoli e Taranto hanno sempre una ragione in più per abbracciarsi».

Pasqua di riconciliazione

L’abbraccio cattolico al mondo intero

Pace per le persone e i popoli tormentati da violenze e ingiustizie. Il dolore causato dai conflitti in Medio Oriente, Africa e altri Paesi, i cristiani perseguitati, i migranti e i rifugiati, gli anziani che perdono la gioia di vivere. Un pensiero rivolto dalla Chiesa all’immensa sciagura di lunedì scorso, Notre-Dame de Paris.

Riconciliazione e pace a popoli e persone tormentati da violenze e ingiustizie. E’ il pensiero cristiano rivolto a tutto il mondo, non solo a quello cattolico. Lo ricorda e lo ha ricordato spesso Papa Francesco. E il suo pensiero, come sempre, è per il dolore dei conflitti in Medio Oriente, Africa e altri Paesi; ai cristiani perseguitati, a anche migranti e rifugiati, e a quanti nelle nostre società perdono speranza e gioia di vivere, agli anziani sopraffatti dalla solitudine sentono venire meno le forze, ai giovani a cui sembra mancare il futuro.

Questo è il segno nel quale è necessario vivere la Santa Pasqua. La Risurrezione indica sentieri di speranza. Un abbraccio di amore fra popoli e culture nel bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente, favorendo la convivenza anche fra hanno visioni opposte, ma mai violente.

Tutto illuminato dalla notizia: «Gesù Cristo, incarnazione della misericordia di Dio, per amore è morto sulla croce e per amore è risorto. Di fronte ai vuoti spirituali e morali dell’umanità, di fronte a voragini che si aprono nei cuori e che provocano odio e morte, solo un’infinita misericordia può darci salvezza. Solo la preghiera può riempire col suo amore questi vuoti, questi abissi, e permetterci di non sprofondare ma di continuare a camminare insieme verso la Terra della libertà e della vita». Sono parole sulle quali spesso torna Papa Francesco, quando si rivolge a oltre un miliardo di cristiani e miliardi di fratelli di altre fedi, tutte unite nel professare amore e non violenza. E’ la Pasqua.

Si dice Pasqua, ma il pensiero non può che andare al pomeriggio di lunedì scorso. Notre-Dame de Paris, cade sotto gli occhi di tutti. C’è la tv, i grandi network che accendono i riflettori su una delle tragedie più immani della storia contemporanea. L’altra che ci viene in mente, naturalmente, ma per contenuti diversi, è il disastro dell’Undici Settembre. Il disastro è completo: si stacca la guglia e si abbatte al suolo con i suoi mille anni di storia. E’ finita. Il mondo, non solo quello Occidentale, partecipa a un dramma, alla caduta di un monumento “non solo cattolico”. Notre-Dame è un’opera d’arte, è un racconto, un dramma, è tanta Francia messa insieme. Una Francia che circola per il mondo con una bellezza da togliere il respiro.

Pasqua, Notre-Dame e il Mondo cattolico. È il «cuore spirituale» della Francia. Ma non «solo». è simbolo della storia della Chiesa. E dell’umanità. Monsignor Hyacinthe Destivelle OP, responsabile della sezione orientale del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, descrive così Notre Dame, distrutta dall’incendio. Uno choc per il mondo intero, a cominciare dalla Francia e anche dalla Santa Sede. La cattedrale parigina rappresenta «la bellezza» che il credo può creare, perciò il Prelato ha una speranza concreta: «Possa questa tragedia ricordarci la ricchezza che la fede cristiana è stata per i nostri Paesi e continuerà a essere». «È un’emozione drammatica immensa vedere bruciare Notre Dame: è il cuore spirituale della Francia. Esprime nelle sue pietre la fede delle persone che l’hanno costruita nel corso dei secoli. La sua bellezza ha anche dato la fede a migliaia di cristiani. Il suo mistero ha ispirato i più grandi autori, al punto tale da convertirsi».

«Le mie Passioni…»

Samuel, la sua storia e la “lavanda” durante la Settimana Santa

Nigeriano, trentuno anni, è stato invitato ad una funzione religiosa. Ospite di “Costruiamo Insieme”, fede cattolica, è stato uno dei dodici “apostoli” nella celebrazione ecumenica dell’abate Antonio Perrella. Sogna di fare l’elettrauto.

