«Cin-cin bipartisan…»

Bruno Vespa, Michele Emiliano e Luca Zaia

Il conduttore di “Porta a porta” ha invitato nel cuore dell’Italia più bella, la Valle d’Itria, i governatori di Puglia e Veneto. Un brindisi con “Terregiunte”, il suo vino prodotto fra i nostri filari. «Una grande emozione vedere il presidente della Regione Veneto in Puglia», ha dichiarato il governatore pugliese. E, insieme, un brindisi al frutto dell’incontro tra due terre.

«Michele Emiliano, governatore della Puglia, e Luca Zaia, governatore del Veneto: due regioni lontane, ma che questa sera avranno più di un motivo per sentirsi complementari, una vicina all’altra: fra poco a “Porta a Porta”, non mancate…». Sembra di sentirlo, Bruno Vespa, nel lancio di una delle sue puntate televisive in seconda serata. Con quella musica che celebra “Via col vento”, come a portarsi via le parole, dopo un confronto serrato, magari borderline, giocato sul filo della dialettica passionale. E, invece…

Invece, non è uno studio televisivo. E’ anche meglio, aggiungiamo noi, orgogliosi di questo angolo nel quale la Valle d’Itria mostra il meglio di sé, da una immensa distesa verde che al solo guardarla ti riempie i polmoni di ossigeno, che di questi tempi di canicola estiva – diciamolo pure – avrebbe anche un costo esagerato, a una veduta che più di un panorama sembra una cartolina, con tutti quei trulli, imbiancati di calce e nella “bella stagione” presi in affitto da turisti avveduti, sensibili al punto da avere imparato ad amare la natura e le cose belle. Perché «Come natura crea, la Valle d’Itria conserva…». VESPA - 1COME NATURA CREA…

Sembra uno spot pubblicitario e, in effetti, lo è: un pay-off preso in prestito da una tv che un tempo creava. E oggi, con gli ultimi eroi del giornalismo e della comunicazione, cercano di mantenere intatta. Almeno nelle intenzioni. E Vespa è uno degli ultimi opinionisti a cui la gente dà ancora ascolto. E’ una trasmissione bipartisan la sua, come l’incontro fra i due governatori che sembrano lontani nella fede politica, ma che sono molto più vicini nella difesa di territorio e nei princìpi più di quanto non possano sembrarlo, almeno leggendo l’impegno di ciascuno rispetto al proprio mandato: uno, Emiliano, in Puglia, l’altro, Zaia, in Veneto.

Ed è in uno scenario suggestivo, fra le campagne della Valle d’Itria, tra filari d’uva e un paesaggio segnato dalle cime sferiche dei trulli e dalle curve morbide delle colline, che è andata in scena la rappresentazione moderna di un antico asse adriatico: quello, appunto, che lega la Puglia al Veneto.

Gli onori di casa spettano ad Emiliano, presidente della Regione Puglia, molto impegnato in una propedeutica campagna elettorale per le prossime elezioni. Una riconferma, per lui, con un panorama politico mai così slegato, da sinistra a destra, sarebbe oro colato. Ma adesso deve accontentarsi di un bel sorso di vino, Emiliano.

Attacca, il governatore. «È una grande emozione vedere Luca Zaia in Puglia – dice mentre alza il calice – perché in questi mesi di lotta comune al Covid-19 si sono create delle solidarietà molto forti, che vengono benedette oggi dal vino». E giù il primo sorso, sotto gli occhi tirati a lucido dal sorriso di Vespa, che non appena vede un bicchiere vuoto, lo riempie. E’ più forte di lui. Così, i protagonisti di una bella serata mondana e ricca di ospiti illustri, svuotano i calici per poi farsi mesciare altro vino dal padrone di casa.

PIU’ DI UN SORSO DI VINO

«E questo vino ha un nome meraviglioso: Terregiunte – sottolinea Emiliano – l’Adriatico ci collega, abbiamo delle culture comuni, abbiamo adesso anche un vino comune, e per chi dà valore a queste cose, sa che questa non è solo un’operazione commerciale, un’operazione enologica, ma qualcosa di più…».

E Vespa? Al conduttore di “Porta a Porta”, non resta che porre una tartina nel calice, più che una ciliegina sulla torta. Dunque, meglio far frizzare altre due dita di vino in coppa, per lanciare un altro brindisi, prima che i due ospiti illustri non finiscano con i canti da osteria.

Scherzi a parte, la chiusura, come è giusto che sia, spetta al padrone di casa e di una intuizione geniale: investire al Sud, nella provincia ionica, bella, piena di fascino, dalla Valle d’Itria, con Martina “capitale”, ai filari in terra di Manduria, casa del Primitivo. Vespa alza l’ultimo bicchiere e brinda: «Al frutto dell’incontro tra due terre: Puglia e Veneto». Cin-cin e lunga vita alla bellezza di un territorio fra i più belli al mondo.

«Ciao, Taranto!»

Said, marocchino, tecnico nel siderurgico tarantino, lascia la “sua” città

«Il Covid-19 ha impresso un’accelerata, abbiamo chiuso il contratto di ambientalizzazione con l’ex Ilva. Un amore a prima vista. Torno a casa, a Milano, riabbraccio mia moglie e le mie figlie a tempo pieno». Da Casablanca a Parigi, da Roma a Milano. Fra Gregoretti e Ferrara, Ferreri e la Muti. Poi una pallonata, una squadra di calcio, un ingaggio, un lavoro, il viaggio nella Città dei Due mari, un principio di nostalgia e una promessa.

«Di questa città mi mancherà la passione, l’amicizia, la gente che non ti fa mai sentire solo, anche se l’hai conosciuta al bar per un caffè, in fila al supermercato, sul posto di lavoro…». Said, sessant’anni, marocchino di Casablanca, dopo due anni, fa le valigie. Va via da una città che ha amato a prima vista. Lavorava per una multinazionale che si occupava di ambientalizzazione e aveva stipulato un contratto con l’Ilva, prima che il siderurgico più importante d’Europa, come continuano a definirlo oggi – nonostante perda pezzi e posti di lavoro – passasse ad Arcelor-Mittal. Il Covid-19 ci ha messo lo zampino, ha accelerato la fine dei lavori. Il confinamento, la mancata attività per mesi, rischiava di mandare gambe all’aria un sistema del quale Said faceva parte in qualità di responsabile.

«Mi dicevano – attacca Said – “I tarantini non sono pugliesi, sono un’altra cosa!”; invece, non solo sono pugliesi, ma addirittura pugliesi-pugliesi, un’altra cosa rispetto ad altri loro corregionali: sono generosi, altruisti; ne dico una, mal di testa o febbre, ti portavano Aspirina e Tachipirina, a scelta, e, talvolta, ti toccava anche prenderne una, altrimenti – e nonostante quella linea di febbre o quel malore passeggero fosse svanito… – ci restavano male…».

Una laurea in ingegneria appena sfiorata, in Francia, a Parigi, un bagaglio di grande esperienza e umanità messa al servizio della sua società, dei colleghi e dei suoi amici, quelli che ha incontrato sulla sua strada in tanti anni di lavoro. Ma la sua storia di sudore e maturazione con quello che è stato un lieto fine – anche se lui giura sia solo un “arrivederci” – comincia da ragazzo.

