«Non solo Pooh…»

Roby Facchinetti, ancora in tour

«Canto le canzoni che hanno reso storico il mio gruppo, ma anche quelle incise da solo. Quelle più adatte alle mie corde. Ogni sera so a che ora salgo sul palco, ma non so a che ora ne scendo». «Nessuna reunion in vista, io e Stefano stiamo provando ad abbozzare un progetto, magari “Parsifal” diventa davvero un’opera»

Personaggio amatissimo da tre generazioni. Come minimo. Considerando che nel 2016 insieme con i suoi colleghi ha compiuto cinquant’anni di attività e fatto l’ultima tournée. Lui è Roby Facchinetti, gli altri tre, Stefano D’Orazio, Dodi Battaglia e Red Canzian, sono i Pooh. Tre su quattro vanno ancora per concerti (Roby, Dodi, Red), il quarto (Stefano), primo ad allontanarsi dal progetto ultradecennale, scrive musical e canzoni di successo.

Fondatore della formazione, Facchinetti. Lui arriva, Bob Gillot, musicista inglese, torna a casa. Ed è ancora lui, Roby, a circolare ancora spericolatamente in lungo e in largo per l’Italia. E’ più forte di lui. «Dopo tre giorni sul divano comincerei ad essere insofferente, devo fare qualcosa: scrivere, cantare, fare concerti», confessa. Così, prima che lo facessero altri, lo abbiamo intercettato noi con il nostro sito, “Costruiamo Insieme”. In Puglia viene spesso, per lavoro. Una volta in provincia di Lecce, un’altra in provincia di Foggia.

Canzoni scritte a centinaia, Roby.

«Talmente vero – condivide Facchinetti – che fare una selezione per cantarle in concerto è stato un atto di dolore, ma per farla breve ho adottato un sistema: ho scelto i brani più giusti per la mia vocalità: finché la buona stella mi accompagna, sottopongo ogni sera la mia voce a uno stress non indifferente: canto per due ore e mezza, ma  a fine serata gli applausi sono la migliore medicina per le mie “corde”».

Voci incontrollate, l’esultanza dei fan: i Pooh tornano insieme.

«Smentisco in modo categorico, ho dovuto fare perfino un comunicato stampa per fare in modo che i più accaniti sostenitori dei Pooh non si illudessero: con i concerti di tre anni fa, quelli del cinquantennale, i Pooh hanno chiuso una storia irripetibile, non sarebbe il caso di tornare ancora insieme; personalmente sono legato alla formazione in qualche modo originale, quella con Stefano, uscito dal gruppo nel 2009 per accettare l’invito mio, di Dodi e Red, per una serie di eventi straordinari; da quel momento niente è stato più come prima: fra l’uscita di D’Orazio e l’addio definitivo alle scene, il 2016, abbiamo fatto anche cose interessanti, ma in un meccanismo nel quale quattro elementi – questi quattro elementi, non altri – sono complementari e insostituibili, i Pooh da quel momento non sono stati più quelli di Parsifal, Viva, Amici per sempre…».

“Parsifal”, più che un titolo una pallina di neve che scivolando dalla montagna rischiava di diventare valanga.

«Quel titolo è stato l’elemento scatenante che ha richiesto la  precisazione di cui dicevo: io e Stefano stiamo lavorando a una mia idea, un progetto che avevo nel cassetto proprio da quel lontano 1973, quando Valerio Negrini sentendo quanto eseguivo al piano si ispirò a “quei cavalieri simili a dei” della Tavola rotonda celebrati da Richard Wagner, con particolare riferimento proprio al personaggio di Parsifal. Negli anni avevo messo da parte una serie di appunti con l’idea che un giorno sarebbe potuto uscirne qualcosa di più complesso, un’opera, qualcosa di simile: ho fatto ascoltare tutto a Stefano, ne abbiamo parlato, stiamo stendendo appunti, confrontando idee, nient’altro: magari ne faremo una vera opera, ma ritengo sia prematuro parlarne».

Nella serie di concerti di “Inseguendo la musica”, Facchinetti canta classici dei Pooh e brani dagli album “Roby Facchinetti”, “Fai col cuore” e “Ma che vita è la mia”. “Insieme” è, invece, l’album-raccolta pubblicato con Riccardo Fogli, anche lui ex Pooh, invitato speciale nella reunion del 2016 e con il quale Roby tenne un tour la scorsa stagione. Lunga la serie di successi dei Pooh, fra le hit: Tanta voglia di lei, Pensiero, Noi due nel mondo e nell’anima, Infiniti noi, Pierre, Io sono vivo, Chi fermerà la musica, Dammi solo un minuto, Cercami, Uomini soli, Amici per sempre, la donna del mio amico, Mi manchi.

La Puglia, una botta al cuore.

«Qui abbiamo fatto i nostri concerti più importanti, i teatri in inverno, campi sportivi e stadi in estate: mai meno di diecimila spettatori; siamo stati i primi a portare il pop su vasta scala con tour che si sapeva quando iniziassero e non si sapeva quando finissero, ecco la magia del contatto con il pubblico: finita la mia tournée estiva mi riposerò un po’ ma il giusto, niente divano, mano a quegli appunti, risentirò Stefano e se ne avrà voglia gli farò sentire altre cose, metti che mentre io ero “fuori” a lui sia passata la voglia…».

Adesso è diventata una questione di puntiglio. D’Orazio va marcato stretto. Del resto uno degli ultimi successi planetari dei Pooh, “La donna del mio amico”, è firmata Facchinetti-D’Orazio: Stefano autore del testo, Roby della musica. La coppia funziona.

«In veste di autore D’Orazio negli anni ha avuto una crescita esponenziale – conclude Roby con una battuta – forse lo stare lontano dai Pooh – sorride – lo ha migliorato; scherzo, l’ultima notte insieme, pianti ed emozioni dei Pooh sono stati veri: nel frattempo lui è diventato un grande autore, ha scritto canzoni e musical di successo, messo a frutto la sua enorme fantasia e una merce rara che in pochi hanno: la sensibilità. Spero prima o poi sentiate parlare di “Parsifal”, significherà che abbiamo portato a compimento questo progetto, almeno questo addolcirà la pillola a quei fan scatenati che nei miei concerti urlavano ed esibivano striscioni, cori e scritte simili a “Tornate insieme!”: quella storia lì è finita, un capitolo chiuso, se il Cielo vorrà ne apriremo un altro».

Il Mediterraneo è tuo!

Giochi del 2026 assegnati a Taranto

Grande occasione di rilancio del tessuto economico-sociale della città. «Giornata storica, ripagato l’impegno dell’Amministrazione», ha dichiarato il sindaco Rinaldo Melucci.«Siamo una squadra fortissima, è stata offerta una prova superlativa», ha aggiunto il governatore pugliese Michele Emiliano. «Il momento ufficiale della proclamazione è stato è stato emozionante per tutti», il commento di Mino Borraccino, assessore allo Sviluppo economico per la Regione Puglia.

La XX edizione dei Giochi del Mediterraneo si svolgerà a Taranto. L’assegnazione è avvenuta ieri, sabato 24 agosto, a Patrasso, in Grecia, nel corso dell’assemblea annuale del Comitato Internazionale dei Giochi del Mediterraneo (Cijm) che ha stabilito anche di posticipare l’edizione pugliese al 2026 (slittando di un anno). Taranto ha avuto un verdetto unanime da parte dei ventisei Paesi partecipanti all’assemblea. A proclamazione avvenuta, i rappresentanti istituzionali hanno firmato il relativo contratto con i vertici del Comitato internazionale.

