Modugno, venerdì di preghiera

Foto-twitter-5Momento di riflessione per gli ospiti del Centro di accoglienza straordinaria. «Grande emozione metterli nella condizione ideale per pregare», dice Nicole Sansonetti, presidente di “Costruiamo insieme”.

Via i sandali, ginocchia sui tappeti personali appena stesi in direzione della Mecca. Modugno oggi alle 13, alla presenza del suo imam, ha vissuto il suo momento di preghiera. Un rito fondamentale nel processo di integrazione che stanno compiendo gli extracomunitari (non solo quanti di fede musulmana) con i residenti della cittadina a pochi chilometri da Bari.

Questa mattina gli operatori della cooperativa “Costruiamo insieme”, che si occupa del Centro di accoglienza straordinaria a Modugno, si sono attivati per mettere gli ospiti della struttura nelle condizioni ottimali per svolgere il momento di raccoglimento religioso. Missione da compiere, insieme con amici, connazionali, anche di religione diversa: prestare massima collaborazione a quanti avevano chiesto di impegnare il proprio venerdì raccogliendosi in preghiera.

A coordinare i lavori e, dunque, mettere a proprio agio quanti più tardi si sono riuniti per pregare, Nicole Sansonetti presidente della cooperativa. Insieme con altri operatori del Centro di accoglienza, infatti, ha provveduto a rendere fruibile uno spazio per i fedeli musulmani.

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«Una grande emozione…»

«Un momento di grande emozione – osserva Nicole – vedere gente di nazionalità diversa, talvolta schierata su posizioni opposte ma su altri temi, unirsi insieme in preghiera; assistere alla preparazione vederli raccogliersi con lo sguardo verso la Mecca, su noi occidentali esercita un grande senso di ammirazione». Occorreva trovare uno spazio fisico che fosse congruo al momento religioso. «Lo abbiamo scelto insieme –  prosegue il presidente di “Costruiamo insieme” – individuato in un istante, un cortile indipendente da destinare a luogo di culto».

Un altro passaggio importante, dunque, è stato compiuto in queste ore. Prosegue anche attraverso momenti simili quel processo di integrazione con il territorio auspicato da più parti. Fatte le debite proporzioni, lo scopo è quello di fare del momento di preghiera un esempio di integrazione e religiosità progressista per il territorio. Il preparatore spirituale durante la preghiera ha ricordato che l’educazione islamica è votata a tolleranza, dialogo e assistenza agli immigrati.

Secondo stime diffuse di recente, in Italia sarebbero un milione i fedeli di fede musulmana, fra questi oltre centomila italiani.

«Guardare il cielo, la mia libertà!»

Lamine, ivoriano, sogna di fare il meccanico. Picchiato per soldi, in cerca dei suoi diritti. Fa il muratore, spiega “buiacca”, “fuga” e la felicità.

WhatsApp Image 2017-11-02 at 17.50.15Pacche sulle spalle, sorrisi e lunghi abbracci. Per fare una breve chiacchierata il protagonista della nostra storia, viene apposta al Centro di accoglienza straordinaria di “Costruiamo insieme”, in via Cavallotti a Taranto. E’ qui che incontra un po’ di amici, una decina forse. «Riabbracciare i mei connazionali», dice Lamine, diciannove anni a gennaio prossimo, ivoriano, «è come una festa!».Ha un sorriso e una parola per tutti, il giovanotto appena tornato da lavoro, con zainetto e sulla testa un cappellino rosso. Gli stessi colori della “Ferrari”, l’auto di Formula uno che sfreccia sui circuiti di tutto il mondo. Fare il meccanico è il chiodo fisso di Lamine, ma non per il Cavallino di Maranello, quell’obiettivo lo considera fuori dalla sua portata. Vola basso. «Mi accontenterei di riparare camion; ho da sempre in mente i motori, anche quando ero in Costa d’Avorio: studiavo, tanto, volevo imparare la meccanica, essere come il medico per il paziente…». Si aiuta a gesti, come se aprisse il cofano di un’auto. «Visitare un veicolo, vedere cosa non va e poi rimetterlo in cammino, sulla strada…».

Costa d’Avorio, Lamine perde il sorriso. «Penso con affetto alla mia terra, mia sorella, più piccola di me; mio fratello, appena più grande di me: sarebbe bello un giorno riabbracciarli, ora però devo pensare al mio futuro; incerto per gli italiani, figurarsi per chi, come me, qui è appena arrivato».

Faccio il muratore, ma la meccanica…

Cosa fa da qualche mese, Lamine. «Muratore, ma sto imparando: ha presente la “buiacca”, la “fuga”?». Indica i mattoni della stanza in cui stiamo chiacchierando. In particolare le righe. Spiega con scrupolo la tecnica. «Voglio imparare, tutto e in fretta, non so pensare a starmene senza fare niente, voglio guadagnare quel poco da mettere insieme e pensare di fare il meccanico, un giorno…». E se non facesse il meccanico, nessun dramma. «Anche il muratore va bene, ho colleghi splendidi, quattro in tutto, grande affiatamento: il sogno che inseguo è il lavoro, meccanico o muratore va bene comunque».

