“Vogliono imparare subito!”

«Ragazzi adorabili, alle prime lezioni di alfabetizzazione avevano preso parte in pochi, poi si sono dati voce voce e hanno praticamente cominciato a diventare sempre più numerosi per prendere parte alle lezioni». Raffaella Leno, fra gli assistenti impegnati nella cooperativa “Costruiamo insieme”, è stata fra i primi a raccogliere l’invito di giovanissimi extracomunitari che volevano semplificare il loro processo di integrazione cominciando a “studiare italiano”.

«Mostrano sete di conoscenza – dice l’operatrice – come se volessero bruciare le tappe per potersi interfacciare con una realtà a loro completamente sconosciuta fino a pochi mesi fa; esisteva la possibilità di iscriverli alla scuola media statale, ma era necessario che i ragazzi cominciassero con il prendere confidenza con la lingua italiana, parlata e scritta, fondamentale per seguire i docenti».

Come in tutte le cose, subito un primo esame. «Dopo aver frequentato liberamente il corso di alfabetizzazione – spiega Raffaella – accompagnati da un mediatore, i ragazzi hanno incontrato i docenti cui spettava valutare con la massima attenzione il loro grado di istruzione; è andata bene, oltre ad avere imparato in fretta l’essenza di lingua e scrittura, ai docenti ha colpito la loro grande volontà di imparare in fretta e bene».

Alfabetizzazione, una lavagna completamente in bianco sulla quale scrivere la storia di ognuno di questi ragazzi. «Abbiamo raccolto l’invito di alcuni di loro già nel novembre del 2015, per cominciare poco dopo a lavorare seriamente, in modo ragionato, un passo dopo l’altro; il primo impegno da parte nostra e quanti si sono relazionati con i ragazzi, è stato sul far sciogliere loro la timidezza, provando già i primi giorni a rivolgere loro domande in italiano, perché a loro volta si rivolgessero al loro interlocutore, con sforzo non indifferente, comunque provando a porre domande nella nostra lingua, per sottoporli alla fine a una sorta di immersione totale».

Cosa chiedono e vogliono imparare questi nuovi “allievi” della scuola italiana. «Intanto come rivolgersi alla gente del posto, con il dovuto rispetto: come chiedere informazioni, indicazioni utili per raggiungere un ufficio, uno sportello, per poi fare autonomamente una carta d’identità, svolgere le pratiche per un permesso di soggiorno; chiedere il proprio codice fiscale con il quale svolgere operazioni presso uno sportello postale o, cosa fondamentale, come ricevere assistenza sanitaria, accedere all’STP (Libretto sanitario) per sottoporsi a visite mediche, ricevere cure e avere medicinali; godono, comunque, dell’assistenza di un operatore che li affianca per operazioni che i primi tempi possono risultare più complicate, come una fila al Comune o in un Ufficio postale».

La prima cosa che scaturisce dagli occhi e dal cuore di questi ragazzi. «La voglia di dimenticare in fretta un passato drammatico – conclude Raffaella Leno – e guardare, se possibile, a un futuro che restituisca loro, intanto, una cosa che hanno perso: il sorriso; cercano serenità con la quale affrontare la vita in condizioni finalmente umane».

“Una famiglia e un buon lavoro” Il sogno di Cristian, nigeriano, ventitrè anni

IMG-20171005-WA0006Dieci mesi. Tanto è durato il viaggio di Cristian, nigeriano, ventitré anni. Il tempo, tanto, per mettere insieme i soldi necessari per il viaggio. Non senza qualche brusco e doloroso imprevisto. «Sono partito dal mio paese – racconta, assistito da un interprete del “CAS Cavallotti” di Taranto – non è stato semplice affrontare il lungo viaggio per l’Italia: il mio obiettivo era raggiungere l’Europa, fuggire dalla miseria e dalle restrizioni del governo; alla fine ce l’ho fatta».

Cristian, sarà cattolico. «Certo, cattolico, non è un caso che i miei mi abbiano dato questo nome; sapeste quante volte mi sono rivolto al Signore in quei lunghi dieci mesi…». Taranto, Italia, Europa. Uno dei principali obiettivi che il ventitreenne ragazzo arrivato dalla Nigeria, si è posto. «Trovare un buon lavoro, dove “buono” sta per dignitoso: non ho paura di svolgere lavori di fatica, anche i più umili, purché ci sia il rispetto della persona; poi, se riuscissi a realizzare questo mio sogno, vorrei sposarmi e mettere su una famiglia».

