Cristian, il “puliziotto”

Nigeriano, venticinque anni, fuga dall’ingiustizia

«Sono stato picchiato, svuotato di soldi e sogni, ma ho ricominciato: con una ditta di pulizie, in Libia, per raccogliere la somma e “comprarmi” un viaggio per l’Europa. Mi mancano famiglia e fidanzata, cerco lavoro e dignità»

«Un agguato: circondato, spintonato, picchiato selvaggiamente, derubato di quei pochi soldi che stavo mettendo insieme con grandi sacrifici: una banda di malviventi durante il mio viaggio verso la libertà, mi ha assalito e mi ha svuotato le tasche e l’anima».

Alleggerito nelle tasche di qualche centinaio di dinari guadagnato in Libia, è il meno che possa addolorare Cristian, nigeriano, che avverte ancora il dolore di quel sopruso, del «Tanti contro uno!»: non va bene. Nemmeno fosse stato uno solo. Ma essere annientato nel carattere, nella reazione umana a qualcuno che vuole svuotarti di sentimenti e sogni, questo no. Ce lo aveva raccontato tempo fa, Cristian. «Il mio sogno era uno solo: lasciare il mio Paese dove non era possibile vivere umanamente, a meno che non facessi quello che il più ricco, dunque il più forte, ti imponeva: il lavoro di schiavo o di cattivo, l’esattore; anche per le strade non avvertivi il senso dell’uguaglianza». Benché si sforzi, Cristian, nel suo inglese, non riesce a traslare la parola “democrazia”, sinonimo di uguaglianza. «Freedom», esattamente. Libertà, basta farci caso. Tutti i ragionamenti che fa il venticinquenne nigeriano portano all’identica conclusione: fuga dall’ingiustizia, dalla violenza, dalla schiavitù. «Siamo tutti uguali davanti a nostro Signore – dice Cristian, cattolico convinto, occhi al cielo e segno della croce quando il ragionamento si fa duro, come a dire “Signore, perdonami!” – dunque, perché devo essere ridotto a qualcosa di insignificante, contare meno di qualsiasi altra cosa: stavo per dire “bestia” – altro segno della croce – ma il Signore amava gli animali, qualsiasi cosa è creatura di Dio va rispettata».

CERCASI RISPETTO

Una costante per Cristian e anche per tanti fratelli che hanno dovuto attraversare il Mediterraneo: il rispetto. «Non è facile guadagnarselo, non ho potuto farlo a casa mia, in Nigeria, il governo poneva condizioni restrittive, nelle periferie e nei villaggi non esisteva, non esiste ancora oggi, sia chiaro, una vera legge: questa la rispettano, a modo loro, quanti controllano il territorio con i loro traffici, le estorsioni quotidiane su quanti lavorano sodo; io non potevo più sopportare, così un brutto giorno – si sbraccia, si aiuta con i gesti delle mani, Cristian – perché non è bello staccarsi dalle proprie radici e fuggire…». Pausa. Parlare di fuga, non gli scende giù. «…Un brutto giorno sono scappato, non è un atto di coraggio, lo riconosco, ma se fossi rimasto in Nigeria per me sarebbe andata a finire male: non tolleravo atteggiamenti, ingiustizie, di militari o malviventi che spesso si sostituivano agli uomini in divisa – che invece di far rispettare la legge, rivolgevano lo sguardo da un’altra parte – a che prezzo? Non so, non voglio nemmeno pensarci, ormai è andata così».

Un agguato, fuori i soldi e giù botte. «E ricominciare tutto daccapo – ricorda per noi Cristian – ma quante botte, vittima di una violenza fatta di pugni e calci e provavo a coprire il viso e pregavo il Signore: speravo che da qualche parte mi provocassero una ferita: se non avessero visto del sangue, difficilmente si sarebbero fermati, avrebbero continuato a picchiarmi; poi, sfinito, pieno di dolori, ai fianchi, a una spalla, naso e labbra sanguinanti, le mani in tasca e, in un colpo solo, via i risparmi di mesi di lavoro».

Altri mesi di lavoro. «In Libia, ho svolto lavori di fatica, fino a trovare una sistemazione più o meno costante: fare il “puliziotto” – ride per la battuta, che accompagna con un gesto, mima uno straccio in una mano dando il senso di una lucidatura – non il “poliziotto”, quest’ultimo è un lavoro che proprio non saprei fare, non ne avrei la forza; dieci mesi di fuga e di lavoro, poi finalmente i soldi per pagarmi il viaggio per l’Italia: inizialmente non importava in quale Paese dell’Europa arrivassi, per prima cosa dovevo lasciarmi la Nigeria alle spalle, avevo sofferto troppo, anni».

FINALMENTE “COSTRUIAMO”

Il “benvenuto” nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. «La prima cosa che ho fatto – racconta Cristian, ancora tanta emozione negli occhi – telefonare ai miei, un breve messaggio: “Sono arrivato in Italia, sano e salvo!”, urlai».

Qual è ora il sogno di Cristian. «Quello di ogni essere umano – insiste l’ex “puliziotto” – fare una vita serena: lavorare, possibilmente un impegno decoroso; non mi tiro indietro per lavori di fatica, anche di quelli pesanti, purché ci sia il rispetto della persona e di quello che fai». Volesse pensare in grande. «Creare una famiglia, sposarmi, avere bambini a cui insegnare le cose che, nel frattempo, ha imparato papà, cioè io, perché loro non soffrano quanto ho sofferto io. Certo, per mettere in piedi una famiglia occorre essere in due…». Finalmente un sorriso.

Riaffiora la nostalgia. «Mi manca la mia “girlfriend”, altra cosa cui ho dovuto rinunciare, a malincuore; un giorno mi piacerebbe riabbracciarla, scrivere con lei il romanzo della nostra vita cominciando con amarezze, pianti, fughe coronati dal sogno più importante della vita: la libertà; un romanzo a lieto fine del quale ho appena scritto le prime pagine…».

«Odio i “talebani”»

Massimo Moriconi, trentaquattro album con Mina

«Parlo dei musicisti, quelli che non transigono: è giusto solo quello che fanno loro è giusto. La “tigre”? Una donna di parola, non sopportava di essere giudicata per il suo privato. Continuo a suonare con l’entusiasmo di un quattordicenne»

Centinaia gli album in studio, fra questi ben trentaquattro realizzati con la sola Mina, di cui è musicista di fiducia. Collaborazioni a tutto andare nel jazz e nel pop, da Chet Baker a Billy Cobham e Lee Konitz, proseguendo con Armando Trovajoli e Lelio Luttazzi, Fabio Concato e Fiorella Mannoia. Massimo Moriconi, bassista e contrabbassista fra i più celebrati, in tour con Emilia Zamuner con la quale ha realizzato un album in studio, “Doppia vita”. A Taranto per lavoro, dunque, ai microfoni di “Costruiamo Insieme” parla di passato, ma anche di futuro («…avere sessantaquattro e non sentirne la metà»).

Non ci sono più i concerti di una volta. «Come in qualsiasi altro settore, anche la musica registra una flessione. Siamo stati invasi da altre cose che, insieme, ci hanno messo poco a mettere in un angolo il jazz, una musica evidentemente non per tutti. La musica, per me, è come l’amore, non c’è moda che tenga, sopravvive a qualsiasi moda. Oggi bisogna “faticare” di più, ma suonare è sempre un lavoro di grande fascino».