Insistiamo sulla Costa d’Avorio. «Avevo perso papà e mamma, uno dopo l’altro a causa di malattie per curare le quali occorrevano tanti soldi: senza quelli, i soldi, dalle mie parti non fai molta strada, non sopravvivi; guadagnare non è un’ossessione, ma per noi – come dite voi – è un’assicurazione sulla vita: i soldi sono medicine, cure, cose con cui combattere anche una sciocca malattia che, non curata, diventa il peggiore dei castighi…».

Dura la vita senza genitori. «Fino a quando è stato possibile sono rimasto con mia zia, sorella di mia madre; non era, però, la stessa cosa; discutevamo spesso, anche su argomenti banali che, d’un tratto, diventavano montagne da scalare». Per quanto ne sapeva, la libertà era comunque in un’altra parte del mondo. «Per me il mondo è Taranto, davvero, è qui che sono arrivato direttamente con una imbarcazione: non conosco il resto dell’Italia, qui resterei a vita…». Come meccanico. «Magari!», sorride Lamine. «Ma la vita non è necessariamente realizzare un sogno», insiste, «fare la cosa che più ti piace fare e guadagnare: la vita significa essere libero, sapere che non c’è solo gente che ti odia e ti picchia con i motivi più assurdi, come è capitato a me».

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Nove mesi di sofferenza, poi finalmente Taranto

Una viaggio lungo nove mesi. «Non finiva mai, passavo da un’auto a un bus: non appena avevo un po’ di soldi guadagnati in Algeria con il lavoro di muratore, mi compravo un “pezzo di strada”, un biglietto per viaggiare: pensavo alla mia libertà come a un diritto, una “protezione internazionale”».

Nove mesi di viaggio, il lavoro in Algeria, le botte in Libia. «Non distingui i buoni dai cattivi – racconta – quelli con la divisa qualche volta sono come quelli senza: fanno valere la loro autorità e, in nome di una giustizia che evidentemente non conoscono, ti trattano come carne da macello: quasi un mese da recluso in Libia». Tira un palmo indietro la sedia sulla quale è seduto, indica le ginocchia, i fianchi, poi i gomiti. «Mi hanno picchiato qua, qua e qua… Non finivano mai, in quei momenti rivolgi lo sguardo al Cielo nella speranza che le tue preghiere vengano ascoltate da qualcuno e che quella tortura finisca…».

Lo scopo sempre lo stesso. «Il denaro – conferma Lamine – quello che avrei guadagnato con il sudore della fronte per mesi loro volevano intascarlo in un istante: quel che è peggio, è che io quei soldi non ce li avevo davvero!».

Alla fine l’imbarcazione, il viaggio per l’Italia. «Taranto non sapevo nemmeno dove fosse prima che ci arrivassi, ma oggi la considero la mia terra, la mia casa». Nessuna paura in mare. «Cosa poteva capitarmi di peggio? Ero stato prigioniero, picchiato, privato delle cose più semplici: parlare, domandare educatamente, tenere la testa alta, guardare il cielo… questa è la mia libertà: poco importa che un giorno faccia il muratore o il meccanico!».

«Ogni volto racconta disperazione»

Hotspot di Taranto. Bambini senza più genitori, uomini e donne senza più famiglie. «Storie che lasciano il segno a tutti, spesso non tratteniamo le lacrime». Emozione e sconforto di un agente di Polizia locale.

WhatsApp Image 2017-11-01 at 13.01.39 (1)«Quando sei convinto di aver visto tanto, ti rendi conto di aver visto ancora poco». Un agente di Polizia locale, attiva all’interno dell’hotspot, il Centro di identificazione di Taranto, racconta «cose mai viste» a proposito di sbarchi o, comunque, arrivi da altri Centri di raccolta. «Ogni faccia – ci dice – ogni espressione, racconta una disperazione sempre diversa e di storie, drammatiche con finali da tregenda sono tante». Ce ne ricorda una fra le tante, aprile 2015. Tre naufragi, a causa di vere “bagnole” e un mare messo al brutto, di un carico esagerato quanto disperato. «In quei giorni non si finivano di contare le vittime, la gente dirottata sul nostro hotspot, vestita alla meno peggio, la corsa per dare ai superstiti dopo il ristoro anche il calore di una coperta, abiti asciutti».

Un superstite rimase giorni all’hotspot, rifiutava il cibo. «Non si mosse un attimo, una decina di giorni se non ricordo male: guardava il mare, con paura e con speranza: mentre il barcone sul quale era a bordo si rovesciava, aveva perso di vista la giovane moglie incinta, praticamente la sua famiglia per la quale sperava un futuro migliore lontano da guerra e miseria; purtroppo la donna era fra le settecento vittime, un’ecatombe senza proporzioni».

Ora gli sbarchi sono molti di meno. L’ultimo, importante, lo scorso 20 gennaio, 400 emigranti, fra questi una cinquantina di minori. «Registriamo sempre meno sbarchi, ma l’hotspot prosegue nella sua attività, intanto perché è una struttura pronta per la prima accoglienza; a Taranto, poi, giungono bus, in particolare da Ventimiglia, con a bordo migranti: a noi spetta raccogliere  e il rilascio di un primo documento identificativo».

