«Salvato da una tuta!»

Ivoriano, fuggito dalla Costa d’Avorio, la prigionia, il miracolo

«Non me ne separo nemmeno a Natale. Ero ostaggio di gente priva di scrupoli, un uomo mi scelse per il mio indumento da lavoro. E mi aiutò ad imbarcami. Sogno un’officina per riparare tir e autotreni, e mia madre a contare i soldi…». Storia di Alfa, più di trent’anni, un futuro da meccanico.

«Non mi separo dalla mia tuta da meccanico nemmeno a Natale, mi porta bene, mi ha salvato la vita: lassù qualcuno mi ama!». Alfa, nato in Costa d’Avorio, ragazzone di più di trent’anni, accento francese, in passato ci aveva raccontato la sua fuga avventurosa, anche a tinte drammatiche. «Scappai dal mio Paese – spiegò – nonostante il regime fosse stato ribaltato, chiunque avesse una divisa si sentiva in diritto di dettare legge, dunque se alzavi il capo per dire come la pensavi, le prendevi, fino a quando non ti provocavano ferite sanguinanti: avevo il dolore nel cuore, nonostante il vecchio presidente con la moglie fossero stati condannati per crimini contro l’umanità, non si avvertiva il benché minimo benessere: non c’era via d’uscita, se non la fuga verso quella che per me rappresentava la libertà: allontanarmi dalla mia “Costa d’Avorio”».

Facile a dirsi e, questo, Alfa lo sa. «Se tengo stretta a me la mia tuta da meccanico, non di auto, ma di camion, tir e autotreni, è perché questa mi ha già salvato la vita». Sorride Alfa, la sua vita sembra un film, fra alti e bassi, fatto di palpitazioni sempre più forti. «Il mio lieto fine è stato “Costruiamo Insieme”, il Centro di accoglienza dove una volta arrivato in Italia – avevo quaranta di febbre, mi sentivo morire – sono stato preso in cura e restituito alla vita, al sorriso, oggi posso anche dirlo a voce alta: al sogno; ovunque, lontano da un Paese dove la democrazia è solo sulla carta e dove non mi è vietato sognare».

Ha un sogno Alfa, lo sussurra, quasi si vergognasse. «Trovare un lavoro fisso, impegnativo, fare un po’ di soldi da mettere da parte e tornare a casa, finalmente aprirmi un’attività meccanica e far sedere mia madre dietro una scrivania a contare il denaro…». Puntualizza. «Ripeto questa storia solo perché stiamo parlando di un sogno, come se in un film chiudessi gli occhi e con un colpo di bacchetta magica mi trovassi ad essere titolare di una grande officina».

L’ALBERO E UN SOGNO

Non c’è niente di male. Ma in attesa che il sogno diventi realtà, glielo auguriamo di cuore, magari Alfa la sua “lotteria” la trova sotto un albero di Natale sotto forma di regalo. Tutto può succedere. E non è necessario essere cattolico, posto che l’albero non è strettamente legato alla fede più diffusa in Italia. Ci pensa lui. «Nel mio Paese – spiega Alfa – la maggior parte sono musulmani, più o meno la metà; poi ci sono i cattolici, molti anche loro, ma mai quanti credono nell’Islam: in Italia il Natale è tutto panettone e bollicine, da noi non è festa se non si serve in tavola la carne, simbolo della celebrazione».

Torniamo alla tuta che ha salvato la vita ad Alfa. «Devo fare un passo indietro però – il peggio è passato da quasi due anni, può sorridere mentre ce lo racconta – una volta salutata mamma supero Burkina e Niger, dove mi impegno per un anno in lavori saltuari, ma la prima meta è la Libia; da noi quel Paese era un miraggio, ci sono sempre arrivate notizie incoraggianti, dopo un periodo di incertezze quel Paese dava segnali di rilancio: purtroppo non era proprio così, lo imparai a mie spese; fui afferrato da gente armata fino ai denti e sbattuto in un campo con altri cento come me: disperati, senza un futuro all’orizzonte, casa mia e di quella gente tenuta in ostaggio era diventata quel campo nel quale vivevamo di stenti; di mangiare ogni giorno, nemmeno a parlarne, né a provare a farci capire che eravamo davvero allo stremo, avremmo rischiato di essere picchiati».

«…QUELLO CON LA TUTA!»

La tuta, Alfa ci tiene con il fiato sospeso. «Un giorno arrivò la mia lotteria: un signore, ben vestito, fra quanti erano piegati o raccolti in un angolo, indicò me; non uno qualunque, ma proprio me. Una volta pagato il riscatto ai nostri carcerieri, mi confessò che lo aveva impressionato la mia tuta, la indossavo come se fosse un attrezzo da lavoro e, in effetti, lo era stata davvero; questo signore aveva una specie di autofficina, bene attrezzata e, per giunta, non gli serviva un meccanico per auto – cosa che avrei provato a fare, pur di non tornare indietro nel “villaggio dei dannati” – ma per tir e autotreni, proprio l’attività che svolgevo con una certa pratica già nel mio Paese; lavoravo e mi pagava, io incassavo e mettevo da parte: volevo lasciare la Libia, nonostante il pericolo scampato quella prigionia mi aveva messo paura».

Cinquemila dinari libici l’equivalente di tremila euro, il costo del viaggio per l’Italia. «Per fortuna non fui derubato – conclude Alfa – fu lo stesso uomo che mi aveva salvato e aiutato ad accompagnarmi all’imbarcazione per l’Italia: ai saluti ci abbracciammo, lui stava perdendo un amico e un collaboratore, io un titolare e un uomo degno di grande rispetto; mi imbarcai con quaranta di febbre, avevo paura di un collasso: mare aperto, il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, una nave militare italiana, l’Italia, il ristoro, le cure mediche, cominciava la mia nuova vita».

«Brexit, una sciagura»

Antonio Caprarica, intervista alla “web” di Costruiamo Insieme

Il popolare giornalista Rai condivide il nostro punto di vista espresso nel Domenicale. Inghilterra, il fascino di un Impero e la scelta non condivisa dell’abbandono dell’UE. Il corrispondente da Londra, dice la sua. E parla di libri, Salento, “Didone ed Enea”, uno spettacolo che tocca Lecce, Taranto e Grottaglie.

«La Gran Bretagna fuori dall’Unione europea, una sciagura per tutti». Antonio Caprarica, volto popolare della Rai e da decine di anni corrispondente da Londra, è in perfetta sintonia con quanto scritto da noi non più di tre giorni fa, quanto abbiamo riportato  in un nostro “Domenicale” proprio in riferimento alla Brexit, quanto cioè comporta nel bene, poco forse, e nel male, tanto, l’uscita dell’“Impero Britannico” dall’Europa. L’Inghilterra e gli Stati ad essa collegati hanno deciso di non fare squadra, aiutare i più deboli a riposizionarsi nell’economia non solo europea. E’ deciso, gli inglesi sono un popolo a sé stante. Ce ne faremo una ragione, lavoreremo anche per loro.

