«Mai rubato lavoro!»

Mosi, uno dei tanti ragazzi impegnati nella raccolta nei campi

«Secondo qualcuno i neri amano il far niente, altri che toglieremmo occupazione; un datore, invece, mi ha confessato che i figli non vogliono saperne di sgobbare fra frutte e verdure. Rispetto quanti scelgono il cappellino per vivere di elemosine, ma preferisco guadagnare sudando…»

«Per favore, non parliamo delle solite cose, dei neri che arrivano in Italia, non hanno voglia di lavorare e li trovi agli angoli delle strade e, peggio, davanti a un bar o un supermercato con un cappellino stretto fra le mani ad elemosinare pochi spiccioli: come gli italiani, i tarantini, i neri non sono tutti uguali – la maggior parte, sfido chiunque a dire il contrario – c’è chi vuole lavorare, a costo di spezzarsi la schiena nei campi, a raccogliere frutta e verdura!».

Mosi, uno dei nostri tanti amici, determinati, arrabbiati – se vogliamo – ce l’ha con quanti fanno di tutta l’erba un fascio e non usa tanti giri di parole. Lo avevamo già ascoltato il suo punto di vista su temi delicati. Ci soffermiamo, però, su uno dei luoghi comuni, spesso dibattuti dagli italiani, tanto da aver diviso questi, in due scuole di pensiero: quelli che sostengono che i neri «non hanno voglia di far niente» e quanti, invece, dicono che «i neri – sempre loro e chi sennò, sottolineato con la massima ironia – vengono in Italia e rubano quel poco di lavoro ancora disponibile».

«Basterebbe questo – dice Mosi, il suo discorso non fa una grinza – a far capire alla maggior parte degli italiani, quella che ci rispetta, e sono tanti a volerci bene, che i neri non possono essere considerati nello stesso momento sfaticati e “ladri” di lavoro: quelli che ci danno addosso, però, devono decidersi; oltre al rispetto, oggi c’è anche tolleranza, non vedo la gente osservarci con disprezzo, guardarci come “quelli che sono venuti ad occuparci”: i primi tempi non sono stati facili; quando entravamo in un locale, un bar – faccio un esempio – e c’era gente, avevo netta la sensazione che tutti stessero osservando me, si guardassero fra loro, accennassero un sorriso d’intesa come a dire “eccone un altro!”».

ELEMOSINARE, MAI!

Non è così, Mosi insiste. «Detto che fra noi, c’è una minoranza che occupa l’uscita di bar e supermercati per stendere una mano e chiedere pochi centesimi – qualcosa che io non condivido, ma rispetto come scelta non conoscendo i problemi dei singoli… – anche fra gli italiani, c’è una minoranza che proprio non vuol saperne di aprire un dialogo con noi: si sono fatti un’idea sui neri, in genere, fin dall’inizio e quella è…».

Difficile farli ragionare. «Non ci pensano nemmeno, faccio un altro esempio: una mattina sono entrato in un bar, ho fatto un biglietto per il bus, bene, non volendo sono stato oggetto di discussione, tanto che per poco due tarantini non litigavano furiosamente fra loro: uno diceva che non era il caso facessi il biglietto, perché a Taranto non sono abituati a pagare i trasporti pubblici, poi a maggior ragione essendo nero cosa vuoi che mi avrebbe fatto un controllore se non sorvolare; l’altro sosteneva, invece, che era giusto facessi il biglietto, perché se noi neri vogliamo far parte di una società è bene accettare le regole che questa invita a rispettare. Ovviamente sono d’accordo con il secondo, ma i due se le sono dette con toni accesi, da litigio. Fatto il biglietto, sono andato via, ho lasciato i due che hanno continuato a fare discorsi scontati ai quali io, francamente, non faccio più caso: insomma, un ragionamento, due punti di vista diversi».

Torniamo per qualche istante al lavoro, agli africani che sostano davanti a supermercati e bar con il cappellino. «Anche io ho fame come loro – spiega Mosi – sono stato ospitato dal Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, ma fin dall’inizio anche invitato a guardarmi intorno, fare corsi, perfezionarmi in materie nelle quali sono portato, perché “L’accoglienza non è per sempre!”, mi spiegavano; è giusto, così mi sono dato da fare: detto che avevo scartato da subito il “cappellino” all’uscita di un locale per chiedere spiccioli, sono andato a lavorare nei campi, insieme con altri fratelli neri: a raccogliere frutta e ortaggi».

«FORTUNA CI SIETE VOI!»

Non è il primo, non sarà l’ultimo. «Il mio datore di lavoro – prosegue – con il quale ho stabilito un buon rapporto, quasi benediva che in Italia fossero arrivati i neri, perché nei campi non vuole più lavorarci nessuno; gli ho spiegato che il raccolto ce lo abbiamo nel sangue, basti prendere i neri e le piantagioni di cotone negli Stati Uniti: ma non sappiamo fare solo questo, gli ho spiegato, siamo esseri umani, abbiamo una mente uguale a quella dei bianchi, la stessa voglia di studiare e, perché no, la stessa voglia di lavorare, visto che con me c’erano molti bianchi a fare il mio stesso mestiere».

Ultima considerazione. «Entrati in confidenza – conclude Mosi – il datore si è anche un po’ sfogato. In vena di confidenze, mi ha detto che i suoi figli e i figli di altri proprietari di terreni e vigneti, non vogliono saperne di fare il nostro lavoro nei campi; spesso i loro ragazzi sono partiti per studiare e stabilirsi al Nord, salvo poi tornare per fare uno dei mestieri più antichi del mondo, detto dal mio datore stesso: i mantenuti. In attesa di tempi migliori – questo il loro punto di vista – i figlioli restano comodamente a casa, a loro ci pensano papà e mamma».

Tanto a raccogliere frutta e verdure nei campi, ci pensano Mosi e i suoi fratelli.

Alda, la tarantina

Silvano Trevisani e la sua opera sulla Merini, straordinaria poetessa

Scomparsa nel novembre di dieci anni fa, il giornalista-scrittore illustra in “Alda Merini, tarantina, in viaggio con lei nella Puglia poetica (“Macabor”) un aspetto inedito della grande autrice. Sposata con Michele Pierri, poeta tarantino, scoperta dal critico Giacinto Spagnoletti, anche lui tarantino, trascorre un periodo a Taranto. «Amava la poesia in genere, anche quella di chi, come me, Carrieri e De Mitri si cimentava con la composizione in versi»

Claudio Frascella

In questi giorni si è celebrato il decimo anniversario della scomparsa di Alda Merini, deceduta l’1 novembre del 2009 a 78 anni. La poetessa milanese per un periodo aveva vissuto anche a Taranto, sposata in seconde nozze con Michele Pierri, anche lui poeta. A proposito di questa sua permanenza sulle rive dello Ionio, abbiamo ospitato negli studi di “Costruiamo Insieme” in via Cavallotti a Taranto, il giornalista-scrittore Silvano Trevisani. Autore di una terza opera sulla poetessa, Trevisani ci ha illustrato nei dettagli il libro “Alda Merini, tarantina, in viaggio con lei nella Puglia poetica, edito da “Macabor”.

