«La mia felicità!»

Demba, ventitré anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

«L’Italia è la mia casa, un giorno andrò a trovare i miei familiari, ma poi tornerò qui. Parlavo cinque lingue, ora con l’italiano ho imparato anche a conoscere tanti ragazzi. Colpi di fucile e pistola, le bombe e i conflitti mi hanno spinto a fuggire».Senegalese di nascita, gambiano di adozione, italiano per vocazione.

«Sono andato via dal Senegal, per poi tornarci, ho vissuto tre anni in Gambia, poi girato altri Paesi africani, infine l’Italia, che oggi considero a tutti gli effetti la mia casa».

Demba, ventitré anni appena, senegalese di nascita, gambiano di adozione, italiano per vocazione. Come se avesse fatto almeno due volte il giro del mondo prima di arrivare in Italia. Qui risiede da quattro anni e quattro mesi, ha trovato il suo lavoro con “Costruiamo Insieme”. E’ operatore anche grazie alla sua applicazione e alle sue conoscenze: parla più che “mastica”, sei lingue, tre europee, tre dialetti arabi, utili se vuoi vivere, indispensabili se vuoi sopravvivere.

«Sono scappato da una, due guerre, ho lavorato sotto colpi di pistola e fucile, bombe che fischiavano ed esplodevano spesso a pochi metri…». Terribile quello che dice Demba. «Ho dovuto conviverci fin da piccolo, ho sempre desiderato una casa – io che ho abbandonato il mio Paese per poi tornaci e dal quale scapparci daccapo – ora ce l’ho, come la serenità che ho ritrovato con la cooperativa con la quale svolgo la mia attività di operatore: un lavoro che mi fa stare bene e, nello stesso tempo, non mi allontana dalla mia storia, da un recente passato; le storie dei ragazzi con cui mi relaziono ogni giorno, sono le mie storie, talmente terribili e simili al mio vissuto, che è come se quotidianamente facessi un passo indietro e le rivivessi, dal dolore dei conflitti alla gioia di aver lasciato alle spalle un grave malessere».DEMBA articolo 01Demba, arrivato in Italia, ha subito manifestato un sentimento nascosto da dolore e fughe. «La felicità, non sapevo cosa fosse questo sentimento a causa di una infanzia sofferta: ho quasi subito rinunciato alle mie radici; nato In Senegal, all’età di dodici anni con la famiglia mi sono trasferito in Gambia, dove ho vissuto tre anni; a quindici sono tornato nel mio Paese di origine, poi Mali, Burkina, Niger, Algeria, Libia, infine Italia, ma non tutto in un lampo…».

Felice sì, ma ci voleva un passo deciso. «Parlavo bene l’inglese, anche il francese; l’arabo, dal wolof al mandinka, proseguendo con il fula; mi mancava l’italiano, essenziale per stringere le prime amicizie con la gente del posto, così mi sono impegnato come un matto: gli amici italiani si sono moltiplicati, come le lingue che parlo oggi, sei in tutto, per ora…».

Demba, la sua odissea. «Tornato in Senegal, a quindici anni, pensavo che il conflitto avesse i giorni contati o almeno fosse stato circoscritto: illusione. Appena tornati, io, i miei due fratelli, le due sorelle e mio padre, ci trovammo di fronte anche problemi familiari – come spesso accade dalle nostre parti, le guerre civili provocano conflitti etnici e religiosi – avevano accelerato il processo di fuga. Io il primo ad andare via, in Mali, piccoli lavori per tre mesi, qualche giorno in Burkina, lo stesso in Niger; un lavoro più stabile, se così vogliamo chiamarlo, l’ho trovato in Algeria, dove ho fatto il muratore: non mi sono mai tirato indietro di fronte alla fatica; poi la Libia, un anno, a lavorare in un supermercato, nonostante anche lì ci fosse un conflitto: con le bombe, le esplosioni quasi avevo ci convivevo, fino a quando il pericolo non ha preso consistenza e cominciato a fare davvero paura».DEMBA articolo 02Il senso di liberazione per Demba arriva quando si fa concreta una via di fuga. «Ci siamo imbarcati in sessanta, circa tre giorni in mare, una paura tremenda: una volta al largo il gommone si è fermato, il motore che lo spingeva verso la libertà è andato fuori uso, segno del destino? In quel momento ti domandi cosa possa accadere ancora: sei a poche bracciate da un sogno e di punto in bianco, ti viene a mancare l’ultimo colpo di reni; in balia delle onde non ci restava che rivolgerci al Cielo, prendersela con quel poveraccio che ci aveva accompagnati fino a quel momento ed era nelle nostre stesse condizioni, era del tutto inutile».

Invece, ecco l’aiuto inatteso. «Avvistiamo una imbarcazione maltese che in breve ci viene incontro; l’equipaggio ci invita a salire a bordo, ci accompagna a Malta; da lì il trasferimento in Sicilia, l’arrivo a Palermo, infine Taranto, l’hotspot nel porto cittadino».

Da quattro anni e quattro mesi in Italia, il lavoro di operatore a “Costruiamo Insieme”. «Amo questo lavoro, intanto perché mi fa stare bene, mi fa sentire utile al prossimo; poi perché, dicevo, mi ricorda ogni giorno da dove vengo: solo chi ha memoria riesce a vivere sereno e con affetto verso il prossimo; devo molto alla cooperativa, al presidente e al direttore, a quanti hanno creduto subito che fossi una persona della quale potersi fidare per il compito di operatore».

Ora il desiderio. «Proprio in virtù di quanto dicevo, non ho dimenticato le mie origini, il mio Senegal: è lì che un giorno voglio tornare per riabbracciare i miei, ma poi tornare di nuovo in Italia, perché ormai è questa casa mia!».

«Partire è come…»

Martino De Cesare, chitarrista e autore di successo

«Capisco i ragazzi nordafricani: lasciare casa suona come una sconfitta. E’ raro mi spinga oltre Napoli. Avrei voluto scrivere con Pino Daniele, collaboro con artisti come Edoardo ed Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello e Tony Esposito, ho scritto con Fabio Concato sognando James Taylor…». Il successo del suo soggetto del film “Chi m’ha visto?” con Beppe Fiorello e Pierfrancesco Favino

«Quando parto per un tour ho due anime in perfetto contrasto: quella che mi spinge ad andare, perché è il lavoro che amo; l’altra che, invece, vorrebbe trattenermi qui, perché è complicato a spiegare a qualcuno che non è del Sud quanto dolore uno possa sentire nel dover lasciare le proprie radici, anche se il tempo di una serie di concerti». Martino De Cesare, uno degli amici di “Costruiamo Insieme”, chitarrista, autore, produttore discografico. Grande fantasia, tanto che ha voluto misurarsi con la sceneggiatura: farne un libro, una commedia, un film. «Avevo in mente già da tempo “Chi m’ha visto?”, diventato poi un film che nelle sale ha registrato buoni incassi e in tv ha fatto buoni ascolti: ne avevo parlato con Beppe Fiorello, protagonista della storia, un affermato chitarrista – nella fiction Martino, come me… – cui manca il guizzo di popolarità per diventare un artista famoso e rispettato: unico sistema, escogitare una sparizione assistita; da un amico, in questo caso, Pierfrancesco Favino, altro grande attore, Peppino nella finzione, uno che nonostante non abbia studiato, la sa lunga».