Clima di Passione. In tutta Italia sono diverse le funzioni e le manifestazioni religiose. Ad un paio di queste, la cooperativa “Costruiamo Insieme” ha voluto parteciparvi con alcuni suoi ragazzi. Una in particolare, lunedì sera, è stata quella che ci ha un po’ segnati, positivamente s’intende. Abbiamo conosciuto uno degli ospiti del centro di accoglienza. Protagonista è Samuel.

Di poche parole, talvolta accenna, a volte bisbiglia, quasi non volesse disturbare. Il mestiere ci ha insegnato che, di solito, chi parla, troppo, di solito esagera. Samuel non appartiene a quest’ultima categoria. Nigeriano, trentuno anni, fede cristiana, ha accettato l’invito che gli ha girato la cooperativa. L’abate Antonio Perrella, Superiore Generale dell’Ordine Monastico Ecumenico “Christiana Fraternitas” (Chiesa Episcopale – Comunione Anglicana), vuole compiere una celebrazione ecumenica della parola, con la commemorazione della lavanda dei piedi. Quando Gesù Cristo volle prostrarsi ai piedi degli apostoli, mostrando amore e umiltà insieme.SAMUEL Articolo 04 - 1«Grazie mille!», la risposta telegrafica di Samuel. «Accetto volentieri l’invito. Prego spesso, sono arrivato dalla mia Nigeria attraverso una storia dolorosa; pregare mi fa bene, rivolgermi al Signore mi fa sentire vivo».

Si racconta, Samuel. «Ho trentuno anni, papà, tre fratelli e due sorelle, mamma non c’è più; sento spesso tutti, sentirsi e vedersi con le videochiamate, non è più un problema». Facciamo insieme un tratto di strada in auto. Dalla sede di via Principe Amedeo, dove Samuel ci attende, fino al Monastero ecumenico di Taranto, accanto all’ospedale “Testa”. «Sono andato via di casa, problemi familiari, conflitti fra parenti a causa di interessi: da noi l’unica legge che conosciamo è quella del tono della voce; urliamo, se chi ci sta di fronte non comprende che sta superando ogni limite – come dite voi – passiamo alle vie di fatto. Io sono pacifico, la violenza non ha mai risolto un solo diverbio; così, invece di far valere i miei, i nostri diritti, alla fine i miei familiari mi hanno accompagnato all’“uscita”».

L’uscita è il confine della Nigeria. Qual è il motivo del contendere. «Meglio saperti lontano e vivo – parole di mio padre – che non a casa ma defunto: in un nostro terreno era stato scoperto petrolio, l’oro nero; l’interesse economico è la droga dei popoli, basta sentire lontano l’odore del denaro per andare fuori controllo; così nostri parenti hanno rivendicato una loro fetta di interessi, poi ancora un altro pezzo, fino a volere tutto, senza un motivo, solo perché si ritenevano più forti che furbi».

Samuel prosegue. «Ho attraversato strade, montagne, perfino il mare, inevitabile se oggi mi trovo qui. Ho salvato la pelle: nel mio Paese non fanno complimenti, se sei il problema lo risolvono alla radice, ti eliminano fisicamente».
SAMUEL Articolo 01 - 1Qual era il sogno di Samuel, cosa fa in Italia. «Volevo – confessa – ma lo voglio ancora oggi, fare l’“elettrauto”, riparare i circuiti, i motori delle auto, è il mio grande sogno: magari ci fosse un corso per fare esperienza; l’ho fatto sapere alla cooperativa, magari prima o poi succede qualcosa, chi può dirlo; in Nigeria lavoravo come operaio in una fabbrica di alluminio, insieme con i miei compagni di lavoro realizzavo infissi: bel lavoro, che però ho dovuto lasciare a causa di quei maledetti contrasti familiari. Non so starmene fermo, devo fare sempre qualcosa: voglio lavorare…».

Nota dolente. Ci facciamo spiegare. «In passato ho lavorato nei campi, non tutti i giorni – magari fosse stato così – ogni tanto facevo il mio bravo raccolto e poi tornare a casa: se vuoi essere stimato devi impegnarti, questo ho imparato stando qui in Italia».

