«Tolo tolo, promosso!»

Checco Zalone e il suo film, i nostri ragazzi applaudono

«L’attore-regista ha dato addosso ai pregiudizi di alcuni italiani», dicono Abdo, Modou, Boubakary e Ibrahim. Ospiti di Luciano e Adriano Di Giorgio, titolari del cinema Orfeo. «Cercavo un’opinione spassionata sul tema del film», dice uno dei gestori. «Tanto rumore per nulla!», esclamano Roberta e Francesco.

Se ne è parlato e scritto prima che il film uscisse. Checco Zalone, uno dei personaggi di successo del cinema italiano, ha fatto parlare di sé alla vigilia della programmazione del film “Tolo tolo” nelle sale cinematografiche a partire dall’1 gennaio (brindisi tarantino per l’attore-regista). Aveva lanciato un tralier con annessa canzone-guida, titolo, nemmeno a dirlo, “Immigrato”. Zalone (Luca Medici all’anagrafe) può piacere o non può piacere, dividerà l’opinione pubblica in due fazioni, forse anche in una terza, quella che di simili diatribe se ne infischia, ma è uno che riesce comunque a far parlare di sé per il suo “politicamente scorretto”.

Dunque, “Tolo tolo”. L’idea di comprendere il punto di vista dei nostri ragazzi, quelli di “Costruiamo Insieme”, fra operatori e ospiti della cooperativa, parte dai titolari del cinema Orfeo, Adriano e Luciano Di Giorgio. «Posso invitare un po’ di vostri ragazzi? Mi piacerebbe conoscere il loro punto di vista». Parole di Luciano. «In Italia, Paese di santi e navigatori, ma anche di tuttologi aggiungerei io», prosegue il gestore del cinema-teatro di via Pitagora a Taranto, «parlano tutti: tutti sanno di tutto, tanto che questi fenomeni non sentono la necessità di sentire quelli che sarebbero i diretti interessati, quanti sarebbero stati colpiti dalle presunte offese dell’attore-regista: gli extracomunitari». E allora, ecco l’invito formale ai ragazzi della cooperativa: tre operatori, Roberta, Francesco e Abdo e tre ospiti, Modou, Boubakary e Ibrahim. Detto, fatto. Sabato pomeriggio, disposti in fila, uno accanto all’altro. Paolo scatta una foto dietro l’altra, fino a quando non si spengono le luci e tacciono le voci.

Fine del film, prima di uscire dal cinema, tutti nel foyer per un punto di vista a caldo. «A me è piaciuto molto: senza voler peccare di presunzione, penso che Checco Zalone abbia picchiato quella parte di italiani che hanno pregiudizi nei confronti di quelli come me, di colore: altro che film razzista! Fossi stato italiano, avrei avuto qualcosa da ridire a riguardo…». Abdo, gambiano, ventidue anni, operatore di “Costruiamo Insieme”, parla un perfetto italiano.STORIE Tolo 02FINE PROIEZIONE

Uscita del cinema Orfeo di Taranto, dove è ancora in programmazione il “discusso” “Tolo tolo”. Abdou non viene lontanamente sfiorato dal dubbio, parla a ruota libera del film scritto, diretto e interpretato da Checco Zalone, finito nell’occhio del ciclone di una parte della critica per presunti temi razzisti. A cominciare, si diceva, da “Immigrato”, colonna sonora del film alla quale ognuno ha dato una sua interpretazione.

Abdo, con i colleghi Roberta e Francesco ed amici, ospiti di “Costruiamo Insieme”, è fra quanti hanno raccolto l’invito di Luciano e Adriano Di Giorgio, titolari dell’Orfeo. «Qualche mese fa avevo sentito dire e letto – prosegue il ragazzone che sfiora il metro e novanta – che Checco Zalone avrebbe attaccato e offeso gli immigrati giunti in Italia con un motivo musicale; conosco a memoria tutti i suoi film, la sua comicità, l’altro giorno ho rivisto in tv “Cado dalle nubi”: la sua canzone, “Angela”, più la sento e più mi fa ridere; forse in quest’ultimo caso avrebbero dovuto risentirsi le donne, in qualche modo offese dal testo, molto maschilista, invece le signore non lo hanno fatto: evidentemente queste hanno maggiore saggezza rispetto a qualcun altro…».

