«Voglio una famiglia»

Saikou, guineano, meno di venti anni, una vita da orfano

«Formarne una al più presto, avere figli, stringerli e trasmettere loro il calore e l’affetto che a me è mancato. La prigionia, le botte, poi la fuga verso la libertà. Qui ho trovato accoglienza, un corso da saldatore e un lavoro saltuario di magazziniere»

«Picchiato perché non avevo soldi con cui pagarmi la libertà». E’ successo anche questo a Saikou, guineano, meno di venti anni, passato attraverso una fuga, una cattura e tre mesi di carcere. «Non si trattava di militari – ci spiega – ma una banda di civili che fa business con la disperazione della gente; armati all’inverosimile minacciavano me e altri nelle mie stesse condizioni: vietato fissarli negli occhi, chiedere anche con il solo sguardo un po’ di pietà: puntuale arrivava un calcione, ovunque capitasse, o un colpo in testa, con il calcio di un fucile o una pistola: ricordo che non si fermavano se prima non vedevano il sangue; quello, per loro, era evidentemente il segno che la punizione aveva avuto il suo doloroso effetto».

Ma Saikou è un osso duro. «Per quello che ho passato nonostante la mia giovane età, non mi scomponevo più di tanto; avevo messo in preventivo tutto, anche la vita, dopo tutto quello mi era successo». «Non ho papà, né mamma, il progetto di una nuova vita lontano da casa, l’ho presa da solo, avevo sedici anni: un giorno prima che andasse ad aprire una piccola attività commerciale di borse e scarpe, fermai mio fratello Moumo, appena più grande di me, è lui il resto della mia famiglia; “vado via!” gli dissi, non è più possibile restare qui, “non è vita quella che facciamo, non ce la facciamo a sopravvivere, da oggi sarò una bocca in meno da sfamare, vedrai ci rivedremo e vivremo meglio quello che ci resterà da vivere”; è questo il mio scopo nella vita, amo l’Italia, un Paese rispettoso e accogliente, mi sta offrendo tanto, ma nessuno può immaginare quanto sarei felice anche di tornare a casa, quella che è più un’idea di casa, piuttosto che un buco nel quale vivere, dormire, far crescere figli…”».

Riconoscente all’Italia. «A vita, anche se sinceramente non sapevo in realtà quale fosse il valore del respiro, della carne, che ti hanno donato i tuoi genitori mettendoti al mondo; cominci ad accorgertene – mi hanno spiegato – all’età della ragione, che poi sarebbe quando cominci a comprendere cosa si il bello e il brutto, le cose da fare e le cose da non fare; quando ero in Guinea, quelle volte che capitava di mangiare speravo che la fame mi assalisse il più tardi possibile, pregavo il Cielo perché quello che avevo mangiato potesse tenermi in piedi un giorno intero. E ora che ho conosciuto nuova gente, compagni di lavoro – anche se saltuari, non importa – ho un’altra prospettiva; se oggi mi chiedono cosa siano per me i valori importanti della vita, so rispondere…».

Saikou prova a spiegarcene qualcuno, nella vita c’è sempre da imparare. Si dice che il più non conosca il meno. «Il dono della vita, prima di ogni cosa, volersi bene, rispettare il proprio corpo, non farsi del male e molti sanno a cosa alludo; rispetto significa avere la fortuna di non avere malattie, mente altri – sfortunati – lottano per sopravvivere un giorno in più; la famiglia, detto da me che non ne ho mai avuta una nella quale crescere, è la cosa che più ti avvicina al senso della vita: io non ne ho mai avuta una, così la famiglia è la cosa che più di altre dà un senso compiuto a quello per il quale veniamo al mondo: l’amore; amare i genitori che ti hanno dato la vita e la difendono a costo di rimetterci la propria; conoscere una donna, amarla e sentire che è la persona giusta con cui fare insieme un lungo tratto della tua esistenza; i figli, che sono la proiezione dei tuoi ideali, il sangue del tuo sangue».

Parliamo ora dell’Italia. «Mi ritengo fortunato – dice Saikou – sono entrato nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, finalmente sono tornato fra i banchi di scuola, a sentire il profumo del sapere, quei fogli che se li porti al naso ti trasmettono emozione: da piccolo volevo fare il professore, uno di quelli che insegnano tanto, forse perché avendo perso da giovanissimo papà e mamma, non ho avuto chi mi insegnasse qualcosa…». Dettagli che spesso sfuggono a chi è distratto. “Ho frequentato il “Pacinotti”, incontrato insegnanti molto e, soprattutto, molto pazienti; nel giro di un anno ho imparato le frasi e le espressioni più utili a vivere nella vostra società; penso di aver fatto progressi, ma non sono soddisfatti: i miei professori mi hanno suggerito di sforzarmi nel parlare italiano; “Prima sbaglierai otto parole su dieci, poi cinque, finalmente una…”, mi hanno detto, e così è stato: piccolo segreto, questo l’ho imparato subito, accompagnare le frasi in un italiano anche se approssimativo aiutandomi con i gesti, gli italiani sono bravi».

Pensa anche al lavoro. «Da quando sono in Italia, ho in mente una sola cosa: cosa fare per ricambiare l’ospitalità che mi hanno dato gli italiani; studio, ho fatto un corso da saldatore e, magari, un giorno qualche impresa edilizia mi chiamerà per qualche giorno; nel frattempo, saltuariamente, faccio il magazziniere in un’attività commerciale in provincia di Taranto, ho compagni di lavoro splendidi, loro mi hanno fatto sentire subito cosa significhi vivere in armonia, venire la voglia di costruire una famiglia».

«Non ho ancora vent’anni, forse perché non ho mai avuto una famiglia – se non mio fratello Moumo, che sento spesso – ho voglia di formarne una al più presto, avere uno, due figli, stringerli e trasmettere loro il calore e l’affetto che a me è mancato, spero che questo avvenga il più presto possibile».

«Una scelta forte»

Suor Chiara Francesca Lacchini, clarissa cappuccina

Cercavo una vita cristiana che avesse un senso. Non mi ha parlato Dio, ho incontrato persone che hanno suscitato interrogativi. E nella vita c’è desiderio di felicità. Il convento, da sempre, è luogo di libertà per le donne.

L’occasione, questa volta, è di quelle interessanti, potendo ospitare nello spazio informativo di “Costruiamo Insieme”, nostro spazio informativo una clarissa cappucina, Suor Chiara Francesca Lacchini.

Clarissa cappuccina, il significato.

«Di ispirazione francescana, viviamo secondo la regola di Santa Chiara di Assisi mutuata da una riforma all’interno della Chiesa; nasce nel 1530 a Napoli, ad opera di madre Maria Lorenza Longo che istituisce,  anzitutto, l’Ospedale degli incurabili e una serie di attività caritative a favore dei poveri. Alla fine della sua vita si ritira in un luogo a pregare e costituisce il nucleo di quello che poi diventerà l’Ordine delle Clarisse cappuccine».

Cosa induce una scelta così forte?