I mestieri di Cristian, un ragazzo al quale, si diceva, non fa paura nulla, specie dopo aver superato il deserto. Un passo per volta. «Impegni faticosi ne ho affrontati, poi giunto in Libia mi sono occupato di lavori di pulizia; è lì che ho messo insieme il denaro utile per affrontare il viaggio e arrivare finalmente in Italia».

Non è andato tutto liscio, dieci mesi sono tanti. Non vorrebbe parlarne. Compie uno sforzo, quasi a voler rimuovere dalla memoria un’aggressione, la più violenta. «In pieno deserto sono stato vittima di un agguato, accerchiato da una banda di uomini senza scrupoli; prima strattonato, poi picchiato ripetutamente e alleggerito di quei pochi soldi che avevo portato via da casa. Poi, finalmente, Libia, lavoro e soldi per comprare il biglietto per la libertà».

IMG-20171005-WA0007In Italia da solo, con amici o familiari, Cristian spiega. Senza tanti giri di parole. «Solo – riprende – completamente solo, con tutti quei momenti di debolezza e nostalgia che ti assalgono quando non hai accanto qualcuno che condivida la tua stessa sofferenza: pensavo agli amici, anni spensierati, lunghe passeggiate, a quando scherzavamo sulle cose più insignificanti».

Nostalgia anche per i familiari rimasti in Nigeria. «Li sento spesso, non tutti i giorni: la prima telefonata al mio arrivo sulle coste italiane è stata per loro: “Tutto bene!”, ho esclamato, sono finalmente arrivato, il peggio è passato».

Altra nostalgia. Sorride Cristiano. «Mi manca la “girlfriend”». Parla in inglese, il giovane nigeriano, si aiuta a gesti nel confessare questa sua ultima, umana debolezza. La sensazione è che si stia alleggerendo di un peso trascinato per lungo tempo. «Vorrei coronare il mio sogno: sposarmi e vivere in Italia, se possibile».

Mettere su famiglia, avendo un «buon lavoro». Fra dieci, venti anni, ci chiediamo, e gli chiediamo, cosa insegnerebbe, racconterebbe ai suoi figli di questa sua “avventura”. «Una grande solitudine, l’incertezza del futuro, il trovarmi in costante contatto con il pericolo; ma non per mettergli paura, piuttosto per insegnargli ad amare anche le più piccole cose: ecco, vorrei che i miei figli un giorno sapessero tutto questo e che farò l’impossibile perché tutto questo un giorno non accada a loro».

“A scuola per scrivere insieme il nostro futuro”

Sorridono, non sembra nemmeno il primo giorno di scuola. Invece è così. I ragazzi che mostrano allegria, sostanziata da battute fra loro e tanto di selfie da girare a familiari e amici, sono ventisei extracomunitari, tutti intorno ai vent’anni. Stranieri in un Paese che vuole compiere passi importanti in tema di accoglienza e integrazione. Devono questa prima grande gioia al primo lavoro di alfabetizzazione svolto nella sede del Centro di accoglienza straordinaria (CAS) di via Cavallotti a Taranto.

I ragazzi cominciano il loro percorso fra i banchi dell’istituto scolastico “Colombo” di via Medaglie d’Oro. Solo volti distesi, sorridenti. Non ci sono quei bronci che di solito accompagnano i nostri studenti. I ragazzi arrivati da Senegal, Costa d’Avorio e Gambia, sono felici. Quello che stanno compiendo, ne sono consapevoli, è uno dei primi passi “istituzionali” verso un’Italia che gradualmente li inserirà nel proprio tessuto sociale per farne una risorsa.

I ragazzi, dunque, festeggiano il primo step verso l’istruzione “italiana”. Apprenderanno elementi basilari, lingua, storia, materie utili nella personale crescita didattica. Questo percorso di apprendistato servirà per meglio interfacciarsi con la nuova realtà che li circonda. Sembra semplice, ma ancora non lo è, chiedere informazioni ad uno sportello del Comune; dove rivolgersi per ricevere un codice fiscale, cure sanitarie e medicinali; fare la fila in un Ufficio postale. Ma anche il solo chiedere un indirizzo, la fermata di un mezzo pubblico, una via, una piazza.

