Nell’occhio del ciclone

L’uragano Trump aveva affermato nella scorsa primavera che “i cambiamenti climatici non rappresentano un problema” sfilando gli Stati Uniti d’America dal Programma Internazionale per la riduzione delle emissioni in atmosfera.

Ed ecco che la natura fa arrivare pronta la sua risposta: due uragani, questa volta veri e senza parrucchino biondo o bellissime donne al seguito, hanno devastato, e continuano a farlo, un pezzo del Continente americano e a pagare il prezzo più alto sono, come di solito accade, le fasce sociali più deboli, quelle più indifese e già poste ai margini.

La forza della natura ha cancellato interi quartieri periferici, spazzato via baraccopoli, messo in fuga centinaia di migliaia di persone che vagano, nella gran parte dei casi, senza mezzi e senza meta.

Anche quel poco che serviva a sopravvivere non c’è più.

Ma anche in questi casi emerge il doppio volto dell’America: alle immagini che arrivano dal Messico e da Cuba, si sovrappongono quelle di una Miami deserta, con un aspetto quasi spettrale, difficile da ingoiare nell’immaginario collettivo e le foto, diffuse dai media, delle ville milionarie (tra le quali una delle tante ville di Trump) che rientrano nell’area a forte rischio quasi che, di fronte ad una tragedia di tali dimensioni l’attenzione si dovesse concentrare su questo.

Il Presidente Trump si è recato nei luoghi del disastro senza neanche mostrare imbarazzo per lo strappo internazionale sulle questioni ambientali.

E, soprattutto, senza avere chiaro un piano di gestione della fase post disastro.

La promessa è fra le più facili e prevedibili: farà arrivare una pioggia di dollari che avrà l’effetto, come sempre succede nei programmi di ricostruzione, di arricchire e rafforzare le solite lobby che dalle tragedie traggono linfa vitale.

Alle fasce più deboli, invece, non resta che ripartire da zero, dal nulla che è rimasto.

Ma Irma e Harvey, i due uragani, avranno la forza di convincere Trump che è urgente, non solo necessario, rivedere le politiche sul clima?

Qui ventum seminabunt et turbinem metent! (chi semina vento raccoglie tempesta) verrebbe di dire, anche se, certo, a seminare non è stato e non è chi oggi paga il prezzo più alto.

LA CONVIVENZA COME VALORIZZAZIONE DELLE DIVERSITÀ

 

Questa settimana, all’indomani della Festa del Sacrificio, ospitiamo nella rubrica Domenicale un contributo, una riflessione, inviataci dal Dr. Alessandro Catena, sociologo e educatore della riabilitazione psichiatrica oltre che essere impegnato nel lavoro di progettazione sociale collaborando con l’Assessorato al Welfare della Regione Puglia, il Centro di Servizio al Volontariato di Bari e svolgere il ruolo di Coordinatore dello staff di coordinamento dei centri territoriali per le famiglie del Comune di Bari. Inoltre, è Progettista e Project manager del Progetto “Itinerari verso Oriente” per la ricerca sulla qualità della vita degli immigrati nel quartiere San Pasquale di Bari e l’istituzione di servizi all’immigrazione, finanziato dall’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia.

Dove sta andando la nostra civiltà?

Il nostro paese appare come attraversato da un vento di intolleranza che sembra rinforzarsi ogni giorno di più. Ed è un vento che raggiunge la sua massima intensità quando urla sui migranti ma che, in realtà, soffia forte su ogni diversità. Basti vedere l’episodio del cartello di Carugate, che non è da considerare un fatto isolato se si tiene conto dei tanti “cartelli” che appaiono tutti i giorni sui social. Tutte le conquiste sociali che negli ultimi decenni sembravano date per acquisite, dall’accettazione della diversità all’accoglienza alla convivenza, sembrano ora messe pericolosamente in discussione da un esaltarsi prepotente dell’intolleranza, generata o, più spesso, sollecitata dalla crisi, come ormai sentiamo dire da anni, tanto che sembra diventata una scusa buona per tutte le reazioni più negative. All’intolleranza, allora, occorre rispondere esaltando il concetto opposto di accoglienza. L’accoglienza è apertura, solidarietà, condivisione, è mettersi in gioco. Ogni volta che si leggono attacchi generati da presunti atti di favore rivolti ai migranti a dispetto degli italiani poveri, viene da chiedersi se chi attacca fa poi qualcosa per quegli italiani poveri che sui social difende con tanto ardore e tanta violenza verbale. Verso i migranti, poi, l’ospitalità è un “buon costume” ma rimane fine a se stessa se non viene superata dal rendersi partecipi e dall’aprirsi all’altro, alla sua diversità, facendola diventare ricchezza. E non si tratta di dare semplicemente conforto ma di condividere. Condividere per convivere, che è l’obiettivo finale. La convivenza come accoglienza e valorizzazione delle differenze e delle diversità, come arricchimento reciproco per giungere all’eguaglianza, quale valore imprescindibile per la democrazia. Un valore che ci riguarda da vicino, poiché la nostra rischia di diventare sempre di più la civiltà della disuguaglianza, di cui tutti noi rischiamo di essere vittime.  

