«Siamo esseri umani»

Seny, senegalese, ventotto anni, torna a casa

«Corriamo il rischio di essere trattati come numeri, piuttosto che con rispetto». Dopo otto anni di Italia, compie il percorso inverso. «Spero questo serva ad aprire la mente a qualcuno, ai Paesi europei chiediamo solo un’occasione di lavoro e non assistenza. Insegnerò ai ragazzi a coltivare, a produrre quanto possa garantire sostegno alle famiglie. Manca la luce, la sera usiamo le torce o andiamo a letto alla stessa ora delle galline…»

«Non c’è posto per me, non ho grandi prospettive in un Paese che da una parte ti mostra rispetto e ospitalità, e dall’altra ti vede come un peso, qualche volta una minaccia: come se portassi via lavoro, risorse economiche e in cambio dessi solo problemi, fossi solo un assistito e, nella peggiore delle ipotesi, addirittura uno che non vuol lavorare e vive di espedienti, peggio, elemosine e spaccio: in otto anni di Italia, ne ho sentite di tutti i colori…».

Seny, senegalese, ventotto anni, con la sua storia raccontata senza tanti giri di parole, ha richiamato anche la nostra attenzione. Non succede spesso di intercettare un ragazzo, vispo, che non ha problemi ad esprimere il suo punto di vista. «L’Italia non è contro i migranti – dice – anzi, dovessi scegliere un posto nel quale vivere e lavorare, non avrei dubbi: sceglierei questo Paese».

E, allora, Seny, dov’è il problema? «E’ che ogni tanto, di solito nel periodo delle elezioni, oppure quando gli italiani vedono una crisi – come quella provocata dal Covid? – non sapendo con chi prendersela, si scagliano contro il primo che incrociano, non so, magari un fratello nero…». Va bene una volta, due, poi non ce la fai più. «Non è stato questo che mi ha messo sul primo mezzo per tornare al mio Paese, il Senegal, in un villaggio, il mio, ai confini di Gambia e Mali, nel quale non esiste perfino l’elettricità; no, i motivi sono altri, diciamo pure di coscienza…».

LA MIA ESPERIENZA PER CRESCERE

Fuori il carattere, Seny. «Ho fatto una certa trafila in Italia – spiega – ho lavorato nei campi, seminato, coltivato, raccolto, così un giorno mi sono detto: perché questa esperienza non la metto a disposizione dei miei fratelli? Ed è così che farò, anzi sto già facendo: senza perdere tempo, perché di tempo non ne abbiamo, dunque dobbiamo cominciare col cercare di produrre lo stretto necessario per permetterci di sopravvivere, perché a vivere ci penseremo più avanti!».

Un sottile distinguo, merita un approfondimento. «Oggi in questa zona subsahariana si muore di fame – puntualizza – non ci sono materie prime per sfamarsi, parlo delle fasce più deboli, dai piccoli agli anziani; medicine per curarsi, nemmeno a parlarne, anzi, se proprio volete saperlo, in questo villaggio, come in buona parte del circondario non c’è energia elettrica, così la sera ci tocca accendere torce o andare a dormire alla stesa ora delle galline…».

Eppure, un pensiero a restare in Europa, Seny lo aveva fatto. «Sono quelle cose che ti arrivano stando in Africa – prova a giustificare il ventottenne senegalese – immagini viste alle tv, da quella italiana a quella francese: l’idea che passava fino a qualche anno fa era quella di Paesi che godevano di buona salute e che avrebbero potuto ospitare anche noi, offrirci un’occasione di lavoro…».

Invece, pare di capire che non è così. «Dopo le prime risposte apparentemente positive, l’inversione di marcia: non veloce, ma costante; parlo dell’Italia in cui ho vissuto per otto anni; prima una piccola crisi, poi qualcosa di più, stavolta accentuato, infine l’intolleranza: brutta cosa la discriminazione, quando le cose vanno male, se la prendono con chiunque, anche con gli immigrati che non hanno colpe, vedere un nero per strada o che lavora nei campi, torna a scatenare rancori».

NON SOLO IN ITALIA…

Ma non è solo problema italiano. «In Italia hanno un profondo rispetto, se un giorno dovessi scegliere un Paese nel quale tornare, non avrei dubbi: tornerei qui; ma non voglio lontanamente pensarci, la mia testa ora è qui, al mio Paese».

Parla bene l’italiano, Seny. Ha le idee chiare, spiega il suo percorso di studi e il suo impegno nella scuola del suo Paese. «Ho conseguito un diploma in Senegal – racconta – ma in Italia non hanno riconosciuto il mio titolo di studio, così con la santa pazienza ho ripreso a studiare: lavoravo e studiavo, studiavo e lavoravo; il mio diploma era come se fosse una licenza elementare, al massimo l’equivalente di una prima media: insomma, punto e a capo. Ce l’ho fatta, ho conseguito un titolo di studio in Italia che, oggi, non vale nel mio Paese: bella questa, vero?».

L’impegno con gli studenti più giovani. «Mi sono candidato a spiegare ai ragazzi quanto sia difficile vivere in un Paese europeo, considerando che l’Unione mostra di poter fare poco per inserire nel mondo del lavoro gli africani che sbarcano sulle loro coste; racconto il mio viaggio, compiuto non appena maggiorenne: un percorso di grande sofferenza, dal lasciare il mio Senegal come fossi un fuggiasco, al percorso in un deserto interminabile, da restarci secchi; e poi il viaggio in mare, le paure, superare con una “bagnarola” una traversata titanica, pregare il Cielo che non incontrassi motovedette libiche che mi riconducessero sulla terraferma. Racconto queste cose, i ragazzi restano senza parole davanti a simili racconti, c’è chi, invece, gli aveva prospettato un futuro roseo: niente di tutto questo, specie in questo momento; se è vero che quando ho deciso di compiere il percorso inverso, cioè tornare in Senegal, le condizioni in Italia non erano incoraggianti, oggi lì la situazione si è complicata: nel mondo la politica è il male del secolo, della storia direi; in Italia, oggi, è più o meno così: i partiti si scagliano uno contro l’altro e uno degli argomenti al centro dei loro discorsi è quello sull’immigrazione; parlano di cifre e poco di rispetto, come se quelle migliaia di disperati fossero una cosa e non esseri umani».

Quei pochi soldi guadagnati in Europa, aiutavano più di qualche famiglia.

«A fronte di enormi sacrifici, ma ora non si può contare nemmeno in quelle risorse, quei soldi che i ragazzi guadagnavano e spedivano a casa: è un periodo molto critico; chi resta in Europa deve vivere secondo un costo della vita che non è paragonabile a quello senegalese o, comunque, in altri paesi africani: è un momento di grande sofferenza, per questo è bene rimboccarsi le maniche, cominciare daccapo, prima che sia troppo tardi».

La felicità in nove mosse

La scienza dice che vivere serenamente è un bene comune

Ecco i punti che la gente rispetta per vivere meglio. Fra questi, desiderare più tempo a disposizione piuttosto che soldi, l’odore dei fiori e della campagna, vivere il presente e gli amici. E la scelta ricade su territori e ritiri aiutano a vivere senza stress per ricaricare le batterie. “In medio stat virtus”, dicevano i latini: fra mare e montagna, meglio la collina.

Relazioni, tempo piuttosto che soldi, l’odore dei fiori, gentilezza e buonumore, sudare per stare meglio con la testa, divertirsi, vivere il presente e gli amici. Sono alcuni dei punti rispettando i quali l’essere umano potrebbe migliorare la qualità della vita.