«La risposta sarebbe complessa. Volendo semplificare, una scelta di questo tipo è indotta soltanto dallo scoprire che nella vita c’è un desiderio di felicità più grande che non può essere appagato, non può trovare risposte sufficientemente interessanti anche in tutte le cose belle che pur la vita offre».SUORA Articolo 01Lei ha fatto una scelta precisa. Il Signore si può pregare in tanti modi.

«Non esistono scelte più o meno severe, più o meno importanti. Ci sono scelte corrispondenti per quello per cui noi siamo fatti. Sono scelte religiose, di fede, ma anche antropologiche; ognuno di noi è strutturato in modo diverso, e secondo la propria struttura cerca di individuare delle strade di vita; non lo porrei su un discorso strettamente qualitativo: faccio semplicemente quello che faceva per me».

Quanto, oggi, è valorizzata la voce delle donne all’interno della Chiesa cattolica romana?

«Dipende in che ambiti. A livello istituzionale c’è un grosso dibattito, non senza qualche polemica, anche se ci auguriamo ci siano strade di riflessione comune. In questi giorni si è aperto un dibattito per ciò che riguarda il diaconato alle donne; in ambito monastico, il Monastero è stato sempre un luogo di libertà e affrancamento per le donne; anche in tempi in cui sembrava che le regole fossero molto restrittive, di fatto una donna all’interno di un monastero poteva essere libera da tutte quelle costrizioni delle famiglie, dei mariti, dei padri che in qualche modo – oggi ci stupiamo – una volta erano molto forti, molto potenti, esistevano certi condizionamenti da cui risultava difficile sganciarsi; all’interno del monastero c’era la possibilità, pur restando sotto delle regole che potevano essere molto rigide, la possibilità di muoversi con una certa libertà e autodeterminarsi nel cammino della vita».

Domanda delle Cento pistole per dirla con Dumas. Qual è il rapporto con la clausura?

«E’ un rapporto molto complesso, forse caotico, forse problematico, ma lo diventa ancora di più se immaginiamo la clausura per luoghi comuni o ideologie; oggi, come ieri, la clausura è sotto il manto di grandi miti da sfatare: le “sepolte vive”, per esempio, considerare chi fa una scelta di questo tipo come “morta”: è una scelta di separazione, ti chiede da un lato delle limitazioni, di vivere in uno spazio circoscritto, di regolare le tue relazioni secondo delle priorità che ti sei dato e che poi hai scelto; allo stesso tempo, però, è uno spazio privilegiato, che puoi difendere a denti stretti per la tua solitudine, per la tua relazione con il Signore e quella con gli altri; e comunque, oggi la clausura è sotto un grande cammino, un grande passaggio – non tanto perché il valore della clausura non è più lo stesso – tanto perché viene pensato e ripensato dentro un contesto sociale e culturale differente rispetto a quando è nato».
SUORA Articolo 02Da Dumas a Manzoni, ci verrebbe da dire. La visione che abbiamo della clausura è in qualche modo quella manzoniana.

«La Monaca di Monza. E’ un figura che meriterebbe maggiore approfondimento, di recente sono stati editati i diari originali della famosa Suor Gertrude, la “Monaca di Monza” che dicono tutt’altro: la monacazione forzata era uno degli aspetti esistenti all’interno della Chiesa e sollecitati dalle famiglie; la famosa Suor Gertrude desidera opporsi con tutta se stessa e si reca dall’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, a chiedere di essere liberata da questa costrizione; le vicende vanno in altro modo ed è costretta a subire qualcosa che di per sé non rispondeva a quella che era la realizzazione della sua vita».

Suor Chiara, clarissa cappuccina. Quando e come le è giunta la vocazione, questa vocazione.

«La vocazione non è un fulmine a ciel sereno. E’ frutto di un processo, di una ricerca; come tutti i ragazzi, studi, fai attività – non è dunque un intervento diretto da parte di Dio, di solito usiamo metafore del tipo “Dio mi ha parlato”: Dio non parla se non attraverso circostanze, volti, parole – io ho incontrato persone che mi hanno fatto interrogare sulla significatività di una vita cristiana che avesse un senso, portasse in una direzione, potesse dare alla vita qualcosa di più forte, più significativo».

Nonno, fa caldo!

Estate, semina malanni e attenta alla Terza età

Suggerimenti su come assistere gli anziani. Ministero della Salute e “fai da te”. Strutture, Case di cura e Centri diurni, una soluzione per ciascun problema. Fidarsi di chi fa accoglienza e ha esperienza nell’assistenza.

Estate, arriva il caldo canicolare. Con l’aumento delle temperature per molti anziani si ripresenta il solito problema. Riconducibile, di solito, su due direttrici: la salute, da tenere ancora più sotto stretta osservazione, e parenti e familiari che si allontanano in quello che potrebbe essere il maggior periodo a rischio, perché incombono le vacanze per i ragazzi, le ferire per i più grandi. E i nonni, quelli restano a casa, a portata di cellulare. Gli anziani che non vanno a rimorchio di figli e nuore, restano in città. Qui la colonnina di mercurio sale alle stelle. A partire dai primi Anni 2000, le conseguenze gravi durante i giorni di massimo calore sono diventate più frequenti. Da quando in Italia come nel resto d’Europa, si sono registrate ondate di caldo anomalo che hanno provocato, specie nelle grandi città, un aumento dei ricoveri e dei decessi nella popolazione anziana.

Il Ministero della Salute in più occasioni ha realizzato e distribuito un opuscolo, che fornisce raccomandazioni e consigli per prevenire danni conseguenti a calore e garantire un adeguato livello di benessere.

Tra i fattori importanti da valutare: l’età, la presenza di patologie e l’assunzione di farmaci. Quando si è stabilito se la persona assistita può essere un soggetto a rischio, occorre essere in grado di individuare i sintomi che indicano un grave stato di sofferenza dovuto al caldo: crampi, piccoli arrossamenti e rigonfiamenti della pelle e la riduzione di alcune attività quotidiane sono i primi sintomi, non ancora gravi, di malessere della persona assistita. La salute, invece, è in pericolo quando l’anziano manifesta confusione mentale, o si verifica l’aggravamento di una confusione mentale già presente (mal di testa, convulsioni). Se si agisce quando si manifestano i primi sintomi, si possono trovare soluzioni per il recupero dello stato alterato, ma se i sintomi sono gravi occorre rivolgersi con urgenza al medico.

IL MINISTERO DELLA SALUTE CONSIGLIA…

Qualche indicazione sulle quali prendere nota. Quando fa molto caldo e in casa ci sono persone anziane, la temperatura deve essere mantenuta non oltre i 26° C e il tasso di umidità presente non deve superare l’80%; molto importante arieggiare la casa durante le ore notturne e proteggere porte e finestre dall’azione diretta dei raggi di sole durante il giorno; importante anche individuare nell’abitazione il luogo che meglio può essere mantenuto fresco e strutturarlo per poterlo abitare nei momenti più caldi. I ventilatori è bene siano disposti in modo da mantenere nell’ambiente un buona circolazione dell’aria senza coinvolgere direttamente la persona.

Se possibile, evitare di uscire nelle ore più calde della giornata: tra le 11 e le 18, ma è importante giornalmente fare un po’ di movimento riuscendo a frequentare parchi e luoghi verdi, indossando abiti leggeri in fibre di cotone, lino in grado di garantire la traspirazione, di colore chiaro e con il capo coperto da cappelli di paglia o cotone.

