Il profumo puzza!

Epifania, ovvero, “apparire dall’alto” o “manifestarsi”.
Mutuato dall’antichità, questo termine è stato associato alla visita dei Magi a Gesù in quella grotta di Betlemme che è ancora oggi per la cristianità e per l’umanità in genere un grande simbolo di speranza, forse il più grande: il primo incontro pubblico, “ufficiale” del Cristo che si fa uomo per portare un messaggio di liberazione in tutti i sensi, non solo dal peccato.
Liberazione, meglio “libera-azione”, un messaggio straordinario che lascia l’uomo dentro una dimensione di libero arbitrio, uno spazio senza confini oltre quelli strettamente necessari dell’inizio e della fine.
In queste ultime settimane abbiamo ricordato che un Dio (quello in cui io credo) si è fatto uomo nella necessità di parlarci un po’ più da vicino preso atto che da lontano abbiamo qualche problema a recepire, l’avvento di un nuovo anno che segna uno sparti acque per le questioni fiscali e ci ricorda che il tempo inesorabilmente scorre e invecchiamo anche male, il riconoscimento ufficiale che una via di uscita esiste.
Ma nella pluridimensionalità odierna bisogna pur collocarsi in qualche modo perché, seppure liberi di scegliere, consapevolmente o inconsapevolmente, vivi dentro uno schema che scegli o ti sceglie, che ti piace o che subisci, che ti consente di muoverti o ti incatena senza che l’intreccio del ferro sia visibile.
Io ho vissuto tanti Natali in pochi giorni, per fortuna diversi fra loro.
Ma riporto solo due situazioni per sintetizzare un discorso che potrebbe non avere mai fine.

La bellezza della convivenza e della condivisione.
Sembrerà cosa da poco, magari una gara da scuola elementare, ma quella che a me piace definire la festa dell’albero (che ha poco a che fare con il Natale) e che ha visto l’intera comunità di Costruiamo Insieme unirsi e condividere, anche a distanza, un momento di gioia e di incontro è piaciuta molto per lo spirito che la ha animata.
Scegliere il tema, costruire gli addobbi, partecipare alla materializzazione di una tradizione che non ti appartiene, farsi parte attiva di quella vita nuova auspicata mantenendo salde le proprie radici, vedere uomini e donne che hanno attraversato un intero Continente confrontarsi in maniera partecipativa su un “progetto” importante come il più bello degli alberi di Natale possibile, a me ha restituito un senso ed una convinzione: le cose non accadono per caso e non vanno guardate, devono essere viste e bisogna avere la capacità e lo stomaco di sporcarsi le mani per arrivare alle viscere delle stesse per godere del profumo come della puzza.
E poi, chi ha deciso che il profumo non puzza?
Per me, questo è Natale! E sono felice perché, a differenza di altri, lo festeggio tutti i giorni con persone che non so e non mi interessa sapere quale religione professano.

Natale all’ipermercato.
Mentre un numero inquantificabile di persone si sposta nel mondo in cerca di cibo, qualcosa da mangiare, anche arbusti o erbe varie, la fila alle casse dell’ipermercato e i carrelli pieni di roba (che in gran parte sarà buttata) sembra la scena di un film horror.
Io, previdente come sempre, mi metto in fila con una risma di carta sotto il braccio.
Si, ho finito la carta ed è il 24 dicembre!
“Possibile? Devo solo pagare solo questa!”.
Davanti a me una signora. Non uno, ma due carrelli pieni di roba e, davanti a noi una ventina di persone.
In risposta alla mia affermazione, placidamente la signora incappottata si gira e mi risponde “Ma è Natale!”.
Dal profondo della mia spontaneità e con la garbatezza che mi ha insegnato Nicole ho risposto alla signora che, forse, era il suo modo di vedere il Natale e degli altri che erano in coda. Non il mio!

Dramane, i calli alle mani

«Voglio fare tutti i passi necessari nel mondo del lavoro. Faticare per imparare, poi un domani se sarò stato bravo…». Maliano, diciotto anni, “fruttivendolo” col pallino del marketing, spende le mattinate anche a proporsi ai titolari di ristoranti per partire dai lavori più umili.

«Non mi dispiacerebbe tornare a casa, anche se in un momento di gravi conflitti civili nel mio Paese, il Mali, non sarebbe facile riprendere le abitudini di qualche tempo fa». Dramane, diciotto anni, ospite di un Centro di accoglienza di “Costruiamo insieme”, è combattuto fra il ritorno a casa, fra amici e familiari, pochi a dire il vero, oppure il continuare a sperare in un colpo di fortuna in un Paese che sia l’Italia o altro stato europeo. «Qui, a Taranto – dice Dramane – sto bene, mi muovo, cerco di entrare nel mondo del lavoro: non è semplice, in Italia c’è crisi occupazionale».

E, allora, il ragazzo arrivato dal Mali, non si dà per vinto. Da un anno e tre mesi in Italia, parla francese, lingua ufficiale nel suo Paese, ma già si esprime in un discreto italiano, non ha bisogno della costante presenza di un operatore della cooperativa che faccia da interprete. «Da noi, come qui, la saggezza popolare dice che le cose bisogna cercarsele, desiderarle con tutta la forza». Insomma, “volere è potere”, come dargli torto. «Faccio il fruttivendolo, diciamo: sposto casse, qualche volta espongo la frutta; sto imparando il sistema del commercio: frutta e ortaggi che si vendono di più vanno esposti a vista, la roba buona e bella a vedersi, va messa in bella mostra…».Fa anche marketing, Dramane. «Sono gli occhi i primi ad orientare la scelta, così il mio datore di “lavoro saltuario”, mi dà suggerimenti, cose – mi ripete – che potranno tornarmi utili in qualsiasi altra attività».

