«Sono Mike, nero…»

Vittima di cori gravemente offensivi, il campione reagisce con classe

«…e orgoglioso», scrive sui social il portiere del Milan preso di mira da “alcuni tifosi della Juventus”, puntualizza nel suo sfogo. Il resto dello stadio ha sommerso di fischi quei quattro imbecilli. «Finché potrò usare la voce per cambiare le cose, lo farò», promette. Non vuole impartire lezioni sul razzismo, ma assume una posizione netta, decisa che fa riflettere chi governa il calcio. «Uniti in una battaglia contro un problema sociale più grande del calcio stesso»Conosciamolo meglio attraverso un profilo della società rossonera.

 

Vittima di insulti razzisti all’Allianz Stadium durante Juventus-Milan, Mike Maignan, ventiseienne portiere della squadra rossonera, ha voluto pronunciarsi con un post pubblicato sul suo profilo Instagram.

«Domenica sera all’Allianz Stadium alcuni tifosi bianconeri mi hanno preso di mira con insulti e grida razziali. Cosa volete che dica? Che il razzismo è sbagliato e che quei tifosi sono stupidi?».

Una lettera aperta, una lezione a quanti usano le parole come se fossero sciabolate, seminando i social di odio. Mike, nato a Cayenne, nella Guyana francese, invece, conta fino a tre ed esterna come fosse un fratello di quanti si sono lasciati andare in quei cori irripetibili e stupidi. Roba da branco, perché gran parte dei tifosi bianconeri non solo si è dissociata da quelle urla, ma ha preso a fischi quella sparuta minoranza. Tanto che lo stesso Magic Mike nel suo pensiero scrive solo di “alcuni tifosi”, facendo salva la maggior parte dei presenti nello stadio torinese.

Maignan, riprende. «Non si tratta di questo – razzismo sbagliato e tifosi stupidi – non sono né il primo né l’ultimo giocatore a cui questo succederà; finché questi eventi vengono trattati come “incidenti isolati” e non viene intrapresa alcuna azione globale, la storia è destinata a ripetersi ancora e ancora e ancora…».

 

GRANDE LEZIONE…

Giocatore di grande tecnica, educazione e lealtà sportiva, però, si concede un’entrata dialettica a gamba tesa e pone delle domande, cominciando con il porle a se stesso per primo. «Cosa facciamo per combattere il razzismo negli stadi? Crediamo veramente che ciò che facciamo sia efficace? Faccio parte di un club impegnato come leader nella lotta contro ogni discriminazione. Ma bisogna essere di più e uniti in questa battaglia contro un problema sociale che è più grande del calcio stesso. Nelle stanze che governano il calcio, le persone che decidono sanno cosa si prova a sentire insulti e urla che ci relegano al rango di animali? Sanno cosa fa alle nostre famiglie, per i nostri cari che lo vedono e che non capiscono che possa ancora succedere nel 2021? Non sono una “vittima” del razzismo. Sono Mike, in piedi, nero e orgoglioso. Finché potremo usare la nostra voce per cambiare le cose, lo faremo».

Conosciamolo meglio attraverso un profilo dei profili rossoneri, milanpress.it. La sua carriera – come del resto la sua vita – non è stata sempre facile. Nel 2018 era finito fuori rosa al Lille, ma da lì è ripartito e nel 2019 è stato eletto miglior portiere di Ligue 1. E adesso in nazionale ha scalzato anche Areola diventando il candidato principale a diventare titolare. Da giovane, però, Maignan faceva prima l’attaccante e poi il centrocampista, mentre da bambino, lui – tifoso del Liverpool – sarebbe potuto diventare un delinquente alla Scarface: del resto è cresciuto in uno dei Paesi più malfamati della periferia di Parigi, dove nel 2007 scoppiò una rivolta dopo la morte di un paio di ragazzini inseguiti dalla polizia.

 

…E TANTO DI CAPPELLO

Poi è cresciuto e oggi si autodefinisce «organizzato, esigente, perfezionista e molto rancoroso». Ha uno strano hobby: “Metto in ordine il mio garage, almeno due ore a settimana, così posso trovare tutto anche a occhi chiusi». Un duro dal cuore tenero. «Vincere quattro Champions non ha valore, il vero trofeo è far felice la mia famiglia e rendere fiera mia mamma». Prima di fare il titolare a Lilla, Maignan si è fatto le ossa al Psg: il suo futuro compagno di squadra al Milan Zlatan Ibrahimovic lo prendeva a “sassate” in allenamento e lo insultava se non parava: “Zlatan mi piace, è un tipo vero che ti dice le cose in faccia, ma mi è capitato di rispondergli a tono, anche se all’epoca ero un ragazzino; ricordo un allenamento, avevo diciassette anni, primo anno da professionista: Ibrahimovic calciava pallonate a quattrocento orari, nemmeno dovesse segnare a Buffon o a Julio Cesar. Non riuscivo a parare e allora mi dice: “Sei un portiere di m…”, mi diceva. Quando subito dopo gli parai un tiro, gli risposi a tono: “E tu sei un attaccante di m…”. Sul momento mi ha ignorato, ma poi in spogliatoio mi ha detto che mi apprezzava e ho capito che mi piaceva non solo come giocatore ma anche come persona”.

Altre scintille Maignan le ha avute con lo iuventino Rabiot. “Con Adrien ci siamo quasi menati, la seconda volta che ci siamo visti. Colpa di una battuta che lui ha preso come mancanza di rispetto. È un tipo tranquillo, ma ha un carattere molto forte. Da allora andiamo d’accordo…”. Del resto, se Maignan non avesse avuto una personalità così forte, diciamo pure a soli ventisei anni, non avrebbe scosso il calcio con quelle parole pesanti come macigni proprio perché leggere. Chapeau, Mike magic. Tanto di cappello, magico Mike.

«Fraintesa, mi scuso…»

Barbara Palombelli, giornalista, accusata di “victim blaming”

Durante una puntata di Forum  avrebbe compiuto una sorta di “colpevolizzazione delle vittime di femminicidio”. «Non mi sono spiegata bene, quella ricostruita nell’aula televisiva era una causa sulla “rabbia al femminile”», ha dichiarato la conduttrice. «Ho fatto le mie scuse al pubblico e all’azienda». Nonostante il ravvedimento, sui social le si sono scatenati contro con insulti pesanti. Dichiarazioni riportate da Rtl e Corriere della Sera

 

Talvolta «le donne, vittime di femminicidio, avrebbero un “comportamento esasperante”». Presa così dal bel mezzo di un ragionamento, pare una cosa forte. Di più, che non si può sentire. Ma i processi tout-court non fanno per noi, non si può essere giudici e accusatori allo stesso tempo e non assicurare all’accusato di discolparsi, o meglio, spiegarsi?

