«Chiara e forte!»

Floriano Dandolo, genitore di una piccola in cura al SS. Annunziata

«Un emocromo inquina il sangue di mia figlia. Cambia la vita, disintegra le certezze. Ma la piccola ha il carattere forte della mamma, sorride e sta uscendo fuori dalla terapia. L’importanza di incontrare professionisti e curare sul posto. Disposto a incontrare altri genitori…»

Sul sito, ma sostanzialmente sui mezzi di comunicazione di cui dispone “Costruiamo Insieme” (canale youtube e web radio), abbiamo spesso ospitato dirigenti, primari dell’azienda ospedaliera locale. Confronti per comprendere quali fossero le attività dell’Ente ospedaliero e le attese, invece, di pazienti e familiari che si avvicinano a un nosocomio, che sia un Pronto soccorso o uno dei reparti del “SS. Annunziata” piuttosto che “San Giuseppe Moscati”.

Questa volta sentiamo dalla voce di un papà, Floriano Dandolo, che al SS. Annunziata ha in cura la sua bimba, Chiara, cinque anni, che segue una serie di cure per combattere una malattia del sangue. Qual è il punto di vista di un genitore, la percezione di un utente, quando di fatto mette nelle mani di un’azienda ospedaliera una vita più preziosa della propria.

«Una macchina complessa; all’inizio ti trovi al cospetto di un percorso tortuoso che fai fatica a capire, se non fosse che nella sfortuna hai la fortuna di incontrare personale, non solo medico, umano e altamente professionale. E’ anche grazie a questo che riesci a farti una ragione di quanto ti stia accadendo, e ad avvicinarti a un tipo di vita che non t’aspettavi, quella di genitore costantemente all’erta. Non è facile, ma quando entri in un simile meccanismo, cominci a ragionare e a camminare con le tue gambe, immedesimandoti in totale nei momenti che stai vivendo, in questo caso con la mia bambina, Chiara, appena cinque anni, e mia moglie, Maria Rosaria».DANDOLO Articolo 01Un “emocromo sospetto” entra nella vostra vita. Una scossa spazza via qualsiasi sicurezza.

«Di colpo non esiste più l’ordinario, la vita quotidiana, una inattesa onda d’urto ha spazzato in un istante il concetto di “casa”. Non solo in senso fisico, ma anche dal punto di vista psicologico: la famiglia cede sotto i colpi di un emocromo. La vita ti costringe a voltare pagina, a gestire situazioni inattese. E, purtroppo, non ogni tanto, ma giornalmente, ora per ora».

Di Chiara ne parliamo a breve, ma tuo figlio, Luca, sette anni, dunque appena più grandicello, che domanda ti ha posto a proposito della sorellina?

«Domanda spiazzante. “Papà, che fine hanno fatto Chiara e la mamma?”. In quel caso mi ha soccorso una illuminazione. Ho inventato una favoletta spiegando la realtà, anche se in tutta coscienza non sapevo se fosse stata quella la cosa giusta. Consultando una psicologa, cui ho spiegato cosa fosse accaduto e come mi fossi comportato, mi è stato spiegato che avevo agito in modo ingenuo, ma funzionale. I bambini che non sono vittime di malattie rare e vigliacche devono anche sapere che esiste il bene, ma anche il male. Questo credo sia fondamentale. Non dobbiamo spegnere loro il sorriso, ma accompagnarli sul sentiero della vita che alterna cose belle a cose talvolta meno belle. Nei momenti in cui vieni preso alla sprovvista non è semplice trovare le parole giuste, poi, dicevo, l’illuminazione, ti soccorre il mestiere di genitore: la storiella…».

Qual è stata questa storiella raccontata a Luca?

«“Alla tua sorellina – ho spiegato al piccolo – hanno trovato il sangue “sporco”, tanto che si sono rese necessarie cure per “ripulirglielo”: questo è quanto…».

Poi incontri Valerio Cecinati, primario del reparto di Pediatria al SS. Annunziata. L’importanza di un medico.

«Un raggio di sole improvviso sbucato da una fitta nube nera. Non solo uno stimatissimo professionista nel campo della pediatria, ma anche medico qualificatissimo nel settore oncoematologico. Credo che in breve tempo, anche grazie ai colleghi del reparto, al personale paramedico, insieme ai collaboratori abbia trasformato un treno a vapore in un mezzo di collegamento che viaggia più spedito. La mia sensazione: non si fermerà fino a quando il suo reparto non diventerà un treno ad alta velocità».

DANDOLO Articolo 02Ci diceva che ha assunto un impegno. Spendere il suo tempo libero nell’incoraggiare quei genitori che avranno bisogno di un sostegno psicologico. Chi meglio di lei  la sua signora.

«Sottoporre un paziente a cure continue, a casa o in prossimità di casa, senza sottoporsi a spostamenti e lunghi viaggi nella sfortuna di una malattia che interessa un numero di pazienti in costante crescita, è un vantaggio psicologico non indifferente. Io e mia moglie, per esempio, per sottoporre la piccola a cicli di radioterapia ci siamo spostati non più lontano di San Giovanni Rotondo. E qui torniamo alla professionalità, all’importanza di un medico che esamina caso per caso e suggerisce la strada più giusta da compiere. Dunque, diffidate dai suggerimenti di amici e parenti, che possono indicare centri di eccellenza, ma magari non idonei a quel caso specifico».

Chiara, il suo comportamento, i suoi sorrisi. I suoi genitori.

«Non ha mai smesso di sorridere. E’ un fiume in piena, con il suo carattere travolge tutti, genitori e personale in primis. Merito della mamma, da cui Chiara ha preso il carattere forte, determinato. La terapia si divide in due fasi: in day hospital e in ricovero. Stando a Taranto, i due bambini usufruiscono della nostra costante presenza di genitori, in quanto possiamo alternarci; fosse stato altrove, un altro centro lontano da casa, sarebbe stato molto più difficile. Non dimentichiamo che la vita del bambino, appena sette anni, deve proseguire nel modo più normale possibile…».

Consigli ai genitori.

«In reparto ho lasciato il mio numero telefonico, disponibile con chiunque voglia scambiare due parole su una esperienza che io e mia moglie abbiamo vissuto in prima persona. A volte, le parole semplici possono alleggerire un peso sotto il quale si rischia di finire schiacciati nel fisico e nella mente».

«Speriamo che me la cavo»

Erika Blanc, fra cinema e teatro, dopo “Quartet”

«Ai giovani che fanno cinema e tv consiglio le tavole del palcoscenico. E’ la base di questo mestiere. Aspiravo a un ruolo nella commedia di Harwood, ho studiato, ce l’ho fatta». Squarzina, Strehler, Lionello. «Vi racconto la “k” ballerina del mio cognome…»

Teatro Orfeo di Taranto, in scena la commedia “Quartet” in programma all’interno del cartellone dell’associazione culturale “Angela Casavola”. Altro tassello, esclusivo appannaggio della cooperativa “Costruiamo Insieme” che ha affiancato in veste di sponsor la rassegna teatrale che si avvale della direzione artistica di Renato Forte.