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A proposito di altra attività, Dramane conferma: non si ferma al primo ostacolo. «Quando non mi occupo di casse di frutta, le mattinate le trascorro andando in giro per ristoranti parlando con proprietari e personale: mi propongo, do la massima disponibilità, ad occuparmi della pulizia del locale, a lavare piatti e posate, smantellare tovaglie e tovaglioli da consegnare alle lavanderie; cose così, più avanti mi piacerebbe stabilire un rapporto più importante, stare in cucina a seguire lo chef, il cuoco che prepara antipasti, primi e secondi piatti; ma forse è un sogno, per ora anche un ristorante nel quale mi chiedono solo due, tre ore di collaborazione va bene, l’importante è mostrare la mia buona volontà».

Qualcuno gli ha fatto notare che il suo continuo candidarsi a questo piuttosto che a quel titolare, toglierebbe posti di lavoro a una piazza già in sofferenza. «Sto alle parole di quello che mi dicono i titolari delle attività di ristorazione, tarantini anche loro: non trovano ragazzi disposti a sparecchiare tavoli, mettere cose a posto, raccogliere e gettare la spazzatura; mi dicono che tutti vogliono fare gli aiuto-chef, imparare un lavoro che in futuro possa essere più utile di quello di un normale collaboratore con paletta e scopa; parlano di moda, tutti vogliono diventare star del fornello, partecipare in tv ai reality: io chiedo solo di essere impegnato, come meglio credono, in qualsiasi lavoro occorre cominciare dalle basi, poi ho ancora diciotto anni, mettere calli alle mani non mi spaventa, anzi, è quello che consiglia mio padre che sento ogni tanto, Seidou».

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La fuga dal Mali. «Anche a causa del rapporto con i familiari, non era più quello di una volta – spiega Dramane – i conflitti all’interno del mio Paese hanno lacerato anche affetto e rispetto fra famiglie, come se fosse una corsa al “si salvi chi può” – anche questa, diciamo, perla di saggezza simile alle nostre – nella quale a farne le spese come sempre sono i più deboli, chi non vuole farsi guerra, arrivare ad uccidere il prossimo, che può essere anche un parente». Così papà Seidou consiglia al figlio di andare via, scappare se necessario. «Sono arrivato in Libia, volevo rimanere lì, c’è lavoro, si guadagna il giusto, se non fosse che i miliziani, proprio perché sei nero, dunque riconoscibile dal colore della pelle, ti fermano e ti fanno vuotare le tasche; così un giorno, prima che rovesciassero ancora le tasche di quel poco denaro che avevo, ho pensato di andare via da quel Paese e pagarmi il viaggio per l’Italia».

Una volta su un gommone, sul quale erano stipati a decine, Dramane si imbarca per l’Italia. «Un viaggio della speranza – confessa – nel quale stare meglio dal punto di vista umano: la gente, qui, ha grande rispetto, non ti maltratta, non ti urla dietro qualsiasi offesa, per questo ho grande riconoscenza per l’Italia».

In mare, ha assistito a più di un dramma. «Ho visto cinque, sei cadaveri in mare – conclude Dramane – ero combattuto fra due sentimenti, forti entrambi: il dolore di quella gente che come me cercava un principio di libertà cui aggrapparsi, e la preghiera, affinché il cielo mi aiutasse ad arrivare sano e salvo su una costa sempre lontana, troppo: pregavo che il mare restasse calmo e, invece, quando meno te lo spettavi, si agitava e i minuti, le ore, passavano con una lentezza sconcertante; infine, l’Italia, la costa, la libertà, finalmente un po’ di serenità e tanta umanità».

«Una pace che accolga e abbracci»

Papa Francesco e l’arcivescovo di Taranto durante la Cinquantesima Giornata mondiale per la pace, rivolgono un invito ai fedeli. Sua eccellenza, monsignor Filippo Santoro, ribadisce quanto dichiarato al sito “Costruiamo Insieme” in una intervista esclusiva.  Abbracciare ogni uomo, specie quelli che soffrono e che fuggono da persecuzione, guerra, fame e morte.

In questi giorni, papa Francesco e l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, hanno prestato molta attenzione dei loro discorsi di fine-inizio anni al tema dei migranti. Lo ha fatto Sua Santità durante l’Angelus, lo ha fatto l’arcivescovo nel corso di un impegno svoltosi a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo, paese natale di Papa Giovanni XXIII, santo dei nostri giorni, per partecipare alla Cinquantesima Marcia per la Pace. L’inizio dell’anno, lo stesso monsignor Filippo Santoro, in occasione della Cinquantunesima  Giornata mondiale della pace sul tema “Migranti e Rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”. In questa occasione, l’arcivescovo ha ribadito e dato forza alle sue posizioni sulla migrazione, argomento sul quale si è già volentieri intrattenuto rilasciando una lunga intervista al sito di “Costruiamo Insieme”.

Papa Francesco, nel suo intervento ha parlato dei bisogni degli uomini, ponendo l’accento proprio sui più deboli e disagiati. E proprio a queste persone è stato dedicato il tema della Giornata Mondiale della Pace: “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”.

«Una pace – ha sottolineato Sua Santità – che è diritto di tutti; molti di loro (migranti e rifugiati, ndr) sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso; sono disposti ad affrontare fatiche e sofferenze».