Nel primo giorno di scuola alla “Colombo”, i ventisei studenti extracomunitari sono accompagnati da un mediatore, figura importante per introdurli in un ambiente completamente nuovo. Parlano già tre lingue i ragazzi, oltre al loro dialetto: l’arabo, il francese e l’inglese. «Ma non bastano ancora – sorride uno dei ragazzi con una certa confidenza con l’italiano – dobbiamo impararne una quarta e la cosa non ci spaventa; sappiamo chiedere informazioni importanti, vie, piazze, i numeri dei bus, ma siamo consapevoli che la strada è ancora lunga».

Lo sguardo rivolto a un futuro al quale i ventisei nuovi studenti della “Colombo”, seguiti, si diceva, prima presso il “Cas Cavallotti” di Taranto, ora guardano con grande speranza. «Se non fosse per la storia che ciascuno di noi vive ancora sulla propria pelle – dice uno dei “nuovi” studenti – il passato sembra essere alle nostre spalle, ora vogliamo guardare avanti: ci basta un sorriso, una sincera stretta di mano e un po’ di pazienza da parte dei professori: se chiederemo di spiegarci una seconda volta il passaggio di una lezione, dovranno comprendere qualche nostro disagio e possibilmente venirci incontro».

Dirigente scolastico e docenti della “Colombo” hanno subito manifestato massima disponibilità all’accoglienza dei nuovi studenti. «E’ un’esperienza dal grande spessore umano che ci rende orgogliosi – diceva l’altro giorno un professore – vedere ragazzi così disposti ad imparare non senza qualche comprensibile difficoltà dovuta alla lingua, non può che farci piacere».

Gli altri studenti della scuola hanno preso a benvolere i nuovi ventisei compagni. Ma anche loro, i ragazzi venuti da lontano, qualcosa potranno insegnarla. Solo materie dure, purtroppo: sofferenza, pericolo, dolore e l’incognita di un futuro tutto da scrivere, ma nel quale comincia a vedersi finalmente un primo spiraglio di speranza.

C’è una lavagna di fronte a Mamadou, uno dei giovani allievi. Il suo entusiasmo è contagioso. «Spetta a noi riempire quella lavagna di contenuti: cancelliamo il passato e scriviamo insieme il futuro».

 

Favor libertatis

Alla luce dei nuovi provvedimenti adottati dal Governo (Primo Piano Nazionale per l’Integrazione), pubblichiamo nell’odierna rubrica domenicale, l’abstract di una ricerca svolta da un gruppo di sociologi dell’Università di Bari sul tema del trattenimento dei migranti che evidenzia falle in una burocrazia votata più ad assumere decisioni abitudinarie che ad entrare nel cuore dei problemi.

La ricerca, pubblicata nel 2017, si riferisce a dati raccolti nel 2015.

Ringraziamo il Prof. Nicola Schingaro, sociologo dell’Università di Bari, per averci fornito questi spunti di riflessione nutrendo la speranza che si avvii un processo di umanizzazione anche in questo delicato e complesso ambito di intervento nella gestione delle pratiche sulla gestione dei flussi migratori.

In questo contributo, si presenta la sintesi dei risultati di una ricerca – realizzata da G. Campesi, P. Donadio e N. Schingaro (Dipartimento di Scienze politiche, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”) -che ha analizzato i provvedimenti di convalida e di proroga del trattenimento nel CIE di Bari-Palese, emessi dall’Ufficio del Giudice di Pace (GdP) di Bari nel primo e nell’ultimo trimestre del 2015. Complessivamente, sono stati raccolti 322 provvedimenti a partire dai quali è stato possibile estrarre dati utili per un’analisi quantitativa (con l’utilizzo del software SPSS) e un’analisi qualitativa (con l’ausilio del software Atlas.Ti).

