Che sia Benedetta!

Pilato, un sogno, un pianto di commozione ai Mondiali di nuoto

«Taranto non la lascio, si può fare sport a certi livelli anche al Sud». Umile, lo studio prima di tutto. «Pura fibra bianca muscolare che sprizza velocità», aveva detto il suo tecnico. E’ l’atleta azzurra più giovane di tutti i tempi ad aver vinto una medaglia. Il sindaco Rinaldo Melucci le ha promesso una piscina olimpica.

Che sia benedetta. La vita della piccola Benedetta, che vuoi che siano quattordici anni per una gigante del nuoto, appena laureata vicecampionessa del mondo a Gwangju, in Corea del Sud. Lo stile preferito, i cinquanta metri rana. Quelli in cui ha pure minacciato per il massimo titolo la campionessa in carica, la statunitense Lilly King. Da non crederci. «Pensavo fossi arrivata terza, così ho scoppiato a piangere!». Terza, Benedetta? Seconda! «Seconda?», pianto a dirotto e testa sott’acqua. E’ la King, adesso rilassata, dopo la paura che quell’adolescente tarantina sul filo di lana le avesse annientato quella manciata di centesimi di secondo, la raggiunge e l’abbraccia. Commuove tutti. Alessandro Del Piero, campione del mondo, uno che non si è tirato indietro ai calci di rigore contro la Francia, davanti a un miliardo di telespettatori, non trattiene la sua emozione. Piange con lei, davanti alla tv. Fa di più, il campione, scrive su Facebook una lunga lettera alla ragazza.

Non è una favola, è «Tutto vero». La Gazzetta dello Sport, il giorno dopo le dedica una prima pagina che ricorda quel Mondiale di calcio in Germania. Tutto vero, appunto. Quella possiamo considerarla una copertina. «E’ nata una stella!», scrivono. E’ medaglia d’argento, ma per l’Italia è già “la campionessa”. Nessuno prima di lei aveva partecipato e vinto una medaglia ad un qualsiasi Mondiale. Quattordici anni e mezzo. Il suo pianto liberatorio, ha commosso il Paese. Benedetta, una di noi. Una che si è fatta strada cominciando ad allenarsi a Pulsano, perché di piscine e disponibilità, agli inizi, non ce n’erano. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, dopo l’exploit coreano ha subito promesso: «Costruiremo una piscina olimpionica!». Così Benedetta potrà dormire mezz’ora di più.PILATO 01 - 1«Lo studio, prima di tutto!», aveva detto prima di partire per i Mondiali. Testa sul collo per un’atleta che sta facendo vivere un sogno alla sua borgata, Talsano, dove abita insieme con papà e mamma. E ai suoi compagni di scuola, il liceo “Maria Pia”, dove colleziona primati che sfiorano il nove in pagella. La rivelazione dei Mondiali di nuoto nei cinquanta rana è una ragazza educata, serena. Semplice.

Benedetta sarebbe una ragazza come tante se non fosse arrivata dove in Italia nessuno era mai arrivato: una medaglia mondiale a quattordici anni e sei mesi. Federica Pellegrini, monumento del nuoto italiano, aveva cinque mesi in più di lei quando esordì in una staffetta a Barcellona, nel 2003. La Gazzetta dello Sport traccia un suo profilo.

Il papà, Salvatore, anche lui un passato nel nuoto, è dipendente della Marina Militare a Grottaglie. Mamma Antonella, commessa, giocava a pallavolo. Il fratello Alessandro, come Del Piero, dieci anni, preferisce il calcio al nuoto. I consigli tecnici, però, arrivano dalla nonna. Che poi, altro che nonna, è giovane anche lei. «Ti è mancata l’ultima bracciata – le ha detto quando l’ha sentita – hai mollato prima, altrimenti avresti vinto!».

Benedetta Pilato comincia a due anni. A quattro, viene seguita dal suo primo e unico allenatore, Vito D’Onghia. «Questa ragazza – dice il tecnico – si vede a occhio nudo, è pura fibra bianca muscolare che sprizza velocità». Aveva ragione.

Benedetta frequenta il primo anno di Scienze applicate Maria Pia di Taranto, media dell’8,8. Dopo la scuola, un sonnellino, compiti e due ore di allenamento al “Solaris” di Pulsano. Piscina da venticinque metri. In Puglia da cinquanta ce ne sono poche. E lei, Benny: «Taranto non la lascio, si può fare sport a certi livelli anche al Sud». Che sia benedetta.

«Volevo morire!»

Dramane, ivoriano, ventuno anni

«Fuga e deserto, botte e caldo al mattino, freddo la notte. Prigioniero, andavo nei campi a spezzarmi la schiena e per tre giorni senza pane né acqua. Poi il viaggio, iniziato male, ma conclusosi bene grazie al Cielo!»

«Ho pregato perché morissi!». Frase forte, ma è Dramane, ivoriano, più maturo dei suoi ventuno anni, a pronunciarla. Spiega. «Avevo preso botte nel mio Paese, le avevo incassate anche in Libia, dove ero stato ridotto in schiavitù; mi ero ritrovato in pieno deserto esposto la mattina sotto un sole cocente e la notte a un freddo che accarezzava gli zero gradi; non c’era via di fuga da quei giorni, se non rivolgerti al Cielo e invocarlo di farla finita, di annientarti completamente».

Non era una fuga, bensì una tortura. Dramane si è ripreso poco per volta, una volta arrivato in Italia, ospitato in un Centro di accoglienza di Costruiamo Insieme. «Qui è come se avessi trovato una famiglia – dice – finalmente ho ripreso a studiare, cosa che facevo nel mio Paese, prima che un episodio cambiasse la vita a me e i miei cari, ma questa è un’altra storia: era stata la mia matrigna a decidere che non dovevo più studiare…». Non gli andrebbe di parlarne, ce ne aveva già fatto cenno in passato. Torneremo, a tempo debito, se Dramane lo vorrà. Dunque, cominciamo dalla fine, l’accoglienza, lo studio. «Ho sempre amato i libri e la scuola, non c’è bisogno che qualcuno ti spieghi da cosa dipenda la tua crescita, se non dallo studio e dalle relazioni umane, io che di umano intorno a me cominciavo a vedere ben poco, ormai…».

LIBIA E DESERTO, IL CIELO MI AIUTI!