Vero che una delle prime regole, non scritte s’intende, del giornalismo è quella di annusare una notizia prima dei colleghi, della concorrenza e fiondarcisi sopra. Tanto che molte delle polemiche finite sul web sono generate a metà fra i social e gli organi di informazione, siti web compresi. Ma la storia di Barbara Palombelli, giornalista messa in un angolo da Mediaset a fare da moderatrice a dibattiti allegri, che tanto sanno di riunione condominiale piuttosto che di causa, è forse esagerata.

La giornalista-conduttrice, come riportato a più riprese dal Corriere della Sera, come se non bastasse, una, due volte, si è scusata ancora per le dichiarazioni rese giovedì scorso a Forum, spiegando che cosa intendeva dire quando aveva parlato di possibile «comportamento esasperante» delle donne vittime di femminicidio.

 

«NON MI SONO SPIEGATA BENE…»

«Non mi sono spiegata bene – ha dichiarato la Palombelli – anche se chi ha visto tutta la causa ha compreso perfettamente in quanto quella ricostruita nell’aula televisiva era una causa sulla “rabbia al femminile”, con tanto di psicologa in studio e quanto potesse fare da contorno a questo tema; non mi sono spiegata bene e quindi mi sono scusata con il pubblico e con l’azienda: se uno sbaglia a parlare, sbaglia, l’importante è avvedersi e comprendere di aver commesso un errore: non ho autori, non ho auricolari, quindi ho sbagliato io e mi sono scusata», ha dichiarato in una intervista rilasciata a Enrico Galletti e Giusi Legrenzi su Rtl 102.5.

Barbara Palombelli ha inoltre aggiunto di aver avuto anche «una valanga di solidarietà» da parte di tante persone che hanno colto per il verso giusto – quello sul quale si era pronunciata – su quanto intendesse dire, ma che risuonava proprio come pericoloso victim blaming(colpevolizzazione della vittima). «L’importante – ha ripreso la giornalista – è capire cosa accade prima del femminicido, con quali meccanismi i violenti da entrambe le parti si possano bloccare ed arginare prima di questo terribile esito fatale».

«Dobbiamo domandarci – ha proseguito la Palombelli – cosa succede in un rapporto se il tuo amore diventa il tuo aggressore o addirittura il tuo assassino: mi sono spiegata male, mi sono scusata ma la domanda di fondo è: “Quali comportamenti possiamo bloccare prima che la rabbia diventi violenza?”. È questo il tema che mi interessa: colpa mia se non mi sono spiegata bene, diverso è quello che poi si è scatenato».

 

«OFFESA PESANTEMENTE SUI SOCIAL»

«Credo che il deterrente della pena – ha poi aggiunto riguardo i potenziali assassini – non sia sufficiente perché come avete visto moltissime di queste persone si tolgono la vita; possiamo lavorare sulla pena, ma il tema vero è su che tipo di rapporto si stabilisce tra la vittima e il carnefice. Secondo me non si può dire “non ne parliamo” per rispetto alle vittime, anzi il dibattito va aperto proprio per rispetto alle vittime».

Della bufera web che si è scatenata dopo le sue parole, la giornalista-conduttrice di Forum si è detta molto preoccupata, facendo il paragone con Loretta Goggi che dopo alcuni commenti particolarmente cattivi ha deciso di abbandonare i social.

«E’ una cosa che mi preoccupa: io posso difendermi grazie alla mia storia, credo inoltre di avere una corazza molto robusta, ma tante persone possono rimanere schiacciate: pensate alle ragazzine: il tema del bullismo online è un altro argomento importante che affrontiamo spesso anche a Forum».

Barbara Palombelli, vittima a sua volta di diffamazione e pronta ad andare in tribunale, ha concluso così il suo intervento su Rtl: «Credo ci sia da imparare da tutto; bisogna stare attenti ad usare le parole e questa è stata una mia mancanza. Però bisogna anche imparare a capire cosa sta accadendo in questo Paese dove, da un lato si pensa che sia diventato il Paese più permissivo del mondo dove tutti possono fare tutto, dall’altro senza chiedere, senza chiarire si montano queste ondate di odio e di indignazione, di insulti: è accaduto ad altri prima di me e capiterà ad altri ancora, ma da giornalista voglio interrogarmi anche sui limiti di questo sistema: la violenza che è stata esercitata, l’istigazione all’odio contro di me, racconta anche quello qualcosa su questo Paese, c’è sempre da imparare». Intanto pare sia avanzata la richiesta di un inasprimento delle pene per quanti si rendono protagonisti di episodi di femminicidio. Ma occorre fare in fretta. Come detto dalla Palombelli, si corre il rischio che questo reato fra i più efferati non venga punito nella giusta misura, compiendo una seconda ingiustizia nei confronti delle numerose e sfortunate vittime di assassini convinti di farla franca o di passarla liscia con misure restrittive blande.

«Un set a cielo aperto»

Taranto ospita Cinemadamare

Per una settimana ospiti registi e attori da tutto il mondo. Riprenderanno e interpreteranno gli angoli di una città che sta recuperando posizioni. Più di quaranta giovani artisti realizzeranno le loro opere durante una settimana. Dal 16 al 18 settembre, proiezioni di film da sala cinematografica. Domenica saranno proposti tutti i film realizzati.

 

“Taranto, set a cielo aperto”. E’ una città che sta cambiando, si mette al centro di un’Italia che nel post-covid dà segni di ripresa. Non solo Città dei Festival, secondo quanto sentiamo e leggiamo da più parti, ma anche set ideale per ospitare riprese, mettere alla prova nuovi talenti del cinema italiano e internazionale. Registi e attori daStati Uniti d’America, Canada, Brasile, Argentina, Grecia, Germania e tanti altri Paesi, fino al 19 settembre gireranno shortfilm a Taranto.

No red carpet, no special guest, no photowall, ma solo filmmaker italiani e stranieri che fanno film. Perdoniamo perfino l’eccesso di paroloni inglesi, che ormai fanno parte del linguaggio comune, quello giovanile. Del resto Taranto, nell’ospitare questa iniziativa, è come se si affacciasse al mondo. Dunque, e vada per short, red carpet, special guest, photowall, filmmaker. Con queste “credenziali” la Carovana di Cinemadamare, dopo aver fatto già tappa a Roma, a Milano, in Umbria, Lazio, Basilicata, Toscana, Sardegna, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, arriva a Taranto, per la 19esima edizione con il patrocinio morale del Comune di Taranto, il sostegno della “Errepi Net Srl” e grazie all’accoglienza di monsignor Emanuele Ferro, che ha messo disposizione di questa enorme macchina gli spazi dell’oratorio San Giuseppe in Città Vecchia. È lì, infatti, che registi, attori, tecnici e organizzatori risiederanno e lavoreranno in questi giorni.