Trevisani, una raccolta di testimonianze su una delle poetesse italiane più amate. Quanto era importante fare chiarezza su Alda Merini “tarantina”?

«Molto, ai tempi in cui curavo la pagina del Corriere del giorno, mi capitava spesso di leggere notizie imprecise sulla vita della Merini e, soprattutto, di biografie che ignoravano il periodo tarantino della poetessa del quale non molti – secondo informazioni che circolavano a quei tempi – era a conoscenza. In quelle “bio”, spesso si concludeva drammaticamente, con “l’internamento della Merini nel manicomio di Taranto, nel quale trascorre un lungo periodo”. Un qualcosa che, francamente, non solo al sottoscritto, provocava fastidio. Fra le imprecisioni: Taranto non è mai stata sede di un manicomio; lei non è mai stata “internata”, piuttosto – rimasta sola, il marito malato terminale… – ha trascorso solo alcuni giorni nell’ospedale SS. Annunziata; qui, fra le altre cose, la Merini aveva trascorso un bel periodo, tanto che mi è sembrato giusto ricostruire quei giorni e ripristinare la verità».TREVISANI 01 - 1Un libro-raccolta di poesie e contributi, ha richiesto un lungo lavoro.

«Più di un anno per trecento pagine. E’ il mio terzo lavoro su Alda Merini. Il primo è stato una ricostruzione documentaria sugli anni tarantini di una delle poetesse italiane più amate, revisione della sua biografia compresa, pubblicata in passato dall’editore “Manni”; su un altro volume, “Furibonda cresce la notte”, pubblicai inediti e introduzione.

In quest’ultimo volume, invece, ho compiuto una sintesi del suo periodo tarantino così da inserirla nella storia della poesia pugliese di cui lei ha fatto parte. Ospite del libro Michele Pierri, suo marito, tarantino anche lui, uno dei più grandi poeti del Novecento; ho pubblicato, inoltre, opere di altri poeti pugliesi, fra questi i tarantini Cosimo Fornaro, Giovanna Sìcari, un omaggio rivolto alla Merini da parte dei nostri poeti viventi, fra questi Dino De Mitri. Non è stato semplice raccordare un progetto così articolato, raccogliere i contributi di studiosi importanti».

Alda Merini, qual è stata l’impressione del cronista?

«Ho sempre scritto poesie e il riferimento di noi giovani era Giacinto Spagnoletti, grande critico, scopritore di Alda Merini, personaggio inarrivabile, per mille motivi. Per me, Angelo Carrieri, Giulio De Mitri, faceva da tramite lo stesso Pierri, medico senza eguali, antifascista, politico impegnato e grande poeta. Era a casa di Pierri che incontravo Alda, ogni volta era una scoperta; la prima cosa che faceva: ti sfilava le poesie dalle mani e le leggeva per entrare nel tuo mondo, comprendere chi fossi, cosa scrivessi, per poi declamarti le ultime cose da lei scritte.

Quando lei e Pierri si sposarono, dal Corriere mandarono una collega per un servizio. Una cronaca leggera, Alda aveva anche toni festosi; era generosa: acquistava qualsiasi cosa per regalarla a persone a lei care; passava interi pomeriggi al ristorante “da Basile”: dopo pranzo amava intrattenersi e parlare di tutto con gli altri clienti del locale, fra una sigaretta e l’altra, lei accanita fumatrice.

Scrisse a un poeta tarantino, Pasquale Pinto: “Abbiamo molte similitudini”, poi “mi piaci, perché sei buono”; era molto attenta a quanto accadeva, amava scrivere recensioni su qualsiasi cosa esprimesse arte. Quando il Corriere chiuse – editore introvabile – lei con il marito e altri tre intellettuali firmò un manifesto a difesa e rilancio del Corriere del giorno. Questo per far comprendere quanto lei fosse dentro le cose».TREVISANI 04 - 1 “Alda Merini, tarantina, in viaggio con lei nella Puglia poetica”, nella bibliografia della poetessa, questo libro dove potrebbe essere collocato?

«Forse nelle creazioni di Alda. Passa in rassegna due momenti poetici molto importanti. Due poesie significative dedicate a Taranto, per esempio: la prima, quando sognava di venire in città, mentre non riusciva a convincere Michele; l’altra, quando ripartì da qui, sapendo che non vi tornerà più. Nel libro, un intervento poetico della figlia maggiore, Emanuela, che per la mia presentazione ufficiale ha inviato un messaggio video; una foto della terzogenita di Alda, Barbara, invece, l’ho pubblicata su un altro mio volume: in una intervista rilasciata al Corriere della sera su una sua breve permanenza in casa Pierri, Barbara ebbe a dire di essere stata trattata come un regina: la cosa non mi meravigliò, Michele era fatto così, un generoso. Credo, inoltre, sia stato importante coinvolgere altri scrittori in questo viaggio con lei nella Puglia poetica».

Uno sforzo. Secondo te, cosa avrebbe detto Alda Merini se avesse visto tutto questo interesse attorno a sé oggi?

«Si sarebbe commossa, avrebbe invitato tutti a cena: amava circondarsi di gente, di poeti anche alle prime armi, avrebbe letto i loro scritti e avrebbe dispensato consigli sul come scrivere e approcciarsi a un mondo così affascinante come quello della poesia».

«Impara l’arabo…»

Milano, in una scuola elementare si fa vera integrazione

«…e mettilo da parte». Sette studenti egiziani hanno scritto un dizionario. E regalato alla loro maestra perché comunicasse meglio con due connazionali appena giunti in classe. L’iniziativa, lodevole, viaggia sui social e diventa un caso nazionale. Da prendere come esempio, stavolta.

«Maestra Antonella, ci sono due nuovi nostri connazionali in aula, loro non conoscono una sola parola di italiano, potrebbe tornarle utile questo dizionario arabo-italiano-arabo per aiutare questi alunni ad integrarsi con la nostra classe?».

C’è tutto in una frase simile, da noi sintetizzata – tutto, infatti, parte da un post della stessa docente – a cominciare dal senso civico espresso da sette alunni di origine egiziana che hanno pensato bene di aiutare i due bambini appena giunti in classe che avrebbero avuto problemi, come loro, al momento dell’iscrizione.

E’ accaduto a Milano. E’ proprio in una scuola del “severo” capoluogo meneghino che una una insegnante di scuola elementare ha ricevuto in dono qualcosa di decisamente insolito, sicuramente molto utile considerando il ruolo delicato di una insegnante che deve impegnarsi ad aiutare i piccoli all’inserimento in una società a loro sconosciuta.