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SUA SANTITA’: NON SPEGNIAMO LA SPERANZA

«Per favore – proseguito papa Francesco – non spegniamo la speranza nel loro cuore; non soffochiamo le loro aspettative di pace! È importante che da parte di tutti, istituzioni civili, realtà educative, assistenziali ed ecclesiali, ci sia l’impegno per assicurare ai rifugiati, ai migranti, a tutti un avvenire di pace. Ci conceda il Signore di operare in questo nuovo anno con generosità, con generosità, per realizzare un mondo più solidale e accogliente. Vi invito a pregare per questo, mentre insieme con voi affido a Maria, Madre di Dio e Madre nostra, il 2018 appena iniziato. I vecchi monaci russi, mistici, dicevano che in tempo di turbolenze spirituali era necessario raccogliersi sotto il manto della Santa Madre di Dio. Pensando a tante turbolenze di oggi, e soprattutto ai migranti e ai rifugiati, preghiamo come loro ci hanno insegnato a pregare: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”».

«Vorrei che sentiste tutti il grande respiro della Chiesa – riferendosi proprio alle parole pronunciate dal Santo Padre, ha dichiarato l’arcivescovo Filippo Santoro – che nella misericordia, come dice Papa Francesco nel suo messaggio, cerca di abbracciare ogni uomo, specie quelli che soffrono e che fuggono da persecuzione, guerra, fame e morte».

«Ci auguriamo una pace che accolga e abbracci: “Chi è animato da questo sguardo – dice il papa – sarà in grado di riconoscere i germogli di pace che già stanno spuntando e si prenderà cura della loro crescita. Trasformerà così in cantieri di pace le nostre città, spesso divise e polarizzate da conflitti”».

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SUA ECCELLENZA: TARANTO CITTA’ DI PACE E ACCOGLIENZA

«La pace è sì un dono di Dio – prosegue nel suo messaggio monsignor Filippo Santoro – ma ha bisogno dei suoi “costruttori”. Tutti dobbiamo esserne operatori. L’idea di edificare città di pace deve accompagnare i propositi dell’anno che viene. Porto in questa marcia, con tanti giovani provenienti da tutta l’Italia, l’intenzione di rafforzare la comunione nella mia città, Taranto, manifestando il mio sostegno a tutti coloro che vorranno battersi per essa praticando i ponti del dialogo e del confronto. Taranto è sì la Città dei Due Mari ma anche dei tre ponti, è come se strutturalmente raccontasse lo sforzo sempre maggiore di riunire, di collegare di raccordare, non di spartire, di separare di fronteggiare».

«Non dobbiamo scoraggiarci mai – ha concluso Sua Eccellenza – oggi il nostro quarto ponte potrebbe essere quel protocollo d’intesa, di programma, auspicato dal nostro sindaco Melucci, per rendere maggiori garanzie in questo cammino del Governo e delle forze locali per cominciare a colmare il debito ecologico, per usare un termine dell’enciclica “Laudato Si’ ”, che l’Italia ha con la Città di Taranto. Avanti nel dialogo franco e raccoglieremo buoni frutti».

Buon 2018!

Buon anno nuovo a chi ha ancora voglia di regalare un sorriso ad un volto al quale è stato rubato e a chi continua a credere che nella naturalezza dell’incontro ci sia lo spirito vero della convivenza. Auguri a quanti un sorriso ce lo hanno regalato e ci hanno fatti sentire felici.

A chi è dovuto scappare dal proprio Paese perché perseguitato o, semplicemente, perché non aveva più ragioni per restarci.

Buon anno a chi ha attraversato il mare o ha fatto chilometri di strada spinto da una speranza. Auguri anche a quanti pensano alla famiglia che non c’è più e nella tragedia si sentono fortunati.
E a quanti la famiglia l’hanno dovuta lasciare.

Buon anno a tutte le persone rimaste prigioniere sotto le bombe che ancora cadono sulle loro teste. A tutti i bambini che stanno vivendo fra puzza e macerie e per i quali gli spari non sono per festeggiare.

Buon anno a chi non ha nulla da festeggiare. A chi rimane solo la speranza di un futuro migliore.

Buon anno a quanti una bottiglia non la useranno per stapparla, ma per raccogliere le lacrime che gli serviranno per bere.

Buon anno a tutte le persone che, nella magia dei fuochi di artificio, vorranno cogliere l’armonia che crea la diversità dei colori e che credono che incontro e diversità sono una ricchezza.

Buon anno, anzi un abbraccio grande, a tutte le madri che non possono più abbracciare i propri figli. A tutte le donne che non possono esprimere il loro lutto mettendo un fiore su una tomba, ma che lanciano un fiore in mare per piangere i propri cari. Perché la loro tomba è quella, il mare!

Buon anno alle tante persone che, quando non è ancora giorno, in sella alle loro biciclette raggiungono i campi per lavorare con il pensiero rivolto a chi è rimasto nel Paese di origine.

Buon anno alle tante donne e uomini che scappati da una schiavitù ne hanno trovata un’altra: alle schiave del sesso e a quelli dei campi. A chi ha lasciato una miseria per trovarne un’altra, forse anche peggiore.

Buon anno a noi che di fronte a queste cose ci indigniamo e continuiamo, con ostinazione, a credere che un mondo migliore ricostruito insieme è possibile!
Era il 31 dicembre del 2016 quando abbiamo pubblicato questo messaggio augurale.
E’ il 31 dicembre del 2017 e lo ripropongo identico a quello di un anno fa.
Per dirla con Papa Francesco “Per favore, non lasciatevi rubare la speranza!”
Buon 2018.

«Bisogna saper vincere!»

Silvia Bianco, protagonista dell’Albero più bello di “Costruiamo Insieme”. Non vince, ma convince il suo approccio alla gara. Si spende per giorni, realizza un videomessaggio, chiama a raccolta i colleghi tarantini. Poi l’esito finale e una battuta da incorniciare.