Casablanca, dicevamo. «Lavoravo per un’agenzia di viaggi, la Discover, sullo stile di Italturist organizzavo viaggi per Marocco, Turchia e Algeria; allestivo “carovane” e, nel frattempo, allargavo i miei orizzonti: parlavo arabo e francese, le due lingue ufficiali del mio Paese, ma non disdegnavo di sfogliare prima, di leggere poi, sempre più appassionatamente, libri in inglese, di solito psycho-thriller, e in italiano: fra i primi, “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola e “La pelle” di Curzio Malaparte».SAID - 1Taranto nel cuore, per sempre. «Quando si lascia una città come questa – dice il professionista marocchino, non senza un sincero dispiacere – non può che assalirti la nostalgia già settimane prima, vedi le cose che ti circondano sotto un altro aspetto: le guardi per memorizzarle, fotografarle, portarti passione, profumi, immagini; poi torno a casa, nella mia Milano, riabbraccio a tempo pieno mia moglie Daniela, insegnante, come mia figlia Miriam, e Nadia, art director in una multinazionale. Questo ha ammorbidito il dolore del distacco…».

Said, laurea sfiorata, poi l’Italia. «Avevo il bernoccolo per il teatro – spiega, circostanziando – la prima commedia cui ho assistito è stato “Il berretto a sonagli” di Pirandello, straordinario il racconto, straordinario l’autore; come attore non ero affidabile, mi avevano sempre assegnato particine, ma mi aveva assalito la voglia di dedicarmi al cinema; mi feci coraggio, contattai un parente stretto che mi invitò a Roma: “Vieni qui, è un buon momento, ti introduco a Cinecittà…”, mi promise. Non andò proprio così, in realtà mi dette picche, non sapeva come dirmi che non era stato sincero fino in fondo. Comunque, non mi detti per perso, mi presentai nella Città del cinema, dove incontrai Ugo Gregoretti e Giuseppe Ferrara, due grandi registi: mi suggerirono di recarmi a Milano, sul set del film “Il futuro è donna”, diretto da Marco Ferreri e interpretato da Hanna Shygulla e Ornella Muti. Mi avevano personalmente segnalato a Ferreri, che mi prese a benvolere, tanto che a fine riprese mi fece una dedica dandomi, bontà sua, del “collega”…».

Said abbandonò presto il sogno di cineasta, restando a Milano, fra mille piccoli, grandi impegni. «Mai perso d’animo, conobbi ragazzi che giocavano al calcio in una circostanza fortuita. Ero seduto su una panchina, leggevo un libro, mi arrivò una pallonata. Il modo con cui bloccai il pallone, li convinse a convocarmi per una squadra che stavano allestendo in occasione di un Mundialito voluto dal sindaco di allora, Carlo Tognoli. Andrew, figlio di un diplomatico inglese, prima del calcio d’inizio mi consegnò la fascia da capitano che onorai con organizzazione di gioco e bordate da venti metri: un destro da paura, perché nel frattempo, da estremo difensore, ero passato a centrocampo…».

Poi un lavoro stabile, una crescita professionale. «Ho fatto la mia bella gavetta – spiega il “castigatore” dei numeri uno – mi sono fatto apprezzare per le mie conoscenze, parlare più di una lingua, dal francese all’italiano, passando per un buon inglese, mi ha aiutato, con la mia multinazionale, due anni fa un contratto per l’ambientalizzazione dell’Ilva, un lavoro impegnativo: il mio compito e quello di un paio di colleghi, anche loro supervisori, consisteva nel seguire una settantina di dipendenti impegnati nel progetto che doveva portare a contenere prima, e successivamente abbassare, le emissioni scaturite dall’acciaieria».

Poi il confinamento obbligatorio condizionato dal coronavirus, fine dell’esperienza tarantina. «Con ogni probabilità riprendo il lavoro – conclude Said – lo stesso del quale mi sono occupato in passato, con un’altra multinazionale; due addii in uno solo, quello con la società che mi ha spinto sulle rive dello Jonio, e che prosegue brillantemente la sua attività, e con Taranto, una città che porterò sempre nel cuore, dal sole al mare, dalla cucina alla sua cultura, quella di una Magna Grecia che mi ha sempre affascinato».

Allora, addio Said. «Arrivederci, Taranto!».

«Quasi quasi…»

Fadi e Jinah, egiziani, delusi dall’Italia, pensano al ritorno a casa

«Faccio il pizzaiolo, in un localetto che ora mantengo con enormi sacrifici. Un socio italiano mi ha mollato in un mare di problemi e debiti. Volevo fare il salto di qualità, assicurare una vita decorosa a mia moglie e i miei due ragazzi, niente da fare…»

«Quasi quasi…». Brutta cosa questa premessa, sa di sconfitta e, in realtà, suona come tale. E’ una frase che nel nostro ragionamento senza rete ricorre spesso. Il protagonista di questa storia se ne sta nel suo localetto sulla Litoranea, un pugno di chilometri da Taranto.

«Macché Alessandria d’Egitto, come dite qua: al Cairo me ne torno!». Fadi, quarantadue anni, da una ventina in Italia, pizzaiolo a tempo pieno – per qualche tempo un’attività in società con un italiano che non si sa che fine abbia fatto – se questo tempo glielo permettesse, è risoluto, non fa giri di parole. Risolve l’imbarazzo di chi gli chiede qualcosa in più di una normale chiacchierata, con una battuta, forse la più famosa dalle nostre parti. La sua è una storia come quella di tanti commercianti, che nel periodo di contagio da Covid-19, hanno visto crollare vertiginosamente i propri affari, fino a sotto lo zero.

«Quando si chiudono le saracinesche senza sapere quando e se le aprirai, la tua storia si fa dramma: è un po’ che io e mia moglie Jinah ne parliamo, siamo ridotti ai minimi termini: non si lavora, nemmeno la riapertura con servizio a domicilio prima, con i tavolini sul marciapiedi ora, si fanno i numeri di una volta, quasi quasi torniamo a casa».

Hanno due ragazzi, Fadi e Jinah. Quelli che un tempo erano marmocchi, sono nati e cresciuti qua. «Eravamo fidanzati – spiega – pensavamo di farcela trasferendoci in Italia: allora non c’era diffidenza nei confronti di chi veniva dall’Africa, magari perché la situazione era sotto controllo, qui arrivava solo chi aveva davvero voglia di lavorare; ora c’è…casino: so che non è una parola bella nella vostra lingua, ma è uno dei primi sostantivi che ho imparato non appena arrivato in Italia; per voi non è mai confusione, è un casino, parola più appropriata non c’è perché adesso quella confusione che si faceva spazio nelle nostre menti, quelle mia e di mia moglie, è un vero casino!».

MA DAVVERO, FADI?

Davvero vuoi andartene, Fadi? «Aspetto ancora qualche mese, magari c’è una piccola ripresa del lavoro, ma non la vedo bene, passo un sacco di tempo con le mai in mano, cioè senza far niente, poi mi dico: quasi quasi facciamo le valigie e via…».

