Taranto, città dei festival

L’Amministrazione comunale riparte con una serie di eventi

L’impegno del sindaco Rinaldo Melucci riporta cultura e spettacolo a grandi livelli. Dal “Jazz Festival” al “Swing Festival”, dal “Medita” al “Magna Grecia Festival”, proseguendo con “Taranto Opera Festival” e altre grandi sorprese. «C’è grande fermento culturale, abbiamo dato agli operatori culturali della nostra città le chiavi per aprire il cassetto dei sogni», dice il vicesindaco e assessore alla Cultura, Fabiano Marti.

 

Era stato annunciato in un periodo in cui la pandemia aveva preso il sopravvento sull’attività sociale dei taranti. Oggi l’argomento, “Taranto città dei festival”, torna prepotentemente alla ribalta. Non lo ha dimenticato il sindaco, Rinaldo Melucci, che già in questi giorni guarda oltre l’emergenza sanitaria. Tanto che in queste ore sta perfezionando una importante programmazione di eventi estivi con grandi nomi della musica e del teatro.

Mentre in queste ore Taranto diventa zona gialla e, di fatto, scongiura l’aumento dei contagi dovuti al covid, il primo cittadino tiene costantemente sotto controllo i dati epidemiologici con l’evolversi della campagna vaccinale. L’esecutivo guidato da Melucci ha, di fatto, avviato l’interlocuzione con gli operatori culturali della città per esser pronto alla ripartenza dei prossimi mesi, prospettiva particolarmente attesa da un settore che ha sicuramente sofferto quanto e, in alcuni casi, anche molto più di altre attività.

Sulla posizione dell’Amministrazione comunale, il vicesindaco e assessore alla Cultura, Fabiano Marti, ha le idee chiare. «Stiamo organizzando festival ed eventi – dice – con un quadro pandemico al ribasso, finalmente potremo programmare un’estate densa di appuntamenti, soprattutto in totale sicurezza. Stiamo già abbozzando il calendario e non appena avremo certezza rispetto alle misure covid previste, renderemo pubblici anche i nomi di musicisti e artisti coinvolti in una serie di rassegne importanti».

 

C’E’ GIA’ UN PROGRAMMA

Per ciò che attiene molti degli eventi in programma, c’è già uno schema organizzativo avanzato. Dal 19 al 23 luglio tornerà il “Taranto Jazz Festival”. Spetterà alla stessa organizzazione allestire anche il concerto all’alba previsto per l’8 agosto. Dal 20 al 22 agosto toccherà al “Taranto Swing Festival”, mentre il “Medita Festival”, organizzato in collaborazione con l’Orchestra della Magna Grecia, tornerà sulla suggestiva cornice della Rotonda del Lungomare dal 2 al 5 settembre.

“Taranto Opera Festival” e “Magna Grecia Festival” si articoleranno in una serie di eventi tra luglio e agosto, mentre sono in arrivo almeno altri tre nuovi festival che porteranno a Taranto nomi di statura internazionale. E, tutto questo, in attesa della definizione di “Medimex”, “Paisiello Festival” e altri nuovi progetti che interesseranno le periferie cittadine.

La stagione dei festival partirà il 18 giugno (fino al 29) con un progetto dedicato al grande architetto Gio Ponti per concludersi, presumibilmente, il 14 settembre con un grande evento in occasione del “Dantedì” nella Concattedrale Gran Madre di Dio. Anche il teatro avrà il suo spazio. Previste diverse novità che arriveranno nei prossimi giorni, ancora una volta dalla preziosa collaborazione tra il Comune di Taranto e il Teatro Pubblico Pugliese.

 

«TORNIAMO A SOGNARE»

Tutti gli eventi saranno organizzati nel massimo rispetto dei protocolli di sicurezza previsti dalle autorità governative e regionali. «C’è grande fermento culturale – osserva il vicesindaco e assessore alla Cultura, Fabiano Marti – che nasce dalla volontà di ripartire dopo un lunghissimo periodo di stop; ci sono, inoltre, nuovi stimoli che arrivano dal lavoro di ristrutturazione culturale ed economica alla quale la nostra Amministrazione, con il sindaco Melucci in prima persona, sta lavorando ogni giorno. Come riportai in occasione della presentazione della candidatura di Taranto a “Capitale della Cultura 2022”, in qualità di amministratori abbiamo dato agli operatori culturali della nostra città le chiavi per aprire il cassetto dei sogni: loro lo hanno fatto e sono venuti fuori sogni bellissimi, condivisi con tutti i tarantini. La scorsa estate siamo stati i primi a ripartire e abbiamo portato a Taranto tanti eventi, quest’estate contiamo di far meglio, sperando che la pandemia allenti definitivamente la sua morsa per consentire ai tarantini un sospiro di sollievo e un meritato divertimento».

«Filippini, che fatica…»

Corina, cinquant’anni, da trenta in Italia

«Felice di vivere nel vostro Paese. Quando sono arrivata qui, con mio marito, ho scoperto l’idea che gli italiani si erano fatti dei miei connazionali. Turni di lavoro faticosi, guadagni pochi, contributi nemmeno a parlarne. Ora la situazione sta cambiando, sensibilmente…». «Mi sono spezzata la schiena, ma mi sono arricchita dal punto di vista professionale e umano»

 

«Orgogliosa di essere filippina, in tutti questi anni in cui sono stata in Italia, ho potuto toccare spesso con mano l’atteggiamento che hanno gli stessi italiani hanno nei confronti miei e di quanti sono venuti qui dalle Filippine per trovare lavoro». Corina, filippina, cinquant’anni, sposata con un connazionale, due figli, un ragazzo di trentadue anni, una figlia di ventotto; il primo avuto nel proprio Paese, la seconda nata in Italia.

Molto impegnata nelle sue attività lavorative, Corina ha una vita sociale. «Sono cattolica, mi unisco in preghiera con i miei connazionali una volta a settimana, quando il riposo dall’attività lavorativa lo permette: lavoro molto, non conosco cosa sia un momento di sosta, ma ormai ci sono abituata; spesso sento storie di miei connazionali, ci sarebbe da mettersi mani nei capelli: non è giusto, come non è giusto che io sorvoli su certe cose solo perché io stare appena meglio di altri filippini».

Gli italiani come giudicherebbero i filippini? «Non generalizzo, ma in molti c’è l’idea che noi ci accontentiamo di poco e in cambio diamo tanto; il che è anche vero, trovare un lavoro di questi tempi è già tanto, ma far passare l’idea per abitudine possiamo lavorare dalle dodici alle quattordici ore al giorno, è completamente sbagliato».

