Due, è meglio di uno

Assegnato un doppio Nobel

Riconoscimenti alla polacca Olga Tokarczuk e all’austriaco Peter Handke (in passato contestò la cerimonia). Sospeso a causa dello scandalo sessuale che aveva interessato il marito di una giurata, stavolta il Comitato tecnico ha inteso premiare due autori insieme: non accadeva da circa sessant’anni. Cerimonia il 10 dicembre a Stoccolma

Assegnati a due mitteleuropei premi Nobel. L’Accademia di Svezia ha inteso tributare non uno, ma due riconoscimenti per altrettanti scrittori coprendo il vuoto lasciato l’anno scorso (non accadeva da circa sessant’anni). Un vuoto allo scandalo sessuale che aveva interessato il marito di una giurata. Per questo motivo lo scorso anno il Nobel fu sospeso, per riprendere la sua attività quest’anno assegnando un riconoscimento per l’edizione 2018, alla scrittrice polacca, Olga Tokarczuk, e uno per l’edizione ricorrente, quella del 2019, al romanziere, drammaturgo e poeta austriaco Peter Handke.

Queste le motivazioni per i due vincitori. Ad Handke: «Per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana». Alla Tokarczuk: «Per un’immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita».

Olga Tokarczuk, polacca di Sulechów, nata nel gennaio del ’62, ha studiato psicologia a Varsavia. Scrittrice e poetessa tra le più note in patria, è stata tradotta in trenta Paesi. Con il romanzo “I vagabondi”, pubblicato in Italia da Bompiani, aveva vinto il Man Booker International Prize 2018. Era stata anche finalista al National Book Award, conoscendo la popolarità internazionale. Autrice di diverse raccolte di poesie e vari romanzi, tra le sue opere pubblicate in Italia: “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” (Nottetempo) e “Nella quiete del tempo”, con il quale ha vinto uno dei più prestigiosi riconoscimenti polacchi, il Premio della Fondazione Koscielski.

Peter Handke, Nobel per il 2019, è famoso invece per vari e provocatori successi teatrali, da “Insulti al pubblico” (1966), a  “Kaspar” (1968), e per alcuni romanzi come “Breve lettera del lungo addio” (1972) “Infelicità senza desideri” (1972), dedicato alla prematura morte della madre, “La donna mancina” (1976), opere che lo hanno reso uno degli autori contemporanei più importanti.

Particolare curioso, a dimostrare quanto la giuria tenga più al fatto squisitamente tecnico (e di sostanza) nell’assegnare il più prestigioso riconoscimento per la letteratura, il fatto che  l’autore austriaco sia un contestatore del Nobel. Famosa, infatti, la sua dichiarazione del 2014 in occasione dell’assegnazione al francese Patrick Modiano.

Dopo aver riconosciuto la grandezza del collega, affermò: «Il Premio Nobel andrebbe finalmente abolito, perché porta un momento di attenzione, nelle pagine dei giornali, ma per la lettura non porta nulla». Handke, però, aveva ammesso che l’essere stato inserito nella rosa dei candidati al Nobel non lo aveva lasciato indifferente: «Certo che ti prende, ti infastidisce, e allora ti infastidisci con te stesso perché ci pensi: è una cosa così indegna e al contempo si diventa per un po’ se stessi indegni».

Lo scrittore austriaco è stato raggiunto dalla notizia nella sua casa. La Tokarczuk, invece, ha appreso la notizia della vittoria del Nobel mentre era alla guida della sua auto, in Germania, dove è in impegnata in un ciclo di conferenze.

Entrambi i vincitori sono attesi alla cerimonia di premiazione del 10 dicembre a Stoccolma

«Pugni a colazione»

Wahab, nigeriano, fuga da villaggio e sortilegi

«Avrebbero voluto facessi l’esorcista, mi rifiutai. In Libia, prigioniero per cinque mesi, botte all’alba e all’imbrunire. Poi un’altra fuga, un lavoretto, i soldi per imbarcarmi. In centoventotto su un gommone, arrivammo a Catania, poi a Taranto: fine dell’incubo»

«Pugni e calci, mattina e sera, per cinque mesi di seguito». Wahab, nigeriano di ventiquattro anni, cristiano, spiega la sua odissea in Libia. «Ero arrivato lì con buoni propositi, la voglia di lavorare e mettere da parte quel denaro che mi permettesse di staccare il biglietto per un nuovo mondo». Una nuova vita è l’obiettivo di Wahab, quello che ha passato ad Auchi, il suo villaggio, non lo augura a nessuno. «Più grande di cinque fratelli, morto mio padre per un male che nessuno ha mai capito in realtà cosa fosse, secondo tradizione del villaggio sarebbe toccato a me il suo “lavoro” di stregone: fino a qualche tempo prima era stato mio padre a preparare misture e sortilegi di qualsiasi tipo, così per successione avrei dovuto essere io ad occuparmi di qualsiasi richiesta da parte della mia gente».

Invece, nemmeno a parlarne. «Sono cristiano praticante, mi reco in chiesa a pregare almeno una volta a settimana, faccio il possibile per farlo ogni domenica, come vuole nostro Signore: come faccio a fare lo stregone? Sono vecchie tradizioni, ormai superate che insistono solo nei villaggi dove i mezzi di comunicazione scarseggiano; ci fossero tv e internet, sarebbe diverso, le nuove generazioni avrebbero spiegato a genitori e nonni che la vita non la cambiano erbe e infusi, ma lo studio».

«STREGONE? MAI!»

Ecco, lo studio. «Anche questo ha avuto un peso importante sulla mia scelta, il rifiuto di fare lo “stregone”: ho conseguito un titolo di studio al Politecnico, qualcosa che in realtà non so a cosa corrisponda rispetto ai gradi di istruzione in Italia; dunque, ho studiato, a scuola si dibatteva ogni giorno su quanto fossero primitivi i sortilegi: una “maledizione” a parole o con misture strane non può cambiare il senso di una vita».

Mettiamo alla prova il nostro amico Wahab. Una preghiera può cambiarlo? «Certamente sì, rivolgersi in preghiera al Signore, amare il prossimo aiuta a far bene e a stare bene: l’ho imparato sulla mia pelle, nei momenti di sconforto mi sono sempre rivolto a lui, al Signore, ed ho sempre avuto risposte incoraggianti; ero stato catturato in Libia da militari, comunque gente che indossava una divisa e impugnava armi, per essere gettato in un capannone insieme a miei connazionali e compagni di pelle che, come me, avevano un sogno: la libertà e un futuro dignitoso».