Due anni fa l’arrivo due. «Fine aprile, il 30 di questo mese, compio due anni di Italia: un viaggio non molto lungo, in una imbarcazione di fortuna, con una trentina di ragazzi entro in mare alle quattro del mattino, nove ore dopo qualcuno a bordo di un peschereccio ci segnala a una nave che ci prende a bordo e ci lascia in Sicilia: quattro giorni per riprenderci, darci una ripassata e poi, finalmente Taranto, bella città: spero di restarci a vita, a meno che qualcuno non mi offra un corso e un lavoro da elettrauto in qualche altra città».

Ospedale “Testa”, 19.30. All’esterno, l’abate Antonio Perrella. Ci abbraccia, ringrazia “Costruiamo Insieme” per aver manifestato disponibilità nell’aver accolto l’invito alla celebrazione ecumenica. Samuel comincia con una “preghiera”. «Alle ventuno e dieci ho l’autobus per Massafra, non posso rinunciarvi: ce la facciamo a fare tutto per quell’ora?». «Certo – rassicura l’abate – siamo un po’ in ritardo, ma non dovremmo registrare ulteriori contrattempi».SAMUEL Articolo 05 - 1 Lavanda dei piedi. Samuel è uno dei dodici “apostoli”. Sfila una scarpa, poi un calzino. Frate Antonio avvicina il catino pieno di acqua, l’asciugamano, compie l’atto di umiltà di Gesù Cristo. Scattano i flash. Fra gli “apostoli”, un solo nero. «I diversi siamo noi – fa notare l’abate – che abbiamo ancora sciocchi pregiudizi, quando invece ragazzi come Samuel, si stanno integrando nella nostra società con grande impegno».

Non finisce qui. Samuel parla un modesto italiano, viene invitato sull’altare e aiutato a leggere un passo della celebrazione. Ce la fa, non si emoziona più di tanto. Alla fine, il ragazzo nigeriano abbraccia gli officianti e quanti pendono parte alla funzione religiosa. «Samuel è un nostro fratello – dice frate Antonio – sentiamo di volergli già bene, ora ci impegneremo a trovargli un lavoro perché un giorno possa diventare indipendente».

C’è un solo particolare. Il ragazzo dal  «Grazie mille!» per tutte le occasioni, si accorge che è tardi. «Ho perso l’autobus!», avverte senza disperarsi. «Sono le 21.30! Mi tocca trovare un passaggio per Massafra…». Amabile Samuel. «Faccio la strada a piedi, magari trovo un passaggio…». Non se ne parla nemmeno. «Cosa vuoi che siano venti minuti di auto!», gli diciamo.  Lo imbarchiamo, lo accompagniamo a un passo da casa. «Dio vi benedica! Grazie mille!». Il Cielo benedica te, Samuel.

«Impariamo ad amare»

Debora Cinquepalmi, presidente Associazione Onlus “Simba”

«Non riusciamo a trattenere la gioia quando rivediamo i piccoli con un centimetro di capelli in più. I genitori dei piccoli di Oncoematologia ci regalano sorrisi e la forza per spenderci quotidianamente per il prossimo. Un solo uomo nel nostro gruppo, non sappiamo spiegarcelo. Organizziamo feste, dentro e fuori ospedale»

Questa settimana poniamo ancora una volta l’accento sul volontariato. Per sito, web radio e canale youtube di “Costruiamo Insieme”, abbiamo incontrato Debora Cinquepalmi, presidente dell’Associazione Onlus “Simba”.  Fare associazione e volontariato sul nostro territorio non facile.

«Da dieci anni mi occupo di volontariato. Parlo in prima persona, ma in realtà alle spalle ho un numero nutrito di volontari: ventotto donne, un solo uomo; questa attività è diventata la nostra vita, specie per alcune di noi; prestiamo assistenza al SS. Annunziata in diversi reparti: Pediatria, Oncoematologia pediatrica, Terapia intensiva neonatale, Ortopedia e Pronto soccorso».

La vita degli altri è diventata la vostra vita.

