Un altro Oscar…

Checco Zalone condivide “La vacinada” con la star Helen Mirren

E’ il nuovo tormentone dell’estate. L’attrice che vinse la statuetta per lo straordinario “The Queen” e che ama la Puglia, si presta nel lanciare un messaggio: vaccinatevi. Mostra il braccio, mentre l’attore-regista fa un po’ lo Julio Iglesias dei giorni nostri. La nostra regione si pone in pole per la nuova stagione per accogliere turisti da tutto il mondo.

 

Un Oscar per la Puglia. Helen Mirren , salentina di adozione, vincitrice della prestigiosa statuetta per la magistrale interpretazione di “The Queen”, presta il suo volto e il suo proverbiale sorriso per l’ultima invenzione di Checco Zalone, all’anagrafe Luca Medici.

L’attore e regista barese, infatti, ha appena pubblicato una canzone che si candida a diventare tormentone dell’estate: “La Vacinada”. E’, infatti, questo il titolo della sua ultima, inattesa scommessa. Un brano pensato, creato e realizzato in un batter d’occhio, senza un annunci, comunicati ufficiale. E’ comunque un progetto ben articolato, confezionato in modo impeccabile, nonostante la cifra più comica che brillante contenuta dal testo. Il video, appena pubblicato, è diventato virale. Ci hanno pensato i social, a cominciare da Facebook, con Checco Zalone nelle vesti di un improbabile Oscar Francisco Zalon, uomo d’arte che, a bordo di una cabriolet, viaggia fra le strade del Salento imbattendosi in una «ospite» d’eccezione: Helen Mirren, appunto, che come è noto ha adottato la Puglia come fosse la sua seconda casa.

Ed è proprio la Mirren la “vacinada” del titolo, un altro messaggio che l’attore e regista lancia dopo quello del film “Tolo Tolo”, per sensibilizzare gli italiani su un altro tema delicato: la vaccinazione contro il covid 19. «L’immunidad de gregge ancor no è arivada, ma menomal que estàs la vacinada», scrive e canta ne “La Vacinada”, Checco. Un ritmo latino, da bachata, con il quale del quale è protagonista l’attrice-Oscar, che parla italiano e mostra, fiera, un braccio per mostrare l’importanza della vaccinazione per la sicurezza di tutti.

 

«ADORO LA PUGLIA!»

Video caldo, divertente, con un Zalone in gran spolvero e la Mirren, divertita, e straordinaria, come deve esserlo una grande artista che ha accettato una sfida con il sorriso sulle labbra. Non è la prima volta che l’attrice britannica, che vanta non solo un Oscar, ma anche tre Golden Globe, quattro Bafta, cinque Screen Actors Guild Awards, quattro Emmy Awards, un Tony Award e chi più ne ha più ne metta, mostri affetto per l’attore-regista, ma anche per la nostra regione. «Come si fa a non amare l’Italia? Vorrei lavorare in qualsiasi film ambientato in Puglia», dice la grande attrice. «Adoro Checco Zalone, ho una casa in Salento e da queste parti faccio una vita normale: partecipo alle feste di paese, vado a fare la spesa e mi dedico al giardinaggio», si era lasciata sfuggire la Mirren durante l’ultima edizione del Festival di Berlino. Una dichiarazione d’amore che, evidentemente, che l’attore-regista pugliese non si è lasciato sfuggire. Detto, fatto. L’idea che diventa una canzone scacciapensieri e un ritornello che ci accompagnerà per l’intera estate, con l’espressione divertita di un volto noto in tutto il mondo, quello della Dama di Commedia dell’Ordine dell’Impero britannico. Pertanto, vola la canzone di Checco, ma anche l’intera Puglia che di questi tempi invoca una spinta promozionale per attestarsi daccapo come l’angolo più bello e accogliente dell’intero pianeta.

Nel testo della canzone, davvero spassoso, Checco Zalone chiama la Mirren «regina», evidentemente in ossequio alle tante volte che l’attrice ha indossato la corona sul grande schermo. Il cantattore si propone a lei, sfacciatamente, come il suo “nuovo” Oscar, considerando che nel video interpreta un turista che parla la lingua neolatina, quasi fosse un po’ Julio Iglesias, un po’ Tonino  Carotone.

«Testa bassa e pedalare»

Patrick, italiano, origini congolesi

«Mio padre è andato via dal suo Paese, ha girato Medio oriente ed Europa, prima di stabilirsi qui. Lui e i miei nonni mi hanno insegnato ad abbattere i confini, non solo geografici. Studio e mi relaziono con i miei giovani colleghi: stiamo cominciando a cambiare il mondo, in meglio…»

 

Patrick, ventuno anni appena compiuti. Di origini congolesi, risiede in Italia fin da giovanissimo, ma si sente cittadino del mondo. «In realtà le frontiere – dice – sono sempre state una pessima idea, e parlo non solo dei confini territoriali, ma anche di quelli mentali; non voglio fare filosofia spicciola, ma questa idea di sentirmi libero me la porto dentro fin da piccolo, come fosse l’eredità consegnatami dai miei nonni, uno dei quali aveva una modesta piantagione di caffè: poca cosa, sia chiaro, lui stesso era proprietario e dipendente, il raccolto era quasi sufficiente a sfamare due famiglie, ma vivere con la paura che una volta il raccolto andasse perso a causa del maltempo o saccheggiato, non era un bel vivere, per questo piuttosto che edere figli e nipoti vivere alla giornata, quando andava bene, i nonni, nonostante avessero il dolore nel cuore, indicarono ai “miei” la strada per la libertà: ho seguito l’insegnamento di papà che preparò lo zaino e partì per studiare in un Paese ospitale e prendersi un titolo di studio che potesse metterlo in condizione di aiutare non solo la famiglia che avrebbe creato, ma anche i ragazzi nelle sue, e mie, stesse condizioni».

Patrick gira per le stradine della Città vecchia, indossa una mascherina, teme il covid, per se stesso e per i colleghi più giovani che ha incontrato all’esterno della sede universitaria “Aldo Moro” di Taranto. Massima accortezza nel saluto, anche questo rigorosamente previsto da protocollo: pugno appoggiato a quello dell’interlocutore o avambraccio contro avambraccio.

 

RUANDA, ZAIRE, FINALMENTE CONGO

Patrick, Ruanda e Burundi, Zaire, finalmente Congo. «I due Paesi originari che hanno generato Zaire e, oggi, Congo, rientravano nel dominio coloniale belga. Non esistevano confini geografici, ma su una cosa i belgi erano intransigenti, colonizzatori e colonizzati erano due cose, si dice, distinte e separate; in breve, i miei familiari che abitavamo la loro terra, eravano un’altra cosa: erano una razza a parte, inferiore e da dominare. Questo il punto di vista dei bianchi. Mi è sembrato un buon motivo seguire la strada di mio padre, mettermi sotto e studiare come un matto: la mia unica missione sarebbe stata esclusivamente quella di migliorare la condizione non solo mia, ma anche dei miei conterranei, e non parlo dei quattromila congolesi oggi residenti in Italia, ma di tutti i fratelli africani: figuriamoci, parlo di abolire i confini fra bianchi e neri, e che faccio, compio una distinzione fra gli stessi neri? Non se ne parla nemmeno…».

