«L’impegno, comunque»

Cochi Ponzoni, al teatro Orfeo di Taranto

«Una vita senza spendersi per qualcosa in cui si crede, sarebbe incompleta. Vivere per quanto si ama, per il prossimo, anche fare buon teatro è importante». Da “Emigranti” a “Quartet”, passando per il cabaret del “Derby”. «Jannacci, un fratello. Incoraggiati da Eco, Brera, Flaiano, Buzzati, Bianciardi e Fo. L’Avvocato smetteva di giocare a golf per guardarci in tv. “Bravo, 7+” diventò un tormentone scomodo…»

«La vita senza impegno sarebbe una vita incompleta, io ho provato a farlo – spero bene – in tutti questi anni; spendersi per una cosa che si ama, per il prossimo, anche con un’attività come il teatro – purché si faccia bene – è importante: io l’ho fatto e continuo a farlo, con il benestare del pubblico, s’intende, perché altrimenti senza di quello dove vai…».

Aurelio “Cochi” Ponzoni, in passato ha portato in scena anche “Emigranti”, uno dei tanti lavori impegnati. Famoso per aver fatto parte del duo più celebre del cabaret italiano. Con Renato Pozzetto, infatti, Ponzoni ha dato un grande contribuito alla storia del cabaret Anni 60 e 70 che si concretizzava al “Derby” di Milano. Ponzoni, dunque, si racconta per noi. La tv di un tempo, la sperimentazione che faceva centro, proprio del popolare duo, da “Quelli della domenica” nel pomeriggio a “Il poeta e il contadino” in serata.

Ponzoni in questi ultimi anni si è dedicato al teatro. Ultimo lavoro con il quale è ancora in scena: “Quartet”. Con lui, Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini ed Erica Blanc. Ospiti insieme della Stagione teatrale dell’associazione “Angela Casavola” per la direzione artistica di Renato Forte (sponsor “Costruiamo Insieme”). Dalla tv al cinema, poi la scelta definitiva: il teatro. «Parliamo pure di Renato – dice Ponzoni, subito – non abbia problemi: fa parte della mia vita, non solo quella artistica, siamo cresciuti insieme fin da bambini; i nostri genitori si conoscevano, i fratelli di Renato e le mie sorelle maggiori erano già amici».

E’ un assist. Parliamo allora di quei tempi, allora. Un cabaret di tale spessore che non ha più avuto repliche nel tempo. Una sterzata che arriva al primo boom economico, prima della Milano da bere. «Quella era ancora la Milano da guardare – ricorda – io e Renato eravamo studenti, l’unica cosa che bevevamo era del vinaccio, insieme con Enzo Jannacci, il nostro terzo fratello; con lui a cavallo degli anni al “Derby” per una decina di anni abbiamo vissuto gomito a gomito; con noi, oltre allo stesso Jannacci, c’erano Lino Toffolo, Felice Andreasi, Bruno Lauzi e Beppe Viola, amico d’infanzia di Enzo. I nostri più accaniti sostenitori, a quei tempi: Gianni Brera, Umberto Eco, Dino Buzzati, Luciano Bianciardi, Dario Fo, una bella “curva sud”».

Non si viveva di tormentoni. «Non li inseguivamo, venivano spontaneamente e all’epoca la gente li faceva suoi, il più celebre: “Bravo 7+!”; non stavamo a scervellarci alla ricerca di qualcosa che funzionasse e ci aiutasse a diventare in qualche modo più popolari».

Esistono ancora a Milano luoghi in cui confrontarsi con l’arte. «Ci sono e sono incoraggianti, li conosco, dopo anni sono tornato a vivere a Milano: esistono giovani molto promettenti, locali in cui si fa teatro impegnato e teatro leggero, comunque trovo che molti ragazzi siano preparati, oggi va di moda “Spirit de Milan”, grande fabbrica dismessa dalla quale è stato ricavato un grande ristorante nel quale si esibiscono giovani artisti, musicisti jazz, da soli o in formazione: bello, ve lo raccomando».PONZONI articoloNon c’è più la tv di una volta. «C’era un solo canale, anzi due, il secondo aveva cominciato a funzionare da poco: ci guardavano in trenta milioni, molti di questi allibiti, ci vedevano fuori dalla norma, consideri che Paolo Villaggio aveva la fama del presentatore che picchiava le vecchiette. Anche in tv avevamo sostenitori mica da poco, oltre ad Eco e gli altri intellettuali, c’era anche la noblesseindustriale; per sua stessa ammissione, fra i nostri più accaniti spettatori c’era l’Avvocato. Gianni Agnelli in una intervista disse che la domenica smetteva di giocare prima a golf per assistere al programma “Quelli della domenica”. A me e Renato ci aveva chiamati Marcello Marchesi, il “signore di mezza età”, uno che aveva scritto cose splendide; poi il richiamo del cinema e un certo successo, anche se per strade diverse: Renato interpretò “Per amare Ofelia” per la regia di Flavio Mogherini, un successo, io “Cuore di cane” diretto da Alberto Lattuada, un lavoro più impegnato, ma ero felice: per il successo di Renato, ma anche per le cose che sceglievo».

Poi il teatro. «Volevo fare il teatro di prosa, una passione nata qualche anno prima, nel ’72 quando al Festival dei Due mondi di Spoleto, diretti da Vittorio Caprioli rappresentammo “La conversazione continuamente interrotta” di Ennio Flaiano, un grande. C’era anche Renato in quell’occasione. Flaiano, piuttosto, appariva sconsolato per l’insuccesso che un suo lavoro, delizioso, “Un marziano a Roma”, stava registrando nonostante Vittorio Gassman; sperava che la ripresa de “La conversazione”, funzionasse: andò bene, mi innamorai del teatro, più avanti incontrai Orazio Bobbio, attore, e Francesco Macedonio, regista, una vita per il teatro, portai in scena fra gli altri,  “La panchina” di Gel’man, “Omobono e gli incendiari” di Frisch».

Lei ha sempre manifestato una cifra drammatica. «Vero, fra i due Renato aveva creato e realizzato una maschera, io invece mi divertivo a recitare, a misurarmi con cose sempre diverse, più impegnative, se vuole. Ero piccolo, quando con le mie sorelle più grandi la domenica andavo in chiesa e all’uscita imitavo il prete: recitavo, divertivo».

Uno sketch famoso, un retroscena. «Si riferisce a “Bravo 7+”, riprendevamo la realtà, era il periodo in cui si parlava delle baronie universitarie, si scopriva che i docenti erano di manica larga per mille motivi; insomma, quello sketch infastidiva un certo sistema, tanto che alla tredicesima puntata ci fu fatto invito di non proseguire: era arrivato un documento del Ministero della Pubblica istruzione e della stessa Rai. Ricorderete, io ero il figlio di papà a cui Renato, dopo l’appello ai “bambini assenti e presenti” assegnava compiti come fotocopiare una banconota da cinquantamila lire, tenere la copia e consegnare l’originale all’insegnante».

