«Ricomincio da me»

La storia di Moustafa, da un dramma all’altro

«Una volta in Italia ho ripreso a vivere. Ho perso mio padre per un male incurabile, mamma e un fratellino sono rimasti lì. Facevo il fattorino, poi un brutto incidente stradale: il mio datore è morto, io sono rimasto ferito a una gamba. Studio, ho conseguito la terza media e conto di fare il meccanico o il carrozziere»

«Voglio fare il carrozziere, non sono bravo? Guarda!». Moustafa, poco più di venti anni, nato in Costa d’Avorio, mostra orgoglioso un video che ha fatto in tempo a riportare sul suo cellulare. «Prima di partire dal mio Paese e compiere un viaggio fra mille contrattempi, ho fatto anche il meccanico e il carrozziere: le due cose, dalle mie parti, vanno di pari passo». Il ragazzo ivoriano spiega il suo lavoro accompagnandosi con un gesto tutto italiano, mima infatti con le due mani due piedi uno accanto all’altro. Moustafa impara in fretta, la fretta gliel’ha data la vita. Ha imparato anche a vedere il mezzo bicchiere pieno sempre, nonostante una disgrazia fra le altre, perché sono almeno due gli episodi che segneranno la sua vita. «Mio padre è morto di tumore, quello che in Italia – altra cosa triste che ho imparato – chiamate “Male incurabile”; in Costa d’Avorio è rimasta mia madre che nel frattempo si è risposata, e un fratellino che studia con quei pochi soldi che riesco a mandargli».

Non è l’unica cosa che segna la vita di Moustafa. Andiamo per ordine, cosa faceva in Costa. «Il fattorino – spiega – non lavoravo in albergo, ma era qualcosa di simile allargato su vasta scala”. Si aiuta ancora a gesti, prova a spiegarci che la cosa aveva proporzioni diverse, e ci riesce perfettamente. “Il mio compito insieme al mio datore di lavoro era molto semplice, accoglievamo i turisti e ritiravamo i bagagli, li imbarcavamo e facevamo viaggi lunghi anche cento chilometri: i mezzi di locomozione dalle mie parti non sono sempre il massimo dell’efficienza e, a dirla tutta, a noi andava bene così, quello era il lavoro che ci dava da mangiare».

UN SORRISO SPENTO

Sorride poco, nemmeno quando proviamo a farci capire in un francese scolastico, lui che parla bene anche quella lingua, riusciamo a strappargli una risata. E’ però più sereno rispetto alle prime battute del racconto. Ma si incupisce Moustafa, lo abbiamo detto, la sua giovane vita ha subito più di qualche dramma. Non solo la perdita del papà. «Quando tutto sembrava filare liscio – riprende il racconto della sua vita – ecco un’altra tegola, pesante come un macigno: io e il mio titolare siamo vittime di un brutto incidente stradale, lui, poverino, muore sul colpo, io me la cavo, anche se mi porto dietro i segni di quell’altra brutta storia. Vengo soccorso, mi portano in un presidio sanitario, con una gamba in condizioni veramente disastrose, tanto che zoppico vistosamente; pronto soccorso, ospedale e clinica non fa molta differenza, per noi è la stessa cosa, è sempre un presidio sanitario: vengo soccorso, sottoposto a una operazione e riportato a letto, senza nemmeno avere il tempo di fare una rieducazione alla mia gamba ferita, una volta in piedi vengo accompagnato all’uscita: un modo elegante per dire che il loro lavoro, quello di operarmi e rimettermi in piedi, era finito lì».

E’ così, caro Moustafa. Ecco giustificata la mancanza di sorriso, anche se una volta presa un po’ di confidenza si rilassa. Si lascia perfino fotografare. «Non gioco più al calcio – dice, ma stavolta senza un velo di tristezza, e una ragione c’è, la trova subito – ma è il meno che potesse accadermi: non ho più mio padre, nell’incidente d’auto ho perso il mio titolare e a me poteva andare peggio, il giocare al calcio è solo un dettaglio: poi non ero quella che si dice “una promessa”; certo, a uno come me che ha cominciato a correre fin da piccolo, l’uso della gamba mi tornava utile, ma me ne farò una ragione: ricomincio daccapo».

DA UNA “COSTA” ALL’ALTRA

La Costa d’Avorio per Moustafa diventa un luogo dal quale andare via. «Non c’era lavoro – riprende – il governo nel frattempo aveva adottato politiche xenofobe: a discrezione di qualcuno tu potevi essere considerato ivoriano al cento per cento, per altri al contrario, non degno di appartenere al popolo eletto diventavi un perseguitato; non c’era altro da fare che andare via, scappare, ecco la necessità di avere l’uso delle gambe».

Prima di fuggire, meccanico e carrozziere. «Imparo in fretta – rivela – il lavoro e io ci inseguiamo, amo lavorare e, in particolare, lavorare sulle auto: da fattorino, nonostante la mia giovane età, conducevo il mezzo sul quale accompagnavo i turisti; ho imparato subito a guidare, poi ad appassionarmi al motore e tutto quello che c’era intorno, così mi sono ancora una volta rimboccato le maniche, ma non c’è stato tempo per mettere a punto tutte le auto che avrei voluto rigenerare, sono scappato via dalla Costa d’Avorio».

Di palo in frasca. «Arrivato in Libia sono stato circondato e gettato insieme con connazionali e altri fratelli africani in un capannone: un solo pasto al giorno e acqua salina da bere, qualcosa di vomitevole; e per quelle cosacce dovevamo accudire animali da cortile, tagliavamo erbacce e li sfamavamo: scappare, non potevamo farlo, poi nelle condizioni in cui ero io, con una gambia malconcia…». Prendevano botte ai fianchi, ma alla fine Moustafa ce l’ha fatta. «Non potevano tenerci in eterno lì, pochi soldi e abbiamo pagato un viaggio sul solito gommone: avvistati in alto mare da una nave italiana siamo stati accolti a bordo e accompagnati a Trapani: da lì a Taranto, nel Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, la mia terza media e, ora, studio ancora per conseguire un attestato da meccanico-carrozziere…».

«Se ballo da solo…»

Renato Ciardo, dalla Rimbamband al monologo

«Devo tutto a mia moglie e al tormentone “Ciaddì”. Il mio primo pubblico: i ragazzini che trascinarono i genitori in teatro. Dai Quarryman, coverband dei Beatles, agli Abbey Road Studios, con papà Gianni, che mi ha trasferito tempi comici e una massima…»

Renato Ciardo, ospite di “Cabaret al Tarentum”, la rassegna a cura dell’Associazione “Angela Casavola” con la direzione artistica di Renato Forte e il sostegno in veste di sponsor della cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”.

Titolo dello spettacolo del “Rimbamband” a tempo pieno, “Solo solo”.

«Un’idea di mia moglie – risponde Ciardo – le è venuto in mente cinque anni fa, il ragionamento non faceva una grinza: considerando che tu “Canti, suoni, scrivi e reciti, perché non ti metti anche in proprio?”. E’ nato così “Solo solo”, contenitore di esperienze che ho raccolto in tutti questi anni: contrappunto le mie passioni vintage con aspetti moderni dell’intrattenimento».