Il dono è vocabolario arabo-italiano scritto a mano da alcuni suoi piccoli studenti, utile nell’aiutarla a parlare, spiegare, conversare meglio con tutti i suoi alunni.

NEL CAPOLUOGO LOMBARDO…

Una storia, questa, che arriva dall’Istituto comprensivo “Giacosa” di Milano (da quelle parti noto anche come “Parco Trotter”). Protagonista la maestra Antonella Meiani che, con un post su Facebook, rende nota una incoraggiante e condivisa idea che hanno avuto alcuni suoi piccoli studenti egiziani.

La maestra spiega. “Nella mia classe ci sono sette bambini egiziani, due sono da poco arrivati nel nostro Paese; hanno evidentemente problemi di lingua, non riescono a comunicare bene con me e il resto della classe che non parla arabo”.

Il problema viene risolto dai compagni egiziani nati in Italia e, dunque, perfettamente padroni della nostra lingua. Parlano così bene l’italiano che redigono un mini dizionario “arabo-italiano” in cui sono presenti le parole più importanti che servono alla maestra per farsi capire.

Nell’originale vocabolario, scritto a mano su fogli bianchi, c’è davvero di tutto: parole più gentili ed educate come «ciao», «come stai?», «grazie» e «va bene», a numeri e verbi più importanti e utilizzati a scuola come «colora», “studia”, «aspetta» e «hai finito?».  Non manca la parola «bravo», che questi ragazzi così volenterosi meritano una lode. E non finisce qui, perché i bambini che hanno scritto il “loro” dizionario, prima di regalare alla maestra Antonella,  intitolano così la loro opera: “Imparare l’arabo (studiare)”. Un applauso ai piccoli autori del dizionario. Non dice una cosa, però, l’insegnante: che i suoi volenterosi alunni non hanno scritto in…arabo, ma in una lingua comprensibile. Dunque, l’“esperanto” è servito.

L’ARABO, UNA RISORSA

L’originale vocabolario è tato scritto sia in arabo che in italiano, come un normale dizionario, pronuncia compresa, lo scoglio – quest’ultimo – più complicato da superare per chi deve imparare lingue difficili come l’arabo.

Grande soddisfazione per la maestra, ma anche per l’Istituto scolastico di colpo trovatosi su molte delle prime pagine dei quotidiani locali e nazionali. E, soprattutto, dei due alunni egiziani che non finiranno mai di ringraziare i loro compagni di classe di origine egiziana, che hanno manifestato amore per il prossimo. Definizione che forse manca nel dizionario in questione, ma che può essere aggiunta quando si vuole. Del resto, il più è fatto. Dunque, come il vecchio adagio italiano sull’arte, ci verrebbe da dire «Impara l’arabo e mettilo da parte».

«Cominciamo da lui!»

Ouattara, ivoriano, racconta una violenza inaudita

Un amico freddato con un colpo di pistola. «E’ accaduto in Libia, una banda di malfattori priva di scrupoli. Agivano spesso con il volto coperto. Volevano i nostri soldi, quando un giorno Ali, provò a far capire che non ne avevamo. Uno di questi non ci pensò due volte, voleva dare un esempio a noi altri e sparò a bruciapelo…».

«Non avete soldi? Peggio per voi, cominciamo da lui!». Un colpo in pieno petto e per Ali, giovane maliano con tanti sogni nella testa e nel cuore, non c’è più niente da fare. Un giovanotto, incappucciato e mosso da una inaudita violenza, spacca in due il cuore di quel ragazzo che stava provando a mettere insieme soldi che gli permettessero di pagarsi il viaggio della speranza. Sembra una scena sbucata da un film di Quentin Tarantino, protagonisti killer che sparano a bruciapelo come fossero a un tiro a segno del luna-park. Ce lo racconta il ventiseienne Ouattarà, pronuncia alla francese, con tanto di accento finale, lui che è cittadino della Costa d’Avorio, dove si parla la lingua transalpina e da dove lui, come tanti suoi connazionali, scappano per cercare un futuro migliore. «Lavoravamo in Libia, una società di costruzioni, e ogni settimana, più o meno – racconta – subivamo una rapina: non facevamo in tempo a tirare un sospiro di sollievo per aver messo un altro mattoncino nel costruirci il nostro sogno, che nell’abitazione nella quale io e altri colleghi, muratori come me abitavamo, che la solita banda di malviventi penetrava con volto coperto e pistole in pugno per chiederci il danaro che avevamo appena riscosso per il nostro lavoro».

Storie di inaudita violenza, si diceva. «La sera – ricorda il giovane ivoriano – prima di addormentarci sfiniti dalla fatica, a turno ci raccontavamo i nostri sogni, non sempre finivamo di parlarne, c’era sempre chi si addormentava prima del finale». Quando un brutto giorno, un brusco risveglio. «Malviventi, pistola in pugno, ci intimano di consegnare loro i nostri risparmi: una volta mi era anche capitato di sentire il freddo di una canna di pistola puntata alla tempia: gente che faceva seriamente, tanto che non fecero sconti al povero Ali, freddato con un colpo solo; potevo essere io, la vittima, una roulette mortale degna del “Cacciatore” di Cimino».

FUGA DALLA “COSTA”…

La storia di Ouattarà, comincia dalla prima fuga. «Costa d’Avorio, conflitto civile, non sai se torni a casa: si spara ovunque, per le strade, nelle attività commerciali, nei bar, in atto c’è una vera e propria guerra xenofoba; secondo il governo doveva passare l’idea di “ivorianità”, l’appartenenza allo Stato e ad un’idea di razza eletta; per le milizie qualsiasi cosa rappresentava un buon motivo per picchiare, sparare: così, io e alcuni miei amici decidemmo di fuggire».

Una fuga a malincuore. «A casa, mamma, non ce la faceva più a mantenermi, a sfamarmi e farmi studiare, così sono andato via. Ricordo l’attività, un negozietto di abbigliamento nel quale a malapena la mamma guadagnava quel poco che serviva per mangiare».

Il negozietto affascina Ouattarà, tanto che esprime un desiderio. «Uno di quelli grandi – sorride – qui, in Italia, capitale della moda, mi piacerebbe fare il commesso in un grande negozio di abbigliamento, uno di quelli che si vedono al cinema: ecco, il sogno sarebbe un selfie fra banconi e scaffali da mandare a mamma, come se avessi realizzato un sogno; mi è capitato spesso di sfogliare vecchi giornali, leggevo di Parigi e Milano, di via Montenapoleone, bello se un giorno lavorassi in uno di quegli atelier…».

«Milano e Parigi, c’è un perché – spiega il giovane ivoriano – lì risiedono già miei amici: non vado lì per fare lo stilista, ma trovare un posto per fare il commesso, se poi mi capitasse di farlo in via Montenapoleone e, per giunta, in uno di quei negozi esclusivi, farei salti di gioia».