Qualcuno viene respinto. «Certo, i migranti economici – sostiene il vigile urbano attivo nel Centro di identificazione tarantino – i loro interessi prescindono dalla fuga da zone di guerra o persecuzioni politiche; chi non ha i requisiti richiesti è da considerare a tutti gli effetti un clandestino; tale posizione di clandestinità potrebbe essere sanata solo per motivi umanitari, ma oggi rispetto al passato esistono evidenti restrizioni, le uniche quote di accesso per lavoro sono quelle stagionali, che evidentemente hanno breve durata: buona parte è per lavoro nei campi e per le attività turistiche; completato quel periodo di lavoro, il ritorno a casa, comunque non più residenza in Italia».

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A seconda dei Paesi cambiano le modalità per quanti vengono respinti. «Il governo egiziano, per esempio, viene a riprendersi i propri cittadini fuggiti dal loro Paese; con il Marocco il percorso è appena più articolato, l’idea è quella di una certa resistenza, di ostacoli, comunque di un’operazione onerosa».

Scene drammatiche all’ordine del giorno. «La tragedia non ha colore di pelle, le lacrime dei bambini che arrivano da altri continenti sono uguali a quelle dei nostri bambini; ho prestato i primi soccorsi a piccoli appena sbarcati a Taranto, superstiti di tremendi naufragi: un viaggio della speranza affrontato con un sorriso non appena ti aggrappi a una di quelle “carrette” – mezzi vergognosi che galleggiano per scommessa – e finito, purtroppo, con lacrime e sangue, bambini che si ritrovavano senza genitori da un’altra parte del mondo e in condizioni di shock».

Anche per chi svolge questo lavoro non è facile. «Rispetto alla loro disperazione – dice sempre l’agente di Polizia locale – il nostro lavoro di accoglienza è poca cosa, ma vi assicuro che lasciano il segno: in più di un’occasione a me ed ai colleghi è sfuggita qualche lacrima; guardavamo gente dallo sguardo smarrito, bambini chiusi in giubbotti di fortuna tre volte più grandi così da coprire le manine e poi completamente bagnati: vorresti essere utile a tutti nello stesso momento, ma non riesci a dividerti». Una disperazione senza fine.

«Benvenuto chi è in regola»

Leonardo Giangrande, presidente di Confcommercio sulle attività orientali. «Guerra agli abusivi, un plauso a chi rispetta la legge» 

IMG-20171029-WA0025«Chiunque abbia rispetto delle regole è il benvenuto nel commercio tarantino». Leonardo Giangrande, presidente Confcommercio Taranto, con la sua associazione da anni svolge una battaglia contro l’abusivismo. Plaude, però, a chiunque intenda fare investimenti nel commercio locale. Anche stranieri, a condizione che facciano impresa rispettando le stesse regole cui si attengono i commercianti tarantini.

«E’ l’aspetto fondamentale, rispettato il quale possiamo fare qualsiasi tipo di ragionamento», riprende, «a cominciare dall’apertura di attività in pieno centro, nel Borgo tanto per intenderci, quartiere al quale abbiamo posto sempre grande attenzione in tema di rilancio». Non si smarca dal periodo di crisi che interessa il nostro Paese, in particolare il Sud, la stessa Taranto. «Ben vengano quanti – dice il presidente Confcommercio –  in un momento in cui negozi storici del nostro capoluogo spengono le proprie insegne, che qualcuno accenda vetrine, luci, offra il suo contributo ad una eventuale ripresa del commercio a Taranto».

Stranieri nel “salotto buono”

Attività presenti in centro gestite da stranieri. Via D’Aquino, il salotto buono della città. Poi via Principe Amedeo e via Anfiteatro, strade nelle quali la situazione è meno incoraggiante per presenza di negozi rispetto a un tempo. Nelle strade limitrofe, al Borgo sembra un bollettino di guerra. Saracinesche abbassate, talvolta per un “inventario” che ai più appare presunto, considerando le smentite circa i cartelli appesi alle vetrine. Stranieri in centro, attività, prodotti alimentari, per una fascia di pubblico che fa i suoi acquisti anche in orari fino a ieri inconsueti per una città come la nostra. «Mi risulta – dice Giangrande – che vendano prodotti orientali, che loro connazionali si servano con una certa regolarità; altri che realizzano manufatti artigianali: se queste attività sono in regola come il resto dei negozi gestiti dai commercianti tarantini, va bene; la legge del mercato è una sola, con quella ci confrontiamo anche in questi anni in cui i negozi chiudono ad un ritmo impressionante; siamo nell’economia globale, non è il caso di scandalizzarsi, il mondo sta cambiando, bisogna prenderne atto».

Giangrande non si nasconde dietro un dito. «In passato, quando sbucavano come funghi attività che sparivano con la stessa velocità, ci domandavano quale fosse il loro business sul nostro territorio; una volta acclarate le loro posizioni, per noi non c’è problema: solo a simili condizioni possiamo accettare una concorrenza che arriva da lontano».

