«C’è tempo per invecchiare»

Giuseppe Pambieri, attore, regista a teatro con “Quartet”

«Ogni giorno è quello buono per imparare ancora, dalla farsa al teatro greco. Scappato via dal “Piccolo” di Streheler, ho debuttato con Enriquez, in scena con la splendida Valeria Moriconi. I giovani sono attenti, basta fare le cose con coscienza, la tv ha laureato come attori di successo un sacco di gente…». Altro spettacolo promosso da “Costruiamo Insieme”

«Mi scusi, ma ch’è per caso “Er Tapparella”?». Potenza del cinema popolare replicato in tv all’infinito. Giuseppe Pambieri, una vita per il teatro, ma anche per la tv e il cinema, ancora oggi viene riconosciuto per uno dei personaggi-culto imbucati nelle inchieste dell’ispettore Giraldi, quel Tomas Milian doppiato da Ferruccio Amendola con tipico accento romano. “Squadra antifurto” di Bruno Corbucci, anno di grazia 1976. «Ero in taxi, a Roma, quando il conducente ha fissato per un paio di volte lo specchietto retrovisore, al terzo tentativo non ce l’ha fatto più: “A’ dotto’, ma ch’è per caso lei è “Er Tapparella”?”. Confermo. Come confermo che nella vita si può fare tutto, un attore che vuole crescere, misurarsi con i propri mezzi deve provare qualsiasi cosa: teatro, tv o cinema che sia».

Pambieri in giro per teatri. Centinaia di chilometri in un giorno. Circola con “Quartet” di Harwood, partner Paola Quattrini, Cochi Ponzoni, Erica Blanc, titolo all’interno della Stagione teatrale “Angela Casavola” promossa dalla cooperativa “Costruiamo Insieme” e in programma al teatro Orfeo di Taranto con la direzione artistica di Renato Forte. Non esistono più le stagioni teatrali di una volta. Se ami questo lavoro, prendere o lasciare, spiega Pambieri. «Il teatro è cambiato, difficile sostare due giorni di seguito in provincia e spostarsi al massimo di cinquanta, cento chilometri, un tempo gli impegni erano spalmati in modo ragionato: oggi non è più così. Ma non siamo cambiati noi “teatranti”, quanto le strutture intorno a noi: una volta esistevano poche compagnie primarie, c’era una maggiore cura nel mettere in scena uno spettacolo, si sostava all’Eliseo di Roma, al Manzoni di Milano, adesso c’è una pletora di compagnie: la tv ha laureato nuovi attori di successo che si sono imbarcati in situazioni teatrali».PAMBIERI Articolo 2 - 1DEVO TUTTO ALLA TV, MA…

Situazioni è bella. Pambieri ha il sorriso di chi preferisce non insistere sull’argomento. Del resto, anche lui ha fatto molta tv. «Devo tutto alla tv – dice serio, l’attore – “Le sorelle Materassi” con la regia di Mario Ferrero, “La scuola delle mogli” e “Sotto il placido Don” di Vittorio Cottafavi, poi tutto l’Anton Giulio Majano disponibile, gli sceneggiati “Il signore di Ballantrae”, “Quell’antico amore” e “Strada senza uscita”. Poi daccapo il teatro, dove mi trovo a mio agio. Ma la tv non l’ho mai abbandonata del tutto, ha fatto dieci anni di “Incantesimo” io, e anche questa tv mi è servita».

E’ sincero quando dice che ama qualsiasi forma di espressione artistica, teatro, tv, cinema. «Mi chiamano molto spesso, ma di traverso – ma, dico, anche per fortuna – ci sono i contratti, che vanno rispettati: ti propongono cose molto belle, in qualche modo attese, ma devi ringraziare e declinare l’invito dei produttori, perché stai facendo altro; non sempre si può fare quello che si vuole, ma va benissimo così».

La sua formazione viene da lontano. «Ho avuto l’onore di lavorare con i più grandi: Strehler, Zeffirelli, Ronconi, dopo aver studiato al “Piccolo” di Milano, ho avuto un ruolo nell’“Arlecchino servitore di due padroni”; più cose fai, più ti completi: a ventitré anni ho interpretato “Le mosche” di Sartre diretto da Franco Enriquez, per me fondamentale, accanto a Valeria Moriconi, nel suo momento di massimo splendore, e Renzo Montagnani: vinsi la “Noce d’Oro”, assegnata all’“attor giovane” più bravo in quel momento; sono scappato dal “Piccolo”: fossi rimasto lì, mi sarebbe toccata una battuta all’anno, invece volevo crescere, fare altre esperienze».PAMBIERI Articolo - 1GIOVANI, AMANO I CLASSICI

Teatro e pubblico, chi dei due è cambiato di più in questi anni. «E’ cambiato all’esterno, ma il prodotto funziona solo se sei onesto, fai una cosa importante, ci credi e ti diverti a farla; se funziona, arriva al pubblico; non è vero che i giovani hanno preso le distanze dal teatro, tutt’altro: se fai i classici, e ve lo dice uno che ha fatto “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello, “La coscienza di Zeno” di Svevo, i giovani impazziscono; sto girando anche con un mio spettacolo su Leopardi, “Infinito Giacomo”: funziona per il pubblico “normale”, ma anche per gli studenti».

Una volta, però, c’era una liturgia, l’attore, il baule, gli strumenti del mestiere. «Vero, si viaggiava col baule: io ne ho uno della Premiata fabbrica “Cavallotti” che mi ha venduto Enrico Rame, appartenuto a Wanda Osiris; una volta si partiva con questo “benedetto” baule, lo scaricavi in camerino, oppure te lo portavi in albergo, come previsto da regolamento; Manfredi, con il quale ha lavorato mia moglie, Lia Tanzi, il suo baule se lo faceva portare sempre in albergo».

Teatro, serio, comico, brillante. «Amo far tutto, l’attore deve essere eclettico, sennò non ha senso farlo: deve saper passare dalla tragedia greca alla farsa, fino a “Quartet” di Harwood; provi maggior soddisfazione, altrimenti questo lavoro diventa una noia mortale; questa estate rifarò “Antigone, cronache da un teatro di guerra”, rappresentazioni a Segesta, Tindari; per la prossima stagione riprenderemo “Quartet”, poi altri progetti: mai fermarsi, ogni giorno impari cose nuove, c’è tempo per invecchiare…».

Bustate, vi sarà aperto

Corruzione, Italia in controtendenza

Un vecchio andazzo sarebbe stato contenuto dalle nuove leggi. Ultimo rapporto Onu: «Passi avanti nella trasparenza a livello governativo». «Progressi nella prevenzione e nel sistema giudiziario», secondo il Consiglio d’Europa. Infine, Transparency International: «Nella lotta alla corruzione, non siete più fanalino di coda».

Legge anticorruzione, le Nazioni Unite si complimentano con l’Italia. Quella fatta di cosche, tangenti e corruzioni. Passi in avanti, non lunghi e distesi, ma di buona volontà. L’Italia, oggi, è al cinquantatreesimo posto nel mondo (si parla di di percezione): due punti in più rispetto a un anno fa, molto meglio rispetto al 2012, quando il nostro Paese era “maglia nera” nel sistema economico e giudiziario. Quando la regola principale era il “Bustate e vi sarà aperto”.

Le Nazioni Unite, si diceva. Secondo l’organismo planetario sarebbero stati fatti «passi avanti nel promuovere la trasparenza generale a livello governativo». «Progressi nella prevenzione e nel sistema giudiziario», secondo il Consiglio d’Europa. E Transparency International, che dice? Si pronuncia con le classifiche. In soldoni: tre organi sono meglio di uno: l’Italia – questa la notizia – nella lotta alla corruzione non è più il fanalino di coda del mondo.

L’Onu, si diceva, promuove l’Italia nella lotta a uno dei reati che provocano più danni all’economia. L’ultimo rapporto riconosce i progressi fatti ed è una pagella che promuove l’Italia in un settore delicato, secondo il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi: «Ci stiamo muovendo in una logica di sistema», dichiara. «Ministero della Giustizia, Esteri, Anac e altre amministrazioni pubbliche hanno permesso lo svolgimento di un lavoro estremamente importante, che troviamo riconosciuto anche nel rapporto».