I Giochi del Mediterraneo rappresentano una fantastica occasione di rilancio del tessuto economico-sociale della città ma anche di tutto il territorio, della sua antica cultura e della sua tradizione sportiva. L’impulso che ne deriverà in termini di infrastrutture, impiantistica, mobilità sostenibile e promozione turistica andrà di pari passo con il recupero e la valorizzazione delle radici storiche e agonistiche di una città straordinaria. In buona sostanza, è un evento che non mancherà, per stessa ammissione dello stesso Emiliano, che coinvolgerà l’intera regione con importanti ricadute economiche.TarantoGIORNATA STORICA

«È una giornata storica per Taranto, siamo emozionatissimi: l’impegno che stiamo mettendo per far ripartire la città è stato premiato». Rinaldo Melucci, il sindaco che aveva subito creduto nella possibilità che Taranto potesse davvero farcela convincere il Comitato Internazionale dei Giochi del Mediterraneo (Cijm). A seguirlo in questa avventurosa…avventura, l’intera città. O quasi. Un po’ meno certa parte politica che, di jannacciana memoria, voleva prima «vedere di nascosto l’effetto che fa». Nessuna polemica, lo spazio concesso dagli strumenti di comunicazione di mezza Europa andavano amministrati come si conviene a un amministratore.

Sul carro dei vincitori c’è posto per tutti – ha  lasciato intendere il sindaco – non è il caso di scuotere la scarpa per far scivolare fuori i sassolini che pure qualche piccolo fastidio lo hanno provocato. Il senso è nascosto dall’emozione, dal sorriso, dagli abbracci e dalle strette di mano per tutti. Per quanti lo hanno seguito a Patrasso, Michele Emiliano compreso, perché c’era da firmare il protocollo d’intesa, ma anche per quanti hanno seguito da Taranto con grande palpitazione la diretta streaming proiettata su maxi-schermo nell’Arena Villa Peripato e in alcuni club e spiagge tarantine. Nell’accordo con il Comitato, ballano centinaia di milioni di euro, una ricaduta economica non indifferente, ed è bene che ognuno si assuma la sua responsabilità.

«Siamo una squadra fortissima – ha detto proprio il governatore pugliese Emiliano – il Coni, l’Italia, la Regione Puglia e Taranto hanno offerto una prova superlativa, ora tiriamo sul le maniche e cominciamo a lavorare, c’è un tanto lavoro da fare, la responsabilità che abbiamo assunto con questa firma è enorme e bisognerà preparare l’intero programma in modo impeccabile».

ANCORA IN PUGLIA

Dimostrare come la macchina amministrativa anche da queste parti lavori bene e con una certa snellezza superando passaggi burocratici. Nella lunga e meticolosa fase che ha portato a candidare Taranto, c’è stata piena unità d’intenti fra ASSET (Agenzia Regionale Strategica per la Sviluppo Ecosostenibile del Territorio), Comune di Taranto e Regione Puglia. «Il momento ufficiale della proclamazione – ha dichiarato Mino Borraccino, assessore allo Sviluppo economico per la Regione Puglia, anche lui presente a Patrasso – è stato è stato emozionante per tutti noi presenti».

I Giochi si erano già svolti a Bari nel 1997. Sono sul modello Olimpiadi, con le stesse discipline sportive, comprese le paralimpiche, ma a differenza della manifestazione iridata la partecipazione prevede solo atleti dei Paesi che si affacciano sull’area del Mediterraneo.

In rappresentanza del Coni erano presenti in Grecia la vice presidente Alessandra Sensini, il membro onorario del Cio, Mario Pescante, Elio Sannicandro, membro del Consiglio nazionale del Coni e coordinatore del dossier della candidatura, i presidenti federali Michele Barbone (danza sportiva) e Angelo Cito (taekwondo). La delegazione italiana era formata, fra gli altri, dal governatore della Puglia, Michele Emiliano, dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, dall’assessore regionale allo Sviluppo economico Mino Borraccino.

Puntuale l’intervento del presidente del Coni, Giovanni Malagò. «Il 2026 sarà un anno speciale per lo sport italiano, oltre alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, infatti, l’Italia, con Taranto e la Puglia, ospiterà la XX edizione dei Giochi del Mediterraneo. Si tratta di un nuovo e importante riconoscimento per il nostro Paese e, in particolare, per il mondo sportivo che fa riferimento al Comitato olimpico nazionale italiano e che è apprezzato all’estero per le capacità mostrate nell’organizzazione dei grandi eventi». La dichiarazione del presidente del Coni, Giovanni Malagò. «I miei complimenti vanno alla delegazione azzurra presente a Patrasso. Rivolgo, inoltre, le mie congratulazioni al governatore della Puglia, Michele Emiliano, al sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, al governo e al Parlamento che hanno sostenuto la candidatura, a Elio Sannicandro, che ne ha curato il dossier, e a tutti rappresentanti di un territorio che, attraverso questa importantissima manifestazione sportiva, troverà certamente una straordinaria occasione di promozione e rilancio della Regione, anche in termini di riqualificazione dell’impiantistica sportiva», ha concluso il numero uno del Coni.

«Un vita terrificante!»

Mdhelal, racconta violenze inaudite e fuga

«Mio padre morto per un male incurabile, mio fratello assassinato a diciassette anni, mia sorella rapita e mai più riabbracciata. Mia madre mi implorò di fuggire per evitare la stessa fine. Denunce e processi mai celebrati, è così che va…»

Sembra uno di quei film di Coppola o Scorsese, pieni di sangue. E la vita che costa meno di un proiettile. E’ una storia di una violenza inaudita, protagonista Mdhelal, una trentina di anni, origini bengalesi, passato attraverso India, Grecia, Francia e Italia. Trova ospitalità nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” e, poco dopo, un lavoro, in un caseificio. Ragazzo attivo, perbene, fa subito amicizia con i colleghi di lavoro, diventa uno dei più apprezzati e stimati collaboratori del titolare dell’attività nella quale è impiegato. Sorride, dicono gli amici, vederlo ridere pressoché impossibile. E ha tutte le ragioni di questo mondo. I colleghi sanno che Mdhelal ha lasciato il Bangladesh per trovare lavoro, vivere una vita normale, fatta di lavoro e soddisfazioni, anche piccole, non importa. Non è così, purtroppo.

La storia di questo giovanotto, a tratti silente, altre volte un fiume in piena, è di quelle che provocano brividi solo a pensarci. Figurarsi a lui, che questa vicenda l’ha vissuta sulla sua pelle per almeno una quindicina di anni. «Mio fratello, Dulal, due anni più grande di me, aveva diciassette anni: freddato con due colpi alla schiena, lo avevano trascinato in affari sporchi, non poteva più uscirne; mia sorella Nearon, rapita con un violento blitz in casa nostra e usata come strumento di persuasione: di lei, da quel maledetto giorno, mai più traccia; mio padre, purtroppo, a causa di un brutto male ci aveva lasciati soli e con pochi risparmi…».

Anche quei pochi soldi entrano in scena. Non servono, se non ad accelerare la condanna di Dulal. «Non c’era verso di fare uscire mio fratello da quel “business”, un traffico di droga internazionale: offrimmo denaro, quel poco che avevamo per riscattare mio fratello; purtroppo con quel gesto firmammo la sua condanna a morte».

DULAL, DUE “COLPI” ALLA SCHIENA

Una storiaccia. «Lo avevano prelevato da casa – racconta Mdhelal – avevano notato quanto fosse sveglio, quello che faceva al caso loro: Dulal avrebbe dovuto presidiare la linea di confine fra Bangladesh e India; dalle mie parti per certi reati non si scherza, il codice penale prevede condanne feroci, così avevano messo in conto anche che facendo quella sporca attività più di qualcuno ci avrebbe rimesso la vita: mio fratello, un predestinato. Gli avevano subito messo in mano una pistola, come fosse stato un rito, una sorta di patto di sangue: da quel momento la sua vita era compromessa, i suoi compagni di affari avevano un volto e un nome e lui non avrebbe potuto più tirarsi indietro».

Il malessere quotidiano per questo ragazzo che ha il suo destino segnato, esplode in una notte. Ha il volto e la voce di alcuni amici di famiglia. «Arrivarono a casa, al buio, sottovoce le prime parole, sussurrate a mia madre che un istante dopo non riesce a trattenere le urla: mio fratello è stato rinvenuto in un fosso, due colpi di pistola alla schiena, una esecuzione in piena regola».