Quasi mezzo secolo di attività, fra orchestre, studi di registrazione, teatri e tv. Non è stanco nemmeno un po’, tanto che ha tempo e modo di seguire altri progetti. «Siamo in due, io ed Emilia Zamuner, facile parlarne. Abbiamo pubblicato insieme un album per voce, contrabasso e basso elettrico. Galeotto fu il “Premio Massimo Urbani”, vinto da lei tre anni fa. Emilia, oltre alla voce, ha un dono: l’improvvisazione; timbri pazzeschi e, non è un dettaglio, esprime sempre positività».

DOPPIA VITA…

Lo stile Moriconi. «Quando suono provo a fare “arrivare” la musica al pubblico; dunque, suono per me, ma anche per gli altri: odio le facce tristi che mettono malinconia. Dunque, facciamo i bravi, cerchiamo di ascoltarci e proviamo a non discriminare. Il jazz ha dato, ma prende anche: negli ultimi anni ha preso da altri generi, l’importante è che sia musica bella. Torno all’ultimo album: “Doppia vita” è improntato sulla rivisitazione di canzoni italiane e internazionali, brani di vario genere realizzati in questa formazione, un duo, voce e basso, niente altro».

Emilia a due passi. Dopo un primo approccio pare che lavorare con un musicista che ha realizzato decine di album con Mina, non sia un problema. «Pesava all’inizio – dice la Zamuner – del resto ero al cospetto di un gigante. Massimo, però, mi ha messo subito a mio agio con l’umiltà dei grandi. Per la voglia che ha ancora di fare, mi sembra quasi un bambino, mai stanco di giocare. Un progetto basso e voce, può sembrare singolare, ma è anche il modo più essenziale di spiegare la musica attraverso le “toniche”. Nelle mani di Moriconi, queste diventano armonia aperta a mille esplorazioni attraverso contrabasso e basso elettrico, e una voce, la mia, senza effetti. Penso e ripenso, poi mi do una spiegazione: è stata la spontaneità ad avvicinarci».

Un momento improvvisativo, considerando il suo piatto forte. «Quello più bello: mentre registravo, cantavo “My funny Valentine”: presa dall’emozione ho ribaltato il testo, ma non mi sono fermata; non so per quale strana alchimia, ma in quel momento le nostre menti – quella mia e di Massimo – si sono perfettamente sincronizzate: eravamo sullo stesso canale, come se avessimo contemporaneamente schiacciato “play”; è stato lui a decidere che quel momento doveva restare così com’era».

Moriconi, la star, i compagni di viaggio con cui ha una maggiore intesa. «Si chiamano amici, una ristretta cerchia di persone con cui ho modo di confrontarmi senza ipocrisie; con questi non devo stare attento ai toni, ai modi. Gli amici sono quelli che mi assomigliano più di altri: amano tutta la musica e, soprattutto, non sono “talebani”; questi ultimi li sopporto a patto che non dicano che chi non è come loro non va bene…».

MINA, CHE ATTRIBUTI!

Il rapporto professionale con Mina, la Tigre di Cremona, cosa le chiede tutte le volte che si trova a lavorare in studio con lei. «Che io suoni come mi sento di suonare: la cosa più bella che mi abbia permesso di fare in tutti questi anni. Anche per questo il mio rispetto nei confronti della stella più grande del nostro firmamento musicale diventa doppio. Mina ha fatto la storia non solo come cantante: è stata la prima a fare dance, videoclip, prima a presentare, qualità che l’hanno distinta dal resto degli artisti; purtroppo, per anni, è stata perseguitata per avere avuto un figlio da un uomo sposato».

Forse con Moriconi ha parlato dei motivi che l’hanno allontanata per quarant’anni dal pubblico. «Nel ’78, suonavo con lei: disse di essersi “rotta” del fatto che la gente mettesse le mani solo nel suo privato invece di giudicarla come cantante. Così si è ritirata. Mina è persona con gli attributi, suonare con lei e coltivare un rapporto di amicizia straordinario è qualcosa che non si può raccontare: è la cosa più bella che mi sia capitata nella vita da quando faccio questo mestiere».

Non le ha mai parlato di un possibile ritorno. «Fra amici si parla di altro, a meno che non siano gli stessi a parlarti di cose così troppo personali. Non sarò certamente io a chiederle cose, credo sia materia troppo delicata. Poi gli argomenti di conversazione non mancano, con Mina puoi parlare di tutto, vera signora e grande professionista: quando è in studio mette la massima attenzione in quello che fa; ha le idee chiare: il risultato finale deve essere quello che ha in mente e non un altro. Proprio come il primo giorno che l’ho incontrata, sarà anche per questo motivo che lei è Mina, donna di parola: quando decide una cosa è quella, non c’è rimedio».

A Taranto per un concerto, già di ritorno a Roma. «Mi sento giovane. Come quando avevo quattordici anni, se una cosa mi piace faccio anche tremila chilometri, se non mi piace non faccio nemmeno tre metri…».

Svolta “bio”

Pugliesi a favore del «mangiare sano per vivere meglio»

Alta qualità al prezzo giusto. Valore aggiunto per gli enti pubblici sensibili alla corretta alimentazione di adulti e bambini. L’imprenditore biologico oggi sta attivando nuove forme di contatto con il consumatore.  La spesa è diventata più consapevole e meno casuale.

Prosegue l’aumento dei consumi. E insieme a questi, il numero di ditte di trasformazione e dei servizi connessi alla filiera dell’agricoltura biologica: agriturismi, mense “bio”, ristoranti e operatori certificati, con un aumento pari all’80%. Un dato da capogiro, secondo qualcuno esagerato, se non fosse che la tendenza viene certifica dalla stessa Coldiretti-Puglia, associazione sempre cauta nell’enfatizzare notizie che, in realtà, autorizzano a pensare che nella nostra regione si stia sulla strada giusta.

Dunque, la Puglia va assumendo connotati da regione capofila, un territorio sempre più “bio”. Parliamo di coltivazione, per esempio: bene, sono aumentate non di un punto percentuale o massimo due a volere essere generosi.  Le coltivazioni hanno registrato un dato a dir poco sorprendente: sono cresciute del 4,5%. Se non è una cifra importante questa, quale potrebbe essere.

Le informazioni a riguardo, sono state diffuse in una occasione ufficiale, importante: durante il “Salone internazionale del biologico e del naturale” svoltosi a Bologna e durante il quale ha presenziato il mercato di Campagna Amica, sigla che ha chiamato a raccolta numerosi agricoltori biologici italiani.

COLDIRETTI IN CAMPO

In rappresentanza di questa categoria, si è pronunciato a nome della Puglia, direttamente il presidente regionale di Coldiretti, Savino Muraglia. «In Puglia – ha dichiarato il massimo rappresentante dell’associazione che conta numerosi iscritti – stiamo assistendo a un processo di stabilizzazione e normalizzazione rispetto alla diffusione del metodo biologico mentre; a fronte di ciò, prosegue l’aumento tendenziale dei consumi, delle ditte di trasformazione e dei servizi connessi alla filiera dell’agricoltura biologica come agriturismi, mense bio, ristoranti e operatori certificati, il tutto pari ad un aumento superiore dell’80%».