Allora, il deserto, la Libia, bruttissime esperienze. «Il peggio che potesse capitarmi, nonostante avessi sentito amici e altra gente, più avanti, che mi incoraggiava a tentare “il viaggio”, imbarcarmi, superare il Mediterraneo e arrivare lì, in Italia, poi vedere quali sarebbero state le condizioni per restare o proseguire il cammino». Dunque, la fuga, l’arrivo in Libia. «Sembrava aspettassero me per scatenare una guerra civile così violenta, avevo trovato un Paese profondamente cambiato. Carri armati schierati, militari armati fino ai denti, spietati non solo a parole, ma anche con i fatti: non ascoltavano le tue preghiere, le tue invocazioni per avere acqua e cibo; qualsiasi cosa gli fosse avanzata, a me e gli altri compagni di viaggio, sarebbe andata bene; niente da fare, ci picchiarono senza un attimo di sosta, ci spinsero in un capannone dal quale era praticamente impossibile fuggire: lo scopo era semplice, la mattina ci svegliavano e andavamo a compiere mille lavori, da quelli di fatica a quelli nei campi; a schiena piegata, non c’era verso, e se rivolgevi lo sguardo a un sorvegliante, giù altre botte, il fatto che incrociassi il loro sguardo lo vedevano come una mancanza di rispetto: loro erano armati, dunque superiori; noi, a mani nude, esseri “inferiori!».

E, invece, le cose non stavano come quei militari pensavano. «Prima che guerra di nervi e ostaggio finissero, ci sono state di mezzo giornate e giornate di lavoro, settimane: finita la giornata, giusto il tempo di essere ricondotti nel capannone per dormire su un pagliericcio ed essere svegliati la mattina dopo, come se le ore di sonno fossero passate in un baleno; addosso avvertivamo ancora stanchezza e dolori del giorno prima…».

Avessero sfamato quei ragazzi che si ammazzavano ogni giorno di lavoro. «Ho lavorato anche tre giorni di seguito – ricorda Dramane, difficile dimenticarlo – senza toccare cibo: era così, con quei militari, ti picchiavano ferocemente e se non erano soddisfatti di te, del lavoro e del tuo comportamento, ti lasciavano a bocca asciutta, senza acqua, né un morso di pane».

AFFAMATI E MORIBONDI…

Alla fine, più che muoversi a compassione, vista la sopraggiunta debolezza, Dramane e i suoi compagni, furono abbandonati al loro destino. «Trovammo dove rifugiarci, deboli, sfiniti da fame e sete; non dovevano più trovarci, però. Per un accordo, più o meno condiviso, dovevamo letteralmente sparire dai loro occhi, altrimenti a farci sparire, e per sempre, ci avrebbero pensato loro. E lo dicevano per davvero, non certo solo per spaventarci. L’idea che avevamo ricavato dai loro comportamenti e da quanto qualcuno ci aveva raccontato, è che ci mettevano un attimo a fare fuoco per un qualsiasi motivo, anche il più banale».

Un rifugio, pochi soldi e la spesa in orari in cui non circolavano veicoli militari e ronde. «Poi tornavamo subito alla base, ma una volta finiti i soldi, l’unica soluzione era rivolgerci a Dio, metterci in cammino e sperare che le preghiere arrivassero fin lassù…».

Il deserto, il caldo, il freddo, invocare la morte. «Non c’era altra via di fuga se non dalla vita, fino a quando non arrivammo su una spiaggia e ci unimmo, disperati come eravamo, ad altri disperati come noi. Eravamo talmente disperati che anche l’imbarcazione era inaffidabile: avevamo preso da qualche ora il largo, quando cominciammo a vedere che il gommone cominciava a sgonfiarsi e imbarcare acqua. Una volta tanto, il destino ci venne incontro sotto forma di nave militare italiana: l’equipaggio ci avvistò, i militari italiani videro che stavamo per andare a picco e ci issarono a bordo; il viaggio per arrivare finalmente in Italia era durato quattro giorni, ero sano e salvo. Davanti a me la prospettiva di studiare e trovare lavoro, anche da artigiano: in Costa d’Avorio riparavo e lucidavo mobili, un lavoro che ho sempre amato fare, credo di essere bravo, ma sarei disposto a imparare qualsiasi lavoro, perché qualsiasi cosa facessi un giorno sarà sempre poca cosa rispetto a quanto ho subito. La mia famiglia sono mamma e tre fratelli rimasti lì; mio padre si è risposato, la mia matrigna mi aveva fatto prima ritirare da scuola e poi mi aveva di fatto scacciato, non sopportava l’idea che vivessi di studio e lavoretti: dovevo andarmene, così fu…».

«Assistenza domiciliare»

Patrizia Casarotti, presidente Ail di Taranto

«Facciamo l’impossibile per curare gli ammalati a casa propria. L’aspetto psicologico per pazienti e familiari è importante. Abbiamo compiuto grandi passi, ma non ci fermiamo, la ricerca deve proseguire: trovare una pillola per annientare le “chemio”, debilitanti. Ottimi rapporti con Avis e Admo»

Costruiamo Insieme incontra Patrizia Casarotti, presidente dell’Ail di Taranto, l’Associazione impegnata contro le leucemie. Presente sul territorio da cinque lustri, in queste settimane ha celebrato i suoi venticinque anni. Molto è stato fatto, ma tanto ancora la rappresentante dell’Ail è intenzionata a fare, divulgando l’importanza di essere presenti sul territorio, sensibilizzando chiunque voglia spendersi per quanti sono meno fortunati.

Quanto è stato fatto in questi venticinque anni?

«A Taranto l’Ail è nata il 4 gennaio del 1994, a disposizione pochi strumenti, ma tanta buona volontà. Col passare del tempo abbiamo allargato l’equipe interdisciplinare, fino ad avere l’organico odierno: tre medici, quattro infermieri, due operatori socio sanitari, un fisioterapista, una psicologa. Grazie a questo gruppo, ormai collaudato, riusciamo ad assicurare un’assistenza domiciliare a trecentossessanta gradi. In questo percorso di crescita, nel 1997 abbiamo acquistato un appartamento a Paolo VI, ciò per consentire al personale di seguire i pazienti che vengono a curarsi a Taranto da fuori regione. La scelta del quartiere è anche strategica, essendo la sede non molto distante dall’Ospedale Moscati».Casarotti Articolo 01L’importanza di un’associazione come l’Ail sul territorio.

«Come spiegava il prof. Mandelli, il paziente dovrebbe essere curato a casa, perché in un momento così particolare del suo status si senta più tutelato; anche l’aspetto psicologico ha il suo valore. Abbiamo dato risposta ai disagi che registrano i familiari dei pazienti quando di punto in bianco si trovano a dover fare i conti con la malattia; proprio in virtù di ciò, abbiamo pensato di organizzarci per l’assistenza domiciliare».