«E’ il CAS “38” che vi parla…». Un videomessaggio lanciato sui social di “Costruiamo Insieme”, ha una interprete: Silvia Bianco, fra le operatrici più attive della cooperativa. Suoi sono, in qualche modo…testo e musica. Cronaca di un appello fatto circolare poche ore prima della chiusura dei giochi, la gara cioè che assegna il premio al Centro di accoglienza che avrà realizzato l’albero di Natale più bello e originale (vinto, come abbiamo visto, da “Bitonto”).

L’albero posto all’ingresso di via Gorizia, a Taranto, è sicuramente un’opera dell’ingegno. Tante le foto scattate fra operatori e collaboratori. Tutte stampate, ritagliate e appese. Frutto di un lavoro di insieme, molto impegnativo. Lo scopo è quello di registrare il maggior numero di “like” che, messi insieme, facciano spessore e superino il competitor, il Centro di accoglienza di Bitonto. Partito in svantaggio, “Bitonto” compie subito uno sprint, prende il largo, supera il “38” e si porta saldamente al comando. Tentativo estremo di Silvia, un messaggio “politico”: raccogliere sotto lo stesso tetto anche gli altri due CAS tarantini, “Cavallotti” e “106”, per moltiplicare i “mi piace” rastrellati fino a quel momento.

C’è chi raccoglie l’invito, chi ci pensa su un attimo (e intanto il tempo passa…). Silvia avverte la sensazione che anche stavolta le toccherà un lavoro supplementare. Lei, che nei giorni precedenti aveva sensibilizzato conoscenti attraverso qualsiasi social, visitando negozi “amici”, a costo di rimetterci il rapporto personale se i titolari delle attività in questione non avessero riconosciuto almeno un “like” per il CAS “38”. Una “estorsione a fin di bene”.

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Cominciano ad arrivare i dati…

Una volta ricampionato il suo impegno certosino, l’operatrice del “38” attende le proiezioni del lavoro da lei svolto nelle ultime ore. Osserva i dati che giungono direttamente dalle pagine Facebook. C’è una impennata, anche significativa, ma “Bitonto” – non c’è niente da fare – resta incollato al comando. I  “baresi” volano che è un piacere, i voti che Silvia ha rastrellato uno per uno, non hanno l’effetto sperato. E, allora, qui il colpo a sorpresa: un videomessaggio: sensibilizzare i “tarantini” a coalizzarsi per sconfiggere “Bitonto”, «…che avrà fatto un albero bello – dirà a videocamera spenta – ma volete mettere il nostro?». Dunque, riaccendiamo la videocamera. «Ragazzi, buongiorno – comincia Silvia – è il CAS “38” che vi parla…». Tesse le lodi del proprio e dell’altrui lavoro, invita a unirsi tutti per imprimere l’ultimo colpo di reni alla gara, come se gomito a gomito i due “Centri” fossero in prossimità del filo del traguardo. A mezzanotte il responso finale. Severo per Silvia. Ad insindacabile giudizio del popolo della rete: «…the winner is…“Bitonto”!».

Silvia dopo mezzanotte, forse, vorrebbe realizzare un secondo video. Quello che sarebbe stato il contenuto non è dato saperlo. Ringraziare il “popolo votante” nonostante la debacle, oppure strigliare chi non ha recepito fino in fondo messaggio e videomessaggio. Non lo sapremo mai.

Ma compiamo un balzo in avanti, al 28 dicembre. Dopo le 13, la presidente, Nicole Sansonetti, e il direttore generale, Maurizio Guarino, attendono qualche minuto per alzare i calici con amici, operatori, mediatori, collaboratori di “Costruiamo Insieme”. «Attendiamo Silvia – dicono – che non avrà vinto, ma ha incarnato spirito e orgoglio di appartenenza alla cooperativa; ha dimostrato cosa significhi fare squadra, per come ha saputo relazionarsi con i colleghi, dando fondo anche a un’idea che avrebbe potuto spostare gli equilibri – il riferimento, evidente, è al messaggio… – per la serie “Mai darsi per vinti!”; se ci fosse stato un Premio alla critica, ma il regolamento quest’anno non lo contemplava, questo probabilmente sarebbe stato assegnato a Silvia».

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…Infine, brindisi di fine anno

Come se avesse sentito il suo nome, eccola. Arriva Silvia. Kaleem, nelle vesti di cerimoniere, fa saltare il tappo a una bottiglia di spumante. Circolano gli auguri, si brinda all’imminente fine dell’anno. La parola spetta alla protagonista della gara a distanza dell’Albero più bello. Racconta, non senza sorriderne per prima, la sua esperienza, il ricorso al videomessaggio. Si aspettava qualcosa di più, confessa. Fissa qualcuno dei presenti, affinché si faccia portavoce presso gli altri colleghi di un “disappunto” non ancora del tutto assorbito.

Alza il calice, brinda anche alla vittoria di “Bitonto”. Qualcuno si complimenta della sua sportività. Le riconosce l’avere interpretato degnamente lo spirito di Decoubertain, ideatore delle Olimpiadi, le gare per eccellenza, secondo il quale «L’importante è partecipare, non vincere!». E’ solo un attimo, appena il tempo di mandare giù un sorso di spumante e Silvia sfodera la battuta più bella della giornata. «Se permettete  – sorride – per me l’importante è vincere, per partecipare c’è sempre tempo…».

Ndoli, «Sofferenza, poi emozione e gioia!»