MILANO, FORSE PARIGI…

Milano, forse Parigi. «Ho un cognato in Francia; mia sorella, più grande, trentuno anni, aspetta momento e denaro sufficiente per raggiungerlo: non è facile, sarebbe però l’occasione per ricongiungerci, riabbracciarci, stare insieme qualche giorno nella massima serenità e provare a dimenticarci miserie e tragedie non solo di un Paese, ma di un intero continente».

Il viaggio di Ouattarà verso la libertà. «Partito da casa con pochi spiccioli – ricorda – arrivo in Mali, i soldi finiscono presto; il viaggio prosegue con un signore: “Mi pagherai con il lavoro, sai fare il muratore?”, è la fame a spingermi a imparare in fretta; una settimana di lavoro, poi resto con il mio benefattore per mettere insieme altri soldi: trovo casa, divido l’affitto con altri ragazzi in cerca della stessa libertà, subisco con loro mediamente una rapina a settimana; ogni volta mi tocca ricominciare, tanto che per mettere insieme i soldi necessari per pagarmi il viaggio ci ho messo tredici mesi; alla fine, però, sono arrivato in Italia, a Tarano: voglio imparare la vostra lingua, mi dicono che sto compiendo passi da gigante, così spero di partire e raggiungere finalmente i miei amici a Milano e, perché no, mia sorella e mio cognato a Parigi».

«Si fa presto a dire…»

Flavio Oreglio, ospite di “Costruiamo Insieme”

Il popolare artista di Zelig racconta l’apertura della rassegna “Cabaret al Tarentum”. «In tv ho fatto qualcosa che somigliasse a quel genere di spettacolo. Fare il comico è un’altra cosa, ci sono artisti che vengono dal varietà. Provo a parlare alla testa della gente, non alla pancia».

Flavio Oreglio, noto al Derby quanto a Zelig, il programma televisivo che ha imposto le sue poesie catartiche. E’ stato il primo ospite della rassegna “Cabaret al Tarentum” sostenuta da “Costruiamo Insieme”. Otto artisti in tutto, una volta al mese, la domenica alle sette di sera, lontano dai fischi dei campi di calcio. Unico sistema perché le famiglie, tutte, possano fiondarsi nell’auditorium di via Regina Elena nel quale Renato Forte, direttore artistico del cartellone con l’associazione “Angela Casavola”, ha concentrato talenti collaudati e nuovi della risata.

Dunque, Flavio Oreglio, il Derby, Zelig.

«Ho avuto la possibilità di fare un provino al Derby, ai tempi in cui era ancora il locale del cabaret: fui scartato, davvero, ma non mi arresi. Dunque, debuttai, una sera, poco dopo il locale chiuse: problema cronologico, aveva evidentemente fatto il suo tempo, non un motivo causa-effetto».

Cabaret, vivo e vegeto?

«Il cabaret è vivo e vegeto, però bisogna sapere dove andare a vederlo. Il problema più grosso è confondere – come accade da quarant’anni a questa parte – il cabaret con la comicità: i comici non appartengono al mondo del cabaret; con il cabaret si ride, certo, ma è la dimostrazione che non bisogna essere comici per far ridere».

Come si sopravvive a una tv mordi e fuggi?

«Il cabaret non si può fare in tv, puoi fare qualcosa che gli assomigli: la sua caratteristica sta nell’essere libero di fare e dire ciò che ti passa per la testa e in questo la tv è un filtro».

Il cabarettista, dunque, non è un comico.

«Faccio un esempio, Giorgio Gaber: era esilarante, ma solo un idiota potrebbe affermare che Gaber fosse un comico; Stanlio e Ollio erano due comici, grandissimi; la cosa importante – quando si fanno questi ragionamenti – non è lo stabilire quale artista sia di serie A e quale di serie B: facciamo un distinguo fra varietà e cabaret. Sono due mondi differenti: i comici appartengono soprattutto a quello del varietà; nel cabaret si ride in maniera diversa: la risata come scopo e la risata come strumento. Esistono artisti che raccontano per far ridere e artisti che fanno ridere per raccontare».OREGLIO Foto 02“L’Arte ribelle”, il libro sul “Derby” di Milano, duecentocinquanta pagine.

«Lavoro a questo progetto da più di venti anni. Ho scoperto che non esisteva uno studio sull’argomento. Dunque, “L’arte ribelle” nasce da una domanda fra amici che facevano lo stesso mestiere: “Cos’è il cabaret?”. La caratteristica che scaturiva da quelle discussioni era sistematicamente un’idea differente di cosa fosse il cabaret. Così per dare il senso di qualcosa di definito ho fatto ricerche, studiato, letto libri, consultato enciclopedie.

Mi sono informato su libri francesi, tedeschi, inglesi e altre pubblicazioni europee, poi ho sentito alcuni dei protagonisti di un’epoca straordinaria: ho scoperto cose nascoste da farne una documentazione imponente. Il bello di questa opera? E’ che non è la mia opinione su quel tipo di spettacolo, ma una storia legata all’archivio storico del cabaret che ha sede a Peschiera Borromeo, cittadina nella quale vivo: l’Amministrazione locale mi ha dato uno spazio nel quale esporre tutto il materiale raccolto fino ad oggi. Storia è oggettiva, basata su documenti: in un solo colpo abbiamo tolto di mezzo il tormentone “per me il cabaret è…”».

Duecentocinquanta pagine, una definizione secca del cabaret, allora.

«E’ poesia,  satira, umorismo, canzone d’autore».

Cosa ci fa un biologo nel cabaret?

«Dovevo fare il biologo e poi ho scoperto che il monologo rendeva di più: ho dimezzato gli sforzi e raddoppiato i guadagni…».

Esiste un sistema per creare subito empatia con il pubblico?

«Dire che l’ho codificata, questo no. E’ una cosa venuta spontaneamente nel corso degli anni: salgo sul palco e al pubblico parlo alla testa, piuttosto che alla pancia; con l’esperienza penso di essere diventato più naturale e meno costruito. Più passano gli anni, più mi viene facile rapportarmi con la platea».

I Gufi simbolo di quel cabaret, sono celebrati da un quartetto di recente fondazione: Oreglio, Alberto Patrucco, Davide Riondino e, udite udite, Roberto Brivio.

«Non è un omaggio ai Gufi, ma il recupero di un materiale straordinario appartenuto al gruppo del quale facevano parte lo stesso Brivio, Nanni Svampa – cui ho dedicato “L’Arte ribelle” – Lino Patruno e Gianni Magni: le loro canzoni in italiano – loro hanno recuperato la tradizione milanese, lombarda… – hanno dato vita ad opere di un’attualità impressionante; cantare le canzoni dei Gufi, oggi, significa cantare il presente: hanno una potenza descrittiva del sociale, del politico e di argomenti vari della vita, davvero sorprendente».

«Il Signore ti benedica!»