Quanti associati ha l’Ail?

«Venticinque, ma saremmo lieti di allargare il numero di presenze di associati al nostro interno: non nascondiamo che talvolta le idee sono più veloci del senso pratico; mi spiego, vorremmo dare sempre più spazio ai progetti che abbiamo in mente, ma per motivi di carattere pratico il più delle volte dobbiamo considerare forze e strumenti a disposizione: fossimo di più, di più sarebbero le cose sulle quali potremmo intervenire in modo concreto. Chi fosse interessato, può informarsi andando sulla pagina di Facebook o sul nostro sito: Ail Taranto; esiste un indirizzo mail al quale inviare richiesta di incontro con allegato un modulo che verrà posto all’attenzione del Consiglio di amministrazione».

L’importanza della prevenzione e dei controlli.

«La malattia del sangue, purtroppo, è silenziosa, improvvisa; arriva senza preannunciarsi con dolori o segnali allarmanti. Il controllo ematologico dovrebbe essere costante, i tarantini dovrebbero avere più cura di se stessi; talvolta gli ospedali sono affollati, ma occorre avere quei proverbiali cinque minuti di pazienza e dedicare più attenzione a se stessi». Casarotti Articolo 02Il venticinquennale celebrato al teatro Fusco, Comune di Taranto, Orchestra della Magna Grecia, gli artisti. C’è un desiderio che vorrebbe realizzare?

«Più che un desiderio, un sogno: vorrei che la ricerca proseguisse, che le leucemie venissero curate con delle compresse piuttosto che mediante sedute di chemioterapia, debilitante anche dal punto di vista psicologico per il paziente che si sottopone ad essa. Capita, a volte, che il familiare del paziente stia peggio dello stesso assistito; proprio a tale proposito stiamo pensando di fare dei corsi ai familiari degli assistiti perché anche loro possano sostenere i propri cari: spesso un sorriso, una parola incoraggiante, può tornare utile più di una cura.

Per quanto riguarda il Venticinquennale, devo ringraziare quanti, fra Comune e Orchestra, si sono spesi per porre per una sera il lavoro svolto dalla nostra associazione in tutti questi anni; gli artisti Mario Rosini e Mimmo Cavallo, Palma Cosa e , i Terraross e il conduttore della serata, Mauro Pulpito. Il nostro impegno e il nostro pensiero lo abbiamo rivolto a familiari e genitori coraggiosi, come papà e mamma del piccolo Francesco, che un mese prima purtroppo ci aveva lasciati; nonostante il dolore hanno voluto starci accanto, a sottolineare il nostro impegno manifestato fino all’ultimo a sostegno del loro figliolo».

Il rapporto con le altre associazioni sul territorio.

«Collaboriamo molto con Avis (Donatori sangue) e Admo (Donatori midollo osseo). Siamo in costante contatto con queste associazioni, i nostri pazienti hanno bisogno di trapianti. E’ allo studio anche un progetto, “Un viaggio per guarire”: contiamo di realizzarlo nel più breve tempo possibile, ospitare ragazzi dell’Ail di Brescia perché manifestino testimonianze di donatori e pazienti che da questi hanno ricevuto il midollo».

«Più spazio ai coloured!»

Tamara Wilson, il soprano delle polemiche alla vigilia dell’Aida

Non truccarsi il viso di nero per l’opera di Verdi all’Arena di Verona, è stata solo una provocazione. La cantante americana voleva segnalare l’impiego con il contagocce di artisti di colore nel mondo della lirica.

«Non voglio essere un ingranaggio in un meccanismo di razzismo istituzionalizzato». Parole forti, giunte quando meno te l’aspetti alla vigilia del debutto all’Arena di Verona. Città scaligera che si divide in due, anche se la maggior parte di questa riflette e si schiera con Tamara Wilson, soprano americano, che ha “tweettato” il suo punto di vista mediante uno dei social più veloci. Così il rimbalzo nelle redazioni di radio e tv, in quelle dei giornali. In Italia, dove apriamo dibattiti su qualunque cosa, dal cagnolino della Ricciarelli che “parla” e sui presunti furti di magliette del cantante Marco Carta, figurarsi se non c’è spazio per fare il punto su una provocazione così forte. In Italia, all’Arena di Verona, poi. Nella città dove talvolta si registra certa insofferenza per i “coloured” e la Lega il più delle volte vince a braccia alzate consultazioni elettorali.

Ma non spostiamo troppo il ragionamento, considerando che la provocazione, per così dire, provocata, merita una riflessione. Se non altro per il coraggio manifestato dalla Wilson. Altrimenti che li consultiamo a fare i social.  Dunque, «Non mi trucco, questo è razzismo istituzionalizzato». Detto che non osiamo pensare a un Gigi Proietti che riporta in scena “Otello” e alla vigilia della prima sbotta, il soprano imposta la voce e urla per farsi sentire, ma non per cambiare il colore della pelle alla protagonista dell’opera di Verdi, ma per portare a galla altro. Scandisce il messaggio forte con la sua voce perché la sentano ovunque.

In realtà, diciamo, anzi, scriviamo, qualcosa che altri – solo per questione di tempo e spazio, cosa andiamo a pensare… – la Wilson motiva il suo gesto con una protesta contro lo scarso impiego di persone di colore nel mondo della lirica. E qui la provocazione assume un altro aspetto. «Capisco che in molti non saranno d’accordo, ma devo convivere con me stessa». Intanto, Italia, terra di compromessi, qualcosa la Wilson la ottiene: ha ottenuto una gradazione più chiara per lo spettacolo di debutto.

CRONACA E CONCETTI

Per onore di cronaca, Aida. Lei è etiope, schiava degli egizi e da che Aida è Aida si sono sempre differenziati i due popoli in guerra dandoci parecchio consumando per le rappresentazioni liriche, tanto, ma tanto lucido da scarpe.

Dunque, Tamara Wilson non vuole ribaltare il “copione” verdiano, ma imprimere una decisa spallata al sistema lirico: giù qualsiasi ostacolo, più donne di colore nelle rappresentazioni sceniche. «Ho vinto una battaglia, ma non la guerra», ha scritto la cantante su Instragram alla vigilia della sua  Aida in Arena (stasera la sua ultima apparizione) annunciando in un primo momento di non voler essere truccata di nero, come prevede il personaggio (Aida, si diceva, schiava egizia).