Se è così, e purtroppo sembra questa l’evoluzione della realtà, è a rischio la stessa convivenza civile

(con una violenza verbale tale da portare la Presidente della Camera, ma non è la sola, alla decisione di denunciare le minacce ricevute in rete)

E le prime vittime sono i migranti.

Dr. Alessandro Catena

Jeffang, scacciato dalla sete di potere

Avidità e sete di potere. Co sì tanto da devastare una vita. La storia di Jeffang Foday è la storia di un ragazzo vittima delle ambizioni ostinate dei suoi parenti. Suo nonno era sindaco del villaggio nel cuore del Gambia, dove Jeffang è nato e cresciuto: alla sua morte la corsa alla successione ha aperto una vera e propria guerra tra suo padre e suo zio, fratello del padre. A quest’ultimo non bastava essere solo il sindaco o solo l’imam: l’uomo voleva detenere il potere in modo assoluto.

Le liti familiari sono col tempo degenerate fino a travolgere la vita del giovane: «Era un giorno di gennaio 2015 quando ho deciso di partire, ma ormai sapevo da tempo che sarebbe finita così».

A soli 16 anni Jeffang inizia il suo viaggio: dal Gambia raggiunge il Mali, ma si ferma solo per un giorno e poi si sposta in Burkina Faso: «durante il viaggio le condizioni erano pessime, ma come se non bastasse l’autobus sul quale viaggiavamo ebbe un incidente. Pochi giorni dopo parte nuovamente per raggiungere la Nigeria: «ho lavorato per un po’ di tempo, ma non so dirti quanto e poi sono partito di nuovo verso Libia: per 8 mesi ho fatto il muratore e ho raccolto i soldi per raggiungere l’Italia». A differenza di tanti altri Jeffang non è mai stato arrestato in Libia e fortunatamente non ha vissuto l’incub delle prigioni libiche: «sono partito da partito da Zabrata con altre 150 persone e dal 31 agosto 2016 sono a Taranto. Sì, ormai è un anno esatto: mi trovo bene qui: nessuno litiga e gli operatori sono davvero bravi».

Oggi sta imparando l’italiano, ma sogna di riprendere gli studi di informatica: «all’inizio mi andrebbe bene qualunque lavoro perché voglio restare qui, ma sinceramente mi piacerebbe trovare il modo di lavorare coi computer: è quello che so fare meglio». Jeffang sorride e torniamo a parlare del su paese e dell’inizio del suo viaggio. Quando ripensa al suo Paese è evidente che abbia nostalgia, ma stranamente non ha rancore per chi l’ha costretto ad andar via: «purtroppo è andata così, mi dispiace, ma non voglio incolpare la mia famiglia. Voglio solo pensare al mio futuro».

La benda della dea

Se non scoppia il caso, non si riporta all’attenzione un problema: questo è il modello Italia, un modello che si è fatto sistema e che, periodicamente, mostra palesi le sue debolezze.

Sopravvivere rincorrendo le emergenze è una abitudine incarnata che si alimenta della incapacità a risolvere i problemi alla radice: si spengono decine di incendi ma non esiste un efficace piano di tutela, manutenzione e protezione del patrimonio boschivo; crollano palazzi a causa di eventi naturali, muoiono persone sotto le macerie ed emergono cifre esorbitanti sulla dimensione del fenomeno dell’abusivismo edilizio in tutto il Paese; il grande flusso migratorio che sta spostando masse di persone dal continente africano verso l’Europa, passando per l’Italia, nonostante non sia un fatto imprevisto o iniziato ieri, viene ancora gestito con soluzioni di emergenza senza che sia stato mai posto in essere un vero piano di accoglienza. Fino ad arrivare ai fatti di Roma che hanno arricchito la cronaca degli ultimi giorni.