Quei “militari” e le richieste, insistevano sempre su un solo tasto: il denaro. «Non lavorando non avevo di che pagare la mia libertà, avrebbero voluto mi mettessi in contatto con i miei familiari in Nigeria, ma già loro vivevano in una situazione di profondo disagio; dunque, cinque mesi di pane e acqua, quando possibile, e botte: calci e pugni, come fossero colazione e cena. Picchiavano duro, smettevano solo quando ti provocavano ferite, ti usciva del sangue: vivevo un incubo, altro che sogno!». Non sapeva, Wahabi, quando quella tortura continua sarebbe finita. «I giorni erano tutti uguali, sveglia alle prime luci del mattino con calci e pugni, stesso trattamento all’imbrunire: in mezzo, il consiglio di trovare un modo di metterci in contatto con parenti o amici che avrebbero avuto a cuore la nostra vita, e io a spiegare ai miei carcerieri che venivo da un villaggio dove si sopravviveva a stento; niente: calci e pugni e, ancora, pugni e calci».

ANCORA UNA FUGA, UN GOMMONE

Poi un bel giorno, impossibile definire diversamente quella seconda fuga, il giovane studente nigeriano con in testa il sogno della libertà, scappa. «Riuscii ad eludere la sorveglianza, rischiai grosso – o forse i militari si disinteressarono volutamente di me, non so, magari diventavo una bocca in meno da sfamare – ma gambe in spalla, mi detti alla fuga, una corsa senza fine, fino a che avevo fiato: la paura di tornare fra le mani di quegli aguzzini era tanta, simile alla cattiveria e alle minacce che mi avevano costretto a lasciare il mio villaggio».

Un raggio di luce. «Non mi sono mai scoraggiato, ho sempre pregato il Signore, perché potesse indicarmi la strada: durante la mia fuga mi proponevo per fare pulizie, lustrare a modo case e locali di commercianti del luogo; uno di questi mi prese a benvolere, mi volle a fare le pulizie nella sua macelleria: guadagnavo e mettevo soldi da parte, spendevo lo stretto necessario per mangiare, fino a quando non raggiunsi la somma di duemila dinari, qualcosa vicino ai mille euro».

Una imbarcazione e via, l’ultima fuga verso la libertà. «Eravamo in centoventotto, stretti in una imbarcazione di fortuna, avevamo appena guadagnato il mare aperto quando ci venne incontro una nave, l’equipaggio ci tese una mano, ci fece salire a bordo. Arrivammo a Catania, poi un bus ci accompagnò a Taranto, fine della sofferenza».

Preghiera e sogno. «Studiare, imparare bene l’italiano e lavorare, per mettere da parte un po’ di denaro e mandare soldi a casa, perché mamma e i miei fratelli patiscano meno i morsi della fame: per chi, come me, ha vissuto alla giornata e conosciuto il dolore, sono le piccole cose della vita ti aiutano a vivere».

«Assicuriamo assistenza»

Raffaella Pannuti, presidente nazionale ANT

«Obiettivo della nostra Fondazione, impegnata nella lotta ai tumori, una dignitosa qualità della vita i pazienti. Assistiamo malati che subiscono il “male” in stato avanzato con medici, infermieri e psicologi. Oggi vogliamo portare nelle periferie, da Paolo VI ai Tamburi, la figura dell’assistente sociale. Il ruolo dell’Asl cittadina, il sostegno di Comune di Taranto e Regione Puglia»

Questa settimana, per la rubrica Assistenza e Assistiti, ospite di “Costruiamo Insieme”, il presidente nazionale ANT, l’Associazione nazionale contro i tumori, Raffaella Pannuti. A Taranto per un convegno, l’abbiamo ospitata nei nostri studi per porle una serie di domande e spiegare qual è l’impegno della Fondazione da lei presieduta.

Prima di comprendere l’attività svolta dall’associazione sul territorio, un’idea di cosa sia e come sia nata l’ANT.

«La Fondazione ANT, Associazione nazionale lotta ai tumori, è presente a Taranto dai primi Anni 80, grazie a volontari che hanno colto bisogno ed esigenze del territorio trasformando il proprio impegno in qualcosa di concreto. E’ da quel momento che abbiamo iniziato a fare assistenza domiciliare».

In città per un convegno, tema “Progetto Salute e qualità della vita a Taranto”.

«Parlare di qualità della vita a Taranto, può sembrare un controsenso – considerando le problematiche esistenti – invece credo che bisogna cominciare dal parlare della qualità delle persone, sono queste, infatti, che con franchezza, determinazione cercano di risolvere dei problemi talvolta più grandi di loro; ciò perché il problema del tumore, della morte, non sono certamente temi semplici da gestire, per questo forniamo assistenza domiciliare e personale che aiutano malati e familiari dell’assistito  con massima serenità e concretezza».PANNUTI 02Gli elementi che ha illustrato nell’incontro svoltosi nella Cittadella delle imprese?

«Da anni abbiamo una convenzione con la Asl di Taranto per svolgere assistenza a quanti purtroppo hanno un tumore in stato avanzato o avanzatissimo; abbiamo voluto portare un elemento in più: coinvolgere filantropi Fondazione con il Sud e Prosolidar, facendo lo stesso con enti del Terzo settore per assicurare sempre maggiore efficienza ed efficacia dell’assistenza domiciliare che come ANT svolgiamo: interessando altri attori presenti sul territorio abbiamo la possibilità di assistere più persone – nel 2018 assistite circa 900 persone – assicurando una qualità della vita migliore; oltre all’assistenza sanitaria assicurata dai nostri medici, infermieri e psicologi, vogliamo inoltre portare anche l’assistenza sociale, dunque la pulizia dell’ammalato, l’aiuto alle persone che hanno in casa pazienti che richiedono costante attenzione”.

Un impegno non indifferente. E non finisce qui, pare di capire.

«Infatti, abbiamo pensato, inoltre, ad altri temi che ci stanno particolarmente a cuore: intanto la prevenzione, in particolare quella rivolta alle donne, dal tumore al seno ai problemi di carattere ginecologico – in conferenza il direttore della Asl di Taranto, Stefano Rossi, ha aperto ad un convenzione proprio sul tema della prevenzione – e poi la parte sociale, relazionandoci con i quartieri cittadini che hanno maggiori difficoltà, Paolo VI e Tamburi, per svolgere attività sociali che possano aiutare famiglie e i ragazzi sul tema della prevenzione. Dunque, collaborazione a 360 gradi con associazioni che possano aiutarci anche con finanziamenti, e altre impegnate nell’assistenza domiciliare».PANNUTI 05Taranto, ma anche Brindisi. Due città sulle quali, durante il suo intervento, ha posto un forte accento.