Dunque, Antonio Caprarica, noto giornalista televisivo. Soprattutto popolare per i suoi eleganti reportage da Londra, si apre con il nostro sito. Rilascia una intervista, come si dice in gergo, a tutto tondo. Il suo ultimo libro, l’opera “Didone ed Enea” una produzione patrocinata dall’ICO Magna Grecia con la direzione artistica del maestro Piero Romano, nella quale sarà voce narrante nei teatri di Lecce, Taranto e Grottaglie, il suo Salento e la sua Inghilterra, considerando che si sente metà e metà: metà salentino e metà inglese.

 «…Ma andiamo per ordine. Sulle assi del palcoscenico in questi giorni sto portando “Didone ed Enea”, un progetto elaborato con il maestro Andrea Crastolla per la regia di Antonio Petris: un’orchestra, un coro, cantanti bravi; tocchiamo Lecce, Taranto e Grottaglie; libri: credo di avere una produzione abbastanza fissa, pubblico mediamente un libro ogni anno. Spesso ho una crisi da sovrapproduzione, tanto che a volte di libri ne pubblico anche due in un anno; sto lavorando ancora a una seconda parte di questa Saga vittoriana, un tentativo di tornare sì alle radici della famiglia reale, ma anche alle stesse radici di un Impero che oggi ha spinto la Gran Bretagna a un passo così grave come l’abbandono dell’Unione europea».

LA NOSTRA TERRA…

Didone ed Enea”, incursioni all’interno dell’opera. In cosa consiste. Come se facesse endorsement a un’opera, un territorio. «L’opera si promuove da sola, ma se mi tiraste per la giacchetta, come se dovessi confezionare uno spot pubblicitario, direi: seguite la grande musica per scoprire i segreti del Salento. La grande musica di un inglese geniale, Henry Purcell, del Seicento per di più: esistono tanti buoni motivi per suscitare la curiosità del pubblico».

Il suo ultimo libro, è da queste parti per “Didone ed Enea”, ma anche per parlare del suo ultimo libro: “La regina imperatrice – Intrighi, delitti, passioni alla corte di Victoria”. «E’ un ritorno, ma avevo proprio voglia di arricchire una ricerca storica attorno a un personaggio straordinario come la regina Vittoria, attribuire quei tratti appassionanti che una donna di grande fascino può avere. Il romanzo, ricordo che di componimento narrativo si tratta, torna utile perché consente una libertà di immaginazione che, naturalmente, un saggio storico non permette».

Salentino di Lecce, ci spiega cosa le è rimasto di una terra, la sua, che non ha dimenticato. «Forse quella specie di inquietudine che abbiamo noi, gente di mare e di terra salentina; la curiosità, la spinta di andare in giro per il mondo. Ovunque io vada, in giro per il mondo, un salentino lo trovo sempre. Siamo eredi di navigatori e marinai».

UN PO’ INGLESE, UN PO’ NO…

Della vita in Inghilterra come corrispondente, Caprarica ha scritto nei suoi libri. Fra i titoli “Intramontabile Elisabetta” e “Dio ci salvi dagli inglesi…o no?”. Sentiamo cosa ha insegnato quel Paese al giornalista, oltre a classe, eleganza e puntualità. «Certamente il rispetto delle cose e degli altri, dell’ambiente che non va sporcato con cartacce gettate a terra e, soprattutto, il senso di comunità, la specifica tradizione e l’abitudine nel considerare la storia collettiva di un Paese come patrimonio comune da salvaguardare».

Torniamo a due elementi di ordine pratico. Quanto ama il suo lavoro e il suo Salento. «Al primo punto di domanda rispondono i cinquant’anni di professione; per ciò che riguarda il Salento, bene, il fatto stesso che dopo cinquant’anni amo questa terra con l’affetto che avevo fin da ragazzino innamorato delle nostre polpette, la dice tutta…».

E per finire, una provocazione non tanto sottile, non tanto originale: quanto si sente inglese, quanto salentino. «Fifty-fifty. Cinquanta e cinquanta…».

Bye-bye Inghilterra

Brexit, Gran Bretagna fuori dall’Unione europea

Dopo un primo accordo con l’UE, si attende il responso del Parlamento. Ripercussioni non indifferenti sul potere d’acquisto della sterlina, che in Borsa rimedia uno scivolone dopo l’altro. Cambia perfino il calcio più ricco del mondo. Per non parlare della fine della libera circolazione, ora ci vorranno viste e passaporto.

Maggioranza assoluta per i Conservatori e tanti saluti all’Europa. L’accordo sulla Brexit negoziato a Bruxelles ora attende l’approvazione del Parlamento, con il premier che sta accelerando le pratiche previste per l’approvazione definitiva per gennaio.

Londra esce dall’Unione europea a fine anno secondo quell’accordo già concordato, che intanto garantisce i diritti acquisiti dei cittadini europei. Per chi già vive e lavora in Inghilterra nessun cambiamento. Cambiano le cose, invece, per l’Irlanda del Nord, soggetta a un regime diverso rispetto al resto della Gran Bretagna, per evitare il ritorno a un confine rigido con la Repubblica d’Irlanda a Sud: l’Irlanda del Nord rimarrà legata al sistema doganale europeo e al mercato unico, mentre il resto della Gran Bretagna ne sarà fuori.

Ma vediamo cosa accade nel campo dell’immigrazione. Con la Brexit finisce il regime di libera circolazione con l’Europa. Londra attuerà una politica che avvantaggia i lavoratori qualificati rispetto ai “non qualificati” (baristi, camerieri, parrucchieri, per indicare alcune categorie). Questi ultimi dovranno avere già un contratto prima di partire per l’Inghilterra e potranno fermarsi solo per breve tempo (pare non più di un anno), senza poter maturare il diritto alla residenza. Diverso per medici e docenti, che potranno ottenere visti di lavoro più lunghi (forse cinque anni) e acquisire la residenza permanente. Novità anche per i turisti: per loro passaporto e visto elettronico.

E veniamo a un altro aspetto, che avrà sicuramente una eco più popolare: il calcio. Nato in Inghilterra, è lo sport più famoso e praticato nel mondo. Dunque, Brexit e calcio. Con l’uscita della Gran Bretagna dalla UE le conseguenze sulla Premier League inglese rischiano di essere enormi. Prima di conoscere nuovi scenari e regolamenti, però, bisognerà attendere una serie di passaggi e, in particolare, la formazione del nuovo governo che dovrà dialogare con gli organi calcistici come la federazione inglese e quella internazionale.

Ma i primi risvolti sono palpabili. Il crollo della sterlina registrato dalla Borsa ha avuto subito effetti sul potere d’acquisto delle società e, soprattutto, sul valore dei calciatori esterni all’Unione europea e che, comunque, militano nelle competizioni britanniche (oltre trecento i calciatori extracomunitari), in leggero calo, rispetto ai tesserati nel resto delle squadre dell’Unione europea, un numero in costante crescita.

E non dimentichiamo che molti calciatori fuori dal Regno Unito potrebbero pensarci due volte prima di trasferirsi in un Paese che ha tagliato i ponti con il resto dell’Europa. Va ricordato, infatti, che con il regolamento vigente in GB le norme sugli extracomunitari sono legate ad una determinata percentuale sulle presenze nelle competizioni internazionali. Per avere un permesso di lavoro in Inghilterra un giocatore extracomunitario deve aver giocato nei ventiquattro mesi precedenti al trasferimento.