In queste considerazioni spicca la voglia di spazi aperti e natura. Non è un caso che studi universitari svolti in tal senso, dicano come l’uomo e la donna scelgano vacanze ragionate, consultino internet, vadano a pescare “non solo isole e mare”, territori e ritiri che consentano di vivere senza stress per rigenerare, ricaricare le batterie. Ormai la gente non si concentra più sul periodo estivo, giugno-agosto. Una prima rivoluzione negli Anni 80, estese, incoraggiò, le vacanze anche nei mesi di maggio e settembre, incentivando queste scelte con una settimana in più di vacanza o salario. Oggi, da cinque mesi, la forbice-vacanza si è allargata a otto mesi circa, dalla coda del mese di marzo agli inizi di ottobre. E, allora, ecco la collina, “in medio stat virtus”, come dicevano gli antichi latini, qualcosa insomma che sta fra il mare e la montagna. Non per ricondurre qualsiasi tipo di ragionamento alla nostra Puglia e, in particolare, alla Valle d’Itria, ma il futuro è già qui, da ieri.

LA SCIENZA DELLA FELICITA’

Per questo non ci meravigliamo quando sentiamo, leggiamo che  tutti vogliono essere felici e che la “scienza della felicità” ha registrato sempre una importanza maggiore negli ultimi anni. Anche stavolta ci hanno pensato i ricercatori americani producendo rapporti sulla felicità su qualsiasi longitudine. Sondaggi puntuali, svolti in tutto il mondo raccontano una psicologia positiva che si concentra su ciò che rende prospere le persone e le comunità, tanto da essere salita alle stelle per popolarità. Conosciamo comportamenti, atteggiamenti e scelte legati alla felicità, anche se buona parte delle ricerche sull’argomento possono trovare solo correlazioni. I ricercatori pensano che una quota considerevole della nostra felicità sia sotto il nostro controllo, mentre il resto sarebbe determinato dalla genetica e dai fattori esterni. Detto in soldoni: si può fare molto per controllare la nostra felicità.

Dunque, ecco, fra i tanti, nove comportamenti che celebrano la felicità. Dicevamo delle relazioni: bene, queste sono essenziali. Un ampio studio ha seguito centinaia di uomini per oltre settanta anni scoprendo che i più felici (e più sani) sono quanti hanno coltivato forti relazioni con le persone in cui credevano e da cui si facevano sostenere.

Il peso del danaro divide e unisce, punti di vista: le persone più felici preferiscono avere più tempo nella loro vita, piuttosto che più soldi: il cercare di vivere la vita con quella mentalità sembra rendere la gente più soddisfatta. Ma attenzione, lo stesso denaro dal quale si prende una certa distanza, alla fine, aiuta a pagare le bollette, dunque le vacanze, il soggiorno. Il benessere della gente aumenta insieme ai livelli di reddito fino a un salario annuo, assicura lo studio, pari a qualcosa che sta fra i settantamila e gli ottantamila euro (per gli europei) o dollari (per gli americani). Un numero, probabilmente, che varia a seconda del costo dello stile di vita adottato.

Vale la pena fermarsi a sentire l’odore di rose e fiori. Su questo assunto siamo perfettamente d’accordo: le persone che rallentano per fermarsi a riflettere sulle cose buone della vita riferiscono di essere più soddisfatte.

Cos’altro aiuterebbe a far stare bene. Gli atti di gentilezza, per esempio, questi aumenterebbero il buon umore. Provate, per esempio, a dare ai vostri amici un passaggio all’aeroporto, alla stazione oppure trascorrete un pomeriggio a fare volontariato. Alcune ricerche mostrano che le persone che compiono atti simili sarebbero più felici.

IL CORPO, LA MENTE, GLI AMICI

Sudare fa bene. Certo, gli esercizi aiutano a mantenere il corpo giovane, ma gli studi che abbiamo preso in esame dimostrano che un incremento dei livelli di attività fisica è connesso a livelli più alti di felicità: l’esercizio tende pure ad aiutare a mitigare i sintomi di alcune malattie mentali.

Il divertimento è il più prezioso degli oggetti materiali. Le persone tendono ad essere più felici se spendono i loro soldi in esperienze piuttosto che in cose. I ricercatori hanno scoperto che l’acquisto di cose che consentono di fare delle esperienze: scarpe da trekking, escursione, da arrampicata su roccia o un nuovo libro da leggere nel massimo silenzio, lontano da rumori molesti, possono anche aumentare la felicità.

Infine, vivere il presente e passare il tempo con gli amici è tempo ben speso. Diversi studi hanno scoperto che le persone che praticano la meditazione di consapevolezza sperimentano un maggiore benessere e le interazioni con amici casuali possono rendere più felici le persone e le amicizie strette (specie con altre persone felici) possono avere un effetto potente anche sulla propria felicità.

«Stiamo con Willy!»

Storia del ventunenne capoverdiano, massacrato di botte a Colleferro

«Picchiato, steso a terra, gli aggressori si sono accaniti saltandogli addosso». Come un complimento degenera nella periferia della capitale. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Arrestati due fratelli e un paio di loro amici. Chi conosceva la vittima di origini africane non si capacita. «Non vedremo più il suo sorriso, da non crederci, puntuale sul posto di lavoro, voleva migliorarsi, diventare uno chef…».

«Gli sono saltati addosso per completare l’opera, dopo averlo scaraventato a terra con un calcio». Come se volessero spegnere cartacce che hanno preso fuoco con una sigaretta ancora accesa su un marciapiedi, con una furia bestia. Ingiustificabile. L’opera alla quale si riferisce uno dei testimoni del pestaggio mortale del povero Willy Monteiro Duarte, ventuno anni, originario di Capo Verde, arcipelago dell’Africa occidentale. I primi indizi incastrano Marco e Gabriele Bianchi, due fratelli palestrati, Francesco Belleggia, loro amico, avrebbe un ruolo defilato in quello che gli organi di informazione indicano come «pestaggio mortale».

Alla base del contrasto, fatto di offese, telefonate per chiedere rinforzi, come fosse una guerra, non c’è proporzione. Non c’è proporzione fra le parole e un pestaggio finito nel sangue. Ma così va, da anni a questa parte nelle periferie delle grandi città. Non esistono presidi militari, una volta invocato l’intervento di una pattuglia di polizia o una gazzella dei carabinieri, passano venti, trenta minuti. E quando arrivano, se arrivano, da un comune vicino, tutto è già accaduto. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Fra una frase e la “lezione” inferta da due, tre energumeni, a un povero ragazzo subito accasciatosi a terra, dunque inerme, impossibilitato anche a difendersi, perché quel colpo di karate sferratogli all’improvviso lo ha già annientato.

UNA LEZIONE DA COMPLETARE

Niente, la “lezione” va completata, Willy è come se fosse una cicca di sigaretta, ancora accesa, va spento. Accidenti alle regole della mattanza, non scritte, ma che nei quartieri sopravvivono, specie ai bordi della capitale, dove le bande della Magliana, i protagonisti di “Romanzo criminale” (scritto dal tarantino Giancarlo De Cataldo), sono eroi. Non ci sono posti di polizia, esistono invece i boss. Vivono in ville lussuose e blindate, come fossero stanze dei bottoni. Riscuotono e ordinano. Ordinano e riscuotono. Impartiscono ordini, più stupidi sono i loro soldatini, più fanno al caso dei boss. Sventolano mazzetti di banconote sotto il naso di questi giovanotti pieni di muscoli e privi di cervello. «Andate lì, dategli una ripassatina, dategli una lezione: se non riscuotete, non posso assicurarvi benessere, casa, vacanze, moto, camicie e scarpe costose, orologi e collane che pesano quanto un “fero” da stiro».

Torniamo dal povero Willy, che non potrà più sorridere alla vita, agli amici, al suo lavoro da cuoco, ai suoi sughetti, alla sua amatriciana.  «Ah bella!». E’ solo una frase innocente, rivolta davanti a un locale di Colleferro, il “Duedipicche”, all’indirizzo di una ragazza di un altro gruppo. Che sarà mai, se ne sentono talmente tante che la cosa più ragionevole sarebbe un lasciar perdere, sorriderci su. Toh, berci sopra. Non c’è volgarità, non c’è offesa. Invece è la miccia di una scalata alla violenza culminata nel pestaggio mortale del ragazzo capoverdiano. Matteo, un amico della vittima, ricorda. «Uno degli aggressori ha sferrato un calcio all’altezza del petto di Willy, facendolo stramazzare al suolo, mandandolo a sbattere contro un’auto parcheggiata all’esterno del locale; Willy era anche riuscito a rialzarsi, ma su di lui si è abbattuta una gragnuola di calci e pugni tanto che il ragazzo è caduto daccapo a terra».

