«Non facciamo terrorismo»

Maria Grazia Serra, presidente di Medici per l’Ambiente (ISDE)

«Siamo quaranta, proviamo a dare risposte, ma la gente ha paura. Risposta blanda dal quartiere Tamburi, rione a ridosso dell’industria. L’intervista del New York Times, ci ha lusingati. Continuiamo a fare il nostro lavoro, ringraziamo quelle farmacie che ci ospitano nei quartieri cittadini»

Prosegue la nostra rubrica “Assistenti e assistiti”, una panoramica sulle associazioni di cittadini e professionisti che hanno a cuore il sociale. Ultimo ospite di sito, canale youtube e web radio di Costruiamo Insieme, Maria Grazia Serra, presidente dell’associazione ISDE, Medici per l’Ambiente.

Presidente, cominciamo dalla cronaca, la telefonata di un giornalista della redazione romana del prestigioso New York Times.

«Essere contattati da una testata così importante non ha potuto che farci piacere; a loro ha interessato l’impegno volontario di una quarantina di medici a disposizione di chiunque, su un territorio che in fatto ambientale non se la passa poi così tanto bene, avesse bisogno di controlli più approfonditi; nello stesso tempo, chi ci ha intervistati voleva inoltre conoscere il nostro impegno nel coprire quel vuoto informativo che a volte si registra – per motivi di carattere scientifico e, a volte, per scelte politiche – sul nostro territorio. Non che gli organi di informazione locali non ci stiano vicini, ma che del nostro impegno si accorgessero anche all’estero non ha potuto che farci enorme piacere».

Se l’aspettava una simile attestazione di stima?

«Siamo rimasti favorevolmente sorpresi, ci hanno rivolto domande sugli sportelli informativi, ma anche sull’informazione che portiamo a conoscenza degli studenti da quattro, anche cinque anni, con il programma “Ambiente e salute, parliamone a scuola”. E’ stata la prima volta che la stampa internazionale ci ha gratificati intervistandoci».I GIORNI Serra 2 - 1Passo indietro, l’idea dell’associazione, come nasce e si sviluppa.

«L’ISDE, associazione della quale facciamo parte, è riconosciuta a livello internazionale dall’organizzazione mondiale della Sanità; in Italia sono diverse le sedi ISDE; in Puglia il problema è particolarmente sentito, pertanto i Medici per l’ambiente sono molti di più rispetto ad altre regioni: esistono sedi a Taranto, Lecce, Foggia, il presidente Di Ciaula a Bari, molto attivo; giorni fa, proprio per spiegare la Medicina ambientale, sono stata invitata in università a tenere una lezione per i giovani medici che stanno svolgendo una preparazione in Medicina generale. Insomma, siamo presenti a tutto tondo nell’attività informativa.

ISDE Taranto conta quaranta iscritti, un numero non molto elevato, considerando i medici presenti sul nostro territorio; posso dire, però, che siamo molto attivi; ci interpellano, invitano spesso e ovunque ci sia da fare chiarezza sul nostro ruolo e sullo stato di salute dei nostri cittadini; dell’associazione fanno parte pediatri che si sono spesi e continuano a farlo con grande generosità, nei confronti dei piccoli affetti da problemi di salute».

Dalla vostra angolazione, la foto della nostra città, l’ambiente che circonda il territorio ionico.

«Con gli sportelli informativi, polso della situazione in tema di ambiente, registriamo nei nostri interlocutori una certa inconsapevolezza e scarsa partecipazione, per giunta proprio in quei quartieri dove il problema dovrebbero avvertirlo con maggiore costanza, è il caso del rione Tamburi: non sono molti quei cittadini che vengono a trovarci per porre domande ed ascoltare le nostre risposte».
I GIORNI Serra 3 - 1Quale domanda si è fatta e quale risposta si è data?

«Potrebbe dipendere da una sorta di rifiuto, forse da una mancanza di fiducia nei confronti dei medici e della stessa medicina».

Magari la gente si è sentita trascurata a lungo, sentita strumento politico.

«Di sicuro la gente ha un costante bisogno di essere rassicurata; senza nulla togliere al reparto di Oncologia pediatrica nel quale sono attivi colleghi preparatissimi, e forse per questo l’impressione che ne ricaviamo è come se la gente dicesse “è vero ci ammaliamo, ma possiamo sempre curarci sul territorio avendo strutture importanti”. La gente non vuole essere spaventata, ma accompagnata ad eventuali cure, anche se – è bene ribadirlo – i Medici per l’ambiente fanno informazione e non terrorismo: è importante, invece, sapere quello che occorre fare per prevenire eventuali problemi di salute».

Cosa chiede la gente.

«Le domande più frequenti riguardano l’alimentazione e i giorni di vento, i tristemente noti come “wind day”: sul quartiere Tamburi siamo ospiti della farmacia “Clemente” di via Galeso; prossimamente contiamo di aprire uno studio nei quartieri Paolo VI e Tre Carrare, ospiti in quest’ultimo caso della farmacia “Quaranta”. In buona sostanza, le persone sentono la necessità innanzitutto di fidarsi. Siamo stati costantemente presenti nelle scuole dei tamburi per tranquillizzare genitori e alunni; ripeto: mai fatto terrorismo, proviamo piuttosto a collaborare con le istituzioni per trovare con queste una soluzione, che poi è quanto chiedono i cittadini del quartiere».

Cosa fare per mettersi in contatto con i Medici per l’ambiente.

«La nostra sede a Taranto in via Calamandrei 3, telefono 099.7792785; abbiamo inoltre un sito, www.isde.it e una pagina facebook, “Isde Taranto”. Siamo a disposizione di chiunque per rispondere a qualsiasi domanda su temi che possano essere di nostra pertinenza e trovare, eventualmente, insieme agli interessati delle soluzioni».

«Siate più attenti!»

Intervista a Simone Cristicchi e “Abbi cura di me”

«L’indifferenza è il problema principale della società di oggi». Con l’Orchestra della Magna Grecia, a Taranto il cantautore registra tre “sold out” in due giorni. I successi del cantautore, da “Vorrei cantare come Biagio” a “Ti regalerò una rosa”, dedicata al povero Cosimo Antonio Stano picchiato e ucciso selvaggiamente.

E’ stato un grande successo quello registrato da Simone Cristicchi con lo spettacolo “Abbi cura di me” in scena al teatro Fusco di Taranto per tre volte in due giorni (sabato scorso un matinée per le scuole) con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Valter Sivilotti all’interno della Stagione orchestrale 2019/2020 con la direzione artistica del maestro Piero Romano. Ospite, applauditissima, la cantante Amara, autrice di successi, fra questi “Che sia benedetta”. Con l’artista romano, uno degli autori più sensibili del nostro panorama musicale, una lunga chiacchierata su temi diversi e sempre delicati.

Cominciamo dalle fragilità, tema del quale si occupa spesso. «Siamo esseri umani, dunque se viviamo non possiamo non avere riportato delle ferite: alcune di queste, ferite profonde, le ricordiamo: quando eravamo nella pancia materna percepivamo già che atmosfera ci fosse in casa; se ti avevano desiderato, se esisteva armonia: ferite, proprio così, ce le portiamo dietro e dobbiamo avere il coraggio di trasformarle in qualcosa di bello da condividere con gli altri.

