L’educazione all’accoglienza

L’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, si pronuncia sull’ospitalità dei migranti. «Non sia un momento di emergenza», dice, «dobbiamo spalancare il nostro cuore».

Eccellenza, quando parla di migrazione pone l’accento sull’educazione all’accoglienza”.

Intervista Santoro 4Dobbiamo impegnarci a fare in modo che l’accoglienza non sia il gesto di un momento di emergenza, bensì l’atteggiamento della  nostra vita: quando vediamo un bisognoso, che sia un familiare, un vicino, un estraneo, qualcuno che bussa alla nostra porta – sempre nel rispetto delle nostre possibilità – abbiamo il dovere di spalancare il nostro cuore.

Educare ad aprirsi agli altri, questo l’insegnamento principale. Quando ero piccolo, mia madre mi diceva di fare aspettare i compagni di gioco e andare a visitare la zia ammalata, la vicina bisognosa di conforto: superate le prime comprensibili resistenze, considerando la mia giovane età, capii che era la cosa giusta da fare. Questo insegnamento mi è tornato utile, qui in Italia, come in Brasile, dove sono stato ventisette anni. Aprirsi alla gente bisognosa: è il Signore a volerlo; ti provoca, ma poi ti dona gli strumenti di fede per comprendere quanto sia fondamentale aprirsi agli altri.

I migranti, ha detto, non sono una minaccia, bensì una risorsa.

I nostri connazionali sono stati fra i primi a trasferirsi all’estero per necessità: Nord Europa, Stati Uniti, Australia, America del Sud, dal Brasile all’Argentina. Io stesso, da studente, andavo in Germania nei mesi estivi, lavoravo e studiavo: imparavo la lingua, utile per i miei studi di teologia e, allo stesso tempo, per mettere soldi da parte per proseguire il mio percorso religioso. Alla stazione di Stoccarda incontravo tanti italiani, soffrivano la nostalgia; ma venivano accolti con grande rispetto, lavoravano e realizzavano opere importanti. Con il nostro impegno abbiamo contribuito non poco alla crescita civile e culturale degli altri Paesi. Ecco perché i migranti non sono una minaccia, ma una risorsa nella costruzione del cammino comune. Non sia accoglienza indiscriminata, ma ragionata, accompagnata dal rispetto delle regole, senza chiudersi a quel “prossimo” che un tempo è stato l’italiano.

L’importanza di cooperative, associazioni che fanno accoglienza.

Le organizzazioni importanti che svolgono questo tipo di attività mettono a disposizione della comunità le proprie capacità professionali per accogliere e sviluppare percorsi attraverso i quali permettere a questa gente di integrarsi attraverso conoscenza e lavoro; seguire corsi per panettieri, cuochi, pasticceri, pizzaioli; fare in modo che impari la lingua, cultura e storia del Paese che li ospita.

La disponibilità dei tarantini verso i migranti.

Qualche tarantino agli inizi faceva appello ai problemi del territorio, “abbiamo tanti guai noi…”, diceva, ma presto ha compreso quanto fosse importante collaborare, sviluppare l’apertura all’accoglienza che nell’animo del tarantino esiste ed è forte.

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Il contributo della chiesa a Taranto.

Detto della donazione delle Carmelitane del convento di Poggio Galeso alla diocesi, che a sua volta lo ha messo a disposizione dei migranti, domenica 19 novembre inauguriamo il Centro di accoglienza notturna San Cataldo per i “senza fissa dimora”. Dunque, una struttura per i migranti e una per i nostri poveri.

Sia chiaro, non ci sostituiamo a Comune e istituzioni, ma abbiamo voluto dare il nostro contributo. Parrocchie, confraternite, sacerdoti, comunità, hanno partecipato in concreto al restauro di un bene del ‘700: anche i poveri hanno diritto alla bellezza.

Cosa ha chiesto nel suo primo incontro a Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto.

Dare speranza alla città con fatti concreti, relazionarsi con interlocutori seri, dalla Regione al Governo; far sentire la propria voce con maggiore insistenza, stiamo giocando la partita decisiva nel futuro di Taranto, il tempo è scaduto: le parole devono lasciare spazio ai fatti in concreto. Mi ha confermato massimo impegno per lavoro e ambiente, fra i principali temi che gli stanno a cuore.

C’è chi la considera ancora qualcosa di simile alla figura di un sindaco o un dirigente del Centro per l’impiego.

A ognuno il suo. Accoglienza e ascolto fanno parte della mia missione, la gente viene a trovarmi, mi parla dei suoi problemi, poi inevitabilmente si tocca il tasto del lavoro e della salute, figlio disoccupato e figlia malata per intenderci. E io ho il dovere di accogliere, ascoltare e confortare, indicare la strada se possibile.

Nei giorni scorsi sono stato a Cagliari in occasione della “Settimana sociale dei cattolici italiani”. Quest’anno al centro degli incontri, il tema principale era quello riservato al lavoro. Il compito della chiesa è aprire percorsi, non a caso abbiamo pensato a una struttura come la “Pastorale sociale” che avrà il compito di fornire orientamento sulle politiche del lavoro, per dare dignità e non assistenzialismo; non basato sul “compra e consumo”: il lavoro deve stare al centro della produzione, non ci sono altre strade per rilanciare la struttura economica del Paese.

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A Cagliari ha incontrato Gentiloni, presidente del Consiglio. Pare non le abbia mandate a dire.

In qualità di presidente del Comitato, sono intervenuto durante i lavori. “Vengo da Taranto”, gli ho detto, “facciamo in modo che abbia fine una buona volta la devastazione ambientale di un territorio e che gli sia garantito il lavoro: numeri impensabili sugli esuberi, massima tutela dei diritti e salvaguardia dell’indotto”. Mi ha assicurato massimo impegno, tocca a loro, alla politica sciogliere i nodi del lavoro e dell’ambiente a Taranto.

