Cari inglesi, bisogna saper perdere…

The Economist ci prova: Italia, vittoria senza un giocatore di colore

L’organo di informazione britannico fa male i conti a proposito della finale degli Europei di calcio. Non si rassegna alla sconfitta e incassa sfottò anche in patria. Senza contare che è come se avesse scritto che gli atleti neri sono scarsi. E, invece, provate a vedere le Olimpiadi e a lustrarvi gli occhi sulla fisicità dei coloured. Tornate nei ristoranti italiani e noi dimentichiamo il gol inesistente che generò la vittoria dei Leoni nei Mondiali del ’66.

 

«Italia, campione d’Europa sì, ma senza un solo calciatore di colore in rosa, cioè fra titolari e riserve». E’ delirio, non si sfugge. L’ultima scossa arriva dall’Inghilterra, Paese che in questi giorni aveva già compiuto passi indietro in quello che era uno status ampiamente riconosciuto ad Elisabetta ed ai suoi eredi: il fair-play. Potremmo rispolverare una vecchia canzone cantata cinquantaquattro anni fa da Dalla e dai Rokes al Festival di Sanremo: «Bisogna saper perdere». E nella stessa strofa proseguiva con un: «non sempre si può vincere…». Potremmo sorvolare su queste dichiarazioni, articoli simili si commentano da soli. E a poco serve chiamare a raccolta con titoli provocatori quegli inglesi che, sotto sotto, provano sentimenti razzisti. Nonostante abbiamo visto esultare, piangere, sostenitori e calciatori neri, dopo aver perso ai calci di rigore contro l’Italia il titolo di regina d’Europa (dovranno ancora consolarsi con Elisabetta).

Potremmo sorvolare, dicevamo. E, invece, proviamo a fare una breve analisi su quanto riportato da “The Economist”, che non trova di meglio che appellarsi ad una Italia «senza un solo calciatore di colore in squadra». Specificano, «di colore», non scrivono «nero», anche se è quella l’allusione: perché non tutte le altre squadre hanno neri, ma coloured e allora, ecco attaccare l’Italia priva di almeno un “coloured”.

Scrivono una cosa simile, senza riflettere: in quelle parole, infatti, manifestano la più becera forma di razzismo, nemmeno tanto sottile: come se un calciatore nero fosse un “atleta minore” (quando sappiamo che è perfettamente il contrario, provate a guardare in questi giorni le Olimpiadi e poi ne riparliamo…) e che, dunque, tutte le squadre dovrebbero averne almeno uno in rosa. Un delirio, insomma: forse alludevano al fatto che sarebbe stato più giusto che anche l’Italia schierasse almeno un nero. Possibilmente uno di quelli che sbagliano i rigori. Ma vai capirli ‘st’inglesi.

 

E I FISCHI ALL’INNO?

“The Economist” non fa cenno ai fischi durante l’inno nazionale dell’Italia, né ai cori razzisti durante la gara. Nemmeno dei social che un’ora dopo la fine della gara Inghilterra-Italia massacravano i tre giocatori, neri, giovani ed emozionati nell’indossare la casacca bianca dell’Inghilterra e nell’essere stati scelti per misurarsi con gli azzurri nella lotteria ai calci di rigore. Che dire, dunque, dei bianchi inglesi che si sono rifiutati di andare a calciare dal dischetto perché se la facevano sotto dalla paura? Ma sì, avranno pensato: meglio mandare allo sbaraglio quei ragazzi; se va bene, va bene per tutti, ma se dovesse andare male, sarà stata solo per colpa loro. E così è stato. Solo colpa di Sancho, Saka e Rushford, su cui al fischio finale si è abbattuta la furia dei tifosi orfani delle briciole di fair-play con minacce e insulti razzisti. Incredibile, ma vero. Per essere un organo di informazione di economia, il giornale inglese ha fatto male i conti. Per giunta, molti sono stati gli inglesi progressisti, che gli hanno riso dietro: gli Europei li abbiamo persi, punto. «Poi, “europei”, ma se siamo usciti dall’Europa?», avrà detto più di qualcuno.