SCHIACCIATO COME UNA “CICCA”

Non finisce lì. La “lezione” va completata. Non è sufficiente un drammatico ko tecnico. Prosegue Matteo. «Mentre Willy è a terra, proseguono a sferrargli calci e pugni, tanto che stavolta proprio non ce la fa a rialzarsi». Samuele, un altro amico di Willy, aveva provato a fare da scudo al corpo di Willy per proteggerlo, ma è stato colpito anche lui. E’ sconvolto, mette a verbale gli ultimi istanti di vita del poveretto. «Mentre giaceva in terra, gli aggressori proseguivano passandogli sopra con i piedi: ricordo due di loro, gli aggressori, che saltavano sopra il corpo di Willy steso a terra e già inerme». Un altro amico della vittima, Marco. «Nello scendere dall’auto gli aggressori hanno subito aggredito Willy, senza pronunciare una sola parola, dritti al bersaglio!».

Faiza, altro testimone, indica uno dei due fratelli, Gabriele Bianchi. «E’ stato lui, ha sferrato un calcio in pancia a Willy, caduto a terra; quando si è rialzato ed è stato colpito ancora, dallo stesso aggressore, poi è arrivata la security del locale ed è scappato insieme agli altri». Belleggia, amico dei Bianchi, riporta l’ordinanza dei carabinieri, rende una sua versione. «Marco va verso Willy, gli tira un calcio e lui cade all’indietro, Gabriele picchia, invece, l’amico di Willy, a poca distanza: Marco gli sferra un calcio sul petto, Willy cade indietro sulla macchina e Gabriele si dirige verso l’amico di Willy picchiandolo…».

Non esistono video sull’accaduto. Non è facile individuare chi ha sferrato il colpo fatale a Willy. Dopo l’accaduto, i fratelli Gabriele e Marco Bianchi di venticinque e ventiquattro anni, Francesco Belleggia, ventitré anni, e Mario Pincarelli, ventidue anni, vengono accusati di omicidio preterintenzionale, si difendono. Nessuno di loro, asseriscono, avrebbe toccato Willy. Tesi ripetuta durante l’interrogatorio di convalida dell’arresto davanti al gip di Velletri. Belleggia, secondo la difesa, sarebbe stato presente ai fatti, ma non avrebbe colpito Willy. L’avvocato che segue i fratelli Bianchi, ha annunciato di essere in possesso di nuove prove riconducibili alla notte in cui è stato ucciso Willy. Le ha depositate. Contraddicono quelle della Procura in particolare per quanto riguarda il ruolo che hanno ricoperto i fratelli Bianchi nella rissa.

BIANCHI, NULLATENENTI E VITE DA STAR

Una vita esagerata, tra vacanze in Costiera amalfitana, abiti firmati e orologi di lusso e tutto grazie ad un negozio di frutta aperto da soli tre mesi. Questo raccontano le immagini social dei fratelli Bianchi, Marco e Gabriele, arrestati e accusati dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte, che risultano anche nullatenenti. Scrive il Messaggero. «Marco, da qualche mese, subito dopo il lockdown, aveva aperto un piccolo negozio di frutta verdura a Cori, comune della provincia di Latina. Non un grande locale su cui tra l’altro il sindaco della cittadina, Mauro De Lellis, ha già avviato le pratiche per il ritiro della licenza. Marco e Gabriele, però, al netto della frutteria di Cori risultano nulla tenenti. Motivo per cui non si escludono accertamenti di natura patrimoniale nei prossimi giorni».

Infine, Mimmo, uno dei colleghi del ventunenne capoverdiano, che lavorava con lui nella cucina dell’Hotel degli Amici di Artena. «Aveva tanta voglia di darsi da fare, era appassionato del suo lavoro con il desiderio di migliorare e crescere professionalmente: un ragazzo sorridente, così come si vede nelle foto, era un angelo», ha spiegato. E’ questa la cosa della quale non ci capaciteremo mai. Si può spegnere un sorriso con tanta violenza? E anche su questo, gli amici di Willy, i suoi conoscenti, i familiari, tutti noi, vogliamo risposte. Non solo chiediamo giustizia, ma anche che certe cose non debbano ripetersi. Dunque, ci sia prevenzione, educazione al rispetto. Prima di invocare condanne che, per quanto giuste, non ci restituiranno il sorriso di Willy, uno di noi.

«Viva la quercetina!»

Una sostanza naturale potrebbe abbattere Covid e contagi

Scoperta straordinaria del Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr). La sostanza avrebbe un’azione destabilizzante su una delle proteine-chiave per la riproduzione del coronavirus. «E’ presente in abbondanza in vegetali comuni come capperi, cipolla rossa e radicchio»,  spiegano gli studiosi. «Massimo impegno per trovare un vaccino e debellare una pandemia che torna a fare paura».

Si fa presto a dire «Ci siamo!». C’è una speranza che sfida, petto in fuori, e braccio steso, come fossimo pronti alla somministrazione del vaccino che potrebbe alleggerirci dalla paura di tutte le paure. Quella provocata da Covid-19, quel virus comunemente e drammaticamente chiamato “coronavirus”, che ci ha tenuti sottochiave per tre mesi. In questi giorni si è diffusa voce che i contagi siano drasticamente aumentati e non contenuti come auspicavano governo e italiani insieme. Circola voce che stiano per tornare paura e lockdown, la miscela sociale esplosiva dalla quale non solo l’Italia stavolta ne uscirebbe con le ossa rotte. Già la prima botta è stata forte, si è abbattuta su un Paese già con gravi problemi economici. Gli economisti spiegano che nella migliore ipotesi, prima di riprendersi dai danni provocati dal Covid-19, occorrerà più di qualche anno. Insomma, tutto sì tranne una dolorosa replica. Stavolta sarebbe fatale.

Dunque, ogni volta che lo spettro del confinamento dovuto al coronavirus si agita, l’attenzione è rivolta al vaccino, ai medici, alle possibilità di debellare definitivamente il Covid-19. E’ notizia delle ultime ore, lanciata da Quifinanza in collaborazione con l’agenzia Adnkronos che ci sarebbe una concreta speranza anti-Covid. Arriverebbe dalla scienza, attraverso un composto naturale. A patto, ecco la cautela, che la comprovata possibilità di reinfettarsi li renda effettivamente efficienti.

Uno studio internazionale al quale ha partecipato l’autorevole Istituto di nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Nanotec di Cosenza) spiega che la quercetina, un composto di origine naturale, funziona da inibitore specifico del Covid-19. La sostanza secondo quest’ultimo studio, mostrerebbe un’azione destabilizzante su una delle proteine-chiave per la riproduzione del patogeno. Anche se ci sforziamo nell’usare la prudenza che ci offre l’uso del condizionale, lo studio relativo al vaccino è stato  pubblicato sull’International Journal of Biological Macromolecules.

STUDIO ITALO-SPAGNOLO

Uniti si vince. Lo sviluppo di farmaci antivirali specifici per il coronavirus, assieme alla ricerca di un vaccino efficace, è un altro studio importante che il mondo della scienza ha avviato per battere la pandemia. Lo studio è stato condotto da Bruno Rizzuti del Cnr-Nanotec con un gruppo di ricercatori spagnoli (Saragozza e Madrid) dimostra che la quercetina, bloccando l’attività enzimatica di 3CLpro, risulta “letale” per il Covid-19.