Più che vendetta, sete di giustizia. «Un amico poliziotto ci consiglia che il sistema per farla pagare cara agli assassini ci sarebbe: una denuncia in piena regola, con nomi, cognomi e dettagli su malfattori, ricatti e arruolamento forzato di mio fratello. Ci vuole coraggio, una cosa che ci aveva lasciato in eredità mio padre: denunciamo capo e complici, che vengono tratti in arresto. La legge in Bangladesh è molto articolata, troppo. La sensazione che si ricava è che, come al solito, l’unica cosa che conti è il denaro: con quello puoi pagarti la cauzione e comprare qualsiasi cosa, anche i processi: infatti a un certo punto spariscono le carte per istruire il processo, così in attesa che la causa venga ricomposta, la banda al completo viene rimessa in libertà».

NEARON, MIA SORELLA, RAPITA

Durante la notte Mdhelal e famiglia, cioè mamma e sorella, subiscono una spedizione punitiva. «Entrano in casa, da porte e finestre, spengono i lumi: in pochi istanti succede di tutto, ci picchiano violentemente e non c’è verso che la mamma implori di lasciare stare i due figlioli – noi appena ragazzini – e di prendersela solo con lei, autrice della denuncia; io avevo provato a trovare scampo sotto il letto, mi afferrarono dalle gambe e mi tirarono fuori riempiendomi di botte: mi risvegliai poco dopo; avevano trascinato via con forza mia sorella: era diventata la loro assicurazione, con lei nelle loro mani noi non avremmo più mosso un dito, ma da quel giorno non abbiamo avuto più sue notizie».

La mamma piange in continuazione. «Adesso implorava me perché fuggissi: parto per l’India, arrivo in Grecia, mi fermo in Francia, ma è in Italia che riesco a trovare un po’ di serenità. Prima di arrivare qui, incontro solo facce preoccupate, mai un sorriso, quando chiedi di una strada oppure offri una parte della tua colazione. E’ qui che ho trovato il mio primo impiego: ho girato e rigirato, non volevo essere un peso, ospite sì ma dovevo attivarmi, trovare qualcosa da fare; così ho imparato un primo mestiere e, soprattutto, un po’ di serenità, la cosa che conforta mia madre a distanza quando le parlo di me e dell’Italia: una famiglia distrutta, mio padre portato via da un male incurabile, mio fratello giustiziato dalla malavita, mia sorella rapita. Di Nearon nessuna traccia. La speranza è quella che un giorno o l’altro possa tornare fra le braccia di mia madre, che sento spesso: è addolorata, mi incoraggia a proseguire nel lavoro e a non cadere in qualsiasi tentazione». Una vita costellata da atti di violenza. «Spero sia finita, sono musulmano, prego perché un giorno mia sorella Nearon possa tornare a casa, sono trascorsi più di quindici anni ma nutriamo sempre la speranza che un giorno la si possa riabbracciare».

«Vogliamoci bene»

Giovanni Orlando, presidente Avis Taranto

«Donare è un atto d’amore verso se stessi. I giovani lo fanno sempre meno spesso, anche a causa di piercing e tatuaggi. Andiamo nelle scuole, nelle parrocchie, ma occorre rispondere agli appelli. Esami gratuiti che talvolta possono salvare una vita…»

Ancora un incontro all’interno della nostra rubrica “Assistenti e assistiti”. Questa volta, nostro interlocutore è il rappresentante di una delle associazioni più impegnate sul territorio, il dott. Giovanni Orlando, presidente dell’AVIS Taranto.

Prima di entrare nel dettaglio e negli impegni dell’Associazione, un po’ di storia.

«L’Avis nazionale nasce nel 1927, su iniziativa di un ginecologo milanese; oggi l’associazione è presente in tutti i comuni italiani, noi abbiamo sedi a Taranto, ma anche in provincia; l’Associazione presente sul territorio nasce negli Anni 60, si attiva ma non trova evidentemente interlocutori giusti così chiude per rinascere nel 1995 per iniziativa di un gruppo di Vigili del fuoco – la nostra stessa associazione è intitolata a Ciro Lucchese, vigile del fuoco prematuramente scomparso – all’epoca prestavo servizio proprio a bordo delle ambulanze dei VdF, fu allora che mi invitarono a rivestire un ruolo di riferimento della rinata associazione».

Programmi, obiettivi nei quali quotidianamente l’Avis comunale di Taranto è impegnato.

«Il nostro compito è quello di reperire donatori di sangue, divulgando il nostro impegno e l’importanza della donazione; lo facciamo recandoci nelle scuole, nelle parrocchie, nelle comunità che ci ospitano e chiedono aiuto. E’ bene ricordare che il sangue è un farmaco salvavita, non si può fabbricare in laboratorio, ma si può solo donare o ricevere in dono: non ci fossero donatori i bisognosi non potrebbero sopravvivere ad alcune patologie gravi».I GIORNI Orlando articolo 3Come reagiscono gli studenti quando fate lezioni di donazione del sangue.

«Nonostante il nostro impegno, purtroppo negli ultimi anni abbiamo registrato un calo nelle donazioni, con ogni probabilità dovute a normative che limitano la donazione del sangue; questo a causa di tatuaggi e piercing, talvolta anche per via dell’uso di sostanze stupefacenti, anche se leggére… quando ci rechiamo nelle scuole e ci imbattiamo in ragazzi con tatuaggi e piercing non possiamo intervenire, anzi abbiamo l’obbligo di sospendere per almeno quattro mesi le attività di chi, donatore, nel frattempo ha fatto ricorso a simili pratiche sulla propria pelle».

Ricambio generazionale, è sempre uno dei problemi registrati dalle associazioni di volontariato.

«E’ uno dei problemi principali, considerando la media sempre troppo alta rispetti a quanti fanno donazione; ad onor del vero, quando gli studenti vengono responsabilizzati rispondono con grande generosità; mi piace ricordare che donare è importante, ma nello stesso tempo è un atto di prevenzione per chi dona:  quando si va a donare il sangue con gli esami ematochimici gratuiti il donatore può scoprire patologie o gravi patologie sulle quali intervenire tempestivamente limitando eventuali danni…».I GIORNI Orlando 3Come avviene la raccolta. Un potenziale donatore come fa a mettersi in contatto con l’Avis di Taranto.

«La raccolta avviene grazie all’Asl di Taranto, chiunque voglia donare sangue, può farlo recandosi nei giorni feriali nel Centro trasfusionale dell’ospedale SS. Annunziata al mattino, dalle 8.30 alle 11.30; un lavoro importante, inoltre, è quello svolto dalle autoemoteche, impegnate nei giorni infrasettimanali, ma anche in quelli festivi; poi donazioni è possibile farle nei punti di raccolta negli ospedali di Manduria, Martina Franca e Castellaneta; il periodo estivo è quello più critico: la gente va in vacanza, la donazione passa in secondo piano, ma è proprio in estate che, purtroppo, si verificano più incidenti, così l’invito a chiunque fosse interessato alla donazione è quello di ascoltare e rispondere agli appelli spesso lanciati dagli social e organi di informazione in occasione di sinistri stradali che provocano vittime che necessitano urgente bisogno di sangue».

Donare è fare bene anche a se stessi, come aprire un conticino in banca. Un giorno potremmo averne bisogno noi.

«Chi non ha esenzioni-ticket e dovesse fare un check-up ematochimico completo, andrebbe a pagare non meno di 150 euro: questi esami, invece, glieli fa gratuitamente l’Asl nel momento in cui si sta donando il sangue. Ricordo un episodio: una ragazza diciottenne in ottima salute, un giorno si recò  a fare donazione, quando le  fecero l’emocromo – il piccolo prelievo che prelude alla donazione – il personale medico scoprì che la ragazza aveva una forte anemia; a quel punto si attivarono ulteriori accertamenti, evidenziando patologie serie, ma per fortuna scoperte in tempo. Insomma, il gesto d’amore nei confronti del prossimo ha salvato la vita alla ragazza».

Per concludere un appello.

