«Una terra promessa»

Barack Obama, memorie che fanno rumore

L’ex presidente USA, lancia stoccate a Sarkozy e Putin. «Il primo un nano, il secondo un boss di Chicago». Bene la Merkel, no Erdoğan, un opportunista. Politici italiani, non pervenuti.

Uno un duro di Chicago, l’altro un galletto di piccola statura. Giusto per citare un paio di politici messi un po’ alla berlina. Così, un Barack Obama che non t’aspetti, con una punta di malizia e una di ironia, pubblica “Una terra promessa”, libro nel quale scrive dei suoi anni trascorsi alla Casa Bianca e fa pelo e contropelo alla politica internazionale. Fa di più, traccia il profilo istantaneo dei suoi omologhi, ai tempi della sua presidenza negli Stati Uniti, come se fosse un cronista sportivo che a fine gara assegna le pagelle ai giocatori in campo, siano essi calciatori, cestisti o rugbisti. Merito degli editori (in Italia pubblica Garzanti), che evidentemente gli hanno spiegato che di questi tempi per vendere un libro occorra metterci del pepe, altrimenti esiste il serio pericolo che la pubblicazione resti fra gli scaffali. Al massimo, Obama avrà ceduto su quello che poteva essere un ulteriore tassello diplomatico, accettando di rendere la sua pubblicazione per, come dire, scoppiettante.

Ne fanno le spese, più degli altri Putin e Sarkozy, presidenti di Russia e Francia, il primo indicato come un boss della vecchia Chicago, l’altro come un galletto sì, ma di modeste proporzioni. La Merkel ne esce bene, rispettata per la sua risolutezza. Italia, non pervenuta. Secondo qualcuno meglio così, secondo il nostro modesto avviso ignorata del tutto, forse per un appeal politico che, attualmente, il nostro Paese non può vantare. Ma, non potendo entrare nella testa di Obama, prendiamo a prestito i primi stralci di  “Una terra promessa”, e valutiamoli per quello che sono: anticipazioni di memoria di un presidente degli Stati Uniti, primo nero della storia ad accomodarsi nella stanza dei bottoni della Casa Bianca e che, in questo suo libro, non manca di sferrare stilettate, piuttosto che sfottò. E bravo, Obama. In un colpo solo si sfila giacca e diplomazia, e scrive, scrive, scrive.

SARKOZY, «UN “TAPPO”»

Così, l’ex presidente USA nella sua autobiografia si lascia andare a commenti sui leader politici mondiali. Prende di mira, il francese Nicolas Sarkozy per il suo aspetto. Nel 2011, durante il G20 nel fare i complimenti al presidente francese per la nascita della figlia, Giulia, aveva sottolineato la bellezza della madre, Carla Bruni, a discapito dell’aspetto del papà. «In quell’occasione – racconta Barack Obama – ho detto a Nicolas che la figlia era stata fortunata ad aver preso la bellezza dalla madre, piuttosto che l’avvenenza del padre…». Ma nel libro appena pubblicato, Obama sembra andare giù più duro, piccone e badile insieme, tanto da sembrare volutamente più spietato.

Secondo il Corriere della Sera, Obama ha commentato così uno dei passaggi del suo libro sull’ex leader francese: «Tratti scuri, vagamente mediterranei – mezzo ungherese e per un quarto ebreo greco, cesella – e la sua bassa statura (1.66 centimetri, con rialzi nascosti nelle scarpe per sembrare più alto), Sarkozy sembrava uscito da un quadro di Toulouse-Lautrec». Non finisce qui, l’ex presidente americano sottolinea le mani del povero Nicolas messo alla berlina, sempre in movimento e con il petto gonfio come un gallo.

Per farla breve, un nano. Dal suo 1.85, Obama guarda dall’alto in basso l’ex Capo di Stato francese. E non si limita a scherzare sull’aspetto fisico di “Sarkò”. Tocca anche quello mentale, perché aveva sempre accanto a sé il suo interprete perché «parlava un inglese limitato». Stoccatina: «A differenza della cancelliera tedesca Angela Merkel…».

Non lo convinceva nemmeno il suo modo di fare politica. «A differenza di Merkel – seconda stilettata, anche questa mica da ridere – quando si trattava di governare, Sarkozy faceva una gran confusione, guidato spesso dai titoli dei giornali o dalla convenienza politica». Obama non trascura la missione in Libia, alla quale, alla fine, aveva partecipato in modo poco convinto, quasi costretto ad accettare dall’inglese David Cameron e dall’ex presidente francese, che dovevano risolvere i loro problemi politici all’interno delle Nazioni da loro governate.

«PUTIN, UN BOSS…»

Poca roba, rispetto al passaggio in cui Obama parla dell’entusiasmo infantile manifestato dall’allora presidente della Francia alla fine del G20 londinese del 2009, quando prese sotto braccio lui e il segretario del Tesoro Tim Geithner. «Questo accordo è storico, Barack! Merito tuo! No, no, davvero!», dice Sarkozy, che in seguito urla il nome del segretario al Tesoro come se fosse un tifoso allo stadio. «Non ho potuto che mettermi a ridere – ricorda Obama nelle sue memorie – non solo per l’imbarazzo evidente dello stesso Tim, ma anche per l’espressione affranta sul volto di Angela Merkel, che fissava Sarkozy come una madre guarda un bambino troppo vivace».

E così il presidente francese si è preso anche del «bambino troppo vivace», mentre la Merkel in quell’occasione, considerata con ammirazione. Obama non risparmia Vladimir Putin e il turco Recep Tayyip Erdoğan. Il primo accostato a uno di quei politici di Chicago, un duro tipo da strada, «un boss locale, solo con le testate nucleari e il diritto di veto all’Onu». Il secondo, attaccato alla democrazia solo finché utile al suo potere. Nessuna allusione ai politici italiani. Secondo qualcuno meglio così, secondo noi, invece, del tutto ignorati. Evidentemente nella politica internazionali considerati pesi leggeri e per questo “non pervenuti”.

«Covid, operatori stremati»

Intervento di Cosimo Nume, presidente Ordine dei Medici di Taranto

«Turni massacranti e piena condivisione per le misure drastiche, ma inevitabili, adottate dal sindaco Rinaldo Melucci. Questa patologia si starebbe presentando con maggiore aggressività sulle vie aeree inferiori». Intanto nuovo primato di casi positivi al Coronavirus fra Taranto e provincia. Due morti, mentre il numero dei ricoverati al “Moscati” sale a 108. 

«Turni massacranti nei reparti, nei presidi di pronto soccorso e primo intervento, operatori del 118 e delle Usca (Unità speciali di Continuità assistenziale) stremati dalle incessanti richieste di intervento, e sempre con la spada di Damocle di un possibile contagio». E’ la foto d’insieme della grave emergenza Covid indicata da un suo intervento da Cosimo Nume, presidente dell’Ordine dei Medici di Taranto. Ieri sera in provincia di Taranto erano 262 i contagi (due, purtroppo, i decessi).