In breve, Puglia uguale a biologico. Più o meno. Le coltivazioni “bio” proseguono nella crescita, salgono ad un saldo del +4,5% registrato lo scorso anno, in seguito alla maggiore attenzione dedicata dai pugliesi al mangiare sano per vivere bene.

L’allargamento del segmento, coniugato ai nuovi stili di vita, attesta autorevolmente la Puglia sull’intero territorio nazionale conferendole  un posto sul podio delle regioni considerate le più “bio” d’Italia. Sfiora il gradino più alto per la classica incollatura occupando, però, autorevolmente il secondo posto.

La Coldiretti, attraverso il suo presidente, parla di una vera e propria “svolta bio” che interessa tutti i comparti agricoli su una superficie di duecentosessantaquattromila ettari coltivata a biologica. Il bio prevale per l’ulivo (74.000 ettari), seguito dai cereali (55.000), le colture foraggere (29.000) e la vite (17.000). Le ultime stime parlano di ben 9.275 operatori biologici che operano in Puglia.

E NON E’ FINITA…

Secondo quanto dichiarato dal presidente Muraglia, la continua richiesta di prodotti freschi e di stagione stimola l’imprenditore biologico a ricercare ulteriori forme di contatto con il consumatore. Non è finita. Oltre ad un sensibile cambio dei costumi sociali, sono cambiate pure le abitudini alimentari per una serie di fattori. I consumatori, per esempio, spaventati dagli allarmi e dagli scandali alimentari, oggi sono più informati e più attenti alla qualità dei prodotti da mettere nel carrello. Proprio in virtù di ciò, la spesa dei pugliesi è diventata più consapevole e meno casuale.

Altro punto centrale del progetto sostenuto da Coldiretti sul biologico è l’attenzione alla sicurezza alimentare nei servizi di ristorazione collettiva, diventato un preciso dovere degli enti locali. Il settore biologico, infatti, potrà diventare uno sistema di valorizzazione e un bacino di approvvigionamento di prodotti di alta qualità al prezzo giusto e un valore aggiunto per gli enti pubblici sensibili alla corretta alimentazione di adulti e bambini.

«Fuga dall’ingiustizia»

Andrew, nigeriano, racconta il suo fuggi-fuggi

«Non potevo più vivere nel mio Paese, se denunci spariscono gli atti e da quel momento cominciano a perseguitarti. Dovevo scappare, ho lasciato mamma, che sento quasi tutti i giorni, un fratello e una sorella: se alzi la testa, per bene che vada ti picchiano. Su un gommone sul quale potevamo stare a malapena in cento, eravamo in trecento. Una motonave ha evitato una sciagura»

«Non puoi essere ostile a niente, a nessuno. Non te la cavi con una sonora bastonata; per bene che ti vada, ti mandano dritto in ospedale, altrimenti…». Segno della croce. Andrew, nigeriano, cattolico praticante, ci mostrerà la sua grande fede quando svuoterà su un tavolo il suo zainetto con dentro tutto l’occorrente per una “preghiera fai da te”.

«Nel mio Paese è così, non esiste una legge uguale per tutti spiega Andrew – per alcuni è uguale, per altri meno uguale. Una tua denuncia contro chi ti minaccia o vuol toglierti quel poco che hai e che tuo padre ha costruito faticosamente, svanisce nel nulla: e non perché i tempi della giustizia sono lunghi, non, è peggio: la tua denuncia sparisce misteriosamente. Lo capisci quando le minacce di chi hai provato a denunciare si fanno più insistenti; si sentono imbattibili, protetti da un sistema che garantisce il più forte, non solo dal punto di vista fisico, ma soprattutto da quello economico».

E’ il “denaro facile”, sembra di capire, che agita una parte dell’economia di un Paese comunque in forte crescita. «Ma, si sa, i soldi non bastano mai: più ne hai, più vuoi guadagnarne, comunque; chi ha vissuto la fame ha paura di tornare in condizioni disumane, così prende quello che può, come può…».

Non lo dice, ma il messaggio di Andrew, che ha ripreso il sorriso, si intuisce. «Vivo una seconda vita, grazie a “Costruiamo Insieme”: ho imparato un mestiere, ora sono uno che sa stare con una certa disinvoltura dietro ai fornelli; ho fatto corsi di formazione, uno in Confcommercio, pratica anche grazie alla stessa cooperativa che non finirò mai di ringraziare per avermi dato un futuro».

Una storia simile a tante altre, e come tante altre con sfumature diverse. «Sono scappato dal mio Paese, l’aria nei miei confronti si era fatta pesante, fin da piccolo ho sempre avuto sete di giustizia e questo, evidentemente, dalle mie parti non va bene; ho lasciato lì un fratello e una sorella, e mamma, che non è in grandi condizioni di salute: la sento spesso, benedetti cellulari: mi informo come stia e lei, piuttosto che preoccuparsi del suo stato di salute, mi chiede invece come stia io…».

Prega molto Andrew. «Tanto, il Signore ci dà la croce ma anche la forza per sopportarla, così mi dedico molto alla preghiera, perché faccia stare bene tutti, a cominciare da quello che resta della mia famiglia: per ciò che mi riguarda, ora vivo serenamente e appena posso mando qualcosa ai miei familiari, voglio che stiano bene, che abbiano cura di se stessi, più di quanto non ne abbia avuta io nei miei stessi riguardi…».

Ventisette, uno zainetto dal quale non si separa mai. «Ecco cosa ho – svuota il contenuto su una scrivania – tutto quello che mi serve per stare bene con gli altri e me stesso: una immagine di Papa Francesco, che Dio lo faccia stare bene in eterno; altre immaginette, un vangelo, una coroncina, non riesco a stare senza pregare…».

Alza gli occhi al cielo, Andrew. Prima di raccontare il suo viaggio, la sua odissea in mare. «E’ stato un viaggio lungo – spiega, sorvola dettagli – quello per l’Italia, non molto semplice, fuggito dalla Nigeria sono passato attraverso il Niger, altra esperienza pericolosa, prima di arrivare finalmente in Libia. Ora, quel Paese non è più come ai tempi di Gheddafi, quando esisteva sì un regime, ma c’era lavoro per tutti; ho dovuto lavorare mesi e mesi in un autolavaggio, sedici ore al giorno, a stretto contatto con l’acqua e detersivi per sgrassare, dunque potenti e maleodoranti; la sera avevo appena il tempo per mangiare, la stanchezza mi stendeva: sentivo dolori ovunque, a volte ero assalito da conati di vomito: ma che detersivi e sgrassatori erano quelli che mi facevano usare?!».

Quel lavoro massacrante era servito a mettere un po’ di soldi da parte. «Pagare? Mi pagavano e non mi pagavano, le mance erano poca cosa, ma alla fine ho messo da parte quei soldi che mi avrebbero permesso di pagarmi il viaggio per l’Italia; mi imbarcai su un gommone enorme sul quale potevamo stare, più o meno comodi, in cento: eravamo tre volte tanti, da non crederci; pregavo il Signore perché ci facesse incontrare una imbarcazione che ci tirasse a bordo: fossimo andati a picco, nessuno di noi si sarebbe salvato, sarebbero stati guai seri…».