Festività natalizie. Migranti e preghiera, rinnova l’appello al rispetto della preghiera e delle religioni.

E’ alla base della civiltà. La nostra parte l’abbiamo sempre fatta, partiamo con Santa Cecilia, le Pastorali, le nostre preghiere al convento di Poggio Galeso; lì abbiamo già invitato i musulmani a recitare il Padre nostro, che nella loro dottrina fa riferimento ad Abramo. La libertà più grande è proprio questa: accogliere e consentire all’altro di pregare il suo Dio.

Dovesse confessare una “benedizione”.

E’ successo in Brasile, ma anche qui in qualche occasione qualche “benedizione” l’ho mandata. In Brasile, durante la Processione delle palme, in una favela. Davanti a un bar, “padroni del traffico” ostentavano le armi nella cintura: mi staccai dalla processione, entrai nell’esercizio e chiesi chi fosse il capo invocando il rispetto per la Chiesa: quello che sembrava il “boss”, invitò gli spacconi a fare sparire le armi.

A Taranto, ho perso la pazienza quando ho avuto la sensazione che non tutti prestassero attenzione alla nostra città; andai perfino a Roma per farmi sentire: viviamo nel dramma e la politica deve assicurare una cosa e l’altra, lavoro e salute!

Omar, voglia d’Italia…

Senegalese, 22 anni, sogna di fare l’elettrauto. «Magari proprio qui. In Libia, prigione, torture, cicatrici, poi un gommone e lo sbarco in Sicilia, finalmente “a casa”…».

WhatsApp Image 2017-11-16 at 17.35.53«Adoro la pioggia, non che al mio Paese, il Senegal, non piova: diciamo che adesso guardo tutto con più gioia di vivere…Sarà per questo motivo che amo qualsiasi tempo faccia: sole, pioggia, vento…». Omar, ventidue anni, arriva da Kolda, città senegalese («non molto piccola, né molto grande»), parla ancora poco l’italiano. Ma lo comprende, anche se in Italia è solo dallo scorso 25 maggio. «Non pioveva quel giorno, ma anche se fosse piovuto, lo avrei ricordato come una giornata piena di sole, che poi in qualsiasi lingua significa felicità».

Parte dal suo Senegal, lascia mamma, fratello e sorella. Il suo è un viaggio che dura a lungo.«Solo una manciata di giorni – spiega aiutandosi a gesti – per superare Mali, Burkina Faso e Niger; i problemi, purtroppo, cominciano come sempre in Libia, sei mesi da recluso: acciuffato col pretesto di documenti insoddisfacenti, mi hanno sbattuto in prigione, pane e acqua, come tanta altra gente; in un angolo e zitto, unica azione consentita: una telefonata a casa, per chiedere soldi, unica condizione per essere lasciato libero».

Come fosse un riscatto. «Millecinquecento dinari libici, poco meno di mille euro, per noi davvero tanto: ma in Libia è così, paghi ed esci, non paghi e resti lì, pane e acqua; e quando gli gira, e purtroppo ai nostri sorveglianti girava spesso e volentieri, ti picchiano con qualsiasi cosa abbiano fra le mani».

…In Libia, torture e soldi per il riscatto

Un calcio di un fucile, una pistola, il tacco di uno stivale. Il dramma è il volto di Omar. Cambia espressione in pochi istanti, smette di sorridere, si fa serio. Scopre una spalla. «Quando si stancano di riempirti di botte, perché per un qualsiasi motivo non sono ancora arrivati i soldi, passano al coltello: queste sulla mia spalla sono cicatrici provocate dall’uso di un coltello con una lama tagliente, di quelle che ti aprono in due un ananas lanciato per aria: è il loro sistema di metterti paura, poi passano alle vie di fatto; ti si avvicinano, mostrano la punta della lama e te la fanno “assaggiare”…».

Omar, al collo una sciarpa, tifa Senegal. «Felice di andare ai Mondiali di calcio – dice orgoglioso –ma nel nostro Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme” abbiamo visto le due partite dell’Italia con la Svezia: abbiamo tifato come se fosse la nostra squadra del cuore; molti amici italiani il giorno dopo l’esclusione dalla competizione erano addolorati, mi è dispiaciuto molto: loro hanno vinto un sacco di Mondiali, per noi è un motivo di vanto già parteciparvi».

Ancora calcio. «Gioco nel campo di calcio di Talsano – racconta Omar – allenato da mister Diego Lecce, è il tecnico che ha “inventato” l’Africa United, che il Cielo lo benedica! Gioco in attacco, ma il giocatore senegalese più forte è Kara Mbodj, un difensore, uno che sa farsi rispettare».

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Impegno, uguale rispetto

Rispetto, Omar ha un’idea su cosa significhi. «Il rispetto, nel campo di gioco come nella vita, te lo conquisti con il massimo impegno, la costanza, il lavoro…».

Lavoro, dunque. «Sono elettrauto – spiega – amo questa attività che ho cominciato da piccolo, lavorando in una officina meccanica della mia città; mi piacerebbe farlo anche qui, a Taranto, città bellissima, quanta storia, un amore a prima vista, magari restassi qui…».

A casa ha lasciato mamma, un fratello e una sorella. «Papà l’ho perso da piccolo, avrò avuto tre mesi; sento spesso i miei familiari, anche solo per salutarci, chiedere come stanno e dire come sto io qui, in Italia: cerco un lavoro e non appena avrò imparato meglio l’italiano, mi darò da fare; ora comincio a comprendere la vostra lingua, ma non ao parlo ancora bene».

Cosa ricorda ancora, prima dell’arrivo in Italia. «La libertà, uscire dalla prigione libica, una volta arrivati i soldi, anche per il viaggio su un gommone; partire insieme ad altri ragazzi come me per la Sicilia e, poi, finalmente “a casa”, perché l’Italia la considero casa mia…».