«Vedere la costa italiana mi ha riempito gli occhi di emozione», racconta. «Ero militare, dovevo difendere un governo deciso con libere elezioni. Invece, il ribaltone, la fuga e i morti ammazzati, i miei commilitoni e due ragazzi in Libia, in cerca di lavoro»

«Ho visto morire davanti ai miei occhi, uno dietro l’altro sette miei colleghi, tutti militari, uccisi dal fuoco della guerra civile; poi in Libia, prima di imbarcarmi per la libertà, due ragazzi, anche loro in fuga verso una vita diversa, freddati come fossero due bersagli del tiro a segno!». Ndoli, ivoriano, trentaquattro anni, cristiano, racconta la sua storia il giorno del suo compleanno. Amici e colleghi hanno cominciato dalle prime ore del mattino a inviargli messaggi augurali attraverso la chat di “Costruiamo Insieme”. «Da circa un paio di anni è con noi – segnala con una punta d’’orgoglio Maurizio Guarino, il direttore generale della cooperativa – non ha bisogno di un interprete, lui stesso è uno dei mediatori più attivi all’interno della nostra organizzazione». Accenna il suo ingresso in squadra, prima di tornare a parlare dell’incubo della guerra vissuto con addosso anche una divisa militare. «Devo molto a Imram – spiega – un amico pakistano, connazionale di Kaleem e Idris, anche loro di “Costruiamo”; eravamo insieme ospiti in un albergo alla periferia della città, soffrivo scarsa attenzione e cura approssimativa che i gestori dell’epoca avevano nei confronti miei e degli ospiti della struttura: pulizia e alimentazione non erano il massimo, non parliamo il pocket money, il contributo che ognuno di noi avrebbe dovuto ricevere a fine mese». Con il passaggio a “Costruiamo insieme”, Ndoli tira un altro sospiro di sollievo.

Torna, dunque, a parlare di sofferenza, pagine di vita vissute che avrebbe voluto strappare. «Ma come si fa – osserva – quando perdi mamma e papà, chi dovrebbe essere una guida sicura per il tuo futuro; con la loro scomparsa avverti il mondo crollarti addosso, provi un dolore lancinante allo stomaco: persi a causa di malattie per debellare le quali occorrono cure costose, e quando non hai i soldi necessari, il futuro in breve è segnato».

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Vorrei tornare a casa ma li è un macello

Ad Abidjan, la sua città, capitale della Costa d’Avorio, Ndoli ha lasciato tre fratelli e tre sorelle. «Vorrei tanto tornare da loro – confessa – riabbracciarli, ma le cose lì non vanno bene da tempo; qui, in Italia, arriva una informazione non sempre corretta – ma questo è il mio punto di vista – i miei connazionali sono sottoposti a un continuo presidio militare, minacciati dalle armi: a nulla sono servite le libere elezioni: avevamo scelto un presidente democraticamente; qualcuno, invece, ne ha imposto un altro, è così che va da quelle parti».

Scatta la ribellione. «In qualità di militare, servivo la mia patria, una democrazia nel frattempo sovvertita: d’un tratto mi trovai fra due fuochi, i ribelli che non riconoscevano il presidente imposto contro le libere elezioni, e un governo che non era più il mio: in quelle occasioni, quando ti trovi nel mezzo, non esistono ragioni; armi in pugno vengono a casa tua, ti prelevano e ti conducono in una prigione e lì comincia la tortura, psicologica, lenta e drammatica, il finale è sempre lo stesso, a meno che non riesca a fuggire».

Durante i conflitti a fuoco, Ndoli, soldato, perde colleghi militari. «Sparavano a raffica – racconta con il dolore nel cuore – sembrava un tiro al bersaglio, non sentivo più le voci dei miei compagni, li vedevo stesi a terra, sanguinanti e privi di vita; durante i conflitti a fuoco la notte non si dorme, qualsiasi momento può essere quello fatale: non sentivo più di essere me stesso, vivevo la vita di un altro; e siccome al peggio non c’è fine, più drammatica era stata la prigionia e la fuga: nel campo nel quale ero recluso ci svegliavano alle quattro del mattino e ci facevano correre, non dovevi fermarti, altrimenti ti sparavano addosso e ti ammazzavano: ne ho visti ragazzi cadere uno dietro l’altro davanti ai miei occhi».

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Libia, sofferenza e poi l’imbarco per l’Italia

Poi la fuga e la Libia. «Odio le armi in assoluto – spiega – specie quando in mano le stringono bambini, di cinque, sei anni: lì “giocano” davvero alla guerra e se uno di loro ha deciso che al mattino deve divertirsi come fosse al tiro a segno, è la fine; due miliziani davanti a me hanno sparato addosso a due ragazzi uccidendoli all’istante: cercavano solo lavoro i due sfortunati, l’unico modo per mettere da parte soldi e pagarsi il viaggio per la libertà: due fucilate, invece, hanno deciso il loro destino».

«Avevo la sensazione di essere una bestia in gabbia – conclude Ndoli – non ero più io, aspettavo la fine da un momento all’altro; quando invece quattro anni fa mi sono imbarcato su un gommone, piccolo, nel quale eravamo in 145; ho cominciato a riappropriarmi della mia mente, in poco stavo nuovamente prendendo coscienza di chi fossi: un essere umano in cerca di un po’ di dignità, il mare non mi faceva più paura, la costa italiana mi riempì gli occhi di emozione e il cuore di gioia!».

Bitonto fa festa!

I ragazzi della sfida sull’Albero natalizio più bello brindano alla vittoria. Successo coronato con una tavola imbandita con ogni genere di conforto. E si scatena un divertente sfottò da parte dei vinti che promettono un pronto riscatto alla prossima gara.