Passiamo all’alimentazione:  evitare bevande alcoliche, ghiacciate e gassate, i cibi grassi e di difficile digeribilità. Occorre bere molto, almeno due litri di acqua al giorno, ma non acqua ghiacciata, privilegiare brevi spuntini di frutta e verdura, anche sotto forma di spremute, frullati e centrifugati. Ecco perché compito principale di un parente o dello stesso anziano, è verificare che in casa si possa disporre sempre di ghiaccio, acqua e frutta.

L’anziano deve inoltre sostare per periodi di 3-4 ore in luoghi più freschi, se è allettato può essere utile sottoporlo a periodiche spugnature fresche e controllare con attenzione la temperatura corporea, evitando di somministrare antipiretici (aspirina e tachipirina) se viene la febbre: meglio in tal caso chiamare subito il 118.

STRUTTURE PER CHI HA SUPERATO GLI “ANTA”

Detto di come dovremmo prenderci cura di un anziano, passiamo ora a un altro aspetto che riguarda la terza età. Se gli anziani genitori, per mille motivi non possono essere assistiti direttamente dai propri figli o familiari, esistono strutture che possono prendersi cura di un congiunto che da tempo ha superato gli “anta”.

Diverse sono le tipologie di “Case di cura” che oggi ospitano gli anziani. Ognuna di queste, con caratteristiche diverse. Quando si parla di case di riposo, case albergo per anziani, case soggiorno o case vacanze per anziani, il più delle volte facciamo riferimento sempre allo stesso tipo di struttura: qualcosa di socio-assistenziale e residenziale per anziani che non presentano patologie particolarmente gravi e, quindi, solo in parte non in sono grado a badare a se stessi.

Le case di riposo forniscono agli anziani ospitalità ed assistenza, organizzano attività ricreative in modo da stimolare i propri ospiti a socializzare e a tenersi impegnati. Anche una comunità-alloggio rientra in questa categoria, ma in molti casi ha un dimensione inferiore rispetto alla casa di riposo: mentre la casa di riposo può arrivare ad ospitare fino a centoventi persone, la comunità-alloggio ha una capacità massima di dodici posti letto.

RSA, CASE PROTETTE E CENTRI DIURNI

Si tratta di strutture socio-sanitarie residenziali che si prestano ad ospitare persone che hanno un grado di non autosufficienza molto elevato: nella RSA vengono, infatti, forniti servizi riabilitativi che hanno l’obiettivo di migliorare lo stato di salute della persona anziana. In questo caso la capacità ricettiva massima è di centoventi posti letto, divisi solitamente in nuclei di venti o trenta anziani.

I centri diurni assistenziali invece rientrano nella categoria delle strutture socio-sanitarie che lavorano solo di giorno: in pratica sono dei circoli frequentati da anziani con diversi gradi di non autosufficienza. L’obiettivo di queste strutture è aiutare le famiglie di persone anziane e in difficoltà, cercando di stimolare ogni persona con attività ricreative in modo da preservarne l’autonomia. I centri diurni sono in grado di ospitare fino a venticinque persone.

In una casa di riposo sono garantite l’assistenza tutelare, i pasti, lo svolgimento di attività ricreative ed aggregative in modo che le persone socializzino tra loro, l’assistenza per lo svolgimento delle attività di ogni giorno e l’eventuale assistenza medica, che consiste nella somministrazione di medicinali e in attività riabilitative. Prevista, ovviamente, la presenza di medici, animatori, personale impegnato nelle terapie, infermieri professionali.

Decidere di trasferire una persona anziana in una casa di riposo oppure in una casa protetta non è una scelta facile, in quanto le variabili da valutare sono diverse. Prima di assumere una decisione, importante visitare una o più strutture. E’ bene che il trasferimento possa tenere costante benessere e abitudini dell’anziano. La scelta deve essere dell’anziano e in base alle sue necessità. E se la scelta dovesse essere più complicata del previsto, chiedete una mano a chi ha esperienza nell’accoglienza e nell’assistenza di gente bisognosa.

«Le prigioni del silenzio»

Amadou, spiega le “lupare bianche” in Guinea

«Mio padre, una vittima: picchiato brutalmente, è scomparso nel nulla; mia sorella violentata, l’uomo assolto per insufficienza di prove; mio cugino morto in mare nel tentativo di raggiungermi: “questione di ore, sto arrivando”, il suo ultimo messaggio. Studio, un giorno vorrei insegnare filosofia»

In Italia le chiamano “lupare bianche”. Vittime i morti ammazzati dalla mafia, del potere sporco che compie l’azione più vigliacca che esista: far sparire due volte, togliendogli la vita e non facendo trovare più il cadavere, chi non è d’accordo con il “sistema”. Quello accaduto nel suo Paese, la Guinea, ad Amadou è qualcosa di simile alla “lupara” mafiosa. «Mio padre, Mamadou, non era d’accordo con il partito politico che voleva prendersi il potere a tutti i costi, tanto da provocare una guerra civile, un conflitto etnico: così un maledetto giorno, l’ultimo in cui vidi mio padre, vennero a casa a prelevarlo; una scusa banale, eravamo scossi, ma lo trascinarono via con violenza».

In Guinea l’anticamera della “lupara” ha un nome altrettanto sinistro: “prigione del silenzio”. Così la chiamano. «Ti trascinano – racconta Amadou – ed è in una di queste prigioni che comincia il tuo annientamento, mentale e fisico; muori quando uno dei due, il corpo o la mente, si indeboliscono al punto tale da abbandonarti: è la fine, non c’è ragione che tenga; ci sono aguzzini, uomini senza cuore che trattano gli esseri umani al pari delle bestie, posto che gli animali non andrebbero maltrattati; cominciano con l’affamarti, proseguono con il picchiarti, non conoscono ragione, la condanna è stata già inflitta, muori nel peggiore dei modi: ti addormenti e, allora, ti svegliano; ti picchiano daccapo, non ce la fai, ti addormenti… Una storiaccia senza fine; invochi, quasi, che la facciano finita in un attimo, non puoi pensare al sangue del tuo sangue a cui stanno infliggendo torture senza fine: anche noi non dormivamo, avevamo nelle orecchie la voce di papà, pensavamo alle sue urla, forse, o ai suoi silenzi, avendo un carattere forte, chi può dirlo».

UNA STORIACCIA

Una lunga agonia. «Chiedevamo alle autorità notizie su papà, ma senza avere soddisfazione, quando tre mesi dopo il prelievo da casa del mio genitore, vennero a riferirci che Mamadou era morto; un avvertimento anche per noi, perché la storiaccia non era finita, il peggio doveva ancora arrivare: nei nostri confronti c’era un atteggiamento sottile, non tanto a dire il vero: cominciarono a renderci la vita impossibile; come gli ebrei nella Germania di Hitler, io e i miei familiari nella mia Guinea venivamo indicati come “etiopi”, come se fosse stato un reato essere di un altro Paese: io sono guineano, lo urlavo a chiunque ci usasse violenza».