Ventuno anni e avvertire il senso di responsabilità. «Devo a mio padre questo insegnamento. Non si è mai tirato indietro di fronte a qualsiasi cosa. Se c’era da partire, per migliorare più che la posizione sociale quella culturale, papà faceva armi e bagagli e partiva. Era il più grande della sua famiglia per questo gli toccava anche mettere in conto di partire e lasciare i suoi genitori. Studiò per qualche anno girando da un Paese all’altro, dalla Francia all’Arabia, fino a trasferirsi in Italia. La svolta a Parigi, è lì che papà incontrò mamma, bianca e italiana. Fine Anni 90, Bologna diventò casa mia. Se i nonni mi hanno insegnato a distanza che non devono esserci confini di nessun genere, papà mi ha trasmesso che bisogna mettere in conto anche andare via da un Paese del quale sei ospite: altrove può esserci bisogno di te, dell’esperienza che ti stai facendo anno dopo anno».

 

NON C’E’ PIU’ TEMPO

Non C’è più tempo, bisogna passare all’azione, scegliere i tempi più impegnativi. A Taranto, più che per motivi di studio, racconta la propria esperienza ai colleghi pugliesi, in pochi, stipati in una enorme Aula magna nel rispetto delle norme anticovid, oppure in collegamento con il pc. «La voglia di spendermi per il prossimo, qualsiasi sia il colore della sua pelle, sboccia fra i banchi del liceo, non appena avevo cominciato a frequentare l’istituto. A qualche anno di distanza,  posso dire che noi ragazzi stiamo cambiando il mondo: non abbiamo preclusioni mentali verso qualsiasi tipo di diversità, dal colore della pelle agli orientamenti sessuali, proseguendo con la fede religiosa. Però bisogna studiare e continuare a migliorarci, quando mi pongono qualche domanda rispondo che il mio futuro può essere fra associazioni di volontariato e altre attività “no profit” verso chi ancora avverte, forte, il disagio».

Progetti e ambizioni di Patrick e i suoi fratelli. «Mettere sul tavolo idee e progetti internazionali – conclude il ventunenne di origini congolesi – a favore dell’ambiente, per esempio, del progresso sollecitando una partecipazione attiva dei ragazzi, le nuove generazioni. L’obiettivo è il comprendere cosa vogliamo fare e cosa vogliamo diventare. C’è da lavorare parecchio, sento la sensazione che i ragazzi della mia generazione vogliano buttarsi a capofitto nelle storie, nei problemi più complicati da risolvere: ci vorrà più tempo, ma di tempo non ne abbiamo così tanto, così testa bassa e pedalare».

«Taranto, quante emozioni…»

Massimo Ranieri, “intercettato”, felice di spiegare i legami con la città

«Qui, mio padre, ha fatto il servizio di leva. Conosceva strade, piazze, i sentimenti della gente. Un giorno Fellini mi fece una confidenza. Quando monto uno spettacolo penso a Trapani e Falqui, non scadevano mai nel volgare. Il pubblico avverte quando fai una cosa in cui credi…». Una sorpresa, una collega, una breve conversazione telefonica, uno scoop. E l’artista di “Erba di casa mia” e “Perdere l’amore”, non si scompone, accetta il “botta e risposta”.

 

«Portavo in giro il “Pulcinella” di Maurizio Scaparro. Federico Fellini era in platea, fra il pubblico, una cosa che mi confuse dall’emozione: finito lo spettacolo il Maestro mi si avvicinò e mi disse “bello il teatro, peccato che poi si apra il sipario…”». Massimo Ranieri, una intervista al volo, mentre si accinge ad entrare in un teatro per uno dei tanti spettacoli in allestimento. Questo breve “botta e risposta” telefonico, cominciato in un taxi che accompagna l’artista dall’albergo al teatro, ha un nome e un cognome: Paola Pezzolla, discografico prima, addetto stampa di artisti di grande spessore poi. «Gli amici a questo servono…», avrebbero sottolineato Garinei e Giovannini riprendendo una battuta di uno dei loro spettacoli di successo (Aggiungi un posto a tavola).

Dire Ranieri è un po’ come sfogliare un interminabile album di canzoni sempreverdi, “Erba di casa mia”, “Vent’anni”, “Rose rosse”, “Perdere l’amore”, “Ti parlerò d’amore”. Poi, Ranieri e il teatro, da “Barnum” a “Rinaldo in campo”, lo stesso “Pulcinella”, e cinema, da “Metello” a “Salvo D’Acquisto”. Le regie televisive e quelle teatrali. Una storia interminabile. Dunque, grazie a Paola, collega ai tempi delle radio. Una che non dimentica facilmente, tanto che se la senti quasi per errore, e sottolineiamo “quasi”, e ci dà modo di scambiare “due battute due” con uno degli ultimi grandi del nostro spettacolo, il minimo è ringraziarla per averti dato modo di realizzare uno “scoop”.

 

IMMENSO FELLINI!

L’aneddoto su Fellini, si diceva. Ranieri lo completa. «Con quella battuta, “Peccato che poi si apra il sipario…”, il più grande regista italiano di tutti i tempi aveva sottolineato la fase più bella del nostro lavoro: le prove; ciò significa il sudore, quando un giorno dopo l’altro costruisci e monti uno spettacolo. E’ in quell’occasione che un attore compie il massimo sforzo, dà fondo a qualsiasi energia».

Poi l’impatto col pubblico, il momento in cui registri le sue reazioni. «In tutti questi anni ho maturato una convinzione: trascini dalla tua parte gli spettatori nell’unico modo di cui disponi, cioè trasmettendo la sensazione che credi in assoluto a quello che stai facendo e il modo in cui lo fai; diversamente, puoi anche inventarti di tutto, non funzionerà mai».

Com’é cambiato lo spettacolo, a cominciare dalla tv. «Tanto, cominciamo dalla tv, peggiorata per certi versi. Oggi, quello che una volta era il piccolo schermo, dà l’idea di essere un elettrodomestico, proprio come un frigorifero: apri e, a tuo piacimento, prendi quello che ti va. Ce n’è per tutti i gusti, ognuno ha la trasmissione su misura, proprio come fosse un prodotto alimentare».