Non ci si abitua mai a un lavoro pesante. «Invece è questo il concetto che passa: mi duole dirlo, sia chiaro non cambia niente rispetto al mio presente e al mio futuro se dico certe cose, ma non è giusto pensare “Questo lavoro facciamolo fare a un filippino, tanto quelli non s lamentano mai!”: “quelli” saremmo noi, abituati da sempre a dare il massimo nell’accudire una casa o una persona, per una forma di cultura e rispetto che abbiamo nei confronti del prossimo».

Non possiamo darle torto, Corina, ma cosa fa un filippino quando non lavora? «Bella domanda, intanto perché anche quando dovremmo avere un briciolo di riposo per tirare il fiato dalla stanchezza, troviamo il tempo di impegnarci: facciamo le pulizie nelle case altrui, cuciniamo, facciamo da badanti agli anziani, capisce che ci resta poco tempo; bene, questo lo impegniamo per accudire casa nostra: non viviamo in grandi appartamenti, la nostra filosofia è quella di un tetto sulla testa che ci consenta di vivere decorosamente».

 

DUE ORE DI PAUSA… 

Cosa fa lei, allora. «Rassetto casa, la tengo pulita come tengo tirate a lucido le case in cui vengo chiamata per occuparmi di pulizia, cucina, piccoli e anziani: è il minimo che devo fare, anche per rispetto nei confronti della mia mia famiglia e me stessa; quel poco che mi resta lo dedico alla preghiera, una volta a settimana incontro miei connazionali, ma anche altri italiani con cui prego e seguo messa; è un bel ritrovarsi, anche se il quelle due ore appena passano in fretta, non fai in tempo a accoglierti in preghiera che è già arrivato il momento di salutare gli altri fedeli, il parroco che ha celebrato messa e tornare al lavoro».

Una riflessione a voce alta, autentica. Ha ragione Corina. «Vede mai un filippino per strada o davanti ad una vetrina? Detto che siamo facilmente riconoscibili per colore della pelle e abbigliamento, ha visto mai un mio connazionale fermarsi ad ammirare un vestito o un paio di scarpe? Andiamo sempre di corsa, non fa parte del nostro modo di fare soffermarci per guardare una camicia o una gonna. E forse è proprio questo che trae in inganno gli italiani e non solo, perché ovunque i filippini vengono visti come instancabili lavoratori: eppure siamo piccoli, abbiamo un fisico simile a quello di chiunque altro, invece passa l’idea del “Facciamolo fare a loro, sono filippini!”, come a dire “Tanto cosa vuoi che li spaventi, sentano fatica…”. Non è così, siamo carne e ossa, creati a immagine e somiglianza di Nostro Signore».

 

…POI SOTTO, A LAVORARE

Quali esperienze ricorda? «Ho lavorato per una coppia di coniugi anziani, benestanti, lui malato di Alzheimer, lei una donna molto curata e tanto rigorosa. Dovevo prendermi cura di lui, che aveva una infermiera che lo seguiva nelle ore notturne; a me toccava mattina e pomeriggio, mentre ero impegnata nella a fare la spesa, cucinare, pulire e lavare casa; tutto doveva stare al posto suo, come era prima che lucidassi. La signora, educata, era molto pignola, mi seguiva passo per passo, nell’elenco degli acquisti, alla cucina, fino a tappeti e abat-jour che spostavo: aveva la mania dello scotch, con cui poneva dei segni perché mi ricordassi come andavano ricollocati tappeti, tavolini e sedie una volta spolverati…».

Ci vuole pazienza. «Molta, ma dal punto di vista professionale è stato di grande insegnamento, perfino dal lato umano mi sono arricchita: quando l’uomo è scomparso il lavoro, però, non è diminuito, ma aumentato in modo esponenziale: c’era una stanza in più da accudire e ancora tanto altro lavoro, come recarmi a casa della figlia, che nel frattempo era andata a vivere da sola in un altro appartamento, ma aveva bisogno di qualsiasi tipo di assistenza: anche lei, cucina, pulire e rassettare, lavare e stirare, una bella fatica. Poi anche la signora è andata, non ce l’ha fatta, era già debole e il covid se l’è portata».

Corina, oggi. «Oggi lavoro mattina e sera per due diverse famiglie, con loro ho un buon rapporto, sembrano scongiurati i tempi in cui un’agenzia mi faceva un contratto per seguire quattro famiglie e poi all’impegno settimanale andavano ad aggiungersi altri due nuclei familiari. E’ successo anche questo, contributi poco, ma da un po’ di tempo a questa parte con un controllo maggiore del territorio, i datori di lavoro e le agenzie, hanno cominciato ad adottare coperture previdenziali, magari part-time, ma l’importante era cominciare da qualche parte».

«La mia Africa…»

Giobbe Covatta, l’impegno con Amref e Save the children

«E la mia Taranto, perché non tutti sanno che sono nato qui. Da circa due anni non posso viaggiare, sento cifre allarmanti sui vaccini per combattere il covid. Fra un anno saremo ancora sotto la soglia del 5%. Speriamo bene, anche se la buona volontà non basta. Amo il teatro, la tv un po’ meno…»

 

Ambasciatore di Amref e testimonial di Save the Children, Giobbe Covatta ha pubblicato “Parola di Giobbe” a “Dio li fa e poi li accoppa” fino a “Donna sapiens” in libreria, nel cinema ha recitato da “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” di Nanni Loy ad “Anime borboniche” di Paolo Consorti e Guido Morra, proseguendo in teatro con “Parabole Iperboli”, “Corsi e ricorsi, ma non arrivai”, “Melanina e Varechina”, “Seven” fino alla “Divina Commediola”. Fatta la debita premessa, non tutti sanno che l’autore-attore è un napoletano “Made in Taranto”, praticamente un artista “fatto in casa”.

Detta così sembra una boutade, anzi lo stesso interessato corregge in “boutanade”, “sciocchezzuola” in senso largo. «Capisci a me!», aggiunge, Giobbe, Gianni all’anagrafe, quando entra in clima confidenziale. Dunque, che ci “azzecca” Napoli con Taranto. Semplice. O meglio, sarebbe semplice se qualcuno conoscesse le origini dell’attore napoletano o avesse consultato, per esempio, wikipedia. Insomma, una volta tanto la fantasia dei partenopei, maestri del “falso autentico” in opere cinematografiche e teatrali, è stata superata dalla realtà.

 

Napoletano purosangue, Covatta è nato proprio a Taranto. 

«Mio padre nella vostra città ha lavorato come sommergibilista per un po’, poi, una volta finito il lavoro tornammo a casa, a Napoli».

 

C’è, però, qualcosa che inevitabilmente lega l’attore alla Città dei Due mari.