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Licenze commerciali e locazione in regola

Nuovi commercianti, vantano licenze commerciali e contratti di locazione in perfetta regola.«Dunque sono i benvenuti, è quello cui abbiamo assistito e in più occasioni denunciato che non ci scende giù: in un momento in cui il commerciante tarantino fa i conti con una pressione fiscale ingiustificabile in un momento di grave crisi, siamo meno disposti a rimandare i confronti sulle regole; al Sud una famiglia media, per fare un esempio, ha un gettito approssimativo di diciassettemila euro l’anno, in Veneto trentaquattromila: il confronto non regge, la politica piuttosto che rimandare i provvedimenti dovrebbe mettere subito in agenda i motivi che stanno provocando la caduta libera che in questi anni sta registrando il nostro settore».

Lotta all’abusivismo commerciale

Abusivismo commerciale, altra piaga dice Giangrande. «Lì l’associazione da me IMG-20171029-WA0028rappresentata – sottolinea a chiare lettere il presidente Confcommercio – non fa sconti a nessuno: chi pensa di vendere prodotti contraffatti esponendo la merce su un marciapiedi con l’ausilio delle luci di una vetrina illuminata, prende una ciclopica cantonata: non se ne parla nemmeno; abbiamo fatto e continueremo a fare battaglie contro un fenomeno inarrestabile; informiamo anche i cittadini: anche chi acquista in modo incauto prodotti falsificati, non richiede uno scontrino fiscale, commette un reato grave e sanzionabile».

Detto questo, torniamo ai primi negozi dal sapore orientale aperti a Taranto. «La legge del mercato la conosciamo – conclude Leonardo Giangrande – dobbiamo prenderne contezza e applicarla: esiste un domanda di prodotti orientali, bene, che aprano una, cinque, dieci attività, purché tutto sia a norma: autorizzazioni, tasse, personale, scontrini fiscali; unica condizione che poniamo è il massimo rispetto delle regole, cosa a cui commercianti tarantini, oggi, fanno fronte non senza una certa difficoltà».

USA 2017: FRONTI DI GUERRA. Portaerei, tacchini e clown.

usaMentre gli apparati statunitensi hanno messo in campo la più imponente scorta mai vista per blindare l’imminente visita del Presidente Trump in Cina e Corea del Sud con tre portaerei posizionate in acque internazionali a pochi chilometri dalla minaccia nord coreana, gli USA si ritrovano a combattere su due fronti interni.

Problemi seri che stanno tenendo in scacco le polizie di molti Paesi: i “tacchini” e i “clown”!

Partiamo dai tacchini: vere e proprie gang che stanno spargendo terrore in varie zone dell’America. Lo Stato Maggiore americano le ha definite Urban Turkeys, vere e proprie bande di tacchini che stanno impegnando le autorità locali, soprattutto in Massachussets, per la violenza e l’aggressività per le quali sono diventate un problema di ordine pubblico: aggrediscono passanti e piccoli animali fino a riuscire a bloccare le strade. Tutto questo, dicono gli esperti, solo per rivendicare la propria supremazia.

Sarà che si tratti di una sorta di “guerra di liberazione ed emancipazione contro le usanze legate alla festa del ringraziamento” ma stiamo parlando dei tacchini veri, non di un gruppo di giovinastri che hanno scelto un nome strano per fare scorribande.

Tacchini, quelli con le ali e le penne! Quelli che trovi al supermercato o in macelleria!

Marion Larson, una studiosa esperta, ha spiegato che “i tacchini possono provare a dominare o attaccare le persone che vedono come loro subordinate. Ciò accade spesso durante la stagione di allevamento. Per difendersi dai gallinacei, invece di usare la violenza, bisogna agitare in aria come degli ossessi le braccia e urlare come matti e, così, si allontaneranno”.

David Scarpitti, biologo, ha spiegato che “i tacchini vedono le persone come esseri in competizione con loro e quindi vogliono stabilire il proprio dominio su tutti”.

Sarà stata la parrucca bionda di Trump a farli innervosire così tanto o siamo di fronte ad un nuovo movimento di liberazione?

Sarà anche grave e preoccupante la situazione, ma io sto dalla parte dei tacchini!

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Altro fronte che impegna da qualche mese gli Stati Uniti è quella che viene definita “la moda dei clown”.

Figlio dei tempi moderni, questo nuovo fenomeno social mediatico, si alimenta dello strano gusto di spaventare la gente travestiti da clown per rimbalzare i video che riprendono la paura sui social.

Indagando sul tema, scopriamo che dietro questo assurdo ma troppo seguito “gioco” c’è un ragazzo italiano, un mito fra quelli che vengono definiti prankaster che, perugino di origine, ha fatto di questa pratica il suo mestiere: spaventa le persone vestito da clown riprendendo il tutto con una video camera e pubblica tutto su Youtube dove è seguito sul suo canale da quattro milioni e mezzo di iscritti. Su Facebook ha 600mila fan. Con grande sufficienza, DM Pranks (questo il nome d’arte) dichiara che “Hanno iniziato a fare questi video che per la maggior parte si vede che sono finti, ma la gente è in una condizione psicologica tale che se sta girando per strada e vede un clown impazzisce”.