Samuel, nigeriano, racconta la sua fuga

«Ero in mezzo a un conflitto, dovevo scappare. Costruivo infissi, poi ho fatto l’imbianchino; qui mi sono prima inventato un lavoro, poi ho accettato di lavorare nei campi e in uno stabilimento, con regolare contratto: ma l’estate è finita in fretta…»

«Si è fatto tardi, ho perso il bus, a casa torno a piedi». Samuel non abita in città, anche se Taranto la conosce – parole sue – come le sue tasche. Vive a Massafra, una casetta condivisa con un suo connazionale, nigeriano come lui. Dunque, Taranto-Massafra dopo le 21.00, a piedi. «Non sarai mica matto?», gli diciamo. «Domani mattina sveglia alle cinque, deve passare un bus a prendermi per andare a lavorare nei campi, perdere una giornata di lavoro è un lusso che non posso permettermi!». Ma nemmeno a parlarne, lo accompagniamo noi. Sulle prime rifiuta. «No, tutta quella strada per me, torno a piedi, magari trovo qualcuno che mi dia un passaggio». Gli diamo del “matto” una seconda volta. «Samuel, non suoni come un’offesa,  ma sulla strada per Massafra l’illuminazione è scarsa, su questo tratto sono successi incidenti in cui qualcuno ci ha rimesso le “penne” – comprendi “penne”? – e poi, non te la prendere: sei nero, indossi un giubbottino nero, il jeans dello stesso colore, ma quando ti vede un automobilista che transita magari a velocità spedita?».

Il ragionamento deve averlo convinto, se dopo qualche istante, prima sistema meglio sulla punta del naso il suo paio di occhiali stile-intellettuale, poi ringrazia a mani giunte. «Che il Signore ti benedica!», dice. In auto racconta la sua storia. In una mano il cellulare, l’altra gli serve per digitare. Consulta il dizionario di italiano. Da quando è in Italia, per lui è full-immersion. «Sto imparando l’italiano di corsa – spiega Samuel – voglio mostrare subito progressi e far capire alla gente che guarda al mio colore di pelle con sospetto, che non sto qui per farmi assistere, bensì per trovare un lavoro – anche se piccolo, sudato, purché soddisfacente – e rendermi utile al Paese che mi ospita: io già mi sento italiano!».

NIGERIA, MILITARI PERICOLOSI

Allude al trattamento, una volta sbarcato e ospitato in un Centro di accoglienza. «Nel mio Paese, la Nigeria – dice – era in corso un conflitto etnico, esisteva il rischio concreto che potessi rimetterci – come dici tu – le “penne”: una situazione non solo insostenibile, ma pericolosa, non sapevi mai con chi avessi a che fare; ogni giorno cambiava lo scenario, tutto dipendeva dalla politica che in quel momento aveva la meglio e i militari si schieravano ora con i più violenti, ora con i più moderati, così sono fuggito…».

Cosa faceva Samuel nella sua Nigeria. «Paese in via di sviluppo – ricorda – si costruivano case, interi quartieri, c’era bisogno di mano d’opera e io lavoravo in una fabbrica di infissi: porte e finestre erano il mio forte; lo stesso impegno l’ho messo quando sono andato in Libia: dovevo guadagnare soldi necessari per pagare il viaggio, attraversare il Mediterraneo e arrivare in Europa. Anche lì, Paese già in pieno sviluppo, occorrevano braccia per lavorare nelle costruzioni: utile la mia esperienza negli infissi, ma anche nella pitturazione».

Mano al dizionario digitale. Clicca una parola, poi un’altra. Parla di “imbiancare”, “tinteggiare”. «Voglio imparare l’italiano: è molto complicato, c’è sempre una parola migliore dell’altra per far capire cosa intendi, così dopo aver lavorato consulto il dizionario che ho sul cellulare; memorizzo una parola e quando posso digito “translation”…».

In Italia ancora infissi? «Qui ho dovuto imparare altro – anche se non c’era tanto da imparare, se non mettere a disposizione la forza delle braccia – a lavorare nei campi, cosa che faccio con regolare contratto per i due mesi estivi, oppure a sorvegliare uno stabilimento perché di notte non si portassero via ombrelloni e lettini…».

In prossimità di Massafra, Samuel racconta un altro risvolto della sua storia italiana. «Appena arrivato in Italia mi sono recato in Prefettura – spiega – per capire quali passi dovessi fare per trovare lavoro, avere una licenza, un permesso perché non mi facesse sentire un “fuorilegge”; non sapevano come spiegarsi, alla fine un signore che stava all’ingresso, mi disse di seguirlo, mi spiegò che strada fare: mi trovai dritto alla “Caritas”, ma non era al pranzo o alla cena che ambivo, volevo trovare un lavoro vero!».

M’INVENTO UN LAVORO

Alla fine, Samuel? «Me ne sono inventato uno: con il poco denaro che mi era rimasto comprai due secchi e due scope: venti euro; due pettorine, dieci euro, e la stampa della scritta “Servizio Volontario”, altri sette euro».

«Per tre mesi ho scopato marciapiedi, strade, qualsiasi angolo di Taranto: qualcuno si complimentava, altri pensavano stessi lì per conto del Servizio civile, così mi obbligavano a fare le cose per bene, quasi si arrabbiavano…». Ride Samuel, quasi avesse capito di pasta siano fatti alcuni tarantini, pochi per fortuna.

Per quanto il “servizio volontario”? «Tre mesi, non avevo più soldi, così mi sono messo in giro a cercare un lavoro retribuito, qualsiasi cosa fosse. Dunque: Marina di Lizzano,  spazzavo la spiaggia con una ruspa e durante la notte sorvegliavo l’intero lido perché qualcuno non rubasse ombrelloni, sdraio e lettini: trenta euro al giorno, la colazione e i complimenti da parte del mio titolare per il mio impegno; mi sentivo importante, ma la stagione è finita in fretta».

Così Samuel si è rimesso sul mercato, ha trovato un lavoro nei campi. Mostra il suo contratto appena firmato. «E’ una grande vittoria, spero duri il più a lungo possibile, per il resto mi sono fatto un po’ di amici, a questi ho detto cosa ho fatto e so fare, adesso aspetto che qualcuno mi chiami: voglio restare in Italia!». Esce dall’auto, mani giunte. «Grazie, il Signore ti benedica». Come se avessimo fatto una traversata a nuoto con lui sulle spalle. Non è un matto da legare, Samuel, è una grande risorsa. Come amico e come lavoratore.

«Una ripresa costante»

Mino Borraccino, assessore regionale allo Sviluppo economico

«Dal porto di Taranto all’aereoporto di Grottaglie, punti nevralgici per far ripartire il territorio, passando attraverso altri progetti. Premiamo le aziende che investono in Puglia con piani di internalizzazione. Incoraggiamo idee ecosostenibili e l’accesso al credito con banche locali e nazionali»

Questa settimana, ospite della rubrica “Con parole mie”, l’assessore regionale allo Sviluppo economico Mino Borraccino, da tempo impegnato su fronti diversi che interessano non solo il nostro territorio, ma l’intera Puglia.