Amadou conosce  storia e cronaca, se fa riferimento alla Germania hitleriana e alle “lupare” mafiose. «Ho letto molto, studiato al liceo, poi causa mancanza risorse economiche, ho dovuto lasciare i banchi di scuola: mi mancavano due anni di studio, poi avrei preso la maturità; un giorno vorrei diventare insegnante di filosofia; una volta in Italia, Paese rispettoso, ho ricominciato dalla scuola media, ma va bene anche così, spero di coronare il mio sogno, anche se so che è molto difficile: conosco inglese e francese, con l’italiano già me la cavo nonostante risieda qui da meno di due anni».

VIOLENZA SENZA SOSTA E DOLORE

La scomparsa di papà non è l’unica brutta storia. In mezzo, violenza, fuga, dolore. «Dopo la morte di mio padre, la cattiveria nei nostri confronti non conosceva sosta: mia sorella Aissatou, più grande di me, fu violentata; denunciò l’uomo, puntualmente assolto dal tribunale per mancanza di prove; fu così che mia madre la prese con sé per fuggire in Costa d’Avorio; anche a me non restava che scappare, non esisteva altro modo per evitare la fine di papà. Mi imbarcai in Libia per arrivare in Italia: qui, poco per volta, ho ripreso a vivere, studio, mi tengo in costante contatto con mia sorella Aissatou e Alphaoumar, mio fratello più piccolo; spero un giorno di poterli riabbracciare; mamma, purtroppo, non c’è più».

Altra sventura. «Spero siano davvero finite le brutte notizie che tanto hanno segnato la mia vita, nonostante i miei soli ventitré anni. Doveva raggiungermi un mio cugino, era stato lui ad aiutarmi a mettere insieme un po’ di soldi per pagarmi il viaggio dalla Libia all’Italia; anche lui aveva racimolato del danaro, si era imbarcato, mi aveva mandato una foto non appena salito a bordo della sua imbarcazione; sorridente, il suo messaggio: “questione di ore, fratello, sto arrivando”. E’ stato vittima di un incidente in mare, purtroppo anche lui è morto, un’altra pagina triste. Sento amici al telefono, mi chiedono come stia, le conversazioni finiscono sempre con la promessa di rivederci presto; spero davvero che tutto questo un giorno accada davvero».

«Taranto nel cuore!»

Vittorio De Scalzi, i New Trolls, la città, l’accoglienza

«Abbiamo molte similitudini: il mare, il porto mercantile, perfino il siderurgico…». «Non ricordo altri abbracci così appassionati nei confronti miei e dei miei vecchi compagni. Dobbiamo tanto al grande Luis Bacalov e, oggi, all’Orchestra della Magna Grecia che ci invita a ricordare un artista immenso»

Il teatro, le stagioni artistiche cittadine hanno richiamato anche i ragazzi ospiti della cooperativa “Costruiamo Insieme”. Entusiasti di assistere a spettacoli teatrali, quando si è trattato di applaudire a vere star della musica leggera e del rock, i “nostri” si sono spellati le mani tanto era l’entusiasmo nell’assistere al “Concerto Grosso” dei New Trolls portato in scena dall’Orchestra della Magna Grecia nella Stagione orchestrale scorsa. Andò talmente bene che l’ICO Magna Grecia ha pensato di invitare daccapo il gruppo musicale di Vittorio De Scalzi, fra i protagonisti del cartellone Magna Grecia Festival promosso dal Comune di Taranto insieme con l’assessorato alla Cultura e allo Sport.

Ci sono artisti che si legano, più di altri, a una città. Per mille motivi. Per affinità, magari perché le sue radici le ha affondate in una città portuale. Poi, come Taranto, negli Anni Sessanta aveva ospitato un siderurgico, l’allora Italsider, che nella Città dei Due mari, era di casa, così la sua Genova aveva fatto altrettanto con “lo stabilimento”.

L’artista in questione, capitano di una squadra di lungo corso è Vittorio De Scalzi. Come dire: la storia dei New Trolls. E’ stato, tornerà ancora, perché Taranto, come l’Orchestra della Magna Grecia, quando ama lo fa a tempo pieno. Così la musica dei “nuovi folletti”, applauditissimi in inverno (lo scorso febbraio, teatro Orfeo), sarà ospite all’interno del cartellone del Festival della Magna Grecia, fiore all’occhiello del Comune di Taranto che insieme con l’ICO ha allestito un programma musicale importante. In inverno, l’occasione era stata la celebrazione di un grande della musica italiana, Luis Enriquez Bacalov, Oscar per la colonna sonora dell’ultimo Massimo Troisi, “Il Postino”. Bacalov su invito del direttore artistico dell’Orchestra della Magna Grecia, Piero Romano, per dodici anni aveva rivestito il ruolo di direttore principale dell’ICO, tanto da volersi perfino trasferire a Taranto. Gli piaceva la Città vecchia. Quando passeggiava nell’Isola, il Maestro, spesso segnava il passo. Si fermava, alzava il capo, fissava porte e portoni, alla ricerca di uno di quei cartelli con su scritto “Vendesi”. Voleva comprare casa in Città vecchia.DE SCALZI Articolo 01GRAZIE, BACALOV

Bacalov, fra i tanti meriti, aveva avuto anche quello di aver rivestito di musica barocca un gruppo musicale che già tanto aveva dato alla musica leggera italiana a partire dalla metà degli Anni Sessanta, fino ai primi Settanta: i New Trolls. Genovesi, come De André, che per loro aveva scritto i testi di “Senza orario senza bandiera”, album-debutto; come Gino Paoli, nato a Gorizia, ma genovese da sempre; come Luigi Tenco, uno dei cantautori più amati di quei tempi e prematuramente scomparso; come Paolo Villaggio, impiegato in una ditta dell’indotto Italsider di Genova, che aveva costruito Fantozzi, il suo personaggio più famoso.

Bacalov e i New Trolls. A volte ritornano. Anzi, non si sono mai divisi. «Io e i miei compagni di un tempo dobbiamo molto a Bacalov – ricorda Vittorio De Scalzi, che canta e suona piano e flauto – era stato lui ad avere la geniale intuizione nell’arrangiare “Concerto grosso”, mescolando la musica barocca, quella seria, al rock progressivo: un milione di copie vendute! Con i New Trolls realizzammo un secondo album, ci difendevamo più che bene dagli attacchi della musica pop che incalzava a suon di 45 giri».

Prima il rock, poi il pop. «Prima della svolta collaborammo in studio e in tour con Ornella Vanoni, ai tempi di “Io dentro, Io fuori”: era il 1977, suonammo anche a Taranto». Teatro Alfieri, la Vanoni ebbe un enorme successo. Anche i New Trolls avevano un loro appeal. «Fra il primo e il secondo spettacolo, durante una passeggiata in centro, cos’era via D’Aquino? Bene, fummo letteralmente assaliti da uno stuolo di fans, che con uno slancio di affetto mai visto bloccarono il traffico. Al pop arrivammo immediatamente dopo – sorride De Scalzi – obbligati dalla bella vita che ci aveva riservato la popolarità di “Concerto grosso”: pensate come eravamo matti, avevamo guadagnato così tanto da montarci la testa; viaggiavamo su “Ferrari” e “Maserati”, difficile rinunciare a certi capricci; avevamo belle voci, ci facemmo due conti, così incidemmo “Aldebaran” e “New Trolls”, l’album della barchetta, e canzoni come “Quella carezza della sera” e “Che idea” che spopolarono».DE SCALZI Articolo 02TARANTINI CHE PASSIONE!