“Migranti, una risorsa”

WhatsApp Image 2017-11-15 at 10.53.59Mercoledì 15 novembre, presso il liceo ginnasio statale “Aristosseno” di Taranto si è svolto il XV convegno promosso dall’ufficio diocesano “Migrantes”. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare migranti e rifugiati, i temi in locandina sui quali è intervenuto l’arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro. Fra i relatori, Marisa Metrangolo direttore diocesano Migrantes; Simona Scarpati, assessore ai Servizi sociali del Comune di Taranto; il viceprefetto dott. Mario Volpe; Achille Selleri, capo sezione S.A.R. Taranto, intervenuto sul soccorso in mare svolto dalla Guardia costiera. Apertura dei lavori a cura del prof. Salvatore Marzo, dirigente scolastico dell’“Aristosseno”, liceo che conta 1.600 studenti.

Particolarmente atteso, l’intervento dell’arcivescovo rivoltosi all’attenta platea di studenti e docenti. «Essere migranti, non volendo – ha dichiarato in apertura del suo intervento – può accadere a chiunque di noi, una sensazione che non vorremmo mai avere, lasciare per un qualsiasi motivo la propria casa è una cosa che nessuno metterebbe in preventivo: invece, quando meno te lo aspetti, succede».

Una storia personale. «Ho vissuto ventisette anni in Brasile – racconta sua eccellenza – una terra che amo molto, un sentimento che provo verso gente che ho conosciuto in anni di permanenza in un Paese povero nelle sue pieghe sociali, ma ricco in fatto di generosità e accoglienza». «Io stesso – prosegue – studente universitario a Roma, d’estate andavo all’estero, lavoravo per mantenermi agli studi e non pesare sul bilancio familiare; ricordo Stoccarda, i lavoratori italiani, lontani da casa, che soffrivano la lontananza dai propri cari: si recavano in Germania per lavoro, realizzavano opere delle quali ancora oggi possono andare fieri; bene, la gente del posto era ospitale, alleggeriva il disagio, aiutava il processo di integrazione degli italiani; quando parliamo di migranti, pensiamo a quale dolore proveremmo noi stessi a fuggire lontano per via della miseria e delle persecuzioni».

Arcivescovo Santoro: Accoglienza, l’aspetto educativo

Apertura e accoglienza, l’aspetto educativo cui gli studenti devono fare riferimento. «Prendendo esempio dalle parole di papa Francesco – osserva l’arcivescovo – in Città vecchia abbiamo reso disponibile un immobile trasformato in luogo di incontro, l’istituto “Maria Teresa di Calcutta”, qui la gente dell’Isola si confronta su temi come l’accoglienza; molti sono i ragazzi che frequentano corsi: chi per diventare panettiere, chi pasticcere, chi cuoco; una volta conseguiti attestati, comunque assunto esperienza a sufficienza, questi provano ad entrare nel mercato del lavoro».

Educazione al sociale, non solo accoglienza, assistenza ai migranti, ma anche ad anziani e ammalati. «E’ un’esperienza che invito a fare a chiunque: dopo aver studiato e fatto i compiti, lasciate stare i giochi, i divertimenti per un’ora: mia madre da piccolo quasi mi obbligava ad andare a trovare la vicina di casa, sola, o la zia anziana: volevo giocare al pallone, ma poi, poco a poco, i compagni di giochi potevano aspettare; la gente che vive nel disagio ha bisogno del nostro aiuto, anche un modesto contributo è bene accetto». Infine un invito. «Domenica apriamo ai senzatetto – conclude sua eccellenza, l’arcivescovo Filippo Santoro – inauguriamo Palazzo Santacroce, altro passaggio importante nella cultura dell’incontro; è nostro dovere aiutare i bisognosi, dunque l’invito rivolto alla città è una partecipazione maggiore al tema dell’accoglienza e alla tolleranza, riservando massimo rispetto per le altre religioni, per ogni preghiera sincera rivolta a Dio, perché per tutti noi vi è un solo Dio».

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Prefettura di Taranto, rispetto dei migliori livelli di assistenza

Si aggancia a questo tema, il dott. Mario Volpe, vicario del prefetto di Taranto, dott. Donato Cafagna. «Il massimo rispetto delle religioni – dichiara Volpe – è sancito dalla nostra Costituzione; così come il Piano nazionale di integrazione dei migranti prevede il massimo impegno da parte di istituzioni e associazioni così da assicurare livelli tali per favorire l’inserimento degli extracomunitari nel mondo del lavoro e in attività di pubblica utilità».

L’esperienza del dirigente della prefettura, a Macerata. «Il terremoto aveva messo in ginocchio 44 comuni sui 55 complessivi; erano tanti gli extracomunitari che spalavano e aiutavano i residenti a sgomberare le strade dalla neve, nonostante un freddo impietoso: la gente del posto prese subito a benvolere questi ragazzi che si impegnavano senza sosta per restituire ala Paese che li ospitava anche un solo angolo di quella città alla vita sociale». E quella di Bari, città di cui il vicario del prefetto è originario. «Negli Anni 90 accogliemmo curdi, kossovari, albanesi: anche in quell’occasione fornimmo massima assistenza, un impegno importante». Infine Taranto. «Anche in occasione degli ultimi sbarchi nel nostro porto – ha concluso Volpe – le associazioni che operano sul territorio hanno fornito una eccellente prova; la Prefettura di Taranto rivolge massima attenzione al tema dell’accoglienza: svolgiamo periodicamente verifiche sulle strutture che accolgono i migranti, è nostro compito assicurarci che vengano rispettati i migliori livelli di assistenza».

“Costruiamo” e non demoliamo

Piano aziendale per salvare lavoro e comparti del “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto. Cifre e impegni, già formulati. Idee coniugate ai servizi per il territorio, non solo all’accoglienza di extracomunitari.