Ripeto spesso: non siamo venuti al mondo per essere perfetti, ma per essere veri, e quando ti togli quella maschera di perfezionismo diventi più forte: perché sei te stesso e nessuno può distruggerti. Ho perso mio padre a dieci anni, un dolore che mi ha spinto a chiudermi in me stesso, nella mia stanza. Ma è proprio lì che ho scoperto la cura, la terapia dell’arte; per curare questa grande ferita ho cominciato a disegnare, raccontare, scrivere storie e racconti, e da lì in poi, la musica, le canzoni. Come dice un mio amico, Ermes Longhi: da una ferita può nascere una feritoia e da questa puoi riuscire a vedere l’infinito che esiste oltre. Anche Leonard Cohen dice “in ogni cosa c’è una crepa ed è da lì che passa la luce”, parole sacrosante».CRISTICCHI Foto 01Gran brutta cosa la distrazione, volontaria o, in qualche modo, indotta. «Il problema principale del momento storico in cui viviamo – dice Cristicchi – è la disattenzione, è questa a generare indifferenza. “Avere cura” può sembrare uno slogan, in realtà è un modo di vivere, un ritorno all’essenza, alle priorità: cosa ci serve per essere davvero felici? Alla fine avvertiamo la sensazione che a renderci felici siano poche cose, una di queste è lo stare attenti; non farsi pregare, non farsi addormentare dal frastuono del mondo. Ai ragazzi cerco di comunicare questo: state attenti, rivolgete l’animo verso qualcosa che è fuori di voi, non siate egoisti e attenti al solo vostro orticello. Cominciate, invece, ad immaginare come può essere il mondo e come, questo, può cambiare: il potere, in qualche modo ci addormenta, ci fa sentire inutili, come se ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, scelta, non abbia valore».

Ogni sorriso, ogni piccola azione compiuta può cambiarci una intera giornata. «Un consiglio spassionato: state vicini gli uni vicini agli altri, consapevoli di partecipare a una comunità che non è virtuale, ma reale e che si può toccare con mano. I social con il tempo sono diventati uno specchio per le allodole. Lo slogan iniziale di Facebook e del suo inventore, Mark Zuckenberg, era il seguente: “Mai più soli”. Paradossalmente, invece, siamo diventati più soli. Ci siamo chiusi in noi stessi, schiavi di un telefonino, tanto che oggi è difficile trovare l’essenza a cui mi riferisco: tornare all’umanità, alle poche cose che davvero ci servono per sentirci vivi».

Cristicchi e la forza della parola. «“Abbi cura di me” è dedicato alla potenza della parola, al messaggio che questa riesce a trasmettere. Dice Amara, che ho il privilegio di ospitare nei miei concerti: “la responsabilità del microfono”. Ha perfettamente ragione: avere fra le mani questo strumento non è cosa scontata; salire su un palco significa poter toccare certe corde, andare in profondità, smuovere gli animi, soprattutto quelli dei giovani. Lo scopo è riuscire a dare messaggi che siano riflessioni all’interno di un concerto; vero, si assiste a una esecuzione orchestrale meravigliosa, però l’attenzione deve essere rivolta a questa parola che può davvero cambiare il corso della vita».

Cresciuto ascoltando i nostri grandi cantautori. «De André, De Gregori, Battiato, Fossati, li considero i miei “padri”: con le loro parole hanno cambiato il mio modo di guardare il mondo. Ed è ciò che cerco di fare nel mio piccolo: riprodurre sensazioni simili. Endrigo, poi, è stato in qualche modo il mio mentore; con me condivise un duetto nel mio album di esordio. Sono molto affezionato a lui, con l’Orchestra della Magna Grecia propongo “Io che amo solo te”, che però faccio cantare alla sola platea: un’esecuzione speciale per orchestra e pubblico. Altro omaggio, “Emozioni” di Battisti, che con Mogol ha impresso una bella scossa alla canzone italiana»CRISTICCHI Foto 02Diversi i suoi tributi ai grandi della canzone. Non ci sono progetti simili nell’immediato futuro. «Per ora no, in un recente passato ho reso omaggio a Sergio Endrigo con uno spettacolo dedicato interamente lui, poi a “La Buona novella”, quarto album di De André; oggi, avendo fra le mani un repertorio che rappresenta il mio cammino artistico, riesco spesso ad ospitare contributi di altri artisti. Così capita di cantare “Vorrei cantare come Biagio” e “Abbi cura di me”, due opposti: la prima, divertente, ironica, scanzonata, tormentone dell’estate; l’altra, una sorta di preghiera. E, in mezzo, un intero percorso che mi piace raccontare al pubblico».

Una piacevole scoperta, Amara, sua ospite sul palcoscenico del teatro Fusco. Sembrava vi conosceste da tempo. «Invece l’ho conosciuta la scorsa primavera. Ci siamo incontrati ad Assisi e da lì è nata l’idea di invitarla a cantare in un mio concerto a Firenze: ci sono pochi artisti con cui sento la stessa vibrazione e la stessa voglia di trasmettere dei messaggi forti. Io e Amara siamo sulla stessa frequenza e cerchiamo di bilanciare le nostre due personalità; invitarla sullo stesso palcoscenico e collaborare a questo progetto, per me è una cosa naturale: è lei che fa un regalo a me: i suoi messaggi sono un po’ anche i miei, e i miei sono un po’ anche i suoi. E credo che questo si senta».

A proposito di strumenti potentissimi, la canzone è uno di questi. «In tre minuti riesce a smuoverti quello che hai dentro, a farti sentire emozioni, a trascinarti dentro una storia. “Ti regalerò una rosa” è l’esempio, il mio manifesto: raccontare una storia e mettere al centro che non ha voce, chi è privo di visibilità, in questo caso gli emarginati; ognuno di noi potrebbe cadere nella follia da un momento all’altro ed è proprio questo che ci spaventa nella malattia mentale. Trovo, dunque, interessante utilizzare il palcoscenico, mettere in luce queste realtà di cui poco si parla e dire: “Esiste Antonio Cosimo Stano!”. Lui è uno dei miei “santi silenziosi”, a volte agnelli sacrificali che muoiono per risvegliarci. Nei miei concerti dedico spesso questa canzone all’anziano disabile picchiato selvaggiamente a Manduria, che il caso ha voluto si chiamasse proprio come il protagonista di “Ti regalerò una rosa”: quando penso ad Antonio, immagino che finalmente voli libero, ora che ha fregato tutti trasferendosi in un’altra dimensione. Chi ha compiuto quell’aggressione ha sì una grande responsabilità, ma, attenzione, è anche il mondo ad averne una enorme: che mondo abbiamo costruito, che mondo stiamo dando a questi ragazzi se poi compiono questo tipo di azioni così violente?».

«Il mondo sta nel popolo»

Dino Paradiso, ospite di “Cabaret al Tarentum” e “Costruiamo Insieme”

«Spettacolo per tutti, se non ci capiamo, spieghiamoci a gesti, come ai tempi della commedia dell’arte. Rubo dal quotidiano, dal bar alla piazza, così nascono i miei monologhi. Nell’epoca del virtuale, riempire un teatro di pubblico è un piccolo miracolo…»

E’ uno dei personaggi più in vista della comicità televisiva, quella giocata fra Zelig e Colorado café, poi Made in Sud. E’ stato uno dei personaggi più applauditi in questo scorcio di “Cabaret al Tarentum”, tanto che a fine chiacchierata, lui, Dino Paradiso, cabarettista lucano di Bernalda, invita quanti non hanno assistito al suo spettacolo in cartellone, a rimediare tornando in teatro per ascoltare il suo lungo, divertente monologo.