«Posso dire di essere amareggiata in un monumento in cui, mentre Taranto risponde con una comunanza di intenti con istituzioni ed enti – attraverso rappresentanti di Amministrazione comunale e Regione, Asl, filantropi e rappresentanti la società civile, che hanno come unico obiettivo l’uomo e il suo benessere – da un’altra parte, proprio Brindisi, dove un tempo era l’ANT a svolgere assistenza domiciliare, risponde con la sua Asl che, evidentemente, ha pensato di fare diversamente istruendo un bando e affidando ad altri il servizio domiciliare: oggi, lo dico provocatoriamente, tutte le province pugliesi collaborano con l’ANT fatta eccezione per la provincia di Brindisi».

Un appello a quanti vogliano impegnarsi per l’ANT o, comunque, seguire il lavoro svolto dall’associazione.

«L’assistenza a malati di tumore in fase avanzata e avanzatissima, viene portata avanti da medici, infermieri, psicologi, impegno svolto grazie al sostegno che l’ANT riceve dall’Asl di Taranto; i volontari sono i garanti di questa dignità della vita, sono loro a diffondere l’idea dell’associazione e raccolgono fondi necessari per completare la nostra attività; potete consultare la nostra pagina FB o sul sitowww.ant.it, la vicinanza di più persone ci aiuterebbe molto; per chi volesse dare una propria testimonianza, può lasciarla su uno dei nostri social; abbiamo un unico obiettivo: portare l’assistenza in modo dignitoso in casa della gente che necessita un nostro intervento».

«Voglio un selfie!»

Un dirigente scolastico del Varesotto e una giustifica originale

«Gli studenti non possono assolversi con la voce “sciopero”. Il Ministero mi ha chiesto prove tangibili a motivare la marcia ecologica. Dunque, foto e biglietti del viaggio in treno. I ragazzi hanno compreso, tutto è stato espletato». Con buona pace di preside e del Ministero della Pubblica istruzione. 

E’ successo a Gallarate, due passi da Varese. Ma avrebbe potuto essere Manduria, provincia di Taranto. Canicattì, un soffio da Agrigento. La sostanza non cambia, il messaggio è di quelli importanti: i ragazzi non vanno a scuola, giustificano l’assenza attribuendola al loro forte impegno ambientalista accanto alla piccola Greta. Bene, il dirigente scolastico rispetta la posizione dei suoi studenti, ma vuole vederci chiaro: i ragazzi si sono assentati arbitrariamente, dunque disertando anche la marcia ecologica, oppure hanno davvero preso parte alla manifestazione che ha mobilitato interi Paesi in tutto il mondo?

Così il dirigente entra in tackle e avanza ai suoi studenti le seguenti richieste: un selfie e il biglietto del treno per giustificare l’assenza in classe degli studenti che, a fine settembre, hanno preso parte a scioperi e manifestazioni giovanili per chiedere un cambiamento degli stili di vita inquinanti, sulla scia dell’ormai famoso «Strike for climate» lanciato dalla piccola, diventata per tutti i suoi coetanei, una gigante: la svedese Greta Thunberg.

BOTTA E RISPOSTA

Detto-fatto. Fatta la provocazione, accettata la risposta. Ad accettare una foto degli stessi studenti scattata durante il corteo insieme con la “prova” del viaggio verso Milano come giustifica, è stato il dirigente di un istituto di Gallarate (Varese), la scuola “Gadda-Rosselli”. Anselmo Pietro Bosello, questo il nome del dirigente scolastico lombardo, ha voluto però chiarire che la sua richiesta è stata un’eccezione indicata espressamente dal Ministero allo scopo di favorire la consapevolezza dei ragazzi a proposito dei temi ambientali.

Bosello, infatti, ha tenuto a precisare che le disposizioni, rese ufficiali attraverso una specifica circolare, non sono state affatto uno sdoganamento dello sciopero degli studenti.

«La scuola non ha aderito ad alcuna manifestazione – ha tenuto a sottolineare, tante volte a qualcuno venisse in mente di strumentalizzare la figura di un qualsiasi dirigente scolastico – e nessuno ha mai invitato studenti a parteciparvi: i lavoratori possono scioperare, non gli studenti».

GLI STUDENTI NON “SCIOPERANO”

Chiarito il fatto squisitamente tecnico, il responsabile dell’istituto Gadda-Rosselli, ha aggiunto. «Per questo la giustificazione per l’adesione a uno sciopero, seppur firmata dai genitori, non è di norma accettata». Strappo alla regola. «Questa volta – il dirigente scolastico prosegue – l’abbiamo fatto, vista la sollecitazione del Ministero, ma abbiamo invitato gli studenti affinché producessero pezze giustificative opportune e non avessero fatto una semplice capatina piacevole a Milano in una giornata di sole».

Ecco l’idea del selfie. Un “autoritratto” degli stessi alunni, scattato con il cellulare.  Qualcosa di normale, un esercizio cui i ragazzi si sottopongono numerose volte al giorno con i loro telefonini. Insomma, una prova inoppugnabile che attestasse che, chi ha marinato la scuola, l’avesse fatto per prendere parte davvero ai cortei organizzati a Milano.

Il risultato non è tardato ad arrivare. Una cinquantina di studenti dell’istituto “Gadda-Rosselli” hanno scelto questa soluzione. Foto ben dettagliate, che ognuno dei ragazzi ha consegnato al proprio insegnante di riferimento, perché la vicenda ambientalista fosse archiviata anche formalmente. Con somma soddisfazione del dirigente scolastico e del Ministero della Pubblica istruzione.

«Fine di un incubo»

Demba, senegalese, fuga dalla povertà

«Quattro giorni in alto mare, motore fuori uso, onde come grattacieli. Avevo maturato l’idea di andare via da casa già qualche anno fa. Mio padre non ha mai condiviso la scelta. Ho lasciato due fratelli e due sorelline, che aiuto con il mio lavoro. Tre mesi di prigionia, tre come giardiniere. Salvi grazie alla marina italiana»

Settanta su un gommone, onde alte come grattacieli, il motore prima perde giri, poi abbandona del tutto passeggeri e conducente dell’imbarcazione di fortuna. «Il più preoccupato, alla fine, era quest’ultimo – racconta Demba, senegalese, musulmano, ventitré anni – oltre alla paura che stava contagiando tutti, l’uomo che conduceva quel gommone sentiva la responsabilità di non aver portato a compimento la sua missione: lasciarci, cioè, in prossimità di un porto sicuro, possibilmente l’Italia».