«Lo abbiamo in qualche modo accennato. Chiunque sia in grado di donare, si sente in buona salute, non ha patologie particolari, rivolga un pensiero al prossimo, specie in un periodo di grande difficoltà come quello attuale».

Acciaio addio?

Un concreto progetto di “blue economy” potrebbe rilanciare un territorio

Arriva da Bari la scossa per Taranto e provincia. Il porto, la turca Ylport e la riassunzione dei dipendenti Evergreen, l’aeroporto “Arlotta”, l’università, nuovi corsi di laurea e “Casa dello studente”. Alcuni degli elementi per slegare un nuovo progetto di economia dal Polo industriale.

Ad  ottobre a Taranto si svolgerà la Fiera del mare. Obiettivi principali dell’iniziativa: sostenere e valorizzare il processo di trasformazione del tessuto socio-economico ionico, risorse locali, filiere produttive artigianali, industriali e agro-alimentari legate anche alla “blue economy” e convogliare investimenti esterni per favorire l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese pugliesi.

E’ uno degli snodi principali della cosiddetta “economia blu”, che altro non è se non il processo di creare un ecosistema, naturalmente sostenibile, in seguito alla trasformazione di elementi fino ad oggi poco valorizzati in un organismo redditizio per l’intero territorio che comincerebbe a smarcarsi dal polo industriale che, in qualche modo, ha governato sul territorio.

Occorreva avviare un procedimento che valorizzasse le diverse potenzialità della provincia ionica. Alcune già affermate, ma che necessitavano di una spinta per rimettere in moto meccanismi che, insieme con altri progetti, potrebbero condurre Taranto e provincia finalmente lontano da logiche che negli ultimi sessant’anni avevano prodotto risultati (e sentimenti) contrastanti.

Le novità sulla “blue economy” indirizzata sulla provincia ionica, arrivano direttamente da Bari. Promotore di un documento che spiega, punto per punto, il percorso necessario da affrontare per porre Taranto al centro dell’economia del Mezzogiorno, l’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Mino Borraccino. La riflessione di Borraccino che menziona strumenti dei quali il territorio si starebbe dotando per delineare la Taranto futura, è lo spunto di una riflessione sulle potenzialità di Taranto, la sua provincia, strategici per un rilancio economico del quale l’intera regione possa beneficiare. L’impegno del politico pulsanese si concretizza dalla sottoscrizione della Legge regionale speciale per Taranto promossa dal consigliere regionale Gianni Liviano. Secondo Borraccino, infatti, starebbero maturando le condizioni perché Taranto vada oltre la monocultura dell’acciaio, liberandosi da un destino che sembrava averla segnata per sempre.

PORTO STRATEGICO

Fino allo scorso 10 giugno era stata attiva la consultazione pubblica sul Piano Strategico per Taranto, promossa da Regione Puglia e ASSET (Agenzia regionale strategica per lo sviluppo ecosostenibile del territorio) in collaborazione con Comune di Taranto. Cittadini, imprese, associazioni, enti e istituzioni insieme hanno espresso opinioni sul primo documento di analisi e sugli obiettivi strategici per sviluppo e valorizzazione del territorio tarantino.

In forma partecipata, sono scaturiti i primi elementi  di una  visione complessiva che puntasse a una città libera dal “carbone” e, finalmente, porto del Mediterraneo, orientata alla conoscenza, alla cura di ambiente, persone, lavoro e sviluppo.

Fra gli obiettivi principali, la rimozione di ostacoli a uno sviluppo socio-economico sostenibile e una riorganizzazione e diversificazione del tessuto economico per generare nuova occupazione soprattutto per i giovani e le donne.

Nello scorso mese di luglio, la Giunta regionale ha approvato la variante al “PRG” (Piano Regolatore Portuale) del Comune di Taranto con la massima attenzione rivolta a vincoli territoriali, aspetti ambientali, paesaggistici e urbanistici.

Grande importanza, pertanto, ha rivestito l’approvazione della delibera in questione, considerando che dal 30 luglio scorso la società turca Ylport, una delle più quotate al mondo, ha assunto la gestione dell’area portuale. Ylport, come noto, succede ad Evergreen riavviando l’attività dopo un fermo di alcuni anni. Realizzate le ultime formalità nel passaggio di consegne, Ylport darà formalmente corso alla fase di un riassorbimento graduale delle centinaia di lavoratori già dipendenti di Evergreen.

NUOVI SCENARI ECONOMICI

La ZES Jonica interregionale, istituita con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri nello scorso giugno, aprirà  importanti scenari di sviluppo economico per il nostro territorio (coinvolta anche la vicina Basilicata).

Previsti, per l’occasione, benefici fiscali e semplificazione amministrativa per le imprese che vorranno investire sui 1.518 Kmq dei territori di Taranto, Martina Franca, Massafra, Mottola,Manduria, San Giorgio Jonico,Monteiasi, Statte, Carosino, Faggiano, Francavilla Fontana e Grottaglie, oltre ai comuni della Basilicata. Mentre altri 89 Kmq di territorio saranno assegnati ai Comuni che ne faranno richiesta.

Il Piano di Sviluppo Strategico Z.E.S. Puglia e Basilicata, come relaziona l’assessore regionale Mino Borraccino, è reso possibile per legge dalla presenza del porto di Taranto e dell’aeroporto di Grottaglie. Arricchito dal Centro intermodale di Francavilla Fontana, questo delinea le prospettive di sviluppo prevedibili per la Puglia, individuando i numerosi settori che ne beneficerebbero: agroalimentare, logistica, meccanica, navalmeccanica, settore aeronautico, commercio e costruzioni. Senza sottovalutare lo specifico interesse che susciterebbe la Z.E.S. per la Cina e la cosiddetta “Nuova via della seta”.

A tale scopo, andrebbe pertanto ripensata la funzione dell’aeroporto di Grottaglie, che rivestirebbe un ruolo da protagonista per il futuro socio-economico non solo della provincia ionica, ma dell’intero Paese. L’aeroporto “Marcello Arlotta” infatti, inserito dal 2016 nel Piano Nazionale Aeroporti (categoria aeroporti di interesse nazionale), parte integrante del programma internazionale per la produzione in loco delle fusoliere del Boeing 787, possiede anche tutti i requisiti per diventare definitivamente la piattaforma integrata per la sperimentazione degli aeromobili a pilotaggio remoto.

Questo esercizio, alla luce del rilancio delle attività portuali di Taranto, assicurate dalla concessione del terminal container alla grande società turca Ylport, potrà contare sulla crescita dei servizi di cargo-logistica, con ottime ricadute occupazionali. L’industria aerospaziale rappresenta, oggi, una delle principali voci che concorrono a determinare il P.I.L. della nostra regione, con significativi risultati soprattutto in termini di export che fanno di questo comparto uno dei settori trainanti della nostra economia.

Regione Puglia e, in particolare, l’Assessorato allo Sviluppo cconomico,  forniranno il loro contributo attivando misure di aiuto mirate e cofinanziando le buone iniziative imprenditoriali.

MEDICINA E CASA DELLO STUDENTE

Dal prossimo anno accademico a Taranto partiranno nuovi corsi universitari: Laurea in Medicina e Chirurgia, Magistrale di Scienze e Tecniche dello Sport. Ed è a tale proposito di che Borraccino sottolinea il suo impegno. “Mi attiverò – assicura l’assessore regionale allo Sviluppo economico – per un altro progetto fondamentale per Taranto: la costruzione della Casa dello studente, per favorire quel fermento culturale di cui sono portatori straordinari le nostre giovani generazioni”.

“Per favorire lo sviluppo di Taranto e della sua provincia – conclude Borraccino nella sua nota – è necessario valorizzare le potenzialità di un territorio importante dal punto di vista strategico. Occorrono, insieme, una visione di lungo respiro e una grande coerenza nel mettere in campo iniziative e investimenti per superare le attuali condizioni di emergenza (bonifiche, ambientalizzazione, riqualificazione ambientale), per migliorare la qualità della vita, per diversificare l’economia e l’occupazione (economia circolare, ricerca e sviluppo, valorizzazione degli eco-sistemi), per promuovere uno sviluppo urbano sostenibile (qualità dell’ambiente urbano, energia, ciclo dei rifiuti) e per ridare fiato al turismo culturale, che ha nel Museo Archeologico Nazionale un fulcro centrale, e a quello balneare, che interessa la costa ionico-salentina”.