Alle 18, a Taranto, è anche scattato il nuovo regime di chiusura dei negozi e di attraversamento di vie e piazze cittadine del centro a Taranto. Saracinesche abbassate. Dunque, e pochi cittadini per strada. Via D’Aquino deserta e presidiata dalle Forze dell’Ordine. Mentre la Polizia Locale annuncia che da domani, lunedì, si avvarrà di un nuova piattaforma per geolocalizzare i contagiati.

Dunque, nuovo primato di nuovi casi di positività al Coronavirus fra Taranto e provincia. Due morti, mentre il numero dei ricoverati al “Moscati” salgono a 108. In un solo giorno quasi lo stesso numero complessivo della prima ondata. In tutta la Puglia sono invece oltre 1.300 nuovi positivi.

SIAMO AL COLLASSO

«Turni massacranti nei reparti, nei presidi di pronto soccorso e primo intervento, operatori del 118 e delle Usca – dichiara Nume – evidentemente stremati dalle incessanti richieste di intervento, e sempre con la spada di Damocle di un possibile contagio; medici del territorio costantemente impegnati nel monitoraggio per il contenimento a domicilio dei casi meno gravi, presidi di prevenzione sovraccaricati oltre ogni limite dal tracciamento delle innumerevoli segnalazioni».

Non c’è da stare allegri. E’ proprio questa la situazione attuale delle conseguenze dell’emergenza Covid sul territorio fotografata dal presidente dell’Ordine dei Medici di Taranto, Cosimo Nume. «Piena condivisione per le misure, drastiche – esprime in un suo intervento Nume – ma purtroppo necessarie, adottate dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, nell’ottica di un contenimento della recrudescenza epidemica in corso». Le restrizioni, come appena riportato, incidono soprattutto sugli orari di apertura degli esercizi commerciali e sulla fruizione di alcune aree pubbliche (con particolare riferimento a vie e piazze centrali).

VIRUS PIU’ AGGRESSIVO

«Ci risulta – prosegue il presidente dell’Ordine dei Medici – che questa patologia si stia presentando ora con le caratteristiche di una maggiore aggressività sulle vie aeree inferiori, comportando tra l’altro un monitoraggio continuo dei parametri». Nume nel suo intervento invita, inoltre, a non trascurare «l’innegabile e costante concomitanza di tutte quelle patologie, oncologiche e cardiovascolari in primis, che non hanno minimamente ridotto la propria pressione sui reparti di elezione e di area critica dislocati nel presidio ospedaliero centrale come in quelli periferici, che ci auguriamo non vengano drasticamente sacrificati nella riconversione in corso delle strutture cliniche per far fronte alla maggior richiesta di posti letto Covid».

Sarebbe anzi ragionevole, si evince in buona sostanza nell’intervento del presidente dell’Ordine dei Medici, Cosimo Nume, «una loro sistematica riorganizzazione in senso rafforzativo, anche con l’individuazione di percorsi differenziati che allontanino il rischio di contagio per i pazienti più fragili».

«Aiuterò i deboli»

E’ John Biden il nuovo presidente degli Stati Uniti

Abolirà il bando sull’immigrazione dai Paesi musulmani. Ripristinerà il programma per la protezione dei Dreamer, i migranti arrivati in America irregolarmente da bambini e darà battaglia al Covid-19. “Joe”, balbuziente da ragazzo, lavorava sette giorni su sette: vendeva auto da un concessionario, puliva caldaie, passava la domenica dietro un banchetto al mercato. Una vita a volte sfortunata, scandita da incidenti e la morte prematura di moglie e figli.

«Sarò un presidente che unisce e non un presidente che divide: torniamo ad ascoltarci, siamo tutti americani». E promette il rientro degli Usa nell’accordo di Parigi sul clima e nell’Organizzazione mondiale della sanità, di abolire il bando sull’immigrazione dai Paesi musulmani e ripristinare il programma per la protezione dei Dreamer (i migranti arrivati negli Stati Uniti irregolarmente da bambini).

John Biden si presenta così. E’ lui il 46esimo presidente degli Stati Uniti. Con la vittoria in Pennsylvania, “Joe” ha superato i duecentosettanta Grandi elettori, soglia necessaria per conquistare la Casa Bianca. Oltre che in Pennsylvania, Biden ha vinto in Arizona, Wisconsin e Michigan, scuotendo e abbattendo l’orientamento di Stati in cui solo quattro anni fa aveva vinto Trump, il presidente uscente che non si dà per vinto – ma dovrà farsene una ragione – e continua a minacciare battaglie legali.

«Sarò il presidente di tutti», dunque. E’ il messaggio di riconciliazione nazionale lanciato da Biden dalla sua Wilmington. Aggiunge, inoltre: «Non esistono stati blu e stati rossi. Esistono solo gli Stati Uniti: diamoci una possibilità aiutandoci l’uno con l’altro».

Poi un pensiero, molto americano, dedicato alla moglie che a fine discorso lo raggiunge sul palco: «Sono il marito di Jill, e non sarei qui senza di lei; senza la mia famiglia; Jill sarà una fantastica First Lady».

La battaglia al Covid-19 è il primo tema che sta a cuore a Biden, che ha idee più chiare rispetto a Trump e al suo fatalismo. Non ignorare, ma combattere il pericolo della pandemia, il contagio. «Il nostro lavoro – ha dichiarato il neopresidente – inizia con il mettere sotto controllo il Covid; non risparmierò alcuno sforzo contro questa pandemia». Già domani, lunedì, nominerà gli scienziati che guideranno la task force sul coronavirus.

Sul palco prima di Biden, Kamala Harris:«Sono la prima donna vicepresidente ma non sarò l’ultima: questo è un paese delle opportunità – dice la neoeletta. Poi, rivolgendosi alle bambine: «Sognate con ambizioni; noi, la gente, abbiamo l’obbligo di costruire un futuro migliore senza mai dare per scontata la democrazia».

Ma conosciamo da vicino, per quanto possibile, Joe Biden. Indicato come “lo zio buono d’America”, uomo della classe media, segnato da terribili tragedie familiari, il vincitore delle  elezioni Usa 2020 è un veterano della politica. Alle spalle, qualcosa come quarantasette anni di politica, grande esperto di affari internazionali, ma anche qualche inspiegabile gaffe. Uno “zio buono”. Era quello che occorreva agli americani, abituati in questi ultimi quattro anni alle intemperanze esplosive della presidenza Donald Trump.

Joe Biden, ex “vice” di Barack Obama, compirà settantotto anni tra due settimane. Democratico moderato, arrivato con qualche incertezza alla presidenza, Biden vanta anche un primato: è il presidente più anziano di sempre ad entrare alla Casa Bianca. Il 20 novembre, a due mesi esatti dall’insediamento, come detto, festeggerà il settantottesimo compleanno. Otto in più, rispetto al record precedente di Donald Trump, diventato presidente a settant’anni compiuti. Quattro anni fa, Biden, devastato dalla morte per tumore al cervello del figlio Beau, rifiutò di candidarsi. Avrebbe avuto, forse, più chance di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

Joseph Robinette Biden è nato in una famiglia irlandese a Scranton, la grigia città delle miniere di carbone simbolo del fiasco dell’industria tradizionale, ma da quando aveva dieci anni ha vissuto nel Delaware, lo Stato dove, negli anni del Senato, è tornato ogni sera in treno per far da padre ai figli dopo essere rimasto vedovo.