Intanto spieghiamo di cosa si occupa un Assessorato come il suo, molto delicato in un momento storico di profonda crisi.

«Sovrintende alla politica industriale della nostra regione, alle politiche di coesione, all’accompagnamento e agli investimenti sostenuti con le imprese pugliesi o quelle che da fuori regione si insediano in Puglia: dalle grandi imprese, le multinazionali – penso a strumenti indirizzati ai giovani, ma non solo a loro – e alle classiche start-up che si mettono in campo; a proposito di queste ultime, a breve terremo la StarCup, il riconoscimento dell’impegno alle migliori Start-up in Puglia. E questo è solo il primo degli aspetti».

La politica della Regione Puglia.

«Orienta gli investimenti su alcuni cardini che il Governo regionale ha inserito nella politica di pianificazione: la ricerca e l’innovazione, per esempio, svolte grazie agli Istituti di ricerca pubblici e alle università pugliesi; l’economia circolare, diventata sempre più pregnante, dunque gli investimenti ecosostenibili; puntiamo all’internalizzazione, grazie a una misura già varata per mettere a disposizione in queste settimane oltre 30milioni di euro con un bando “a sportello” per le imprese pugliesi attive nella nostra regione, per le Pmi che vorranno impegnarsi in piani per l’internazionalizzazione, fino a contributo massimo di 500mila euro; infine, l’accesso al credito: in un momento di grande stretta creditizia, attraverso il sistema degli istituti di credito locali, ma anche nazionali, daremo ossigeno con strumenti reali – non ultimo un finanziamento di 64milioni – perché le nostre attività possano beneficiare di importanti agevolazioni per disporre di importanti risorse economiche».Borracino 02Ma l’Assessorato allo Sviluppo economico si occupa anche di altro.

«Si impegna nel sostenere commercio e artigianato: i Distretti urbani del commercio, per esempio, tanto da averne finanziato sedici nei nostri comuni stanziando 3milioni e mezzo di euro; le Zes, Zone economiche speciali, in particolare quella tarantina, che vede proprio intorno a Porto di Taranto e Aeroporto di Grottaglie, punti di sviluppo nevralgici nel rilancio del territorio».

Nella sua delega anche quella per l’Energia.

«Detto che guardiamo con interesse alle ricerche sull’innovazione, fra i temi che ci stanno a cuore, la decarbonizzazione; interveniamo sugli investimenti per ciò che attiene gli impianti di energia rinnovabile, ma anche – e soprattutto – l’idrogeno, altra frontiera dell’energia completamente pulita: Regione Puglia, mi piace ricordarlo, è la prima e unica, al momento, ad aver fatto una legge ad hoc».

Porto, aeroporto, entriamo nello specifico.

«Porto di Taranto: c’è l’impegno per l’approvazione del Piano regolatore; l’accordo per la nuova gestione; la possibilità di inserire il porto all’interno della Via della seta – strategica per aziende locali, ma anche regionali – la Zes, della quale dicevo, per incoraggiare nuovi investitori che possano insediarsi in aree perimetrate in una decina di comuni della provincia ionica.

Aeroporto: in questi giorni abbiamo presentato l’avvio dei lavori per dodici milioni di euro, per la via di rullaggio e l’ampliamento del piazzale di sosta; perché Grottaglie, oltre ad essere impegnata sul fronte industriale, sia snodo anche per i voli di linea; senza contare che entro fine anno procederemo con gara e finanziamento dei lavori per  7milioni di euro disposti dall’Assessorato che rappresento per la costruzione del nuovo terminal utile – quello attuale è fuori contesto – ad ospitare i viaggiatori che vogliano servirsi del nostro aeroporto».
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I finanziamenti del sistema industriale, anche questi rappresentano ossigeno per il rilancio dell’economia locale. E non solo, sia chiaro.

«Penso ai 7milioni e mezzo erogati per l’acquisto da parte dell’ASI, l’Azienda di sviluppo industriale, di un complesso-incubatore nel quartiere Paolo VI che ospita trentacinque aziende che occupano complessivamente 550 dipendenti; ancora all’ASI abbiamo riconosciuto un contributo di 2milioni e mezzo per l’acquisto di capannoni per dare organicità al Carnevale di Massafra, perché non sia solo folklore e cultura, ma offra spazio a una filiera della cartapesta e rafforzi un evento che può diventare anche veicolo di sviluppo turistico».

Un bando afferrato per i capelli.

«Per le zone ad Alto rischio ambientale: stava per scadere un importante bando di finanziamento di Invitalia: abbiamo chiesto ed ottenuto una proroga, ora 30milioni di euro saranno investiti per otto progetti a fondo perduto. E tanto altro ancora».

Un tema particolarmente a cuore ai tarantini, l’industria siderurgica. Potrebbe essere argomento per un prossimo incontro con Mino Borraccino, assessore regionale allo Sviluppo economico. Gli rinnoviamo l’invito nei nostri studi.

«Dazi amari!»

Mattarella, Trump e la presunta gaffe

Secondo la stampa l’incontro fra i presidenti italiano e americano alla Casa Bianca passerebbe alla storia per uno scivolone dialettico dell’ex tycoon («America e Italia alleate dall’Antica Roma…».). Non è proprio così, ma la posizione severa del nostro Capo dello Stato contro le gabelle minacciate dagli USA è passata colpevolmente in secondo piano.

L’incontro alla Casa bianca fra il presidente Sergio Mattarella e quello americano, Donald Trump, passerà alla storia più che per il confronto, a tratti dialettico, interessante anche per la posizione del nostro Governo, per quello che molti hanno considerato quello dell’ex tycoon come enorme scivolone “storico”. In un momento di delirio dialettico, Trump avrebbe parlato di alleanza storica fra l’Italia e gli Sati Uniti, risalente all’Antica Roma. Una gaffe che avrebbe del clamoroso, considerando che a scoprire il Nuovo continente fu Cristoforo Colombo nel 1492, dunque, molto, ma molto distante dall’Impero romano.

Vero che su internet è possibile fare e scrivere di tutto, anche costruire bufale per farle passare per oro colato, creare fake news ad arte, ma un’affermazione così esagerata – e fermiamoci qui – avrebbe significato avere nella testa un bel corto circuito. Così enorme da non considerare che un ripasso alla storia, quella più elementare, avrebbe evitato la presunta smarronata del numero uno americano e gli innumerevoli articoli che in questi giorni hanno lo hanno canzonato.

E ROMOLO E REMOLO, DOVE LI METTIAMO?