“Bitonto” festeggia la vittoria della sfida sull’albero più bello dei centri di accoglienza: seicentosettantanove volte Bitonto! Partono le foto del momento di una meritata ristorazione ad insindacabile giudizio di “like” e sui social si scatena lo sfottò. Le provocazioni, divertite, arrivano direttamente dai vincitori mentre questi si apprestano a formalizzare la loro vittoria gustandosi generi di conforto ancora fumanti.

Non si fa attendere troppo la replica dei vinti. Più o meno sportivamente si scatenano con emoticon – le divertenti immaginette a margini di pc o un qualsiasi social – che rappresentano sberleffi di genere diverso, fino a pollici versi. Non l’hanno presa molto bene, insomma, gli sconfitti, ma è proprio questa reazione che intendevano scatenare i colleghi del Centro di accoglienza di Bitonto. A sentire i vincitori, pregustavano la vittoria fin dai primi giorni dal “via” alla gara a furia di “mi piace”. Meritati, ad essere onesti. “Bitonto”, infatti, non si è limitata ad allestire un bell’albero, merito ascritto a tutti i concorrenti, sia chiaro. Finita l’opera, ha cominciato a fare promozione, nemmeno fosse una campagna elettorale, sostenuta da un bel numero di promotori che hanno raccolto consensi, moltiplicandoli con il classico “Vota e fai votare!”.

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Brindisi con (selfie) alla vittoria

E’ così che il CAS in provincia di Bari, ha subito iniziato a fare proseliti. I colleghi degli altri Centri di accoglienza si spendevano sugli abbellimenti, i “bitontini” ponevano attenzione anche alla comunicazione. La vittoria, infatti, è stato un mix dei due elementi: impegno e promozione.

Però al momento del brindisi, i ragazzi di Bitonto non hanno saputo resistere alla tentazione. I festeggiamenti davanti a panini, pizze, panzerotti e altre leccornie, andavano immortalati con la moda delle mode: i selfie. E le foto dei colleghi che stappavano, versavano nei bicchieri e brindavano ci hanno messo poco a diventare virali. Come fossero un’azienda, una società scaltra a fare marketing e proseliti per il prossimo anno, magari con una sfida ancora più combattuta. I colleghi del “38” sono quelli che hanno dato più grattacapi ai vincitori. Se è vero che “Bitonto” è balzata subito in testa, è anche vero che i ragazzi di via Gorizia a Taranto, hanno fatto sentire il fiato sul collo arrendendosi, forse, solo all’ultima curva, tanto da totalizzare la bellezza di 580 “like”. Secondi, con un centinaio di meno rispetto ai 679 dei “bitontini”, ma tanti, molto di più se paragonati agli altri Centri di accoglienza in gara (fra parentesi i “like”): “106” (117), “Cavallotti” (111), “Modugno” (52), “316” (48).

E’ andata, ragazzi. Ci sta che i vincitori mostrino il loro “trofeo”, la tavola imbandita da ogni ben di dio; come ci sta che gli sconfitti promettano maggiore impegno alla prossima sfida. Ma, detto degli sberleffi, le risposte con emoticon divertenti, c’è anche chi ha applaudito, ed erano in tanti, ai vincitori. Se ne riparla il prossimo anno. E il 2018 è dietro l’angolo.

L’albero più bello è di “Bitonto”

Hanno vinto la gara di “like” lanciata da “Costruiamo Insieme”. E’ stata una gara combattuta, “38” ha dato filo da torcere fino all’ultimo. Ma bene anche gli altri. Meritano tutti un “mi piace”. E un sincero augurio di buone feste.

IMG_1479-articolo-03The winner is…Bitonto! Onore al merito, i ragazzi del Centro di accoglienza di Bitonto hanno totalizzato 679 “like”. Il che significa aver raccolto più consensi e aver messo in piedi una gioiosa macchina organizzativa. Nella gara ad allestire l’albero più bello, sono riusciti a fare quello che in gergo si dice marketing. Bravi, bravi, bravi. Tre volte bravi, perché la comunicazione, i social, hanno un loro peso, come insegna anche certa politica.

Ma fuori qualsiasi paragone, Bitonto la gara l’ha presa sul serio, proprio come andava fatto. Doveva essere una simpatica sfida fra colleghi, la corsa agli addobbi più belli e originali, «…Perché quando facciamo una qualsiasi cosa, questa deve essere fatta sempre al meglio!». E’ andata avanti così in queste settimane, più bello tutto quello che si è scatenato sui social, dal gruppo Whatsapp a Facebook. Divertenti provocazioni, promesse di impegno e sorpasso all’ultima ora per mettere ansia a chi conduceva. La tattica del bluff non ha funzionato e Bitonto ha proseguito, inarrestabile, e fra applausi sinceri, la sua marcia trionfale.

Merito anche agli altri, a tutti gli altri. Quelli che hanno tirato fuori l’orgoglio di appartenenza e gli addobbi, fatto foto e assunto pose sotto l’albero con il sorriso più smagliante, quello richiesto dalla festa.

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Presidente e direttore generale hanno fortemente voluto questa gara. Forse per mettere alla prova l’affiatamento, il feeling fra colleghi e Centri di accoglienza. Un pretesto per tenere uniti tutti insieme, nessuno escluso. L’allestimento di un albero di tre metri per stare intorno a un’idea fatta non solo di accoglienza, ma di famiglia. Allargata, certamente, nella quale tutti si conoscono e si rispettano, sorridono e si danno generose pacche sulle spalle, come a dire «Io, ci sono!».

Viva tutte le gare del mondo, se il risultato è questo. Davvero, “chapeau” nei confronti di presidente e direttore di “Costruiamo Insieme”, che hanno costantemente seguito la gara, con discrezione e orgoglio, immaginiamo, di chi assiste a un gioco nel quale tutti, operatori e collaboratori, credono nell’idea e nel più articolato progetto di cooperativa: stare insieme.