A me dispiace perché questo getta un’onta sui tanti artisti di strada che regalano la propria arte in cambio di pochi spiccioli. Ma se per strada trovate, sul bordo di un marciapiede la testa mozzata di un clown con la telecamera incorporata non vi dispiacete. Forse, se l’è cercata!

Una insegna riaccende la speranza

Negozi orientali in centro a Taranto. La città si apre a un mondo nuovo. Generi alimentari e prodotti artigianali. Non solo per indiani, pakistani, cingalesi

IMG-20171027-WA0030Da qualche tempo nel centro di Taranto hanno avviato la propria attività negozi che commerciano articoli alimentari e prodotti artigianali orientali. Negozi sorti di recente in via Principe Amedeo e via Berardi, perfino in via D’Aquino, il salotto buono di Taranto.

E’ il fronte di una nuova impresa che commercia prodotti indirizzati non solo a propri connazionali, ma anche ad attività locali e agli stessi residenti che cominciano con l’apprezzare la cucina, quando parliamo di attività che commerciano generi alimentari, e manufatti artigianali orientali.

Aprire un’attività con i crismi necessari, oggi è una bella impresa. Il commercio in generale è in crisi. E’ sufficiente fare un giro in città per vedere alcune delle sue vie, un tempo floride e votate al commercio, oggi praticamente abbandonate a se stesse, desolate. Giorni fa un vecchio commerciante tarantino non nascondeva stupore misto a una certa ammirazione. Una di queste nuove attività a due passi dalla sua aveva “riacceso” una vetrina e la speranza che qualcosa, in qualche modo, stesse cambiando. «Questa gente – diceva – dà luce in uno degli angoli cittadini un tempo ambìti dai nostri commercianti: fino a poche settimane fa io e la mia attività ci sentivamo isolati, al buio, adesso accanto abbiamo una vetrina illuminata, un’insegna che alimenta una piccola speranza».

Nuove attività con prodotti e manufatti artigianali di origine orientale. Non solo vetrine e insegne daccapo illuminate. Questi, infatti, rappresentano impegni che producono economia, piccola o grande che sia. Intanto i “nuovi commercianti” occupano negozi sfitti, che diversamente come unico scopo avrebbero avuto l’incupire di più un settore, il commercio, e una città intenzionata a riprendersi, ma che continua a trovare una serie di paletti difficili da abbattere. Crisi, regole e condizioni con le quali diventa sempre più complicato confrontarsi.

Ma la città è il riflesso della globalizzazione. Non certo florida, opulenta come nel periodo fra gli anni ’70 e gli anni ’90. Non sono più quei tempi, molte sono le griffe ad aver chiuso battenti provocando un effetto-domino sull’intero tessuto economico locale.

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Ma da qualche parte occorre ripartire. Da nuovi investimenti, anche con piccoli contributi come l’apertura di negozi “orientali” nei quali, insistiamo, non si servono solo indiani, pakistani, cingalesi. Attività di ristorazione, tarantini affascinati da un nuovo tipo di cucina, hanno iniziato ad entrare e frequentare queste nuove attività.

Altri negozi realizzano prodotti artigianali, collane, braccialetti, elementi decorativi in genere, a prezzi contenuti, un po’ come il nuovo trend delle attività commerciali presenti sul territorio. Insistono i brand storici, ma nel frattempo la città si è aperta all’idea di una politica più abbordabile considerando la posizione odierna di una famiglia tarantina media. Dunque, benvenuta nuova economia, nuovo modo di vedere le cose. E’ giunto il momento di aprirsi a un mondo nuovo, un modo di guardare e approcciarsi a un mercato fino a qualche tempo fa impensabile. E’ una novità, ma anche una discreta boccata di ossigeno per una Taranto che invoca una nuova ripresa.

Via da paura e sortilegio

Antoine, guineano, ventuno anni, si racconta. «Papà morto a causa di un sortilegio. Studiavo, mi sono inventato muratore»

IMG-20171026-WA0018L’orologio al polso indica le 10.10. Pomeriggio, sul Lungomare, due passi dal Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti, seduti davanti a un cappuccino. Antoine, ventuno anni, parla francese (un operatore fa da interprete). Arriva dalla Guinea dopo un viaggio di due anni. A casa ha lasciato mamma, due fratelli e una sorella. Il papà, dice serio, «è stato vittima di un sortilegio».

L’orologio fermo alle dieci e dieci. Antoine spiega l’equivoco delle lancette. «E’ scarica la pila – dice – non ho idea quanto possa costare sostituirla, ma esistono cose più importanti in questo momento: le ricariche telefoniche, quelle sono più importanti rispetto al conoscere l’ora esatta; sentirmi con mamma e i miei fratelli, questo è importante».

Importante. Un aggettivo torna spesso nei ragionamenti di Antoine. Come lo scappare dal proprio Paese, dove una querelle tra famiglie improvvisamente potrebbe avere risvolti di una faida.«Questione di terreni – entra nello specifico – di proprietà di mio padre, morto a causa di una“malattia satanica”: i parenti dicono che quei terreni non spettano a noi e gridano vendetta; vivevo nel terrore, per questo motivo ci picchiavamo senza esclusione di colpi».

