Come in una favola…

Masseria Don Cataldo, Martina Franca (Taranto)

“Costruiamo Insieme”, apre a partner e nuovi progetti. Dall’agricoltura biologica a una struttura “top” in fatto di ricettività. In valle d’Itria, emozioni e suggestioni: albergo, camping, percorsi ludici ed educazionali per bambini, pet therapy, ritiro per la terza età. E i ragazzi-ospiti, dopo i corsi di formazione entrano a pieno titolo nel mondo del lavoro.Masseria Don Cataldo Foto 01 - 1Un nuovo cantiere per “Costruiamo Insieme”: la Masseria Don Cataldo. Fosse una “pietra” sarebbe come incastonata in una preziosa collana fatta di bellezze naturali in un polmone di rara suggestione come la Valle d’Itria, patrimonio di benessere e cultura. Sembra di vivere in un’atmosfera da favola, tante sono le emozioni che scatena l’intero paesaggio che ha fatto innamorare e continua ad essere oggetto di seduzione per le centinaia di migliaia di visitatori che ogni anno scelgono questo angolo di cielo per trascorrere un periodo in assoluto relax.

Esiste un clima unico in Valle d’Itria, macchia di bianco (muri a secco, trulli, chiese) al centro di un enorme polmone verde che esercita grande fascino anche in virtù di idee diverse in fatto di ricettività. Infatti, Masseria Don Cataldo è, insieme, albergo, camping, percorsi ludici ed educazionali per bambini, pet therapy, ritiro per la terza età. Questo e altro, a contatto con la natura, rappresenta oggi questa struttura articolata e complementare sbocciata come d’incanto all’interno di una favola.

Masseria Don Cataldo è un nuovo progetto realizzato da “Costruiamo” insieme ad altri partner. Prende le mosse da quella che appare sempre più chiara un futuro fatto di benessere: l’agricoltura biologica. Che altro non è che un metodo di coltivazione e allevamento che impiega il solo uso di sostanze naturali, presenti in natura, prendendo le distanze da sostanze di sintesi chimica, come concimi, diserbanti e insetticidi.  In questo caso, il progetto di “agricoltura biologica” è solo una delle diverse risorse della Masseria, coniugata a una ricettività “cinquestelle”, volendo fornire un indirizzo concreto. Un obiettivo ambizioso per quanti hanno pensato di imprimere, insieme, una nuova marcia e un nuovo indirizzo al lavoro fin qui svolto da una cooperativa che si è già distinta in vari settori, in particolare nel sociale.

Proprio in virtù del suo impegno nel sociale, ha pensato di valorizzare figure maturate attraverso attività di studio e formazione, maturando professionalità inseritesi con risultati lusinghieri nel mondo del lavoro (camerieri, assistenti, interpreti, mediatori).
Masseria Don Cataldo Foto 06 - 1AGRICOLTURA BIOLOGICA E VALLE D’ITRIA

Detto dell’agricoltura biologica, modello di produzione che evita lo sfruttamento di risorse naturali (suolo, acqua e dell’aria) e indirizza queste risorse all’interno di un’idea di sviluppo proiettata nel futuro, vediamo quel patrimonio di benessere e cultura che fa da cintura alla Masseria Don Cataldo. Detto del “polmone” della suggestiva “Valle”, Martina Franca vanta un centro storico di grande bellezza in perfetto stile barocco, percorso da suggestioni come strade e vicoli. Tutto questo, si diceva, a completare un paesaggio nel quale spiccano distese di ulivi millenari, grotte carsiche e fondali marini di incredibile bellezza e pulizia.

Questa zona della Puglia, che si estende nel triangolo delle province di Taranto, Brindisi e Bari, è nota anche come Murgia dei Trulli. A breve distanza da Martina Franca, infatti, sorge Alberobello nota in tutto il mondo per la bellezza e la suggestione scatenata dai suoi trulli (patrimonio Unesco). Ostuni e il suo mare, i manufatti in calce bianca di enorme interesse; Locorotondo e Cisternino, cittadine considerate, a ragione, tra i borghi più belli d’Italia.

Ma non solo estate. “Martina e le sue sorelle” sono belle e accoglienti tutto l’anno. Non è un caso che Danielle Pergament, giornalista del “New York Times” in un inserto sui viaggi consideri questo angolo di Puglia come “esperienza unica”.

Una Puglia diversa, da visitare – scrive la cronista dell’autorevole giornale americano – nel periodo ottobre-aprile, quando movida e attrattori come verde e mare, segnano temporaneamente il passo. Come dire: la Valle è un’esperienza da vivere tutto l’anno.Masseria Don Cataldo Foto 03 - 1

«Non serve che sia Natale…»

Roberto Ciufoli, attore, parla di tolleranza e di “ultimi”

«Ogni giorno bisognerebbe avere rispetto per i deboli, la gente che ha un altro colore di pelle, non solo durante le festività. “A Christmas Carol” è come un abete: lo tiri fuori per tre mesi, lo rimetti a posto e lo rispolveri l’anno successivo». E torna a parlare di Premiata Ditta, Insegno e le colleghe Draghetti e Foschi.

Essere più buoni, tolleranti, essere dalla parte degli ultimi. E non solo a Natale, perché è così che va. Ma esserlo sempre, perché non serve che sia Natale. Roberto Ciufoli, in scena con la Compagnia dell’Alba di Ortona, provincia di Chieti, tira in ballo subito un episodio durante la Seconda guerra mondiale. Lo scenario proprio la cittadina marchigiana che ospita il progetto degli attori che in tre mesi hanno portato ovunque in scena “A Christmas Carol”, un successo che ogni anno replica entusiasmi e ottime critiche. Ortona, dunque. «Tedeschi e Alleati erano a qualcosa come cento metri distanti – racconta Ciufoli, documentato sull’accaduto – ognuno nel suo avamposto, esposto a un solo colpo di fucile, quando arriva Natale però i due eserciti compiono una tregua; una di quelle cose non scritte, ma condivise; nell’aria non vola un solo proiettile, mi piace pensare che anche in quell’occasione i soldati intonino una canzone natalizia, rivolta alle persone amate, lontane, pensando anche a quanto sia sciocca una guerra che miete arroganza e vittime; la potenza del Natale, un tregua alle cattiverie, come se non ce ne fossero già abbastanza in giro: nessun rispetto per i più deboli, per la gente che ha un altro colore della pelle, per chi soffre; questo e tanto altro è il lavoro teatrale che porto in giro in Italia con questi fantastici compagni di viaggio».