«Confesso che, alla fine, siamo più noi ad attingere in termini di insegnamento, emozioni, rispetto a quello che diamo, che è tanto, ma riteniamo sempre poco rispetto a quello che vorremmo e ci sarebbe da fare. Il nostro è un impegno quotidiano, presidiamo i reparti restando ogni giorno accanto ai bambini e alle loro famiglie; in questi dieci anni abbiamo tratto lezioni di vita; per alcuni di noi è diventato un vero lavoro, non retribuito, è bene sottolinearlo; Oncoematologia pediatrica è diventato il nostro chiodo fisso, da quando è stato aperto; ci spendiamo giornalmente per stare accanto a genitori e piccoli pazienti, cercando di dare loro – ove possibile – un po’ di sollievo».Cinquepalmi Articolo 02Ventinove volontari, un solo uomo. Le donne più sensibili. 

«Non riusciamo a spiegarci questo sbilanciamento in fatto di partecipazione. Forse non attecchisce il nostro modo di operare, anche se va detto che esistono altre forme di volontariato in cui l’uomo numericamente supera le donne; devo dire, però, che in alcuni casi, l’uomo fa la differenza: i bambini si rapportano più con il nostro unico volontario in modo superlativo; un approccio bellissimo…”.

Figura paterna, forse.

«Non se sia proprio così. Abbiamo avuto anche ragazzi fra i nostri volontari: bene, i bambini con i giovani hanno un feeling straordinario; non riusciamo, però, a spiegarcene il motivo, ma ragazzi e uomini non rispondono all’invito della nostra associazione e questo è motivo di rammarico».

Come si affrontano volti provati dal dolore con il sorriso?

«Il nostro atteggiamento è cambiato. Per otto anni avevamo fatto solo pediatria, rispetto agli altri reparti in cui, oggi, prestiamo assistenza; abbiamo anche incontrato patologie importanti, anche se in Pediatria i bambini non sostano a lungo; diverso quanto accade con Oncoematologia pediatrica, dove i bambini vengono ospitati quotidianamente».

Il rapporto più importante.

«Con i genitori, che avrebbero tutte le ragioni per manifestare dolore; hanno la forza del sorriso, ogni giorno ci insegnano qualcosa, a volte ci tradiamo con una lacrima, quando non dovremmo abbandonarci a una simile emozione: a volte ci troviamo impreparati, ma non è semplice spiegare certe circostanze a chi non le vive; la nostra più grande soddisfazione: vedere i bambini tornare alle visite di controllo con un centimetro di capelli in più. Non riusciamo a controllare la gioia».Cinquepalmi Articolo 01 Dove trovate l’entusiasmo che trasmettete a bambini e genitori.

«Cerchiamo di inventare situazioni; giorni fa, per esempio, abbiamo organizzato una festa di compleanno: un nostro piccolo paziente non poteva farlo a casa, era sotto osservazione in ospedale, e non poteva avere contatti con altri bambini: allora abbiam invitato una mascotte, abbiamo fatto un po’ di “baccano” e al bambino abbiamo dato un momento di felicità.

Abbiamo anche organizzato il Carnevale all’esterno dell’ospedale. I piccoli non sempre possono andare a festeggiare altrove e, allora, per quel giorno hanno indossato le maschere in un salone del Circolo ufficiali: è stato bellissimo, l’amministrazione militare non ha voluto un solo centesimo; i militari sono rimasti affascinati dalla bellezza di questi bambini, succede sempre qualcosa di solidale intorno a questi piccoli che combattono la sofferenza. I ringraziamenti dei genitori, poi, sono la cosa più imbarazzante: vorremmo fare sempre di più, ma evidentemente per loro è già tanto».

Personaggi famosi hanno realizzato spot per sensibilizzare il vostro lavoro e i reparti del SS- Annunziata nel quale prestate assistenza.

«Ce ne sono talmente tanti di artisti generosi, che è difficile farne un elenco: è stata una straordinaria corsa alla solidarietà: i primi che mi vengono in mente, Chiara Ferragni, Alessandra Amoroso, Andrea Bocelli, che ha voluto regalarci una lettera di grande spessore emotivo composta per noi; Diodato, per esempio: si è messo in viaggio, è venuto a cantare solo in cambio di un abbraccio. I bambini tarantini sono diventati tristemente famosi, ma noi e i loro genitori facciamo attenzione perché nessuno strumentalizzi il loro dolore, che poi è anche il nostro».