Potrebbe esserci un vantaggio per i presidenti italiani, quello per esempio di ottenere uno sconto sui nuovi “stranieri” della Premier League mentre il nuovo cambio di rotta (quasi) consiglierebbe ai direttori sportivi a scartare dal tavolo degli affari le società britanniche dopo il calo della sterlina. Per farla breve:  alla Juventus, in futuro, potrebbe convenire la cessione del cartellino di un suo calciatore a un Barcellona piuttosto che a un Liverpool.

Altro passaggio delicato, nella Brexit, riguarderebbe il divieto dei trasferimenti dei giovanissimi tra i 16 e 18 anni ancora senza contratto professionistico all’interno dell’UE. Con la Brexit i club britannici non potranno più strappare alla concorrenza i giovani dei vivai europei.

Un quadro complicato, se parliamo di calcio, che poi è la lingua che parlano in milioni in tutta Europa. Detto dei campioni della sfera, prestiamo attenzione, ora, alla sterlina e alla Borsa. Una ripercussione sul calcio britannico diventato il più ricco in assoluto, sarebbe solo un risvolto rispetto a quello che potrebbe registrare l’economia inglese in un prossimo futuro, anche se non è esclusa un’onda lunga che potrebbe abbattersi, in una sorta di effetto-domino, sul resto dei mercati internazionali.

«Un piccolo aiuto»

Natale in Africa, fra gioie e problemi

«Un momento di preghiera e riflessione. Ognuno festeggia come può, nel massimo rispetto. E quando c’è un sorriso sincero è sempre festa!». I nostri ragazzi, le abitudini, alberi e addobbi, tradizioni e canti, ognuno ha i suoi riti. Sempre condivisi, anche se la fede religiosa è diversa.

La scorsa settimana ci siamo lasciati con un pugno di amici transitati da “Costruiamo insieme”: Haroon, Samuel, Ali, Sambou, Michael e Lamine. Ragazzi che hanno vissuto o vivono la città con il massimo rispetto. Qualcuno di loro è musulmano, ma festeggia il Natale secondo tempi e modi nostri. «Solo il fatto di vedere gente con il cuore che si riempie di gioia, scatena una festa!». I ragazzi con la cooperativa nel cuore, fanno squadra. E’ la loro interpretazione di un sentimento popolare, qui, in Italia. Certo, il taglio evidentemente commerciale fa della nostra Festa dell’anno, la natività, un evento appena più piccolo, a causa di quell’aspetto consumistico che negli anni la cosiddetta società civile ha riservato a un sentimento religioso. Ma tant’è, si dice. Forse oggi c’è il bisogno di promuovere l’aspetto legato ai regali. Il nostro territorio ha bisogno di agitare un po’ di economia. Ma questa è un’altra storia.

E dopo la prima parte, ecco la seconda. Scrivevamo del natale in Africa e in alcuni Paesi del medio Oriente. Di come in quelle terre, basta poco per essere felici in questi giorni. Di come il gesto, più che un regalo, venga apprezzato più di ogni cosa. Basta il gesto, infatti, avevamo scritto.

Dunque, dopo la Santa messa, i cristiani africani festeggiano il pranzo di Natale con amici e parenti. In Sud Africa, le famiglie comunemente si riuniscono per un barbecue (braai) o ricordano le proprie origini coloniali britanniche con un pasto tradizionale a base di tacchino, prosciutto affumicato e tortini di carne macinata.  In Ghana, il pranzo di Natale non è completo senza il fufu e la zuppa di okra, mentre in Liberia non possono mancare riso, manzo e crackers.

Sempre secondo quanto appreso dai ragazzi e dagli scritti degli stessi ragazzi o, comunque, da chi in quei Paesi ci è stato davevro, la storia del Cristianesimo in Africa risale al Primo secolo. E’ da allora, che tutti i missionari arrivati sul posto si rendono conto di quanto le popolazioni africane siano profondamente spirituali. Partecipare alla Santa messa di Natale è solitamente il centro delle festività natalizie. Lo stesso vale per i canti sacri e, talvolta, le danze celebrative.

BUON NATALE, SI DICE…

In Malawi, gruppetti di bambini vanno di porta in porta per ballare e cantare canzoni di Natale vestiti di gonnelloni di foglie, accompagnando i loro canti con strumenti musicali fatti in casa, chiedendo in cambio qualsiasi cosa.

«Le comunità cristiane dell’Africa – spiegano i ragazzi – decorano  le vetrine di negozi, chiese e le proprie case; a Nirobi si decorano le vetrine con neve finta. In Ghana, le palme vengono decorate con candele accese, mentre in Liberia con piccoli campanelli».

Come si dice “Buon Natale” in Africa? «In eritreo e in tigrino, buon Natale si dice “Rehus-Beal-Ledeats” ; in Zimbabwe, il Natale si chiama Kisimusi; in afrikaans, “Buon Natale” si dice “Gesëende Kersfees”». Sembra più “scandinavo” che africano, ma i nostri amici, confermano: è proprio “africano”. In Africa, ne abbiamo scritto spesso, esistono centinaia di lingue e dialetti diversi. Ognuno ha il suo modo specifico di augurare Buon Natale. Se la forma cambia, il significato resta lo stesso.

Cosa si fa a Natale, lo avevamo accennato già la volta scorsa. Questo dipende molto dal Paese africano in cui uno si trova. Di solito, il Natale in Africa coincide con il periodo della raccolta del cacao. Quindi, in molti Paesi africani non si festeggia il 25 dicembre ma il 7 gennaio, secondo il rito della Chiesa copta ortodossa. «Per Natale, tutti i lavoratori tornano alle loro famiglie, mentre i giovani girano per strada intonando canti natalizi; nei Paesi di religione cristiana, Ghana e Kenya, per esempio, il Natale si celebra seguendo le funzioni religiose comandate».

PALME ADDOBBATE

L’albero di Natale è uno dei simboli di questo periodo. Ma, per ovvi motivi legati al clima, trovare un abete non è proprio facile, tanto che in alcuni Stati, come la Liberia, si ripiega sull’addobbo di palme.

Cosa mangiano in Africa a Natale. «Cambia da un Paese all’altro: pranzo e cena di Natale prevedono zuppa di pane e carne, arrosto di capra, riso e pasta di patate, stufato di pollo…». Nei Paesi cosiddetti “occidentalizzati” è, invece, più facile trovare una tavola imbandita con tacchino arrosto, maialino da latte, uva passa, verdure.

Curiosità. «Il Natale in Sudafrica cade in piena estate, così i sudafricani lo passano in spiaggia, nuotando nell’Oceano, mangiando, cantando e divertendosi per tutta la giornata; mentre qui fa freddo, nel continente africano fa caldo anche a dicembre».