Se ne accorsero anche i tarantini. «Per merito loro finimmo sul New York Times: era il 1979, eravamo da mesi in classifica. Gli organizzatori del nostro concerto a Taranto, affittarono il teatro-tenda di Nando Orfei che per l’occasione sospese gli spettacoli del suo circo: purtroppo montarono il palco in ritardo, così invece di due spettacoli fummo costretti a farne uno solo, a tarda sera. La gente rimasta fuori, con in mano il biglietto, era infuriata, la polizia faceva quello che poteva, quando Orfei ordinò ai domatori di fare uscire gli elefanti: quei bestioni schierati all’ingresso scoraggiarono la gente e tutto rientrò».

Lo spettacolo andò lo stesso in scena. «Facemmo un solo concerto, la gente seduta sui gradini e poi gente appesa ovunque, dai pali ai tiranti del teatro-tenda; le agenzie di stampa ripresero la notizia pubblicata su un giornale locale e finimmo dritti su quotidiani e riviste musicali di tutto il mondo: nemmeno gli elefanti del Circo Orfei fermano i fans dei New Trolls! Bella pubblicità. Ripensandoci, ci andò di lusso che non ci scappò il ferito: Taranto, però, la ricorderemo anche per i concerti al teatro Alfieri a metà Anni Settanta e al Tursport, momenti indimenticabili. Come indimenticabile, per noi, è stato Luis Bacalov al quale riconosceremo sempre buona parte del nostro successo». Nemmeno a dirlo, a febbraio scorso teatro Orfeo “sold out”, luglio Villa Peripato, Festival della Magna Grecia, idem. New Trolls, bene, bravi, bis.

«Stare in prima linea»

Gabriella Ficocelli, assessore a Servizi sociali e Integrazione

«Convinta dal sindaco Rinaldo Melucci. Avverto la sofferenza della gente, chiede sostegno economico e una casa. Lavoriamo per gli anziani e per i giovani, centri di aggregazione e corsi di formazione. Dalla parte delle donne deboli, con orientamento a servizi sconosciuti, rapporti con tribunale e Asl»

Un assessorato che ci sta particolarmente a cuore, perché dalla parte dei deboli, è sicuramente quello ai Servizi sociali che fa il paio con l’Integrazione. Da poche settimane Gabriella Ficocelli, un passato nello stesso ruolo nell’Amministrazione del Comune di Pulsano, ha assunto una delega che in una città in sofferenza come quella di Taranto rappresenta un assessorato delicato, di “prima fascia” oseremmo dire.

Con il neoassessore a Servizi sociali e Integrazione, Ficocell partiamo proprio da un impegno non indifferente appena assunto. Una decisione non semplice.

«E’ una decisione che ho assunto con grande senso di responsabilità. Un ruolo importante, al di là dell’aspetto istituzionale, considerando che è lo stesso primo cittadino a rispondere della Giunta, lo ha avuto il sindaco. E’ stato Rinaldo Melucci, infatti, a chiedermi se avessi voluto far parte della sua squadra.

Accettato l’incarico, ho avuto modo di verificare come i Servizi sociali vantassero dirigenza, organizzazione e programmazione già avviata. Merito dell’Amministrazione ed evidentemente di chi mi ha preceduta in questa attività. Certo, facciamo i conti con il sovraccarico di lavoro, la carenza del personale, parte del quale a breve andrà in pensione. Ma detto questo, faremo un piano organizzativo con il quale proseguire l’attività in modo ragionato».FICOCELLI - Copertina 2Verso quale direzione ha mosso i primi passi?

«All’interno della progettazione e, in particolare, nel potenziamento di due progetti. Abbiamo, infatti, partenariato il Progetto marea, che dovrebbe beneficiare del finanziamento di bonifica per il Sud e che riguarderà i ragazzi dai dieci ai quattordici anni che muovono i primi passi in Città vecchia e al quartiere Tamburi. Un altro progetto, quello per gli ex detenuti, introdotti nel sociale attraverso un percorso di formazione e, successivamente, in ambito lavorativo».

Tribunale dei minori, Centri diurni, Case-famiglia, Centri per disabili e anziani, Sportello violenza sulle donne. Ma davvero le bastano 24 ore al giorno?

«Ce le facciamo bastare, mi sento affiancata da una struttura forte. Una delle prime visite l’ho fatta al Tribunale dei minori, dove ho incontrato il presidente Bina Santella, che ha confermato alta professionalità e sensibilità nel ruolo da lei rivestito. Nel corso dell’incontro mi ha manifestato massima collaborazione.

Ho visitato il Centro antiviolenza esistente all’interno di una sede Asl, fra via Campania e via Dante: la donna viene accolta da un’associazione presente tutti i giorni all’interno della struttura: massima disponibilità da parte del personale nel dare consigli in tema di ginecologia, formazione per il parto, allattamento e nel suggerire corsi personalizzati».

Continuità rispetto al passato?

«Faccio tesoro del lavoro di chi mi ha preceduto. Ognuno evidentemente ha il suo modo di operare, mi rapporterò con il vicesindaco Paolo Castronovi, che ha la delega anche alle Risorse umane. Insieme faremo il possibile per implementare la macchina amministrativa. A breve faremo riferimento a un finanziamento regionale che ci permetterà di contare su dodici nuove assistenti da inserire all’interno del nostro gruppo di lavoro perché il Segretariato sociale abbia maggiore rilievo e attenzione».FICOCELLI Articolo 02Il suo inserimento, in breve.

«Torno sulle parole del sindaco, che mi ha prospettato l’impegno facendomi sentire subito come fossi a casa mia. Faccio naturalmente tesoro del ruolo e della responsabilità assunta nei Servizi sociali nell’Amministrazione comunale della mia cittadina, Pulsano: è lì che ho maturato la mia esperienza; normative, regolamenti e piani di zona, dunque, non sono materie nuove per me».

Volessimo avere la percezione del suo operato.

«A brevissimo. E’ prevista la consegna di due centri di aggregazione per anziani, in piazza Grassi e piazza Catanzaro, con un’associazione che si prenderà cura degli ospiti. A seguire, il progetto di mediazione familiare, e sempre all’interno del nostro servizio, un bando di gara per borse-lavoro destinato ai ragazzi fra i sedici e i ventuno anni che faranno un percorso formativo e un tirocinio di sei mesi per avere sbocchi occupazionali».

Cosa le chiedono più spesso?

«Contributi economici, una casa. L’emergenza abitativa è un tema molto avvertito. Cerchiamo di responsabilizzare l’utenza alla ricerca di appartamenti, aiutandola con contributi per gli affitti con riferimento al Canone di locazione regionale. Cerchiamo, inoltre, di accompagnare gente che invoca aiuto anche nell’orientamento ai servizi che non conoscono, dai rapporti con il tribunale a quello con l’Asl. Non nascondo che in molti casi si crea un legame familiare, di grande affetto, e questo è un aspetto importante, se non fondamentale, in un assessorato, come diceva lei, così delicato».