180px-Bitonto_-_Istituto_Maria_Cristina_di_Savoia_-_vista_dal_ponteBuoni e cattivi. Non facciamo confusione, soprattutto evitiamo sovrapposizioni. I primi mettiamoli da una parte, gli altri sull’altra sponda. Per intenderci: c’è chi le cose – è il caso di “Costruiamo insieme” – le fa, mettendoci la faccia e, concretamente, le proprie risorse; chi, con il pretesto di una non meglio identificata “onestà intellettuale”, fa passare messaggi completamente sgangherati. E il bello, anzi il brutto di cose come queste, è che le dichiarazioni reclamano stessa cittadinanza.

Non è giusta la “par condicio”, forse? Certo che è giusta. Ad un’azione dovrebbe corrispondere sempre una reazione, uguale e contraria. «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire», pare abbia detto Voltaire. Fosse vissuto oggi, lo stesso filosofo francese, però, avrebbe aggiunto una postilla: «se devi affermare qualcosa, prima documentati, altrimenti dici solo fesserie». E sono tante a circolarne.

Argomento preso alla larga, ma ci arriviamo. Eccoci. Quando si scrive di migranti e accoglienza, si leggono, si ascoltano i soliti luoghi comuni. Il più delle volte si prendono a prestito nomi di extracomunitari e nazionalitࠖ più sono comuni e meglio 蠖 e gli si attribuiscono le prime dichiarazioni che passano per la mente, più o meno quelle copia e incolla. Più luoghi comuni si usano, frasi che devono intenerire un cuore da tagliare con un grissino, più si colpisce. «Condizioni igieniche assenti, assistenza sanitaria inesistente, in cinque – mettiamoci dieci, già che ci siamo – in uno stanzone, condizioni di vita ai minimi termini». E in qualche Centro di accoglienza così è stato (sarà ancora così, chi può dirlo), certo è che noi ci fidiamo delle istituzioni e del loro ruolo, pertanto fino a prova contraria le strutture – sottoposte a controlli periodici – svolgono la loro attività secondo i criteri stabiliti (con tanto di report quotidiani inviati in Prefettura, istituzione cui rispondiamo del nostro operato).

Nel frattempo, i social ci hanno abituati a supercazzolefake news, notizie vuote come la testa di chi in alcuni casi riprende e scrive, chi in altri esegue maldestramente: mandante e mandatario. Scatta foto posate, magari ne chiede qualcuna a complici che si prestano volentieri a fotografare cessi appena usati; ci mettono del proprio per dare “colore” al pavimento e profondità agli scatti concordati. «E’ questo che la gente vuole!». La cronaca e l’etica professionale, dunque, scompaiono alla velocità di un clic. Un giornalista fa il nome di un Tizio piuttosto che di un Caio, senza alzare il sedere dalla poltrona della redazione. «Tanto chi può smentirci, male che vada ospitiamo la replica, ribattiamo e vinciamo comunque noi: 2-1!».

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Torniamo a noi. Ci sarebbe piaciuto che un giornalista a caccia del sensazionale, ci avesse chiesto di fare visita a un nostro Centro di accoglienza straordinaria. Non avremmo avuto problemi. Meglio ancora – pensate come non si ha nulla da temere, noi – avesse inoltrato domanda alla Prefettura per fare insieme una ricognizione, raccogliendo dichiarazioni senza mai aver messo piede in una struttura. Staremmo tutti più sereni. E finalmente quel qualcuno avrebbe reso giustizia a chi fa questo lavoro in modo professionale, dà lavoro a decine e decine di persone, studia e presenta piani aziendali (sostenuti da costi e impegni assunti), non ultimo quello per salvare il “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto. Questo per allargare il numero di dipendenti e creare nuovi servizi, non necessariamente legati all’accoglienza di extracomunitari.

Ci sarebbe piaciuto che qualcuno fosse venuto a trovarci. Avesse parlato con gli operatori, i mediatori. Questi avrebbero spiegato di come sia bello il loro lavoro e, perché no, quali sono gli ostacoli davanti ai quali ci si trova quando l’interlocutore – grossomodo lo stesso che si presta allo scatto concordato – non vuole proprio saperne di rispettare certe piccole regole del vivere civile all’interno di una comunità. Perché questo è un Centro di accoglienza, “straordinaria” in quanto struttura di passaggio, non una casa, ma qualcosa che gli somigli il più possibile, perché l’auspicio di chi fa questo lavoro (che qualcuno etichetta in senso dispregiativo “business”, e forse lo sarà per qualcuno, certo non per noi) è che i ragazzi di passaggio alla fine realizzino il loro sogno di integrazione. Dove meglio credono.

Questo è il nostro lavoro, fatto di gente dalla faccia pulita che lavora con e per noi. Basta dare un’occhiata al nostro sito, i loro volti e i loro nomi sono garanzia di professionalità in qualsiasi comparto. Questi siamo noi, nient’altro. Un gruppo che sta crescendo in personalità e professionalità. Credenziali che non si inventano, solo il lavoro può riconoscertele.

Imam (seconda parte)

Si, la Khùtbah (la preghiera) del venerdì l’hanno fatta all’aperto, senza vincoli di partecipazione, ricevendo il pieno rispetto degli altri ospiti della struttura non mussulmani e accettando di farsi fotografare.

Ieri mattina, come avevo preannunciato a Fabio, raggiungo la struttura per incontrare l’Imam e qualche ospite che aveva partecipato alla preghiera il giorno prima.

Al mio arrivo i soliti abbracci, ci conosciamo da tempo. Raccolgo anche qualche imbarazzante apprezzamento: “Tu scrivi cose buone, giuste! I giornali e la televisione dicono bugie!” . Fra quanti mi accolgono c’è Abbas, diventato, ormai il mio più stretto collaboratore soprattutto quanto mi muovo su sentieri che non so battere: non conosco l’Imam, è arrivato in Struttura quanto io già svolgevo un altro ruolo, quasi non so come comportarmi, non ho domande pronte né so da dove iniziare. Spinto dall’istinto a cercare e chiedere questo incontro mi sento come un idraulico senza la cassetta degli attrezzi.