«Le simulazioni al calcolatore – dichiara Rizzuti, autore della parte attinente all’elaborazione elettronica – hanno dimostrato che la quercetina si lega esattamente nel sito attivo della proteina 3CLpro, impedendole di svolgere correttamente la sua funzione; già al momento questa molecola è alla pari dei migliori antivirali a disposizione contro il coronavirus, anche se nessuno di questi è tuttavia approvato come farmaco».

La spiegazione del Cnr. La quercetina ha una serie di proprietà originali e interessanti dal punto di vista farmacologico. «E’ presente in abbondanza in vegetali comuni – spiegano gli studiosi – come capperi, cipolla rossa e radicchio, ed è nota per le sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, antiallergiche e antiproliferative». Note anche le sue proprietà farmacocinetiche perfettamente tollerate dall’uomo. «La quercetina – proseguono – può essere facilmente modificata per sviluppare una molecola di sintesi ancora più potente, grazie alle piccole dimensioni e ai particolari gruppi funzionali presenti nella sua struttura chimica. Poiché non può essere brevettata, chiunque può usarla come punto di partenza per nuove ricerche».

RISULTATO IMPORTANTE

Lo studio parte da una caratterizzazione sperimentale di 3CLpro, la proteasi principale di Sars-CoV-2, precisa Olga Abian, prima autrice della pubblicazione. «Questa proteina ha una struttura dimerica – spiega la scienziata spagnola – formata da due sub-unità identiche dotate ciascuna di un sito attivo fondamentale per la sua attività biologica. In una prima fase del lavoro è stata studiata, con varie tecniche sperimentali, la sensibilità a varie condizioni di temperatura e pH: un risultato importante, in quanto molti gruppi di studio stanno lavorando su 3CLpro come possibile bersaglio farmacologico, perché fortemente conservata in tutti i tipi di coronavirus. Per questa proteina sono già segnalate in letteratura molecole che fungono da inibitori, ma non utilizzabili come farmaci a causa dei loro effetti collaterali».

Nello studio alla soluzione anti-Covid, interessante risulta essere lo screening sperimentale. Eseguito su centocinquanta composti, grazie a cui la quercetina è stata individuata come molecola attiva su 3CLpro.

Ancora informazioni sulla “benedetta” quercetina. «Riduce l’attività enzimatica di 3CLpro – specificano studiosi italiani e spagnoli – grazie al suo effetto destabilizzante sulla proteina». Ma il lavoro dell’equipe italo-spagnola non si ferma qui. Un primo spiraglio. Stavolta concreto. «Contiamo di trovare un vaccino, ma i farmaci saranno comunque necessari per le persone già infette e per chi non può essere sottoposto a vaccinazione; la ricerca di nuove molecole è indirizzata a somministrare una combinazione di differenti composti, per minimizzare la resistenza ai farmaci e lo sviluppo di nuovi ceppi virali».

Insomma, si fa presto a dire «Ci siamo!», ma è anche vero, che nel silenzio assoluto, gli studiosi stanno compiendo passi da gigante. Che il Cielo li benedica.

«Razzismo infinito»

Nessuno tocchi Armine, scrive Flavia Piccinni

La giornalista-scrittrice tarantina, da anni residente a Lucca, difende la modella armena scelta da Gucci. «Non sarebbe abbastanza bella», offendono professionisti e “deb” della comunicazione. «Altri si sarebbero focalizzati sulle origini della mannequin: la discriminazione non conosce stile se non quello del sopruso, è un mondo che ambisce alla diversità», prosegue nella sua tesi difensiva l’autrice di romanzi e saggi di grande successo.

«Abbiamo passato gli ultimi vent’anni a criticare le modelle: troppo magre, troppo belle, troppo differenti dalle donne qualsiasi; sono arrivate le oversize, e anche qui non sono mancate le critiche: troppo grasse, legittimano l’obesità, troppo poco somiglianti alle donne qualsiasi», scrive Flavia Piccinni, giornalista e scrittrice tarantina. Grande talento, di più, “Premio Campiello”, sezione giovani, una predestinata. I riconoscimenti, nonostante la sua giovane età, non si contano.  Tre romanzi (Quel Fiume è la notte, Lo Sbaglio, Adesso Tienimi) e un saggio sulla ‘ndrangheta (La malavita), Flavia parte da un romanzo che ambienta nella sua città dalla quale, giovanissima, si stacca per seguire la famiglia che si trasferisce a Lucca. Oggi scrive per The Huffington Post, sito americano fra i più seguiti al mondo e, ultimo dei suoi commenti, difende Armine, modella scelta da Gucci, da quanti considerano la ragazza di origini armene «non abbastanza bella».

«Adesso che la moda ha fatto della diversità la sua bandiera – modelle di etnie diverse, modelle con la vitiligine, modelle con handicap – abbiamo ancora da criticare», prosegue la giornalista-scrittrice. Questa volta l’intervento della Piccinni, si diceva, è in difesa («sulla pelle, letteralmente») dell’armena Armine Harutyunyan, scelta da Gucci come mannequin.

Incredibile, scorgere i messaggi, inoltrati alla vittima di questa assurda persecuzione. Giungono da ogni dove, contengono offese gravi, per quanto si possano comprendere frasi scritte in inglese o francese. La ragazza, ventitré anni, 37,3 mila follower su Instagram, è di colpo diventata oggetto di feroci attacchi. «La sua colpa?», attacca la scrittrice tarantina, «non essere abbastanza bella, secondo (i sicuramente bellissimi) disprezzatori professionisti».

«SE NON ODI, NON ESISTI!»

Naturalmente nella cultura dello hate sharing («odio la condivisione») dove se non odi non esisti, era abbastanza prevedibile la valanga di violenti insulti. «Lasciando da parte l’analisi estetica, perché, d’accordo con André Gide, “La bellezza non sta nella cosa guardata, ma nello sguardo” – scrive Flavia Piccinni – la riflessione è certamente più complessa e ancora una volta riporta la centralità del discorso sul desiderio maschile: non sei desiderabile per un uomo? Allora non lo sei affatto. Ci sbatte davanti anche l’imperante misoginia, e le dinamiche tossiche che continuano a essere alla base dei rapporti maschio/femmina ove tutto è filtrato attraverso l’apparenza».

Scorrendo gli insulti gratuiti e crudeli, c’è da rabbrividire. «“Ma è una donna?” – provoca la scrittrice riprendendo una delle espressioni più abusate nella variegata filippica di cattiverie – si sono chiesti alcuni utenti (anonimi) mettendo in dubbio la femminilità della modella, altri invece si sono focalizzati sulla sua origine armena, perché il razzismo (soprattutto quando si focalizza sulle minoranze etniche) non conosce stile se non quello del sopruso».

TORNA IN MENTE SCHOPENHAUER

La lezione di Alessandro Michele – che ha ampiamente appreso dalla scuola di Barthes come la moda sia un manifesto quotidiano potentissimo – si è rivelata ancora una volta una prova contemporanea di guerra pacifica: Armine Harutyunyan ha saputo catalizzare l’attenzione mondiale come non accadeva da tempo, e ci ha riportato alla miseria stereotipata che meritiamo. Questo un altro segmento della riflessione della scrittrice in difesa della modella armena. «Torna in mente Schopenhauer – riprende – che era solito ripetere come la bellezza fosse “una promessa di felicità”. Effettivamente ti fa illudere, la bellezza, che ogni cosa sia possibile. Ti fa credere che avrai un lavoro più facilmente (e i dati di un recente studio americano confermano che effettivamente sia così), e che raggiungerai una vita perfetta. Ma in tempi in cui la popolarità dura quanto un post su Instagram, forse già solo l’ipotesi di un successo è abbastanza».