Primo presidente cattolico dopo JFK – in tasca ha il rosario di Beau – Biden è favorevole all’aborto e, in linea con papa Francesco, alla difesa del clima. «Rientrerò nell’accordo di Parigi – promette – il primo giorno alla Casa Bianca». Balbuziente, da ragazzo, soprannominato “Dash” (trattino), perché non finiva le frasi, è guarito esercitandosi allo specchio.

Suo padre, ricco e incosciente da giovane, aveva subito rovesci finanziari e il piccolo Joe aveva dovuto lavorare sette giorni su sette vendendo auto da un concessionario, pulendo caldaie, passando la domenica dietro un banchetto al mercato. Mai studente brillante ma ottimo atleta, nel 1972, a soli 29 anni e dopo aver fatto l’avvocato, si candidò al Senato. Solo lui e la famiglia pensavano che ce la potesse fare e, Joe, venne eletto. Una gioia breve: poco prima di Natale la moglie Neilia e la figlia di tredici mesi, Naomi, rimasero uccise in un incidente stradale.

I due maschi, Beau e Hunter, finirono in ospedale gravemente feriti. Più avanti anche Beau, ex procuratore del Delaware e capitano della Guardia Nazionale, morirà lasciando nel padre un vuoto incolmabile. Hunter, il minore, gli ha causato inquietudini e guai, tra dipendenze dalla droga e business spericolati in Paesi come Ucraina e Cina rimbalzati sul padre con accuse di conflitto di interesse. Biden ha anche una figlia, Ashley, dalla seconda moglie Jill Jacobs, italo-americana con nonni siciliani e professoressa in un community college, sposata nel 1977 nella Chiesa dell’Onu a New York. Possiede, inoltre, due cani: Major e Champ. La corsa appena vinta, quella giusta, è la terza di Biden alla Casa Bianca. L’ultima, nel 1987, finì male quando si scoprì che aveva «copiato» un discorso da un leader inglese.

Nel 2008 a Obama aveva portato un bagaglio di esperienza e un cuore sincero. Ne era stato ricompensato con un accesso senza precedenti nelle stanze dei bottoni: partner, oltre che amico, del più giovane presidente che, tra i molti incarichi, gli aveva affidato nel 2008 quello di affrontare il «disastro continuo» della crisi economica dal punto di vista della classe media, da lui definita «la vera spina dorsale del Paese».

E sono stati i nipoti, con i quali ha trascorso a casa la maggior parte della giornata, a informare Joe Biden che la CNN gli aveva assegnato lo stato della Pennsylvania e quindi la vittoria. La nipote più grande, Naomi, ha postato su twitter una foto scattata subito dopo la notizia della vittoria che mostra Biden sorridente abbracciato dai nipoti.

Il presidente eletto Biden una volta insediato alla Casa Bianca il 20 gennaio ha in programma di firmare immediatamente una serie di decreti per rovesciare alcune delle decisioni prese dal presidente uscente Donald Trump. Lo riporta il Washington Post.

Tra le misure il rientro degli Usa nell’accordo di Parigi sul clima e nell’Organizzazione mondiale della sanità. Abolirà poi il bando sull’immigrazione dai Paesi musulmani e ripristinerà il programma per la protezione dei Dreamer. E come inizio, può dirsi “un buon inizio”.

Sardegna da sogno…

Immigrati, isola virtuosa (Eurostat)

E’ la prima regione italiana. Sassari e Cagliari le province più abitate. Fascino per i turisti, accogliente con quanti cercano lavoro. Tre su quattro sono i cittadini extraeuropei ad avere un contratto e valgono qualcosa come 123 miliardi di Prodotto interno lordo. Producono il 10% circa della ricchezza italiana. E uno su dieci rappresenta la forza lavoro in Italia.

Non è una novità che il rapporto fra immigrati e sardi, abitanti di un’isola non solo piena di fascino, ma accogliente tanto con i turisti quanto con gli immigrati. Il rapporto fra immigrati e Sardegna, nel tempo, si è consolidato. Testimone, un’indagine Eurostat che ha pubblicato non più di due anni fa, indicazioni circa l’occupazione dei cittadini immigrati in tutti i Paesi dell’Unione europea. In seguito al presente studio, emerge inoltre che le province più abitate dagli immigrati sono Sassari e Cagliari.

Ma, attenzione, breve riflessione, prima di lanciarci a capofitto nell’ospitale Sardegna. Non molti sanno che sono qualcosa sotto i tre milioni (2,7 milioni per l’esattezza) e valgono qualcosa come 123 miliardi di Prodotto interno lordo. Sono proprio gli immigrati, che arrivano a produrre il 10% circa della ricchezza italiana. E rappresentano più dello stesso 10% della forza lavoro in Italia.

STORIA, TRADIZIONI E…

Questa gente, che ha un nome e un cognome, ormai si è inserita con storia, tradizioni e significati antichi nella nostra vita di tutti i giorni. Lavorano per vivere, si logorano nei cantieri, si sfiancano nelle fabbriche, si affaticano nei negozi, si consumano nelle campagne. E, soprattutto, lavorano senza sosta nelle nostre case e accanto alle nostre famiglie. Perché fanno anche da badanti, assistenti e collaboratori domestici. Sono loro, i lavoratori stranieri dichiarati (parliamo dei “regolari”) che rappresentano oltre la metà dei cinque milioni di immigrati attualmente residenti in Italia. Con circa duecento differenti nazionalità presenti e spalmate lungo tutto il territorio.

E, si diceva, da qualche tempo è proprio la Sardegna a far registrare una delle percentuali di occupazione. Qui lavorano, regolarmente, tre cittadini immigrati su quattro. Il 70% degli immigrati che arrivano da Paesi extraeuropei può contare su un regolare contratto di lavoro che garantisce all’Isola il primo posto tra le venti regioni italiane e una media al di sopra dei valori nazionali (in Italia lavora regolarmente solo il 65 per cento degli immigrati) piuttosto vicina alla media europea e forte di una crescita pari al 6% rispetto ai dati rilevati non più di tre anni fa. Le percentuali calano al di sotto del 60% quando l’indagine si restringe ai cittadini immigrati ma da Paesi dell’Unione europea.

SARDEGNA, TERRA (QUASI) PROMESSA

Il risultato sorprendente dell’indagine di Eurostat è proprio l’alta percentuale di occupati in un territorio che non ha i “fattori di attrazione” tipici dei Paesi di destinazione preferiti dai migranti. L’Isola non sarà, allora, quello che si dice terra promessa dell’immigrazione, ma i lavoratori che sono arrivati in Sardegna sono comunque riusciti a ritagliarsi un posto sfruttando le carenze del mercato del lavoro in cui svolgono per la maggior parte mestieri legati ai servizi alla persona (8 su 10), seguiti da industria e agricoltura. La maggioranza, poi, sono lavoratori dipendenti. Da soli, però, gli immigrati non riusciranno a invertire l’attuale tendenza verso l’invecchiamento della popolazione della Sardegna anche perché, nel 2017, gli stranieri erano 54mila (3% per cento della popolazione complessiva).

