«Terrone»? Vergogna!

Grave episodio di razzismo in una gara di calcio

Durante Atalanta-Fiorentina, dalla curva della squadra di casa un coro offensivo nei confronti di Rocco Commisso, presidente della squadra ospite. Non gli perdonano, evidentemente, le origini calabresi e l’aver fatto fortuna negli Stati Uniti. Il successo con una catena di tv via-cavo e l’orgoglio di sentirsi italiano. Duro comunicato della società viola: «Negli Stati Uniti, da italiani emigranti, abbiamo combattuto il razzismo e tenuto alto l’onore del nostro Paese: ora gli organi preposti prendano misure severe»

stadium-2791693_960_720Il razzismo su qualsiasi latitudine è inaccettabile. Quando poi è fra connazionali e per giunta declinato su un campo di calcio, l’episodio di intolleranza è ancora più esecrabile. E’ successo nella gara Atalanta-Fiorentina, gara vinta di stretta misura dai padroni di casa. Durante la gara dalla curva della Dea si è alzato un coro contro Rocco Commisso, calabrese, a dodici anni emigrato negli Stati Uniti dove ha fatto fortuna con una enorme catena di tv via-cavo, patron della squadra viola: «Commisso terùn». Commisso terrone. Cori stupidi contro il presidente della squadra ospite, etichettato come «terrone», qualcosa che nella testa dei bergamaschi una volta pronunciato deve dare un senso di liberazione. Bello, secondo loro, dare del «terùn» a un meridionale. Deve essere una grande soddisfazione, specie se si è in tanti e l’oggetto del pesante sfottò non può difendersi da un’accusa che, poi, dovrebbe inorgoglire chi è del Sud, specie chi ha fatto onore al nostro Paese, tutto.

Ma tant’è, si dice, ecco che la tifoseria bergamasca, una delle più passionali in Italia, esce fuori dal seminato. Quel tifo che ha spinto la squadra allenata da Gasperini ad un meritato primo posto, ad un certo punto sbarella. Molla la squadra che sta vincendo e dedica le sue attenzioni al presidente Commisso. Ci sarà anche del livore, magari anche contro un’altra delle tifoserie italiane “calde”, quella viola, ma crediamo non sia il momento storico per rovesciare all’interno di un perimetro di gioco una cattiveria gratuita che con il calcio e, in buona sostanza, con lo sport non ha nulla a che fare. Il momento storico è quello di un Paese che avverte la crisi della guerra fra Russia e Ucraina. Un malessere che si sta abbattendo sull’Italia con bollette che fanno chiudere centinaia di aziende e attività e mettendo per strada decine di migliaia di famiglie che di punto in bianco si trovano senza uno stipendio.

NO AL POPULISMO, PERO’…

Non vogliamo fare populismo, ma se anche nel calcio si ponesse un freno, la partita nascesse al primo e finisse all’ultimo minuto con applausi per vincitori e vinti, di questi tempi ripetiamo, sarebbe un bel passo avanti.

I tifosi dell’Atalanta e quelli della Fiorentina – questi ultimi prepareranno una risposta nella gara di ritorno, perché nel calcio la storia è infinita… – diranno che ci sono altre tifoserie che ne combinano di tutti i colori e via con mille esempi: a difendere quelle gemellate ed a scagliarsi quelle contro cui esiste una vecchia ruggine.

Così i tifosi dell’Atalanta hanno pensato bene di scagliarsi contro il patron della Fiorentina Rocco Commisso, presente al Gewiss Stadium per seguire la sua squadra nella trasferta di Bergamo. Non un coro isolato, come riporta calciomercato.com, uno dei siti più autorevoli e più seguito da tifosi e sportivi di calcio. Insomma, dalla curva si è levato più di una volta il coro «Commisso terùn», ponendo l’accento, come fosse un’onta, le origini calabresi dell’imprenditore italiano trasferitosi con la famiglia negli Stati Uniti.

san-siro-1940307_960_720CONTRO LE DISUGUAGLIANZE

Uno dei tanti episodi, commenta calciomercato.com, a sottolineare la lunga rivalità tra le due squadre. Una rivalità che negli anni si è fatta più accesa a causa di scontri verbali tra l’allenatore atalantino Gian Piero Gasperini e i tifosi della Fiorentina.

L’episodio maturato nello stadio dell’Atalanta ha di fatto innescato le polemiche della dirigenza viola che ha preso le difese del suo numero uno. Una nota sul sito ufficiale del club a firma del direttore generale Joe Barone, conferma la posizione della squadra gigliata che si stringe attorno a Commisso. «Abbiamo assistito ad un episodio vergognoso, non da parte di un singolo individuo ma di tutta una curva – è il commento – nei confronti di chi ha combattuto il razzismo in America ed oggi, qui in Italia, subiamo una situazione inaccettabile; non solo deve intervenire la Lega ma anche il CONI ed il Governo. Siamo disgustati e ci aspettiamo che gli organi preposti prendano misure severe: l’attenzione sul tema del razzismo deve essere a livello mondiale, non si può più fare finta di nulla».

Puglia, che pizzerie!

Regione fra le più celebrate dal Gambero rosso

Trenta in Puglia nella guida stilata dalla società leader nel settore della ristorazione. Onore alle nostre province e agli imprenditori che hanno sempre creduto alle mille possibilità che aveva questo angolo d’Italia. Anche in momenti particolarmente critici. Nonostante pandemia e i recenti aumenti di prodotti, energia elettrica e gas

pizza-in-PugliaSono trenta le pizzerie in Puglia fra quelle italiane, nella guida stilata dal Gambero Rosso. La società leader in Italia e nel mondo nei settori del mangiare e del bere attraverso editoria, tv, eventi e formazione, quest’anno ne ha premiate cinque nella provincia di Bari, tre a Foggia ed in provincia, due nel Brindisino, ben quindici tra Lecce e provincia, tre nella Bat, due in provincia di Taranto, entrambe di Martina Franca: “Pomodoro e Basilico” (87 punti e due spicchi di pizza) e “Jonny” (77 punti ed uno spicchio di pizza).