C’è più di qualche ragione nel suo rammarico, anzi per dirla alla sua maniera, altro che disappunto, Fadi è «incazzato» davvero. «Accidenti a me e quel giorno che ho deciso di fare un passo avanti, provare a migliorare il tenore di vita mio, mia moglie e dei miei due figli; dopo aver fatto il lavapiatti, l’aiuto cuoco e, infine, imparato il mestiere di pizzaiolo con un corso di formazione con la Confcommercio di qua, un po’ di anni fa, sono arrivato dove in qualche modo volevo arrivare: a fare il pizzaiolo; avevo un po’ più di tempo per la famiglia, più o meno mille euro al mese, più le mance che in un mese oscillavano fra i centocinquanta e i duecento euro, niente male: non facevamo una gran vita, ma con qualcosa che guadagnava Fadi facendo le pulizie mettevamo soldi da parte».

Poi la svolta, pare di capire. «Certo, incontro il titolare di un localetto, francamente in condizioni non incoraggianti: non aveva manodopera, allora ci siamo stretti la mano, abbiamo firmato un po’ di carte e diventati soci; è durato due anni, nonostante si lavorasse i soldi non bastavano mai, le bollette di acqua e luce, i rifornitori, li pagavamo sempre più in ritardo; una volta ci staccarono la luce, i soldi per pagare la bolletta, li aveva persi…così mi disse; io ci ho creduto poco a questa storia, ma alla fine quando la cosa stava per ripetersi, lui, il socio, è sparito di punto in bianco, lasciandomi nei guai: ogni mattina davanti al locale, i rifornitori che chiedevano il conto».

Fadi ispirava comunque fiducia. «Non c’era altra strada – ammette – dovevano credermi, altrimenti che cosa avrebbero potuto farmi, picchiarmi? Alla fine, ci siamo messi sotto, io e mia moglie abbiamo raddoppiato gli sforzi, pagato poco per volta i rifornitori, quelli che ci portavano farina, acqua minerale, birra, e abbiamo ripreso a respirare: evidentemente abbiamo una cattiva stella, perché si è abbattuto il Covid e abbiamo dovuto chiudere: è lì che abbiamo maturato l’idea del “quasi quasi”…».

MANGIAVAMO CON 300 EURO…

Soldi per pagare le utenze e le società che vi avevano assistito, non ne avevate più. «Mi vergogno a dirlo – china il capo, il pizzaiolo egiziano – ma in casa abbiamo campato con trecento euro al mese, mangiato anche una sola volta al giorno: il “socio”, chi lo ha visto più, dileguato, aveva spiccato il volo, volatilizzato, appunto…».

E ora, si fa largo la sconfitta. «E’ triste ammetterlo – confessa – non vedo altre vie d’uscita, il governo ha speso parole d’elogio nei confronti delle piccole imprese, ma io che mi sono rivolto a un patronato, non ho avuto un solo euro: c’era sempre qualche problema».

Quasi quasi, dice Fadi. «Aspetto che finisca l’estate, dovesse andare avanti così, non c’è via d’uscita, ho pagato a caro prezzo la presunzione che dopo venti anni potevo fare appena qualcosa di meglio per la mia famiglia; nella sfortuna, mi ha detto un amico ragioniere, mi è anche andata bene: se solo il mio socio avesse fatto debiti su debiti, sparito lui a me sarebbe toccato pagare, con soldi o con una condanna per truffa…».

Viste le citazioni, gli indichiamo la storia del bicchiere mezzo pieno. «Conosco – conclude Fadi – ma non vedo sereno all’orizzonte, questa dovrebbe essere un’estate clamorosa, ma così non è, stando a quello che dicono i colleghi: la litoranea è solo una strada di passaggio; io e Jinah ci guardiamo spesso in faccia, facciamo a turno ad abbassare il capo, una volta è lei ad arrendersi, una volta io… così, ci diciamo, quasi quasi…».

«Orgoglio e dignità»

Mazu, in Italia da cinque anni

Trent’anni, maliano, di fede musulmana, dal primo giorno ha solo avuto in testa l’Italia e Taranto. «Qui mi sono trovato subito bene. Ogni tanto qualche frase un po’…così, ma con tutti i tarantini ho un buon rapporto. Conosco perfino le loro espressioni. Un lavoro, non stabile, purchè riesca a sostenermi da solo: non voglio regali, né stare con un cappello davanti a bar o supermercati»

Un lavoro, anche modesto. Stare con un cappello davanti a un bar o un supermercato, nemmeno a parlarne. Orgoglio e dignità. Muza, maliano, trent’anni, fede musulmana, ha nella mente pochi, ma sicuri obiettivi. Intanto restare in Italia. Perfezionare il suo italiano, oggi, non solo accettabile, ma ottimo.

Lo avevamo conosciuto qualche anno fa. Ragazzo vivace, uno di quelli che ha chiaro in testa «cosa fare da grande». Ce lo disse lui stesso all’epoca, lo conferma a distanza di tempo da quella chiacchierata nella quale si spiegò ai connazionali, agli agenti di polizia locale, che presidiavano un improvvisato sit-in. «Oggi non lo rifarei – spiega – per molte ragioni: la prima delle quali è il sentirmi come se fossi a casa: non che nel mio villaggio, in Mali, avessi chissà quali comodità, ma quella forma di protesta, che poi protesta non era, non la ripeterei; con i miei amici venuti dal Nord Africa in cerca di speranza, ci sentivamo isolati, quasi lasciato soli al nostro destino: evidentemente se sono ancora qui non sono stato abbandonato, anzi, sono stato seguito perché godessi di ospitalità e rispetto, due princìpi dietro ai quali sono andato dal giorno in cui mi sono messo in viaggio per l’Italia».

Taranto è la sua città. «La vivo come può viverla uno straniero come me – dice Mazu – che non può passare inosservato, intanto per il colore della sua pelle, poi per qualche cittadino – ma poca cosa, sento di essere benvoluto, rispettato, dalla stragrande maggioranza dei tarantini – che ogni tanto si lascia andare a qualche battuta un po’ fuori dal seminato».

PROVAVO A NASCONDERMI…

Un esempio, una frase. «I primi tempi – ricorda – camminavo per strada accanto ai muri, cercavo in tutti i modi di passare inosservato, come se andassi di fretta, anche se non avevo nella testa un posto in cui sarei dovuto andare. Eppure, dico eppure, ma è una sciocchezza, c’era sempre qualcuno che trovava il sistema per cambiarmi l’umore, ma anche quella è stata una scuola, la tolleranza è una delle cose più sagge che uno straniero deve imparare: sorvolare, non dare retta al peso di una frase rispetto alle decine di incoraggiamento che incassavo da mattina a sera».

Certo che il trentenne maliano sa creare aspettativa. Fosse uno scrittore, sarebbe un giallista. Sa far montare l’interesse, prima di arrivare al nocciolo. Mazu, forza, la frase.

«“Tornatene a casa!”. Potevi avere incontrato amici  per strada, al bar, al supermercato, quella frase mi faceva star male: ecco la saggezza di cui parlavo, quella è arrivata poco per volta, alla fine ho anche compreso il risentimento di quei pochi che non vedevano di buon occhio la mia presenza e quella dei miei fratelli nordafricani a Taranto. Oggi è diverso, lo devo intanto al mio impegno: volevo imparare, e presto, l’italiano. Diventare un giorno dopo l’altro padrone della lingua e delle espressioni locali, aiuta, e tanto anche: ho tanti amici tarantini e tante volte quando batto un colpo a vuoto con il lavoro, sono loro stessi che mi aiutano».