«A me il film ha divertito molto – dice Luciano Di Giorgio, uno dei due titolari dell’Orfeo – e non lo dico in quanto parte interessata, considerando “Tolo tolo” in programmazione dallo scorso 1 gennaio: mi sono posto più di una domanda, volevo confrontarmi con altri per conoscere opinioni, anche forti, se ce ne fossero state; per questo con mio fratello Adriano abbiamo rivolto l’invito a un gruppo di ragazzi extracomunitari a vedere il film e darci la loro spassionata opinione, disposti a condividerla qualsiasi questa fosse stata: ora posso dire che non avevo dubbi; mi interessava, però, conoscere il parere di ragazzi come loro, stranieri, che hanno imparato in fretta l’italiano e che, credo, in quanto a sensibilità possano dare punti a più di qualcuno, specie a quanti vedono complotti e congiure ovunque, anche in un film che ha una sola “mission”: far trascorrere al pubblico un’ora e mezza nella massima spensieratezza».

Con Abdo, due colleghi operatori, Roberta e Francesco. E con loro anche Modou e Boubakary, senegalesi di trentatrè e ventuno anni, e Ibrahim, maliano, ventisei anni. «A me è piaciuta l’idea che Zalone abbia raccontato la storia al contrario – dice “Ibra” – cioè quella di un italiano in Africa, provando a far comprendere cosa significhi la diversità, essere bianco fra mille neri, le difficoltà, la lingua, il lavoro, la nostalgia di casa…».

I ragazzi, a fine della proiezione sostano per qualche istante all’ingresso dell’Orfeo. Scambiano ancora personali punti di vista, li sommano fra loro, sono tutti d’accordo: il film è promosso.STORIE Tolo 03DIECI!

«Dovessi dare un voto anche io – dice “Bouba” – gli darei un bel dieci, mi ha riportato nel mio clima africano provocato nostalgia, ma anche fatto ridere, e tanto, specie quando – non conoscendo la lingua – il protagonista si becca un “vaffa”: capita anche qui che qualche volta possa sfuggire una di queste espressioni forti: noi ne abbiamo sentite, ma basta non darci peso…».

«Non solo il film, anche l’Italia è un Paese da promuovere con il massimo dei voti – completa Modou – se anche un italiano dovesse mandarti al diavolo, stai sicuro che altri cento sono pronti ad accoglierti a braccia aperte».

«Abbiamo riso tanto, comincia con tante battute – conclude Abdou – prosegue con qualche riflessione che dovrebbe far pensare africani ed europei, sia chiaro, e finisce come fosse una favola, con i saluti di Checco Zalone che promette di tornare in Africa con “cento chili di permessi di soggiorno” per tutti; è una frase divertente: è un film, non un discorso elettorale, dunque ripeto: alla fine avrebbero dovuto risentirsi più gli italiani, visto che non è la prima volta che l’attore critica il sistema con battute a raffica, o sbaglio?».

«A noi il film è piaciuto – dicono Roberta e Francesco, anche loro operatori – abbiamo riso, conosciamo il cinema di Checco Zalone, lo stesso qualcuno dei nostri ragazzi; la cosa bella è che abbiamo riso insieme a loro, nello stesso momento, evidentemente non erano battute discriminanti; non per scomodare Shakespeare, ma possiamo dire che, alla fine, intorno al film c’è stato molto rumore per nulla: “Tolo tolo” è brillante, strappa risate e riflessioni, crediamo che tanto basti».

«Non facciamo terrorismo»

Maria Grazia Serra, presidente di Medici per l’Ambiente (ISDE)

«Siamo quaranta, proviamo a dare risposte, ma la gente ha paura. Risposta blanda dal quartiere Tamburi, rione a ridosso dell’industria. L’intervista del New York Times, ci ha lusingati. Continuiamo a fare il nostro lavoro, ringraziamo quelle farmacie che ci ospitano nei quartieri cittadini»

Prosegue la nostra rubrica “Assistenti e assistiti”, una panoramica sulle associazioni di cittadini e professionisti che hanno a cuore il sociale. Ultimo ospite di sito, canale youtube e web radio di Costruiamo Insieme, Maria Grazia Serra, presidente dell’associazione ISDE, Medici per l’Ambiente.

Presidente, cominciamo dalla cronaca, la telefonata di un giornalista della redazione romana del prestigioso New York Times.