Teatro e cinema, oggi fa uno e l’altro. «L’ultimo mio film lo scorso anno, “Si muore tutti democristiani”, prima diretto da Francesca Archibugi avevo interpretato “Gli sdraiati”; ai tempi mi avevano proposto solo filmetti che francamente non prendevo in considerazione; faccio l’attore, il cinema solo se offrono ruoli importanti, mi riferisco allo spessore del personaggio da interpretare, altrimenti preferisco il teatro: ha il fascino del palcoscenico, lavorare ogni sera, senza rete, è un’emozione insostituibile, questo è il mio lavoro».

«Azioni concrete!»

Papa Francesco, pugno duro contro pedofilia e abusi sessuali

«Misure efficaci, regole chiare», gli occhi del mondo puntati sul Vaticano. «Trasparenza, credibilità e responsabilità», l’impegno della Chiesa

Non è semplice imprimere una svolta decisa. In particolare quando questa inversione di marcia interessa la Chiesa. Uno degli organizzatori del summit sugli abusi, l’arcivescovo Scicluna, vorrebbe che fossero intanto i vescovi a denunciare i pedofili anche alla polizia, dunque non solo alla Congregazione della Fede. La collaborazione con la giustizia civile deve rientrare nel sistema, accorciando i tempi e per venire più speditamente a conoscenza sull’esito delle inchieste.

Sua Santità in occasione del summit ha aperto i lavori con in cuor suo con una grande speranza e un invito. «Mi raccomando – ha detto –  voglio concretezza e misure efficaci, oggi è necessario individuare un elenco di regole chiare e non solo per giungere semplici e scontate condanne; ascoltiamo il grido dei piccoli che chiedono giustizia; grava sul nostro incontro il peso della responsabilità pastorale ed ecclesiale che ci obbliga a discutere insieme, in maniera sinodale, sincera e approfondita su come affrontare questo male che affligge la Chiesa e l’umanità. Il santo Popolo di Dio ci guarda e attende da noi non semplici e scontate condanne, ma misure concrete ed efficaci da predisporre. Ci vuole concretezza».

Lo scopo evidente è, dunque, anche quello di abbattere i tempi oggi assegnati a quanti svolgono le inchieste su casi scottanti. Proprio a tale proposito l’arcivescovo che aveva dato inizio ai lavori ha fatto sintesi sulla macchina giudiziaria. I processi non possono avere luogo senza la testimonianza delle vittime, che in ogni caso vanno informate sull’esito finale sull’intero iter. Gli occhi del mondo sono puntati di nuovo sul Vaticano.

Nell’Aula Nuova del Sinodo centonovanta delegati hanno aperto i lavori nel segno dell’ascolto e di una forte presa di coscienza. In parole povere, questa volta occorrono fatti, non c’è più tempo per le parole. A maggior ragione quando sono state poste all’attenzione dei presenti all’incontro alcune delle testimonianze con l’ausilio di video. Queste testimonianze hanno profondamente cambiato il clima interno all’aula, tanto che fra i presenti si è avvertita una posizione severa registrando i connotati di una auto-analisi.

«Sento di avere una vita distrutta. Ho subito così tante umiliazioni che non so che cosa mi riservi il futuro». I presenti hanno ascoltato profondamente colpiti la donna abusata per anni da un prete che l’ha anche costretta ad abortire. Per la prima volta vescovi e cardinali hanno riflettuto in modo concorde sulle deposizioni di chi, piccolo, ha subito violenze. Il Papa, in tutto questo, è rimasto con il capo chino. Sua Santità, in cuor suo, sa perfettamente che non si può comprendere la portata delle azioni necessarie da intraprendere se non si avverte fino in fondo la profondità di un dolore grande.

Quattro sono stati complessivamente i giorni di grande riflessione per individuare il modo di combattere la pedofilia tra il clero, senza “se” e senza “ma”. Papa Francesco, si diceva, aveva aperto il summit sugli abusi nella Sala nuova del sinodo davanti ai presidenti delle conferenze episcopali del mondo. «Iniziamo il nostro percorso – ha detto Sua Santità – armati della fede e dello spirito, di coraggio e concretezza».

Ai partecipanti è stato fornito un “memo” che contiene criteri che verranno sviluppati durante il dibattito. Durante la conferenza stampa di preparazione gli organizzatori avevano messo in luce tre argomenti sui quali si concentreranno sforzi e attenzione: «trasparenza, credibilità e responsabilità». Più che una manifestazione di interessamento ai casi su pedofilia e abusi, un vero e proprio impegno.

«Questo lavoro a vita!»

Francesco, operatore, parla dei ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza

«Volevo insegnare, in realtà ho imparato». Una laurea in Scienze dei Beni culturali, che chiude volentieri in un cassetto. «Il colore della pelle, sciocco preconcetto. Non invadono, ma fuggono: da un malessere e dalla fame, da bastonate e proiettili che sibilano a tutte le ore»

«Ho conseguito una laurea in Scienze dei Beni culturali, ma farei questo lavoro a vita!». Francesco, trentacinque anni, da un anno e mezzo con la cooperativa “Costruiamo Insieme”, non ama compiacere chi lo ascolta. Ama piuttosto il confronto su qualsiasi latitudine. Tralasciamo il discorso politico. Conosciamo qual è la sua posizione, l’appassionata difesa dei suoi amici nordafricani. Proviamo, invece, a conoscere un ragazzo maturo, che al suo primo colloquio di lavoro, ha compreso in un attimo quale fosse il suo futuro.

«Di questo devo ringraziare presidente e direttore di “Costruiamo” – dice Francesco  – hanno subito creduto in me, nonostante venissi da una preparazione culturale che, forse, non aveva punti di contatto con il lavoro che avrei affrontato a partire dall’ottobre del 2017. Dico forse, perché poi, evidentemente avendo, loro, una visione più completa mi avevano giudicato idoneo a svolgere il ruolo di operatore all’interno della cooperativa».Francesco Articolo - 1Un altro mondo, Francesco non si nasconde dietro un dito. «I miei genitori sono docenti, hanno studiato e insegnato, fin da piccolo, che il colore della pelle è solo il pregiudizio degli sciocchi: solo un ignorante può pensare di essere superiore a un suo simile solo perché meno “abbronzato…”». Sorride. E’ il tono giusto, disinvolto, per ribadire certi aspetti. Non è il caso di infliggere sciabolate, basta il fioretto, magari solo per un senso di difesa. «Se attacchi – riprende Francesco – hai perso la partita, vai su un terreno sul quale gli altri, quanti hanno preconcetti sui nostri ragazzi – permettetemi di usare un possessivo, sento come fossimo una sola famiglia – ti vogliono condurre, e non è il caso: troppi veleni, troppe banalità e considerazioni tanto al chilo, senza sapere di cosa in realtà stanno parlando».

Il peccato originale. «Il preconcetto, sbagliano nel considerare questi ragazzi come “invasori”: qualcuno pensa che una mattina, i nostri fratelli africani, si sono svegliati e hanno deciso di fare un giro a largo; invece, i ragazzi non invadono, ma fuggono: da malessere, ignoranza, bastonate senza pietà, proiettili che sibilano ad ogni ora del giorno e della notte; fuggono dalla fame e sognano una prospettiva umana, fatta sì di sacrifici – dove mettiamo radici e affetti cui hanno dovuto rinunciare? – ma anche di lavoro e un futuro finalmente libero e non condizionato».