Muhammad Akram, ospite del Cas, di solito poco disponibile al dialogo, ha compreso il motivo della mia visita e, forse, capisce il mio imbarazzo. Mentre altri operatori e ospiti si allontanano per cercare l’Imam, mi invita ad accomodarmi con lui nel salone e inizia a spiegarmi: “Io ieri ho partecipato alla preghiera ma, devi sapere, che la preghiera è una cosa, il sermone dell’Imam è un’altra. L’Imam parla in arabo, ma la lingua araba ha tante versioni, è come i vostri dialetti in Italia! Ma garantisco che, anche se io non capisco la lingua che parla, è un Imam buono. Tu lo sai, io vengo dal Pakistan. E’ come se tu andassi in una Chiesa cristiana in Africa: conosci il rituale, ma non capisci quello che dice il prete! L’importante è pregare e ringraziare Dio perché siamo ancora vivi e abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone come voi che ci hanno accolti sempre con il volere di Dio”.

Mentre parlo con Muhammad, arriva Savane Alimane, data di nascita 29.04.1997.

Ventenne della Costa d’Avorio è l’Imam che cercavo, che aspettavo.

Un ragazzo dall’aria mite, garbato. Mi porge la mano e, come sempre succede, porta la sua mano sul cuore: siamo già amici.

Gli dico che sono felice di aver visto le fotografie della preghiera di venerdì e che mi interesserebbe sapere e far sapere quale è stato il tema del sermone.

Si guarda intorno, è circondato da un gruppo di persone che guarda negli occhi cercando una traduzione alla mia domanda.

E’ sempre Abbas ad avere una soluzione: attraverso una triangolazione riusciamo a comunicare, anche se in realtà capisco molto poco ma apprezzo la disponibilità al dialogo e all’incontro che mi dimostra l’Imam.

Mi mostrano due siti sul web dove posso trovare, come fossero i fogli domenicali distribuiti nelle nostre Chiese, la traduzione del tema da trattare settimanalmente durante il sermone.

Rimango basito. Non sapevo funzionasse così anche per loro!

Ridiamo insieme sulla questione e sulla mia ignoranza sul tema.

Usciamo e Savane, l’Imam si concede ad una fotografia al fianco di Abbas.

Indossa un giubottino giallo fluorescente ed un cappellino nero.

Tornerò a trovarlo presto.

La sua pacatezza e la sua disponibilità al dialogo sono fondamentali per l’incontro che cerchiamo, per costruire quel modello di convivenza che vogliamo.

Era questo il messaggio celato dietro le foto di Nicole?

Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico definirà un non luogo”.

“Costruiamo insieme” per salvare il “Maria Cristina di Savoia”

Da agosto scorso un Piano industriale per assumere undici unità ASP

Di seguito il comunicato inviato agli Organi di informazione. Un intervento per sgombrare il campo da qualsiasi equivoco, considerando impegno e professionalità profusi dalla nostra Cooperativa dal suo più recente ingresso nel complesso “Maria Cristina di Savoia”. Una struttura in grave crisi (accoglie altre cooperative e servizi, anziani, disabili, ecc.), cui “Costruiamo”, impegnata esclusivamente nel Centro di accoglienza straordinaria “Bitonto” (migranti) intende rimediare con un Piano industriale per salvare posti di lavoro.

“Costruiamo insieme”, la cooperativa impegnata nella gestione del Centro di accoglienza straordinaria (Cas Bitonto), si candida al salvataggio del “Maria Cristina di Savoia” attraverso l’assunzione di undici unità lavorative, impegno riportato nel Piano industriale concordato nell’agosto scorso con la direzione dell’ASP (Azienda pubblica servizi) e discusso con i sindacati in vista della stipula del protocollo operativo. Un progetto di rilancio subordinato all’utilizzo oneroso di tre strutture attualmente in disuso nel “Maria Cristina di Savoia” per attivare ulteriori servizi (oltre al Centro accoglienza attuale, il Centro per minori, Servizi al cittadino).

Formalizzato il progetto, dall’1 gennaio 2018 “Costruiamo insieme” si farà carico degli stipendi da erogare alle undici unità assorbite in regime di “distacco” (mensilità per gli “statali” a carico del privato) e con mansioni diverse: vigilatrici, educatrici, applicati di segreteria, addetti alle cucine (nel “Piano” prevista rilancio dei servizi ristorazione con relativa mensa). Queste alcune delle figure professionali delle quali “Costruiamo insieme” intende farsi carico. Non un concetto astratto, dunque, ma un Piano industriale che ha lo scopo di attivare nuovi servizi per la comunità e restituire serenità al personale ASP attualmente in forza al “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto.

Il disastro economico abbattutosi sul “Maria Cristina di Savoia” a causa di precedenti gestioni, è stato in parte attutito con l’ingresso di “Costruiamo insieme” che ha rivitalizzato un’ala della struttura fino a quel momento inutilizzata (svolto lavori a suo carico), portando nuove risorse economiche. In più occasioni, sotto forma di anticipazione di locazioni, la cooperativa è intervenuta per far fronte a gravi situazioni debitorie (stipendi arretrati) alleggerendo, dove possibile, un comprensibile quanto grave disagio a numerose famiglie.

Corre l’obbligo di puntualizzare, pertanto, che “Costruiamo insieme” non è quel soggetto da qualcuno dipinto in maniera strumentale. Non è nostra abitudine rispondere piccati, tantomeno vendere fumo: non abbiamo altra ambizione che non sia quella di continuare a svolgere attività sociale in modo professionale a salvaguardia di posti di lavoro. E, in questo caso, provando a tutelarne altri mettendo in campo esperienza maturata in anni di attività.