ROMENI, AFRICANI, ASIATICI…

Secondo il dossier statistico sull’immigrazione realizzato da un Centro studi ricerche, basato sui dati registrati sempre circa tre anni fa (queste le indicazioni di cui disponiamo al momento, ma che inducono allo stesso modo alla riflessione), gli immigrati in Sardegna sono prevalentemente di origine europea (26mila). I più numerosi sono i romeni con oltre 14mila. La seconda rappresentanza più autorevole, è quella africana: 16mila circa di residenti; terzo posto l’Asia con circa 10mila. Nel periodo relativo a quello preso in esame, i cittadini non comunitari in possesso di un permesso di soggiorno erano 28mila circa, di cui il 53% con un permesso di lunga durata. Quali le province più abitate dagli immigrati? Sassari (22mila) e Cagliari (16mila).

«Covid, collaborate»

Michele Matichecchia, comandante della Polizia locale di Taranto

«Rispettiamo il Dpcm, più ci aiutiamo, prima ne usciamo. Quarantotto agenti in pensione negli ultimi due anni. L’Amministrazione sta pensando a un altro bando. Collegamento continuo con il sindaco, Rinaldo Melucci, e l’assessore, Gianni Cataldino. Doppia fila, regina delle infrazioni. Oggi i cittadini non segnalano, commentano direttamente sui social. Vigili, un perfetto mix fra vecchio e nuovo».

La circolazione del traffico, le doppie file, l’abusivismo commerciale e altro ancora. Fanno parte dell’attività quotidiana svolta dalla Polizia locale di Taranto. Responsabile, il comandante Michele Matichecchia che, lo spiega nel corso dell’intervista, ha un confronto continuo e costruttivo con il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, e l’assessore Gianni Cataldino.

Comandante, cominciamo dall’ultimo impegno per lei e i suoi agenti alla luce delle ultime disposizioni anti-Covid.

«Abbiamo ripreso il lavoro lasciato appena lo scorso maggio; a tempo pieno, dunque, siamo tornati a svolgere un’attività di controllo mai smessa, nella quale oggi stiamo intervenendo con un maggiore impiego di risorse. Le normative del DPCM sono articolate, ma vanno applicate, per il bene di tutti».

Copertura degli agenti di Polizia locale. Soddisfatto del numero con il quale lavora?

«A fronte di un grande impegno dell’Amministrazione comunale – ha “chiuso” la precedente graduatoria attingendo nuovi agenti – il problema numerico si sta ripresentando a causa dei raggiunti limiti di età del personale: solo negli ultimi due anni sono andati in pensione quarantotto agenti; fra i nuovi, ragazzi vincitori di concorso e giunti da altre città, vincono nuovi concorsi e vanno via. Quell’aumento di agenti all’inizio ci ha dato benefici, ma ora per i motivi appena segnalati, stiamo registrando un numero di agenti che di fatto va nuovamente rinforzato. E non è un caso che l’Amministrazione si stia attivando per bandire un nuovo concorso».

C’è stato un momento in cui ha fatto “miracoli” e il sindaco, Rinaldo Melucci, questo gliel’ha riconosciuto.

«Il sindaco apprezza il nostro lavoro che, va detto, facciamo in modo congiunto con lo stesso primo cittadino e con l’assessore Gianni Cataldino; fra noi esiste un collegamento continuo, lo scopo è la crescita di una città sotto tutti i punti di vista».

I settori nei quali gli agenti di Polizia locale sono impegnati.

«L’impegno principale è la presenza sul territorio. Le problematiche più ricorrenti sono rappresentate dalla viabilità, le infrazioni del codice della strada, incidenti stradali, l’attività commerciale abusiva; in altre occasioni, spesso con cadenza settimanale, invece si genera una stretta collaborazione con la Polizia di Stato».635331669565008065_Matichecchia_HomeIm_808x400-1280x720Le pessime abitudini dei tarantini, le infrazioni più ricorrenti?

«Come sempre è la doppia fila la regina delle infrazioni. Secondo una scuola di pensiero, la doppia fila “mordi e fuggi” rappresenterebbe una soluzione per aiutare il commercio; in questa idea bislacca, invece, non si considerano gli “imbottigliati” e danneggiati da un’abitudine che a volte può sfociare in un litigio, se non in una rissa: accade anche questo».

La Polizia locale è attiva per combattere questo ad altri gravi fenomeni.

«Sindaco e assessore chiedono di intensificare i controlli. Sta per arrivare un terzo “street control”, lo strumento che “a strascico” trasmette al Comando, in tempo reale, targa e veicolo sanzionando le infrazioni; senza tema di smentita posso però assicurare che a un maggior numero di multe, non corrisponde una diminuzione del fenomeno».

Esistono ancora i cittadini che segnalano agli agenti di Polizia locale eventuali disagi?

«Se c’è, è un’attività ridottissima; oggi il cittadino usa i social, sui quali si legge di tutto e di più: dalle cose serie, che possono tornare utili, a leggerezze e cose inesistenti delle quali faremmo volentieri a meno».

Un’idea di cosa segnalano i tarantini?

«Problemi legati prevalentemente al codice della strada: l’auto in doppia fila, che non consente di uscire, il passo carrabile occupato, l’incidente. Il commerciante abusivo che occupa suolo pubblico o l’ingresso del portone di casa…».

C’è stato un “autunno caldo”, gli agenti vengono ancora aggrediti?

«Non più, il potenziamento del personale, una maggiore presenza di pattuglie nella stessa zona fa da deterrente, così da avere debellato questo risentimento “fai da te” nei confronti delle istituzioni. L’ultimo gruppo di assunti, molto preparato, ha mostrato grandi capacità, anche di mediazione».

Come riescono ad interagire agenti di esperienza e nuovi agenti?

«Detto che i nuovi non si sono imbattuti in un Comando nel quale ognuno gestisce il servizio a modo suo, la nostra è una struttura bene organizzata, con compiti chiari: ogni squadra ha un suo riferimento, tutti si rivolgono all’ufficiale superiore, che a sua volta fa riferimento al vicecomandante, Raffaele Maragno. E’ così che si opera secondo le direttive dei rispettivi superiori e non in modo autonomo. La generazione più matura è sicuramente portatrice di esperienza, sa gestire gli eventi, non si fa prendere dal fattore emotivo. Ma alla fine credo si sia creato un perfetto mix fra vecchio e nuovo».

«Non sono badante…»

Mariana, romena, trentaquattro anni

Sfata un pregiudizio. «Ho dovuto sudarmi il mio primo lavoro», interrompe educatamente un’intervista a un africano. «Nella sfortuna di dover lasciare casa, loro forse sono più fortunati, rispetto a noi godono di assistenza: io, ottocento euro in tasca, ho lasciato il mio Paese per trovarmi subito lavoro; non voglio scatenare una guerra  fra poveri…»

«Non voglio scatenare una guerra fra poveri – si dice così, vero? – ma quando sono venuta in Italia non avevo nessuno, tranne una mia amica con la quale abito ancora, che mi aiutasse ad inserirmi nel mondo del lavoro; i migranti che da qualche anno sbarcano in Italia, hanno l’assistenza dovuta, godono di assistenza sanitaria e del pocket money: io no, sono arrivata poco più di cinque anni fa con lo scopo di mettere un po’ di soldi da parte e poi tornare in Romania, invece sono ancora qua…».