«Certo, sarebbe sciocco nasconderlo: ogni volta che leggo o sento parlare di Taranto, penso alla città che mi ha dato i natali. Ci fosse Totò, a proposito dei “natali” direbbe: “…Ma qua’ Natale, Pasqua e Epifania…” – Covatta cita ‘A livella – invece qui mi sento davvero di casa: non faccio il ruffiano, ci ho pensato tante volte e sono giunto sempre alla medesima conclusione: Napoli e Taranto hanno similitudini, per esempio il porto, i pescherecci, la Città vecchia e suggestiva con quelle barche a schiera; l’ingresso, o l’uscita, dipende dai punti di vista, di quella “Porta Napoli”, che altro non era che la via mercantile che univa un tempo due città molto simili fra loro; cosa dire, quando passo da queste parti avverto il profumo della mia città e mi dico  “Finalmente a casa!”».

Fra i suoi spettacoli, “Melanina e Varechina” e “Seven”,  la grande comicità “sociale”. Il suo impegno, spesso ricampionato e riproposto in una chiave edita-inedita, una sorta di raccolta antologica. Il difficile rapporto, per esempio, tra mondo occidentale e continente africano; ma anche vizi e virtù del mondo occidentale, “grandi temi” Covatta affronta da tempo immemore e sempre con grande arguzia. Ma dibattere, dialogare con il pubblico, per esempio, su tematiche che a noi di “Costruiamo” stanno a cuore in modo particolare, non va certo a discapito del grande divertimento, dell’irresistibile serie di battute che coinvolge il pubblico per tutto lo spettacolo.

 

Quanto ti manca la tua Africa?

«Da un paio di anni non posso viaggiare e andare ne continente che amo, anche se l’attività nella quale sono impegnato da anni va avanti con l’entusiasmo di sempre. Poi questa sciagura del Covid ci invita ad uno sforzo ancora maggiore: vaccinare il maggior numero di persone nel più breve tempo possibile”.

 

Leggiamo numeri disastrosi.

«In Africa sono solo quindici milioni i vaccinati su un miliardo e mezzo di persone. Di questo passo, lo dicono gli studiosi, alla fine del 2022 soltanto il 5% della popolazione totale sarà vaccinata. Amref, come sempre ci mette la buona volontà, ma ci rendiamo conto che ogni giorno che passa l’impegno non basta».

 

A proposito di Covid quanto gli manca il contatto diretto con il pubblico.

«Una cifra. L’intero settore dello spettacolo è in ginocchio, anche aprire alla metà dei posti in un teatro da cinquecento, seicento posti a sedere, significa avere sempre gli stessi costi con ricavi e guadagni dimezzati. Da una parte, però, bisognerà pur cominciare». Una della massime che Covatta riprende tanto nelle chiacchierate con la stampa, quanto nei suoi spettacoli è la seguente: «Fatevi una domanda e datevi una risposta: ma secondo voi, la missione di un comico non può essere quella di divertire il pubblico senza impedire a questo di pensare?».

 

Proviamo a conoscerci meglio, allora, italiani: virtù e vizi.

«Non volendo abbiamo dimenticato la convivenza, sia con gli uni che con gli altri, cioè vizi e virtù. Con questi conviviamo da una vita, tanto che abbiamo una certa confidenza: li conosciamo bene, tutti sanno di che si tratta, io uso le parole con gioia. Descrivo quello che sta proprio dentro lo stesso vizio: una genesi e un suo sviluppo, un modulo applicato altrove».

 

Diceva un grande attore a difesa del suo lavoro. “Un cantante più ricanta un successo, più applausi raccoglie; un attore: una battuta, una barzelletta, una volta fatta o raccontata, perde il suo effetto. E, allora, Covatta ci svela il segreto di una battuta collaudata. 

«E’ il pubblico a promuoverla, rimandarla, bocciarla. Lo stesso spettatore comincia a farti sentire a tuo agio e quasi ti invita a “esagerare”: rifletto un attimo, poi infilo la battuta non senza un certo timore; se funziona, la memorizzo e ci lavoro sopra anche il giorno dopo e l’altro ancora, fino ad avere invece dell’idea di partenza, di una sorta di canovaccio, il “copione” definitivo cui attenermi».

 

Che rapporto ha con la televisione?

«Buono, come con un qualsiasi altro elettrodomestico, come definiva la tv il grande Eduardo. La guardo un po’, poi l’accendo, ma giusto per vedere se funziona. La tv di oggi, sinceramente, non mi affascina, tranne poche trasmissioni. Magari in uno di questi programmi, più avanti, ci farò un saltino anch’io. Mai fatto polemiche sui programmi televisivi, ma molto più semplicemente dico che tornerò a lavorarci se dovessero chiedermelo amici come Fabio Fazio o la Gialappa’s, se dovessero tornare a fare uno dei loro format di successo: loro sanno mettere insieme ironia e voglia di far riflettere. Mi diverte proprio l’idea di un programma con loro…».

 

Nel frattempo nessuno l’ha mai chiamata, invitata?

«Ogni tanto mi chiama qualcuno, mi propone di partecipare o intervenire in trasmissione, ma fino ad ora ho sempre educatamente rifiutato. Non me la tiro, sia chiaro, ma la scelta è precisa: faccio teatro e non tv perché mi piace guardare la gente in faccia, non entro abusivamente nelle case degli italiani, ma sono loro a venire a teatro a cercarmi: il pubblico compie una scelta precisa. E poi, negli spettacoli, ho tutto il tempo di fare e dire quello che voglio, la gente si diverte e, soprattutto, non sono costretto ad andare di corsa e restare nel recinto dei tre minuti».

 

Parola di napoletano o di tarantino?

«Parola di Giobbe».

Un altro Oscar…

Checco Zalone condivide “La vacinada” con la star Helen Mirren

E’ il nuovo tormentone dell’estate. L’attrice che vinse la statuetta per lo straordinario “The Queen” e che ama la Puglia, si presta nel lanciare un messaggio: vaccinatevi. Mostra il braccio, mentre l’attore-regista fa un po’ lo Julio Iglesias dei giorni nostri. La nostra regione si pone in pole per la nuova stagione per accogliere turisti da tutto il mondo.

 

Un Oscar per la Puglia. Helen Mirren , salentina di adozione, vincitrice della prestigiosa statuetta per la magistrale interpretazione di “The Queen”, presta il suo volto e il suo proverbiale sorriso per l’ultima invenzione di Checco Zalone, all’anagrafe Luca Medici.

L’attore e regista barese, infatti, ha appena pubblicato una canzone che si candida a diventare tormentone dell’estate: “La Vacinada”. E’, infatti, questo il titolo della sua ultima, inattesa scommessa. Un brano pensato, creato e realizzato in un batter d’occhio, senza un annunci, comunicati ufficiale. E’ comunque un progetto ben articolato, confezionato in modo impeccabile, nonostante la cifra più comica che brillante contenuta dal testo. Il video, appena pubblicato, è diventato virale. Ci hanno pensato i social, a cominciare da Facebook, con Checco Zalone nelle vesti di un improbabile Oscar Francisco Zalon, uomo d’arte che, a bordo di una cabriolet, viaggia fra le strade del Salento imbattendosi in una «ospite» d’eccezione: Helen Mirren, appunto, che come è noto ha adottato la Puglia come fosse la sua seconda casa.