Poi l’arrivo in Italia, conclude Andrew. «Una motonave, per fortuna, ci salvò; viaggio a Lampedusa poi a Taranto, l’arrivo quattro anni e mezzo fa; i primi lavoretti per guadagnare qualcosa, non grandi cifre, ma sempre meglio della Nigeria e dell’autolavaggio in Libia». Infine, l’occasione della vita. «Un corso di formazione, ho imparato a cucinare italiano, ma anche nordafricano; i “fratelli” mostrano di apprezzare, ma non devo mai cucinare le stesse cose, altrimenti anche il piatto migliore alla fine ti viene a nausea; vero che ho sofferto, ma speranza e preghiera mi hanno dato coraggio, oggi la mia vita è cambiata in meglio, molto meglio, e alla cooperativa che mi ha accolto, insegnato un lavoro, sarò eternamente riconoscente».

Docente di immigrazione

Mario Volpe, vicario della Prefettura di Taranto

«Quarant’anni di lavoro, venticinque anni a seguire il fenomeno degli sbarchi, a Bari come a Taranto. Albanesi, curdi, kossovari, nordafricani, non avevano segreti per me. Un giorno, con un giornalista Rai, “ricoverammo” a Roma un giovane albanese»La vita oltre di circolari, direttive e leggi.

Questa settimana altro gradito ospite della rubrica “Con parole mie”, il dott. Mario Volpe, vicario della Prefettura di Taranto, “vice” del prefetto Antonia Bellomo. Come a dire che in caso di assenza del titolare, su delega dello stesso spetta a lui svolgere le funzioni spettanti l’Ufficio territoriale del Governo. Dunque ciclo di pianificazione, programmazione e controllo del territorio. Particolarmente impegnato per quarant’anni, prossimo alla pensione, Volpe ci spiegherà anche il suo impegno sul tema dell’immigrazione.

Quando si parla di Prefettura, si pensa sempre a sicurezza e territorio.

«E’ una delle componenti essenziali della Prefettura, attraverso i comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica, insieme con le Forze dell’ordine disegna le strategie di prevenzione e di controllo del territorio. E una delle funzioni fondamentali, anche se personalmente sono legato a due settori che hanno impresso un solco fondamentale nella mia carriera: immigrazione e protezione civile. Dunque, sicurezza sì, ma anche tutto quello che è sociale e sicurezza allargato al territorio. Negli ultimi venticinque anni, da quando sono tornato in Puglia, l’immigrazione è stata una delle mie materie preferite, un settore seguito anche a Taranto».

Quanto è importante il rigore per amministrare una materia così delicata.

«Ho una piccola presunzione, lo dico senza tema di smentita: in questi venticinque anni – a giorni lascio l’Amministrazione, dall’1 settembre sarei tecnicamente in pensione – in tutto questo lasso di tempo ho seguito l’immigrazione a partire dai primi Anni 90, albanesi, curdi, kossovari, nordafricani, gente che veniva fuori da situazioni di crisi, penso all’Albania del dopo-Berisha, alle ultime situazioni internazionali, alla Primavera libica, che ha determinato un forte esodo che ha interessato soprattutto le nostre coste; dovessi quantificare: ho personalmente seguito decine di migliaia di persone – può immaginare, venticinque anni… – faccio due conti, molti anni li ho trascorsi a Bari, dove si curava il coordinamento regionale: dunque potrei raccontare molte situazioni particolari».I GIORNI Mario Volpe 2 - 1Qual è l’esperienza che più l’ha segnata?

«Nel ’97, se si ricorda, ci fu un’ondata albanese determinata dalle piramidi finanziarie: io e alcuni organi di informazione, con particolare interessamento di Michele Peragine, giornalista della Rai, seguimmo il caso di un ragazzo – nome e cognome li ricordo ancora, ma non è il caso di menzionarlo – scappato dall’Albania, di provenienza agiata rispetto alla moltitudine che sbarcò a quei tempi, il papà autista di autobus, la mamma una sarta: il ragazzo voleva trovare una prospettiva di vita. Aveva diciassette anni e mezzo quando arrivò a Bari – ancora non esisteva il Piano nazionale di riparto – città che da sola fece fronte, alla grande, a questa urgenza; questo giovane albanese fu ricoverato in una clinica romana, quando ne uscì era diventato maggiorenne: non so se ricordate – vero che si citano, nel bene e nel male, gli ultimi ministri… – ma una direttiva del Governo Prodi indicava che tutti gli albanesi che avessero raggiunto la maggiore età e non avessero trovato occupazione, nel giro di una ventina di giorni sarebbero stati rimpatriati, come poi è accaduto».

Dunque, il ragazzo che avevate assistito, a un passo dalla maggiore età, rischiava il rimpatrio.

«La vita va anche al di là di circolari, direttive e leggi; sì il ragazzo rischiava il  rimpatrio; in qualche modo riuscimmo ad organizzargli una ulteriore visita di controllo in una clinica romana così quel diciottenne scampò il rimpatrio. Morale della favola: è diventato un apprezzato mediatore culturale e perfettamente inserito nel tessuto sociale italiano. Insomma, qualche volta la “bieca burocrazia” funziona positivamente».

Una frase che le è rimasta impressa.

«Semplice, il ragazzo mi disse: “E’ stata la giornata più bella della mia vita!”, scatenandomi grande emozione».

Un altro tavolo che l’ha impegnata severamente?

«Arcelor-Mittal, la Prefettura ha seguito con attenzione questa problematica attraverso il Contratto istituzionale di sviluppo; molto attivo in questo senso si è rivelato l’ex prefetto Donato Cafagna, lo stesso il ministro De Vincenti, molto presente a Taranto. Questo a dimostrazione che al di là dei momenti politici, contano le persone e il modo di approcciarsi ai temi caldi».I GIORNI Mario Volpe 3 - 1 Far rispettare la legge che compito è? Semplice, articolato o complicato? Fosse una schedina, 1, X o 2?

«La tripla ci sta, ma conta molto l’approccio personale. Per restare in tema sportivo, si possono avere dei grandi giocatori e, forse, un allenatore non eccelso; credo che sia un mix che insieme fa armonia, conta anche il cuore che ognuno di noi mette nell’affrontare le cose».

Barese, segue molto il calcio. Siamo ai titoli di coda. Persona di legge, se in un derby Taranto-Bari l’arbitro assegnasse un rigore inesistente alla sua squadra, invocherebbe il Var? Oppure il calcio è un’altra cosa?

«La moviola in campo mi convince poco, sono legato al calcio romantico dove anche l’errore in buona fede del direttore di gara fa parte del gioco; poi il Var ci dà la certezza assoluta di una decisione puntuale? Alla fine del campionato i punti sono quelli, rigore o non rigore…».

Ma Taranto-Bari?

«Vuole farmi odiare da una o dall’altra tifoseria; non lo crederà, ma tifo per entrambe le squadre, lo dico sinceramente. Ultimo derby risale a un Taranto-Bari, fine Anni 80, uno squallido 0-0; avevate un grande presidente, Donato Carelli. Spero un Taranto-Bari se non in serie A, almeno in serie B, questa è una piazza che merita campionati diversi, la dirigenza si sta impegnando, credo sia sulla buona strada…».

«Amate i nemici!»