La tua storia, il suo chiodo fisso. «Non voglio essere “un profugo”, voglio avere un nome, un cognome, una nazionalità: è per questo che mi sono battuto dal primo giorno che sono venuto in Italia, voglio avere le stesse occasioni che hanno gli altri; se ne fallissi anche una sola, rispeditemi a casa. Qualche mio connazionale era di passaggio, altri, invece, avevano scelto di restare in Italia. Io l’avevo già nella testa e nel cuore: con Taranto è stato amore a prima vista».

E’ in città da cinque anni. E conta di non trasferirsi altrove. «Mi trovo bene a Taranto – dice Muza – se non fosse che devo fare i conti con il lavoro, poco a dire il vero, ma so accontentarmi, potrei dire che sono ampiamente soddisfatto di come siano andate le cose».

POI GLI AMICI, L’ITALIANO…

Muza ha imparato bene l’italiano. Lui, come molti dei profughi viene dal Nord Africa, Paesi francofoni. Dunque, oltre al suo dialetto, parla il francese, mostra padronanza della lingua italiana. E da un po’, lo dice lo stesso interessato, conosce le «espressioni locali». «Non le parolacce – puntualizza, ride – ma le espressioni a voce alta, quando il tarantino saluta, ti dice di scansarti, di parlare a voce bassa: questione di gesti, li ho imparati di corsa e, ogni volta, è un bel ridere».

Taranto nel cuore, Muza. «Mi sono trovato subito bene – confessa – per l’accoglienza e l’affetto che tutti mi hanno dimostrato; per questo ho pensato che forse non sarebbe stata un’idea sbagliata quella di restare in questa città: ripeto, ho trovato gente di sani principi, che ha subito compreso la mia condizione».

Chi ha lasciato nel suo Paese. «Non ho genitori – racconta – lì ho lasciato il mio unico affetto, una sorella di sedici anni; farla venire qui? Non credo proprio, non vuole saperne di venire e ho grande rispetto della sua volontà anche se mi manca: è lei metà della mia famiglia».

Lavoro, Muza puntualizza, a scanso di equivoci. «Per lavoro non intendo stare con il cappello davanti a un esercizio commerciale o un supermercato, a dire “buongiorno” o “buonasera”; non lo farei mai, non ce l’ho chi lo fa, ma io sono abituato a guadagnare con il sudore della fronte; dal primo giorno ho voluto lavorare e guadagnare: non tanto, ma il giusto, quanto possa permettermi di sostenermi da solo, mangiare e dormire; migliorare, se possibile, la mia condizione, senza fare ricorso a uno di quegli assegni del governo; sono venuto in Italia per farmi una nuova vita, quella vissuta dalle mie parti non era degna di questo nome».

Mangiare italiano!

Leonardo Di Caprio, ultimo simbolo “Made in Italy”

Sorpreso in un supermercato a Los Angeles. Una lattina d’olio italiano da cinque litri. Come lui, sono tanti i divi affascinati dalla nostra cucina e dai nostri prodotti. Sting, De Vito, De Niro, Madonna, Lady Gaga…

Anche Di Caprio, alla fine, capitolò. Con tanto di prova documentale, cioè foto con lui, con mascherina anti-Covid e carrello appena sbucato da un supermercato nel quale c’è tanto di quel ben di dio griffato “Made in Italy”.

Dircelo fra noi è come confermare una tesi e, allo stesso tempo, annoiarsi un po’ e correre il rischio di essere considerati compiacenti con noi stessi. Ma qua la frase scappa in automatico, una espressione che ha conferme di una certa popolarità, divi di Hollywood che promuovono il brand-Italia a livello mondiale.

Dunque, non diciamo nulla che non sia stato detto o scritto: i prodotti enogastronomici italiani sono i migliori al mondo! Lo sanno e lo confermano anche stelle internazionali, fra attori, attrici, cantanti, registi e produttori, e, ancora, imprenditori, stilisti e categorie, come dire, “elette”.  Non è una novità che, puntualmente, queste, vengano sorprese nei ristoranti dove impera la nostra cucina, alle pizzerie, rigorosamente italiane. Qualcuna di queste stelle del firmamento cinematografico (ed economico) vengono riprese, fotografate mentre nei supermercati o in negozi dedicati all’italiano, dai vini ai formaggi, dall’olio alla pasta.

Ultimo in ordine di tempo, dicevamo, Leonardo Di Caprio che, fotografato a Los Angeles e ringraziato ufficialmente da una nota azienda italiana, eccellenza nella produzione di olio. “Leonardo Di Caprio, spero abbia apprezzato il nostro Evoo!”, è il messaggio postato su Facebook, da “Olio Roi” per ringraziare l’attore. Look casual e mascherina sul volto, “Leo” è stato sorpreso col carrello pieno di prodotti nel parcheggio di “Eataly”. Borse di carta, ecologiche, come da filosofia ambientalista sostenuta da Di Caprio, spicca proprio una latta dell’olio extravergine d’oliva che l’azienda di Badalucco (Imperia) produce da cinque generazioni nella ligure valle Argentina e commercializza in tutto il mondo.

Undicimila alberi di olivo cultivar Taggiasca, tutti piantati tra i 60 e i 500 metri sopra il livello del mare, danno ogni anno origine a migliaia di lattine e bottiglie. Leonardo Di Caprio ha fatto scorta di olio, scegliendo la latta da cinque litri di “Mosto”, olio ottenuto dalla prima spremitura a freddo che, colore giallo dorato e riflessi verde, ha note pronunciate di carciofo e oliva fresca. Prezzo: settantaquattro euro.

Ma le star che adorano l’Italia sono tante. Chi, fra queste, ama il nostro Paese al punto di prendere casa, chi trascorre le sue vacanze. Chi compra la nostra moda, chi non sa dire no ad una cena italiana. Fra i prodotti preferiti: Parmigiano Reggiano e mozzarella di bufala. E non finisce qui, perché c’è chi, negli anni, ha scelto di avviare una sua produzione in territorio italiano. E’ il caso di Sting (un agriturismo in Toscana), Danny De Vito (limoncello prodotto coi limoni di Sorrento). E, ancora, Lady Gaga, Francis Ford Coppola, Robert De Niro: tutti tentati dai nostri prodotti, dalla Puglia alla Toscana, passando per la Campania.

Tra i piatti hanno la meglio gli spaghetti, diventati famosi con Alberto Sordi e “Un americano a Roma”, Totò e “Miseria e Nobiltà”. I “due spaghi” sono l’irrinunciabile pietanza di attori e modelle. Lady Gaga, in casa, non si fa mai mancare gli “spaghetti con meatballs” (polpette), Sean Connery non resiste alla tentazione e li ordina al ristorante. Arnold Schwarzenegger, poi, è un habitué del Buca di Beppo a New York, e nemmeno a dirlo, un appassionato dei suoi spaghetti. Poi c’è la cantante Madonna, che li mangia anche in una storica pubblicità di Dolce & Gabbana; Michelle Obama, che li cucina con pomodori e spinaci cotti; Gisele Bundchen e Gwyneth Paltrow, che li preparano per la famiglia. Per farla breve, la cucina italiana, prima nel mondo, è irrinunciabile. Sappiamo perfettamente cosa significhi sedersi a tavola da queste parti, in Puglia soprattutto. Prepariamoci, piuttosto, all’arrivo di truppe di divi, a breve o medio termine. Il Covid è in quarantena e molti artisti vogliono riprendere le sane e vecchie abitudini, come vivere e mangiare italiano.