 

COMUNE, PATROCINIO MORALE 

«Siamo felici di ospitare a Taranto Cinemadamare – ha dichiarato il vicesindaco, assessore alla Cultura e Sport Fabiano Marti – diamo il benvenuto a questi giovani artisti e li ringraziamo, perché siamo certi che sapranno guardare alla nostra splendida città con occhi profondi, cogliendone la bellezza che spesso sfugge anche a chi ci vive».

«Abbiamo imparato che il cinema è un potente veicolo promozionale – ha aggiunto l’assessore allo Sviluppo Economico e Turismo Fabrizio Manzulli – per questo favoriamo ogni iniziativa che sappia raccontare peculiarità, potenzialità di Taranto e sappia mettere in risalto il lato più affascinante della nostra città».

Taranto, dunque, come grande conquista della kermesse nata nel 2003. La “Città dei Due Mari” si trasforma in un immenso “set a cielo aperto” con decine di troupe cosmopolite: fiction, documentari, video clip e interviste, con protagonista la gente del posto e con la collaborazione dei filmmaker pugliesi, promuovendo le risorse artistiche e l’immenso patrimonio culturale di uno dei luoghi più suggestivi di tutto il Mediterraneo. «Sarà molto interessante – il commento del direttore della manifestazione Cinemadamare, Franco Rina – vedere come, a sua volta, l’importanza storica e culturale di Taranto verrà interpretata dai giovani cineasti, soprattutto stranieri, che compongono la nostra carovana di creativi e in che modo il tutto sarà trasformato in storie». Gli oltre 40 giovani artisti che seguono la kermesse realizzeranno le loro opere durante l’intera settimana di permanenza a Taranto.

 

PROIEZIONI GRATUITE

Previste, inoltre, proiezioni gratuite per tutti, dalle 21.00, in vico De Valeris. Dal 16 settembre al 18 settembre, film da sala cinematografica; domenica 19, invece, saranno proposti tutti i film girati a Taranto dai filmmaker di Cinemadamare, con premiazione dei più belli. Cinemadamare è organizzato in partnership con quarantasette scuole e università di cinema di tutti i continenti, dal Santa Monica College di Los Angeles alla South African School Of Motion Picture Medium di Città del Capo, alla Moscow School Of New York Media di Mosca alla Mit Insistute Of Disign di New Deli, e da tante altre. Da diciannove anni anni, dunque, gli studenti di tutte queste scuole si danno appuntamento in Italia, per continuare la loro formazione “sul campo”, e per dar vita al più grande campus itinerante per la formazione e per la produzione cinematografica. Come anticipato, partner locale dell’evento è la “Errepi Net Srl”, rappresentata da Paolo Sabatino e Rossana Turi, rispettivamente amministratore e founderdella società tarantina.

Chiude la ex Cementir

Italcementi avvia la pratica per la chiusura delle attività

Tramonta un altro pezzo di storia dell’industria a Taranto. Era arrivata nella Città dei Due Mari negli Anni Sessanta, con l’ex Italsider e la Belleli. L’ultimo anno dicigs straordinaria. L’azienda: nessuna alternativa allo stop. Il sindacato: ricollocazione nelle bonifiche. La disamina del Sole 24 Ore.

 

Tramonta un altro pezzo di storia industriale di Taranto: chiude la ex Cementir. La notizia di una chiusura annunciata la riporta il Sole 24 Ore. Oggi Cemitaly, facente parte del Gruppo Italcementi, la Cementir arrivò nella Città dei Due Mari negli Anni Sessanta insieme all’ex Italsider (oggi ArcelorMittal) e alla Belleli, l’industria delle piattaforme petrolifere off shore dismessa vent’anni fa. Al Ministero del Lavoro Italcementi ha confermato che lo stabilimento chiude e che seguirà l’avvio della procedura di licenziamento collettivo che il gruppo aveva aperto per le 51 unità di Taranto nel luglio scorso. L’ex Cementir era già completamente ferma già da tre anni e il personale, inizialmente più di 100 unità, cinque anni fa era sceso a circa 70 per arrivare infine agli attuali 51 dipendenti.

Al ministero del Lavoro sindacati degli edili e azienda, prosegue il quotidiano di Confindustria, hanno concordato un anno di cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività che decorre dal 16 settembre. Sono già in cassa i dipendenti Cemitaly. I sindacati spiegano che la cigs per cessata attività serve ad attenuare gli effetti della chiusura. Previsto, inoltre, un esodo incentivato per chi nel frattempo volesse risolvere definitivamente il rapporto di lavoro e la possibilità che, a fronte di posizioni di lavoro aperte da Italcementi in altri stabilimenti in Italia, gli addetti di Taranto, se lo vorranno, potranno candidarsi. Una candidatura che possono manifestare anche nei 24 mesi successivi alla conclusione del nuovo anno di cassa integrazione.

 

LE PARTECIPAZIONI STATALI…

Cementir era arrivata a Taranto con Partecipazioni Statali e la strategia dell’intervento pubblico. Per tanti anni, aveva prodotto una specifica tipologia di cemento usando la loppa, materiale dell’industria siderurgica. L’ex Cementir è, infatti, situata accanto all’acciaieria. In seguito a un sequestro di anni fa che riguardò proprio il parco loppa dell’ex Ilva, le venne preclusa questa possibilità.

Cemitaly, arrivata nel 2018, aveva evidenziato che già cinque anni prima lo stabilimento di Taranto era in una condizione di prolungato fermo produttivo. Spenti i tre forni per la produzione, il sito era diventato solo un centro di macinazione. Questo per tre ragioni: grave crisi di mercato e di prodotto, difficoltà di reperimento di loppa d’altoforno dal vicino stabilimento ArcelorMittal e impossibilità nel reperire altrimenti la materia prima a costi sostenibili. Già nell’ottobre 2018, Cemitaly aveva annunciato il licenziamento dei dipendenti, allora sessantasette. Licenziamenti poi bloccati e convertiti con la cassa integrazione straordinaria.

Perché non c’è nessuna alternativa allo stop, lo spiega il Sole 24 Ore. Nel periodo di cigs, scrive il quotidiano, prorogata inizialmente sino a dicembre 2020 e poi tramutata in cig Covid che termina il prossimo 15 settembre, Cemitaly ha valutato la possibilità di una ripresa, ma per l’azienda non sono state riscontrate le condizioni. Cemitaly ha sostenuto che non sono possibili soluzioni alternative ai licenziamenti e non risulta percorribile la possibilità di conversione del sito ad altre produzioni di cemento in ragione sia dell’articolazione più generale del gruppo, che della situazione in cui attualmente versa il mercato del cemento.

 

POI IL GRUPPO CALTAGIRONE

Oltre a dismettere lo stabilimento, Cemitaly restituirà all’Autorità portuale anche la calata 4 ripristinata. Dopo essere stata nelle Partecipazioni Statali, l’ex Cementir era passata al gruppo Caltagirone che, anni fa, aveva anche annunciato un piano di rilancio con investimenti per il sito. Le vicende dell’Ilva, a partire dal sequestro dell’area a caldo del luglio 2012, unite all’involuzione del mercato, portarono però Caltagirone a fare un passo indietro e a fermare il piano annunciato.