La guida Pizzeria d’Italia del Gambero Rosso, che quest’anno ha selezionato settecento attività italiane nel campo della ristorazione con una sorta di appendice nella quale sono state valutate le migliori pizzerie italiane nel mondo. Più di cinquanta, quelle scelte da Top Italian Restaurants, che quest’anno ha tagliato il traguardo dei dieci anni. La cerimonia di assegnazione dei riconoscimenti si è svolta al Palacongressi della Mostra d’Oltremare di Napoli. Sul palco alcuni fra i più grandi maestri pizzaioli d’Italia. Novantasei le pizzerie “al piatto” (Tre Spicchi) e dodici pizzerie “al taglio” (Tre Rotelle) con novità e conferme. Presenti come per la scorsa edizione e le precedenti, spiccano come sempre i grandi maestri della prima ora, che hanno avuto l’intuizione di compiere passi in avanti in perfetta sintonia con i tempi. A questi autentici maestri del settore è, infatti, dedicato il riconoscimento dei riconoscimenti (Stelle) in quanto negli ultimi dieci anni hanno ottenuto sempre “Tre Spicchi” e “Tre Rotelle”. Nove, quest’anno, sono stati i premi speciali.

CONCORRENZA AUTOREVOLE

Anche in Puglia, come si evince dalle ultime classifiche, ci sono pizzerie che possono entrare in stretta concorrenza con il territorio che per elezione può essere considerato il numero uno al mondo: la Campania. In principio era Napoli la culla della pizza, poi con il passare del tempo, i maestri pizzaioli sono stati contesi dai migliori ristoranti e pizzerie della Campania, da Capri a Ischia, da Procida a Sorrento, e chi più ne ha più ne metta.

Detto della Campania, però, anche il Tacco d’Italia, la Puglia, può vantare massima soddisfazione. La parte del leone, all’interno di questa speciale classifica la riveste il Salento, con quindici pizzerie. Del resto è proprio il Salento il grande attrattore che convoglia nella nostra regione ogni anno milioni di turisti. Proprio in virtù di questo richiamo, anche le vicine province ricche di cultura e tradizioni gastronomiche, si sono attrezzate. Così nelle altre province, da Taranto a Bari, proseguendo con Brindisi, i ristoratori si sono attrezzati di conseguenza.

Nella nuova Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso – fa sapere il brand leader nella ristorazione – è emerso uno spaccato della nuova normalità post pandemia. Non è un caso che le pizzerie siano state fra le prime attività a registrare il tutto esaurito, con un settore che ha dato prova di grande vitalità e capacità di reinventarsi e rinnovarsi.

pizza-pala-alfa-forni-600x379PIZZA ALLA PALA, MA ANCHE…

Molti i pizzaioli che hanno migliorato, diversificando, per esempio, gli impasti per sottoporre alla clientela specialità sempre diverse: oltre alla tradizionale pizza alla pala, infatti quest’anno sono state considerate piccole “opere” pizza in teglia, pizza al padellino, pizza al vapore.

Per non parlare di quanto, nel frattempo, come già segnalato lo scorso anno, vale a dire gli orti di proprietà per assicurare una pizza sempre più agricola e sostenibile. Cresciuta l’offerta del bere con bevande sempre più centrate, con un consolidamento del binomio pizza-cocktail, con un servizio in sala iperprofessionale.

Considerando i parametri utilizzati anche quest’anno dal Gambero rosso, dunque, non si può che essere lieti di una “chart” che rende onore alla Puglia, alle attività del posto e agli imprenditori che hanno sempre creduto alle mille possibilità che aveva questo angolo d’Italia in periodi particolarmente critici: quello che gravitava intorno al lockdown o pandemia che dir si voglia, e, a seguire, quello del conflitto Russia-Ucraina con aumenti esponenziali circa prodotti, energia elettrica e gas.

«Ci amiamo, anzi no!»

Breve storia (mediatica) di Tony e Sofia

Inghilterra, maggio. Lui, trent’anni, lascia la famiglia; lei, ucraina, ventidue anni, ospite in casa di moglie e figli dell’uomo, porta scompiglio. «Coroniamo il nostro sogno d’amore», dicono alla stampa. Finita l’estate, volano gli stracci, bottiglie d’alcol e fendenti. Come la Guerra dei Roses…

love-story-2204983_960_720«Siamo felici, la nostra vita è un sogno!». E, invece, dopo due mesi: «Polizia, lei beve, impugna un coltello, intervenite: fermatela!». Fa tutto lui, Tony, inglese di trent’anni. L’altra, Sofia, ventidue anni, ucraina. Ma andiamo per gradi.

Niente storie, siamo inglesi. Prendiamo a prestito qualcosa che ha a che fare con uno dei titoli più in voga al cinema nei primi Anni Settanta. In Inghilterra, non solo ci marciano i tabloid, ma la coppia che fa clamore se le dà di santa ragione. Un comportamento poco nobile, poco “reale” diremmo, se non fosse che il trono che fu di Elisabetta è ancora vacante (Carlo III il suo successore). Dunque, un atteggiamento poco british nel quale ci hanno inzuppato un po’ tutti, stampa, radio e tv.