Il Sud, la nostalgia, la musica nel sangue. «Vivo fra la mia Crispiano e Napoli, mio quartier generale: conosco e suono con tutti lì, difficile spingersi oltre, con i Bennato, Edoardo ed Eugenio, Gragnaniello ed Esposito, Amoruso e Senese c’è grande empatia: figurarsi se non capisco il dolore che provoca un’amozione; ho conosciuto, conosco, molti ragazzi nordafricani, alcuni anche impegnati nella musica: quando parliamo del distacco dalla loro terra, mi dicono spesso che non vedono l’ora di tornare a casa, magari disponendo stavolta di che mangiare: perché è la fame, i conflitti a spingere i ragazzi a fuggire e trovare una destinazione quantomeno ospitale».

Anche noi, come quei ragazzi, il ritorno ce lo abbiamo nel sangue, spiega Martino De Cesare. Basta prendere il modo con cui il protagonista del suo film andato in onda sabato scorso in prima serata su Raiuno, viene accolto all’arrivo nel suo paesino pugliese. «Mo sei arrivato? E quando te ne vai?», una delle frasi più divertenti di “Chi m’ha visto?”. Il film, ovviamente, è ispirato alla più popolare delle trasmissioni sugli scomparsi, girato in buona parte anche nella provincia di Taranto, fra Ginosa, Mottola e Castellaneta. Ideato dal crispianese Martino De Cesare, protagonisti, si diceva, Beppe Fiorello e Pierfrancesco Favino. Comprimari e volti noti al grosso pubblico, Sabrina Impacciatore, Dino Abbrescia e Mariolina De Fano.

Beppe Fiorello nel film è Martino Piccione. Nel racconto ha conservato il nome dell’autore del soggetto, quel Martino De Cesare che nella sua Crispiano ha il quartier generale. Si sposta solo per lavoro, come ci ha confessato. Nei suoi viaggi privilegia Napoli, fa uno strappo per Roma. Mai in albergo, a Napoli è ospite di Eugenio Bennato; a Roma, quartiere Trastevere, a casa di Enzo Gragnaniello. Fra i suoi amici, oltre ad Eugenio ed Enzo, Edoardo Bennato, Pietra Montecorvino, Tony Esposito, Joe Amoruso, James Senese, Sandro Petrone, Giorgio Verdelli e altri ancora. DE CESARE Articolo 01Il primo sussulto che ti ha provocato il film una volta completato. 

«Assistere alla proiezione alla “prima” a Milano, insieme con Beppe e Favino; ospiti gli amici che si sono prestati volentieri ad interpretare se stessi, lanciando appelli, o che, comunque, non hanno voluto perdersi l’anteprima: Noemi, Emma Marrone, le Vibrazioni, Mara Maionchi, Claudio Cecchetto, Saturnino e tanti altri. Voltarsi e guardarsi accanto o alle spalle stando seduti in prima fila, era come fare zapping con alla tv, incredibile emozione».

Domanda dalla quale partire: come nasce l’idea. Non di una canzone, ma di un soggetto cinematografico, una novità per De Cesare.

«Giunge improvvisa, come lo spunto per un testo, una musica, una canzone. Tornato a casa da Roma vedo mia madre rapita dalla tv, a seguire “Chi l’ha visto?”. Quasi in lacrime, tanto era partecipe al dolore dei familiari dello scomparso che in procinto di lanciare un appello. “Ma’, che è successo?”, io. “Non si trova più quella creatura: mo, statti zitto un po’, fammi sentire!”, telegrafica. Questo il dialogo. In quel momento ho pensato alla mia e a tante altre storie simili alla mia: ai mille artifici cui fa ricorso un musicista non disponendo di spazi televisivi: tu, a sbatterti per trovare un “buco” da tre minuti per eseguire una tua canzone; un anonimo, che per mille motivi decide di scomparire, a godere in un colpo solo dell’affetto di una platea sterminata e uno spazio illimitato, con trasmissioni “non stop” per seguire per gli aggiornamenti della vicenda; è stato in quel momento che ho pensato: “E se anche Martino, il mio omonimo, magistralmente interpretato da Beppe Fiorello, decidesse di sparire improvvisamente per avere il suo momento di popolarità?”».

Dunque, Beppe Fiorello, disponibile e interessato alla lettura del soggetto.

«Conosco Beppe da dieci anni, ci siamo visti e sentiti spesso: un film non lo fai in un attimo, non basta pensare a una trama per quanto interessante possa essere; occorre studiare il tratto di ciascun personaggio, i dialoghi, le riprese, le location. Lo avevo pensato per Crispiano, la troupe si è mossa per buona parte in Puglia: Ginosa, Mottola, Castellaneta, Conversano, Bari».
DE CESARE Articolo 02Con Beppe non parli solo di lavoro.

«Ci sentiamo per consigli gastronomici, lui ha un buon palato, trova superlativo il nostro olio e non solo quello; Pierfrancesco, invece, l’ho conosciuto in occasione dei primi ciak, poi l’ho rivisto alla “prima” a Milano, infine a cena: attore bravissimo, persona disponibilissima».

Non è l’unica idea che ti è venuta. 

«Non ne parlo, ma non per scaramanzia; vengo da un’esperienza non troppo incoraggiante e mi spiego: ricevo una telefonata da Giammarco Tognazzi; insieme avevamo in mente un’altra storia, originale e di sicura presa: Giammarco mi chiama e mi mette al corrente che una troupe da poco aveva dato inizio alle riprese con una storia in buona parte simile alla nostra: un buon ottanta per cento, per dirla tutta. Quello dello spettacolo è un ambientino politicamente scorretto. Un paio di idee, quelle sì, ce le ho, ma d’accordo con lo stesso Giammarco non ne facciamo parola».

Autore, produttore, chitarrista, ideatore insieme con Tony Esposito del gruppo Vibrazioni Mediterranee, Martino De Cesare ha altri sogni nel cassetto.

«Uno, purtroppo, non potrò mai più realizzarlo: mi spiego, volevo scrivere ed eseguire una canzone con Pino Daniele, uno dei grandi della nostra canzone. Altri grandi, ne conosco e ho la fortuna di collaborarci. Volevo suonare con Edoardo Bennato, ce l’ho fatta; e pensare che andavo matto per la sua “Sono solo canzonette”; volevo scrivere una canzone con Fabio Concato, ce l’ho fatta: “Tra la vita”, inclusa nella raccolta “Quando arriva un’emozione”; volevo realizzare progetti e suonare con un’orchestra e per questo devo ringraziare il maestro Piero Romano e l’Orchestra della Magna Grecia; infine, se i sogni sono no-limit: per un chitarrista, il top è una collaborazione con l’immenso James Taylor, ma qui entriamo nella sfera del “Chi lo ha visto, chi mai lo vedrà?”. Ma hai visto mai?».

Riapertura ai rifugiati

Decreto sicurezza “non applicabile”

l decreto-Salvini aveva cancellato la protezione umanitaria, le “Commissioni per l’asilo” hanno ripreso a concederla

Le Commissioni riaprono le porte ai rifugiati. La decisione arriva dopo la sentenza che giudica il Decreto-sicurezza inapplicabile alle domande d’asilo presentate prima del 5 ottobre 2018.

Si riparte, dunque, da una buona notizia per chi ha a cuore le sorti dei rifugiati. In buona sostanza si registra un segno di ripresa in favore della protezione umanitaria. Merito di organi di alcuni informazione, fra questi La Repubblica, che hanno vivisezionato il Decreto-Salvini, ponendo al centro del dibattito punti nei quali proprio il provvedimento governativo presentava “spifferi”.