Ed è proprio la Mirren la “vacinada” del titolo, un altro messaggio che l’attore e regista lancia dopo quello del film “Tolo Tolo”, per sensibilizzare gli italiani su un altro tema delicato: la vaccinazione contro il covid 19. «L’immunidad de gregge ancor no è arivada, ma menomal que estàs la vacinada», scrive e canta ne “La Vacinada”, Checco. Un ritmo latino, da bachata, con il quale del quale è protagonista l’attrice-Oscar, che parla italiano e mostra, fiera, un braccio per mostrare l’importanza della vaccinazione per la sicurezza di tutti.

 

«ADORO LA PUGLIA!»

Video caldo, divertente, con un Zalone in gran spolvero e la Mirren, divertita, e straordinaria, come deve esserlo una grande artista che ha accettato una sfida con il sorriso sulle labbra. Non è la prima volta che l’attrice britannica, che vanta non solo un Oscar, ma anche tre Golden Globe, quattro Bafta, cinque Screen Actors Guild Awards, quattro Emmy Awards, un Tony Award e chi più ne ha più ne metta, mostri affetto per l’attore-regista, ma anche per la nostra regione. «Come si fa a non amare l’Italia? Vorrei lavorare in qualsiasi film ambientato in Puglia», dice la grande attrice. «Adoro Checco Zalone, ho una casa in Salento e da queste parti faccio una vita normale: partecipo alle feste di paese, vado a fare la spesa e mi dedico al giardinaggio», si era lasciata sfuggire la Mirren durante l’ultima edizione del Festival di Berlino. Una dichiarazione d’amore che, evidentemente, che l’attore-regista pugliese non si è lasciato sfuggire. Detto, fatto. L’idea che diventa una canzone scacciapensieri e un ritornello che ci accompagnerà per l’intera estate, con l’espressione divertita di un volto noto in tutto il mondo, quello della Dama di Commedia dell’Ordine dell’Impero britannico. Pertanto, vola la canzone di Checco, ma anche l’intera Puglia che di questi tempi invoca una spinta promozionale per attestarsi daccapo come l’angolo più bello e accogliente dell’intero pianeta.

Nel testo della canzone, davvero spassoso, Checco Zalone chiama la Mirren «regina», evidentemente in ossequio alle tante volte che l’attrice ha indossato la corona sul grande schermo. Il cantattore si propone a lei, sfacciatamente, come il suo “nuovo” Oscar, considerando che nel video interpreta un turista che parla la lingua neolatina, quasi fosse un po’ Julio Iglesias, un po’ Tonino  Carotone.

«Testa bassa e pedalare»

Patrick, italiano, origini congolesi

«Mio padre è andato via dal suo Paese, ha girato Medio oriente ed Europa, prima di stabilirsi qui. Lui e i miei nonni mi hanno insegnato ad abbattere i confini, non solo geografici. Studio e mi relaziono con i miei giovani colleghi: stiamo cominciando a cambiare il mondo, in meglio…»

 

Patrick, ventuno anni appena compiuti. Di origini congolesi, risiede in Italia fin da giovanissimo, ma si sente cittadino del mondo. «In realtà le frontiere – dice – sono sempre state una pessima idea, e parlo non solo dei confini territoriali, ma anche di quelli mentali; non voglio fare filosofia spicciola, ma questa idea di sentirmi libero me la porto dentro fin da piccolo, come fosse l’eredità consegnatami dai miei nonni, uno dei quali aveva una modesta piantagione di caffè: poca cosa, sia chiaro, lui stesso era proprietario e dipendente, il raccolto era quasi sufficiente a sfamare due famiglie, ma vivere con la paura che una volta il raccolto andasse perso a causa del maltempo o saccheggiato, non era un bel vivere, per questo piuttosto che edere figli e nipoti vivere alla giornata, quando andava bene, i nonni, nonostante avessero il dolore nel cuore, indicarono ai “miei” la strada per la libertà: ho seguito l’insegnamento di papà che preparò lo zaino e partì per studiare in un Paese ospitale e prendersi un titolo di studio che potesse metterlo in condizione di aiutare non solo la famiglia che avrebbe creato, ma anche i ragazzi nelle sue, e mie, stesse condizioni».

Patrick gira per le stradine della Città vecchia, indossa una mascherina, teme il covid, per se stesso e per i colleghi più giovani che ha incontrato all’esterno della sede universitaria “Aldo Moro” di Taranto. Massima accortezza nel saluto, anche questo rigorosamente previsto da protocollo: pugno appoggiato a quello dell’interlocutore o avambraccio contro avambraccio.

 

RUANDA, ZAIRE, FINALMENTE CONGO

Patrick, Ruanda e Burundi, Zaire, finalmente Congo. «I due Paesi originari che hanno generato Zaire e, oggi, Congo, rientravano nel dominio coloniale belga. Non esistevano confini geografici, ma su una cosa i belgi erano intransigenti, colonizzatori e colonizzati erano due cose, si dice, distinte e separate; in breve, i miei familiari che abitavamo la loro terra, eravano un’altra cosa: erano una razza a parte, inferiore e da dominare. Questo il punto di vista dei bianchi. Mi è sembrato un buon motivo seguire la strada di mio padre, mettermi sotto e studiare come un matto: la mia unica missione sarebbe stata esclusivamente quella di migliorare la condizione non solo mia, ma anche dei miei conterranei, e non parlo dei quattromila congolesi oggi residenti in Italia, ma di tutti i fratelli africani: figuriamoci, parlo di abolire i confini fra bianchi e neri, e che faccio, compio una distinzione fra gli stessi neri? Non se ne parla nemmeno…».

Ventuno anni e avvertire il senso di responsabilità. «Devo a mio padre questo insegnamento. Non si è mai tirato indietro di fronte a qualsiasi cosa. Se c’era da partire, per migliorare più che la posizione sociale quella culturale, papà faceva armi e bagagli e partiva. Era il più grande della sua famiglia per questo gli toccava anche mettere in conto di partire e lasciare i suoi genitori. Studiò per qualche anno girando da un Paese all’altro, dalla Francia all’Arabia, fino a trasferirsi in Italia. La svolta a Parigi, è lì che papà incontrò mamma, bianca e italiana. Fine Anni 90, Bologna diventò casa mia. Se i nonni mi hanno insegnato a distanza che non devono esserci confini di nessun genere, papà mi ha trasmesso che bisogna mettere in conto anche andare via da un Paese del quale sei ospite: altrove può esserci bisogno di te, dell’esperienza che ti stai facendo anno dopo anno».