In scena, fra i protagonisti della commedia scritta da Ronald Harwood, l’attrice Erika Blanc. Nota al grande pubblico, è stata protagonista di sceneggiati per la tv e film, non ultime le prove cinematografiche con Ozpetek, Avati, Castellitto e Gassman. Una seconda giovinezza, posto che la prima sia conclusa. Ci perseguita un dubbio, tanto che l’attrice ci scherza sopra. «Come li porto i miei 33 anni, bene?», dice mentre viene microfonata da Paolo D’Andria che cura regia, riprese e montaggio.

Teatro, signora. Ci dica fuori dai denti cos’è il teatro per lei?

«Parlo sapendo di non offendere nessuno, poi cosa possono farmi quanti si sentono colpiti dal mio modesto punto di vista, togliermi il saluto? Dunque, quanti fanno gli attori senza prendere in considerazione le tavole del palcoscenico, penso commettano un grave errore. Dunque, il teatro. S’è capito il mio punto di vista: è la massima espressione per l’attore, la base del mestiere per chi ha scelto di fare l’attore, cinema o tv che sia? Prima, passasse dal teatro».BLANC Articolo 02 - 1Una delle sequenze più ricercate e cliccate su youtube, il ruolo della nonna, giovane nello spirito, e saggia, con battute al fulmicotone ne “La bellezza del somaro” di Sergio Castellitto.

«La scena del  “tutti a tavola” e qualcuno, uno dei ragazzi, tira fuori un serpente facendolo passare per un normale animale domestico: una delle scene più esilaranti. Guardo il rettile, rifletto e dico appena: “Poverino, tutta la vita a strisciare, senza le zampette…”».

La sua carriera, prima del teatro.

«Ho cominciato con i fotoromanzi, poi il cinema, che agli inizi non mi ha dato grandi soddisfazioni. Sì, si impara, ma il teatro è un’altra cosa. Verso i trentatré anni mi sono posta una domanda: “Quanto durerò ancora come “bella ragazza”?”. Così ho lavorato con Strehler e Squarzina, poi con Alberto Lionello, compagno di una vita».

Blank o Blanc?

«Sono partita con la “k”, doppia se consideriamo il nome, Erika; facevo il cinema e a qualcuno venne in mente di estendere una “k” civettuola anche al cognome, perché faceva tanto straniera: “Blank”. Ma chi se ne frega, mi sono detta, poi una volta salita su un palco, insieme ai miei registi, ho pensato che Blanc facesse più, come dire, intellettuale: e sia Blanc…».

Sembra davvero sbucata da uno di quei suoi ultimi film per quell’aria un po’ svanita, che le dà sempre un fascino irresistibile. “Quartet”, bel personaggio.

«Speravo in questo ruolo, ambivo a questa commedia: si ride, ci si emoziona; credo faccia per le mie corde, non crede? Amo il teatro, i suoi rituali, un po’ meno i suoi chilometri: oggi fra una rappresentazione e l’altra ce ne scappano anche cinquecento e, magari, alla mia veneranda età pesano; sa, ho ventitré anni io, non si direbbe, vero? ».BLANC Articolo 03 - 1Impagabile, signora Blanc. Sembra già entrata nel personaggio che interpreterà in scena. Non aveva detto trentatré anni?

«Trentatré, avevo detto così? Mah, Totò avrebbe detto “sto nel decennio”: ventitré, trentatré, che importa, a volte me ne sento anche meno; forse ne ho davvero tanti meno…».

Le è sfuggito qualcosa nella sua carriera?

«Non credo, ho avuto tutto da questo mestiere. Penso di aver compiuto una carriera incredibile. Ho sempre trovato un ruolo che facesse per me. Penso a Castellitto, ma anche a Proietti e Gassman; qualche volta, intorno, registro picchi di Alzheimer: l’importante è che questi sintomi non li abbia io…».

Non le fa difetto la battuta. Studia ancora, “Quartet”, per esempio, è impegnativo.

«Studio sempre, è importante per crescere e io, fuori dall’ironia, voglio ancora crescere; in “Quartet” ho fatto una sostituzione, alla prima prova ho notato che mi adoravano tutti: lavorare con Ponzoni, con la stessa Paola, una grandissima, è molto bello; e Pambieri? Meriterebbe di fare più cinema, grande attore…».

Lei, non scherza.

«Io, me la cavo. Ecco, io speriamo che me la cavo…».

Puglia, la più bella

National Geographic conferma, è la regione più affascinante del mondo

Dal Barocco, ai muretti a secco, i trulli di Alberobello e Martina Franca, le masserie, i trabucchi, il mare cristallino del litorale. La tranquillità di borghi straordinari, l’incredibile tradizione enogastronomica dello Ionio con i suoi i prodotti di terra e di mare. Le sue spiagge celestiali, il Gargano e il Salento.

Inutile che gli altri si affannino per recuperare terreno. Anche quest’anno le diverse località turistiche non solo italiane, dovranno farsene una ragione: la Puglia è la più bella regione del mondo. Senza “se” e senza “ma”, come si dice in casi simili. L’Italia è il Paese più bello al mondo, un Museo a cielo aperto dicono gli studiosi e quanti da non sappiamo nemmeno quanto tempo. Dunque, la Puglia è il meglio del meglio. Non lo dicono gli italiani, bensì gli esperti. Non una entità pressoché sconosciuta creata ad hoc per incoraggiare gli imprenditori pugliesi alla vigilia di un’estate che proprio non si era presentata nel migliore dei modi.

Qui bisogna parlare inglese, scriverlo e leggerlo: da anni, infatti, da soli, in coppia, poi tutti e tre insieme, National Geographic, Lonely Planet e il New York Times, hanno eletto la “più bella delle belle”. Quasi fosse un concorso riservato alle miss. Prendetevi un attimo di tempo, qualche istante. Massì, esageriamo, anche due, tre secondi e fatevi una domanda. Vivete in un Paese mozzafiato; non basta, i pugliesi hanno la fortuna di abitare nella regione in assoluto più bella che esista sul globo terracqueo e non lo sapevate?

Anche quest’anno, infatti, la Puglia si è aggiudicata il “Best value travel destination in the world”, riconoscimento che l’aveva messa in relazione con centinaia di altre destinazioni in tutto il mondo. A definire la Puglia, la regione più bella al mondo, sono stati tre colossi della comunicazione e dello studio: National Geographic, Lonely Planet e il New York Times. Diverse le discipline messe sotto la lente d’ingrandimento: arte, cultura, natura e, ovviamente, le tante bellezze che il nostro territorio vanta e rappresentano un patrimonio di cui andare fieri.

MARTINA E LE MASSERIE, IL BAROCCO E LA TAVOLA

Dal Barocco del Salento, ai muretti a secco, i trulli di Alberobello e Martina Franca, le masserie, i trabucchi, il mare cristallino del litorale, il profumo delle zagare, le leggende, la cucina marinara tradizionale, le antiche chiese, le Grotte di Castellana, il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo, il Castello aragonese e le Colonne doriche, le Città vecchie di Taranto e Lecce, le insenature di Polignano a Mare. Tutta la Puglia è meravigliosa e forse non ce ne accorgiamo. La nostra regione è bellissima: da nord a sud, in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue località. Orgogliosi, dunque, di essere la più bella regione del mondo. E, pensate, non dovete nemmeno fare un biglietto. Siete già sul posto, approfittatene e quest’estate fatevi un altro giro. E se la Puglia la conoscete come le vostre tasche, concedetevi il bis.