 

CHIAMATEMI “NOSTALGICO”…

Una volta non era così. «Scusate se faccio il nostalgico, ma non ci sono più i registi di una volta, Antonello Falqui ed Enzo Trapani, per esempio. Facevano televisione pensando al teatro. Costruivano, per intenderci, una cornice nella quale metterci uno show: la tv, dunque, era una sfilata di buon gusto, dagli autori agli interpreti, non scadevano mai nel volgare. Scusate la presunzione, mi sento di essere stato un allievo di quella scuola, di quel modo di fare spettacolo. E non lo nascondo, quando penso a un programma televisivo o a un tour penso a cosa avrebbero fatto loro, Falqui e Trapani, se fossero stati al mio posto. E, allora, curo tutto nei minimi particolari: scenografia, coreografie, luci, canzoni. Ogni volta che parto nell’allestimento di uno spettacolo è un po’ come tornare fra i banchi di scuola a svolgere un componimento. E quando il pubblico ti assegna un bel voto, torno a casa soddisfatto, perché ho fatto bene il mio lavoro».

Facciamo i provinciali, gli chiediamo del rapporto con Taranto. «Non immaginate quante passioni mi leghino a questa terra: fra queste, il ricordo di mio padre che oggi non c’è più: a Taranto sarebbe tornato volentieri per una “carrambàta”, lui che in questa splendida città aveva fatto il servizio di leva, tanto da conoscerne a memoria le bellezze e luoghi di una città eterna per la sua grande storia. Quando passo da Taranto, confesso, il mio cuore pompa grande passione».

Un tetto a papà e mamma

“Joy’s Home”, l’ultima idea dell’associazione Mister Sorriso

I volontari hanno lanciato un altro progetto. In accordo con “bed and breakfast” nelle vicinanze del SS. Annunziata, ospitano i genitori dei piccoli ricoverati nel reparto di oncoematologia “Nadia Toffa”. Ma i volontari del sorriso non si fermano qui, hanno attivato un “parco della gioia” e sensibilizzato 

 

Da anni impegnata nel volontariato, l’associazione Mister Sorriso – Volontari della gioia. Ha organizzato di tutto. Gli associati li trovi ovunque, indossano un camice e un naso rosso, ispirandosi alla figura del medico dei medici, Patch Adams. E soprattutto provano a strappare un sorriso ai piccoli ricoverati nel reparto di Oncoematologia.

Non si fermano un attimo, per loro il volontariato è una missione quotidiana. Si spendono ogni giorno, si attivano e studiano come possano dare serenità ai bambini ricoverati a Taranto e speranza ai loro genitori.

L’ultima idea messa in cantiere da Claudio Papa e i suoi amici in questa straordinaria avventura di volontariato è quella di mettere a disposizione delle famiglie costrette a spostarsi un tetto. Dare ai genitori una casa che permetta loro di affrontare con serenità il percorso ospedaliero dei propri figli senza doversi fare carico di spese alla lunga insostenibile.

 

OSPITARE I GENITORI DEI PICCOLI

L’ultimo progetto di Mister Sorriso in ordine di tempo, è lo “Joy’s Home”. Non una casa, ma una serie di appartamenti e camere messi a disposizione da vari B&B tarantini nelle vicinanze dell’ospedale Santissima Annunziata. Appartamenti utili a ospitare gratuitamente le famiglie provenienti da fuori Taranto che seguono i loro piccoli in cura nel reparto di oncoematologia pediatrica “Nadia Toffa”.

Questi “volontari della gioia”, si diceva, da anni sono impegnati nel sostenere  quanti affrontano le cure e le terapie dei bambini malati oncologici. È la stessa associazione tarantina a farsi carico delle spese grazie a propri fondi e a una convenzione con le strutture. Lo scopo è alleviare le difficoltà nel trovare e intervenire nelle spese di un alloggio che permetta al nucleo familiare di rimanere unito, durante i ricoveri o le terapie dei bambini, che spesso durano diversi giorni.

I Volontari della Gioia di Mister Sorriso con il loro naso rosso, si armano di coraggio, impegno, dedizione e soprattutto tanto Amore. Il loro impegno è quello di operare in un contesto spesso triste e sicuramente monotono come quello dei reparti di un ospedale. Il loro tocco di colore serve delicatamente a rimuovere, anche solo per pochi istanti, il buio e la paura che traspare dagli occhi e dal cuore di chi si trova in situazione di sofferenza.

 

NON SOLO “JOY’S HOME”

“Joy’s Home” è solo l’ultimo dei progetti di Mister Sorriso. Prima di questo impegno, i volontari hanno realizzato “Il Parco della Gioia”, primo parco inclusivo, realizzato a Taranto (zona Pezzavilla, Lama) per i bambini diversamente abili e normodotati. Un progetto di inclusione sociale pensato per i bambini di tutte le età e senza distinzione di abilità fisica e mentale. I piccoli, dicono gli associati di Mister Sorriso, devono giocare insieme: su strutture innovative, con pannelli sensoriali, giochi di colori e percorsi tattili e sui quali va stampato il loro più bel sorriso di gioia.

Il progetto, inoltre, si rivolge anche ai genitori dei bambini che lo fruiscono e che hanno voglia di  incontrarsi mettendo in secondo piano la differenza. Altro progetto, “l’orAmica”. Campagna di sensibilizzazione delle attività commerciali e venire incontro alle persone autistiche e alle loro famiglie. I commercianti vengono sensibilizzati sulle difficoltà che incontrano queste persone quando si recano in questi luoghi per fare shopping, trasformando un’esperienza tranquilla in qualcosa talvolta di complicato da gestire.

L’invito di Mister Sorriso, in definitiva, è quello di migliorare la vita di chi è affetto da autismo e di chi è accanto a loro, cercando il più possibile di adeguare gli spazi commerciali alle loro esigenze.

«Partire dal basso…»

Maleh, le origini, il sudore e l’azzurro italiano

«Ho affrontato mille sacrifici e ancora dovrò farne. Genitori e parenti marocchini, ma i miei amici sono tutti di qui. Sono cresciuto fra Cesena e Ravenna, poi mi hanno voluto a Firenze. Gioco a Venezia, spero di contribuire alla promozione in serie A. La telefonata del tecnico della Nazionale Under 21: te la senti di indossare questa maglia? Mister, e me lo chiede?»

«Sono nato in Italia, a Castel San Pietro Terme, vicino Bologna, genitori e parenti marocchini, tutti i miei amici sono italiani». Youssef Maleh, ventuno anni, calciatore di belle speranze, sta costruendo il suo futuro con mille sacrifici. Ne parla con l’orgoglio delle sue radici, forte anche dell’affetto che lo circonda, lo stesso che amici e compagni di squadra non gli hanno mai fatto mancare. Di proprietà della Fiorentina, dove presumibilmente tornerà a fine stagione, gioca nel Venezia, squadra che si sta battendo per conseguire la promozione in serie A. E anche su questo, Youssuf dimostra tutta la sua maturità. «Ho cominciato a dare i primi calci al pallone con il Cesena, poi giocato nel Ravenna, squadra nella quale a diciannove anni ho debuttato fra i professionisti; da due anni gioco a Venezia, anche se un contratto mi lega alla Fiorentina… ».