Papà vittima di una malattia satanica…

Malattia satanica. «A mio padre fecero un sortilegio, gli augurarono il peggio, tanto che presto si ammalò e morì». Non dà altre spiegazioni all’accaduto. Perdere il papà in modo misterioso per Antoine è stato l’elemento principale ad avere scatenato i risentimenti familiari. Il viaggio per l’Italia, un calvario. «Due anni per arrivare qui – dice – attraverso Algeria e Libia; in Guinea studiavo, ma una volta lontano da casa per guadagnare quei pochi soldi da mettere da parte ho dovuto inventarmi un mestiere, così in Algeria mi sono improvvisato muratore». Quel periodo, una scuola di sopravvivenza. «Ero ospite in una famiglia, mangiavo e dormivo lì, mi avevano preso subito a benvolere: “quando e se avrai i soldi – questo il patto non scritto – ripagherai la nostra ospitalità”; avevo trovato una seconda famiglia, in Africa spesso funziona così: abbiamo poco e quel poco è di tutti, a volte anche di chi sta peggio di noi; dopo aver ripagato la loro generosità, sono andato via, dovevo alleggerire quella famiglia della mia presenza e riprendere il mio viaggio verso una terra più ospitale, la mia fuga per la libertà era appena cominciata».

Algeria, poi Libia. «Si parla tanto di razzismo – sottolinea ancora Antoine – ma anche in Africa non c’è da stare
allegri, io stesso durante il passaggio da un Paese all’altro sono stato vittima di sassaiole, il colore della mia pelle era il bersaglio preferito di gente che si armava di pietre e le scagliava con violenza contro me e gli altri miei compagni per farci scappare: qualcuno nella fuga veniva colpito, momenti drammatici, impossibile dimenticarli».

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Aggrapparmi a un sogno…

In Italia per aggrapparsi a un sogno. Antoine dà l’idea afferrandosi a una ringhiera del Lungomare.«Voglio completare i miei studi, poi viaggiare, girare il mondo per trovare un posto accogliente che mi prometta un futuro: voglio apprendere il più possibile, imparare meglio l’italiano e rendermi utile alla società».

Un sogno per volta. «Gioco al pallone, il mio idolo è Cristiano Ronaldo, certamente non per quello che guadagna, ma per come gioca al calcio; prima completo gli studi, poi penso a giocare, credo di saperci fare con il pallone fra i piedi».

Storia delle lancette bis, altro piccolo equivoco. Gli chiediamo quanto sia alto. «Un metro e settanta – argomenta alzandosi dalla sedia – centimetro più, centimetro meno!». Anche qui le cose non stanno come sembra, Antoine è molto più alto. Alassane, l’operatore del Centro di accoglienza straordinaria traduce a paroleIMG-20171026-WA0022 e gesti la nostra perplessità. «Credetemi, qualche anno fa ero un metro e settanta!». Avanziamo una ipotesi, l’ultima volta l’altezza l’avrà misurata minimo dieci anni fa. In piedi, infatti, supera il metro e ottanta, il ragazzo guineano può ambire a un provino con la “sua” Juventus. «Dybala, un giocatore mostruoso!». Non ha fretta, il pallone di cuoio che nel suo Paese prendeva a calci anche a piedi nudi, può attendere. «Prima lo studio, senza quello – mi hanno insegnato – non vai da nessuna parte e io sogno di muovermi, avere un futuro migliore; possibilmente una vita non violenta, a questa dalle mie parti ti abitui da bambino».

Oggi spente quattro candeline! Costruiamo insieme, un impegno cominciato nel 2013

Assistenza a migliaia di migranti e interventi sociali. Consulenza pedagogica, centri di accoglienza straordinaria e progetti formativi.

Costruiamo insieme compie quattro anni. Festeggia in modo sobrio, senza quella enfasi che, forse, un progetto diventato importante in breve tempo avrebbe meritato. Un lavoro, il nostro, quello di team e amici cominciato proprio il 23 ottobre, un mercoledì di quattro anni fa.

Da allora è cambiato un intero mondo. Non l’impegno, lo stesso di sempre possiamo dire, utile per sostenere quelle che sarebbero state le attività che avremmo dovuto svolgere in modo professionale.

In questi quattro anni con il nostro team abbiamo visto e aiutato (preferiamo parlare di assistenza piuttosto che di lavoro) quasi cinquemila migranti. Gente arrivata dall’Africa con la speranza negli occhi. Il desiderio di scrivere un nuovo capitolo della loro vita.

Quattro anni passati dai volti, sorridenti sicuramente per la soddisfazione di essere utili al prossimo, ma qualche volta spenti dal dolore per aver assistito impotenti a storie e drammi senza via d’uscita. L’impegno di Costruiamo Insieme si è realizzato non solo attraverso lo strumento dell’accoglienza, oggi fra i più autorevoli al Sud, ma anche con interventi sociali attivati per abbattere il disagio familiare e sociale favorendo una crescita sana del minore. Questo impegno è stato reso possibile attraverso la competenza di educatori professionali attivatesi nel rispetto del regolamento regionale.