PLAUSO DEGLI ESTERI, FESTEGGIA L’ANTICORRUZIONE

Festeggia anche l’Anticorruzione. Interviene Raffaele Cantone, presidente Anac. «L’Italia compie quel passo avanti atteso da tempo – dice – tanto che nel contrasto all’illegalità e alla corruzione il nostro Paese è riuscito a fare squadra; questa azione di sistema avverte nell’immagine esterna, dove sono stati superati gli stereotipi: oggi possiamo dire con orgoglio che l’Italia è il Paese dell’antimafia e della anticorruzione».

Dall’Onu, in buona sostanza, al nostro Paese viene riconosciuta l’istituzione di un sistema per una maggiore trasparenza nel finanziamento per i candidati alle elezioni e dei partiti politici. Che è un bel passo avanti. Come se una parte del sistema avesse fatto ricorso all’autocensura. Si è superato il finanziamento pubblico e non è poco. «L’Italia – si legge nel rapporto dell’Organismo della Nazioni unite – affronta i conflitti di interesse nella Pubblica amministrazione e nel Governo centrale dichiarando per legge» chi è «ineleggibile e incompatibile», «includendo il codice di condotta generale» per i funzionari pubblici.

NON SIAMO ANCORA DANIMARCA E NUOVA ZELANDA…

Al nostro Paese si chiede anche di considerare ulteriormente la questione dei magistrati che scendono in politica tenendo conto dei «principi fondamentali di indipendenza e imparzialità della magistratura». Non siamo ancora ai livelli di Danimarca e Nuova Zelanda. Un traguardo lontano, anche se i giudizi degli ultimi sei mesi espressi dalle più autorevoli organizzazioni internazionali del settore sono molto diversi dalle bocciature precedenti, oseremmo dire sonore. Una “maglia nera”, si diceva, nella lotta alla corruzione alla quale Roma era praticamente abbonata.

Passi avanti, insomma, ma anche raccomandazioni per il futuro. Due in particolare: monitorare l’impatto della transizione dal finanziamento pubblico a quello privato di partiti e candidati, perché nel caso fossero resi «più vulnerabili al lobbismo» a influenze esterne si possano «intraprendere azioni correttive secondo la necessità»; stabilire codici di condotta generali applicabili a tutti i funzionari pubblici compresi i membri del Parlamento. All’Italia viene chiesto di integrare questi codici con «programmi educativi e di consulenza». Per garantire che, dalle Agenzie e Amministrazioni pubbliche, tutti assumano codici di condotta esemplari.

Tocco di classe

I ragazzi di “Costruiamo” si “aprono” a scuola

Ospiti dell’istituto “F.S. Cabrini” di Taranto, hanno incontrato gli studenti. «Attenti alle fake-news, non sempre è tutto oro quello che luccica. In Italia perché perseguitati da guerre. Non vogliamo essere scambiati per “mantenuti”». Progetto “Grande I”, “I” come Integrazione. I loro racconti.

«Vedete, questo cellulare che ho in pugno, non me lo ha regalato nessuno, non è nemmeno frutto di sacrifici da pocket money, fosse stato per quello non avrei mai potuto acquistarlo: l’ho comprato con i miei risparmi, il frutto del mio lavoro». Uno dei nostri ragazzi invitati all’Istituto “F. S. Cabrini” di Taranto, spettina subito i giochi. Sembra un colpo di scena, studiato o meno, non lo sapremo mai, di sicuro i ragazzi sanno il fatto loro. Come gli studenti della scuola tarantina della quale sono ospiti. Gli alunni, dal cantono loro, prestano subito attenzione agli ospiti invitati dal loro dirigente scolastico, Angela Maria Santarcangelo, in collaborazione con il CPIA, il Centro provinciale per l’istruzione adulti presieduto da Patrizia Capobianco.

L’incontro rientra in un più ampio progetto, «La grande “I”» (“i” come integrazione), un progetto ideato dalla docente Arianna Crivelli. Fra i ragazzi, Boubacar, Souleimane, Daniel e Amara. Alcuni, vecchie conoscenze di “Costruiamo Insieme”. Ragazzi ospiti del Centro di accoglienza, collaboratori, operatori, adesso anche dipendenti di piccole attività, ma con in testa un solo scopo: l’integrazione. Dimostrare ai più scettici che non sono sbarcati in Italia in cerca di asilo e sostegno economico.TOCCO copertina 2 - 1«Non fatevi ingannare dalle fake news – dice uno degli “ospiti” – ne circolano tante, il più delle volte ci danno contro: raccontano una realtà, come dite qui… – virtuale, che esiste solo nella mente e nella testa di leoni da tastiera che mettono a cuocere notizie tanto al chilo; oggi siamo qui per raccontare le nostre storie, storie simili una all’altra, scaturite dalla povertà e dalle persecuzioni, non solo politiche ma anche da faide familiari, dalla fuga da “giustizia fai da te”: attenzione, dunque, a quanto vi racconta, non è tutto oro quello che luccica!».

E qui i ragazzi del “Cabrini” mostrano di non essere colti proprio di sorpresa. Hanno studiato il tema, l’integrazione. Hanno realizzato clip e argomenti che proiettano e di cui parlano nel corso dell’incontro amichevole. Fra i ragazzi neri, che a fine incontro saranno oggetto di richiesta di selfie, c’è anche un disc-jockey. Uno che scrive e canta roba seria, Djallo Souleimane. «Abbiamo le stesse ambizioni e le stesse debolezze di ciascuno di voi – dice – io stesso amo la musica, per me è vita; ho fatto stampare un bigliettino da visita, ne faccio circolare un po’, qualcuno mi chiama, qualche altro no: nel tempo libero mi diverto e metto qualche soldino da parte; qualcuno di voi avrà la sua stanzetta: io, la mia, me la porto dietro come un troller, è la mia consolle, il mio bagaglio a mano». Scatena simpatia il ragazzo che ha dedicato una canzone alla sua seconda “terra”, quella di adozione, l’Italia. Guineano, poco più che ventenne, Souleimane si “apre”. Dice anche cose che i ragazzi non chiedono, ma solo per rispetto. «Ve lo dico io: la gente nel mio Paese conta poco». «Il mio senso di disperazione – prosegue – non finirà mai; la fuga, poi, è il sistema peggiore per lasciare la tua terra e la tua famiglia; qualcosa che mai avrei pensato di fare quando da ragazzino ho cominciato a stare fra i banchi di scuola: non è questo che ci insegnavano, il rispetto era alla base di tutto, invece ecco come è andata a finire…»TOCCO copertina 5 - 1 «Quanto vi danno per pagarvi la colazione i vostri genitori?». Domanda Boubacar mentre due studentesse gli chiedono un selfie a fine incontro. «Cinque euro? Bene, dovete sapere che io sono fuggito dal mio Paese proprio per cinque euro! Quella somma equivale al costo di una penna e un quaderno, che però i miei zii si rifiutarono di comprarmi». Boubacar, coetaneo di Souleimane, maliano, riprende la storia appena finito di raccontare agli studenti. «La mia, una storia di umiliazioni, prigionia, botte alla cieca e fughe: avevo perso mamma e papà; non sapevo più dove andare e i miei zii, che allora ringraziai per avermi accolto sotto lo stesso tetto, poco tempo dopo mi dissero che quella spesa per continuare a farmi studiare non potevano permettersela; intanto nel mio Paese succedeva di tutto, così scappai. Sono in Italia dall’aprile dello scorso anno, sto imparando l’italiano, mi dicono che sono a buon punto…».