«A casa, di corsa!»

Dramane, maliano, ha in testa il ritorno

«Quando si aggiusteranno un po’ di cose, voglio riabbracciare mio padre. Fuggito a causa della guerra civile, torturato in Libia, arrivato in Italia. Ho imparato l’arte della frutta e della cucina…»

«Ho visto cinque, poi sei cadaveri in mare, durante il mio viaggio per l’Italia: orribile, non dimenticherò mai quelle immagini, ho ancora gli incubi!». Dramane, omonimo di un altro ragazzo ivoriano ospitato dal Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta il suo viaggio dalle coste libiche a quelle italiane. «C’è una bella differenza – spiega – fra cinque o sei cadaveri, me ne rendo conto, ma sfido chiunque ad essere imbarcato in alto mare con onde alte quanto palazzi a sbatterti da una parte all’altra, con la paura che possa finire tu stesso in acqua e contare quei corpi che galleggiano davanti ai tuoi occhi: ognuno di noi – eravamo a decine – si era rifugiato sul primo barcone avvistato, svuotate le tasche dal denaro che avevamo e pagato chi ci avrebbe condotti in salvo; in quei momenti, in mare, avevamo una paura esagerata: pensavamo solo a portare in salvo la pelle, non a contare i defunti che ci galleggiavano ora a dieci, ora a cento metri: pregavamo, invocavamo il Cielo che quella tempesta finisse, che il mare tornasse una tavola – si dice così, vero? – e che potessimo viaggiare più serenamente verso l’Italia, perché era qui che volevo sbarcare».

Pregavano, terrorizzati, fissavano le vittime di quel viaggio della speranza. Temevano che il prossimo, in mare, potesse essere uno di loro. Dunque, cinque o sei. «Il mare mescolava quei cadaveri come fossero carte da gioco, provavi anche a contare quelle vittime: “Uno, due…un altro laggiù in fondo, tre! Alle nostre spalle, ecco, quattro! No, è un relitto che galleggia, per fortuna non è una vittima…”».

Il racconto del maliano Dramane è circostanziato. «Quando ero in Mali, con mio padre, Seidou, parlavamo spesso di una mia fuga: non un viaggio, ma una fuga, proprio così; i rapporti con il resto dei familiari a causa della guerra civile scoppiata nel mio Paese erano ormai tesi: poteva accaderci qualsiasi cosa, di notte come in pieno giorno; non lasciavo il Mali, ma scappavo dal Mali; ed è lì, a casa, che un giorno voglio tornare, riabbracciare i miei affetti, anche se mi rendo conto che non è molto semplice, anche se la speranza è l’ultima a morire».

LIBIA, DELUSIONE E BOTTE

La fuga, una costante nella vita di un ragazzo di nemmeno venti anni. «Pensavo di fermarmi in Libia – spiega – a prima vista mi sembrava una terra accogliente, c’era lavoro e circolavano soldi, non molti, ma non ti sentivi schiavo, né minacciato, fino a quando le cose sono cambiate: i soldi di colpo sono diventati “piccoli” e i miliziani si sono incattiviti; forse non servivamo più come prima o forse volevano trattenersi più soldi dal nostro lavoro quotidiano, sta di fatto che abbiamo cominciato a sentirci perseguitati senza un motivo; era cambiata l’aria, il lavoro c’era, ma non più per lo stesso danaro: a un certo punto abbiamo cominciato a lavorare con un salario settimanale e mano a mano che ci avvicinavamo a fine settimana, ci dicevano che avrebbero pagato a metà mese, poi a fine mese: un casino!».

Un «casino», in Italia questo vocabolo indica “confusione”. Ecco, «…era scoppiato il casino». E, allora, dopo essere scappato dal Mali, gli tocca mettere gambe in spalla e fuggire con una di quelle barche che galleggiano per scommessa. «Eravamo perseguitati ormai; il colore della pelle, inequivocabile: ci riconoscevano fra mille e, allora, fucile spianato, prima ci chiedevano le generalità delle quali, francamente, se ne infischiavano, ma servivano per tenerci lì e studiarci; poi le tasche: “Cosa avete in tasca? Non fate i furbi, non scherziamo, vi mettiamo a testa in giù e vi facciamo sputare fino all’ultimo dinaro!». Quando uscivamo dal locale nel quale ci eravamo rifugiati, in tasca ci mettevamo pochi spiccioli, se non avessimo avuto un solo dinaro ci avrebbero massacrati di botte, così avevamo messo in conto di perdere quei soldi, già pochi».

Un brutto viaggio, le onde sbattevano quella barchetta a venti, trenta metri di distanza. Ma come fosse un miracolo, finalmente l’Italia. «Avevo sognato quel momento – ricorda con emozione Dramane – appena sbarcai pensavo che l’Italia o un altro Paese europeo, considerando quello che avevo passato fino a quel momento, sarebbe andato bene; avevo nella testa, però, sempre casa mia: in qualsiasi nazione fossi arrivato, una volta realizzato denaro con il lavoro e calmate finalmente le acque in Mali, sarei tornato».

AMORE A PRIMA VISTA

Con l’Italia è amore a prima vista. «Tutta un’altra cosa rispetto a quello che avevo passato negli ultimi tempi prima a casa mia, poi in Libia: fuga, umiliazioni, torture che non auguro a nessuno, perché quando le subisci non sai mai quando e se un giorno finiranno; con l’arrivo in Italia finalmente un sospiro di sollievo».

Dramane e il futuro. «Ho imparato le prime parole in italiano, sono più bravo nel comprenderle più che pronunciarle, ma ormai afferro il senso e mi faccio capire». Non si è spaventato davanti a nulla il giovanotto maliano. «Ho fatto i calli alle mani, ho solo voglia di lavorare, dimostrare che voglio guadagnarmi stima e possibilmente danaro con il sudore della fronte; la prima esperienza con un fruttivendolo: qualcuno dirà “Bel lavoro!”, invece io dico che qualsiasi lavoro fatto con impegno è un bel lavoro; questo signore si è fidato ciecamente di me, mi faceva esporre le cassette della frutta, mi insegnava come riconoscere un frutto buono e la tecnica di vendita: la merce più bella doveva essere esposta in bella vista, così che la gente possa avvicinarsi e comprare».

Non solo ortofrutta. «Ho lavorato anche in qualche ristorante; nei giorni e nelle ore in cui ero senza impegni giravo per locali, in particolare nei ristoranti: riordinavo la sala, cominciavo con lo scopare e poi lavare a terra; poi raccoglievo i rifiuti e andavo a gettarli nei cassonetti; uno di questi titolari, si è complimentato, mi ha rivelato che i ragazzi italiani vogliono fare subito gli chef, la tv li sta rovinando, non farebbero mai quello che ho fatto io; sincerità per sincerità, gli ho confessato che mi sarebbe piaciuto passare in cucina, anche come lavapiatti, ma stare vicino ai fornelli, imparare la cucina italiana, poi al Cielo spetterà l’ultima parola; ho imparato tanto, se in Mali si aggiustassero un po’ di cose, tornerei a casa di corsa: saprei darmi al commercio di frutta, gestire una trattoria, non mi stancherò mai di ringraziare l’Italia e gli italiani».

«Aiutiamo il prossimo»

Luigi Serra, consigliere regionale ADMO

«La mia vita è cominciata a trentasei anni. Mi diagnosticano un linfoma che, però, si può combattere. Da allora ho ricevuto più di quanto non abbia dato. L’importanza dell’iscrizione al Registro mondiale dei donatori di midollo osseo»

E’ con vero piacere che nella rubrica “Assistenti e assistiti”, ospitiamo Luigi Serra, consigliere regionale e referente per la provincia di Taranto dell’Associazione donatori midollo osseo. Da tempo, sui diversi canali informativi di Costruiamo Insieme (sito, web radio, canale youtube) stiamo realizzando una serie di servizi per il sociale, invitando nei nostri studi rappresentanti di associazioni e utenza che usufruisce dei servizi messi a loro disposizione da Azienda sanitaria locale, enti e amministrazioni locali.