E’ stato un viaggio lungo e faticoso, racconta Demba. «A casa, in particolare papà, non vedevano di buon occhio che andassi via: all’apparenza il mio Senegal stava vivendo un momento di ripresa economica, in realtà l’impressione che stavo ricavando era che stessero aumentando i poveri e che, prima o poi, le fasce più deboli avrebbero risentito di una crisi ancora più grave di quella che mi stava spingendo ad andare lontano da lì».

Uno dei maggiori ostacoli, il papà. «Lui non voleva che andassi via – spiega – il principio era che le cose andavano aggiustandosi e dove ci fosse stato da mangiare per sei, ci sarebbe stato da mangiare anche per sette: ho due sorelle e due fratelli, solo uno di questi più grande di me, oltre mamma e papà, ma quella vita fatta di stenti senza una vera prospettiva non faceva più per me: papà insistette con le buone, cercò di farmi ragionare; il suo punto di vista non faceva una grinza, ma l’idea di lasciare a malincuore – non è bello gettarsi alle spalle le proprie radici – il mio Paese, l’avevo maturata già tempo prima: volevo compiere un’impresa, qualcosa della quale tutti andassero fieri di me; papà non l’aveva presa bene».

LAVORARE, IL MIO PRIMO SOGNO

Il normale che diventa speciale. «Volevo trovare un lavoro – racconta Demba – che mi facesse stare bene, non solo dal punto di vista economico, ma da quello psicologico». Questo aspetto, quello psicologico, è un viaggio mentale che accompagna il ventitreenne senegalese. «Quando ero a casa pensavo all’Italia; in viaggio quel grave contrattempo occorso alla nostra imbarcazione – eravamo in settanta – mi aveva sconvolto, come al resto dei passeggeri: ci sembrava non ci fosse più una via di scampo, non ci restava che pregare; infine il lavoro, trovato grazie a “Costruiamo Insieme”: da assistito ad assistente, la mia vita stava imboccando la strada giusta».

Non ci piace mettere il dito nella piaga, ma la vicenda del viaggio manca di dettagli. «Quattro lunghi giorni non sono dettagli: possono sembrare a chi quella storia la racconto in pochi minuti; provo a fare un viaggio a ritroso: soffro il mal di mare, al solo pensiero lo stomaco comincia a brontolare, a salirmi in gola: ripenso a quei giorni in mare aperto; le onde erano alte come palazzi infiniti, quel gommone al quale tutti restavamo aggrappati con la paura che una onda più forte ci sbattesse fuori, veniva sbattuto da una parte all’altra: avevo delle brioche a portata di mano, le mangiavo non appena avevo fame, ma non riuscivo a digerirle che già le rimettevo; ho provato a mangiarne anche quando il motore ci ha abbandonati del tutto: invocavamo il Cielo che tutto si aggiustasse, niente da fare, fermi in alto mare con la paura della notte, di onde che sembravano enormi fantasmi neri da metterci una paura matta; arrivavano all’improvviso, non sapevamo mai quando tutto quello sbattimento potesse finire; un po’ più sereni alle prime luci dell’alba, ma la paura era sempre tanta, i giorni passavano, la paura restava, anzi era sempre più grande, le forze ci stavano abbandonando».

Distrutti, dalla fame, dal malessere, sotto l’aspetto psicologico. «Ci saremmo salvati alla fine? Chi può dirlo. Non avevamo più speranze, fino a quando, miracolo, una nave mercantile ci ha avvistati e avvicinati: eravamo salvi, finalmente a bordo; di colpo a me era passato tutto, avvertivo meno il mal di mare, avevo il cuore pieno di gioia e l’impressione di calpestare la terra ferma tanto solida era quella nave».

UNA NAVE MERCANTILE, UNA MILITARE

Un SOS, arriva un’altra nave. «Una nave militare italiana: una volta a bordo, avevamo l’impressione di stare a casa, ci trattavano bene, l’equipaggio ci dette panni e cibo da mangiare, in quel momento potevamo dire di essere finalmente salvi e sul suolo italiano! Dopo un viaggio breve, l’arrivo a Palermo, trasferiti a Bari e, infine, a Taranto, destinazione “Costruiamo Insieme”».

Esperienza libica da dimenticare. «Devo essere sincero, ho attraversato Mali, Burkina Faso, Niger, Algeria, infine Libia. Ho fatto tre mesi di prigionia, in mano a gente armata: non avevo di che pagare la mia libertà, loro insistevano perché i soldi per il mio riscatto me li facessi mandare da casa; nessuna telefonata a mio padre, sapevo già cosa mi avrebbe risposto: “Hai preso una decisione? Bene, prenditi anche le tue responsabilità!”. Conosco mio padre, con il lavoro trovato grazie alla cooperativa invece ho cominciato a mandare soldi a casa per far studiare le mie due sorelline; in Libia, tre mesi di reclusione, qualche altro mese impegnato come uomo di fatica in un supermercato; non posso lamentarmi, non sono mai stato picchiato: rinchiuso sì, ma nessuna violenza come, invece, hanno subito altri fratelli che si sono messi in viaggio, come me, alla ricerca di libertà e rispetto».

Un ricordo di quella esperienza. «Uno dei soldati mi prese a benvolere, lavorai per lui come giardiniere, dopo tre mesi mi mise a bordo di quella “bagnarola” – così le chiamate qui – il resto è storia, fine di un incubo».

«All’alba vincerò!»

Pierfrancesco Galati, laureato in Beni musicali, ha sconfitto un linfoma

«Mollare mai, mi sono scoperto tutt’alto che fragile. In corsia ascoltavo e mi davo coraggio con l’aria “Nessun dorma” dalla Turandot di Puccini. Diamo voce all’Ail, ma anche al problema sanitario, a quanto vive la nostra Terra dei fuochi…»

Per la rubrica “Assistenti e assistiti”, a cura di “Costruiamo Insieme”, l’incontro con Pierfrancesco Galati, avetranese, a suo tempo paziente dell’Ospedale “San Giuseppe Moscati” di Taranto a causa di un linfoma e, oggi, fra i più attivi collaboratori dell’AIL, l’Associazione contro le leucemie molto impegnata sul territorio.

Un incontro avvenuto, quello con Pierfrancesco, alla celebrazione del Venticinquennale dell’associazione al teatro comunale “Fusco” di Taranto. Un intervento, il suo vissuto, che emozionò non poco l’intera platea.

«La mia è una delle storie maledette provocate da un territorio malato, il classico fulmine a ciel sereno: qualcosa che non si può prevedere, ma che nel momento in cui arriva – parlo della prima diagnosi – ti getta immediatamente nello sconforto; poi, però, ti tocca tirare fuori il carattere: rifletti e passi al contrattacco, mai abbattersi, è necessario reagire con forza. Fu così che mi scoprii tutt’altro che fragile».Galati 03 Raccontasti dei primi timori.