L’amore travolgente fra Sofia e Tony, sbocciato appena qualche settimana fa è già finito. Lei ucraina, profuga; lui inglese, reo di aver lasciato la famiglia e due figli per lei, causa un colpo di fulmine. In quanti modi può finire una storia. Il cinema, il mondo della canzone, lo stesso teatro è pieno di storie, corte e lunghe, tutte custodi di una qualche filosofia. Una di queste, dunque, non una canzone (Insieme a te non ci sto più), né un libro (Del dirsi addio) o un film (Dirsi addio), è accaduta davvero.

DOPO IL COLPO DI FULMINE…

Ma normalmente, dopo la luna di miele mediatica, quando la stampa che ancora non segue le vicende di corte, e si scatena seguendo i due piccioncini, tutto finisce. E nemmeno con quell’appeal tipico del british. Dopo la scintilla, il colpo di fulmine, ecco scoppiato l’odio. Per dare colore alla vicenda, non sono soli giornali ad intervenire, ma anche le forze dell’ordine. Volano gli stracci e la polizia interviene per violenti litigi, sceneggiate e coltelli. Il trentenne inglese che nel maggio scorso aveva lasciato la sua famiglia per rifarsi una vita con la profuga ucraina, appena conosciuta e ospitata in casa, ora bussa a quattrini. Finita l’onda mediatica, sullo sfondo la scomparsa di Elisabetta, le tasche dei due innamorati sono al verde. E non c’è niente che possa ancora inventarsi per catalizzare l’attenzione dei media: è finita. Lui, Tony, è rovinato e in perfetta solitudine. Sofia era scappata a 22 anni durante la guerra di occupazione russa, era stata accolta da Tony e da sua moglie Lorna nella loro casa, a Bradford: una coppia come tante altre, serena, dieci anni insieme e due figli.

Ma giorno dopo giorno, fra una chiacchierata e un tè, nasce fra Tony e Sofia un sentimento incontenibile. Talmente sconvolgente da far prendere a entrambi la decisione di andare a vivere insieme. Subito. E quindi? Fin qui sembra una storia ordinaria. Ma è diventata invece una saga (a puntate) sui tabloid britannici. Alimentata dai social con le loro foto di piccioncini abbracciati, dalle accuse della ex compagna, dalle repliche della nuova coppia. Il tutto a ritmo di pagine stampate, tv, web. Lorna si sfogava. Era piena di rabbia perché il suo gesto di umanità (era stata proprio lei a organizzare con le associazioni l’accoglienza di Sofia) si era trasformato in un disastro per la sua coppia. Raccontava senza riserve anche di quando Tony si intratteneva di notte al piano di sotto con profuga appena arrivata. Dal canto suo Sofia ribatteva:

«Non rovino famiglie», giustificò Sofia. E lui, Tony, preso com’era dalla storia: «Siamo innamoratissimi, voglio passare tutta la mia vita con Sofia: lei è la mia anima gemella, del resto il mio rapporto con Lorna era giunto alla fine».

marriage-2239035_960_720«NON ROVINO FAMIGLIE, CI PROVO…»

I due innamorati si traferiscono in una casetta per conto loro. Inizio di maggio, ecco Tony e Sofia sui social. «Siamo felici, la nostra vita è un sogno!». Dopo due mesi invece: «Non abbiamo più soldi. Fatichiamo a sopravvivere», racconta lui. Tony è rimasto disoccupato: «Avevo un’attività di successo nel settore della sicurezza e contratti con società importanti, tra cui il Servizio sanitario nazionale: da quando i giornalisti e i paparazzi hanno cominciato a inseguirmi molte aziende hanno disdetto l’accordo: ero un personaggio pubblico e il mio rapporto era stato considerato un problema».

La parola a Sofia. «I miei genitori ora si vergognano di me, non mi aiuteranno più». I due si erano mantenuti grazie alle interviste a pagamento, fino a quando le “entrate” che derivavano dalle interviste non sono più bastata. «Ho prosciugato le mie carte di credito e ora mi aiuta la mia famiglia», racconta ora il trentenne inglese. Finiti i soldi, finita la storia. Nel peggiore dei modi. In Italia, non sappiamo nel regno dei Windsor, si dice che cominciano a volare gli stracci. Per allontanare Sofia da casa ha dovuto chiamare la polizia. «Beve, non riesce a gestire il suo rapporto con l’alcol e si è lasciata ad andare a gesti vandalici come sferrare coltellate a un muro: fermatela!».

La guerra dei Roses, per dirla con un altro titolo di successo (qualcuno ricorda il film di De Vito con Michael Douglas e Danny De Vito?), continua. E dove se non sugli spazi abituali dove cominciano, proseguono e, forse, finiscono tutti i tipi di contese? Il confronto prosegue sui social. Sofia e Tony si combattono con alle spalle un pugno di sostenitori che hanno sposato, dipende dai gusti, la causa dell’uno o dell’altra. Sono finite le “vacche grasse”, non ci sono più i soldi delle tv e della stampa. Né le prime pagine. Da settimane sono appannaggio dei nuovi reali d’Inghilterra. E questa, se vogliamo, è “sfiga”. Come si dice “sfiga” in inglese, please

Condannata da un bacio

Saman, diciotto anni, pakistana, uccisa per “disonore”

Una conversazione intercettata dai carabinieri di Reggio Emilia inchioderebbe il papà della ragazza. Il presunto omicida sarebbe stato aiutato da parenti nel far sparire il corpo della ragazza. Non le avrebbero perdonato il rifiuto di un matrimonio già combinato e una foto postata sui social (mentre abbraccia il fidanzato scelto liberamente)

Foto 24emilia.com

Foto 24emilia.com

«Ho ucciso mia figlia e non me ne frega niente di nessuno». Svolta nell’omicidio della ragazza pakistana, scomparsa nella notte del 30 aprile e il primo maggio 2021 a Novellara: una chiamata incastrerebbe il padre. La giovane si era ribellata a un matrimonio combinato. Rinviati a giudizio genitori, lo zio, accusato di essere l’autore materiale dell’assassinio, e due cugini.