Paradiso fa parte di quella rassegna domenicale che ha già presentato Oreglio e Terrafino. Il prossimo 26 gennaio ospiterà Alberto Patrucco e, a seguire, Renato Ciardo (16 febbraio), Tino Fimiani (22 marzo), Nando Timoteo (5 aprile) e Carmine Faraco (26 aprile). Direttore artistico è Renato Forte, fra i più dinamici sostenitori del cartellone, oltre al Comune di Taranto, c’è “Costruiamo Insieme”. La nostra cooperativa che fra le sue attività sociali si occupa di accoglienza, ad ogni spettacolo si fa rappresentare in teatro da suoi operatori e ospiti che mostrano di gradire l’occasione per farsi “quattro risate”.

Dino Paradiso, dunque. Uno che mantiene promesse e premesse, anche al netto di tormentoni e simili artifici per fare breccia nel pubblico televisivo.

«Promesse vere e proprie non ne ho mai fatte, lo sto scoprendo ora – sorride, Paradiso – certo, quello di intrattenitore è diventato il mio lavoro, tanto che me lo tengo stretto il più possibile, ma da qui a dire che tengo fede alle promesse e, di più, alle premesse, di tempo ce ne vuole ancora, e tanto…».

Paradiso, zero tormentoni.

«Non sfuggo al meccanismo dello studiare una frase che possa tornarmi utile come fosse un documento di identità ogni volta che esco in tv. Non c’è stata occasione, dunque non mi sento di condannare chi adotta una formula simile: il più delle volte è un’esigenza tecnica che ti viene suggerita: hai tre minuti a  disposizione, sei in mezzo a trenta, quaranta colleghi e capisci che l’unico sistema per distinguerti dagli altri può diventare la frase-tormentone…».

E’ la dura legge della tv mordi e fuggi.

«Regole non scritte delle quali vieni messo subito al corrente: hai tre minuti, i primi venti secondi sono letali: tanto ci mette un telespettatore ad alzarsi dal divano, impugnare il telecomando e cancellarti dal piccolo schermo. Così ti tocca studiare, dare il massimo a cominciare dal momento in cui ti lasciano solo davanti alla doppia platea, teatro e casa insieme. Oggi è così, inutile andare tanto per il sottile, stai al gioco e accetti le regole…».

Quando parla, Paradiso ha l’abitudine di toccare l’interlocutore, un modo di fare molto meridionale.

«Viene dalla commedia dell’arte, ripresa da Dario Fo che ha reintrodotto il gramelot, modo di recitare che somma parole incomprensibili unite a gesti – strano, ma vero – che danno un senso compiuto a ciò che vuoi rappresentare; non sembra, ma pure per fare ‘sto mestiere devi studiare: io mi sono anche laureato, ma ci sono stati veri geniacci che hanno fatto a meno della scuola e hanno inventato codici espressivi e avuto grande successo; non per fare il saccente, le stesse maschere di Carnevale vengono dalla Commedia dell’arte; proprio Goldoni ha introdotto il copione: un italiano, a quei tempi, che si recava in Francia o Germania per portare in scena un lavoro, l’unico sistema che aveva per scatenare ragionamento e risata, era appunto il gramelot; per intendersi, nell’interpretare frizzi e lazzi “Arlecchino” faceva ricorso al linguaggio del corpo. Così a noi è rimasto il vizio di manometterci, diceva il grande Totò».

Uno dei suoi monologhi è un linguaggio del corpo studiato nemmeno tanto lontano.

«A casa mia, papà e una mia zia sorda a colloquio. Lui la fissa in volto, le parla a gesti, a voce alta e all’infinito, tipo “Io andare, tornare, mangiare…”: vorrei tanto sapere cosa balena nella testa di mia zia, che fissa papà e non gli dà del matto solo per educazione. Noi meridionali siamo cresciuti a gramelot…».

Paradiso e i suoi racconti.

«Mi piace scandagliare il quotidiano, partendo da normali espressioni, episodi che raccolgo fra le mura domestiche per poi allargarmi – quasi disponessi di cerchi concentrici – al bar sotto casa, alla piazza, al mio paese, alla città, alla regione… Alla fine, uno dei tipi che prendo di mira lo conosciamo tutti, perché i soggetti in causa non hanno una precisa cittadinanza».

Uno dei suoi cavalli di battaglia, la mamma.

«La mia è apprensiva, come tante mamme italiane. Sempre preoccupata, ogni tanto si sente un sospiro dalla cucina, accompagnato di solito da una frase, un concetto più o meno simile: “Stàteve attinde…”; fissa un punto impreciso, a terra, “Con tutto quello che si sente, figlio mio…”; non c’è margine di trattativa, perché se le chiedi il motivo specifico della sua preoccupazione, di solito chiosa con un “Eh, lo so io, lo so…”».

Si sente un po’ cronista dei sentimenti popolari.

«Il mondo sta nel popolo. Ho una mia visione politica, credo che lo spettacolo debba essere per tutti e non qualcosa di elitario. Non mi definisco un artista, ma credo che la “mission” sia fare in modo che tanti ti ascoltino e condividano. Il teatro è più attuale di ieri, è la necessità di incontrarsi fisicamente, considerando che oggi viviamo il virtuale. Ogni volta che un teatro si riempie di pubblico – poltrona, palco, teatro, attore… – è come se accadesse qualcosa di miracoloso: la gente fa una scelta precisa, vince la noia, acquista un biglietto, esce di casa, viene a sentirti e, di questi tempi, già questo è un bel successo…».

«Arrivano i nostri!»

Intervista ad Anna Fiore, presidente Comitato CRI di Taranto

«La gente ci percepisce come un bene comune. Impegno a trecentosessanta gradi, non solo nella sanità. Facciamo parte della Protezione civile, per legge partecipiamo ai Tavoli operativi in Prefettura. Siamo diventati un soggetto privato a livello internazionale per difendere la nostra indipendenza»

Questa settimana per la rubrica Assistenti e assistiti, ospite di web radio, canale youtube e sito di “Costruiamo Insieme” è la professoressa Anna Fiore, presidente del Comitato Croce Rossa Italiana di Taranto.

Nei giorni scorsi, l’incontro con il presidente nazionale della Croce rossa italiana, Francesco Rocca. Cosa è scaturito da questo importante confronto?

«La presenza a Taranto del nostro presidente era inserita all’interno dell’Assemblea nazionale dei giovani della Croce rossa. Ogni anno questi incontri hanno luogo in città diverse, in questa occasione è toccato a Taranto. Abbiamo avuto il privilegio di ospitare questo importante appuntamento avendo presentato un valido programma e un ideale luogo di accoglienza, la Svam, Scuola volontari aeronautica militare. La perfetta riuscita dell’incontro per noi tutti è stato motivo di orgoglio.

Nell’occasione sono scaturiti progetti e strategie dei giovani legati all’attività della Croce rossa. Il nostro comitato ospita molti giovani, essenza dello spirito della Croce rossa: non ci fossero loro, qualsiasi comitato sarebbe da considerare senza futuro».

Ma l’esperienza resta un valore insostituibile.

«Certo, ma non possiamo negare il numero di idee che i nostri giovani avanza in molte occasioni; spunti che assicurano maggiore vitalità alla CRI. Personalmente accolgo sempre favorevolmente i loro progetti, mai per compiacerli, in quanto credo nella loro forza e nelle loro idee».Anna Fiore I GIORNI 3Croce rossa italiana, da quanti anni è impegnata e in cosa consiste questo impegno.