 

NON C’E’ PIU’ TEMPO

Non C’è più tempo, bisogna passare all’azione, scegliere i tempi più impegnativi. A Taranto, più che per motivi di studio, racconta la propria esperienza ai colleghi pugliesi, in pochi, stipati in una enorme Aula magna nel rispetto delle norme anticovid, oppure in collegamento con il pc. «La voglia di spendermi per il prossimo, qualsiasi sia il colore della sua pelle, sboccia fra i banchi del liceo, non appena avevo cominciato a frequentare l’istituto. A qualche anno di distanza,  posso dire che noi ragazzi stiamo cambiando il mondo: non abbiamo preclusioni mentali verso qualsiasi tipo di diversità, dal colore della pelle agli orientamenti sessuali, proseguendo con la fede religiosa. Però bisogna studiare e continuare a migliorarci, quando mi pongono qualche domanda rispondo che il mio futuro può essere fra associazioni di volontariato e altre attività “no profit” verso chi ancora avverte, forte, il disagio».

Progetti e ambizioni di Patrick e i suoi fratelli. «Mettere sul tavolo idee e progetti internazionali – conclude il ventunenne di origini congolesi – a favore dell’ambiente, per esempio, del progresso sollecitando una partecipazione attiva dei ragazzi, le nuove generazioni. L’obiettivo è il comprendere cosa vogliamo fare e cosa vogliamo diventare. C’è da lavorare parecchio, sento la sensazione che i ragazzi della mia generazione vogliano buttarsi a capofitto nelle storie, nei problemi più complicati da risolvere: ci vorrà più tempo, ma di tempo non ne abbiamo così tanto, così testa bassa e pedalare».

«Taranto, quante emozioni…»

Massimo Ranieri, “intercettato”, felice di spiegare i legami con la città

«Qui, mio padre, ha fatto il servizio di leva. Conosceva strade, piazze, i sentimenti della gente. Un giorno Fellini mi fece una confidenza. Quando monto uno spettacolo penso a Trapani e Falqui, non scadevano mai nel volgare. Il pubblico avverte quando fai una cosa in cui credi…». Una sorpresa, una collega, una breve conversazione telefonica, uno scoop. E l’artista di “Erba di casa mia” e “Perdere l’amore”, non si scompone, accetta il “botta e risposta”.

 

«Portavo in giro il “Pulcinella” di Maurizio Scaparro. Federico Fellini era in platea, fra il pubblico, una cosa che mi confuse dall’emozione: finito lo spettacolo il Maestro mi si avvicinò e mi disse “bello il teatro, peccato che poi si apra il sipario…”». Massimo Ranieri, una intervista al volo, mentre si accinge ad entrare in un teatro per uno dei tanti spettacoli in allestimento. Questo breve “botta e risposta” telefonico, cominciato in un taxi che accompagna l’artista dall’albergo al teatro, ha un nome e un cognome: Paola Pezzolla, discografico prima, addetto stampa di artisti di grande spessore poi. «Gli amici a questo servono…», avrebbero sottolineato Garinei e Giovannini riprendendo una battuta di uno dei loro spettacoli di successo (Aggiungi un posto a tavola).

Dire Ranieri è un po’ come sfogliare un interminabile album di canzoni sempreverdi, “Erba di casa mia”, “Vent’anni”, “Rose rosse”, “Perdere l’amore”, “Ti parlerò d’amore”. Poi, Ranieri e il teatro, da “Barnum” a “Rinaldo in campo”, lo stesso “Pulcinella”, e cinema, da “Metello” a “Salvo D’Acquisto”. Le regie televisive e quelle teatrali. Una storia interminabile. Dunque, grazie a Paola, collega ai tempi delle radio. Una che non dimentica facilmente, tanto che se la senti quasi per errore, e sottolineiamo “quasi”, e ci dà modo di scambiare “due battute due” con uno degli ultimi grandi del nostro spettacolo, il minimo è ringraziarla per averti dato modo di realizzare uno “scoop”.

 

IMMENSO FELLINI!

L’aneddoto su Fellini, si diceva. Ranieri lo completa. «Con quella battuta, “Peccato che poi si apra il sipario…”, il più grande regista italiano di tutti i tempi aveva sottolineato la fase più bella del nostro lavoro: le prove; ciò significa il sudore, quando un giorno dopo l’altro costruisci e monti uno spettacolo. E’ in quell’occasione che un attore compie il massimo sforzo, dà fondo a qualsiasi energia».

Poi l’impatto col pubblico, il momento in cui registri le sue reazioni. «In tutti questi anni ho maturato una convinzione: trascini dalla tua parte gli spettatori nell’unico modo di cui disponi, cioè trasmettendo la sensazione che credi in assoluto a quello che stai facendo e il modo in cui lo fai; diversamente, puoi anche inventarti di tutto, non funzionerà mai».

Com’é cambiato lo spettacolo, a cominciare dalla tv. «Tanto, cominciamo dalla tv, peggiorata per certi versi. Oggi, quello che una volta era il piccolo schermo, dà l’idea di essere un elettrodomestico, proprio come un frigorifero: apri e, a tuo piacimento, prendi quello che ti va. Ce n’è per tutti i gusti, ognuno ha la trasmissione su misura, proprio come fosse un prodotto alimentare».

 

CHIAMATEMI “NOSTALGICO”…

Una volta non era così. «Scusate se faccio il nostalgico, ma non ci sono più i registi di una volta, Antonello Falqui ed Enzo Trapani, per esempio. Facevano televisione pensando al teatro. Costruivano, per intenderci, una cornice nella quale metterci uno show: la tv, dunque, era una sfilata di buon gusto, dagli autori agli interpreti, non scadevano mai nel volgare. Scusate la presunzione, mi sento di essere stato un allievo di quella scuola, di quel modo di fare spettacolo. E non lo nascondo, quando penso a un programma televisivo o a un tour penso a cosa avrebbero fatto loro, Falqui e Trapani, se fossero stati al mio posto. E, allora, curo tutto nei minimi particolari: scenografia, coreografie, luci, canzoni. Ogni volta che parto nell’allestimento di uno spettacolo è un po’ come tornare fra i banchi di scuola a svolgere un componimento. E quando il pubblico ti assegna un bel voto, torno a casa soddisfatto, perché ho fatto bene il mio lavoro».

Facciamo i provinciali, gli chiediamo del rapporto con Taranto. «Non immaginate quante passioni mi leghino a questa terra: fra queste, il ricordo di mio padre che oggi non c’è più: a Taranto sarebbe tornato volentieri per una “carrambàta”, lui che in questa splendida città aveva fatto il servizio di leva, tanto da conoscerne a memoria le bellezze e luoghi di una città eterna per la sua grande storia. Quando passo da Taranto, confesso, il mio cuore pompa grande passione».