Detto delle singole tradizioni, «Il Natale, in Africa, è un momento per dimenticare, anche solo per un giorno, una serie di problemi purtroppo ancora grandi: fame, diritto all’istruzione negato, precarie condizioni igieniche, disuguaglianze di genere…», solo per elencarne qualcuno. Ma, forse, il Natale può essere il momento giusto per cominciare a fare qualcosa per i Paesi che hanno bisogno di un gesto di aiuto. E le associazioni serie sono tante, basta cercare su internet e farsi guidare dal cuore. C’è una canzone dei Pooh, “C’è bisogno di un piccolo aiuto”: provate ad ascoltarla. E «Buon Natale da noi tutti!».

«Impegno costante»

Intervista al dott. Emilio Serlenga, Centro trasfusionale SS. Annunziata

«Lavoriamo a stretto contatto con Ematologia e le associazioni del territorio. L’importanza di interfacciarsi con l’Admo. Taranto soffre, ma reagisce a epatite, talassemia e patologie neoplastiche»

 Ospite gradito della rubrica “Assistenti e assistiti” a cura della Cooperativa Costruiamo Insieme, il dott. Emilio Serlenga, direttore del Centro trasfusionale dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto.

Qual è l’attività principale del suo reparto?

«Il Centro è un reparto  importante per la sua attività svolta a trecentosessanta gradi in quanto rivolta a svariate tipologie di utenza; oltre alla normale raccolta di sangue, infatti, è nostro compito garantire anche la sua erogazione. E’ nostro impegno collaborare con i reparti di trapianto di midollo, nello specifico con quello di Ematologia – diretto dal dott. Patrizio Mazza – per ciò che attiene il prelievo di cellule staminali da sangue periferico; e, ancora, a seguito delle ultime delibere regionali, siamo diventati polo di reclutamento per il prelievo di sangue per la tipizzazione di midollo osseo, oltre ad essere fortemente coinvolti in tutte le procedure previste per il risparmio del sangue».

Il rapporto fra sangue donato e sangue richiesto?

«Nonostante gli sforzi compiuti insieme con le associazioni di volontariato, in Italia, e nello specifico al Sud, esiste una sottile distanza fra quantità di sangue donato e quantità richiesta per le trasfusioni. Su richiesta a livello nazionale, il Centro trasfusionale ha, inoltre, l’obbligo  di impegnarsi nella fornitura di plasma da scomposizione del sangue intero e da  aferesi per la trasformazione industriale in plasmaderivati, ancora oggi fortemente carenti nelle regioni del Sud.  Ciò si ripercuote sul risparmio nel Sistema sanitario, obbligato ad acquistare all’estero quel plasma non prodotto attraverso la donazione. Detto questo, lo stesso direttore del Centro nazionale sangue, ildott. Giancarlo Maria Liumbruno, ha dichiarato che nel 2017 l’Italia ha risparmiato qualcosa come un miliardo di euro nell’approvvigionamento di plasmaderivati rispetto all’anno precedente grazie all’incremento della produzione di plasma da donazione, dato che rende l’idea sulle cifre che circolano nel settore».SerlengaLa mole di lavoro fra personale medico e paramedico.

«Con l’aiuto delle diverse associazioni che ci sostengono, preleviamo almeno ventimila unità di sangue: il problema è che ne eroghiamo quasi altrettanto; consideriamo, inoltre, che fra il sangue prelevato e quello effettivamente a disposizione, c’è sempre uno scarto legato alle eliminazioni di unità per la loro non idoneità, per problematiche spesso legate al nostro territorio: la Puglia, infatti, è una delle regioni con un numero elevato ancora oggi di portatori sani di epatite B ed epatite C. Corriamo, insomma, il rischio di annullare per positività – in quanto esistono donatori nuovi – un gran numero di unità prelevate che avrebbero dovuto essere, invece, disponibili per le trasfusioni. Taranto, inoltre, ha un elevato numero di pazienti che hanno la  talassemia – trasfusione dipendente – che richiede un quantitativo di sangue pari al 20-25% del sangue prelevato; con questi numeri andiamo spesso in difficoltà, ma non nascondiamo che il nostro obiettivo è diventare totalmente autonomi».

Puglia, si soffre di epatite B e C, da cosa dipenderebbe?

«E’ una condizione preesistente alla Medicina trasfusionale; dal punto di vista epidemiologico, la percentuale di casi di epatite B e C in Puglia, e in gran parte del Sud Italia, è notevolmente superiore rispetto all’Italia in generale, a sua volta superiore rispetto agli altri Paesi europei».

Cosa si è fatto nel frattempo. 

«In Italia, il test diagnostico di epatite C è stato introdotto nel 1990, mentre in Inghilterra per fare un confronto la stessa prova d’esame è diventata obbligatoria solo qualche anno fa. Da noi il problema andava gestito con una diagnostica accurata, mentre in Inghilterra questa necessità non era ancora considerata: per gli inglesi, oggi, questa prassi è diventata necessaria anche in seguito ai flussi migratori, storicamente importanti, anche dalla stessa Europa verso il loro Paese».
Serlenga 3La domanda di trasfusioni a Taranto rispetto alla media nazionale.

«E’ complicato parlare di “domanda” a livello locale. Non esiste un indicatore certo: si può, infatti, avere una richiesta minima di sangue a Taranto e, allo stesso tempo, una domanda di ricovero di pazienti con la stessa necessità, ma provenienti dal resto della Puglia. Per quanto riguarda i pazienti tarantini, però, possiamo dire che il numero di richieste è sostanzialmente nella media nazionale, forse con appena qualche punto sopra, avendo il reparto di Ematologia molto impegnato; il Pronto soccorso, per esempio, è chiamato a far fronte a un elevato numero di incidenti stradali. E infine, ma non ultime, le problematiche ambientali: queste costringono i pazienti con patologie neoplastiche, non ematologiche, a subire terapie fortemente invasive, debilitanti, che spesso necessitano un supporto trasfusionale».

Utenza, rapporto con le associazioni di volontariato del territorio e timori da sfatare a proposito dei prelievi.

«Da quando sono a Taranto, ho sempre trovato un punto di contatto con le associazioni. Attivate positivamente nel rapporto con i giovani, le stesse si sono aperte anche all’interlocuzione con l’associazione Admo, essendo Taranto una delle città più attive in campo nazionale per la tipizzazione del midollo osseo. Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: contare su donatori in buona salute, per quanti, meno fortunati, potranno giovarsi del loro gesto di solidarietà. Un donatore in buona salute diventa un esempio positivo per gli altri. Ancora oggi, però, abbiamo un rapporto popolazione/donatori inferiore rispetto alla media. Ribaltare il trend negativo è possibile solo con una collaborazione onesta e sincera. E nelle associazioni del territorio sono riuscito a trovare interlocutori seri».

Terra da Oscar

Whoopi Goldberg incorona la Puglia

Di passaggio in Italia, l’attrice folgorata dal mare e dalle bellezze della Puglia. «Qui mi ci compro casa», ha dichiarato nei giorni scorsi. «Magari, nel resto del mondo, l’acqua fosse tutta così cristallina!». Prima di lei, un’altra vincitrice della prestigiosa statuetta hollywoodiana, Helen Mirren, e Madonna, entrambe abbagliate da bellezze e bontà della nostra terra.