Ma come ha reagito il popolo del web. Premesso che, in via generale, negli Stati Uniti truccarsi di nero per rappresentare persone di colore viene considerato poco rispettoso, il soprano ha insistito. «Spero che la mia voce serva ad aprire un dibattito», ha ribadito. Dibattito già cominciato, fra gli addetti ai lavori che sui social. «Grazie per il tuo coraggio e per aver aperto una discussione su questo tema»; «Sono queste le decisioni che cambiano il mondo»; «Il “blackface” è razzismo e non è colpa tua se il loro casting è razzista. Spero che il tuo gesto abbia fatto capire qualcosa a tutti loro».

Non sappiamo quanto durerà questo dibattito, di sicuro è ora di non schierarsi troppo spesso dalla parte del “politicamente corretto”. Essere social, fare sociale, significa dare voce a chiunque, anche a chi non ci trova d’accordo. Non esisteva Instagram o Tweet ai tempi di Voltaire, quando gli attribuirono una delle frasi più belle mai pronunciate dall’uomo: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». Sarebbe stata Evelyn Beatrice Hall (pseudonimo S.G. Tallentyre) nel 1906 a scriverlo nel suo “The friends of Voltaire” (ecco la confusione).

Detto questo, se questa frase fosse stata ribattuta oggi, di sicuro l’avremmo “ritweettata” facendo il paio con «Apriamo il mondo della lirica a più gente “coloured”!», firmata da Tamara Wilson. Che non finiremo mai di ringraziare per aver spostato il dibattito dal salotto di casa Ricciarelli al palcoscenico dell’Arena di Verona.

«Datemi un autolavaggio!»

Benjamin, nigeriano, il suo sogno

«Non voglio dipendenti, non sono abituato al comando, saprei sbrigarmela da solo. Anche fare il cameriere non mi dispiacerebbe. Costretto a lasciare il mio Paese alla scomparsa di papà. I miei zii ci estorsero un terreno con le cattive. La fuga, in Libia a lustrare auto, poi finalmente l’Italia»

«Sogno un autolavaggio tutto mio, non uno di quelli grandi da gestire con tanto personale da comandare: “comandare” è un verbo che non mi piace, sottintende qualcuno che deve obbedire senza fiatare e i miei ventitré anni vissuti in un Paese nel quale la regola principale è “Non esistono regole”, mi basta e avanza».

Benjamin, nigeriano, da due anni in Italia, potrebbe scrivere un romanzo, tanto la sua storia è articolata e piena di colpi di scena, molti dei quali dai toni drammatici. Un autolavaggio. Nelle “due chiacchiere” questo suo sogno sbuca da ogni parte. E’ diventata una fissazione. Ci fosse uno psicanalista magari penserebbe che da piccolo giocava con sapone e spugna. «Non è molto remota questa ipotesi, ho cominciato da adolescente a lavorare in una stazione di servizio in Nigeria: posso smontare un’auto, dai sedili ai fanali, tirare fuori posacenere e altri strumenti di bordo in un attimo; nessuno sa riconoscere un’auto dal suo interno meglio di me…», dice il giovanotto nigeriano, autolavaggio nella testa e sulla punta delle dita.

FRA SPUGNE E PRODOTTI PROFUMATI…

«In Nigeria lavoravo tutta la giornata, quasi mi dispiaceva dover staccare dal lavoro, quando questo non era massacrante, e c’è un perché…». Si spiega. «L’ho fatto anche in Libia, per guadagnarmi qualche spicciolo che mi sarebbe servito per pagarmi il viaggio per l’Italia: lì era tutta un’altra storia, le cose stavano cambiando, ero appena scappato dal mio Paese e mi ero temporaneamente rifugiato in una nazione nella quale si avvertiva, chiara, la guerra civile; lì i turni erano massacranti e i soldi li vedevi solo se al titolare di quello che era più un piazzale che una vera stazione di servizio, scivolavano dalle tasche: poco per volta, con molti sacrifici, stavolta con la schiena spezzata e sempre più spesso con la speranza che la giornata finisse al più presto, mettevo da parte i soldi per il viaggio per l’Italia…».

Ma se proprio Benjamin non riuscisse a realizzare il suo sogno, lustrare le auto a vita, avrebbe pure un piano B. «Il cameriere! E’ la seconda cosa che accetterei di fare con grande gioia: forse per tutti quei film visti in tv, dove il cameriere è sempre elegante; come seconda scelta servirei volentieri in un ristorante, sì è proprio quello che, alla fine, farei altrettanto volentieri».

Prima di tornare all’autolavaggio o in un ristorante o  una casa nella quale circolano maggiordomi, Benjamin racconta la sua storia. Comincia con un grande dolore. Fa uno sforzo, smorza il suo sorriso. «Mio padre morto, a causa di un male che non perdona: di questi, in Nigeria, ne circolano molti, ma a volte abbiamo l’idea che non sia stato la fatalità, bensì lo zampino di qualcuno cha ha dimestichezza con veleni o misture che nel giro di poco ti annientano letteralmente: fatto sta che mio padre è morto, prima di spirare convocò me, mia madre e mia sorella, per dirci che i suoi fratelli si sarebbero fatti avanti per reclamare il terreno di proprietà di mio padre: qui non esistono leggi, le regole di cui ti dicevo; sei il proprietario, sbandieri il tuo atto di proprietà, te lo strappano, gli danno fuoco e ne producono di nuovi, d’accordo con le autorità del posto».

O CEDI ALLA CORRUZIONE, OPPURE…

Nessuna trasparenza. «Anche gli avvocati si allineano a questo modo di fare, se non si fanno corrompere vengono minacciati di morte. Insomma, chiunque si avvicini ai tuoi interessi che, evidentemente, non coincidono con quelli del corruttore, sono guai!».

Con la scomparsa del capofamiglia i guai per Benjamin non tardarono ad arrivare. «Alla morte di papà, come aveva previsto il mio genitore quando era ancora moribondo, i miei zii si fecero immediatamente avanti: prima il nostro terreno ceduto con le buone, in cambio di pane e acqua; a modo loro si sarebbero presi cura di noi, ma avremmo dovuto lavorare per una razione di cibo giornaliera; poi le minacce: o cediamo con le buone o peggio per noi, le armi e la promessa di fare la stessa fine di papà, da qui il dubbio che papà fosse morto a causa di una malattia indotta…».

