«Collaboriamo Insieme»

Carmine Passarelli, manager dei supermercati “Pascar”

«Abbiamo progetti legati alla coltivazione di prodotti per i nostri supermercati. Servizi e massima qualità, dare il meglio significa crescere. Centocinquanta dipendenti, mercato in espansione per coprire in modo ragionato l’intera provincia. Comunicazione e acquisti dei prodotti locali per una ricaduta economica sullo stesso territorio»

Carmine Passarelli, manager e portavoce della catena di supermercati “Pascar” è ospite della nostra rubrica “Con parole mie”. Con la sua attività commerciale in continua espansione, si incrocia spesso con “Costruiamo Insieme”. Sponsor di stagioni di teatro e di cabaret e, prossimamente, con la nostra cooperativa stabilirà un accordo di collaborazione.

“Costruiamo Insieme”, non è un caso.

«Assolutamente sì, uno dei nostri slogan “Pascar è di tutti!”, dunque è già aperta al sociale, all’integrazione e con “Costruiamo Insieme” abbiamo dei progetti interessanti in cantiere, legati alla coltivazione di alcuni prodotti che saranno venduti nei nostri supermercati – dunque una collaborazione stretta – perché di questa nuova forma di collaborazione se ne avvalga il territorio».

La comunicazione, come sceglie le sue campagne pubblicitarie?

«Le “campagne” intanto devono possedere una base innovativa, avere la capacità di stupire in pochi istanti. Si parte da un concetto comune, un messaggio attuale che però abbia caratteristiche originali, immediate».

Un investimento indirizzato allo spettacolo, per interessare lo spettatore medio.

«Da anni investiamo parte del ricavato nel territorio sul quale siamo presenti. Essere partner della Stagione teatrale al teatro Orfeo e della rassegna di cabaret al Tarentum dell’Associazione culturale “Angela Casavola”, è un modo con il quale ringraziare la città e, allo stesso tempo, promuovere la cultura».Passarelli 01Ha parlato di territorio, su quali aree è presente “Pascar”?

«Taranto, San Giorgio Jonico, Grottaglie, Crispiano e Statte, l’obiettivo è quello di proseguire con una copertura ragionata l’intera provincia».

Quanto è facile e complicato, allo stesso tempo, fare impresa sul nostro territorio?

«Si fa impresa con una certa fatica, occorrerebbe possibilmente un contatto più stretto con le Forze dell’ordine, in quanto lo stesso territorio sul quale fai attività commerciale ti “debilita”, per usare un eufemismo; la provincia registra talvolta problemi di carattere sociale che rischiano di turbare la quiete dei ragazzi che lavorano ogni giorno per assicurare alla clientela massima professionalità, dunque servizio e qualità».

Fra dipendenti e collaboratori, quanto personale è impegnato nella catena di supermercati “Pascar” e quanto avverte il peso di numerose famiglie?

«Abuso di un concetto a volte utilizzato in modo improprio: posso però assicurare che siamo una famiglia, anche se oggi per questione di numeri, possiamo considerarci una famiglia allargata: ovviamente se il collaboratore è felice, questa sua positività la trasmette alla clientela; al nostro personale imponiamo – nel vero senso della parola – di fare tassativamente sei settimane di ferie l’anno; a mesi alterni deve “staccare” dalla routine quotidiana, stare con la propria famiglia, ricaricare le batterie e tornare sul posto di lavoro ancora più motivato.

Circa centocinquanta sono i collaboratori quotidianamente impegnati nelle nostre attività, dunque altrettante famiglie che possono contare su uno stipendio più che decoroso. Il discorso è semplice, riconducibile a uno dei principali dogmi del commercio: se il cliente è soddisfatto, l’azienda cresce».
Passarelli 04Stando in prima linea con i beni di consumo, quale idea si è fatto, cosa dice il territorio: sofferenza, speranza, ripresa, va bene?

«Non basta offrire un servizio dignitoso, è necessario essere al passo con i tempi; vero è che le vendite nei supermercati raccontano più di ogni altro lo stato di salute di un territorio: gli ultimi sei mesi ci dicono che c’è stato un incremento nelle vendite, sicuramente dovuto anche al reddito di cittadinanza che ha invogliato quanti ne godono ad acquistare beni di consumo; è risaputo che quello degli alimentari è il settore più interessato dai numeri in crescita. Cifre già confortanti, raccontano di un gennaio ulteriormente positivo, nonostante il primo mese dell’anno si dice sia quello più spento, venendo dalle festività natalizie nel corso delle quali si registra una impennata nelle vendite: rispetto allo scorso anno in gennaio abbiamo chiuso con un 12% in più».

Cosa acquistano i tarantini?

«Sempre più beni del territorio, dalle mele di Martina Franca all’uva di Grottaglie, la gente è sempre più attenta alla propria salute, dunque al benessere».

La sua stessa attività si è fatta promotrice dei prodotti del territorio.

«“Pascar” è un’attività tarantina, ha i colori rossoblù nel suo brand e contribuisce ad alzare il prodotto interno: vendiamo e acquistiamo i prodotti della nostra terra, mozzarelle, biscotti, frutta del territorio, sicuramente contribuiamo a far crescere le aziende presenti sul territorio, così che queste possano proseguire nella loro politica di investimenti assumendo personale del posto: dunque, facciamo attenzione a dove facciamo la spesa e cosa acquistiamo; non per fare del facile nazionalismo, ma se acquistiamo prodotti locali, da Mottola a Noci, sempre per fare un esempio, avremo una ricaduta economica: diamo una mano alla crescita del territorio e contribuiamo alla creazione di nuovi posti di lavoro».

Papa Francesco, primo!

“Chi aiuta il prossimo?”, gli italiani e un sondaggio

Matteo Salvini, secondo. A sorpresa una “medaglia” al leader della Lega, ma di mezzo non c’erano ancora sconfitta elettorale e citofonata al cittadino tunisino. Terzo è Gino Strada, a seguire in ordine sparso: Berlusconi, Bill Gates, Madre Teresa di Calcutta (scomparsa più di venti anni fa), il presidente Mattarella e Totti. Forse, oggi, l’esito sarebbe diverso.  

E’ Papa Francesco il personaggio più noto che aiuta il prossimo. Questo il responso di 816 italiani, il “campione” esaminato da Renato Mannheimer, sondaggista per le numerose inchieste svolte per i canali Rai, con particolare riferimento al programma “Porta a Porta” e quelli Mediaset, in particolar modo alla vigilia delle campagne elettorali. Insomma, la spunta Sua Santità. E nonostante uno strappo (violento?) rifilato a una fedele troppo passionale che aveva chiesto al Santo Padre più di attenzione piuttosto che una benedizione come quella riservata agli altri fedeli incontrati in piazza San Pietro. E nonostante, anche, le immagini poste in circolazione con la mistificazione di pochi fotogrammi che avevano tentato, in qualche modo, di scalfire l’immagine del massimo rappresentante della Chiesa cattolica nel mondo.

Questo per ciò che riguarda il primo posto. A sorpresa, non nascondiamolo, alle spalle di Papa Francesco, figura nientemeno che Matteo Salvini, ex ministro degli Interni. Un sondaggio, va precisato, svolto all’inizio di dicembre, prima che il leader della Lega accusasse il colpo alle più recenti elezioni con una inattesa sconfitta elettorale, secondo i sondaggi saldamente stretti fra le mani del buon Matteo. E, soprattutto, prima che lo stesso Salvini, in un momento di esaltazione, lo scorso 21 gennaio si prendesse il “fastidio” di citofonare a un ragazzo di origini tunisine residente nel quartiere del Pilastro a Bologna, parlando con la sua vittima di spaccio. Colpo eclatante, evidentemente assestato per portare farina al suo mulino elettorale, raccogliendo voti con un’azione “coraggiosa” svolta davanti a decine di persone, giornalisti e videocamere. Senza contare come questo atteggiamento spregiudicato, abbia aperto un caso politico-diplomatico fra Roma e Tunisi.