«La mia, una vita fatta di corse», lamenta Daniel, prima di quello che lui stesso considera «un colpo di fortuna». «Scappo da quando ero piccolo; sono fuggito dal mio Ghana: motivi familiari; avevo trovato lavoro in Libia, ma anche lì, continue rappresaglie, tanto da obbligarmi a fuggire ancora; poi, finalmente, l’Italia: sbarco, accoglienza, lavoro, un contratto con la cooperativa “Costruiamo Insieme”; non sapevo cosa fosse, ma mentre firmavo mi tremava la mano: ero assunto, avrei avuto uno stipendio! In pochi istanti rivedevo il film della mia vita: il mio Paese, i contrasti familiari, le continue fughe alla ricerca di un cielo sereno, quello che mi avevano spiegato fosse la normalità».

Fine della lezione. Una delle tante che hanno luogo nelle scuole medie della provincia, ci spiega Mercedes Corbelli. «Una serie di attività che stiamo svolgendo in molte scuole: al “Cabrini” la prima lezione, la seconda a una settimana esatta di distanza; su tutto il lavoro e gli incontri fin qui svolti c’è un blog: scatti fotografici e momenti di confronto che hanno il compito di annullare le distanze fra studenti e ragazzi giunti da Paesi lontani; ragazzi come loro, ma con alle spalle storie di fuga e sciagura».

«Accoglienza, massima disponibilità»

Giorgio Verdelli, autore e protagonista di “Unici” (RaiDue)

A Taranto per l’ICO Magna Grecia e lo spettacolo “Indimenticabile Luis”, tributo al maestro Bacalov, dice la sua sugli sbarchi. Il suo programma, Rita Pavone e Vittorio De Scalzi, il successo con il tributo a Pino Daniele. Prende a prestito musica e parole di Edoardo Bennato, protagonista della puntata del prossimo 27 maggio. Il sodalizio con il direttore d’orchestra Piero Romano.

«“Unici”, è una riserva, qualcosa che somiglia a una biodiversità musicale; io e i colleghi ci pregiamo di mettere in onda cose sfuggite o che, forse, gli altri non conoscono; della puntata su Edoardo Bennato in onda il 27 maggio su Raidue alle 21.20, mi piace sottolineare un aspetto in particolare: il cantautore, napoletano come il sottoscritto, descrive da par suo accoglienza ed extracomunitari, già protagonisti di alcuni suoi quadri – lui dipinge benissimo – nella canzone “Pronti a salpare”, titolo anche del suo ultimo album dedicato a Fabrizio De André; bene, questo affresco musicale è una perfetta sintesi anche della mia idea di accoglienza e massima disponibilità verso il prossimo: come direbbero Totò e Peppino, “…Ho detto tutto!”». Giorgio Verdelli, uno dei più quotati autori Rai, prende a prestito Bennato, l’ultimo protagonista del suo programma televisivo di successo, “Unici”, una volta che gli chiediamo il suo punto di vista su migranti e accoglienza, tira dentro un napoletano illustre dietro l’altro.

Tributo a Pino Daniele la scorsa stagione, a Bacalov con “Indimenticabile Luis” al teatro Orfeo di Taranto. L’invito a una formula-bis dopo il successo registrato con una serie di concerti dedicati al cantautore napoletano, è dell’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano. Quello con la “Città dei due mari” per Giorgio Verdelli è un rapporto stretto. E’ entusiasta di come sia andata, anche la sera prima a Matera. Grandi applausi del pubblico fra clip, aneddoti, grandi emozioni.Verdelli Articolo 01SUCCESSO, IL CELLULARE SQUILLA IN CONTINUAZIONE

Due passi in città, cellulare permettendo. Il telefonino squilla. Quando viene retrocesso in modalità “mute”, vibra. Non esiste una via di fuga per un produttore di programmi televisivi che funzionano con il conforto degli indici di ascolto.  Eccole che continuano, telefonate una dietro l’altra. Pare di capire che una di queste sia di Bruno Voglino, grande regista televisivo; un’altra è di Peppino Di Capri, uno degli artisti italiani più amati. A breve distanza, per discrezione. Per lo stesso motivo non chiediamo i contenuti di quella che sembra un’amichevole chiacchierata. L’autore di “Qualcosa resterà”, tributo a Pino Daniele che è valso al suo docufilm un Nastro d’argento, in questo periodo incassa solo complimenti. Una delle sue ultime produzioni, uno speciale di “Unici” sull’inarrestabile Gianna Nannini, ha funzionato. Raidue gongola e pensa a una serie di repliceh, cominciate con un doppio Vasco Rossi e Arbore, proseguendo con una puntata inedita con Edoardo Bennato il 27 maggio.

Con l’autore e produttore televisivo gli argomenti su cui soffermarsi sono tanti. Intanto, la stretta cronaca. Partendo da una Taranto che Verdelli vive come fosse la sua Napoli. I vicoli, le vie. Quelle adiacenti il centro. Gli sembra di stare a casa. Per strada i manifesti dell’Orchestra della Magna Grecia, orgogliosa di tributare fra Taranto e Matera un sentito omaggio al grande Luis Bacalov, Oscar per le musiche del film “Il Postino”, ultima interpretatazione dell’indimenticato Massimo Troisi (anche lui amico di Verdelli). La foto del grande Bacalov, gli “strilli” per Rita Pavone e Vittorio De Scalzi, mente pensante dei New Trolls.

Nei titoli, anche Giorgio Verdelli, “voce narrante” della serata dedicata al grande compositore e arrangiatore argentino arrivato in Italia sul finire degli Anni Cinquanta. «Erano i tempi della RCA e della Arc, la linea giovane della famosa casa discografica romana – spiega l’ideatore e produttore di programmi televisivi – negli studi sulla via Tiburtina andavano per la maggiore i direttori d’orchestra Luis Enriquez Bacalov ed Ennio Morricone: per intenderci, erano loro a firmare gli arrangiamenti di quei gioiellini musicali che partivano per i mercati discografici italiani e internazionali: non è un caso che i due siano arrivati all’Oscar. Bacalov lo conobbi personalmente nell’87, in occasione del programma “Sotto le stelle”: lui dirigeva l’orchestra, io ero assistente del grande Guido Sacerdote, regista e produttore televisivo di programmi cult della nostra tv, da Studio Uno a Canzonissima».Verdelli Articolo 04TARANTO, LA PAVONE E I NEW TROLLS

Rita Pavone e New Trolls. «Mi viene da dire “La partita di pallone”, canzone mandata a memoria anche dalle ultime generazioni, dai tifosi di calcio, mi pare anche dai calciatori della Roma che intonarono questa canzone nella celebrazione dell’ultimo scudetto; l’elenco prosegue: “Cuore”, “Come te non c’è nessuno”, “Il ballo del mattone” e “Che m’importa del mondo”; se pensiamo al ritmo con cui Bacalov, come il suo altrettanto titolato collega, sfornava arrangiamenti, ci rendiamo conto che dalla mente e dalle sue dite passasse qualcosa che aveva del geniale; se non sei un predestinato non puoi fare tutto quello che ha fatto il maestro – compresi gli anni in cui è stato direttore principale dell’Orchestra della Magna Grecia – in cinquant’anni e più di attività; dunque, la Pavone: a quei tempi era la stella della Rca, qualsiasi cosa cantasse, finiva in classifica; De Scalzi vuol dire New Trolls; New Trolls vuol dire Concerto grosso; Concerto grosso non può che significare Bacalov: è stato il maestro, infatti, a dare quel tocco di sinfonico al rock progressivo e autorale del quale il gruppo musicale genovese si stava vestendo nei primi Anni Settanta».

Bacalov. «Prima i New Trolls, a seguire Osanna e Rovescio della Medaglia, formazioni che hanno scritto pagine importanti del rock progressivo italiano; c’era sempre Bacalov a dare il giusto indirizzo ad alcune delle pagine più creative del rock italiano; ma penso al maestro e, se non ricordo male, anche all’attacco di “Legata a un granello di sabbia” e “Con te sulla spiaggia” di Nico Fidenco, “Fatti mandare dalla mamma…” di Gianni Morandi, “Il capello” di Edoardo Vianello. E “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, vogliamo parlarne?».Verdelli Articolo 05BACALOV, ROMANO E PINO A GRANDE RICHIESTA

Le colonne sonore firmate da Bacalov per i più grandi registi italiani: Fellini, Pasolini, Scola, Petri, Lattuada, Lizzani. E i suoi temi western, utilizzati a più riprese da Quentin Tarantino per “Kill Bill” e “Django Unchained”. Immenso Bacalov. «E bene ha fatto Piero Romano, direttore dell’Orchestra della Magna Grecia – riprende Verdelli – a curare questo straordinario tributo all’indimenticato maestro, autore di musiche straordinarie».