«Essere contattati da una testata così importante non ha potuto che farci piacere; a loro ha interessato l’impegno volontario di una quarantina di medici a disposizione di chiunque, su un territorio che in fatto ambientale non se la passa poi così tanto bene, avesse bisogno di controlli più approfonditi; nello stesso tempo, chi ci ha intervistati voleva inoltre conoscere il nostro impegno nel coprire quel vuoto informativo che a volte si registra – per motivi di carattere scientifico e, a volte, per scelte politiche – sul nostro territorio. Non che gli organi di informazione locali non ci stiano vicini, ma che del nostro impegno si accorgessero anche all’estero non ha potuto che farci enorme piacere».

Se l’aspettava una simile attestazione di stima?

«Siamo rimasti favorevolmente sorpresi, ci hanno rivolto domande sugli sportelli informativi, ma anche sull’informazione che portiamo a conoscenza degli studenti da quattro, anche cinque anni, con il programma “Ambiente e salute, parliamone a scuola”. E’ stata la prima volta che la stampa internazionale ci ha gratificati intervistandoci».I GIORNI Serra 2 - 1Passo indietro, l’idea dell’associazione, come nasce e si sviluppa.

«L’ISDE, associazione della quale facciamo parte, è riconosciuta a livello internazionale dall’organizzazione mondiale della Sanità; in Italia sono diverse le sedi ISDE; in Puglia il problema è particolarmente sentito, pertanto i Medici per l’ambiente sono molti di più rispetto ad altre regioni: esistono sedi a Taranto, Lecce, Foggia, il presidente Di Ciaula a Bari, molto attivo; giorni fa, proprio per spiegare la Medicina ambientale, sono stata invitata in università a tenere una lezione per i giovani medici che stanno svolgendo una preparazione in Medicina generale. Insomma, siamo presenti a tutto tondo nell’attività informativa.

ISDE Taranto conta quaranta iscritti, un numero non molto elevato, considerando i medici presenti sul nostro territorio; posso dire, però, che siamo molto attivi; ci interpellano, invitano spesso e ovunque ci sia da fare chiarezza sul nostro ruolo e sullo stato di salute dei nostri cittadini; dell’associazione fanno parte pediatri che si sono spesi e continuano a farlo con grande generosità, nei confronti dei piccoli affetti da problemi di salute».

Dalla vostra angolazione, la foto della nostra città, l’ambiente che circonda il territorio ionico.

«Con gli sportelli informativi, polso della situazione in tema di ambiente, registriamo nei nostri interlocutori una certa inconsapevolezza e scarsa partecipazione, per giunta proprio in quei quartieri dove il problema dovrebbero avvertirlo con maggiore costanza, è il caso del rione Tamburi: non sono molti quei cittadini che vengono a trovarci per porre domande ed ascoltare le nostre risposte».
I GIORNI Serra 3 - 1Quale domanda si è fatta e quale risposta si è data?

«Potrebbe dipendere da una sorta di rifiuto, forse da una mancanza di fiducia nei confronti dei medici e della stessa medicina».

Magari la gente si è sentita trascurata a lungo, sentita strumento politico.

«Di sicuro la gente ha un costante bisogno di essere rassicurata; senza nulla togliere al reparto di Oncologia pediatrica nel quale sono attivi colleghi preparatissimi, e forse per questo l’impressione che ne ricaviamo è come se la gente dicesse “è vero ci ammaliamo, ma possiamo sempre curarci sul territorio avendo strutture importanti”. La gente non vuole essere spaventata, ma accompagnata ad eventuali cure, anche se – è bene ribadirlo – i Medici per l’ambiente fanno informazione e non terrorismo: è importante, invece, sapere quello che occorre fare per prevenire eventuali problemi di salute».

Cosa chiede la gente.

«Le domande più frequenti riguardano l’alimentazione e i giorni di vento, i tristemente noti come “wind day”: sul quartiere Tamburi siamo ospiti della farmacia “Clemente” di via Galeso; prossimamente contiamo di aprire uno studio nei quartieri Paolo VI e Tre Carrare, ospiti in quest’ultimo caso della farmacia “Quaranta”. In buona sostanza, le persone sentono la necessità innanzitutto di fidarsi. Siamo stati costantemente presenti nelle scuole dei tamburi per tranquillizzare genitori e alunni; ripeto: mai fatto terrorismo, proviamo piuttosto a collaborare con le istituzioni per trovare con queste una soluzione, che poi è quanto chiedono i cittadini del quartiere».

Cosa fare per mettersi in contatto con i Medici per l’ambiente.