Ma a margine della chiusura si registrano gli interventi di sigle sindacali. «Ora Italcementi – dichiara Francesco Bardinella della Fillea Cgil – chiederà la sospensione dell’Autorizzazione integrata ambientale al ministero della Transizione ecologica. Per un obbligo di legge, dovrà fare gli interventi necessari per mettere in sicurezza il complesso industriale. Se ci fosse una nuova attività, è chiaro che questa dovrà anzitutto assorbire i disoccupati. L’età media degli addetti è intorno ai cinquanta anni. Non si può traguardare per loro la pensione nel breve termine. Se invece l’attività in quel sito non riprenderà più, avremo purtroppo una fabbrica deserta, abbandonata, e che andrà verso il degrado».

«Facciamo in modo che il personale ex Cementir – dichiara Silvio Gullì della Filca Cisl – sia riconvertito nelle bonifiche a partire da quelle dello stabilimento. Considerata l’assenza di imprese specializzate in questo territorio nonostante il gran numero di bonifiche di cui Taranto ha bisogno, ritengo sia di fondamentale importanza fornire a Taranto un bacino di lavoratori formati e specializzati proprio nelle bonifiche».

Italiani, che figura!

«La Gioconda è di Michelangelo, I Promessi sposi di Boccaccio»

Scivoloni a non finire in un sondaggio riportato da “Liberiamo”. I nostri connazionali leggono poco. E quel che è peggio, studiano meno. Mentre i ragazzi arrivati dall’Africa provano subito ad imparare la lingua, gli usi e la storia dei Paesi che li ospitano.

 

«Per andare in Città vecchia, prendi corso Umberto, una volta arrivato al Ponte girevole, lo superi e ti trovi proprio lì…». Uno dei nostri ragazzi, Ayo, nigeriano, interpellato da un signore con zainetto, forse per testare la sua conoscenza dell’italiano o della città. E lui, senza scomporsi, fornisce le indicazioni, come se fosse a Taranto da più di qualche anno. Fornisce le indicazioni in un italiano quasi perfetto, se non fosse per quell’accento tipico di chi comunque si sta applicando. Ma a noi sta bene così, Ayo, un sorriso da fare invidia anche ad un testimonial del più noto dentifricio sbiancante, con quel turista ha fatto un figurone.

Breve premessa per introdurre un argomento che ci sta a cuore. Mentre i ragazzi che vengono dall’Africa, fuggono da persecuzioni politiche, religiose e, perché no, dalla fame, studiano, i nostri connazionali al cospetto anche di chi sta da poco nel nostro Paese, non fanno una buona figura in fatto di conoscenza. Nessuna reprimenda, sia chiaro, ma una delle ultime inchieste sulla conoscenza o, meglio ancora, sulla cultura degli italiani fatta da “Liberiamo”, espone tutti noi a una pessima figura. Infatti, vanno incontro a gravi topiche quando qualcuno chiede loro chi abbia dipinto La Gioconda o scritto La Divina commedia, piuttosto che I Promessi sposi. Può, invece, starci che qualcuno giudichi il Commissario Montalbano una serie televisiva, piuttosto che un personaggio scaturito dalla penna di Andrea Camilleri.

Dunque, si diceva di “Libreriamo”. In occasione del suo quinto anniversario, questo social media ha condotto un’indagine realizzata tramite la metodologia ”WOA’’ (Web Online Analysis). Lo ha compiuto attraverso un monitoraggio online su diverse testate e piattaforme digitali dedicate al mondo della cultura. Non solo, il social media ha anche istituito un insieme di esperti per comprendere il livello di preparazione degli italiani su temi di cultura generale.  I risultati riportati al termine della ricerca sono a dir poco imbarazzanti. Secondo il sondaggio, un italiano su due (52%) è incompetente su ciò che riguarda la cultura. Sempre secondo gli esperti chiamati in causa, il motivo di tale ignoranza, è dovuto alla mancata predisposizione degli italiani alla lettura.

 

ECCOCI AL “DUNQUE”

Dunque, secondo quanto dichiarato da “Libreriamo”, il 16% degli italiani sono certi che “L’Urlo’’ sia il titolo di un film interpretato da Dario Argento, anziché il dipinto dell’artista norvegese Edvard Munch. Detto che non è una delle domande più semplici poste al campione di italiani (che di “campione” mostrano ben poca cosa…), gli scivoloni sulla cultura generale hanno avuto solo inizio. Continuando a “testare” il grado di cultura dei nostri connazionali con domande legate alla storia dell’arte, ci imbattiamo nel primo dei ciclopici strafalcioni: la ”Gioconda’’, dipinto di Leonardo da Vinci conservato nel Louvre di Parigi, «sarebbe opera di Michelangelo per un 32%», mentre per un 13% «di Raffaello Sanzio» e per un 5% «di Donatello». Restando sempre su da Vinci, in particolare sull’“Ultima Cena’’, il 27% degli italiani crede che sia «merito di Michelangelo» o addirittura, l’1%, «di Gesù».

Se ci sono state figure non proprio da incorniciare, figurarsi di fronte ad un altro quesito, sicuramente più impegnativo. Passando, infatti, a porre domande su i ‘’Girasoli’’ o la ‘’Notte Stellata’’ di Vincent Van Gogh, pittore olandese che ha caratterizzato il secondo ‘800, un 13% sostiene che «il primo dipinto sia stato realizzato da Michelangelo», mentre il 9% attribuisce «il merito della seconda opera a Tiziano».

Anche prestando attenzione alle opere scultoree, la situazione resta più o meno invariata. Quando, infatti, si chiede cosa sia ‘”Il Cristo Velato”’, opera dello scultore Giuseppe Sanmartino, il 36% risponde che si tratta di un quadro, il 28% di un film e un 15% persino che sia un crocifisso. La meravigliosa e romantica scultura di Antonio Canova intitolata “Amore e Psiche’’, per il 25% degli italiani è invece un libro di psicologia.

 

«VIVA GLI SPOSI!»

E “I Promessi sposi”, chi lo ha scritto: Manzoni o Boccaccio? Il 38% della popolazione italiana è convinta che questa opera con protagonisti Renzo e Lucia, sia opera di Giovanni Boccaccio piuttosto che di Alessandro Manzoni. Mentre per quanto riguarda l’“Amleto”’, tragedia scritta da Shakespeare, il 21% pensa sia «merito di Dante Alighieri» ed il 17% «di Giacomo Leopardi». Stessa confusione anche per “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello: un 15% crede sia «un’opera di Eugenio Montale». Anche per la letteratura contemporanea fioccano errori: per il 75% degli italiani “Il Commissario Montalbano” è una serie televisiva invece di un personaggio che ha dato vita ad una collana di libri scritta da Andrea Camilleri.