«Primo amore…»

Youssef e Alì, marocchini, a Taranto per scelta

«Merito dei tarantini, generosi e rispettosi. Quattro anni fa arrivammo qui. Dormimmo per strada, poi in palestra. Molti nostri connazionali andarono via: non c’era lavoro, noi restammo, affascinati da sorrisi, strette di mano sincere e ospitalità. Non ci sbagliavamo…»

Incontrare Youssef, un marocchino, dopo quattro anni circa, da un brutto (o buono, punti di vista) giorno quando insieme con una cinquantina di connazionali pernottò a cavallo, fra un sabato e una domenica, fuori dalla stazione.

Quel giorno mostrava, orgoglioso, uno dei suoi pollicioni in su. In segno di vittoria, questo il ragazzo marocchino con un sorriso appena accennato, perché non sapeva ancora quale fosse il suo destina, e comunque la gioia nel cuore, mostrava grande ottimismo. «Il nostro sogno – spiega Youssef – era quello di fuggire dalla miseria, in molti casi alleggerire le famiglia da una bocca in più da sfamare e venire in Italia, ma anche nel resto d’Europa a cercare fortuna: qualcuno l’ha trovata, qualcuno no; molti hanno proseguito il loro cammino – quattro anni fa si potevano ancora superare i confini, non c’era la stessa ostilità o il rigore di oggi – chi in Germania, chi in Francia».

Lui, Youssef, si è stabilito a Taranto, ha trovato un lavoro. «Niente tappetti o, come dite da queste parti, “gratta-gratta” – anticipa eventuali domande il cittadino marocchino, “italiano di adozione” dice lui stesso – ho trovato lavori saltuari, prima come fattorino in una ditta di spedizioni, poi come dipendente in un supermercato; cose così, contratti brevi, perché di più non era possibile, ma mi è andata bene, specie alla luce di quanto successo in questi mesi con la paura del contagio da coronavirus: è stato un continuo sentirmi con i miei familiari che, dopo quattro anni, conto di raggiungere per pianificare meglio il nostro futuro: le condizioni per mettere radice, ci sono; anche la voglia di lavorare: ora lavoro in un ristorante, ci stiamo riprendendo poco per volta…».

CINQUANTA, UNA DOMENICA…

Ricorda i suo connazionali. «Cinquanta, più o meno, una all’esterno della stazione di Taranto: era una domenica. Qualcuno era lì da venerdì, altri da sabato; a poche centinaia di metri dal porto di Taranto, dall’hotspot realizzato appositamente per rilasciare un primo documento a quanti, migranti e con motivi diversi, erano arrivati sulle coste italiane: in maggior parte mei connazionali, poi egiziani e tunisini. Molti, anche di altra nazionalità, fuggiti dalla Libia, dove erano in atto conflitti spaventosi».

Poi, insieme con lui Alì. «Alcune donne furono assistite – ricorda il suo connazionale – ospitate nella palestra Ricciardi dal primo giorno; la struttura sportiva, meno male, la notte di venerdì al suo interno ne aveva accolti un’altra cinquantina, con un’ottantina è rimasta all’esterno». Anche Alì ricorda. «Alla stazione la Polizia di stato, un’ambulanza che prestava assistenza medica e tarantini, tanti tarantini, che a noi portavano casse d’acqua, alimenti per la colazione e il pranzo, quasi una corsa alla solidarietà: anche per questo sono rimasto a Taranto, i cittadini sono rispettosi e generosi, tanto che oltre all’assistenza ci hanno offerto, per quanto possibile, un lavoro».

«C’era anche il sindaco (Ippazio Stefàno, ndr) – ricorda ancora Youssef – per quelle decine di ragazzi seduti sui gradini, fra buste e casse d’acqua: mise a disposizione ancora la palestra. Alcuni lasciarono il palazzetto, altri li sostituirono per riposarsi e ristorarsi provvisoriamente».

C’è chi chiese alla Prefettura di Taranto un tavolo urgente per comprendere quali fossero stati criteri e strumenti giuridici adottati fra accoglienza e respingimento. E cosa si potesse fare per evitare che migranti, come quelle decine di ragazzi marocchini senza sostegno economico non restassero privi delle prime necessità.

CHIUSE SALA D’ATTESA E STAZIONE

«Stava diventando – ricorda – un problema anche la mancanza di servizi igienici; c’erano quelli della stazione, a un passo, ma chiudevano alle otto di sera; la sala d’attesa, per stare seduti, stendersi un po’, recuperare se possibile le forze, ma anche lì a mezzanotte in punto, anche quella chiudeva; io non ce la facevo più, ero a pezzi, salii sul primo bus urbano e mi recai alla Salinella; non c’erano posti per dormire, tutti occupati, così quella prima notte ripiegai all’esterno, all’aperto, al freddo».

Cosa ricorda dell’accoglienza, Alì. «Ragazzi di associazioni con cui sono rimasto in contatto, con il tempo siamo diventati amici: sorridevano, provavano a mescolare un po’ di italiano a un francese scolastico, proprio come ho fatto io con il vostro italiano: ci vuole quella pazienza – l’ho imparato qui – che è la virtù dei forti. Scambiammo numeri di cellulare, nel caso qualcuno si fosse per di vista: quei numeri li conservo ancora».

«Molti sono andati via – conclude Youssef – sapevano che questa è una città che non offre molto lavoro. Come me, erano a metà strada, fra la miseria e la speranza di un futuro migliore, se non altro lontano da guerre, conflitti e stenti». Quel pollice su e bene in vista, come a dire “Ok”, è un primo, timido segnale di ottimismo. Youssef e i suoi compagni ci avevano subito creduto.

«E se venissi al Sud?»

Robert De Niro, dichiara amore al meridione italiano

Origini molisane, la star di Hollywood ha minacciato il presidente Donald Trump: «Non mi sento rappresentato, trasferirmi in Italia, perché no?». Altre stelle del cinema si sono trasferite in Puglia, da Coppola alla Mirren. Mentre la Streep e Depardieu ci pensano. Attratti dalle masserie e da una vita serena, circondati da bellezze mozzafiato e da una gastronomia unica al mondo.  

«La mia famiglia è di Ferrazzano, dalle parti di Campobasso: ho la cittadinanza italiana? Probabilmente dovrò trasferirmi lì». Parole di Robert De Niro. Che parla di Molise, ma sostanzialmente Sud e di trasferirsi, un giorno, in Italia, nel suo Meridione. Magari nel Tacco d’Italia. Bello il Molise, ma “Bob”, protagonista de “Il Padrino”  e “Toro scatenato”, film che gli valsero un meritatissimo Oscar. Riconoscimento che gli avremmo volentieri assegnato  anche per “Taxi driver”, “Il cacciatore”, “Risvegli”, “New York New York”, “Re per una notte” e via di questo passo, forse per non sentirsi solo, una puntatina da queste parti la farebbe volentieri. Intanto perché in Puglia, sono molte le star americane venute ad abitare, a trascorrere le vacanze, addirittura venute a sposarsi. La Puglia è la star delle star, amatissima quanto la Basilicata.