Cosa sia la bellezza sarebbe un mistero. Poi ci fermiamo, riflettiamo e ci diciamo che non è proprio così. Può essere una cosa e il contrario della stessa. Chi scrive, professionista o “deb” che sia, ha in mente una sua idea di bellezza. Che poi non è così sua, in quanto inculcata da generazioni e media, come scrive la stessa Piccinni, che hanno eletto a bellezza canoni sempre diversi, a seconda delle stagioni. La bellezza, questo il tema della difesa, condivisa in toto, da parte di Flavia. «La bellezza viene imprigionata – in questo mondo che ambisce alla diversità – sempre di più in parametri rigidi, ristretti e sovente irraggiungibili. Parametri che sono prigioni per chi guarda, e sicurezze per chi critica illudendosi che nel sorriso placido e addomesticato di una bellezza aderente ai canoni non ci sia nulla di sovversivo». E come non darle ragione.

«Siate fratelli!»

Don Lorenzo, parroco di Floridia invita i fedeli ad amare il prossimo

«Se siete convinti che l’ordinanza del governatore della Sicilia, Musumeci, risolva il problema delle migrazioni, non venite a messa», dice ai parrocchiani. «Forte preoccupazione e dissenso nei confronti del presidente della Regione Sicilia», l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. Infine, il Viminale spegne le ultime resistenze dei politici: «L’ordinanza non ha valore: l’immigrazione è materia di competenza statale».

«Se siete convinti che l’ordinanza del presidente della Regione Sicilia, Musumeci, risolve il problema delle migrazioni, vi do un consiglio spassionato: non venite a messa, state perdendo tempo». Don Lorenzo Russo, parroco della chiesa di San Francesco d’Assisi a Floridia, un tiro di schioppo si diceva un tempo, da Siracusa, lo abbiamo cercato, chiamato. Volevamo, intanto, ringraziarlo per aver dato voce a chi non gode della stessa benevolenza degli organi di informazione, i migranti, e poi per aver tenuto la barra dritta. «Quello che dovevo dire è riportato sul mio primo messaggio su Facebook, non ho altro da aggiungere, se non confermare il mio punto di vista». Ormai noto a tutta Italia. Ma non solo quello di un parroco di una cittadina, Floridia, appunto, un comune di ventimila abitanti situato nello spigolo più vicino alle coste africane di una regione che fino a poco tempo fa, Lampedusa docet, era stata un esempio sull’accoglienza.

Ma gli scenari cambiano, don Lorenzo non vuole entrare nel merito politico, «Ci mancherebbe solo questo…», dice. Ma con l’avvicinamento alle consultazioni elettorali, ecco che partono gli spot. Giornali, siti e social diventano uno sfogatoio che dice una cosa e dopo cinque minuti l’esatto contrario. Piatto ricco, mi ci ficco, si dice dalle nostre parti. I fratelli africani che leggono le nostre (e le loro) “storie”, non sanno forse a cosa alludiamo. Il “piatto ricco”, in senso figurato, è una posta in gioco elevata che fa gola. In senso mediatico, invece, è l’occasione per avere una vetrina elettorale su un tema che da anni interessa e fa discutere gli italiani.

AMATE IL PROSSIMO…

Ma torniamo a don Lorenzo, la sua chiesetta nel cuore di una comunità attenta, partecipe. Qualcuno i primi tempi ha accolto i ragazzi che sbarcavano sull’Isola con grande affetto. Poi un po’ meno, fino a quando qualcuno ha pensato di metterla sul confronto politico. Così le decine, centinaia al massimo, dei ragazzi in fuga da Paesi in cui si patiscono ingiustizie e fame, di colpo sono diventate migliaia. Potenza dei social. Generoso agli inizi, qualcuno è stato indotto al ragionamento inverso. Ci si è messa di mezzo la politica. Il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, ha imposto lo sgombero degli hot spot regionali. Risponde il governo, che impugna il provvedimento sui Centri di accoglienza: un presidente regionale non può farlo, le decisioni spettano solo al governo.

I fedeli, pochi in verità, ma evidentemente molto attivi sui social, provano a tenere i due piedi in una scarpa: non amerebbero il prossimo come se stessi, uno dei principali dogmi della Chiesa, ma continuerebbero andare lo stesso a messa come se nulla fosse. Respingerebbero i fratelli dalla pelle scura, mentre a parole invocherebbero Dio, confermandogli nelle preghiere massimo rispetto («sia fatta la tua volontà»).

Per restare nell’esempio ecclesiale: predicherebbero bene, ma razzolerebbero male. Dunque, la provocazione di don Lorenzo. «A quanti gioiscono per l’ordinanza di Musumeci convinti da domani di essersi liberati del problema delle migrazioni dico: non venite a messa, state perdendo tempo». Il messaggio su Facebook dopo l’ordinanza di Musumeci che imponeva lo sgombero degli hot spot siciliani.

POVERI DI SERIE “A” E “B”?

Invece, don Lorenzo. «Chiedete coerenza a chi vi circonda, imparate piuttosto voi ad essere coerenti con la fede che dite di professare». L’iniziativa del governatore siciliano, già contestata dal Viminale, per sgomberare centri e hotspot è stata criticata anche da altre voci della chiesa siciliana. Dunque: «Se dividiamo l’umanità in persone di serie A e di serie B siamo destinati al fallimento umano e politico».

La mano di un bambino nero stretta a quella di un adulto bianco, è l’immagine che accompagna dal duro post di don Lorenzo. Il concetto è rivolto principalmente a chi guarda con favore al provvedimento del presidente della Regione. L’ordinanza di sgomberare centri di accoglienza e hotspot «non ha valore: l’immigrazione è materia di competenza statale», ha chiarito subito il Viminale.

Dunque, don Lorenzo ha scritto ai suoi parrocchiani sul social più diffuso, perché il concetto fosse breve, ma chiaro. «Scrivo ai miei parrocchiani convinti, da domani, di essersi liberati del problema delle migrazioni; a quanti osannano scelte politiche che non fanno il bene dei poveri di questo mondo ma guardano solo al proprio interesse, dico: non venite a messa, state perdendo tempo!». L’amaro post del parroco punta il dito, poi, contro l’ipocrisia di alcuni fedeli, si diceva. E ancora. «La vostra ipocrisia vi precede: chiedete coerenza a chi vi circonda, imparate voi ad essere coerenti con la fede che dite di professare, sennò saremo solo come i “sepolcri imbiancati” di cui parla Gesù: che si lasciano ammirare dalla gente per la loro bellezza esteriore, ma che all’interno custodiscono solo odore di morte».

Il messaggio scatena subito diverse reazioni. «Alcuni non hanno capito che la parola di Dio è per tutti», ha scritto qualcuno. Tantissimi i messaggi di condivisione con il parroco, non mancano i distinguo: «Il problema serio è che il nostro stato chiude le porte a coloro che interpellano in quanto poveri e non certo ai turisti, concordo con padre Lorenzo», dice suor Maria Grazia D’Angelo, carmelitana di Santa Teresa del Bambin Gesù.

CONCORDE LA CHIESA SICILIANA

All’iniziativa di don Lorenzo, si sono aggiunte le reazioni della chiesa siciliana, da un angolo all’altro dell’Isola. L’ordinanza di Musumeci ha provocato le reazioni anche della Caritas Diocesana di Palermo e dell’Ufficio Migrantes, organi presieduti dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, che in una nota esprime «forte preoccupazione e fermo dissenso nei confronti dell’ordinanza emanata dal presidente della Regione Sicilia». «Se dividiamo l’umanità in persone di serie A e serie B, se non ci facciamo carico del dolore di tutti siamo destinati al fallimento umano e politico», scrivono i religiosi palermitani. Anche se sottolineano le premesse condivisibili che mettono in luce «l’enorme disagio in cui versano oggi la popolazione siciliana e i migranti affluiti sulle nostre coste in questi mesi estivi; i motivi: penuria di strutture idonee all’accoglienza, assenza di servizi adeguati, mancata redistribuzione in ottemperanza agli accordi europei, deresponsabilizzazione degli altri Stati membri della CE, fughe da hotspost e centri sovraffollati».

«Ma non è soffiando sul fuoco della paura e della rabbia sociale che faremo passi avanti per superare il momento complesso che stiamo attraversando», l’opinione di don Alessandro Damiano, arcivescovo coadiutore di Agrigento. Infine, Matteo Salvini. «Tutto il mio appoggio al governatore della Sicilia che difende la salute e la sicurezza della sua gente», secondo il leader della Lega. Bastasse bloccare gli sbarchi per restituire sicurezza e salute ai siciliani.