Francesco e la sua esperienza all’interno di “Costruiamo Insieme”. «Vengo dai Centri per l’accoglienza e Centri per il rimpatrio, nel Barese, zona della quale sono originario; volevo spendermi al massimo per questo lavoro e quando ho chiesto strumenti con i quali insegnare ai ragazzi, ho avuto la massima collaborazione da parte della struttura: sono tornato sui libri, ho studiato, mi sono confrontato con una strada completamente nuova; ho cominciato a tenere corsi di alfabetizzazione, seguito dai miei “allievi” con la massima attenzione: perché questi ragazzi, ecco cosa sfugge a molti, vogliono imparare subito abbattere distanze e pregiudizi; vogliono spiegarsi, raccontarsi come meglio possono».Francesco Articolo - 2L’insegnamento e le emozioni di questo lavoro. «La cosa più bella è la partecipazione, l’educazione e l’impegno con cui ti rivolgono domande: quando imparano la minima nozione che ho provato a trasmettergli, per me è una grande soddisfazione; capisco quando i “miei” mi parlavano di soddisfazione professionale, di missione in questo lavoro; la magia della creazione, di un segno, una lettera, una parola, infine una frase e un ragionamento più articolato. E, mi ripeto, non è solo merito del mio impegno, ma la forza di volontà di decine di giovani che vogliono integrarsi, restare qui, sentirsi italiani, rendersi utili al prossimo».

I ragazzi imparano e insegnano. «Insegnano ogni giorno qualcosa, ma un’idea complessiva puoi fartela solo se vivi a stretto contatto con loro per diventare uno di loro; bene, il prestito bibliotecario è stato un successo: sembra un dettaglio, invece è un sensore di quello che i ragazzi vogliono fare e, sostanzialmente, imparare e trasmetterti; le prime scelte erano indirizzate a storie semplici, perché la conoscenza della nostra scrittura, parole e frasi entrassero automaticamente nel linguaggio di tutti i giorni; poi letture di scienze, infine la geografia, in particolare sull’Africa: comprendere da dove venissero e quale fosse il nostro punto di vista sui loro Paesi: bene, anche qui abbiamo da imparare; i libri di scuola ci raccontano altre storie dalle quali siamo distanti anni-luce…».

Altro insegnamento. «Mi hanno aiutato a comprendere la diversità culturale, il loro essere cristiani, ortodossi, musulmani; un altro mondo verso il quale dovremmo cominciare a fare un passo; di più: un viaggio».

«Equità e giustizia»

Don Marco Gerardo, preparatore spirituale, parroco del “Carmine”

«Il Signore riceve tutti allo stesso modo. Una volta era più semplice dialogare con il territorio, il sacerdote restava in sagrestia; meglio del catechismo l’esperienza di tipo comunitario. Vocazione in crisi, manca una prospettiva progettuale. I laici: non più destinatari, bensì autori di missioni»

Don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine, a Taranto, preparatore spirituale della Confraternita del Carmine è l’ospite del giorno di “Costruiamo Insieme”. Con lui, scambi di battute su chiesa, cristianità, vocazione e rapporto con il territorio.

Cominciamo dall’approccio cristiano con la comunità cattolica.

«Una volta, ai tempi di una società socialmente e culturalmente cristiana, per le comunità attive, quelle che noi chiamiamo parrocchie, era molto più semplice dialogare con il territorio; oggi non è altrettanto semplice, in quanto viviamo in una società “scristianizzata”, che però avverte ancora il bisogno del trascendente e del divino; cosa può fare la comunità cristiana: raccogliere le istanze, non rimanere chiusa nella volontà di utilizzare linguaggio e sistema che andavano bene cinquant’anni fa, e tentare di cogliere la sfida positiva».

Quali sono, oggi, le istanze dei cattolici, dei suoi parrocchiani?

«Una volta il parroco poteva starsene in sagrestia. Oggi le istanze riguardano difficoltà contingenti la vita e bisogni materiali; accanto a questo, la domanda centrale diventa: perché accade tutto ciò che accade?».GERARDO Articolo 01Il parroco visto come “pastore di anime”, è ancora così?

«In un certo senso ancora sì, talvolta anche nei nostri convegni ecclesiali teniamo lunghi confronti su come fare il parroco, quali sono le modalità differenti rispetto al passato; è anche giusto farlo, anche se c’è una cosa che non è cambiata e mai deve cambiare: la prossimità, la vicinanza alle persone; forse non hai le risposte giuste nel momento in cui le persone ti rivolgono domande, ma devi far sentire comunque la tua vicinanza: una volta il parroco poteva chiedere favori per conto di un parrocchiano, perché il parroco era il parroco, oggi non è più così. Ma, sia chiaro, la gente non chiede sempre la soluzione del problema, talvolta auspica anche la sola vicinanza».

Catechismo, catechesi, cosa è cambiato rispetto al passato.

«Quando sono arrivato alla chiesa del Carmine di Taranto, ho espressamente chiesto ai catechisti di non divulgare un approccio dottrinario nei confronti dei bambini, bensì fare in modo che questi potessero fare una esperienza di tipo comunitario; il fascino della fede si trasmette attraverso un’esperienza di vita e non con dei contenuti teologici; nel frattempo sono cambiati i linguaggi, una volta esistevano i libri, oggi a farla da padrone ci sono gli strumenti multimediali».

In passato c’era più vocazione al sacerdozio.

«Vero, un tempo era diverso; una ragione, immediatamente comprensibile, era il clima sociale e culturale: ovvio che dove la fede cristiana è socialmente e culturalmente condivisa, è più facile pensare alla propria vita come a una vita di dedizione al Signore e alla sua Chiesa; altro particolare: oggi la vocazione è messa in crisi dalla mancanza di una prospettiva progettuale per la vita; la stessa parola “progetto” è complicata, tempo addietro indicava un orientamento di vita a lunga scadenza; oggi se parli di progetto ai ragazzi, questi scappano via, in quanto evoca il “contratto a progetto”, cioé quanto di più breve ci sia. Quello che indicava “orientamento per tutta la vita” adesso indica un breve pezzo di strada; anche a livello terminologico: proviamo a proporre ai ragazzi un progetto di vita, la loro risposta: “vorremmo qualcosa di più duraturo”».
GERARDO Articolo 02I poveri, gli ultimi, il sostegno e una mensa riservata ai più sfortunati. Se non ci fossero i fedeli, le confraternite, tutto sarebbe più complicato.