Cavalli di battaglia?

«Ce ne sono, i primi che mi vengono in mente: Bruno Lauzi, Nico Fidenco, Mino Reitano, Tony Dallara. Qualcuno si interrogherà come un “ragazzo” di quarantasei anni sia cresciuto a pane e Lauzi; un po’ perché papà ascoltava queste cose ai tempi, un po’ perché sono rimasto affascinato dalla musica e dalle voci di artisti inossidabili, così eccomi qua e la gente – da non crederci, ma a me dovete credermi… – non solo gradisce, ma partecipa, canta, risponde ai miei inviti, alle mie affettuose provocazioni che rivolgo dal palcoscenico».

Totò direbbe: Ciardo, Ciardo, Ciardo, questo nome non mi è nuovo. Per giunta legato al nostro territorio.

«Certo, Gianni Ciardo – mio padre – non è solo un attore e cabarettista, a Taranto ha fatto anche l’assessore, ai tempi della Giunta De Cosmo; ricordo quel periodo, avendo la delega allo spettacolo papà fece suonare anche me e il mio gruppo di allora, i Quarryman, coverband dei Beatles…».

Papà, all’epoca, aveva in testa un’idea meravigliosa.

«Far venire a Taranto Paul Mc Cartney – secondo Ciardo jr. – ma non esistevano risorse economiche sufficienti e non se ne fece niente, così l’ex Beatles rimase solo un sogno; mi risulta, però, che Mc Cartney verrà a breve in Italia, a Napoli e Lucca, una buona occasione per applaudire uno dei miei miti».
I GIORNI CIARDO - 1 (1)Dunque, quell’estate Taranto si accontentò dei Quarryman.

«Bella formazione, bei ricordi, anche importanti, se vogliamo. Con i miei compagni partecipai ad uno dei Beatles Day che si tengono ogni anno a Brescia; ci andò bene, vincemmo e girammo per due anni l’Italia con uno spettacolo di Romy Padovano dedicato a John, Paul, George e Ringo: “Eppy”…».

Non c’è uno, senza due.

«Sempre a un Beatles Day vincemmo viaggio e registrazione agli Abbey Road Studios; quando papà seppe questa cosa s’intestardì, “Devo venire pure io!” e si aggregò, dunque foto sulle strisce pedonali famose e quant’altro. Aneddoto: quando entrammo negli Studios ci mostrarono un pianoforte al quale avevano suonato George Martin, mitico produttore dei Beatles, John Lennon, Ray Charles e tanti altri, papà non resistette alla tentazione, si sedette e accennò “Enza”, uno dei suoi cavalli di battaglia: aveva realizzato un sogno».

Detto di Ciardo papà, diciamo Rimbamband.

«Un progetto che ha compiuto tredici anni, entrato in punta di piedi, nel tempo l’idea è maturata al punto tale che non solo sopravvive al tempo, ma con Raffaello, Francesco, Vittorio e Nicolò, siamo praticamente diventati una famiglia».

Cosa ti avvicina, cosa ti allontana dalla “Rimba”?

«Mi avvicina  la forza che ognuno di noi ha e mette al servizio del compagno e, sostanzialmente, della squadra: suono batteria, chitarra, contrabbasso, pianoforte, canto, imito, recito; mi allontana il fatto che dopo una decina di giorni in tour, per fortuna in tutta Italia, ho voglia di tornare a casa, riabbracciare la mia famiglia».

“Solo solo”, lo spettacolo.

«L’idea degli spettacoli, dicevo, nasce con mia moglie che scrive i testi con me: “Ciaddì”, titolo di una canzone-tormentone e uno spettacolo, è stata la spinta per fare delle cose anche per conto mio. Questa canzone colpì per primi i più piccoli, tanto che furono questi il mio primo pubblico, fecero quello che si dice oggi gli endorser: più che spingere i genitori ai miei spettacoli, li trascinarono…».

Cifra stilistica.

«I miei miti, la musica Dallara e compagnia; per la comicità, Woody Allen, Gene Wilder, l’indimenticato Massimo Troisi. Qualcosa la devo anche a papà Gianni, lui mi ha trasferito tempi comici e una massima che condivido in pieno: per fare questo lavoro occorre farsi in quattro, svegliarsi e lavorare migliorare e migliorare. E quando sei convinto di esser arrivato al massimo, all’indomani ripartire, come se non avessi fatto ancora niente. In poche parole, devi farti il mazzo: non esistono altre scuole se non la fatica».

Taranto, Allievi carabinieri

Cinquecento militari nella Città dei Due mari

Dal prossimo mese la caserma “Castrogiovanni” ospiterà la più grande Scuola italiana riservata a Corsi di specializzazione per i giovani della Benemerita. L’apertura del Centro è occasione per rivitalizzare una delle zone cittadine. Al lavoro il Comune, per assicurare con Amiu e Amat raccolta di rifiuti e mobilità.

Un primo sopralluogo, nei giorni scorsi. Ora è ufficiale, a partire dal mese prossimo la caserma “Castrogiovanni” della Marina militare ospiterà cinquecento militari che popoleranno la più grande Scuola per Allievi carabinieri.

Cinquecento ragazzi. Come un tempo la Saram, oggi Svam, quando quella Scuola ospitava centinaia di ragazzi che sognavano di volare in qualità di allievi dell’Aviazione. O come quei giovani marinai promettenti delle Scuole Cemm, la Scuola sottufficiali della Marina militare con sede a San Vito. Quando Taranto era in una posizione strategica e contava su enormi spazi per accogliere militari di belle speranze. Tempi in cui gli allievi popolavano a migliaia la città, la rendevano ricca, di gente e, perché no, anche di capitali. Quei ragazzi di una volta, con la leva obbligatoria, frequentavano trattorie, ristorantini, attività delle quali si è persa traccia. Esercizi a conduzione familiare che generavano, comunque, benessere.

Altri tempi. Oggi c’è finalmente una buona notizia.  Cinquecento giovani militari costituiranno il Primo corso del distaccamento della Scuola Allievi Carabinieri Campobasso. La  notizia è ufficiale, sarà realizzata a Taranto e destinata a diventare la scuola più grande d’Italia con, una volta a pieno regime, più di mille allievi. Una boccata d’ossigeno dal punto di vista economico, d’accordo, ma anche una intramuscolare di giovani che numericamente sostituiranno quei ragazzi, buona parte studenti, tarantini, che si trasferiscono altrove per concludere il ciclo di studi e trovare una sistemazione più o meno definitiva. Di sicuro lontana da casa.

IMPORTANTE OCCASIONE

In settimana la riunione. C’erano il vicesindaco di Taranto, Paolo Castronovi, in rappresentanza del primo cittadino, il sindaco Rinaldo Melucci. Un incontro al quale hanno partecipato i dirigenti tecnici delle partecipate “Kyma Ambiente – Amiu” e “Kyma Mobilità – Amat”. Perché Amiu e Amat: la prospettiva è quella di implementare attività specifiche che riguardino la gestione dei rifiuti e gli spostamenti.