Una palazzina abitata senza titolo da profughi, ovvero persone regolarmente presenti sul territorio italiano, viene sgomberata all’alba di lunedì su ordine del Prefetto di Roma. Donne, bambini e uomini a difesa di quel pezzettino di casa che rappresenta la loro alternativa alla strada vengono fatti oggetto di una azione di polizia che genera, inevitabilmente, degli scontri.

Non siamo a disquisire sulle parole del funzionario di polizia o sulla bombola di gas lanciata da un balcone: lo hanno fatto già in tanti sui giornali e in televisione.

Voglio introdurre, al contrario, un elemento di riflessione che riprende le affermazioni iniziali.

La palazzina in questione era occupata abusivamente da più di quattro anni e, non vi è dubbio, in Italia l’occupazione abusiva di una proprietà, privata o pubblica che sia, è un reato che deve essere perseguito.

In situazioni particolari, di fronte ad un fatto del genere, il compito degli Amministratori locali, della politica, è quello di tentare una mediazione, di trovare una soluzione alternativa per persone alle quali lo Stato ha riconosciuto lo status di profughi.

In quattro anni nessuno ha fatto o voluto fare nulla a Roma pur avendo a disposizione un fondo di 40 milioni di euro! Ed è proprio dai racconti dei profughi sgomberati che emerge quella che è forse una risposta inquietante: dietro l’assegnazione di quegli alloggi vi era una organizzazione criminale guidata da italiani che si è arricchita sfruttando la disperazione di persone che guardavano a costruire una nuova vita, magari partendo da un tetto, un alloggio.

E’ una storia che si ripete inesorabilmente: tutti i buchi lasciati vuoti dalle istituzioni diventano miniere per le organizzazioni criminali

Quando cadrà la benda che rende cieca la Dea?

Il lavoro di denuncia e di proposta quotidiano di Associazioni, Terzo Settore, operatori sociali a vario titolo è fondamentale per continuare a coltivare la speranza che quegli occhi tornino a vedere, che ci siano orecchie disposte ascoltare e mani disposte ad entrare nel cuore del problema senza fermarsi ad accarezzare solo la superficie.