Insomma, in Inghilterra, qualcuno o molti, non hanno ancora accettato di aver perso meritatamente la finale di Euro 2020 contro l’Italia di Roberto Mancini, anche se ora sono arrivati al delirio totale. Dopo i vari tentativi di far rigiocare la finale per non si sa quale motivo con petizioni sui social, l’affondo di “The Economist”: la nostra nazionale non sarebbe in realtà campione. L’assurda motivazione, come spiegato, il fatto di non aver alcun giocatore di colore nella rosa dei 26 scelti dal commissario tecnico Mancini.

 

NON SOLO “ECONOMIST”…

Ottima la rassegna di Informazione.it che mette in fila gli interventi di diversi quotidiani italiani. «Secondo The Economist l’aspetto più sorprendente della squadra italiana è che è l’unica tra le concorrenti che non include un solo giocatore di colore”. (ilGiornale.it)

«Keane, come molti altri sui social, ritiene che la nazionale inglese abbia pagato la giovane età dei calciatori scelti per tirare dal dischetto. In questo caso c’è chi è andato oltre il terreno delle opinioni, provando a mettere insieme dei dati e delle statistiche che diano ragione a Roy Keane, oppure che sconfessino la sua affermazione». (La Repubblica)

«Una vera e propria bomba, che lascia perplessi e pure ha portato molti tifosi azzurri a ironizzare sul rancore, la frustrazione e la ben poca sportività degli inglesi, che davvero non hanno preso bene la sconfitta maturata solo pochi giorni fa a Wembley». (Il Sussidiario.net)

«Gli Azzurri di Roberto Mancini, dopo la bella vittoria a Euro2020, partono per le vacanze: un meritato riposo visto il mese intenso tra Coverciano, Olimpico e Wembley. Subito dopo, ad attenderli, la luna di miele». (Gazzetta del Sud)

 

E LE MINACCE, LE OFFESE?

Secondo il quotidiano «l’aspetto più sorprendente della squadra italiana è che è l’unica tra le concorrenti che non include un solo giocatore di colore». Per questa assurda ragione, dunque, la vittoria dell’Italia non sarebbe considerata valida. “The Economist” continua affermando: «Circa cinque milioni di persone che parlano italiano come lingua dominante continuano a essere considerate straniere. La grande notte del calcio europeo non è stata un grande momento per il multiculturalismo». Sarà stata edificante la coda della stessa “grande notte”, con insulti razzisti e minacce ai tre calciatori inglesi, sì di colore, che avevano sbagliato dal dischetto. Ora, cari inglesi, recuperate il fair-play scomparso e riprendete ad andare nei ristoranti italiani, che ingiustamente avete punito boicottandoli di punto in bianco, solo perché erano della stessa nazionalità della squadra che aveva battuto l’Inghilterra. Voi fate questa buona azione e noi dimentichiamo che nel ’66 l’Inghilterra, quella dei Leoni, vinse una Coppa del Mondo, unico titolo in bacheca, con l’assegnazione di un gol inesistente ai danni della Germania. Mangiare italiano fa bene, di sicuro non resta sullo stomaco come, pare, sia accaduto con la sconfitta in finale ancora non del tutto digerita.

«Molestia a parte…»

Musa, nigeriano, oggetto di attenzioni da parte di una donna

«Mi è successo altre due volte, per fortuna dell’ultimo episodio è stato testimone un signore. La storia è più o meno la stessa, se non faccio il “bravo” lei potrebbe urlare, denunciarmi o, addirittura, farmi picchiare. Sono fidanzato da due anni con una ragazza di qui, in passato una rinunciò alla nostra storie: si vergognava di presentarmi ai suoi genitori perché ero nero…»

 