Dunque, Serra, forse vale la pena iniziare con il lanciare un appello ai giovani, parte sensibile della nostra società su temi forti come la donazione del midollo osseo.

«Il nostro lavoro su Taranto rivolto principalmente ai giovani, nasce otto anni fa. Una famiglia elabora il dolore per la scomparsa del proprio figlio e lo trasforma in amore nei confronti del prossimo. Dunque, l’ADMO, associazione composta da volontari ha il fine ultimo di coinvolgere i giovani e invitarli ad iscriversi al Registro mondiale dei donatori. Insieme con Luigi D’Amore, responsabile della sede di Grottaglie, e la dottoressa Antonella Portulano, ci rivolgiamo a studenti diciottenni delle scuole della nostra provincia trasferendo loro le nostre testimonianze per far comprendere quanto sia importante iscriversi all’elenco con il quale si può salvare una vita umana. Con un semplice esame del sangue si può codificare il proprio dna, forse unico al mondo, e salvare un essere umano in attesa di un “miracolo”».Serra 01L’ADMO da quanto tempo svolge questa opera di sensibilizzazione sul nostro territorio?

«Nasce nel 2011. Personalmente ho vissuto sulla mia pelle un’esperienza che non auguro a nessuno. Conosco l’associazione a causa di un linfoma che mi riscontrarono dopo un controllo più o meno di routine. Ufficiale dell’Aeronautica, parlo di questa mia esperienza ai miei allievi, che si dimostrano sensibili al tema: qualcuno ne ha sentito parlare, altri hanno letto o appreso notizie attraverso organi di informazione o amici; invitato dagli stessi ragazzi a parlarne in modo più compiuto, spiego loro quanto sia importante iscriversi al Registro mondiale: le cellule staminali che risiedono nel dna di ciascuno di noi, sono l’unica ancora di salvezza per chi, oggi, combatte la leucemia; constatata una risposta in termini significativi, siamo passati ad interessare altre anime che avessero a cuore il tema. Attraverso un’opera di sensibilizzazione, siamo riusciti ad entrare negli istituti di Scuola superiore di Taranto rendendo l’ADMO la prima realtà in Puglia. La nostra provincia nell’ultimo anno solare, è riuscita a dare 456 iscritti al Registro mondiale dei donatori».

Un brutto giorno, in ospedale per una serie di controlli, le dicono di stendersi sul lettino e ascoltare con attenzione la diagnosi.

«Momenti che non auguro a nessuno, anche se la dottoressa che mi aveva illustrato il linfoma, mi aveva assicurato che si trattava di una neoplasia del sangue dalla quale si poteva uscirne vincitori. Una frase che mi colpì molto. Trovai, dunque, una forza d’animo che non pensavo di avere, presi il coraggio a due mani e informai mio padre e mio fratello che intanto attendevano fuori dalla stanza di ospedale. Da quel momento è iniziato il mio percorso in salita, alla conquista della vita durato un anno».

Le è cambiata la vita, ha detto che da quel momento ha preso più di quanto non avesse dato.

«Sono molte di più le cose belle ricevute dalla vita, che non quelle brutte; vivendo un’esperienza così drammatica, così forte – avevo perso dieci chili… – quanto mi è accaduto da quel momento in poi è stato un arricchimento unico: ho scoperto una parte di me stesso, il valore straordinario della mia famiglia, la scoperta di quanto sia bello avere amici: alcuni di loro nell’arco di questa esperienza mi hanno coccolato; le amicizie con i medici, con il professor Cinieri, l’ingresso in ADMO, l’incontro con i docenti delle scuole, le condivisioni su Facebook. Ogni giorno avverto questo senso di ricchezza».Serra 02E’ salvo, ma dopo questa esperienza ha avuto netta la sensazione che il suo impegno avesse salvato una vita umana.

«Non immaginavo che potesse accadere. Avevo iniziato a raccontare di esperienze agli allievi della Scuola di addestramento dell’Aeronautica di Taranto, che attraverso un’attività condivisa ha manifestato una volta di più quanto questa fosse sensibile al sociale; ripetevo ai ragazzi quanto fosse semplice donare una vita: spiegavo loro che il midollo osseo è un tessuto che si trova all’interno della cavità delle nostre ossa, produce cellule pregiate che possono contribuire a salvare una vita umana. Quando raccontavo questo, non pensavo si potesse realizzare concretamente il disegno della vita. Quando un bel giorno, un mio ragazzo, Vincenzo Guerra – faccio il suo nome in quanto esperienza andata a buon fine – mi scrive su Facebook: “Comandante, sono stato contattato dal Policlinico di Bari, sono compatibile al 100% con una bambina di tre anni affetta da leucemia che ha bisogno di aiuto, corro a donare!”.

Vincenzo ne parla poco, è schivo: chi compie questi gesti d’amore non vuole passare per un eroe, aiutare il prossimo dovrebbe essere la normalità. Questo episodio ha dato un senso a quanto fatto in tutto questo tempo, insieme abbiamo salvato una vita umana: io con le mie opere di persuasione, lui e gli altri allievi, con l’iscrizione al Registro. Dunque, la vita che mi è stata donata o restituita – se vuole – all’età di trentasei anni, l’ho impegnata nel convincere Vincenzo e altri come lui su quanto sia utile spendersi per il prossimo».

L’importanza di una donazione che avviene in forma gratuita e anonima.

«Quando si parla di donazione di midollo osseo, non si considera che si parla di compatibilità: in una famiglia con quattro fratelli, per esempio, uno su quattro può essere compatibile con l’altro; quando questo, purtroppo, non accade, il rapporto diventa complicato; fra non consanguinei, infatti, la compatibilità sale vertiginosamente: uno su centomila. Se Vincenzo non si fosse iscritto, per la piccola ci sarebbero state poche speranze».

L’ultimo progetto ADMO.

«Grazie all’impegno del cavaliere Maria Stea, con Regione e Miur regionale, abbiamo sottoscritto un impegno che ci autorizza a contattare i dirigenti degli istituti scolastici pugliesi per concordare incontri nel corso dei quali parlare ai loro studenti dell’Associazione e di quanto sia importante mettersi a disposizione per il prossimo».

«Se vuoi, puoi!»

Cento donne (italiane) che stanno cambiando il mondo

Non solo personaggi noti, dal cinema alla stampa. Il settimanale “D” (Repubblica) indica alti dirigenti d’azienda, atlete, un’astronauta, calciatrici che hanno sfidato preconcetti e ottusità. E adesso guidano settori strategici per l’economia italiana. E non possiamo che ringraziarle per il loro costante impegno.  

In copertina, appena ieri, l’attrice, ballerina e modella Sarah Gordy, nemmeno sfiorata dalla sua sindrome di Down. E’ l’orgoglio rosa, una categoria che mostra i muscoli a quello che comunemente viene considerato il «sesso forte». Cominciamo con il cancellare una espressione cara agli uomini quando vogliono indicare una donna di carattere. Ma quale «carattere» – dicono – è «una donna con le palle!». Volgarità sferiche a parte, queste cento donne che il settimanale di Repubblica, “D”, indica ai lettori e lettrici, potrebbero essere molte di più. Ma è il gioco della rivista Forbes: cento. E cento siano.

Così, riprendendo l’idea del quindicinale americano di economia, “D” ha espresso il meglio “made in Italy”. Certo, gli americani sono americani e, secondo una logica, come dire, tutta americana, la maggior parte dei fenomeni, che siano donne o uomini (ci sono top cento maschili), risiedono negli Stati Uniti. Ma l’idea delle Cento donne più autorevoli è loro, dunque, che se la cantino e suonino come meglio credono. Noi cambiamo almeno la base musicale.

