Afrah, una bomba le ha spento un occhio, non il sorriso

Ieri è arrivata all’hotspot tarantino. Stretta al petto dei genitori. Le hanno detto che il peggio era passato, era viva…

Non ha un nome, non ci vuole molto a trovargliene uno: Afrah, felicità. Questo significa, in arabo, un sorriso appena accennato su un volto stanco, messo a dura prova dal lungo viaggio della speranza. I genitori con i quali è sbarcata ieri, venerdì 20 ottobre, a Taranto, le hanno detto che il peggio era passato, la lunga fuga dalla Libia era finalmente finita. Ecco il sorriso di Afrah. I “suoi” l’avevano rassicurata, tenendola stretta al petto. Provati dalla lunga odissea, papà e mamma non hanno più fiato. Non troverebbero le parole e, allora, stringerla forte a sé equivale a più di qualsiasi espressione, frase rassicurante.

Afrah, libica, ha appena sette anni, un dramma dentro, come la paura infinita, e uno, purtroppo, sul viso. E’ viva per miracolo, una mina le è saltata a un palmo. Lei è volata via come carta velina, così piccola. E’ saltata, ripiombata al suolo, raccolta subito dai genitori che le stavano accanto. Viva, grazie al cielo, il volto sfigurato, un occhio sanguinante. Ai primi soccorsi era apparso evidente che per quell’occhio non c’era più niente da fare. Afrah, però, era viva. E dopo la grande paura, per i genitori che fuggivano con in braccio la loro piccola, unica grande ricchezza, ciò che contava era che il suo cuore battesse ancora, forte come l’abbraccio di papà e mamma. Urlava di dolore, Afrah, ma era viva.

Ieri all’hotspot di Taranto, al suo arrivo, Afrah al posto sull’occhio invalido mostrava una vistosa cicatrice, segno di quel primo soccorso che le ha salvato la vita. Chi l’ha vista ha parlato, subito, di grande dignità. I soccorritori, il personale che svolge attività di accoglienza, gli agenti della Polizia locale, l’hanno subito adottata. «Ogni giorno, qui all’hotspot – dicevano – c’è sempre qualcosa da imparare; intanto umiltà: per i migranti parlano i gesti, discreti, nonostante addosso abbiano la grande paura, gli stessi vestiti da giorni, bagnati; tremano, ma non pretendono, aspettano con un silenzio dignitoso il loro turno, anche questo un grande esempio di civiltà: sanno che tocca prima a bambini e donne, i ragazzi e gli uomini appena sbarcati devono avere solo un po’ di pazienza».

Afrah, però, non viene lasciata un solo momento dalla mamma. Il papà, nemmeno a dirlo, non la perde un solo istante di vista. «Mi ha colpito il suo sorriso – diceva un agente della Polizia locale –la sua dignità, mi ha commosso il suo sorriso mentre avvicinava all’occhio risparmiatole da quella inaudita violenza, un foglio: sembrava leggesse, sorrideva, una scena che non dimenticherò mai; come non si dimenticano altre scene, quelle di bambini infilati in enormi giacconi dai quali le dita delle mani sbucano a malapena».

Una delle tante lezioni di vita, dicevano ieri all’hotspot, impartite da bambini che arrivano con il cuore gonfio di speranza. Quello che sta a cuore ad Afrah è vedere il volto dei genitori, adesso più rilassato. Triste, nel vedere la propria figliola in quelle condizioni, ma meno teso per averle salvato la vita e per aver scritto la parola “fine” a una fuga disperata. Non sempre da quelle parti, purtroppo, storie vissute nel dramma hanno un lieto fine. Afrah è un tesoro che quella terra ci ha fatto. Avrà ancora tante cose da insegnarci la piccola bambina libica sempre stretta al petto dei suoi genitori. Un abbraccio al quale, da ieri, ci siamo uniti anche noi.

«Quelle cicatrici, un dolore incancellabile» Michael, nigeriano, la fuga, le torture, la libertà.

IMG-20171019-WA0025«Che Dio ti benedica, fratello!». Ci vuole poco per guadagnarsi una sincera stretta di mano di Michael, nigeriano, ventinove anni. Da cinque mesi in Italia, parla inglese, ma già comprende qualcosa di italiano. Anche lui è fuggito da un Paese, la Nigeria, nel quale, comunque vada, fra militari, miliziani e bande armate, corri sempre il rischio di prenderle. Di brutto e senza una apparente giustificazione. Sfuggi alle intenzioni degli uni e ti ritrovi accerchiato da quelle degli altri. E quando non hai scampo, ti raggomitoli e invochi pietà, sperando che ti sentano. Calci e pugni, mentre gli altri aggressori tengono le armi puntate contro. E se non bastasse, anche colpi con il calcio di una pistola, di un fucile per provocarti ferite. Una mattanza. «Purtroppo non è diverso in altri Paesi africani – spiega davanti a un normale caffè, a dispetto di quanti dicono che la nostra “tazzina” sia forte per i loro gusti – spesso hai la sensazione che, come ti muovi, le buschi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, tre mesi prigioniero».

Non ha memoria del sorriso. Lo ha perso nel tempo. «Mio padre è stato ucciso durante la guerra civile – racconta Michael – a casa ho lasciato mamma e un fratello; il mio viaggio rispetto a quello di altri ragazzi africani è durato cinque mesi, tre dei quali li ho trascorsi in una prigione in Libia».Non esistevano giorno e notte, durante la prigionia i carcerieri ti svegliavano, spiega, e giù calci, ovunque capitasse. In faccia, sui fianchi, nelle parti basse, sulla schiena. «Ti svegliavano e, a modo loro, ti rinfrescavano la memoria: ti ricordavano che la tua vita apparteneva al grilletto della loro pistola; sveglia brusca e solita storia: “devi chiamare i tuoi familiari, farti mandare soldi, altrimenti ti ci rispediamo noi a casa, ma un pezzo per volta!” ».