«Assolutamente sì, la Chiesa non è il parroco, ma la comunità di cui il parroco è guida e pastore; anche questa è una scoperta che la chiesa cattolica ha ripreso a fare con il Concilio Vaticano II, con all’interno il protagonismo dei laici nelle scelte direttive della chiesa; dallo scorso anno abbiamo cominciato una bella esperienza con le “missioni parrocchiali”: abbiamo diviso il territorio in cinque zone, così che i laici della parrocchia, presi trasversalmente – fascia d’età e gruppo ecclesiale di appartenenza – creiamo cellule missionarie formate da quattro, cinque persone: loro, secondo un programma precedentemente indicato a ciascuno stabile esistente nelle zone interessate, si recano ad incontrare le famiglie, a raccontare la loro esperienza di fede; svolto questo primo percorso, invitiamo le stesse famiglie a partecipare a una celebrazione conclusiva che si tiene in un luogo non lontano dalla chiesa di appartenenza; un esempio: lo scorso anno abbiamo fatto la zona di Lungomare, corso Due mari e celebrato messa in piazza Carbonelli; quest’anno stiamo pensando di spostarci in una zona dalle parti di via Pitagora, via Mignogna, piazza Maria Immacolata: i laici visti non come destinatari delle missioni, ma autori di missioni».

Dunque, anche la chiesa oggi fa marketing.

«Certamente».

Lei, don Marco, a chi prega quando si rivolge al Cielo?

«Le mie preghiere le ho sempre rivolte a Gesù e alla Madonna; chiedo scusa ai Santi, che prego poco e niente; la mia vita è consacrata al Signore ed è a lui che mi rivolgo costantemente…».

Don Marco, lei viene “ricevuto” prima di altri?

«No, il Signore riceve tutti allo stesso modo: almeno in questo c’è equità e giustizia».

Salviamo le balene!

Biodiversità e altre misure in soccorso di cetacei di ogni tipo

L’impegno del Wwf che celebra il “World Whale Day”. La varietà di organismi presenti nei rispettivi ecosistemi possono compiere il “miracolo”. Sofferenze a causa di sonar delle imbarcazioni e rumori, conducono questi animali di taglia gigantesca fino al suicidio. Fra qualche decennio potrebbero scomparire. 

Grazie alla ricchezza di biodiversità presente nel triangolo fra Liguria, Costa Azzurra e Corsica, spazio di mare unico nel Mediterraneo, si possono osservare cetacei di ogni tipo. Dalla balenottera comune al capodoglio, dai fantastici globicefali a delfini, stenelle e lo zifio, odontocete particolarissimo che soffrirebbe, però, i sonar delle imbarcazioni e i rumori che possono portarlo fino al suicidio.

Detto del paradiso marino, la notizia che circola in questi giorni è di quelle allarmanti. In buona sostanza, se non si ridurranno emissioni, sovrapesca e effetti del riscaldamento globale, nel 2100 metà delle specie di balene in circolazione rischieranno l’estinzione. Subito una nota di conforto, ma che va sostenuta, evidentemente. Grazie a decenni di politiche di protezione in alcune parti del mondo la condizione delle diverse specie di balene poco per volta va migliorando. Ma, attenzione, il rischio non è affatto debellato: sei specie su tredici potrebbero ancora scomparire, anche se diverse popolazioni stanno tornando a crescere di numero.

In questi giorni ovunque si sta celebrando il “World Whale Day”, la giornata mondiale delle balene. Giganteschi, quanto complessi animali indispensabili per gli ecosistemi marini per anni sono stati oggetto di una caccia selvaggia. Negli oceani di tutto il mondo, che ricoprono il 70% della superficie terrestre,  come si diceva, se non dovessero essere ridotte emissioni, una pesca spropositata e contenuti gli effetti del riscaldamento globale, fra ottant’anni metà delle specie marine rischieranno l’estinzione, fra queste anche le balene.

Nel Nord Atlantico, sono ormai pochissimi gli esemplari. Per fortuna, in altri mari del mondo le balene continuano a “cantare”. Ma per metterle al riparo davvero, dal traffico marittimo e all’inquinamento da plastica, è necessario uno sforzo maggiore. Secondo associazioni ambientaliste, entro i prossimi dieci anni bisognerà garantire che in un terzo degli oceani del mondo si vadano ad individuare aree marine protette. Oggi ridotte a un misero 2%.

L’occasione della Giornata mondiale delle balene, ricorda pertanto l’importanza di proteggere le specie che vivono nel Santuario marino di Pelagos (accordo sottoscritto fra Italia, Francia e Principato di Monaco a protezione della zona), specificando come inquinamento da plastica e traffico marittimo continuino a minacciare i cetacei che vivono in quest’area protetta da vent’anni, da quel 1999 in cui fu sottoscritto un accordo di protezione fra vari Paesi.

Pelagos conta oggi la più alta presenza di cetacei nel Mediterraneo per numero e densità: basta imbarcarsi in una delle tante spedizioni di “whale watching” (osservare le balene) organizzate da associazioni ambientaliste per rendersi conto della presenza e la bellezza di questi animali. Dalla stessa Liguria partono anche le spedizioni scientifiche che, come quelle realizzate da Wwf o dai Plastic Busters dell’Università di Siena, certificano come quell’area di maree non sia esclusa dal problema dell’inquinamento da plastica.

«Oggi la concentrazione di microplastiche nel Mediterraneo – scrive il WWf in una nota –  è circa quattro volte superiore a quella dell’isola di plastica scoperta nell’Oceano Pacifico.  A questa minaccia se ne aggiunge un’altra ancora poco conosciuta e studiata : l’inquinamento acustico. La presenza di numerosi porti come Genova, Livorno, La Spezia, Marsiglia e altri minori formano di fatto un’area densamente occupata da varie tipologie di navi con un forte contributo nei mesi estivi per le rotte turistiche. Le classi navali passeggeri e commerciali (cargo e tanker) rappresentano la maggior parte del naviglio che insiste nell’area e ciascuna produce un rumore a bassa frequenza che si propaga per decine di chilometri. In particolare l’alta densità navale presente in Pelagos impatta come sorgente diffusa e continua».

«Pelagos – prosegue la nota del WWf – è un’area soggetta a questo traffico e per preservare la salute dei cetacei il Wwf chiede il rilancio del Santuario e un supporto perché sia garantita una protezione efficace della popolazione di cetacei nel nostro mare. A Pelagos devono essere adottate misure che facciano esplicito riferimento alle linee guida sul rumore sottomarino valide in ambito internazionale».

«Le mie due famiglie…»

Haroon, pakistano, trentatré anni, operatore

«Moglie, tre figli, ho realizzato il mio futuro con “Costruiamo Insieme», dice “cavallo veloce”. «A diciannove anni, prima a Dubai poi in Libia, come tecnico di sistemi di allarme; tornato a casa, ho conseguito un titolo di studio, l’equivalente fra geometra e ingegnere… Nel 2016 l’occasione della mia vita con la cooperativa».