«La nostra sede a Taranto in via Calamandrei 3, telefono 099.7792785; abbiamo inoltre un sito, www.isde.it e una pagina facebook, “Isde Taranto”. Siamo a disposizione di chiunque per rispondere a qualsiasi domanda su temi che possano essere di nostra pertinenza e trovare, eventualmente, insieme agli interessati delle soluzioni».

«Cozza, rilanciamola!»

Il mitile tarantino, promosso da destra e sinistra

Maldicenze, sequestri e distruzioni a tonnellate. La politica torna su uno dei simboli della Città dei Due mari. Renato Perrini (Fratelli d’Italia) invita le istituzioni alla ribilitazione del prodotto ittico («Commissario alle bonifiche, si pronunci…»), il presidente Emiliano firma ordinanze e ne caldeggia il consumo («…è la più buona e sicura del mondo»).

La cozza, simbolo di Taranto. Vessata, distrutta fisicamente, nel senso di sequestrata e mandata al macero, sempre e comunque, oggi è un simbolo da rivalutare. Intanto perché è sicura, lo dicono le analisi (e non da oggi), poi perché è buona come nessun’altra cozza al mondo. Allevata nella zona di Taranto, in particolar modo nel Mar Piccolo, il peculiare sapore della cozza tarantina è dato dalle condizioni di salinità del mar Piccolo attraversato dai citri, le famose sorgenti sottomarine d’acqua dolce in grado di ossigenare l’acqua e favorire lo sviluppo del plancton e dalle correnti d’acqua dolce del fiume Galeso. Ecco spiegate singolarità e bontà della cozza tarantina.

Perché, oggi, il mitile più famoso al mondo balza di nuovo agli onori della cronaca. Perché se n’è accorta la politica, quale tipo prima, quale dopo, non importa, soprattutto se l’interesse è trasversale e arriva, come si dice, da destra come da sinistra.

Così, l’altro giorno il consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Renato Perrini, ha riportato al centro del dibattito «la cozza tarantina, considerata un tempo la migliore al mondo e negli ultimi tempi “inquinata” più dalle polemiche e dalla burocrazia che dal mare!». Senza tanti giri di parole, il consigliere, non l’unico a schierarsi dalla parte del pregiato mitile, ma in buona sostanza anche da quella dei mitilicoltori, appena qualche giorno fa. «L’intero settore – dichiara Perrini – ha bisogno di una boccata di ottimismo, così come il consumatore ha bisogno di sentirsi tranquillo quando consuma il mitile tarantino». Non solo una dichiarazione a favore di telecamera, ma anche un documento concreto per sollecitare ulteriormente su un tema che sta a cuore ai tarantini, il presidente della Commissione all’Ambiente, Mauro Vizzino. «Lo scopo – il punto di vista del politico, martinese di nascita, crispianese di adozione – affinché calendarizzi l’audizione del Commissario straordinario alle Bonifiche di Taranto, Vera Corbelli, e del direttore del Dipartimento Ecologia della Regione, Barbara Valenzano, sullo stato delle Bonifiche anche nel Mar Piccolo».

«Un anno e mezzo fa – prosegue Perrini – sempre in un’audizione sollecitata dal sottoscritto, il Commissario straordinario alle Bonifiche di Taranto fece promesse e rassicurazioni: ma, oggi, a che punto sono i lavori? Per questo motivo ho avanzato richiesta per un’altra audizione, e stavolta non solo con la partecipazione della stessa Corbelli, ma anche con la Valenzano, oltre che con il presidente Michele Emiliano: lo scopo è mettere intorno al tavolo tutte le parti interessate alla bonifica per sentire dalla viva voce a che punto è l’intervento di messa in sicurezza e gestione della zona, per fare chiarezza una volta per tutte».

BUONA E SICURA…

E se da destra “s’ode uno squillo di tromba”, da sinistra “risponde uno squillo”, anche se trattasi di figura istituzionale, dunque, al centro di qualsiasi tema. Il riferimento è al governatore di Puglia, Michele Emiliano, nelle recenti primarie indicato come presidente della Regione.  «La cozza di Taranto è la più buona e sicura al mondo», ebbe a dire qualche anno fa. E non in periodo di elezioni. Era un momento in cui Emiliano era in sella sua poltrona di governatore e le cozze tarantine erano poste sotto sequestro e mandate al macero. Firmò perfino un’ordinanza per «evitare la distruzione scontata di una grande quantità di prodotto e consente di avere la matematica certezza della bontà dei mitili tarantini». Lo ribadì nel corso di una conferenza stampa a commento dei risultati di una operazione di sequestro, svoltasi proprio a Taranto, che vide la distruzione di qualcosa come 30 tonnellate di mitili presenti nel primo seno del Mar Piccolo, con una dimensione superiore ai tre centimetri, e che non erano state spostate in altre aree entro il 31 marzo 2016 così come disposto da un’ordinanza dello stesso presidente della Regione.