Mariana, trentaquattro anni, da cinque in Italia, come spiegava, interviene in una chiacchierata a voce alta con Hussain, un nigeriano. Sto prendendo appunti, fino a quel momento. Vista la divertente intrusione, a questo punto scriverò più avanti. Giovane signora di bell’aspetto e in salute, seduta su una panchina del Lungomare, a un metro di distanza, si inserisce con garbo nell’amichevole conversazione.

In realtà in un botta e risposta a voce alta, noi italiani con uno straniero proprio non ce la facciamo a parlare con un tono normale, diciamo anche moderato. Così, mentre provo a fare domande a un fratello che, intanto ascolta e sorride, ecco che Mariana, la signora accanto a noi, insieme con un paio di connazionali non può fare a meno di ascoltare. E’ giovedì pomeriggio, normalmente giorno di riposo concesso alle badanti dalle famiglie o direttamente dagli stessi assistiti. «Premetto che non faccio la badante – puntualizza Mariana, come se quello appena menzionato fosse un lavoro di seconda serie – sto con le mie amiche che, invece, fanno questo di mestiere da anni e per tutta la giornata; io mi occupo di qualcosa che ha a che fare con le case-famiglia, ma non faccio la badante a tempo pieno, mi occupo bensì di più casi, e quando scade il contratto poco dopo grazie a un paio di agenzie fortunatamente riesco a trovare altro».

«NON VOGLIO DISTURBARE…»

Riprende, Mariana. «Quando ho interrotto la vostra intervista non volevo arrecare disturbo, piuttosto volevo fornirvi qualche elemento in più per capire che ci sono migranti e migranti; ci unisce, sia chiaro, la necessità – nel mio Paese, come nel suo, non ce la passiamo bene – allora salutiamo parenti e amici e ci mettiamo in viaggio, destinazione Italia nel mio e nel suo caso».

Il tono dell’intervento di Mariana, confermo, non era provocatorio, piuttosto aveva tutta l’aria di voler puntualizzare. «I migranti africani che ce la fanno a sbarcare in Italia – e, diciamolo, non tutti hanno questa fortuna – godono subito di assistenza, dopo aver fatto un lungo e pericoloso viaggio, vengono assistiti dalle cooperative». Sembra fatto apposta, magari la trentaquattrenne romena è andata per associazione di idee, suggerisce “Costruiamo insieme”. «Qui c’è una cooperativa», indica, senza però ricordarne il nome. «Due strade dopo…», si sbraccia per farsi capire, «C’è un palazzo dove sono ospitati solo africani e più avanti un luogo di preghiera…Via “Cavalotti”..». Le “elle” dovrebbero essere due, ma non fa tanta differenza quando ci si capisce al volo. Sì, più avanti c’è una moschea, le suggeriamo. Arrossisce, prosegue nel suo ragionamento. «In Italia ci sono tanti romeni – spiega la donna – tanti a Taranto: hanno cominciato ad arrivare qua molti anni fa. I miei cari, purtroppo, sono rimasti là. Oggi ho trentaquattro anni, sono partita dal mio Paese cinque anni fa. Fino ad allora, ero vissuta sempre in Romania, dove avevo studiato e fatto corsi di aggiornamento professionale».

«TARANTO, PER CASO…»

Taranto è stata una scelta abbastanza casuale. «Dovuta più che altro al fatto che qui ho l’amica che mi ha ospitato da subito; anche lei lavora saltuariamente come me, a volte le tocca fare da badante, manca le mezze giornate, ma ancora vivo con lei, in una piccola casa in affitto, sempre la stessa». Anche lei lamenta una decisione indispensabile. «Sono venuta qui per lavorare e aiutare la mia famiglia – confessa – sinceramente mi piaceva l’idea di fare esperienza. Prima di decidere di provare a trovare fortuna in Italia, ho parlato con i miei familiari che hanno condiviso la mia scelta non senza una punta di amarezza; sono arrivata qua che avevo ottocento euro in tasca: c’era la mia amica che mi aveva invitata, quindi, per un po’ ero al riparo da brutte sorprese, ma mi sono data da fare subito per trovare un lavoro».

Gli italiani pensano che tutte le romene facciano le badanti, dice. «La maggior parte sì, ma io lavoro con una certa costanza con due agenzie, tanto che spero di continuare fino a quando non mi stancherò; mi trovo bene, non guadagno molto e, detto questo, mi tocca anche mandare soldi a casa. Non ho mai avuto un contratto fisso ma finora, sinceramente, non ho mai avuto problemi: tra le colleghe ci sono altre mie connazionali, ma anche immigrati che provengono da vari Paesi africani».

La puntualizzazione, considerando il fatto che si sia infilata nell’intervista a Hussain. «Prima di entrare nel mercato del lavoro ho dovuto girare un po’, perfezionare il mio italiano, lingua che conoscevo abbastanza bene: ho faticato, questo volevo dire; c’è chi deve farlo un po’ di più, chi un po’ meno: a me è toccata la prima parte con batticuore; perciò dico a questo ragazzone di sentirsi fortunato perché non avrà la mia stessa fretta e la mia stessa paura: quegli ottocento euro che avevo in tasca, una piccola fortuna, dovevo farli durare il più a lungo possibile, finiti quelli la mia amica avrebbe potuto ospitarmi ancora un po’, ma poi sarei dovuta tornare nella mia Romania».

Non si fosse spiegata così bene, avremmo pensato a una leggera punta di invidia nei confronti di Hussain. «Mi sono trovata bene dal primo momento, nonostante i duemila chilometri da casa, le differenze tra i due Paesi, il dovere di abituarmi a nuovi modi di fare della gente. Trovare quasi subito un lavoro mi ha aiutato molto. Ho anche frequentato un corso di italiano per imparare meglio la lingua».

Mariana sta per lasciarci. E’ stata utile. Invece, quasi si scusa. Conclude. «Non so se resterò in Italia per il resto della mia vita: vedo il mio futuro di nuovo in Romania – dove in questi anni sono tornata due volte – forse perché non so vedermi lontana da casa. Voglio tornare lì definitivamente e costruirmi il resto della mia vita».

Stop ai pendolari!

Tornare a lavorare nei borghi porterebbe benessere e produttività

L’Italia ha una ricchezza diffusa fatta di storia e tradizioni. La brusca frenata e l’obbligo allo smart working possono essere il bicchiere mezzo pieno. Consentirebbe a una infinità di lavoratori la riconquista di questi spazi. Oggi, non domani, potrebbe presentarsi una opportunità unica

Il nostro Paese, non lo scopriamo oggi, ha una grande ricchezza, diffusa sull’intero territorio. E’ fatta di luoghi di grande fascino e storia e antiche tradizioni. Bene, l’occasione di permettere a un numero incalcolabile di lavoratori italiani tanti la riconquista di spazi in buona sostanza a dimensione umana può rappresentare qualcosa di unico.