SANTO SONDAGGIO…

Ma torniamo al sondaggio. Per scrivere di Salvini c’è sempre tempo. Dunque, “Chi è il personaggio che aiuta di più il prossimo?”. Al primo posto, si diceva, Papa Francesco con il 18%; secondo Matteo Salvini, con un 5% “rivedibile”. Risultato di un sondaggio svolto da una società che fa capo a Renato Mannheimer, presentato nei giorni scorsi a Palazzo Marino, a Milano, in occasione della cerimonia del Premio “Il Campione” organizzato dai CityAngels, organizzazione di volontariato che aiuta i senzatetto in molte città.

Il domandone, si diceva, è stato posto a 816 persone nei primi due giorni di dicembre. Se il Papa e il leader della Lega conseguono le prime due posizioni del podio, il terzo gradino va assegnato all’ottimo Gino Strada, staccato di solo un punto dal secondo da Salvini. A seguire, fra curiosità, risultati inattesi e conferme: Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio, Bill Gates, Madre Teresa di Calcutta, Leonardo Di Caprio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e, infine, Ezio Greggio, Francesco Totti e Angelina Jolie.

Altra curiosità. Il 14% degli intervistati ha risposto con un telegrafico “nessuno”, significando che, oggi, ci sarebbe poca attenzione per il prossimo. Non solo, il 21%, sostanzialmente uno su cinque, ha confessato di non saper dare una risposta. Nel 26% che racchiude la voce “altri”: Maria De Filippi e Don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, che pochi istanti prima era stato premiato.

PILASTRO FATALE

Per tornare per qualche istante sul blitz di Matteo Salvini nel quartiere del Pilastro di Bologna. Il suo gesto ha fatto scoppiare un vero e proprio caso politico-diplomatico. Osama Sghaier, vicepresidente del Parlamento tunisino, ha fatto notare come il gesto dell’ex ministro dell’Interno abbia messo a rischio i rapporti tra Roma e Tunisi. Altra protesta, quella dell’ambasciatore della Tunisia a Roma, Moez Sinaoui. Il rappresentante diplomatico tunisino ha scritto una lettera alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella sua nota ha espresso “costernazione per l’imbarazzante condotta” del senatore e leader della Lega. “Deplorevole provocazione – secondo Sinaoui – senza alcun rispetto del domicilio privato di un pubblico rappresentante dell’Italia, Paese che vanta un’amicizia di lunga data con la Tunisia”. Mannheimer, torniamo a farlo adesso un altro sondaggio. Non c’è bisogno di cambiare i quesiti alle schede per un aggiornamento su come gli italiani giudichino i grandi personaggi di cronaca, politica e spettacolo, impegnati nell’aiuto al prossimo.

«Non scappo più!»

Uno storiaccia ripresa per noi, ma lieto fine

«Mi è toccato fuggire dal mio Paese dove era in atto un conflitto civile. Elezioni sovvertite da un governo militare. Colpi di arma da fuoco, ho visto cadere sotto i miei occhi miei colleghi e fratelli africani usati come bersaglio mobile. Arrivato a Taranto, ospite di una struttura poco…ospitale e, finalmente, “Costruiamo Insieme” e un’occupazione»

«Brutta storia la guerra, dovessi scrivere un libro non saprei nemmeno da che parte cominciare». Ndoli, uno di noi, ivoriano, in fuga dalla sua Costa d’Avorio, dove è stato sovvertito il voto popolare, si racconta daccapo per noi. In realtà non sa da che parte cominciare raccontarsi. Oggi è felice, sorride spesso, ma capita che quella sua espressione, incoraggiante per molti di noi, si spenga dopo qualche istante. «Ricordi difficili da cancellare – spiega – tornano in ogni momento alla mia memoria: un governo democratico che diventa regime; rappresaglie, prigionia, torture e armi, colpi di pistola e di fucile, esplosi da miliziani e poi ragazzini: il bersaglio è sempre uno, un fratello che non ne può più di essere puntualmente sopraffatto, trattato come fosse una bestia e, alla fine, ammazzato».

Ndoli, però, oggi lavora con “Costruiamo Insieme”. Ordinato, puntuale. Da buon militare ha portato sul posto di lavoro un certo rigore. «Ci sono regole da rispettare, per il bene di tutti – dice, per non essere frainteso – vivere insieme, che sia un Centro di accoglienza o un altro tipo di struttura con altra gente, ti porta ad essere misurato, ma a fare in modo che tutti, tu per primo, tengano sempre a mente che esiste un regolamento e che non si può fare di testa propria: gli orari, che sia la sveglia o la colazione, piuttosto che il pranzo, sono uguali per tutti, ma detto questo fra noi tutti, operatori e ospiti – il clima è sempre idilliaco».

Come volevasi dimostrare. Dal sorriso contagioso, passa ad una fronte aggrottata, si fa serio, contagia anche il suo nuovo stato d’animo. «Tutti fanno sogni – dice Ndoli – anche a me, ai miei fratelli africani capita, forse una quota più bassa rispetto ad altri, la percentuale più alta che ci tocca, invece, è quella degli incubi: ora succede sempre meno, ma c’è stato un periodo in cui mi svegliavo di soprassalto, qualche istante prima mi era passato di mente un pezzo della mia vita, come fosse un brutto film: la persecuzione, l’arresto, la reclusione, le torture, la fuga; e poi miei colleghi militari trucidati sotto i miei occhi, lo stesso ragazzi a cui avevano detto di scappare per fare da bersaglio mobile agli spari di un fucile, solo per misurare chi ha una mira migliore!».

UN INCUBO TIRA L’ALTRO

Durante il sonno, Ndoli, come ad altri ragazzi, capita di sentire un colpo esploso da un’arma da fuoco. Per fortuna è solo un incubo, ma il cuore batte forte, meglio un sorso d’acqua per farsi passare una paura che non andrà mai via. «Mio padre e mia madre non ci sono più – racconta l’operatore della cooperativa – si sono ammalati, uno dietro l’altro, in casa non avevamo le risorse per curarli, così si sono spenti, lasciando sette figli al loro destino: tre fratelli e tre sorelle, che ho lasciato perché non ce la facevo più; anche la divisa che indossavo non aveva più valore: c’erano le votazioni per scegliere il nuovo presidente e come altri militari sorvegliavo che tutto andasse nel modo più giusto; lo spoglio indicò un presidente e un voto democratico, ma evidentemente altri non la pensavano allo stesso modo: il paese si spaccò in due e scoppio la guerra civile».

Brutta cosa doversi difendere dalla tua stessa gente che nel frattempo ha scelto altro.   «Con questi occhi ho visto morire sette miei colleghi, tutti militari, uno dietro l’altro: uccisi dal fuoco della guerra civile». Vivere nel terrore. E non solo in Costa. «In Libia – prosegue Ndoli –  prima di imbarcarmi, ho visto due ragazzi anche loro in fuga – come me – verso la libertà essere ammazzati, come se la loro vita contasse meno che zero…».

«GRAZIE IMRAM!»