E così è stato. Ieri, nel segmento finale della gara, con divertenti provocazioni, come nei giorni precedenti. Dall’arrivo dell’albero nei diversi Centri di accoglienza, al “via” alla ricerca dei “like”, insomma dei consensi per vincere la gara. Come da regolamento. Dunque, se è vero che è stato detto e scritto, «Vinca il migliore!», per ragionamento “Bitonto” è stato il migliore, in assoluto. Ha allestito un bell’albero, ha fatto “campagna”, ha registrato “mi piace” in quantità industriale, dunque onore al merito.

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Anche gli altri però meritano un applauso, sullo stesso piano dei meritevoli vincitori. Per l’impegno, per averci creduto, nonostante i numeri avrebbero potuto scoraggiare chiunque. E’ venuto fuori l’orgoglio di appartenenza, un bell’aspetto del quale molti erano a conoscenza, ma che in questi giorni è stato certificato da messaggi allegri, affettuosi. Ecco perché la vittoria è un po’ di tutti. Se fosse una motivazione, sarebbe: «Per aver dimostrato il senso di affetto e rispetto nei confronti del prossimo e di aver fatto di una amichevole competizione, una stretta di mano, di più: un abbraccio!». Applausi. Per tutti.

E buone feste.

La formalità. Questa la classifica della gara dell’Albero più bello (posizione e “like”):

1) “Bitonto” (679);

2) “38” (580);

3) “106” (117);

4) “Cavallotti” (111);

5) “Modugno” (52);

6) “316” (48)

Migrazioni ambientali (2 parte)

La Siria tra guerra e siccità.

La competizione per le risorse non fa solo sfollati: può diventare causa di conflitto. Secondo il programma dell’Onu per l’ambiente, negli ultimi sessant’anni almeno il 40 per cento di tutti i conflitti interni registrati nel mondo è stato legato allo sfruttamento di risorse naturali, dal legname alle risorse minerarie, incluse la terra e l’acqua. L’Unep ha analizzato i conflitti avvenuti tra il 1990 e il 2009 per concluderne che almeno 18 erano stati innescati o alimentati dallo sfruttamento di risorse naturali (ma non si pensi solo al petrolio: dai diamanti in Angola, al coltan nella Repubblica Democratica del Congo, al legname pregiato in Cambogia, fino ai lapislazzuli in Afghanistan, gli esempi sono infiniti).

O forse si potrebbe guardare alla Siria. Tra il 2007 e il 2010 più di metà del territorio siriano è stato colpito da una grave siccità. In particolare le province nordorientali, tagliate dal fiume Eufrate, con i governatorati di Aleppo e Hassakeh che da soli fanno più di metà della produzione di grano del paese, e quelli di Idlib, Homs, Dara.

L’effetto è stato devastante, in tre anni i raccolti sono stati dimezzati. Parte del problema è che nei trent’anni precedenti le terre coltivate erano più che raddoppiate, tanto che la Siria esportava grano. Ma i terreni e le falde idriche sono stati usati in modo così intenso che quando è arrivata la siccità gli agricoltori non hanno neppure potuto attingere ai pozzi per irrigare i campi: erano per lo più esauriti.

Metà dei 22 milioni di siriani viveva di agricoltura, ma in tre anni la siccità ha fatto collassare l’economia agricola. È cominciato un esodo di massa. Nel 2010 circa un milione e mezzo di persone erano emigrate verso Damasco, Aleppo, Hama. Le città siriane però erano già sotto stress per il grande afflusso di profughi arrivati dal vicino Iraq dopo l’invasione guidata dagli Stati Uniti nel 2003. Così un numero crescente di persone si è trovato a competere per servizi e infrastrutture già carenti.

Intorno ad Aleppo o alla stessa Damasco sono cresciuti grandi slum, con una popolazione per lo più giovane, senza lavoro, e carica di una grande frustrazione. Oggi possiamo dire che la siccità, e la crisi sociale che ha innescato, è una delle cause soggiacenti alle proteste scoppiate nel 2011 – su cui ovviamente si sono inseriti altri fattori storici, politici, geopolitici che hanno determinato la guerra interna.

Quando si dice sfollati ambientali, dunque, si allude a tutto questo: disastri del clima, crisi ambientali, e insieme l’espulsione dalla terra o l’accaparramento di risorse essenziali come l’acqua, con tutti i conflitti che conseguono.

Dunque, è il secolo dei profughi ambientali? Nelle norme internazionali questa definizione non esiste. Per la convenzione di Ginevra del 1951, profugo è chi fugge una persecuzione a causa di razza, religione, appartenenza a un determinato gruppo sociale, opinioni politiche. Altre norme estendono la protezione umanitaria a chi è in pericolo, quale che sia il motivo.

Esistono convenzioni che proteggono gli sfollati interni. Bisognerà estendere la protezione a tutti coloro che sono costretti a migrare, quali che siano le minacce che subiscono. Il contrario di quello che succede oggi negli hotspot europei, dove i profughi di guerra hanno il diritto di chiedere asilo, mentre tutti gli altri sono respinti.

L’accoglienza però non basta, dice Barbara Spinelli: “Dobbiamo andare alle radici, alle cause che spingono tanti a emigrare: espropriazione delle risorse, land grabbing, accordi di libero scambio squilibrati in favore dei paesi ricchi, i modelli di sviluppo non sostenibili promossi fin dagli anni settanta dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, che hanno messo in crisi le economie locali”. Altrimenti, dice Spinelli, “saremo come infermieri dei disastri, che intervengono solo quando la crisi precipita”.