I risultati evidenziano intanto la scarsa qualità di controllo giurisdizionale sui provvedimenti di trattenimento adottati dalle Questure ai sensi del d.lgs 286/1998. Sono udienze di breve durata (svolte nel CIE), che portano a provvedimenti scarsamente motivati o privi di ogni motivazione. Esse rinviano all’esercizio di una funzione di controllo meramente burocratica, diretta più ad una validazione formale dei provvedimenti adottati dall’autorità amministrativa sulla libertà personale degli stranieri che all’esercizio del controllo giurisdizionale imposto dall’art. 13 della Costituzione. Durante le udienze prese in esame non è stata mai fatta una valutazione approfondita sul “rischio di fuga” dello straniero, ovvero sul presupposto principale che legittima il ricorso al trattenimento. Di certo, anche per la qualità della formulazione del dettato normativo, prevale la tendenza a presumere tale rischio con uno o più indici astrattamente definiti dal legislatore e riportati nei provvedimenti attraverso un elenco pre-stampato. Non sono mai prese in considerazione alternative al provvedimento di trattenimento, neppure quando lo straniero è in possesso di documenti d’identità o di un domicilio in cui essere rintracciabile. La valutazione della concreta possibilità di rimpatrio è apparsa assai superficiale, anche nei casi di stranieri già attinti da diversi provvedimenti di espulsione o colpiti da altri provvedimenti di trattenimento. Dinanzi ad un controllo giurisdizionale così blando sull’attività delle Questure, la riforma dei termini massimi di trattenimento ha per lo meno introdotto un correttivo che riduce il rischio che lo straniero “non deportabile” subisca lunghi ed ingiustificati periodi di privazione della libertà personale. C’è inoltre la tendenza dei GdP a motivare più attentamente i provvedimenti di remissione in libertà degli stranieri, anziché le convalide o le proroghe del trattenimento. Questo dato non è affatto secondario poiché esplicita con un certa chiarezza il retro-pensiero che guida l’azione dei GdP nell’esercizio della loro funzione giurisdizionale. In sostanza, per il GdP di Bari, la privazione della libertà dello straniero sarebbe la regola, una, che peraltro non è necessario giustificare, mentre crede sia invece necessario motivare puntualmente il caso in cui si decida di rimettere in libertà lo straniero, anche se si tratta pur sempre di un’eccezione. E questo ci pare determini un sovvertimento dei principi costituzionali relativi alla tutela della libertà personale, anche se questo ci sembra in realtà un sovvertimento ancora più odioso poiché equivale all’ammissione che il principio del favor libertatis non si applichi ai cittadini stranieri.

 

Nicola Schingaro, PhD

Sociologo e Urban Planner

Dipartimento di Scienze politiche

Università degli Studi di Bari ‘A. Moro’

 

Per consultare l’intero lavoro di ricerca clicca qui 

 

Ecco il primo Piano nazionale per l’integrazione

È stato presentato nella sede del Ministero degli Interni il primo Piano Nazionale sull’Integrazione, un documento di indirizzo, scritto e sottoscritto da più Ministeri, che pare finalmente uno strumento che guarda oltre le politiche e le pratiche di accoglienza, ponendo l’accento sulla convivenza.
Ai doveri assunti dallo Stato italiano devono, parimenti, corrispondere impegni da parte di chi beneficia di protezione internazionale al fine di costruire quella auspicata coesione sociale utile a superare la barriera dell’indefinito che, per troppo tempo, ha caratterizzato l’accoglienza nel nostro Paese.
Sostenere il dialogo religioso attuando il Patto per l’Islam a livello locale, rendere obbligatoria la partecipazione ai corsi di lingua organizzati dai Centri di Accoglienza, frequenza di tirocini di formazione e orientamento all’apprendistato, potenziamento dei percorsi di socializzazione in favore dei minori e potenziamento della rete di difesa e protezione delle donne vittime di tratta sono i capisaldi del Piano.
All’attuazione del Piano sono chiamati tutti i soggetti istituzionali con la collaborazione attiva del Terzo Settore.
La platea di persone coinvolte dal Piano non riguardo solo i titolari di permesso di soggiorno, ma le quasi 250 mila persone richiedenti asilo e minori non accompagnati.
Invitiamo alla lettura del Piano per l’Integrazione

A cosa serve la guerra

Se non fosse tutto vero, fin troppo reale, potremmo pensare di assistere alla lite fra due bambini prepotenti e capricciosi che, travolti da un impeto di bullismo, si scatenano in una gara di insulti e provocazioni reciproche.

Il problema è che non è la lite fra due ragazzini quella alla quale stiamo assistendo, ma uno sconcertante scenario che vede come attori principali due Capi di Stato e come spettatore quasi inerme il resto del Mondo fino ad oggi incapace di imporre una mediazione ragionevole.

Se qualche anno fa avessimo domandato il nome del Presidente della Corea del Nord sono certo che la gran parte della popolazione mondiale non avrebbe saputo rispondere.

Oggi Kim Jong-un è un volto familiare, è entrato con prepotenza in tutte le case e suscita un interesse generato da una profonda preoccupazione: quando appare seduto in poltrona a godersi, circondato da fedelissimi plaudenti, il lancio di un missile non sta giocando alla Play Station. Sono missili veri con un potenziale distruttivo intriso del concetto di devastazione.