«Abbiamo garantito tutta la nostra collaborazione – ha commentato il vicesindaco Castronovi – alla Marina Militare, come ai Carabinieri. L’arrivo di 500 allievi è una splendida occasione di rivitalizzazione della zona a ridosso della caserma “Castrogiovanni”, che dall’epoca della sospensione della leva obbligatoria ha perso una centralità della quale aveva beneficiato l’intero quartiere».

Evidente l’importanza di riportare Taranto al centro della vita militare del nostro Paese. La città non po’ farsi cogliere impreparata. «Per questo motivo – prosegue il vicesindaco – è necessario farsi trovare pronti, anche con servizi integrativi che possano intercettare i bisogni delle istituzioni coinvolte; un programma che si avvale delle preziose indicazioni del nostro sindaco che già nel gennaio scorso aveva proposto di consolidare una buona prassi amministrativa che regolasse i rapporti tra Comune, Marina e Carabinieri».

E’ SOLO IL PRIMO PASSO

Il primo passo lo compirà Amiu. Nei prossimi giorni, la municipalizzata svolgerà un sopralluogo all’interno della caserma “Castrogiovanni”. Nell’occasione sarà considerata la possibilità di avviare, in anticipo rispetto al quartiere, un servizio di raccolta differenziata, con frequenze e modalità simili a quello avviato lo scorso 3 febbraio in diverse zone cittadine. In particolare, la raccolta dell’organico assume particolare importanza, considerando che la mensa a regime servirà almeno duemila persone, tra allievi e personale permanente.

Poi toccherà all’Amat. Dunque al capitolo mobilità. In questi giorni è in svolgimento una ricognizione delle linee operanti in zona, con particolare riferimento alle corse che puntano stazione ferroviaria e terminal bus, così da valutare un potenziamento in termini di frequenza, pensando anche a servizi dedicati. Sul tavolo, inoltre, sono state poste alcune richieste rispetto a eventuali agevolazioni tariffarie. Per riprendere una vecchia, romantica abitudine la tariffa ridotta “militari e ragazzi”. Tempi di corse sui bus, ma anche di cinema e teatro. Per lanciare un seme in un terreno che va solo coltivato.

Come in un film

Billy, un eroe dei nostri tempi

Fosse stato americano, Eastwood ne avrebbe fatto una biografia per il cinema. Guineano, naufrago, salva prima un gambiano, poi si mette in salvo. «Quanti dispersi in mare, solo urla, un ragazzo stava affogando, gli detti il mio “salvagente”. Ci siamo rivisti e riabbracciati»

Quella di Billy è una storia che vanno direttamente sul piccolo o il grande schermo. La storia che ci racconta, vera, come le sue lacrime che gli rigarono il viso la prima volta che ci racconto quel dramma, sarebbe stato uno di quei soggetti cari al cinema hollywoodiano, alla Clint Eastwood per intenderci. Uno di quei film – ne ha dirette tante di biografie il cinque volte Oscar negli anni – nei quali il dramma si unisce al fattore umano e il protagonista, per scelta divina, diventa un eroe. Negli stati Uniti, Billy, guineano di fede musulmana, poco più di venti anni, sarebbe stato ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti per essere insignito con il più alto riconoscimento previsto in quel Paese. La storia, infatti, è di quelle serie. C’è un prima, sofferto; un durante, di lacrime e sangue; un dopo, un lieto fine da incorniciare.

«Lascia a malincuore la mia terra – racconta Billy – motivi legati al lavoro e alle continue vessazioni cui molti di noi, io ero fra questi, venivano trattati come bestie, perseguitati. La storia non cambierà del tutto nemmeno quando troverò prima un lavoro da muratore, per mettere insieme una modesta cifra e pagarmi il viaggio a bordo di un gommone, poi quando gli eventi mi riporteranno sulla costa libica, con il pericolo concreto che finissi – io e i miei compagni di viaggio – nelle mani dei militari o miliziani: lì non è del tutto chiara la storia, vedi gente armata in divisa, di tutto punto, altri con addosso abbigliamento paramilitare, con un’arma in pugno; una cosa è certa, che se non hai denaro sufficiente nelle tasche puoi prenderle di santa ragione: io denaro non ne avevo e, allora, prendevo bastonate: sulla schiena, ai fianchi, ovunque capitasse e facesse davvero male; non c’era un orario, facevano come quel giorno gli diceva la testa, poveri noi…».

Una storia nella storia. «Mi imbarcai con il mio connazionale Thierno – ricorda Billy – lui sì che era una persona straordinaria, come facevi a non andare d’accordo con lui? Non faceva altro che parlarmi di suo figlio, il piccolo Mamadou, rimasto in Guinea insieme con la mamma: quel piccolo, il suo orgoglio; lo scopo di quel viaggio portare con sé, un giorno, moglie e figlio. Un gommone, che avrebbe potuto prendere a bordo non più di ottanta di noi e, invece, eravamo il doppio: centosessanta, fratello più, fratello meno; io accanto a Thierno, lui accanto a me, parlavamo e quando non lo facevamo, ci intendevamo lo stesso con un cenno della testa o un sorriso».

Centosessanta a bordo di quel gommone, comunque troppo piccolo per tenere tutti a bordo. Billy non sa dare una spiegazione, non è un perito che possa stabilire quale sia stata la causa di quell’incidente. «Viaggiamo di notte, mare aperto, non vola una mosca, sento solo gente che scambia parole sottovoce, poi il silenzio – lungo o breve, non ricordo, al contrario di quello che invece sta per accadere – rotto da uno scoppio: probabilmente dovuto a un foro provocato da non so cosa; so solo che sento urla a non finire, perdo subito il contatto con Thierno, e disperazione che contagia altra disperazione: c’è chi fa due bracciate e poi scompare, ingoiato dalle onde del mare; qualcuno è più pratico, ma cominciano quasi subito a mancargli le forze. È buio, ci perdiamo a vista d’occhio, l’unico contatto è la voce con la quale uno consola l’altro; ma siamo sempre meno, alla fine saranno centotrenta a non farcela: di loro nessuna traccia, nessun notiziario ne ha parlato; centotrenta anime sparite in pochi minuti. Io ero salvo, aggrappato a un barile che faceva da galleggiante; ricordo un morso, un male tremendo, era Ibrahim, gambiano, un ragazzo in preda alla disperazione, non sapeva nuotare, ne aveva per poco e, allora, provava ad aggrapparsi a qualsiasi cosa, soprattutto alla speranza: fu allora che gli cedetti il barile al quale tenersi forte, io sapevo nuotare e avrei provato in qualche modo a cavarmela, anche se le forze di cui disponevo ancora, non erano eterne».

Centotrenta dispersi. Così si chiamano i morti non accertati nei Paesi cosiddetti civili: centotrenta anime. «Fra i superstiti non c’era più Thierno, era svanito insieme con il suo sogno: un pescatore, Allah lo protegga, alle prime luci dell’alba ci vide in lontananza, ci venne incontro e ci portò a riva, sulle coste libiche. Dovevo ripartire, lo feci due mesi dopo: a settembre di tre anni fa era accaduta la tragedia, poche decine di giorni dopo volevo andarmene, prendere il mare aperto e arrivare in Italia; così feci, tratti in salvo da una nave e condotti a Catania, da dove poi fummo indirizzati a Taranto: ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme”, sono poi diventato uno della famiglia».