Così, “D”, lancia la sua speciale chart italiana. Meno modelle e più modelli. Meno donne fatali e più donne cui ispirarsi. Con il giornale in edicola ieri, a fare da “panino” a Repubblica, è tornato l’appuntamento annuale con le “100 donne che cambiano il mondo”. Il magazine vuole indicare una strada, spiegare alle giovani che «…le condizioni di nascita, la grande lotteria della fortuna, contano poco: se vuoi, puoi». Donne attive pescate in più settori della società (quattordici i settori esaminati). Storie di creatività o di sport, di economia o di politica, di scienza o di giustizia, di ambiente o di diritti.

Dunque, se Forbes indica Greta Thunberg, Carola Rackete, Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, Claudia Sheinbaum, sindaco di una metropoli difficile come Città del Messico, Sonita Alizadeh, afghana, che affida al rap la sua lotta contro il fenomeno delle spose-bambine, la versione cartacea di “D” ci racconta i fenomeni al femminile di casa nostra. L’intero elenco lo rimandiamo al cartaceo D-Repubblica, qui ci limitiamo a una menzione, a una scrematura delle tante manager a capo di aziende che rappresentano con orgoglio l’Italia in campo internazionale.

Dunque, «Le cento donne (italiane) che stanno cambiando il mondo». Successo giusto, indipendenza, libertà, legittimazione, riconoscimento. Riuscire ad emergere e assaporare gli effetti di un’auto-realizzazione personale e lavorativa è di per sé una grande soddisfazione, ma è inutile negare che per una donna, lo è ancora di più. Perché «…per una donna – scrive ancora “D” – la strada verso l’affermazione, purtroppo, è ancora una corsa a ostacoli».

Proprio per questo, le 100 donne italiane di successo del 2019 individuate da Forbes Italia non sono solo motivo di orgoglio nazionale ma anche una grande fonte d’ispirazione. Un concentrato di «competenze, creatività, carisma, tenacia, capacità» che delinea l’evoluzione dell’empowerment (consapevolezza, determinazione, carattere) femminile anche nei piani alti. Attrici e conduttrici che hanno dimostrato di sapere il fatto loro, designer emergenti, scienziate o icone dello sport, che hanno trasformato il sudore in medaglie e trionfi, imprenditrici e manager al timone di grandi aziende o di piccoli family business di cui sono la colonna portante.

Forbes Italia ha stilato «il meglio dell’Italia al femminile nel 2019» (in rigoroso ordine alfabetico) spaziando dall’enterteinment allo sport, dall’editoria all’imprenditoria, arrivando fino allo spazio (letteralmente). Fra le cento, le più note, considerando gli strumenti di cui dispongono: le conduttrici e giornaliste Lucia Annunziata (direttrice di HuffPost Italia), Laura Cioli (CEO del Gruppo editoriale GEDI), Lilli Gruber ( La7), Diletta Leotta (DAZN e Sky) e la “Iena” Nadia Toffa, che ha dimostrato coraggio e professionalità da vendere nell’affrontare e condividere la sfida più tosta della sua vita (un “male” da combattere). Uno sguardo al grande schermo: Paola Cortellesi, Valeria Golino e Micaela Ramazzotti; nello sport, la tuffatrice Tania Cagnotto e la calciatrice Sara Gama, capitano della Juventus femminile e della Nazionale, simbolo della battaglia rosa contro discriminazioni (sessismo, gender pay gap, maschilismo e pregiudizi nel mondo dello sport). Un applauso convinto, a tutte loro e alle “colleghe” che solo per questione di spazio non trovano menzione.

Nella lista di Forbes Italia, la prima italiana ad andare nello spazio, Samantha Cristoforetti. Insieme con lei, l’astrofisica Marica Branchesi, le grandi manager e imprenditrici come Katia Bassi (CMO di Lamborghini), Silvia Damiani (vice presidente dell’azienda di famiglia), Micaela Le Divelec (ad di Ferragamo e Elena Miroglio presidente di Miroglio fashion (il gruppo di Motivi, Elena Mirò, Fiorella Rubino, Oltre e così via…) e Cristina Scocchia (CEO di Kiko). Donne che si sono contraddistinte in percorsi e progetti vincenti che hanno fatto, fanno e faranno la differenza. Un bel successo, meritatissimo. E che questo riconoscimento non sia solo per un giorno.

Avete comprato Repubblica, bene. Ora, non lasciate l’allegato sul mobile d’ingresso o parcheggiato sotto l’ombrellone, per leggere dell’ennesima crisi di governo o passare di corsa alle pagine di spettacolo e sport. Dopo che l’avrete offerto, gentilmente, alla signora, chiedetele di passarvelo una volta letto. Ecco, gli uomini dovrebbero spesso sfogliare e leggere le pubblicazioni riservate a prima vista al gentil sesso (anche se “ha le palle!”, accidenti) e avvicinarsi un po’ di più a quell’universo che solo romanticamente definiamo “l’altra metà del cielo”. Perché spesso lo dimentichiamo. Proviamo a non distrarci. Buona lettura. E buona domenica.

«Tornerò a casa…»

Boubacar, maliano, musulmano e un desiderio

«Amo l’Italia, anche la Francia è bella, ma l’Africa è nel mio cuore. Morti papà e mamma, i miei zii non mi fecero continuare gli studi: per cinque euro. Volevano mi sposassi con una vicina, ma volevo essere io a scegliere. La fuga, le botte in Libia, ferite che fanno ancora male…»

«Voglio sdebitarmi con l’Italia, Paese accogliente; farei davvero di tutto qui, ma il mio sogno è la mia Africa, un giorno voglio tornare a casa, non necessariamente dove sono nato, in Mali, anche altrove va bene, ma voglio tornare in Africa…». Boubacar, maliano, poco più di venti anni, musulmano, una pertica di due metri, anche più, fa una sintesi della sua storia che coincide con l’approdo in Italia. «Dovessi restare qui, non avrei problemi, mi impegnerei nel lavoro che so fare meglio, l’elettrauto; anche la Francia non mi dispiace».

Spiega il suo punto di vista sull’Italia e la Francia. «Due Paesi simili fra loro, quando studiavo passavo il tempo a fare ricerche, trovavo – e trovo – bello il senso di democrazia che esiste in queste due nazioni: il rispetto per chiunque, che tu sia bianco o nero, siamo tutti fratelli e fortuna o sfortuna non guardano al colore della tua pelle».

Sfortuna. «Non credo molto alla fatalità, ma ci sono stati episodi, due in particolare, che hanno segnato la mia vita: quando meno credevo, questi due argomenti sono diventati il tema principale della mia scelta, della mia fuga dal Mali».

Parla come fosse un libro, si arrampica nel suo italiano già buono. Si aiuta con i gesti, ma rispetto alla lingua parlata, mostra progressi importanti, da non crederci. «Devo questi passi avanti nel mio italiano ancora approssimativo – spiega “Bouba” – a una donna di servizio impegnata in “Costruiamo Insieme”, il Centro nel quale sono stato ospitato: devo molto alla cooperativa, si è presa cura di me, mi ha fatto sentire subito rispettato, quasi coccolato, rispetto a come ero stato trattato a casa mia…».

ITALIANO “APPROSSIMATIVO”

Usa l’aggettivo “approsimativo”, non è da tutti, mostra un bagaglio culturale più che rispettabile. Proviamo ad approfondire nel carattere e nei motivi della sua fuga. «Ho perso padre e madre – racconta Boubacar – quando ero ancora piccolo, un dolore che non si può spiegare: perdi buona parte di te stesso, ti manca l’insegnamento, il loro amore: fossero ancora in vita, sicuramente non sarei fuggito, mi sarebbero stati accanto, i genitori pensano sempre a dare il meglio ai propri figli».