Dall’altra parte, il Presidente degli Stati Uniti d’America Trump, più impegnato a proferire minacce che a cercare una via d’uscita diplomatica, mostra anch’egli la propensione a mostrare i muscoli, a tratti quasi la spasmodica voglia di spingere quel bottone rosso chiuso nella valigetta che lo segue ovunque.

E’ sconcertante assistere ad una diplomazia internazionale ridotta a dichiarazioni quali “Trump è un vecchio rimbambito!” (Kim) o “Kim è chiaramente pazzo. Siamo pronti alla distruzione totale della Corea del Nord” (Trump).

In tutto questo le persone, le donne, i bambini non hanno alcun ruolo, nemmeno marginale, nei pensieri dei due passionari della guerra.

Quando con disarmante leggerezza si parla di bombe all’idrogeno, la famigerata bomba H, mi vengono in mente una affermazione piena di verità (Quando i grandi giocano alla guerra, i bambini non giocano più!) ed una canzone di Edoardo Bennato di cui vi propongo la lettura del testo e l’ascolto.

 

A cosa serve la guerra.

 

A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità
A cosa serve la guerra – la guerra non serve mai
serve soltanto a trovare rimedi che sono peggiori dei mali 

Ogni soldato che parte – ogni soldato del re
vorrei raggiungerlo con questo valzer – fargli cantare con me
A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità
La guerra è sempre la stessa – ognuno la perderà
e a ogni soldato che muore si perde un po’ di umanità
La guerra è sempre la stessa devi partire e non sai
se è una minaccia o se è una promessa
che è l’ultima guerra che fai
Come uno stupido valzer – la storia non cambierà
ma è sempre meglio cantarla ogni tanto – questa canzone che fa
La guerra è un caso irrisolto – perché la sua soluzione
è che il più debole ha sempre torto e il più forte ha sempre ragione
A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità.

Ussumane e il primo giorno di scuola

«Sì, sarò bravo a scuola, non come te». Sorride Ussumane. Ha scoperto che non sono mai stato un genio nel rendimento e nel comportamento nei miei anni di scuola e così mi saluta prendendomi in giro. «Studierò così avrò la serenità di dedicarmi anche al calcio».

Il suo primo giorno di scuola alla Colombo inizia con entusiasmo. Non è un ragazzo esuberante Ussumane, ma il suo sorriso trasmette la positività del suo animo: « Sono un po’ spaventato ed emozionato allo stesso tempo: la scuola è importante, ma non solo per imparare la lingua che per noi è noi fondamentale, ma anche perché mi aspetto che offra l’occasione di fare anche esperienze nuove. Visitare posti nuovi, scoprire realtà che non conosco sono avventure che se vissute insieme ai compagni di classe possono essere ancora più entusiasmanti».

Ussumane ha compiuto 18 anni il 2 settembre scorso, qualche giorno prima del suo campione: Luka Modrić, il centrocampista del Real Madrid che di anni, però, il 9 settembre ne ha compiuti 27. «Anche io gioco a centrocampo e mi ispiro a lui perché il suo modo di giocare è semplice, pulito, come dovrebbe essere quello di un centrocampista. Iniesta? Sì, è un fenomeno, ma Modrić  è meglio». È arrivato in Italia il 30 settembre dello scorso anno: il suo viaggio è iniziato a Gabú qualche mese prima. «Perché sono partito? Problemi familiari. Litigavo con il mio fratellastro. Le cose sono andate avanti pertanto tempo fino a quando il 2 giugno 2016 dopo l’ennesimo scontro ho capito che era meglio andar via». Il suo viaggio lo ha portato in Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger dove ha lavorato per un mese nell’edilizia e infine in Libia: «Ci sono stato per 4 mesi e sì, prima che tu me lo chieda, sono stato in prigione, ma non pensare che ti possa descrivere quei momenti: c’ho provato altre volte, ma è troppo difficile da raccontare». In Italia è arrivato dopo il salvataggio di una nave della Marina militare: con altre 110 persone attraversava il Mediterraneo su un barca piccolissima: «il viaggio è stato terribile, ma non solo quello in barca. Tutto il viaggio è terribile. Se oggi potessi parlare con i ragazzi della mia terra direi loro di non partire. Sì, lo so che le condizioni di vita nel nostro Paese non sono facili, ma i rischi del viaggio sono troppo alti per tentare. Mi sento molto fortunato a essere qui».