Greta: una vita che ridà un senso a una vita

Musa Favour, una ragazza nigeriana di 21 anni ospite del CAS di Bitonto lo scorso 14 luglio ha partorito una splendida bambina che, insieme al marito, hanno chiamato Greta, ovvero “Perla”.
Mentre parlo con Musa, Greta sta facendo il bagnetto accudita da una zia acquisita che Musa definisce sorella: “Ci conoscevamo già in Nigeria da bambine e abbiamo affrontato il viaggio insieme. Siamo scappate, andate via da quel Paese perché la situazione era insostenibile. Nonostante il matrimonio, sono stata costretta a vivere separata da mio marito perché le nostre famiglie non hanno accettato l’unione, la nostra scelta. Lui ha lasciato la Nigeria per primo e adesso è ospite in una struttura a Lecce. In Nigeria faceva il benzinaio ma ora non riesce a trovare lavoro. Quando mio padre ha sposato un’altra donna che non mi ha accettata anche io ho scelto di rischiare per raggiungere mio marito. Ci vediamo ogni 15 giorni e stiamo insieme due o tre giorni. Con la nascita di Greta ora è tutto cambiato. Abbiamo fatto la domanda di ricongiungimento ma aspettiamo ancora una risposta e la Commissione Territoriale ha espresso parere negativo alla mia richiesta di protezione umanitaria”.
Musa non ha mai lavorato, ha conseguito il titolo di scuola secondaria e adesso il suo unico pensiero e Greta: “Quando ero al CARA ho frequentato per un periodo breve un corso di italiano. Sono in Italia da agosto 2016. So che è importante imparare l’italiano anche perché io voglio restare qui, in Italia, con mio marito e mia figlia. Ma ora devo dedicare tutte le mie attenzioni a lei. Voglio dare a lei tutto quello che io non ho mai avuto”.
Condizionato dal maledetto vizio di voler andare oltre le parole, osservo Musa mentre risponde ad Abbas (che non mi abbandona mai!) alle mie domande e capisco che Greta ha ridato un senso alla sua vita.
Non ha ambizioni, non chiede nulla per se: il suo unico pensiero o, meglio, la sua unica preoccupazione è quella di garantire quello che si può riassumere con la definizione di “minimo vitale garantito” per sua figlia.
Me ne accorgo quando le chiedo di parlarmi della sua esperienza in ospedale in occasione del parto: “In Italia i medici, le persone, sono straordinarie. Sono brave. In ospedale è andato tutto benissimo e a Greta volevano tutti un sacco di bene. In Nigeria non è così. Non ti so spiegare la differenza perché è tutto diverso. Non so rispondere a questa domanda”.
Le dico di non preoccuparsi, le spiego che non sono un funzionario della Prefettura e neanche un poliziotto. Sono la solo per raccogliere la sua storia con lo scopo che diventi un patrimonio comune.
Quando Abbas traduce, Musa ride: “La mia storia? –chiede portando la mano alla bocca- Chi potrebbe imparare dalla mia storia? E cosa? Io ringrazio gli italiani per l’accoglienza, per tutto quello che stanno facendo per Greta e per me”.
Musa ha vissuto come normalità ciò che noi chiamiamo aberrazione. Per lei, che è rimasta in Libia 2 mesi prima di partire e raggiungere l’Italia, le violenze quotidiane alle quali ha assistito personalmente di cui sono vittime migliaia di profughi rientrano nella normalità.
Nel frattempo, Greta ha finito il bagnetto e, tutta profumata, accompagnata da Maria, una operatrice del Centro, ci raggiunge nella stanza.
E finalmente il mio dito viene stretto dalla nuova “Perla” di Bitonto.

Spagna, l’apoteosi del non senso

«Riconquisteremo Al Andalus, col volere di Allah. O carissimo Al Andalus! Pensavi che ti avessimo dimenticato? Ma quale musulmano potrebbe dimenticare Cordoba e Toledo? Dall’istituzione dell’inquisizione, la Spagna ha fatto di tutto per distruggere il Corano. La Spagna è uno Stato criminale che usurpa la nostra terra».

Queste frasi sono contenute in un libretto di propaganda diffuso tempo addietro dall’auto proclamato Stato Islamico.

Nell’immaginario del mondo musulmano la Spagna, così come parte del Portogallo e della Francia, dominati per 780 anni (711 – 1492), è terra «sottratta» a loro dalla cristianità e che, quindi, deve essere riconquistata.

Che il rischio di attentati fosse da tempo nell’aria è cosa nota, sostanziata anche dal fatto che dietro le stragi jihadiste compiute in Europa è sempre emersa la presenza della cellula attiva in Spagna.

Non sono bastate le centinaia di arresti a fermare il processo di radicalizzazione: proprio dalla Spagna è partito il più nutrito gruppo di jihadisti per combattere in Siria.

E la Spagna è impegnata militarmente sia in Siria che in Iraq e Libano.

Un obiettivo fra i più classici che non poteva sfuggire alle «attenzioni» di chi semina morte inseguendo un sogno che ormai ha incontrato l’inesorabile realtà: lo Stato Islamico ha già perso sul campo, privo di ogni prospettiva politica e diplomatica facendo il gioco dei Potenti del Mondo che dalla destabilizzazione di quell’area geografica sta già ragionando sui profitti futuri.

Sulla «Rambla» di Barcellona, con la facile tecnica ormai collaudata del camion che si schianta sulla gente, altre persone hanno perso la vita.

Altre vite spezzate senza un senso, una finalità che possa se non giustificare questi gesti neppure comprendere queste azioni.

Sembra vivere dentro l’apoteosi del non senso!

Parigi, Londra, Manchester, Nizza, Colonia, Berlino, Stoccolma.

Adesso Barcellona con un gesto che rasenta un paradosso simbolico: la parola rambla deriva dall’arabo  raml (sabbia) e designa, come in altre città spagnole, una strada ricavata da un corso d’acqua asciutto, interrato o coperto.