«Mi sento in famiglia e io, che di famiglia ne ho già una, so bene di cosa parlo…». Haroon, “cavallo veloce” nella sua lingua, pakistano di trentatré anni, ha chiaro il concetto. Da due anni e mezzo, operatore di “Costruiamo Insieme”, infatti sa perfettamente di cosa parla. «Grazie alla cooperativa ho potuto pensare a realizzare il mio sogno, ho moglie e figli, guardo al futuro con più serenità». Parla e osserva con discrezione il suo orologio da polso, guarda l’ora. «Abito e lavoro a Martina Franca – spiega – i primi tempi qualcuno aveva una certa diffidenza nei confronti miei e della mia famiglia: ci vedeva come se fossimo invasori…». Ma Haroon è veloce, come se fosse un cavallo di razza. Ha studi, carattere e voglia di integrarsi. Ci mette davvero poco a farsi conoscere. «Accettare? Non è una bella cosa da dire, diciamo che sono riuscito ad allacciare i primi rapporti con quelli che avevano qualche riserva mentale nei miei confronti: qualcuno, più avanti, mi ha spiegato che una ventina di anni prima erano arrivati stranieri da altri Paesi, non dall’Africa, né dal mio Pakistan, e che quelle esperienze non le hanno mai considerarle positive…». HAROON articolo 01BASTA SAPERLO, MA PRIMA GLI EMIRATI…

Basta saperle le cose, informarsi, spiegarsi. Mostrare di avere voglia di stare sul territorio nel rispetto reciproco. «Non puoi pretendere siano gli altri a portarti rispetto – dice Haroon – se non sei tu il primo a mostrare la stessa disponibilità nei confronti del prossimo: ci ho messo poco, oggi ho un ottimo rapporto con la gente del posto, ho considerato il periodo di ambientamento come una cosa fisiologica, normale; io e mia moglie non siamo andati a vivere in un’altra città, ma in un altro Paese, dunque altra mentalità, altre abitudini, oggi mi sento italiano a pieno titolo…».

Mai pensare di sapere già tutto. «Mi impegnavo, apprendevo in qualsiasi Paese andassi, il mio obiettivo era imparare per poi tornare a casa, in Pakistan, e utilizzare gli studi per essere utile alla mia gente». Più o meno metà dei suoi trentatré anni, Haroon li ha impegnati in altre esperienze, sempre lontano da casa. «Da quasi quattro anni vivo in Italia, ho un lavoro grazie alla cooperativa “Costruiamo Insieme”, che non finirò mai di ringraziare per l’occasione che mi ha dato; oggi ho moglie e tre figli: primogenita femminuccia, gli altri due sono nati a Martina Franca; la mia signora fa l’estetista, mi dicono sia molto brava, lavora senza con questo trascurare i nostri figlioli».

Una storia, quella del giovane operatore pakistano cominciata più di qualche anno fa. Fissa ancora l’orologio, riprende il racconto. «A diciannove anni – prosegue – hai voglia di fare tutto e subito, mettere insieme un bagaglio di esperienza tale per poi tornare a casa; così mi trasferii a Dubai, negli Emirati Arabi, dove lavorai per quattro anni in un’azienda che si occupava di sistemi di allarme, un bel lavoro, anche se volevo studiare e crescere professionalmente. Tornai, dunque, in Pakistan e conseguii un titolo di studio equiparabile a un diploma fra geometra e ingegnere. Finiti gli studi, altra occasione di lavoro, sempre nell’impiantistica dei sistemi di allarme: stavolta in Libia, altri quattro anni, il governo di allora incoraggiava lo sviluppo, fino a quando non scoppiò la guerra civile e di colpo diventò tutto più complicato; difficile trovare di che sfamarsi, avevano dato alle fiamme l’aeroporto, distrutto buona parte delle vie di collegamento, non potevo più tornare indietro, cioè in Pakistan; unica soluzione: l’imbarco, sperare che oltre il Mediterraneo ci fosse un’altra occasione di lavoro; il lavoro, il mio chiodo fisso; non amo l’assistenza, le cose devo guadagnarmele con il sudore della fronte, il massimo impegno: sposato nel 2013, sentivo sulle mie spalle anche il peso della famiglia».HAROON articolo 02LA LIBIA, LA GUERRA CIVILE, L’ITALIA

Dunque, il viaggio. «Mi informai, c’era qualcuno che stava organizzando un viaggio per l’Italia, occorrevano soldi, misi mano a quelle poche risorse economiche rimaste e ci imbarcammo: eravamo in centoventi, più o meno famiglie siriane, pakistane… Dieci ore in mare, poi all’orizzonte una nave militare italiana; l’equipaggio ci prese a bordo e ci accompagnò all’hot spot di Taranto: fummo ospitati per qualche mese fra Martina e Taranto, infine il passaggio al Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, quando un bel giorno – come vuoi definirlo il giorno che imprime una svolta alla tua vita… – un mio connazionale mi presenta il presidente della cooperativa, Nicole Sansonetti; un colloquio, la sensazione di aver fatto una buona impressione e dall’ottobre del 2016 il mio lavoro da operatore; parlo diverse lingue: italiano, inglese e arabo le principali, poi pastum, urdu, panjab…».

Operatore, massima professionalità. Svelato lo sguardo ripetuto al suo orologio da polso. «Devo tornare a Martina, devo essere lì intorno alle 17; devo muovermi prima, metti che sulla strada mi imbattessi in qualche imprevisto». Professionale, Haroon, “cavallo veloce” ma prudente. «Una delle due famiglie mi attende, mi ritengo molto responsabile: affetto e stima puoi solo guadagnarteli con il massimo impegno, come operatore a “Costruiamo Insieme”; come marito e genitore fra le mura domestiche».

“Costruiamo”, protagonista a teatro

“Grease” all’Orfeo, una serata straordinaria

Un roll-up nel foyer, un palco per i nostri ragazzi, la menzione prima dello spettacolo, i selfie, gli applausi. Le interviste esclusive a Giulio Corso e Lucia Blanco, i due protagonisti del famoso musical. 

Prima dello spettacolo l’atmosfera è elettrizzante. I ragazzi di “Costruiamo Insieme” si sentono in qualche modo protagonisti della serata. Al teatro Orfeo di Taranto va in scena “Grease” (“Brillantina”), uno dei musical più fortunati di sempre. Trasversale a più generazioni, ma soprattutto uno spettacolo che ha avuto successo in tutto il mondo, a qualsiasi latitudine. Le vicende e le canzoni di Danny e Sandy sono note a tutti. Dunque, la partecipazione. Ma, attenzione, il protagonismo cui i nostri ragazzi cui alludono, è una serta che pare confezionata su misura. Nel foyer, cioè all’ingresso del teatro, c’è un roll-up, un manifesto che evidenzia “Costruiamo Insieme”. Accanto a questo, due belle signorine. Forniscono i programmi di sala. Sorriso smagliante, quando in teatro arrivano i ragazzi che la cooperativa ha indicato in settimana. C’è un turn-over concordato con Renato Forte, direttore artistico della Stagione teatrale promossa dall’associazione culturale “Angela Casavola”. Ad ogni spettacolo in cartellone, dalla segreteria vengono indicati i nomi di quanti sono interessati ad assistere a uno dei titoli in programma. E’ lì che scatta il selfie. Il palco a ridosso delle scene è sempre lo stesso. I ragazzi sorridono, le foto circolano sul gruppo whatsapp. C’è un principio di invidia in chi li legge, ma dura un istante. «La prossima volta», risponde qualcuno, «toccherà a me e ad altri fratelli». E’ così che va, questa esperienza è davvero entusiasmante. Poi c’è il presentatore, Forte, che introduce lo spettacolo ricordando l’impegno della cooperativa. RANCIA Articolo 1 - 1“COSTRUIAMO”, UN IMPEGNO DA APPLAUSI

«“Costruiamo Insieme” – dice il direttore artistico  – da tempo impegnata nel sociale, è una cooperativa nota non solo per l’attività di accoglienza di extracomunitari; in diverse occasioni, infatti, ha svolto opera di volontariato: operatori e collaboratori sono quotidianamente impegnati per le fasce più deboli, anche nell’assistenza anziani, quella dei disabili, collaborando con le istituzioni e svolgendo, con queste, opera di mediazione principalmente nelle relazioni con i richiedenti asilo; inoltre, oggi è anche impegnata anche in attività interessate all’agricoltura biologica».