Nel suo Paese ha studiato per 5 anni e poi ha iniziato a fare l’agricoltore, ma il sogno della campagna probabilmente è rimasto in Africa: Ussumane vuole studiare e giocare a calcio. Da qualche tempo si allena con la Africa United Talsano e tra poco inizierà il campionato: «non vedo l’ora – dice sorridendo – come per la scuola anche lì darò il massimo. Diventerò un grande calciatore». Si ferma sorride e poi aggiunge: «non come te». Scoppiamo a ridere entrambi. Anche Mady, l’operatore che ci aiuta a comunicare ride. Intorno a noi il sole riscalda la mattina di un settembre insolito e improvvisamente pieno di avventure da iniziare. Ussumane saluta, si allontana e continua a sorridere.

Specchia tra le parole e l’esempio

Ha ragione Oscar Iarussi che nel suo commento sulla Gazzetta dopo tragici fatti di Specchia, ha scritto che «nonostante il pudore che spingerebbe a tacere, viene il sospetto che le parole servano: pacate, riflessive, ferme». La tragica storia di Noemi lo chiede. Ma chi ha il diritto di parlare? «Quelle dei giudici, quando toccherà a loro. Quelle degli adulti, ogni giorno» aggiunge Iarussi.

Già, gli adulti: genitori, educatori e insegnanti prima degli altri hanno un «dovere di prelazione» di usare le parole, ma ancora di più l’esempio. Le parole senza una testimonianza credibile non servono.
Perché il rispetto dell’altro sesso è materia che i giovani (ma non solo) hanno bisogno di vivere, non di ascoltare. L’atrocità di quanto accaduto non può non interrogare sul livello di testimonianza che oggi i «grandi» sanno offrire: i modelli propinati dalle aberranti trasmissioni come Temptation Island, Grande Fratello, Geordie Show e altro dominano in modo incontrastato l’immaginario adolescenziale.

Quando l’autore dell’omicidio di Noemi ha rischiato il linciaggio sfoderando un atteggiamento di sfida con un saluto inquietante e una smorfia derisoria verso la folla, probabilmente ha solo cercato di (a modo suo) di apparire ciò che non è. Forse ha solo rielaborato quei modelli di cui si è imbibito. Probabilmente ha sentito la necessità di sfoggiare, sfidare, osare, non mostrare debolezza. Eppure «tenerezza e gentilezza – scrive Khalil Gibran – non sono sintomo di disperazione e debolezza, ma espressione di forza e di determinazione». Quel ragazzo ha sbagliato e deve essere punito secondo ciò che prevede la legge. Indubbiamente. Ma non servirà a nulla se tanti altri non saranno toccati dalle parole e dalla testimonianza di chi – coi fatti – è in grado di raccontare il rispetto per l’altro. Chiunque sia.

Ben, le biciclette e il futuro da riparare – 2parte

Effettivamente, il mezzo per spostarsi utilizzato dai migranti è prevalentemente la bicicletta: per raggiungere il posto di lavoro, regolare o irregolare che sia, per raggiungere il centro della città, semplicemente, per spostarsi. Mi torna in mente il fatto che sia stato proprio Fabio, all’inizio dell’esperienza modugnese, circa due anni fa, a proporre un corso sulla sicurezza stradale che, in realtà, ha poi tenuto in struttura all’indomani di un brutto episodio capitato ad un ospite del centro che tornava in struttura dopo una giornata di lavoro nei campi. E quando si esce al buio delle tre e mezzo del mattino e si torna, sempre al buio, alle sette della sera, soprattutto in inverno, se usi la bicicletta per spostarti è opportuno prendere qualche precauzione. Ma è solo un pensiero, quasi uno sfogo, rivolto a quanti, senza avere cognizione di causa, si chiedono e chiedono cosa facciano in realtà le tante persone che lavorano nelle strutture di accoglienza.

Ma torniamo a Ben ed alla nostra chiacchierata che, superata la diffidenza iniziale, sembra proseguire in discesa. “Ok – dico – pensiamo allora alla possibilità di mettere in piedi una ciclofficina! Ma se l’idea ti piace ti devi rendere parte attiva del progetto. Noi potremmo lanciarlo, proporlo, supportarlo, ma siamo lontani dal modello assistenzialistico. Avrai visto come lavoriamo. Garantiamo i servizi e siamo sempre disponibili a pensare e progettare insieme un futuro possibile per tutti, ma ognuno deve assumere una responsabilità, si deve rendere parte attiva e, soprattutto, ci deve credere!”.