«Ho ucciso mia figlia e non me ne frega niente di nessuno». Così al telefono, il papà di Saman, la ragazza diciottenne ammazzata e sepolta con l’aiuto di familiari. Intercettato dagli uomini del Comando dei carabinieri di Reggio Emilia mentre parla ad un parente, l’uomo confessa quanto accaduto per sollevarsi dal disonore provocato dal comportamento della figliola, promessa sposa fin da piccola ad un parente residente in Pakistan. La ragazza non aveva accettato la costrizione. Non solo, non “autorizzata”, si era innamorata di un ragazzo che incontrava quando poteva, fino a postare su un social la sua felicità con una foto mentre bacia il suo fidanzato scelto liberamente.

Essere ammazzati per aver rifiutato un matrimonio combinato dai familiari e per aver pubblicato su un social – come usa fare i ragazzi – una foto, mentre amorevolmente bacia il suo fidanzato. Saman Abbas non c’è più, soppressa dicono gli inquirenti, in un efferato omicidio al quale hanno partecipato anche parenti.

AMMAZZATA DAL DISONORE

«Per me la dignità degli altri non è più importante della mia – diceva il papà di Saman nella telefonata intercettata fatta al parente che sta ad ascoltarlo – ho lasciato mio figlio in Italia, ho ucciso mia figlia e sono venuto qui (in Pakistan, ndc), non mi frega di nessuno».

Questa conversazione finisce agli atti del processo che avrà inizio a febbraio a carico dei familiari della diciottenne scomparsa nella notte del 30 aprile dello scorso anno da Novellara e che Procura e Carabinieri di Reggio Emilia, sostengono sia stata assassinata perché rifiutava di sposare un cugino in patria, minacciando i genitori di volersene andare di casa.

Poi la foto di quel bacio social per le vie di Bologna diventato virale. Uno scatto d’affetto tra Saman e il suo fidanzato, da lei postato sui social tra il finire del 2020 e l’inizio dello scorso anno. Secondo le indagini fu l’elemento che provocò la rabbia dei familiari della ragazza pakistana. Lo scatto risale al periodo in cui la ragazza viveva in una comunità protetta. Secondo la deposizione del cugino, sentito dai carabinieri di Reggio Emilia, il padre di Saman, Shabbar, e la madre della ragazza, Nazia, erano imbarazzati tanto da «lamentarsi continuamente per quanto stesse accadendo».

Foto Blasting News

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FINALMENTE UNA SVOLTA

La svolta nelle indagini e l’imputazione di omicidio e concorso in omicidio. Nel febbraio del prossimo anno, a Reggio Emilia andranno a processo i tre familiari della povera Saman, tratti in arresto all’estero, tra Francia e Spagna, nei mesi scorsi: uno zio, due cugini, gli stessi genitori, Shabbar e Nazia, entrambi ancora latitanti in Pakistan.

Le intercettazioni del padre. “Per me la dignità degli altri non è più importante della mia (…) – diceva Shabbar al parente nella telefonata intercettata – Io ho lasciato mio figlio in Italia (il fratello minorenne di Saman ora affidato a una comunità protetta, ndr). Ho ucciso mia figlia e sono venuto, non me ne frega nulla di nessuno”. Lo stesso familiare, sentito dai carabinieri il 25 giugno di quell’anno, ha riferito che il padre di Saman lo aveva chiamato per intimargli di non parlare di lui.

«Io sono già rovinato – le parole del papà di Saman, secondo il racconto del parente reso ai carabinieri della stazione di Reggio Emilia – avete parlato di me in giro, non lascerò in pace la vostra famiglia: io sono già morto, l’ho uccisa io, l’ho uccisa per la mia dignità e per il mio onore».

«Non licenzio!»

Imprenditore salentino, nonostante il caro-bollette

«Ultima bolletta: un milione di euro!», dice Spiridione Strafino, patron di Royal Salento, fabbrica di gelati di Monteroni (Lecce). «Mandare a casa il personale? Non ci penso nemmeno, piuttosto insieme con loro penso ad una ottimizzazione dei prodotti da rimodulare sul mercato e ad adottare misure energetiche che possano abbattere i costi a quasi la metà di quanto speso finora». Infine, una riflessione: «Perché uno che dà lavoro deve pagare kilowatt pesanti rispetto al consumo casalingo?»

Foto Messaggero

Foto Messaggero

Anche Salento Royal, una delle più note fabbriche di gelato del Sud, con sede a Monteroni (Lecce) finisce nel vortice del caro-bolletta. Stavolta, però, nonostante la somma schizzi alle stelle, triplicando, se non proprio quadruplicando la spesa in fatto di energia, l’imprenditore chiamato in causa accusa sì il colpo, ma non si piange addosso. Non chiude, né tantomeno manda a casa una parte del personale. Per farla breve, non ha alcuna intenzione di licenziare.

Corre ai ripari, questo sì, ma non riduce produzione, né accompagna i suoi dipendenti alla Cassa integrazione o, peggio, al licenziamento. Del resto, l’amministratore della società, Spiridione Strafino, commenta: «Non più di qualche mese fa, con l’aumento della domanda sui gelati di nostra produzione, ho assunto una decina di nuove figure professionali: ovviamente mi sto consultando con i miei collaboratori per comprendere quali strategie assumere e in quale modo poter risparmiare e ottimizzare produzione e costi».