Papa Francesco in Mozambico 

«A volte, quanti si avvicinano con il presunto desiderio di aiutare, hanno altri interessi. Siamo tutti parte di uno stesso tronco». Dal 2002, il progetto “Dream”, esteso in dieci Paesi africani: più di centomila i bambini nati sani da madri sieropositive.

«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici». Sua santità, Papa Francesco, a Maputo in Mozambico. Una riflessione universale che va oltre i confini del Paese.

E’ l’ultima scossa che imprime al mondo intero, non solo una popolazione in sofferenza nonostante gli impegni e un accordo di pace siglato bel 1992, ma ancora non del tutto semplice da applicare in ogni punto sottoscritto.

Amare i nemici. Sua Santità si spiega in portoghese. Applausi commossi. Ma Papa Francesco sa che il processo per accettare un simile invito è lungo. Bisogna sforzarsi. Non lo dice lui, riporta a quel popolo martoriato dalla sofferenza, le parole di Cristo. «Gesù con l’invito alla gente, “amare i nemici”, vuole chiudere per sempre la pratica tanto comune secondo la quale si possa essere cristiani e vivere ugualmente secondo la legge del taglione: non si può pensare il futuro, costruire una nazione, una società basata sull’“equità” della violenza. Non possiamo seguire Gesù se l’ordine che promuovo e vivo allo stesso tempo, è questo: “occhio per occhio, dente per dente”».

Papa Francesco, per dirla in due parole, è uno che non le manda a dire. Il suo Pontificato, dal primo giorno, non lascia scampo a interpretazioni. Essere cristiani, dunque, costerà sacrifici. Sorvolare alla cattiveria altrui, come rinunciare al proprio benessere a discapito di migliaia di persone.

Sono oltre quarantamila, invece, le persone che lo accolgono nello stadio di Maputo fra canti, balli e grida di gioia. E’ l’ultima messa di Francesco in Mozambico, prima della partenza per Antananarivo, capitale del Madagascar, seconda tappa del suo viaggio in Africa.

Il Papa aveva già visitato l’ospedale di Zimpeto, una fondazione della Comunità di Sant’Egidio. Quante baracche circondano il centro cittadino, la zona abitata da coloni portoghesi fino all’indipendenza e dove oggi esistono moderni grattacieli.

FINE AL MILITARISMO

Anni difficili, poi l’accordo di qualche settimana fa con cui si è scritta la parola “fine” a interventi militari. L’invito di Papa Francesco è rivolto a quanti hanno fede, ai cristiani per primi, perché lavorino per la pace chiudendo una volta per tutte , ripete Sua santità, «la pratica tanto comune – ieri come oggi – nell’essere cristiani vivendo secondo la legge del taglione». «Non si può pensare il futuro – insiste – una nazione, una società basata sull’equità della violenza: non posso seguire Gesù se l’ordine che promuovo e vivo è questo: “occhio per occhio, dente per dente”». «Nessuna famiglia – riprende Papa Francesco – nessun gruppo di vicini, nessuna etnia e tanto meno un Paese, ha futuro, se il motore che li unisce, li raduna e copre le differenze è la vendetta e l’odio».

Il Mozambico è un Paese che vanta ricchezze naturali e culturali. Nonostante ciò, gran parte della popolazione vive al di sotto del livello di povertà. «A volte – ha detto Sua Santità – sembra che quanti si avvicinano con il presunto desiderio di aiutare, abbiano altri interessi. E’ triste quando ciò accade tra fratelli della stessa terra che si lasciano corrompere; è molto pericoloso accettare che questo sia il prezzo che dobbiamo pagare per gli aiuti esterni».

ABBATTIAMO L’AIDS

Fra le diverse piaghe del Paese, l’Aids. Francesco ne parla durante la sua visita nell’ospedale di Zimpeto, fondato dalla Comunità di Sant’Egidio. «Non è impossibile sconfiggerlo. Questo Centro ci mostra che c’è chi si è fermato e ha sentito compassione, chi non ha ceduto alla tentazione di dire “non c’è niente da fare”, “è impossibile combattere questa piaga” e si è dato da fare con coraggio per cercare delle soluzioni».

A Maputo, una persona su quattro è sieropositiva. Dal 2002 Sant’Egidio ha avviato il progetto “Dream”, esteso in dieci Paesi africani, grazie al quale più di centomila bambini sono nati sani da madri sieropositive. Il sogno di un’Africa libera dal contagio del virus sembra possibile. Molte donne salvate da “Dream” girano per gli slum e le zone più povere e sperdute del Paese per raccontare alle altre donne che una soluzione esiste, che si può vivere anche se sieropositive, che esiste una speranza. Gli attivisti dell’ospedale, in buona parte donne, hanno costituito l’associazione “EuDream”, persone che hanno sperimentato su di sé l’efficacia delle terapie e si impegnano a informare sulle prescrizioni sanitarie fondamentali e convincere chi è malato a curarsi. Girare, raccontare storie, tendere la mano anche a chi, fino a ieri, per un qualsiasi motivo era contro, è lo scopo cristiano. O comunque di chi ha fede. Cominciando con il convincere che non è giusto trarre beneficio per pochi e a farne le spese siano migliaia, centinaia di migliaia di persone innocenti. La migliore “arma”, spiega Papa Francesco, è il perdono.

«Il razzismo è fra noi!»

Antoine, guineano, preso a sassate da africani

«L’avversione al colore della pelle è difficile da guarire. Mio padre vittima di un sortilegio. Questione di terreni, una faida familiare, alla fine sono andato via…»

Antoine, mille motivi per sorridere, uno per rifarsi serio. Aggrottare la fronte, lasciarsi andare a malinconia, commozione. Perfino risentimento, parlando della sua Africa. «Amore e odio, ho lasciato il mio Paese, la Guinea, mia madre e i miei fratelli – che però sento spesso – a causa di una guerra familiare per un terreno agricolo: morto mio padre i litigi dalle parole sono passati ai fatti, non c’era giorno che non ci picchiassimo, ce le dessimo di santa ragione: tornare a casa e medicarsi dalle ferite era una cosa sola; non ho atteso che passassimo alle armi, perché da noi funziona così: tu mi insulti, io ti picchio; io ti picchio, tu mi accoltelli, io ti sparo. E un brutto giorno sono andato via…».

Non c’è via di uscita, Antoine. «L’unica – confessa con aria di chi avverte una sconfitta – è quella di andare via; non mi piace dire “fuggire” o “scappare”: solo chi non ha coraggio se la dà a gambe e io avevo messo in preventivo che potesse finire così per me, anche se prima avrei trascinato con me qualcuno dei parenti più accesi!». Storiaccia senza fine.

Proviamo a parlare di altro. «Questo passaggio è importante, prima dell’arrivo in Italia: nel mio Paese, purtroppo, ho lasciato i miei libri, ho dovuto interrompere gli studi, io che ero così appassionato della lettura e del conoscere, tanto che un giorno vorrei cominciare a girare il mondo senza fermarmi, come “Forrest Gump”, hai presente il film?».