Dopo lo scorso anno, un ritorno a teatro. «Romano mi aveva invitato per un tributo a Pino Daniele del quale si era fatto promotore anche Martino De Cesare; non volendo il mio docufilm “Il tempo resterà”, realizzato per la Rai, dedicato appunto a Pino, in quei giorni vinceva il Nastro d’Argento: grande soddisfazione per un lavoro nel quale oltre alle idee ci ho messo tanto cuore: Pino, grande artista, per me è stato anche un grande amico».

Anche Pino Daniele e la sua storia sono state protagoniste di “Unici”, trasmissione ideata e curata da Verdelli. Dal 2013, solo stagioni televisive di successo. Fra i protagonisti, oltre al già citato Vasco, anche Zucchero, Ramazzotti, Negramaro, Pavarotti, Arbore. Perfino una puntatona su “Non stop”, trasmissione-culto degli Anni Settanta. Visti gli ascolti, il direttore di Raidue, Carlo Freccero, non si è fatto sfuggire l’occasione per assicurare alla sua rete un ciclo di repliche.

«Qual è il problema?»

Andy Brennan, calciatore, si è dichiarato gay

E i compagni di squadra, il Green Gully, senza scomporsi gli hanno risposto in modo civile. “Ci ho pensato anni, temevo che la gente non potesse capire: invece colleghi, amici e familiari, mi hanno stretto in un abbraccio che mai dimenticherò”

E’ il primo calciatore australiano a dichiararsi omosessuale. Andy Brennan, del Green Gully, prima di convocare taccuini e spiegarsi alla stampa, comunque a uno o più giornalisti, a una o mille agenzie, ci ha pensato sopra. Giorno e notte. Notizia di quelle delicate la sua. Da maneggiare con cura, come si dice in questi casi. Specie in uno sport, il calcio, dove sono ricorrenti frasi che non pongono riflessioni o tempo in mezzo. Il pubblico, poi, quello lì, te lo raccomando. Peggio di alcuni, e solo alcuni compagni di squadra; il resto per fortuna è più aperto, comprende di cosa si si stia parlando. Meglio ancora altri, fra questi ultimi, che dopo aver sentito Andy, gli bisbigliano solo qualcosa che assomiglia al nostro «Embé?». Come a dire, «Chissenefrega!»: ognuno è come gli pare, purché non faccia del male, nuoccia agli altri. «Andy, sei un nostro compagno e tanto basta!».

Così l’attaccante, che ha appena compiuto ventisei anni, sente prima gli amici, i più stretti. Si apre ai familiari, che non portano le mani in faccia, come a volersi coprire di una vergogna che vergogna non è. Fa, si dice, coming out. Ora Andy è pronto. Può affrontare la stampa, la gente: il più è fatto. Quello che la gente può pensare o dire, al cospetto dell’affetto che gli hanno già fatto sentire compagni, amici e familiari, ha la misura di un dettaglio.

Andy che si è dato coraggio, tira un sospiro e poi va giù, dritto, dice tutto quello che gli passa per la mente, senza un attimo di sosta, il più lo ha già fatto. E tanto gli basta. Ma vuole completare qul giro di campo. Prima che le sue trasferte con la maglia del Green Gully, vengano anticipate dalla stampa locale con battutacce da caserma. Altra pecca del calcio, infatti, quel maledetto «Vale tutto!»: la perdita di tempo, la spinta, la simulazione, un calcione rifilato all’avversario quando il direttore di gara è di spalle. Dunque, farebbero parte del gioco anche gli sfottò, le allusioni, le vignette pubblicate dai giornali, sportivi e non, che si allineano sempre più al gossip di quart’ordine piuttosto che mantenersi alla stretta attualità.

Andy ha dichiarato di aver ricevuto messaggi di sostegno dalla famiglia e dai compagni di squadra dopo il “fuori tutto”. Si è pronunciato su Instagram. «Ci ho messo anni – ha detto il calciatore – per sentirmi a mio agio nel dire questo: sono gay. Temevo che questo avrebbe influenzato le mie amicizie, i miei compagni di squadra e la mia famiglia, ma il sostegno delle persone intorno a me è stato così grande da aiutarmi a giungere al passaggio finale».

Secondo una inchiesta della A-League, la Lega di calcio australiana, Brennan è «il primo calciatore di sesso maschile australiano a dichiararsi gay», aggiungendo che il calciatore aveva avuto una fidanzata fino allo scorso giugno. «Sei mesi ci ho pensato molto, ho cercato di nasconderlo e di metterlo da parte a causa del modo in cui pensavo che sarebbe stato percepito da molti», ha dichiarato Andy a uno degli organi di informazione australiani.

Andy ha, inoltre, scritto un lungo blog sul “Guardian” per raccontare la sua storia e il tanto atteso coming out: «È importante, per me, dire che sto facendo tutto questo per sentirmi a mio agio con ciò che sento di essere. Ci è voluto tempo per arrivare a questo punto. Tanto tempo, la maggior parte della mia vita. Ma non potrei essere più felice, nonostante abbia impiegato così tanto tempo a pensare a questa decisione, posso finalmente dirlo: sono gay. È incredibile dirlo adesso. Oggi, questo mio status, non dovrebbe essere un problema. Ma essere gay nel mondo dello sport vuol dire non sapere come reagirà chi ti sta intorno. La pressione che invece percepivo, mi consumava. Per tanto tempo non sono stato sicuro di me stesso e certamente non sono stato a mio agio nel parlare di quello che sentivo. Mi sono sentito a mio agio solo nell’ultimo anno, questo significa che per gran parte della mia vita adulta sono stato insicuro di me stesso. In tutta onestà, è stato difficile. L’anno scorso è stato un punto di svolta per me e quello che è accaduto mi ha reso felice. Mi ha fatto sentire a mio agio con me stesso. Ho cercato di nascondere la mia sessualità e ho cercato di metterla da parte. Non ho ammesso la verità nemmeno a me stesso per paura del modo in cui sarei potuto essere percepito dalle altre persone».

Ma a Andy il più bell’assist gliel’hanno fatto i compagni di squadra. Gli stessi che in campo corrono, sgomitano, brontolano, sferrano calci a qualsiasi cosa si muova. Sono stati loro, per primi, a fare gol, pronunciandosi con un disarmante: «What’s a problem?». «Qual è il problema, Andy?».

Lavoro nero

Extracomunitari che trovano impieghi stagionali e “inventano” attività

Ma non solo. Altri si inventano attività, anche di volontariato. «Comprai scopa e secchio, una pettorina per mostrare quanto amassi questo Paese, poi mi presi cura di un lido», racconta Samuel. «Lavoro nei campi, ho un contratto, ho lo stesso trattamento dei colleghi “bianchi”», sorride. «E quando piove, non resto a casa, tinteggio di tutto, anche chiese»

Lavoro nero. Non inteso come “sommerso”, bensì una, due, dieci diverse attività che ragazzi extracomunitari sono riusciti a svolgere, a volte ritagliarsi, altre volte ad inventarsi qui, in Italia. Merito loro e anche un po’ di quanti, datori di lavoro corretti, hanno creduto nelle loro capacità. Di sicuro nel loro impegno, garantito, nel quale questi ragazzi sbucati dalle acque del Mediterraneo non sono secondi a nessuno.

Uno dei nostri amici più attivi è Samuel, un giovanottone nigeriano che indossa sorriso e un paio d’occhiali che gli dà un aspetto da intellettuale. Straordinario. Un giorno ci ha raccontato i suoi sentimenti, le paure di un ragazzo fuggito da conflitti civili. E di un brutto giorno, quando ha dovuto lasciare una fabbrica nella quale realizzava infissi in alluminio. Porte, finestre, suppellettili utili nelle costruzioni più recenti in un Paese in pieno sviluppo, che questo fosse la Nigeria, piuttosto che la Libia, dove si era fermato dopo essere fuggito. Il tempo di mettere insieme un po’ di soldi e pagarsi il “biglietto” per la libertà.