All’incontro con la stampa parteciparono sindaco della città di Taranto, direttore generale dell’ASL di Taranto, il direttore del Dipartimento di prevenzione dell’ASL di Taranto, il comandante della Capitaneria di porto di Taranto, il comandante regionale Guardia di finanza, il comandante ROAN Guardia di finanza Bari, il comandante provinciale Guardia di finanza di Taranto e il comandante della Compagnia carabinieri di Taranto.

Nell’occasione, Emiliano fece di più, espresse «orgoglio per il metodo di lavoro messo a punto, metodo che parte da un’analisi ragionevole di ciò che avviene, secondo la fisiologia dei mitili e secondo le condizioni ambientali, e arriva alla soluzione adottata dalla Asl di Taranto, in collaborazione con gli stessi mitilicoltori e al recepimento della strategia da parte della Regione Puglia che, con una ordinanza innovativa, ha trovato la giusta soluzione compatibile con le esigenze di tutela della salute dei consumatori». Nell’occasione, il governato della Puglia, pose l’accento su «un’operazione titanica resa possibile grazie alla collaborazione di tutte le forze dell’ordine che tra di loro si sono coordinate per garantire i controlli e per garantire alla cozza tarantina di essere, non solo la più buona del mondo, ma anche la più sicura del mondo».

Imputati con interprete

C’è sempre una prima volta. Il giudice Francesca Preziosi, del tribunale di Macerata, ha acconsentito di concedere agli imputati napoletani (sotto processo per spaccio) un interprete poiché non comprendo l’italiano. Così, come viene riportato dal Corriere del Mezzogiorno, l’avvocato di Civitanova ed originario di Napoli, Andrea Di Buono, sarà il primo incaricato nella storia giudiziaria ad interpretare gli atti del processo. Il tutto a titolo gratuito.

(Corriere della Sera)

Si dimette speaker tv

Una presentatrice della televisione di Stato iraniana, Gelare Jabbari, ha annunciato le sue dimissioni con un post su Instagram in relazione all’ammissione delle Forze armate di Teheran di aver abbattuto l’aereo civile ucraino causando la morte di 176 persone. ”Perdonatemi per avervi mentito per 13 anni. Non tornerò mai più in televisione”, ha scritto Jabbari.

(Adnkronos)

Migranti, arriva sanatoria?

L’intenzione del Governo e del ministero dell’Interno è quella di valutare le questioni poste all’ordine del giorno che richiamavo in premessa, nel quadro più generale di una complessiva rivisitazione delle diverse disposizioni che incidono sulle politiche migratorie e sulla condizione dello straniero in Italia. Nel rispondere all’interrogazione del deputato Riccardo Magi (+Europa), la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha annunciato che è intenzione del Governo valutare un provvedimento straordinario di regolarizzazione degli irregolari già presenti in Italia a fronte dell’immediata disponibilità di un contratto di lavoro.

(Repubblica)

Fototrappole per migranti!

Come per i lupi e gli orsi, così per i migranti irregolari? Lungo i sentieri del Carso potrebbero presto comparire le fototrappole. Le stesse che vengono utilizzate per intercettare gli animali. L’annuncio è stato dato dall’assessore regionale alla sicurezza, Pierpaolo Roberti, ed è subito diventato un caso politico. «La Regione è pronta ad acquistare fototrappole da posizionare sui sentieri in prossimità dei confini per individuare in tempo reale i transiti di immigrati irregolari».

(Avvenire.it)

“Sono un italiano nero!”

Un organo di informazione riceve e pubblica la lettera di Solomon: “Vi scrivo perché vorrei far capire a molte persone che l’Italia sul tema integrazione è abbastanza indietro. Vorrei farvi vedere cosa vuol dire essere un italiano nero. Qui nessuno fa la vittima. Sarebbe bello non ricevere sguardi di persone che ci fissano”.