In questi quattro anni, Costruiamo insieme ha svolto consulenza mediante attività pedagogica con una puntuale supervisione dei diversi casi con l’ausilio di esperti di sostegno alla genitorialità e la conduzione di gruppi di auto-mutuo aiuto.

Fra le altre attività svolte (riportate in questo stesso sito) Costruiamo insieme  dopo appena un anno di vita ha realizzato un centro diurno (oggi Comunità educativa) per minori regolarmente autorizzato al funzionamento ed un Centro di accoglienza straordinaria (CAS) per oltre un centinaio di cittadini immigrati. Altra svolta impressa nell’attività della cooperativa sociale, due anni fa in provincia di Bari (Bitonto e Modugno) ha avviato altri due Centri di accoglienza straordinaria per oltre duecentocinquanta immigrati, realizzando, inoltre, progetti formativi finanziati dalla Regione Puglia anche con la Casa circondariale di Bari.

Una paura senza fine… Fuga e torture provocano diffidenza, parlarne provoca dolore fisico.

«Una intervista, una foto, a che servono?». Non è sempre facile alleggerire un migrante di una storia il più delle volte drammatica. Un extracomunitario si pone più o meno le stesse domande che gira con garbo a chi vuole conoscere meglio le ragioni che lo hanno spinto in una terra lontana da casa. Non è diffidenza, ma prudenza. Dopo quello che uno, dieci, cento hanno passato, tornare a fidarsi subito, ciecamente, non è semplice.

Magari serve parlarne. Alleggerirsi, far conoscere una storia simile, ma diversa a tante altre. Simile, cominciata da una fuga. Dalla miseria, dalla guerra, dalle persecuzioni. Diversa, scandita da episodi drammatici. Da un grilletto puntato, colpi di fucile, la prigionia, le torture, il ricatto.

Ma la storia, lo convinciamo, la racconta lo stesso. Per scelta non dà enfasi, vorrebbe scordarsene il più presto possibile. Qualche passo indietro, forse, non aiuta a liberarsi da un peso; è come se puntasse un dito su una piaga quasi impossibile da rimarginare. Le cose che ci racconta, gli diciamo, vanno invece scritte, segnalate lo stesso. Aiutano anche gli altri a conoscersi meglio. Servono ad accorciare le distanze con i residenti, per esempio, talvolta sospettosi senza una precisa ragione.

La parola “integrazione” passa anche da una storia, una delle tante, che hanno lo scopo di accorciare le distanze. Anche mentali, se ci fossero ancora riserve nei confronti di chi chiede asilo, fugge da guerra e prigionia, vuole assaporare l’immenso piacere di un’altra parola-chiave che accompagna questa gente in cerca di un futuro finalmente sereno: “libertà”.

Non un’altra, questa storia

Dunque, una chiacchierata, una delle tante. Seduti a un tavolo, con uno, due mediatori a spiegare che parlarne fa bene. A qualcuno verrebbe in mente di dire: «Va bene, non vuole parlarne: lasciamo stare, troviamo un altro, storie da raccontare ce ne sono e tante anche!». Qui, invece, scatta un fattore diverso. L’insistenza. Una storia che non vuole essere raccontata, insegnano anziani cronisti, è una storia che invece va marcata stretta, presidiata, raccontata. Bisogna entrare in ogni piega, sono quelle alla fine che insegnano tanto.

Giovane, una ventina di anni, arriva dal Senegal. «Scappato da un campo di prigionia, ostaggio di banditi senza scrupoli, in Libia – ricorda tenendo il capo basso, quasi voglia sfuggire a espressioni di stupore quando attacca con i dettagli – lì accadevano cose che solo ricordarle provocano dolore, anche fisico: riportano alla memoria umiliazioni di ogni genere, giorni e giorni a pane e acqua; una intera giornata con un tozzo di pane, scorza e mollica; e acqua, non quella di un normale rubinetto, ma quella del bagno…».

Il dramma con cui convive in quei giorni, quelle settimane. «Non sapere che fine possa fare – dice – ogni giorno sembra quello fatale, l’ultimo della tua vita: ho visto partire fucilate per mille motivi, sempre uno più strano e disonesto dell’altro, l’idea che ti fai in quei momenti è che tu sia un niente, meno che zero: non sei un essere umano, sei una risorsa, forse; chiedono soldi, se non puoi pagare, allora ti fanno lavorare duro, da mattina a sera, fino a spezzarti la schiena e stancarti così tanto da toglierti anche la forza di pensare per trovare una via di fuga e riappropriarti della tua vita e, se possibile, della libertà».

Un viaggio infinito e un sogno

Un viaggio durato tanto. «Un anno – racconta – partendo dal Senegal, dove sono rimasti moglie e figlio, con i quali voglio ricongiungermi; nel mio villaggio continue persecuzioni e violenza, la gente che veniva torturata e uccisa sotto i miei occhi e altrove era lo stesso: l’unica alternativa era fuggire, per me stesso, ma anche per la mia piccola famiglia; partito dal Senegal, Africa del Sud, sono passato attraverso Mali, Niger e Libia, dove sono stato imprigionato due volte: la mia e quella dei miei compagni è stata una vita di fughe, dalla povertà e dalla miseria, dalla violenza e dallo sfruttamento».