«Certo, nessuno vuole vestire i panni del supereroe, anche io non appena varcai la soglia del reparto di Ematologia dell’Ospedale Moscati di Taranto, fui assalito dalla paura: avevo da poco portato a compimento gli esami di maturità al liceo Archita di Taranto; meno di venti anni, dovevo programmare il mio secondo ciclo di studi, quello universitario, Beni musicali e Perugia: purtroppo una diagnosi pose un brusco freno ai miei sogni,  la vita avesse deciso di mettermi a dura prova».

Le prime cure.

«Fui sottoposto a una terapia chemioterapica. Non finirò mai di ringraziare il primario di Ematologia, Patrizio Mazza, che sulle prime mi nascose i motivi del mio ricovero nel suo reparto: evidentemente pensava fossi fragile dal punto di vista emotivo; insistetti per sapere cosa in realtà avessi: mi rivolsi a lui, all’equipe medica, le dottoresse Specchia e Albano, angeli della corsia, che sostengono Mazza nel suo nobile lavoro».

La prima umana reazione alla diagnosi, un maledetto linfoma.

«Scoppiai a piangere, un momento di umana debolezza: “Pierfrancesco – mi dissi, però – devi rimboccarti le maniche, per risalire il baratro devi cominciare a lottare: più di sei mesi di ricovero, dieci anni fa, dal giugno al dicembre del 2009, per uscirne vincente; in qualità di studioso, presi dalla Turandot di Puccini il motto di Calaf, il principe che celebra la sua vittoria con la leggendaria “All’alba vincerò!”: mi facevo spesso compagnia con l’aria “Nessun dorma”; i giorni passavano, reagivo positivamente, nonostante alcuni miei compagni di stanza, Antonio, Biagio, Mario, fossero venuti a mancare con mio sommo dolore».

Quella con l’AIL è una battaglia che conduce anche a nome loro.

«Faccio il possibile per dare voce al problema, dopo quel ciclo di cure sono diventato socio AIL: non volevo essere un’anima che impietosisce, bensì un caso risolto, utile a incoraggiare quanti hanno avuto un problema simile al mio e fortunatamente debellato».Galati 04Quanto conta esser forti nell’aggredire un male così malvagio?

«Il male va aggredito, occorre mostrargli i muscoli; infischiatevene se qualcuno dicesse che il pianto è segno di debolezza: è, invece, un sano sfogo dal quale ripartire per avere ragione di qualcosa che vuole impossessarsi del tuo corpo; ha presente quando dicono “il paziente sta reagendo bene alle cure”? Significa che quando il malato mostra capacità reattive esistono ottime possibilità che il male venga debellato».

Cosa dice Pierfrancesco ai pazienti che talvolta si lasciano prendere dall’umano sconforto.

«Ripeto: lottare sempre, mollare mai. Anche dopo il peggiore dei temporali può sbucare un arcobaleno: mi rendo conto quanto sia dura, ma non lo dico da teorico, bensì da chi è passato attraverso una esperienza che non auguro a nessuno; ma se ci sei dentro, devi lottare. Costantemente. Oggi, la mia ragazza, familiari e amici, mi incoraggiano a proseguire nella missione e, come dicevo, a lottare: non mollare mai».

Un appello a nome dell’associazione, l’AIL, fra le più impegnate sul nostro territorio.

«Non solo voce all’AIL, alle attività, ai banchetti di iniziative con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica. Diamo voce al problema sanitario, a quanto vive la nostra terra: si è parlato tanto della Terra dei fuochi in Campania, Taranto non è da meno: mi è capitato sentire bambini ricoverati piangere a causa di interventi delicati, tutto questo deve finire e solo con l’impegno di tutti possiamo avere ragione di un male con il quale ci siamo stancati di convivere».

«Prendiamoci il futuro»

“Friday for future”, studenti in corteo anche a Taranto

Due giorni fa grande manifestazione per le vie del centro. Ragazzi fra piazza della Vittoria e la Rotonda del Lungomare. I più grandi “bisticciano”: Peacelink, ex Arpa e Arcelor Mittal non si danno tregua. Fra i cartelli, «Ci siamo rotti i polmoni»e «+carbonara e -carbone».

Anche Taranto ha aderito al “Friday for future”, il “Venerdì per il futuro”. La città e la provincia che si sentono martoriate dall’industria inquinante hanno risposto in modo massiccio. Giusto, in buona parte. Un po’ meno per quella risicata ribellione organizzata che si è messa alla testa di migliaia di studenti che ci hanno creduto (e ci credono ancora). Quando una cosa diventa strumentale, scade, non ha l’effetto contrario, ma si corre il rischio come sempre di fare una frittata. Venerdì scorso sono state 160 città italiane hanno fatto sentire i loro cori “verdi”: da Milano a Torino, da Firenze a Roma, da Napoli a Taranto.

«Il siderurgico è nella top ten europea delle emissioni di Co2!», tuona Alessandro Marescotti di Peacelink in una sortita rivolta al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. C’è una manifestazione, questo il punto di vista “ambientale”, carichiamola di significati. E non finisce qui. Giorgio Assennato, infatti, ex direttore dell’Arpa, fa a pezzi l’uscita del leader degli ambientalisti:  smonta questa sortita: «È bassa propaganda: Marescotti banalizza temi importanti».

Interviene anche Arcelor Mittal, l’ex Ilva, che replica  alle dichiarazioni di Peacelink. In tutto questo, altro intervento: c’è chi ha lanciato l’allarme sui lavori alla scuola “Vico”, ma è stato subito subito smentito dall’Ufficio per le bonifiche. Chi voleva capirci qualcosa, a fine corteo aveva le idee un po’ confuse. Taranto e provincia, in prima fila le scuole, hanno manifestato in massa, e questo è stato un grande segno di civiltà. E, alla fine, poco importa che il corteo, nel cuore della protesta, abbia espresso sensazioni e partecipazioni diverse.

TUTTI IN CENTRO!

Qualche istituto scolastico ha fatto a gara a chi era più originale, dunque partenza del corteo dall’Arsenale alle nove del mattino: gran parte in via Di palma e via D’Aquino, fino in piazza della Vittoria; una parte, non considerevole, ma significativa – si dice per non urtare la sensibilità degli interessati – a raccogliere sulla Rotonda del Lungomare tutti i rifiuti raccolti durante il tragitto. E poi un camioncino al posto di un’Ape Piaggio rivoluzionaria, un giovanotto a suggerire “bandiere rosse” e “vaffa”, per non scontentare tutti i presenti. Un politico che aveva manifestato solidarietà si stacca dal corteo, un collega lo imita, non gradisce fischi e cori nei pressi della sede di un partito. Ce n’è per tutti e per il contrario di tutti.