L’Italia è, principalmente, luogo nel quale non difettano borghi, solitamente diffusi, fatti di impercettibili realtà il più delle volte ricche di storia. Non è materia contemporanea, ma sappiamo perfettamente quanto abbia inciso nel nostro tessuto sociale l’emigrazione, lasciare la propria città, un tempo come oggi, lasciare il proprio Paese. Oggi possiamo affermare che la ricerca di un lavoro sradica i nostri figlia da queste realtà, dunque anche dalle loro origini creando insieme all’occasione lavorativa, costi sociali non indifferenti, il più delle volte legati allo spopolamento di campagna, aree rurali e i piccoli borghi.

Dunque, un investimento importante nelle precondizioni che facilitano l’opzione del lavoro agile, perché no, potrebbe aiutare a invertire questa tendenza. Tanti, infatti, sono i giovani costretti a trasferirsi in città affollatissime. La prospettiva è il lavoro, d’accordo, ma ci siamo chiesti quanto possa in realtà costare, uno sradicamento sociale e psicologico per chi si trasferisce e per chi si lascia alle spalle storia tradizione. E con queste un affetto che difficilmente qualcuno potrà restituire loro.

LAVORO A DISTANZA

La possibilità di lavorare a distanza, da casa o da sistemi decentralizzati, permetterebbe di riequilibrare un rapporto patologico tra il fascino esercitato dalla città e la legittima aspirazione di una vita radicata nelle relazioni e nella storia che spesso solo i borghi e i luoghi delle nostre origini possono soddisfare. Tocca a noi cominciare a porre al centro del dibattito una “nuova questione urbana” associata ai luoghi di residenza, sia alla qualità della nostra vita individuale e relazionale.

Vale ancora la pena di assecondare un modello di città fatto di mezzi sotterranei nei quali si ammassano lavoratori per occupare successivamente grattacieli ispirati a non si sa quali forme di sviluppo urbanistico che, spesso, finiscono in un patologico desiderio architettonico non meglio identificato. Le città, si dice, sono diventate quello che sono perché hanno sfruttato i grandi vantaggi derivati dalle esternalità di rete e di agglomerazione, ma in un tempo nel quale gran parte del valore economico è valore immateriale, la prossimità fisica perde quel ruolo centrale che ha giocato nei secoli scorsi.

CREARE NUOVE OPPORTUNITA’

L’obiettivo è, dunque, liberare il lavoro dalla sua gabbia fisica e creare nuove opportunità per persone e luoghi. L’Italia, ripetiamo, ha una ricchezza diffusa fatta di luoghi bellissimi, ricchi di storia, tradizioni, relazioni e solo spezzando le catene del pendolarismo avrebbe, come dicono gli studiosi, un effetto decisivo sul miglioramento della qualità della vita di milioni di persone. E tutto ciò, senza parlare degli effetti benefici sull’ambiente attivati da una decongestione dei centri cittadini. Minori spostamenti, più tempo libero e una migliore distribuzione degli uomini sul territorio. Si tratterebbe di spingere organizzazioni pubbliche e private verso forme e strutture più moderne e sostenibili. Le stesse, sicuramente ne guadagnerebbero in impegno, coinvolgimento e produttività. Cosa principale, il punto di partenza: non domani, ma oggi stesso.

«Non lavorare, che fatica!»

Musa, ventitré anni, gambiano

«Mi manca l’attività, il Covid ha bloccato i campi; aspetto, impaziente, una telefonata dal mio datore. Da quattro anni in Italia, ho lavorato al mercato, giocato al pallone. Sento spesso i miei cari, mi assale la nostalgia, ma tornare indietro sarebbe un errore. Soccorso da una nave mercantile spagnola, arrivai a Taranto…»

Musa, ventitrè anni, gambiano, fede musulmana. Da quattro a Taranto. «Sono sbarcato direttamente in città – racconta – uno di quei viaggi dei quali sai quando parti e non sai quando e, soprattutto, come arrivi a destinazione. Proprio questo aspetto, il viaggio, che nasconde sempre gravi insidie, fin dal mio proposito di partire ha fatto preoccupare i miei genitori, papà 45 anni, mamma 44».

«“Sei proprio convinto del passo che stai per compiere ?” – dice Musa – mi ripetevano e io a rassicurarli, a dire loro che avrei fatto molta attenzione, e una volta fuori dal Gambia, al primo sospetto o alla prima occasione non del tutto chiara, sarei scappato via: di storie ne ho sentite a non finire, alcune a lieto fine, altre un po’ meno e, altre ancora, conclusesi in tragedia. E quando dico tragedia mi riferisco ai morti ammazzati di cui ancora oggi sentiamo parlare, di naufraghi che trovano la morte in mare, in quello che dovrebbe essere il viaggio della speranza: legittimo, dunque, il timore da parte di mamma e papà».

Ha gli occhi lucidi Musa, specie quando parla di genitori e comunicazione. Nonostante gli strumenti disponibili oggi, «ci sentiamo saltuariamente, spesso sì, ma non tutti i giorni». Le domande sarebbero sempre le stesse. «Mi chiedono come sto, se sto lavorando, se mi manca qualcosa: l’affetto della famiglia, per esempio. E ogni volta è una telefonata toccante, io che provo a farmi passare come possibile la nostalgia, loro che invece, e non volendo, me la fanno tornare in modo assai sostanzioso».

«TORNARE A CASA, IMPROBABILE»

A proposito di tornare, Musa non ci pensa. «Non sono nelle condizioni di partire e tornare – spiega – il viaggio per arrivare qui, a Taranto, mi è costato un anno di lavoro in Libia; ho dovuto mettere da parte duemila dinari, pari a 1.200 euro, una bella cifra per me e quelli come me che collezionano sacrifici da che sono nati; ci sono restrizioni nel mio Paese come altrove, intanto per il Covid, una sciagura: se oggi sono qui, seduto davanti a un bar, in attesa di una telefonata per tornare a lavorare nei campi, purtroppo lo devo proprio alla pandemia; non se l’aspettava nessuno, il lavoro nel bene e nel male filava liscio, avevo trovato un certo equilibrio, invece: capisco gli italiani quando invocano il Cielo perché i contagi finiscano e tutti possano riprendere la vita di tutti i giorni; detto del coronavirus, invece, passiamo al viaggio di andata nel mio Paese e quello del ritorno in Italia: complicato; oggi saprei, forse, quando partire, controlli medici compresi, ma non saprei come rientrare, perché a quel punto dovrei essere bravo intanto ad uscire dal mio Gambia e fra mille sentieri arrivare in Libia, scampando alle bande armate o persone prive di scrupoli; lavorare ancora e tanto, infine ripagarmi il viaggio per l’Italia: ma questa volta avrei la stessa accoglienza di quattro anni fa? No, i tempi non sono più quelli di allora…».