Arrivato in Italia, Samuel capisce che deve imparare subito la lingua. Il suo affetto per l’Italia è un amore a prima vista, come nei romanzi che gli è già capitato di leggere quando era casa. Sì, a casa, distante ormai migliaia di chilometri, ma per fortuna a distanza di un clic. Giusto il tempo di fare “invio” e sentirsi con i familiari. Vera quella pubblicità di un tempo: una telefonata allunga la vita.SAMUEL CopertinaDunque, Samuel e l’amore per l’Italia. «Non appena ho imparato a parlare, esprimendo almeno le cose più importanti in italiano – vorrebbe dire “essenziali”, cerca la parola giusta nel traduttore custodito dal suo smartphone… – non ho perso tempo: volevo mostrare quanto bene volessi all’Italia e agli italiani; per fare questo, ho pensato fosse il caso di impegnarmi: allora, con i pochi spiccioli che mi erano rimasti e avevo messo da parte, ho comprato due secchi e due scope: venti euro; dovevo completare l’“offerta”: due pettorine, dieci euro, e la stampa della scritta “Servizio Volontario”, altri sette euro…».

Prima di lanciarsi nel volontariato senza nulla pretendere, neppure un “caffè” – quelli che normalmente esigono, anche bruscamente, parcheggiatori abusivi – Samuel si era recato in Prefettura. «Volevo mi indicassero cosa fare per avere un documento che mi autorizzasse a fare volontariato, senza che qualcuno mi fermasse e chiedesse spiegazioni; mi mandarono alla Charitas, forse pensando che avessi avuto solo bisogno di un pasto caldo…».

Samuel che non sa starsene con le mani in mano, allora fa di testa sua. «Pettorina, secchi e via, per tre mesi ho scopato marciapiedi, strade, angoli di Taranto: qualcuno si complimentava, altri pensavano stessi lì per conto del Servizio civile, così mi chiedevano di essere più attento, che anche quell’attività, di pulitore volontario, andava fatta con il massimo impegno».

Qualcuno gli avrà riconosciuto un caffè, una colazione in cambio di quel “servizio volontario”. «Nessuno, ma non lo facevo per la colazione: volevo dimostrare quanto amassi già questo Paese e volessi mettermi a sua disposizione, sentendomi italiano. L’ho fatto per tre mesi, non avevo più soldi e, allora, mi sono messo in giro a cercare un lavoro retribuito, qualsiasi cosa capitasse. Primo della serie: Marina di Lizzano,  un lido bellissimo: dovevo spazzare la spiaggia utilizzando una ruspa e durante la notte sorvegliare l’intero lido perché qualcuno non rubasse ombrelloni, sdraio e lettini: trenta euro al giorno, colazione e complimenti per il mio lavoro; mi sentivo importante, ma la stagione è durata solo due mesi, un tempo così e così e un’estate chiusa in anticipo causa maltempo».SAMUEL Copertina 04 - 1 Ma Samuel, il lavoro non lo aspetta, gli va incontro. «A Palagiano cercavano gente che lavorasse in campagna per la raccolta di mandarini: contratto a trentacinque euro al giorno, come gli altri colleghi “bianchi” – sorride – un certo numero di ore, esattamente come loro, una pausa per mangiare qualcosa e poi daccapo al lavoro, fino all’ora di pranzo, stop e tutti a casa».

Anche questo lavoro stagionale. Iniziato qualche mese prima, poi finito. «Ora lavoro nelle campagne di Castellaneta, stesso contratto: anche qui sto bene, mi sveglio presto al mattino, un bus viene a prendere me e i colleghi a Massafra, ci accompagna sul posto di lavoro per “attaccare” alle sei e finire sempre all’ora di pranzo, poi a casa: bus, tutti a bordo; in caso di pioggia, invece, restiamo a casa: è un momentaccio in questi giorni, piove spesso e non ci sono le condizioni per recarsi nei campi: speriamo si metta presto al bello, la gente non può avere frutta e ortaggi, io e i colleghi il salario…».

Ma, tanto per cambiare, Samuel non sta un attimo fermo. «Mi occupo di pitturazione, faccio l’imbianchino – si dice così? – ho appena finito dare una seconda “mano” a una casa, a giorni comincerò a tinteggiare – si dice così? – una chiesa…». Si dice così, Samuel. E soprattutto si fa così. Mai fermarsi, ci sono italiani che prendono a benvolere gente come te. E offrono, dove possibile, occasioni di lavoro.

Quelli che il naso rosso…

Claudio Papa, “Mister Sorriso”

Da diciotto anni al servizio dei piccoli pazienti. Oggi sono centocinquanta gli iscritti all’associazione di volontariato. Coprono quattro ospedali e tutti i reparti con le loro facezie.  «Strappare un sorriso è la nostra missione. Non solo bambini, assistiamo anche pazienti affetti da Alzheimer e demenza senile. Il Parco della gioia e un impegno per chi soffre di autismo»

E’ una delle attività di volontariato più impegnative. In assoluto. Buona parte dell’utenza è formata da bambini, piccoli pazienti ospiti dei reparti di Pediatria. “Mister Sorriso”, l’associazione. Fondatore e portavoce è Claudio Papa, ospitato da “Costruiamo Insieme” per raccontarci del suo impegno e di altri centocinquanta clown di corsia senza i quali molti bambini e, oggi, molti anziani, affronterebbero la loro breve, media o lungodegenza, fra mille pensieri e preoccupazioni. Gli amici dal “naso rosso” non guariscono, ma alleggeriscono di molto periodi critici che bambini e anziani della nostra provincia attraversano. A oggi, l’associazione è fra le più celebrate e, se si può dire, fra le più ammirate e copiate. In senso buono, come vedremo.

Come e quando nasce, intanto, l’associazione.

«Diciotto anni fa – dice Claudio Papa – dopo un certo numero di esperienze di volontariato fatte in giro per l’Italia e nel mondo; lo scopo era quello di donarsi, comunque, agli altri, anche non avendo alle spalle un’associazione, cosa più avanti resasi necessaria vista la domanda e l’importanza di avere figure professionali sempre più aggiornate».

Quando Papa viene abbagliato dall’idea di mettere le cose a posto e di darsi al prossimo, se non proprio a tempo pieno, attraverso comunque un sistema disciplinato. «Ospitai a Taranto tre sorelline bosniache – ricorda – avute in affidamento, la guerra nei Balcani mieteva quotidianamente vittime, non faceva distinguo fra grandi, che avevano alimentato scontri fra le diverse etnie, e piccoli, al solito anime innocenti che subivano il volere di una politica radicale: alla fine le tre piccole sono tornate fra le braccia dei genitori, in Bosnia; non avevano più la casa in città, completamente distrutta, ma vivevano in campagna; fu lì che mi trovai un giorno: per strappare un sorriso alle bambine, provai a improvvisarmi clown; presi un pomodoro e me lo schiacciai sul naso; l’idea che piacque molto, inventai quasi una gag: mi colava il succo del pomodoro sulle labbra, tanto da provare a bloccarlo leccandolo senza scompormi. Ridevano, grandi e piccoli. “Vuoi vedere che forse è questa la strada giusta?”, mi dissi».PAPA Articolo 02Dopo un “prima”, c’è un “dopo”.

«Si chiama don Filippo, cappellano del SS. Annunziata, all’epoca lo affiancavo; lo convinsi a farsi accompagnare autorizzarmi a provare a far sorridere, ma con la massima discrezione, i piccoli pazienti: andò bene, tanto che le collaborazioni cominciarono a moltiplicarsi, fino a richiedere un’associazione – composta rigorosamente da volontari – con un suo statuto; anche questo passaggio deve essere stato condiviso con entusiasmo, se oggi siamo centocinquanta tesserati e copriamo quattro ospedali e non solo i reparti di Pediatria, tanto da dividerci fra altri piccoli e grandi pazienti».