Poi torna a parlare di sé. «Sono riconoscente a Imram – spiega – un amico pakistano: eravamo ospiti in un albergo non lontano dalla città, io e altri che erano con me, ci meravigliavamo di come godessimo scarsa considerazione: i gestori di quella struttura che avrebbe dovuto ospitarci, ci trascuravamo; sia chiaro, non volevamo che in ogni momento ci fosse una festa, ma almeno assicurarci il minimo: pulizia e alimentazione, per esempio; per non parlare del pocket money, quella cifra che ognuno di noi avrebbe dovuto avere a fine mese». Poi il passaggio a “Costruiamo Insieme”. «Non solo, anche un lavoro: per questo non finirò mai di ringraziare quel mio amico che si è impegnato per me e mi ha fatto conoscere “Costruiamo Insieme”».

Voglia di tornare dd Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, dove Ndoli ha vissuto a lungo. «Vorrei tanto tornare da fratelli e sorelle – riprende – ho una voglia matta di riabbracciarli, ma la situazione lì, non è delle migliori: mi auguro che prima o poi qualcosa, in meglio, accada».

Nel frattempo Ndoli resta qui, lavora, si è riappropriato di una certa serenità. «Non corro più, anzi, è meglio dire che non scappo più: è questa, per me è la gioia più grande».

«Vedo buio»

Alberto Patrucco, ospite di “Costruiamo Insieme”

«Ho la vaga certezza che, di questi tempi, usciti dal tunnel, se ci andrà bene riemergeremo in una zona d’ombra…».   Il popolare comico nei nostri studi. Dopo dieci anni, a Taranto, per uno spettacolo teatrale. «Mi ispiro al grande Brassens,  l’ho tradotto e gli ho dedicato due album»

 Alberto Patrucco, da Zelig a Colorado Café passando per il Maurizio Costanzo Show e Ballarò, fino ad entrare nei nostri studi, per essere uno dei protagonisti della rubrica “Con parole mie”. E’ stato ospite di “Cabaret al Tarentum”, che ci vede fra i maggiori sostenitori della rassegna con gli ospiti in cartellone in esclusiva sui nostri strumenti di comunicazione, sito, webradio e canale youtube.

Patrucco, promotore del pessimismo comico.

«Parafrasando il sommo Leopardi, il pessimismo non è cosmico, ma è comico. Mi sembrava un artificio lessicale piuttosto azzeccato. Per dirla con Altan: il pitale lo vedo sempre mezzo pieno; l’idea del pessimismo è quella di non occuparmi di temi non banali – con il massimo rispetto per tutti, dunque per nessuno… – generalmente rappresentati da moglie, suocera, avventure o disavventure domestiche. Comico, visto come mestiere, è un sostantivo che uso a fatica: preferisco cavalcare umorismo e ironia piuttosto che comicità; dunque, spostando i riflettori ci si accorge che c’è dell’altro, una scelta che consente di evitare una certa omologazione e, allo stesso tempo, di interessarmi di altre tematiche – visti i tempi non proprio idilliaci – rivolte più al pessimismo che all’ottimismo; ma attenzione, queste riflessioni hanno il solo scopo di sollecitare risate liberatorie. Come a dire che bisogna far ridere sul serio per non essere comici».

Che rapporto ha con la tv.

«Bellissimo, ma è la tv che non ha un buon rapporto con me. Non ho avversità nei confronti di un mezzo che bisogna vedere, però, come lo riempi».

C’è un programma preferito?

“Oggi lo stand-by, il puntino rosso che appare quando l’elettrodomestico è spento. C’è stato un momento in cui ne ho fatta di tv, conservando la mia caratteristica che non è assimilabile ad altri tratti – assolutamente dignitosissimi – ma in questo momento non ne sto facendo: non nascondo che sento la mancanza di non farne, perché aiuta ad avere visibilità, ma non mi vestirei mai da coniglio o da ortaggio per lavorare, con tutto il rispetto per fauna e vegetazione del pianeta…».Patrucco 02 - 1Georges Brassens, andata e ritorno. Il primo amore non si scorda mai.

«Uno dei poeti più grandi del Novecento al quale ho dedicato due miei album. Credo che il suo mondo sia di insegnamento anche per la scrittura umoristica, poi è uno che ha cambiato il modo di fare canzone. E’ stato l’antesignano dei cantautori, ha aperto la strada a un modo di fare canzoni abbracciando tematiche che non fossero sentimental-ginecologiche e dintorni, spostando invece l’attenzione su altro».

De André è un altro che deve tanto a Brassens.

«Inizialmente De André era un clone di Brassens; gli va però riconosciuto l’aver fatto conoscere il maestro al pubblico italiano, al di là delle traduzioni di opere come “I gorilla”, “Morire per delle idee”, “Le passanti”, “Marcia nuziale”, “Delitto di paese”. “Bocca di rosa”, “La città vecchia”, “La canzone di Marinella”, sono francofone e brassensiane come impostazione: De André quel faro lo ha sempre tenuto presente, diventando a sua volta riferimento per la scuola genovese di cantautori che non comprendeva il solo Paoli: “La gatta”, per esempio, è un brandello di una canzone di Brassens. Ciò detto, Brassens per tutti i cantautori non è stato solo un faro ma un tripudio di luci”.

Patrucco, nella sua satira ce n’è per tutti.

«Sarebbe sciocco fare satira a senso unico: non conosco politici immacolati, tutti fanno tutto pur di amministrarci come gli pare; scendono per strada il giorno di festa, alla vigilia del voto, stringono mani, fanno le solite promesse e al lunedì già non li trovi più: polverizzati. E hai voglia a cercarli…».

Che storia è la sua?

«Mi ripeterò, ma non mi ritengo un comico, vengo dal cabaret metà Anni Settanta. Insieme con un gruppo di “irriducibili” ho cominciato dalle cantine, fatto gavetta che oggi molti non fanno in quanto subito promossi in prima serata sulle reti televisive principali. Buon per loro, lo dico senza alcuna punta d’invidia. Il cabaret non è un genere, è uno spazio: chambre, come dicono i francesi, una piccola stanza. I comici in tv, in quegli anni erano Chiari, Bramieri, Macario, Dapporto. Loro sì che facevano bene la tv; noi, sparuto drappello di teste malsane, facevamo invece cabaret. Provavamo a riempire le cantine, gli spazi che ci ospitavano con qualcosa che avesse un contenuto. Il cabaret è un mondo fatto di parola, aforismi, battute e canzoni. Canzoni, appunto. Io non ho iniziato ciarlando e berciando, ma cantando. Suonavo, pianoforte e chitarra: sparavo facezie, bordate, e cantavo…».

Fare tv, suona quasi come un’offesa.

«Non volevamo cambiare il mondo, a noi stavano bene quei posti, quei sentimenti, quelle intenzioni. Abbiamo resistito parecchio. La tv, dicevo, dà popolarità, ma solo se sei in grado di confermare il tuo tratto, il tuo stile, il pubblico resta in perfetta sintonia con le cose che fai».

Bei tempi quelli delle cantine.

«Non sono un passatista, ma a Milano quelli sono stati anni magici. Non ci abbattevamo nemmeno se qualche sera vedevamo più gente sul palco che pubblico in sala».Patrucco 03 - 1Dalla tv alla libreria, dal teatro al cabaret. Vederla, ascoltare i suoi monologhi, è un po’ come tornare sul luogo della “sciagura”.

«Sciagura, bella questa. Mi piace, però, pensare che si saranno trovati bene, tanto da tornarci. La tv, i giornali, i libri, sono luoghi di appuntamento, con decenza parlando. Se uno si trova bene, torna, sennò gira alla larga».

Georges Brassens, grande poeta e interprete francese, tradotto da lei, parola dopo parola. Un fioretto?