Venezia, Firenze. «Cosa posso chiedere di più alla vita: quando parenti e amici mi chiedono come stia vivendo questo momento, rispondo che ho fatto della mia passione il mio lavoro e sapere che presente e futuro professionale oscillano fra due delle città più belle al mondo, mi riempie di gioia; quanta bellezza e quanta cultura…».

 

BELLA FIRENZE, MA…

Youssef, nato in un borgo a pochi chilometri da Bologna, si è visto proiettato nel giro di qualche anno in una dimensione da favola. Oltre a giocare in serie C, poi in B, pensando alla serie A, ha risposto con entusiasmo alla convocazione in Nazionale azzurra, altra grande soddisfazione. «Da non crederci – spiega – anche se non nascondo che per arrivare fino a questo obiettivo, ho dovuto compiere mille sacrifici». Non affonda il colpo, ma fa comprendere il suo punto di vista. «La mia vita è proiettata dal basso, credo che questa sia la molla che deve motivarmi giorno dopo giorno per non fermarmi: dal primo giorno che ho pensato a quante e quali soddisfazioni avrebbe potuto darmi il calcio, sono stato sempre fra i più puntuali a presentarmi agli allenamenti, l’ultimo ad abbandonare il terreno di gioco dopo le rifiniture…». In queste battute la sua filosofia: aggredire con grande passione l’attività ed essere l’ultimo ad abbandonare il campo con una maglia sudata, segno che ha spremuto tutta la sua generosità.

Oggi, Maleh, è un bell’esempio per i suoi connazionali. A gennaio ha firmato un contratto di cinque anni con la Fiorentina, così presumibilmente dal prossimo giugno si aggregherà alla squadra viola impegnata ad uscire dai bassifondi della classifica di serie A. Il ragazzo ventunenne è rimasto, intanto, in prestito al Venezia. Nella squadra lagunare resterà presumibilmente fino al termine della stagione.

Centrocampista mancino, origini marocchine, si diceva, ma nato in Italia nei pressi di Bologna, rilascia interviste col contagocce, ma sempre in modo ragionato. Parla del suo presente ma anche di sogni ed obiettivi futuri. «Sono partito dal basso, maturato nelle giovanili del Cesena, per poi giocare due anni a Ravenna; detto che ho ancora tanta strada da fare, guai fermarsi, per arrivare dove sono ho dovuto sudare tanto. La serie C è un campionato fisico e duro, non facile come può sembrare da fuori. Ma è un’esperienza che sento di consigliare a quanti debuttano subito in serie A. Per me è stato importante avere dei maestri: ho potuto apprendere da giocatori di maggiore esperienza con cui ho avuto la fortuna di giocare, Molinaro, Bocalon, Modolo, capitano del Venezia. Credo di poter crescere ancora tanto e cerco di migliorare col lavoro giorno dopo giorno».

 

PRIMA IN “A” CON IL VENEZIA

Ecco, il Venezia, banco di prova importantissimo. Se la serie C è un campionato fisico, la B è un misto di fisicità e tecnica, considerando che in A si arriva con la qualità. «Da due anni gioco a Venezia, una delle città più belle al mondo, qualcosa che a me trasmette tanta serenità. Vado allo stadio in vaporetto, basta farci l’abitudine. Con mister Dionisi, oggi tecnico dell’Empoli, ho un grande rapporto, sono cresciuto tantissimo grazie a lui, anche dal punto di vista offensivo. Ringrazio anche mister Zanetti: questo è l’anno della mia consacrazione in B, lui mi ha trasmesso la voglia di vincere e non mollare mai. Una persona che dice sempre ciò che pensa, non può che farti crescere tantissimo». Youssef, origini marocchine. «Ma mi sento italianissimo. La scorsa estate mi ha chiamato Paolo Nicolato, tecnico dell’Under 21: nell’occasione mi chiese se fossi stato convinto di poter giocare per gli Azzurri: nemmeno un’ombra di dubbio, indosso la maglia dell’Italia con orgoglio». Ragazzo assennato, tanti sacrifici alle spalle e qualcuno ancora da compiere, considera un obiettivo per volta. «Il prossimo è quello di lottare con il Venezia e raggiungere la promozione in serie A».

«Farina, oro macinato…»

Covid, un anno fra tavola e pandemia

Pizze, focacce e dolci fatti in casa, i tarantini hanno riscoperto il “fai da te”. Assalto ai negozi di generi alimentari e supermercati. «Marzo e aprile 2020, presa dall’ansia la gente svuotava gli scaffali. E quando non usciva di casa, era disposta ad attendere anche tre giorni per la spesa a domicilio». Fra gli altri, nella classifica dei consumi: pasta, latte, zucchero, olio, passata di pomodoro e acqua. Prezzi sotto controllo. Mezzogiorno e tardo pomeriggio gli orari di punta. 

 

«Dovessi fare una classifica sui generi di prima necessità acquistati dai tarantini in un anno di emergenza-covid, non avrei che l’imbarazzo della scelta: pasta, farina, latte, zucchero, olio, passata di pomodoro, naturalmente acqua, ma non necessariamente in quest’ordine».

Andrea Sgobba, giovane titolare di un avviato supermercato del Borgo, ci aiuta ad avere un’idea su come sono cambiati i tarantini negli acquisti a partire dal marzo dello scorso anno, periodo del primo lockdown. «Avvertivo, forte, la sensazione che i tarantini fossero entrati in uno stato d’ansia, acquistavano qualsiasi cosa fosse esposta sugli scaffali, secondo qualcuno facendo la fortuna delle attività commerciali: sbagliato, i prezzi erano tenuti sotto controllo. Per non parlare degli ordini: non si contavano le famiglie, chiuse in casa, disposte ad attendere anche due, tre giorni la spesa a domicilio; telefonavano, dettavano l’elenco dei generi, solitamente di prima necessità, ed attendevano pazientemente…».

Ansia, acquisto compulsivo. Come sempre, la verità sta nel mezzo. «Portando ad esaurimento anche le scorte, chi – come il sottoscritto – svolge questo lavoro è stato disorientato: non volendo, ma immaginando, abbiamo provocato disagio anche alle aziende che producevano generi alimentari; vero è che molte industrie temevano il peggio, cioè che la crisi avrebbe interessato anche il settore alimentare, ma fortunatamente così non è stato: come spesso accade, dopo un breve periodo di assestamento, tutto è tornato alla normalità, anche in occasione degli ultimi decreti che hanno invitato i tarantini a restare in casa, circolare il meno possibile per evitare contagi».