(Fanpage.it)

«Amo i doni del cielo»

Omar, ventiquattro anni, senegalese

«Apprezzo pioggia e sole allo stesso modo, mi bastano per riconciliarmi con la vita. Sfuggito ai maltrattamenti nel mio Paese, sono finito tra le grinfie di aguzzini che giocavano con la mia pelle. Affondavano una lunga lama, provocavano ferite, provavamo a dormire su un fianco, tutto inutile. Dopo la libertà. Il mio secondo sogno…»

 «Faccio l’elettrauto, in realtà l’ho sempre fatto, fin da piccolo, ho dovuto imparare subito cosa fosse la vita; adolescenza, poca roba, ho perso papà quando non avevo ancora tre mesi, fui costretto a crescere in fretta». Omar, senegalese, poco più di ventiquattro anni, racconta la sua storia, fatta di sacrifici e voglia di cambiare aria, perché a casa le cose non andavano bene. «E non perché con mamma, fratello e sorella non ci intendessimo, tutt’altro, anzi, li sento spesso: non c’era prospettiva, lavoro ne circolava poco, come il rispetto che nel mio Paese per lungo tempo era un vocabolo dimenticato da tutti, anche dai disperati».

Comprensibile lo sfogo di Omar. «Giravo per trovare un lavoro – racconta – e mi capitava di imbattermi in gente che indossava divise militari, forse milizie, che senza tante domande ti sbatteva contro un muro per provocare una tua reazione, un pretesto per picchiarti; e non erano episodi saltuari, ma cose che accadevano ormai tutti i giorni, come se dovessi pagare dazio sulla terra che calpestavi, l’aria che respiravi, il lavoro che avresti fatto: non c’erano più le condizioni per restare, così un giorno ne parlai in famiglia; soliti discorsi, “Vedrai passerà”, “Questo stato di cose non può durare in eterno”, “Aspettiamo che il tempo passi al bello…”».

Il tempo, bello o brutto che fosse, ci fosse il sole o la pioggia, per Omar guardare il cielo è una festa. «Ho cominciato ad apprezzare la pioggia, che dalle nostre parti – come in Italia, suppongo – significa vita, considerando che l’acqua caduta dal cielo feconda la terra; la limitazione della tua libertà, negarti il rispetto, ti fa apprezzare di più i doni dell’universo; neppure il mare mi faceva paura, quella grande distesa che aveva ingoiato migliaia di fratelli era il passaggio obbligato per la libertà, un ponte per l’Italia, un Paese che ho subito amato…».

«PANE, ACQUA E COLTELLATE»

Mali, Burkina Faso e Niger, attraversati senza problemi. «Quelli cominciano in Libia, quando capiti nelle grinfie di gente che vive di ricatti, vessazioni di qualsiasi genere: ti vedono, sei nero, si avvicinano, ti chiedono cosa stia facendo in giro e se non rispondi giù botte, e allora per non mettere nei guai altri fratelli – questi gli accordi fra noi, per non mettere nei guai il prossimo – dici che ti sei perso, non sai dove ti trovi in quel momento: ti imprigionano in uno stanzone e lì rischi di restare, se non telefoni a casa e ti fai mandare del denaro per riscattare la tua libertà».

La prigionia, una tortura. «Trattati a pane e acqua, e ci andava già bene: ho saputo di ragazzi che restavano senza toccare cibo per settimane, morire anche di fame; noi ce la cavavamo con le torture, così pagavamo pane e acqua: tiravano in aria un ananas e lo tagliavano in due con un solo colpo, un coltello lungo e affilato, con una punta che faceva paura».

Omar e le cicatrici sulla spalla. «Ecco i segni di torture, se non sei forte e non cadi nella tentazione di farla finita a causa di quelle continue torture, puoi considerarti fortunato: la punta di quella lama entrava nella tua pelle, nella carne viva, quasi volessero scuoiarti e, allora, non ti restava che pregare che quella sofferenza prima o poi finisse; ci leccavamo le ferite e provavamo a dormire su un fianco, con quel dolore lancinante…».

RISCATTO E LIBERTA’

Alla fine arrivano i soldi. «Pochi, ma arrivano, mille euro, una somma che hanno incassato prima darmi il benservito con un calcione, come a dire “Vai e ritieniti fortunato!”: è così che funziona; un viaggio di tre giorni a fissare il cielo e il mare azzurri la mattina, neri la notte, prima di arrivare in Sicilia; ero in Italia e nessuno mi avrebbe più fatto del male, un periodo nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” e, in quel periodo, a cercare lavoro, qualsiasi cosa, purché non mi sentissi più un peso per nessuno».