Il mio angolo di paradiso è qui. Parafrasando uno dei suoi titoli più celebri, la grande attrice Whoopi Goldberg in questi giorni in visita in Puglia, si è detta stregata della nostra regione. Per mille motivi. Uno lo ha postato su Instagram, un video nel quale celebra le chiare, dolci e fresche acqua del nostro mare. E non è che l’ultimo nome dello star system a dichiarare amore alla Puglia.

In principio fu il Salento. Ora l’interesse delle star di Hollywood si sta allargando a macchia d’olio. Non solo la provincia di Lecce o quella di Brindisi, ma anche Taranto, il cuore della Valle d’Itria, fra la provincia ionica e quella adriatica. Residenze stellari e masserie, lunghe distese e casali affogati nel verde. Detto del progetto “Don Cataldo”, masseria in avanzata fase di ristrutturazione in zona Martina Franca (cliccate e osservate il sito…), Whoopi Goldberg, altra stella del firmamento cinematografico, sposa la nostra regione. La più bella al mondo, stando ai sondaggi di National Geographic, Lonely Planet e New York Time, che ne hanno riconosciuto l’immenso patrimonio culinario, artistico, storico e naturale.

La protagonista de “Il colore viola”, “Ghost”, “Sister act” e “Il mio angolo di paradiso” è rimasta folgorata dal colore dell’acqua del mare salentino. L’attrice ha postato una serie di scatti e video del suo viaggio in Italia, ma soprattutto in Puglia. E non si ferma al solo contenuto, fa molto di più, si sbilancia. «Mi piacerebbe comprare una casa, per venirci a trascorrere le vacanze».

SCALTRO, IL GOVERNATORE…

In un post rilanciato su Facebook dal presidente della Regione, Michele Emiliano, Whoopi mostra alcune immagini girate al suo arrivo all’aeroporto di Brindisi e poi, il panorama di un tratto di costa nel Salento, a Tricase, commentando il colore dell’acqua cristallina. Il post è stato subito rilanciato su Facebook dal presidente della Regione, Michele Emiliano, che non si lascia sfuggire una ghiotta occasione per candidarsi come accompagnatore, magari già alla prossima occasione, quando Whoopi Goldberg confermerà quanto dichiarato e farà un giro per comprare casa da queste parti. Intanto il governatore mostra alcune immagini girate all’arrivo dell’attrice all’aeroporto di Brindisi e poi, il panorama di un tratto di costa nel Salento, a Tricase, commentando il colore dell’acqua cristallina. «Stavo per entrare in acqua – scherza la grande attrice – ma  ho pensato che non mi voleste vedere nuda, quindi ho tenuto i vestiti; questo posto è naturale, l’ha fatto Dio: guardate il colore dell’acqua, è semplicemente fantastico; non sarebbe fantastico se tutta l’acqua del mondo fosse così? Non può succedere, ma sarebbe bello».

La Puglia è una località molto amata dai turisti. Tante le star, italiane e internazionali, che arrivano qui in vacanza. Mare splendido, acque cristalline e buona tavola della tradizione: cos’altro si può desiderare per qualche giorno in totale relax? Non deve sorprende pertanto che Whoopi Goldberg abbia scelto questa splendida meta per staccare un po’ la spina. L’attrice si trovava in Italia, a Bassano del Grappa, per presentare il suo libro “The Unqualified Hostess”.

 «SIAMO DI CASA»

E’ così che la Goldberg ha deciso di allungare il suo viaggio italiano ed è atterrata in Puglia. Pare che abbiano esercitato grande fascino anche architettura barocca, monumenti storici, siti archeologici greci e neolitici, l’acqua e le spiagge tra le più belle d’Italia, le scogliere a picco sul mare, le grotte di Castellana, la splendida Polignano a Mare, borghi come Ostuni, Locorotondo, Fasano e Martina Franca.

Fra gli amici “pugliesi”, l’attrice premio Oscar Helen Mirren, che una sera ha sorpreso quanti si trovavano nel centro storico di Melissano trasformandosi in una massaia del posto e provando a fare a mano le tipiche orecchiette di pasta fresca in uno degli stand allestiti per una manifestazione gastronomica. «E’ una terra meravigliosa – ha ribadito in più di un’occasione – e ci sono molte ragioni per restarci: sicuramente il suo cibo, ma soprattutto la sua gente».

E poi la cantante Madonna. Un ritorno recente, a conferma dell’innamoramento della cantante statunitense per la Puglia, la terra in cui la popstar da Guinness (350 milioni di dischi venduti in tutto il mondo) ha detto addio al suo passato da astemia per convertirsi al rosato, meglio se da Negroamaro. E se tanto, ci dà tanto…

«Basta il gesto…»

Natale in Africa, il poco è sufficiente per essere felici

«Più che regali ci scambiamo doni: cose utili. Chi può si regala un vestito per andare a messa. Ma libri e quaderni per la scuola, stoffe e candele, vanno anche bene». Ma la Grande Festa è anche «Sapere che a casa stanno tutti bene, che i piccoli studiano e che, prima o poi, ci riabbracceremo»

Samuel, Sambou, Michael, Lamine, Ali, Haroon. Sono solo alcuni amici passati da uno dei nostri Centri di accoglienza. Storie. C’e chi ce le ha raccontate, c’è chi ce le racconta ancora. Basta saperle ascoltare, senza quel leggero stupore di chi sente e si stupisce quasi a compiacere uno, cinque, cinquanta ragazzi. Vanno sentiti, facendo un passo avanti, anche due, per sforzarsi nel comprendere usi, abitudini, filosofie.

Dunque, dobbiamo imparare a non stupirci. Molti dei nostri amici sono molto più profondi con un gesto, con uno sguardo, con una frase, di noi occidentali. E allora, perché stupirsi quando uno di loro, comprendendo perfettamente che per “Natale” intendiamo la festa delle feste, dice: «Il mio Natale è sapere che a casa mia stanno tutti bene, che mio fratello più piccolo, grazie ai miei sacrifici sta studiando e a scuola sta conseguendo tutti voti alti!». E’ una festa. «Natale per me è sapere che a casa, mamma – perché io un papà non ce l’ho più – sta bene, che mia sorella si sta riprendendo dopo un brutto choc del quale non voglio parlare e che il mio primo nipotino sta diventando un adorabile monello!».

Non dobbiamo stupirci quando uno di loro ci confessa che il Natale, per lui, sarebbe sicuramente un altro. «Se per voi è la festa dell’anno, e lo vediamo da come siete felici, da come qualcuno diventa di colpo più buono e più tollerante, per me il Natale – la festa più bella in assoluto – sarebbe tornare a casa, riabbracciare i miei fratelli, che non sono solo i fratelli nati da papà e mamma, ma i familiari, gli amici, gli stessi genitori».

NONOSTANTE I CONFLITTI…

C’è la guerra da una parte, i conflitti etnici dall’altra. Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen e alcune regioni dell’Africa registrano un alto numero di vittime. Si parla di oltre cinquantamila morti ammazzati e la tensione pare non si allenti. Ecco, allora, il sogno di uno dei nostri ragazzi che ci racconta il suo Natale ideale. «A casa, a lavorare per la mia terra, senza che qualcuno mi obblighi a fare quello che non mi va di fare, e senza essere ammazzato di botte o torturato, perché da quelle parti è ancora così…».