Un tetto a papà e mamma

“Joy’s Home”, l’ultima idea dell’associazione Mister Sorriso

I volontari hanno lanciato un altro progetto. In accordo con “bed and breakfast” nelle vicinanze del SS. Annunziata, ospitano i genitori dei piccoli ricoverati nel reparto di oncoematologia “Nadia Toffa”. Ma i volontari del sorriso non si fermano qui, hanno attivato un “parco della gioia” e sensibilizzato 

 

Da anni impegnata nel volontariato, l’associazione Mister Sorriso – Volontari della gioia. Ha organizzato di tutto. Gli associati li trovi ovunque, indossano un camice e un naso rosso, ispirandosi alla figura del medico dei medici, Patch Adams. E soprattutto provano a strappare un sorriso ai piccoli ricoverati nel reparto di Oncoematologia.

Non si fermano un attimo, per loro il volontariato è una missione quotidiana. Si spendono ogni giorno, si attivano e studiano come possano dare serenità ai bambini ricoverati a Taranto e speranza ai loro genitori.

L’ultima idea messa in cantiere da Claudio Papa e i suoi amici in questa straordinaria avventura di volontariato è quella di mettere a disposizione delle famiglie costrette a spostarsi un tetto. Dare ai genitori una casa che permetta loro di affrontare con serenità il percorso ospedaliero dei propri figli senza doversi fare carico di spese alla lunga insostenibile.

 

OSPITARE I GENITORI DEI PICCOLI

L’ultimo progetto di Mister Sorriso in ordine di tempo, è lo “Joy’s Home”. Non una casa, ma una serie di appartamenti e camere messi a disposizione da vari B&B tarantini nelle vicinanze dell’ospedale Santissima Annunziata. Appartamenti utili a ospitare gratuitamente le famiglie provenienti da fuori Taranto che seguono i loro piccoli in cura nel reparto di oncoematologia pediatrica “Nadia Toffa”.

Questi “volontari della gioia”, si diceva, da anni sono impegnati nel sostenere  quanti affrontano le cure e le terapie dei bambini malati oncologici. È la stessa associazione tarantina a farsi carico delle spese grazie a propri fondi e a una convenzione con le strutture. Lo scopo è alleviare le difficoltà nel trovare e intervenire nelle spese di un alloggio che permetta al nucleo familiare di rimanere unito, durante i ricoveri o le terapie dei bambini, che spesso durano diversi giorni.

I Volontari della Gioia di Mister Sorriso con il loro naso rosso, si armano di coraggio, impegno, dedizione e soprattutto tanto Amore. Il loro impegno è quello di operare in un contesto spesso triste e sicuramente monotono come quello dei reparti di un ospedale. Il loro tocco di colore serve delicatamente a rimuovere, anche solo per pochi istanti, il buio e la paura che traspare dagli occhi e dal cuore di chi si trova in situazione di sofferenza.

 

NON SOLO “JOY’S HOME”

“Joy’s Home” è solo l’ultimo dei progetti di Mister Sorriso. Prima di questo impegno, i volontari hanno realizzato “Il Parco della Gioia”, primo parco inclusivo, realizzato a Taranto (zona Pezzavilla, Lama) per i bambini diversamente abili e normodotati. Un progetto di inclusione sociale pensato per i bambini di tutte le età e senza distinzione di abilità fisica e mentale. I piccoli, dicono gli associati di Mister Sorriso, devono giocare insieme: su strutture innovative, con pannelli sensoriali, giochi di colori e percorsi tattili e sui quali va stampato il loro più bel sorriso di gioia.

Il progetto, inoltre, si rivolge anche ai genitori dei bambini che lo fruiscono e che hanno voglia di  incontrarsi mettendo in secondo piano la differenza. Altro progetto, “l’orAmica”. Campagna di sensibilizzazione delle attività commerciali e venire incontro alle persone autistiche e alle loro famiglie. I commercianti vengono sensibilizzati sulle difficoltà che incontrano queste persone quando si recano in questi luoghi per fare shopping, trasformando un’esperienza tranquilla in qualcosa talvolta di complicato da gestire.

L’invito di Mister Sorriso, in definitiva, è quello di migliorare la vita di chi è affetto da autismo e di chi è accanto a loro, cercando il più possibile di adeguare gli spazi commerciali alle loro esigenze.

«Partire dal basso…»

Maleh, le origini, il sudore e l’azzurro italiano

«Ho affrontato mille sacrifici e ancora dovrò farne. Genitori e parenti marocchini, ma i miei amici sono tutti di qui. Sono cresciuto fra Cesena e Ravenna, poi mi hanno voluto a Firenze. Gioco a Venezia, spero di contribuire alla promozione in serie A. La telefonata del tecnico della Nazionale Under 21: te la senti di indossare questa maglia? Mister, e me lo chiede?»

«Sono nato in Italia, a Castel San Pietro Terme, vicino Bologna, genitori e parenti marocchini, tutti i miei amici sono italiani». Youssef Maleh, ventuno anni, calciatore di belle speranze, sta costruendo il suo futuro con mille sacrifici. Ne parla con l’orgoglio delle sue radici, forte anche dell’affetto che lo circonda, lo stesso che amici e compagni di squadra non gli hanno mai fatto mancare. Di proprietà della Fiorentina, dove presumibilmente tornerà a fine stagione, gioca nel Venezia, squadra che si sta battendo per conseguire la promozione in serie A. E anche su questo, Youssuf dimostra tutta la sua maturità. «Ho cominciato a dare i primi calci al pallone con il Cesena, poi giocato nel Ravenna, squadra nella quale a diciannove anni ho debuttato fra i professionisti; da due anni gioco a Venezia, anche se un contratto mi lega alla Fiorentina… ».

Venezia, Firenze. «Cosa posso chiedere di più alla vita: quando parenti e amici mi chiedono come stia vivendo questo momento, rispondo che ho fatto della mia passione il mio lavoro e sapere che presente e futuro professionale oscillano fra due delle città più belle al mondo, mi riempie di gioia; quanta bellezza e quanta cultura…».

 

BELLA FIRENZE, MA…

Youssef, nato in un borgo a pochi chilometri da Bologna, si è visto proiettato nel giro di qualche anno in una dimensione da favola. Oltre a giocare in serie C, poi in B, pensando alla serie A, ha risposto con entusiasmo alla convocazione in Nazionale azzurra, altra grande soddisfazione. «Da non crederci – spiega – anche se non nascondo che per arrivare fino a questo obiettivo, ho dovuto compiere mille sacrifici». Non affonda il colpo, ma fa comprendere il suo punto di vista. «La mia vita è proiettata dal basso, credo che questa sia la molla che deve motivarmi giorno dopo giorno per non fermarmi: dal primo giorno che ho pensato a quante e quali soddisfazioni avrebbe potuto darmi il calcio, sono stato sempre fra i più puntuali a presentarmi agli allenamenti, l’ultimo ad abbandonare il terreno di gioco dopo le rifiniture…». In queste battute la sua filosofia: aggredire con grande passione l’attività ed essere l’ultimo ad abbandonare il campo con una maglia sudata, segno che ha spremuto tutta la sua generosità.