La notizia viene ripresa da numerosi quotidiani e agenzie, fra questi l’edizione barese di Repubblica, con un articolo di Francesco Oliva, che descrive quanto accaduto e riporta le dichiarazioni dell’imprenditore-amministratore di Salento Royal.

BOLLETE PIU’ CHE SALATE

Tutto parte da una bolletta che ai più appare già salata. Causa “costi quadruplicati” Salento Royal ferma la produzione delle vaschette di gelato. Ma l’imprenditore Strafino, spiega Repubblica, non si arrende: «Stiamo realizzando un impianto fotovoltaico e a breve disporremo di un impianto di produzione di energia con grossi gruppi elettrogeni a gasolio: in questo modo risparmieremo il 40% sul costo attuale dell’energia».

Royal, l’azienda salentina produttrice di gelati, riprende l’agenzia Ansa, quest’anno ha pagato una bolletta da un milione di euro per l’elettricità, a differenza dei 300mila euro circa spesi negli anni scorsi per la stagione lavorativa che va da febbraio ad agosto. L’argomento che polarizza l’interesse dei lettori, evidentemente, è la serie di dichiarazioni rese da Spiridione alla stampa, che insiste sulla sua tesi. «Chiusura impensabile; licenziare, poi, è una cosa che non esiste», l’imprenditore ha deciso di puntare sul fotovoltaico e mettere temporaneamente da parte il gelato in vaschetta continuando a produrre formati meno “energivori” e “più remunerativi” dal punto di vista dei costi.

«Il costo dell’energia destinato a crescere dice l’imprenditore – lo ritengo un’anomalia: per la mia casa lo pago 0,26 centesimi a kilowatt; domanda: “perché un imprenditore che dà lavoro e distribuisce ricchezza deve pagarlo quattro volte tanto?”». «Gli altri anni – dichiara all’agenzia Ansa – il costo energetico incideva per il 5%, quest’anno è arrivato al 18-19%: non sempre si riesce a recuperare, è una guerra continua. Per la prima volta siamo dovuti intervenire per ritoccare i costi di alcuni prodotti siamo stati costretti a ritoccarli, mentre il costo della nostra vaschetta è sostanzialmente invariato dal 1984: costava 3.700 lire e oggi costa 1 euro e 90 centesimi».

Foto Telebari

Foto Telebari

«LlCENZIARE, NEMMENO PER SOGNO!»

Si diceva, che anziché licenziare, l’imprenditore ha pensato di ottimizzare i costi energetici della sua fabbrica di gelati, dedicando gli sforzi della sua azienda (cinquantadue dipendenti) alla produzione di gelati mono porzione, meno «energivori» delle vaschette.

In attesa degli aiuti dello Stato, la “Royal” ha inoltre intrapreso la realizzazione di un impianto fotovoltaico ed uno di produzione di energia con gruppi elettrogeni a gasolio, che consentiranno di risparmiare il 40% sul costo attuale dell’energia.

«Il latte e lo zucchero hanno subito l’ennesimo aumento a giugno – spiega ancora a Repubblica Strafino – i produttori di biscotti (dunque, farina, olio) dal primo ottobre aumenteranno i prezzi del 29%». Dal Governo, poi, non arriverebbero le risposte che si attendono da tempo. Anche troppo: «Facciamo esclusivo affidamento – conclude l’imprenditore salentino – stiamo realizzando un impianto fotovoltaico e a breve disporremo di un impianto di produzione di energia con grossi gruppi elettrogeni a gasolio: in questo modo risparmieremo il 40% sul costo attuale dell’energia». E noi? Tifiamo Salento, Strafino e per tutti gli imprenditori virtuosi che invece di demoralizzarsi a causa di queste pesanti docce fredde, riflettono e partono con un contrattacco virtuoso. E, soprattutto, facendo tesoro dei suggerimenti dei collaboratori e senza licenziarne uno che sia uno.

«Caro-bolletta, chiudo!»

Imprenditore siciliano colto da infarto

«Dopo aver letto l’importo, ho avuto un mancamento: non vedevo più nulla, fino ad oggi non avevo mai provato una sensazione del genere; ringrazio i sanitari dell’ospedale “Paolo Borsellino”», le parole dell’uomo che ha avuto un malore ed è stato tenuto sotto controllo per sei ore. Confcommercio sferra un contrattacco: «Faremo azioni eclatanti di protesta, fino alla serrata generale dei negozi»

Foto Teleonemag

Foto Teleonemag

Di rincari si può morire. Comunque sfiorare il dramma. E’ quanto accaduto ad un imprenditore – uno dei tanti – colto da infarto non appena si è visto recapitare una bolletta da ottantatremila euro. Una somma dieci volte superiore alla media delle altre fin qui ricevute, nonostante gli aumenti sproporzionati dettati dalla crisi. Non mille, diecimila, ma ottantatremila euro. Come a dire, «O paghi o chiudi!». La seconda che hai detto, direbbe Corrado Guzzanti in una delle sue parodie teatrali. Purtroppo, in questo caso, c’è poco da ridere e tanto da piangere.

Intanto un appunto, senza volere essere saccenti e indicare le modalità migliori – sulle quali non sapremmo sindacare – prima della spedizione “in automatico” di una bolletta così pesante. Quando la cifra indicata da una bolletta è praticamente fuori mercato, non sarebbe il caso di delegare un ufficio per verificare se tale somma non possa provocare danni irreparabili all’attività in indirizzo?

La notizia pubblicata dal Giornale di Sicilia e ripresa puntualmente in una rubrica di fanpage.it da Susanna Picone, racconta dunque di questa “bolletta letale” da oltre 83mila euro. La bolletta che avrebbe ricevuto un imprenditore di Marsala che, letto l’importo che per forza di cose rischia di vanificare anni di sacrifici, ha anche avuto un malore.