Provare a strappare un sorriso quando di mezzo c’è una corsia di ospedale è una missione.

«Emozioni sempre nuove – puntualizza Papa – che prendiamo quotidianamente: mettiamo al servizio del prossimo il mestiere del far sorridere, il più delle volte ci riusciamo, ma in realtà ci arricchiamo ogni giorno che passa di una grande umanità; l’associazione è importante: non ci si può improvvisare al cospetto di una sofferenza, sono i bambini ad aiutarci più degli adulti. Il mio nome d’arte, Pingo Bellicapelli, me lo ha assegnato un bambino, la prima volta che mi vide in corsia rise e mi indicò: “Pingo!”. E “Pingo” sia. Quel “Bellicapelli” l’ho aggiunto io, dopo, in senso ironico, avendo oggi la testa pelata».

Non solo bambini.

«Abbiamo cominciato a compiere un nuovo percorso lo scorso anno alla Cittadella della carità, con pazienti affetti da Alzheimer e demenza senile. Portato le nostre facezie, il mestiere del sorriso anche ai più anziani, altra emozione. E’ stata un’esperienza che ci ha visti completare il nostro bagaglio di animazione, tanto che oggi siamo tornati alla Cittadella, con un nuovo progetto e la voglia di portare sorriso e conforto a chi ha bisogno di noi».

Il rapporto con i genitori dei piccoli pazienti.

«Il rapporto più difficile è con il bambino ospedalizzato, non è casa sua ed è impegnativo fargli capire che se è lì, è perché è necessario passare attraverso controlli accurati. Il rapporto con il piccolo e i genitori prosegue anche dopo, lo stesso con altre associazioni come noi impegnate nel volontariato: Ail, Ant e Simba. Speriamo sempre di proseguire la “terapia del clown” anche dopo, con i genitori e bambini, segno che i piccoli sono stati dimessi dall’ospedale e all’orizzonte per loro si intravede qualcosa di positivo».PAPA Articolo 01 Una cosa che Claudio Papa vuol dirci.

«La bellezza della maschera più piccola del mondo, il naso rosso: spesso basta indossarlo per far tornare un sorriso a un bambino o ad un anziano, dopo una giornata di controlli e cure. Con quello raggiungiamo il cuore della gente abbattendo paletti mentali: qualcuno pensa sia facile, non è così; facciamo ascolto assorbendo i suggerimenti di medici e psicologi, non insegniamo a fare clownerie e palloncini, proviamo a far sorridere; è il sorriso di chiunque a riempirci il cuore di gioia e a confermare che stiamo facendo la cosa giusta».

Il naso rosso, poi un’altra soddisfazione.

«Il Parco della gioia di Mister Sorriso in Zona Tramontone, a Taranto.  Nasce grazie a genitori che hanno “bimbi speciali” – così li chiamiamo noi – che non sanno dove portare i loro figlioli a giocare. Con genitori, medici, psicologi e ortopedici abbiamo realizzato questo parco su un’area comunale. Parco bellissimo. Sono venuti perfino da Bologna e Sassari a visitarlo e, per la nostra gioia, a copiarlo e realizzarlo nelle loro città per aiutare altra gente che ha bisogno di un sorriso. Studiata la distanza fra giochi, questo è un parco inclusivo; proviamo a dare strumenti a bimbi normodotati e bambini disabili per giocare insieme. Abbiamo, inoltre, strutture nuove, anche per ipovedenti e un “Orto aromatico” curato  da amici disabili mentali, ospiti in un Centro diurno». Non finisce qui. C’è il progetto per gli anziani alla Cittadella della carità, l’idea di un tema che duri tutto l’anno (quest’anno è “l’inclusione”), la collaborazione con associazioni che si occupano di chi soffre di autismo.

A proposito di chi soffre di autismo.

«Stiamo provando ad interfacciarci con esercizi commerciali – conclude Papa – per attivare anche da noi “L’ora amica”, come accade in Australia con la “quiet hour”, l’ora quieta: per un’ora a settimana le attività mettono in pratica accorgimenti che servono a famiglie che hanno bambini con autismo a fare la spesa insieme: in quell’ora vengono contenute le informazioni sonore, abbassate le luci, abbassato il volume della musica, per evitare eventuali crisi. Questa disponibilità potrebbe essere un ritorno di immagine non indifferente per queste attività: comprendo le dinamiche di vendita, ma personalmente non mi dispiacerebbe fare la spesa in un clima più sereno».

Asia Bibi è libera

Cinquantacinque anni, cattolica, scagionata dalle accuse di blasfemia

Un banale litigio con alcune donne. Giorni dopo scatta l’accusa e la richiesta di condanna a morte per impiccagione. Avrebbe bestemmiato il Profeta Maometto. La Corte suprema del Pakistan, assolve la donna, anche in appello. Oggi è in Canada, con la famiglia, spera di tornare al più presto alla vita normale. 

Dieci anni. Ci sono voluti tanti anni per mettere fine alla dolorosa vicenda di Asia Bibi, cinquantacinque anni, cattolica, madre di cinque figli, accusata di blasfemia da un gruppo di donne islamiche con cui aveva litigato. Durante il diverbio, questa è l’accusa, avrebbe offeso il profeta Maometto. Da quel momento momento, intorno alla vittima di simili accusa si scatena l’inferno. Ma l’Alta corte suprema del Pakistan è irremovibile: la donna è innocente. C’è un ricorso di gruppi estremisti islamici in totale disaccordo con la sentenza: Asia Bibi deve essere condannata a morte mediante impiccagione. I fondamentalisti formulano l’appello. L’Alta corte suprema non si lascia intimidire, conferma l’assoluzione. Non soddisfatti di processo, appello e assoluzione definitiva, i più ostinati scendono in piazza e inscenano manifestazioni non autorizzate. Sollecitano un ulteriore intervento del governo pakistano che, invece, sulla vicenda di Asia Bibi si è pronunciato mediante l’Alta corte. I disordini proseguono, fino a quando il governo assume misure severe arrestando i più facinorosi.

Unico dato certo: l’incubo di Asia Bibi è finito. La donna pakistana, seguita con la massima attenzione da giornali, radio, tv e siti di tutto il mondo, vivrà una nuova vita. Dopo la sentenza definitiva, insieme con il marito, la donna è volata in Canada, dove si è finalmente riunita al resto della famiglia. In Canada sarà aiutata a tornare nell’anonimato, a un’esistenza tranquilla, lontana migliaia di chilometri da dove ebbe inizio l’incubo che le cambiò la vita.

La storia risale al 14 giugno 2009. Asia Naurin Bibi, madre di cinque figli, mentre si trova a lavoro discute con altre lavoratrici di fede musulmana. A qualcuna la storia che una donna abbia idee diverse – ma non è stato mai appurato che il diverbio fosse per motivi religiosi – non va già. Scatta la denuncia, l’accusa sostiene che durante il litigio, Asia abbia offeso il Profeta Maometto.

UN BANALE LITIGIO, LA RICHIESTA DI CONDANNA A MORTE

Quel giorno, nel villaggio pakistano di Ittan Wali, la donna di fede cattolica non avrebbe mai immaginato che da un banale litigio con le sue vicine di casa di fede musulmana sarebbe scoppiata una vicenda giudiziaria senza fine. La richiesta di una condanna all’impiccagione per blasfemia e, con questa, una catena di morti e disordini che avrebbero scosso l’intero Pakistan, una mobilitazione a livello internazionale, dai capi di Stato all’Unione europea, fino al Vaticano.

Tutto questo, ora, pare sia finito. Dopo essere stata scagionata nello scorso ottobre dalle pesanti accuse in seguito alle quali ha rischiato per più di otto anni di finire sul patibolo, Asia Bibi ha lasciato il Pakistan. Per mesi era stata tenuta in un luogo segreto dalle autorità, in attesa che ci fossero le condizioni per farla uscire dal Paese nella massima sicurezza, verso la destinazione già scelta dalle figlie: il Canada.