Forse, che fosse fra i luoghi più frequentati da turisti «infedeli», quasi in spregio alle antiche tradizioni o ad una presunta vecchia «padronanza», ha indotto quei «lupi solitari» a scegliere quel luogo per compiere la loro carneficina, il loro insensato, orrendo atto di sangue.

E a piangere non è solo la Spagna: su quel chilometro e mezzo di strada resta scritta, ancora una volta col sangue, la sconfitta dell’umanità.

Yanick e il viaggio inatteso

2017-08-17-PHOTO-00001435Yanick, 22 anni, è originario del Camerun dove viveva ad Etam, un piccolo villaggio.

E’ arrivato in Italia 5 mesi fa dopo aver attraversato il Ciad e il Niger per raggiungere la Libia. Tutto il viaggio lo ha fatto da solo.

Il mio viaggio è durato un anno e quando sono andato via dal Camerun la mia meta non era l’Italia. Non avrei mai pensato di poterci arrivare perché non avevo soldi. Avevo solo fretta di lasciare il mio Paese”.

Mi incuriosisce il fatto della “fretta” e gli chiedo il perché: “Mio nonno è uno stregone, voleva farmi del male con le sue magie. Anche i suoi tre figli sono scappati per lo stesso motivo”.

Stiamo parlando di riti voodoo? “No –cerca di spiegare ad Awal, un operatore del Centro, che mi affianca per la traduzione- non so tradurre dal mio dialetto il nome, ma non è voodoo, è una pratica cattiva fatta contro le persone. Mio nonno è uno cattivo, tutti hanno paura di lui.

Io e Awal supponiamo si possa trattare di qualcosa prossima al satanismo, ma cambiamo argomento e chiedo a Yanick di parlarmi della sua vita.

Fin da piccolo, all’età di quattro anni, mia madre mi affidò ad una sua amica. Da allora non l’ho più vista e solo qualche anno dopo ho saputo che era morta. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Ho frequentato la scuola fino al secondo ciclo poi ho iniziato a lavorare come saldatore, che è il mio vero mestiere. Poi è arrivato il momento di scappare e sono andato in Ciad dove pensavo di restare. Lì ho svolto lavori saltuari e occasionali ma ho conosciuto una persona che, ascoltata la mia storia, ha voluto aiutarmi. In Ciad non ci sono occasioni di lavoro ed è così che questo amico mi ha dato i soldi per affrontare il viaggio fino all’Italia che non avevo mai creduto di poter fare”.

Nel Centro di Accoglienza Straordinaria di Modugno dove è ospite, Yanick frequenta il corso di lingua italiana in maniera assidua.

A settembre voglio iscrivermi a scuola per continuare gli studi e imparare bene l’italiano. Ma, soprattutto, mi piacerebbe frequentare un corso di formazione per saldatori e trovare un lavoro. Voglio fruttare al massimo questa opportunità di essere in Italia che è il Paese nel quale voglio restare”.

Quando ci salutiamo e lo ringrazio per la sua disponibilità gli spiego che tutti gli operatori della struttura sono impegnati a ricercare opportunità che favoriscano l’integrazione e che sicuramente saranno attenti anche alle sue richieste soprattutto perché rientrano nel percorso che vorremmo per tutti.

Quello del saldatore è un mestiere considerato in “estinzione”.

Non sarà difficile per Yanick, che mostra una grande volontà, qualificarsi e trovare un lavoro.

Hikikomori, ovvero la fuga dalla realtà.

Di mode ferragostane ne sono passate tante, le abbiamo viste nei film e qualcuno, un po’ più grande anche nelle vecchie pubblicità.

Ricordate la pubblicità della Standa rivolta alle donne? «L’estate a portata di tutti! Costume intero per i tuffi: 6000 lire; bikini: 4000 lire; canotto grande: 10.000 lire».

Era il 1977.

Fino ad arrivare al topless che ha fatto di uomini e donne la moda di se stessi.

I tempi cambiano e anche le abitudini e le tendenze: la spiaggia era un luogo di incontro, di socializzazione, di esperienze: “Stessa spiaggia, stesso mare!” recitava il verso di una vecchia canzone a sottolineare che, a distanza di un anno, la voglia era quella di ritrovarsi, di rincontrarsi, di condividere un’altra stagione.