Ora, facciamo i bravi. Trump non è l’unico che, preso dalla foga oratoria, sovrapponendo concetti può concedersi il diritto di spararla grossa. Nel maggio del 2002 anche Berlusconi commise una gaffe. Non proprio identica, ma comunque degna di nota. Nel parlare di fondazione dell’Antica Roma – evidentemente la storia dell’Impero romano è il punto debole di chi governa – fece l’allusione ai gemelli “Romolo e Remolo”. Gaffe, sicuro, anche se all’epoca Silvio rilasciava dichiarazioni tanto al chilo e, allora, la sparò quella senza tanto pensarci. Quella di Trump, fosse autentica, considerando un’altra scuola di pensiero, sarebbe una di quelle che fanno male, invitano i ragazzini a confutare i libri di storia: «…lo ha detto il nostro Presidente, Colombo è venuto in America quando esistevano già solidi rapporti fra Italia e Stati Uniti – forse non ancora uniti, ma è un dettaglio – millecinquecento anni prima!».

Qual è l’altro punto di vista. Secondo altre fonti, il presidente Trump non avrebbe sparato una simile fesseria. Agli indefessi debunker, cioè sbufalatore, sarebbe bastato ascoltare il suo discorso più attentamente, ma soprattutto per intero, per comprendere che in realtà non ci trovavamo al cospetto di una delle più clamorose gaffe compiute da un capo di Stato. Queste sarebbero, dunque, le parole pronunciate da Trump: «Gli Stati Uniti e l’Italia sono legati da un’eredità culturale e politica condivisa, antica migliaia di anni. Dall’Antica Roma nei secoli il popolo italiano ha contribuito ad accrescere la civilizzazione con magnifiche opere d’arte, scienza, filosofia, architettura e musica».

Poi Trump ha proseguito così il suo ragionamento: «Lunedì scorso noi abbiamo dato il nostro tributo all’italiano che ha scoperto un Nuovo Mondo, un genovese che si chiamava Cristoforo Colombo. E per me quel giorno si chiamerà sempre Columbus Day. A qualcuno non piace, a me sì».

Più che “morale della favola”, sarebbe stato il caso di soffermarsi su altri aspetti dell’incontro.

NO AI TASSI, LAVORIAMO INSIEME

Sergio Mattarella, invece, è riuscito dove gli altri hanno fallito. L’ospite italiano, a un certo punto, ha alzato la mano in maniera educata lanciando un chiaro messaggio in codice a The Donald: «Non vorrei interromperti e non lo sto facendo, ma adesso tocca a me parlare». Trump ha ceduto di fronte a tanta eleganza. Dopo aver alzato la mano e preso parola, Mattarella ha ribadito la necessità di risolvere i problemi con l’arma del dialogo, la più forte di tutte. Così il quotidiano La Stampa ha già soprannominato “dottrina Mattarella” l’insieme di comportamenti tenuti dal presidente italiano durante il colloquio con Trump: zero intolleranza o prepotenza e niente nazionalismo becero.

Insomma, se i giornali invece di seguire il gaffone di Trump, avessero scritto della dottrina Mattarella, la visita del capo dello Stato italiano per noi tutti avrebbe avuto altro effetto. Ha fatto vacillare Trump che a un certo punto si è quasi trovato costretto ad ammirare la posizione di Mattarella: «Dazi sull’Europa? Vediamo cosa possiamo fare per non introdurli». Prendano appunti i leader dell’Unione Europea.

«Per favore…»

Awal, dal Benin con affetto

«Cercavo rispetto, l’ho trovato in Italia. L’altra espressione, quando è sincera, è “fratello”, mi viene da piangere per l’emozione. Ho lasciato mamma e due sorelle, mio fratello è commerciante in Algeria. In novantadue su una imbarcazione, dopo dieci ore di mare, una nave militare italiana…»

«“Per favore…”, è la frase più bella, dopo l’aver sentito un uomo di pelle bianca chiamarmi “fratello”: e non per scherzare o prendermi un po’ in giro come fa qualcuno pensando di farti sorridere; “Per favore…”, anche sul posto di lavoro – nonostante  una cosa sia dovuta, ti compete – c’è il collega che ti chiede se puoi farlo, “Per favore…”».

Meno di trent’anni, beninese, un sorriso contagioso unito a un sospiro di sollievo, Awal non ama tanto raccontarsi, ma comprende che la sua storia, forse simile a tante altre, può essere d’esempio. Per molti italiani, ma anche per molti suoi “fratelli”, venuti in Italia o, comunque, in Europa per cominciare una nuova vita, posto che quella precedente, dalla quale sono fuggiti, fosse degna di essere chiamata vita.

Di cose Awal ne ha da raccontare. Come la fuga del suo Paese dove un conflitto tira l’altro. «Convivi con le urla, colpi di pistola o fucile e bombe, e non sai mai chi ha sparato e chi ha fatto saltare per aria qualcuno o qualcosa: come se camminassi su un campo minato». Brutta sensazione. «Ti svegli al mattino – racconta – ammesso che abbia dormito la notte, perché certi armati fino ai denti, con le armi in pugno possono entrarti in casa, minacciarti, svuotarti le tasche, picchiarti e farsi consegnare del denaro: dormi, dunque, con un occhio aperto, mai tre, quattro ore di sonno di seguito… Ti svegli, dicevo, esci di casa e non sai mai se farai ritorno, perché può succederti di tutto e la sensazione è una brutta sensazione: puoi essere centrato da un proiettile vagante, un colpo di fucile di rimbalzo, mettere un piede su una bomba inesplosa e saltare per aria».

Convivere con il terrore deve essere terribile. «Non sei più tu, pensi di essere un essere – non c’è altra definizione – che può essere cancellato da un momento all’altro, ecco perché la fuga dal Benin, quando mi è toccato prender una decisione dolorosa e andare via: non è stato facile comunicarlo a mia madre e alla mie due sorelle, un fratello che raggiungerò più avanti, è già andato via di casa, ha una piccola attività in Algeria».

Dolorosa, forse anche più. «Quando ad una famiglia viene a mancare l’uomo e cioè, mio padre non c’è più, mio fratello è stato il primo dei figli ad andare via, e io sto per seguire il suo esempio, crolla il mondo addosso: tre donne sole, indifese – anche  se c’è la vicinanza dei familiari – è qualcosa che non auguro a nessuno, nemmeno al mio peggior nemico, e di nemici, nel tempo, io come molti amici, ne abbiamo avuti».

Awal parla del suo Benin, della sua fuga, d’un tratto si fa serio, perde quel sorriso. «Non conosco gente – spiega – nel mio Paese come ovunque, in Africa, che scappi dalla propria terra perché sta bene: questo vorrei che la gente comprendesse, se andiamo via c’è un motivo. E forse anche più di uno: viviamo male,  c’è chi ha forza e coraggio, come me, e allora prende quella poca roba della quale dispone ancora e va via; altri, loro malgrado, restano, perché hanno paura e non sanno cosa possa riservargli una fuga: sulla strada della fuga puoi trovare qualsiasi imprevisto, mai qualcosa di buono, sempre brutte sorprese: bande di malviventi, milizie, militari, tanto che per bene che ti vada ti mettono sotto sequestro: ti obbligano a telefonare ai tuoi familiari per farti mandare soldi per pagarti il riscatto».