Foto Michael

Un sorriso…

Non solo non sorride, Michael. Gli si riempiono gli occhi di lacrime quando gli chiediamo di ricordarci un episodio violento. «Non saprei da dove cominciare – dice, ci fa sentire a disagio, la domanda però è già partita – ci picchiavano a sangue, a qualcuno facevano saltare i denti, solo perché non capiva quello che dicevano: come se non gli riconoscessi il potere di vita o di morte su te; pensi ai chilometri che hai fatto scappando, agli affetti lasciati alle spalle senza voltarti indietro, perché tra gli stati d’animo che ti passano per la mente quello più forte è la paura».

Il ventinovenne nigeriano ha le braccia raccolte sul tavolino del bar. Nonostante i cinque mesi in Italia, comprende il senso delle domande, anche se a darci una mano c’è Alassane, operatore del Centro di assistenza straordinario “Cavallotti”. Si fa coraggio, Michael, alza la maglia su polsi e braccia. «Queste sono cicatrici – sembrano provocate da sigarette accese, coltelli – ognuna di queste ha un volto, l’espressione bestiale di un carceriere: non sai cosa gli stia passando per la testa e desideri una sola cosa, che quella lenta agonia finisca, in un modo o nell’altro; i soldi da casa non arrivano e non c’è alternativa alla morte sicura che non sia la fuga».

Per gli aguzzini la vita ha un costo, miserabile come i loro sentimenti. «Cinquecento dinari libici – dice – più o meno trecento euro, tanto vale la tua vita in quel momento, perché per loro sei già una spesa: un tozzo di pane e un po’ di acqua, talvolta sporca, ogni giorno; lo stomaco brontola, ti si chiude e se non hai la forza di risolvere in un modo o nell’altro, pagamento del riscatto o fuga, non hai altra scelta che una lenta agonia…».

Un pianto…

Piange, fissa dentro la tazzina, Michael. Giureremmo che è un accenno di sorriso quando parla di sogni. «Mi piacerebbe fare l’idraulico – confessa – un mestiere che facevo nel mio Paese, me la cavavo bene, non ho gli attrezzi, ma se un domani avessi risparmi sufficienti comprerei i primi attrezzi».

Non sa che in Italia la categoria degli idraulici è fra quelle più invidiate. «I soldi non contano – spiega – sono insignificanti rispetto al valore della vita, non sempre sono il tuo lasciapassare per la libertà: trovi un ragazzino con un fucile che un giorno ha deciso di esercitarsi al tiro al bersaglio, ti svuota le tasche e poi ti dice di correre…No, i soldi rispetto alla vita, alla libertà, sono meno che niente!».

L’Italia per Michael. «Questo Paese mi fa sentire un uomo libero, protetto, per questo dico che la libertà per noi è quella che in Italia chiamano lotteria». E Taranto. «Amo l’aria fresca, passeggiare sul Lungomare, guardare l’orizzonte e sognare interminabili bracciate a nuoto, io che il mare l’ho vissuto per giorni interminabili prima di sbarcare sulle vostre coste: il mare, per me, è il profumo della libertà!».

«Sudiamo nei campi, ma non rubiamo lavoro». Mosi e Sadiki, tratti della loro esperienza tarantina.

LAVORO

«Non vogliamo elemosine»

«Sudiamo nei campi, ma non rubiamo lavoro». Mosi e Sadiki, tratti della loro esperienza tarantina.

IMG-20171018-WA0016Manifattura, costruzioni, servizi, mercati, lavori domestici e nei campi. Sono alcuni fra i settori nei quali sono spesso impegnati extracomunitari in fuga da violenza e miseria. Come in ogni cosa, esistono approcci diversi con un Paese straniero e le regole di un vivere civile, decoroso per quanto talvolta possa essere complicato. Tanto per gli italiani, in questo caso, quanto per chi arriva dopo un lungo viaggio disperato e di speranza dall’Africa.

Su una cosa, Mosi, però, non transige e non la manda a dire. «Non mi piace stare davanti a supermercati e bar con il cappellino in mano a chiedere spiccioli alla gente che entra ed esce da quelle attività: i soldi, pochi o molti che siano, preferisco sudarmeli». Sudare, un verbo che spendono spesso nei loro ragionamenti i ragazzi ospitati nei Centri di accoglienza straordinaria.

Sadiki, due anni in Italia, come il suo amico non usa giri di parole. Fosse un calciatore si direbbe “entra a gamba tesa”, evidentemente sul tema del quale si parla ogni giorno a Taranto: neri e lavoro. «Siamo “quelli che arrivano e non vanno più via”“…rubano il lavoro, alla faccia di una città che vive momenti drammatici”. E i commenti, nei bar, per quelli che hanno più tempo da spendere davanti a una tazzina di caffè, sono anche più forti. Sadiki, conferma. «Sentito con le mie orecchie:«Rubano lavoro e perfino le donne: ne vedo di ragazzi, mano nella mano, con ragazze tarantine!».

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Detto dell’offesa nei confronti di un ragazzo che non sarebbe sciaguratamente considerato “degno” solo per il colore di pelle, e di una ragazza che ha tutto il diritto di tenere stretto per mano chiunque voglia, circoscriviamo le considerazioni al solo lavoro.