Il pensiero rivolto a Thierno e il suo Mamadou, la mamma del piccolo, e Ibrahim, che aveva salvato e mi aveva stretto in un lungo abbraccio una volta arrivati in salvo. «Mia sorella Fanta – conclude Billy – rimasta in Guinea a studiare per diventare ostetrica; prima col pocket money, poi con il lavoro di operatore con la cooperativa, l’ho aiutata nello studio; ho aiutato anche Mamadou e sua madre, che con quei pochi soldi che sono riuscito a mandarle ha cominciato a lavorare nei mercati e fatto studiare il figliolo; restava in sospeso Ibrahim che il Cielo ha voluto incontrassi proprio in città: anche lui era arrivato in Italia, con un viaggio successivo; non sto a dire l’emozione nell’incontrarlo e i pianti che ci siamo fatti, un abbraccio lunghissimo. E chi si staccava più!».

Billy, il significato della sua storia. «Allah nel suo disegno divino mi ha salvato la vita, io da quel momento avevo il compito di aiutare chiunque, a costo di rimetterci la pelle: è quello che farò: aiutare ed amare il prossimo e difenderlo a costo della vita che mi è stata risparmiata».

«Teatro, una magia»

Renato Forte, attore e regista in “Ce no’ se uaste…”

«Ogni volta accade il miracolo, chi è in scena avverte la partecipazione del pubblico, si carica e rende al massimo. Bino Gargano, il nostro più grande autore, le sue commedie un patrimonio straordinario. Angela Casavola, la nostra più grande attrice». In scena, Rapetti, Ferrulli e un pugno di debuttanti. Successo al teatro Orfeo.

Teatro Orfeo di Taranto, ventottesima Stagione teatrale dell’Associazione “Angela Casavola”, stesso nome della compagnia che ha portato in scena “Ce no’ se uaste, no’ s’aggiuste” di Bino Gargano, con Renato Forte nella duplice veste di attore e regista. “Costruiamo Insieme” per il secondo anno consecutivo è partner della rassegna in programma nel teatro di via Pitagora a Taranto. Ad ogni appuntamento una intervista esclusiva. Ultima rappresentazione, in ordine di tempo, la commedia di Gargano, anche lui ricordato con uno dei suoi lavori più divertenti.

Con Renato Forte, che è anche direttore artistico della Stagione teatrale, parliamo intanto del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’attrice Angela Casavola, scomparsa durante le prove proprio di una commedia di Gargano. «Angela, a mio avviso, è stata la migliore interprete del teatro dialettale tarantino; abbiamo voluto portare in scena una commedia che la nostra compagnia non proponeva da oltre dieci anni: un lavoro non semplice da rappresentare a causa dei molti andirivieni sul palco, tutto viene giocato su tempi stretti. Commedia molto comica con una tematica per alcuni versi ancora attuale: un matrimonio non condiviso dai genitori, nonostante i due fidanzati vogliano coronare il loro sogno d’amore».

Come si fa a motivare una squadra di attori, fra artisti di esperienza e, più o meno, debuttanti?

«Tre veterani, il sottoscritto, nella duplice di attore e regista, Pino Rapetti e Domenico Ferrulli, poi qualcuno più ferrato e tre debuttanti per ruoli comunque impegnativi: Cosimo Scarci, Teresa Tuzzi, Anna Prunella, Maria Letizia Buttaro e Nicola Palumbo; un lavoraccio, specie sul piano emozionale, considerando “deb” che esordiscono in un teatro Orfeo, settecento spettatori, un battesimo del fuoco».I GIORNI Renato ForteVentottesima Stagione teatrale. Qual è il rapporto con il pubblico?

«E’ stato sempre molto affettuoso, con la scrittura di Bino Gargano si è voltato pagina rispetto a un teatro popolare che prevedeva tematiche oggi obsolete; autore e scrittore di talento, Gargano nel suo percorso autorale aveva compiuto un lavoro di modernizzazione, non solo nei temi, ma anche nel dialetto, meno stretto e più “parlato”. E’ stata questa la grande intuizione di Bino, tanto che già quarant’anni fa il pubblico affollava le Stagioni teatrali del Comune e dell’allora Italsider».

“‘A rote”, “Noblesse oblige”, “‘U cuggione d’a regina” e altro ancora. Quanto è importante salvaguardare questo patrimonio?

«Adesso tocca ai giovani custodirlo, il teatro popolare tarantino non può e non deve morire: purtroppo oggi ci sono pochi autori. Con la prematura scomparsa di Bino non esiste più il costante confronto fra chi scrive e gli attori, ai quali va spiegata, insegnata la meccanica teatrale che prescinde dalla stessa scrittura: può esserci una grande scrittura che non assolve alle necessità del teatro che ha le tempistiche e che solo registi di esperienza possono mediare prima e portare in scena poi».

“Ce no’ se uaste…”, la dinamica articolata cui si riferiva. Qual è la commedia che vorrebbe portare in scena, che rappresenta una vera sfida?

«Se parliamo delle commedie di Gargano, dunque commedie dialettali, sicuramente quella che a detta di tutti è il suo grande capolavoro: “‘A rote”, la ruota, il suo fiore all’occhiello. Ai tempi della critica a Taranto – quando ce n’era ancora una – questa commedia agrodolce fu paragonata a “Umberto D”, capolavoro di Vittorio De Sica; ha tempi comici, ma spiega anche il dramma degli anziani, tema sicuramente ancora attuale, che Gargano scrisse da par suo. “‘A rote” andrebbe sicuramente riproposta e interpretata, perché no, dai giovani».

Diceva Eduardo in “Uomo e galantuomo”: questa sera il pubblico reagirà. Il grande attore, autore e regista napoletano sottolineava questa espressione con grande ironia. Che tipo di reazione si aspetta un attore-regista che porta in scena un lavoro teatrale così impegnativo come “Ce no’ se uaste, no’ s’aggiuste”?

«Non abbiamo potuto fare molte prove a causa di impegni di ciascuno di noi, però nella prova generale aperta al pubblico, gli attori hanno avuto modo di caricarsi: chiunque vada sul palco, veterano o debuttante che sia, sente il respiro del pubblico, ed è in quel momento che avviene una osmosi fra palcoscenico e sala, l’attore si carica e sul palco rende al massimo; certo, il teatro popolare risulta più semplice: essendo comico, scatta più volte la risata, che poi è il termometro del gradimento; l’attore avverte la partecipazione della platea e porta a casa il risultato».

Shell, InventaGiovani

A Taranto per aiutare i giovani a fare impresa

Sostegno dell’Amministrazione comunale. Offrire supporto, fornire formazione di qualità e servizi di consulenza. Le nuove attività saranno aiutate per tre anni, dalla costituzione allo sviluppo. Fra i requisiti richiesti: età minima 18 anni, domicilio a Taranto o provincia, diploma di Scuola Media Secondaria superiore. Accesso al programma sarà possibile mediante la compilazione di un apposito form. Non è prevista alcuna selezione in ingresso.