 

E…DULCIS IN FINDUS

E per finire, come direbbe un italiano disattento scivolando su una citazione latina, “dulcis in findus”. Insomma, tanto per gradire il “dolce finale”, ecco “A Silvia” di Leopardi o “Soldati” di Ungaretti. Secondo i dati rivelati, il 72% degli italiani non conosce la prima e un 17% crede che la seconda sia «opera di Pascoli», contro un 15% che pur di non tacere, propende per «Umberto Eco».

Prendiamo un pugno di monete, osserviamo le figure raffigurate su ciascuna di esse. Le monetine da uno e due centesimi rappresentano, rispettivamente: Castel del Monte, ma per il 65% degli italiani è semplicemente «un castello medievale», mentre la Mole Antonelliana definita però dal 18% della popolazione come «un “razzo’’». La moneta da 20 centesimi, per un 34% riporterebbe «un guerriero» mentre per un 27% «un gladiatore», piuttosto che l’opera di Umberto Boccioni intitolata “Forme uniche nella continuità dello spazio’’. Qui, non neghiamo che qualche dubbio lo avremmo avuto anche noi, se non altro perché le monete vengono maneggiate senza troppa cura. Per quanto riguarda i cinquanta centesimi, il 37% degli italiani sostiene sia «un cavaliere» invece di Marco Aurelio, e per le monete da due euro il 21% pensa che vi sia «il volto di Giulio Cesare» invece di quello del Sommo Poeta, Dante.

Per concludere, un buon ripasso anche in quest’ultimo scorcio d’estate farebbe bene. Se non altro per misurare con noi stessi, prima che con gli altri la nostra formazione culturale. Poi, se proprio nessuno di questi argomenti vi sfiora, sappiate che «Per andare in Città vecchia – come indicherebbe un ben informato Ayo – basta prendere corso Umberto, una volta arrivato al Ponte girevole, lo superi e ti trovi proprio lì…». A proposito, ci sono due Colonne doriche. E non sono un monumento dedicato all’esploratrice Dora. Lì entriamo nel campo di una letteratura dedicata ai più piccoli, mentre sono l’unica testimonianza dell’esistenza del tempio dorico dedicato a Poseidone.

Caccia al tesoro

Afghanistan, nel sottosuolo rame, ferro, terre rare

Prima l’Urss fino a fine Anni Ottanta, poi gli Stati Uniti, hanno scoperto inattese risorse nel sottosuolo. L’occupazione del territorio riporta alla luce interessi strategici. USA e Cina si parlano, trovano punti di contatto. Auspicabile un accordo fra le due potenze, per risolvere la crisi del paese occupato dai talebani.

 

Non ci sono buone notizie dall’Afghanistan. Qualcuno dichiara qualcosa, lascia sperare, e all’indomani per non sconfessare i sondaggi, fa marcia indietro. E, intanto, i talebani, che non vanno tanto per il sottile e più di altri sanno leggere fra le parole (di sicuro non incoraggianti per il popolo afghano), non ultime quelle dei leader del G7, lanciano un ultimatum: se le truppe straniere non abbandoneranno l’Afghanistan, allora l’Esercito islamico scaglierà un’offensiva contro chiunque si opporrà al “nuovo governo”.

Guerra di religione a parte, quanto è importante strategicamente l’Afghanistan, da oltre 30 anni al centro di un grande interesse non solo per motivi geografici, tanto da essere considerato crocevia fra Asia e Europa. Senza considerare l’elevata presenza di minerali nel sottosuolo.  Ecco, i minerali presenti nel sottosuolo. I primi ad intuire quale fosse il potenziale nascosto nel sottosuolo afghano, furono i sovietici che invasero il territorio  per poi abbandonarlo all’alba del ‘90.

In un servizio prodotto dalla Rai, si apprende che a quei tempi la Cia si impossessò dei documenti fino a quel momento nelle mani degli esperti dell’URSS all’indomani della messa in fuga dei talebani con l’intervento dell’esercito americano nel 2001. Fu in quell’occasione che la questione relativa alla presenza di minerali del sottosuolo afghano venne nuovamente a galla.

 

QUEL SOTTOSUOLO…

Lo studio per comprendere quanto potenziale nascosto si trovasse nelle viscere del Paese venne affidato nel 2006 agli analisti dello U.S. Geological survey, in quel momento impegnati in Iraq nelle rilevazioni petrolifere. Dopo una serie di ricognizioni, gli esperti stabilirono come in quello che sembrava un territorio inospitale e arido giacessero qualcosa come sessanta milioni di tonnellate di rame, oltre due milioni di tonnellate di minerale di ferro, circa un milione e mezzo di tonnellate di terre rare, oltre a oro, argento, zinco, litio e mercurio.

Lo studio prodotto dai geologi americani tuttavia non ebbe un seguito. Il minerale è rimasto nel sottosuolo, in attesa di un nuovo studio. La presa della Cina su materiali considerati strategici per la transizione ecologica potrebbe farsi quindi ancora più stretta.  Fatto acclarato, infatti, che Stati Uniti ed Europa dipendano rispettivamente per l’80% e il 98% dalla Cina per la fornitura di terre rare, materiali in assenza dei quali non sarebbe possibile produrre batterie al litio, pale eoliche e pannelli solari.

Più complesse, però, le problematiche. Intanto è necessario evidenziare come il problema delle terre rare nasca non tanto dalla loro carenza ma dal processo altamente inquinante che ha spinto negli ultimi anni l’Occidente a compiere il processo in Cina. Il paradosso della rivoluzione “verde”, infatti, è che l’opinione pubblica, pur essendo fermamente favorevole alla transizione green non vede di buon occhio le miniere e le fonderie necessarie per attuarla.

 

…CHE FA TANTO GOLA

Ma ora che il consumo di energia elettrica da fonti rinnovabili è destinato ad aumentare in maniera cospicua, il focus dei policymaker, anche europei, è tornato a puntare sullo sviluppo dell’estrazione e raffinazione di metalli, come ha dimostrato la pubblicazione del “critical raw materials resilience: charting a path towards greater security and sustainability” nel settembre 2020.  Anche se la Cina domina oggi la filiera dell’elettrico, non arriverà allo stesso grado di influenza geopolitica ottenuta dall’Arabia Saudita e da altri Paesi del Medio Oriente con il petrolio. Limitare le spedizioni di batterie potrebbe portare a prezzi più elevati e ritardi per le nuove auto elettriche, ma non avrebbe alcun impatto sulla capacità delle persone di spostarsi oggi con i propri veicoli come accadde nel corso dell’austerity degli Anni 70.  Secondo il Centro per gli studi strategici e nazionali, lo scollegamento dalla Cina è impossibile (improbabile e costoso).