A cominciare è stata Helen Mirren, attrice inglese, premio Oscar per “The Queen”. Insieme al marito, il regista Taylor Hackford, ha preso casa a Tiggiano, provincia di Lecce, restaurando una masseria cinquecentesca.

Gli occhi sul Salento, Lecce, Taranto e Brindisi, sono in tanti ad averli messi. Nel Leccese il regista italo-americano Francis Ford Coppola, prima ha rivitalizzato il paese di nonno Agostino, la lucana Bernalda, con l’acquisto di un edificio storico (Palazzo Margherita) trasformato in hotel di lusso dopo le nozze della figlia Sofia, attrice e regista di successo.

STREEP, DEPARDIEU…

Poi, per amore della terra dove ha origini la moglie, ha deciso di acquistare una masseria ad Ugento. Anche Gerard Depardieu conosce la Puglia e per diverso tempo ha provato a comprare un immobile da queste parti. Altre indiscrezioni riguardano anche l’attrice più volte premio Oscar, Meryl Streep. Per non parlare degli italiani, Vasco Rossi su tutti, il rocker che ha trovato la sua pace, come se fosse una personale “farm”, la provincia di Taranto per rigenerarsi un anno dopo l’altro, prima o dopo un tour o un concerto.

Ma torniamo al grande “Bob”, attore, regista e produttore cinematografico statunitense con cittadinanza italiana. Settantasei anni, De Niro è considerato uno dei grandi interpreti del cinema, per aver collaborato con registi e attori del calibro di Scorsese, Coppola e Leone.

Candidato per ben sette volte al Premio Oscar, due le vittorie, si diceva, nel ’75, nel ruolo del giovane Vito Corleone nel film “Il padrino-parte II”, e nell’81 per “Toro scatenato”, per aver interpretato il pugile Jack LaMotta.

Ma torniamo alle origini meridionali di De Niro. La star del cinema mondiale ha radici molisane. Verso la fine del ‘900, una coppia originaria di Ferrazzano, provincia di Campobasso, una cittadina con non più di tremila anime, attraversò l’Atlantico per cercare fortuna negli Stati Uniti: Giovanni Di Niro e Angiolina Mercurio, emigrati oltreoceano alla ricerca di una vita migliore.

“BOB”, GRAND’UFFICIALE! 

Per ciò che riguarda il legame dell’attore con il Sud Italia, si sa che l’attore italoamericano l’ha visitata un paio di volte, a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Nel 2006 la cittadinanza italiana e il passaporto dal sindaco di Roma, Walter Veltroni. E, come se non bastasse, De Niro è iscritto nelle liste elettorali della sua regione d’origine e nominato Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana su “Iniziativa del Presidente della Repubblica”.

Curiosità, il suo rapporto controverso con Donald Trump. Tra i due non corra buon sangue, tanto che De Niro si è rivolto spesso al Presidente degli Stati Uniti con molta schiettezza, rendendo evidente l’antipatia nei suoi confronti. Una volta è arrivato addirittura a dichiarare pubblicamente con orgoglio che «La mia famiglia è di Ferrazzano, dalle parti di Campobasso: ho la cittadinanza italiana, chissà, probabilmente dovrò trasferirmi lì». A buon intenditore, poche parole. Come a dire, che pur di non essere governato da Trump, De Niro avrebbe volentieri preso la strada di casa.

«Quanta violenza»

Dagli Stati Uniti all’Italia, passando dal caso Floyd

George ha rianimato il dibattito sul razzismo. «Succede ovunque, trattati così negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo», spiegano i nostri ragazzi che non smettono un attimo di seguire la vicenda del fratello afroamericano ucciso a Minneapolis. «Se vogliamo che i nostri figli crescano in un Paese all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori, tutti»

«Dobbiamo augurarci un ritorno alla normalità dopo la crisi sanitaria ed economica del Covid-19, ma dobbiamo ricordare che essere trattati in modo diverso a causa del colore della pelle e della razza è tragicamente, dolorosamente ed esasperatamente normale». Una delle tante frasi consegnate a social, blog, siti, organi di stampa. Che la pronunci un giovanotto della città di Minneapolis o un ex presidente degli stati Uniti che bene conosce le difficoltà che hanno ovunque, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, perché no, in Italia, poco importa. George, quarantasei anni ha dovuto rimetterci la pelle perché i riflettori della cronaca tornassero prepotentemente su un problema che viviamo ogni giorno, in Italia. Non solo, anche a Taranto: immigrazione, richieste d’asilo, visto per sei mesi, rinnovabile per altri sei mesi ancora, dopo di che vieni rispedito al mittente. Come accaduto a due ragazzi tunisini, Samir e Rami, sentiti la scorsa settimana. Dopo dieci anni hanno rimesso insieme i soldi per pagarsi un altro viaggio in Italia, sono arrivati al porto di Taranto. E’ qui che vorrebbero restare, ma non sappiamo, alla fine, cosa spetterà loro.

«Trattati in modo diverso a causa del colore della pelle e della razza», dunque. A proposito di George, che poi è George Floyd. Per tutti, ormai, solo tragicamente George. La pensano allo stesso modo anche i nostri ragazzi, scioccati da quanto accaduto nei giorni scorsi Minneapolis.

MALTRATTAMENTI…

«Trattati così, in modo violento, negli Stati Uniti – ci spiegano ragazzi che non smettono un attimo di seguire la vicenda del fratello afroamericano ucciso a Minneapolis – sia che si tratti di del sistema sanitario o del sistema giudiziario o di fare jogging strada, o semplicemente di guardare gli uccelli in un parco; non dovrebbe essere normale nell’America di oggi; non può essere normale: se vogliamo che i nostri figli crescano in un Paese all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori, tutti». Parola di Barack Obama, il primo presidente coloured della storia di un grande e, spesso, controverso Paese.

Pochi sanno come sia andata la storia del povero George. Di certo non compiamo chissà quale scoop se proviamo a raccontarla noi, dopo aver smanettato su internet, youtube e altri social. Ma ci sono frasi dolorose, come un pugno improvviso allo stomaco, taglienti come la lama di un coltello. “Polizia? Venite presto, un tale ci ha rifilato una banconota falsa di venti dollari per comprarsi delle sigarette!”. A nulla servono altre dichiarazioni in qualche modo pettinate dei due commessi di Cup Food. In un secondo momento, strano a dirsi, quasi a scagionare il gesto violento e definitivo di Derek Chauvin, il poliziotto che ha soffocato l’uomo di quarantasei anni. «Era ubriaco, fuori controllo!», dicono i due commessi. O glielo fanno dire, chissà. Sta di fatto che George, per essere fuori controllo, non fa un solo gesto che possa far pensare di essere «fuori di testa».

Fermato sulla trentottesima strada da due pattuglie di agenti di polizia, Floyd era stato trovato nella sua auto, trascinato fuori e ammanettato. Senza che lui ponesse resistenza. Senza accennare la minima reazione. Dunque, che bisogno c’era di fare ricorso a una manovra così violenta per immobilizzarlo. Quanta violenza e quanto disprezzo c’era in quel gesto per la razza nera?