«Vieni qua, dove scappi, non fare il prezioso: non vuoi farti mettere le mani addosso? Sai che se non fai il bravo, posso anche urlare e dire che sei tu che mi stai mettendo le mani addosso e farti picchiare?». Il ragazzo, un nero, insieme con un amico, anche lui di colore, non crede alle sue orecchie. Due signore, fra i trenta e quarant’anni, l’aspetto fisico non conta, ci provano. Più intraprendente quella che, occhio e croce, appare più grande. Un signore sui sessanta, di passaggio in quel momento, si ferma. Ha sentito tutto, non può fare finta di niente. Con garbo convince le due donne a lasciare stare in pace i due ragazzi. L’uomo, testimone di quella molestia, promette alle donne di non dire niente, a patto che le due “stalker” non si facciano più vedere da quelle parti. Una decina di metri, il tempo che le due signore compiano pochi passi e che una delle urli all’indirizzo dell’uomo maturo: “Vecchi rimbambito, puoi pure farti un “cofano” di…fatti tuoi!”. Una frase violenta, come è stato il gesto della più intraprendente delle due nel mettere la mani addosso a uno dei due ragazzi, il più alto, quello più prestante fisicamente. E’ un nigeriano, il suo amico un connazionale. All’uomo, il ragazzo, rivela che non è la prima volta che subisce simili affronti. «Sono fidanzato con una ragazza di Taranto – spiega Musa, nigeriano, storia vera, ma nome di fantasia, per motivi di privacy – ci vogliamo molto bene, lavoro saltuariamente, come lei: se solo uno dei due avesse un impiego stabile saremmo già andati a vivere insieme…».

Quella della convivenza fra un africano e una ragazza italiana sta diventando una consuetudine. I sentimenti non hanno nazionalità, sono universali. Ma torniamo al disagio vissuto l’altro giorno sulla sua pelle. «Mi è successo altre due volte – dice – ma niente di importante, non appena ho consigliato di smetterla di seguirmi o di fermarmi, le ragazze hanno capito che con me c’era poco da fare…».

 

«SONO DI SANI PRINCIPI…»

Qualche suo connazionale, senegalese o, comunque, africano, è meno reticente. Diciamo che può capitare che fra “domanda” e “offerta”, alla fine i due possano trovare un punto d’incontro. «Parlo per me, io sono fedele alla mia ragazza: una storia che dura da due anni; miei connazionali hanno “storie” con ragazze del posto, stanno bene, si amano…». Sorride, Musa. Aggiusta il tiro. «Diciamo che si vogliono bene, se l’amore arriverà magari il rapporto sarà ancora più solido: a me è capitata una di queste storie, con una ragazza della provincia, ci eravamo innamorati: almeno io mi ero molto preso dal rapporto, solo che quando ho voluto conoscere i suoi genitori per manifestare intenzioni serie, lei ha prima inventato una scusa dopo l’altra, poi mi ha lasciato: non voleva dire ai suoi genitori che il fidanzato aveva un altro colore…».

Ma lo stalking? «Imbarazzante – dice Musa – di solito sono gli uomini a fare avance, a corteggiare una donna, non viceversa; invece, è successo l’esatto contrario: ma in questo caso, andando ad intuito, la tizia che stava provando a mettermi le mani addosso, non voleva solo conoscermi…». Si spiega meglio il ragazzo nigeriano. «Faccio sempre quello che mi dicono gli amici del posto – risponde – non prendo sul serio queste proposte e cerco in modo educato di evitare che quei pochi secondi prendano una brutta piega: del resto, come può testimoniare quel signore che ha assistito in quei pochi istanti alla scena, sono stato minacciato: se non avessi fatto il “bravo” – ho capito perfettamente cosa intendesse…  – lei avrebbe potuto anche urlare e mettermi nei guai dicendo che ero io a metterle le mani addosso: certo, la gente avrebbe creduto più lei che me, ma per fortuna stavolta qualcuno è stato testimone dell’accaduto».