Non è un’occasione sprecata. Va bene così. Il segnale sono le migliaia di ragazzi scesi in piazza, anche se alla prossima occasione dovranno fare più attenzione sui visini o dirimpettai di corteo: chi scantona dal tema principale, è out dalla manifestazione.

Quella appena trascorsa è stata una settimana dedicata alla grande mobilitazione mondiale per chiedere alle nazioni industrializzate strategie più incisive contro il riscaldamento globale: 2500 eventi in 150 Paesi del mondo, numeri che hanno fatto del “Friday for the future” la più grande manifestazione per l’ambiente mai organizzata: cortei, flash mob e altre iniziative, hanno avuto luogo ovunque, dagli Stati Uniti all’Iran, dal Giappone all’Australia, dall’India all’Europa.

In prima linea per il “Global Strike For Future”, soprattutto gli studenti. Giovani che scelgono di disertare gli impegni scolastici per chiedere provvedimenti urgenti ed efficaci nel contrasto ai cambiamenti climatici.

«VOGLIAMO AZIONI CONCRETE!»

Gli scioperi per il clima, sono nati nell’estate dello scorso anno su iniziativa di Greta Thunberg, per chiedere ai governi forti di rendere la lotta al cambiamento climatico il fulcro della loro azione politica. Tra i cardini intorno a cui ruota l’anima giovane e verde di questo movimento sempre più global: portare a zero le emissioni climalteranti entro 2050 (e in Italia nel 2030) per contenere entro i 1.5 gradi l’aumento medio globale della colonnina di mercurio; transizione energetica attuata su scala mondiale. In buona sostanza, valorizzare la conoscenza scientifica, ascoltando e diffondendo i moniti degli studiosi più autorevoli di tutto il mondo. La scienza da anni informa sulla gravità del problema e sugli strumenti utili per contrastarlo. Agire, ora, è una prerogativa prettamente politica.

Cosa chiedono e hanno chiesto anche i nostri ragazzi, gli studenti delle scuole di Taranto e provincia: rivedere i programmi didattici per evidenziare le conseguenze dell’utilizzo di combustibili fossili (“Più carbonara e meno carbone” su un cartello agitato da una ragazza; una collega “Ci siamo rotti i polmoni!”), inserire in tutti i programmi insegnamenti basati su modelli di sviluppo ecofriendly. Infine intimare uno stop a tutte le collaborazioni tra il Miur e le aziende inquinatrici che ad oggi non si sono ancora impegnate in un piano di decarbonizzazione totale entro il 2025 e un piano esplicito di bonifiche e risarcimento danni. «Vogliamo azioni concrete per fermare il cambiamento climatico a partire da scuole e università», l’invito dei nostri studenti. Al netto di posizioni e slogan strumentali.

«Libertà senza confini»

Ismail, ivoriano: la fuga, il sogno

«Morto papà, ho rinunciato la scuola, occasione solo per chi po’ permetterselo. Vivevo in un quartiere sorvegliato da militari. La differenza sociale, il trattamento fra ricchi e poveri, il rispetto negato. In centododici in mare, ci contavamo perché nessuno cadesse in mare…»

«Si chiamano check-point, in Italia sono i posti di blocco; ma, mentre qui fermano chiunque, senza distinzione, nella mia Costa d’Avorio lo stop e il controllo sono riservati alle sole fasce socialmente deboli: ci perquisiscono, guardano cosa trasportiamo, ci svuotano perfino le tasche, poi ci lasciano andare». Non è una condizione, ma una umiliazione continua, racconta Ismail, ivoriano. Conosce tre lingue, il dialetto della sua terra, il francese, l’italiano. «Ho imparato in fretta, i primi tempi quando non riuscivo a trovare le parole giuste, usavo le mani e la gente mi capiva…».

Ismail si racconta. «Ho vissuto a San Pedro, fino ai diciotto anni, poi mi sono fatto coraggio e sono scappato; scappato, sì, perché i poveri nel mio Paese sono risorsa per ricchi, numeri, qualcosa da spremere e poi gettare, un delirio».

Il protagonista della storia, ha finalmente ripreso a sorridere. La sua fuga verso la libertà era cominciata con un pianto. «La morte di mio padre. Lui manteneva la famiglia, si spezzava la schiena, da mattino a sera, purché non ci mancasse niente, finché un brutto giorno, la salute cominciò ad abbandonarlo: morì in breve tempo, la famiglia si fece a pezzi; come se di colpo avesse abbandonato me, mamma, una sorellina e un fratello più grande, al nostro destino: quattro bocche da sfamare, di colpo non trovarono più di che vivere».

Una decisione forzata. «Intanto il governo usa misure più restrittive, i villaggi sono quartieri sotto controllo, come fossimo reclusi, una libertà vigilata, una vita che non è più vita e, allora, prendo a malincuore una decisione: ne parlo con mamma e mio fratello, preparo il mio zainetto e via, senza una meta, facendo attenzione a non incontrare militari ai quali dare mille spiegazioni».

NON MANGIAVO PER RISPARMIARE

Per il viaggio verso l’Italia, occorre denaro. «Arrivato in Libia ho lavorato, una ditta di pulizie mi aveva assegnato le aule universitarie, cominciavo al mattino e finivo la sera, un lavoraccio: ma sempre meglio che nei campi, mi dicevo. Soldi, pochi, me li facevo bastare, a volte rinunciavo a mangiare pur di mettere insieme la cifra che mi sarebbe servita per pagare il viaggio su una imbarcazione per l’Italia; so fare altri lavori e non alla leggera: quando hai fame impari in fretta, così ho fatto il muratore e l’elettricista, mestieri che in un Paese come il mio, in continua crescita, servono come il pane: ma non ne potevo più».

Ismail si pone una domanda, si dà una risposta. «Nel mio Paese esistono distese illimitate, danno il senso di una libertà sconfinata, invece hanno cominciato a costruire palazzi, alti come grattacieli, tutti concentrati in zone chiamate “residenziali”: come fanno ad abitare o lavorare in costruzioni simili? Se ci penso comincia a mancarmi l’aria, ma poi capisco il perché: la gente ricca vuole staccarsi dal resto della popolazione, case lussuose e comitati d’affari senza compiere viaggi di chilometri e chilometri, questo loro progetto non fa una piega. Ma non potevo sopportare oltre, così sono scappato. Brutta cosa la fuga, come voltare le spalle ai tuoi cari, recidere di colpo le radici con il tuo passato, ma non c’era altra via…».