Così Benjamin, gambe in spalla scappa dal suo villaggio, dalla sua Nigeria. «Un Paese dopo l’altro, poi finalmente la Libia e l’Italia distante una traversata; mi sono sfiancato per settimane, ho messo da parte una somma modesta e poi avanzato la proposta al proprietario di una imbarcazione. “Non ce la faccio più, o ti prendi questi pochi soldi oppure io muoio e tu non vedi nemmeno questi spiccioli”». Il mare, l’Italia. «Palermo, il porto, un mezzo con il quale ci accompagnarono a Taranto, è qui che è cominciata a cambiare la mia vita: attendo una proposta per un autolavaggio, hai visto mai, qualcuno legge la mia storia e mi rintraccia attraverso il sito di “Costruiamo Insieme”?».

«Vincere insieme»

Valerio Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata.

«Medici, genitori e piccoli pazienti devono essere una cosa sola. Ho imparato molto da loro. Passi da gigante nella ricerca: più sette casi su dieci si risolvono positivamente. Taranto soffre, registra il 50% di casi in più rispetto al resto d’Italia»

Fra le interviste di “Costruiamo Insieme”, in diverse occasioni ci siamo rivolti a chi lavora nell’informazione o chi è impegnato in prima linea nel cura della salute dei cittadini tarantini. Dopo l’opinione di un genitore di uno dei piccoli assistiti sul territorio, stavolta ospitiamo un oncoematologo, Valerio Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata di Taranto.

Oncoematologo, è una parola che mette sicurezza o paura?

«Uno e l’altro, l’oncoematologo pediatra è un pediatra che si occupa di tumori infantili, dunque di “mali” in età pediatrica ma anche di malattie del sangue; da un certo punto di vista mette timore, del resto stiamo parlando di malattie e, in alcuni casi, di malattie serie; dall’altro, mette sicurezza perché rappresenta una piccola branca della pediatria: chi si occupa di questo, si dedica esclusivamente di tumori infantili. E’ però anche capitato che oncologi ed ematologi degli adulti, nonostante l’esperienza non avessero la stessa conoscenza che ha un pediatra oncoematologo: ecco l’invito a consultare uno specialista specifico».Cecinati Copertina 2Per cosa si consulta un ematologo pediatrico?

«Per le patologie dell’età infantile, parliamo di bambini che dai trenta giorni ai diciotto anni, che possono avere malattie del sangue o tumori; è chiaro, però, che non tutte le malattie ematologiche sono gravi, in quanto ne esistono di comuni, facilmente curabili: l’anemia dovuta al ferro basso, per esempio, oppure un calo delle piastrine; poi ci sono malattie più importanti, oncologiche, e mi riferisco alle malattie del sangue, quelle neoplastiche, che sono le leucemie acute; ma l’oncoematologo si occupa anche di tumori solidi del sangue, sarcomi, tumori del cervello; dunque, malattie oncologiche (non neoplastiche) e tumori ematologici, del sangue o non del sangue».

Fin qui ci ha messo sufficientemente paura. Negli anni nella sua materia, però, sono stati compiuti passi da gigante. 

«Detto che Oncologia pediatrica è diversa dalla specializzazione che può interessare il paziente in età adulta; grazie al costante lavoro di ricerca sono stati fatti enormi passi avanti; l’Italia è uno dei Paesi cpn una grande storia nel campo dell’ematologia pediatrica; dunque, detto che è diverso rispetto a quella adulta, consideriamo che le possibilità di un bambino di salvarsi da un tumore del sangue sono superiori al 70%; fino agli anni Ottanta la percentuale di sopravvivenza era del 30%, dunque possiamo dire che è stata ribaltata la tendenza; ciò significa che sono stati compiuti passi molto importanti: un bambino che ha un tumore in età pediatrica ha delle buone, a volte ottime, probabilità di guarire».

Taranto e i problemi di salute, anche gravi. E’ una città nella norma o registra numeri più elevati rispetto alla già dolorosa media nazionale?

«Tumori infantili, considerandoli patologie rare, in Italia si registrano circa quattromila casi l’anno; l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di Sanità sull’incidenza dei tumori infantili descrive una percentuale superiore al 50% rispetto alla media: non abbiamo un’epidemia di tumori infantili, ma tradotto in numeri, fra Taranto e provincia dovremmo avere una media di quindici casi, invece ne riscontriamo venticinque l’anno».
Cecinati Articolo 02Qual è il rapporto con i genitori dei suoi piccoli pazienti?

«Prima di arrivare a Taranto, ho lavorato a Roma, Pescara e Bari; ho sempre avuto un buon rapporto con i genitori dei piccoli: non è un rapporto facile, ma quanto imparato nelle relazioni lo devo a loro; papà e mamma dei bambini attraversano un rapporto molto complicato della loro vita: quando uno di questi casi investe una famiglia, blocca ogni attività quotidiana, in casa come al lavoro; è, però, importante far capire che ci sei, che possono contare su di te».

Specialista, ma anche genitore. Il suo rapporto con i piccoli?

«E’ una delle cose più belle, ma dipende dall’età; con gli adolescenti non è sempre facile, loro vorrebbero stare ovunque tranne che in un reparto di ospedale; ho invece imparato dai piccoli, che ho assistito in chemioterapia: hanno una forza straordinaria, spesso molto superiore a quella degli adulti nelle stesse condizioni; e i bambini più fragili? Il più delle volte sono i più forti».

Esistono sintomi da monitorare? 

«Una vera prevenzione in età pediatrica non esiste, con la Fondazione Veronesi però siamo andati nelle scuole medie superiori per suggerire ai ragazzi uno stile di vita attento rispetto ad alimentazione, fumo e droghe; per quanto riguarda la cura, quando lo stato di salute cagionevole di un piccolo persiste, è bene rivolgersi a uno specialista».

Vino sostenibile

“12eMezzo” e una griffe già nota: Varvaglione1921.

Lanciato sul mercato un progetto più moderno ed eco-compatibile.

Fra un po’ anche i media nazionali, si accorgeranno che Taranto non è “tutto fumo”. Dunque, acciaio, un’industria che proprio non riesce a liberarsi da una marcatura  asfissiante di chi vuole sì il lavoro, ma non riesce in modo convinto, e unanime, a salvaguardare il bene primario: la salute.

Se poi alla salute vai incontro, come stanno facendo imprenditori illuminati che investono sulla ricchezza del territorio, coltivazioni senza contaminazioni, prodotti chimici, capisci che da queste parti ormai si suona un’altra musica.