«Io sto bene in Italia, ho finalmente trovato un lavoro e vorrei restare qui: Natale per me, è tutti i giorni: quando chiamo gli amici in qualche città europea o sento mio fratello che sta bene; basta poco essere felici e se non fosse tanto, io quel poco di felicità provo a farmela bastare, vedessi cosa mi è toccato vedere…».

Ma con loro proviamo anche a comprendere come possa essere il Natale nei loro Paesi. Certo, non pensiamo subito a un presepio o ad un albero pieno di luci. Proviamo ad avvicinarci al continente africano. Sappiamo, per esempio, che l’Islam è una grande fede e che il cristianesimo è la seconda fra le religioni più praticate lì.

Venti anni fa erano circa trecentottanta milioni i cristiani Africa, anche se la stima dice che nel giro di pochi anni potrebbe indicarci un raddoppio di fedeli. Dunque, perché sorprendersi se il Natale, quello che celebriamo dal giorno dell’Immacolata all’Epifania, sia una festa osservata e celebrata dalle migliaia di grandi e piccole comunità cristiane in tutta l’Africa?

DAL GHANA IN POI

Dal Ghana al Sud Africa, il giorno di Natale si passa in famiglia con carole, balli che si danzano in cerchio  tenendosi per mano, ricchi pasti e scambi di regali. Neve, dicono i ragazzi sorridendo, «non pervenuta».

Negli Stati africani dove la religione predominante è l’Islam, il Natale viene rispettato e celebrato. In Senegal, prevalentemente islamico, il Natale viene riconosciuto come festività nazionale, in un clima di profonda tolleranza reciproca.

C’è chi può permettersi di scambiare regali, ma le festività non sono come le nostre che nel tempo hanno assunto un carattere commerciale. «Uno dei regali che facciamo a noi stessi – spiegano i ragazzi – è un vestito nuovo da indossare durante la messa del Natale, anche se nelle comunità più povere i regali sono cose modeste sì, ma hanno un valore pratico: libri, quaderni, penne e matite, diciamo l’occorrente per la scuola, poi sapone, stoffe, candele e tanti altri oggetti che tornano utili nella vita di tutti i giorni».

Dopo la Santa messa, i cristiani festeggiano il pranzo di Natale con amici e parenti. In Sud Africa, le famiglie comunemente si riuniscono per un braai (un barbecue) o ricordano le proprie origini coloniali britanniche con un pasto tradizionale a base di tacchino, prosciutto affumicato e tortini di carne macinata.  In Ghana, il pranzo di Natale non è completo senza il fufu e la zuppa di okra, mentre in Liberia non possono mancare riso, manzo e crackers. Ma il Natale è lungo anche in Africa, c’è spazio per tornare a scriverne la prossima settimana. Storie infinite.

«Farsi il mazzo…»

Rimbamband e il “segreto” del successo

Intervista esclusiva con la formazione musicale barese. Via alla Stagione teatrale sostenuta da “Costruiamo Insieme”. La collaborazione con Renato Forte, direttore artistico della rassegna di Teatro leggero “Angela Casavola”. Ragazzi e operatori della cooperativa ospiti all’Orfeo. 

Una serata esilarante, come non capita spesso quando un evento viene strombazzato come comico e tranne qualche traccia di sana ironia, per carità va bene anche quello, di risate scatenate dal palco alla platea se ne avvertono davvero poche. La Rimbamband, gruppo musicale di adorabili svitati, ha aperto la Stagione di Teatro leggero dell’Associazione “Angela Casavola” magistralmente curata da Ranato Forte, da ventotto anni al timone di una rassegna che coniuga diverse anime teatrali, dal comico al musical, passando per balletti e “dialettale” di lusso.

Raffaello Tullo, Renato Ciardo, Francesco Pagliarulo, Vittorio Bruno, Nicolò Pantaleo, sono loro la Rimbamband, formazione pugliese da anni nota in tutta Italia, anche in quella tv che fa gag a tutto andare, da Costanzo a Zelig. Con loro abbiamo fatto quelle “quattro chiacchiere” esclusive, da quando Forte e “Costruiamo Insieme” hanno allacciato un reciproco rapporto di collaborazione e stima. Ospiti, come sempre, operatori e ospiti del centro di accoglienza della nostra cooperativa.

«La Rimbamband racconta la musica nel suo aspetto più folle e surreale», attacca Raffaello Tullo, intervistato insieme con Renato Ciardo poco prima dello spettacolo al teatro Orfeo di Taranto.  «La formazione – prosegue – nasce in un garage, facciamo delle prove, ci improvvisiamo street-band per la prima volta a Trani; avevamo messo in piedi alcune invenzioni, gag che acchiappavano il pubblico; poi ci chiamò Costanzo e da lì è arrivato tutto il resto».

«La Rimbamband – secondo Tullo e Ciardo – usa il linguaggio della musica a supporto di un contenuto comico; volendola fare breve: è la musica che si dilata e che si fa guardare, oltre che ascoltare».

Fatto sta che i cinque ragazzi pugliesi ci mettono poco a farsi apprezzare con quel tratto che fa del loro repertorio uno dei più godibili da ascoltare e “vedere”.

«Detto che confermiamo, tutto vero e condivisibile, mancava ancora qualcosa: ci rendevamo conto che davanti a simili definizioni la gente restasse spiazzata, in volto la tipica espressione di chi è disorientato».

Mancava ancora qualcosa, un’anima. 

«Quella cosa che di giorno non riesce a far sentire la sua voce perché messa a tacere da tutto ciò che è normale, ma che di notte si ribella e timidamente comincia a cantare, impedendoti di dormire: canta lo swing quell’anima, poi incalza, vince la timidezza e balla: balla il tip tap; ci mette poco ad andare fuori di testa perché un’anima la testa non ce l’ha, infatti ha solo una gran voglia di giocare alla vita e raccontarla giocando».

C’è una formula per scrivere e portare in scena spettacoli di successo?

«E’ importante – riprende Tullo – essersi fatti in quattro prima di fare qualcosa che abbia un senso compiuto, poi una volta creato quel qualcosa, proseguire nello stesso segno: senza tanto girarci intorno, in questo lavoro occorre farsi il classico “mazzo”! Interpretare le guasconate che riportiamo sul palco – qualcuna sembra improvvisata, ma non lo è… – richiede impegno, sacrificio e tante, tante prove: proviamo davvero tanto, abbiamo bisogno di capire chi fa cosa, trovare il giusto equilibrio fra musica e gag… Ancora oggi, quando mi chiedono quale sia il segreto – ammesso ce ne sia uno… – rispondiamo sempre allo stesso modo: fatevi il mazzo!».

Le gag della Rimbamband. Renato, figlio d’arte, non perde il vizio della battuta. 