Ma sono passati davvero tanti anni da allora e la società ha avuto mutazioni così profonde da far pensare a tutto questo solo come un ricordo?

Questa settimana propongo una riflessione di carattere sociale su un fenomeno che, partito dal Giappone, sembra trovare sempre più spazio nei vuoti di socialità e di relazioni dei quali ci stiamo nutrendo e che, anche inconsapevolmente, contribuiamo ad alimentare.

Hikikomori! Ovvero, la trasformazione virtuale della realtà attraverso il distacco da essa.

E così diventano virtuali storie d’amore e relazioni di ogni genere all’interno di un processo di superamento estremo dell’umanizzazione dei rapporti fino al punto che la fidanzata diventa una applicazione scaricata sul telefono.

Ma chi sono i ragazzi definiti Hikikomori?

Il termine Hikikomori significa letteralmente “isolarsi”, “stare in disparte” e viene utilizzato per riferirsi ad adolescenti e giovani adulti che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno. La vita reale fatta di sguardi e incontri viene sostituita dai social e internet è l’unico strumento relazionale utilizzato.

Al momento in Giappone si parla di oltre 500.000 casi accertati, ma secondo le associazioni che se ne occupano il numero potrebbe arrivare addirittura a un milione (l’1% dell’intera popolazione nipponica). È evidente che si tratti di un fenomeno incredibilmente vasto, di cui ben pochi hanno mai sentito parlare, soprattutto al di fuori del Giappone.

Anche in Italia l’attenzione nei confronti del fenomeno sta aumentando. L’hikikomori, infatti, non sembra essere una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all’inizio, ma un qualcosa che riguarda tutti i paesi sviluppati del mondo. Secondo alcune stime (non ufficiali) nel nostro paese ci sarebbero almeno 100.000 casi.

Le cause possono essere ricondotte al carattere, alle dinamiche familiari, alla scuola.

Tutto questo porta a una crescente difficoltà del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, fino ad un vero e proprio rifiuto della stessa. Ma, avendo l’Italia un tessuto socio-culturale profondamente differente da quello giapponese, questo disagio si manifesta anche in altre forme: la creazione di baby gang, la ricerca del brivido estremo in spregio alla vita, l’abuso di alcool e droghe, la messa in atto di gesti insensati.

Infatti, l’hikikomori è una modalità di espressione di un disagio che può variare da cultura a cultura e che potenzialmente può riguardare i giovani di tutto il mondo.

E le famiglie, per vergogna o ignoranza del problema, restano anch’esse sole, non cercano aiuto né hanno gli strumenti per affrontare la situazione.

Vi propongo la visione di questo video.

 

Buteina

Ricordate Buteina? Abbiamo raccontato la sua storia qualche tempo fa.

Nel frattempo è stata promossa a scuola con ottimi voti e uno dei desideri che aveva espresso è stato esaudito: ha un computer tutto suo regalatole, come premio per l’impegno dimostrato nello studio, da quelle che definisce, a modo suo, una specie di angeli custodi.

E diventa un fiume in piena quando inizia a parlare di loro: «Nicole e Barbara mi hanno organizzato la festa di compleanno. Il primo agosto ho compiuto 11 anni anche se la festa l’abbiamo fatta il giorno dopo. Mi hanno regalato un vestito nuovo bellissimo e la bambola della Principessa Ariel. C’erano tante persone e io sono stata felice perché era la mia festa».

Il computer lo usa per studiare e, ammette, anche per giocare.

Con Patrizia, una delle operatrici del CAS di Bitonto dove è ospite Buteina, ha letto la prima intervista e ha detto che le è piaciuta molto «se no non avrei parlato un’altra volta con te!». È schietta, mostra una intelligenza impressionante e una padronanza di linguaggio che rendono quasi superflua la presenza di Abbas, operatore del Centro, che spesso mi affianca in questi incontri in qualità di mediatore.

Arguta fino al punto che quando le chiedo del «vestito dell’uomo ragno» mi risponde senza pensarci sopra: «E tu che ne sai? Non lavori qua! Come hai fatto a sapere del vestito?».