Detto di masserie nei dintorni, degli “stretti” della Città vecchia, delle antiche vestigia di una bellezza senza tempo, ecco che dalla mente di investitori dalla vista lunga, scaturisce un altro prodotto delle nostre terre. L’ultimo brand dello nostro territorio è, infatti, una linea di vini completamente sostenibile. Dalla vigna alla bottiglia 12eMezzo: è questo, il progetto più moderno ed eco-compatibile lanciato sul mercato e che porta una griffe già nota: Varvaglione1921.

Grazie alla presenza a stazioni meteo che valutano tutta una gamma di parametri, in campagna non esistono più – come dire – “trattamenti” se non quelli realmente necessari e richiesti dalla pianta. Sostenibilità, la parola d’ordine. E’ l’unico passpartù che consente la scelta dei supporti riciclabili della RAF cycle, fino alle carte certificate FSC, marchio che identifica i prodotti provenienti da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.

Volendola fare breve: carte che provengono da foreste gestite in maniera sostenibile. Ciliegina sulla torta, meglio, tappo sul collo della bottiglia? Detto fatto, anche il tappo è frutto di una ricerca e di un investimento teso alla tutela dell’ambiente poiché si è optato per un prodotto, targato Normacorc, al 100% e prodotto in fibra di canna da zucchero.

Il brand è un impegno, onestà imprenditoriale e rispetto della clientela, che dall’attenzione all’ambiente passa all’unicità di un’etichetta che cambia per essere al passo con i tempi. Impercettibile, dirà qualcuno. Sostanziale, sostengono invece molti altri. Ecco la nuova immagine scelta da Varvaglione1921per la linea 12eMezzo.

«Siamo intervenuti graficamente – spiega Marzia Varvaglione – per  valorizzare i dettagli e spingere sull’identità, per unificare il layout ma, attraverso alcuni particolari, evidenziare ancora più l’unicità di ogni bottiglia». Uniformati i colori delle capsule per differenziare la selezione dei rossi da quella dal resto della collezione per rafforzare l’appartenenza di ogni vino a quella che per Varvaglione1921 è una delle linee più amate in Italia e all’estero dove è presente in 60 Paesi.

«Ci sembrava importante dare un’idea di continuità – prosegue Marzia Varvaglione –  anche grafica sugli scaffali delle enoteche o in qualunque luogo in cui le bottiglie vengono o verranno esposte: abbiamo differenziato il colore per ilPrimitivo e per il Negroamaro per dare a ciascuna bottiglia anche una vita propria nel segno della riconoscibilità e siamo intervenuti, graficamente, sulla laminatura che da color argento è diventata dorata».

In buona sostanza, un lavoro di rifinitura guardando ad una comunicazione efficace, immediata e moderna alla quale si è unito un lavoro che ha puntato sulle sensazioni che, su ciascuna etichetta, prendono la forma degli elementi che si sentono al naso dalla degustazione olfattiva.

La collezione 12eMezzo è il risultato di questo ultimo progetto. Un grande appeal che ha visto la collaborazione tra Varvaglione1921 con l’Università di Udine che, insieme, hanno lavorato affinché, partendo dai vitigni autoctoni di origine pugliese, si mettessero in bottiglia vini con il medesimo grado alcolico. Da questo, che si attesta sui 12,5% alc, è derivato anche il nome di quella che è una linea che sta riscuotendo un grandissimo favore da parte dei mercati italiani e internazionali.

12eMezzo riflette pienamente la filosofia della famiglia Varvaglione nell’utilizzo dei tradizionali vitigni autoctoni pugliesi, implementando al contempo un moderno processo di vinificazione. Questo dà origine a vini freschi e innovativi che sono unici nel loro packaging. Un progetto che a distanza di qualche anno ha ricevuto la giusta attenzione per renderlo più moderno e ancora più accattivante nella sua immagine.

Taranto è anche questa. Vuole essere soprattutto questa. Una ripartenza, dalla propria tradizione in poi. Quando il nostro territorio in fatto di “tavola” ha dato punti (e spunti) a chiunque.

«Se mi salvo…»

Sow, guineano, ventuno anni, scrive e canta

«…Scrivo una canzone! Fuggito dal mio Paese, ne ho attraversati tanti. Lavorato da schiavo, poi finalmente libero. Su un barcone una paura matta, mi sono rivolto al Cielo, se mi salvo racconto questa e tante altre storie…». 

«Se mi salvo, scrivo una canzone!», si ripeteva su un barcone sbattuto da onde che facevano paura, tanto erano alte. «Canzoni: è quello che ho imparato a fare negli ultimi cinque anni, tradurre i sentimenti in musica e parole!». Il suo volto nero, preoccupato, fissa la prua di un barcone. Uno dei tanti con il muso diretto, almeno questo sembra, verso la libertà. «Viaggiamo senza bussola, uno che guida l’imbarcazione ci ha detto che sa orientarsi anche senza: “Non preoccupatevi!”, ci ripete. E più ce lo ricorda, più ho la sensazione che nemmeno lui sappia dove ci porteranno bagnarola e vento». Non vorremmo stare nella testa, né al suo posto, in quel tratto di mare abbandonato da tutti, perfino dalle vedette. Dalla Libia all’Italia. Quelle acque interessano relativamente. Chi si è spinto fino a lì, mare aperto, lo fa a sua rischio e pericolo.

Appena ventuno anni, cappellino e occhiali neri, da sole, a Sow la passione per la musica è arrivata relativamente tardi. «Avevo quindici anni – racconta – ascoltavo solo musica giamaicana: quasi quasi invece di cantarle, le canzoni le scrivo, ma prima dovevo imparare a suonare uno strumento, la chitarra mi sembrava il più semplice e il meno costoso».

Torniamo in mare aperto. L’imbarcazione ha un nome, spiega Sow Ibrahim, guineano, ventuno anni, in arte fa Manby Kapororail. E’ così che lo gettonano sul web un pugno di amici e migliaia “navigatori”. «Zodiac, lo dico nella canzone che poi ho scritto – non senza sofferenze paura, agitato in uno specchio d’acqua del quale non si vedeva l’inizio e nemmeno la fine – è il nome dell’imbarcazione a bordo della quale, alla fine, sono arrivato in Italia; sbattuto dalle onde e da un brutto presentimento, non sapevo nemmeno cosa invocare: che finisse bene o che finisse la storia; il confine è sottile, ripensandoci non mi rendo nemmeno conto a che punto fossi arrivato: se invocare la salvezza o la fine. In più di qualche momento, quello stato d’animo mi sembrava uguale».