La Puglia è una terra nella quale è possibile vivere esperienze uniche non solo per il suo mare, i borghi, la realtà rurale e moderna, castelli e cattedrali, ma soprattutto per la sua autenticità e la sua enogastronomia. La conferma di un riconoscimento straordinario, soprattutto perché riguarda una classifica mondiale e non solo continentale, e che dimostra ancora una volta la ricchezza turistica dell’Italia intera. Il premio alla Puglia è stato assegnato anche perché è la regione che vanta il meglio dell’Italia del Sud: i ritmi di vita, le tradizioni, la bellezza dei luoghi.

LONELY PLANET, IL NEW YORK TIMES…

La conferma anche dalla prestigiosa guida Lonely Planet, dal New York Times che in passato aveva titolato Italy’s Magical Puglia Region. Un trionfo riportato da una Regione che spesso, come la maggior parte delle realtà italiane, è al centro delle cronache per i problemi che la affliggono e che non ne restituiscono un’immagine positiva. Lonely Planet scrive che in Puglia “si possono assaggiare alcuni vini di qualità per niente costosi, in una regione che è la terza produttrice di vini e conta ben trenta diverse qualità di uve autoctone”.

La tranquillità di borghi straordinari come Ostuni o Locorotondo, Fasano e Martina; l’incredibile tradizione enogastronomica del Gargano e del Salento, dello Ionio con i suoi i prodotti di terra e di mare; le sue spiagge celestiali, come Punta Prosciutto o Baia dei Turchi, le Marine di Lizzano e Pulsano. E, ancora, la tradizione religiosa o dell’artigianato, con la cartapesta, i lavori in vimini, le sculture in legno o in pietra leccese dei famosi maestri scalpellini.

Che la Puglia fosse la regione più bella del mondo, forse noi italiani lo sapevamo già, e i milioni di turisti che ogni anno la scelgono lo dimostrano, ma riportato anche stavolta da una fonte autorevole come il National Geographic, non può che farci piacere e farci sentire orgogliosi una volta di più.

«Quei corpi privi di vita…»

Sambou, gambiano ricorda per noi, una delle tragedie del mare

«Donne incinte che galleggiavano, non potrò mai rimuovere dalla mia mente quelle immagini: centotrenta su un gommone che galleggiava per scommessa, poi tutti in acqua, salvi in cinquanta. Avevo una grave malattia respiratorio e un destino segnato…»

«Corpi di donne incinte che galleggiavano, prive di vita, davanti ai miei occhi: la Guardia costiera italiana non ce l’aveva fatta; avvertita di due imbarcazioni strapiene di africani che se la stavano vedendo brutta in un mare agitato, aveva fatto quello che aveva potuto; anzi, il Cielo li ringrazi, perché altri superstiti di quella tragedia avrebbero rischiato la stessa fine di donne, uomini e bambini, scomparsi a decine fra quelle onde esagerate per quanto erano alte: ottanta morti, cinquanta in salvo!».

Sambou, gambiano, più di ventiquattro anni, affetto da continue crisi respiratorie, a fine dramma ospitato in un Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, racconta qualcosa di cui poco si è parlato. Non si dà pace, dice di non aver letto molto della vicenda costata la vita a una buona parte di una imbarcazione che avrebbe potuto trasportare appena poche decine di persone e, invece, a bordo di persone ne avevano fatte salire centotrenta. «Erano due i gommoni, roba da non crederci, galleggiavano per scommessa: io non potevo fare troppe cerimonie, dovevo cogliere l’occasione al volo, stavo sempre più male e non avevo soldi per pagarmi i medicinali, figurarsi il viaggio!». Due le imbarcazioni. Già una trentina a bordo sarebbero tanti. «Eravamo centosedici sul mio gommone, sull’altro centotrenta: c’era chi aveva contato per dare un certo equilibrio ai due enormi “salvagente”: eravamo pazzi, molti di noi erano al corrente che avremmo corso seri pericoli, non potevamo spostarci da prua a poppa; intanto, non c’era spazio, poi avremmo fatto “ballare” più di quanto non lo facesse già di suo quel gommone; non ci perdevamo di vista, quando un’onda più alta delle altre fece un solo boccone dei centotrenta…».Sfondo colore 02CORRI SAMBOU, CORRI…

Perché Sambou scappa. La salute, dice. «Avevo crisi respiratorie, asma. Da noi quelle cure costano tanti soldi, eppure papà cercava di fare il possibile per aiutarmi, lavorava dalle prime luci del mattino a tarda sera, un uomo che aveva il senso del sacrificio». Poi le cose cambiano. Sulla sua famiglia si abbatte una seconda sciagura. Niente in confronto alla malattia di Sambou che lo sta trascinando verso una strada senza uscita. «Muore mio padre, il sostegno della nostra famiglia: noi lavoravamo, facevamo quello che potevamo, ma era lui il motore di tutto; si spremeva come un limone, non si riposava un attimo: spezzarsi la schiena per tante ore al giorno, alla fine ti sfianca, ti indebolisce; purtroppo, un brutto giorno, papà si abbatté: non ce la fece a superare una crisi, l’ultimo suo sguardo rivolto ai figli e un attimo dopo al Cielo, quasi lo chiamasse a testimoniare che lui aveva fatto il possibile per sfamarci e farci stare tutti insieme».

Le cure, costano. «Non ce la può fare la famiglia, non che fossi un peso, ma avevo bisogno di medicinali, molto costosi dalle nostre parti; dovevo provare a imbarcarmi per l’Italia, anche perché le crisi respiratorie erano ad intervalli sempre più brevi; mia madre, per amore dei figli si era risposata: così sarebbe stato più facile sfamare i più piccoli; io, intanto, mi ero allontanato da casa con la sua benedizione, tanto che quando possibile sento lei, i miei fratelli e i miei amici; nel cuore un grande dolore: quando mi ero rassegnato a morire nel letto di casa mia, dovevo andare via, con il timore che durante il viaggio potesse capitarmi qualcosa e non essere seppellito nel mio Paese».

C’è stato un momento in cui Sambou ha pensato che fosse davvero finita, in un Paese che non era il suo Gambia. «La Libia. Ci ero arrivato letteralmente distrutto, non ce la facevo a stare in piedi: non avendo denaro in tasca e, dunque, impossibilitato a pagare il riscatto a banditi senza scrupoli, ero stato prima rinchiuso in qualcosa che somigliava a un carcere, poi gettato per strada: un mese in un angolo di quella prigione improvvisata, fra colpi di tosse e crisi sempre più gravi. Una sera non ce la fecero più, due sorveglianti mi presero mani e piedi e mi scaraventarono per strada. Era la fine. Non riuscivo a pensare a un epilogo diverso: crisi di asma, dolori e ferite ovunque a causa della violenta caduta, mi trascinai verso un marciapiedi per aspettare lì la mia fine…».

QUANDO TUTTO SEMBRA FINITO…

Invece, miracolo. «Qualcuno mi svegliò, forse impietosito nel vedermi moribondo. “Ci sono due imbarcazioni per l’Italia, se si stringono un altro po’, c’è posto anche per te”, mi disse l’uomo della provvidenza. Speranze ridotte al lumicino, mare agitatissimo, i due gommoni che sembravano due galleggianti sbalzati dalle onde; anche stavolta invocai il Cielo: io e altri centoquindici su un gommone, centotrenta sull’altro, appena più grande, ritenuto più sicuro tanto da ospitare donne incinte e bambini».