In un’altra rubrica del sito (“brevi”) riprendiamo percentuali che sfatano il mito del posto di lavoro “rubato”. Raccontato uno studio dell’Inps, non una società incaricata da quotidiani o periodici, radio o tv. Torniamo un attimo a Mosi. «Trovo umiliante elemosinare, ma rispetto scelta e coscienza e il pensiero di chi, invece, pensa diversamente: è necessario essere comunque tolleranti». Parla a ruota libera. Un italiano approssimativo, comunque comprensibile. Rappresenta l’idea con l’ausilio delle mani. Sorride. «L’ho imparato qui, i tarantini, maIMG-20171018-WA0019 gli italiani in genere, usano molto le mani per spiegarsi, come se disegnassero». Facciamo autocritica, vero: se ai tarantini, come agli “italiani in genere”, per dirla con lo stesso Mosi, fosse impedito l’uso delle mani per dare massa critica a un qualsiasi discorso, sarebbe una sofferenza indescrivibile. «Faccio raccolta nei campi, con me tanti altri fratelli neri, di varie nazionalità: la gente che racconta un’altra realtà sugli immigrati, vorrei che sentisse quello che dice chi ci dà lavoro: “i ragazzi nostri –raccontano – non vogliono lavorare, preferiscono starsene a casa, raccontare ai genitori che lontano da qui è meglio: quelli convinti partono e tornano; altri, che non la raccontano tutta, dicono lo stesso ma danno colpa agli altri e nel frattempo continuano a farsi mantenere dai genitori”; così dice chi mi ha dato lavoro, senza obbligarmi ad accettare orari certe volte discutibili: non mi preoccupo, però, più di tanto; potrei anche dire no, invece accetto e a fine giornata metto in tasca quel pugno di euro stabilito».

Anche Sadiki insiste sul cappellino fuori del supermercato. Aggiunge un risvolto. «Meglio nei campi che starmene fuori a un’attività commerciale; fateci caso, però, non sono solo neri a chiedere spiccioli: amici mi dicono che all’uscita di bar e supermercati stazionano stranieri dell’Est, italiani, anche tarantini, e questo mi dispiace, significa che sono in molti a non passarsela bene». Hanno ancora una manciata di secondi, Mosi e IMG-20171018-WA0014Sadiki. «Un po’ più di tolleranza da parte dei tarantini: c’è chi ha un profondo rispetto per noi, non ci sentiamo affatto discriminati, ma c’è sempre qualcuno che esagera…», s’interrompe Mosi. Sadiki prosegue. «Sono in pochi, sia chiaro: pensano che non parliamo bene l’italiano e, dunque, possono dirci dietro di tutto perché non lo capiamo; invece sorvoliamo, anche su considerazioni pesanti che facciamo finta di non aver compreso: e questo ci pesa più dell’umiliazione di chiedere l’elemosina».

«Bella la Città vecchia, che storia!» Colazione nell’Isola.

 

Colazione domenicale in Città vecchia. Un incontro un po’ voluto, un po’ fortuito quello nell’Isola. Alassane, senegalese, uno degli operatori di “Costruiamo insieme”, il Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti a Taranto, anticipa che domenica con un paio di amici, Anssoumane e Sinaly, connazionale il primo, ivoriano il secondo, faranno due passi in Città vecchia. Alla scoperta di una Taranto che ancora non conoscono del tutto.

«Ne abbiamo sentito parlare», dicono, «visto foto sui giornali al bar o visitando i siti tarantini che postano tante foto di una città bella e accogliente». Alassane, quando può, interviene, i suoi amici l’italiano lo afferrano. Quando non ce la fanno, provano ad interpretare con quell’intuito in alcune circostanze, anche non facili, è stato risolutivo. A proposito di bar, ne cerchiamo subito uno. L’incontro nei IMG-20171015-WA0019pressi del Castello aragonese. Un centinaio di visitatori in fila indiana. Nonostante siano poco più delle nove, i turisti hanno già completato la visita ad uno dei principali attrattori della città. Lasciano alle spalle Castello e due bus extraurbani, imboccano il Ponte girevole per fare ingresso al Borgo.

Città vecchia, un passo dalla sede univeristaria “Aldo Moro”. Bar “La piazzetta-Fishbar”, elegante, servizio impeccabile. Primo giro, cornetto, alla crema va bene. A seguire, caffè o cappuccino. «Caffè, no, in Italia è troppo forte, sembra, come dire…», Alassane fa un gesto eloquente, indica qualcosa di circolare che diventa sempre più piccolo, ristretto, «…qualcosa di troppo concentrato; tante volte ci chiediamo come voi facciate a berne non uno solo, ma anche due, tre al giorno: no, se possibile, dopo il cornetto preferiamo un cappuccino…».

Città vecchia, raro capitiate da queste parti. «Nei bar che frequentiamo per fare colazione», dicono un po’ in francese, un po’ a gesti, «spesso ci fermiamo a parlare: quello degli esercizio commerciali è il primo passo che facciamo verso i residenti, non è difficile diventare amici dei tarantini: mai avvertita quella diffidenza della quale ogni tanto ci hanno parlato: crediamo, come in ogni parte del mondo, sia sufficiente essere educati, avere rispetto del prossimo per guadagnarne tu stesso dagli altri».

Gli Stretti della Città vecchia, suggestivi. Talmente stretti che non è semplice passeggiarci mettendosi in fila, per tre, quattro. Complicato quando uno scooter con due ragazzi a bordo sfreccia su via Duomo. Non hanno il casco, i residenti sono i primi a fare gesti di prudenza ai due giovanotti più o meno spericolati. «Fate attenzione!», gli urlano, «Poi papà e mamma, quando vi fate male, piangono!». Un classico. Ammonimento esagerato, ma fa parte del ruolo pittoresco che qui interpreta, non richiesto, la gente dai cinquant’anni in su.