«La nostra istituzione è impegnata sull’intero territorio nazionale da oltre centocinquant’anni. Spaziamo a trecentosessanta gradi, dall’attività sanitaria a quella sociale, proseguendo con l’attenzione rivolta ai giovani, alla comunicazione, al diritto umanitario internazionale e tanto altro ancora.

Con la Legge regionale, la Croce rossa italiana è entrata di diritto nella Protezione civile. Prima prestavamo sostegno, oggi facciamo parte di quelle componenti presenti nel corpo della Protezione civile. In fatto di impegno non cambia molto rispetto al nostro impegno in passato, ma oggi la nostra attività è riconosciuta per legge».

Dunque, obbligati per legge ad intervenire.

«Oggi anche la Croce rossa viene convocata al Tavolo della Prefettura. Abbiamo una sala operativa. Oltre alla massima disponibilità dobbiamo assicurare copertura umanitaria, che in qualsiasi calamità non viene meno».

Anni fa la Croce rossa godeva del sostegno da parte delle istituzioni. Come fa una organizzazione così importante ed articolata a reggersi autonomamente?

«Siamo garantiti dalla Legge 178 del 2012, in cui il presidente della Repubblica – siamo sotto la sua egida – ci riconosce il ruolo di ausiliari nei pubblici poteri insieme con i corpi militari di cui fanno parte le crocerossine. Perché siamo diventati un soggetto privato? Tutte le Croci rosse a livello internazionale sono indipendenti, considerando questo principio alla base del nostro statuto. Lo stesso nostro presidente, Francesco Rocca, ha fortemente voluto dare un indirizzo di indipendenza alla nostra attività».

 Anna Fiore I GIORNI 4

Quante attività svolge sul territorio.

«Come gran parte dei comitati, con mezzi operativi, fra cui quelli sanitari, anche il nostro rientra nelle attività di soccorso del 118; svolgiamo anche attività privata e siamo presenti con unità di strada. Diamo supporto alle famiglie in stato di disagio, che questo sia di carattere economico, ambientale o sociale; supportiamo tutte le Forze armate nella formazione, svolgendo obbligatoriamente – e gratuitamente – corsi di Primo soccorso e di uso del defibrillatore. Fra gli impegni costanti: la formazione degli studenti delle scuole della provincia, del personale delle Amministrazioni e delle aziende».

La relazione con ospedali e presìdi sanitari del territorio. Capita spesso, in caso di necessità, sentire “Chiama la Croce rossa!”. “Arrivano i nostri!”: vi vedono così.

«Nonostante sia privata, la Croce rossa viene percepita come un bene pubblico, questa è una realtà: tutti si sentono confortati nel vedere impegnato un nostro mezzo di soccorso. Del resto, siamo presenti ovunque e quella “croce” di colore rosso è sicuramente identificativa della nostra attività. “Arrivano i nostri!”, è vero, ci vedono così.  Siamo presenti anche nel Pronto soccorso, nell’accoglienza dei pazienti; in Pediatria, dove i nostri giovani intrattengono i piccoli degenti; nell’ospedale di Grottaglie dove ci occupiamo dei lungodegenti».

Alla luce di tutto questo, si può dire che la Croce rossa italiana è una squadra affiatata.

«Ilaria Decimo, presidente regionale, si spende molto affinché il territorio resti unito e porti avanti tutte le attività appena illustrate e quelle che non ho avuto tempo di illustrare. Grazie ai volontari che si sentono costantemente motivati – non sta a me dire quali siano i meriti personali – penso di aver creato quell’insostituibile trait-d’union che ha fatto di Taranto una bella realtà».

Facce da Natale

Uno “scatto” e un sorriso, è festa

Al mattino la prima cerimonia. Nel pomeriggio il bis, gli operatori e gli ospiti insieme. Tutti in un album, che sia fotografico o video, poco importa: purché si riparta, come invita il presidente…Natale ragazzi 01Non sono abituati al nostro Natale. E’ come se avessero visto una cometa e pensassero ad un artificio cinematografico. I ragazzi ospiti del Centro di accoglienza di Costruiamo Insieme, per un giorno si vedono proiettati dentro “la festa delle feste”, il Santo Natale. Sorridono tutti, alzano il calice, condividono il momento di gioia, si prestano agli scatti fotografici.

E poi? Poi ci sono i ragazzi, quelli che mentre scatti una foto o cerchi di cogliere un sorriso o una battuta, pubblicizzano il proprio albero nella corsa all’abete più bello, adornato di palline e luci colorate. Anche quest’anno è una bella lotta, anche se dopo qualche giorno dal “via”, c’è chi ha preso il largo a discapito degli altri competitor, che in ritardo si sono seriamente lanciati all’inseguimento di chi guida la classifica aggiornata quotidianamente sul gruppo FB e whatsapp.Natale ragazzi 02I VOLTI, COME CARTOLINE…

Bello, comunque, assistere alle “Facce di Natale”. All’incontro pomeridiano di “Cavallotti”, sorridono tutti, offrono il profilo migliore. Come gli altri, i loro volti circoleranno come fossero una cartolina da inviare a familiari o amici appena conosciuti.

E poi ci sono gli operatori. Educati, di poche parole e molti sorrisi. Perché è questo il loro lavoro: portare al collo il cartellino “Costruiamo Insieme” con tanto di nome, è una bella responsabilità. Devono manifestare in qualsiasi momento il massimo della professionalità. Silvia, Francesca e Federica, per esempio, più esperte nell’attività di operatore, non perdono occasione per fornire ai più giovani qualche elemento in più per svolgere meglio le proprie mansioni all’interno della cooperativa.

Nella rassegna fotografica ci sono finite anche loro. Come nello spot realizzato da chi svolge attività di operatore fotografico e video, e che ha assemblato, come fosse un mosaico da comporre, quanti hanno alzato il calice e brindato al Natale e al nuovo anno che farà il suo ingresso a giorni.Natale ragazzi 03UN SORRISO FRA GLI ALTRI

“Facce da Natale”. Ci fosse una giuria, forse il più votato sarebbe Patrick. Il suo sorriso è contagioso, esprime quel senso di positivo che già il presidente, Nicole, aveva espresso nel discorso di fine anno fra il taglio di un pandoro e un brindisi con spumante secco o dolce, facendo attenzione a non mescolare le due diverse qualità, perché non si sa mai. E via con una nuova porzione di pandoro e sorrisi.

Proviamo a invogliare anche il direttore, “mission impossible”. Rispetto dei ruoli innanzitutto e poi, in realtà, il presidente nel suo breve discorso aveva toccato in breve, ma con perizia chirurgica i punti critici di un lavoro messo quotidianamente a dura prova dagli eventi. “Ripartiamo dal sorriso”, il suo invito. Ed è da qui che intendiamo “costruire insieme” un altro segmento in un percorso sociale importante. Fatto di lavoro, impegnativo e importante, e trasferire a chiunque il messaggio di accoglienza e spiegare sul campo quante e quali siano le professionalità di cui dispone la nostra cooperativa.

«Brexit, una sciagura»

Antonio Caprarica, intervista alla “web” di Costruiamo Insieme

Il popolare giornalista Rai condivide il nostro punto di vista espresso nel Domenicale. Inghilterra, il fascino di un Impero e la scelta non condivisa dell’abbandono dell’UE. Il corrispondente da Londra, dice la sua. E parla di libri, Salento, “Didone ed Enea”, uno spettacolo che tocca Lecce, Taranto e Grottaglie.