Arriva anche a Taranto Shell “InventaGiovani”, il programma di investimento sociale a sostegno dell’imprenditoria giovanile. Esistente già dall’82 come programma internazionale Shell Live Wire , presente in quindici Paesi al mondo, si concretizza in riva allo Ionio dopo  il successo riscosso nella vicina Basilicata. Sedici, infatti, sono state le imprese lanciate dieci anni fa in differenti settori: dall’agricoltura biologica alla cosmetica, dal wedding planning al sociale, dagli spin off in ambito geologico all’e-commerce. “InventaGiovani” sarà avviato a Taranto grazie al sostegno dell’Amministrazione comunale impegnata a fare, coinvolgendo l’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, Confindustria Taranto e l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio–Porto di Taranto, che hanno già avviato esperienze di successo come BaLab e FuturePort Innovation Hub.

Fra gli obiettivi del progetto, offrire supporto ai giovani, fornire formazione di alta qualità e servizi di consulenza agli aspiranti imprenditori garantendo l’accesso alle competenze necessarie per redigere il piano aziendale (Business Plan), condividere le migliori pratiche e sviluppare una comunità locale e globale di giovani imprese che saranno aiutate non solo al momento della loro costituzione, ma anche nel momento del loro sviluppo per un periodo di tre anni.

Questi i requisiti richiesti per partecipare Shell “InventaGiovani”: età minima 18 anni, domicilio a Taranto e provincia, diploma di Scuola Media Secondaria superiore. L’accesso al programma sarà possibile mediante la compilazione di un apposito form sul sito www.informagiovani.it e non è prevista alcuna selezione in ingresso.

PROGETTO “TEMPA ROSSA”

Il progetto di investimento sociale “Shell InventaGiovani Taranto” si inquadra nelle iniziative legate al Protocollo d’intesa per l’area di Taranto, nato a seguito della realizzazione del progetto “Tempa Rossa”, quanto cioè comporta l’esecuzione di lavori di adeguamento della raffineria di Taranto dell’Eni per permettere la ricezione, lo stoccaggio e l’esportazione via-nave del greggio prodotto nella vicina Basilicata.

Questo prevede due linee di azioni: la realizzazione del programma di compensazione e riequilibrio ambientale e per lo sviluppo sostenibile definiti nel procedimento che ha portato all’Autorizzazione Unica dei lavori in raffineria da parte del Ministero dello Sviluppo Economico e la cooperazione economica e sociale: Total, Shell e Mitsui, anche in collaborazione con Eni, si impegnano a definire con il Comune progetti duraturi nell’ambito economico-sociale e culturale ad alto contenuto locale nell’ottica di una cooperazione di reciproco interesse e di lungo termine.

In attuazione della prima linea di azioni, nel 2019 è stato sottoscritto tra Comune di Taranto, Provincia di Taranto ed Eni un protocollo che lancia una serie di interventi di riassetto infrastrutturale in città del valore di sei milioni di euro. Tali interventi riguardano tra l’altro la manutenzione straordinaria di strade ed edifici pubblici.

In merito alla seconda linea di azioni il primo intervento attuato è stato l’insediamento degli uffici della Total nel palazzo D’Ayala Valva, in via Anfiteatro, ristrutturato per l’occasione e che ha ospitato la conferenza stampa di presentazione del progetto, alla quale sono intervenuti: Carsten Sonne-Schmidt, AD Total E&P Italia e Country Chair Total; Marco Brun, Presidente e AD Shell Italia, Country Chair Shell Italia e Paesi dell’Adriatico; Ivan Baggi, Responsabile Social Investment Shell Italia E&P; Sergio Prete, Presidente Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio; Giuseppe Pirlo, Delegato del Rettore Università degli Studi di Bari Aldo Moro; Pietro Chirulli, vice presidente di Confindustria Taranto con delega Finanza e Innovazione e presidente Finindustria ed il vice sindaco di Taranto, Paolo Castronovi.

«CREIAMO SINERGIE»

«Questo è un momento molto importante che da seguito alla lungimiranza del sindaco Melucci e dell’Amministrazione comunale di Taranto nel cambiare il paradigma dei rapporti tra l’industria e il territorio», ha affermato, Marco Brun, presidente e AD Shell Italia, sottolineando la volontà di Shell Italia, la volontà cioè di «lavorare per creare sinergie e opportunità». «Noi siamo qui – ha dichiarato l’alto dirigente Shell – per restare e per essere parte del tessuto del territorio che ci ospita; Shell InventaGiovani è il primo contributo che vogliamo dare per iniziare un percorso che porti maggiori vantaggi per tutti. Veniamo dalla positiva esperienza in Basilicata dove abbiamo agevolato la nascita di sedici realtà imprenditoriali giovanili e speriamo che tale dato venga migliorato da Taranto con questa iniziativa che rompe i soliti schemi volti più che altro all’assistenzialismo, ossia di contributi a pioggia ma che mira ad essere un importante e qualificato raccordo tra le idee dei giovani potenziali imprenditori – che vogliono restare nel proprio territorio – ed il mondo dei finanziatori di start up andando così a colmare un gap che si è venuto a creare perché molto spesso non si sa come fare per accedere a dei fondi che possano supportare economicamente un’idea imprenditoriale».

Concetto, quello dell’evitare l’assistenzialismo con contributi sparsi, che è stato ribadito dal vice sindaco di Taranto, Paolo Castronovi il quale nel suo intervento ha sottolineato: “Non abbiamo bisogno di aiuti a pioggia ma di seminare la rinascita cambiando il paradigma degli ultimi 50 anni della storia di questa città. Vogliamo vedere nascere le prime imprese già quest’anno per permettere magari a qualche giovane di realizzare il sogno di una vita”.

In buona sostanza rispetto al recente passato, dove veniva finanziata la nascita di nuove imprese poi abbandonate a se stesse, la nuova idea è quella di rendere durature queste nuove imprese, aiutandole a rapportarsi con i soggetti adatti a finanziarle e fornendo una preziosa consulenza nella fase del loro sviluppo.

«Qui, la mia famiglia»

Bengalese, Mdhelal sogna un futuro italiano

«Quindici anni di sofferenza. In giro per mezza Europa, Grecia, Francia, Italia. Sogno di tornare in Bangladesh per riabbracciare mia madre. Non ho più papà, né mio fratello, ammazzato da una banda di malfattori, né mia sorella, rapita anni fa…»

Mdhelal, bengalese, musulmano, trent’anni, la metà vissuti pericolosamente. Ha assistito a un brutto film, quello della sua vita, fatta di lacrime, tante, e sangue, di più di tanto.

«Ho girato mezza Europa – racconta – sono stato prima in India, in Grecia e in Francia, prima di arrivare qualche anno fa, quattro, cinque, in Italia, entrare in un Centro di accoglienza, “Costruiamo Insieme” e trovare amici e lavoro, compagni straordinari e impegnarmi in un caseificio: da quel momento quella è stata la mia famiglia».