PRIMA UNA BRUTTA SENSAZIONE

Avevo la sensazione di non appartenermi più, non avevo sentimenti: me lo hanno detto compagni di viaggi, una volta sbarcati insieme; fissavo il vuoto, non pensavo, mi ero completamente estraniato. E’ durato un’ora, un giorno, francamente non lo so, certo è che sono stato scosso da un brivido di freddo, come se qualcuno mi avesse gettato sul volto un secchio d’acqua, come fanno con i pugili quando le hanno prese di santa ragione e non sanno che sono sul ring».

Il suo ring è quella barca. Non può scappare. Quella doccia gelata è stata salutare. Lo ha ricondotto al ragionamento di partenza, quando ha deciso di lasciare la sua Guinea per tentare un po’ di fortuna. «Nemmeno io – dice Sow – sapevo dove le mie gambe mi avrebbero portato, tanto che di Paesi – prima di arrivare in Italia – ne ho attraversati diversi, una decina forse:  Mali, Togo, Benin, Niger, Algeria, Libia… Una fuga durata due anni, perché nessuno Stato era quello giusto per fermarsi a vita, provare a costruire qualcosa, c’era sempre un elemento che mi spingeva a riprendere quella corsa a piedi, fino a quando avrei avuto benzina nelle gambe».

Contento di aver scritto quella canzone. Ricorda un versetto, “Bianco, nero, giallo, nero, nero” il titolo. «Tanti colori di facce perdute – canta Sow, come fosse un rapper disinvolto – forti profumi di pelli sudate; lingue mischiate, trecce di razze, mille speranze, sogni infiniti; tutti stretti dentro “Zodiac”, grande barcone, sul grande mare…». L’ha scritta in italiano. «Un omaggio alla terra che mi ha abbracciato: le sono riconoscente, come a tutti gli italiani, la gente che incontro ovunque: mi sono attrezzato, ho gli strumenti che trascino sul troller, mi sento un dj, “suono” e faccio animazione e se i ragazzi che mi invitano in qualche serata, canto anche».

POI, HO OCCUPATO LA MIA MENTE…

«L’idea mi è venuta lì – ricorda Sow – sul un barcone: se mi salvo la scrivo, mi ripromisi; sogno di fare l’artista per mestiere, risparmio per produrmi un mixtape e un videoalbum».  C’è anche qualcosa di molto familiare. «Nella canzone un passaggio l’ho dedicato a “Costruiamo Insieme”, che mi ha accolto come fossi uno di famiglia: era il minimo che potessi fare per ricambiare il regalo più grande della mia vita, la mia stessa vita…».

Cura la sua immagine, Sow. Lavoricchia nelle discoteche, in qualche serata è una piccola star, canta, anima, suona. «…La chitarra, ma attenzione, non sono un professionista, anzi, sono sincero: ogni tanto le corde dello strumento stridono, esprimono quasi dolore – sorride con un’aria furba per poi tornare serio – come è successo a me quando sono stato in Libia, dove ho passato brutti momenti: non sapevo quale fine mi toccasse, chiuso in uno stanzone, sottochiave, insieme a tanti altri compagni; la sera a letto, pane e acqua, il giorno dopo, sveglia per farti scegliere da qualcuno che ti avrebbe pagato poco e male, magari anche picchiato se ti avesse visto per un attimo a fare pausa nei campi…». Funzionava così, spiega amaro Sow, che ora ha un piccolo sogno. «Continuare a fare canzoni, ho un canale Youtube sul quale ho messo le mie prime cose, compresa “Bianco, nero, giallo, nero, nero”: prima un mixtape: due canzoni in italiano, due in inglese, due in francese, voglio che tutti capiscano un linguaggio unico, universale: la libertà».

«Funzione sociale»

Michelangelo Giusti, presidente del Coni a “Costruiamo Insieme”

«Formiamo i ragazzi come individui, ma anche come futuri cittadini. Più di ventimila gli iscritti: non solo calcio, basket, volley e nuoto. Accanto all’Amministrazione che si candida alla manifestazione del 2025»

«Lo sport ha una funzione sociale fondamentale: forma il ragazzo come individuo, ma anche come futuro cittadino. Le difficoltà non mancano, dunque occorre individuare quegli spazi per dedicarsi allo sport; non sempre è facile e questo dimostra quanta passione ci sia nei ragazzi che fanno sport e hanno voglia di mettersi in competizione. Poi diventare campioni nella vita, che poi è lo scopo finale dello sport in genere».

Ospite dello spazio informativo di “Costruiamo Insieme”, Michelangelo Giusti, presidente del Coni, Comitato olimpico nazionale. In queste settimane, fra l’altro, il massimo rappresentante territoriale affianca l’Amministrazione comunale nel sostenere la candidatura della città ai Giochi del Mediterraneo 2025.

«L’Amministrazione comunale, nella persona del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, si era già attivata con il presidente Giovanni Malagò; condiviso l’indirizzo  dato dal primo cittadino, la nostra organizzazione è entrata in gioco; in queste settimane, raccogliendo l’invito di sindaco, assessore allo Sport e alla Cultura, Fabiano Marti, e del maestro Piero Romano dell’Orchestra della Magna Grecia, insieme con atleti di spicco del nostro territorio, sto prendendo parte agli eventi del Magna Grecia Festival: ad ogni incontro, breve introduzione con i nostri campioni, il perché Taranto può candidarsi autorevolmente ai Giochi del mediterraneo, poi spazio alla musica».Michelangelo Giusti Articolo 01Quanto è importante una partecipazione ai Giochi.

«Rientrano nel Piano strategico di sviluppo di Taranto, dunque i Giochi tornano utili nell’ambito di questo piano soprattutto a darsi una scadenza, 2025, perché intanto si lavori con una data certa per completare impianti, infrastrutture e quanto interessa la ricettività; e poi dare, considerando lo spessore dell’evento, una immagine nuova di Taranto, a livello nazionale e internazionale».

Qual è il ruolo del Coni nazionale e quello locale?

«Istituzionalmente segue, promuove, gestisce, organizza tutta l’attività sportiva; a questa attività istituzionale da qualche anno si è aggiunta, per delega del Governo, anche un’attività sociale, in particolare allo sport di base e all’attività motoria nell’ambito delle scuole; istituzionalmente, il Coni si interessa esclusivamente di agonismo e, in vista dell’evento più importante le Olimpiadi»

Quanti atleti fra Taranto e provincia?