«La Gran Bretagna fuori dall’Unione europea, una sciagura per tutti». Antonio Caprarica, volto popolare della Rai e da decine di anni corrispondente da Londra, è in perfetta sintonia con quanto scritto da noi non più di tre giorni fa, quanto abbiamo riportato  in un nostro “Domenicale” proprio in riferimento alla Brexit, quanto cioè comporta nel bene, poco forse, e nel male, tanto, l’uscita dell’“Impero Britannico” dall’Europa. L’Inghilterra e gli Stati ad essa collegati hanno deciso di non fare squadra, aiutare i più deboli a riposizionarsi nell’economia non solo europea. E’ deciso, gli inglesi sono un popolo a sé stante. Ce ne faremo una ragione, lavoreremo anche per loro.

Dunque, Antonio Caprarica, noto giornalista televisivo. Soprattutto popolare per i suoi eleganti reportage da Londra, si apre con il nostro sito. Rilascia una intervista, come si dice in gergo, a tutto tondo. Il suo ultimo libro, l’opera “Didone ed Enea” una produzione patrocinata dall’ICO Magna Grecia con la direzione artistica del maestro Piero Romano, nella quale sarà voce narrante nei teatri di Lecce, Taranto e Grottaglie, il suo Salento e la sua Inghilterra, considerando che si sente metà e metà: metà salentino e metà inglese.

 «…Ma andiamo per ordine. Sulle assi del palcoscenico in questi giorni sto portando “Didone ed Enea”, un progetto elaborato con il maestro Andrea Crastolla per la regia di Antonio Petris: un’orchestra, un coro, cantanti bravi; tocchiamo Lecce, Taranto e Grottaglie; libri: credo di avere una produzione abbastanza fissa, pubblico mediamente un libro ogni anno. Spesso ho una crisi da sovrapproduzione, tanto che a volte di libri ne pubblico anche due in un anno; sto lavorando ancora a una seconda parte di questa Saga vittoriana, un tentativo di tornare sì alle radici della famiglia reale, ma anche alle stesse radici di un Impero che oggi ha spinto la Gran Bretagna a un passo così grave come l’abbandono dell’Unione europea».

LA NOSTRA TERRA…

Didone ed Enea”, incursioni all’interno dell’opera. In cosa consiste. Come se facesse endorsement a un’opera, un territorio. «L’opera si promuove da sola, ma se mi tiraste per la giacchetta, come se dovessi confezionare uno spot pubblicitario, direi: seguite la grande musica per scoprire i segreti del Salento. La grande musica di un inglese geniale, Henry Purcell, del Seicento per di più: esistono tanti buoni motivi per suscitare la curiosità del pubblico».

Il suo ultimo libro, è da queste parti per “Didone ed Enea”, ma anche per parlare del suo ultimo libro: “La regina imperatrice – Intrighi, delitti, passioni alla corte di Victoria”. «E’ un ritorno, ma avevo proprio voglia di arricchire una ricerca storica attorno a un personaggio straordinario come la regina Vittoria, attribuire quei tratti appassionanti che una donna di grande fascino può avere. Il romanzo, ricordo che di componimento narrativo si tratta, torna utile perché consente una libertà di immaginazione che, naturalmente, un saggio storico non permette».

Salentino di Lecce, ci spiega cosa le è rimasto di una terra, la sua, che non ha dimenticato. «Forse quella specie di inquietudine che abbiamo noi, gente di mare e di terra salentina; la curiosità, la spinta di andare in giro per il mondo. Ovunque io vada, in giro per il mondo, un salentino lo trovo sempre. Siamo eredi di navigatori e marinai».

UN PO’ INGLESE, UN PO’ NO…

Della vita in Inghilterra come corrispondente, Caprarica ha scritto nei suoi libri. Fra i titoli “Intramontabile Elisabetta” e “Dio ci salvi dagli inglesi…o no?”. Sentiamo cosa ha insegnato quel Paese al giornalista, oltre a classe, eleganza e puntualità. «Certamente il rispetto delle cose e degli altri, dell’ambiente che non va sporcato con cartacce gettate a terra e, soprattutto, il senso di comunità, la specifica tradizione e l’abitudine nel considerare la storia collettiva di un Paese come patrimonio comune da salvaguardare».

Torniamo a due elementi di ordine pratico. Quanto ama il suo lavoro e il suo Salento. «Al primo punto di domanda rispondono i cinquant’anni di professione; per ciò che riguarda il Salento, bene, il fatto stesso che dopo cinquant’anni amo questa terra con l’affetto che avevo fin da ragazzino innamorato delle nostre polpette, la dice tutta…».

E per finire, una provocazione non tanto sottile, non tanto originale: quanto si sente inglese, quanto salentino. «Fifty-fifty. Cinquanta e cinquanta…».

«Impegno costante»

Intervista al dott. Emilio Serlenga, Centro trasfusionale SS. Annunziata

«Lavoriamo a stretto contatto con Ematologia e le associazioni del territorio. L’importanza di interfacciarsi con l’Admo. Taranto soffre, ma reagisce a epatite, talassemia e patologie neoplastiche»

 Ospite gradito della rubrica “Assistenti e assistiti” a cura della Cooperativa Costruiamo Insieme, il dott. Emilio Serlenga, direttore del Centro trasfusionale dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto.

Qual è l’attività principale del suo reparto?

«Il Centro è un reparto  importante per la sua attività svolta a trecentosessanta gradi in quanto rivolta a svariate tipologie di utenza; oltre alla normale raccolta di sangue, infatti, è nostro compito garantire anche la sua erogazione. E’ nostro impegno collaborare con i reparti di trapianto di midollo, nello specifico con quello di Ematologia – diretto dal dott. Patrizio Mazza – per ciò che attiene il prelievo di cellule staminali da sangue periferico; e, ancora, a seguito delle ultime delibere regionali, siamo diventati polo di reclutamento per il prelievo di sangue per la tipizzazione di midollo osseo, oltre ad essere fortemente coinvolti in tutte le procedure previste per il risparmio del sangue».

Il rapporto fra sangue donato e sangue richiesto?

«Nonostante gli sforzi compiuti insieme con le associazioni di volontariato, in Italia, e nello specifico al Sud, esiste una sottile distanza fra quantità di sangue donato e quantità richiesta per le trasfusioni. Su richiesta a livello nazionale, il Centro trasfusionale ha, inoltre, l’obbligo  di impegnarsi nella fornitura di plasma da scomposizione del sangue intero e da  aferesi per la trasformazione industriale in plasmaderivati, ancora oggi fortemente carenti nelle regioni del Sud.  Ciò si ripercuote sul risparmio nel Sistema sanitario, obbligato ad acquistare all’estero quel plasma non prodotto attraverso la donazione. Detto questo, lo stesso direttore del Centro nazionale sangue, ildott. Giancarlo Maria Liumbruno, ha dichiarato che nel 2017 l’Italia ha risparmiato qualcosa come un miliardo di euro nell’approvvigionamento di plasmaderivati rispetto all’anno precedente grazie all’incremento della produzione di plasma da donazione, dato che rende l’idea sulle cifre che circolano nel settore».SerlengaLa mole di lavoro fra personale medico e paramedico.