Ciufoli, attore e cantante, mimo, improvvisatore e altre cento cose sul palco, negli anni si è fatto le ossa con la Premiata Ditta, con Pino Insegno, Tiziana Foschi e Francesca Draghetti. Ha successivamente proseguito la sua attività artistica misurandosi in veste di attore, appunto, e regista di teatro, diventando per centinaia di repliche stella del musical “Aladin” di Stefano D’Orazio come Genio della lampada, fino ad arrivare al cattivo-redento Scrooge in “A Christmas Carol”, spettacolo natalizio con il quale il popolare attore è stato ospite in decine di teatri italiani.Ciufoli Articolo 02PIU’ BUONI NON SOLO NEI GIORNI DI FESTA

E’ stato un successo per il titolo ripreso e allestito, montato e smontato proprio come fosse un albero di Natale e portato in giro per almeno tre mesi. «E’ il bello di uno spettacolo natalizio – dice Ciufoli – fosse per me lo porterei in giro più a lungo, anche in estate, tipo “A Ferragost Carol” – sorride – è una storia così bella e popolare che nove spettatori su dieci conoscono perfettamente; poi le canzoni, che tento disperatamente di rovinare, restano intatte nella loro bellezza: autore dei brani è Alan Menken, uno che ha scritto, tanto per gradire, musical come “La Bella e la Bestia”, “La sirenetta”, “Aladdin” e altro ancora; diciamo che con questa commedia mi sono assicurato il pane per la vecchiaia: l’anno prossimo lo riproponiamo naturalmente…».

Scherza Ciufoli, fa due conti, un amministratore incallito. «Più passano gli anni, più risparmiamo con il trucco, invecchio di mio. Visto? Ho un principio di barba bianca…».

Il pubblico si spella le mani per quanto si diverte. «E’ il destino dei musical di successo: sul palco accade di tutto, ci muoviamo in ventuno, con noi tre bambini, grande affiatamento; preciso, a scanso di equivoci: non esistono protagonisti o comprimari, ma solo una squadra che sul palcoscenico gioca a memoria».

La magia delle tavole del palcoscenico e di “A Christams Carol”. «Sta anche nella durata: un’ora e mezza, come un film, solo che il ritmo è talmente serrato che la gente arriva a fine spettacolo senza quasi accorgersene, tanto che più di qualcuno dice “Ma è già finito? Era così bello!”: non ci risparmiamo, insomma, il pubblico lo avverte e applaude senza sosta».

Stacca un attimo, Ciufoli. Lo chiamano, l’attore è in camerino. La legge del teatro invita a rispettare i tempi, fare stretching, prove, mettere a punto l’ugola. Due ore dopo si va in scena e “Scrooge”, il personaggio di Ciufoli, non le manda a dire. «Ragazzi straordinari – sottolinea il protagonista, per un attimo mette sul capo un cilindro – ballano e cantano divinamente, qualsiasi aspetto è curato nei minimi particolari: si vede e si sente…»Ciufoli articolo 02PREMIATA DITTA, «CELEBREREMO I NOSTRI PRIMI QUARANT’ANNI»

Uno sguardo al passato, uno al futuro. Parliamo della Premiata Ditta. «Ottimi rapporti con tutti, io e Pino ogni lunedì lavoriamo insieme: quando “A Christmas” è day-off, cioè osserva un giorno di riposo, io sto a Roma in teatro con Pino; ci divertiamo a divertire la gente, è l’unica condizione per cui saliamo sul palco, se così non fosse resteremmo a casa, a riposarci, a recuperare tutte le energie, perché io faccio teatro tutti i giorni, ma Pino è in sala doppiaggio un giorno sì e l’altro pure: le mie solo incursioni in quel mondo, Insegno è…Insegno; per quanto nel doppiaggio sgobba anche la Draghetti».

La Premiata Ditta non si è mai sciolta. «Ci siamo presi un momento di pausa, lungo, non dico di no, perché ognuno seguisse altre strade artistiche personali, ma alla prima occasione torniamo a fare cose insieme: non è detto, per dirne una, che presto o tardi si possa pensare a uno spettacolo per celebrare un quarantennale o qualcosa di simile, anche se per arrivare ai nostri “primi quarant’anni” mi sa che manca più di qualche giorno, ma è un progetto che potrebbe impegnarci mentalmente già da subito: chi può dirlo?». Si volta, Ciufoli. Come se cercasse qualcuno che sia disposto a dirlo. Fine della chiacchierata. I colleghi sono tornati ad invocarlo. Spettacolo collaudato sì, ma provano ancora, mettono a punto gli ultimi dettagli, a distanza di un’ora si apre il sipario.

Gara all’ultimo “like”

“L’albero più bello”, vince la sede di via Gorizia

Sui social operatori, ospiti e amici scatenati con “mi piace”. Proseguono i commenti. «Partecipazione e spirito, questo il successo dell’iniziativa, utile per crescere in una società senza discriminazioni», ha detto Nicole Sansonetti, presidente della cooperativa “Costruiamo Insieme”

La gara sull’albero più bello quest’anno lo ha vinto il “38”, con sede in via Gorizia a Taranto. In virtù dei like che ciascuna sede di “Costruiamo insieme” ha conseguito, questa è la classifica finale:

GARA DI LIKE NATALE 2018
“L’albero più bello”

C.A.S. 38 – 331 like

C.A.S. Cavallotti – 264 like

C.A.S. 282 – 168 like

C.A.S. 316 – 59 like

C.A.S. 106 – 38 like

Anche quest’anno è stata una gara combattuta, cominciata sul filo di lana delle festività che, a Taranto, come consuetudine, arrivano prima. E precisamente il giorno di Santa Cecilia. A partire dal 22 novembre, infatti, in ciascuna delle sedi partecipanti, “Cavallotti”, “106” (strada per Metaponto), “38” (via Gorizia), “282” e “316” (via Principe Amedeo), operatori e ospiti si sono attivati per mettere in cantiere le idee più originali da tradurre in quello che sarebbe stato l’albero più bello dell’intero complesso di sedi.

Risultato simbolico, come sempre. Anche quest’anno il presidente della cooperativa, Nicole Sansonetti, può ritenersi soddisfatta degli elaborati appesi sugli alberi fatti pervenire dall’organizzazione in ciascuna delle sedi “partecipanti”. Ciascuna delle strutture ha avuto a disposizione il materiale di partenza, addobbi per tutti. Poi ciascuno degli operatori, in collaborazione con gli ospiti, anche stavolta molto coinvolti, ci ha messo del suo. Prima che gli alberi giungessero a destinazione, qualcuno si portava avanti con il lavoro: abbozzava il progetto, appuntava anche la più piccola idea su un post-it. Tutto andava bene, poi la scrematura e la fattibilità avrebbero condotto all’allestimento dell’albero.COPERTINA albero 02 - 1DALL’OSCAR DELLA SIMPATIA ALLA VITTORIA

Gara nella gara, i like più volte sollecitati da Paolo, il webmaster del nostro splendido sito, con l’aggiornamento delle classifiche provvisorie. Lo scorso anno, per coinvolgimento, spiccò l’intervento con videomessaggio di Silvia che invitava a sostenere con decine e decine di “mi piace” il lavoro che lei stessa aveva coordinato con la sua squadra di ragazzi di via Gorizia. L’espediente era stato lodato durante la “campagna” e premiato con un brindisi augurale nella sede centrale di via Cavallotti. Silvia aveva perso per una manciata di punti, ma aveva vinto a braccia elevate – come i campioni su due ruote, i ciclisti – l’Oscar della simpatia.