«Sono Renato Ciardo, figlio di…Uccio De Santis – ride – studiamo e proviamo con grande ritmo, tanto che il “rosso” – Pagliarulo, unico non barese, è di San Marzano, ma vive a Roma – quando dobbiamo provare uno spettacolo saluta la famiglia e ci raggiunge a Bari, insomma…j’è nu casine!  Raffaello non dorme la notte per studiare le gag che portiamo in scena: è un vulcano di idee e tante volte, davvero a malincuore, siamo costretti a cestinare un buon 80% del lavoro, tutto infatti deve essere speculare allo show». «I nostri pezzi – interviene Tullo, chiamato in causa – nascono in prova, ma è il palco a stabilire la loro funzionalità: è la fase decisiva del nostro laboratorio creativo che, alla fine, per acclamazione, diventa testo».

Renato Ciardo non comincia da tre, ma dalla base, come se papà Gianni fosse un corpo estraneo al suo percorso artistico. 

«Nasco come batterista, attratto da una musica che non ha paragoni, quella dei Beatles, tanto che insieme con amici metto in piedi una tribute-band, i Quarryman, realizzando due Beatles Day; mi appassiono talmente tanto alla musica, che suonato basso, chitarra, pianoforte e canto; un consiglio spassionato di papà Gianni: fallo con le tue gambe, ma sappi che la strada è complicata… da cinque anni porto in giro uno spettacolo “Solo-Solo” nel quale faccio di tutto, imitazioni comprese, da Tony Dallara a Nico Fidenco, i quartieri di bari, da Poggiofranco a Japigia, coinvolgendo il pubblico».

Mai pensato a un format?

«Abbiamo fatto delle proposte – conclude Raffaello Tullo – che ci siamo costruiti sulle nostre corde, nate per il web ma che strizzavano l’occhio alla tv: “Rimbanews”. Una sorta di rassegna stampa attraverso numeri comici alleggerendo, se possibile, anche notizie non sempre incoraggianti; in effetti potremmo esser noi stessi un format, ma è tutto da vedere: l’idea è nel cassetto, come in tutte le cose occorre massima applicazione e non è detto che un giorno le “rimbanews” non diventino qualcosa di più concreto, rispetto ai tanti progetti che abbiamo nella testa e che ci stanno letteralmente assorbendo…».

La Rimbamband, si diceva, ha iniziato come ospite nelle principali tv regionali, per proseguire con ospitate dalla Rai a La7, proseguendo con Canale 5. Maurizio Costanzo, grande fiuto, si accorge dell’autentico valore dei ragazzi. Dunque, li ospita su Sky Vivo (“Stella”), al “Costanzo Show”, sulle reti Mediaset e al teatro Morgana di Roma, all’interno della programmazione teatrale a cura dello stesso popolare anchorman televisivo. Il resto è vita, direbbe Costanzo. In realtà, il resto è storia.

Albero più bello, si parte!

“Costruiamo Insieme” lancia la corsa all’ultimo “like”

Terzo anno consecutivo, la cooperativa di Palazzo Cavallotti, coinvolge operatori e ospiti. Alberi alti tre metri ai quali appendere serie luminose, palline, fili dorati e fantasia. Dopo banda musicale, pettole e altre sorprese, il presidente, Nicole Sansonetti, promuove una nuova iniziativa fra gli ospiti dei Centri di accoglienza.

“Palazzo Cavallotti”, “106”, “316”. Nei Centri di accoglienza straordinaria si festeggia il Natale con la gara “L’Albero più bello”. Serie luminose, palline, fili dorati e idee, tante, di tutti i colori e di tutte le nazionalità ospiti nei centri a cura della cooperativa “Costruiamo Insieme”. Tutto per ricoprire alberi verdi, enormi, alti tre metri.

E’ una gara a colori. Non esistono barriere. Partecipano tutti, dai ragazzi di fede cristiana a quelli di fede musulmana. «Ognuno prega come crede – dicono i ragazzi che si sfidano all’ultimo addobbo – e vive in perfetta armonia con gli altri fratelli, nel massimo rispetto di usi e costumi».

Sarmad, pakistano, è informato. «L’albero non è un simbolo di fede cristiana – dice – ma qui il Natale si vive così, nel massimo rispetto, e se dei nostri fratelli vivono meglio il Natale fra luminarie e alberi illuminati, anche per me e i miei connazionali, musulmani come me, va bene». L’aria di festa genera buonumore, scalda i cuori e mette in campo una sana competizione giocata all’ultimo tocco di classe. GARA LIKE 3 - 1PALLINE, FILI DORATI E…FANTASIA

E, in effetti, operatori e “ospiti” dei tre Centri, mostrano grande fantasia. La direzione fa partire le tre strutture iscritte dallo stesso punto di partenza. Un albero alto tre metri. Le squadre si dispongono intorno agli alberi, con strumenti a disposizione e buona volontà. Sgabelli, sedie e scale. Termine di consegna, 22 novembre, giorno di Santa Cecilia.

Gli operatori hanno dato la sveglia ai ragazzi. A Taranto, il Natale comincia con largo anticipo. Il presidente della cooperativa, Nicole Sansonetti, per il terzo anno consecutivo ha accontentato quei ragazzi che chiedono insistentemente consigli utili per guadagnarsi amicizia, stima, affetto e rispetto ai tarantini. Così, non solo alberi da arricchire con la fantasia, ma anche la banda musicale, “regalo” apprezzatissimo dall’intero vicinato. O le pettole, pallottoline fritte realizzate con farina e lievito, offerte dai ragazzi ospiti ai passanti e a quanti, per tradizione, seguono le bande musicali nell’intero percorso cittadino.

Ma adesso, di mezzo, non c’è solo il Natale già bene avviato e vissuto dai ragazzi di “Costruiamo Insieme”, con la partecipazione all’accensione delle luminarie proprio il giorno di Santa Cecilia. C’è anche una gara giocata all’ultimo “like” cliccato sui social per manifestare le preferenza per l’albero realizzato a “Palazzo Cavallotti” o “316”, la struttura di via Principe Amedeo, due passi dal mercato Fadini, piuttosto che “106”, il Centro all’ingresso della Statale per Reggio Calabria.GARA LIKE 4 - 1DOPO LE LUMINARIE, LA GARA…

Sere fa il primo passo verso il Natale tarantino e, in qualche modo, il Natale italiano. L’accensione delle luminarie in piazza Immacolata e nelle adiacenti vie Di Palma e D’Aquino. Con il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci e l’assessore Fabiano Marti, che hanno ospitato il presidente della Regione, Michele Emiliano, alla presenza di migliaia di tarantini. Clic, accensione e delegazione dei ragazzi di “Costruiamo Insieme”, letteralmente fulminata. Per dire come fossero rimasti abbagliati da luci e colori delle opere realizzate da veri artigiani delle illuminazioni.

Ed ecco il risvolto della gara. Adesso è gara aperta. Ogni ragazzo, più o meno esercitato al linguaggio social, condivide la propria “opera” con i compagni del Centro di accoglienza, ma anche con gli amici che ha all’esterno delle strutture cittadini che li ospitano. «E’ cominciata la celebrazione – dice Brou, maliano – la città illuminata mi aveva emozionato, in tv e su internet avevo visto servizi video e fotografici da tutto il mondo, tanto che adesso starci dentro ti fa sentire al centro della festa, ma adesso la corsa al migliore albero mi ha messo addosso una gran voglia di vincere, anche se da queste parti mi dicono che l’importante sia partecipare: rispetto questo punto di vista, ma io voglio vincere!».