«Con l’aiuto delle diverse associazioni che ci sostengono, preleviamo almeno ventimila unità di sangue: il problema è che ne eroghiamo quasi altrettanto; consideriamo, inoltre, che fra il sangue prelevato e quello effettivamente a disposizione, c’è sempre uno scarto legato alle eliminazioni di unità per la loro non idoneità, per problematiche spesso legate al nostro territorio: la Puglia, infatti, è una delle regioni con un numero elevato ancora oggi di portatori sani di epatite B ed epatite C. Corriamo, insomma, il rischio di annullare per positività – in quanto esistono donatori nuovi – un gran numero di unità prelevate che avrebbero dovuto essere, invece, disponibili per le trasfusioni. Taranto, inoltre, ha un elevato numero di pazienti che hanno la  talassemia – trasfusione dipendente – che richiede un quantitativo di sangue pari al 20-25% del sangue prelevato; con questi numeri andiamo spesso in difficoltà, ma non nascondiamo che il nostro obiettivo è diventare totalmente autonomi».

Puglia, si soffre di epatite B e C, da cosa dipenderebbe?

«E’ una condizione preesistente alla Medicina trasfusionale; dal punto di vista epidemiologico, la percentuale di casi di epatite B e C in Puglia, e in gran parte del Sud Italia, è notevolmente superiore rispetto all’Italia in generale, a sua volta superiore rispetto agli altri Paesi europei».

Cosa si è fatto nel frattempo. 

«In Italia, il test diagnostico di epatite C è stato introdotto nel 1990, mentre in Inghilterra per fare un confronto la stessa prova d’esame è diventata obbligatoria solo qualche anno fa. Da noi il problema andava gestito con una diagnostica accurata, mentre in Inghilterra questa necessità non era ancora considerata: per gli inglesi, oggi, questa prassi è diventata necessaria anche in seguito ai flussi migratori, storicamente importanti, anche dalla stessa Europa verso il loro Paese».
Serlenga 3La domanda di trasfusioni a Taranto rispetto alla media nazionale.

«E’ complicato parlare di “domanda” a livello locale. Non esiste un indicatore certo: si può, infatti, avere una richiesta minima di sangue a Taranto e, allo stesso tempo, una domanda di ricovero di pazienti con la stessa necessità, ma provenienti dal resto della Puglia. Per quanto riguarda i pazienti tarantini, però, possiamo dire che il numero di richieste è sostanzialmente nella media nazionale, forse con appena qualche punto sopra, avendo il reparto di Ematologia molto impegnato; il Pronto soccorso, per esempio, è chiamato a far fronte a un elevato numero di incidenti stradali. E infine, ma non ultime, le problematiche ambientali: queste costringono i pazienti con patologie neoplastiche, non ematologiche, a subire terapie fortemente invasive, debilitanti, che spesso necessitano un supporto trasfusionale».

Utenza, rapporto con le associazioni di volontariato del territorio e timori da sfatare a proposito dei prelievi.

«Da quando sono a Taranto, ho sempre trovato un punto di contatto con le associazioni. Attivate positivamente nel rapporto con i giovani, le stesse si sono aperte anche all’interlocuzione con l’associazione Admo, essendo Taranto una delle città più attive in campo nazionale per la tipizzazione del midollo osseo. Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: contare su donatori in buona salute, per quanti, meno fortunati, potranno giovarsi del loro gesto di solidarietà. Un donatore in buona salute diventa un esempio positivo per gli altri. Ancora oggi, però, abbiamo un rapporto popolazione/donatori inferiore rispetto alla media. Ribaltare il trend negativo è possibile solo con una collaborazione onesta e sincera. E nelle associazioni del territorio sono riuscito a trovare interlocutori seri».

«Farsi il mazzo…»

Rimbamband e il “segreto” del successo

Intervista esclusiva con la formazione musicale barese. Via alla Stagione teatrale sostenuta da “Costruiamo Insieme”. La collaborazione con Renato Forte, direttore artistico della rassegna di Teatro leggero “Angela Casavola”. Ragazzi e operatori della cooperativa ospiti all’Orfeo. 

Una serata esilarante, come non capita spesso quando un evento viene strombazzato come comico e tranne qualche traccia di sana ironia, per carità va bene anche quello, di risate scatenate dal palco alla platea se ne avvertono davvero poche. La Rimbamband, gruppo musicale di adorabili svitati, ha aperto la Stagione di Teatro leggero dell’Associazione “Angela Casavola” magistralmente curata da Ranato Forte, da ventotto anni al timone di una rassegna che coniuga diverse anime teatrali, dal comico al musical, passando per balletti e “dialettale” di lusso.

Raffaello Tullo, Renato Ciardo, Francesco Pagliarulo, Vittorio Bruno, Nicolò Pantaleo, sono loro la Rimbamband, formazione pugliese da anni nota in tutta Italia, anche in quella tv che fa gag a tutto andare, da Costanzo a Zelig. Con loro abbiamo fatto quelle “quattro chiacchiere” esclusive, da quando Forte e “Costruiamo Insieme” hanno allacciato un reciproco rapporto di collaborazione e stima. Ospiti, come sempre, operatori e ospiti del centro di accoglienza della nostra cooperativa.

«La Rimbamband racconta la musica nel suo aspetto più folle e surreale», attacca Raffaello Tullo, intervistato insieme con Renato Ciardo poco prima dello spettacolo al teatro Orfeo di Taranto.  «La formazione – prosegue – nasce in un garage, facciamo delle prove, ci improvvisiamo street-band per la prima volta a Trani; avevamo messo in piedi alcune invenzioni, gag che acchiappavano il pubblico; poi ci chiamò Costanzo e da lì è arrivato tutto il resto».

«La Rimbamband – secondo Tullo e Ciardo – usa il linguaggio della musica a supporto di un contenuto comico; volendola fare breve: è la musica che si dilata e che si fa guardare, oltre che ascoltare».

Fatto sta che i cinque ragazzi pugliesi ci mettono poco a farsi apprezzare con quel tratto che fa del loro repertorio uno dei più godibili da ascoltare e “vedere”.

«Detto che confermiamo, tutto vero e condivisibile, mancava ancora qualcosa: ci rendevamo conto che davanti a simili definizioni la gente restasse spiazzata, in volto la tipica espressione di chi è disorientato».

Mancava ancora qualcosa, un’anima. 

«Quella cosa che di giorno non riesce a far sentire la sua voce perché messa a tacere da tutto ciò che è normale, ma che di notte si ribella e timidamente comincia a cantare, impedendoti di dormire: canta lo swing quell’anima, poi incalza, vince la timidezza e balla: balla il tip tap; ci mette poco ad andare fuori di testa perché un’anima la testa non ce l’ha, infatti ha solo una gran voglia di giocare alla vita e raccontarla giocando».

C’è una formula per scrivere e portare in scena spettacoli di successo?

«E’ importante – riprende Tullo – essersi fatti in quattro prima di fare qualcosa che abbia un senso compiuto, poi una volta creato quel qualcosa, proseguire nello stesso segno: senza tanto girarci intorno, in questo lavoro occorre farsi il classico “mazzo”! Interpretare le guasconate che riportiamo sul palco – qualcuna sembra improvvisata, ma non lo è… – richiede impegno, sacrificio e tante, tante prove: proviamo davvero tanto, abbiamo bisogno di capire chi fa cosa, trovare il giusto equilibrio fra musica e gag… Ancora oggi, quando mi chiedono quale sia il segreto – ammesso ce ne sia uno… – rispondiamo sempre allo stesso modo: fatevi il mazzo!».

Le gag della Rimbamband. Renato, figlio d’arte, non perde il vizio della battuta. 