Mali, colpo di Stato

Destituito Boubacar Keita

La capitale Bamako nelle mani dei militari. Proteste contro il presidente, mancanza di sicurezza e brogli elettorali. Sul territorio la presenza di forze straniere. Negli ultimi due anni il Dipartimento di Stato americano ha destinato 323milioni di dollari per addestramento e forme di assistenza ai “Paesi del G5” (Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad e Mauritania).

Colpo di Stato in Mali. Lo ha compiuto l’esercito ai danni dello stato e del presidente Boubacar Keita, presidente da sette anni e, oggi, dimissionario. La capitale Bamako da giorni è nelle mani dei militari. Sciolto anche il parlamento, decisione accelerata per via degli arresti di alcuni ministri da parte dei soldati intervenuti nella capitale.

Tutto, che sia pretesto o episodio acclarato, come riportato da più fonti, fra queste “il Post” di Luca Sofri, è accaduto dopo le proteste contro Keita, che secondo le accuse avrebbe compiuto brogli elettorali durante le consultazioni dello scorso marzo. L’intervento pare fosse nell’aria, alla luce del malcontento della popolazione a causa di una incapacità del governo nel contrastare corruzione e gruppi islamisti armati molto attivi, in particolare nella zona a Nord del Paese.

La popolarità di Keita negli ultimi anni pare avesse registrato una caduta in verticale. Lo stesso dicasi la percezione di sicurezza, nonostante l’appoggio di forze straniere. In particolare, in una regione, quella del Sahel, fascia di territorio dell’Africa subsahariana che include anche il Mali, sono attivi militari di Stati Uniti e Francia. Negli ultimi due anni il Dipartimento di Stato americano ha destinato 323milioni di dollari per l’addestramento di forze di sicurezza e altre forme di assistenza ai “Paesi del G5” (lo stesso Mali, insieme con Burkina Faso, Niger, Ciad e Mauritania). In breve, la Francia è diventato lo stato straniero con la maggior presenza militare nella regione: cinquemila soldati e basi militari.

Quanto sta succedendo in Mali è importante non solo per il futuro del Paese, ma anche per l’intera regione dell’Africa occidentale, senza contare che da anni sul territorio sono presenti soldati occidentali (statunitensi e francesi, si diceva) impegnati contro gruppi jihadisti.

CRISI IN MALI…

La crisi ha inizio otto anni. Ribelli e jihadisti prendono il controllo di zone del Nord del Mali, al confine con Algeria e Niger. Non più di un anno prima era stata combattuta la guerra civile in Libia contro l’allora presidente, Muammar Gheddafi. Anche in quell’occasione avevano partecipato Francia e Stati Uniti. Dopo la caduta di Gheddafi, ribelli maliani armati (fra questi membri di Al Qaida schieratisi al fianco del leader libico) erano tornati in Mali attaccando città del Nord, fino a prenderne il controllo. In virtù di ciò, le zone governate dai gruppi jihadisti furono sottoposte a rigorose regole religiose. Da questo stato di cose, scaturì il successivo colpo di stato compiuto dai militari, che destituirono l’allora presidente maliano, Amadou Touré, facendo avanzare le quotazioni  di Keita, politico molto popolare.

Prima del rovesciamento del governo di Touré, Keita era stato primo ministro e presidente del Parlamento godendo dell’appoggio soprattutto dei giovani. Keita ci mise poco a guadagnarsi rispetto, tanto da essere considerato “un politico onesto e giusto”, come aveva riportato il New York Times. Sette anni fa, ad un anno e mezzo dopo il colpo di stato, Keita fu eletto presidente a larghissima maggioranza. Nel suo programma, fra i primi impegni: combattere la corruzione. Durante la presidenza di Keita, e dopo l’avanzata dei gruppi islamisti nel Nord del Paese, la Francia aveva aiutato le forze maliane nel riprendere il controllo dei territori perduti. All’inizio l’intervento fu un successo, anche se successivamente i ribelli continuarono a compiere attacchi contro la popolazione civile.

E LA SICUREZZA PROMESSA?

Keita, purtroppo, nonostante i suoi annunci non fu in grado di sostenere le promesse fatte, a cominciare dal garantire sicurezza ai cittadini. Questo malcontento avvertito fra il popolo maliano sarebbe stato il principale motivo dell’ultimo colpo di Stato militare. Le principali accuse rivolte a Keita sarebbero riconducibili all’incapacità nel migliorare la situazione economica del Paese e mettere in campo strumenti a contrasto della corruzione. Da qui il crollo in termini di fiducia. Rieletto presidente, Keita aveva raccolto una maggioranza molto più bassa rispetto alle elezioni di cinque anni prima che lo videro trionfare. Fra le accuse: brogli e irregolarità nel voto.

Infine, le ultime elezioni parlamentari. Da qui in poi, manifestazioni antigovernative con decine di migliaia di persone in piazza, fino all’intervento dei militari che hanno rovesciato il governo di Keita. I problemi cominciano alla fine di marzo. Pochi giorni prima delle elezioni, uno dei leader dell’opposizione, Soumaila Cisse, viene sequestrato da uomini armati non identificati nel centro del Paese, tra le preoccupazioni della popolazione: il contagio e l’attività di gruppi islamisti.

Contro Keita e il suo partito, oltre alle accuse sulla mancanza di sicurezza assicurata ai propri connazionali, anche i brogli elettorali. A fine aprile, la Corte costituzionale del Mali aveva ribaltato gli esiti elettorali relativi a trentuno seggi parlamentari. Una condizione che aveva permesso al partito di Keita di avere la maggioranza in Parlamento. Una manovra che non aveva del tutto convinto il popolo maliano che aveva cominciato a manifestare apertamente il proprio malumore. Meno di cinque mesi dopo, arriva il colpo di Stato, Keita a casa.

«Viva gli sposi!»

Bonus matrimonio, la Regione incoraggia il “wedding”

«Una piccola cifra, ma utile ad attutire le difficoltà del momento», dice il governatore Michele Emiliano. «Un settore duramente colpito dalla pandemia in tutta la sua filiera: sartorie, fiorai, fotografi, allestitori e catering». Nove su dieci le cerimonie rinviate al prossimo anno. L’intero comparto ha registrato una perdita stimata in circa ventisei miliardi di euro. Nessuna notizia, invece, per l’emendamento all’interno del Disegno di legge in tutta Italia. 

Puglia, millecinquecento euro per gli sposini, ecco il “Bonus matrimonio”. Lo ha annunciato il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, attraverso uno dei social a lui consueti: facebook. «Questo provvedimento è indirizzato a tutte le coppie che si sono sposate in questo periodo, difficile, e che si sposeranno entro la fine dell’anno; per venire incontro a quanti sono intenzionati a compiere questo passo importante abbiamo pubblicato il bando del “Bonus matrimonio”. Si tratta di una piccola cifra, millecinquecento euro, ma utile ad attutire le difficoltà del momento. Ci auguriamo davvero che il vostro amore costruisca un Paese e un mondo più bello. Siamo con voi in questo momento complicato, ma l’allegria e la gioia che il vostro amore scatena nel vostro cuore è anche la nostra».

Emiliano lo aveva annunciato durante il lockdown nel corso delle riunioni con gli operatori del settore wedding e con i cittadini. Il bonus, si diceva, è di millecinquecento euro e, in buona sostanza, a favore delle imprese della filiera “matrimoniale” che possono avanzarne richiesta, su domanda degli sposi, per le feste di matrimonio organizzate nel periodo dal 1 luglio al 31 dicembre 2020 (il provvedimento ha valore retroattivo).