IMG-20171015-WA0010Giornata di sole, leggenda metropolitana da sfatare, Alassane. «Sempre nel solito bar qualcuno ci ha invitati ad essere prudenti nel venire in Città vecchia, “potreste fare incontri spiacevoli” ci dicono». «E di cosa dovremmo avere paura?», rispondono gli altri due, Anssoumane e Sinaly. «Che ci facciano una rapina, forse? abbiamo pochi soldi in tasca; che ci facciano paura, magari? Veniamo da Paesi nei quali si fa la fame e se non la digerisci, quella, la fame, corri il rischio di essere anche picchiato; abbiamo fatto un lungo viaggio a bordo di una imbarcazione che ha affrontato mare aperto e tanti pericoli, prima di arrivare sulle coste italiane, cosa dovremmo temere ancora?».

Invece, in Città vecchia, scooter a parte, si passeggia volentieri. Saranno le vie strette, radio e stereo ad alto volume, con musica e canzoni popolari accompagnate a squarciagola, via Duomo e i vicoli vicini sprigionano un’atmosfera familiare. Davanti alle due Colonne doriche, Sinaly domanda cosa siano quelle vestigia. «Appena duemilacinquecento anni di storia, qui sorgeva il tempio di Poseidone, parliamo di Magna Grecia…».IMG-20171015-WA0015 Duemilacinquecento, numero che fa paura, nel pronunciarlo come nel rifletterci sopra. Taranto, invece, ha proprio tutta quella storia. E non solo, la Città vecchia che abbiamo appena visitato, dalla cattedrale di San Cataldo («…siamo musulmani, ma l’opera è di una bellezza straordinaria…») alle Colonne, fino al Castello aragonese, ha subito invasioni e contaminazioni, fra gli altri, di arabi e spagnoli.

«Sarebbe bello visitare il Castello aragonese e il Museo archeologico», propone Alassane, «ne parlo con Kaleem, un collega, lui è pratico, sa come muoversi e a chi rivolgersi per conoscere da vicino la storia della città che ci ospita». «Un po’ per volta – conclude l’operatore-interprete – stiamo compiendo passi avanti sul territorio per superare quei primi momenti di diffidenza da parte dei residenti: voglio studiare, lavoro permettendo, laurearmi in Medicina, aiutare il prossimo, esercitare la professione in Italia o nel mio Paese, il Senegal, poi si vedrà».

Contra-dizioni. Popolo, popolazione, regole e cittadini.

Da venerdì avevo il pensiero rivolto a quale poteva essere il tema di questo domenicale senza che mi venisse in mente nulla che mi piacesse, che mi ispirasse, che mi stimolasse a scrivere. Ad un certo punto, ho avuto il terrore che la normalità o, meglio, la sensazione di normalità mi avesse assorbito senza che me ne fossi accorto.

E’ brutto perché piano, lentamente senti crescere dentro un senso di angoscia, di sconfitta con te stesso.

Possibile?” ti chiedi.

Riesci a dare una giustificazione ad un blocco intestinale, un blocco renale, anche alla diarrea, ma darti da solo una giustificazione ad un blocco cerebrale diventa difficile. Diventa necessario un processo di auto analisi, uguale a quello che fai per resettare il computer quanto si blocca.

Spegni la televisione, spegni qualsiasi canale di comunicazione a partire dal telefono e lasci che il cervello trovi il suo tempo per recuperare e riaccendere funzioni spente.

Operazione utile e pericolosa allo stesso tempo, perché se ti costringe a ragionare fuori dall’ordinario e dentro la quotidianità gli devi dedicare l’intera notte.

Non puoi sfuggire, non puoi rimandare e neanche dire “ti richiamo, ora non posso” come fai al telefono.

E’ come una donna al momento del parto o un bambino che sta per venire alla luce: non puoi dettare i tempi, decidere il momento giusto.

Ed è così che capita, nel pieno della notte, di ritrovarti a riflettere su come si possa, nell’era dell’esaltazione della globalizzazione, continuare a giocare sulla differenza fra popolo e popolazione.

Se vi è il rispetto delle regole, i due termini si annullano sciogliendosi dentro un concetto omnicomprensivo che è quello di cittadini, ovvero persone che convivono su uno stesso territorio e hanno uguali diritti e doveri.

Sembra un ragionamento logico che, però, non si traduce nella realtà. Anzi, è parecchio lontano dalla realtà!

Quando leggo o sento di rivendicazioni identitarie e di movimenti secessionisti rabbrividisco al pensiero che nessuno si interroga sul fatto che quella che ci hanno abituati a chiamare globalizzazione riguarda un pezzo di vita del quale siamo protagonisti passivi, spesso vittime inconsapevoli, di un sistema governato dai grandi gruppi finanziari, dalle lobby: se si fosse trattato di una rivoluzione culturale questo mondo sarebbe stato assai diverso abbattendo qualsiasi muro che impedisce la convivenza.

L’incapacità di leggere i profondi mutamenti sociali ed il ricorso all’ideologizzazione in assenza di argomentazioni che reggano trasformano, in Italia, la discussione sulla necessità di rivedere la normativa sul diritto di cittadinanza in una bagarre nella quale si moltiplicano i prestigiatori di parole.

Voglio proporre all’attenzione l’appello sottoscritto da docenti e intellettuali in favore dell’approvazione della proposta di Legge sullo Ius Soli, utile in un Paese che ha da recuperare tanto sul tema della convivenza e, allo stesso tempo, assurda dentro un contesto globalizzato.