Protezione umanitaria punto e a capo

Anche se il decreto-Salvini l’aveva cancellata, le “Commissioni per l’asilo” hanno ripreso a concederla. Fa riflettere il dato dell’ultimo mese preso in esame: i rifugiati che ottengono un permesso umanitario transitano dal 2% di gennaio al 28% di febbraio 2019. Volendo dare un po’ di numeri: a gennaio erano appena 150, a febbraio si erabno proiettati alla considerevole cifra di 1.821. Stando alle statistiche ufficiali del Viminale, pubblicato on line sul sito del Ministero. Dopo l’articolo apparso su Repubblica, si diceva, dal Ministero dell’Interno è stato corretto il dato nel quale veniva ammesso, in realtà, un proprio errore di caricamento: le nuove concessioni, stando al dato aggiornato, sarebbero invece ferme a quota 112.

Decreto sicurezza, si può dire: passo indietro. Il 5 ottobre dello scorso anno è entrato in vigore il Decreto-sicurezza che abolisce, fra l’altro, il “Permesso di soggiorno per motivi umanitari”. Da quel momento le Commissioni per l’asilo hanno cominciato a stringere sulle concessioni, azzerandole in tempi brevi. A dicembre solo il 3% dei richiedenti asilo ha ottenuto la protezione umanitaria; il 2% il mese dopo. Poi, qualcosa, è accaduto.

Sentenza della Cassazione

Il 19 del mese scorso è stata depositata la sentenza della Corte di Cassazione. I giudici hanno riconosciuto che l’abrogazione del permesso per motivi umanitari voluta dal governo, riguarda solamente coloro che hanno fatto domanda di asilo dopo il 5 ottobre 2018, data di entrata in vigore del provvedimento.

Da qui la cosiddetta “capriola” impressa dalle Commissioni territoriali. Considerando, infatti, i primi dati pubblicati online dal Viminale, degli oltre seimila richiedenti asilo esaminati a febbraio, 425 hanno ottenuto lo status di “rifugiati”, 274 la “protezione sussidiaria”, 1.821 (il 28%) l’“umanitaria”. Un dato che avrebbe avuto del clamoroso, se non ci fosse stato un errore di caricamento dei dati ufficiali corretto successivamente dal Viminale.

«Rispetto delle regole»

Francesca, operatore di “Costruiamo Insieme”

«L’empatia prima di tutto, quando hai stabilito un rapporto con i ragazzi, tutto è più facile. Una volta compreso che l’amica e l’addetto all’accoglienza sono due cose diverse, il rapporto fila liscio. Anche i più esuberanti comprendono quanto sia utile avere riguardo nei confronti del sistema»

«Il primo colloquio, quattro anni fa, dal giorno seguente “affiancamento”, poi, una volta appresi i diversi compiti da svolgere, ero al lavoro in piena autonomia». Francesca, laurea in Scienze dell’educazione e della formazione, da quattro anni con “Costruiamo Insieme”, confessa l’empatia a prima vista. «Mi avevano suggerito di provare a contattare la cooperativa, inviare una mail con referenze e titoli di studio; sono stata chiamata subito, in ventiquattro ore, minuto più minuto meno, era in struttura».

Francesca è il sorriso di “Costruiamo”. Quando è al lavoro, se non è impegnata con un registro all’ingresso di una delle strutture della cooperativa, sicuramente è alle prese con un addobbo, un cartoncino, un cartellone, un albero di Natale. Ha uno spiccato senso del complemento d’arredo, qualsiasi cosa può essere più bella, basta metterci un po’ di fantasia. Fare accoglienza a partire dall’ingresso, colori e piccoli elaborati a testimoniare l’obiettivo principale della missione: l’integrazione. Far stare bene i ragazzi venuti dall’Africa. «Come se stessero a casa loro – puntualizza Francesca – non che sia la stessa cosa, ma provare a creare un ambiente il più possibile familiare, che non sia freddo…».FRANCESCA articolo 02Prima della sua esperienza con “Costruiamo”, un passo indietro. «Ho studiato, dire “sgobbato” è un parolone: di sicuro studiare materie avvincenti e affascinanti, rende tutto più facile; vengo da diverse esperienze, ho fatto servizio civile, assistenza a tossicodipendenti ai domiciliari; non riesco a starmene ferma: spendermi per la società e per il prossimo la vedo anche come una missione, il lavoro che ho cominciato a fare più avanti, dimostra che anche certe cose se non le fai con il giusto approccio e con altrettanto amore, diventano solo un compitino freddo e distaccato».

Altra materia, un corso affascinante. «Criminologia, nella vita tutto torna utile; si mettono in relazione una serie di insegnamenti, a cominciare dalla condotta proseguendo con il controllo dei comportamenti; non è uno studio semplice, ma se hai vocazione anche il difficile assume un altro aspetto per diventare successivamente materia utile per qualsiasi lavoro».

Il primo impegno di Francesca con “Costruiamo Insieme”. «Agli inizi ho cominciato ad occuparmi dei minori non accompagnati; con gli sbarchi di qualche anno fa erano diversi i ragazzi, anche piccoli, che arrivavano in Italia anche senza i genitori; occorreva dare loro la massima assistenza, ognuno di questi aveva un suo vissuto: non era semplice, lo studio mi ha aiutata, ho subito applicato sul campo quanto avevo imparato studiando sui libri; è una immersione totale nella tua coscienza e nel prossimo, comprendi quanto sia utile e bello impegnarsi per dei piccoli che non sanno a cosa vadano incontro, se non al senso di libertà: parliamo di percezione, poi occorre comprendere cosa sia per loro la libertà, essere felici…».FRANCESCA articolo 01Una cosa le è balzata subito agli occhi. «Lo stile di vita – confessa Francesca – quella è la prima cosa, lì è cominciata la mia “missione”, fare il possibile perché i piccoli comprendessero quanto fosse importante accettare consigli e che ognuno di noi, io e loro, doveva fare il suo: io, compiere passi in avanti nei loro confronti; loro la stessa cosa avvicinandosi al nostro di mondo. Una volta compreso che la vita è fatta di compromessi, sei già a metà del compito. Non possiamo cambiare il nostro vissuto per compiacerli, non saremo onesti nei loro confronti: una volta lasciato il Centro di accoglienza, devono sapere che “là fuori” c’è un mondo, delle regole, anche gente diffidente, ragazzi che prima di rivolgere loro un saluto vogliono capire, attività che possono anche offrire un lavoro, ma a certe condizioni…».