RISPETTO E AMORE PER LA VITA

Dunque, l’Italia. «Qui, una volta nel Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme” – racconta Antoine, accanto un operatore che fa da interprete per i momenti salienti del racconto – ho ripreso a studiare, a imparare l’italiano, a scriverlo, ma soprattutto a dare peso, profondità a due parole che ora per me sono fondamentali nella mia maturazione: tolleranza e rispetto; mai rispondere con lo stesso tono, la stessa violenza di chi ti provoca, questo modo di fare – forse – andava bene nel mio Paese, quando invece di riflettere sulle offese rispondevo colpo su colpo: a un pugno provavo ad assestarne due… Qui sto imparando il rispetto: se non lo eserciti per primo, non puoi riceverlo; e poi, la vita: è il dono più importante che il Cielo possa averci dato, non puoi rinunciare a questo con la sciocca idea di dimostrare che sei il più forte; studio e uso internet, leggo, guardo video e osservo le cose del Creato, mi dico che sarebbe stupido chiudere gli occhi per sempre senza aver visto tutto questo e senza aver visto, magari, il sorriso di una persona che ti ringrazia per averle fatto una cortesia: da quando sono in Italia, e lo devo ai miei compagni, gli operatori, la gente che nel frattempo ho conosciuto, la mia prospettiva rispetto alla vita è cambiata profondamente».

Antoine, terrorizzato, però coltiva ancora una sua teoria. Su questa dovrà lavorare ancora. E’ sulla buona strada, ma lo studio lo aiuterà a superare certi ostacoli mentali. «Mio padre è stato ucciso da sortilegi che gli hanno scatenato contro i miei familiari; stava bene, non aveva mai accusato dolori, quando un giorno ha cominciato a sentirsi sempre più debole fino a quando non è spirato nel suo letto: ho sentito con queste orecchie le maledizioni che gli indirizzavano zii e cugini; gli avevano augurato di fare una brutta fine fra dolori lancinanti, così è stato».

IL DOLORE DELLE PAROLE

Qualcuno ha provato a dirgli che le parole non fanno male, le porta via il vento. Ha una sua teoria, per certi versi – ma solo certi versi – condivisibile: «Le parole fanno più male di un pugno, di una legnata, una sassata». Quando prosegue, non lo seguiamo più: «Non appena qualcuno mi diceva qualcosa di grave – insite ora Antoine – offensivo, cominciavo ad avvertire dolori, stavo male: più gravi sono le cose che ti indirizzano, più forte è il dolore».

Un pugno, una legnata, una sassata. «Le sassate, brutta cosa, poi diciamo che in Europa esistono razzisti! Perché, in Africa no?». Si spiega, Antoine. «Il mio viaggio dalla Guinea all’Italia è durato circa due anni, sono passato attraverso Algeria e Libia: dovevo lavorare e mettere da parte quei soldi utili per pagarmi la traversata del Mediterraneo, ma devo dire che proprio nella mia Africa sono stato preso a sassate insieme a miei connazionali; il colore della pelle ci rende facili bersagli e, allora, “Dagli al nero!”: qualcuno è stato colpito, qualche altro ferito gravemente; mentre cercavamo di metterci al riparo, schivare agguati vigliacchi, vedevo cadere davanti ai miei occhi compagni di viaggio, che dolore!».

Per fortuna, l’Africa, in generale, è un’altra cosa. «E’ vero – conclude Antoine – siamo ospitali; io stesso sono stato ospite di una famiglia algerina: “Resta con noi – il loro invito – un boccone in meno a ciascuno di noi non ci farà morire di fame: ci ripagherai quando e se lo vorrai”; non avevo messo molto da parte, ma prima di imbarcarmi divisi con loro quel poco che avevo, come avevano fatto loro con il cibo, una cosa che non dimentico: vere le sassate, ma in Africa c’è gente con un cuore grande così!».

«Dalle Miss a Dio…»

Alessandro Greco racconta la sua tv e la scelta di fede

«Ricambierò con il massimo impegno alla chiamata di Amministratore delegato e Direttore della Rai che mi hanno voluto in prima serata. Ho risposto senza pensarci, come fosse la convocazione in Nazionale. I miei “grazie” alla Carrà, Japino e Suraci, inventore della “radiovisione” di Rtl»

Ci siamo, il tarantino Alessandro Greco venerdì 6 settembre presenterà l’ottantesima edizione di “Miss Italia”. Ottanta candeline per ottanta “miss” che sfileranno su Raiuno per tre ore per scegliere la più bella, non solo in senso esteriore, ma anche “la più bella dentro”. E’ questo che si augura, felice del suo ritorno in prima serata Greco. Lui che una miss l’ha sposata, tiene molto alla formula del “voto agli italiani”.

E, intanto, anticipa per sito e radio le anticipazioni sulla sua Miss Italia, tornata su Raiuno dopo qualche anno. Alessandro Greco arriva alla conduzione del programma dopo numerose esperienze: “Stasera mi butto”, “Furore”, “Il grande concerto”, “Zero e lode”, la “radiovisione” con RTL, la radio più ascoltata (e vista) in Italia.

«Ci stanno pensando gli autori agli ultimi ritocchi, considerando il traguardo prestigioso e la cifra tonda, racconteremo ottant’anni di storia Italia; il sociale, il costume, le fasi importanti del concorso di Miss Italia. Intrattenimento, ospiti importanti con un unico obiettivo: descrivere una preziosa cornice per le nostre perle, le ottanta finaliste. Una cosa cui tengo molto, con il televoto la “miss” la sceglieranno gli italiani».

Bella occasione, Alessandro.

«Se esistono punti salienti nell’attività di un conduttore, bene, credo proprio che la conduzione di “Miss Italia”, su Raiuno e in prima serata, sia uno dei momenti più importanti della mia vita artistica. Ho cominciato da ragazzino a girare l’Italia, studiavo e il sabato, libri sotto il braccio, partivo per una qualsiasi località del Sud. La domenica sera, stanco, ma felice di fare la cosa che più mi piaceva, tornavo a casa. Ripassavo e a letto, la mattina, più stanco, caffè e ripasso. Uno dei piatti forti di allora, alle volte il caso della vita, i concorsi di bellezza: mai avrei pensato a Raiuno, agli gli ottant’anni della manifestazione con la splendida Patrizia Mirigliani salda al timone di un brand portato al successo da suo padre Enzo. Le premesse perché sia orgoglioso di avere ricevuto questo invito alla conduzione, ci sono tutte».

In Rai, zero dubbi. Greco era quello che ci voleva. Persona a modo, corretta, rispettosa, nella conduzione come nella vita. Raffaella Carrà e Sergio Japino hanno avuto l’occhio lungo.

«Ricambierò la “chiamata” dando il massimo, come sempre, mi sembra il minimo per ricambiare occasione e sensi di stima che mi hanno riconosciuto l’Ad della Rai, Fabrizio Salini, e il direttore di Raiuno, Teresa De Santis: devo a loro se venerdì 6 settembre condurrò per tre ore di seguito il ritorno su Raiuno, e in prima serata, una manifestazione così longeva e amatissima dal pubblico».

Carrà, Japino, Freccero, ricorda il debutto in tv?

«Maggio ’97, prima serata, Raidue, avevo venticinque anni, “Raffa” e Sergio mi scelsero insieme al direttore Carlo Freccero per la prima edizione di “Furore”, esperienza che mi ha insegnato quali possono essere le insidie di una diretta di tre ore, ma anche nel viverla con la massima naturalezza. Il complimento della Carrà: “Ma, così giovane, dove la prendi tutta questa disinvoltura e questa brillantezza?”. Dalle piazze in Puglia, Calabria, Basilicata: più che una scuola, una università».Greco Articoo“Il Grande Concerto”, la musica classica su Raitre ogni domenica mattina con l’Orchestra sinfonica della Rai. Un programma rivolto al pubblico più giovane, bella scommessa.