Appello di docenti ed educatori per lo ius soli e lo ius culturae 

Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.

Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo – che sono legge dello stato – sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto.

Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro.

Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti. 

Chi vorrà potrà testimoniare questo impegno anche astenendosi dal cibo in quella giornata in uno sciopero della fame simbolico e corale.

Il 3 ottobre è la data che il Parlamento italiano ha scelto di dedicare allamemoria delle vittime dell’emigrazione e noi ci adoperiamo perché in tutte le classi e le scuole dove è possibile ci si impegni a ragionare insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole.

Ci impegniamo inoltre a raccogliere il numero più alto possibile di adesioni e di organizzare, dal 3 ottobre al 3 novembre, un mese di mobilitazione per affrontare il tema nelle scuole con le più diverse iniziative, persuasi della necessità di essere testimoni attivi di una contraddizione che mina alla radice il nostro impegno professionale.

Crediamo infatti che lo ius soli e lo ius culturae, al di là di ogni credo o appartenenza politica, sia condizione necessaria per dare coerenza a una educazione che, seguendo i dettati della nostra Costituzione, riconosca parità di doveri e diritti a tutti gli esseri umani.

Al termine del mese consegneremo questa petizione ai presidenti dal Parlamento Laura Boldrini e Pietro Grasso tramite il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, perché al più presto sia approvata la legge attualmente in discussione al Parlamento.

«Voglio fare il commesso a Milano» Il sogno di Ouattara, dopo l’incubo di un amico “freddato” da banditi

La storia di Ouattara, l’accento sulla terza “a”. Conta poco, scherza lo stesso ragazzo, ventiquattro anni, ivoriano. Parla francese: «L’importante è poterla raccontare la mia di storia». E’ un film. Uno dei tanti, se un giorno ci fermassimo a chiedere ad ogni ragazzo ospite del Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti. Quanti soggetti cinematografici, purtroppo non sempre a lieto fine.

Dunque, il film di Ouattara. E’ drammatico. Tiene in mente una sequenza che non dimenticherà mai. Fosse un lungometraggio sarebbe un estratto da un lungometraggio di Oliver Stone o Michael Cimino. La scena, una delle tante irruzioni in una casa, in Libia, terra di passaggio verso la libertà. Lì, il giovane ivoriano, condivide quel piccolo vano con altri ragazzi. Muratori come lui. Come lui, mettono da parte pochi risparmi, spiccioli. Finiscono in un cassetto, dentro al quale ripongono soldi e sogni.

IMG-20171012-WA0035Ma ecco la violenza. Si stacca dallo schermo, l’immaginario diventa cruda realtà. Banditi con il volto coperto, fanno irruzione in casa. Armi in pugno. «Accade quasi tutti i giorni – prova a ricostruire un dramma consumato in pochi istanti – non riusciamo a mettere da parte la paga settimanale, che puntuale arriva gente senza scrupoli, volto coperto, a rovesciarci le tasche e prenderci quelle poche risorse economiche: non opponiamo resistenza, a che vale, meglio starcene buoni; ci chiedono i nostri magri guadagni, gli spieghiamo che abbiamo subito una rapina qualche giorno prima».

Non finisce qui, purtroppo. «Ci passano in rassegna – spiega Ouattara – uno per volta: ci mostrano le loro reali intenzioni con inaudita violenza, mi portano la pistola alla tempia; urlano ai miei amici: se non diamo loro tutto il denaro fanno fuoco: facciamo quello che ci chiedono; tutti, tranne uno, Ali, un amico del Mali: non ha soldi, non gli credono, gli sparano un colpo in pieno petto, ucciso sul colpo!».

Ecco da dove fugge Ouattara. Dalla violenza quotidiana. Parte da Adijan, capitale della Costa, tredici mesi di lavoro per arrivare finalmente in Italia e scorgere il primo barlume di speranza. «Mamma ha un negozietto di abbigliamento – dice – io l’aiuto, quell’attività però non consente di sfamare una intera famiglia; a una certa età si diventa un peso». Un fardello anche la voglia di crescere, imparare, andare a scuola. «Dieci anni, sempre sui libri, in Italia dove c’è cultura a non finire, voglio imparare ancora tanto, a cominciare dalla lingua del vostro Paese per confrontarmi meglio con la gente del posto». Taranto gli piace, ma saranno i vestiti, non di gran moda, abiti da indossare tutti i giorni, che ripone a posto nel negozietto di famiglia, che il suo obiettivo è un altro. «Milano, capitale della moda – dice orgoglioso Ouattara – lì ho già degli amici: non per fare lo stilista, ma trovare un posto di commesso, in un negozio di abbigliamento sarebbe il massimo; penso a quanto sarebbe bello mandare a casa le mie foto da una delle vie del centro di Milano». Via Montenapoleone, per esempio. Capitale della moda e dei ricchi di mezza Europa. Milano se la gioca con Parigi. «Mio cognato è in Francia; mia sorella, più grande, trentuno anni, aspetta momento e denaro utili per raggiungerlo: non è facile, sarebbe però l’occasione per ricongiungerci, riabbracciarci, stare insieme qualche giorno nella massima serenità e provare a dimenticarci miserie e tragedie non solo di un Paese, ma di un intero continente».