Ex Ilva, diamo i numeri

“Sole 24 Ore”, diecimila posti di lavoro a rischio

Secondo l’ex ministro Calenda, oggi all’opposizione, la chiusura del siderurgico manderebbe a casa il doppio dei dipendenti (cifre allargate all’indotto). Fra le due tesi, una città divisa fra quanti difendono l’occupazione e quanti la salute.

Quanto perderebbe l’Italia in fatto di ricchezza se l’ex Ilva chiudesse i battenti.  La riflessione scaturisce da un articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano “Il Sole 24 Ore” che ha pubblicato un’analisi econometrica commissionata allo Svimez, associazione privata per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Secondo lo studio svolto dall’organo di informazione di Confindustria, dal sequestro (luglio 2012) a oggi si sarebbero persi ventitré miliardi di euro di Prodotto interno lordo (1,35% della ricchezza nazionale). Fra il 2013 e il 2018, la perdita sarebbe stata ogni anno fra i tre e i quattro miliardi di euro l’anno.

Secondo Il Sole 24 Ore, la riduzione delle ricchezza nazionale proseguirebbe anche quest’anno, in virtù della decisione di ArcelorMittal nel mantenere a poco più di cinque milioni di tonnellate la produzione di acciaio, anziché i sei milioni tondi promessi al momento dell’insediamento a nella capitale dell’acciaio italiano. Secondo lo stesso studio, pertanto, la ricchezza nazionale bruciata nell’arco dell’intero anno corrente sarà superiore ai tre miliardi e mezzo.

IPOTESI CHIUSURA…

Nell’ipotesi che l’intero stabilimento chiudesse, l’azzeramento della produzione di acciaio (i sei milioni di tonnellate anzidetti) sarebbe di una perdita vicina ai ventiquattro miliardi di euro. In buona sostanza, secondo l’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, se l’ex Ilva di Taranto dovesse chiudere, si perderebbero 20 mila posti di lavoro e un punto di Pil.

L’attuale europarlamentare del Pd fa riferimento a una stima, dunque non a un dato ufficiale: 8.200 (oltre 10 mila se si considera l’intera società ArcelorMittal Italia), sono invece i dipendenti dello stabilimento, dunque meno della metà del numero indicato da Calenda (ma ci sarebbe l’indotto…).

Tre giorni fa, ospite a Zapping su Radiouno, infatti, l’ex ministro dello Sviluppo economico  ha dichiarato che “chiudere l’Ilva – parole sue – vuol dire perdere un punto di Pil e mandare a casa ventimila persone”.

Un giorno prima, dunque il 26 giugno, l’amministratore delegato del ramo europeo di ArcelorMittal (multinazionale guidata dall’indiano Lakshmi Mittal), ha dichiarato che a settembre l’ex Ilva rischierà di chiudere a causa di una norma contenuta nel cosiddetto “Decreto Crescita” (convertito in legge dal Senato il 27 giugno).

IMPUNITA’, DI MAIO AVEVA AVVERTITO

Un dossier del Servizio studi del Senato che fa riferimento a un articolo contenuto nel Decreto, infatti, stabilisce che dal prossimo per i responsabili dello stabilimento non varrà più l’impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, elemento per l’amministratore delegato europeo indispensabile per risolvere i problemi ambientali dell’ex Ilva fino al completamento del Piano ambientale.

Detto in soldoni, secondo i critici di questa misura, sostenuta dal ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio, il rischio è che i manager dell’ArcelorMittal vengano esposti a rischi di carattere legale per una situazione che hanno ereditato (dunque non causato) e quindi non vengano messi in condizione di poter mettere in regola una volta per tutte lo stabilimento.

Secondo quanti sono invece favorevoli, lo scopo dell’abolizione dell’impunità è quello di garantire la tutela della salute per i cittadini di Taranto. Il ministero presieduto da Di Maio in una nota aveva affermato che “ArcelorMittal era già stata messa al corrente del provvedimento a febbraio 2019 e che il governo è al lavoro affinché l’azienda continui ad operare nel rispetto dei parametri ambientali”.

DIECIMILA (ARCELORMITTAL), VENTIMILA (EX ILVA, PIU’ INDOTTO) POSTI A RISCHIO

Ma vediamo quanti sarebbero i posti di lavoro a rischio. L’intesa sottoscritta lo scorso settembre prevedeva che l’azienda si impegnasse ad assumere in totale 10.700 lavoratori (secondo l’esistente inquadramento contrattuale). Per i circa tremila dipendenti restanti, ArcelorMittal si era impegnata a finanziare un piano di incentivi per l’esodo volontario e ad assumere tra il 2023 e il 2025 qualsiasi lavoratore fosse rimasto nell’Amministrazione straordinaria di Ilva.

Allo stato, cifre alla mano, lo stabilimento dell’ex Ilva di Taranto conta circa 8.200 dipendenti (e non  ventimila come detto da Calenda). Se si considerano tutti i dipendenti del gruppo ArcelorMittal in Italia, questo numero si aggira intorno agli 11 mila, anch’esso inferiore alla cifra riportata dall’ex ministro Calenda. Ma, diecimila o ventimila che siano i posti di lavoro in ballo, di certo fra le schermaglie Governo-Industria-Calenda, in mezzo esiste una città che trema. Messa al centro fra salute e occupazione, Taranto vive in una situazione contrastante: migliaia di famiglie che vivono di Ilva, e migliaia di famiglie che, fra passato, presente e futuro, vivono quotidianamente l’angoscia di un male già manifestato o che potrebbe manifestarsi a causa di un inquinamento industriale combattuto, ma ancora non debellato. Dal suo canto, ArcelorMittal ha avviato attività di contrasto al fenomeno inquinante con la copertura dei parchi minerali.

Ancora due mesi, infine sapremo quale sarà il futuro di una città di cui tutti parlano, ma che si sente sempre più sola.

«Una città da sogno»

Paolo Castronovi, vicensindaco e assessore

Lusingato dall’incarico attribuitogli dal sindaco Rinaldo Melucci, ha delega a Risorse umane e Società partecipate. Vorrebbe imprimere una svolta con nuovi piani assunzionali. «Abbattuti i paletti del dissesto, stiamo rinforzando la Polizia locale. C’è carenza di personale, ma trovate le risorse economiche proseguiremo attingendo alle graduatorie scaturite dai concorsi»

Paolo Castronovi, assessore a Risorse umane e Società partecipate, nonché vicesindaco. Al di là del ruolo istituzionale, sostituire cioè il sindaco, la nomina che gli ha riconosciuto il primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci, è un’attestazione di stima.

«Detto che istituzionalmente il vicesindaco è colui che in assenza del sindaco si assume le identiche responsabilità del primo cittadino, al momento di assegnarmi l’incarico di vicesindaco, il primo cittadino si è compiaciuto per responsabilità e impegno da me profusi nell’esperienza di assessore alle Risorse umane e agli Affari generali. In particolare, mi ha riconosciuto la capacità nel mediare con associazioni di categoria e sindacati, compito sicuramente utile in questo momento alla Giunta della quale mi onoro di far parte».