Oggi, Maleh, è un bell’esempio per i suoi connazionali. A gennaio ha firmato un contratto di cinque anni con la Fiorentina, così presumibilmente dal prossimo giugno si aggregherà alla squadra viola impegnata ad uscire dai bassifondi della classifica di serie A. Il ragazzo ventunenne è rimasto, intanto, in prestito al Venezia. Nella squadra lagunare resterà presumibilmente fino al termine della stagione.

Centrocampista mancino, origini marocchine, si diceva, ma nato in Italia nei pressi di Bologna, rilascia interviste col contagocce, ma sempre in modo ragionato. Parla del suo presente ma anche di sogni ed obiettivi futuri. «Sono partito dal basso, maturato nelle giovanili del Cesena, per poi giocare due anni a Ravenna; detto che ho ancora tanta strada da fare, guai fermarsi, per arrivare dove sono ho dovuto sudare tanto. La serie C è un campionato fisico e duro, non facile come può sembrare da fuori. Ma è un’esperienza che sento di consigliare a quanti debuttano subito in serie A. Per me è stato importante avere dei maestri: ho potuto apprendere da giocatori di maggiore esperienza con cui ho avuto la fortuna di giocare, Molinaro, Bocalon, Modolo, capitano del Venezia. Credo di poter crescere ancora tanto e cerco di migliorare col lavoro giorno dopo giorno».

 

PRIMA IN “A” CON IL VENEZIA

Ecco, il Venezia, banco di prova importantissimo. Se la serie C è un campionato fisico, la B è un misto di fisicità e tecnica, considerando che in A si arriva con la qualità. «Da due anni gioco a Venezia, una delle città più belle al mondo, qualcosa che a me trasmette tanta serenità. Vado allo stadio in vaporetto, basta farci l’abitudine. Con mister Dionisi, oggi tecnico dell’Empoli, ho un grande rapporto, sono cresciuto tantissimo grazie a lui, anche dal punto di vista offensivo. Ringrazio anche mister Zanetti: questo è l’anno della mia consacrazione in B, lui mi ha trasmesso la voglia di vincere e non mollare mai. Una persona che dice sempre ciò che pensa, non può che farti crescere tantissimo». Youssef, origini marocchine. «Ma mi sento italianissimo. La scorsa estate mi ha chiamato Paolo Nicolato, tecnico dell’Under 21: nell’occasione mi chiese se fossi stato convinto di poter giocare per gli Azzurri: nemmeno un’ombra di dubbio, indosso la maglia dell’Italia con orgoglio». Ragazzo assennato, tanti sacrifici alle spalle e qualcuno ancora da compiere, considera un obiettivo per volta. «Il prossimo è quello di lottare con il Venezia e raggiungere la promozione in serie A».

«Farina, oro macinato…»

Covid, un anno fra tavola e pandemia

Pizze, focacce e dolci fatti in casa, i tarantini hanno riscoperto il “fai da te”. Assalto ai negozi di generi alimentari e supermercati. «Marzo e aprile 2020, presa dall’ansia la gente svuotava gli scaffali. E quando non usciva di casa, era disposta ad attendere anche tre giorni per la spesa a domicilio». Fra gli altri, nella classifica dei consumi: pasta, latte, zucchero, olio, passata di pomodoro e acqua. Prezzi sotto controllo. Mezzogiorno e tardo pomeriggio gli orari di punta. 

 

«Dovessi fare una classifica sui generi di prima necessità acquistati dai tarantini in un anno di emergenza-covid, non avrei che l’imbarazzo della scelta: pasta, farina, latte, zucchero, olio, passata di pomodoro, naturalmente acqua, ma non necessariamente in quest’ordine».

Andrea Sgobba, giovane titolare di un avviato supermercato del Borgo, ci aiuta ad avere un’idea su come sono cambiati i tarantini negli acquisti a partire dal marzo dello scorso anno, periodo del primo lockdown. «Avvertivo, forte, la sensazione che i tarantini fossero entrati in uno stato d’ansia, acquistavano qualsiasi cosa fosse esposta sugli scaffali, secondo qualcuno facendo la fortuna delle attività commerciali: sbagliato, i prezzi erano tenuti sotto controllo. Per non parlare degli ordini: non si contavano le famiglie, chiuse in casa, disposte ad attendere anche due, tre giorni la spesa a domicilio; telefonavano, dettavano l’elenco dei generi, solitamente di prima necessità, ed attendevano pazientemente…».

Ansia, acquisto compulsivo. Come sempre, la verità sta nel mezzo. «Portando ad esaurimento anche le scorte, chi – come il sottoscritto – svolge questo lavoro è stato disorientato: non volendo, ma immaginando, abbiamo provocato disagio anche alle aziende che producevano generi alimentari; vero è che molte industrie temevano il peggio, cioè che la crisi avrebbe interessato anche il settore alimentare, ma fortunatamente così non è stato: come spesso accade, dopo un breve periodo di assestamento, tutto è tornato alla normalità, anche in occasione degli ultimi decreti che hanno invitato i tarantini a restare in casa, circolare il meno possibile per evitare contagi».

 

FEBBRE DI PASSAGGIO…

Covid, febbre di passaggio, sarà come l’influenza dicevano. Non è stato così. Sgobba indica il periodo marzo-aprile 2020 come il periodo più preoccupante. «Non sapevamo con cosa avessimo a che fare, se il lockdown fosse una misura restrittiva passeggera e, nel frattempo, le industrie farmaceutiche avrebbero in breve trovato il rimedio, oppure che c’era da preoccuparsi e, dunque, reagire a testa bassa».

L’organizzazione di supermercati e attività di generi alimentari. «E’ subentrata subito la paura, le trasmissioni televisive, forse, invece di chiarire provocavano confusione, allarmismi, così i tarantini – perché è sui miei concittadini che mi permetto di fare una breve disamina – sono entrati in paura reagendo in maniera compulsiva: compravano di tutto, rastrellando in particolare scatolame, prodotti cioè a lunga scadenza, come se il confinamento fosse un barricarsi, chiudersi in un bunker in attesa di tempi migliori; certo, non è stata, e non lo è tutt’ora, una passeggiata di salute, ma con il passare dei mesi, nonostante la nostra città fosse tornata “zona rossa” e registrasse purtroppo il decesso di centinaia di tarantini per motivi legati al covid, la situazione dal punto di vista organizzativo è andata in qualche modo normalizzandosi».