IMG-20171012-WA0029Il viaggio di Ouattara verso la libertà. «Parto da casa con pochi spiccioli – ricorda – arrivato in Mali, i soldi finiscono; il viaggio prosegue con un signore: “Mi pagherai con il lavoro, sai fare il muratore?”, la fame mi ha spinto a imparare in fretta; una settimana di lavoro, poi resto con il mio benefattore per mettere insieme altri soldi: trovo casa, divido l’affitto con altri ragazzi in cerca della stessa libertà, subisco di media una rapina a settimana; ogni volta mi tocca ricominciare, tanto che per rastrellare i soldi necessari per il viaggio ci ho messo tredici mesi; alla fine, però, arrivo in Italia: voglio imparare la vostra lingua, sto facendo esperienza; il dialetto tarantino ha qualcosa in comune con il francese, spero di compiere passi importanti per poi partire e raggiungere i miei amici».

Non c’è ancora il lieto fine, ma Ouattaua che ha un nome al quale ci si abitua, un cognome che sembra un codice fiscale (sorride quando glielo facciamo notare), ha già scritto parole importanti di un capitolo della sua vita. Ora vuole coronare il suo sogno, farsi un selfie in un negozio nel centro di Milano. Volesse il cielo, la stessa attività nella quale ha trovato un lavoro da commesso. «Chiedo molto, lo so, ma se non fosse così non sarebbe più un sogno!»

Ore 11, lezione d’italiano

Extracomunitari fra i banchi per imparare. Non attendono l’esame di docenti o direttore didattico per l’ammissione nella scuola pubblica partendo dalle medie. Non vogliono farsi cogliere impreparati, provano a bruciare le tappe. Provano, non danno niente per scontato. Ci mettono l’impegno di ragazzi che hanno vissuto sulla propria pelle la miseria, esperienza che gli stessi non augurerebbero mai al prossimo. Provano ad imparare i fondamentali per dare il più presto possibile un senso decoroso al futuro. A cominciare dall’integrazione, tema che sta a cuore non solo a questi giovani studenti che frequentano il corso di alfabetizzazione in programma al “Cas Cavallotti” a Taranto. Provano.

IMG-20171010-WA0015Fanno, infatti, di più. Molti di loro sono già a buon punto. Questo dice una lezione alla quale assistiamo in mattinata. Arrivano alla spicciolata, ma si presentano alle 11, puntuali, alla lezione di italiano, tocca a Raffaella. Indossano tute, i giovani allievi, hanno sottobraccio computisterie, qualcuno un cappellino, altri una cuffietta. Chi ascolta musica tiene il ritmo, non riesce a starsene fermo, neppure per qualche istante. Scandisce i suoni, muove a tempo un piede. Poi, l’insegnante per un giorno, batte un paio di volte le mani, reclama attenzione: via le cuffiette, quaderni aperti, ci sono i nuovi appunti da prendere. Fra i banchi: Mamadou, Dioulde, Cysse e Mohamed, attenti ad ogni sillaba.

Balza agli occhi l’abitudine dello scrivere a stampatello. Tutto maiuscolo, tranne per “e”, “i” e “q”. Solo queste ultime sono minuscole. Perfetto l’accento sull’ausiliare “è”. Per il resto, il ragazzo invitato alla lavagna è preciso, lineare, distingue un aggettivo da un verbo, declina passato, presente e futuro. Come se fosse un mago, avesse una sfera di cristallo. Distingue i numeri cardinali da quelli ordinali. E se qualche volta scivola è solo per precipitazione. Ma c’è l’amico, il compagno nel primo banco, l’alunno più attento che fa da notaio e lo mette sulla strada giusta.

Una lezione nella lezione. Raffaella è concentrata, nemmeno per un istante intende far calare l’attenzione della IMG-20171010-WA0024ventina di allievi. Spiega e interroga con l’impegno di chi si cimenta nell’insegnamento per passione. Senza questa, la passione, tutto sarebbe vano. I ragazzi vogliono imparare, ma la lezione di vita la conoscono fin da piccoli. Si accorgerebbero subito se una persona in una qualsiasi attività ci mette il cuore. Dunque, mentre l’insegnante spiega e lo studente è alla lavagna, c’è chi a se stesso dà le risposte sottovoce. A volte anche prima dell’interrogato, in piedi accanto alla lavagna. «Uno, numero cardinale!», dice. «Primo, numero ordinario». E via discorrendo. Un breve stop, verbo da declinare. Niente paura, «Io sarò, tu sarai, egli sarà…». «Futuro!». Fossimo in tv, ci verrebbe da dire «Risposta esatta!». Ma i ragazzi, appena conosciuti, ci stupiscono per molto altro ancora. Aggettivi, pronomi, particelle pronominali sono strumenti dei quali ormai dispongono a piacimento.

Verrebbe voglia di tornare. E ci torneremo senz’altro. Ma una ripassatina alla nostra grammatica, che di bello ha sfumature ma anche percorsi complicati – per gli italiani figurarsi per gli stranieri – non farebbe male. I ragazzi intanto mandano a memoria mesi dell’anno, giorni della settimana, tabelline. Compiono passi straordinari.

Appassiona la passione. Vederli attenti e mai distratti, spiega senza parole come credano in questa seconda occasione della vita. E lo fanno da alunni studiosi che non vogliono perdere una sola virgola della lezione. Quello che impareranno tornerà fondamentale nei rapporti sociali, per ricambiare l’abbraccio della gente che li ha accolti a braccia aperte. E far ricredere, se ancora ce ne fosse bisogno, quel po’ di scettici che osserva il processo di integrazione con inutile sospetto.

Determinati come i bianconeri “Niente ci fa paura, siamo disposti ai sacrifici”

Due chiacchiere per conoscersi, comprendere quale storia li abbia spinti in Italia. Poi fari spenti, taccuino chiuso e penna sulla scrivania. Arrivano ragionamenti effimeri, cose così. Si parla di sport. Chi è appassionato di pallacanestro, sport fisico, tutto muscoli e grinta; chi, invece, e sono tanti, tiene per il calcio, anche questo uno sport per uomini duri.