 

FEBBRE DI PASSAGGIO…

Covid, febbre di passaggio, sarà come l’influenza dicevano. Non è stato così. Sgobba indica il periodo marzo-aprile 2020 come il periodo più preoccupante. «Non sapevamo con cosa avessimo a che fare, se il lockdown fosse una misura restrittiva passeggera e, nel frattempo, le industrie farmaceutiche avrebbero in breve trovato il rimedio, oppure che c’era da preoccuparsi e, dunque, reagire a testa bassa».

L’organizzazione di supermercati e attività di generi alimentari. «E’ subentrata subito la paura, le trasmissioni televisive, forse, invece di chiarire provocavano confusione, allarmismi, così i tarantini – perché è sui miei concittadini che mi permetto di fare una breve disamina – sono entrati in paura reagendo in maniera compulsiva: compravano di tutto, rastrellando in particolare scatolame, prodotti cioè a lunga scadenza, come se il confinamento fosse un barricarsi, chiudersi in un bunker in attesa di tempi migliori; certo, non è stata, e non lo è tutt’ora, una passeggiata di salute, ma con il passare dei mesi, nonostante la nostra città fosse tornata “zona rossa” e registrasse purtroppo il decesso di centinaia di tarantini per motivi legati al covid, la situazione dal punto di vista organizzativo è andata in qualche modo normalizzandosi».

Il titolare del supermercato, sfoglia i tabulati, interpreta le cifre, evidenzia con il pennarello un dato, da un lato incredibile, dall’altro comprensibile. «Il picco maggiore in quel periodo – sostiene Sgobba – ha fatto registrare la vendita di latte e biscotti, di qualsiasi marca; la clientela in quei primi due mesi di confinamento non andava tanto per il sottile: vendevamo panetti di lievito da un chilo o da chilo e mezzo, non più a cubetti; insieme con questi, ovviamente farina, come fosse oro macinato: la gente pensava a farsi il pane in casa, ma anche a fare pizze o dolci, considerando che un altro articolo andato a ruba è stato il lievito per dolci».

 

IN FILA PER SEI…

Poi un sospiro di sollievo. «Chi, come il sottoscritto, pianifica in modo ragionato acquisto e vendita, ha tirato un sospiro di sollievo in estate, con la riapertura dei negozi; fino ad allora, insieme con il personale disciplinavo l’ingresso a non più di cinque, sei unità per volta: nessuna lamentela, nonostante l’ansia i tarantini hanno reagito in maniera civile a questa inusuale modalità; le file, odiate negli uffici postali come in quelli amministrativi, venivano rispettate, disciplinate dall’insostituibile “eliminacode” e dal personale che invitava la gente ad indossare mascherina e ritirare il numero progressivo. osservando il distanziamento».

Sempre tabulati alla mano, risposta ad un’altra curiosità: gli orari dei tarantini per gli acquisti. «Sicuramente la forbice 12.00-13.00, anticipata dalla fascia 11.00-12.00 ad un ritmo sostanzialmente sostenibile; nel tardo pomeriggio, la fascia più significativa quella 18.00/19.00, a sfumare in quella successiva, 19.00/20.00, prima cioè della chiusura».

Torniamo fra gli scaffali, gli articoli più richiesti. «Con pizzerie e ristoranti chiusi o con aperture controllate, la gente si è nuovamente fiondata su farina e lievito, per pizze e focacce, poi latte e zucchero per i dolci. Se i tarantini hanno messo su qualche chiletto, forse il motivo è da ricondurre a un certo nervosismo: restando chiusi in casa, senza potere andare in giro, insomma camminare, provare a combattere l’ago della bilancia, l’attenzione ricade sempre al “mordi e fuggi”; piluccare questo o quello in attesa del pranzo o della cena ha spesso provocato l’aumento del peso…».

Come pagano i tarantini. «Due su tre con “carta”, reddito di cittadinanza compreso; in pochissimi chiedono di trasformare l’acquisto nei numeri che prevedono la lotteria: non avanzo ipotesi su quello che potrebbe essere stato un flop del governo, sicuramente ho la sensazione che la gente in questo preciso momento storico abbia più la testa a come superare questo periodo nero, piuttosto che consultare i numeri del lotto».

Dovendo certificare una classifica, pronostico difficile. «Dipende dal periodo, di sicuro pasta, passata di pomodoro, olio e, ancora, farina, lievito, latte e, ovviamente, acqua, a vagoni…».

«Lascio cinque milioni ai poveri»

«Non riesco a perdonare le angherie inflitte dai parenti a me e a mio marito», ha scritto nel suo testamento. Non è il primo caso, a Genova. Non più di due mesi fa, una nobildonna, aveva lasciato in beneficenza venticinque milioni di euro.

Un’anziana dentista genovese in pensione, scomparsa nei giorni scorsi a novantuno anni, ha lasciato quasi cinque milioni di euro in beneficenza. Due milioni e mezzo alla Lega del Filo d’oro, associazione promossa in tv, radio e sulla stampa a titolo gratuito da Renzo Arbore,  un milione e mezzo a bisognosi e disagiati genovesi che hanno l’assistenza delle suore della congrega «Piccole sorelle dei poveri» e una casa sulle Dolomiti all’Associazione italiana per la ricerca sul cancro.

La notizia è stata riportata dai quotidiani locali del capoluogo ligure e ripresa dagli organi di informazione nazionale. Letta o appresa così, di getto, permetteteci di dire che ha del sensazionale. Specie di questi tempi, annacquati da qualsiasi colore o iniziativa scaturisca la pandemia, dalle zone ai vaccini: unica cosa che da un anno a questa parte induce alla  drammatica riflessione sono le vittime e  i contagi.

E’, dunque, una notizia confortante. Qualcuno direbbe “C’è vita su Marte”, lasciando sottintendere che esiste ancora una speranza nei cuori della gente. E il testamento della novantunenne professionista, lascia ben sperare. Un po’ meno i parenti prossimi che un segnale, anche debole, dall’anziana congiunta se lo aspettavano. E invece no, puniti: evidentemente hanno di che farsi perdonare. Tempo per espiare le proprie colpe, presumiamo, nel lasciare al proprio destino la donna, ce ne sarà. Insomma, lunga vita a nipoti e pronipoti, ma senza lascito.

COME UN FILM DI NAZZARI…

Unica azione svolta dai parenti lo scorso anno, quasi fosse uno di quei film Anni Quaranta con Amedeo Nazzari, dove buoni e cattivi erano tratteggiati a tinte bianche e nere, ma sostanzialmente percepibili dal un pubblico nazionalpopolare: metterla sotto tutela. Ci avevano provato i parenti del cognato, che forse seguivano a distanza lo stato di salute dell’anziana donna, che invece è stata lucida fino all’ultimo respiro. 