In un quadro scoraggiante nel quale non sempre chi potrebbe o dovrebbe intervenire offre il suo contributo, il “Maria Cristina di Savoia” può rappresentare un’altra occasione per dimostrare a opinione pubblica e ai diversi soggetti in campo che il nostro impegno è, invece, concreto.

«…Ho visto morirne a decine!»

Sfondo StorieSambou, gambiano, ricorda una tragedia del mare. «Ottanta persone inghiottite dalle acque; salvo per miracolo, ho lasciato il mio Paese a causa di una malattia respiratoria»

«Perfino in Libia mi hanno gettato per strada, i militari non volevano saperne di prendersi cura di me!». Sambou, ventiquattro anni, da un paio in Italia, è scappato dal suo Gambia per curarsi da un grave problema respiratorio. Non solo, «ho visto scomparire fra le acque decine di miei connazionali, imbarcati su un gommone poco distante dal mio: una visione che non potrò mai cancellare dalla mia mente!».

Oggi Sambou, professione elettricista, è ospite di un Centro di accoglienza straordinaria della cooperativa “Costruiamo insieme”. «Nessuno sapeva di preciso cosa avessi – ci spiega – la ripresa era lenta, i medicinali per combattere il declino di una malattia che avanzava implacabilmente costavano tanto, così l’unica strada possibile era venire via da lì, a costo di lasciare la mia famiglia, i miei amici».

Il Gambia è un Paese che il ventiquattrenne africano sente ancora sulla sua pelle. Ma ha dovuto però rinunciarvia, a malincuore. Per il suo bene. «Motivi di salute – insiste – avvertivo qualcosa che mi lasciava sempre più spesso senza fiato; quando seguivo le prescrizioni del medico con medicinali che costavano tanto per le nostre disponibilità economiche, mi sentivo appena meglio; poi non avevo più i soldi: niente cure e daccapo il lento declino, un incubo».

La scomparsa del papà cambia la vita

Anche la morte del papà cambia la sua vita. «Mia madre si risposa – dice Sambou – io per la nuova famiglia era come se fossi un peso grave, costavo più di quanto non costasse sfamare una intera famiglia per giorni, così ho preso coraggio, le mie ultime forze e sono andato via».

Un viaggio che dura mesi. «Circa sette, forse meno; forse più, ma quanto dolore! Chiedevo aiuto per le strade, quel poco che raccoglievo mi serviva più per comprare medicinali che sfamarmi; mi rimettevo in piedi e pensavo all’Italia, a un Paese ospitale, a un letto di ospedale nel quale curarmi».

La storia non finisce in un amen. Tutt’altro. «Arrivo in Libia – ricorda per noi Sambou – non ho più soldi in tasca, sono in piena crisi, i militari mi portano in prigione, mi tengono un mese; le mie condizioni peggiorano a vista d’occhio, così si tolgono il pensiero: un brutto giorno mi prendono per braccia e gambe e mi gettano sul ciglio di una strada; passo una notte fra i dolori causati dalla caduta, poi il mattino seguente mi trascino fino a trovare qualcuno che mi porti al porto di Gallipoli, l’omonimo porto pugliese che però è in Libia, destinazione Taranto; non mi sembra vero, ci sono due gommoni grandi, possono portare a bordo trenta persone, quaranta al massimo; invece uno ne ospita 130 e un altro, il mio, 116: abbiamo netta la sensazione che non ce la faremo mai, ma invochiamo il cielo, preghiamo, ognuno come sa e come può».

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Un gommone scompare, ottanta morti

I due gommoni si perdono di vista, ogni tanto in lontananza Sambou scorge quello con a bordo centotrenta persone, fra queste diverse le donne incinte. «E’ un momento – ricorda con un nodo alla gola – e vediamo gente in mare: urla, chiede aiuto, noi intanto siamo in balia di un gommone ingovernabile; uomini e donne con bimbo in grembo vengono risucchiati dalle acque agitate, è uno sterminio; arriva la Guardia costiera, noi del gommone con a bordo 116 persone veniamo tratti in salvo; poi i militari si dedicano ai superstiti dell’altra imbarcazione, ne tirano su a decine, ma sempre pochi rispetto a quella moltitudine: cinquanta in salvo, ottanta i morti!».

Una tragedia, il pianto. «Vedere le donne incinte e prive di vita galleggiare, è una scena che non dimenticherò mai; ma non voglio nemmeno cancellarle quelle immagini dalla mia mente, mi serviranno ad avere rispetto della vita e nella memoria gente che, come me, cercava una via di fuga dalla miseria e dal dolore».

Adesso Sambou sta meglio. «Sono in via di totale guarigione – conclude – qui godo della massima assistenza sanitaria, è stata dura, mi sto riprendendo grazie al cielo; sento ogni tanto mia madre, familiari e amici; un giorno mi piacerebbe aprire una piccola attività commerciale, ma è un sogno: ho già avuto tanto dalla vita, la salute e il destino di avercela fatta, cosa posso volere di più?».

«Buon lavoro, ragazzi!»

WhatsApp Image 2017-11-07 at 17.48.08Prima l’appello, poi via i cellulari, massima attenzione ai docenti. Due ore di lezione per gli extracomunitari iscritti ai corsi di alfabetizzazione e per il conseguimento del triennio di scuola media.

«Sanneh, Fofana, Zazou…». «Presenti!». Braccio alzato, mano aperta. I ragazzi il pomeriggio martedì 7 novembre, rispondono così al primo appello. All’ingresso della scuola “Colombo” sono decine gli extracomunitari iscritti ai due corsi promossi dal dirigente scolastico insieme con il corpo docenti dell’istituto di via Medaglie d’Oro.

Due corsi, pomeridiani si diceva. Il primo di alfabetizzazione, dunque per perfezionare i primi insegnamenti della lingua italiana che in molti comunque mostrano di conoscere abbastanza bene. E dove non arrivano subito a farsi comprendere, si aiutano a gesti. Alla fine, ma neppure tanto, arrivano a spiegarsi. Come a farsi ripetere una frase, un passaggio sfuggito. Forse per distrazione di uno stesso studente, forse per la velocità con cui il docente teneva lezione. Di sicuro un passaggio involontario subito recuperato.