E’ come se spiccassero il volo. «Cerco di inquadrare i ragazzi, per noi stessi italiani la vita può riservare sorprese, così è bene che sappiano che abbiamo uno stile di vita diverso, che l’aspetto principale è il rispetto delle regole; fino ad arrivare ad uno degli argomenti più articolati: la donna; l’approccio con una donna –  devono sapere – non è semplice e non perché le ragazze di qui siano complicate: i nostri ragazzi, per natura, sono espansivi, così bisogna far capire loro che a una esuberanza innata va posto un freno. Dunque, bisogna prima spiegarglielo, ripeterglielo se il caso lo richiede: una volta assimilate certe regole, tutto va nel senso di marcia giusto».
FRANCESCA articolo 03Dovesse giudicarsi, Francesca. «Mi sforzo di far capire ai ragazzi, che non devono confondere i due ruoli: quello di amica e quello di operatore. Mi spiego, qualcuno mi vede come una “carabiniera”, come si dice da queste parti: una intransigente, che non sorvola su nulla, a costo di sembrare antipatica; anche questo è un passaggio che i ragazzi hanno perfettamente compreso: nella vita penso di essere sostanzialmente disponibile, uso toni morbidi, ma il lavoro mi impone certi ruoli: devo essere pignola, far rispettare regole e, fra queste, quelle sulla disciplina dalle quali è bene non prendere mai le distanze, neppure di un solo centimetro. Poi alla distanza, i ragazzi comprendono: il mio modo di essere traspare dal mio carattere, solare, sorridente; sorridere è il primo passo verso la soluzione di un qualsiasi problema; mai farsi prendere dall’ansia: le cose vanno risolte con la massima serenità».

Un’attestazione di affetto. «Detto che sono soddisfatta del mio lavoro all’interno di “Costruiamo Insieme”, del riscontro quotidiano nel mio impegno verso il prossimo, con i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza c’è grande empatia; qualche volta mi tocca far ragionare qualcuno più di altri, ma la soddisfazione è tutta in una frase: “E Francesca, dov’è?”, insomma quando non ci sono gli manco…».

«Emigrare, una sconfitta»

Mia Martini raccontata da Mimmo Cavallo

«Ma era l’unico modo per fare questo lavoro, ogni volta trovare la forza di fare i bagagli e ripartire: lei si era stancata e non lo avevo capito». Il cantautore lizzanese all’indomani del successo della fiction “Io sono Mia”. «Io e Gragnaniello non menzionati, ma l’importante era ricordare un’artista immensa. A Taranto, Mimì, era venuta per fare le prove, poi il tour interrotto…»

Mimmo Cavallo, un amico di “Costruiamo Insieme”. Non abbiamo dimenticato il suo “regalo”, la versione di “Siamo meridionali” ricantata con i ragazzi ospiti del nostro Centro di accoglienza (clip sempre disponibile sul nostro sito). In occasione del grande successo in fatto di ascolti in Rai dello sceneggiato “Io sono Mia”, abbiamo voluto incontrarlo di nuovo. Per raccontarci di Mia Martini, artista a cui è stato legato in modo viscerale. Lei, di Bagnara Calabra, lui di Lizzano. Il loro emigrare per cercare un posto al sole nel mondo della canzone, li aveva fatti legare subito. Lei aveva prestato la sua splendida voce in “Ninetta” (“Siamo merdionali”, 1980) e “Tutto quello che farai” (“Stancami stancami musica”, 1982). Nel tempo lui le aveva scritto diverse canzoni, le ultime, per esempio. Con lei aveva preparato l’ultimo tour (le prove a Taranto). Con lei aveva già tenuto quattro concerti. Il quinto lo avrebbero dovuto fare di domenica, in provincia di Salerno. Quando venerdì 12 maggio 1995, “Mimì”, come la chiamavano gli amici, fu ritrovata morta nella sua nuova casa a Cardano del campo, in provincia di Varese.

«L’ultimo tour di Mimì era nato a Taranto, facevamo le prove qui; aveva voluto staccarsi dalla solita consuetudine e ripartire, voleva conoscere il mio vissuto, mia madre, l’intero contesto nel quale ero cresciuto, capire di più su di me, nonostante ci fossimo raccontati tante volte». Mimmo Cavallo, lizzanese, cantautore dalle mille risorse e dalle mille canzoni, scritte per sé e prestate a numerosi colleghi, racconta così la “sua” Mia Martini. Cominciamo dalla fine. «Appresi la notizia dalla tv, sulle prime pensavo stessero parlando dei nostri concerti, quando quasi contemporaneamente mi arrivò una telefonata: “Mimì non c’è più!”». Cavallo, non solo “Siamo meridionali” e “Uh, mammà”, suoi cavalli di battaglia, ha scritto per Morandi, Mannoia, Berté, Vanoni, Giorgia, Al Bano, Zucchero. E’ stato l’unico ad aver firmato un brano con Enzo Biagi (“Ma che storia è questa”). Mia Martini, si diceva, aveva cantato nei suoi primi dischi. Mimmo aveva ricambiato le sue attenzioni scrivendole, fra le altre, “Luna sciamanna”, provinata e finita in qualche cassetto di qualche studio di registrazione.CAVALLO articolo 01MIA MARTINI, LE PROVE MUSICALI A TARANTO

La tv ha celebrato la grandezza dell’artista di origini calabresi prematuramente scomparsa a quarantasette anni. “Io sono Mia”, la fiction diretta da Riccardo Donna e interpretata da Serena Rossi. «Ironia della sorte – racconta Mimmo – un produttore tarantino me l’aveva presentata: una voce bella, avrei dovuto scriverle delle canzoni; poi la sua vocazione artistica prese la strada del cinema, così non se ne fece più niente…».

Anche il gruppo musicale che accompagnò Mimì in quell’ultimo tour era composto da buona parte di musicisti tarantini, altri arrivavano dal resto della Puglia: Egidio Maggio (chitarra), Walter Di Stefano (basso), Marcello Ingrosso (tastiere), Joseph Culic (batteria), Gino Sannoner (sax) e Mario Rosini (pianoforte). Mimmo, chitarra e voce, sul palco duettava con Mimì. Quattro i concerti già tenuti in giro per l’Italia. Il quinto doveva tenersi domenica 14 maggio a Rutino, vicino Salerno.

Quel tragico venerdì. «Mimì deve essersi sentita daccapo sola – ricorda Cavallo – quell’ultimo trasloco fatto per stare più vicina al papà, insegnante di latino e greco, la stava segnando: traslocare, impacchettare la propria vita e cominciare daccapo altrove, non è mai semplice; io stesso, quando trasferisco armi e bagagli ho forte una sensazione di malinconia: deve essere stato questo il sentimento che ha assalito Mimì in quei giorni».

Mimmo Cavallo, un rammarico. «Se io e Nando Sepe, suo produttore dell’epoca, avessimo avvertito questi suoi segnali, forse, e dico forse, avremmo evitato che lei si sentisse nuovamente sola: le avremmo fatto compagnia, l’avremmo fatta sorridere, parlare di progetti e mille altre cose ancora; è il dubbio che mi accompagnerà per il resto della mia vita; gli artisti, ripeto spesso, mi danno la sensazione di essere soli in espansione: hanno bisogno di relazionarsi con altri artisti con tipologie in qualche modo complementari a se stessi; lei non aveva assorbito del tutto la separazione da Ivano Fossati, me ne accorsi quando le rilessi un suo testo: andò in escandescenze; credo che solo una persona che ha amato un altro profondamente, può avere dentro di sé ancora tanta rabbia».CAVALLO articolo 02MIMMO E MIMI’, RAPPORTO VISCERALE

Mimmo e Mimì, un rapporto straordinario. «A seguito di questa costante ricerca delle sue radici, lei volle venire a Taranto; noi del Sud – diceva Mimì – abbiamo una marcia in più: la passione; voleva conoscere mia madre, capire chi fossi, da dove venissi; io ci scherzavo sopra, quando l’abbracciavo mi rispondeva, divertita, con sguardi e parole, in romanesco: “Oh, stai bono, nun t’allarga’!”».