Un attimo e a metà del viaggio l’imbarcazione dei centotrenta, a poca distanza da Sambou, non regge l’urto di un’onda alta quanto un palazzo di dieci piani. «Sotto i miei occhi vedo sbalzare fuori dal gommone tutta quella gente: tutti in mare, urla strazianti, ognuno invoca aiuto nella sua lingua; braccia che si agitano sempre con più forza e quando questa abbandona quella povera gente, quelle braccia spariscono fra le acque: è finita».

Un dolore e una morte annunciata. Uomini, donne e bambini scompaiono uno dietro l’altro. «Dei centotrenta, vengono tratti in salvo appena cinquanta, e sono tanti, perché la Guardia costiera rastrella quelli che riescono a malapena a reggersi a galla, qualcuno aggrappato al nostro gommone, quello “sopravvissuto” al mare in tempesta; arriviamo finalmente in Italia, veniamo assistiti, io vengo accompagnato in ospedale e sottoposto a una serie di cure: sano e salvo!».

Sambou prosegue le cure fuori dall’ospedale. «Adesso va meglio, mi rimetto in sesto e poi sotto con il lavoro: ho imparato a fare l’elettricista, una cosa che mi è sempre piaciuta fin da piccolo. Forse perché dalle mie parti qualcuno che porta luce viene visto come uno spiraglio di speranza».

«Respingere mai!»

Parla l’amministratore accusato per “troppa indulgenza” con gli extracomunitari

«Regolamentare sì, ma nel frattempo dobbiamo essere ospitali: appartengo a una Destra sociale che non c’è più. Ho fatto solo il mio, poi i “leoni da tastiera” hanno fatto della normalità, cioè l’accoglienza, un caso mediatico». Scatenati quotidiani e tv nazionali.

Alessandro Scarciglia, vicesindaco di Avetrana, riceve offese e insulti sui social network. Unico torto, punti di vista – noi la pensiamo esattamente come lui – essersi prodigato nel dare accoglienza a settantatré migranti pakistani sbarcati nei giorni scorsi sulla spiaggia di Torre Colimena, Marina di Manduria. Sono in molti ad esprimere solidarietà a Scarciglia. Politici, sindacati, cittadini si schierano dalla sua parte, qualcuno parla di «vergognosa aggressione nei suoi confronti» e, invece, lo ringrazia «per l’impeccabile lavoro istituzionale svolto e avere interpretato nel modo più giusto il ruolo di amministratore».

“Costruiamo Insieme” ha fatto di più. Ha invitato Scarciglia in studio per farsi raccontare direttamente dal protagonista di un gesto normale, quello dell’accoglienza, diventato suo malgrado “speciale”. Tutto nasce da un equivoco. La formazione politica di appartenenza, passata attraverso diversi partiti che, però, non incarnavano lo spirito dell’amministratore.

Insomma, Scarciglia, una tempesta mediatica?

«Ho fatto quello che dovrebbe fare ogni essere umano, che sia di destra o di sinistra: aiutare il prossimo; mi meraviglia, invece, quanto si è scatenato mediaticamente nel giro di qualche ora. Ma andiamo per ordine: sono appena passate le sei e mezzo del mattino, mi chiama un brigadiere della Stazione dei carabinieri di Avetrana: settantatré persone, appena sbarcate, sono in fila indiana sulla strada, si dirigono da Torre Colimena – dove è avvenuto lo sbarco – verso Avetrana; non sono più in territorio di Manduria, così spetta a noi, avetranesi, darci da fare: è gente che da giorni – nove abbiamo saputo – viaggiava in mare».SCARCIGLIA articolo 01Scatta l’operazione-ristoro.

«Sollecita. Cominciano i carabinieri, un esempio in fatto di impegno, per proseguire con rappresentanti della Prefettura di Taranto che hanno svolto il lavoro di identificazione con la massima velocità; metto a disposizione di questi settantatré poveretti, stanchi, denutriti, con appena la forza di ringraziarti a mani giunte, lo stadio comunale: lì troviamo magliette, ciabatte, servizi igienici. Grazie infinite a un ristoratore del posto, al titolare di un negozio di casalinghi e alla generosità dei cittadini non solo di Avetrana – perché c’è stata una corsa alla solidarietà – i migranti hanno ricevuto pasto caldo, bottigliette d’acqua, bicchieri posate, indumenti e scarpe».

Lei, però, è di destra: non glielo hanno perdonato. Cosa fanno quanti appartengono a questa ideologia: mangiano i bambini, prendono a sassate o botte i richiedenti asilo, li respingono in mare e chi si è visto, si è visto?

«Sono orgogliosamente di destra, ho vissuto da ragazzo il Movimento sociale, poi Alleanza nazionale, infine Fratelli d’Italia, da cui sono poi uscito: attualmente sono sprovvisto di tessere di partito; mi manca la mia Destra sociale, all’interno della quale non si è mai parlato di dichiarare guerra a bisognosi e richiedenti ospitalità: regolamentare sì, respingere mai, siamo seri! Alla base di tutto deve esserci rispetto per chiunque sia un diverso, per pelle, religione, politica che sia; a casa, come in politica, mi hanno insegnato ad aiutare i deboli da qualsiasi parte del mondo arrivassero».

Veniamo all’attacco web. 

«Il web è bello perché è democratico, ma andrebbe regolamentato: uno non può pensare di aggredire impunemente chiunque, sono contro i “leoni da tastiera”; sono stato oggetto di un “agguato mediatico” da parte di un rappresentante del centrodestra e di uno del centrosinistra, in perfetta par condicio: ognuno di questi diceva il contrario dell’altro, figurarsi io che ero al centro della vicenda; dei due, chi diceva che un uomo di destra deve usare il polso duro e respingere gli sbarchi; chi, invece, che il sottoscritto era in cerca di visibilità: hanno perso entrambi un’occasione per tacere».
SCARCIGLIA articolo 02Tutto è finito lo stesso giorno.

«Di più, a mezzogiorno in punto! La Prefettura aveva disposto il trasporto dei pakistani all’hot spot di Taranto per espletare le ultime formalità e definire per ciascuno di questi la destinazione. E’ stata una vera corsa di solidarietà, due ragazze si sono offerte da interpreti e tutto è andato nel verso giusto; in molti si sono complimentati per come ci siamo attivati all’interno della vicenda: amministratori, commercianti. Per dirla tutta, doveva finire tutto lì: soccorso, ristoro e trasferimento dei settantatré pakistani a Taranto».

Dei pakistani, i “leoni” non se ne sono occupati affatto.

«Due cose sono sfuggite ai più: la disperazione di questa gente in cerca di libertà e l’errore di rotta, perché non so spiegarmelo come sono stati “spinti” a Torre Colimena; magari si tratta di una nuova rotta, chi può dirlo?».

Tv e stampa nazionale, la sua vita per qualche giorno è cambiata. 