«Sono Renato Ciardo, figlio di…Uccio De Santis – ride – studiamo e proviamo con grande ritmo, tanto che il “rosso” – Pagliarulo, unico non barese, è di San Marzano, ma vive a Roma – quando dobbiamo provare uno spettacolo saluta la famiglia e ci raggiunge a Bari, insomma…j’è nu casine!  Raffaello non dorme la notte per studiare le gag che portiamo in scena: è un vulcano di idee e tante volte, davvero a malincuore, siamo costretti a cestinare un buon 80% del lavoro, tutto infatti deve essere speculare allo show». «I nostri pezzi – interviene Tullo, chiamato in causa – nascono in prova, ma è il palco a stabilire la loro funzionalità: è la fase decisiva del nostro laboratorio creativo che, alla fine, per acclamazione, diventa testo».

Renato Ciardo non comincia da tre, ma dalla base, come se papà Gianni fosse un corpo estraneo al suo percorso artistico. 

«Nasco come batterista, attratto da una musica che non ha paragoni, quella dei Beatles, tanto che insieme con amici metto in piedi una tribute-band, i Quarryman, realizzando due Beatles Day; mi appassiono talmente tanto alla musica, che suonato basso, chitarra, pianoforte e canto; un consiglio spassionato di papà Gianni: fallo con le tue gambe, ma sappi che la strada è complicata… da cinque anni porto in giro uno spettacolo “Solo-Solo” nel quale faccio di tutto, imitazioni comprese, da Tony Dallara a Nico Fidenco, i quartieri di bari, da Poggiofranco a Japigia, coinvolgendo il pubblico».

Mai pensato a un format?

«Abbiamo fatto delle proposte – conclude Raffaello Tullo – che ci siamo costruiti sulle nostre corde, nate per il web ma che strizzavano l’occhio alla tv: “Rimbanews”. Una sorta di rassegna stampa attraverso numeri comici alleggerendo, se possibile, anche notizie non sempre incoraggianti; in effetti potremmo esser noi stessi un format, ma è tutto da vedere: l’idea è nel cassetto, come in tutte le cose occorre massima applicazione e non è detto che un giorno le “rimbanews” non diventino qualcosa di più concreto, rispetto ai tanti progetti che abbiamo nella testa e che ci stanno letteralmente assorbendo…».

La Rimbamband, si diceva, ha iniziato come ospite nelle principali tv regionali, per proseguire con ospitate dalla Rai a La7, proseguendo con Canale 5. Maurizio Costanzo, grande fiuto, si accorge dell’autentico valore dei ragazzi. Dunque, li ospita su Sky Vivo (“Stella”), al “Costanzo Show”, sulle reti Mediaset e al teatro Morgana di Roma, all’interno della programmazione teatrale a cura dello stesso popolare anchorman televisivo. Il resto è vita, direbbe Costanzo. In realtà, il resto è storia.

“Costruiamo Insieme” e il teatro

La cooperativa sostiene la rassegna in programma all’Orfeo

Martedì 26 novembre il “via” alla ventottesima Stagione a cura dell’Associazione culturale “Angela Casavola”. In scena la strepitosa Rimbamband che assicura risate interminabili.

C’è tanto “Costruiamo Insieme” nella ventottesima Stagione del teatro leggero a cura dell’associazione “Angela Casavola”. Dopo il brillante successo registrato lo scorso anno, con l’intervento in qualità di sponsor ed esclusivista in fatto di interviste (sito, youtube, web radio) con gli artisti in programma, ecco che quest’anno si profila il bis. A gentile richiesta, trattandosi di teatro.

Come per la scorsa Stagione, anche quest’anno i ragazzi ospiti della cooperativa parteciperanno in qualità di spettatori all’intero cartellone. E, anche quest’anno, avremo modo di documentare con foto e videoriprese entusiasmo e artisti lieti di intervenire sui nostri canali di comunicazione per manifestare la loro vicinanza.

L’apertura della Stagione di teatro leggero a cura di Renato Forte, toccherà alla Rimbamband. Martedì 26 novembre al teatro Orfeo di Taranto andrà in scena “The very best of Rimbamband”. Dopo la sospensione del tour nazionale di Raoul Bova per motivi di salute, primo nome in cartellone, degnamente sostituito da un titolo che sarà ufficializzato nei prossimi giorni, tocca alla formazione dei cinque eclettici musicisti pugliesi aprire la rassegna sostenuta da “Costruiamo Insieme”.

Raffaello Tullo, Renato Ciardo, Pasquale Maglione, Vittorio Bruno, Nicolò Pantaleo: sono loro la Rimamband. Iniziano insieme come formazione musicale di professionisti per diventare popolari e in modo dirompente, quando coraggiosamente cominciano a condire le proprie performance con trovate divertenti, poi grottesche, infine comiche. E’ una cifra, quella comica della Rimbamband, che riprende concetti che in altri Paesi riscuotono grande successo. I ragazzi pugliesi, infatti, ci mettono poco a farsi apprezzare con quel tratto che fa del loro repertorio uno dei più godibili da ascoltare e “vedere”.

Per ammissione degli stessi, quando a loro chiedono cosa sia la Rimbamband vanno in difficoltà. «La Rimbamband usa il linguaggio della musica a supporto di un contenuto comico», «È la musica che si dilata e che si fa guardare, oltre che ascoltare», oppure «La Rimbamband racconta la musica nel suo aspetto più folle e surreale».

Oggi hanno perfezionato il loro racconto. «Detto che confermiamo, tutto vero e condivisibile, mancava ancora qualcosa: ci rendevamo conto che davanti a tali definizioni la gente rimanesse spiazzata, in volto la tipica espressione, di chi è disorientato».

Mancava ancora qualcosa, un’anima. «Quella cosa che di giorno non riesce a far sentire la sua voce perché messa a tacere da tutto ciò che è normale, ma che di notte si ribella e timidamente comincia a cantare, impedendoti di dormire: canta lo swing quell’anima, poi incalza, vince la timidezza e balla, balla il tip tap; ci mette poco ad andare fuori di testa perché un’anima la testa non ce l’ha perché ha solo una gran voglia di giocare alla vita e raccontarla giocando».

Qual è sostanzialmente la traccia di un loro esilarante spettacolo. Un capobanda, tenta in ogni modo di cantare, suonare e ballare il tip tap; tutte le sere cerca soprattutto di mantenere un po’ di disciplina sul palco, ma è un tentativo frustrante, tanto che ormai, provato dall’ammutinamento del resto della band, ci ha rimesso tutti i capelli.

Assieme a lui, in scena, un batterista rumoroso e indisciplinato, che lascia sempre a casa la metà dei tamburi e alla fine non si sa mai con cosa riuscirà a suonare, un contrabbassista sognatore e stralunato e un sassofonista, che dopo tanti anni, è ancora convinto di essere in tour con la banda del suo paese. Neanche “Il Rosso”, pianista, jazzman virtuoso e beniamino del capo, riesce a riequilibrare le sorti di questa band squinternata e inquietante.

La Rimbamband, che definisce la sua anima un po’ rimbambita e un po’ bambina, “viaggia” insieme felicemente dal 2006. Da allora elaborano senza stancarsi un solo attimo tutti i linguaggi possibili dell’arte e dello spettacolo: musica, mimo, clown, tip tap, teatro di figura, rumorismo, fantasia teatrale, parodie. Il tutto sapientemente shakerato, intanto da un gusto musicale e della battuta secondo a nessun raffinato cabarettista, con un ritmo comico incalzante e servito con energia travolgente.