 

BASTA LA PAROLA, NON SEMPRE

C’era però il suo amico. «La parola del mio connazionale, ha lo stesso valore della mia: è difficile che qualcuno ti creda. Ma ad essere sincero fino in fondo, quella donna doveva essere sposata, aveva una fede al dito, quindi la cosa diventava doppiamente pericolosa: vai a spiegare al marito o al compagno, che tu – cioè io… – sono la vittima delle insistenze della donna; apriti cielo, già mi vedo sulle prime pagine dei giornali: “Nero aggredisce una donna, voleva avere un rapporto con lei!”. Per carità, sto bene così, felicemente fidanzato e con un lavoro del quale sono pienamente soddisfatto. Temo l’informazione. Spesso giornali, radio e tv, per motivi di spazio raccontano troppo velocemente un episodio e il più delle volte a rimetterci la faccia siamo noi: non vogliamo che i rapporti con gli italiani si indeboliscano a causa di incomprensioni o, come vogliamo chiamarle, a causa di certe storie…».

Musa sorride. Prova quasi sollievo che l’altra mattina l’episodio di molestie abbia avuto un testimone. E che un altro, l’autore dell’articolo, abbia in qualche modo registrato le due testimonianze.

«Che dire, spero che cose simili non accadano più – conclude Musa – anche se ho qualche dubbio: forse non dovrei fare footing alle sei del mattino sul Lungomare, non dovrei giocare al pallone, sport che amo tanto; insomma, dovrei trascurarmi, invece io – come molti miei connazionali – abbiamo il culto più che del fisico, del tenerci in forma: alleniamo i muscoli, ma anche mente; ecco perché è raro che qualcuno, oggetto di molestie, reagisca violentemente; abbiamo l’abitudine di pensarle certe cose, alleniamo corpo e anima». Dovesse avere una, due righe per lanciare un appello, Musa. «Amici, fate attenzione: non sempre la prima impressione è quella giusta!».

Gelato, star dell’estate

Puglia, il cono artigianale sfida l’industriale

E’ l’alternativa al pasto nelle giornate più calde. Lo preferiscono la metà dei pugliesi, che nel frattempo si inventano nuovi gusti legati ai prodotti del territorio. Fra gli ultimi: il gelato al latte d’asina, al latte di capra, fino a quello all’olio extravergine di oliva. I consumatori vanno dal tradizionale all’esterofilo, al naturalista, al dietetico o a chilometro zero, per poi fiondarsi su “frutta e verdura” locali ma anche “formaggi a denominazione di origine protetta” o “grandi vini”.

 

In estate, la metà dei pugliesi preferisce il gelato artigianale rispetto a quello industriale. E’ di questo avviso la Coldiretti Puglia, che in questi giorni ha diffuso una nota con dichiarazioni del sempre attivo presidente Savino Muraglia. Non sarà una novità, dirà qualcuno, la calda stagione – specie quella che si è presentata in queste settimane – invita non solo i pugliesi, ma anche i turisti, a combattere i picchi di un termometro che spesso sfiora i 40 gradi all’ombra, con qualcosa di veramente fresco. E, allora, ecco che quel cono gelato, considerato un momento di sollievo, diventa una sana abitudine. E più ci si avvicina al gelato artigianale, più ci si ingolosisce. Certo, quelli industriali sono un altro aspetto produttivo della nostra regione, ma il gelato artigianale pugliese sta diventando la star dell’estate.

E se questa estate comincia con un’ondata di caldo eccezionale, con le lunghe giornate al mare sulle spiagge assolate o le passeggiate nei borghi, in Puglia non può che crescere il consumo di gelato, concentrato nei quattro mesi più caldi, da giugno a settembre, quando la metà dei pugliesi, si diceva, fa la sua scelta: gelato artigianale. E’ l’ultima stima di Coldiretti che sottolinea intanto che in Puglia lavorano circa 3.000 gelaterie artigianali, con 5.500 addetti, e che questo è un settore in forte espansione anche grazie ai gelati studiati e posti sul mercato artigianale dagli agricoltori. Fra le ultime “invenzioni”: il gelato al latte d’asina, al latte di capra, fino a quello all’olio extravergine di oliva.

 

CONO, CHE SUCCESSO!