Quest’anno è andata meglio, anche se il risultato è solo un numero. Certo, il campanilismo funziona, come il tifo per la nostra squadra di calcio che dopo un avvio singhiozzante, ha trovato l’assetto tattico per ben figurare nel torneo di calcio nel quale sono presenti i colori di “Costruiamo Insieme”. Il campanilismo, si diceva, è la molla che ha spinto tutti i ragazzi a dare il meglio di sé. Una volta completati gli elaborati, le foto, realizzate e postate sul sito e sui social, è cominciata la sfida a colpi di like. Dopo l’inizio pirotecnico, con la scorta di quanto imparato nella precedente edizione, è subentrato un certo tatticismo. I “mi piace” arrivavano a folate. Colpi e sorpassi con venti, trenta punti in più in un paio di ore. La strategia paga, sicuramente, ma anche questa è stata spettacolarizzata. Dagli interventi sul gruppo di “Costruiamo Insieme” nel quale i ragazzi si provocavano fra loro, in maniera divertita, scatenando una vera corsa verso il traguardo finale.COPERTINA albero 01 - 1  «OBIETTIVO PRINCIPALE: CRESCERE INSIEME»

«Bello lo spirito con cui tutti hanno partecipato alla gara: felici di misurarsi con gli altri nel massimo rispetto. Interessante leggere i messaggi sul gruppo, come divertenti sono stati gli sms con i quali operatori e ospiti si sono affettuosamente provocati durante il confronto all’ultimo “like”, con frasi che forse solo nei box della Ferrari si erano sentiti:  “l’importante è vincere”, “arrivare secondi, significa essere solo i primi sconfitti”; insomma, dare il massimo, come è giusto che sia, “Ma se ci scappasse anche la vittoria, sai che figurone?”, diceva qualcuno. Le iniziative non sono mancate, ce ne saranno altre ancora, ma ribadisco: la cosa che tutti insieme abbiamo apprezzato, sono stati principio e spirito collaborativo che tutti hanno dimostrato una volta di più; è questo l’obiettivo delle nostre attività: avvicinarsi, confrontarsi, scambiarsi contributi utili per crescere insieme in una società senza discriminazioni».

Gli alberi sono in bella mostra in ciascuna delle nostre sedi, ma anche sui nostri social. Come sempre, anche a gara conclusa, saranno sempre bene accetti i commenti di tutti. E se qualche volta qualcuno vi invita a mettere un like, è solo per stimolare una maggiore partecipazione alle iniziative e alle attività sociali che “Costruiamo Insieme” mette in campo.

«Aiutare i deboli»

Francesco Pannofino, attore, doppiatore

In scena a Taranto con “Bukurosh mio nipote”, parla del suo impegno sociale e delle sue attività fra teatro, cinema, tv e radio. «Sostenere chiunque abbia bisogno, amo diversificare il mio lavoro, nel doppiaggio rispetto l’impegno dell’attore, ci metto del mio, ma quando è possibile prendo». Un saluto ai bambini del reparto di Oncoematologia di Taranto. 

«Chiunque abbia avuto fortuna, viva una vita brillante, un lavoro appagante, ha il dovere di dare una mano ai più deboli: lanciare un appello, realizzare un video, sensibilizzare l’opinione pubblica su certi temi, non costa niente». Parole di Francesco Pannofino. E’ lui un altro personaggio del mondo dello spettacolo portato ai microfoni di sito e web radio di “Costruiamo Insieme”. Attore, doppiatore, direttore di doppiaggio, è attualmente in teatro con “Bukurosh mio nipote”, ideale seguito de “I suoceri albanesi”, commedia dalle oltre duecento repliche. Anche questo titolo è all’interno della Stagione teatrale 2018-2019 promossa dell’associazione “Angela Casavola” di Taranto con la direzione artistica di Renato Forte.

Pannofino, le danno del “versatile”, la lusinga o le va stretto?

«Ci può stare, nel senso che mi piace diversificare, dunque, fare cinema, televisione, teatro, radio e doppiaggio: non sono scelte, sono occasioni di lavoro che si succedono fra loro e, questo non può che far piacere; naturalmente il teatro è il lavoro più emozionate che ti possa capitare fra i diversi impegni: c’è il pubblico in sala a darti subito il suo responso, ti fa sapere all’istante se gli stai piacendo o no; attualmente stiamo portando in scena una commedia di Gianni Clementi, “Bukurosh” appunto, che è figlia dei “Suoceri albanesi”: è la storia che continua, ma può essere vista a sé stante, vivendo di luce propria rispetto al precedente lavoro; certo, chi ha visto i “suoceri” è già affezionato ai personaggi, chi non li ha visti impara a conoscere personaggi e interpreti a partire dalle prime battute».Italian actor/cast member Francesco Pannofino poses for photographs during the photocall for the movie 'Ogni maledetto Natale', in Rome, Italy, 19 November 2014. The movie will be released in Italian theaters on 27 November. ANSA/CLAUDIO ONORATIVoce di George Clooney, Denzel Washington e tanti altri. Come entra in simbiosi con il personaggio? 

«Il doppiaggio è un lavoro molto complesso, non è facile coniugare diverse cose alla tecnica; è un trucco cinematografico, ricordiamolo: deve sembrare che in quel momento stia parlando l’attore originale; certamente più l’attore è bravo, più impegnativo ma evidentemente più bello è il doppiarlo, e anche più facile, se vogliamo. Se fai attenzione, quando doppi attori bravi può capitare di afferrare sfumature utili a migliorarsi nel lavoro».

Prende, ma dà anche.

«Non bisogna tradire l’opera originale, è necessario stare dietro ai tempi comici, occorre rispettarli altrimenti il rischio è andare fuori synch. C’è però anche una metamorfosi: molti attori li doppio da tanti anni e si può dire sia cresciuto assieme a loro».

Cinema, teatro, tv. Cosa dà e toglie ciascuna di queste attività nelle quali lei è impegnato?

«Dipende sempre da quello che fai, amo tutto il mio lavoro, non faccio gerarchie; non saprei: è bello quando giri un film, una fiction, quando fai teatro, un turno di doppiaggio, la radio; dipende anche come prendi l’impegno, poi, come dicevo, è anche bello diversificare, fare sempre la stessa cosa alla fine ti viene a noia».

Tv, da “Boris” a “Nero Wolfe”, voce fuori campo di “Emigratis”, programma con i pugliesi Pio e Amedeo. Appuntamento arrivato nei momenti giusti, quello con la tv, o più volte rimandato?