«Quei check-point di polizia…»

«I poveri sorvegliati da uno stretto controllo». Ismail, venti anni, ivoriano, si racconta. «Negato lo studio a causa dei pochi soldi. Morto papà ho lasciato i libri. Ho fatto pulizie, il muratore, l’elettricista per staccare il biglietto dalla Libia all’Italia, naturalmente su un gommone, stretti in centododici»

WhatsApp Image 2017-12-21 at 14.15.30«Undici mesi di lavoro, dalle pulizie in una università all’aiutante muratore in Libia, i soldi guadagnati e messi da parte rinunciando anche all’irrinunciabile, poi finalmente le risorse economiche per pagare il mio viaggio della speranza e, infine, eccomi qua». Ismail, venti anni, nato a San Pedro, Costa d’Avorio, si racconta in un francese misto a un buon italiano. Sorseggia, seduto, un caffè in un bar del centro. Guarda alle sue spalle. Uno spicchio di mare, bello sì, ma evoca l’ultimo sforzo compiuto mesi e mesi fa per arrivare al traguardo della libertà, un viaggio su un gommone, stretti in centododici. Non è un bel ricordo, ma il peggio è passato. «Da un anno sono qua, mi dicono che faccio grandi progressi nel parlare italiano, comprendo la vostra lingua, sono meno pratico nel rispondere, ma dove non arrivo a farmi capire mi esprimo a gesti». Sorride Diakite Allhassen, un operatore di “Costruiamo Insieme”, che a tratti fa da interprete nella conversazione.

«In Costa d’Avorio parlano francese – dice Allhassen – loro lingua ufficiale, con questa si fanno capire anche da chi abita nei Paesi confinanti: di solito gli ivoriani fra loro preferiscono conversare in dialetto, uno dei tanti di ciascuna zona…». Dunque, Ismail, in teoria conosce già tre lingue, il suo dialetto, il francese, quasi l’italiano.

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DUE LINGUE E MEZZA: DIALETTO, FRANCESE E ITALIANO, QUASI

«Due lingue e mezza – scherza – fosse stato per me avrei proseguito gli studi nel mio Paese, purtroppo quando è venuto a mancare papà, non ho più frequentato la scuola: in famiglia non avevamo i soldi per pagare la scuola, in Italia esiste il diritto allo studio, tutti devono imparare, progredire nell’arte e nella cultura; da noi, purtroppo, non è così: hai i soldi studi, non hai soldi…fatti tuoi!». Non conosce bene l’italiano, ma in quanto a farsi comprendere, Ismail ci riesce. E bene anche.

«Quando ero a San Pedro non giocavo solo al calcio, che poi è lo sport più praticato, infatti basta una palla da prendere a calci, quattro canne di bambù per fare le due porte, e via, a sognare di diventare Cristiano Ronaldo… Amavo il teatro, lo frequentavo, non mi sarebbe dispiaciuto prendere lezioni e, un giorno, salire sulle tavole di un palcoscenico a recitare; amo il cinema e la tv, qui a Taranto vado spesso a Lama, vedo i cartoni animati, amo il mondo della fantasia, in tv invece seguo la serie “24 Ore”, tanto che il mio attore preferito è Jack Bauer…». Sfiora il cellulare, digita, appare un’immagine. «Questo è Bauer! Mi piacciono gli intrighi politici, i polizieschi, gli action-movie…».

Torniamo ai campetti, alla scuola negata, alla fuga. «Quello che a noi non manca è lo spazio, lunghe distese, tanto che non comprendiamo come, qui, la gente abiti in palazzi così alti, uno accanto o di fronte all’altro; noi, invece. se vogliamo socializzare basta partita di pallone; in Costa, purtroppo, non esistono classi medie: tanti poveri, pochi ricchi; per questo amo la Festa del sacrificio, che per importanza, da noi, è forse paragonabile al vostro Natale: ci fa sentire tutti uguali; è un’illusione, lo so, ma per uno, due, tre giorni, volutamente vestiamo tutti allo stesso modo, non si distingue il ricco dal povero, mangiamo senza limiti e tutti le stesse cose: insomma, non c’è chi mangia e chi guarda».

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«AIUTIAMOLI NEL LORO PAESE», SOLO UNO SLOGAN

«Durante la Festa avvertiamo il principio di democrazia, nonostante da tempo sia in corso una guerra etnica; check-point di polizia ovunque, i poveri reclusi nei loro quartieri, per contenere eventuali focolai di protesta: fa sorridere il concetto “Aiutiamoli nel loro Paese”: con il popolo non parla nessuno, gli accordi sono fra i governi, di benefici per la gente povera e disperata non se ne parla». Non era più vita, così Ismail è scappato. «Ho lasciato mamma, con la quale mi sento quando posso, una sorella più piccola e un fratello più grande». Ismail vive l’Italia poco per volta. «Mi piacerebbe trovare lavoro – sogna – una ditta di pulizie, lavoro che ho fatto per mettere insieme i soldi necessari per pagarmi il viaggio, oppure l’elettricista, il muratore, non mi tiro indietro: in Libia da anni costruiscono case, dunque c’è bisogno di mano d’opera, ma per noi “neri” non è facile stare lì sereni, tanto vale cercare la libertà altrove; ogni tanto gioco al calcio, lo guardo in tv, tifo Juventus, Chelsea e Real: nella finale Champion’s fra “Juve” e Real non ho sofferto come gli amici bianconeri, per me era indifferente che vincesse una o l’altra, “Vinca il migliore!” mi dicevo: anche questa è democrazia…».