Dunque, salto indietro. «Una volta in mare – ricorda per noi Musa – il viaggio della speranza, non senza momenti di panico: in mare aperto può accadere di tutto, dal maltempo e, dunque, onde alte quanto un palazzo di venti piani che ti possono spazzare in un attimo, al vedere lontano una imbarcazione: non sai se sbracciarti o meno per attirare l’attenzione, potrebbero essere militari libici che ti riportano indietro, oppure pirati del mare che ti privano delle ultime cose che hai addosso; o, magari, navi militari o mercantili: a me e i miei amici, tanti, stretti in una bagnarola – chiamarla imbarcazione è un’offesa all’intelligenza – andò bene, una nave mercantile spagnola ci venne incontro, ci fece salire a bordo e accompagnò direttamente al porto di Taranto dove era attivo l’hotspot».

«FINALMENTE A TARANTO…»

Una volta a Taranto, fine dell’avventura. «Non proprio – ricorda il ventitreenne gambiano – la mia prima destinazione è stata Ostuni, un campo riservato a quanti, come me, fuggivano dalla miseria e dalle persecuzioni; vero è che in Gambia è stato rovesciato un governo militare, ma è anche vero che quello attuale dà l’impressione di fare poco per il popolo, sembra quasi mascherato: ne parliamo spesso fra noi, chi amministra il potere prima o poi si lascia tentare da politica e dinamiche che non sto qui a spiegare…».

Musa si è espresso perfettamente. «Chi va al mulino prima o poi si sporca di farina…», diciamo di solito in Italia. Compreso il senso, il ragazzone gambiano, treccioline appena pronunciate, sfodera un sorriso contagioso. Ma torniamo all’esperienza in quel campo ad Ostuni. «Non era il massimo stare lì – poche occasioni di lavoro, che però io ho colto al volo, e 75euro mensili di “pocket money”, non sempre puntuale; ho giocato anche al pallone in una squadra del posto che hanno chiamato “Banana”, ma non perché giocavano dei neri, era solo per divertimento e per partecipare a tornei stracittadini».

Uno dei lavori. «Uno dei primi – spiega Musa – è stato in un mercato, aiutavo un fruttivendolo di una certa età, mi trovavo bene con lui, ma non avendo chi seguisse il suo mestiere a un certo punto ha chiuso la sua attività». Poi a Taranto. «Insieme con un amico ho preso casa, un monolocale, ci cuciniamo da soli, un po’ speziato, ma soprattutto cucina italiana, tutto condito con pomodoro, dal riso agli spaghetti: la vostra tavola non si batte; lavoro nei campi, anche quattro mesi di seguito, ora sono in attesa che il Covid molli un po’ la presa e possa permettermi di tornare finalmente a lavorare…».

Ultimo pensiero rivolto a casa. «E’ complicato pensare a riabbracciare papà, mamma e le mie due sorelline, una di nove e l’altra di otto anni, che adoro: le ho lasciate quattro anni fa, cominciavano a diventare grandi, mi mancano. Ecco, ogni volta che sento i miei cari mi viene un nodo alla gola, una forte emozione: non so dove e non so quando ci vedremo. E questo è il pensiero che mi perseguita da quattro anni, nostalgia sì, ma anche paura di riabbracciarli fra un po’ di anni, sempre troppi…».

«Ricchi con la pandemia»

Norvegia, il Fondo sovrano in tre mesi ha intascato 44 miliardi di dollari

Quello del Paese scandinavo è il più grande del mondo. Viene alimentato in gran parte dai ricchi giacimenti di petrolio del Mare del Nord. Oggi il valore complessivo delle risorse economiche equivale a circa 217.000 dollari per ogni norvegese.

Non è necessario essere grandi economisti o avere un minimo di infarinatura in economia. Insomma, non è necessario essere governatore della Banca d’Italia, per capire che in uno stato di crisi, grave in questo caso, considerando che il Covid ha messo in ginocchio l’economia di molti Paesi occidentali e non solo, per comprendere come un Paese civile, edotto e, in qualche modo astuto sotto il profilo economico, come la Norvegia, invece di andare in sofferenza, in piena pandemia si arricchisce a dismisura, tanto che il Fondo sovrano del quale proveremo a scrivere a breve, in soli tre mesi ha guadagnato qualcosa come quarantaquattro miliardi. Più o meno come un disavanzo pubblico. Se fossero piovuti insieme tutti questi soldi, l’Italia, avrebbe messo a posto due conti pubblici. Sia chiaro, non avremmo risolto la crisi del Paese, ma essere investiti da cifre simili non avrebbe che potuto far bene alle casse dello Stato.

Ma torniamo al tema di partenza, da una parte chi perde, dall’altra chi si arricchisce. Detto in soldoni, è il caso di dire, se da una parte esistono Paesi che avevano in qualche modo una solida posizione (non è il caso dell’Italia, questo va detto…) e, causa il coronavirus, da mesi navigano a vista, da qualche altra parte inevitabilmente esultano. Certo, non sulle disgrazie, sui contagi, piuttosto che le morti, aspetto tornato a preoccupare intere nazioni, Italia compresa, ma sull’aspetto squisitamente economico che spinge il flusso del denaro da una parte all’altra a seconda delle crisi.

PER FARLA BREVE…

Per essere chiari. Adottiamo un principio banale, quello dei vasi comunicanti: se si abbassa il livello in uno dei due, inevitabilmente sale quello dell’altro; stessa pratica, la marea: da una parte è alta, dall’altra parte del globo sarà sicuramente bassa. Non ci perdiamo in un bicchier d’acqua, per così dire. Proviamo a consultare economisti che ne sanno più di noi, entriamo nel merito delle dinamiche che spostano vertiginosamente e a vagonate, il denaro da una parte all’altra dell’universo.

Dunque, partiamo dal Fondo sovrano. Ne sentiamo parlare, ne leggiamo distrattamente, ma non sappiamo cosa in realtà sia, evidentemente nello specifico, non solo in superficie, questo “benedetto” Fondo sovrano. Veniamo al punto: vengono denominati fondi sovrani speciali strumenti di investimento pubblico che appartengono a ciascun Paese. Questi fondi vengono utilizzati per investire in strumenti finanziari, come azioni, obbligazioni, immobili, altre attività, i surplus fiscali o nelle riserve valutarie in moneta estera.

Trasferiamoci in Scandinavia. Il fondo sovrano della Norvegia gestisce 1,16 trilioni di dollari, il più grande del mondo ed alimentato in gran parte dai proventi dei ricchi giacimenti di petrolio del Mare del Nord. Nel terzo trimestre 2020 ha guadagnato 412 miliardi di corone (44,31 miliardi di dollari) poiché il valore crescente dei titoli tecnologici statunitensi ha compensato gli effetti negativi della pandemia. Fondato nel 1996, il fondo detiene partecipazioni in circa 9.200 società a livello globale, che detengono l’1,5% di tutte le azioni quotate. Investe anche in obbligazioni e immobili.

OGNI NORVEGESE, DUECENTOMILA DOLLARI

I mercati finanziari che risentono dell’aria che tira erano ancora influenzati dall’incertezza legata al coronavirus. Indipendentemente da questo, i mercati azionari hanno avuto un buon rendimento, specie grazie alla forte performance nel settore tecnologico negli Stati Uniti (dichiarazione riportata in una nota dall’amministratore delegato del fondo Nicolai Tangen). Oggi il valore complessivo del fondo equivale a circa 217.000 dollari per ogni norvegese. Il portafoglio complessivo, infatti, ha registrato un rendimento positivo del 4,3% nel terzo trimestre, guidato dalle azioni con un rendimento del 5,7%, che a fine settembre rappresentavano il 70,7% del portafoglio.