«Personalmente non scelgo, a volte ti chiamano per partecipare a un provino. Ringraziando il cielo, da quando ho iniziato a lavorare non ho avuto molti giorni di pausa, anzi un po’ di riposo non guasterebbe».

Italian actor/cast member Francesco Pannofino poses  for photographs during the photocall for the  movie 'Ogni maledetto Natale', in Rome, Italy, 19 November 2014. The movie will be released in Italian theaters on 27 November. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Quante volte al giorno le chiedono di rifare la voce di Clooney, Washington, Mickey Rourke, Wesley Snipes, Jean-Claude Van Damme?

«Sì, mi chiedono di fare dediche, una volta mi è stato chiesto di fare la sveglia per la nonna e sono stato costretto a dire “Sono le sette, Lucia, è ora di alzarsi”».

Nel suo futuro, più teatro, tv, cinema o doppiaggio?

«Non mi aspetto niente, meglio non aspettarsi niente, quello che poi arriva è tanto di guadagnato: ho sempre lavorato, intanto fino a Natale portiamo in scena “Bukurosh mio nipote”, poi ci sono film da finire, film girati in attesa di uscire, presto per parlare di progetti, insomma che dio ce la mandi buona…».

Sito e web radio di “Costruiamo Insieme” si rivolgono alle fasce deboli, quanto è importante in un momento storico che vive il nostro Paese, a quanti hanno bisogno del nostro aiuto. 

«Fare da testimonial a una qualsiasi iniziativa benefica lo ritengo un dovere, non mi è costato niente rivolgere un saluto ai bambini ricoverati nel reparto di Oncoematologia di Taranto. Mi sembra davvero il minimo realizzare un video per salutare i piccoli ricoverati in ospedale che trascorreranno il Natale in corsia, piuttosto che al caldo di casa propria. Per quanto riguarda le fasce deboli più in generale, per quanto posso cerco di dare una mano a chi soffre: chi è fortunato ha il dovere di pensare al prossimo, a chi non ha avuto la stessa fortuna tua».

Sotto lo stesso albero

“Costruiamo Insieme”, riunisce ragazzi di religione e colori diversi

Un solo scopo, celebrare l’amore per l’amore. Massimo rispetto per chiunque non abbia la nostra stessa pelle o preghi nel nostro stesso modo. «Oltre l’abbraccio simbolico», dice Nicole Sansonetti, presidente della cooperativa sociale.I GIORNI Etnie 03 - 1Un albero dai mille colori. Non solo grazie a quelle piccole luci appese all’ultimo piccolo abete messo in bella mostra nei Centri di accoglienza di “Costruiamo Insieme”. E’ una tradizione che si rinnova, una stretta di mano fatta davanti a uno dei simboli più famosi del Natale. In Italia il presepe riunisce i cattolici, descrive la nascita del Bambino Gesù; l’albero, invece, è il simbolo dei protestanti. In molte delle case degli italiani non è difficile imbattersi in uno e nell’altro: non è contraddizione, è solo amore per l’amore. L’affetto verso gli altri, la missione affinché ognuno nei confronti del prossimo sia più buono.

Alcuni nostri ragazzi si sono trovati sotto lo stesso albero. Come riunire una volta di più le diverse etnie, non solo sotto lo stesso tetto, ma anche davanti allo stesso simbolo, l’albero, che nel mondo civile – dove talvolta manca il rispetto per il prossimo – rappresenta il richiamo all’amore, la bontà.

I senegalesi Ibrahima e Papa Malik, i maliani Dramane e Gneriga, il guineano Ussumane, si sono prestati volentieri agli scatti fotografici. Qualcuno ha provato a spiegare loro cosa significasse fare un appello ai diversi colori di pelle: essere tutti più buoni, il messaggio. Due di loro hanno posato, indicato i diversi Paesi africani di provenienza, poi come nel loro stile, hanno rivolto una domanda. «Perché solo a Natale?». Cosa «perché solo a Natale?». «Perché solo in questi giorni la gente sente di dover essere più buona, quando dovrebbe sforzarsi – ammesso che voler bene agli altri equivalga a uno sforzo – ad essere più buona tutti i giorni che il Cielo manda in terra?». I GIORNI Etnie 02 - 1«PERCHE’ BUONI SOLO A NATALE»

I ragazzi hanno compiuto un bel salto in avanti, ci hanno restituito una lezione che spesso abbiamo tenuto ai nostri figlioli. E’ così che si fa. Punto secondo, perché c’è un’altra appendice: gli italiani di fede cattolica a Natale sembra pongano una tregua, non scritta, ma che circola da duemila anni. Altra considerazione dei ragazzi. «Fra noi ci sono cattolici e musulmani – dicono – secondo qualcuno dovremmo odiarci, ma questo qualcuno non ha compreso molto di noi, del nostro spirito; le nostre religioni hanno lo stesso scopo: rispetto e affetto verso il prossimo, di qualsiasi religione esso sia, anche se non ha un dio da invocare, nei momenti di sconforto come in quelli di debolezza…».

Dovrebbe essere una foto-simbolo e, invece, è diventata una lezione d’amore: come si ama il prossimo e come lo si rispetta. E’ così semplice. Diciamo la verità, adesso è più semplice. Dopo essere stati a stretto contatto con i ragazzi che non si sono prestati a fare solo da modelli alle nostre intenzioni, cioè mostrare etnie e religioni a braccetto i un Centro di accoglienza. In buona sostanza, questo era l’obiettivo di partenza, mostrare quanto i ragazzi, fra loro, di Paesi di origine e religione diversa, vadano profondamente d’accordo.I GIORNI Etnie 05 - 1IL NATALE SECONDO “COSTRUIAMO”

Ecco il nostro Natale. «Non vuole essere un abbraccio simbolico – dice Nicole Sansonetti, presidente di “Costruiamo Insieme” – ma qualcosa di molto più concreto: mostrare quanto i nostri ragazzi, chi lavora, chi studia, chi frequenta corsi di specializzazione e guarda al proprio futuro, in certi ragionamenti siano più avanti di noi; prestarsi a una foto significa dare un segno importante a chi non conosce la vita in un Centro di accoglienza: le nostre porte sono sempre aperte, c’è attività qui da noi: ci sono cuochi che preparano il pranzo a seconda dello stile di alimentazione di ciascuno dei nostri ospiti; non sono oggetto di violenza da parte della nostra cucina: anzi, mostrano di gradire e avvicinandosi anche alle nostre tradizioni; sono loro stessi a chiederci quale sentiero percorrere per stabilire un contatto sempre più stretto con i residenti; non è un caso che quest’anno, a proposito di Santo Natale, abbiano ospitato una banda musicale che ha eseguito le novene della nostra tradizione; abbiano imparato la ricetta per friggere le pettole il giorno di Santa Cecilia e offrire quelle invitanti e saporite pallottole di farina e lievito a musicisti e a quanti si sono avvicinati a “Cavallotti”, la sede di “Costruiamo Insieme”, all’alba dell’ingresso del Natale».