IMG-20171008-WA0064La Juventus, dunque, prima di ogni cosa. E non lo manifestano con il solo sorriso. Indossano la maglietta bianconera e poco importa se lo sponsor sul petto appartiene a un’altra stagione, quelle strisce che scivolano sul petto di Camara e Coulibaly, Austin e Landing, sono una seconda pelle.

Strano a dirsi, i primi due hanno nomi o assonanze con altri calciatori. Sarebbe bello si facessero fotografare con una sciarpa, quella maglietta. Prudenza, tante volte i ragazzi pensassero di essere trattati da fenomeni da baraccone. Non è così. La diffidenza, però, è un viaggio che li accompagna da piccoli. Non sempre sanno con chi, in realtà, hanno a che fare. Ma di noi si fidano. Il calcio, poi, è un linguaggio universale, unisce popoli e passioni e poco importa se divide per novanta minuti, il tempo di una gara.

Kaleem si assume il compito per conto del “CAS Cavallotti”. Fa da interprete, convince i ragazzi in un attimo.IMG-20171008-WA0065 «Una foto con la maglia della Juventus?», dice Landing. «Per me è un onore, la giro anche ai “miei”, che ogni giorno mi chiedono come stia». Sta bene il giovanotto che si è tinto un ciuffo biondo, come Kean, il giovane fuoriclasse italiano, nato da genitori ivoriani (adesso in prestito al Verona).

Il calciatore bianconero è uno dei tanti che vuol comprendere dove stia andando la politica italiana, a proposito dello “ius soli”. Nascere in Italia, vestire la maglia azzurra di tutte le nazionali giovanili, dunque dare un contributo sportivo al Paese, è un generoso “dare”; sarebbe, però, anche il caso di “ricevere” qualcosa. Non sentirsi discriminato.

Dunque, Camara, Coulibaly, Austin e Landing. Assumono pose stile album “Panini”, la collezione di calciatori più
famosa al mondo. Furono quattro fratelli, edicolanti modenesi, che sul finire degli Anni 50 inventarono il collezionismo legato al calcio. Fatto di album e bustine, foto da incollare ora con la Coccoina, più avanti con le celline biadesive.

IMG-20171008-WA0066Uno di loro prende sul serio (il calcio talvolta lo è…) la realizzazione di una serie di “scatti” e indica, orgoglioso, il simbolo della squadra del cuore. «Non è un caso che sia cucito proprio lì», dice. «La zebra per noi è un simbolo, unisce, fa squadra, quando una di queste si smarrisce, il branco va a cercarla, a qualsiasi costo: è questo il senso…». Insomma, i ragazzi non si fermano a Dybala, ai gol del fuoriclasse. Vanno oltre, scavano nei significati e se non ce ne fossero, sanno loro come interpretarli.

Sono in molti in via Cavallotti a tifare Juventus. Non ci sono tracce di tifosi di altri club. E anche se ce ne fossero, non è il caso di manifestare simpatia calcistica, sarebbero in forte minoranza. I bianconeri sono i più bravi, difficile perdano. Poi hanno un bel gioco e un vero fuoriclasse, Dybala. «E’ più forte di Messi», insiste Camara, «dategli tempo e la bandiera di questa squadra crescerà, diventerà l’attaccante più forte al mondo». Sembra di assistere a una di quelle trasmissioni televisive a tutto tifo. Non conoscono mezze misure e per questo i loro giudizi tecnici sono sentenze. «Paulo non si discute, è un grande!».

IMG-20171008-WA0063Chiacchierata conclusa, i ragazzi ci hanno portato sul terreno nel quale si sentono veri intenditori. Ma quella
che era una curiosità e poteva sembrare una ricreazione, è finita. Si torna alle storie di tutti i giorni, alla voglia di ricostruire. Dimenticare un Paese invivibile, un viaggio della speranza con paure e tensioni. Provare a candidarsi per un posto di lavoro. «In questo ci sentiamo come la Juventus – dicono insieme – non abbiamo paura di niente, siamo disposti ai sacrifici, a farci in quattro per garantirci un futuro e una vita dignitosa».

“Amiamo il calcio, tifiamo Juventus e Dybala” Un plebiscito per bianconeri e asso argentino

Fosse un sondaggio, non ci sarebbe partita, visto l’argomento. I ragazzi extracomunitari che frequentano il Centro di accoglienza straordinaria (CAS) “Cavallotti”, non hanno dubbi su sport, squadra e calciatore preferito. Praticamente un plebiscito: calcio, Juventus, Paulo Dybala.

Qualcuno manifesta la propria fede sportiva addirittura indossando una maglia bianconera. Che abbia sul petto un vecchio sponsor poco importa, le strisce verticali sono inequivocabili. Altri l’accostamento low cost se lo fanno in casa: giubbottino nero, t-shirt bianca.

C’è chi segue il basket, indossa un cappellino con su “NY”. «L’ho comprato a Auchan – dice un ragazzo del Gambia – sedici euro; mi piace il basket…». Attimo di pausa, cambia subito registro. Mima una giocata che con la pallacanestro ha poco in comune. Quasi sferrasse un calcio a un pallone che non c’è. «Ma il football – parla inglese il tifoso che tradisce subito la sua preferenza sportiva – mi coinvolge tanto; anche io, come miei connazionali e amici tifo Juventus, dal giorno in cui ho messo piede in Italia; prima una certa simpatia per il bianconero, poi il tifo, fino a raccoglierci insieme ad ogni partita della squadra davanti alla tv per assistere al campionato: ci piaceva la squadra che giocava meglio delle altre, faceva sempre gol e aveva un giocatore fortissimo: Paulo Dybala».