«Solo nelle intenzioni, poi quando si spengono le luci e tacciono le voci, giù sciabolate: badile e piccone. Brassens è uno che faceva grande ironia, le sue canzoni di cinquanta, sessant’anni fa sono buone ancora oggi: “Strofe per uno svaligiatore” o “I rampanti”, per esempio, c’è tanta sostanza e attualità».

Ha ritirato riconoscimenti che stanno fra spettacolo e cultura. Lei si sente di stare fra l’uno e l’altra?

«Non esageriamo, io definisco le mie riflessioni “momenti di pessimismo comico” non a caso. Certamente non amo l’ostentazione del tormentone al gratis; amo ragionare sulle cose e mi piace pensare che anche la gente arrivi a sorridere a una battuta che ha l’ambizione di essere ironica, per ragionamento».

Da dieci anni non era ospite in teatro, a Taranto. Ha un buon rapporto con la provincia ionica, ma sostanzialmente con la Puglia.

«Non sono un animale marittimo eppure quando vengo a fare serate da queste parti mi trovo sempre meglio, perché intanto in Puglia mi sento di casa e credo che queste sia una delle regioni dove faccio un bel numero di spettacoli. Insomma, non so per quale contrappasso geografico, quando vengo da queste parti è come se tornassi a casa: gli amici, il pubblico, la gente che mi segue in tv, trova divertenti i miei spettacoli, i miei monologhi, i miei libri».

Vede sempre buio?

«Come il maestro Brassens, al quale chiedevano perché non si lamentasse e lui rispondeva “…solo perché può peggiorare”, io dico che ho la vaga certezza che, di questi tempi, usciti dal tunnel, se ci andrà bene, ma bene bene, riemergeremo in una zona d’ombra…».

Buio.

E i pugliesi vanno a Nord

Migranti e immigrati, stime poco incoraggianti

Al Sud, ragazzi via di casa. In valigia diploma o laurea per cercare migliore fortuna. Uno studio invita a contromisure immediate. Intanto non c’è ricambio, flussi dai Paesi africani segnano il passo. Si teme che altre regioni del Meridione si svuotino.

Più numerosi i pugliesi che emigrano al Nord che i migranti, invece, che si fermano in Puglia. E’ un documento nel quale la Cgil Puglia svolge un’attenta analisi in base ai dati del “Benessere equo e sostenibile” resi pubblici dall’Istat. Risultato doppiamente allarmante se si pensa che la Puglia starebbe meglio delle altre regioni meridionali.

A questo va aggiunto un altro aspetto: peggiora la qualità del lavoro e si fa sempre più largo il rischio di un declino demografico: si chiaro, non c’è soltanto il calo delle nascite, ma anche un’emigrazione dei giovani più istruiti verso il Nord. Giovani che hanno titoli di studio superiori al lavoro che svolgono. Di questo passo, fra qualche anno, se a qualche politico venisse in mente di suonare provocatoriamente qualche citofono, potrebbe non avere alcuna risposta.

Dunque, Sud fermo. Quasi 3 milioni gli occupati persi in confronto del Centro-Nord: una distanza che in circa venti anni registra una fuga più che preoccupante. Per dirla tutta: con un gap simile qualsiasi provvedimento potrà essere adottato a breve, il gap sarà irrecuperabile. I numeri dell’emigrazione dal Meridione verso il Nord sono in costante crescita, e buona parte di questi sono giovani e laureati. Un risultato non certamente compensato dall’immigrazione, visto che gli ingressi nel nostro Paese sono sempre meno.

DISTANZA SUD-NORD

Disarmante l’analisi sul Sud Italia. Dalla metà del 2018 l’occupazione presenta, scaturisce dall’attenta analisi, “una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord”. In breve, leggendo il dato secco, si scopre che gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 “sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%)”.

Tra il 2002 e il 2017, spiega il rapporto, sono emigrati dal Sud verso il Nord oltre 2 milioni (132.187 nel solo 2017). Elemento maggiormente preoccupante: le persone che due anni fa hanno lasciato casa e famiglia per cercare fortuna al Nord, più di sessantaseimila sono giovani. Come a dire che il futuro di terre come Sardegna, Sicilia, Calabra, Puglia, Campania che se ne va.

Aggravare la situazione il dato migratorio secondo cui il saldo interno, compresi i rientri, spiega lo studio, “è negativo per ottocentocinquantamila unità. Nel 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità”. La ripresa dei flussi migratori è la vera emergenza meridionale allargatasi negli ultimi anni anche al resto del Paese.

ITALIA AL RALLENTY

Il progressivo rallentamento dell’economia italiana, si legge nello stesso rapporto, riapre la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito decretando l’inversione di tendenza rispetto a una risalita dell’economia che negli ultimi anni c’è stata ma a ritmi lenti, molto lenti. E gli effetti si vedranno. L’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è del – 0,3%.

«Continuiamo a registrare dati che non ci lasciano tranquilli – ha detto il segretario generale della CGIL Puglia, Pino Gesmundo – c’è sempre un divario tra Nord e Sud sulla occupazione di giovani lavoratori che hanno titoli di studio superiori al lavoro che svolgono. Bisogna insistere su politiche di sviluppo del governo nazionale per il Mezzogiorno, utilizzare meglio i fondi strutturali che ci consentiranno di superare il divario, se consideriamo che utilizziamo solo il 27% dei Fondi Fesr. Quindi, dialogo e collaborazione sono indispensabili per lo sviluppo».

Infine, altro tasto dolente, le donne del Sud non sono sufficientemente garantite: sia per la qualità del lavoro sia per i servizi di supporto alle famiglie. Sarà pertanto necessario, anche a livello locale, avviare un percorso di sviluppo duraturo e stabile capace di produrre buona occupazione, stabile e soddisfacente.

«Tolo tolo, promosso!»

Checco Zalone e il suo film, i nostri ragazzi applaudono

«L’attore-regista ha dato addosso ai pregiudizi di alcuni italiani», dicono Abdo, Modou, Boubakary e Ibrahim. Ospiti di Luciano e Adriano Di Giorgio, titolari del cinema Orfeo. «Cercavo un’opinione spassionata sul tema del film», dice uno dei gestori. «Tanto rumore per nulla!», esclamano Roberta e Francesco.

Se ne è parlato e scritto prima che il film uscisse. Checco Zalone, uno dei personaggi di successo del cinema italiano, ha fatto parlare di sé alla vigilia della programmazione del film “Tolo tolo” nelle sale cinematografiche a partire dall’1 gennaio (brindisi tarantino per l’attore-regista). Aveva lanciato un tralier con annessa canzone-guida, titolo, nemmeno a dirlo, “Immigrato”. Zalone (Luca Medici all’anagrafe) può piacere o non può piacere, dividerà l’opinione pubblica in due fazioni, forse anche in una terza, quella che di simili diatribe se ne infischia, ma è uno che riesce comunque a far parlare di sé per il suo “politicamente scorretto”.

Dunque, “Tolo tolo”. L’idea di comprendere il punto di vista dei nostri ragazzi, quelli di “Costruiamo Insieme”, fra operatori e ospiti della cooperativa, parte dai titolari del cinema Orfeo, Adriano e Luciano Di Giorgio. «Posso invitare un po’ di vostri ragazzi? Mi piacerebbe conoscere il loro punto di vista». Parole di Luciano. «In Italia, Paese di santi e navigatori, ma anche di tuttologi aggiungerei io», prosegue il gestore del cinema-teatro di via Pitagora a Taranto, «parlano tutti: tutti sanno di tutto, tanto che questi fenomeni non sentono la necessità di sentire quelli che sarebbero i diretti interessati, quanti sarebbero stati colpiti dalle presunte offese dell’attore-regista: gli extracomunitari». E allora, ecco l’invito formale ai ragazzi della cooperativa: tre operatori, Roberta, Francesco e Abdo e tre ospiti, Modou, Boubakary e Ibrahim. Detto, fatto. Sabato pomeriggio, disposti in fila, uno accanto all’altro. Paolo scatta una foto dietro l’altra, fino a quando non si spengono le luci e tacciono le voci.