Il film tv racconta una parte della vita di Mia Martini. «La vita mi ha insegnato a dire che è tutto bello e anche questa fiction ha un suo merito: aver riportato al centro della nostra vita un’artista straordinaria, unica nel suo genere; il film ha un tratto “commerciale” in quanto indirizzato al grosso pubblico; parla degli inizi di Mimì, del suo successo, perfino di quella stupida, maledetta nomea che qualcuno le aveva affibbiato: lo spettacolo, quello leggero, spesso si nutre di certe idiozie; una cantante, molto in voga, un giorno aveva pensato di far circolare una cattiveria: “…quella lì porta iella!”. Ma la fiction televisiva non ha raccontato del rapporto viscerale che aveva avuto con me ed Enzo Gragnaniello, per esempio, con cui era in perfetta sintonia: in una storia televisiva non puoi metterci tutti i personaggi e gli interpreti della tua vita, la narrazione tiene conto di certe dinamiche, pertanto rispetto la volontà degli autori».

Quella sciocca idiozia fatta circolare su Mimì, torna. «Sappiamo tutti, nell’ambiente, chi ha fatto circolare simili cattiverie; mi hanno stupito, però, intellettuali, insospettabili: cavalcavano questa maldicenza quasi fosse una moda, senza pensare minimamente che una simile voce, giorno dopo giorno, stava demolendo una vita. Ho perfino assistito a recenti riappacificazioni a favore di telecamera: cantanti che se ne erano dette tante a proposito di attacchi violenti e strenue difese su Mimì, che invece si abbracciano e sorridono per i fotografi. Meglio lasciar perdere, penso che alla fine anche Mimì avrebbe voluto lasciar perdere tutto questo…».

Norvegia, addio petrolio

Il più grande fondo mondiale dice addio al petrolio

Niente più investimenti negli idrocarburi. Saranno liquidate 134 partecipazioni. Resta Eni, non la Saras (Moratti). Una scelta economica, non  ambientalista. 

Norvegia, il più grande fondo al mondo abbandona il petrolio. In parte, anche se la notizia c’è ed è di quelle importanti. All’interno del fondo pare siano ai saluti gli investimenti in idrocarburi, fra questi il gas naturale. Alla fine saranno liquidate centotrentaquattro partecipazioni, fatte salve le aziende più attive, insomma le più importanti, a partire da Exxon Mobil, per proseguire con la Eni.

La notizia era stata più volte resa pubblica attraverso i “si dice”, che in questo caso sondano terreno e borsa, infine è stata confermata. Il “fondo di investimento sovrano” della Norvegia, il più grande al mondo per masse di danaro gestite (superiore ai mille miliardi di dollari) liquiderà una quota delle sue partecipazioni in società o in investimenti finanziari che hanno a che fare con gli idrocarburi, a cominciare dal petrolio e,  per estensione, anche al gas naturale.

Una prima ipotesi, più prudente, aveva in qualche modo suggerito che il fondo uscisse in via definitiva da tutte le attività legate al greggio. Invece, facendo seguito a una consultazione pubblica e una discussione all’interno del governo, il fondo ha deciso la liquidazione delle oltre centotrenta partecipazioni. Detto in soldoni, l’azione del governo norvegese riguarda le quote con un valore economico più basso. Infatti, il fondo sovrano continuerà a essere investitore delle major come ExxonMobil e Shell. Lo stesso dicasi dell’italiana Eni.

Per raccontarla tutta, tale decisione non è stata assunta per via di motivazioni ambientaliste o per adesione alle politiche dovute ai cambiamenti climatici. Anche se pressioni da parte di associazioni e organizzazioni non governative erano giunte sul tavolo del governo. La scelta, alla fine, è stata esclusivamente di carattere finanziario. Il disinvestimento, parziale si diceva, è legato alla necessità di ridurre l’esposizione economica su un settore diventato più rischioso di quanto non fosse una volta. Il fondo sovrano norvegese è giunto alla riduzione alle di partecipazioni nel settore in seguito alla transizione energetica che sta spingendo il peso della produzione verso le “rinnovabili”, scelta di molti governi per limitare l’uso dei combustibili fossili, le policy (azioni di soggetti a carattere pubblico e privato) di molti fondi (non soltanto etici), che si stanno convincendo a non investire negli idrocarburi.

La motivazione, pertanto, non è di natura etica  o ambientalista. Qualora fosse stato così, coi saremmo trovati di fronte a qualcosa di paradossale: la Norvegia, infatti, è arrivata a possedere il fondo sovrano più ricco del mondo proprio grazie allo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale e petrolio del mare del Nord, i più grandi di tutta Europa. Giacimenti che, sebbene in via di esaurimento, continua a sfruttare, per quanto imponga regole molto severe sul rispetto dell’ambiente marino e sul ripristino una volta terminate le operazioni.

Oltre 300 sono le compagnie petrolifere a livello mondiale nelle quali il fondo norvegese detiene partecipazioni. Alla fine, la decisione: 134 di queste saranno destinate alla vendita. Un totale di quasi 7 miliardi di euro, l’1% circa del valore del portafoglio azionario del fondo. Nella lista delle società poste in liquidazione una sola italiana: la Saras della famiglia Moratti. Figurano, tuttavia, alcune compagnie di primo piano come le americane Anadarko Petroleum e Valero Energy (americane), la cinese Cnooc (cinese) e Tullow (inglese).

E’ bene ricordare, che il fondo norvegese ha investito nel mondo in più di novemila società quotate (l’1,4% di tutti i titoli quotati nel mondo) ed è tra i principali investitori in Italia. Oltre a quote Eni, possiede quote di Intesa Sanpaolo, Leonardo, Fca e Poste.

«Questa è casa mia!»

Allul, sudanese, quarantadue anni, operatore

«Dallo scorso giugno la mia vita è cambiata grazie a un contratto con la cooperativa. Venivo da esperienze da dimenticare e un viaggio lungo anni. Saldatore a sedici anni, sono scappato per via di una guerra civile. In Libia, altro conflitto e otto anni fa, l’ultimo viaggio, a Lampedusa, poi Taranto»

Allul è un maratoneta, da sempre. Vanta medaglie e trofei da riempire scaffali. Ha quarantadue anni, parla e scrive arabo, corre fin da piccolo. E’ dovuto anche scappare. Qualche anno fa dal suo Sudan, dove è nato. Imparare a mettere chilometri sotto le scarpe e alle sue spalle gli è servito. Si è impegnato nel percorso complicato della vita, fra Paesi, sentieri e vicoli, accoglienze disinvolte e lavoro non retribuito.

Ora Allul vive sereno, il suo inseparabile zainetto in spalla. Non si sa mai, ci fosse un terreno sterrato sulla sua strada, ci mette un attimo a tirare fuori tuta e scarpette per riprendere a correre. Come Dustin Hoffman nel “Maratoneta” di John Schlesinger. Il dolore, non solo fisico, finalmente alle spalle. Il volto, nero, scuro per mille motivi. Su molti di questi, Allul sorvola. Nel tempo è diventato saggio. Lo aiuta un’espressione del volto e un gesto con una mano, come a volersi gettare alle spalle episodi neri come la sua pelle. Ricordarli fa solo male. Per uno che vuole guardare avanti, sereno, è meglio non pensarci. Il miglior “outing”, non pensarci più.