A proposito delle relazioni commerciali tra America e Cina, fra i due Stati esiste una vulnerabilità reciproca che potrebbe spianare la strada a un potenziale accordo per proteggere determinati materiali considerati strategici. Se, infatti, da un lato gli USA dipendono dalla Cina per la fornitura di terre rare, nel comparto dei semiconduttori l’America è in possesso di metà mercato a livello mondiale. Ecco, perché sarebbe auspicabile un accordo fra le due potenze.

Terrore a Kabul

Capitale afghana invasa dai Talebani

La gente scappa, teme rappresaglie. Le donne, che avevano conquistato libertà e lavoro, si nascondono. Lanciano un appello: «venite a prenderci, altrimenti è la fine!». Intanto centinaia di uomini disperati corrono in aeroporto, assalgono gli aerei per fuggire in Qatar.

 

Per le strade di Kabul, in Afghanistan, c’è paura. Il nuovo regime prova a rassicurare il popolo che nei giorni scorsi ha subito l’invasione dei Talebani. E insieme a questi, la comunità internazionale circa l’intenzione di pacificare il Paese.
Non sono però in moltia credere all’annuncio dei Talebani circa una “amnistia generale” per tutti i funzionari delle vecchie autorità afghane, invitati a tornare a lavoro. «Un’amnistia generale per tutti», RIPORTA un comunicato, «pertanto dovrete riprendere le vostre abitudini di vita con piena fiducia».  Gli Stati Uniti, intanto, stanno rafforzando il cordone di sicurezza intorno all’aeroporto di Kabul riaperto per consentire il proseguimento dei rimpatri. Sono ancora migliaia le persone che cercano di lasciare la città di Kabul dove, secondo alcuni testimoni, i Talebani starebbero setacciando casa per casa in cerca di presunti oppositori, donne e simpatizzanti della politica occidentale. Notizia dell’ultima ora riferita dal Pentagono: entro la fine della giornata a Kabul ci saranno 4.000 soldati Usa.

 

DONNE DISPERATE: E’ FINITA!
Ma chi, più di altri, teme per la propria incolumità, sono le donne. In Afghanistan è il tempo della paura. «Siamo nascoste in cantina, siamo sole, vi prego: portateci via», urla una ragazza di ventiquattro anni che ha studiato per trovare finalmente un lavoro che la gratificasse. Da tre giorni, la poverina, se ne sta chiusa a casa con la sorella nella speranza che i Talebani non le trovino. La loro colpa: essere donne, aver studiato e lavorare.
Ma le immagini stampate nella mente dalla gente che in queste ore sta seguendo la vicenda afghana è quella della fuga da Kabul su voli di fortuna. La gente si stipa come sardine, sembra di guardare un film già visto. Una delle immagini diffuse dai militari americani riassume il dramma dell’esodo da Kabul: seicentoquaranta afghani ammassati all’interno di un aereo da trasporto, che ha come massima capienza un quarto dei passeggeri.

 

UN AEREO STRACOLMO 
La foto è stata scattata nel pieno della grande fuga dalla capitale appena conquistata dai Talebani. Nonostante il sovraffollamento «l’equipaggio ha deciso di partire comunque», ha riferito una fonte militare Usa a Defense One, e «circa 640 civili afghani sono sbarcati quando l’aereo è arrivato a destinazione». In precedenza, video dell’aereo superaffollato – il volo è stato denominato Reach 871 e aveva come destinazione la base dell’aviazione Usa Al Udeid in Qatar – erano già circolati sui social network. Defense One ha anche diffuso la trascrizione di una conversazione radio tra un ufficiale e un interlocutore sull’aereo. «Va bene, quante persone pensi ci siano sul tuo aereo? …Ottocento?». Segue imprecazione.
Dopo i due uomini precipitati nel vuoto dopo essersi aggrappati ad un aereo in decollo dall’aeroporto di Kabul, il Washington Post dà notizia di una nuova vittima della fuga disperata di molti civili afghani: il cadavere di un uomo è stato trovato nel vano-carrelli di un aereo da trasporto americano C-17.
Due fonti hanno detto al giornale che il corpo incastrato tra i carrelli ha temporaneamente reso inutilizzabile l’aereo. Si tratta dello stesso modello di velivolo sul quale sono saliti circa i seicentoquaranta civili afghani trasferiti in Qatar.

Green pass e furbetti

Carta verde, entra i vigore, ma c’è chi pensa ad aggirarla

L’ultimo piano escogitato dal Governo. Guerra al covid, ma c’è chi aggira l’ostacolo. Ristoratori vaccinati, ma restii a chiedEre i documenti alla clientela. Si troverà una via di mezzo, intanto gli studenti sono a favore della “carta verde”, over trenta meno collaborativi. E’ la solita Italia, fatta la legge…

 

Da un notiziario Rai a quello Mediaset, dal Corriere al Giornale, è un susseguirsi di servizi sul “green pass”, altra croce e delizia degli italiani, che evidentemente non si fanno mancare nulla. nemmeno quelle idee, furbe, che hanno reso popolare la fantasia e, diciamolo, anche il malcostume italiano in tutto il mondo. Parliamo di “carta verde”, per accedere nei pubblici esercizi, il documento di libera circolazione necessaria e rilasciata a quanti si sono sottposti al vaccino. Parliamo, meglio, scriviamo, dell’ultima soluzione adottata dal governo italiano, come in altri paesi europei. Fatta la legge, trovato l’inganno, l’arguzia che ribalta il risultato che Draghi e il suo governo stavano per portare a casa, non senza ostacoli da parte dell’opposizione.
Dunque, cominciamo dalla circolare in materia di “green pass”. Dopo giorni di consultazioni tra gli uffici legislativi di palazzo Chigi e i Ministeri competenti, una circolare del capo di gabinetto del Viminale, avrebbe chiarito (condizionale d’obbligo) le modalità per l’accesso in tutti i luoghi dove è obbligatoria la certificazione verde. Regole, però, che variano a seconda dei posti in cui si va.

 

E I GESTORI NICCHIANO…
Cominciamo allora, dai gestori dei locali pubblici. Dovranno solo verificare che i clienti abbiano il green pass, senza però chiedere il documento di identità. I controlli sull’autenticità della certificazione verde spettano infatti alle Forze dell’ordine. Il dubbio era nato perché sul decreto approvato dal governo non si fa cenno all’obbligo per ristoratori e titolari di altre attività di accertare le generalità del cliente, ma l’applicazione utilizzata per scansionare il green pass contiene un’indicazione diversa.
Sulla schermata che compare dopo aver inquadrato il Qr code del certificato è infatti riportato quanto segue: «Per completare la verifica è necessario confrontare i dati anagrafici sotto riportati con quelli di un valido documento di identità». Una postilla che aveva provocato la rivolta dei ristoratori, che dichiaravano attraverso gli organi di rappresentanza: «Non siamo poliziotti».
Tempestivamente Palazzo Chigi, su Instagram, ha chiarito che cosa bisogna fare per scoprire se la certificazione è falsa. «Per verificare se una Certificazione verde è autentica – hanno informato da Palazzo – bisogna utilizzare l’app gratuita VerificaC19 installata su un dispositivo mobile (non è necessario avere una connessione internet)». Viene specificato, inoltre,  che «l’app non memorizza le informazioni personali sul dispositivo del verificatore».