Fine del film, prima di uscire dal cinema, tutti nel foyer per un punto di vista a caldo. «A me è piaciuto molto: senza voler peccare di presunzione, penso che Checco Zalone abbia picchiato quella parte di italiani che hanno pregiudizi nei confronti di quelli come me, di colore: altro che film razzista! Fossi stato italiano, avrei avuto qualcosa da ridire a riguardo…». Abdo, gambiano, ventidue anni, operatore di “Costruiamo Insieme”, parla un perfetto italiano.STORIE Tolo 02FINE PROIEZIONE

Uscita del cinema Orfeo di Taranto, dove è ancora in programmazione il “discusso” “Tolo tolo”. Abdou non viene lontanamente sfiorato dal dubbio, parla a ruota libera del film scritto, diretto e interpretato da Checco Zalone, finito nell’occhio del ciclone di una parte della critica per presunti temi razzisti. A cominciare, si diceva, da “Immigrato”, colonna sonora del film alla quale ognuno ha dato una sua interpretazione.

Abdo, con i colleghi Roberta e Francesco ed amici, ospiti di “Costruiamo Insieme”, è fra quanti hanno raccolto l’invito di Luciano e Adriano Di Giorgio, titolari dell’Orfeo. «Qualche mese fa avevo sentito dire e letto – prosegue il ragazzone che sfiora il metro e novanta – che Checco Zalone avrebbe attaccato e offeso gli immigrati giunti in Italia con un motivo musicale; conosco a memoria tutti i suoi film, la sua comicità, l’altro giorno ho rivisto in tv “Cado dalle nubi”: la sua canzone, “Angela”, più la sento e più mi fa ridere; forse in quest’ultimo caso avrebbero dovuto risentirsi le donne, in qualche modo offese dal testo, molto maschilista, invece le signore non lo hanno fatto: evidentemente queste hanno maggiore saggezza rispetto a qualcun altro…».

«A me il film ha divertito molto – dice Luciano Di Giorgio, uno dei due titolari dell’Orfeo – e non lo dico in quanto parte interessata, considerando “Tolo tolo” in programmazione dallo scorso 1 gennaio: mi sono posto più di una domanda, volevo confrontarmi con altri per conoscere opinioni, anche forti, se ce ne fossero state; per questo con mio fratello Adriano abbiamo rivolto l’invito a un gruppo di ragazzi extracomunitari a vedere il film e darci la loro spassionata opinione, disposti a condividerla qualsiasi questa fosse stata: ora posso dire che non avevo dubbi; mi interessava, però, conoscere il parere di ragazzi come loro, stranieri, che hanno imparato in fretta l’italiano e che, credo, in quanto a sensibilità possano dare punti a più di qualcuno, specie a quanti vedono complotti e congiure ovunque, anche in un film che ha una sola “mission”: far trascorrere al pubblico un’ora e mezza nella massima spensieratezza».

Con Abdo, due colleghi operatori, Roberta e Francesco. E con loro anche Modou e Boubakary, senegalesi di trentatrè e ventuno anni, e Ibrahim, maliano, ventisei anni. «A me è piaciuta l’idea che Zalone abbia raccontato la storia al contrario – dice “Ibra” – cioè quella di un italiano in Africa, provando a far comprendere cosa significhi la diversità, essere bianco fra mille neri, le difficoltà, la lingua, il lavoro, la nostalgia di casa…».

I ragazzi, a fine della proiezione sostano per qualche istante all’ingresso dell’Orfeo. Scambiano ancora personali punti di vista, li sommano fra loro, sono tutti d’accordo: il film è promosso.STORIE Tolo 03DIECI!

«Dovessi dare un voto anche io – dice “Bouba” – gli darei un bel dieci, mi ha riportato nel mio clima africano provocato nostalgia, ma anche fatto ridere, e tanto, specie quando – non conoscendo la lingua – il protagonista si becca un “vaffa”: capita anche qui che qualche volta possa sfuggire una di queste espressioni forti: noi ne abbiamo sentite, ma basta non darci peso…».

«Non solo il film, anche l’Italia è un Paese da promuovere con il massimo dei voti – completa Modou – se anche un italiano dovesse mandarti al diavolo, stai sicuro che altri cento sono pronti ad accoglierti a braccia aperte».

«Abbiamo riso tanto, comincia con tante battute – conclude Abdou – prosegue con qualche riflessione che dovrebbe far pensare africani ed europei, sia chiaro, e finisce come fosse una favola, con i saluti di Checco Zalone che promette di tornare in Africa con “cento chili di permessi di soggiorno” per tutti; è una frase divertente: è un film, non un discorso elettorale, dunque ripeto: alla fine avrebbero dovuto risentirsi più gli italiani, visto che non è la prima volta che l’attore critica il sistema con battute a raffica, o sbaglio?».

«A noi il film è piaciuto – dicono Roberta e Francesco, anche loro operatori – abbiamo riso, conosciamo il cinema di Checco Zalone, lo stesso qualcuno dei nostri ragazzi; la cosa bella è che abbiamo riso insieme a loro, nello stesso momento, evidentemente non erano battute discriminanti; non per scomodare Shakespeare, ma possiamo dire che, alla fine, intorno al film c’è stato molto rumore per nulla: “Tolo tolo” è brillante, strappa risate e riflessioni, crediamo che tanto basti».

«Non facciamo terrorismo»

Maria Grazia Serra, presidente di Medici per l’Ambiente (ISDE)

«Siamo quaranta, proviamo a dare risposte, ma la gente ha paura. Risposta blanda dal quartiere Tamburi, rione a ridosso dell’industria. L’intervista del New York Times, ci ha lusingati. Continuiamo a fare il nostro lavoro, ringraziamo quelle farmacie che ci ospitano nei quartieri cittadini»

Prosegue la nostra rubrica “Assistenti e assistiti”, una panoramica sulle associazioni di cittadini e professionisti che hanno a cuore il sociale. Ultimo ospite di sito, canale youtube e web radio di Costruiamo Insieme, Maria Grazia Serra, presidente dell’associazione ISDE, Medici per l’Ambiente.

Presidente, cominciamo dalla cronaca, la telefonata di un giornalista della redazione romana del prestigioso New York Times.

«Essere contattati da una testata così importante non ha potuto che farci piacere; a loro ha interessato l’impegno volontario di una quarantina di medici a disposizione di chiunque, su un territorio che in fatto ambientale non se la passa poi così tanto bene, avesse bisogno di controlli più approfonditi; nello stesso tempo, chi ci ha intervistati voleva inoltre conoscere il nostro impegno nel coprire quel vuoto informativo che a volte si registra – per motivi di carattere scientifico e, a volte, per scelte politiche – sul nostro territorio. Non che gli organi di informazione locali non ci stiano vicini, ma che del nostro impegno si accorgessero anche all’estero non ha potuto che farci enorme piacere».

Se l’aspettava una simile attestazione di stima?

«Siamo rimasti favorevolmente sorpresi, ci hanno rivolto domande sugli sportelli informativi, ma anche sull’informazione che portiamo a conoscenza degli studenti da quattro, anche cinque anni, con il programma “Ambiente e salute, parliamone a scuola”. E’ stata la prima volta che la stampa internazionale ci ha gratificati intervistandoci».I GIORNI Serra 2 - 1Passo indietro, l’idea dell’associazione, come nasce e si sviluppa.