«La svolta, nel giugno dello scorso anno, quando Nicole Sansonetti, presidente di “Costruiamo Insieme”, mi propose di collaborare con la sua cooperativa». Allul veniva da una delusione dopo l’altra, quando finalmente arrivò l’occasione buona. Quella che avrebbe potuto dargli serenità. «Più del lavoro, mi colpì la frase con la quale mi avanzò la proposta: “Questa è casa tua!”; felice e commosso in un colpo solo, fino ad allora non avevo mai avuto la forza di pensare a un Centro di accoglienza, a una città come Taranto, a un Paese bello come l’Italia, come “casa mia”».STORIE Articolo 01AMORE E RICONOSCENZA

Sorride, poi si fa serio. Quasi temesse che il messaggio arrivi incompleto. Riconoscenza e dichiarazione d’amore sbucano dal profondo del suo cuore. «Per tre anni, sbattuto come quell’imbarcazione in mare aperto che otto anni fa mi portò a Lampedusa; ho lavorato altrove, ma il mio impegno quotidiano di operatore non mi veniva riconosciuto, in termini economici come in termini professionali: un disastro; ecco perché quando mi aprii al presidente e lei mi rispose, secca, con quella frase, il mondo intorno a me cambiò in un attimo, capii cosa significasse essere felice».

Finalmente sereno. «Dal giugno dello scorso anno; la mia vita fino ad allora era stata un’odissea: nato in Sudan dove da cinquant’anni è in atto una guerra, una volta in Libia, dopo tre anni, altro conflitto civile e fuga; mi chiedevo cosa avessi fatto di male per sentirmi perseguitato; la mia professione, saldatore, l’avevo svolta a partire dall’età di sedici anni, prometteva bene: la mia era una terra in via di sviluppo, cresceva, si espandeva; costruzioni, edifici si perdevano a vista d’occhio, poi gli interessi di pochi hanno soffocato quelli di un intero Paese…».

Il lavoro con “Costruiamo”. «Fatto di organizzazione: appello, accoglienza, carta d’identità e documenti per i ragazzi, possono sembrare pura routine, invece è come un lavoro teatrale: anche se la commedia è la stessa, quando cambiano gli interpreti, cambia in qualche modo anche il risultato; ogni ragazzo ha una sua storia, un suo vissuto, uno non ha lo stesso carattere dell’altro, così devi lavorare per far comprendere ad ognuno di questi qual è ruolo che la vita ci ha assegnato…».STORIE Articolo 02FUGA DAI CONFLITTI CIVILI

Non fa una grinza il paragone. Sentiamo, ora, che interprete è Allul. «Saldatore a sedici anni, ho sempre lavorato, non fosse stato per le guerre civili in Africa diventate una costante; nove fratelli, me compreso, sento spesso mia madre e il resto della famiglia; mio padre l’ho perso circa tre mesi fa, non sono potuto tornare per l’ultimo saluto, per me – come per altri miei connazionali – tornare a casa è un problema serio; ma un giorno conto di tornarci, anche se “casa mia” è ormai qui».

Otto anni fa, coraggio a due mani. «Imbarcato il 6 agosto del 2011, con tre miei amici ero già andato via dal Sudan; in mare fummo salvati da una nave mercantile maltese, per essere trasferiti successivamente a Lampedusa, da lì in poi, solo la provincia di Taranto, nei Centri di accoglienza di Manduria e Palagiano, poi in città; ero uno degli ospiti, una prima esperienza come operatore mi aveva lasciato l’amaro in bocca…».

Poi, finalmente, il sereno, “Costruiamo Insieme”. «Casa mia!».

«Ecco la Terza età»

Augusto Giusti, dirigente medico di Geriatria ospedale “Moscati” 

«Oggi arrivano ultranovantenni, si vive di più, ma occorre fare attenzione ai campanelli d’allarme. Demenza, abbandono e depressione, i sintomi che aggravano lo stato del paziente.Domande più frequenti di pazienti e familiari: i primi chiedono la guarigione; i parenti, quando l’assistito potrà tornare a casa»

Questa settimana conversiamo su un tema particolarmente a cuore a “Costruiamo Insieme”, cooperativa impegnata nel sociale: la Terza età. Ospite di sito, web radio e canale youtube, il dott. Augusto Giusti, dirigente medico di Geriatria dell’ospedale “San Giuseppe Moscati” di Taranto.

Intanto l’organizzazione del reparto nel quale è impegnato quotidianamente. «“Geriatria” è l’unica struttura che insiste sul territorio di Taranto e provincia, nella quale accogliamo pazienti considerati “grandi anziani”, carico maggiore all’interno di una società indirizzata verso l’allungamento della vita; il reparto nel quale sono quotidianamente impegnato si occupa di tutte le patologie di tipo internistico, ovviamente croniche; lavora sui pazienti “acuti” in uno spazio costituito da sedici posti-letto, anche se la domanda da parte dell’utenza spingerebbe ad andare oltre il limite imposto».

Terza età. «L’allungamento della vita comporta una serie di problematiche di tipo sanitario: insorgenza di patologie il più delle volte croniche e degenerative, come declino cognitivo e instabilità posturale; ci sono, però, anche aspetti sociali che intervengono nella Terza età: il senso di abbandono e la paura di restare soli in età avanzata».

L’importanza di una diagnosi precoce per la demenza. Vantaggi e svantaggi. «Sintomi che possano presagire l’inizio di un declino cognitivo sono le piccole disattenzioni, i primi disturbi di memoria, esempio: la dimenticanza del gas acceso, una certa incapacità di essere propositivi, incomprensioni con i propri familiari; sintomi, questi, che indicano un ipotetico ingresso in una sindrome demenziale».Giusti Articolo 01Prevenzione possibile, preparazione di paziente e familiare. «Possiamo prestare attenzione a una patologia emergente: secondo uno studio, in tutto il mondo nel 2050 conteremo qualcosa come venti milioni di pazienti con una patologia cronico-degenerativa, cosa che in fase avanzata può comportare disabilità. Per questo deve esserci un’attenzione importante, anche se sulla prevenzione poco si può fare; certo, esistono campanelli d’allarme a cui prestare massima attenzione…».

Dobbiamo preoccuparci quando la memoria non è più a tempo pieno. «Ci sono dimenticanze attribuibili a disattenzione, dunque ad altri motivi; distrazione e disattenzione non ci dicono che siamo entrati in una patologia; è però evidente che questi segnali devono suscitare attenzione nei familiari, a quanti hanno vicino un soggetto che comincia a manifestare di frequente piccoli allarmi; prevenzione, complicato: proviamo, invece, a fare come gli inglesi: “guardiamo e aspettiamo”, dicono; anche se non è prudente attendere troppo, vale a dire che il paziente entri in patologia. Infatti assistiamo a casi in cui i pazienti arrivano in reparto con una patologia più che seria, sicuramente importante».

La depressione, fattore a rischio cardiovascolare, deterioramento cognitivo, le paure cui andiamo incontro. «L’anziano è soggetto a polipatologia, vale a dire a una serie di criticità; un paziente può essere affetto da scompenso cardiaco e sindrome depressiva insieme, cose che portano l’assistito a una sindrome geriatrica, prodromo di fragilità e disabilità, cosa che lo stesso anziano avverte quando perde una o più funzioni importanti».