IMG-20171008-WA0075E se non fosse stato sufficientemente chiaro, chiede a gesti penna e taccuino per scriverlo di getto. Caratteri rigorosamente stampatello: “Paulo Dybala”. Era chiaro anche prima, ma le cose meglio metterle per iscritto, non si sa mai. La cosa diverte. Ma era per mostrare che l’ammirazione sconfinata per l’attaccante argentino non era occasionale.

Domenica il campionato, mercoledì la Champion’s si ritrovano tutti insieme. Vedono le partite della Juventus e del loro beniamino. In serie A, dicono, non ci sia storia. «Quando ero a casa – conferma un nigeriano – nel villaggio in cui abitavo capitava di seguire partite di calcio inglese, spagnolo e italiano: non c’era campionato più entusiasmante, però, di quello vostro; che ora sentiamo anche nostro». Vostro, nostro. Usa gli aggettivi con discrezione, quasi impegnasse per qualche istante il bilancino del farmacista. Come fosse chissà quale forma di appropriazione indebita. Qualsiasi cosa dia gioia, invece, appartiene a tutti, indistintamente. Una esultanza non ha maglia, né colori. «La Juventus – riprende – le vinceva tutte, faceva tanti gol in ogni partita: una volta arrivato in Italia, quella che era simpatia è diventata una passione; così oggi tifo bianconero e Dybala, un giocatore immenso». L’ultimo concetto lo sostanzia con un po’ di fantasia: disegna nel vuoto un cerchio immaginario. Lo scopo è il voler esprimere la grandezza applicata alla tecnica calcistica dell’argentino. Come il suo amico ospite del CAS di via Cavallotti a Taranto, ha reso perfettamente l’idea.

Milan, Inter e Napoli. Un tempo si sarebbe detto «percentuali bulgare». Insomma, non richiamano identica passione. Anzi, per dirla con il sondaggio estemporaneo, sarebbero “non pervenute”. Non sono più i tempi di Van Basten, Ronaldo e Maradona, comprensibile tifare per i più bravi di oggi.

«Una volta a settimana ci incontriamo – dice un ivoriano – e vediamo insieme le partite: è raro che la Juventus perda, così siamo tutti più contenti, è la più forte di tutte». A uno di loro scappano insieme battuta, pacca amichevole e slogan di un carosello televisivo: «Ti piace vincere facile!». L’espressione accompagnata da un largo sorriso, mostra un momento di gioia e una riflessione. «Forse è proprio così – si fa serio uno degli juventini più convinti – siamo talmente stanchi di soffrire per molti altri motivi che non ci va di fabbricarci delusioni proprio con il calcio, che poi è un gioco e dura giusto il tempo di una partita a settimana».

La discriminazione è causa di insonnia!

Quando torno a casa e sono di cattivo umore, se chiamo a tarda ora figure istituzionali e mi sentono alzare la voce o usare termini poco convenzionali, le persone che mi sono vicine, la mia famiglia, capisce che qualcosa non va, non funziona. Mi conoscono troppo bene e sanno che non litigo con le persone, mi inquieta il “sistema” fino al punto di non riuscire a dormire. E’ una inquietudine che si trasforma in rabbia pensando al lavoro continuo, quotidiano, che i miei colleghi che lavorano nelle strutture di accoglienza dei migranti svolgono con grande fatica spinti dal sentirsi al servizio degli altri, pari come chiunque dovrebbe sentirsi di fronte ad un altro uomo, donna, anziano, bambino. Ad un’altra persona.

E quando succede (e succede spesso!) che il “sistema” si inceppa ti chiedi in quale Paese vivi fino al punto di sentirti decontestualizzato.

Ho trascorso la notte pensando alla correlazione che passa tra doveri e diritti, ovvero al percorso che porta all’accesso ai diritti che passa attraverso il rispetto delle regole, del rispetto delle Leggi come dovrebbe avvenire di solito in un Paese “democraticamente normale”.

Ma dentro il Paese che credi sia “democraticamente normale” incontri, quasi quotidianamente, forme aliene, ti confronti con il surreale. E’ come se ti trovassi a parlare con persone di un altro pianeta ma che vivono e stanno qua con ruoli di responsabilità civile e sociale ricoperti in una inconsapevolezza che spiazza l’interlocutore, che fa cadere le braccia, demotiva (non tutti!).

Io, mi arrabbio e non mi demotivo! Anzi, traggo linfa vitale per andare avanti sul percorso della costruzione del modello sociale della convivenza perché sono sempre più convinto che la fase dell’accoglienza è una fase transitoria, temporanea: un ponte gettato per raggiungere il fine ultimo dell’integrazione.

Non mi scrivete e non mi chiamate per sapere perché sono di cattivo umore.

Non ve lo dico!

Chi ha detto che la mia penna può fare più male di un colpo di pistola forse ha ragione. E sa che è inchiostro che scorre nel sangue.

Ma ho bisogno di qualcuno che insieme a me condivida l’odio profondo di fronte ad atteggiamenti che puzzano di discriminazione, di rifiuto dell’altro, di esclusione.

In un Paese che ha finalmente adottato il primo Piano per l’Integrazione, è brutto svegliare di notte Sindaci e Assessori per chiedere che chi vuole adempiere a un dovere possa accedere a un diritto che, per Legge, è diventato un dovere!

Sicuramente non sono simpatico a molti, ma perdonatemi il difetto di esternare il mio pensiero.

E come dico sempre alla mia compagna, prendetemi come sono!