DAVIDE CONTRO “GOLIA”

Davide, l’imprenditore che ha ricevuto la bolletta record (l’importo preciso 83.318euro), dovrebbe pagare questa enorme somma entro il 6 ottobre per un mese di fornitura di energia elettrica.

«Non vedevo più nulla – le parole dell’imprenditore riportate dal quotidiano siciliano – perché fino ad oggi non avevo mai provato una sensazione del genere. Ringrazio i sanitari dell’ospedale “Paolo Borsellino” che mi hanno assistito e in particolare il dottore Schifano che mi ha somministrato delle gocce e mi ha tenuto per sei ore in osservazione».

Dopo il malore, Davide si è ripreso ma il problema della bolletta resta. Unica cosa da fare: dare mandato ai legali per venire a capo della situazione e riuscire a dare una spiegazione a quella fattura record. Tra l’altro, ricostruisce Il Giornale di Sicilia, già la bolletta precedente era stata un campanello d’allarme per Davide: doveva pagare oltre 8.800euro. Infine, l’ultima fattura che ha superato ogni previsione.

«Non si può addebitare – si sfoga così ancora l’imprenditore – una cifra del genere ad una attività, è impensabile. Dal primo ottobre chiuderemo. In inverno con i riscaldamenti per noi sarebbe insostenibile continuare. Per cosa lavoriamo? Saranno mesi durissimi per tutti, imprenditori e dipendenti, immagino saranno a rischio anche le tredicesime se non si prenderanno provvedimenti immediati».

Foto tp24

Foto tp24

CONFCOMMERCIO: «MINACCIAMO LA CHIUSURA»

I negozi della Sicilia si preparano intanto alla serrata contro il caro bollette. Il presidente di Confcommercio, Gianluca Manenti, sta organizzando un incontro con Confindustria. L’obiettivo è quello di fare fronte unico contro l’aumento dei prezzi dell’energia, che sta mettendo a dura prova imprese commerciali e industriali. «Siamo di fronte all’immobilismo della politica – le parole di Manenti – che non riesce a trovare una soluzione per le imprese e le famiglie. Molti negozi sono costretti a chiudere alcuni settori, come le gelaterie. L’alternativa al caro bollette è la chiusura. Attendiamo altri due giorni, incontreremo anche Confindustria, poi faremo azioni eclatanti di protesta, fino alla serrata generale dei negozi».

Elisabetta, addio!

L’ultimo saluto alla “Regina”

Aveva novantasei anni e regnato sette decenni. Icona dell’arte e del popolare con le sue borsette e i vestiti color pastello. Fiction e film ispirati alla sua personalità. L’interpretazione di Helen Mirren (The Queen) e della stessa regnante, che si prestò a rifare se stessa accanto a Daniel Craig, uno dei più famosi James Bond. Poi, il fair-play che non t’aspetti: gli inglesi alzano i prezzi alle stelle, non fanno sconti ai turisti che rivolgono l’ultimo saluto: dalle 1.500 alle 2.000 sterline a notte

Foto Geopop

Foto Geopop

Non vedremo più l’immagine di quella donna, borsetta sotto un braccio, camminare a passo deciso e sfilare davanti a capi di Stato, militari, comunque impegnata in altre attività che il protocollo in questi settant’anni di governo richiedeva.

Qualcuno, come il grande Andy Warhol, ha ricordato l’Ansa in questi giorni, proprio riferendosi a “Lizzy”, Elisabetta II, aveva più volte esclamato “Voglio essere famoso come la regina d’Inghilterra”. La regina d’Inghilterra era considerata un personaggio capace di attraversare sette decenni restando un’icona “pop” riconoscibile a livello globale.

Protagonista nell’arte, ma anche nel cinema, nella musica e nella moda col suo stile, a partire dagli abiti color pastello. Elisabetta, scomparsa a novantasei anni l’8 settembre scorso, aveva fatto tendenza anche in età molto avanzata. A 85 anni le riproduzioni di alcune sue borsette di pelle in formato rettangolare, andavano a ruba, venivano riprese dalle riviste patinate.

TRADIZIONALE GIOVANILE

Tradizionale e giovanile allo stesso tempo, Elisabetta II aveva rappresentato nell’immaginario un mix senza precedenti con la capacità di stare sempre al passo coi tempi, anzi di influenzarli. La sua immagine è passata nel dalle foto ai ritratti, oltre naturalmente ad apparire su monete, banconote, francobolli, per poi entrare anche nel mondo del cinema.

C’è un film che ci è piaciuto tanto: “The Queen” (2006), in cui la regina viene magistralmente interpretata da una Helen Mirren – un’attrice che adoriamo e verso la quale abbiamo un debito di riconoscenza per aver scelto il nostro Salento come sua seconda residenza – in grado di mostrare il lato più personale della regina, a “A Royal Night Out” (Una notte con la regina) del 2015, con la giovane Elisabetta che vive una notte fuori dal Palazzo, l’8 maggio del 1945, per festeggiare la fine della Seconda guerra mondiale in Europa, fino al successo della serie “The Crown”, di cui si attende la quinta stagione.

Ma la regina Elisabetta, a sua volta è stata attrice: un cameo, per dirla cinematograficamente. E’ stata, in qualche modo, una “Bond girl”. Protagonista, cioè, nel cortometraggio del 2012 andato in onda durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra. Daniel Craig, uno dei più celebri 007 della storia, prelevava Sua Maestà nella stanza di Buckingham Palace per scortarla fino allo stadio. Lei, abito prezioso color salmone e cappellino di piume, lo segue in compagnia dei suoi inseparabili cagnolini Corgi, diventati parte immancabile dell’immagine associata alla sovrana. Comunque e ovunque presente, anche nei testi delle canzoni. Tutto questo e tanto altro ancora ha contribuito a creare un mito destinato a essere ricordato e celebrato per decenni.