A proposito di alberi. Prosegue senza sosta la gara a colpi di “like” attraverso i social sull’albero più bello realizzato dai ragazzi delle diverse sedi dei Centri di accoglienza. Una competizione avvincente, fatta di “passaparola” per provare a convincere che esprimere un “mi piace” sia un pretesto per visitare le pagine del sito e di Facebook che “Costruiamo Insieme” allestisce e aggiorna quotidianamente. Come sempre vinca il migliore, ma anche se non vincesse, va bene così. Partecipare a un albero, a una stretta di mano, è come aver già vinto.I GIORNI Etnie 04 - 1

«Un albero contro l’intolleranza»

“Costruiamo Insieme” lancia la gara fra i Centri di accoglienza

Il simbolo del Natale contro l’intolleranza. Operatori e ospiti impegnati nella corsa all’ultimo “like”. Idee originali e un messaggio per tutti.ALBERO 01 - 1E’ già sfida all’ultimo “like”. Anche quest’anno operatori e ospiti dei Centri di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, si stanno contendono il primo posto nella corsa all’albero più bello. Tutti hanno avuto in consegna un albero da addobbare secondo la propria fantasia, una qualità che i ragazzi vantano in quantità industriale.

In gara, “Cavallotti”, “106” sulla strada per Metaponto, “282” e “316” di via Principe Amedeo e “38” di via Gorizia. Alla vigilia del “via” circolavano già molte idee, alcune delle quali top secret, tante volte qualcuno avesse potuto copiare l’addobbo speciale che stava allestendo la concorrenza.

Lo scorso anno la corsa al podio è stato caratterizzato dal video di Silvia, in rappresentanza del “38”. L’operatrice del Centro di via Gorizia aveva esternato in un selfie la necessità di sostenere l’albero realizzato al “38”, una iniziativa che aveva scatenato chiunque nel premiare con un “mi piace” l’opera e l’originalità dell’appello.

Detto del rinnovato impegno di Silvia e del resto di operatori e ospiti di “Costruiamo Insieme”, gli alberi illuminati a festa in questi giorni completano il clima di calore che in questo periodo avvolge ciascuno dei Centri. «Come lo scorso anno – dicono due operatori – tutto è cominciato con le musiche eseguite la mattina di Santa Cecilia alle cinque del mattino: rispetto allo scorso anno, diciamo con grande orgoglio di avere registrato una new entry…». In effetti, è stata una iniziativa inattesa che ha riempito di un’atmosfera tutta tarantina “Cavallotti”, la sede sita nel centro cittadino di Taranto.ALBERO 02 - 1MUSICHE TRADIZIONALI, PETTOLE E…CONSENSI

I cuochi impegnati quotidianamente nella preparazione dei piatti per le diverse etnie ospiti all’interno dei Centri, hanno voluto cimentarsi nella frittura delle péttole, Le “pallottole” di pasta lievitata hanno fatto la felicità del palato dei musicisti della banda musicale “Lemma”, ma anche della gente che la mattina di Santa Cecilia si è avvicinata per ascoltare le pastorali intonate all’alba davanti al Centro di accoglienza.

Come abbiano fatto a realizzare quell’impasto e a friggere péttole da far venire l’acquolina in bocca al solo pensarci, è un mistero. Ci sarebbe qualche divertente indizio, ma fino a prova contraria se non ci sono certezze, meglio lasciare avvolto il tutto nel mistero. Una cosa è certa, il presidente, Nicole Sansonetti, ha fatto sentire la sua vicinanza. Ha compiuto un blitz in sede, assaggiato ed espresso il suo autorevole giudizio sulle pallottole lievitate e fritte. Come se fosse un giurato di “Masterchef”. «Ragazzi, la vostra avventura a “Costruiamo Insieme” in qualità di cuochi – rullo di tamburi… –  continua!».

E’ andata pressappoco così, raccontano le cronache. Ma a proposito di giudizi, lo stesso non può essere fatto dai vertici della cooperativa per la gara all’albero più bello, quello pieno di lucette ma anche di originalità. I dirigenti devono essere super partes, qualsiasi giudizio potrebbe trasformarsi in una indicazione di voto. E, sinceramente, in un periodo così particolare uno scivolone diplomatico potrebbe suscitare un vespaio di polemiche.ALBERO 03 - 1NON SOLO VOTI, CORSA ALLA SENSIBILIZZAZIONE

Ciò detto, ecco che è cominciata la “campagna” per la raccolta di voti. Tutti si stanno fiondando sui molteplici social, mentre fa testo Facebook, la pagina nella quale sono pubblicate le foto degli alberi e si raccolgono i “like”. Fioccano i consensi, in una sorta di “vale tutto”, sono in molti ad essersi scatenati alla ricerca di “mi piace”. Visitatori, amici, parenti, conoscenti, sono avvisati.

Non mancano gli inviti a lasciare un “like”. Il bello della gara è questo. Come il sapere che partecipanti e spettatori partecipino attivamente alla raccolta di consensi. Più sono i voti e le forze messe in campo, maggiore è il riscontro all’esterno di “Costruiamo Insieme”. Anche questo può essere uno scopo da raggiungere: far conoscere i Centri di accoglienza e che l’albero di Natale è solo l’aspetto più popolare dell’attività svolta.

L’albero anche quest’anno ha un duplice significato. Massimo rispetto delle tradizioni di un Paese che ha dimostrato cosa significhi accoglienza per quella gente fuggita da conflitti, guerre etniche e persecuzioni politiche; riunire sotto lo stesso simbolo etnie diverse, ragazzi con un colore di pelle diversa, con tradizioni religiose diverse ma che hanno grande considerazione del prossimo.

Insomma, anche questo è l’albero di “Costruiamo Insieme”: una corsa al maggior numero di “like”, ma anche un gesto civile per piegare le ultime resistenze in fatto di intolleranza.ALBERO 04 - 1

«Professionali e operosi»

Pierguido Conte, direttore del Dipartimento di riabilitazione Asl

«Ma dateci tempo, spesso il cittadino non comprende che a fronte della domanda l’attesa è necessaria. Un reparto a Grottaglie, quaranta posti-letto, voluto dalla Regione. Personale ospedaliero: preparato e dedito all’accoglienza»

Altro ospite autorevole della rubrica “Assistenza & Assistiti”. Protagonista dell’incontro, il dott. Pierguido Conte, direttore del Dipartimento di Riabilitazione dell’Asl di Taranto

Dipartimento di riabilitazione, di cosa parliamo.