Lo dice a malincuore. Nell’animo un grande dolore, una storia tutta da raccontare. Sembra un film, dicevamo, uno di quelli firmati da una generazione di registi che ci ha raccontato la mafia attraverso quei “bravi ragazzi”, che bravi non erano. Bravi, inteso come autori di bravate. Bravi, come quei ceffi di manzoniana memoria, al soldo di don Rodrigo. «Parlo di famiglia – riprende Mdhelal – la cosa può far sorridere, ma ho fretta di costruirmene una, anche solo nella mia mente, perché quella che avevo in Bangladesh è come se non ce l’avessi più: mi è rimasta mia madre, che sento ogni tanto, con un filo di voce, come se aspettasse il momento di spegnersi e questo, io, non lo voglio; ha il cuore orientato verso l’Italia, sa che io sono qua e sto provando a costruirmi un futuro; non è semplice, ma ci sto provando con tutte le mie forze; non è facile, ma almeno sai che per male che vada, nessuno ti pianterà un colpo di pistola nella schiena».

Ecco Mdhelal che sgrana nomi come grani di un rosario, uno per volta. Di mamma ha detto. Non ancora del papà. «Non c’è più – racconta il trentenne bengalese – affetto da una brutta malattia che forse, e sottolineo forse, avendo qualche possibilità economica in più, poteva essere combattuta: da noi, in Bangladesh, è così, non abbiamo molte risorse, ma abbiamo tutti una gran voglia di lavorare, onestamente…».

LAVORARE “PULITO”

Gli occhi tristi, il ricordo va a poco meno di venti anni fa. «Onestamente – dice – abbiamo sempre cercato di lavorare, affrontare il duro lavoro nei campi, pur di poter campare in modo pulito; ma la sola voglia di spezzarsi la schiena, evidentemente, non era servita a mio padre: non avevamo soldi da parte per curarlo e lui era stato il primo a farne le spese».

Una sporca soluzione. «Mio fratello Dulal, diciassette anni appena, il più grande di tre figli, voleva dare una svolta, più che a se stesso, alla nostra famiglia: non voleva che patissimo fame e povertà, così un giorno incontrò certe persone, gentaglia, che gli promisero “un lavoro di tutto rispetto” e che a differenza di quello nei campi, lo avrebbe reso felice».

Una trappola per il giovane Dulal. «Capì l’antifona – prosegue Mdhelal – solo quando gli fecero fare un giuramento, una specie di iniziazione; fu un momento, capì che era entrato in un gioco più grande di lui, sporco, quando gli misero in mano una rivoltella: “Con questa, a costo della vita, difenderai i tuoi e i nostri interessi!”, gli dissero; era entrato in quella che loro chiamano “famiglia” e dalla quale, una volta entrato, non puoi più uscirne».

Cosa doveva fare Dulal. «Sorvegliare la linea di confine fra India e Bangladesh, mentre gli altri trafficavano in droga, hashish: lì la legge è molto severa, gli scontri con i militari – di una dell’altra parte, sia chiaro – sono all’ordine del giorno, l’unico sistema per assicurare ai boss un guadagno facile, è una rete di collaboratori che eseguano ciecamente gli ordini: mio fratello era una pedina utile, ma sostanzialmente insignificante, quella pistola era stata la sua condanna, morire in un conflitto a fuoco per proteggere se stesso e i suoi “compagni”, oppure gettarla e correre, scappare, senza voltarsi più; la sua coscienza aveva bussato più volte, lo aveva detto anche in famiglia che non era per lui fare la sentinella per una banda di malviventi: il suo stato d’animo non era sfuggito nemmeno ai suoi capi che un giorno, tremendo, vollero mettere un punto esclamativo alla sua storia».

NON UNA, MA DUE CONDANNE

Non c’era stato verso di allontanarsi. «Avevamo chiesto un incontro con il suo capo – ricorda – niente da fare, mio fratello sarebbe stato di esempio per gli altri; una notte vennero a svegliarci, avevano trovato il corpo di mio fratello, “giustiziato” con un colpo di pistola alla schiena, attirato in una trappola: ci portarono sul luogo del delitto per lo straziante riconoscimento».

A proposito di militari. «Un amico di famiglia, un militare, ci disse di denunciare quella banda di assassini e trafficanti di droga, la polizia ci avrebbe protetti: denuncia, arresto, scarcerazione dei malviventi dietro una lauta cauzione nel giro di qualche giorno; una notte si presentarono in non so quanti, penetrarono in casa e picchiarono me e mia madre, rapirono mia sorella Nearon della quale non abbiamo saputo più nulla, fine di una famiglia…».

Ora prova a guardare avanti, Mdhelal. «Ma non ho abbandonato del tutto l’idea di tornare un giorno a casa mia, provare a restare lì o, se proprio non esistono più le condizioni, portare con me mia madre: questi sono i miei due sogni, una famiglia e ricambiare l’affetto e i sacrifici di mia madre per far crescere me e quei miei due fratelli che non ho più; la famiglia, quella sul posto di lavoro, l’ho trovata, ora mi tocca realizzare il sogno numero due!». Accenna il numero, due dita, sembra un segno di vittoria: “V”. Lui, un primo risultato, l’ha conseguito; accarezzare un secondo grande sogno non è vietato. Sarebbe bello lo realizzasse con l’aiuto di tutti i suoi amici, quelli veri, che ricambiano quotidianamente il suo affetto: «E’ un grande lavoratore!», dicono di Mdhelal. Lavoratore dal cuore grande, ma segnato da un dolore difficile da dimenticare.

«Collaboriamo Insieme»

Carmine Passarelli, manager dei supermercati “Pascar”

«Abbiamo progetti legati alla coltivazione di prodotti per i nostri supermercati. Servizi e massima qualità, dare il meglio significa crescere. Centocinquanta dipendenti, mercato in espansione per coprire in modo ragionato l’intera provincia. Comunicazione e acquisti dei prodotti locali per una ricaduta economica sullo stesso territorio»

Carmine Passarelli, manager e portavoce della catena di supermercati “Pascar” è ospite della nostra rubrica “Con parole mie”. Con la sua attività commerciale in continua espansione, si incrocia spesso con “Costruiamo Insieme”. Sponsor di stagioni di teatro e di cabaret e, prossimamente, con la nostra cooperativa stabilirà un accordo di collaborazione.

“Costruiamo Insieme”, non è un caso.

«Assolutamente sì, uno dei nostri slogan “Pascar è di tutti!”, dunque è già aperta al sociale, all’integrazione e con “Costruiamo Insieme” abbiamo dei progetti interessanti in cantiere, legati alla coltivazione di alcuni prodotti che saranno venduti nei nostri supermercati – dunque una collaborazione stretta – perché di questa nuova forma di collaborazione se ne avvalga il territorio».

La comunicazione, come sceglie le sue campagne pubblicitarie?

«Le “campagne” intanto devono possedere una base innovativa, avere la capacità di stupire in pochi istanti. Si parte da un concetto comune, un messaggio attuale che però abbia caratteristiche originali, immediate».

Un investimento indirizzato allo spettacolo, per interessare lo spettatore medio.

«Da anni investiamo parte del ricavato nel territorio sul quale siamo presenti. Essere partner della Stagione teatrale al teatro Orfeo e della rassegna di cabaret al Tarentum dell’Associazione culturale “Angela Casavola”, è un modo con il quale ringraziare la città e, allo stesso tempo, promuovere la cultura».Passarelli 01Ha parlato di territorio, su quali aree è presente “Pascar”?