«Senza tema di smentita, quella è stata la perla della mia carriera, esempio di quella tv che personalmente amo: intrattenimento rivolto ai ragazzi nel far conoscere loro, e non solo, la bellezza e la tradizione della musica classica italiana: successo di ascolti, bis l’anno successivo, premi in quantità, fra questi quello del Moige, l’associazione sempre attenta e impegnata in ambito sociale nella protezione dei minori: i loro complimenti sono come una medaglia appuntata sul petto, una delle attestazioni custodite con orgoglio».

Per qualche tempo, Greco non si vede, ma si “sente”. Merito suo, ma anche di RTL, la radio italiana più ascoltata.

«Chiamato da Lorenzo Suraci nel 2008. Una grande emozione, pari a quella avuta quando sono stato chiamato dalla Rai per “Miss Italia”: come se fossi stato convocato dal commissario tecnico della Nazionale, penso sia un paragone che regge: ho risposto subito “Presente!”. A Rtl mi hanno fatto sentire subito uno di casa: l’invenzione di Suraci, la “radiovisione” in diretta è stata ed è tuttora, l’occasione per fare  radio e tv insieme».

Il carattere della tua “Miss Italia”?

«Serena, spensierata, coinvolgente, ritmo e garbo, con lo scopo di suscitare più di un sorriso; chiusa la manifestazione, proverò a dare un’occhiata ai social, polso del gradimento senza reticenze: voglio vedere se al pubblico, a tutto il pubblico, la nostra edizione di “Miss Italia” è piaciuta».

Evoca il concetto di squadra.

«Non una squadra qualunque, ma un gruppo affiatato nel quale ognuno dia il massimo nel suo ruolo: dirigenti, autori, assistenti di studio, un elenco infinito: a me toccherà solo finalizzare, se non arrivano i passaggi giusti al centro, ti puoi sbattere quanto vuoi, puoi essere il migliore attaccante, gol non ne farai mai».

Qual è stato l’aspetto del carattere di Beatrice Bocci, tua moglie, Miss Toscana, a un passo dal titolo di Miss Italia?

«Arrivò seconda, ma fu considerata la vincitrice morale di quell’edizione, era il 1994: Beatrice viene ricordata come la prima “miss” mamma. Fui colpito dalla sua bellezza esteriore, poi standole accanto scoprii che la sua bellezza interiore era anche superiore a quella esteriore».

Prima di Natale pubblichi un libro, “Ho scelto te”.

«Ho conosciuto la giornalista dell’“Avvenire” Tiziana Lupi in occasione di un’intervista rilasciata al suo giornale, parlammo di momenti di condivisione e preghiera ai quali spesso partecipo insieme con la mia Beatrice: è stata la gente a incoraggiare me e Tiziana, autrice fra l’altro della biografia di Papa Francesco, a raccontare la mia testimonianza fede: rispolverata quell’idea abbiamo deciso di raccontare la strada che ha condotto me, la mia  “Bea” a Dio».

Se passa lo straniero…

Una impresa su dieci parla “estero”

Cinesi, marocchini, rumeni: commercio, costruzione, ristorazione. Roma e Milano guidano, Taranto e Brindisi fra le province medie italiane. Dati Unioncamere. Nei due capoluoghi pugliesi, si attesterebbero al 3%. Il commercio di casa nostra invita a leggi meno restrittive e una minore pressione fiscale.

Imprese italiane, una su dieci è gestita da stranieri. Nell’ordine, cinesi, marocchini, rumeni. Commercio, costruzione, ristorazione. Taranto e Brindisi guidano le province di media grandezza rispetto al resto del Paese. Ad una incollatura Terni. Nel segmento analizzato da Unioncamere, le attività a conduzione straniera, specie nei due capoluoghi pugliesi, si sarebbero attestate intorno al 3%, media sicuramente superiore rispetto al resto delle italiane.

Se il 90% delle imprese italiane, a questo punto, segna il passo e, purtroppo la cessazione di attività rispetto al saldo in fatto di aperture, un motivo ci sarà. Magari i paletti, troppi, riservati agli italiani che intendono fare impresa. Piccole e grandi leggi, un regime fiscale soffocante, i costi di gestione e, dunque, i problemi per l’assunzione di personale; un qualsiasi tipo di autorizzazione, le tasse sulle insegne, il costo del suolo pubblico per quanti intendono impegnare i marciapiedi per fare attività (ristoranti, bar, paninoteche). Per gli stranieri ci sarebbero, condizionale obbligatorio, maglie in qualche modo più larghe. Per dirne una, se su un’attività gestita da italiani – piccola o media che sia, che stenta a decollare sostenendo spese maggiori rispetto agli incassi – si abbattesse lo spettro del fisco, sarebbe la fine.

Non ci sarebbe prova d’appello. Peggio se questa fosse a conduzione familiare. Non c’è prova d’appello. Diverso, ma non ce ne vogliano gli stranieri – la maggior parte di questi, svolge egregiamente il ruolo di impresa – se un cinese o un marocchino fallissero la loro prima occasione, non sarebbero così braccati dalle cartelle esattoriali. Nomi e cognomi complicati, imprese che restano negli stessi locali, ma che nell’arco di due anni cambiano tecnicamente di mano, sopravvivono. Pare sia più semplice cambiare il nome del gestore. Altro dato, comunque insignificante nel ragionamento complessivo. Trattasi di curiosità: la percentuale di multe elevate ad attività straniere e non pagate – per fare un altro esempio – pare sia superiore rispetto a quelle fatte agli italiani. “Noi abbiamo da perdere – dicono alcuni imprenditori – auto, casa, così facciamo debiti fino a quando è possibile, magari in attesa che l’attività nella quale abbiamo creduto, decolli, invece ci tocca chiudere”.

ROMA CAPITALE

Proviamo ad estendere il ragionamento a livello nazionale. Un buon 40% di imprese a conduzione straniera si realizza nei grandi centri. A farla da padrona è Roma, settantamila attività parlano straniero. In termini di crescita in un segmento più ristretto, rispetto al semestre in causa, nel periodo aprile-giugno, sono state alcune delle città con dimensioni più ridotte, la provincia per intenderci, a far registrare aggiornamenti degni di nota. Come detto, in testa alle città con una popolazione media, guidano il plotoncino “straniero” Brindisi e Taranto, per cominciare, con Terni, immediatamente al seguito delle due città pugliesi.

Dunque, nel nostro Paese in buona sostanza “parlano” cinese, marocchino o rumeno un impresa su dieci. Lo asserisce Unioncamere, lo conferma InfoCamere: le imprese gestite da stranieri alla fine di giugno hanno superato le 600mila unità. Queste, nel secondo trimestre dell’anno, hanno fatto registrare una crescita di 6.800 unità (rispetto al trimestre precedente +1,1%, praticamente il doppio della media delle imprese nello stesso periodo: +0,5%).

Gli investimenti delle imprese straniere  si concentrano nella maggior parte nel commercio, nei lavori di costruzione e nella ristorazione e, in otto regioni su venti, rappresentano oltre il 10% delle attività economiche.