«E’ una struttura che raccoglie gran parte delle attività che la nostra stessa Asl in campo riabilitativo eroga ai cittadini della provincia di Taranto; questa è diffusa sul territorio in modo capillare con una quantità notevole di addetti ai lavori, circa duecentosettanta: le sedi periferiche, sette, e una centrale, in viale Magna Grecia, angolo corso Italia a Taranto, si organizzano per rendere fruibili le terapie riabilitative, soprattutto per i pazienti cronici, quanti cioè hanno una malattia disabilitante e non vanno incontro a una guarigione rapida, o, purtroppo, non vanno incontro a guarigione; dunque, per gestire più agevolmente questi pazienti, ecco le sedi dislocate un po’ ovunque. Detto questo, il nostro Dipartimento si avvale anche del supporto di strutture esterne contrattualizzate, una esternalizzazione del servizio, in quanto nel corso degli anni la quantità di terapie da erogare è cresciuta».CONTE articolo 01L’importanza di un servizio come questo.

«Siamo chiamati a seguire l’evoluzione del sistema, nato negli Anni 50, quando era prevalentemente rivolto alle patologie dei bambini con problemi alla nascita: all’epoca esistevano organizzazioni come Anffas e Aias, successivamente diventate Consorzio provinciale per portatori di handicap, a sua volta assorbito dal sistema pubblico. A questo punto, l’Asl ha cominciato a farsi carico di altri tipi di disabilità, soprattutto appannaggio dell’età avanzata: per esempio, la crescita esponenziale delle fratture di femore, politraumi e ictus, sempre più frequenti in individui che abbiano superato i settant’anni; oggi, che ci proiettiamo verso una popolazione con un 20% superiore alla soglia dei settanta, dopo la fase acuta questi casi richiedono un intervento ortopedico di stabilizzazione di una frattura; dopo il ricovero ospedaliero, dopo l’ictus, andiamo incontro a una fase riabilitativa: l’assistito deve essere restituito al mondo della lavoro, alla vita sociale, familiare, nella maniera più autonoma possibile».

Quali le attività per le quali, oggi, vi spendete di più.

«Oggi è importante comprendere che le risorse a disposizione del sistema vanno distribuite in maniera ragionata; per avere la gestione di una popolazione ultrasettantenne, pertanto occorre un impegno capillare sul territorio cercando di evitare gli sprechi; sostanzialmente, una volta si pensava che le persone dovessero essere ricoverate, oggi si intende “deospedalizzare”, fare assistenza a domicilio e registrare un rientro il più precoce possibile del paziente».CONTE articolo 02I tarantini agli sportelli.

«Chiunque faccia front-office, sa bene quanto sia complesso avere a che fare con utenza, a volte poco paziente; quando il dialogo è difficile, diventa anche complicato rispondere ad aggressioni non solo verbali; in gran parte registriamo i complimenti di cittadini che hanno appena concluso il ciclo di terapia, ma ogni tanto ci si scontra con gente che provoca, non intende aspettare, chiede la luna nel pozzo. L’invito a questi ultimi: siate comprensivi, spesso il personale ha già ore di lavoro sulle spalle e, dunque, non è giusto agire nei confronti di questo in modo sconsiderato; del resto, ogni giorno facciamo il possibile per essere sorridenti, accoglienti, gentili: se non riusciamo a dare risposte tempestive è solo perché il numero di richieste è davvero alto».

Offerta, auspici, cosa vorrebbe si riconoscesse al suo Dipartimento?

«Abbiamo costantemente cercato di implementare le nostre offerte, l’ultimo sforzo che contiamo di portare a termine è un reparto nell’ospedale di Grottaglie: la Regione Puglia ha intenzione di costruire un Polo riabilitativo con 40 posti-letto; ci stiamo sforzando per condurre in porto questo progetto nella maniera migliore, lo scopo è fornire qualità mediante interventi, limature, incontri con il personale per la messa a punto di meccanismi e procedure; cose che avvengono, sì, ma gradualmente.

L’auspicio: giudicateci a giochi fatti, quando avremo avuto il tempo, da qui a sei mesi, una volta messo a punto il sistema. Già oggi abbiamo una funzionalità di reparto eccellente; ho avuto un incontro con il personale, preparato e dedito all’accoglienza: infermieri, operatori sanitari, fisioterapisti, medici che vantano alta capacità professionale; dobbiamo sviluppare il sistema, dunque, al di là delle polemiche, aspettative a volte esageratamente frettolose, chiediamo solo il tempo necessario per fare le cose per bene in nome della qualità».

«La mia Città vecchia»

Enzo Risolvo, operatore culturale

«Sono nato nel Borgo antico. Con le scuole ho istruito le prime “mini guide”, scritto un dizionario con più di ventitremila vocaboli. L’importanza di De Vincetiis e Gigante, ma anche del grande Giacinto Peluso»

Enzo Risolvo, operatore culturale, autore di numerosi libri sulle bellezze della Città vecchia, prima guida fra i vicoli dell’Isola, in queste settimane ha pubblicato un dizionario sulla lingua tarantina. Il dialetto è stato più volte oggetto di sue pubblicazioni, ma il vocabolario ha richiesto un impegno di più di sei ani. Di questo e altro discorriamo in questo breve incontro.

“Sono nato in città vecchia, vico Zippero, lo dico con orgoglio. A metà degli Anni 90, invece, mi sono allontanato, andando ad abitare al quartiere Tamburi, anche se l’amore immenso per quello che molti chiamano Borgo antico, è rimasto tutto.

In Città vecchia, non lo nascondo, ho vissuto la povertà, il periodo in cui alle famiglie bisognose si donava il pacco-viveri. Da piccolo vedevo in questo gesto una sorta di umiliazione, tanto che è proprio da lì mi è scattato qualcosa dentro: grande affetto e orgoglio nel rivedere riqualificati i palazzi della Città vecchia, ma permettetemi, grande amore per la gente che ha abitato e abita quei luoghi. Da quel momento ho visto il mio impegno sotto l’aspetto sociale, dunque continui contatti con i residenti, relazioni con parrocchie e associazioni, centri sociali, suore, parroci, confraternite, soprattutto con la scuola. Con tutte le scuole svolgo attività culturali, con quelle del Borgo antico anche attività sociale. E lì, quella povertà subita da piccolo, esiste ancora”.ENZO RISOLVO copertina definitivaUn invito forte il suo: prima conoscete la Città vecchia, poi parlatene.

“Quando i ragazzi della Città vecchia una volta superavano il Ponte girevole per affacciarsi al Borgo, venivano apostrofati come “cozzari”. Quasi fosse un’operazione di ghettizzazione del residente, che alla fine penalizza sì l’“isolano”, ma anche il resto della Città, perché Taranto alla fine è una sola. Ecco perché prima di apostrofare qualcuno è bene rendersi conto del suo vissuto”.