Un successo dovuto anche alla destagionalizzazione dei consumi, è il punto di vista di Coldiretti, dovuta ai cambiamenti climatici in atto e al consumo come rompi-digiuno nelle pause di lavoro, oltre al relax al mare in spiaggia o come alternativa al pasto nelle giornate più calde.

Gelato artigianale, dunque, stella del firmamento dell’alimentazione estiva. Nei gusti storici anche se pare stia crescendo la tendenza nelle diverse gelaterie pugliesi ad offrire “specialità della casa”. Queste, infatti, incontrano le attese dei diversi target di consumatori: tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico o a chilometri zero come i gelati con frutta e verdura locali ma anche con formaggi a denominazione di origine protetta o grandi vini.

Viene segnalato negli ultimi anni il boom delle agrigelaterie che garantiscono la provenienza della materia prima dalla stalla alla coppetta con gusti che vanno dal latte di asina a quello di capra fino alla bufala e all’olio extravergine di oliva. Nelle agrigelaterie è particolarmente curata la selezione degli ingredienti, dal latte alla frutta, rigorosamente freschi con gusti a “chilometro zero” perché ottenuti da prodotti locali che non devono essere trasportati con mezzi che sprecano energia ed inquinano l’ambiente.

 

 

A GUSTO DEL…TERRITORIO

Una risposta alla ricerca di genuinità nel consumo di gelato dimostrata dal fatto che tra le ultime tendenze si è assistito ad una crescente attenzione ai gusti di stagione e locali ottenuti da prodotti caratteristici del territorio. Una spinta che ha favorito la creatività nella scelta di ingredienti che valorizzano i primati di varietà e qualità della produzione agroalimentare nazionale, dal gusto di basilico fino al prosecco ma, attenzione, ci sono anche le gelaterie tradizionali che si riforniscono di produttori agricoli, creando gusti rigorosamente a chilometro zero.

I consumi di gelato hanno superato i sei chili a testa all’anno in Italia secondo stime della Coldiretti e ad essere preferito è di gran lunga il gelato artigianale nei gusti storici anche se cresce la tendenza nelle diverse gelaterie ad offrire “specialità della casa” che incontrano le attese dei diverse target di consumatori, tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico o vegano.

La produzione del gelato nel mondo ha oltre cinquecento anni di storia. Le prime notizie risalgono alla metà del Sedicesimo secolo nella corte medicea di Firenze con l’introduzione stabile di sorbetti e cremolati nell’ambito di feste e banchetti. Pare, però, che fu il successo dell’export in Francia a fare da moltiplicatore globale con il debutto ufficiale in terra americana, con l’apertura della prima gelateria a New York nel 1770 grazie all’imprenditore genovese Giovanni Bosio. Da allora, la corsa del gelato non si è più fermata. E’ diventata inarrestabile, specie con il cambiamento climatico che invita alla scelta di sistemi per combattere improvvisi aumenti di temperatura. E, dunque, un gelato, anche due, diventa più di un sollievo: una necessità.

«Vergogna del nostro Paese!»

Rashford, Sancho e Saka, calciatori inglesi coloured attaccati sui social

E’ bastato che i tre ragazzi neri sbagliassero i penalty decisivi per essere oggetto di offese da parte di decine di migliaia di connazionali. Gravi episodi di razzismo nei confronti di atleti che hanno orgogliosamente indossato la maglia dei Tre Leoni. «I responsabili di questi terrificanti insulti dovrebbero vergognarsi di se stessi», sostiene il premier britannico Boris Johnson. «Sono nauseato, è totalmente inaccettabile che alcuni giocatori debbano subire questi simili comportamenti abominevoli», l’opinione del principe William.

 

Inghilterra-Italia 3-4, dopo i calci di rigore. La Nazionale azzurra vince il campionato europeo di calcio, il Leoni d’Oltremanica che avevano accarezzato l’idea di stravincerla nello stadio Wembley, perdono. Due volte, la prima sul campo, la seconda lontano dal tempio del calcio londinese. Tre ragazzi coloured hanno sbagliato i penalty, uno sul palo, gli altri due annientati dal portiere della nostra Nazionale, Gigio Donnarumma. Comincia in quel momento il massacro dei tre ragazzi che hanno indossato con onore la maglia dell’Inghilterra. Sui social messaggi di odio nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, sono loro i tre cecchini mancati, che hanno sbagliato i rigori decisivi. Johnson, il premier, giudica le cose che legge come «Commenti terrificanti, vergogna!». Il principe William, «Sono nauseato».