Cosa accade, la scuola comincia a diventare un peso. Una cosa per volta. «Quando ho scelto la fuga, ho salutato mia sorella: non potevo più restare lì, venivano a mancare le cose essenziali per la mia crescita; la scuola, per esempio, la frequentavo con profitto, prima che i “miei” morissero, avevo ottimi voti: la mattina andavo a scuola e studiavo, il pomeriggio frequentavo un’officina dove apprendevo i primi insegnamenti per fare l’elettrauto; miei zii mi avevano preso con loro, mi avevano mostrato subito grande affetto, poi qualcosa è cambiato nei miei confronti: piccolo com’ero, e non lavorando, avevo bisogno di cinque euro – non è una cifra esagerata in Mali – con cui comprare penna e i quaderni sui quali scrivere appunti e studiare; un brutto giorno questo loro sostegno è venuto a mancare, di colpo sono diventati ostili nei miei confronti, come se volessero provocare una qualsiasi discussione e avere un motivo con cui allontanarmi: il loro affetto, sbocciato di colpo era sfiorito nello stesso modo, senza una ragione…».

Provassimo a cercarla, una ragione. «L’episodio che ha fatto il paio con quei cinque euro, forse, il rifiuto di allacciare un rapporto con una ragazza vicina di casa: nonostante fossi un ragazzino, loro – i miei zii, i vicini di casa, genitori della fanciulla – avevano già pensato a tutto, sarebbero diventati parenti, gli uni degli altri; non ne facevo un fatto di bellezza – una donna può o meno piacere – ma una questione di principio: avevo ancora da imparare, fidanzarmi o sposarmi la vedevo una cosa fatta troppo in fretta, volevo pensare serenamente al mio futuro: avrei potuto scegliere di vivere solo, per esempio…».

FUGA DA UN MATRIMONIO COMBINATO

Dunque, la fuga. «Non avevo altra scelta, salutai mia sorella, promettendole che un giorno sarei tornato – e tornerò davvero – ma non era il più il caso di vivere con addosso una forte tensione, con il pericolo che una parola fuori posto provocasse un litigio e poi una violenta discussione: non ci stavo, non volevo cascarci, così feci i bagagli – un borsone, non di più – e andai via».

Ancora una volta, fortuna, sfortuna. «Sfortuna – non era difficile capire da cosa fossi perseguitato – arrivai in Libia; fermato da miliziani, pestato a sangue, rinchiuso insieme ad altri in uno stanzone: non avevo soldi per riscattarmi, né parenti disposti a pagare la mia scarcerazione: lavoravo e prendevo botte, prendevo botte e lavoravo; quegli uomini che tenevano me e altri segregati in quei locali, picchiavano duro: avevano un solo principio, usare le armi come fossero un martello; non si accontentavano di infliggerti uno, due colpi alla testa e farti un male che non si può raccontare: volevano vedere il sangue, aprirti una ferita profonda, solo allora si sarebbero fermati…».

Alla fine, un raggio di sole. «Prima della fine, un’altra fuga, lavoretti, pochi soldi, utili a pagare il viaggio a bordo di un gommone: in settanta, tutti stretti come fossimo in una cassetta di frutta, ammassati; l’arrivo in Italia: finalmente il vento che cambia…».

«Stiamo con i deboli»

Andrea Occhinegro, portavoce dell’associazione ABFO

«Mio padre morto giovane, spinse me e la mia famiglia a impegnarci per i più bisognosi. Bello abbracciare i piccoli di una volta prossimi al matrimonio, qualcosa è cambiato in positivo nella loro vita. Mi ha fatto male la politica, qualcuno disse che avremmo voluto fare business trascurando gli indigenti»

Andrea Occhinegro, rappresentante ABFO, una delle associazioni di volontariato e assistenza presenti sul territorio. E’ lui il nostro graditissimo ospite dello spazio riservato sul nostro sito ad “Assistenza e Assistiti”. Con lui parliamo del suo impegno e dell’attività svolta in tutti questi anni in aiuto a gente in evidente stato di difficoltà.

Occhinegro, cosa l’ha indirizzata a fare associazionismo in modo così attivo?

«Ho compiuto questa scelta a causa di un evento luttuoso. Persi mio padre ancora giovane, tanto che in famiglia, insieme a mamma e sorelle, decidemmo di dar vita a un progetto benefico. Creammo dal nulla un’associazione che di fatto dalle sue origini si occupa di persone, famiglie, bambini, che vivono in condizioni economiche e sociali disagiate».

ABFO, acronimo che sta per Associazione benefica Fulvio Occhinegro. Quante cose ha già realizzato la sua associazione?

«Quando si parla di sociale c’è sempre tanto da fare, è un mondo infinito, a maggior ragione in una città nella quale c’è gente che soffre, ecco perché dico che il sociale non ha inizio né fine e c’è sempre da fare».Occhinegro 01Una cosa che ricorda con più orgoglio.

«Nel lontano dicembre 2012, dopo un tavolo tecnico in Prefettura al quale partecipò anche l’Amministrazione comunale di Taranto, riuscimmo a realizzare un Centro di solidarietà polivalente. In quell’occasione rispondemmo alle esigenze più importanti, quelle del pericolo-freddo: facemmo accoglienza in modo gratuito; ospitammo molte persone e il modo in cui ci spendemmo ci riempì di orgoglio. Quel Centro di solidarietà, poi, è andato avanti, esiste tuttora. Mi piace ricordare quel periodo in quanto a Taranto i senza fissa dimora dormivano per strada, non avevano altra possibilità di ripararsi dal freddo».

Cosa ci vorrebbe per una città come Taranto?

«Domanda impegnativa, l’accolgo volentieri, il problema principale di Taranto è che esistono divisioni: c’è sempre qualcuno che, invece di spendersi per il prossimo, ama criticare, esercizio sacrosanto, ma sicuramente più semplice da svolgere rispetto a un impegno giornaliero che assumono quanti fanno associazionismo: ma è più facile parlare piuttosto che fare, che si tratti di politici o si tratti di persone del sociale, del mondo della cultura. Credo sia proprio questo uno dei principali problemi di Taranto. E’ un atteggiamento che avverto un po’ ovunque, dallo sport alla cultura, al sociale appunto: la mia speranza è che prima o poi ci si possa sprovincializzare».Occhinegro 03Ci sentimmo tempo fa, fu attaccata. Qual è la reazione umana di una persona che si impegna nel sociale e viene, invece, indicata come elemento “inaffidabile”?

«Ricordo quel momento con amarezza, ma ritengo sia utile parlarne. In quell’attacco c’erano motivi di carattere politico. Fui accusato, insieme con la mia associazione, dopo cinque anni di ininterrotta attività nel sociale – svolta in modo del tutto gratuito insieme con la mia famiglia – di accompagnare all’uscita gente che non aveva risorse per mantenersi: ospitavamo, invece, cinquanta, sessanta persone a notte, compito molto impegnativo ma assunto con la massima generosità. Eppure a qualcuno era venuto in mente di indicarci come gente senza cuore, perché avevamo scelto di ospitare extracomunitari per fare business. Balla clamorosa, mai fatto, del resto bastava una telefonata in Prefettura per rendersi conto che non stavamo cacciando nessuno: ripeto, campagna elettorale. Un peccato, per discolparci da accuse inconsistenti dovevamo quasi schierarci con questo o quell’altro. Fu un brutto periodo, lo ricordo male, anche se poi ebbi modo di chiarire con l’interessato la polemica, tanto che in una successiva conferenza stampa lo stesso ritirò tuto quello che aveva detto».

Cosa vorrebbe si dicesse oggi della sua associazione?

«Il desiderio, sempre vivo, è che si continui a parlare della nostra associazione in termini benevoli, come un’attività nata per aiutare persone indigenti e continua a fare questo. Questo è il mio principale obiettivo. Ora che a distanza di quasi quindici anni incontriamo ragazzi felici e prossimi al matrimonio, e che avevamo aiutato da piccoli, ci riempie il cuore di gioia».

Un episodio, una battuta, riconoscenza.

«La riconoscenza ci interessa relativamente, facciamo assistenza senza aspettarci automaticamente sentimenti di gratitudine: capita, invece, di vedere gente che comincia ad essere autosufficiente e ci chiede di sospendere l’aiuto per fare del bene a chi in quel momento ha più bisogno».