Il suo vissuto, l’impegno prima di entrare in Giunta.

«Dopo aver concluso un primo ciclo di studi, ho iniziato a lavorare all’interno dello stabilimento Ilva, dove ho lavorato per undici anni; è stato in quell’ambito che ho cominciato a coltivare la passione per l’attività sindacale con una delle sigle riconducibili al Comitato aziendale europeo; ho successivamente continuato l’esperienza sindacale nel Sunir – sindacato degli inquilini – per proseguire come responsabile del personale di punti-vendita di un nota azienda presente in tutta la Puglia; lì ho fatto esperienza interfacciandomi con il personale, stavolta dalla parte datoriale; il sindacato, nel frattempo, mi aveva dato modo di fare patronato ed esperienza a difesa anche di quanti non lavorano. Grande esperienza quella nel patronato, è lì che comprendi quale sia il reale bisogno della gente: incontri il pensionato che chiede di essere seguito nelle pratiche quotidiane, ma anche chi, purtroppo, non ha risorse economiche per fare la spesa e devi impegnarti nel trovare soluzioni».CASTRONOVO Articolo 01Il ruolo di assessore di Paolo Castronovi.

«Con la delega alle Risorse umane ho potuto comprendere le difficoltà esistenti all’interno dell’Amministrazione causa carenza di personale: esistono norme che si incrociano, pertanto quando c’è bisogno di unità lavorative in un determinato settore c’è sempre un motivo che rimanda in avanti la necessità di completare un organico con nuove assunzioni».

Senza entrare nel merito della gestione e della delega alla Polizia locale, ruolo fra l’altro ricoperto con impegno dall’assessore Gianni Cataldino, Taranto ha grande carenza di vigili urbani.

«Ribadito che è complicato assumere in qualsiasi comparto, non solo in quello della Polizia locale, come Amministrazione abbiamo ereditato una situazione economico-finanziaria problematica a causa del dissesto; questo status ci obbligava ad attenerci a precise disposizioni nel formulare piani assunzionali; lo scorso anno, con l’uscita formale dal dissesto, questo criterio è stato in qualche modo azzerato: a proposito della Polizia locale, sono state fatte le prime assunzioni, tredici fino ad oggi,  da una graduatoria scaturita da un bando di concorso indetto dalla Pubblica amministrazione; una volta trovate le risorse economiche, la Giunta delibererà per nuove assunzioni entro fine anno».CASTRONOVO Articolo 02Taranto, il punto di vista da cittadino e amministratore.

«Come molte altre città, anche Taranto vive le sue contraddizioni: da un lato un certo benessere, dall’altro una povertà palpabile; esempio banale, visto che me ne sono occupato in queste ore: cittadini chiedono la pulizia dei cassonetti, ne fai installare anche di nuovi, dopo mezz’ora qualcuno gli dà fuoco; Taranto, dunque, città particolare e complicata: di certezze non ne ho mai avute, ma da amministratore con questa Giunta cerco di dare delle risposte. In qualità di cittadino, osservo che il sindaco e i suoi assessori stanno svolgendo un buon lavoro; le intenzioni sono quelle di “ribaltare” la città: i risultati non possiamo vederli dall’oggi al domani, anche se già nei prossimi mesi potremo assistere ai primi risultati positivi».

Ultima domanda. Assessore alle Risorse umane e Società partecipate, la cosa a cui tiene di più di altre.

«La svolta occupazionale nel Comune di Taranto. Ho personalmente constatato le difficoltà degli impiegati a causa della carenza di personale; se riuscissi a imprimere una svolta a una domanda tanto insistente quanto legittima, per me sarebbe una grande soddisfazione».

Una mano sul cuore

Giuseppe Bungaro, diciannove anni, già Eccellenza italiana

A quindici ha inventato un nuovo stent pericardiaco. Insignito dal presidente della Repubblica, ha lavorato in una pizzeria per pagarsi scuola guida e benzina per andare spesso a Lecce, ad assistere ad interventi in sala operatoria.

Scienziato in erba. Ha appena diciannove anni, all’età di quindici aveva ideato un nuovo stent pericardiaco capace di ridurre ai minimi termini i rischi post-operatori dei pazienti. Lo scorso anno aveva vinto la Medaglia d’oro alle Olimpiadi internazionali dei Progetti Scientifici, tanto da esser autorevolmente inserito nelle Cento Eccellenze Italiane in veste di giovane talento della medicina (European Union contest for young scientists).

L’ultimo riconoscimento lo ha ritirato a Taranto, nella Cattedrale di San Cataldo in Città vecchia. Cornice, il “Mysterium Festival”, la rassegna di Fede, Arte, Cultura, Musica, Storia e Tradizione promossa dal Comitato scientifico presieduto da Donato Fusillo, coordinato da Adriana Chirico, e patrocinato dall’Arcidiocesi di Taranto in collaborazione con Comune di Taranto, Orchestra della Magna Grecia, Mibac, Regione Puglia e le Corti di Taras. Alla fine del concerto di Pasqua, eseguito dall’Orchestra della Magna Grecia e diretto dal maestro Piero Romano, il celebrato diciannovenne in questione, Giuseppe Bungaro, si è lasciato andare ad una convincente dichiarazione. A porgli il microfono, Nicla Pastore, conduttrice della serata. «Sono fiero del premio – ha dichiarato Bungaro, studente tarantino arrivato da Fragagnano, dove vive insieme con i suoi genitori – è segno che la città di Taranto non perde di vista i suoi figli che si impegnano in qualsiasi campo della vita, nella Medicina nel mio caso; anche per questo motivo, fiero della mia gente, difficilmente andrò via dall’Italia, non mi farò lusingare da borse di studio provenienti dall’estero…».COPERTINA Domenicale - 1 copiaMEGLIO IL SILENZIO DI UNA SALA OPERATORIA, CHE APPLAUSI

Applausi a scena aperta. Disinvolto nel parlare, Giuseppe, tradito dall’emozione, il suo viso arrossisce a causa di tanta attenzione. Preferisce di sicuro il silenzio della sala operatoria. Agli applausi le pulsazioni di un cuore, che può finalmente osservare stando ad un passo dal professore Luigi Specchia, il chirurgo che lo considera a ragione uno dei suoi più attenti “collaboratori”. Anche se quel giovanotto con quel paio di occhialoni si direbbe disposto a fare qualcosa di più, oggi deve solo assistere. «E’ già tanto – dice a proposito Giuseppe Bungaro – ho sempre sognato di far parte di una equipe medica, in qualche modo ho coronato il mio sogno: voglio fare il chirurgo, ma oggi mi accontento di fare lo spettatore, imparare le tecniche grazie a un grande chirurgo».

Bella la storia di Giuseppe. Non avendo ancora diciotto anni, dunque non avendo la patente, si svegliava all’alba per prendere il treno del mattino e trasferirsi Lecce, destinazione la città ospedaliera. partendo da Taranto. Aveva tenuto uno stage al Maria Cecilia Hospital di Cotignola, vicino Ravenna. Con l’aiuto di papà e mamma aveva preso casa in fitto, non voleva saltare una sola lezione. «Cose dell’altro mondo – ha dichiarato più di una volta Specchia, il suo “insegnante” – mai viste cose così, un giovanissimo così appassionato di Medicina, un predestinato alla carriera di chirurgo». Oggi Giuseppe ha diciannove anni. Lavora il sabato sera in pizzeria, mettere i soldi da parte per pagarsi la benzina e viaggiare da Taranto a Lecce.