Linea diretta con Korda, città non piccola, né grande, del Senegal. «Sento spesso i miei familiari, parenti e amici, è sempre un momento di grande gioia, anche se questa sensazione di felicità, la sento da quando ho messo piede qui, in Italia: è qui che vorrei restare, trovare un lavoro stabile e mettere su famiglia. Sarebbe come avverare un mio secondo sogno: il primo è stato il senso di libertà…».

«Siate più attenti!»

Intervista a Simone Cristicchi e “Abbi cura di me”

«L’indifferenza è il problema principale della società di oggi». Con l’Orchestra della Magna Grecia, a Taranto il cantautore registra tre “sold out” in due giorni. I successi del cantautore, da “Vorrei cantare come Biagio” a “Ti regalerò una rosa”, dedicata al povero Cosimo Antonio Stano picchiato e ucciso selvaggiamente.

E’ stato un grande successo quello registrato da Simone Cristicchi con lo spettacolo “Abbi cura di me” in scena al teatro Fusco di Taranto per tre volte in due giorni (sabato scorso un matinée per le scuole) con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Valter Sivilotti all’interno della Stagione orchestrale 2019/2020 con la direzione artistica del maestro Piero Romano. Ospite, applauditissima, la cantante Amara, autrice di successi, fra questi “Che sia benedetta”. Con l’artista romano, uno degli autori più sensibili del nostro panorama musicale, una lunga chiacchierata su temi diversi e sempre delicati.

Cominciamo dalle fragilità, tema del quale si occupa spesso. «Siamo esseri umani, dunque se viviamo non possiamo non avere riportato delle ferite: alcune di queste, ferite profonde, le ricordiamo: quando eravamo nella pancia materna percepivamo già che atmosfera ci fosse in casa; se ti avevano desiderato, se esisteva armonia: ferite, proprio così, ce le portiamo dietro e dobbiamo avere il coraggio di trasformarle in qualcosa di bello da condividere con gli altri.

Ripeto spesso: non siamo venuti al mondo per essere perfetti, ma per essere veri, e quando ti togli quella maschera di perfezionismo diventi più forte: perché sei te stesso e nessuno può distruggerti. Ho perso mio padre a dieci anni, un dolore che mi ha spinto a chiudermi in me stesso, nella mia stanza. Ma è proprio lì che ho scoperto la cura, la terapia dell’arte; per curare questa grande ferita ho cominciato a disegnare, raccontare, scrivere storie e racconti, e da lì in poi, la musica, le canzoni. Come dice un mio amico, Ermes Longhi: da una ferita può nascere una feritoia e da questa puoi riuscire a vedere l’infinito che esiste oltre. Anche Leonard Cohen dice “in ogni cosa c’è una crepa ed è da lì che passa la luce”, parole sacrosante».CRISTICCHI Foto 01Gran brutta cosa la distrazione, volontaria o, in qualche modo, indotta. «Il problema principale del momento storico in cui viviamo – dice Cristicchi – è la disattenzione, è questa a generare indifferenza. “Avere cura” può sembrare uno slogan, in realtà è un modo di vivere, un ritorno all’essenza, alle priorità: cosa ci serve per essere davvero felici? Alla fine avvertiamo la sensazione che a renderci felici siano poche cose, una di queste è lo stare attenti; non farsi pregare, non farsi addormentare dal frastuono del mondo. Ai ragazzi cerco di comunicare questo: state attenti, rivolgete l’animo verso qualcosa che è fuori di voi, non siate egoisti e attenti al solo vostro orticello. Cominciate, invece, ad immaginare come può essere il mondo e come, questo, può cambiare: il potere, in qualche modo ci addormenta, ci fa sentire inutili, come se ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, scelta, non abbia valore».

Ogni sorriso, ogni piccola azione compiuta può cambiarci una intera giornata. «Un consiglio spassionato: state vicini gli uni vicini agli altri, consapevoli di partecipare a una comunità che non è virtuale, ma reale e che si può toccare con mano. I social con il tempo sono diventati uno specchio per le allodole. Lo slogan iniziale di Facebook e del suo inventore, Mark Zuckenberg, era il seguente: “Mai più soli”. Paradossalmente, invece, siamo diventati più soli. Ci siamo chiusi in noi stessi, schiavi di un telefonino, tanto che oggi è difficile trovare l’essenza a cui mi riferisco: tornare all’umanità, alle poche cose che davvero ci servono per sentirci vivi».