Foto Rai

Foto Rai

NIENTE SCONTI, SIAMO INGLESI

Forse una cosa, la regina Elisabetta, non avrebbe tollerato. I prezzi così alti praticati dagli inglesi nei confronti di quanti avevano voluto raggiungere Londra per rivolgere a “Lizzy” l’ultimo saluto. Prezzi esagerati. Immotivati, se è vero che i sudditi sono rispettosi nei confronti della regina.

A proposito di prezzi, infatti, si è parlato anche di 1.550 sterline a notte, fino a 1.800 euro, colazione esclusa. Un servizio firmato Mediaset, raccontava minuziosamente un certo business intorno all’addio della regnante più longeva al mondo. I prezzi delle stanze di albergo a Londra, spiegavano su Canale 5 e Italia 1, alle stelle. Inconfutabili i dati raccolti dai media locali che segnalavano anche il “tutto esaurito” nei giorni precedenti il funerale della regina Elisabetta II: alberghi pieni per il 95%, il 20% in più rispetto alla media in questo periodo dell’anno.

Intanto si allungava la lista dei Paesi esclusi alle esequie di Stato, con qualche polemica per via di qualche ospite “scomodo” come la Cina.

Fonti ufficiose del governo britannico avevano fatto sapere alla Bbc che la corte aveva depennato ogni possibile coinvolgimento di rappresentanti non solo di governo, ma anche diplomatici di Paesi sotto sanzioni da parte dell’Occidente: Afghanistan, Siria e Venezuela; insieme alla Russia di Vladimir Putin (a causa della guerra in Ucraina), insieme alla sua alleata Bielorussia e alla Birmania della giunta militare golpista.

Forza Mia, Colin e Laurent!

Diventeranno ciechi, ma i genitori li portano in giro per il mondo

«Non mostrerò loro un elefante in un libro, ma li condurrò a vedere un vero elefante, per colmare la memoria visiva con le immagini più belle che posso trasferire loro», dice mamma Edith. Rilascia una dichiarazione alla CNN, insieme con il marito Sebastien con il quale ha dato fondo ai risparmi. «Porteremo i piccoli in giro per il mondo sperando che nel frattempo la scienza trovi una soluzione». Anche noi incrociamo le dita con loro

Foto Zazoom

Foto Zazoom

«Ho pensato: “Non le mostrerò un elefante in un libro – ha raccontato la donna alla Cnn –, la porterò a vedere un vero elefante, e colmerò la sua memoria visiva con le immagini migliori e più belle che posso”». E’ uno degli attacchi di un articolo pubblicato dal Corriere della sera e scritto da Alessandro Vinci, un collega che mostra, come pochi, come si fa il mestiere di giornalista. Meglio, di cronista, di un giornalista che prende nota, scrive senza esasperare il lettore per portarlo al pianto: lo fa in punta di penna, certamente non come farebbe certa televisione. Sarebbe sciocco, però, dire che siamo rimasti insensibili alla storia di Mia, Colin e Laurent, tre ragazzi affetti da retinite pigmentosa, l’anticamera del buio totale, la cecità. La mamma, Edith, che nel frattempo, ha assorbito la tripla mazzata, si è lasciata andare in una intervista rilasciata alla CNN, una delle tv americane più importanti e più seguite nel mondo. Le fa bene parlarne, ma ogni volta che racconta la sua storia fa bene alla gente, l’umanità che la circonda. Quella che si accapiglia per una sciocchezza, per una fila al supermercato, per non avere avuto la precedenza alla guida di un’auto. Ecco, Edith ci ha fatto un dono: ci ha aperto gli occhi sul mondo. Un mondo fatto di piccole cose quotidiane, come aprire gli occhi e vedere la luce del giorno, il sorriso di un bambino.

E, allora, Vinci racconta di un lungo viaggio intorno al mondo, che mamma Edith e papà Sebastien stanno compiendo per fare assorbire ai loro tre figli sfortunati quanta più bellezza possibile. “Dolci ricordi di famiglia – riporta il Corriere della sera – da accumulare prima che il buio prenda il sopravvento”. Quando ai coniugi canadesi Edith Lemay e Sebastien Pelletier è stato consigliato di riempire di «ricordi visivi», prosegue il racconto struggente, la loro secondogenita Mia, oggi undici anni, hanno ritenuto che ci fosse un solo modo valido per farlo: partire tutti insieme per un’avventura indimenticabile.

«MOSTRERO’ UN ELEFANTE VERO»

Riprendiamo la frase di apertura. «Ho pensato: “Non le mostrerò un elefante in un libro – spiega Edith alla Cnn – ma la porterò a vedere un vero elefante. E colmerò la sua memoria visiva con le immagini migliori e più belle che posso”».

Alla piccola, che ha iniziato a soffrire di problemi agli occhi già all’età di tre anni, era stata infatti appena diagnosticata una retinite pigmentosa, rara condizione genetica che determina la perdita progressiva della vista fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla cecità totale. E la stessa sorte è poi toccata tre anni fa a due degli altri tre figli della coppia: Colin (7 anni) e Laurent (5 anni), che avevano iniziato a manifestare gli stessi sintomi. Unico a “salvarsi” il secondogenito Leo (9 anni), risparmiato dalla malattia per una mera questione di fortuna. «Non c’è niente che si possa davvero fare», riprende il Corriere riportando l’intervista franca, ma dolorosa della donna, che ha spiegato come purtroppo non esistano ancora una cura né un trattamento efficace per far fronte alla patologia.