«Continuo a fare l’amministratore nell’unico modo in cui mi è stato insegnato: il rispetto. Vuole sapere l’ultima? Da sempre mi spendo nel sociale, per formazione culturale: faccio clownterapia, in tasca sempre il famoso “naso rosso” (simbolo dei “clown di corsia”, ndr): con altri associati vado spesso a Brindisi, portiamo il buonumore in corsia, tanto ai bambini malati quanto agli anziani; sono stato a fare l’animatore, a portare il buonumore anche nei Centri di accoglienza; come vedete, non mi sono improvvisato, da sempre mi spendo per il prossimo, figurarsi se il colore della pelle può fermarmi…».

Gay, fuori l’orgoglio

Ieri, a Roma e altre cinque città manifestazione Lgbt

Settecentomila a sfilare nella capitale, secondo gli organizzatori. Solidarietà di Cinquestelle e PD, ma anche dal Campidoglio. “Ma attenzione, non possiamo prenderci il lusso di spegnere solo le candeline”, avvisa il movimento.

E’ andata. Il Gay Pride che ha avuto luogo ieri, sabato 8 giugno, a Roma, è andata in archivio. Con tutta una serie di interventi, a favore, contro. A volte con un chiaro disegno politico. Ma gli organizzatori, i partecipanti all’Orgoglio Gay non sono ingenui. Per gli organizzatori in piazza i partecipanti hanno superato quota settecentomila.

Roma ha fatto da attrattore principale, ma il gay pride si è svolto in altre quattro città. Ma non è finita. Annunciate altre manifestazioni per la prossima settimana. Cortei in contemporanea con Roma, l’orgoglio gay ieri è sceso in piazza anche a Trieste, Pavia, Ancona e Messina.

A Trieste, madrina la cantante Elisa. A Pavia, ritrovo in corso Cavour, davanti alla scuola Carducci, uniti nello slogan “Tutt*insieme favolosamente”: con l’asterisco voluto per evitare discriminazioni di genere. Ancona il centro di “Marche pride”. Cinquanta associazioni hanno solidarizzato con l’iniziativa (Regione Marche ha dato il patrocinio). Prima volta a Messina: “Pride dello Stretto”, finale di un mese di attività sui temi dei diritti civili.

In occasione del venticinquesimo anno il Gay Pride è tornato a sfilare per le vie del centro di Roma. Raduno in piazza della Repubblica per migliaia di persone che hanno seguito i carri con le dance hall delle varie associazioni che hanno organizzato la manifestazione.  Molte mani colorate di rosso alzate al cielo “contro omofobia e transfobia”. E poi, in coro, “Bella Ciao”.

«TEMPI “SCURI”, DOBBIAMO LOTTARE»

«E’ un Pride speciale – ha spiegato Sebastiano Secci, presidente del Circolo “Mario Meli” –  a 50 anni da Stonewall, la scintilla della rivoluzione del movimento, a 25 anni dal primo grande Pride moderno e unitario a Roma. Non possiamo prenderci il lusso di spegnere solo le candeline, ma dobbiamo continuare a lottare in prima linea perché i tempi che abbiamo davanti sono sempre più scuri: il movimento Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trasgender, ndc) è sempre più bersaglio di odio e violenza. I nostri figli e le nostre figlie vengono dichiarati inesistenti e dunque c’è ancora tanto da fare».

Quindi guardando alla compagine di governo Secci aggiunge «che prendere di mira una minoranza è un’arma di distrazione di massa per distrarre dai reali problemi del Paese. L’anno scorso un ministro della Lega ha detto che le famiglie arcobaleno non esistono, il vicepremier dei 5 Stelle ha detto che la famiglia è fatta solo da un padre e una madre. Se già un governo nega la nostra esistenza e quella dei nostri figli, che sono la parte più debole, vuol dire che c’è tanto da fare».

Tra i politici, in rappresentazione del Campidoglio il vice sindaco di Roma Luca Bergamo. «C’è bisogno di progredire nel riconoscimento dei diritti delle persone – ha dichiarato – senza discriminazioni: sono testimonianze e prese di posizione che vanno assunte anche quando i diritti si realizzano».

«Al Roma Pride – ha detto invece Riccardo Magi, deputato radicale di +Europa – siamo in tanti a ribadire che la lotta per l’affermazione dei diritti civili e contro ogni discriminazione, la lotta per la libertà sessuale e la vita familiare, è necessaria nel nostro Paese. I diritti sono conquiste e non vanno mai date per scontate».

MOVIMENTO CINQUE STELLE, FELICI DI ESSERCI

Ieri, in tarda mattinata anche il messaggio della vicecapogruppo del Movimento 5 Stelle al senato, Alessandra Maiorino. «Felice di esserci – ha dichiarato – a titolo personale, ma anche come rappresentante delle istituzioni, impegnata nella battaglia in difesa dei diritti civili. Il mio disegno di legge sul contrasto alla omotransfobia è stato depositato con ben 38 firme di senatrici e senatori del M5S».

«Una città intera che si colora d’arcobaleno per il 25esimo Pride – ha detto Marco Furfaro, coordinatore nazionale di Futura e membro della Direzione Pd – è un momento unico e straordinario di libertà, di felicità e di contrasto ad ogni discriminazione e pregiudizio. Una marea umana si ribella agli stereotipi con il sorriso: esserci ora, con un governo che prova a minare i diritti degli altri ogni giorno di più è necessario ed indispensabile».

Molti i social che hanno rilanciato l’iniziativa di google maps. In occasione del corteo, il colore che ha evidenziato il percorso seguito dalla manifestazione è stato sostituito da una linea arcobaleno, in linea con la giornata.

«Un dolore insanabile!»

Lucky e la storia  di sua moglie Blessing, incinta, che non c’è più (prima parte)

Nigeriano, poco più che ventenne, ha perso la moglie in mare. «L’avevo preceduta, poi una telefonata: “Problemi”, mi dicono, capisco che è una tragedia, lei scomparsa fra le onde con in grembo la nostra seconda creatura. “Questione di giorni, poi ci riabbracceremo per non separarci più!”, mi disse. Ora vivo per Johnny, il nostro primogenito, altrimenti per me sarebbe finita…».

«Mia moglie incinta, Blessing, morta inghiottita dal mare; l’imbarcazione sulla quale viaggiava, colata a picco!». In un rigo la storia di Lucky. “Fortunato”, questo significa “lucky” in italiano. Mai fidarsi dei nomi. A volte raccontano altre storie, talvolta fatte di lacrime e sangue. E’ il caso del nostro Lucky Ibeh, poco più di venti anni, nigeriano, scappato a gambe levate dal suo villaggio, Deta State, dove vive ancora quel che è rimasto della sua famiglia: il primogenito John, lasciato in custodia allo zio che se ne prende come se fosse suo figlio, e una sorella.

«Brutta storia», ci aveva già raccontato Lucky, le mani sul volto, un pianto a dirotto. Inarrestabile, come il dolore. «Mi perseguita giorno e notte, è talmente grande che non avrei voluto sopravvivere alla notizia che Blessing, mia moglie, fosse morta, in mare: di lei più niente, letteralmente dissolta con in grembo la nostra seconda creatura, il nostro secondo sorriso; perché era questo che io, lei e il piccolo John, rimasto in Nigeria, sognavamo: i figli danno gioia, ci ripetevamo; così, mentre fantasticavamo sul nostro futuro lontano dal nostro villaggio e dalle cattiverie, stava per sbocciare sulle nostre labbra e nel suo grembo un altro sorriso, una seconda felicità, che purtroppo non potremo mai raccontare».