«Oltre ventimila sono i tesserati, dato che si riferisce a un paio di anni fa, l’ultimo ufficiali; fra questi atleti, numerose sono le eccellenze. Fra le discipline più frequentate dai giovani e con il maggior numero di tesserati, calcio, basket, pallavolo e nuoto; anche nelle discipline minori, sicuramente non minori per importanza, vantano anche un significativo numero di iscritti».

Il primo nome che le viene in mente.

«L’elenco è lungo, menziono l’ultima: la tarantina Benedetta Pilato, enfant-prodige del nuoto che poche settimane fa, a Roma, ha stracciato il primato nazionale nella specialità “rana” sui cinquanta metri. Un fatto eccezionale, se pensiamo a una ragazza di appena quattordici anni, che ha un futuro glorioso che sicuramente farà bene allo sport, non solo nazionale».
Michelangelo Giusti Articolo 02La Pilato, pensa alla scuola. La mamma ha condiviso.

«Ha mostrato maturità, soprattutto – nonostante la disciplina sportiva che pratica – di saper tenere i piedi ben piantati in terra; promette bene per il suo futuro: quando si ottengono risultati importanti, di solito si è portati a fare programmi non sempre così contenuti; Benedetta, invece, ha mostrato che il corpo deve essere sempre collegato alla mente: la parte emotiva e intellettiva, infatti, sono gli elementi che fanno la differenza fra uno sportivo e un campione».

Che rapporto ha il Coni con le società del territorio.

«Il Coni rappresenta l’unità del mondo sportivo a livello territoriale, posto che ogni federazione ha statuti, regole, autonomia; all’esterno il Comitato nazionale rappresenta il mondo sportivo e tutte le federazioni insieme».

Si può vivere o sopravvivere di sport?

«C’è possibilità di fare sport, tralasciando i campioni e gli alti livelli che questi raggiungono, il discorso è diverso: a livello locale, un istruttore, un dirigente sportivo – perché non esistono solo gli atleti – visto che lo stesso Coni si occupa della formazione non solo atletica, ma anche di tecnici e sulla formazione dei dirigenti; Taranto, pertanto, può offrire anche occasioni di lavoro in ambito sportivo».

«Puglia, terra magica»

Carlo Verdone, concluse le riprese del film “Si vive una volta sola”

«Accogliente, da visitare, da gustare. Parliamo di amicizia e insoddisfazione, nonostante i quattro amici protagonisti siano medici affermati. Scherzi, come accade nella migliore tradizione dei film corali e un pizzico di cinismo, anche se qualcosa cambierà la vita dei quattro protagonisti»

«La Puglia, gran bella regione, ci sarà un motivo se viene segnalata in Italia e all’estero come la più bella in assoluto». A pochi giorni dal «tutti a casa» giunto dal set del film “’Si vive una volta sola”, dopo otto settimane di riprese in Puglia, il regista-attore Carlo Verdone insieme con Anna Foglietta, Rocco Papaleo e Max Tortora, in un’affollata conferenza-stampa ha raccontato l’esperienza pugliese. Il film è prodotto dalla De Laurentiis, patron del Napoli e della squadra del Bari (non è detto che Aurelio non abbia voluto fare un “regalo” alla piazza pugliese) con il sostegno di Apulia film commission. Il film, altro non è che un viaggio verso i mari del Sud di quattro amici medici.

«E’ pure qualcosa di più della storia di un’amicizia –   ha dichiarato Verdone in conferenza – per scegliere i luoghi dove girare, ho percorso in lungo e in largo l’Italia meridionale e quasi istintivamente ho scelto di andare a destra e non a sinistra: ho fatto bene perché la gente e i luoghi si sono dimostrati ideali. Ma è stato in fase di montaggio che ho anche scoperto una luce, una luminosità e dei colori affascinanti». In conferenza, interviene anche un altro dei protagonisti di “Si vive una volta sola”. Anche se lucano, Papaleo conosce bene questi posti. «La Puglia è una regione che potrebbe trascinare la rinascita per il Sud che, se vuole riscattarsi, può farlo partendo dalla cultura».

Scena prima scena del film. Il chirurgo di fama Carlo Verdone sottopone alla risonanza magnetica addirittura il Papa. Non è un esordio in veste di specialista, nella sua lunga carriera cinematografica l’attore-regista aveva già indossato il camice bianco: in “Manuale d’amore” era un pediatra, in “Viaggi di Nozze” il cinico Raniero Cotti Borroni, in “Italians” un dentista. E, nella vita, Verdone. «Ho salvato la pelle a più di un amico grazie al mio intuito di medico mancato: diagnosi e farmaci sono sempre stati la mia passione e spesso gli amici mi chiamano per un consulto: dico la mia opinione, ma, sia chiaro, indirizzo l’interlocutore allo specialista«».VERDONE Domenicale 2 - 1A un primo incontro con la stampa, raffica di aneddoti. Per esempio, di quella volta che, indossato un guanto da cucina, eseguì una visita prostatica sull’amico sofferente arrivando a scoprire il brutto male incredibilmente sfuggito al luminare che l’aveva in cura. Siamo nel cuore del Salento, in un’atmosfera effervescente Verdone gira davanti e dietro alla cinepresa la sua nuova scoppiettante commedia.

“Si vive una volta sola” è una storia corale, a tratti crudele, costellata di colpi di scena (la sceneggiatura è firmata da Verdone, Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino) e interpretata da un quartetto di attori importanti. Con Verdone, infatti, recitano Anna Foglietta, Rocco Papaleo e Max Tortora. «Formiamo un’équipe chirurgica di altissimo valore ma, mentre nel lavoro siamo affiatati e imbattibili, nella realtà abbiamo tutti vite private disastrose scandite da fallimenti e solitudine. Così ci buttiamo sulla goliardia, organizzando epiche beffe e scherzi feroci», anticipa Verdone.

Nel corso di una vacanza in Puglia, motivata da uno scopo necessario che lo spettatore scoprirà solo alla fine del film, i quattro impareranno a fare i conti con se stessi, con le loro certezze e le loro paure, con fragilità e ambizioni. «La loro amicizia restituirà a ciascuno la verve e la voglia di riscatto: sarà un film molto dinamico, vedrete», spiega il produttore Aurelio De Laurentiis, sul set con il figlio Luigi. «In buona sostanza, un road movie destinato a concludersi con fuochi d’artificio». Da vedere, come le bellezze della Puglia. Che non è solo cultura, ma una regione ospitale, affascinante, bella. E buona, considerando il verde, le ricchezze della sua terra, e la gastronomia che da queste parti non si batte.