Io e Abbas scoppiamo in una risata spontanea e le spiego, facendole vedere sul telefonino le foto, che lavoro per la Cooperativa e lei mi riconduce subito alle sue figure di riferimento, Nicole e Barbara, ricordando l’episodio del computer: «E’ vero! Tu lo hai scritto e loro me lo hanno regalato! Ma il vestito l’ho fatto da sola. Non mi ha aiutato nessuno». Le chiedo come e se è la prima volta: «Si, è stato il primo vestito che ho fatto. Quando decido di fare una cosa, cerco le cose che mi servono e la faccio».

Le chiedo come sta trascorrendo l’estate e se incontra gli amici di scuola: «Qualche giorno sono andata al mare con mia madre e mia zia. Mi piace il mare ma non so nuotare. Gli amici di scuola non li vedo. Ma anche prima mi evitavano e mi escludevano perché sono araba. Ora cambierò classe perché passo direttamente in quinta elementare. Spero che i nuovi compagni di classe abbiano un atteggiamento diverso nei miei confronti. A me piace molto andare a scuola e mi piacciono la matematica e la storia. I compiti li faccio da sola e quando non capisco qualcosa mi aiutano loro (gli operatori)».

Si rattrista quando le chiedo come va la vita nel Centro: «All’inizio stavo bene, ora non ho un spazio mio. Ci sono i bambini piccoli e i grandi decidono sempre cosa vedere in televisione». Le scende una lacrima e ci trascina in un vortice di tristezza. Cerchiamo di consolarla ma vede anche le nostre lacrime scendere.

«Voglio andare a vivere in una casa mia, avere una stanza mia. Sono qua già da nove mesi e mi dite sempre che presto cambierà questa situazione. Ma quanto presto? Io voglio bene alle persone che lavorano nel Centro ma penso sempre ad una casa».

Pur sapendo di poter far poco, le prometto di interessarmi e, chissà, così come è arrivato il computer non arrivi anche una condizione di vita diversa per Buteina che chiede di abbracciare Abbas per la foto di rito.

Tutto in un solo giorno!

Si, tutto in un solo giorno!

Quando era già chiuso l’articolo sulla questione aperta delle Organizzazioni Non Governative impegnate a salvare vite nel Mediterraneo, arriva a freddo la notizia della morte di quello che per tutti è stato e rimane il “Cardinale degli ultimi”, Dionigi Tettamanzi,

Abbiamo condiviso subito che quanto fatto da Padre Dionigi nel corso della sua vita meritava un nostro semplice e umile saluto.

Certamente, quel Cardinale che non ha mai smesso di essere prete di periferia, nonostante il suo carattere radioso e pacifico, si sarebbe arrabbiato, e anche tanto con noi. Immagino quelle che sarebbero state le sue parole, magari dure ma dette con la dolcezza che lo ha sempre contraddistinto: “State pensando a un morto mentre ci sono donne e bambini da salvare?”.

È tarda sera quando ricevo la notizia che un ospite del Centro di Accoglienza Straordinaria di Taranto è morto.

“Come morto?”.

Speravo che il caldo e la stanchezza mi avessero fatto capire male, speravo di aver frainteso e invece no: John Pius, un ragazzo nigeriano di soli 28 anni è morto in mare annegato probabilmente per un malore.

Mentre i colleghi aspettano l’esito dell’autopsia, io sono seduto di fronte ad un computer a scrivere su quanto assurdo sia il destino di una persona.

E immagino l’abbandono della propria terra, della famiglia, degli amici per affrontare un viaggio verso l’ignoto.

Durante questo lungo viaggio attraversi Paesi che non sono ospitali, attraversi il deserto che sicuramente non è un luogo ospitale, per giungere in Libia perché, ormai, tutte le rotte balcaniche sono chiuse.

Sia durante il viaggio che in Libia la sopravvivenza si contratta, niente è gratuito nel grande business del traffico di persone.

John io non l’ho conosciuto, di lui non so nulla. Non conosco la sua storia e non so perché ha dovuto lasciare il suo Paese.

Ma come tante migliaia di persone, uomini, donne e bambini avrà avuto una ragione valida per farlo.

Non so neanche quanto valore possano avere quelle idee strane che arrivano come visioni che spazzano i pensieri quando non riesci a spiegare una cosa in maniera razionale: immagino John e Dionigi che, tenendosi per mano, vanno nella stessa direzione e nello stesso luogo di pace.

Ciao John.