Il presentatore prima di introdurre lo spettacolo, prosegue. «Per chi ancora non ne fosse al corrente, ricordiamo che “Costruiamo Insieme”, possiede un sito (www.costruiamoinsieme.eu ndr) e una web radio con la quale oggi svolge una puntuale informazione con cui, fra l’altro, affianca l’associazione “Angela Casavola”. Fra gli obiettivi di questa connessione fra associazioni, lo scambio interculturale attraverso il teatro. E’ per questo motivo che l’associazione culturale “Casavola” ha inteso invitare ad ogni occasione una rappresentanza di operatori e ospiti delle strutture gestite dalla cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”». Parte l’applauso dalla platea.

GREASE, DANNY E SANDY, UNO SPETTACOLO

Si va a cominciare. “Grease”, è uno dei titoli di punta della produzione della Compagnia della Rancia. Il successo di uno spettacolo, come il musical, viene confermato dai dettagli. Giulio Corso e Lucia Blanco erano Danny e Sandy, interpretati al cinema da John Travolta e Olivia Newton-John. Con noi scambiano volentieri due battute.

Corso. «Il nostro è un “Grease” 2.0, rinnovato nel linguaggio – dice l’attore – se qualcuno ha tempo, andasse a informarsi sulle altre edizioni di questo musical: si accorgerà che nel tempo la favola di Danny e Sandy ha registrato evoluzioni; una storia scritta negli Anni 70, ma che raccontava gli Anni 50 americani: nelle intenzioni era indirizzata a quelle generazioni, se volevi darle ulteriore interesse la rilettura doveva essere fisiologica».

A proposito del paragone con il film. «Nel nostro “Grease” – riprende Corso – non ci sono macchine volanti, abbiamo però un’altra cosa che il grande o piccolo schermo che sia, non può dare: la magia del teatro, di quanto accade in quell’istante e non accadrà mai più da nessun’altra parte; così la nostra “brillantina” è storia, emozione: stavolta si entra nella psicologia, non solo in quella dei protagonisti; nel film i personaggi di contorno vengono sfiorati, trattati a colpi di flash, nel nostro musical ognuno di questi vive e racconta la sua storia».

Quando attaccano le canzoni più conosciute, il pubblico, giovane e meno giovane, si spella le mani. «E’ una sensazione straordinaria, come se il pubblico diventasse tuo complice e si facesse accompagnare per mano dove tu vuoi portarlo e cioè a canzoni rimaste nella storia del musical, che poi sono, fra le altre, “Sei perfetta per me” e “Restiamo insieme”: dal palco si avverte il “friccicore”, come dicono i romani, il pubblico aspetta a braccia aperte quel momento lì…».RANCIA Articolo 2 - 1MUSICAL, NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE

Che lavoro è quello dell’attore, dell’attrice in un musical. «Non si finisce mai di imparare in questo mestiere – conclude Corso  –anche se il personaggio è sempre lo stesso non bisogna avere cali di concentrazione; l’approccio a questo lavoro, mi è stato insegnato, deve essere come lo studio universitario; mai sentirsi appagati, la troppa sicurezza gioca brutti scherzi; nonostante si sia quasi alla fine di questa edizione, proseguiamo nelle prove, lavoriamo sui dettagli, che poi è il segreto di questo lavoro: non si arriva alla perfezione, ma stai sul pezzo e il pubblico questo lo avverte».

Lucia Blanco, la sua Sandy. «Avevo la sensazione di sentirmi lontana da lei – spiega – quando invece, poco per volta, mi sono ritrovata nel personaggio: c’è voluto del tempo, ma alla fine è andata più che bene, suppongo». Sorride la Blanco. «Sono esuberante, ma Sandy mi ha accompagnata nel suo mondo: c’è voluto tempo, però ho scoperto poco per volta sensibilità, dolcezza del personaggio, scoprendo anche cose su di me che, evidentemente, tenevo nascoste da qualche parte».

Completato un ciclo di rappresentazioni di grande successo, il meritato riposo. «Chi fa questo lavoro non pensa mai alla pausa; sì la stanchezza, il riposo, ma si volta pagina, ci si prepara ai provini per le prossime rappresentazioni: certo, “Grease” sul mio curriculum sarà riportato a caratteri cubitali, come la mia esperienza con la Compagnia della Rancia cominciata una decina di anni fa; dunque, in attesa del prossimo musical, ti toccano sempre danza, recitazione, esercizi. E’ dura, ma non saprei fare a meno di questo lavoro».

UN LAVORO DI SQUADRA

Un lavoro di squadra, questo è anche un musical. «Deve funzionare tutto alla perfezione: comprimari e tecnici sono importanti quanto i personaggi principali; lo sono i macchinisti, gli addetti all’audio, alle luci; una canzone, in teatro, è fatta di mille componenti che devono funzionare insieme alla perfezione».

Anche la Blanco ha visto il film. «Ma lo hanno visto tutti, anche più di una volta! Qualcuno nelle interviste ti chiederà sempre se ti sei confrontata con l’opera con Travolta e la Newton-John, dunque devi esserne consapevole; detto questo, il musical italiano ha avuto come protagonista Lorella Cuccarini, che io amo, e non puoi sfuggire a un confronto a distanza; la soluzione sta nel rileggere il personaggio, Sandy, a modo tuo; io ci ho provato, penso di esserci riuscita; lo stesso Giulio, ha dato la sua impronta a Danny, personaggio iconico interpretato da John Travolta. Questa è la magia di un classico e, se permettete, del teatro».

«Forza Taranto!»

Una rappresentanza di “Costruiamo Insieme” allo “Iacovone”

«E’ stata una grande emozione», dicono i ragazzi che hanno assistito alla gara interna contro il Savoia. «E’ stata una bella esperienza. Abbiamo tifato con bandiere e cori, sarebbe stato un peccato se i rossoblù avessero interrotto la lunga serie positiva». Whatsapp e l’anteprima, il team calcistico della cooperativa e l’incoraggiamento del presidente.STADIO ARTICOLO 02 - 1«Goool!». La vittoria allo stadio “Iacovone” di Taranto arriva all’ultimo respiro. A tempo scaduto, quando sembra che il finale a reti inviolate sia stato già stato scritto. Un attaccante della squadra rossoblù, Croce, all’ultimo assalto alla porta avversaria si avventa sull’ultimo pallone giocabile e mette in rete, alle spalle dell’estremo difensore del Savoia. «Goool!».