«Confesso – riportano le sue ultime volontà – che non riesco a perdonare le angherie che i parenti di mio cognato hanno inflitto a me e a mio marito e spero che il Buon Dio, cui chiedo sin d’ora perdono, non vorrà castigarmi per questo». Lo ha scritto di suo pugno l’anziana professionista nel testamento redatto dal notaio e affidato, per l’esecuzione, ad un avvocato. Ricordata, nelle note testamentali, anche l’assistente di una vita, ormai scomparsa. Al marito della donna è andata, infatti, una casa a Prato Nevoso. Mentre ventimila euro ciascuno sono stati destinati alla donna di servizio e all’amministratore che si occupava della gestione degli immobili di famiglia.

GENOVESI GENEROSI, ALTROCHE’

Dicono che i genovesi abbiano il braccino corto. Si tratta di antiche dicerie, puntualmente sconfessate dalla solidarietà dei Cittadini della Lanterna, e non solo in occasione della ricostruzione del Ponte Morandi e da fatti di cronaca degli ultimi decenni. L’eredità lasciata in beneficenza dalla donna pare non sia un fatto isolato. Nel febbraio scorso, infatti, sempre a Genova, aveva fatto sensazione il lascito di una riservatissima ex professoressa di italiano di origini nobiliari. Anche lei scomparsa a una veneranda età (novantasei anni). La donna, infatti, ha lasciato venticinque milioni di euro in beneficenza a diverse associazioni.

Victor, cuore d’oro

Osimhen, campione dentro e fuori dal campo

Dopo l’ultima gara del Napoli, navigando su internet il calciatore nigeriano si imbatte nella foto di una sua connazionale, una ragazza con una sola gamba. Lancia un appello social, la trova, le parla, le promette di starle accanto. Una storia simile la sua. «Persi mamma da piccolo, papà senza lavoro, tanti sacrifici e la fortuna di diventare un talento. Oggi aiuto la mia famiglia e chi ha bisogno di conforto»

 

«Trovata, grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato, Dio vi benedica!». Missione compiuta. Victor Osimhen, il ventiduenne nigeriano attaccante del Napoli, dopo aver visto sui social l’immagine di una donna, sua connazionale, senza una gamba, probabilmente un’ambulante,  poche ore prima aveva lanciato un appello sui social. Victor aveva chiesto ai suoi amici di internet come poter rintracciare quella donna mutilata.

Si sa quanto siano generosi i napoletani, specie quando in campo ci sia un calciatore già amatissimo e sentimenti forti. In brevissimo tempo il calciatore è stato accontentato e ha potuto comunicare a distanza con la donna.

Insieme hanno chiacchierato, una immagine di quell’incontro è stata subito postata dall’attaccante nigeriano, che non dimentica le sue umili origini: da ragazzino, infatti, vendeva acqua insieme ai fratelli per portare a casa pochi spiccioli.

Trascorse poche ore dal bel gol contro la Sampdoria nella vittoria maturata domenica scorsa a Genova, Victor si è rilassato davanti al suo pc. E’ stato durante la navigazione su internet che il calciatore si è imbattuto nella foto di quella donna che lavora pur con una gamba sola. Copiata l’immagine, ha subito postato quella stessa immagine aggiungendo un suo breve commento. «È scoraggiante – ha scritto Osimhen – ma, allo stesso tempo, una grande motivazione: vi prego non esitate a contattarmi per fornirmi qualsiasi informazione utile a farmi trovare questa ragazza». Come accade spesso nelle storie social, la richiesta del ragazzone nigeriano è circolata velocemente realizzando in men che non si dica il desiderio social di Osimhen. Il calciatore è riuscito ad avere il numero di telefono della donna con la quale ha effettuato una videochiamata.

 

GENEROSO, AMATISSIMO

L’attaccante del Napoli ha così dimostrato di essere un ragazzo dal cuore grande. Una generosità apprezzata anche in campo, in questa sua prima stagione in Serie A quando si spende come un matto anche per i compagni. Osimhen non ha disputato tante gare, è stato fuori lontano dai campi per motivi diversi, prima di ritrovare il campo e la via del gol (tre gol nelle ultime cinque partite di campionato).

Una storia a tinte drammatiche ma con lieto fine quella del ragazzo nigeriano, per giunta riportata sul sito del Napoli. «Sono nato e cresciuto in Lagos, in un posto chiamato Olusosun – racconta il ventiduenne attaccante – e cresciuto in un ambiente molto umile, fra mille difficoltà. Mia madre è venuta a mancare quando ero ancora piccolo, tre mesi dopo la sua scomparsa mio padre ha perso il lavoro: è stato un periodo molto difficile per me e i miei fratelli e sorelle, dovevo vendere acqua nelle strade trafficate di Lagos per poter sopravvivere».

«Difficile, complicato – ha proseguito nel suo racconto Victor – come il posto da cui sono venuto via; è un luogo in cui non c’è speranza, dove nessuno ti dice di credere in te. Faccio tutto questo perché credo che il calcio sia l’unica speranza per me e la mia famiglia, per poter vivere una vita dignitosa. Se aveste chiesto alle persone del luogo, vi avrebbero detto che non sarebbe uscito nulla di buono dalla famiglia di Victor. Invece, sono felice di dove sono ora, ho imparato a non abbattermi e a credere in me stesso».

 

 «PAPA’, QUANTA FATICA!»

Papà ha faticato tanto per non far mancare niente ai propri figlioli. «Crescendo, questa esperienza mi ha insegnato molto. Ho avuto un’infanzia dura, a differenza di altri bambini – verso i quali non provo invidia, ci mancherebbe – che magari se la godono. Io ho imparato quello che nessuna scuola ti può insegnare: sopravvivere, impegnato com’ero a guadagnare da vivere, per me e la mia famiglia. Sono andato via di casa che ero molto giovane. Vivevo in mezzo al traffico di Lagos, cercando di fare lavoretti: tagliavo l’erba, facevo commissioni per altre persone, portavo l’acqua ai vicini; guadagnavo così qualche soldo per mangiare e aiutare la mia famiglia. Confesso di avere avuto una infanzia dura, non c’è nulla di quel periodo che mi sia veramente piaciuto. Forse anche le lotte quotidiane mi hanno aiutato a maturare e diventare quello sono».

I sogni son desideri, il Napoli ne ha realizzato uno, uno dei più importanti. «Se qualcuno, tre anni fa, mi avesse detto che avrei giocato in una delle squadre più importanti al mondo non ci avrei creduto: ho trascorso momenti difficili al Wolfsburg, sono stato rifiutato da due squadre belghe e poi sono stato reclutato dallo Charleroi. La mia vita era molto stressante all’epoca. Circa tre anni fa. Se qualcuno mi avesse detto che avrei firmato per il Napoli avrei risposto che sarebbe stato impossibile. Ora credo che nulla sia impossibile. Ho continuato a lavorare e fare le mie cose e ora sono qui».