La fuga, il lavoro. «In Algeria ho lavorato un po’ di mesi con mio fratello: potevo restarmene con lui, l’ospitalità è sacra, ma io volevo l’Africa volevo lasciarla: quando mi sono fatto coraggio e ho preso la decisione più importante della mia vita, cioè fuggire, mi sono posto quale unico obiettivo lasciare il mio Continente».

«Con mio fratello ho lavorato il necessario per mettere insieme un po’ di soldi per pagarmi il viaggio. Lui ha un commercio di abbigliamento, fa tutto lui: fa il sarto, confeziona abiti, li vende; non è proprio come in Europa, dove ognuno fa il suo, la fabbrica confeziona e il commerciante vende: da noi improvvisiamo in tutto».

Novantadue imbarcati. E’ strano, secondo qualcuno, come i ragazzi ricordino perfettamente il numero di passeggeri che prendono posto su una imbarcazione. Esiste una spiegazione. «Uno, due giorni prima, dicono che tocca a te: tu arrivi lì e ti fanno segno che puoi accomodarti: cammini su un pontile stretto, sotto gli occhi di tutti e lì, l’uomo che sarà alla guida dell’imbarcazione, comincia a contare: uno, due, tre e via di questo passo: novantadue imbarcati; dodici ore di mare e, fortuna delle fortune, intercettiamo una nave militare italiana che ci accompagna ad Agrigento; quattro giorni in Sicilia, poi il trasferimento a Taranto in un Centro di accoglienza, che non era ancora “Costruiamo Insieme”. Nel frattempo ho studiato e conseguito il mio titolo di studio: oggi ho da dormire, mangiare, un mio lavoro, risparmi, una vita sociale, credo che tutto questo possa considerarlo un buon inizio, ho realizzato buona parte dei miei sogni: se ci saprò fare non potrò che essere più felice».

«Mille malati l’anno!»

Roberto Prete, presidente Ant e l’associazione da lui presieduta

«Attualmente ne abbiamo in cura trecento. Sosteniamo personale medico, paramedico e psicologi. L’assistenza è completamente gratuita. Un “ospedale domiciliare” e i corsi annuali per volontari, una collaborazione fondamentale. Quarant’anni fa si concretizzò il sogno del prof. Franco Pannuti, all’epoca primario di Oncologia al Sant’Orsola»

Altro ospite della rubrica “Assistenti e assistiti” a cura della cooperativa Costruiamo Insieme, il presidente provinciale Ant, Roberto Prete. Con lui il racconto di personale medico e paramedico da anni attivo sul territorio. Disponibile ventiquattro ore al giorno, l’organizzazione gode anche della presenza di volontari che prima di intervenire a nome e per conto dell’associazione, svolgono corsi impegnativi.

Quando nasce e si afferma l’Ant, Associazione nazionale lotta ai tumori.

«Nasce poco più di quarant’anni fa, le celebrazioni del Quarantennale risalgono, infatti, allo scorso anno; una storia in qualche modo romantica, oggi diffusa su almeno metà del territorio nazionale. Protagonisti valori umani, sensibilità e solidarietà. Bologna, 1978, il professor Franco Pannuti, allora primario del reparto di Oncologia del “Sant’Orsola”, entra nel suo reparto e trova, steso per terra, nel corridoio un anziano paziente; Pannuti lo riconosce, gli chiede cosa stia facendo lì e in quello stato: l’uomo si spiega, dimesso dall’ospedale il giorno prima, non può tornare a casa: indebolito dalle terapie non può più badare a se stesso».PRETE 03 - 1Questo il primo squillo. Pannuti a quel punto pensa quanto sia importante assicurare ai pazienti anche un “dopo”.

«Si concretizza un sogno. Da quel paziente che non ha legami, né parenti e, soprattutto, risorse economiche per assicurarsi assistenza, non volendo scaturisce l’idea di fondare un’associazione. E’ in quel momento che il professore, illuminato da una grande coscienza medica, decide di seguire personalmente i pazienti operati, dimessi e che vivono in uno stato di profondo disagio. L’idea la perfeziona in un progetto, un’associazione che si occupi di gente bisognosa di cure e attenzione: nasce l’Ant, un ospedale domiciliare gratuito che si occupa dei malati di tumore in fase avanzata: nessuna spesa a carico dei pazienti, tutti gli oneri fra medici, infermieri e psicologi riguardano esclusivamente l’Ant».

I fondi Ant e un appello a chi volesse interagire con l’Associazione.

«In gran parte i fondi vengono da contributi spontanei raccolti da nostri volontari. L’Ant, infatti, ha due anime: il personale sanitario, che lavora a tempo pieno – con reperibilità h 24 – ed è regolarmente retribuito; quella dei volontari: eccellenti, al pari dei nostri medici, si occupano di individuare risorse che possano sostenere i costi che l’Associazione affronta quotidianamente: nove medici, undici infermieri, due psicologhe, il personale amministrativo. Un vero ospedale, “domiciliare” aggiungiamo noi, posto che i malati vengono assistiti a casa loro».

Qualcosa che evidentemente riduce il disagio al quale i malati vanno incontro. Non abbiamo detto del contatto con l’Ant.

«Dobbiamo prendere in considerazione due aspetti. Per richiedere l’assistenza, esiste un breve percorso da rispettare: l’Asl predispone uno stampato che il richiedente, o chi per lui, compila e sottoscrive insieme con il medico di famiglia; una volta compiuto questo primo passaggio, il modulo viene presentato all’Ant che apre una pratica e garantisce  un intervento entro le prime settantadue ore dalla ricezione della comunicazione».PRETE 04 - 1 L’importanza dell’esistenza di un’associazione su un territorio martoriato da un numero di casi di tumore superiore alla media nazionale.

«Come si fa a diventare volontario Ant: abbiamo un ufficio in via Lago Alimini, dove è possibile informarsi sui corsi che svolgiamo ogni anno per informare quanti vogliono spendersi per una causa così importante e delicata: dunque, entrare nell’ambiente Ant, comprendere quali siano i compiti degli stessi volontari, che non hanno contatti con i malati; i volontari, infatti, si occupano esclusivamente di una rete di contatti che consentono il reperimento di fondi necessari per la sopravvivenza del nostro “ospedale domiciliare”».

L’importanza dell’Ant su un territorio come il nostro.

«Un territorio martoriato dalle note emergenze ambientali e sanitarie. Nel resto d’Italia non esiste altra provincia che abbia un numero così elevato di assistiti. Seguiamo mille pazienti l’anno, in questo momento ne abbiamo in cura trecento nella sola provincia di Taranto; cifre che rendono l’idea sulla dimensione di un problema che ci vede costantemente impegnati».