Libia, Guerra continua

Terzo conflitto civile alle porte

Occorre una soluzione. Comunità internazionale disorientata. Prosegue lo scontro fra l’attuale governo e l’esercito di Haftar. Italia, Francia e le tensioni provocate da decisioni non sempre condivise.

Libia a un passo dalla sua terza guerra civile in meno di dieci anni. L’esercito del maresciallo Khalifa Haftar, dopo aver assunto il controllo di Libia orientale e meridionale, ha sferrato un nuovo attacco alla capitale Tripoli, sede del governo riconosciuto internazionalmente e guidato dal primo ministro Fayez al Serraj (attivi nel frenare l’avanzata nemica). I due schieramenti secondo quanto riportato da Daniele Raineri sul Foglio, si equivalgono, pertanto si fa largo la paura che possa cominciare una lunga guerra di posizioni a contrasto che rischia di sfiancare una popolazione messa già a dura prova da anni di violenze e scontri.

La situazione attuale è il risultato delle divisioni interne alla Libia, la presenza di centinaia di milizie armate e rivali, le ambizioni personali di leader politici, la posizione intransigente della comunità internazionale a sostenere soluzioni considerate illegittime dai libici e inefficaci agli occhi di tutti e gli interventi politici di Paesi stranieri che hanno dato impulso a una situazione già violenta.

La crisi in Libia viene sostanzialmente legata alle conseguenze della guerra civile di otto anni fa. Fu quella a portare alla destituzione dell’ex presidente Muammar Gheddafi. Nel conflitto, l’intervento di governi stranieri, tra questi quelli della Francia e degli Stati Uniti, in appoggio alle milizie ribelli, dopo che le truppe del regime avevano iniziato a colpire i civili.

In Libia si erano svolte le seconde elezioni dall’intervento armato del 2011 (appoggiate anche dalla comunità internazionale), ma quando iniziarono gli scontri tra milizie armate a Tripoli le truppe statunitensi si ritirarono e gli eletti riuniti nella “Camera dei Rappresentanti”, con il nuovo governo, si spostarono a est, nella città di Tobruk.

A Tripoli, intanto, milizie islamiste e altre provenienti da Misurata fecero un loro governo, che fu sfidato ben presto da Khalifa Haftar, ex sostenitore di Gheddafi che aveva trascorso molti anni negli Stati Uniti ed era tornato in Libia con la promessa di liberare il Paese da tutte le forze islamiste: dai gruppi terroristici come Al Qaida e lo Stato Islamico fino ad arrivare ai Fratelli Musulmani, storico movimento politico religioso presente in diversi Paesi arabi (il governo con base a Tripoli non era lo stesso che c’è ora).

L’ONU favorì la creazione del governo di accordo, ma la comunità internazionale mostrò ancora una volta di avere sottovalutato i problemi della Libia e le sue divisioni interne. Alla base disaccordi soprattutto sul ruolo di Haftar, colui che avrebbe dovuto riunire tutto il Paese sotto un’unica autorità. In breve, senza il riconoscimento della “Camera dei Rappresentanti”, il governo di Serraj non aveva alcuna legittimazione popolare: non era stato nominato da un Parlamento eletto, ma solo “scelto” dalla comunità internazionale (molti i libici che l’accusarono di essersi intromessa negli affari interni del Paese).

Manca un fronte comune europeo sulla Libia, una delle ragioni che ha inasprito lo scontro tra Serraj e Haftar. Italia e Francia, in particolare, avrebbero creato non poche tensioni: non solo i due governi hanno deciso di appoggiare schieramenti tra loro rivali, ma si sono anche scontrati sui possibili piani da adottare per il futuro del Paese, con i francesi favorevoli a tenere subito nuove elezioni e gli italiani contrari.

Per concludere, torniamo all’offensiva degli ultimi giorni. L’attacco contro Tripoli ha fatto precipitare una situazione già complicata. L’obiettivo potrebbe essere la discussione di possibili nuove elezioni e in generale per provare a trovare un accordo che metta fine alla guerra civile. La decisione, molto criticata e da cui anche i francesi sembra abbiano preso le distanze, potrebbe portare a un nuovo conflitto, grave anche questo come i precedenti da imputare a moltissime cose. A cominciare dalle divisioni libiche, proseguendo con le risposte fornite dalla comunità internazionale non sempre convincenti.