DATI AL DETTAGLIO

Dati di Unioncamere e Infocamere: commercio al dettaglio (161.000), lavori di costruzione specializzati (113.000), servizi di ristorazione (47.000). Questi i settori in cui le imprese di stranieri sono più numerose, sottolinea il rapporto preso in analisi.

Nei primi due ambiti, inoltre, così come nelle “attività di supporto per le funzioni d’ufficio e altri servizi alle imprese”, nelle “attività di servizi per edifici e paesaggio” e nella “fabbricazione di articoli in pelle”, una impresa su cinque è guidata da persone di origine non italiana. In altri due settori, addirittura, le imprese di stranieri arrivano a rappresentare un terzo del totale. Sono diciassettemila le attività di “confezione di articoli di abbigliamento” (31%) e delle 3.400 imprese del settore delle “telecomunicazioni” (33%).

Nella globalizzazione, però, ben vengano gli investimenti stranieri. Commercianti e imprenditori italiani invocano leggi uguali per tutti, possibilmente una minore pressione fiscale, quanto sarebbe alla base di un decremento negli investimenti nel settore privato. Gli stranieri, invece, chiedono un trattamento che incoraggi gli investimenti. Ci fosse una strada interlocutoria, una crescita del commercio – fra italiano e straniero – in un periodo di crisi, sarebbe meglio per tutti.

Afrah, la felicità

Una bomba le ha strappato un occhio, a Taranto i primi soccorsi

La storia, il nostro racconto poi ripreso dalla stampa nazionale. Un insegnamento, secondo un agente di Polizia locale. Umiltà e rispetto, il sorriso nonostante una granata stesse portando via per sempre la piccola ai suoi genitori.

Per non dimenticare. Si dice così quando un episodio, diciamo pure una vicenda, considerando la drammaticità del caso, fa il giro del mondo. Scriviamo di Afrah, simbolo adottato a distanza. Per rispetto nei confronti della piccola e degli stessi genitori che sbarcarono a Taranto stringendo fra le braccia quello scricciolo impaurito. Ne parliamo a breve, dopo una riflessione inevitabile considerando quanto andiamo a rispolverare, “per non dimenticare”, dicevamo.

Dunque, la storia di Afrah. Tocca il cuore a chi legge le rubriche sul nostro sito poi riprese da strumenti di informazione più autorevoli. Non ci sentiamo scippati di una notizia, di una sorta di diritto di prelazione. La ribalta di “Costruiamo Insieme” è il lavoro quotidiano di una cooperativa che sta dalla parte dei più deboli, dei ragazzi che hanno bisogno di assistenza, qualsiasi colore di pelle essi abbiano. Insomma, non aiutiamo il prossimo con lo scopo di farci ospitare in una delle tante tv del dolore, il più delle volte a fare da tappezzeria. Lavoriamo nell’ombra. Chi vuole conoscere l’impegno di “Costruiamo”, può consultare sito, canale youtube, ascoltare la nostra web radio.

Lo scopo di portare alla ribalta le storie, da qui la nostra rubrica settimanale, è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, perché una chiacchiera da bar non diventi un programma politico, considerando a quanto abbiamo assistito in una sorta di caccia alle streghe.

Era il 20 ottobre di due anni fa. All’hotspot tarantino, molto attivo in quei momenti, arrivano decine di profughi. Sono più rilassati, l’impressione che abbiano smesso la loro corsa qualche istante prima, come se avessero il fiatone. Invece, è ansia. Paura di essere respinti insieme a quella speranza che molti di loro coltivavano già nei loro Paesi.

SETTE ANNI, UNA VITA DAVANTI

La storia di Afrah è di quelle drammatiche. Ha sette anni, arriva dalla Libia con mamma e papà. Nel suo villaggio, la bimba cammina, non distante dai genitori. S’inventa un gioco, come fa la maggior parte dei bambini. Fischi ed esplosioni a tutte le ore, per lei, sono la cornice quotidiana, dalle prime luci dell’alba a notte fonda. Non immagina, Afrah, che sta per accadere qualcosa che le cambierà la vita.

Papà e mamma non perdono di vista la piccola. “Sta’ qui, non allontanarti troppo”, raccontano l’ultimo invito di quel maledetto giorno. E, invece, uno di quei fischi si avvicina. Sembra come se quella “corsa” possa finire non lontano. E invece no, il sibilo si avvicina vertiginosamente. Esplode quasi fra i piedi di papà e mamma. Il terrore e il primo sguardo rivolto ad Afrah. La piccola è letteralmente saltata. E’ un fagottino in un cantuccio. Urlano i genitori. Non invocano il Cielo, non urlano disperazione, non ne hanno il tempo. Si agita, piange, il piccolo volto è una maschera di sangue. Purtroppo le è saltato un occhio. Condotta di corsa in uno dei vicini punti di primo soccorso, i medici medicano la ferita, a malincuore constatano che Afrah non ha più l’occhio che le ha portato via una scheggia di granata. Una brutta notizia: ha perso l’occhio; una buona: è salva. “Avevo temuto il peggio – racconta l’uomo, lo spiega grazie a un mediatore che fa da interprete – che fosse stata dilaniata da quella granata, era saltata come la scheggia che l’aveva colpita, una maschera di sangue: per fortuna, ci hanno spiegato i medici, quella bomba non aveva toccato organi vitali”.

Quel giorno, Afrah, è la mascotte dell’hotspot tarantino. La tengono in braccio un po’ tutti, ognuno prova a strapparle un sorriso, a trovare il sistema, senza parlare, per farle capire che adesso è fra amici. Qui sarà curata, papà e mamma non la perderanno più di vista, per niente al mondo.

MIGRANTI, UMILI, RISPETTOSI

Soccorritori, personale che svolgeva attività di accoglienza, agenti di Polizia locale, l’avevano subito adottata. «Qui all’hotspot – ci disse un agente di Polizia locale, negli occhi la disperazione di un genitore – impariamo sempre qualcosa: l’umiltà, per esempio, per i migranti parlano i gesti, discreti, nonostante addosso abbiano una grande paura e, con questa, gli stessi vestiti, bagnati, chissà da quanti giorni; tremano di freddo e di paura; non pretendono, aspettano con un silenzio dignitoso il loro turno. E anche questo è un grande esempio di civiltà: l’assistenza tocca prima a bambini e donne, i ragazzi e gli uomini appena sbarcati devono avere solo un po’ di pazienza».

Afrah non viene abbandonata un solo istante dalla sua mamma. «Mi ha colpito il sorriso della bambina – raccontò l’agente lasciandosi andare in un pianto a malapena soffocato – la dignità, mi ha commosso l’espressione candida mentre avvicinava un foglio all’occhio che le aveva risparmiato quella inaudita violenza: sembrava leggesse, sorrideva, una scena che non dimenticherò mai; come non dimenticherò altre scene: bambini infilati in enormi giacconi dai quali le dita delle mani sbucano a malapena…».

Ecco l’insegnamento di Afrah. Sorridere alla vita, al prossimo che non è sempre un cattivo, uno che lancia bombe sapendo di uccidere o segnare a vita un essere umano. Afrah, che non ha un nome, lo diciamo per discrezione, l’abbiamo chiamata così perché in lingua araba significa “felicità”.