Secondo corso per conseguire il titolo di scuola media. «Abbiamo frequentato il corso di alfabetizzazione lo scorso anno – spiegano Kamara e Sacko – così quest’anno ci siamo iscritti ancora per conseguire un titolo di studio che può essere già un motivo di vanto per noi». Si nota determinazione nelle parole e nei gesti dei ragazzi che prendono posto fra i banchi di scuola. Come studenti già esperti, chiedono a una responsabile della segreteria all’ingresso, quale sia la loro aula. «La prima sulla sinistra», indica ai primi ragazzi che hanno già risposto all’appello. Questi vengono accompagnati dagli operatori del Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti che si è attivato per produrre i documenti ai migranti. Il primo appello, infatti, è di Francesca e Sillah, operatori. Passano in rassegna i ragazzi che già conoscono, prima di accompagnarli e consegnarli di fatto al docente di turno.

Ecco il primo passaggio. Prima lezione per quanti frequentano il corso di alfabetizzazione, alle 15. Due ore. Stessa durata della lezione per il “triennio” di scuola media, a partire dalle 17.

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Appena in aula, saluto ai docenti. Via cappellino con visiera, tipico dei giocatori di baseball; via gli auricolari e stop alla musica. Ascoltano rap «a palla», direbbero i nostri ragazzi. Altro passaggio, spegnere il cellulare. Per quanto dica il nuovo orientamento del Ministero, a proposito del ritorno all’uso dello smartphone in classe, per ora è bene prestare attenzione all’invito del docente.«Ragazzi – dice l’insegnante – abbiamo due ore di studio, mettete sotto il banco quanto può essere oggetto di distrazione, auricolari e cellulare per intenderci, e prestate attenzione alla lezione».

Sul banco, i ragazzi stendono il primo segnale di buona volontà: un quaderno. Qui scriveranno gli appunti utili per dare inizio all’anno scolastico. «A questa nostra prima avventura», dice un iscritto al corso di alfabetizzazione. “Avventura”, risvolto positivo per come viene riferito. Loro, ivoriani, senegalesi, maliani, somali, che di “avventure” ne hanno già trascorse. Prima, la fuga dal proprio paese, chi da miseria, chi dalla guerra; poi il viaggio della speranza a bordo di zattere o imbarcazioni di fortuna. L’alfabetizzazione, dunque, vista come un’altra scialuppa di salvataggio che i ragazzi invocano a un Paese ospitale.

Nei banchi dell’aula accanto, chi il corso di alfabetizzazione lo aveva frequentato con risultati brillanti lo scorso anno scolastico. Oggi è seduto fra i banchi. Attende la prima lezione, quella che porterà a fine corso con l’esame per conseguire il titolo di scuola media. La campanella suona, la porta dell’aula si chiude. E’ ufficialmente iniziato il loro anno scolastico. L’ultimo saluto è degli operatori. Lasciano gli studenti in buone mani. «Buon lavoro, ragazzi!».

«Ecco il nostro primo giorno di scuola»

WhatsApp-Image-2017-11-07-at-17.50Martedì 7 l’ingresso in aula nell’istituto “Colombo” per circa trenta extracomunitari. Due i corsi pomeridiani: alfabetizzazione e triennio scuola media. Conoscono arabo, francese e inglese, vogliono imparare l’italiano. E conseguire un titolo di studio.

Martedì 7 novembre, primo giorno in aula per una trentina di extracomunitari ospitati nel Centro di accoglienza straordinario “Cavallotti” (Costruiamo insieme). Scuola “Colombo”, due i corsi concordati con il dirigente scolastico e i docenti dell’istituto con sede in via Medaglie d’Oro. Il primo, quello basico, di alfabetizzazione; il secondo, per il triennio di scuola media (Scuola secondaria di primo grado), riservato ai ragazzi in avanti con conoscenza della lingua italiana e gli studi. Due i turni, uno alle 15, quello successivo alle 17, in punto. Chi pensa di essere in ritardo, alza il passo, arriva col fiatone. Sospiro di sollievo non appena qualcuno mostra al connazionale l’orologio: c’è tempo, la campanella non è ancora suonata.

I ragazzi ospiti a Taranto, arrivano da Gambia, Senegal, Costa d’Avorio, Somalia e Mali. Il clima è di quelli distesi. Non potrebbe essere diversamente, i ragazzi iscritti sono entusiasti di questa esperienza. Perfezionare un primo passaggio nel processo di integrazione nel nostro Paese è quanto dire. Ecco, se ci fosse una differenza con gli studenti italiani non sempre entusiasti del primo giorno di scuola, i migranti candidati a iscriversi ad uno dei due corsi lo hanno fatto nella massima convinzione. Anzi, non vedevano l’ora scoccasse anche per loro l’ingresso fra i banchi. Per questi, frequentare le due aule al piano terreno della “Colombo”, è motivo di orgoglio. Quando avranno finito il corso e superato l’esame, che «non sarà una passeggiata di salute, lo supera chi studia!», ci sarà di che essere orgogliosi. Un titolo di studio acquisito in Italia, sarà un po’ come una medaglia, di sicuro una bella soddisfazione.

E’ una prospettiva che potrebbe schiudere le porte al passaggio successivo, quello alla scuola media superiore (Scuola secondaria di secondo grado). Un percorso più articolato, evidentemente, ma che non scompone più di tanto i ragazzi che hanno affrontato con il giusto impegno il primo giorno di scuola. «Per ora – diceva qualcuno all’ingresso nell’istituto di via Medaglie d’Oro –proviamo a compiere questo primo passo in avanti, poi si vedrà: adesso siamo qui, ci relazioniamo con i cittadini italiani e, in qualità di ospiti è giusto che anche noi si mostri il massimo impegno nell’allacciare relazioni sociali».

