Demba, ventitré anni, operatore di “Costruiamo Insieme”
«L’Italia è la mia casa, un giorno andrò a trovare i miei familiari, ma poi tornerò qui. Parlavo cinque lingue, ora con l’italiano ho imparato anche a conoscere tanti ragazzi. Colpi di fucile e pistola, le bombe e i conflitti mi hanno spinto a fuggire».Senegalese di nascita, gambiano di adozione, italiano per vocazione.
«Sono andato via dal Senegal, per poi tornarci, ho vissuto tre anni in Gambia, poi girato altri Paesi africani, infine l’Italia, che oggi considero a tutti gli effetti la mia casa».
Demba, ventitré anni appena, senegalese di nascita, gambiano di adozione, italiano per vocazione. Come se avesse fatto almeno due volte il giro del mondo prima di arrivare in Italia. Qui risiede da quattro anni e quattro mesi, ha trovato il suo lavoro con “Costruiamo Insieme”. E’ operatore anche grazie alla sua applicazione e alle sue conoscenze: parla più che “mastica”, sei lingue, tre europee, tre dialetti arabi, utili se vuoi vivere, indispensabili se vuoi sopravvivere.
«Sono scappato da una, due guerre, ho lavorato sotto colpi di pistola e fucile, bombe che fischiavano ed esplodevano spesso a pochi metri…». Terribile quello che dice Demba. «Ho dovuto conviverci fin da piccolo, ho sempre desiderato una casa – io che ho abbandonato il mio Paese per poi tornaci e dal quale scapparci daccapo – ora ce l’ho, come la serenità che ho ritrovato con la cooperativa con la quale svolgo la mia attività di operatore: un lavoro che mi fa stare bene e, nello stesso tempo, non mi allontana dalla mia storia, da un recente passato; le storie dei ragazzi con cui mi relaziono ogni giorno, sono le mie storie, talmente terribili e simili al mio vissuto, che è come se quotidianamente facessi un passo indietro e le rivivessi, dal dolore dei conflitti alla gioia di aver lasciato alle spalle un grave malessere».
Demba, arrivato in Italia, ha subito manifestato un sentimento nascosto da dolore e fughe. «La felicità, non sapevo cosa fosse questo sentimento a causa di una infanzia sofferta: ho quasi subito rinunciato alle mie radici; nato In Senegal, all’età di dodici anni con la famiglia mi sono trasferito in Gambia, dove ho vissuto tre anni; a quindici sono tornato nel mio Paese di origine, poi Mali, Burkina, Niger, Algeria, Libia, infine Italia, ma non tutto in un lampo…».
Felice sì, ma ci voleva un passo deciso. «Parlavo bene l’inglese, anche il francese; l’arabo, dal wolof al mandinka, proseguendo con il fula; mi mancava l’italiano, essenziale per stringere le prime amicizie con la gente del posto, così mi sono impegnato come un matto: gli amici italiani si sono moltiplicati, come le lingue che parlo oggi, sei in tutto, per ora…».
Demba, la sua odissea. «Tornato in Senegal, a quindici anni, pensavo che il conflitto avesse i giorni contati o almeno fosse stato circoscritto: illusione. Appena tornati, io, i miei due fratelli, le due sorelle e mio padre, ci trovammo di fronte anche problemi familiari – come spesso accade dalle nostre parti, le guerre civili provocano conflitti etnici e religiosi – avevano accelerato il processo di fuga. Io il primo ad andare via, in Mali, piccoli lavori per tre mesi, qualche giorno in Burkina, lo stesso in Niger; un lavoro più stabile, se così vogliamo chiamarlo, l’ho trovato in Algeria, dove ho fatto il muratore: non mi sono mai tirato indietro di fronte alla fatica; poi la Libia, un anno, a lavorare in un supermercato, nonostante anche lì ci fosse un conflitto: con le bombe, le esplosioni quasi avevo ci convivevo, fino a quando il pericolo non ha preso consistenza e cominciato a fare davvero paura».
Il senso di liberazione per Demba arriva quando si fa concreta una via di fuga. «Ci siamo imbarcati in sessanta, circa tre giorni in mare, una paura tremenda: una volta al largo il gommone si è fermato, il motore che lo spingeva verso la libertà è andato fuori uso, segno del destino? In quel momento ti domandi cosa possa accadere ancora: sei a poche bracciate da un sogno e di punto in bianco, ti viene a mancare l’ultimo colpo di reni; in balia delle onde non ci restava che rivolgerci al Cielo, prendersela con quel poveraccio che ci aveva accompagnati fino a quel momento ed era nelle nostre stesse condizioni, era del tutto inutile».
Invece, ecco l’aiuto inatteso. «Avvistiamo una imbarcazione maltese che in breve ci viene incontro; l’equipaggio ci invita a salire a bordo, ci accompagna a Malta; da lì il trasferimento in Sicilia, l’arrivo a Palermo, infine Taranto, l’hotspot nel porto cittadino».
Da quattro anni e quattro mesi in Italia, il lavoro di operatore a “Costruiamo Insieme”. «Amo questo lavoro, intanto perché mi fa stare bene, mi fa sentire utile al prossimo; poi perché, dicevo, mi ricorda ogni giorno da dove vengo: solo chi ha memoria riesce a vivere sereno e con affetto verso il prossimo; devo molto alla cooperativa, al presidente e al direttore, a quanti hanno creduto subito che fossi una persona della quale potersi fidare per il compito di operatore».
Ora il desiderio. «Proprio in virtù di quanto dicevo, non ho dimenticato le mie origini, il mio Senegal: è lì che un giorno voglio tornare per riabbracciare i miei, ma poi tornare di nuovo in Italia, perché ormai è questa casa mia!».