Avrebbe voluto continuare gli studi. «Papà si sacrificava così tanto perché, diceva, i suoi figli non facessero la sua stessa fine: con lo studio e la conoscenza, storia, arte, letteratura, avremmo potuto confrontarci con altri mondi; invece, un fulmine a ciel sereno, la scomparsa di papà, fine di un sogno; in Costa non c’è scuola dell’obbligo: se hai di che pagarti gli studi, bene, altrimenti ai “lavori forzati”: muratore, elettricista, tutto il giorno per pochi soldi. E guai se ti ribelli».

Il lavoro in Libia, i soldi per il viaggio. «Arrivai lì, lavoravo per una ditta di pulizie. Partimmo in centododici su un gommone, sul quale potevano viaggiare appena in trenta; ma come fai a rinunciare a quella opportunità anche se pericolosa? Centododici, ci contavamo spesso per paura che perdessimo qualcuno durante il viaggio, non è che ci volesse molto: seduti ai bordi, la stanchezza, un colpo di sonno e addio…».

FINALMENTE “COSTRUIAMO INSIEME”

Invece, l’arrivo in Italia. «Un Centro di accoglienza, “Costruiamo Insieme”, come sentirsi in famiglia; una nuova vita, dignitosa, con il primo dei princìpi previsti per un essere umano: il rispetto; nessuno deve essere carne da macello, siamo tutti i uguali, tutti fratelli. Una volta in Italia, mi sono messo sul mercato: ho cominciato a chiedere in giro se qualcuno cercasse un muratore, un elettricista, personale per le pulizie; un signore mi ha chiesto: “Ma fai il portavoce? Dove sono tutti questi tuoi amici? Sei di un’agenzia?”: sono il datore di lavoro di me stesso, ho risposto…».

Finalmente un sorriso. Una passione, Ismail. «Il calcio, è la cosa più socializzante che esista in Costa: basta poco, uno spazio, quattro canne per segnare le porte, una palla o un po’ di stracci messi insieme». Non si fa mancare niente in fatto di tifo. «Tengo per Juventus, Real Madrid e Chelsea, una squadra per ciascun campionato – ride Ismail, ripensa a una finale di Champions – seguo con distacco. Juventus e Real in finale, una di fronte all’altra, io l’unico a guardare quella gara con serenità: avesse vinto una o l’altra per me sarebbe stata la stessa cosa; mentre i miei amici si spellavano le mani per il nervosismo, io ero tranquillo…».

Come ha passato i primi mesi italiani. «Nei ritagli di tempo, un po’ la tv, il cinema a Lama: mi piacciono gli action-movie e i cartoons, ma su tutto adoro le relazioni con la gente; dopo una lunga sofferenza, voglio recuperare il tempo perso e incontrare solo sorrisi…».

«Grazie “Costruiamo”!»

Renato Forte lancia il partenariato in conferenza stampa

“Dopo la brillante esperienza della scorsa stagione, quest’anno replichiamo con grande entusiasmo”. Ringraziamento per il sostegno a presidente e direttore della cooperativa durante l’incontro con la stampa. L’ingresso di Pascar in veste di sponsor apre a nuove forme di collaborazione.

Da una parte Raoul Bova, Nancy Brilli, Carlo Buccirosso, Serena Autieri, Peppe Barra e altri ancora, dall’altra Flavio Oreglio, Alberto Patrucco, Carmine Faraco, Dino Paradiso e via di questo passo. “Due rassegne di spettacoli, la prima, giunta alla ventottesima edizione, quella del “Teatro leggero” all’Orfeo, l’altra, “Cabaret al Tarentum”, appena nata”.

Renato Forte, direttore artistico dell’Associazione culturale “Angela Casavola” non lascia, bensì raddoppia. E lo fa con il solito stile, in modo sobrio, chiamando a raccolta gli organi di informazione nel salone degli Specchi di Palazzo di Città per presentare intanto i due main sponsor che sostengono i due cartelloni, e poi i nomi di prestigio che arricchiscono l’offerta. “Costruiamo Insieme”, per cominciare, la cooperativa sociale che lo scorso anno ha risposto entusiasticamente al suo invito. Main sponsor, si diceva, e interviste esclusive per sito, web radio e canale youtube. Un successo in fatto di riscontri e di immagine con l’invito a teatro di numerosi ragazzi ospiti delle sue strutture residenziali. Quest’anno, “Costruiamo”, ha voluto replicare l’esperienza della scorsa stagione sostenendo i due eventi che arricchiscono l’offerta culturale della città, come ha sottolineato nel suo intervento l’assessore a Sport e Cultura, Fabiano Marti.

PRESIDENTE, DIRETTORE, VICINI!

«Particolare ringraziamento rivolgo a presidente – ha dichiarato Forte nel suo intervento – Nicole Sansonetti: a fronte del sostegno dato ai nostri spettacoli attraverso i mezzi di comunicazione dei quali dispone la struttura di via Cavallotti, l’Associazione culturale lo scorso anno – come in occasione delle due prossime programmazioni – inviterà ospiti e operatori della cooperativa, assicurando a quest’ultima visibilità nel foyer dei due teatri cittadini, con locandine, roll-up, prima dell’introduzione agli spettacoli e le interviste esclusive a tutti gli artisti per sito, web radio e canale youtube».

Altro “main”, Pascar, la catena di supermercati del dinamico Carmine Pascarelli, che anche in questa occasione dimostra la sua lungimiranza di imprenditore con investimenti mirati all’affermazione di un brand sempre più autorevole.

BOVA, BRILLI, BUCCIROSSO…

Fra i presenti, anche Giovanni Tagliente, storico patron di due importanti rassegne di spettacolo note in tutta Italia: Risollevante (cabaret in tour) nelle maggiori città turistiche italiane e il Festival del cabaret (Martina Franca) che ha laureato numerosi comici successivamente chiamati nei programmi tv più importanti nel genere comico: Zelig, Colorado e Made in Sud. Proprio da queste trasmissioni televisive di successo in programma sui canali Mediaset e Rai sono stati selezionati gli otto artisti di “Cabaret al Tarentum”: Flavio Oreglio, Renato Ciardo, Tino Fimiani, Nando Timoteo, Tommy Terrafino, Alberto Patrucco, Dino Paradiso e Carmine Faraco. Nella Stagione del teatro leggero, fra gli altri, Raoul Bova, Nancy Brilli, Serena Autieri, insieme Roberta Lanfranchi, Samuela Sardo, Rossella Brescia e Tosca D’Aquino, Carlo Buccirosso e Peppe Barra, la compagnia “Angela Casavola” (“Ce no’ se uasta, no’ s’aggiusta” di Bino Gargano) che ricorda l’attrice, cui è dedicato nome della stessa compagnia e l’associazione, a cinquant’anni dalla sua scomparsa. Infine, spettacolo “fuori abbonamento”, il Balletto di Milano (Le Mille e una notte di Sherazade).