La sua associazione culturale “Taranto centro storico”, i turisti e la “sua” Città vecchia.

“Ho iniziato a fare visite guidate negli Anni 80, quando ancora nessuno accompagnava i visitatori a riscoprire le bellezze di una Taranto che ha numerosi tesori nascosti proprio in quel suo angolo. Questo fino a quando con la scuola “Galilei”, nella persona del suo dirigente scolastico, Gennaro Esposito, e alcuni insegnanti, abbiamo pensato a un laboratorio per preparare degli studenti giovanissimi come “mini guide”, che a loro volta accompagnassero coetanei di altre scuole cittadine alla scoperta delle bellezze della Città vecchia. Il destino ha poi voluto che molti di questi alunni, una volta diventati grandi, si iscrivessero all’istituto “Cabrini” e frequentassero corsi professionali per guide. Tornando all’associazione della quale oggi si occupa mia figlia: mediamente nella Taranto antica ogni anno vengono accompagnati dai tredicimila ai quindicimila visitatori”.
ENZO RISOLVO articolo 02Cosa ricorda di quella esperienza in veste di “istruttore”?

“Una cosa per certi versi dolorosa, molte delle scuole che avevano manifestato interesse nel far visitare la Città vecchia ai loro alunni, si presentavano con elenchi depennati: i genitori dei ragazzi non volevano che i loro figli entrassero nel Borgo antico; fine degli Anni 80, inizio dei 90, Taranto registrava conflitti sanguinosi da parte della malavita per il controllo del territorio, dunque comprendevamo anche certe scelte.

Oggi viviamo un’altra realtà, esistono centinaia di guide che accompagnano turisti affascinati dalle bellezze della Città vecchia; l’Isola accoglie ormai da anni la sede universitaria, nel periodo primaverile ogni giorno sono migliaia gli studenti che circolano per le strade della Taranto antica. Diciamo, con orgoglio, che quel nostro lavoro ha rappresentato il primo mattone nel recupero di una storia che diversamente ci sarebbe sfuggita di mano. Non ho mai smesso di coltivare corsi per “mini guide”, tant’è che in collaborazione con le scuole della Città vecchia nel periodo natalizio e in quello pasquale, gli alunni accompagnano coetanei e gente incuriosita da questa singolare modalità, a riscoprire le bellezze di un tempo”.

Infine, Risolvo, sei anni e mezzo per realizzare un dizionario di tarantino pubblicato con la “Scorpione Editrice”.

“Un’esperienza straordinaria, come può essere uno studio che alla fine ha condotto alla stesura definitiva – fino al prossimo aggiornamento – di 23.150 vocaboli, per 1.400 pagine, forse 1.200 se l’editore Piero Massafra, intendesse ridurre i caratteri di stampa; ho consultato il De Vincentiis e il Gigante, approfondendo lo studio con i dizionari siciliani, campani, toscani, perché esistono altri vocaboli che con il tempo i tarantini hanno fatto propri. Fra gli studi, mi piace segnalare quelli svolti su Giacinto Peluso, che andrebbe riscoperto: a lui va riconosciuto il grande impegno nell’aver qualificato la tradizione tarantina”.

Musica e pettole

“Costruiamo Insieme” e l’ingresso nelle festività natalizie

Santa Cecilia, cinque del mattino. La cooperativa sociale di via Cavallotti, invita una banda musicale, frigge nella sua cucina multietnica e offre il simbolo della tradizione tarantina. Un “regalo” ai residenti e a quanti sono legati alle tradizioni.PETTOLE articolo 01 - 1Santa Cecilia, 22 novembre, prima delle cinque del mattino, una sorpresa musicale per molti dei ragazzi ospiti della sede di “Costruiamo Insieme” di via Cavallotti a Taranto, ma anche per le centinaia di residenti, anche quest’anno favorevolmente sorpresi per l’inattesa sorpresa. La banda musicale diretta dal maestro Berardino Lemma esegue novene per la gioia di tutti.

Come lo scorso anno, all’alba uno degli operatori del Centro di accoglienza spalanca il portone e il cuore per accogliere la ventina di musicisti che intona marce già celebri ai tarantini da sempre legati a questa tradizione. Ci sono molti ragazzi, stretti fra giubbotti con bavero alzato a seguire le esecuzioni della banda musicale “Lemma”. Decine e decine le persone ai balconi, per ascoltare le musiche ed applaudire le esecuzioni di musicisti professionisti.
PETTOLE articolo 02 - 1E’ un momento di grande emozione. Anche i ragazzi ospiti del “Centro”, escono sui balconi, si uniscono idealmente ai cittadini scesi in un baleno dalle proprie abitazioni. Anche qualche anziano segue l’esempio dei giovanotti già in strada ad assaggiare le pettole calde, appena uscite dalla “frizzola” allestita nella cucina del Centro. A causa del primo freddo, si chiude in un giaccone, preferisce osserva l’evento dall’alto. E’ l’abbraccio ideale fra genti. I migranti alla ricerca di speranza e calore; i tarantini, ad invocare speranza e anche un futuro migliore, per allontanare una crisi che parte da lontano.

E’ cominciato il Natale. All’interno della sede, i ragazzi stanno allestendo l’albero di Natale. Sarà addobbato a tempo di primato per l’inizio delle festività che, com’è noto, a Taranto cominciano con largo anticipo. Il giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre, è lontano più di due settimane, ma qui il profumo delle pettole racconta già un’altra storia. Gli odori del fritto hanno cominciato a sprigionarsi nell’aria: siamo ufficialmente nel Natale tarantino. E non solo, posto che in provincia e nel resto della Puglia, ognuno introduce il “suo” Natale secondo le proprie tradizioni.
PETTOLE Copertina - 1In città cominciano all’alba. In alcuni quartieri anche prima. Quando è ancora buio, già riecheggiano i profumi del fritto e, nel silenzio, i rumori delle portiere delle auto, richiuse non appena escono i musicisti. Due minuti, il tempo necessario per sistemare ancora una volta la divisa e disporsi sul marciapiedi, all’ingresso della sede di “Costruiamo Insieme”, in via Cavallotti 84. Il maestro Lemma, come da tradizione tramandata dal suo papà, famoso artigiano e fondatore di una delle bande musicali più celebrate nel Tarantino, dà il segnale ai suoi musicisti.

E’ un attimo, dalle abitazioni vicine, si aprono porte e finestre, il Natale passa anche da qui. Dal cuore dei ragazzi che vogliono integrarsi, accorciare le distanze con il territorio, cominciando da un gesto semplice. «Non vogliamo essere un corpo estraneo di questa comunità», dice qualcuno dei ragazzi. Si documentano, si consultano i ragazzi dalla pelle scura e dal cuore candido. A Taranto il Natale comincia prima. Dolci, fritti e conditi con un cucchiaino di zucchero, dal nome e dall’accento strano, le pettole; le novene eseguite dalle bande musicali che introducono alla festa più lunga dell’anno. Così gli ospiti del Centro mettono insieme le due cose, musica e “pettole”, ne parlano con gli operatori che trasferiscono questo desiderio alla direzione. Detto, fatto. E’ l’alba, Santa Cecilia, un “Benvenuto” alle feste natalizie.