Prima della sua esperienza con “Costruiamo”, un passo indietro. «Ho studiato, dire “sgobbato” è un parolone: di sicuro studiare materie avvincenti e affascinanti, rende tutto più facile; vengo da diverse esperienze, ho fatto servizio civile, assistenza a tossicodipendenti ai domiciliari; non riesco a starmene ferma: spendermi per la società e per il prossimo la vedo anche come una missione, il lavoro che ho cominciato a fare più avanti, dimostra che anche certe cose se non le fai con il giusto approccio e con altrettanto amore, diventano solo un compitino freddo e distaccato».
Una cosa le è balzata subito agli occhi. «Lo stile di vita – confessa Francesca – quella è la prima cosa, lì è cominciata la mia “missione”, fare il possibile perché i piccoli comprendessero quanto fosse importante accettare consigli e che ognuno di noi, io e loro, doveva fare il suo: io, compiere passi in avanti nei loro confronti; loro la stessa cosa avvicinandosi al nostro di mondo. Una volta compreso che la vita è fatta di compromessi, sei già a metà del compito. Non possiamo cambiare il nostro vissuto per compiacerli, non saremo onesti nei loro confronti: una volta lasciato il Centro di accoglienza, devono sapere che “là fuori” c’è un mondo, delle regole, anche gente diffidente, ragazzi che prima di rivolgere loro un saluto vogliono capire, attività che possono anche offrire un lavoro, ma a certe condizioni…».
Dovesse giudicarsi, Francesca. «Mi sforzo di far capire ai ragazzi, che non devono confondere i due ruoli: quello di amica e quello di operatore. Mi spiego, qualcuno mi vede come una “carabiniera”, come si dice da queste parti: una intransigente, che non sorvola su nulla, a costo di sembrare antipatica; anche questo è un passaggio che i ragazzi hanno perfettamente compreso: nella vita penso di essere sostanzialmente disponibile, uso toni morbidi, ma il lavoro mi impone certi ruoli: devo essere pignola, far rispettare regole e, fra queste, quelle sulla disciplina dalle quali è bene non prendere mai le distanze, neppure di un solo centimetro. Poi alla distanza, i ragazzi comprendono: il mio modo di essere traspare dal mio carattere, solare, sorridente; sorridere è il primo passo verso la soluzione di un qualsiasi problema; mai farsi prendere dall’ansia: le cose vanno risolte con la massima serenità».




Prevenzione possibile, preparazione di paziente e familiare. «Possiamo prestare attenzione a una patologia emergente: secondo uno studio, in tutto il mondo nel 2050 conteremo qualcosa come venti milioni di pazienti con una patologia cronico-degenerativa, cosa che in fase avanzata può comportare disabilità. Per questo deve esserci un’attenzione importante, anche se sulla prevenzione poco si può fare; certo, esistono campanelli d’allarme a cui prestare massima attenzione…».
Demenza, impatto sociale enorme, sui parenti o, comunque, su chi vive a stretto contatto con un anziano che denuncia tali sintomi. «La demenza è la quarta causa di morte; cosa si innesca intorno a un paziente che accusa demenza in fase terminale: intanto il coinvolgimento di chi vive il congiunto quotidianamente, da quel momento subentra la gestione del paziente; detto questo, va aggiunto non senza un certo rammarico che da queste parti non esistono strutture che accolgano casi simili e facciano da supporto ai familiari dei pazienti; sui parenti più stretti può verificarsi un impatto sociale enorme, i costi per accompagnare l’anziano in un percorso che va complicandosi non vanno trascurati».
«O lo fai con amore, oppure meglio lasciar perdere!». Silvia, operatore di “Costruiamo Insieme” dal 2016, racchiude in una sola battuta il suo pensiero sul lavoro svolto per la cooperativa sociale in questi tre anni. «Non è un lavoro come tanti altri, di routine: la cosa principale richiesta è la massima sensibilità; questa, infatti, non puoi improvvisarla: o ce l’hai nel tuo dna altrimenti è meglio cedere il passo a chi in tutto questo può metterci l’anima».
Dunque, i minori. «Basterebbe incrociare lo sguardo di uno di questi giovani accolti in questi anni da “Costruiamo”: sguardo smarrito, in cerca di un abbraccio, di una coperta, un giaccone, qualcosa da mettere sotto i denti, perché il viaggio della speranza è l’unica cosa a cui aggrapparsi; qualcuno è arrivato con i genitori, altri da soli: papà e mamma, a malincuore, li hanno messi su un barcone che si spingeva al largo in cerca di un futuro dignitoso; ecco lo spirito con cui io e i colleghi abbiamo sempre accolto e seguito questi ragazzi».
In questo dare-avere, un insegnamento dei ragazzi. «Ognuno prega per la sua religione, il suo dio, non ci sono mai stati dibattiti vivaci sul “questo è meglio…”; mi sono avvicinata al loro credo, cercare di capire in cosa consistesse, per esempio il ramadan, periodo nel quale chi è di fede musulmana si sottopone a momenti di astinenza; i ragazzi hanno visto in questo mio gesto una mano tesa nei loro confronti; per contro, nel periodo della Santa Pasqua hanno voluto conoscere le nostre tradizioni, ho parlato loro dei Sepolcri, della Settimana Santa, li ho avvicinati – come si leggeva un tempo sui nostri testi scolastici – ai nostri usi e costumi; tutto questo perché mi sentissero più vicina al loro mondo: penso di esserci riuscita, ma è solo l’inizio, questo processo di avvicinamento deve proseguire, del resto basta un episodio di intolleranza letto su internet o visto alla tv a farci perdere terreno in un attimo».