Abbonamenti a prezzi accessibili, sconti e biglietti-omaggio previsti per quanti vorranno sottoscrivere la tessera per l’intera stagione, fra teatro leggero e cabaret. Maggiori informazioni, Box Office, con sede in via Nitti 106 (angolo via Oberdan), info: 099.4533218.

«Nessun pietismo»

Ezio Bosso, grande pianista, assalito da una malattia degenerativa

«Ma se mi volete bene, non chiedetemi di mettermi al pianoforte e suonare. Sono felice lo stesso, perché continuerò a fare il mio mestiere: il direttore d’orchestra». Tre anni fa commosse la platea di Sanremo. «Ce ne sono una quindicina simili, ma la stragrande maggioranza non ha cure definitive», l’opinione di un esperto.

Parla appena, le sue parole quasi si rifiutano di uscire dalle sue labbra. Eppure le sue lente espressioni vengono fuori a singhiozzi, accompagnate da espressioni di gioia e sorpresa. Lo avevamo visto tre anni fa, in una platea sterminata, non quella dell’Ariston per poche centinaia di eletti, bensì quella televisiva di milioni di spettatori che da casa stavano seguendo il Festival di Sanremo. Ezio Bosso, grande musicista, assalito da una grave malattia degenerativa, aveva voluto stupire lo stesso il pubblico. Più che sferrare un pugno nello stomaco, sensibilizzare le coscienze, esibendosi come poteva. Arrampicandosi, quasi, a quel pianoforte dal quale cavava lo stesso note straordinarie. La sua forza nel raccontare il dramma con il sorriso sulle labbra, nonostante tutto, nonostante la malattia lo avesse già minato, aveva commosso tutti. Il pubblico all’Ariston, quello da casa, l’intera platea europea collegata quella sera al Festival.

Non è dato conoscere come viene chiamata la malattia che sta annientando il grande pianista, compositore, direttore d’orchestra, oggi quarantottenne. Una cosa è certa, purtroppo: un giorno dopo l’altro, gli sta sfilando il pianoforte dalla carezza delle sue dita che hanno eseguito sinfonie che ci hanno fatto sognare.

IL CORPO INGABBIATO

Malattia terribile che lo costringe in una gabbia, senza appello. Una malattia che prosegue lenta, in modo inesorabile. Accade che Bosso è lucido, ma il suo corpo si sta arrendendo. Le gambe, le braccia, lo stanno abbandonando. Pensate il dramma. Ma anche la sua grande dignità. Ha commosso il mondo con le sue ultime dichiarazioni rese al pubblico barese della Fiera del Levante. «Vi prego, se mi volete bene, non chiedetemi di mettermi al pianoforte e suonare: non immaginate la sofferenza che provo, non posso, ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza». Certo, non vuole sentire ragioni, nessuno dica che vuole lasciare la musica. Qualsiasi sia la malattia che lo ha colpito, il suo talento resta intatto. Bosso continuerà a fare il direttore d’orchestra. «Nessun pietismo, non ho detto addio alle scene», dichiara su facebook. «Ho solo risposto che non faccio più concerti da solo al pianoforte perché lo farei peggio che mai e già prima ero scarso. Cosa che avevo già annunciato due anni fa. Ma sono felice lo stesso, perché continuerò a fare il mio mestiere, quello di direttore d’orchestra».

Molte, troppe, sono purtroppo le malattie che possono imprigionare il talento e l’anima sono molte. Numerose le ipotesi scientifiche su quella che ha colpito Bosso. Si era parlato di Sclerosi laterale amiotrofica (SLA), tesi poi smentita. Quello che è certo, è che la diagnosi sull’artista torinese è arrivata qualche anno fa, dopo un intervento per rimuovere un tumore al cervello. Una malattia che, oggi, compromette l’uso delle sue mani, domani non sappiamo cosa. Ipotesi, si diceva: una malattia autoimmune, forse, come la neuropatia motoria multifocale – spiegano gli studiosi – che colpisce i nervi motori, quelli che trasmettono i segnali dal sistema nervoso centrale ai muscoli. I sintomi, quelli, sono molto simili a quelli della Sla, come gli spasmi muscolari, ma non è la Sla.

AVAMBRACCIO, MANO, DITA…

I primi problemi iniziano spesso a livello di avambraccio e mano, a volte in punti specifici come il polso o le dita. Ma le malattie che per eccellenza imprigionano il corpo sono quelle che colpiscono il motoneurone, di cui la Sla ne è un esempio. «Le malattie del motoneurone sono un gruppo molto eterogeneo di condizione neurodegenerative che colpiscono le cellule nervose deputate al controllo dei muscoli», spiega Adriano Chiò, professore ordinario del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università degli Studi di Torino. Oltre alla Sla, rientrano in questa categoria l’atrofia muscolare progressiva, la sclerosi laterale primaria, la paralisi bulbare progressiva e così via. «Ce ne sono una quindicina e ognuna ha tempi di esordio e progressione, così come sintomi e decorso, molto variabili; purtroppo la stragrande maggioranza non ha una cura definitiva».

«Ci sono solo farmaci che possono rallentarle», prosegue l’esperto. La progressione è quindi inesorabile. Ma non bisogna perdere la speranza: noi ricercatori non ci arrendiamo». E Bosso, un segnale, forte, lo mandò dalla platea sanremese, intervistato da Carlo Conti. «La musica è come la vita, si può fare in un solo modo: insieme». Proseguì, lentamente, ma con grande forza. «Noi uomini diamo per scontate le cose belle. La vita è fatta di dodici stanze: nell’ultima, che non è l’ultima, perché è quella in cui si cambia, ricordiamo la prima. Quando nasciamo non la possiamo ricordare, perché non vediamo, ma lì la ricordiamo, e siamo pronti a ricominciare e quindi siamo liberi». Aveva parlato di nascita e vita Ezio Bosso, mai di fine o di malattia e il suo entusiasmo era stato tanto, contagioso, raccolto anche da chi ha mani buone, ma non sa usarle come ha fatto finora Bosso, un grande della musica, un gigante della vita.

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