Cristicchi e la forza della parola. «“Abbi cura di me” è dedicato alla potenza della parola, al messaggio che questa riesce a trasmettere. Dice Amara, che ho il privilegio di ospitare nei miei concerti: “la responsabilità del microfono”. Ha perfettamente ragione: avere fra le mani questo strumento non è cosa scontata; salire su un palco significa poter toccare certe corde, andare in profondità, smuovere gli animi, soprattutto quelli dei giovani. Lo scopo è riuscire a dare messaggi che siano riflessioni all’interno di un concerto; vero, si assiste a una esecuzione orchestrale meravigliosa, però l’attenzione deve essere rivolta a questa parola che può davvero cambiare il corso della vita».

Cresciuto ascoltando i nostri grandi cantautori. «De André, De Gregori, Battiato, Fossati, li considero i miei “padri”: con le loro parole hanno cambiato il mio modo di guardare il mondo. Ed è ciò che cerco di fare nel mio piccolo: riprodurre sensazioni simili. Endrigo, poi, è stato in qualche modo il mio mentore; con me condivise un duetto nel mio album di esordio. Sono molto affezionato a lui, con l’Orchestra della Magna Grecia propongo “Io che amo solo te”, che però faccio cantare alla sola platea: un’esecuzione speciale per orchestra e pubblico. Altro omaggio, “Emozioni” di Battisti, che con Mogol ha impresso una bella scossa alla canzone italiana»CRISTICCHI Foto 02Diversi i suoi tributi ai grandi della canzone. Non ci sono progetti simili nell’immediato futuro. «Per ora no, in un recente passato ho reso omaggio a Sergio Endrigo con uno spettacolo dedicato interamente lui, poi a “La Buona novella”, quarto album di De André; oggi, avendo fra le mani un repertorio che rappresenta il mio cammino artistico, riesco spesso ad ospitare contributi di altri artisti. Così capita di cantare “Vorrei cantare come Biagio” e “Abbi cura di me”, due opposti: la prima, divertente, ironica, scanzonata, tormentone dell’estate; l’altra, una sorta di preghiera. E, in mezzo, un intero percorso che mi piace raccontare al pubblico».

Una piacevole scoperta, Amara, sua ospite sul palcoscenico del teatro Fusco. Sembrava vi conosceste da tempo. «Invece l’ho conosciuta la scorsa primavera. Ci siamo incontrati ad Assisi e da lì è nata l’idea di invitarla a cantare in un mio concerto a Firenze: ci sono pochi artisti con cui sento la stessa vibrazione e la stessa voglia di trasmettere dei messaggi forti. Io e Amara siamo sulla stessa frequenza e cerchiamo di bilanciare le nostre due personalità; invitarla sullo stesso palcoscenico e collaborare a questo progetto, per me è una cosa naturale: è lei che fa un regalo a me: i suoi messaggi sono un po’ anche i miei, e i miei sono un po’ anche i suoi. E credo che questo si senta».

A proposito di strumenti potentissimi, la canzone è uno di questi. «In tre minuti riesce a smuoverti quello che hai dentro, a farti sentire emozioni, a trascinarti dentro una storia. “Ti regalerò una rosa” è l’esempio, il mio manifesto: raccontare una storia e mettere al centro che non ha voce, chi è privo di visibilità, in questo caso gli emarginati; ognuno di noi potrebbe cadere nella follia da un momento all’altro ed è proprio questo che ci spaventa nella malattia mentale. Trovo, dunque, interessante utilizzare il palcoscenico, mettere in luce queste realtà di cui poco si parla e dire: “Esiste Antonio Cosimo Stano!”. Lui è uno dei miei “santi silenziosi”, a volte agnelli sacrificali che muoiono per risvegliarci. Nei miei concerti dedico spesso questa canzone all’anziano disabile picchiato selvaggiamente a Manduria, che il caso ha voluto si chiamasse proprio come il protagonista di “Ti regalerò una rosa”: quando penso ad Antonio, immagino che finalmente voli libero, ora che ha fregato tutti trasferendosi in un’altra dimensione. Chi ha compiuto quell’aggressione ha sì una grande responsabilità, ma, attenzione, è anche il mondo ad averne una enorme: che mondo abbiamo costruito, che mondo stiamo dando a questi ragazzi se poi compiono questo tipo di azioni così violente?».

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