A fare chiarezza, comunque a sciogliere dubbi, non solo a quanti sono pratici di finanza, m anche a quanti hanno poca dimestichezza con denaro e conti, è intervenuto il Financial Times. Il principale giornale economico-finanziario del Regno Unito, uno dei più antichi e autorevoli nel mondo, in questi giorni ha fatto chiarezza. «Il rendimento complessivo – ha spiegato tecnicamente il Financial Times – è stato di tre punti base, inferiore al rendimento dell’indice di riferimento del fondo. Tangen ha riferito che il Fondo venderà azioni di società che si comportano male su questioni ambientali, sociali e di governance (ESG), per aumentare i suoi rendimenti». In buona sostanza, conclude il giornale britannico, «è necessario utilizzare il rischio in modo più intelligente, disinvestendo cioè dalle partecipazioni in società non in linea con queste finalità».

«Buon compleanno!»

Maria Chiara, morta di overdose, il fidanzato le aveva regalato una “dose”

Francesco è accusato di omicidio preterintenzionale. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me lo avrebbe fatto con qualcun altro», confessa il ragazzo. Domanda: ma all’informazione è concesso proprio tutto, anche riportare frasi fuori controllo? Nessun tipo di rispetto. E nella chiacchierata, mai una parola di affetto per la povera diciottenne trovata priva di vita in un letto, dopo quella tragica esperienza. E, intanto, le cooperative sociali, senza grandi aiuti, si spendono ogni giorno per strappare anche una sola anima ad un tragico destino

«Tanti auguri a te, tanti auguri a te!». E, ancora, «Buon compleanno, Maria Chiara!». Maria Chiara, ha compiuto i suoi diciotto anni poche ore prima e il suo Francesco, come confessato dallo stesso ragazzo ad un organo di informazione, le fa scartare il “regalo” davanti ai suoi occhi: una dose di eroina. Una dose che risulterà mortale. «Buon compleanno, Maria Chiara!».

Da non crederci. E non tanto perché un giovanotto che ha cominciato il giro delle sette chiese, e ci riferiamo a quanti fanno passare per informazione una lunga teoria di frasi senza senso. Francesco che ha di fronte un giornalista e la sensazione che un dramma in qualche modo paga, racconta una tragedia senza un briciolo di rispetto per la famiglia della povera Maria Chiara. E il giornalista, la testata che pubblica la storia, ma soprattutto frasi da codice pensale, fa lo stesso. Facile dire «Facciamo i cronisti, c’è una notizia, un reo confesso e ci lanciamo a capofitto!». Esistono etica, buon senso, buon gusto. Forrest Gump, santa ingenuità, avrebbe esclamato «Sono un po’ stanchino». Come a dire: è complicato digerire certe modalità, far passare per “diritto di cronaca” simili esternazioni. E, invece, ne abbiamo le tasche piene. Per un lettore o uno share in più.

Cooperative sociali, associazioni e attività di volontariato si spendono per recuperare, tentare di strappare anche una sola anima ad un tragico destino, e che fanno un organo di informazione e un suo cronista? Attaccano un registratore, spianano un taccuino e usano strumenti di comunicazione come fosse un megafono, peggio, un programma in prima serata. Non ci importa perfino la rete che la programmerebbe una confessione  così, anche se un’idea sulla trasmissione “a tutta rissa” ce l’avremmo.

«LEI AVEVA VOGLIA DI PROVARE…»

Sentite cosa dice Francesco, fidanzato o “tipo”, come usano dire i ragazzi di qualcuno con cui hanno una relazione, e cosa devono sentire i genitori di Maria Chiara. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me lo avrebbe fatto con qualcun altro». Lui che viene dall’esperienza del “buco” non si sogna nemmeno di dissuadere la ragazza, anzi la “roba” può essere il regalo di compleanno. Un pensiero in meno.

Il cronista, a quelle parole, non si indigna, raccoglie la seconda parte dello sfogo e scrive, registra, riverbera la seconda serie di sciocchezze. «Non ho nulla da nascondere – prosegue Francesco – mi voglio difendere: è vero faccio uso di sostanze stupefacenti ed è vero che quella dose di eroina a Maria Chiara l’ho fatta io!». E’ talmente chiaro che lui, generoso com’è, aveva intercettato il desiderio della sua “piccola”. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me l’avrebbe fatto con qualcun altro», garantisce dall’alto della sua esperienza il tipo.

Nessuno fa notare a Francesco che certe dichiarazioni il più delle volte sarebbero frasi fuori controllo. Puoi riportarle a un giudice, un inquirente che vuole vederci chiaro e non ad un giornalista. Lui, il fidanzato di Maria Chiara, studentessa, morta il giorno del suo compleanno, per una presunta “overdose” da eroina, non ci pensa su due volte e parla a ruota libera. Il giovane, accusato di omicidio preterintenzionale, per il momento unico indagato, quasi ribalta la sua posizione. «Voglio sapere anch’io come è morta – dice – anche io ho preso quella stessa roba e non mi è successo niente: ho comprato una dose a venti euro e l’ho divisa in due, una più piccola e una più grande; ce la siamo fatti a Roma: siamo tornati a casa mia, lei è andata a farsi un aperitivo con le amiche, poi siamo stati qui a farci una birra e andati a dormire».

«MAI VISTO UN MORTO…»

Prosegue il racconto di Francesco. «La notte aveva il respiro pesante, russava, ma era normale; solo la mattina verso le nove, quando l’ho chiamata per andare al bar visto che a casa non c’era caffè, ho visto che era bianca, l’ho trascinata in bagno e ho provato a rianimarla: non lo so se era viva, non l’ho mai visto un morto e così ho chiamato il 118…».

C’è attesa per l’autopsia di Maria Chiara. La posizione di Francesco si è aggravata. Non è omissione di soccorso, come era emerso fino a qualche giorno fa: il giovane è accusato di omicidio preterintenzionale. In attesa dell’esame autoptico la Procura ipotizza anche il “reato di morte come conseguenza di altro delitto”, ma in questo caso a carico di ignoti.

Maria Chiara è stata rinvenuta morta a casa del fidanzato, che ha raccontato di averle donato una dose di eroina come regalo per il compimento della maggiore età, diciotto anni. I due, dunque, avevano trascorso la notte insieme. Ora, per chiarire se il decesso sia stato provocato da un’“overdose”, saranno decisivi i risultati dell’autopsia. Le operazioni peritali, saranno accompagnate da un esame tossicologico. Questo l’aspetto formale di una brutta vicenda. In tutto questo, l’assenza di disperazione, commenti e, soprattutto, di una parola dolce all’indirizzo della vittima. A questa età non dovrebbe mancare. E invece, «Tesoro», «Amore», «Le volevo bene», «Non mi sembra vero» e via così, non pervenute.

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