I filmati che testimoniano l’accaduto confermano. Nessuna resistenza da parte di George prima di cadere, essere ancora strattonato e immobilizzato a terra. In un video che ha raccolto immagini girati dalle telecamere e dagli smartphone dei passanti, grafici e telefonate d’emergenza, il popolare quotidiano New York Times ha ricostruito tutta la drammatica sequenza, dall’arresto alla morte del quarantaseienne.

…E DUREZZA

La scena, documentano le immagini, va avanti per minuti, nonostante George implori aiuto e gridi «Non riesco a respirare, mi state uccidendo!». Niente da fare, il poliziotto continua a premergli il ginocchio sul collo. E i passanti che assistono alla scena che dura ben nove minuti, si rivolgono all’agente, gli chiedono di smetterla e di controllargli il polso. Qualcuno urla,  «Guarda, non si muove!». Un altro, ancora: «Gli esce sangue dal naso!». Alla fine il poliziotto si alza. Il corpo di Floyd senza vita viene caricato su una barella. Per lui non c’è più niente da fare.

Alla fine resta un problema di umanità, calpestata, e di limiti all’esercizio della forza da parte di chi agisce indisturbato, convinto che quella divisa gli consenta di essere anche brutale, fuori dalla norma. L’aggravante. E’ proprio la divisa indossata dall’uomo che ha soffocato Floyd. E anche del suo collega, che, mostra il video, resta in piedi, a guardare, senza intervenire per porre fine a quella inaudita, brutale violenza. L’agente Chauvin, già licenziato insieme agli altri tre colleghi che avevano preso parte al brusco e violento fermo di George,  è stato arrestato.

Joe Biden, vicepresidente degli USA, ha risposto accusando Trump di aver incitato alla violenza contro i cittadini statunitensi dopo aver minacciato di schierare i militari a Minneapolis per sedare le violenze. «Non citerò il tweet del presidente – ha scritto su Twitter – non gli darò risalto, ma sta incitando violenza contro i cittadini americani in un momento di dolore per così tanti: sono furioso, e dovreste esserlo anche voi».

«Aiutiamo la ripartenza»

Intervista a Gianni Cataldino, assessore Polizia locale, Turismo e Commercio 

«Dalla parte di commercianti e ambulanti. Primi a rinnovare ai “balneari” concessioni in scadenza. Con la Regione, attività di marketing per rilanciare un territorio offuscato dalla grande industria. Automobilisti tarantini, riprese vecchie abitudini, tornano le sanzioni…»

Taranto e la ripresa. Fra le mille difficoltà che può presentare una ripartenza dopo un inatteso e sciagurato Covid-19 che ha inflitto il colpo di grazia a un territorio già sofferente. Ma proviamo a guardare il bicchiere mezzo pieno, confrontandoci per la rubrica “Con parole mie” con l’assessore comunale Gianni Cataldino, fra le cui deleghe spiccano quelle a Polizia locale, turismo e commercio.

Ripresa delle attività, assessore possiamo già assegnare un voto ai tarantini?

«Non siamo ancora nelle condizioni per farlo. Come nel resto d’Italia, anche Taranto registra una certa fatica nella ripresa. Ciò detto, con l’avvio della Fase 2 si sta tornando a una normalità che però deve fare i conti con il periodo di fermo causato dal lockdown».

Esercizi e attività commerciali hanno ripreso fra incertezze. Che sensazione ha avuto in qualità di amministratore e  cittadino?

«Che ci fossero difficoltà era risaputo. I due mesi di confinamento, purtroppo, hanno messo in ginocchio diverse attività. Non è un caso che l’Amministrazione abbia cercato di agevolare il più possibile la ripresa, nonostante non disponesse di grandi strumenti in campo normativo».

Ambulanti, altro importante tassello del commercio. Il loro ringraziamento per Amministrazione, Assessorato e sindaco, Rinaldo Melucci, per aver accelerato la ripresa dei mercati rionali.

«Con il sindaco Melucci, l’Amministrazione comunale ha cercato di accompagnare dalla Fase 1, quella della rigidità imposta dal lockdown, alla Fase 2, quella della disponibilità alla riapertura, il maggior numero di attività nel rispetto delle norme di sicurezza sanitaria. Mi riferisco ai mercati rionali, da piazza Fadini alla Salinella, passando per piazza Sicilia. La seconda fase, purtroppo, presentava norme stringenti proprio per la categoria degli ambulanti. Nel rispetto delle normative esistenti, abbiamo pertanto adottato criteri che mettessero questi commercianti nella condizione di poter operare, considerando che il loro lavoro dà sostegno a numerose famiglie…».CAtAldino - 1Fra gli impegni, autorizzazioni e sopralluoghi nelle piazze.

«Con gli assessori di altri comuni della provincia ci siamo imbattuti in norme rigorose non sempre compatibili con aree e mercati di cui i nostri ambulanti dispongono. Esistono mercati più facili da controllare nel rispetto del distanziamento sociale, altri più complicati, per spazi e condizioni nelle quali operare: sono stati necessari sopralluoghi per trovare soluzioni che tenessero conto delle esigenze sì dei commercianti, ma anche della gente cui assicurare il rispetto delle norme in tema di “distanziamento”».

Gli automobilisti tarantini dopo due mesi di sosta hanno imparato qualcosa, oppure commettono i soliti peccati? Parcheggi, rispetto per la segnaletica e il lavoro degli agenti di Polizia locale.

«La Fase 2 ha rappresentato per molti automobilisti un senso di liberazione, una sorta di “Finalmente si circola!”. Purtroppo non molto è cambiato, tanto che diversi di questi continuano a non rispettare il codice della strada; gli agenti diretti dal comandante Michele Matichecchia, dopo il lavoro svolto per far rispettare ai cittadini le norme di distanziamento sociale, sono tornati al lavoro nelle strade a sanzionare automobilisti che hanno ripreso le vecchie abitudini: parcheggiare in maniera disinvolta; ci spiace sanzionare, ma pare sia questo l’unico strumento per far comprendere ad alcuni che il codice della strada passa attraverso il senso civico, il rispetto per gli altri: penso alle doppie file che “imbottigliano” automobilisti che hanno l’unica colpa di aver parcheggiato correttamente».

Quali misure adotterà il suo assessorato insieme con l’Amministrazione per incoraggiare il turismo?

«Abbiamo riavviato un confronto serrato con tutte le organizzazioni di categoria, per comprendere esigenze e misure da mettere in campo in fatto di marketing territoriale. La riapertura delle frontiere e il riavvio degli aeroporti, con rotte che poco agevolano la ripresa del turismo nel nostro territorio, ci pone di fronte a un marketing mirato per invogliare quei turisti che vorranno venire a fare visita alla nostra regione. Fra i comuni italiani, siamo stati i primi, se non fra i primi, ad aver assicurato agli operatori il proseguimento delle loro attività nonostante per tutti fosse in scadenza la concessione fino al 2020. Abbiamo così consentito ai privati di investire nel futuro e non pensare che questa fosse la loro ultima stagione. Oggi guardiamo a operatori balneari consapevoli che forse non potranno trarre benefici concreti nel breve termine, ma registreranno benefici sicuramente a partire dalla prossima stagione».