PATENTE E BENZINA, COL LAVORO IN PIZZERIA

Figlio di un operaio Ilva, Bungaro comincia la sua esperienza in sala operatoria con Fausto Castriota, coordinatore dell’Unità Operativa di Emodinamica e Cardiologia Interventistica di Maria Cecilia Hospital e ora all’Humanitas di Bergamo. Passava le estati in Romangna, a Lugo. Lo ricorda bene il professor Specchia, cardiochirurgo di Lecce con cui oggi collabora il giovane tarantino. Castriota gli telefonò chiedendogli se avesse voluto seguirlo personalmente, considerando che Giuseppe aveva un solo desiderio: fare il chirurgo. Così è tornato a casa.

Giuseppe si presenta in ospedale quando può. Approfittando di qualche giorno di sciopero o durante assemblee scolastiche. Nel marzo scorso, il presidente Sergio Mattarella lo ha nominato ‘Alfiere della Repubblica’. Completata la maturità, Giuseppe tenterà il concorso a Roma per entrare alla facoltà di Medicina. «La tentazione di trasferirmi all’estero – ha detto Giuseppe – e diventare cardiochirurgo l’ho anche avuta, ma voglio restare nel mio paese, aiutare la mia gente, quanti avranno bisogno di assistenza».

Quel fascino della divisa…

Nigeriano, poco più di trent’anni, confessa la sua debolezza

«Sogno di fare il poliziotto locale, sono i più eleganti, i più educati», dice. «Per quanto sono tutti bravi quelli che fanno questo mestiere», corregge. «I carabinieri, quelli sì, ti mandano fuori controllo: ti danno del “tu”, ti dicono di non agitarti e, intanto, ti fanno mille domande», si sbilancia. Sogno di indossarla, per recuperare quel rispetto che nel mio Paese non ho mai avuto».

«Il traffico dalle mie parti è un’opinione». Fa cenni con le mani, Mike, nigeriano, per far comprendere cosa sia la circolazione stradale nel suo Paese. A far rispettare le leggi, un “poliziotto universale”, esiste un solo corpo militare. «Non è come qui da voi, ho visto – dice Mike – ci sono i vigili urbani, la polizia, poi cos’altro… i finanzieri». Lo ha visto su internet. Si sforza per far capire che le divise sono un dettaglio che non gli sfugge. Fosse per quello, ci sarebbero anche i carabinieri. «Più tosti, dimenticavo!». E, invece, Mike che ha compreso la gerarchia dei corpi militari, in un attimo si aggancia alla considerazione apparentemente sfuggitagli.

«E’ vero, i carabinieri, quando ti fermano ti fanno mille domande: gentili sono gentili, ma non si accontentano della prima risposta e se non parli bene l’italiano hanno tutta la pazienza di questo mondo. A me è successo qualcosa di simile: circolavo in città, mi chiesero i documenti, entrai nel panico; da noi, i poliziotti in divisa fanno paura: devi sempre tenere la testa bassa, mai fissarli negli occhi, la prendono come un’offesa, un gesto di sfida; qui, invece, se non li guardi negli occhi è come se avessi qualcosa da nascondere. E il bello è che ti danno subito del “tu” e si prendono tutto il tempo per capire dove il tuo ragionamento stia andando». Storie 02FINALMENTE UN SORRISO…

Ora ride, Mike. «Sapessi, invece, la paura quando mi fermarono: “Normale controllo”, mi dissero. E poi, “Stai calmo, devi avere paura solo se combini qualche pasticcio… hai combinato guai? No? E allora non avere timore…”.  La divisa nel mio Paese mette paura, dicevo, qui in Italia al cittadino dà sicurezza: almeno questo è capitato a me che, come disse il carabiniere, non avevo nulla di cui avere paura».

Da mesi in Italia, Mike le domande in italiano le afferra senza problemi. Riprende a sorridere. «Voi italiani, poi, potreste andare in qualsiasi Paese del mondo, viaggiare fino a dove vi pare: quando parlate muovete le mani, da lì si comprende se siete sereni o agitati, se qualcosa vi è andato di traverso». Fa il gesto del mulinare le mani a un palmo dal viso, Mike. «Quando un italiano fa così, brutto segno». Insomma, il linguaggio dei segni, il giovanotto nigeriano lo ha imparato. Fosse interrogato, per come parla e spiega le sue impressioni, a scuola strapperebbe la sufficienza.

Perché parliamo di poliziotti e carabinieri. «Ho sempre subito il fascino della divisa, per un senso di giustizia che ho dentro, ma da quando sto in Italia è diventata una malattia: vorrei fare il vigile urbano, dirigere il traffico; pensa che bello, alzo il braccio verso l’alto, apro il palmo della mano e… stop! Vero? Le auto al mio segnale si fermano, faccio attraversare i pedoni, aspetto che bambini e anziani si prendano tutto il tempo necessario e poi… segno alle auto ferme, “potete riprendere a circolare”». I vigili, oggi, si chiamano poliziotti locali. «Bella la divisa, blu d’inverno, bianca d’estate; girando per la città ho notato che sono i più eleganti di tutti: gentili come gli altri agenti delle forze di polizia, ma più eleganti, anche se qualcuno ha chili di troppo ha sempre gesti eleganti».

SARA’ PERCHE’ SOGNO RISPETTO…

«Hanno grande rispetto dei cittadini – prosegue Mike – sono disponibili, quando forniscono informazioni lo fanno sempre con il sorriso: che questo, il pedone, sia bianco, nero o giallo». C’è poco da fare, il modo di operare dei nostri “vigili urbani” è rimasto impresso a Mike. «Da pochi giorni a Taranto, un giorno mi sono rivolto a un agente di polizia locale – va bene così? – per chiedere quale strada avessi dovuto fare per tornare da via D’Aquino alla sede di via Cavallotti. Non indossavano ancora la divisa estiva, come invece accade in questi giorni: attesi qualche istante, il tempo che l’uomo in divisa finisse di dare indicazioni ad alcuni turisti: non appena ebbe finito, mi dette con la massima calma tutte le indicazioni per tornare nel mio Centro di accoglienza».

Avesse pelle bianca, Mike arrossirebbe, ma la sensazione è quella giusta, viso e occhi non tradiscono. Con la divisa cerca quel rispetto che a casa sua non ha mai avuto. «E’ la cosa che più ci manca – confessa – e che molti di noi, in Nigeria, cerchiamo dall’età della ragione: non è giusto che un tuo simile si serva della forza, di una pistola per avere ragione di te: sono cristiano, siamo tutti fratelli, abbiamo gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti, non è così? Fin da piccolo ho fatto i conti con violenza e ingiustizia: se una divisa invita al rispetto, non c’è niente di male, forse desiderarla, un giorno indossarla è la strada giusta per recuperare un mio diritto».