 

SCAMBIAMOCI IL GREEN PASS
Una volta entrato in vigore il “green pass”, cambiano le regole negli esercizi. Dallo scorso fine-settimana, il dibattuto tagliando verde è la vera novità. Come si diceva, spetta ai gestori delle attività accertarsi che i clienti siano in regola, scansionando il Qr code con l’applicazione Verifica C19. Procedura non complessa, anche se ci sono ancora dei nodi da sciogliere. «Non mi piace che passi l’idea – dice un gestore – che i ristoranti passino per luoghi a rischio: non è così, tutto il personale è vaccinato e si attiene alle regole, non tanto per convinzione quanto per mentalità».
«Lavoriamo con in tavoli all’esterno – prosegue il ristoratore – perché non tutti sono ancora muniti della carta verde». Secondo le prime stime, al momento un cliente su quattro non ha il lasciapassare. I gruppi, spesso, sono misti quando è così il personale è costretto a far accomodare la clientela all’esterno del locale. Non tutti infatti hanno preso nota delle novità. Ma come in tutte le cose, spesso qualcuno tende a chiudere un occhio, o anche due. «Io il Green pass ce l’ho – dice un ventenne – è questione di senso civico, dispiace però vedere che in molti locali ancora non lo chieda nessuno». «Noi – dicono invece altri ragazzi, studenti – ci siamo vaccinati insieme per fare la maturità senza pensieri e goderci le vacanze». Ma ovviamente il discorso non vale per tutti. Il risultato, però, si inverte quando entrano in ballo gli over trenta.
Sulla base di testimonianze, si registra un certo scetticismo. «Per ora non mi vaccino, vedo cosa accade a settembre», dice una ragazza. Ma poi ci sarebbe l’ingresso nei locali. «Per ora non è un problema, si può comunque stare fuori e poi non è detto che serva il “green pass” per entrare, c’è chi si fa furbo e i modi per aggirare le restrizioni ci sono…». Finché dura.

«Migranti vi chiedo perdono!»

Nuova Zelanda, le scuse della premier per le antiche repressioni

Ma i confini restano chiusi. Non sono previsti risarcimenti, né leggi più disponibili all’accoglienza. Intanto viene riletta la storia. Jacinda Ardern, rappresentante del governo, parla di «dolore, rimorso e rammarico» per le vessazioni di un tempo (metà Anni Settanta). Previsto un conteggio ufficiale dei raid (registri scritti e racconti orali). Scuse a nome del governo, promettendo borse di studio alle minoranze senza dimenticare un passato assente dai libri di scuola. Scelto come capo diplomazia Nanania Mahuta, donna Maori.

 

Si scusa la premier neozelandese, Jacinda Ardern, ma i confini restano chiusi. Almeno per il momento. Il perdono nei confronti degli emigranti, che pure sono serviti alla causa del Paese, come forza lavoro per tanti anni, per ora è a metà. Scuse accolte, ma ora il governo, oltre alla forma, dia un contenuto, sostanza a una posizione rimasta nel cassetto per cinquant’anni. Un «perdono» arrivato con tanti applausi. Intanto, il Paese consente ancora al settore agricolo di assumere persone dall’estero per il lavoro stagionale «a tempo». E il governo ammette solo di aver «identificato aree di miglioramento».
Chiamiamolo anche colpo di teatro quello della premier neozelandese, giunto davanti ai rappresentanti delle comunità del Pacifico. «Sono scuse formali e senza riserve», evidentemente per gli imbarazzanti “dawn raids”, cioè i “raid all’alba” nei famigerati Anni Settanta. I fatti citati dalla Ardern come profonda ferita, si riferiscono senza ombra di dubbio al trattamento degli immigrati in Nuova Zelanda provenienti dalle isole limitrofe. Quella gente aveva lavorato sodo per anni nello Stato, dove si erano insediati e avevano messo su famiglia. Ma col visto scaduto, non più considerati utili come forza lavoro e anzi accusati – solita storia – di sottrarre lavoro ai neozelandesi, furono presi di mira dalla polizia e rimpatriati anche a distanza di anni.

 

OTTIMO ATTACCO DEL GIORNALE
E’ un attacco che sentiamo di condividere, quello che fa Il Giornale, in un articolo apparso l’altro giorno sul popolare quotidiano. Massima riconoscenza alla Ardern, che per il suo popolo, ha passato in rassegna la Storia del Dopoguerra, mettendo all’indice i connotati razzisti di quei raid, qualcosa di davvero inaudito: gente svegliata e fatta accomodare al confine, a causa di visto scaduto – si diceva – e perché non era più utile al Paese, che evidentemente da quel momento poteva pure fare a meno degli emigranti.
Per non finire risucchiata nel dilagante universo della cancel culture, lei, laburista purosangue, per i suoi quarantuno anni, si è cosparsa il capo di cenere ponendo l’accento su eventi del secolo scorso che hanno visto le minoranze non bianche vittime di soprusi. In certi casi anche bestiali.
Progressista, Jacinda Ardern aveva già scelto come capo diplomazia Nanania Mahuta, donna Maori con tatuaggio tradizionale sul viso. Ha chiesto scusa a nome del governo, promettendo di finanziare l’istruzione delle comunità del Pacifico con borse di studio senza dimenticare un passato assente dai libri di scuola. Ma lo ha fatto perché tirata per la giacca da una petizione firmata da oltre settemila persone. E senza cambiare di una virgola le attuali leggi restrittive in materia di immigrazione.

 

NON FACCIAMO CERIMONIE
In una cerimonia tradizionale del perdono, Ardern ha condannato i rimpatri forzati registrati soprattutto tra il 1974 e il 1976 dopo i visti temporanei concessi per soddisfare la necessità di lavoratori nelle fabbriche e nei campi. A chi tra loro non appariva come neozelandese bianco fu poi chiesto un documento per provare che non stavano rimanendo illegalmente in Nuova Zelanda; controlli a tappeto per le strade, nelle scuole, nelle chiese. Migliaia furono rapiti e cacciati. E nonostante molti overstayer fossero anche britannici o americani, solo le persone del Pacifico vennero prese di mira. Tanto che la principessa di Tonga, Mele Siùilikutapu Kalaniuvalu Fotofili, ieri ha detto che l’impatto di quei «Raid» ha perseguitato la sua comunità per generazioni. «Siamo grati al suo governo per avere preso la giusta decisione di scusarsi», ha detto, spiegando che però la Ardern, alle parole, potrebbe far seguire i fatti rispondendo alle attuali necessità di immigrazione.
Contribuendo a rileggere la storia con lenti antirazziste a buon mercato, Ardern ha infatti parlato di «dolore, rimorso e rammarico» per quelle repressioni, annunciando un conteggio ufficiale dei raid a partire dai registri scritti e dai racconti orali. Le scuse «senza riserve» non si sono però tradotte in un risarcimento finanziario. Ma in uno spot buonista in favor di camera davanti a centinaia di persone in lacrime provenienti dalle terre dei Maori.