«COME PROGREDIRA’?»

«Non sappiamo quanto velocemente progredirà – ha aggiunto – ma ci aspettiamo che Mia, Colin e Laurent diventino completamente ciechi entro la mezza età». Che coraggio, pronunciare una simile frase che a chiunque, e non solo per chi sia genitore, pesa come un macigno. Insomma, dal responso dello specialista in poi, la decisione di Edith e Sebastien nel dare fondo ai propri risparmi e, senza perdere tempo, di partire per un anno insieme ai quattro figli.

Ma, prima di tutto, la lista di desideri. Mia ha espresso il desiderio di andare a cavallo, mentre il piccolo Laurent voleva tanto bere un succo sul dorso di un cammello. Originariamente previsto per il 2020, il viaggio ha così potuto avere inizio dall’aeroporto di Montreal lo scorso marzo, una volta allentatasi l’emergenza Covid. Prima tappa: la Namibia. Poi è stata la volta di Zambia, Tanzania e Turchia. Attualmente i sei si trovano invece in Mongolia, dopodiché sarà la volta dell’Indonesia.

Foto Wikipedia

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ZAMBIA, TANZANIA, TURCHIA…

«Ci stiamo concentrando sui paesaggi – ha spiegato sempre alla Cnn papà Sebastien, parole tradotte e riportate da Alessandro Vinci sul Corriere – ma anche sulla fauna e sulla flora. Abbiamo visto animali incredibili in Africa, ma anche in Turchia e altrove. Stiamo cercando di far vedere ai nostri figli cose che non avrebbero mai visto a casa e di far vivere loro esperienze incredibili».

A dimostrare pubblicamente questo giro del mondo, gli scatti condivisi dalla famiglia sugli account Instagram e Facebook «Le monde plein leurs yeux» («Il mondo riempie i loro occhi»). E non mancano neppure preziose lezioni di vita: «Non importa quanto sarà dura la loro esistenza – ha affermato Edith – ma volevo mostrare loro che sono fortunati anche solo ad avere l’acqua in casa e a essere in grado di andare a scuola ogni giorno con bei libri colorati».

Ancora da definire gli ultimi Paesi da visitare prima del rientro a Montreal. Quel che è certo è che ogni momento verrà assaporato con la massima intensità. Il finale della storia, perché un genitore non si piega mai, nemmeno davanti alla scienza, è una frase di speranza alla quale ci uniamo anche noi. Deve essere così. «Speriamo che la scienza trovi una soluzione – ha dichiarato papà Sebastien – non ci resta che incrociare le dita perché questo possa accadere». Così anche noi incrociamo le dita: forza Mia, Colin e Laurent!

Cena a sbafo e si vanta sui social

Ragazza beccata su Facebook

Novantacinque euro truffati. Come se non bastasse, scrive della bravata. Intercettata dai camerieri e invitata a saldare il conto. Non finisce qui: torna per pagare, ma la “card” è vuota, promette di tornare: ma “l’artista” si dilegua daccapo

truffa-truffe-facebook-2“La mamma dei cretini è sempre incinta”, scriveva Ennio Flaiano. E aggiungeva “un cretino illuminato da lampi di imbecillità”. Non c’è altro modo per introdurre la vicenda di una ragazza sui trent’anni che non solo truffa un ristorante e il suo personale scappando con il suo fidanzato senza pagare il conto, ma se ne vanta anche. E non solo con i compagni, ma con tutti i suoi amici veri, presunti, virtuali, sui social. Qualcuno aggiungerebbe: da non crederci, non si può essere così imbecilli. E, invece, allo stupore non c’è mai fine.

La stupidità non viaggia mai da sola, scrive Il Messaggero, scovando una notizia per certi aspetti divertenti, sicuramente curiosa (per l’entità della cifra sia chiaro). La riprendono Il Mattino e altre testate online, che aggiungono commenti, dal caustico al severo. C’è chi aggiunge che proprio in questi atteggiamenti spregiudicati fino alla stupidità, la cretinaggine alla fine viene sempre fuori.

coppia_vino_1600x900UNA ARTISTA…

Se non si è buontemponi purosangue, dopo la bravata – truffa al ristorante – con la quale la ragazza prende sfacciatamente per il naso camerieri e proprietario del ristorante (che in casi simili fa pagare il conto direttamente al responsabile del tavolo), non ci si vanta sui social di quella “famosa” cena a sbafo al ristorante postando perfino le foto: piatti di pesce e calici di vino, scrivendo addirittura la cifra del conto: 95 euro. Quei novantacinque euro che lei non ha mai pagato, convinta di farsi un “regalo”. Oggi la filibustiera seriale si ritrova a processo per insolvenza fraudolenta.

Un vero genio. Sì perché gli scatti pubblicati su Facebook hanno permesso al locale di smascherarla e di lanciarle un ultimatum che però non è andato a buon fine. Così per una trentenne è scattata la denuncia. L’episodio risale a qualche tempo fa.

Al momento di pagare, lei e il suo fidanzato si allontanano dal tavolo con la scusa di fumare una sigaretta e si dileguano. Ma solo un paio di settimane dopo alcuni dipendenti del ristorante gabbato navigando fra i social planano su Facebook, dove si imbattono nel post della ragazza, che si vanta della cena a sbafo, con tanto di foto.

Il locale la contatta via chat, contrattacca: “Passi a saldare il conto o la denunciamo“. Non finisce qui. Lei si presenta con una carta di credito insolvente. Promette di ripassare il giorno dopo invece sparisce di nuovo. Seconda furbata che stavolta non pubblica su Facebook. Perseverare sarebbe stato a dir poco diabolico.

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