I ragazzi di “Costruiamo Insieme”, invitati in tribuna ad assistere alla gara Taranto-Savoia liberano finalmente tutta la loro felicità. Esplodono di gioia, in ordine sparso: Sillah, Ismail, Mbalo, Bubacar, Allul, Abdou, Mbaye. Non sono gli unici ad urlare di gioia. Con loro, si uniscono ai cori: Diakite, Ove, Abraham, Zazou, Abdoul e Talikani. E’ la delegazione al completo di “Costruiamo Insieme”, ragazzi venuti da Gambia, Sudan, Senegal, Mali, Nigeria, Costa d’Avorio e Ghana.

«Quando è arrivato il novantesimo – confessa Sillah – abbiamo temuto che il Taranto interrompesse la sua serie positiva di vittorie: qualcuno avrebbe potuto dire che eravamo stati noi a portare sfortuna; nel calcio, lo so benissimo, esiste questo e altro: quando la vittoria non arriva i tifosi – e fra questi mi ci metto anche io  – si rifugiano nella scaramanzia e non sapendo a chi dare la colpa, prendono a prestito le situazioni più singolari: singolare, per esempio, era il fatto che noi stessimo lì, in quel momento: invece il Taranto, il nostro Taranto, perché abbiamo“il cuore rossoblù, bevime a’ birra Raffo e ninde cchiù”, non si è smentito: ha vinto e infilato l’ottava vittoria consecutiva!».
STADIO ARTICOLO 04 - 1UN CALCIO ANCHE ALLA SORTE…

Bella sensazione. «La squadra aveva giocato bene – racconta ancora Sillah, portavoce del gruppo e coordinatore della spedizione partita da “Cavallotti” – e sarebbe stata un’ingiustizia se non avesse vinto, perché fino a quel momento il Taranto aveva dominato: certo, gli avversari meritano rispetto, erano stati bravi a contenere gli assalti rossoblù, anche con qualche falletto in più, ma D’Agostino, faro del centrocampo, e i suoi compagni, nella ripresa hanno meritato il gol-vittoria!».

Il portavoce della cooperativa parla della gara come se fosse un opinionista consumato di una delle tante tv private. Lui stesso gioca al calcio, è uno dei punti di forza di “Costruiamo Insieme”, squadra che si sta facendo onore nel torneo disputato a Talsano. Parla del Taranto, ma pensa già, come fosse un professionista in una conferenza-stampa, al prossimo avversario, il Proficta Team. «Adesso dobbiamo concentrarci sul nostro torneo – dice – pensare a fare bene, chi non può seguirci vuole essere aggiornato con messaggi sul nostro gruppo: stiamo facendo ottime gare, incassiamo i complimenti degli avversari e dei nostri sostenitori – il più accanito è il nostro presidente, Nicole Sansonetti – che ci incoraggiano nonostante qualche colpo a vuoto, ma tutti sanno che l’impegno da parte nostra non manca mai».STADIO ARTICOLO 03 - 1LA VIGILIA SUL GRUPPO WHATSAPP

Il gruppo su whatsapp. La domenica ha un prologo. I ragazzi sabato sera mostrano già cartelli e bandiere che sventoleranno allo “Iacovone”. Sono entrati già in clima-gara. Colori inequivocabili, rosso e blu. Esiste solo una squadra nei loro cuori. Certo, c’è la nazionale del loro Paese, anche qualche team inglese o spagnolo, perché i ragazzi hanno il palato fino, ma il Taranto è il Taranto. Sul gruppo partono i cori, quelli che intonano in Curva Sud, cuore del tifo rossoblù. I ragazzi li conoscono ormai a memoria. Da quando sono a Taranto, lavorano o sono ospiti del Centro di accoglienza, hanno avuto modo di diventare amici di molti ragazzi e tifosi tarantini. Insieme allo stadio, in Curva, ad emozionarsi per una squadra che segue il sogno di una promozione nella serie superiore, in C, che poi è l’anticamera della tanto sospirata serie B.

«Un passo per volta – dicono i ragazzi – pensiamo prima a questo campionato, poi un pubblico così caloroso potrà spingere questi ragazzi anche in serie B, ma adesso niente distrazioni». Sono saggi i nostri ragazzi che scuotono la tribuna, dove il calcio è più ragionato che vissuto. Magari i ragazzi vorrebbero liberare cori, urla insieme con gli altri tifosi più appassionati. Così assistono alla gara Taranto-Savoia in modo composto. Ma quando arriva a tempo scaduto la rete di Croce, tutto l’aplomb va a farsi benedire. E allora, «Goool! Goool! Goool!». Abbracci, bandiere al vento e scritta in bella mostra. «Costruiamo Insieme è con voi – Forza Taranto!».

«Un sogno distrutto»

Brasile, un rogo provoca dieci morti nel Centro sportivo del Flamengo

Cercavano di smarcarsi dalla povertà. Felici di essere stati selezionati. Avevano in mente la storia di Ronaldinho, stella brasiliana per cui aveva tifato anche l’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro.

«Un dolore immenso!». Un sogno infranto. L’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, non trova le parole. Il dolore, “immenso”, quello sì. Non potrebbe essere altrimenti. Una decina di ragazzi delle giovanili del Flamengo, la squadra più popolare del Brasile, ha perso la vita in un incendio sviluppatosi nel Centro sportivo nel quale ragazzi in età fra i quattordici e i diciassette anni, dormivano. Fa male per qualsiasi essere umano, qualsiasi creatura di Dio, figurarsi provare quel dolore immenso per dei ragazzi che accarezzavano un sogno, diventare bravi e famosi come Ronaldinho, fuoriclasse per il quale l’arcivescovo di Taranto aveva tifato ai tempi del Brasile. Quei dieci ragazzi non volevano fare altro che smarcarsi dalla povertà e fare dello sport nazionale un lavoro.

Dolore e vicenda, dunque, riconducono sua eccellenza indietro negli anni, nella sua Rio de Janeiro, vescovo di Petròpolis a partire dal 1996, quando aveva costante contatto con la gente povera, quella delle favelas. Calcio brasiliano in lutto. Un incendio in un Centro sportivo del Flamengo, dove si era allenato anche il milanista Lucas Paquetà, ha causato una strage di giovani calciatori. Tutti giovani giocatori del vivaio, riporta La Gazzetta dello Sport. Ci sono anche tre feriti, uno è molto grave. Il destino si è accanito ancora una volta sulla povertà, su un sogno. DOMENICALE - 1 copiaI ragazzi selezionati dal Flamengo, felici di comunicarlo a papà e mamma. Felici di non pesare su un esangue bilancio familiare per qualche mese, forse per tutta la vita. Perché se fosse andata bene – ma è andata male –   quel provino nelle giovanili del Flamengo  avrebbe forse generato benessere, un contratto milionario in Europa. E, invece, niente di tutto questo. Un corto circuito, durante la notte, fra fuoco e fiamme spazza via un sogno.