Chi mi conosce sa che se mi innamoro di una idea divento un fiume in piena e, guardando Fabio che deve tradurre, mi rendo conto che è il caso di allontanarmi con la scusa di andare in bagno. Ritorno dopo qualche minuto incrociando lo sguardo di Ben che mi guarda stranito, quasi sorpreso o non sicuro della traduzione di Fabio.

Chiede: “Avete deciso di darmi una opportunità? E perché proprio a me?”. Rispondo che chi si adopera, in qualsiasi attività, e dimostra la voglia voler fare deve essere considerato una risorsa da valorizzare, che merita una opportunità per mettersi in gioco. Che parte del nostro lavoro, forse quella più importante, consiste nel sostenere le persone, non solo i migranti, a pensare, immaginare, costruire un futuro.

Ben continua a guardare Fabio chiedendo con lo sguardo se scherzo o parlo sul serio.

E Fabio, a questo punto mi ruba il mestiere: “Sai che tante persone che lavorano per la Cooperativa con un regolare contratto sono ex ospiti delle strutture di accoglienza?” dice rivolgendosi a Ben. Ben comincia a fidarsi un po’ di più e gli spiego che in Italia ci sono delle regole da rispettare, che sono il fondamento sul quale far reggere una idea e costruire opportunità. Gli chiedo quale è la sua idea sull’ipotesi di fondare una Associazione di Promozione Sociale che magari possa avere come nome “Costruiamo Insieme… Opportunità” e lui ride, è una idea che gli piace ma, in maniera decisa, spiega che il suo primo obiettivo è studiare, imparare l’italiano. “Certo –dice- gestire una ciclofficina aperta a tutti non solo mi piacerebbe ma mi metterebbe anche nelle condizioni di relazionare con gli italiani e faciliterebbe l’apprendimento della lingua”.

Ridiamo insieme sul fatto che io non conosco l’inglese, nonostante lauree e master e ho bisogno di Fabio per comunicare: è un problema reciproco. Anche negli ospedali e nei pubblici uffici è difficile incontrare qualcuno che conosca più lingue! Ben ride ancora e dice che parlo male di me e del mio Paese. Chissà in che luogo ultracivilizzato pensava di essere arrivato e, a me, viene di sorridere amaramente al contrario: nelle strutture di accoglienza non esistono ostacoli di comunicazione, neanche quando incontri i dialetti di regioni africane delle quali non conosci neanche l’esistenza.

Dopo aver trascorso un bel pomeriggio, il congedo è triste: Ben ha ricevuto l’esito negativo dalla Commissione Prefettizia alla richiesta di soggiorno. Il 27 settembre, fra qualche giorno, avrà il risultato dell’Appello. Se anche questo dovesse essere negativo, noi avremmo lavorato a vuoto e, soprattutto, verrebbe negata una opportunità, una possibilità ad un ragazzo che davvero merita un futuro migliore. Se strutture di accoglienza e operatori non fossero solo un cuscinetto sul quale scaricare quella che “chiamano” accoglienza, ma diventassero filtri utili a decidere il futuro delle persone forse qualcosa cambierebbe e Ben potrebbe diventare una risorsa per il territorio, trasformandosi da un fascicolo aperto negli Uffici Prefettizi in una persona che, a soli 21 anni, ha tanta voglia di realizzare i suoi sogni e insegue i suoi obiettivi.

Se in fase di Appello qualcuno avesse la decenza di riconsiderare il diniego, avremmo una bottiglia pronta da stappare ed una bottega da aprire.

Speriamo la prima di tante altre! E speriamo con Ben!

Ben, le biciclette e un futuro da riparare (1^ parte)

Sono arrivato al CAS di Modugno alle 18,30 di sabato. In realtà avevo detto a Fabio, un operatore storico della struttura che mi ha fatto da gancio e mediatore linguistico, che sarei arrivato nel primo pomeriggio per incontrare Ben, un ragazzo nigeriano di 21 anni che mi aveva incuriosito per il fatto di averlo sempre visto adoperarsi ad aggiustare biciclette durante le mie visite al Centro.