Trattamento farmacologico, scatta l’allarme. «La polipatologia non è uguale alla polifarmacoterapia; è necessario, infatti, usare strategie terapeutiche corrette senza eccessi».
Giusti Articolo 02Demenza, impatto sociale enorme, sui parenti o, comunque, su chi vive a stretto contatto con un anziano che denuncia tali sintomi. «La demenza è la quarta causa di morte; cosa si innesca intorno a un paziente che accusa demenza in fase terminale: intanto il coinvolgimento di chi vive il congiunto quotidianamente, da quel momento subentra la gestione del paziente; detto questo, va aggiunto non senza un certo rammarico che da queste parti non esistono strutture che accolgano casi simili e facciano da supporto ai familiari dei pazienti; sui parenti più stretti può verificarsi un impatto sociale enorme, i costi per accompagnare l’anziano in un percorso che va complicandosi non vanno trascurati».

Stato di abbandono dell’anziano. «La Geriatria studia le patologie, la Gerontologia l’aspetto sociale e psicologico dei pazienti geriatrici: alla luce di questi studi possiamo affermare che sicuramente l’abbandono e la depressione sono i sintomi che aggravano lo stato del paziente».

Passi avanti nell’assistenza. «Se viviamo di più rispetto a un tempo, evidentemente è perché sono stati fatti passi in avanti  grazie a diagnosi svolte con maggiore appropriatezza; ed è grazie a queste, le diagnosi, che possiamo essere più puntuali nelle strategie terapeutiche».

Domande più frequenti che rivolgono pazienti e familiari in cerca di risposte incoraggianti. «In reparto, oggi, arrivano ultranovantenni, segno che sono stati bene fino a ieri; cosa chiedono: i pazienti, di guarire; i parenti, quando il congiunto potrà lasciare la corsia: in ospedale non vuole restarci nessuno, chiunque venga anche per un problema reale, non vede l’ora di tornare a casa».

Celebriamo la colazione

Giornata mondiale della lentezza

Rallentare al mattino aiuta corpo e mente. Energia e vitalità con un menù completo al mattino. Giornate affrontate con maggiore serenità. Mangiare con calma facilita i processi digestivi. Aiuta la coppia e stimola il dialogo in famiglia.

In questi giorni si celebra la Giornata mondiale della lentezza. Non si compiono azioni come fossimo alla moviola, a commentare un’azione di una gara sportiva, oppure si compiono tagli a questa o quella scena per questioni di tempo. Al centro dell’attenzione della Giornata, il bene che dovrebbero volersi gli esseri umani. Va bene l’altruismo, va bene perfino essere solleciti sul posto di lavoro, non va bene quando l’uomo, la donna, vanno di corsa nel fare, per esempio, colazione. Uno studio su questa consuetudine del mattino, per esempio, ci racconta che il tempo dedicato alla prima colazione è di dieci minuti. Per gli italiani, crollo in verticale. Siamo talmente bravi da scendere a cinque minuti. Almeno per un italiano su cinque. Pochi per consumare un pasto adeguato. Se al mattino l’abitudine alla fretta ha la meglio sul resto, gli studiosi sono concordi nello stabilire sugli effetti positivi che, invece, una colazione fatta con lentezza ha sul corpo umano. Tutto parte da un pasto, frugale, ma digerito nel modo giusto. Al mattino, appunto. concordano sugli indubbi effettivi positivi di una colazione all’insegna della lentezza.

Affari italiani ha compiuto uno studio appropriato rivolgendosi ad esperti. Possibile, al bisogno, consultare anche un blog dedicato: “www.iocominciobene.it”, uno spazio online della campagna sostenuta da Unione Italiana Food, che da anni si impegna nel dare il giusto valore alla prima colazione, appuntamento celebrato in questi giorni a livello internazionale. Insomma, vivere senza frenesia. Diverse le ragioni per dedicare più tempo al primo pasto della giornata.

Consumare con estrema calma il primo pasto della giornata. Ciò consente di preparare un pasto equilibrato e prestare attenzione a questo momento. La prima colazione deve essere considerata un pasto a tutti gli effetti; indispensabile per la ripresa di tutte le funzioni fisiche e psichiche, deve essere un momento appagante e fornire nutrienti energetici, soprattutto carboidrati, prevalentemente complessi, che devono essere superiori ai 2/3 del totale. Ma, attenzione, non solo carboidrati: vanno considerate anche proteine e una piccola quantità di grassi, oltre acqua, vitamine, sali minerali ed antiossidanti. A tavola vanno bene prodotti da forno: una porzione di biscotti, pane, fette biscottate, o del muesli, da abbinare ad un bicchiere di latte o un vasetto di yogurt, e una porzione di frutta di stagione.

Molti studi oggi concordano sull’utilità del “risveglio lento. Non significa necessariamente “svegliarsi all’alba”, ma lasciare un giusto tempo, una decina di minuti, un quarto d’ora, che aiuti a rendere meno traumatico attivarsi, per dare il via ad una nuova e lunga giornata. Prendersi del tempo, come quello destinato alla colazione, può aiutarci ad affrontare la giornata in modo più attivo e soprattutto sereno. Il ritmo naturale del nostro corpo non contempla risvegli bruschi e preparazioni veloci. E’ sufficiente procedere per piccoli passi, cambiando in modo graduale le nostre abitudini. Iniziamo anticipando l’orario del risveglio, preparando la tavola con dei biscotti o dei prodotti da forno e una bevanda: non servono preparazioni elaborate, ma sarà sufficiente a stimolare l’appetito.

L’importanza della masticazione nel processo digestivo. Spesso sottovalutato, proviamo a spendere – se già non lo facciamo – del tempo in più per mangiare con la giusta calma; ciò può ottimizzare i processi digestivi, consentire di assorbire tutti i nutrienti fondamentali per il mantenimento del benessere del nostro organismo e iniziare bene la giornata.  E non solo. Mangiare lentamente può darci un maggior senso di soddisfazione perché ci permette di assaporare al meglio il gusto di quello che quello che stiamo consumando.

La mattina è il momento migliore per parlare, con il partner e con i propri cari. Parlare dei propri progetti, degli impegni che ci attendono. “É un modo per essere presenti nella mente dell’altro durante la giornata – spiega la psicologa – diversamente dalle conversazioni durante il pasto serale, che spesso consistono in un semplice resoconto di fatti spesso disturbate dal sottofondo della tv, il pasto condiviso della mattina offre un contesto ottimale per la condivisione di idee.”

Dal punto di vista psicologico, il risveglio è una transizione da uno stato alterato di coscienza (il sonno più o meno profondo) allo stato di veglia.Durante la notte, infatti, la nostra attività cerebrale non si ferma e una delle manifestazioni più evidenti di questa attività è il sogno, non solo il luogo dove si producono immagini ma anche un’esperienza emotiva, alcune volte particolarmente travolgente ed intensa. È importante trovare il tempo per parlare di queste emozioni e delle sensazioni che ancora si muovono dentro di noi le persone che ci sono vicine. Vale ancora di più per i bambini che, soprattutto se molto piccoli, hanno difficoltà a distinguere la realtà dalla fantasia. Poter raccontare il proprio sogno, poter parlare dell’emozione che ci ha lasciato al risveglio è fondamentale perché li aiuta a comprendere il mondo emotivo e a dargli la giusta importanza.