Volevano smarcarsi da una vita fatta di fame e stenti. Lì dove esistono regole e regole. Chi le accetta, chi le combatte. Chi porta la parola di Dio, nonostante qualcuno prova ad imporre il proprio credo a pallottole, come i trafficanti di droga. Sua eccellenza ce lo ha ricordato, la missione in Brasile non è stata una passeggiata di salute. «Durante una Processione delle Palme, in una favela, davanti a un bar, “padroni del traffico” ostentavano le pistole nella cintura: non ci pensai un attimo, mi staccai dalla processione, entrai nell’esercizio commerciale e invocai il rispetto per il Rito, per la Chiesa; quello che sembrava essere il “boss”, invitò gli spacconi a fare sparire le armi».

Non solo in Brasile. «Anche a Taranto mi è capitato di perdere la pazienza: avevo la sensazione che non tutti prestassero attenzione alla città; andai perfino a Roma per farmi sentire: viviamo nel dramma e la politica deve assicurare lavoro e salute». A proposito di migranti, l’arcivescovo Filippo Santoro non perde occasione. Rinnova l’appello al rispetto della preghiera e delle religioni. «E’ alla base della civiltà. La nostra parte l’abbiamo sempre fatta, abbiamo già invitato i musulmani a recitare il Padre nostro, che nella loro dottrina fa riferimento ad Abramo. La libertà più grande è proprio questa: accogliere e consentire agli altri di pregare il proprio Dio».

«Mi chiamano “mamma”!»

Federica, tarantina, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Conoscere mondi diversi ha sempre esercitato grande fascino. Ragazzi straordinari, imparano le nostre regole, ma ci insegnano anche tanto. Prima avvertivano smarrimento, oggi si sono integrati»FEDERICA 01«Se amo questo lavoro? Da morire!». Due brevi frasi, espressioni tipiche di chi a Sud ha la passione e risponde senza un minimo dubbio. Due colpi, dritti al bersaglio. Federica, operatore all’interno di “Costruiamo insieme”, li lascia partire senza pensarci due volte.

Federica, tarantina, ha da poco messo piede negli “enta”. Per molti dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza curati dalla cooperativa sociale, lei è la “mamma”. «Come fossero dei neonati – dice – è una delle prime parole in italiano che imparano e io sono orgogliosa di aver guadagnato sul campo questa loro fiducia; per loro, “mamma” non significa solo “genitore”, anche se ne avvertono, e tanto anche, la mancanza: è, invece,  il massimo valore che possano attribuire a una persona con cui aprirsi liberamente. Ti vedono come qualcuno disposto ad ascoltarli in qualsiasi momento, qualcosa a cui aggrapparsi – lontani migliaia di chilometri da casa – per risolvere un problema, talvolta piccolo, ma ingigantito dall’informazione che per chi non conosce bene l’italiano inevitabilmente  assume contorni a prima vista preoccupanti».

Così scatta la domanda e solo “mamma” può rispondere. «Per loro ogni operatore di “Costruiamo”  è un qualcosa cui fare riferimento ad ogni occasione e noi siamo qui, disponibili a spiegare problemi ed eventuali soluzioni che questi richiedono». Ma ci sono anche i contrattempi, fare da tutore a volte complica le cose. «Basta comprendere che non sei tu l’oggetto del loro disappunto; certo, raccogli il loro sfogo, ma le cose basta spiegarle con calma e tutto diventa più semplice; i disappunti: documentazione, domande, richieste d’asilo, carta d’identità, codice fiscale, tanto per intendersi; per loro arrivare in Italia è stato come fare un salto nel buio, tante cose – la burocrazia in primis – non le conoscevano; adesso stanno prendendo una certa familiarità con le documentazioni varie; e se prima a manifestare disagio erano in dieci – faccio un esempio – adesso sono solo un paio, per giunta aiutati dai loro connazionali che spiegano l’iter con il sorriso di chi con il burocratese oggi ha una certa confidenza».FEDERICA 02INSEGNIAMO L’ITALIANO, IMPARIAMO LA TOLLERANZA

«Quando posso – prosegue Federica – aiuto ad aggiornare documentazioni varie, faccio da responsabile di segreteria, tengo brevi corsi di alfabetizzazione; quest’ultimo compito lo assolvo come fossi una insegnante in tutto e per tutto: vedere i ragazzi prendere appunti sui loro quaderni, seguirti e, a volte, precederti nelle risposte, è una grande soddisfazione; capisco cosa possa significare per una insegnante a tempo pieno vedere sotto i propri occhi il miracolo della scrittura, delle prime parole in italiano, la spiegazione da parte dello “studente” che dimostra quanto la lezione sia andata a buon fine».

Cosa raccontano i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza a Federica. «Tanti episodi, ho la pelle d’oca solo a pensare ad alcuni episodi che mi hanno raccontato: ma la prima cosa che mi viene in mente è la mortificazione: quello che qualcuno di loro prova nel camminare per strada o viaggiare su un bus e sentirsi oggetto di cattiverie gratuite; frasi ingiuriose, che i ragazzi oggetto di battutacce fanno finta di non capire, perché anche questo è il nostro compito insegnare loro ad essere tolleranti, a non accettare provocazioni, a sorvolare; ma, diciamola tutta, gran parte dei tarantini hanno un buon rapporto con i ragazzi, ovunque c’è la cosiddetta voce fuori dal coro, ma basta isolarla, non pensarci».FEDERICA 03GLI SPIRITOSI SI CHIAMANO “MONELLI”

Tra gli ospiti, qualcuno stecca? «In percentuale bassissima, vogliamo chiamarlo “monello”? Quello che mette a dura prova la pazienza risiede in ogni famiglia “normale”, di solito è quello  disposto a polemizzare a qualsiasi costo. Succede, ma tutto è sotto controllo, così se uno eccede in “spiritosaggini”, viene subito contenuto. E sapete da chi? Dai loro stessi connazionali, ma anche dai miei stessi colleghi africani!».

Mosche bianche. «Gran parte è gente adorabile, non sa come sdebitarsi per le attenzioni nei loro confronti, che poi fanno parte del tuo lavoro, perché la nostra è una missione: non puoi fare questo lavoro per un certo numero di ore e per il resto della giornata parcheggiare la tua coscienza; così accade che ogni giorno, all’ora di pranzo qualcuno di loro ti inviti a sederti al suo tavolo, a mangiare; oppure al mattino o nel pomeriggio ti offra un caffè: non pensate mai alla consuetudine, questi ragazzi arrivano da un altro mondo ed è come se qualcuno gli avesse detto: “Bene, metà di tutto quello che avete imparato fino ad oggi mettetelo da parte, da adesso siete in un altro Paese e le regole sono cambiate!”. E’ dura e io e i miei colleghi di “Costruiamo Insieme” aiutiamo i ragazzi ad inserirsi nel nostro tessuto sociale».