«Il turismo è un’altra cosa»

Piero Massafra, docente, editore, operatore culturale

«Non bastano Castello aragonese, Museo nazionale, Città vecchia, questi li visiti in un giorno e mezzo. I problemi economico, finanziari e occupazionali, si risolvono diversamente. Vi spiego…»

Piero Massafra, docente, operatore culturale, editore. Qual è oggi la sua visione di Taranto?

«Bisogna fare confronti, diversamente non si hanno riferimenti. Le forze nuove che si affacciano sulla ribalta tarantina sono soprattutto i giovani. I giovani, però, sono in crisi: non c’è lavoro, non c’è prospettiva, dunque, inevitabilmente si distaccano dalla città. Esistono fermenti, non si può negare, però mi pare che tutto questo non abbia un indirizzo preciso verso cui muoversi. Certo, la cultura contemporanea non aiuta ad approfondire i temi: non per scimmiottare Bauman, ma questa è una società liquida, tutto è immediatamente fruibile, ma anche allontanato; gli strumenti di comunicazione non giovano ad un rapporto costruttivo, forte, pensato per una città come Taranto. Perché Taranto è sempre una enclave: lo è in Puglia, lo è in Italia; è la terza città del Sud del nostro Paese, ha una storia straordinaria, ma ha internamente problemi di sopravvivenza; adesso, pare, trovato una quadra per l’Ilva: personalmente non sono a favore, né contro l’industria, non si può eliminare il tutto in un’unica soluzione: si fa fatica, però, a comprendere è che Taranto è costruzione recente – lasciamo stare la Città vecchia cui affidiamo millenni di atrofizzazione – in quanto fondata centocinquanta anni fa; e questo incide non poco nel rapporto di pancia con la città: Taranto è stata fondata da una immigrazione che nel giro di pochissimi anni ha portato da diecimila a ottantamila abitanti; viviamo apertamente un rapporto con la città, ma all’interno siamo ancora un po’ calabresi, friulani, campani e questo non giova al costrutto civico. Qualcosa sta cambiando, le nuove generazioni che non hanno più quelle forti radici familiari incominciano, forse, ad avere un senso di appartenenza. Dunque, vedo Taranto aperta a diverse soluzioni, ma francamente non posso dire quale possa essere la soluzione primaria: non credo nel turismo, il turismo è una cosa seria».PIERO MASSAFRA copertina - 1Piero Massafra, editore, le pubblicazioni, i riscontri di un lavoro di decine di anni. 

«Da più di trent’anni la Scorpione editrice è sul territorio, non è uno scherzo: tremila, tremilacinquecento titoli pubblicati, molti dei quali si muovono nella bibliografia internazionale. Un nome, forse, fastidioso: lo scorpione non è un animaletto che vorremmo trovarci in casa; uno degli antichi stemmi della città, non quello classico, bensì post-classico, fu realizzato anche per dire “Noi veniamo dopo, scopriamo anche quello che non sappiamo, ma che c’è stato”; in buona sostanza, del mondo classico si sa, è la parte internazionale della fama di Taranto, così la “Scorpione” nacque con queste finalità aprendo a operatori culturali degli Anni Sessanta, primi Anni Settanta.

La casa editrice ha pubblicato il 90% di quello che riguarda il Museo nazionale della Magna Grecia, il che significa lavori non rivolti alla città, ma a tutto il mondo della scienza e del turismo significativo: aggiungo inoltre, con soddisfazione, che da qualche anno esiste grande attenzione sulla città; sono state sufficienti due, tre trasmissioni forti di una tv come “Sky”, perché una certa fama di Taranto diventasse planetaria; dunque, c’è una ricchezza di ricerca e di richiesta sulla nostra città, tanto che l’incremento dei visitatori ha determinato una crescita nelle vendite; vendite che si muovono in tutto il mondo, considerando l’effetto a catena: parte dall’informazione, proseguendo con pubblicazioni di valore, ha contribuito al far ririfiorire questo senso di appartenenza. Ecco, forse, bisognerebbe scommettere molto su questo».

I tarantini, il loro rapporto con i libri. Quanto leggono?

«Come riferimento ho le mie edizioni: prima i tarantini leggevano di più. Abbiamo un settore, fondamentale della Casa editrice, che è quello scientifico, divulgativo, soprattutto arte e archeologia, storia; per quanto riguarda altre cose, la letteratura tarantina, devo dire che i tarantini di una generazione che oscilla fra i cinquanta e i sessant’anni – quella sostanzialmente meno curata dalla cultura ufficiale – avverte il desiderio di recupero, apprendimento, curiosità; le cose di e su Taranto, lo dico con dispiacere, i giovani non le leggono. Forse perché bombardati dalla pubblicità delle grandi case editrici che promuovono i grandi nomi, che alla fine risultano piuttosto “leggerini” nei contenuti – mi permetto questa osservazione – ma non trovo ci sia tutta questa grande richiesta da parte del mondo giovanile tarantino; la fascia fra i cinquanta e i sessanta, invece, resiste e vuol sapere leggendo. Forse perché come me non sa usare il telefonino…».PIERO MASSAFRA articolo 02 - 1Cosa aggiungerebbe o toglierebbe a Taranto?

«Toglierei tutto quello che ci ingombra, dal carattere un po’ buffonesco, che fa parte della nostra jacquerie, di un popolo che non riesce mai ad essere tale e risulta sempre così ammiccante al plebeo; manterrei, invece, come punto di riferimento la vera aristocrazia tarantina: quella operaia, che viene dalla tradizione arsenalotta, insegnava ai figli a dover studiare perché la vita non è uno scherzo, ma un impegno per tutti: questa parte, Taranto, non l’ha mai curata, poteva invece essere un punto di partenza per una generazione popolare di grande dignità».

Una battuta ancora al turismo: Castello aragonese, Città vecchia, Museo nazionale della Magna Grecia, non bastano?

«Il turismo è una cosa più complessa, abbiamo punti di riferimento di grande eccellenza per un turismo colto, ma se proviamo ad immaginare il “grande turismo”, quello che risolve gran parte dei problemi economico, finanziari e occupazionali, dobbiamo arrivare a pensare che per raggiungere il mare deve esserci anche uno strumento per arrivarci; per andare al mare, dobbiamo trovare un mare libero, non inquinato, non assediato; il turismo che risolve il problema, pertanto, non è quello rappresentato da chi viene a Taranto con il desiderio di vedere queste tre cose, sta un giorno e mezzo e va via: il turismo è un’altra cosa».