Una colazione lenta per contrastare l’invecchiamento. Se non possiamo affermare che una colazione consumata con calma prevenga i segni del tempo, certamente uno stile di vita più lento e rilassato rispetto a ritmi frenetici, come molteplici studi suggeriscono, contribuisce a diminuire le tensioni, prevenendo o rallentando i cambiamenti dell’organismo conseguenti all’invecchiamento. Un motivo in più per provare ad iniziare a colazione, come spiega la nutrizionista. Allungare il tempo per il primo pasto della giornata consente inoltre di aggiungere alimenti, come una porzione di frutta, che di solito sacrifichiamo, contribuendo ad un incremento delle fibre giornaliere, vitamine A e C, antiossidanti quali polifenoli, fondamentali per la loro attività anti-ossidante e quindi importanti per contrastare l’azione dei radicali liberi che svolgono un ruolo nei processi di danno cellulare e quindi delle alterazioni legate all’invecchiamento.

Quanto conta pianificare le nostre giornate. Non avere tempo da dedicare ai nostri progetti ci porta spesso a reagire in modo automatico a quello che ci si presenta davanti e le nostre giornate possono rivelarsi una sequela di risposte “non programmate” a stimoli che incontriamo. Questo provoca frustrazione poiché ci rimane difficile raggiungere i nostri obbiettivi se non li abbiamo focalizzati prima e se non abbiamo pianificato le strategie comportamentali per raggiungerli. Se non ci concediamo del tempo per farlo o se riserviamo quel tempo alle ore serali, oramai stanchi e condizionati dagli eventi che ci sono accaduti nella giornata, sarà difficile trovare il momento giusto presi dalla routine quotidiana.” È anche il momento migliore per riflettere su noi stessi: “prima di iniziare una travolgente giornata, ancora al sicuro nel nostro ambiente domestico, possiamo prendere maggiore consapevolezza delle nostre emozioni, dei nostri bisogni e dei progetti per realizzarli.

Silvia, «Anima e cuore»

Silvia, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Devi spenderti con amore, avvicinarti a un mondo nuovo. Conoscerli attraverso occhi che non hanno avuto adolescenza. Parlano dei genitori lontani dei loro consigli e le loro raccomandazioni. Adoro fare tutto questo, felice di andare ogni giorno al lavoro»Silvia ARTICOLO 03«O lo fai con amore, oppure meglio lasciar perdere!». Silvia, operatore di “Costruiamo Insieme” dal 2016, racchiude in una sola battuta il suo pensiero sul lavoro svolto per la cooperativa sociale in questi tre anni. «Non è un lavoro come tanti altri, di routine: la cosa principale richiesta è la massima sensibilità; questa, infatti, non puoi improvvisarla: o ce l’hai nel tuo dna altrimenti è meglio cedere il passo a chi in tutto questo può metterci l’anima».

Anima e cuore, è una costante nel confronto. Conosciamo Silvia per il suo modo di spendersi dentro e fuori il perimetro dell’accoglienza. Fossimo in un Valtur, lei sicuramente sarebbe il “capovillaggio”. Per come riesce ad animare qualsiasi iniziativa lanciata da presidente e direttore. I suoi video nella chat di “Costruiamo” sono diventati virali. I progetti più belli vengono sostenuti dai suoi messaggi ironici, tesi a sensibilizzare colleghi e ragazzi.

Torniamo a tre anni fa. «Mi sono trovata a “Costruiamo” casualmente; incontrai il presidente, Nicole Sansonetti, toccammo diversi argomenti sui quali ci trovammo in perfetta sintonia: da lì in poi è stata collaborazione, stretta: mi sono occupata del Centro di accoglienza per minori all’interno dei CAS; non è un caso dicessi che una cosa va fatta bene, non ci sono “se” o “ma”: se non ami il prossimo, in questo caso i bambini, meglio passare il testimone a qualcuno che ci mette cuore e amore».SILVIA ARTICOLO 02 - 1Dunque, i minori. «Basterebbe incrociare lo sguardo di uno di questi giovani accolti in questi anni da “Costruiamo”: sguardo smarrito, in cerca di un abbraccio, di una coperta, un giaccone, qualcosa da mettere sotto i denti, perché il viaggio della speranza è l’unica cosa a cui aggrapparsi; qualcuno è arrivato con i genitori, altri da soli: papà e mamma, a malincuore, li hanno messi su un barcone che si spingeva al largo in cerca di un futuro dignitoso; ecco lo spirito con cui io e i colleghi abbiamo sempre accolto e seguito questi ragazzi».

Un lavoro sostanzialmente nuovo. «Sono stata sempre spinta dalla curiosità – dice Silvia – dal conoscere altre culture, che puoi anche non condividere, ma che è necessario conoscere per capirne le dinamiche; oggi quei minori sono diventati maggiorenni, stanno con noi, hanno i loro documenti e cominciano a vivere una nuova vita con nostra somma soddisfazione».

Fra le altre, una soddisfazione. «Avere abbattuto una certa diffidenza; ma, attenzione, non a spallate, ma con un impegno quotidiano nel quale provare a dare, tanto, e avere anche poco; quel poco, giorno dopo giorno si è trasformato in tanto, così da diventare un sicuro punto di riferimento per qualsiasi scelta, piccola o grande che fosse: sembra che si stia parlando di grandi sistemi, e forse in qualche modo lo è, ma provate a pensare per qualche istante a ragazzi che fino a qualche tempo fa vivevano in un villaggio, rischiavano quotidianamente la vita, non avevano tempo per pensare ad altro che non fosse la lotta alla sopravvivenza: non un solo giorno, ma trecentosessantacinque giorni l’anno, per anni e anni, a mangiare pane e disagio; oggi per loro sono diventata una mamma a cui affidare problemi in cerca di una soluzione».
SILVIA ARTICOLO 01 - 1In questo dare-avere, un insegnamento dei ragazzi. «Ognuno prega per la sua religione, il suo dio, non ci sono mai stati dibattiti vivaci sul “questo è meglio…”; mi sono avvicinata al loro credo, cercare di capire in cosa consistesse, per esempio il ramadan, periodo nel quale chi è di fede musulmana si sottopone a momenti di astinenza; i ragazzi hanno visto in questo mio gesto una mano tesa nei loro confronti; per contro, nel periodo della Santa Pasqua hanno voluto conoscere le nostre tradizioni, ho parlato loro dei Sepolcri, della Settimana Santa, li ho avvicinati – come si leggeva un tempo sui nostri testi scolastici – ai nostri usi e costumi; tutto questo perché mi sentissero più vicina al loro mondo: penso di esserci riuscita, ma è solo l’inizio, questo processo di avvicinamento deve proseguire, del resto basta un episodio di intolleranza letto su internet o visto alla tv a farci perdere terreno in un attimo».

Silvia, mamma adottiva. «E’ quello che sento, se non ci fosse questo sentimento nei confronti dei ragazzi, questo sarebbe un vero lavoro, invece penso debba essere più un atto di affetto nei confronti del prossimo: oggi non mi vedrei a fare altro, talmente mi sono spesa e compenetrata in questo impegno; è bello sentirli, quando cercano di spiegarti il senso di educazione ricevuto: “…Mamma diceva così, papà si raccomandava per questo e quello…”; non bisogna mai perdere di vista la madre di tutte le motivazioni: questi ragazzi non hanno vissuto adolescenza e infanzia serene; ogni volta che ci si avvicina al loro mondo, bisogna ripetersi mentalmente questo concetto, una ferita profonda che può rimarginarsi solo con il tempo».

Quando parla del suo impegno quotidiano, Silvia lo fa con lo stesso entusiasmo dei primi giorni. «Adoro fare tutto questo, ogni giorno sono felice di andare al lavoro!».