Lucky non ce la fa. Gli occhi pieni di lacrime sbucano da quel volto nero, giovane, ma già provato da un dolore immenso. Non è l’unico. Ne ha da raccontare il ventenne nigeriano arrivato in Italia con un primo viaggio dalla Libia. «Con mia moglie avevamo deciso di scappare dal villaggio, perseguitato com’ero: gente che pensa ancora a sortilegi e stregonerie, manovra persone come fossero burattini: io mi ero ribellato alle loro stupide raccomandazioni; era già successo di tutto».Foto-Storie-nuove-01VIA DAL VILLAGGIO, NELLE MANI DI UNA BANDA

Lucky e la sua Blessing, via dal villaggio, dalla Nigeria, destinazione un Paese libero. «Non è la Libia, dove ci fermiamo per guadagnare quei soldi necessari a pagarci il viaggio lontano dall’Africa: siamo ostaggio di uno di quei gruppi armati fino ai denti; con la guerra civile, ognuno si “disorganizza” come può: noi disperati diventiamo una risorsa nelle mani di questi malviventi con zero scrupoli, armati come sono di coltelli, pistole e fucili: guai a non fare come ti dicono, hanno sempre il dito sul grilletto; nel loro dizionario non esiste la parola “rifiuto”, la faccenda la risolvono in un istante: “Bang!” e per te è finita».

Con questa banda di malviventi, Lucky fa un patto. «Io e Blessing, già incinta, lavoriamo in un campo: lo scopo è spezzarsi la schiena, ma alla fine mettere insieme quei soldi che ci permettano di pagarci la “fuga”; mia moglie ha il pancione, io i soldi per il viaggio. “Parti prima tu!”, mi dicono i banditi che continuano a tenere in ostaggio mia moglie; ci tengono sott’occhio quando siamo nei campi, siamo il loro conticino custodito nella sacca».

Non ha soldi a sufficienza per tutti e due, l’idea è di Blessing. «Vai prima tu, questione di giorni, poi ti raggiungo: tu vedi che succede, il lavoro non ci impressiona, ci rifacciamo una vita, in Italia o altrove, l’importante è scappare da qui», dice la donna. «Viaggio in mare, io e gli altri sul primo barcone, incrociamo una nave che ci issa a bordo, sani e salvi, arriviamo sulla terraferma; a giorni tocca a Blessing…», ricorda Lucky.

COSI’ E’, COSI’ NON E’…

Così è. «La sento prima che parta, perché anche lei si imbarca: tempo due giorni, massimo tre, arriverà qui, potrò riabbracciarla, mi dico». Così non è. «Una telefonata strana: brutto segno quando rispondi e non parlano o pronunciano frasi lente, disarticolate, incomprensibili. La prima parola che, purtroppo, comprendo è “Problemi!”. Comincio a sudare freddo, l’amico che mi ha telefonato non ha il coraggio di dirmi quanto accaduto, mi passa il ragazzo alla guida dell’imbarcazione. “Problemi…”. E sono due. Urlo, voglio sapere cosa è successo. “Il gommone sul quale viaggiavamo in tanti è affondato, con questo anche molti di quanti erano a bordo, non sapevano nuotare: una carneficina, i morti non si contavano, anche Blessing, tua moglie, ci è scomparsa davanti agli occhi…».

Lucky tira fuori l’ultimo briciolo di coraggio. «E’ un giorno che non dimenticherò finché campo. Ho nella mente il sorriso di Blessing, il suo senso materno di dire le cose. Anche se giovanissima, il fatto che fosse già mamma di John, il piccolo che continua a dare senso alla mia vita, era donna, saggia; quando ci siamo salutati è stata lei a incoraggiarmi, a dirmi che era meglio fossi stato io il primo a partire. “Questione di giorni, poi ci riabbracceremo per non separarci più!”, mi disse».

«Gesù predicava l’accoglienza»

Frate Antonio Perrella, Ordine di ispirazione benedettina

«Il Signore insegna che la discriminazione disumanizza l’uomo. Ognuno di noi rischia di perdere il senso di se stesso. I ragazzi venuti dall’Africa alimentano una speranza, spesso ricambiata con una esperienza brutale già vissuta nella propria terra»

Un nuovo incontro nel quale affrontiamo un altro aspetto della religiosità, avendo già ospitato, fra studio e web, rappresentanti della chiesa cattolica e musulmana. Nel tempo abbiamo documentato con il massimo rispetto qualsiasi confessione; temi delicati, dando voce a chiunque nella costruzione di un dialogo fra religioni diverse.

Frate Antonio Perrella dell’Ordine monastico ecumenico di ispirazione benedettina, era già stato protagonista della lavanda dei piedi, gesto compiuto da Gesù Cristo con i suoi apostoli. Nell’occasione, frate Antonio aveva invitato quanti, a torto, vengono visti come diversi. Fra questi, un nostro ragazzo, Samuel, che completò la sua partecipazione alla funzione religiosa con la lettura di alcuni passi del vangelo.

Frate Antonio, parliamo del suo Ordine. 

«Appartiene alla Chiesa episcopale che fa parte della Grande comunione anglicana. Si pone come un ordine che vuole favorire la vita comune fra cristiani provenienti e mantenenti la propria confessione di appartenenza. Proponiamo uno stile di vita comune fra fedeli provenienti dalle diverse declinazioni del Cristianesimo favorendo la causa dell’ecumenismo».PERRELLA Articolo 01Cristianesimo come pluralità.

«Certo, Cristianesimo: plurale e non univoco. Ci troviamo su un territorio, il nostro Paese, nel quale la Chiesa predominante è quella Cattolica romana. Noi viviamo la nostra Chiesa con uno stile di vita diverso, gomito a gomito con gente che vive esperienze differenti dalla mia, senza la pretesa che ciascuno di noi cambi idea sulla propria fede; non è una caso che sabato e domenica non svolgiamo attività capitolari conventuali, ciò per consentire a monaci e monache – in quanto Ordine misto, maschile e femminile – di dedicarsi al proprio culto nella propria chiesa».

Perché “benedettino”?

«Siamo nati come un’associazione. Un gruppo di amici, teologi, teologhe, e non. Insieme, senza presunzione, volevamo fare qualcosa di buono: abbiamo pertanto iniziato come associazione impegnata nell’integrazione all’interno di una pluralità confessionale. Ci siamo accorti che la regola di San Benedetto poteva essere un luogo favorevole nel quale questa pluralità potesse incontrarsi; volessimo ridurre ai minimi termini la regola benedettina, non potremmo non farlo usando la famosa espressione “Ora lege et labora”: prega, studia e lavora; tre ambiti in cui, tutti i cristiani appartenenti a fedi diverse possono fare insieme qualcosa e da lì partire per costruire la tanto attesa unità fra cristiani».

Viglia di Pasqua, il rito della lavanda dei piedi. Fra gli “apostoli” anche il nostro Samuel.