«Taranto, San Giorgio Jonico, Grottaglie, Crispiano e Statte, l’obiettivo è quello di proseguire con una copertura ragionata l’intera provincia».

Quanto è facile e complicato, allo stesso tempo, fare impresa sul nostro territorio?

«Si fa impresa con una certa fatica, occorrerebbe possibilmente un contatto più stretto con le Forze dell’ordine, in quanto lo stesso territorio sul quale fai attività commerciale ti “debilita”, per usare un eufemismo; la provincia registra talvolta problemi di carattere sociale che rischiano di turbare la quiete dei ragazzi che lavorano ogni giorno per assicurare alla clientela massima professionalità, dunque servizio e qualità».

Fra dipendenti e collaboratori, quanto personale è impegnato nella catena di supermercati “Pascar” e quanto avverte il peso di numerose famiglie?

«Abuso di un concetto a volte utilizzato in modo improprio: posso però assicurare che siamo una famiglia, anche se oggi per questione di numeri, possiamo considerarci una famiglia allargata: ovviamente se il collaboratore è felice, questa sua positività la trasmette alla clientela; al nostro personale imponiamo – nel vero senso della parola – di fare tassativamente sei settimane di ferie l’anno; a mesi alterni deve “staccare” dalla routine quotidiana, stare con la propria famiglia, ricaricare le batterie e tornare sul posto di lavoro ancora più motivato.

Circa centocinquanta sono i collaboratori quotidianamente impegnati nelle nostre attività, dunque altrettante famiglie che possono contare su uno stipendio più che decoroso. Il discorso è semplice, riconducibile a uno dei principali dogmi del commercio: se il cliente è soddisfatto, l’azienda cresce».
Passarelli 04Stando in prima linea con i beni di consumo, quale idea si è fatto, cosa dice il territorio: sofferenza, speranza, ripresa, va bene?

«Non basta offrire un servizio dignitoso, è necessario essere al passo con i tempi; vero è che le vendite nei supermercati raccontano più di ogni altro lo stato di salute di un territorio: gli ultimi sei mesi ci dicono che c’è stato un incremento nelle vendite, sicuramente dovuto anche al reddito di cittadinanza che ha invogliato quanti ne godono ad acquistare beni di consumo; è risaputo che quello degli alimentari è il settore più interessato dai numeri in crescita. Cifre già confortanti, raccontano di un gennaio ulteriormente positivo, nonostante il primo mese dell’anno si dice sia quello più spento, venendo dalle festività natalizie nel corso delle quali si registra una impennata nelle vendite: rispetto allo scorso anno in gennaio abbiamo chiuso con un 12% in più».

Cosa acquistano i tarantini?

«Sempre più beni del territorio, dalle mele di Martina Franca all’uva di Grottaglie, la gente è sempre più attenta alla propria salute, dunque al benessere».

La sua stessa attività si è fatta promotrice dei prodotti del territorio.

«“Pascar” è un’attività tarantina, ha i colori rossoblù nel suo brand e contribuisce ad alzare il prodotto interno: vendiamo e acquistiamo i prodotti della nostra terra, mozzarelle, biscotti, frutta del territorio, sicuramente contribuiamo a far crescere le aziende presenti sul territorio, così che queste possano proseguire nella loro politica di investimenti assumendo personale del posto: dunque, facciamo attenzione a dove facciamo la spesa e cosa acquistiamo; non per fare del facile nazionalismo, ma se acquistiamo prodotti locali, da Mottola a Noci, sempre per fare un esempio, avremo una ricaduta economica: diamo una mano alla crescita del territorio e contribuiamo alla creazione di nuovi posti di lavoro».

Papa Francesco, primo!

“Chi aiuta il prossimo?”, gli italiani e un sondaggio

Matteo Salvini, secondo. A sorpresa una “medaglia” al leader della Lega, ma di mezzo non c’erano ancora sconfitta elettorale e citofonata al cittadino tunisino. Terzo è Gino Strada, a seguire in ordine sparso: Berlusconi, Bill Gates, Madre Teresa di Calcutta (scomparsa più di venti anni fa), il presidente Mattarella e Totti. Forse, oggi, l’esito sarebbe diverso.  

E’ Papa Francesco il personaggio più noto che aiuta il prossimo. Questo il responso di 816 italiani, il “campione” esaminato da Renato Mannheimer, sondaggista per le numerose inchieste svolte per i canali Rai, con particolare riferimento al programma “Porta a Porta” e quelli Mediaset, in particolar modo alla vigilia delle campagne elettorali. Insomma, la spunta Sua Santità. E nonostante uno strappo (violento?) rifilato a una fedele troppo passionale che aveva chiesto al Santo Padre più di attenzione piuttosto che una benedizione come quella riservata agli altri fedeli incontrati in piazza San Pietro. E nonostante, anche, le immagini poste in circolazione con la mistificazione di pochi fotogrammi che avevano tentato, in qualche modo, di scalfire l’immagine del massimo rappresentante della Chiesa cattolica nel mondo.

Questo per ciò che riguarda il primo posto. A sorpresa, non nascondiamolo, alle spalle di Papa Francesco, figura nientemeno che Matteo Salvini, ex ministro degli Interni. Un sondaggio, va precisato, svolto all’inizio di dicembre, prima che il leader della Lega accusasse il colpo alle più recenti elezioni con una inattesa sconfitta elettorale, secondo i sondaggi saldamente stretti fra le mani del buon Matteo. E, soprattutto, prima che lo stesso Salvini, in un momento di esaltazione, lo scorso 21 gennaio si prendesse il “fastidio” di citofonare a un ragazzo di origini tunisine residente nel quartiere del Pilastro a Bologna, parlando con la sua vittima di spaccio. Colpo eclatante, evidentemente assestato per portare farina al suo mulino elettorale, raccogliendo voti con un’azione “coraggiosa” svolta davanti a decine di persone, giornalisti e videocamere. Senza contare come questo atteggiamento spregiudicato, abbia aperto un caso politico-diplomatico fra Roma e Tunisi.

SANTO SONDAGGIO…

Ma torniamo al sondaggio. Per scrivere di Salvini c’è sempre tempo. Dunque, “Chi è il personaggio che aiuta di più il prossimo?”. Al primo posto, si diceva, Papa Francesco con il 18%; secondo Matteo Salvini, con un 5% “rivedibile”. Risultato di un sondaggio svolto da una società che fa capo a Renato Mannheimer, presentato nei giorni scorsi a Palazzo Marino, a Milano, in occasione della cerimonia del Premio “Il Campione” organizzato dai CityAngels, organizzazione di volontariato che aiuta i senzatetto in molte città.

Il domandone, si diceva, è stato posto a 816 persone nei primi due giorni di dicembre. Se il Papa e il leader della Lega conseguono le prime due posizioni del podio, il terzo gradino va assegnato all’ottimo Gino Strada, staccato di solo un punto dal secondo da Salvini. A seguire, fra curiosità, risultati inattesi e conferme: Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio, Bill Gates, Madre Teresa di Calcutta, Leonardo Di Caprio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e, infine, Ezio Greggio, Francesco Totti e Angelina Jolie.