Il titolare del supermercato, sfoglia i tabulati, interpreta le cifre, evidenzia con il pennarello un dato, da un lato incredibile, dall’altro comprensibile. «Il picco maggiore in quel periodo – sostiene Sgobba – ha fatto registrare la vendita di latte e biscotti, di qualsiasi marca; la clientela in quei primi due mesi di confinamento non andava tanto per il sottile: vendevamo panetti di lievito da un chilo o da chilo e mezzo, non più a cubetti; insieme con questi, ovviamente farina, come fosse oro macinato: la gente pensava a farsi il pane in casa, ma anche a fare pizze o dolci, considerando che un altro articolo andato a ruba è stato il lievito per dolci».

 

IN FILA PER SEI…

Poi un sospiro di sollievo. «Chi, come il sottoscritto, pianifica in modo ragionato acquisto e vendita, ha tirato un sospiro di sollievo in estate, con la riapertura dei negozi; fino ad allora, insieme con il personale disciplinavo l’ingresso a non più di cinque, sei unità per volta: nessuna lamentela, nonostante l’ansia i tarantini hanno reagito in maniera civile a questa inusuale modalità; le file, odiate negli uffici postali come in quelli amministrativi, venivano rispettate, disciplinate dall’insostituibile “eliminacode” e dal personale che invitava la gente ad indossare mascherina e ritirare il numero progressivo. osservando il distanziamento».

Sempre tabulati alla mano, risposta ad un’altra curiosità: gli orari dei tarantini per gli acquisti. «Sicuramente la forbice 12.00-13.00, anticipata dalla fascia 11.00-12.00 ad un ritmo sostanzialmente sostenibile; nel tardo pomeriggio, la fascia più significativa quella 18.00/19.00, a sfumare in quella successiva, 19.00/20.00, prima cioè della chiusura».

Torniamo fra gli scaffali, gli articoli più richiesti. «Con pizzerie e ristoranti chiusi o con aperture controllate, la gente si è nuovamente fiondata su farina e lievito, per pizze e focacce, poi latte e zucchero per i dolci. Se i tarantini hanno messo su qualche chiletto, forse il motivo è da ricondurre a un certo nervosismo: restando chiusi in casa, senza potere andare in giro, insomma camminare, provare a combattere l’ago della bilancia, l’attenzione ricade sempre al “mordi e fuggi”; piluccare questo o quello in attesa del pranzo o della cena ha spesso provocato l’aumento del peso…».

Come pagano i tarantini. «Due su tre con “carta”, reddito di cittadinanza compreso; in pochissimi chiedono di trasformare l’acquisto nei numeri che prevedono la lotteria: non avanzo ipotesi su quello che potrebbe essere stato un flop del governo, sicuramente ho la sensazione che la gente in questo preciso momento storico abbia più la testa a come superare questo periodo nero, piuttosto che consultare i numeri del lotto».

Dovendo certificare una classifica, pronostico difficile. «Dipende dal periodo, di sicuro pasta, passata di pomodoro, olio e, ancora, farina, lievito, latte e, ovviamente, acqua, a vagoni…».

«Lascio cinque milioni ai poveri»

«Non riesco a perdonare le angherie inflitte dai parenti a me e a mio marito», ha scritto nel suo testamento. Non è il primo caso, a Genova. Non più di due mesi fa, una nobildonna, aveva lasciato in beneficenza venticinque milioni di euro.

Un’anziana dentista genovese in pensione, scomparsa nei giorni scorsi a novantuno anni, ha lasciato quasi cinque milioni di euro in beneficenza. Due milioni e mezzo alla Lega del Filo d’oro, associazione promossa in tv, radio e sulla stampa a titolo gratuito da Renzo Arbore,  un milione e mezzo a bisognosi e disagiati genovesi che hanno l’assistenza delle suore della congrega «Piccole sorelle dei poveri» e una casa sulle Dolomiti all’Associazione italiana per la ricerca sul cancro.

La notizia è stata riportata dai quotidiani locali del capoluogo ligure e ripresa dagli organi di informazione nazionale. Letta o appresa così, di getto, permetteteci di dire che ha del sensazionale. Specie di questi tempi, annacquati da qualsiasi colore o iniziativa scaturisca la pandemia, dalle zone ai vaccini: unica cosa che da un anno a questa parte induce alla  drammatica riflessione sono le vittime e  i contagi.

E’, dunque, una notizia confortante. Qualcuno direbbe “C’è vita su Marte”, lasciando sottintendere che esiste ancora una speranza nei cuori della gente. E il testamento della novantunenne professionista, lascia ben sperare. Un po’ meno i parenti prossimi che un segnale, anche debole, dall’anziana congiunta se lo aspettavano. E invece no, puniti: evidentemente hanno di che farsi perdonare. Tempo per espiare le proprie colpe, presumiamo, nel lasciare al proprio destino la donna, ce ne sarà. Insomma, lunga vita a nipoti e pronipoti, ma senza lascito.

COME UN FILM DI NAZZARI…

Unica azione svolta dai parenti lo scorso anno, quasi fosse uno di quei film Anni Quaranta con Amedeo Nazzari, dove buoni e cattivi erano tratteggiati a tinte bianche e nere, ma sostanzialmente percepibili dal un pubblico nazionalpopolare: metterla sotto tutela. Ci avevano provato i parenti del cognato, che forse seguivano a distanza lo stato di salute dell’anziana donna, che invece è stata lucida fino all’ultimo respiro. 

«Confesso – riportano le sue ultime volontà – che non riesco a perdonare le angherie che i parenti di mio cognato hanno inflitto a me e a mio marito e spero che il Buon Dio, cui chiedo sin d’ora perdono, non vorrà castigarmi per questo». Lo ha scritto di suo pugno l’anziana professionista nel testamento redatto dal notaio e affidato, per l’esecuzione, ad un avvocato. Ricordata, nelle note testamentali, anche l’assistente di una vita, ormai scomparsa. Al marito della donna è andata, infatti, una casa a Prato Nevoso. Mentre ventimila euro ciascuno sono stati destinati alla donna di servizio e all’amministratore che si occupava della gestione degli immobili di famiglia.

GENOVESI GENEROSI, ALTROCHE’

Dicono che i genovesi abbiano il braccino corto. Si tratta di antiche dicerie, puntualmente sconfessate dalla solidarietà dei Cittadini della Lanterna, e non solo in occasione della ricostruzione del Ponte Morandi e da fatti di cronaca degli ultimi decenni. L’eredità lasciata in beneficenza dalla donna pare non sia un fatto isolato. Nel febbraio scorso, infatti, sempre a Genova, aveva fatto sensazione il lascito di una riservatissima ex professoressa di italiano di origini nobiliari. Anche lei scomparsa a una veneranda età (novantasei anni). La donna, infatti, ha lasciato venticinque milioni di euro in beneficenza a diverse associazioni.

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