Regione sensibilizzata ad intervenire con un sostegno in termini di promozione?

«Da due, tre anni, la strategia dell’agenzia che si occupa della promozione della Regione Puglia da noi è stata sempre condivisa. Chiediamo, però, una maggiore attenzione per un territorio la cui immagine è stata offuscata dalla presenza della grande industria. E’ su questo che oggi si sta lavorando, passata questa seconda fase i risultati di ripresa torneranno ad essere evidenti».

Un inchino per George

Nella serie A tedesca gli atleti chiedono giustizia

Nella Bundesliga manifestano a favore del povero Floyd con fasce al braccio, genuflessioni e magliette. Altri episodi per ricordare il quarantaseienne afroamericano soffocato a Minneapolis da un poliziotto. Negli Stati Uniti proseguono le proteste. A Washington evacuata la Casa Bianca, a Los Angeles, vetrine in frantumi e negozi saccheggiati. 

Detto che non si placano le proteste negli Stati Uniti per l’uccisione di George Floyd, l’afroamericano di quarantasei anni morto soffocato da una stretta morsa di un agente di polizia durata una decina di minuti, anche altrove ci sono altre manifestazioni per ricordare quanto accaduto a Minneapolis. Ultima, in ordine di tempo, in quanto a clamore, quella di alcuni calciatori delle Bundesliga, la serie A tedesca. Alcuni atleti hanno espresso, ognuno a modo proprio, un pensiero per il povero George: Marcus Thuram, Jadon Sancho e Achraf Hakimi. A questi, alcuni fra i giornali europei più importanti, non solo sportivi, hanno dedicato la prima pagina. Fra questi, l’italiano “Corriere dello sport”, e lo spagnolo “AS”. “Thuram si inginocchia nel nome di George” il primo, “Gol contro il razzismo” il secondo.

La Bundesliga in prima pagina, dunque. Dopo essere stata la prima ad accelerare la ripresa dei giochi post-Covid 19, ecco un altro gesto. Più forte, politico: la protesta per la morte di George Floyd. Sabato il centrocampista americano Weston McKennie (Schalke 04) aveva giocato con una fascia al braccio con la scritta “Giustizia per George”; domenica pomeriggio Marcus Thuram, ventiduenne francese del Borussia Moenchengladbach, figlio del campione del mondo ‘98, Lilian, si è inginocchiato a testa bassa dopo uno dei suoi due gol segnati nella gara vinta contro l’Union Berlin.

Un gesto, quello di Thuram jr, che ha richiamato alla memoria quanto fece un giocatore di football americano, Colin Kaepernick, che quattro anni fa si inginocchiò durante l’inno americano in segno di protesta contro le violenze subite dagli afroamericani. Un gesto che fu poi imitato da altri atleti famosi dei principali sport statunitensi.

La protesta per la morte a Minneapolis di George Floyd, dunque, dilaga nel mondo. Dopo Thuram jr. del Borussia Moenchengladbach, che si è inginocchiato “alla Kaepernick” dopo aver segnato all’Union Berlino, ecco che anche i calciatori dell’altro Borussia, quello di Dortmund , hanno fatto sentire la propria voce. Jadon Sancho e Achraf Hakimi, infatti, dopo aver segnato nella gara vittoriosa contro il Paderborn, hanno mostrato il sottomaglia con la scritta “Giustizia per George Floyd”. Achraf ha fatto anche di più: ha compiuto il gesto delle manette.

MINNEAPOLIS, CALMA APPARENTE

Intanto, l’ordine apparente pare sia tornato a Minneapolis. La polizia locale con tredicimila soldati della Guardia Nazionale è riuscita a riprendere il controllo della città. Ma la tensione è giunta perfino a Washington, con la Casa Bianca sotto assedio, e dilagata a  Los Angeles e Philadelphia.

In molte città sono proseguite le proteste a una settimana dalla morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso dal poliziotto di Minneapolis. Se nel corso della giornata i cortei di massa hanno riempito le piazze in modo pacifico, con l’arrivo dell’oscurità e allo scattare del coprifuoco, ecco lo scatenarsi delle frange più violente.

A Washington, manifestanti sono riusciti a generare un incendio a pochi metri dai cancelli della Casa Bianca, così che il Servizio segreto al seguito del presidente e della sua famiglia, ha dovuto spostare Donald e Melania Trump nel bunker di emergenza sotto la residenza presidenziale. L’evacuazione del presidente e della first lady è durata un’ora, con le fiamme ben visibili dalla sede del potere esecutivo, prima che il Metropolitan Police Department riuscisse a sgomberare Lafayette Square, la piazza di fronte alla Casa Bianca.

Di altro tenore quanto accaduto in una delle zone più chic di Los Angeles. Alle otto di sera locali di Santa Monica, luogo di passeggio e dello shopping delle star, è stata presa d’assalto da bande organizzate con la distruzione di vetrine, saccheggio di negozi di articoli sportivi e abbigliamento.

INTERVIENE LA GUARDIA NAZIONALE

Forze di polizia, stando a quanto raccontato da testimoni, erano state concentrate ai lati di un corteo di protesta che si è svolto in modo pacifico. A breve distanza, però, è cominciato un andirivieni di auto da cui scendevano gruppi che distruggevano vetrine ed entravano nei negozi per impossessarsi di qualsiasi cosa. La razzia, ripresa dalle telecamere, è proseguita e trasmessa in tutti gli Stati Uniti.

Scene simili si sono viste anche a Philadelphia in Pennsylvania, capitale storica degli Stati Uniti prima di Washington: anche questa città-simbolo ha visto negozi presi d’assalto, svuotati da bande di giovani. In altre località alle prese con razzie, come Portland nell’Oregon, le autorità locali hanno dovuto estendere il coprifuoco.

L’attenzione si è allontanata per la prima volta da Minneapolis, il luogo della tragedia che ha dato origine alle proteste. Al sesto giorno di scontri, le autorità del Minnesota hanno finito per avere la meglio. La mobilitazione senza precedenti dei tredicimila soldati della Guardia Nazionale domenica ha invertito i rapporti di forze, e ha permesso alle forze dell’ordine di riprendere il controllo del territorio. L’unico momento di tensione grave si è verificato quando un camionista ha tentato di investire alcuni manifestanti: bloccato dalla folla, pestato, è stato arrestato dalla polizia e piantonato in ospedale.

Ma questa domenica si è chiusa sotto il segno di un nuovo incubo. La grande massa degli americani – non solo di colore – che sta protestando per le violenze della polizia, teme che il senso di questa grande rivolta venga snaturato e deviato. Negli scontri con la polizia si sono distinti i professionisti della guerriglia urbana; dietro di loro è spuntato lo sciacallaggio di chi approfitta del caos per scatenarsi a ripulire i negozi e fuggire col bottino. I danni provocati aggravano una situazione già drammatica: le scene di razzie nei negozi infieriscono su centri urbani che erano vuoti da tre mesi per il lockdown, vetrine sbarrate, esercizi pubblici già sull’orlo del fallimento, un paesaggio di depressione economica che sarà ancora più difficile ricostruire dopo quest’altra ondata di distruzioni.

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