«L’ISDE, associazione della quale facciamo parte, è riconosciuta a livello internazionale dall’organizzazione mondiale della Sanità; in Italia sono diverse le sedi ISDE; in Puglia il problema è particolarmente sentito, pertanto i Medici per l’ambiente sono molti di più rispetto ad altre regioni: esistono sedi a Taranto, Lecce, Foggia, il presidente Di Ciaula a Bari, molto attivo; giorni fa, proprio per spiegare la Medicina ambientale, sono stata invitata in università a tenere una lezione per i giovani medici che stanno svolgendo una preparazione in Medicina generale. Insomma, siamo presenti a tutto tondo nell’attività informativa.

ISDE Taranto conta quaranta iscritti, un numero non molto elevato, considerando i medici presenti sul nostro territorio; posso dire, però, che siamo molto attivi; ci interpellano, invitano spesso e ovunque ci sia da fare chiarezza sul nostro ruolo e sullo stato di salute dei nostri cittadini; dell’associazione fanno parte pediatri che si sono spesi e continuano a farlo con grande generosità, nei confronti dei piccoli affetti da problemi di salute».

Dalla vostra angolazione, la foto della nostra città, l’ambiente che circonda il territorio ionico.

«Con gli sportelli informativi, polso della situazione in tema di ambiente, registriamo nei nostri interlocutori una certa inconsapevolezza e scarsa partecipazione, per giunta proprio in quei quartieri dove il problema dovrebbero avvertirlo con maggiore costanza, è il caso del rione Tamburi: non sono molti quei cittadini che vengono a trovarci per porre domande ed ascoltare le nostre risposte».
I GIORNI Serra 3 - 1Quale domanda si è fatta e quale risposta si è data?

«Potrebbe dipendere da una sorta di rifiuto, forse da una mancanza di fiducia nei confronti dei medici e della stessa medicina».

Magari la gente si è sentita trascurata a lungo, sentita strumento politico.

«Di sicuro la gente ha un costante bisogno di essere rassicurata; senza nulla togliere al reparto di Oncologia pediatrica nel quale sono attivi colleghi preparatissimi, e forse per questo l’impressione che ne ricaviamo è come se la gente dicesse “è vero ci ammaliamo, ma possiamo sempre curarci sul territorio avendo strutture importanti”. La gente non vuole essere spaventata, ma accompagnata ad eventuali cure, anche se – è bene ribadirlo – i Medici per l’ambiente fanno informazione e non terrorismo: è importante, invece, sapere quello che occorre fare per prevenire eventuali problemi di salute».

Cosa chiede la gente.

«Le domande più frequenti riguardano l’alimentazione e i giorni di vento, i tristemente noti come “wind day”: sul quartiere Tamburi siamo ospiti della farmacia “Clemente” di via Galeso; prossimamente contiamo di aprire uno studio nei quartieri Paolo VI e Tre Carrare, ospiti in quest’ultimo caso della farmacia “Quaranta”. In buona sostanza, le persone sentono la necessità innanzitutto di fidarsi. Siamo stati costantemente presenti nelle scuole dei tamburi per tranquillizzare genitori e alunni; ripeto: mai fatto terrorismo, proviamo piuttosto a collaborare con le istituzioni per trovare con queste una soluzione, che poi è quanto chiedono i cittadini del quartiere».

Cosa fare per mettersi in contatto con i Medici per l’ambiente.

«La nostra sede a Taranto in via Calamandrei 3, telefono 099.7792785; abbiamo inoltre un sito, www.isde.it e una pagina facebook, “Isde Taranto”. Siamo a disposizione di chiunque per rispondere a qualsiasi domanda su temi che possano essere di nostra pertinenza e trovare, eventualmente, insieme agli interessati delle soluzioni».

«Cozza, rilanciamola!»

Il mitile tarantino, promosso da destra e sinistra

Maldicenze, sequestri e distruzioni a tonnellate. La politica torna su uno dei simboli della Città dei Due mari. Renato Perrini (Fratelli d’Italia) invita le istituzioni alla ribilitazione del prodotto ittico («Commissario alle bonifiche, si pronunci…»), il presidente Emiliano firma ordinanze e ne caldeggia il consumo («…è la più buona e sicura del mondo»).

La cozza, simbolo di Taranto. Vessata, distrutta fisicamente, nel senso di sequestrata e mandata al macero, sempre e comunque, oggi è un simbolo da rivalutare. Intanto perché è sicura, lo dicono le analisi (e non da oggi), poi perché è buona come nessun’altra cozza al mondo. Allevata nella zona di Taranto, in particolar modo nel Mar Piccolo, il peculiare sapore della cozza tarantina è dato dalle condizioni di salinità del mar Piccolo attraversato dai citri, le famose sorgenti sottomarine d’acqua dolce in grado di ossigenare l’acqua e favorire lo sviluppo del plancton e dalle correnti d’acqua dolce del fiume Galeso. Ecco spiegate singolarità e bontà della cozza tarantina.

Perché, oggi, il mitile più famoso al mondo balza di nuovo agli onori della cronaca. Perché se n’è accorta la politica, quale tipo prima, quale dopo, non importa, soprattutto se l’interesse è trasversale e arriva, come si dice, da destra come da sinistra.

Così, l’altro giorno il consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Renato Perrini, ha riportato al centro del dibattito «la cozza tarantina, considerata un tempo la migliore al mondo e negli ultimi tempi “inquinata” più dalle polemiche e dalla burocrazia che dal mare!». Senza tanti giri di parole, il consigliere, non l’unico a schierarsi dalla parte del pregiato mitile, ma in buona sostanza anche da quella dei mitilicoltori, appena qualche giorno fa. «L’intero settore – dichiara Perrini – ha bisogno di una boccata di ottimismo, così come il consumatore ha bisogno di sentirsi tranquillo quando consuma il mitile tarantino». Non solo una dichiarazione a favore di telecamera, ma anche un documento concreto per sollecitare ulteriormente su un tema che sta a cuore ai tarantini, il presidente della Commissione all’Ambiente, Mauro Vizzino. «Lo scopo – il punto di vista del politico, martinese di nascita, crispianese di adozione – affinché calendarizzi l’audizione del Commissario straordinario alle Bonifiche di Taranto, Vera Corbelli, e del direttore del Dipartimento Ecologia della Regione, Barbara Valenzano, sullo stato delle Bonifiche anche nel Mar Piccolo».

«Un anno e mezzo fa – prosegue Perrini – sempre in un’audizione sollecitata dal sottoscritto, il Commissario straordinario alle Bonifiche di Taranto fece promesse e rassicurazioni: ma, oggi, a che punto sono i lavori? Per questo motivo ho avanzato richiesta per un’altra audizione, e stavolta non solo con la partecipazione della stessa Corbelli, ma anche con la Valenzano, oltre che con il presidente Michele Emiliano: lo scopo è mettere intorno al tavolo tutte le parti interessate alla bonifica per sentire dalla viva voce a che punto è l’intervento di messa in sicurezza e gestione della zona, per fare chiarezza una volta per tutte».