Spiega il governatore della Puglia. «La misura, Puglia Wedding Travel Industry; ha come obiettivo quello di sostenere la filiera del settore wedding affinché le coppie di sposi che abbiano scelto di festeggiare il matrimonio nei mesi successivi alla fase di lockdown siano invogliate a mantenere fermo il loro proposito, confermando le feste nuziali; il wedding in questa regione rappresenta un mercato di riferimento. Questa attività, però, è stata duramente colpita dalla pandemia in tutta la sua filiera: dalle sartorie ai fiorai, ai fotografi, passando per allestitori, catering e wedding planner. Con questo programma la Regione Puglia insieme a Pugliapromozione intende dare un incoraggiamento concreto al settore, ovviamente sempre nel rispetto di tutte le misure previste per evitare contagi e il diffondersi del virus».

NEL RESTO D’ITALIA…

Tace invece l’attività per l’emendamento previsto per il Disegno di legge che intende rilanciare il settore-matrimoni praticamente spazzato via dall’emergenza Covid e aiutare i neosposi, in tutta Italia.

E’ bene ricordare che il rinvio dei matrimoni ha riguardato oltre cinquantamila coppie in tutta Italia e ha provocato una paralisi totale nell’organizzazione degli eventi del settore wedding. Circa il 90% delle cerimonie è stato rinviato al prossimo anno. Nel periodo legato ai mesi di marzo e aprile l’intero comparto ha registrato un calo del fatturato che va dall’85% al 100%: un disastro calcolato con una perdita stimata in circa ventisei miliardi di euro.

Il settore-wedding ha un valore inestimabile, pari a circa dieci miliardi di euro di fatturato, con una media di poco inferiore ai duecentomila matrimoni celebrati ogni anno: diecimila destination wedding(un’attività che porta al turismo oltre quindici miliardi di euro l’anno), più di cinquantamila imprese interessate e oltre milione di persone coinvolte. Di queste, oltre trentamila partite Iva.

ECCO I REQUISITI

Ma torniamo al “Bonus matrimonio” in Puglia. La misura voluta da Emiliano, Puglia Wedding Travel Industry, ha come obiettivo il sostegno della filiera del settore affinché le coppie di sposi che abbiano scelto di festeggiare il matrimonio nei mesi successivi alla fase di lockdown siano invogliate a mantenere fermo il loro proposito, confermando, appunto, le nozze.

Il wedding, come evidenziato, rappresenta un mercato di riferimento per la Puglia, purtroppo duramente colpito dalla pandemia in tutta la sua filiera. Come specificato all’interno del bando, i soggetti che possono farne richiesta, per conto degli sposi, sono: sale ricevimenti, strutture alberghiere, ristorazione, aziende di trasporto passeggeri, aziende produzione/vendita abiti da sposi/cerimonia, aziende produzione/vendita bomboniere, acconciatori e make-up artist, artisti e aziende servizi musicali e intrattenimento dal vivo, wedding planner

Gli operatori economici che presentano richiesta per conto degli sposi devono documentare quanto segue: possedere i requisiti morali di cui all’art.80 del Codice dei contratti pubblici (e cioè non essere esclusi dagli appalti per via delle condanne previste dal Codice degli appalti); essere regolarmente costituiti e iscritti nel Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura competente per territorio, al momento della pubblicazione dell’avviso; essere nel pieno e libero esercizio dei propri diritti, essere attivi e non essere sottoposti a procedure di liquidazione, fallimento, concordato preventivo, amministrazione controllata o altre procedure concorsuali in corso o nel quinquennio antecedente la data di presentazione della domanda; operare nel pieno rispetto delle norme vigenti, con particolare riguardo a quelle in materia igienico-sanitaria, lavoristica e contributiva, della prevenzione di infortuni/contagi/malattie, della tutela ambientale, nonché nel rispetto delle prescrizioni imposte da altre Autorità competenti e nei limiti delle autorizzazioni/licenze di cui siano titolari.

«Restate umili»

Adriano, asso del calcio, invita alla riflessione

«Ero un idolo, ho bruciato guadagni e amicizie. Quando penso all’Italia mi assalgono nostalgia e rimorso. Ai ragazzi suggerisco di essere modesti, è l’unico sistema per continuare a ragionare. Tornassi indietro, forse…»

«Oggi è il tuo giorno, stupirai tutti!». Quel giovanotto di un metro e novanta, un fascio di muscoli, ha un sorriso contagioso. Viene dalla sofferenza, e con un collega lo incontro a Lecce, due volte. Una volta a maggio, qualche mese dopo ad ottobre. Gioca al calcio, è diventato una star. In qualche modo gli portiamo bene, segna sempre, perfino una doppietta. «Sono in forma, sono felice: faccio il mestiere che ogni ragazzo brasiliano sogna, gioco al calcio; non solo ti pagano, ma ti fanno ricco, cosa posso volere di più dalla vita?!». E’ un ragazzo che ragiona con il cuore. Ci avesse messo anche la testa non staremmo a raccontare questa sua storia.

«Eppure è accaduto», dice. «Quando meno te lo aspetti, ti ubriachi di benessere, non solo di alcol; le amicizie, poi, quelle te le raccomando, tutte interessate: quando hanno bisogno ti cercano; quando vorresti un conforto, scappano». Mette insieme queste parole a malincuore. «Tornassi indietro – dice – non rifarei gli stessi errori; o li rifarei, avendo le stesse debolezze cui ero sottoposto a quei tempi». Aveva tutto: successo, danaro, l’affetto dei compagni, di un presidente, di un tecnico del capitano, che insieme coprivano le sue fragilità. Ma la parabola discendente è impietosa. Non rispetta i sorrisi. Quel ragazzo ha il papà che non sta bene, purtroppo viene a mancare nel momento di maggior successo del figliolo. E’ la svolta a perdere. Adriano alla notizia della scomparsa del papà, ribalta la sua vita.

ALCOL E “BAD COMPANY”

Finisce dall’altare alla polvere. Cosa saranno, toh, un paio di metri. Con un po’ di fortuna puoi cavartela. Qualche frattura, poi ti rimetti in piedi. Quando, invece, quella miscela velenosa si impossessa della tua mente e poi del tuo corpo, sono dolori. Gli amici, buoni quelli. Sanno dividere con te solo le scorribande, bevute, donne e coca “no limits”. Poi, quando il conto in banca è bello e prosciugato, tu cominci a riflettere un attimo, provi a riprenderti il tuo sogno, è ormai troppo tardi. Quei due metri di altezza fanno più male di qualsiasi caduta.

E’ la storia di Adriano, stella del calcio. Conosciuto personalmente, nessun tipo di frequentazione, se non la condivisione per il calcio. Non esiste altro sport che possa raccontarti meglio la parabola della vita; lui, un semidio, talvolta rimette in sesto una domenica cominciata male, con un gesto sportivo straordinario. Aveva folgorato tutti alla vigilia di un Ferragosto di venti anni fa, lui che all’epoca di anni ne aveva appena diciannove. Ultimo minuto di gara a Madrid. E’ il suo debutto in amichevole. E’ entrato qualche minuto prima, per fargli sentire il profumo della prateria del Bernabeu, campo del Real inviolato. I compagni, campioni, fra questi Seedorf e Vieri, nonostante l’esperienza, si fanno da parte. Manca una manciata di secondi dalla fine, risultato ancora sul pari (1-1). Lo avranno visto in allenamento, è un predestinato. Nel piede sinistro, quella sera, il ragazzo che viene dalle favelas brasiliane, ha il tritolo. Lunga rincorsa, cannonata e palla sotto la traversa: 1-2, è il gol-vittoria.

FORTE E FRAGILE

Forte fisicamente, debole psicologicamente. Fra le ultime esperienze, Miami. Non è calcio, è un baraccone. E così, Adriano, che avevano ribattezzato l’Imperatore, torna a casa. In Brasile, Rio de Janeiro. Forse non ha più soldi, La stampa locale dice che avrebbe vissuto nella favela “Vila Cruzeiro”, fra le più povere e pericolose di tutta la città.