La sua assoluzione qualche mese fa. Una prima condanna a morte nel 2010, aveva fatto piombare il Pakistan nel caos. Proteste, manifestazioni e scioperi degli islamisti radicali, che del caso avevano fatto una questione di principio e avrebbero voluto vedere Asia con un cappio intorno al collo. Il governo, si diceva, aveva risposto con un giro di vite e decine di arresti. Gli integralisti avevano quindi presentato un appello perché l’Alta Corte rivedesse la sentenza. Richiesta rigettata a gennaio, Asia Bibi era stata definitivamente prosciolta dalle accuse di blasfemia.

LA VICENDA GIUDIZIARIA DI ASIA BIBI

19 GIUGNO 2009

Asia Bibi, 45 anni, viene arrestata nel villaggio di Ittanwali, nella provincia del Punjab, con la falsa accusa di blasfemia. A denunciarla, un gruppo di vicine islamiche con cui aveva litigato.

11 NOVEMBRE 2010

Il tribunale del distretto di Nankana la condanna a morte. I legali difensori della madre cattolica presentano ricorso all’Alta corte del Punjab.

16 OTTOBRE 2014

Dopo tre anni di rinvii del processo, l’Alto tribunale conferma la condanna capitale suscitando lo sdegno internazionale. La difesa non si arrende e presenta il ricorso alla Corte Suprema.

22 LUGLIO 2015

La prima udienza di fronte al massimo tribunale ha un esito positivo: l’istanza della difesa viene accettata e la sentenza capitale sospesa. Il giudizio, però, viene continuamente rinviato, fino ad ora.

9 LUGLIO 2017

Uno dei principali legali di Asia Bibi, l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, è costretto ad abbandonare la professione dopo una raffica di intimidazioni e il sequestro della famiglia.

12 MARZO 2018

Asia riceve nel carcere di Multan dal marito, Ashiq Masih e dalla figlia Eisham, un rosario donatole da papa Francesco.

31 OTTOBRE 2018

La Corte suprema cancella la condanna a morte. Asia Bibi lascia il carcere e viene tenuta sotto protezione in una località segreta.

29 GENNAIO 2019

La Corte suprema respinge il ricorso di un imam. La sentenza è definitiva: Asia Bibi è finalmente libera di lasciare il Pakistan.

«Centotrenta dispersi!»

Billy, operatore di “Costruiamo Insieme”, ricorda una tragedia del mare

«Non un tg, né un solo giornale ha riportato la notizia sulle vittime di un naufragio. E’ accaduto al largo della Libia. Il mio dio mi ha dato la forza di salvare un ragazzo da morte sicura e aiutare con quello che posso chi studia nel mio Paese. Il mio orgoglio: Mamadou, figlio di uno scomparso, e Fanta, mia sorella, prossima ostetrica, sgobbano sui libri»

«Come è possibile che centotrenta persone scompaiano in mare e nessuno dica niente? Un notiziario, un giornale, niente: penso alla famiglia di quella gente sfortunata che è morta in uno dei tanti viaggi della speranza».

Complicata la comunicazione. Billy, guineano, fede musulmana, nonostante i suoi ventidue anni, ha fatto di tutto. Ha perfino salvato la vita in mare a Ibrahim, gambiano, un ragazzo in preda alla disperazione; aiuta negli studi una sorella, medico fra un anno, e Mamadou, piccolo orfano, guineano come lui. «Allah mi ha salvato, secondo il suo disegno io devo aiutare il prossimo con tutte le mie forze: sarò per sempre riconoscente verso il prossimo, a costo di rimetterci la pelle!».

Da mesi operatore con la cooperativa “Costruiamo Insieme”, alla quale non smetterà di dire «Grazie!» per avergli dato un lavoro, ha tante storie da raccontare. Non una sola. Mesi fa scrivevamo: fosse stato un americano, Clint Eastwood gli avrebbe dedicato un film biografico; fosse stato un orientale, i giapponesi ne avrebbero fatto un eroe da cartone animato.

Billy non ha niente da invidiare a questi eroi di celluloide o da fumetto che siano. Ha il fisico da rugbista. Ecco, forse sarebbe stato un campione di football americano. Ce lo immaginiamo, con uno di quei maglioni con numeri enormi e un casco protettivo schiacciato sulla testa. Un fisico prorompente, il suo: due spalle sulle quali Billy ha poggiato tufi a non finire quando si è trattato di fare il muratore, anche sedici ore al giorno. E, come sentiremo, pure qualche compagno di viaggio che aveva bisogno del suo aiuto.STORIE BILLY Articolo 01QUANTE STORIE…

La prima storia è da reality. Un misto fra “Vite vissute” e “Carramba che sorpresa”, con le debite distanze fra dramma e show televisivo. Andiamo per ordine, Billy “Occhi lucidi”, torna indietro con la memoria per la seconda volta. Non lo dice, ma abbiamo la sensazione che lo faccia solo per noi. Comprendiamo, invece, quale dolore possa avere ancora addosso nel rivivere più che momenti, ore e ore di disperazione. Un fatto è pensare alla tragedia del “Titanic” e rivedere Di Caprio al cinema e sentire urla strazianti per un quarto d’ora; un fatto è stare lì, in mare, galleggiare di notte, su una distesa di acqua che ha il colore dell’inchiostro, mentre il tuo barcone sul quale non potevano viaggiare neppure gli ottanta passeggeri previsti (eppure ne aveva imbarcati quasi il doppio) capovolgersi e scomparire. Un foro, uno scoppio, il gommone si disintegra in pochi attimi e tutti fra flutti impazziti, che un po’ ti riavvicinano e un po’ ti allontanano dalla costa.

Era il 27 settembre 2017, trecento euro per il viaggio della speranza. «Ore disperate, mi viene ancora da piangere – ricorda Billy – se ci penso, sento ancora urla strazianti, intravedo al buio gente che scompare inghiottita dal mare; altri, disperati, in cerca di salvezza che si strattonano per aggrapparsi a qualsiasi cosa: tavole galleggianti, bidoni, camere d’aria, quello che resta del nostro gommone; ecco, i bidoni di benzina, questi potevano essere la nostra salvezza: c’era chi li svuotava dal carburante che ci ritrovavamo ovunque addosso, sul dorso delle mani, sulle braccia, a ustionarci la pelle; quel sistema era una delle soluzioni per salvarsi, ma c’era una disperata lotta per la sopravvivenza: chi provava ad impossessarsi di bidoni e camere d’aria per galleggiare in un mare che si perdeva a vista d’occhio, e chi non sapeva nuotare o era stanco e veniva ingoiato dalle acque. Vedo scomparire anche il mio connazionale Thierno, che mi raccontava della gioia che gli dava suo figlio, il piccolo Mamadou, rimasto in Guinea con la mamma».STORIE BILLY Articolo 02IBRAHIM, AFFERRATI A QUESTO “SALVAGENTE”!

Ibrahim, a due bracciate di distanza. «Sento un morso a una mano – ricorda Billy – era un ragazzo gambiano, giovanissimo, magro, disperato: voleva impossessarsi di quel bidone al quale ero abbracciato, aveva paura di morire e qualsiasi suo gesto era comprensibile; lo calmai, gli offrii quel bidone-salvagente, io potevo resistere, ho il fisico, anche se ne avrei avuto ancora per una ventina di minuti, stanco e disperato com’ero; Ibrahim, grazie al Cielo, era salvo, io di lì a poco trovai un altro bidone, ma bucato: infilai un pollice nel foro per impedire che prendesse acqua, poi quei pochi superstiti mi issarono sopra una di quelle poche camere d’aria laterali del gommone che avevano resistito, fortunatamente rimaste intatte. Ero salvo, ero su uno di quei “salvagente” di fortuna, ma non mollavo il bidone, neppure Ibrahim, che intanto stava poco per volta cancellando la disperazione dal suo volto».

Il ritorno in Libia. «Ci soccorse un pescatore, raccolse quei pochi superstiti e ci riportò sulla costa libica: fossero stati militari, ci avrebbero sbattuti in galera; mi era già accaduto un paio di volte, volevano soldi in cambio della mia libertà: denaro o botte, così, io che non avevo disponibilità economica, le prendevo di santa ragione, un giorno sì e l’altro pure».