BUONA E SICURA…

E se da destra “s’ode uno squillo di tromba”, da sinistra “risponde uno squillo”, anche se trattasi di figura istituzionale, dunque, al centro di qualsiasi tema. Il riferimento è al governatore di Puglia, Michele Emiliano, nelle recenti primarie indicato come presidente della Regione.  «La cozza di Taranto è la più buona e sicura al mondo», ebbe a dire qualche anno fa. E non in periodo di elezioni. Era un momento in cui Emiliano era in sella sua poltrona di governatore e le cozze tarantine erano poste sotto sequestro e mandate al macero. Firmò perfino un’ordinanza per «evitare la distruzione scontata di una grande quantità di prodotto e consente di avere la matematica certezza della bontà dei mitili tarantini». Lo ribadì nel corso di una conferenza stampa a commento dei risultati di una operazione di sequestro, svoltasi proprio a Taranto, che vide la distruzione di qualcosa come 30 tonnellate di mitili presenti nel primo seno del Mar Piccolo, con una dimensione superiore ai tre centimetri, e che non erano state spostate in altre aree entro il 31 marzo 2016 così come disposto da un’ordinanza dello stesso presidente della Regione.

All’incontro con la stampa parteciparono sindaco della città di Taranto, direttore generale dell’ASL di Taranto, il direttore del Dipartimento di prevenzione dell’ASL di Taranto, il comandante della Capitaneria di porto di Taranto, il comandante regionale Guardia di finanza, il comandante ROAN Guardia di finanza Bari, il comandante provinciale Guardia di finanza di Taranto e il comandante della Compagnia carabinieri di Taranto.

Nell’occasione, Emiliano fece di più, espresse «orgoglio per il metodo di lavoro messo a punto, metodo che parte da un’analisi ragionevole di ciò che avviene, secondo la fisiologia dei mitili e secondo le condizioni ambientali, e arriva alla soluzione adottata dalla Asl di Taranto, in collaborazione con gli stessi mitilicoltori e al recepimento della strategia da parte della Regione Puglia che, con una ordinanza innovativa, ha trovato la giusta soluzione compatibile con le esigenze di tutela della salute dei consumatori». Nell’occasione, il governato della Puglia, pose l’accento su «un’operazione titanica resa possibile grazie alla collaborazione di tutte le forze dell’ordine che tra di loro si sono coordinate per garantire i controlli e per garantire alla cozza tarantina di essere, non solo la più buona del mondo, ma anche la più sicura del mondo».

«Amo i doni del cielo»

Omar, ventiquattro anni, senegalese

«Apprezzo pioggia e sole allo stesso modo, mi bastano per riconciliarmi con la vita. Sfuggito ai maltrattamenti nel mio Paese, sono finito tra le grinfie di aguzzini che giocavano con la mia pelle. Affondavano una lunga lama, provocavano ferite, provavamo a dormire su un fianco, tutto inutile. Dopo la libertà. Il mio secondo sogno…»

 «Faccio l’elettrauto, in realtà l’ho sempre fatto, fin da piccolo, ho dovuto imparare subito cosa fosse la vita; adolescenza, poca roba, ho perso papà quando non avevo ancora tre mesi, fui costretto a crescere in fretta». Omar, senegalese, poco più di ventiquattro anni, racconta la sua storia, fatta di sacrifici e voglia di cambiare aria, perché a casa le cose non andavano bene. «E non perché con mamma, fratello e sorella non ci intendessimo, tutt’altro, anzi, li sento spesso: non c’era prospettiva, lavoro ne circolava poco, come il rispetto che nel mio Paese per lungo tempo era un vocabolo dimenticato da tutti, anche dai disperati».

Comprensibile lo sfogo di Omar. «Giravo per trovare un lavoro – racconta – e mi capitava di imbattermi in gente che indossava divise militari, forse milizie, che senza tante domande ti sbatteva contro un muro per provocare una tua reazione, un pretesto per picchiarti; e non erano episodi saltuari, ma cose che accadevano ormai tutti i giorni, come se dovessi pagare dazio sulla terra che calpestavi, l’aria che respiravi, il lavoro che avresti fatto: non c’erano più le condizioni per restare, così un giorno ne parlai in famiglia; soliti discorsi, “Vedrai passerà”, “Questo stato di cose non può durare in eterno”, “Aspettiamo che il tempo passi al bello…”».

Il tempo, bello o brutto che fosse, ci fosse il sole o la pioggia, per Omar guardare il cielo è una festa. «Ho cominciato ad apprezzare la pioggia, che dalle nostre parti – come in Italia, suppongo – significa vita, considerando che l’acqua caduta dal cielo feconda la terra; la limitazione della tua libertà, negarti il rispetto, ti fa apprezzare di più i doni dell’universo; neppure il mare mi faceva paura, quella grande distesa che aveva ingoiato migliaia di fratelli era il passaggio obbligato per la libertà, un ponte per l’Italia, un Paese che ho subito amato…».

«PANE, ACQUA E COLTELLATE»

Mali, Burkina Faso e Niger, attraversati senza problemi. «Quelli cominciano in Libia, quando capiti nelle grinfie di gente che vive di ricatti, vessazioni di qualsiasi genere: ti vedono, sei nero, si avvicinano, ti chiedono cosa stia facendo in giro e se non rispondi giù botte, e allora per non mettere nei guai altri fratelli – questi gli accordi fra noi, per non mettere nei guai il prossimo – dici che ti sei perso, non sai dove ti trovi in quel momento: ti imprigionano in uno stanzone e lì rischi di restare, se non telefoni a casa e ti fai mandare del denaro per riscattare la tua libertà».

La prigionia, una tortura. «Trattati a pane e acqua, e ci andava già bene: ho saputo di ragazzi che restavano senza toccare cibo per settimane, morire anche di fame; noi ce la cavavamo con le torture, così pagavamo pane e acqua: tiravano in aria un ananas e lo tagliavano in due con un solo colpo, un coltello lungo e affilato, con una punta che faceva paura».

Omar e le cicatrici sulla spalla. «Ecco i segni di torture, se non sei forte e non cadi nella tentazione di farla finita a causa di quelle continue torture, puoi considerarti fortunato: la punta di quella lama entrava nella tua pelle, nella carne viva, quasi volessero scuoiarti e, allora, non ti restava che pregare che quella sofferenza prima o poi finisse; ci leccavamo le ferite e provavamo a dormire su un fianco, con quel dolore lancinante…».

RISCATTO E LIBERTA’

Alla fine arrivano i soldi. «Pochi, ma arrivano, mille euro, una somma che hanno incassato prima darmi il benservito con un calcione, come a dire “Vai e ritieniti fortunato!”: è così che funziona; un viaggio di tre giorni a fissare il cielo e il mare azzurri la mattina, neri la notte, prima di arrivare in Sicilia; ero in Italia e nessuno mi avrebbe più fatto del male, un periodo nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” e, in quel periodo, a cercare lavoro, qualsiasi cosa, purché non mi sentissi più un peso per nessuno».

Linea diretta con Korda, città non piccola, né grande, del Senegal. «Sento spesso i miei familiari, parenti e amici, è sempre un momento di grande gioia, anche se questa sensazione di felicità, la sento da quando ho messo piede qui, in Italia: è qui che vorrei restare, trovare un lavoro stabile e mettere su famiglia. Sarebbe come avverare un mio secondo sogno: il primo è stato il senso di libertà…».

«Siate più attenti!»

Intervista a Simone Cristicchi e “Abbi cura di me”

«L’indifferenza è il problema principale della società di oggi». Con l’Orchestra della Magna Grecia, a Taranto il cantautore registra tre “sold out” in due giorni. I successi del cantautore, da “Vorrei cantare come Biagio” a “Ti regalerò una rosa”, dedicata al povero Cosimo Antonio Stano picchiato e ucciso selvaggiamente.