Altra curiosità. Il 14% degli intervistati ha risposto con un telegrafico “nessuno”, significando che, oggi, ci sarebbe poca attenzione per il prossimo. Non solo, il 21%, sostanzialmente uno su cinque, ha confessato di non saper dare una risposta. Nel 26% che racchiude la voce “altri”: Maria De Filippi e Don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, che pochi istanti prima era stato premiato.

PILASTRO FATALE

Per tornare per qualche istante sul blitz di Matteo Salvini nel quartiere del Pilastro di Bologna. Il suo gesto ha fatto scoppiare un vero e proprio caso politico-diplomatico. Osama Sghaier, vicepresidente del Parlamento tunisino, ha fatto notare come il gesto dell’ex ministro dell’Interno abbia messo a rischio i rapporti tra Roma e Tunisi. Altra protesta, quella dell’ambasciatore della Tunisia a Roma, Moez Sinaoui. Il rappresentante diplomatico tunisino ha scritto una lettera alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella sua nota ha espresso “costernazione per l’imbarazzante condotta” del senatore e leader della Lega. “Deplorevole provocazione – secondo Sinaoui – senza alcun rispetto del domicilio privato di un pubblico rappresentante dell’Italia, Paese che vanta un’amicizia di lunga data con la Tunisia”. Mannheimer, torniamo a farlo adesso un altro sondaggio. Non c’è bisogno di cambiare i quesiti alle schede per un aggiornamento su come gli italiani giudichino i grandi personaggi di cronaca, politica e spettacolo, impegnati nell’aiuto al prossimo.

«Non scappo più!»

Uno storiaccia ripresa per noi, ma lieto fine

«Mi è toccato fuggire dal mio Paese dove era in atto un conflitto civile. Elezioni sovvertite da un governo militare. Colpi di arma da fuoco, ho visto cadere sotto i miei occhi miei colleghi e fratelli africani usati come bersaglio mobile. Arrivato a Taranto, ospite di una struttura poco…ospitale e, finalmente, “Costruiamo Insieme” e un’occupazione»

«Brutta storia la guerra, dovessi scrivere un libro non saprei nemmeno da che parte cominciare». Ndoli, uno di noi, ivoriano, in fuga dalla sua Costa d’Avorio, dove è stato sovvertito il voto popolare, si racconta daccapo per noi. In realtà non sa da che parte cominciare raccontarsi. Oggi è felice, sorride spesso, ma capita che quella sua espressione, incoraggiante per molti di noi, si spenga dopo qualche istante. «Ricordi difficili da cancellare – spiega – tornano in ogni momento alla mia memoria: un governo democratico che diventa regime; rappresaglie, prigionia, torture e armi, colpi di pistola e di fucile, esplosi da miliziani e poi ragazzini: il bersaglio è sempre uno, un fratello che non ne può più di essere puntualmente sopraffatto, trattato come fosse una bestia e, alla fine, ammazzato».

Ndoli, però, oggi lavora con “Costruiamo Insieme”. Ordinato, puntuale. Da buon militare ha portato sul posto di lavoro un certo rigore. «Ci sono regole da rispettare, per il bene di tutti – dice, per non essere frainteso – vivere insieme, che sia un Centro di accoglienza o un altro tipo di struttura con altra gente, ti porta ad essere misurato, ma a fare in modo che tutti, tu per primo, tengano sempre a mente che esiste un regolamento e che non si può fare di testa propria: gli orari, che sia la sveglia o la colazione, piuttosto che il pranzo, sono uguali per tutti, ma detto questo fra noi tutti, operatori e ospiti – il clima è sempre idilliaco».

Come volevasi dimostrare. Dal sorriso contagioso, passa ad una fronte aggrottata, si fa serio, contagia anche il suo nuovo stato d’animo. «Tutti fanno sogni – dice Ndoli – anche a me, ai miei fratelli africani capita, forse una quota più bassa rispetto ad altri, la percentuale più alta che ci tocca, invece, è quella degli incubi: ora succede sempre meno, ma c’è stato un periodo in cui mi svegliavo di soprassalto, qualche istante prima mi era passato di mente un pezzo della mia vita, come fosse un brutto film: la persecuzione, l’arresto, la reclusione, le torture, la fuga; e poi miei colleghi militari trucidati sotto i miei occhi, lo stesso ragazzi a cui avevano detto di scappare per fare da bersaglio mobile agli spari di un fucile, solo per misurare chi ha una mira migliore!».

UN INCUBO TIRA L’ALTRO

Durante il sonno, Ndoli, come ad altri ragazzi, capita di sentire un colpo esploso da un’arma da fuoco. Per fortuna è solo un incubo, ma il cuore batte forte, meglio un sorso d’acqua per farsi passare una paura che non andrà mai via. «Mio padre e mia madre non ci sono più – racconta l’operatore della cooperativa – si sono ammalati, uno dietro l’altro, in casa non avevamo le risorse per curarli, così si sono spenti, lasciando sette figli al loro destino: tre fratelli e tre sorelle, che ho lasciato perché non ce la facevo più; anche la divisa che indossavo non aveva più valore: c’erano le votazioni per scegliere il nuovo presidente e come altri militari sorvegliavo che tutto andasse nel modo più giusto; lo spoglio indicò un presidente e un voto democratico, ma evidentemente altri non la pensavano allo stesso modo: il paese si spaccò in due e scoppio la guerra civile».

Brutta cosa doversi difendere dalla tua stessa gente che nel frattempo ha scelto altro.   «Con questi occhi ho visto morire sette miei colleghi, tutti militari, uno dietro l’altro: uccisi dal fuoco della guerra civile». Vivere nel terrore. E non solo in Costa. «In Libia – prosegue Ndoli –  prima di imbarcarmi, ho visto due ragazzi anche loro in fuga – come me – verso la libertà essere ammazzati, come se la loro vita contasse meno che zero…».

«GRAZIE IMRAM!»

Poi torna a parlare di sé. «Sono riconoscente a Imram – spiega – un amico pakistano: eravamo ospiti in un albergo non lontano dalla città, io e altri che erano con me, ci meravigliavamo di come godessimo scarsa considerazione: i gestori di quella struttura che avrebbe dovuto ospitarci, ci trascuravamo; sia chiaro, non volevamo che in ogni momento ci fosse una festa, ma almeno assicurarci il minimo: pulizia e alimentazione, per esempio; per non parlare del pocket money, quella cifra che ognuno di noi avrebbe dovuto avere a fine mese». Poi il passaggio a “Costruiamo Insieme”. «Non solo, anche un lavoro: per questo non finirò mai di ringraziare quel mio amico che si è impegnato per me e mi ha fatto conoscere “Costruiamo Insieme”».

Voglia di tornare dd Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, dove Ndoli ha vissuto a lungo. «Vorrei tanto tornare da fratelli e sorelle – riprende – ho una voglia matta di riabbracciarli, ma la situazione lì, non è delle migliori: mi auguro che prima o poi qualcosa, in meglio, accada».

Nel frattempo Ndoli resta qui, lavora, si è riappropriato di una certa serenità. «Non corro più, anzi, è meglio dire che non scappo più: è questa, per me è la gioia più grande».

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