 

I SOGNI SON DESIDERI…

Ecco, dunque il sogno che si avvera, con il pensiero rivolto a chi ha bisogno e viene da storie simili alla sua. «E’ un sogno che si avvera e sono grato per questo. Ancora prima di firmare con il Napoli, moltissimi tifosi del Napoli mi scrivevano, mi parlavano della città. Mi dicevano che la città era bella, che la gente è meravigliosa. Non credo che a Napoli esistano persone razziste, non ho mai visto nulla del genere da quando sono arrivato. E’ stato fantastico vedere la passione della gente per il calcio. Il Napoli è la loro vita e i tifosi darebbero qualsiasi cosa pur di vedere la squadra vincere».

Victor e un altro grande obiettivo. «Un altro sogno: vincere il premio per il miglior calciatore africano dell’anno. Devo fare ancora molta strada e sto lavorando per raggiungere questo obiettivo. Penso di essere sulla strada giusta. Non sarà semplice, ma come persona avere una famiglia sarebbe un sogno. Ho ancora molte cose da fare e quindi per ora non ci penso. Il calcio è l’unica cosa che ho in testa ora, voglio concentrarmi su questo. Il mio idolo è stato Didier Drogba, un vero esempio per me e tutti i ragazzi come me. E’ stato un amore a prima vista con il suo calcio: un giorno, mentre mi allenavo, mia zia mi ha chiamato, chiedendomi se sapessi chi le ricordavo: mi ha detto di andare a vedere come giocava Drogba. Ecco, proprio in quell’occasione mi sono innamorato del suo modo di giocare e del suo straordinario carattere».

«Filippino da ridere…»

Marco Marzocca, Guzzanti e la sua vocazione

«Ariel è uno dei personaggi più amati, anche se adoro il “notaio”: ho ribaltato il concetto, il collaboratore domestico prende per il naso il suo datore di lavoro. Comico per scelta, mi sono laureato in Farmacia, ma il richiamo di teatro e tv è stato decisivo. “Distretto di polizia”, la mia fortuna e la mia storia d’amore, ma quanta riconoscenza per Corrado e Serena Dandini…»

 

Molti lo conoscono per essere stato, e ancora lo è, pandemia e apertura dei teatri permettendo, “spalla” di Corrado Guzzanti. Non c’è spettacolo che il popolare comico non affronti se non con Marco Marzocca. Romano, sessant’anni, laureato in Farmacia alla Sapienza di Roma, artista a tutto tondo. Con Guzzanti, fra tv e teatro, è protagonista con “Tunnel”, “L’Ottavo nano”, “Il caso Scrafoglia” e “Aniene”, dunque con “Millenovecentonovantadieci” e “…la seconda che hai detto!”. Altra botta di popolarità, l’agente Ugo Lmbardi in “Distretto di polizia”. Da solo o con il barese Stefano Sarcinelli e il romano Max Paiella, porta in scena “Ma è possibbole”, “Da giovidi a giovidi”, fino a “Due botte a settimana”, prima che il covid spettinasse i giochi e facesse segnare il passo. Al suo tour come a quello di decine di colleghi e compagnie teatrali.

Marzocca ha i tempi giusti, la battuta pronta. All’artista molti riconoscono qualità non comuni, fra queste misura e discrezione. Caratterista per vocazione, sa stare un passo indietro al protagonista, senza che questa scelta venga vista come una rinuncia al proprio carattere, alla propria cifra attoriale, sicuramente straordinaria.

Marzocca, artista che Serena Dandini e Corrado Guzzanti hanno spesso raccomandato. Meglio, segnalato, per non cadere nel divertente equivoco. La prima, autrice di trasmissioni di successo come “Tunnel” e “Pippo Chennedy Show”; il secondo per essere stato protagonista, si diceva, anche insieme allo stesso Marco, di sketch e trasmissioni rimaste nella storia di una tv che di colpo si sfilò giacca e cravatta.

 

Marzocca, comico per scelta. 

«Non ci posso far niente, il richiamo del palcoscenico è stato più forte di qualsiasi tipo di studio, nonostante abbia cominciato come farmacista».

 

Dovesse spiegarsi in una, due battute al massimo. 

«Amo la musica, il golf, la pasta, pescare a mosca, il cinema: tutti i generi, in particolare la fantascienza, ma soprattutto amo videogiocare».

 

Marzocca e i suoi cavalli di battaglia. 

«Devo la popolarità al notaio del Pippo Chennedy Show, poi al pupazzo Sturby, il bambino Mikelino, padre Federico, il filippino Ariel da Zelig Circus: ora che ci penso, cose ne ho fatte».

 

Come nascono personaggi così singolari e diversi fra loro. 

«Casualmente, dall’osservazione della realtà. Nulla è premeditato. Mai studiato a tavolino: ci ho provato, lo ammetto, ma il risultato è stato sempre una mezza delusione. Dunque, quello che mi colpisce nella vita e mi diverte, lo elaboro».

 

Dovesse darsi una definizione.

«Mi vedo come un pittore che guarda un paesaggio e lo interpreta, a modo suo evidentemente. Un comico, se mi lasciate passare il termine, scova una situazione, la elabora, infine la restituisce modificata. Sostanzialmente i personaggi che interpreto me li ha ispirati la realtà, volutamente esagerati o comunque modificati».

 

Marzocca, il suo punto di vista sul dilemma tv o teatro. 

«Teatro, tutta la vita, nemmeno a chiederlo. Le tavole del palcoscenico ti offrono il modo di prenderti tutto il tempo che vuoi ed esprimerti come ti pare. In tv hai vincoli, intanto perché ci sono tempi da rispettare e altri attori che, giustamente, reclamano il loro spazio. E, per dirla tutta, a volte c’è anche chi ti dice quello che devi e non devi dire».

 

Marzocca, monologhi e dialoghi trattati a colpi di forbici. 

«Siamo in Italia, dunque non è difficile che capiti anche questo. Ma se non fai televisione non ti conosce nessuno, nessuno viene a vederti a teatro, ergo: la tv sei costretto a farla».

 

Distretto di polizia, una delle sue soddisfazioni professionali.

«Enorme, poliziotto a parte, è un po’ come se recitassi il ruolo che ho nella vita. Gli sceneggiatori hanno voluto riprendere la mia vera storia. Ho sposato Liliana, una ragazza colombiana conosciuta in chat, esattamente come “Ugo” di Distretto”: insieme abbiamo tre figli, collezioniamo nazionalità: lei colombiana, americana e italiana; io, per ora, solo italiana e americana, anche se conto di pareggiare il conto».