E’ stato un grande successo quello registrato da Simone Cristicchi con lo spettacolo “Abbi cura di me” in scena al teatro Fusco di Taranto per tre volte in due giorni (sabato scorso un matinée per le scuole) con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Valter Sivilotti all’interno della Stagione orchestrale 2019/2020 con la direzione artistica del maestro Piero Romano. Ospite, applauditissima, la cantante Amara, autrice di successi, fra questi “Che sia benedetta”. Con l’artista romano, uno degli autori più sensibili del nostro panorama musicale, una lunga chiacchierata su temi diversi e sempre delicati.

Cominciamo dalle fragilità, tema del quale si occupa spesso. «Siamo esseri umani, dunque se viviamo non possiamo non avere riportato delle ferite: alcune di queste, ferite profonde, le ricordiamo: quando eravamo nella pancia materna percepivamo già che atmosfera ci fosse in casa; se ti avevano desiderato, se esisteva armonia: ferite, proprio così, ce le portiamo dietro e dobbiamo avere il coraggio di trasformarle in qualcosa di bello da condividere con gli altri.

Ripeto spesso: non siamo venuti al mondo per essere perfetti, ma per essere veri, e quando ti togli quella maschera di perfezionismo diventi più forte: perché sei te stesso e nessuno può distruggerti. Ho perso mio padre a dieci anni, un dolore che mi ha spinto a chiudermi in me stesso, nella mia stanza. Ma è proprio lì che ho scoperto la cura, la terapia dell’arte; per curare questa grande ferita ho cominciato a disegnare, raccontare, scrivere storie e racconti, e da lì in poi, la musica, le canzoni. Come dice un mio amico, Ermes Longhi: da una ferita può nascere una feritoia e da questa puoi riuscire a vedere l’infinito che esiste oltre. Anche Leonard Cohen dice “in ogni cosa c’è una crepa ed è da lì che passa la luce”, parole sacrosante».CRISTICCHI Foto 01Gran brutta cosa la distrazione, volontaria o, in qualche modo, indotta. «Il problema principale del momento storico in cui viviamo – dice Cristicchi – è la disattenzione, è questa a generare indifferenza. “Avere cura” può sembrare uno slogan, in realtà è un modo di vivere, un ritorno all’essenza, alle priorità: cosa ci serve per essere davvero felici? Alla fine avvertiamo la sensazione che a renderci felici siano poche cose, una di queste è lo stare attenti; non farsi pregare, non farsi addormentare dal frastuono del mondo. Ai ragazzi cerco di comunicare questo: state attenti, rivolgete l’animo verso qualcosa che è fuori di voi, non siate egoisti e attenti al solo vostro orticello. Cominciate, invece, ad immaginare come può essere il mondo e come, questo, può cambiare: il potere, in qualche modo ci addormenta, ci fa sentire inutili, come se ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, scelta, non abbia valore».

Ogni sorriso, ogni piccola azione compiuta può cambiarci una intera giornata. «Un consiglio spassionato: state vicini gli uni vicini agli altri, consapevoli di partecipare a una comunità che non è virtuale, ma reale e che si può toccare con mano. I social con il tempo sono diventati uno specchio per le allodole. Lo slogan iniziale di Facebook e del suo inventore, Mark Zuckenberg, era il seguente: “Mai più soli”. Paradossalmente, invece, siamo diventati più soli. Ci siamo chiusi in noi stessi, schiavi di un telefonino, tanto che oggi è difficile trovare l’essenza a cui mi riferisco: tornare all’umanità, alle poche cose che davvero ci servono per sentirci vivi».

Cristicchi e la forza della parola. «“Abbi cura di me” è dedicato alla potenza della parola, al messaggio che questa riesce a trasmettere. Dice Amara, che ho il privilegio di ospitare nei miei concerti: “la responsabilità del microfono”. Ha perfettamente ragione: avere fra le mani questo strumento non è cosa scontata; salire su un palco significa poter toccare certe corde, andare in profondità, smuovere gli animi, soprattutto quelli dei giovani. Lo scopo è riuscire a dare messaggi che siano riflessioni all’interno di un concerto; vero, si assiste a una esecuzione orchestrale meravigliosa, però l’attenzione deve essere rivolta a questa parola che può davvero cambiare il corso della vita».

Cresciuto ascoltando i nostri grandi cantautori. «De André, De Gregori, Battiato, Fossati, li considero i miei “padri”: con le loro parole hanno cambiato il mio modo di guardare il mondo. Ed è ciò che cerco di fare nel mio piccolo: riprodurre sensazioni simili. Endrigo, poi, è stato in qualche modo il mio mentore; con me condivise un duetto nel mio album di esordio. Sono molto affezionato a lui, con l’Orchestra della Magna Grecia propongo “Io che amo solo te”, che però faccio cantare alla sola platea: un’esecuzione speciale per orchestra e pubblico. Altro omaggio, “Emozioni” di Battisti, che con Mogol ha impresso una bella scossa alla canzone italiana»CRISTICCHI Foto 02Diversi i suoi tributi ai grandi della canzone. Non ci sono progetti simili nell’immediato futuro. «Per ora no, in un recente passato ho reso omaggio a Sergio Endrigo con uno spettacolo dedicato interamente lui, poi a “La Buona novella”, quarto album di De André; oggi, avendo fra le mani un repertorio che rappresenta il mio cammino artistico, riesco spesso ad ospitare contributi di altri artisti. Così capita di cantare “Vorrei cantare come Biagio” e “Abbi cura di me”, due opposti: la prima, divertente, ironica, scanzonata, tormentone dell’estate; l’altra, una sorta di preghiera. E, in mezzo, un intero percorso che mi piace raccontare al pubblico».

Una piacevole scoperta, Amara, sua ospite sul palcoscenico del teatro Fusco. Sembrava vi conosceste da tempo. «Invece l’ho conosciuta la scorsa primavera. Ci siamo incontrati ad Assisi e da lì è nata l’idea di invitarla a cantare in un mio concerto a Firenze: ci sono pochi artisti con cui sento la stessa vibrazione e la stessa voglia di trasmettere dei messaggi forti. Io e Amara siamo sulla stessa frequenza e cerchiamo di bilanciare le nostre due personalità; invitarla sullo stesso palcoscenico e collaborare a questo progetto, per me è una cosa naturale: è lei che fa un regalo a me: i suoi messaggi sono un po’ anche i miei, e i miei sono un po’ anche i suoi. E credo che questo si senta».

A proposito di strumenti potentissimi, la canzone è uno di questi. «In tre minuti riesce a smuoverti quello che hai dentro, a farti sentire emozioni, a trascinarti dentro una storia. “Ti regalerò una rosa” è l’esempio, il mio manifesto: raccontare una storia e mettere al centro che non ha voce, chi è privo di visibilità, in questo caso gli emarginati; ognuno di noi potrebbe cadere nella follia da un momento all’altro ed è proprio questo che ci spaventa nella malattia mentale. Trovo, dunque, interessante utilizzare il palcoscenico, mettere in luce queste realtà di cui poco si parla e dire: “Esiste Antonio Cosimo Stano!”. Lui è uno dei miei “santi silenziosi”, a volte agnelli sacrificali che muoiono per risvegliarci. Nei miei concerti dedico spesso questa canzone all’anziano disabile picchiato selvaggiamente a Manduria, che il caso ha voluto si chiamasse proprio come il protagonista di “Ti regalerò una rosa”: quando penso ad Antonio, immagino che finalmente voli libero, ora che ha fregato tutti trasferendosi in un’altra dimensione. Chi ha compiuto quell’aggressione ha sì una grande responsabilità, ma, attenzione, è anche il mondo ad averne una enorme: che mondo abbiamo costruito, che mondo stiamo dando a questi ragazzi se poi compiono questo tipo di azioni così violente?».