Una vita non facile fin da bambino. «A nove anni sudavo in una conceria, lavoravo le pelli e a un telaio per confezionare maglie insieme a tanti altri bambini come me: la paga, un pezzo di pane e una bocca in meno da sfamare per papà e mamma, persa giovanissima». Riabbraccerà moglie e figlio quando avrà trovato un lavoro. Per ora ha un sogno. «Lavorare, tanto – conclude – il lavoro sodo non mi spaventa, ho muscoli, tanta forza da scaricare con la tanta rabbia che ho ancora dentro: mettere insieme risparmi, comprare le attrezzature per confezionare maglie e mettermi in proprio; vero che il lavoro mi ha spezzato la schiena, ma quella voglia di creare e vestire la gente è rimasta la stessa».

NON TOCCATE LE DONNE E I BAMBINI! Fra Liberazione e Mortificazione.

Maggio 1998.

Bari, via Sparano.

Attraverso una strada che ho sempre percepito come una cosa “altra” da me, lontana dalla mia percezione di città. Una strada estranea nonostante la sua importanza.

In una Città non c’è mai una Città: la tua Città è lo spazio che vivi, la gente che abitualmente incontri, la signora della porta affianco insieme a quanti vivono la tua stessa strada, il tuo quartiere, i tuoi spazi. Quelli che respirano la stessa aria che respiri tu.

Quella che si definisce Città, in realtà, non è altro che la proiezione di vissuti “confinati”, delimitati idealmente e materialmente.

Un agglomerato che, supponendosi un insieme, comunità, è nei fatti una sostanza fatta di elementi che non si mischiano. Come accade nella chimica!

Chi arriva dalla periferia percepisce immediatamente la differenza: il rumore e il movimento caotico, quasi schizofrenico, delle persone ti disorientano.

La sensazione è quella di stare dentro una dimensione che non ti appartiene e cerchi di arrivare il prima possibile alla tua meta. Come fossi un corridore che ha di fronte a se solo il traguardo: arrivare e tornare il prima possibile dentro la tua dimensione, da quello che ti sembra un film, un incubo o un girone dantesco.

E facevo bene a non frequentare quei luoghi, quello spazio “nobile” della Città.

Avevo accelerato il passo appena sceso dall’autobus che porta dalla periferia al centro. Al mio fianco, la mia compagna di quei tempi non capiva il mio disagio, la mia repulsione per quei luoghi e per la gente che li frequentava.

Faceva fatica tanto il mio passo era veloce.

Su questa strada che sembrava non finire mai incrocio quello che era un presentimento, la frattura definitiva fra me e la “Città per bene”, quella delle vetrine e delle boutique.

Continuo a camminare sperando di arrivare alla fine di quello che sembrava un tunnel oscuro, buio auspicando di raggiungere almeno un raggio di luce quando mi ritrovo di fronte una scena alla quale non avrei mai voluto assistere: un uomo picchia violentemente un bambino e, non soddisfatto, sferza una sberla anche alla moglie appena uscita da uno di quei negozi nei quali si paga solo per entrare.

La reazione della mia compagna è stata immediata quanto spontanea: la giacca e la cravatta che indossava quello che ha definito “animale, bestia” non giustificavano in alcun modo la violenza che era passata davanti ai nostri occhi.

Un bambino e una donna picchiati per strada come fosse una cosa normale, abituale agli occhi degli altri.

La giacca, la cravatta e la camicia (che messe insieme, a quei tempi, forse equivalevano allo stipendio mensile di quattro operai) si sporcarono di sangue perché ebbero la sfortuna di incrociarsi con due mani che, casualmente, erano fuori dal contesto: quelle della mia compagna!

Due mani che ebbero la sfortuna di scagliarsi sulla faccia di un noto avvocato, paradossalmente “vittima di aggressione da parte di ignoti sconosciuti”.

Io e la mia compagna fummo “gentilmente” accompagnati in Questura nonostante decine di persone avevano assistito a quanto accaduto.

Tutto normale, tranne che sporcare di sangue la camicia all’avvocato!

Eh, non si fa!

Mentre, increduli, aspettavamo dentro una stanza della Questura, un Ispettore di Polizia contattava la vittima dell’aggressione (il noto avvocato) per chiedere se volesse sporgere denuncia nei nostri confronti: “Ma si figuri, sono ragazzi!” la risposta dell’inappellabile.

Ottobre 2017

Non è cambiato nulla!

Le violenze su donne e bambini continuano a moltiplicarsi, ad essere nascoste.

E la gran parte si consumano in contesti familiari.

Reagire, ribellarsi, denunciare è un percorso di liberazione.

Subire, essere accondiscendenti, cercare giustificazioni, coprire, nascondere è un percorso di mortificazione!

A casa, per strada o sul posto di lavoro.