La Rimbamband ha iniziato ad essere ospitata nelle principali tv regionali. Comincia il tour più impegnativo sulle tv nazionali, dalla Rai a La7, fino a Canale 5. E’ Maurizio Costanzo ad accorgersi del loro autentico valore, tanto che li ospita prima su Sky Vivo (“Stella”), a seguire al “Costanzo Show” sulle reti Mediaset e al teatro Morgana di Roma (ex Brancaccino) all’interno della programmazione teatrale a cura dello stesso popolare anchorman televisivo.

«Peppino, rivalutiamolo»

Enzo Decaro, ex Smorfia con Troisi e Arena in scena con un De Filippo

A Taranto e Martina Franca la commedia “Non è vero ma ci credo”. «Provo a far conoscere alle nuove generazioni questo tipo di teatro e quanto sia importante  vederlo, riprenderlo, studiarlo, divulgarlo. Un peccato se dimenticassimo un grande artista. Massimo e il trio, spunti per i più giovani, ma Napoli non esistono più i Pino Daniele, Gragnaniello, De Simone, Senese, i Bennato di un tempo…».

Enzo Decaro, un tempo come “il bello della Smorfia”. Non che non abbia ancora il fascino di un tempo, ma è solo per farci capire chi sia il personaggio che stavolta abbiamo intervistato per il nostro sito, ospitandolo con la sua intervista fra le pagine di “Costruiamo insieme”, sul nostro canale youtube e sulla nostra web radio. E’ una chiacchierata interessante, fatta al volo, fra due rappresentazioni. In queste sue considerazioni, fra passato e futuro, l’idea costante di rivalutare un attore amato dal pubblico italiano, ma non del tutto noto alle nuove generazioni.

Per mettere un po’ di ordine nella carriera artistica di Decaro, fatta di tv e teatro, occorre fare un passo indietro. Un bel passo indietro e risalire esattamente a quarant’anni fa. Estate 1979, Yachting Club di San Vito, in scena c’è La Smorfia. Spettacolo in due tempi, protagonisti tre ragazzi baciati dal successo di “Non stop”, i “napoletani” Massimo Troisi, Lello Arena e, appunto, Decaro. Napoletani, anche se in realtà arrivano, nell’ordine, da San Giorgio a Cremano, Napoli e Portici.

E’ il regista Enzo Trapani ad inventarsi una tv tutta nuova, una “ballata senza manovratore”. Quella stagione televisiva irripetibile trascinò al successo anche Carlo Verdone, i “Gatti” Gerry Calà e Umberto Smaila, i Giancattivi Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti e Athina Cenci, Zuzzurro e Gaspare, e altri ancora. Decaro a Taranto, per la Stagione di spettacoli promossa al teatro Orfeo dai fratelli Adriano e Luciano Di Giorgio, a Martina Franca per il cartellone della Stagione di spettacoli al teatro Verdi. In scena uno dei classici di Peppino De Filippo, “Non è vero ma ci credo”.

Almeno tre generazioni, cosa è cambiato nella vita artistica di Enzo Decaro?

«A quarant’anni di distanza, trovare un punto d’incontro fra tradizione e innovazione, con il lavoro che stiamo portando in scena, è estremamente importante, tanto quanto mettere in scena codici e linguaggi, anche questi da salvaguardare».

La scaramanzia “celebrata” nella commedia di Peppino sembrerebbe fuori contesto, invece è drammaticamente attuale. 

«Nello spettacolo produce ancora danni notevoli, è una di quelle credenze che andrebbero picconate per demolire una mentalità tristemente e saldamente radicata nell’inconscio collettivo; ci vorrà molto altro tempo per averne ragione, toccherà alle future generazioni prendere distanza da queste pessime abitudini».

Troisi, compagno di lavoro ne La Smorfia, ha lasciato un vuoto difficile da colmare.

«Ci sono molti attori e registi che presentano progetti, qualcosa che ha a che fare con lo studio, un attento lavoro svolto per mettere in scena un qualsiasi titolo. A me, più modestamente, piace pensare che quanto fatto principalmente da Massimo, anche ai tempi del trio, possa essere stato uno spunto, un incoraggiamento a quanti si avvicinavano a un cinema o un teatro brillante, sicuramente impegnativo indipendentemente da una cifra comica o drammatica».

La tv di oggi, da Zelig a made in Sud. Ci verrebbe da dire: non ci sono più i “Non stop” di un tempo. 

«Non lo scopro io, ma la tv è un prodotto della società in cui viviamo, diciamo che ai nostri tempi pensavamo e ci divertivamo in modo diverso. Tanto che, oggi, nel bene e nel male il piccolo schermo riproduce mediamente quello che circola in questi anni. Sul finire degli Anni 70, e parlo di Napoli, quando esistevano i Pino Daniele, Enzo Gragnaniello, Roberto De Simone, i Bennato, Senese e altri; si tiravano fuori pensieri e idee, a nessuno balenava nella mente una spregiudicata caccia al successo, a prescindere di come si arrivasse a questo; oggi è tutto cambiato, e non è solo certa teatralità napoletana ad averne risentito».

Peppino De Filippo, autore di “Non è vero ma ci credo”, una scelta meditata o istintiva? 

«Peppino è stato un attore straordinario, mai abbastanza rivalutato, come nel tempo accaduto per il grande Totò; in realtà la scelta di questo copione nasce da una volontà precisa, dedicare lo spettacolo a una grandezza, forse, mai riconosciuta in senso compiuto; lo stesso Luigi De Filippo, figlio di Peppino, aveva in mente un progetto da dedicare alla memoria del padre, nonostante fosse anche vicino allo zio Eduardo, che lui amava immensamente; infatti, “Non è vero…”, fa parte del teatro dei De Filippo, quando ancora Eduardo, Titina e Peppino lavoravano insieme, tanto che risulta naturale che battute e idee, poi maturate in ambiti separati, scaturivano dalla loro incredibile fucina teatrale, artigianale, artistica, una genialità inarrivata e inarrivabile; così considero che la scelta sia stata abbastanza naturale, onorando tanto una tradizione quanto un repertorio, che consentisse anche un salto nell’innovazione, nei codici di linguaggio».

Peppino e un personaggio magistralmente cucitosi addosso.

«Era l’approccio globale ad interessarmi di più, entrare nel progetto, una scrittura e una messa in scena condivisa con Leo Muscato, provvidenziale nel rispettare questa necessità innovativa prestando massima considerazione per la tradizione; per il resto, ho semplicemente cercato di calarmi nel personaggio con il gusto di spettatore, cercando di trasferirne sentimenti e caratteri della commedia, magari rinunciando a qualche atteggiamento di farsa; in sostanza, ho trovato interessante andare nella direzione della disperazione patologica del personaggio che, certo, fa anche ridere, ma che solo alla fine – posto davanti davanti a una scelta importante – si ravvede».

Teatro, tv e cinema. Quale di questi aspetti ti appassiona maggiormente?

«Non faccio calcoli, ritengo sia sempre importante lo spessore di un progetto, in qualsiasi direzione esso vada; proprio come accaduto per onorare la memoria del grande Peppino. Sarebbe un peccato dimenticarsene. Il mio impegno è proprio questo: far conoscere alle nuove generazioni l’esistenza di questo tipo di teatro e quanto valga la pena di andare a vederlo, a riprenderlo, studiarlo, divulgarlo».

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