La gara ha avuto inizio. Sul sito e sui social di “Costruiamo”, tutti i link su cui cliccare le preferenze. Come sempre, vinca il migliore e, se proprio, non ce ne fosse uno, vinca la voglia di stare insieme e celebrare con un ideale abbraccio un Natale lontano da casa, ma in grande armonia con i nuovi amici.

«Accendiamo il cuore»

Taranto, il Natale, le luminarie

Sarmad e Ali, Broulaye e Raju, quattro ragazzi fra le tradizioni cittadine. «Belle le tradizioni, abbiamo sentito la banda musicale, assaggiato i dolci tradizionali. Cerchiamo lavoro, riceviamo rispetto…»

Due pakistani, un maliano e un bengalese. Sarmad e Ali, Broulaye e Raju, arrivano da lontano questi quattro ragazzi ospiti del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Fra le strade di Taranto si sono mossi già con una certa disinvoltura, poche volte affondando il colpo, cioè facendo lunghe passeggiate nelle vie del centro. Un paio di loro, però, Sarmad, pakistano, e Broulaye, maliano, sanno come muoversi fra le strade che collegano via Cavallotti, sede della cooperativa sociale, con piazza Immacolata, meta della passeggiata. I due ragazzi, in particolare, hanno spirito di iniziativa, raccontano di avere svolto attività in un ristorante, ma anche di essere degli assi nella pulizia delle cozze, i mitili tarantini così celebrati in Italia e all’estero per la loro proverbiale bontà. Campioncini, Sarmad e Broulaye, che possono entrare in competizione con i ragazzi tarantini che in Città vecchia, spiegano gli stessi due, sono delle vere macchinette, come fossero in una catena di montaggio.

«Abbiamo fatto due passi, visto le luci che illuminano le strade – dicono i due più disposti alle relazioni, gli altri due mostrano più discrezione, una modalità che rispettiamo – sappiamo perfettamente come in Italia, ma particolarmente a Taranto, si vivono le festività natalizie: lo scorso 22 novembre, giorno di Santa Cecilia, quando in città si entra nel vivo del Natale, abbiamo ascoltato la banda musicale venuta a suonare alle prime luci del mattino proprio davanti alla sede di “Costruiamo Insieme” in via Cavallotti; non conoscevamo ancora questa usanza, ma gli operatori ci hanno spiegato che questa sta diventando una consuetudine».LUMINARIE 02 - 1BANDA E PETTOLE…

Gli operatori hanno illustrato a larghi tratti le usanze popolari, fra queste il Santo Natale, i rituali, come la banda musicale, le pettole (pallottole di pasta lievitata fritte nell’olio), l’albero di Natale. «In pochi giorni – dice Broulaye, fede musulmana – ho imparato i riti del posto; c’è l’abitudine – mi è stato spiegato – di fare il presepio, simbolo cattolico, ma anche l’albero, simbolo protestante; le due cose convivono perfettamente, vedo, è infatti da queste cose che noi tutti, fratelli, dovremmo trarre insegnamento: si può convivere nel rispetto reciproco; io sono musulmano, ma ho grande rispetto per i cattolici, il credo di molti miei fratelli che pregano il loro dio; lo stesso i ragazzi di fede cattolica, hanno grande rispetto per la mia fede religiosa: questa convivenza ci ha insegnato la parola rispetto, le nostre non sono fedi intransigenti, ognuno prega e celebra i riti come desidera».

E veniamo alle luminarie. «Avevo visto una lunga strada illuminata – dice Sarmad, riferendosi a via Di Palma – così ero curioso di conoscere ciò che stava accadendo nel resto di Taranto, per questo ci siamo organizzati e chiesto di essere accompagnati ad assistere a quanto avevano inaugurato nei giorni scorsi per fare entrare cittadini e turisti nel Natale tarantino, quasi avessero di colpo acceso il cuore dei tarantini».

Venerdì 22 novembre, Santa Cecilia, le bande musicali alle prime luci dell’alba hanno aperto la strada alla tradizione. Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, alle 18.00, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, l’assessore alla Cultura e alle Tradizioni popolari, Fabiano Marti, hanno ospitato il presidente della Regione, Michele Emiliano, all’accensione delle luminarie in piazza Immacolata, cuore del Borgo cittadino. E’ stato un successo, un’esplosione di colori e applausi, con centinaia di foto e selfie che i tarantini, non solo loro, hanno cominciato un attimo dopo a far circolare sui social e, dunque, in tutto il mondo, indirizzandoli a parenti e amici, vicini e lontani.

Così le foto dei nostri ragazzi hanno preso la strada social di Pakistan, Mali, Bangladesh. Broulaye è il più intraprendente. Lo si capisce da come si mette in posa, stira la maglietta bianca sotto la maglia per mettersi in favore di macchina fotografica. Ne avrà viste foto di star del rap e di star dello spettacolo con giubbotto sistemato e volto sorridente. LUMINARIE 03 - 1LUCI, VERI GIOIELLI

Infatti, “Brou”, così lo chiama Sarmad, sorride. Non solo si presta allo scatto, si raccomanda affinché le foto appena fatte possano in qualche modo tornargli sul suo cellulare per girarle ad amici e parenti. «Belle le…luminarie? – si interroga e domanda – si dice così, vero? Sono gioiellini. Anche in queste cose occorre essere bravi, sicuramente dietro a queste piccole opere d’arte c’è il lavoro di più di un artigiano, un lavoro di vera ingegneria, le luci colorate, la forma di ciascun soggetto…».

E, intanto, i ragazzi si prestano a fare foto, a immortalare questo momento. E non importa che qualcuno, quasi con aria di sfida, passi davanti all’obbiettivo mentre vengono scattate foto. I ragazzi lo hanno notato. Sarmad ha prontezza di riflessi disarmante. Sentite come dice la sua. «La maggior parte dei tarantini – spiega – sono ospitali, magari anche uno che quasi ci sfida, come se avessimo invaso casa, se ci conoscesse un po’ meglio cambierebbe idea: le cose accadono poco per volta e non importa che, a pelle, qualcuno di noi stia sulla punta del naso di qualcuno, noi venuti da lontano qui a Taranto, ma parlo anche per conto di miei connazionali che risiedono in altre parti d’Italia, ma anche nel resto d’Europa, ci siamo sentiti di casa, forse la prima parola che abbiamo subito dimenticato è “ospiti”».

A proposito del sentirsi, o meno, ospiti. «Non ci sentiamo ospiti – conclude Sarmad – vogliamo sentirci utili al Paese che ci ha accolti, riconoscenti alle strutture nelle quali viviamo, “Costruiamo Insieme” per intenderci, per questo non stiamo fermi un attimo; quando ci svegliamo al mattino abbiamo un chiodo fisso, andare in giro a cercare lavoro; è il primo passo, ma noto con piacere e una certa emozione, che anche quanti non possono offrirci lavoro ci danno qualcosa che per noi ha valore immenso: il rispetto».