 

La sua storia d’amore, singolare.

«Non erano i tempi delle chat di oggi, da “cuori solitari” e via discorrendo: più di venti anni fa su internet c’erano gruppi di discussione, io che ho amato sempre viaggiare sono entrato in uno di questi temi; io e Liliana abbiamo cominciato a chattare una, due, tre volte, ad orari impensabili, fino a quando non ha accettato il mio invito, raggiungermi in Italia, a Roma. C’era del tenero, ma da lì in poi è nata la nostra storia d’amore e tre figli. che parlano correntemente spagnolo, inglese e italiano…».

 

Un artista, si dice, sia legato a tutti i suoi personaggi, lei Marzocca?

«Ariel, il filippino è fra i personaggi più amati dal pubblico: ho ribaltato il concetto, ildomestico prende per il naso il suo datore di lavoro innescando una serie di divertenti incomprensioni. Però amo il “notaio”, quel tipo che sbuffa e smadonna. Mi ricorda i nonni che non ho più, così diciamo che quando lo interpreto penso spesso a loro e a tutti quegli anziani, amabilissimi brontoloni».

Ritrovata la Città d’oro

Rinvenuta a Luxor, in Egitto

Il più grande insediamento urbano rinvenuto nell’antica Tebe è la maggiore scoperta archeologica dopo tomba di Tutankhamon. Esultano gli studiosi, lo stesso il Ministero impegnato nel rilancio del turismo. Sembrerebbe uno degli episodi di una serie cinematografica: non è fantasia, bensì una straordinaria realtà.

 

Ritrovata a Luxor, l’antica Tebe, la Città d’oro perduta nel tempo. Secondo gli studiosi, sarebbe il più grande insediamento urbano in Egitto, una delle maggiori scoperte archeologiche, seconda si dice solo alla tomba di Tutankhamon, che è quanto dire. Sembrerebbe una di quelle storie cucite addosso a uno dei personaggi più amati del cinema (e dei fumetti), Indiana Jones. Stavolta la realtà ha superato la fantasia, nessun inseguimento: la Città d’oro perduta – così è stata subito ribattezzata la scoperta – è emersa dal sottosuolo, grazie al lavoro di studiosi e gregari che hanno avuto la certosina pazienza di proseguire nelle ricerche senza mai fermarsi davanti al primo manufatto rinvenuto.

A Luxor, a poca distanza dalla Valle dei Re,  Zahi Hawass, fanoso egittologo, ha annunciato la scoperta del più grande insediamento antico mai scoperto nel Paese dei Faraoni. In un incontro con gli organi di informazione sono stati diffusi i primi importanti elementi. Sarebbe la città di Aton, risalirebbe a circa  tremila anni fa. Aton sarebbe rimasta per millenni nascosta sotto la sabbia del deserto egiziano e che oggi il team di archeologi ha riportato alla luce.

 

LA PAROLA AGLI ESPERTI

Secondo gli esperti tra le più importanti scoperte della storia dopo quella che svelò al mondo la tomba di Tutankhamon. Il team di archeologia ha rivelato che la missione egiziana guidata dal dottor Zahi Hawass ha trovato la città perduta sotto la sabbia. Sempre secondo gli studiosi, la città risalirebbe al regno di Amenhotep III e continuò a essere abitata da Tutankhamon e Ay.

Betsy Bryan, professore di arte e archeologia egizia alla Johns Hopkins University, sostiene che il ritrovamento sarebbe la seconda scoperta archeologica più importante dalla tomba di Tutankhamon. Con un attento lavoro sono stati già portati alla luce anelli, vasi di ceramica colorata, amuleti dello scarabeo e mattoni di fango recanti i sigilli di Amenhotep III.

Erano state molte le missioni straniere secondo Hawass, ex ministro delle Antichità, ad avere cercato questa città con risultati mai incoraggianti. Il team aveva iniziato gli scavi nel settembre dello scorso anno, tra i templi di Ramses III e Amenhotep III, vicino a Luxor, cinquecento chilometri a sud della capitale, Il Cairo.

Il ritrovamento di “Aten”, sulla sponda occidentale del Nilo, è rispetta le linee-guida di una politica di rilancio del turismo egiziano attualmente in ribasso. Il rilancio, dunque, riparte attraverso l’archeologia, con l’insediamento in questione presentato in maniera evocativa con il nome di “Città d’oro perduta”, nonostante al momento non siano stati rinvenuti oggetti preziosi. Gli studiosi non si danno per vinti, anzi asseriscono che nuovi scavi potrebbero dare alla luce tombe mai ritrovate e depredate, dunque  piene di tesori.

 

MISTERI PRESTO RISOLTI

La fondazione della città risale al regno del grande faraone Amenhotep III, uno dei ventidue regnanti egizi (tra questi, quattro regine) le cui mummie sono state trasferite nella capitale egiziana con uno spettacolare trasferimento dallo storico Museo di piazza Tahrir a quello della Civilizzazione egiziana appena inaugurato.

“Il Sorgere di Aten”, questo il nome completo dell’insediamento, secondo quanto comunicato dal ministero delle Antichità egiziano, come si diceva, sarebbe “la più grande città mai trovata in Egitto”: Amenhotep III, nono re della XVIII dinastia, regnò dal 1391 al 1353, e la città fu attiva durante la reggenza condivisa con suo figlio, il famoso Amenhotep IV/Akhenaton.

Lo studio della “Città perduta” aiuterà a fare luce su uno dei più grandi misteri della storia. Sul perché Akhenaten e Nefertiti decisero di spostarsi da Luxor (l’antica Tebe) ad Amarna. Oltre a questo mistero, il dicastero ne segnala altri due nei quali si sono imbattuti gli archeologi guidati da Hawass: la sepoltura di una persona trovata con i resti di una corda legata alle ginocchia, in un luogo e posizione non del tutto chiara, e quella di una mucca (o di un toro) in una delle stanze di uno degli edifici. In corso studi per saperne di più su questi due misteri.

Ultime curiosità. Alla datazione dell’insediamento si è risaliti attraverso geroglifici su tappi di ceramica di contenitori di vino, ma anche mattoni con il cartiglio di Amenhotep. Iniziati solo nello scorso settembre, gli scavi di Aten hanno riportato alla luce una città rimasta sepolta per tre millenni sotto la sabbia. Sempre secondo gli studiosi, l’intero insediamento sarebbe in buone condizioni di conservazione: muri quasi completi e stanze piene di strumenti di vita quotidiana. Un muro a serpentina con un solo punto di accesso testimonia di un sistema di sicurezza in un distretto amministrativo e residenziale con ambienti più grandi e ben strutturati, ancora in parte sotto terra.