«Abbiamo celebrato un rituale che anticipasse per tutti la Pasqua del Signore; abbiamo voluto simboleggiare la lavanda dei piedi a persone che in qualche modo si sono sentite escluse o emarginate nella nostra società: Samuel rappresenta una categoria che alimenta una speranza, spesso ricambiata con una seconda emarginazione, esperienza brutale già vissuta nella propria terra; Gesù, invece, ci insegna che la discriminazione è la strada che disumanizza l’uomo, ciò che fa perdere ad ognuno di noi il senso di se stesso; la strada di Gesù è, invece, quella dell’accoglienza.

A tal proposito ho pubblicato un lavoro esegetico-sistematico dal titolo “Giovanni – La Parola esclusa perché Parola per gli esclusi”: Gesù non va alla ricerca della perfezione o della omologazione, bensì a quella del cuore; che poi questo cuore viva in un corpo nero, bianco, giallo, diverso».PERRELLA Articolo 02 Questo nuovo stile di vita cui fa riferimento, oggi può essere ancora attuale?

«Penso proprio di sì; il Monachesimo non è una élite di brave persone – sarei il primo a scappare via… – ma qualcosa che supera il fatto cristiano; il Monachesimo si palesa prima del Cristianesimo: è qualcosa di più complesso, fondamentalmente è la continua ricerca di Dio, “Quaerere deum”, che porta in sé tantissime domande sul senso della vita: chi sono, da dove vengo, dove vado, come posso essere migliore, promuovere all’ennesima potenza tutte le mie facoltà; dunque è un qualcosa che supera il fatto cristiano e si muove sulle dinamiche antropologiche; finché nell’uomo risiederanno queste domande, allora ci sarà posto per il Monachesimo».

La sua vocazione.

«Non è avvenuta attraverso un’apparizione, un miracolo: si è costruita incontrando persone; si è mostrata attraverso lo studio teologico e quanto è accaduto nella mia vita: sono stato oggetto di una seduzione sottile che alla fine mi ha condotto a una vita di discepolato di Gesù; un continuo mettermi in movimento nel rispondere alla volontà di nostro Signore».

Contro ogni bullismo!

Un quattordicenne durante una gara offende un direttore di gara donna

Il giovanotto ha tirato giù i pantaloncini e mimato un gestaccio. L’“arbitressa” era già stata oggetto di insulti sessisti da parte dei genitori dei giovani calciatori. L’intervento dell’olimpionico Daniele Scarpa. «Non riduciamo lo sport a uno sfogatoio o un’arena!». Squalifiche e scuse.

L’episodio è stato di quelli che hanno fatto discutere per giorni interi. E non solo fra Venezia, Mestre e il circondario. Se ne è parlato in tutta Italia. Cassa di risonanza tv, radio, social e stampa. Il tempo di un caffè sorseggiato al bar, sia chiaro. Certo, ci sarebbe da scandalizzarsi, considerando il gesto incivile di un ragazzetto di quattordici anni che si cala i pantaloncini davanti al direttore di gara, una donna. Ma da noi, il più delle volte, invece di diffidare i protagonisti di simili messinscene, questi episodi diventano battute, sketch, dirette televisive pomeridiane.

Scusate, abbiamo lasciato il piccoletto con i calzoncini ancora calati all’altezza delle ginocchia. Riprendiamo la cronaca. Anche il papà di questo burlone in erba una decina di anni fa ebbe una pesante squalifica. E anche in quell’occasione, il soggetto era un arbitro. Un maschietto, beninteso, questo per dire che in famiglia non si fanno scrupoli. Quando c’è da tirare fuori gli attributi, non ci pensano su due volte. Vero che il fischietto lo fanno trillare le “giacchette nere”, ma vuoi mettere la competenza di un calciatore dopolavorista che sferra calci, perde una gara nemmeno fosse la finale dei Mondiali?

Ma veniamo alla storiaccia dei giorni scorsi. Durante una gara riservata al categoria “Giovanissimi”, l’arbitro, Giulia Nicastro, ventidue anni, è vittima di insulti sessisti. Il piccoletto non si erge ancora a protagonista, anche se già avverte che ha il pubblico dalla sua parte e se gli passasse la mosca davanti al naso, per l’“arbitressa” sarebbero guai seri. I primi insulti partono da un gruppo di genitori, sempre loro, quelli che di solito vedono per se stessi e per il proprio figliolo un futuro nel dorato mondo pallonaro e, se non andasse proprio così bene, come tronista in tv, prima; da “ospite” in una discoteca trendy, poi.

Per l’intera durata della partita fioccano epiteti di vario genere. Il colpo di scena è, però, nell’aria. Il giovanotto ha fiutato la prima pagina dei giornali locali e incassato un applauso dalla gradinata. E’ il momento di diventare un “eroe”. Il piccolo calciatore, classe 2004, società del Treporti, contesta. Attenzione, non un calcio di rigore, la massima punizione, bensì un misero calcio d’angolo. Invece, come da regolamento, di invitare il suo capitano a rivolgersi con rispetto alla “direttrice di gara” per tornare sui sui suoi passi a proposito dell’assegnazione di quel corner, prende una scorciatoia: si abbassa i pantaloncini davanti alla donna ventiduenne, e fa riferimento a pratiche sessuali che evidentemente già conosce.

Espulsione. Squalificato lui, il giovanissimo praticone che conosce il linguaggio del corpo, multata la società. Come minimo. Applausi dagli spalti al coraggio del piccoletto, in quel pomeriggio di metà settimana per quell’atto eroico.

Ma non tutto viene per nuocere. L’Italia sarà pure un Paese in questi anni sfamato a gossip e tv, ma è ancora abitato da gente di buon senso. Prendiamo il campione olimpionico Daniele Scarpa. Non uno qualunque, bensì uno che ha vinto medaglie al massimo livello. Bene, Scarpa invita il padre del quattordicenne a incontrarlo. Il genitore accoglie l’invito e rivolge le sue scuse a tutti.

Scuse anche dalla società di calcio Treporti. Il sindaco della cittadina vicino Venezia, una donna anche lei, fa sentire al “direttore di gara” la solidarietà della città. Nel frattempo spunta un vecchio referto arbitrale: anche il padre del quattordicenne che si è calato i pantaloncini dieci anni fa subì una pesante squalifica per aver contestato il direttore di gara.

Cavallino Treporti, comune della Costa veneziana di tredicimila abitanti famoso per i campeggi sulla spiaggia, può dirsi riabilitato. L’ex campione olimpico, il canoista Daniele Scarpa (un oro e un argento ad Atlanta 1996) è riuscito a tenere insieme una comunità per giorni si è interrogata su quanto accaduto. “L’episodio deve essere l’occasione per aprire una riflessione sul valore educativo dello sport”, ha dichiarato il campione promotore del Progetto Desirée contro il bullismo nello sport.

«Non è solo un problema del ragazzo – ha detto Scarpa – oppure di cosa succede nei campi da calcio, ma di tutti noi: purtroppo il valore educativo dello sport sta venendo meno anche in altre discipline. Sono un appassionato di basket, ma non nascondo che a volte mi vergogno di sentire quanto urlano i tifosi nei confronti dell’arbitro, spesso nonostante abbiano accanto figli minorenni: loro, quando cresceranno, si comporteranno allo stesso modo. Il rettangolo di gioco non deve essere uno sfogatoio: lo sport in genere deve essere un’arena educativa con arbitro, regole e giocatori, non un Colosseo dove si alza o abbassa il pollice».