Ho avuto una percezione strana appena entrato: Fabio era occupato con le cose che fanno gli operatori e io, nell’attesa che finisse, ho potuto godere di una vitalità che non avevo mai riscontrato, forse anche a causa dei miei orari: un torneo di ping pong auto organizzato, un folto gruppo di ospiti intenti a seguire in televisione le partite di calcio e, in disparte ma nella stessa sala dedicata alle attività, quattro ragazzi seduti ad un tavolo ripetevano le lezioni di lingua italiana.

Fuori, entrando nella struttura, avevo incontrato il solito gruppo di appassionati del gioco della dama.

Sui piani, le stanze era quasi totalmente vuote, fatto che mi ha indotto alla riflessione che finalmente c’è chi vive il territorio e chi ha trovato i suoi spazi in struttura.

Fabio ha terminato le sue cose e mi presenta Ben, che aspetta da un bel po’ senza neanche sapere in realtà cosa dovessimo fare insieme. Tanto è vero che si è tirato a lucido a differenza mia che ho grandi problemi a rinunciare a scarpe da ginnastica e maglietta.

Fatta una valutazione della situazione nel Centro e considerata la presenza di altri operatori, propongo a Ben e Fabio di spostarci in un posto più tranquillo per raccogliere la sua storia, a poche centinaia di metri dalla struttura. Ben non mi conosce ma si fida di Fabio e accetta.

Entrati in macchina per raggiungere il bar più vicino, io e Fabio parliamo delle difficoltà che incombono sulle nostre vite e, nel contempo, guardo dallo specchietto retrovisore il volto di Ben intento a cercare di capire cosa ci stessimo dicendo.

Tranquillo Ben – dice Fabio girandosi verso di lui – non ti portiamo al patibolo!”.

Ridono insieme. Io non capisco e Fabio traduce a me e Ben ride!

Finalmente siamo seduti al tavolo di un bar e chiedo a Fabio di spiegare a Ben il senso di questa intervista e, soprattutto, di spiegarli che dalle storie che raccogliamo vogliamo trarre spunti, idee, per costruire progetti da realizzare insieme.

Ma anche arricchirci dalle loro storie, sapere, conoscere. Allora, iniziamo da lui dicendogli che non mi interessa sapere come è arrivato in Italia perché trafficanti e rotte le conosciamo. Voglio che mi dica qualcosa che non so e perché ha lasciato il suo Paese.

Ufficialmente sono partito dalla Nigeria, in realtà sono scappato da una Regione della Nigeria che si chiama Biafra, che non è lo Stato del Biafra, ma una Regione che combatte da sempre per l’indipendenza dalla Nigeria. Non sono scappato per motivi politici ma per una questione religiosa anche difficile da spiegare. Mio padre era a Capo di un gruppo religioso che praticava una fede che posso definire come una ramificazione del woodoo, una pratica materialista, credevano che gli alberi, le piante, gli oggetti avessero un anima. Io sono cresciuto, al contrario, seguendo il cristianesimo. Ma, dopo la morte di mio padre, i suoi seguaci sono venuti a dirmi che il suo successore dovevo essere io. Non me la sono sentita e l’unica soluzione era andare via.

Ben ha studiato fino alle scuole secondarie con indirizzo scientifico nel suo Paese e lavorava nel settore del’edilizia come piastrellista.

Parlando del suo viaggio verso l’Italia, gli chiedo solo di sapere se in Libia gli è capitato di essere rinchiuso in un campo o in un carcere: “No – mi risponde – una sola volta la polizia ha tentato di prendermi ma sono riuscito a scappare. Ho sentito parlare dei campi e di come trattano le persone che arrestano. A me non è capitato nonostante ho lavorato in Libia per 5 mesi come muratore prima di arrivare in Italia”.

I mezzi e i modi sono quelli già raccontati più volte. Ripeto a Ben che, nonostante le cose interessanti che ha raccontato il nostro intento è diverso, è quello di cercare di costruire opportunità, canali di inclusione, passare dall’accoglienza alla convivenza.

Mentre Fabio traduce, Ben è stupito, perplesso.

Capita la difficoltà, gli pongo una domanda diretta: ”Ho chiesto di parlare con te perché ti ho visto spesso aggiustare biciclette e mi sono chiesto se questo non si possa trasformare in un servizio accessibile a tutti”.

Ho iniziato ad aggiustare le biciclette qui in Italia, nel mio Paese non l’ho mai fatto. Mi sono guardato intorno e ho visto che tutti usano la bicicletta e ho pensato che con le mie competenze avrei potuto aggiustare biciclette per racimolare un po’ di soldi. Così è iniziata questa esperienza e ora vengono tutti da me”.