«Allenate anima e cuore!»

Roberto Vecchioni, lunedì scorso all’Orfeo di Taranto


«Il concerto cambia le tue canzoni, ogni sera ti prende in modo diverso. Ottimo il rapporto con “Luci a San Siro” e “Samarcanda”. Quando ho visto la scena di “Tre uomini e una gamba” ho riso come un matto. Invecchiando ti rendi conto che non è tutto far musica e canzoni. Sento vicini Guccini e Branduardi, quelli del “Tenco”. Insegnare ai giovani aiuta a tenersi vivi. Il Salento è casa mia…».

 

Due giorni nella sua Puglia. Lui milanese di nascita (Carate Brianza), origini napoletane, salentino di adozione. Dopo due anni di stop a causa della pandemia, è tornato fra il pubblico. Due concerti con l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal Maestro Pasquale Veleno, domenica in piazza a Fasano, lunedì al teatro Orfeo. Dunque, Roberto, il tuo rapporto con il “live” e un ritorno alle tue origini, il Salento che tu ami così tanto.

«Con il “live” ho un rapporto bellissimo, lo stesso con il Salento, la Puglia in generale. Castro, Leuca e Gallipoli le considero casa mia. E’ lì che vado al mare. E poi, le basiliche e le cattedrali, una meraviglia. Il rapporto “dal vivo” è molto più bello di quello col “morto”, che poi sarebbe lo studio, la realizzazione di un album. Il “live” ti dà modo di cambiare ogni sera, di dare altre inflessioni a una canzone, di emozionarti in modo diverso. E poi il “live”, quello con una orchestra così importante, è molto particolare…».

 

Quando si fa un album, le canzoni si pensa al come metterle in sequenza. Nel concerto come funziona?

«Prima si studiano le canzoni da riprodurre; a volte capita che alcune voglio ricantarle io; altre, stranamente, restano lì, non le canto per anni, ma poi mi piace recuperarle. Vengono fuori tre, quattro scalette, fino a quando alla fine non viene fuori quella giusta. Non è mai capitato, però, di avvertire la sensazione che il pubblico non trovasse di suo gradimento la scelta definitiva».

 

Il rapporto con il passato discografico com’è?

«Non è importante, ho scritto trecentoventi canzoni, prima o poi le ricanto tutte. C’è tempo…».

VECCHIONI 01 - 1Foto Aurelio Castellaneta

 

Con “Luci a San Siro” e “Samarcanda” come siamo messi?

«“Luci a San Siro” è sempre una cosa diversa, è un happening, un divertissement, ormai va e viene sulla mia voce, l’accompagnamento è libero al massimo. E’ diventata una song molto intensa. “Samarcanda”, il più delle volte, resta uguale…».

 

A proposito di “Luci a San Siro”, bel tributo Aldo Giovanni e Giacomo, in “Tre uomini e una gamba”.

«Sono miei amici da sempre. Ci conosciamo da prima che il successo li consacrasse attori di alto livello. Siamo interisti tutti e quattro, poi… Prima del Covid ci incontravamo spesso allo stadio. Presto torneremo ad abbracciarci. “Luci a San Siro” è il nostro inno. La mia reazione alla scena in cui Giovanni è in auto, sfila dal mangianastri “Anima mia”, per mettere “Luci a San Siro”? Mi aveva avvisato Giovanni, ma quando quello spezzone l’ho visto al cinema ho riso come un pazzo!».

 

Il rapporto con i colleghi?

«Invecchiando si ha sempre meno tempo di vederli. Ci si rende conto che nella vita non è tutto far musica e canzoni. Quando hai trenta, quarant’anni hai passione e voglia di lottare, poi con gli anni vengono fuori cose che contano molto di più: gli amici, la famiglia, la vita privata. Questo avviene nel teatro, nel cinema, nella canzone. Vedo poche persone a cui voglio bene: Guccini e Branduardi per esempio, loro mi stanno nel cuore, gli amici del “Tenco”, che rivedo più o meno ogni anno. Ma, di sicuro, ma con gli altri non c’è più quel rapporto che esisteva un tempo».

 

Il rapporto con Sanremo.

«La prima volta ci sono andato quando ero piccolo e incosciente, era un’altra cosa. Dovevo uscire dal mio bozzolo e fare qualcosa. Oggi la vedo come una cosa divertente, una kermesse di italianità perduta: va vista così, in quella forma».

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Foto Aurelio Castellaneta

 

Jannacci, dietro le quinte, in uno stesso Sanremo incrociando Gino Paoli, pronunciò la seguente frase: “Anche tu, qui, Gino, a fare ‘ste puttanate?”.

«Ah! Ah! Ah! – risata esagerata – però vedi, servono comunque, perché Sanremo è una rassegna popolarissima. Quelle “puttanate” in passato le hanno fatte anche Dalla, Vasco, Zucchero, Cocciante, Jovanotti; le ho fatte pure io, come Ron e Barbarossa, che il Festival lo abbiamo anche vinto. C’è stato un momento della nostra vita artistica in cui siamo “usciti” tutti con quelle “puttanate”…».

 

Un giorno dicesti “Se non vendi settantamila copie sei fuori mercato”, solo dieci vendono di più.

«Oggi anche quelle settantamila non si vendono più, saranno rimasti in cinque a venderne così tante. Il mercato, purtroppo, è calato dell’80%, il cd è superato, c’è Internet: si prende tutto da lì. Sono contento, però, di essere fra i pochi a resistere, io che di copie una volta ne vendevo anche trecentomila. Le cose sono cambiate parecchio. Non basta più fare un bell’album, ci vuole sempre un’idea straripante che faccia ascoltare a tutti un pezzo per vendere l’intero disco. A me non piace questo sistema, ho rispetto di quel pubblico che se trova un disco bello lo compra…».

 

Qual è il sistema per stare accanto ai giovani, tu che sei un “pensionato non pensionato” e “docente senza portafoglio”?

«E’ divertentissimo, mi permette di insegnare una materia sulla quale ho lavorato per anni: quanto contano le parole nelle canzoni, dall’antichità ad oggi, un tema che a Scienze della comunicazione ha interessato anche cinquecento, seicento studenti per volta, non pochi; questa cosa mi ha sempre dato straordinarie sferzate di vita. Stare con i giovani? Tutti sono giovani, anche i cinquantenni, i sessantenni sono giovani, basta volerlo; non è un problema di acciacchi: ma, attenzione, per mantenerti giovane devi tenere anima e cuore in costante allenamento».

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