Per discutere di questi temi, Scarpa ha già invitato a Venezia il presidente del Coni, Giovanni Malagò, con l’obiettivo di promuovere la carta dei fair play. «E ricordare – conclude l’olimpionico medagliato – che lo sport ha soprattutto un valore sociale. Mi auguro che il presidente Malagò, sensibile a questi temi, accetti l’invito».

Fine della storia. Se non fosse che, come spesso capita a un Paese dalla memoria corta e dalla visione lungimirante, tutto finisce a tarallucci e vino, con la benedizione dei media che fanno da moralizzatori prima e da pacieri poi. L’arbitro ha avuto i suoi cinque minuti di celebrità, ha ricevuto il plauso della Sezione arbitri di appartenenza, lo solidarietà del Coni che proporrà l’arbitressa a una medaglia e una promozione sul campo. Popolarità anche per il sindaco della cittadina, intervistato dalla tv nazionale. Papà e mamma del ragazzetto hanno fatto la figura dei genitori inflessibili. Unico ad aver fatto il suo, Scarpa. L’atleta non ha rilasciato solo interviste, ma si è attivato con un progetto contro il bullismo. E questa è materia di consolazione. Insomma, non tutto il male…

«Guerra civile è…»

Extracomunitari e racconti agli studenti del “Cabrini” di Taranto

«Non sono tre righe in cronaca, ma bande prive di scrupoli che ti svuotano tasche e sogni. Ragazzini armati fino ai denti che ti sparano a vista. Fughe in mare aperto in cerca di futuro»

«Grazie dei pasticcini, ma siamo in Ramadan, per un mese dobbiamo fare astinenza, non solo di dolci, ma di qualsiasi cosa: solo prima del calare della sera possiamo mangiare, masticare un paio di datteri, ma non per saziarci, bensì per smorzare se possibile i morsi della fame». Istituto Cabrini di Taranto, seconda parte. Fra i protagonisti, ospiti e operatori di “Costruiamo Insieme”.

Le storie non finiscono mai, anche il periodo di penitenza è motivo di confronto a scuola fra i ragazzi-studenti e questi loro nuovi amici. Ragazzi come loro, sì, che però hanno da raccontare qualcosa in più. Se non altro perché non è storia di tutti i giorni scappare, sfuggire a colpi di fucile, coltellate, bastonate. Perché di questo si è anche parlato, diciamo anche appena accennato la scorsa volta. Per non spaventare troppo gli studenti con storie nude e crude. E qui sta la grazia, la discrezione di questi giovanotti neri che si presentano con aspetto austero, ma che i ragazzi smontano in un “amen”, non appena si parla di comunicazione, palmare, i-pad, internet. Figli della stessa generazione. Per giunta hanno in comune il Sud.

Proseguono, dunque, gli incontri degli studenti dell’Istituto professionale “Francesco Saverio Cabrini” di Taranto. Di fronte a curiosità e domande, ci sono Daniel, Alassane, Souleymane, Amara, Lawrenta e Devine. Qualcuno aveva partecipato all’incontro della settimana precedente.GUERRA Articolo 01 - 1E’ la seconda prova di apertura al sociale a ragazzi come loro. Solo che gli ospiti, un sorriso contagioso che spicca sui volti neri come il carbone, vengono da lontano, da un altro Paese. Costretti a tagliare radici a malincuore, perché fuggire o comunque lasciarsi alle spalle affetti familiari, la propria terra, non è bello e non accade tutti i giorni. Merito della dirigente scolastica Angela Maria Santarcangelo, che ha voluto concretizzare un progetto didattico, «La grande “I”» («I», come integrazione). Un’idea di conoscenza realizzata in collaborazione con il CPIA, il Centro provinciale per l’istruzione adulti presieduto da Patrizia Capobianco e coordinato, come la settimana prima da Mercedes Corbelli.

Fioccano le domande. Anche stavolta. «Io volevo laurearmi in Ingegneria, sono andato via dal mio Paese per studiare, ma mi sono ritrovato in Libia in un momento di grave incertezza: non c’era più un governo stabile, bensì guerriglie armate, quelle che i giornali hanno definito guerra civile».

La guerra civile. «Tre righe in cronaca, nelle pagine degli Esteri», dice uno degli ospiti, mostrando conoscenza di una delle espressioni più care a giornalisti e politici. «Non voglio polemizzare, ci mancherebbe altro, ma se ragazzi come voi ci pongono spesso le stesse domande, vuol dire che i mezzi di comunicazione non spiegano bene cosa stia accadendo, non dall’altra parte del mondo, ma a mille chilometri da qui; la guerra civile non è solo un’etichetta: vuol dire episodi di violenza, bande di ragazzini armati fino ai denti che, se tutto va bene, ti svuotano le tasche di soldi e sogni, perché quel poco denaro che avevi guadagnato con mesi di lavoro sarebbe servito per pagare il viaggio dalle coste africane e quelle italiane…».

«Non vogliamo impressionare nessuno – prosegue un altro – ci mancherebbe anche passare per il “lupo nero” delle fiabe; ma quando ti va male, per questi ragazzi – che hanno dieci, dodici anni, sono più piccoli di voi… – sei solo un bersaglio mobile: ti dicono di scappare e tu devi scappare, altrimenti sono guai, ma guai veri!». E qui la cronaca di Daniel,  Souleymane, Amara e Lawrenta, si autocensura. Non vogliono stupire i ragazzi raccontando il sangue. GUERRA Articolo 01 - 1 copia«Provate ad immaginare a un sogno e questo sogno altro non è che l’incertezza di arrivare sani e salvi su una costa amica; di notte il mare è impressionante, alle prime ore del mattino non è più incoraggiante: onde alte come palazzi ti sbattono come fossi uova per una frittata; quelle scene non durano istanti, ma ore e fanno paura anche a chi il coraggio se l’è fatto venire perché non aveva altra scelta che la fuga dalla morte».

«Puoi incrociare navi militari libiche, che ti riconducono a riva e mettono in prigione; non incontrare una sola imbarcazione, magari con a bordo pescatori che possono, invece, issarti a bordo e portarti su un mezzo almeno più sicuro di un gommone che imbarca acqua o può bucarsi da un momento all’altro». Infine, «Terra!», suggerisce un ragazzo con un sorriso. Il racconto, in effetti, mette ansia. Partiti dalle coste libiche, si è parlato di persecuzioni, di mare agitato, ma non ancora dell’ultimo tratto. Quel «sani e salvi» che è un po’ il finale dei temi di un tempo, una sorta di «stanchi ma felici». «Certo che arriviamo in Italia! Una nave militare italiana, dio la benedica, ci fa salire a bordo e conduce direttamente all’hot-spot di Taranto: da quel momento in poi la nostra vita ha assunto tutto un altro aspetto».

Vero. «C’è chi è ospite di un Centro di accoglienza, chi ha trovato un contratto di lavoro, chi fa l’operatore – come il sottoscritto, dice uno – con il suo stipendio e la voglia di costruirsi un futuro». «Non necessariamente in Italia – conclude un “fratello” – a me il vostro Paese piace, cordialità e accoglienza sono all’ordine del giorno, ma c’è chi vuole viaggiare ancora, chi tornare a casa, infine chi vuole costruirsi un futuro, con molti sacrifici e questa è una cosa che, con tutto quello che abbiamo provato, non può farci paura».