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Gli insegnanti della “Colombo” mostrano il giusto entusiasmo. Non appena i ragazzi si accomodano fra i banchi, scandiscono bene le sillabe. Tastano il polso agli iscritti al corso di alfabetizzazione. Riscontro interessante, i ragazzi sono in avanti con l’italiano. Evidentemente i primi corsi seguiti nel Centro di via Cavallotti sono stati utili. Insomma, non sono arrivati al primo giorno di scuola senza una prima base. E anche questa è una buona notizia.

Relativamente più semplice il lavoro di chi fa lezione nel corso del titolo “triennale”. Qui i ragazzi mostrano una maggiore padronanza della lingua. Non è vero che imparata una nuova lingua, diventa più facile impararne altre, di sicuro questi giovani studenti che non smettono un attimo di sorridere, quasi a mascherare un certo imbarazzo, conoscono almeno tre lingue: arabo, francese e inglese. Dunque, non vedono l’ora di impararne una quarta, con tutta la grammatica, oggettivamente non semplice, ad essa legata. “Interrogati”, si fa per dire, parlano comunque già di soggetto, predicato e complemento. I docenti sorridono. Vero che non sarà molto semplice insegnare la costruzione di un periodo, sicuro però che si comincia da basi solide.

Gli operatori del Centro di accoglienza straordinario, Francesca e Sillah, fanno un primo appello. Tutti, o quasi, presenti. Assenti solo un paio. Il contrattempo si chiama lavoro, dunque in qualche modo vanno giustificati. Non sarà sempre così, perché l’attività lavorativa, al momento giustificano i loro connazionali, è occasionale e, quando è possibile, lo studente comunque volenteroso non si lascerà tanto facilmente sfuggire l’occasione di un seppur piccolo guadagno. C’è tempo per rimediare a una lezione, la buona volontà c’è tutta.

Imam (1 parte)

Incuriosito dall’articolo pubblicato su questo stesso sito venerdì scorso a cura della redazione, ho fatto visita agli amici e colleghi del Centro di Accoglienza Straordinaria di Modugno per respirare il profumo di pensieri che si materializzano e che, allo stesso tempo dematerializzano luoghi comuni, strumentalizzazioni, ogni prodotto della non conoscenza usato arbitrariamente e stoltamente per dare fiato a parole bisognevoli di stampelle per quanto di “nulla” sono sostanziate.

Era circa mezzogiorno venerdì quando sono arrivate sul cellulare una serie di fotografie che riprendevano un gruppo di ospiti del CAS in preghiera.

Fin qui, nulla di strano. Quando lavoravo in struttura era normale vedere persone che pregavano, in particolare il venerdì.

Invece no: qualcosa di nuovo in quelle fotografie che la Presidente di Costruiamo Insieme ha voluto condividere con noi c’era.

Un qualcosa difficile da cogliere nell’immediatezza nella caoticità delle cose che ogni giorni si inseguono e si succedono facendo saltare, in maniera sistematica, qualsiasi pianificazione.

Un episodio fra i tanti, foto guardate in fretta, ma che diventano un tarlo che inizia a rosicare nei pensieri, a distrarti, a disorientare l’attenzione: se Nicole Sansonetti, donna che affronta qualsiasi situazione in maniera assolutamente concreta, pragmatica, con quella invidiabile capacità che solo le donne hanno di “essere dure senza mai perdere la tenerezza” ha inviato, senza commenti, quelle foto, dietro quelle foto c’è intrinseco un messaggio.

Rivolto a noi, agli operatori, a chi vive nelle strutture quotidianamente.

Mentre non smetto di pensare a questa cosa, mi chiama il mio collega di Taranto per parlarmi della stessa cosa, stuzzicato anche lui da quello che sembrava un messaggio fra le righe, quasi subliminare.

E’ sempre venerdì, si è fatto pomeriggio. Capire diventa quasi una scommessa, una sfida con me stesso perché in quelle foto è nascosto un significato che, se pure lampante, è reso intraducibile da quel velo sottile che oscura una realtà sciogliendola nella prassi, nell’abitudine, nelle cose da fare: è un puzzle del quale hai chiara la figura ma che devi ricomporre. Devi rimettere insieme i pezzi di un pensiero, di una idea che hai fra le mani che fa difficoltà a materializzarsi: la soluzione.

Marc Augè!” quasi grido mentre guido avendo di fianco la mia compagna stranita e già preoccupata per aver sopportato la mia aria assorta nei pensieri per tutto il pomeriggio: luoghi e non luoghi! Questa è la risposta alle fotografie!

Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico definirà un non luogo”.

In totale contrasto col pensare comune, i Centri di Accoglienza gestiti da Costruiamo Insieme da “non luoghi” vengono trasformati in “luoghi” attraverso attraverso il lavoro quotidiano di operatori che hanno incarnato la filosofia, la mission della Cooperativa Sociale.

E in quel luogo gli ospiti non hanno perso o non sono stati spogliati della loro identità, intrattengono relazioni, riconoscono in esso un pezzo della propria storia.

D’istinto chiamo Fabio, un operatore del CAS di Modugno, chiedendogli se è possibile incontrare l’indomani mattina l’Imam che ha “guidato” la preghiera del venerdì della quale erano arrivate le foto.

Anche Fabio, stranito, mi chiede il perché visto che tutti i venerdì pregano ed è un fatto a me noto.

Lo hanno fatto fuori -rispondo a Fabio- all’aperto. E’ la prima volta che lo fanno. Prima pregavano chiusi nelle stanze, quasi intimoriti, forse decontestualizzati. Ora vivono quel luogo come loro e hanno percepito che, oltre al rispetto per le differenze, lavoriamo per costruire un sistema di convivenza, che facciamo da sponda per ricostruire vite che guardano ad un futuro diverso da quello segnato dalle realtà che li hanno costretti a scappare”.