Due mesi dopo, 15 novembre, alle 23.00 in mare. «Mi imbarco daccapo, non avevo soldi e anche questa volta il mio dio mi aiuta: chi organizza il viaggio, da me non vuole danaro, mi fa salire lo stesso a bordo. Tre ore dopo, siamo a bordo dell’“Aquarius”, il Cielo benedica quella nave e tutto il suo equipaggio. Arrivo a Catania, in bus fino a Taranto, fra le braccia di “Costruiamo Insieme”».STORIE BILLY Articolo 03UN INCONTRO INATTESO, I PIANTI DI COMMOZIONE

Billy interpreta il segno divino. Un incontro che non ti aspetti. «Ibrahim, sul Lungomare di Taranto! Abbracci e pianti di commozione, ora so che vive fra Martina e Grottaglie, sono felice per lui, ma ancora disperato per i centotrenta compagni di viaggio dispersi in mare, brutto destino il loro; i primi tempi con metà del mio pocket-money ho aiutato Mamadou, il figlio del povero Thierno, a studiare inviando soldi alla mamma; con un altro mio modesto aiuto, si è data al piccolo commercio, oggi provvede lei stessa al figliolo; a proposito di studi, aiuto anche mia sorella Fanta, fra un anno diventa ostetrico: aiuterà mamme a mettere al mondo tanti bei bambini che non dovranno conoscere quell’inferno attraverso il quale sono passato io e tanti altri come me. Penso di fare sempre troppo poco rispetto a quello che mi ha risparmiato il Cielo: la vita!».

“Il buu e il somaro…”

Javier Zanetti, il coro razzista e l’asino da stadio

L’ex capitano dell’Inter invitato a Taranto in Città vecchia. La sua Fondazione per sostenere i piccoli calciatori che vivono lo port più amato fra mille difficoltà. “Fare squadra e stare sempre con i più deboli è il nostro compito”, ha aggiunto il campione. “E ora non spegniamo i riflettori sul disagio”, l’invito dell’arcivescovo Filippo Santoro.

Foto Studio Cav. Renato Ingenito

di Claudio Frascella
ZANETTI articolo 03«Fossi stato in campo e avessi sentito urlare cori razzisti, mi sarei sfilato la fascia di capitano per metterla al braccio dell’avversario preso di mira da gente che nulla ha da condividere con lo sport!». Parole di Javier Zanetti. Il pensiero vola a qualche mese fa, dicembre dello scorso anno, San Siro. Alla gara della sua Inter contro il Napoli e ai cori rivolti da un certo numero di imbecilli a Kalidou Koulibaly. E “il Capitano”, non le manda a dire. Lunedì pomeriggio è ospite a Taranto, in Città vecchia, per sostenere con la sua Fondazione Pupi, creata con la moglie Paola, un altro progetto a favore di ragazzi che vivono nel disagio e si rifugiano nello sport, nel calcio in questo caso. «Il calcio, lo sport più bello dicono – ha semplificato Zanetti seduto nella cattedrale di San Cataldo – che poi è la parabola della vita: viviamo tutti insieme, la nostra è una comunità e, se ci pensate, è lo stesso principio dello sport di squadra; è fondamentale essere uniti e che ognuno faccia il suo; nella vita, infatti, c’è bisogno del portiere che para, evita di far prendere gol alla sua squadra, e degli attaccanti, che i gol devono farli; in mezzo, difensori e centrocampisti, anche questi indispensabili: ognuno ha il suo ruolo, ma in tutto questo sono importanti i sacrifici, e se uno è baciato dalla fortuna più di un altro, questa fortuna deve dividerla con chi, nella vita, ne ha avuta meno».

Bravo Javier. Bravi anche i promotori dell’iniziativa alla quale ha preso parte anche l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, che ha ospitato l’ex bandiera di Inter e Argentina nella cattedrale di San Cataldo in Città Vecchia. L’arcivescovo, sia chiaro, è uno che di calcio ha spesso mostrato di capirne quanto e, forse, anche più di un opinionista. «Più di venti anni a Rio, in Brasile – ha detto – mi hanno portato a manifestare una certa simpatia per i Verdeoro e tifare per il Flamengo, ai tempi di Ronaldinho; certo, ai Mondiali si fossero trovate di fronte Italia e Brasile, sarebbe stata una bella lotta, ma questa occasione non c’è stata anche perché siamo stati eliminati nelle qualificazioni: gli azzurri avrebbero dovuto metterci più impegno, lo stesso che ha messo e mette tuttora questo signore – indica Zanetti – una volta da calciatore, oggi da uomo di sport, generoso, che ama spendersi per il prossimo».ZANETTI articolo 02«CAMBIAMO LE COSE ANCHE QUI»

«Lo sport può cambiare le cose anche qui da noi, a Taranto – dice il tarantino Dino Ruta, fra i promotori dell’invito a Zanetti – è il nostro impegno quotidiano attraverso il progetto educativo promosso da “Sport4Taranto” in questa occasione insieme con l’Asd Taranto Vecchia dell’Oratorio San Giuseppe, parrocchia nel cuore dell’Isola”. Un progetto che cresce a vista d’occhio e realizzato insieme con la sorella Angela Ruta e Lisa Ruta, che all’interno dell’organizzazione cura il coordinamente delle diverse iniziative».

«Il calcio non è solo uno sport – dice l’arcivescovo Santoro – è un grande aggregatore, accende la fantasia dei ragazzi, ha in sé quello che ci ha insegnato il Signore: siamo tutti fratelli, tutti uguali e il più forte è tenuto a incoraggiare il più debole fino ad esplodere insieme in un abbraccio fraterno nel momento della gioia; e non importa se qualche volta non si vince, occorre anche avere rispetto per l’avversario; e per il giudice di gara, spesso preso di mira da calciatori e pubblico, per decisioni che a volte possono scontentare chi le subisce; se dico che Zanetti è stato un grande calciatore e oggi è un uomo di grande generosità, aggiungo poco a quanto la gente già conosce di lui: tutti lo conoscono e tutti lo stimano, anche chi abbraccia un’altra fede calcistica; posso aggiungere, però, che per noi è un giorno di festa, grazie alla sua autorevole presenza abbiamo acceso i riflettori sui nostri ragazzi che tanto hanno bisogno di incoraggiamento; ora auguriamoci che anche dopo la partenza di Zanetti in tanti rivolgano la stessa attenzione verso i nostri ragazzi e non solo, ma verso i deboli, quanti vivono nel disagio».ZANETTI articolo 04NON SOLO A FAVORE DEI MENO FORTUNATI

Non solo a favore dei ragazzi meno fortunati. Javier Zanetti in questi anni non perde occasione per sensibilizzare le generazioni più giovani per attivarle nella lotta contro le discriminazioni razziali. Da diversi anni, a proposito dei brutti cori che spesso sentiamo negli stadi di calcio, insieme ad altri partner sta seguendo il progetto “Io tifo positivo”, nel mondo delle scuole e delle associazioni sportive. «L’idea principale – ha spiegato Zanetti – è quella di combattere tutte le espressioni di intolleranza, discriminazione e razzismo all’interno dell’ambito sportivo, di ogni genere e di ogni livello di competizione, promuovendo una cultura propositiva dello sport e dei suoi veri valori».

Zanetti e la sua società. «Dopo i fatti della gara contro il Napoli – spiega ancora il campione – l’Inter si è schierata ancora una volta in prima linea contro il razzismo». Dai «BUU» razzisti è, infatti scaturito l’acronimo, che ha dato vita a «Brothers Universaly United» («Fratelli universalmente uniti»). E’ questo lo slogan scelto dalla società nerazzurra in uno dei video della campagna anti-razzismo. Un invito a combattere il razzismo con la sua stessa arma, il “buu”, trasformandolo in un messaggio positivo. «Write it, don’t say it», «Scrivilo, non dirlo»: «BUU, Brothers Universaly United, Fratelli Universalmente Uniti», dunque, è lo slogan dell’Inter.