«Gli anni passati a Milano – ricorda Adriano – ma anche Parma e Firenze, li porterò per sempre nel cuore, in quegli anni pochi sono stati fortunati come me. A Parma e Firenze giocai bene, a Milano, colpa, forse, di una città che imprime alla tua vita ritmi esagerati, mi persi un po’: venivo dal Brasile, da un contesto sociale particolare, povero, così soldi facili, donne e alcool ti complicano la ripresa».

Era diventato un asso della sua Nazionale, aveva vinto coppe e classifiche di marcatori. Poi quel bivio davanti al quale la debolezza sceglie per te. «Facevo il giro delle discoteche, bevevo in compagnia di gente fuori dall’ordinario che finiva all’alba con la polvere. L’ambiente calcistico mi proteggeva, sapevano che non ero cattivo, ma solo tanto confuso. Vivevo un sogno, che ho distrutto per colpa mia. L’Italia e il calcio italiano mi mancano, ma cerco di stare distante da quei ricordi, avverto troppi rimorsi».

Dovesse dare un suggerimento a qualsiasi ragazzo entrato non necessariamente nel mondo dello show-business, ma nel mondo del lavoro. «Massima umiltà. Fino a quando ho tenuto a mente questo insegnamento, le difese tremavano , le reti si gonfiavano, la gente mi rispettava e mi trattava da idolo. Perso per strada il senso di  umiltà, è crollato tutto: dunque, ragazzi, testa sulle spalle e piedi ben piantati a terra, la vita è una sola e va vissuta con il cuore sicuramente, ma anche con la testa».

«Ripartiamo da Taranto»

Francesco Boccia, il ministro degli Affari regionali e il Recovery Fund

La Città dei due mari dopo il lockdown deve tornare a sorridere. Il siderurgico va messo in sicurezza. «Nel progetto di ripresa è in cima alla lista, sogniamo un’Ilva senza carbone, un’acciaieria pulita, la prima del mondo». Covid non ancora debellato: «Attenzione agli irresponsabili: dicono che è tutto finito, in realtà stiamo scherzando col fuoco». Le risorse dall’Unione europea. 

Recovery Fund, «Taranto, in cima alla lista, il sogno è un’Ilva senza carbone, un’acciaieria pulita, sarebbe la prima del mondo». Questo uno dei passaggi di una intervista rilasciata dal ministro agli Affari regionali Francesco Boccia. Stabiliamo, intanto, cos’è il Recovery Fund, letteralmente “fondo di recupero”. Definito anche “Next Generation Eu”, è in qualche modo la risposta dell’Europa alla disastrosa emergenza causata dal Covid-19. Insomma, un “fondo di ripresa” associato al bilancio a lungo termine dell’Unione Europea dal 2021 al 2027. Discusso e osteggiato da una parte dei Paesi dell’Unione Europea, il “Recovery” rappresenta una delle soluzioni per contenere le differenze tra i Paesi e i rischi del mercato unico.

Dunque, Boccia conferma. Non ci sarebbe Paese al mondo che abbia realizzato un pacchetto di aiuti come l’Italia. La maggioranza delle risorse sono destinate al Sud, alle aree in ritardo di sviluppo del Nord. Risorse che vanno utilizzate per fare investimenti strategici che possano preparare la strada al futuro.  Recovery Fund, il ministro Boccia parte da Taranto. «Il presidente Conte ha già detto che, per esempio, Taranto è in cima alla lista: personalmente sogno un’Ilva senza carbone, un’acciaieria pulita, così da sarebbe la prima del mondo. È la nostra idea di sempre, nonostante qualcuno ci avesse deriso. Candidati alla presidenza della Regione, volevano l’Ilva a tutti i costi anche con il carbone e sono gli stessi che volevano le trivelle in mare al tempo del referendum; qualcuno l’acciaieria voleva chiuderla, ma non si capisce come e per far cosa».

LA PUGLIA SECONDO IL MINISTRO…

I pugliesi, secondo Boccia, sanno distinguere tra chi è credibile e chi non lo è. «Ora in Europa l’Ilva “verde” viene vista come strategica per tutto il continente. Sono fiducioso, la Puglia sarà tra le prime regioni, non solo meridionali, a riprendersi. Abbiamo una classe di imprenditori e lavoratori con i fiocchi, si continua a produrre e credo che, se non avremo sorprese sotto il profilo sanitario, ne avremo invece e di positive sotto quello del prodotto interno lordo. Sono molto fiducioso e i sostegni statali e regionali hanno aiutato molto».

A proposito di crisi, Recovery Fund, risorse per sostenere il Paese, il Sud, dai contagi di Covid segnalano un pericoloso aumento. Una situazione che andrebbe peggiorando. «Basta andare in giro – sostiene il ministro agli Affari regionali Boccia in una intervista resa alla Gazzetta del Mezzogiorno – per capire che la guardia si è molto abbassata; comprendo che dopo il lockdown si abbia voglia di vivere, non comprendo gli irresponsabili che dicono che è tutto finito solo perché gli effetti clinici sono più attenuati, stiamo scherzando col fuoco».

Eppure secondo qualcuno il lockdown sarebbe stato eccessivo e il Sud poteva essere preservato. «Il nostro Paese – l’opinione di Boccia – contava mille morti al giorno: è surreale che qualcuno oggi metta in discussione il lockdown. Tra febbraio e marzo ci sono state dichiarazioni dei presidenti, con la richiesta unanime di chiusura urgente del Paese: è tutto agli atti. E se ce l’abbiamo fatta fino ad oggi è perché siamo stati sempre uniti e responsabili. Il lockdown totale ci ha permesso di uscire prima dalla fase più critica, basta vedere quello che succede nel resto del mondo. Chi dice il contrario fa un’operazione per certi aspetti disgustosa».

COVID, SE CI FOSSE STATO…

Una posizione forse troppo severa, quella del ministro agli Affari regionali. «No. Quando l’epidemia è scoppiata in Cina, se ci fosse stato un allarme mondiale più determinato, e quindi con chiusure o attività di prevenzione, oggi il pianeta non conterebbe venti milioni di contagi e un numero spropositato di morti. Chi dice che in Italia così abbiamo danneggiato il Pil del Sud dice una cosa sbagliata: sfido chiunque a venire a dirmi che mentre una metà del Paese restava chiusa e in condizioni drammatiche, l’altra metà avrebbe potuto continuare le proprie attività senza rischi. Il lockdown ha protetto la salute e la vita degli italiani, mettendo in sicurezza gli ospedali del Nord in grave crisi e salvando il Sud da una catastrofe che non riusciamo nemmeno a immaginare».

Adesso è necessaria una maggiore attenzione. «Di più. E non vuol dire essere catastrofisti o allarmisti, ma leggere con lucidità i numeri. Il problema è duplice: contagi di rientro dall’estero e raduni di ogni tipo; poi c’è chi dimentica anche le minime norme di igiene. Si rischia il corto circuito perché il Covid-19 non guarda in faccia nessuno. Se la situazione precipita saremo costretti a ricorrere a restrizioni; non c’è altro modo per fermare le epidemie se non si riesce ad adottare minimi comportamenti virtuosi. E voglio dirla tutta: un altro lockdown sarebbe insostenibile per qualsiasi nazione. Ma se non riusciamo a convivere col virus dovremo adottare limitazioni essenziali per salvaguardare la salute dei cittadini, che viene sempre prima del Pil. Negazionisti e chi afferma il contrario credo debbano essere privati del diritto di cittadinanza universale: prima la salute, poi il business, su questo non ci sono margini di trattativa».

Infine, in PugIia sarebbe stato fatto quanto si doveva. «Emiliano, il presidente della Regione, è stato efficiente e determinato. Ha agito da presidente e da assessore alla protezione civile nello stesso tempo. La rete ospedaliera è a posto, con tutti gli standard in ordine. Credo che anche i pugliesi abbiano dato prova di grande maturità. Ma proprio per questo bisogna stare attenti ed essere prudenti».

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