Eppure: «Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…». Cantava De Gregori nella sua “Leva calcistica…”, grande canzone, grande successo. E lui, grande tifoso di calcio. Mai avrebbe immaginato che quella metafora tornasse utile in questi giorni in cui l’Italia calcistica si è laureata Campione d’Europa. E mai avrebbe immaginato che un calcio di rigore potesse cambiare la vita. Invece era già successo a fior di campioni, come Roberto Baggio (Italia-Brasile) e David Trezeguet (Italia-Francia). E accadrà sempre, fino a quando a qualcuno della Fifa non verrà in mente di decidere che una finale va rigiocata, ma non più decisa con la monetina o il golden-gol.

Quella è un’altra cosa, almeno i penalty, come spiegava qualcuno sono un accadimento tecnico: chi ha maggiore personalità e tecnica e non si compone più di tanto, al triplice fischio finale dei supplementari, si avvia verso il dischetto. Prima che accada questo, tutti a filosofeggiare sulla “lotteria”, è solo questione di fortuna, “ma sì, vada come vada…”. Invece, gli inglesi, inventori del calcio, che da giorni lanciavano frasi del tipo “coming home”, come se il calcio, la Coppa d’Europa fosse finalmente “tornata a casa”, ci sono rimasti di sasso. Per usare una metafora.

Dunque, la rabbia dei tifosi inglesi esplode dopo la sconfitta della nazionale dei Tre Leoni contro l’Italia, nella finale di Euro 2020 (slittata al 2021 a causa della pandemia…). All’esterno di Wembley e in altre zone di Londra gruppi di facinorosi avrebbe aggredito alcuni tifosi italiani – come si evince dalle immagini di diversi video sui social – provocando l’intervento delle forze dell’ordine. Secondo la stampa britannica una quarantina di tifosi britannici sarebbe stata arrestata.

La rabbia esplode anche sui social con insulti razzisti nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, i tre giocatori inglesi che hanno sbagliato i tiri decisivi.  Il rigore di Marcus Rashford ha colpito il palo e i tiri dal dischetto di Bukayo Saka e Jadon Sancho sono stati parati da Donnarumma. Il diciannovenne Saka ha sbagliato il rigore decisivo, che ha dato il titolo all’Italia e ha negato all’Inghilterra il suo primo grande trofeo internazionale di calcio atteso dai Mondiali del 1966.

La Federcalcio inglese ha rilasciato una dichiarazione dicendo di essere «Sconvolta dal comportamento disgustoso» di chi lancia in rete questi messaggi. La polizia di Londra ha condannato l’abuso «inaccettabile», aggiungendo che indagherà sui post sui social media «offensivi e razzisti». Vedremo se ci sarà giustizia e se questi animali, evidentemente non ancora in via d’estinzione, la pagheranno. In Inghilterra, dicono, sono più severi.

Interviene la politica, che pensava a una gara di calcio come ad un formalità, poi gli inglesi avrebbero alzato la Coppa. Invece. «Questa squadra inglese merita di essere lodata come un gruppo di eroi, non insultata razzialmente sui social media. I responsabili di questi terrificanti insulti dovrebbero vergognarsi di se stessi», scrive su Twitter il premier britannico, Boris Johnson, dopo la rabbia social.

Anche il principe William, secondo in linea di successione alla corona britannica e presidente d’onore della Federcalcio inglese, si unisce – dopo il premier Boris Johnson – alla denuncia degli insulti razzisti contro i calciatori dell’Inghilterra che hanno sbagliato i rigori decisivi. «Sono nauseato – scrive William – è totalmente inaccettabile che alcuni giocatori debbano subire simili comportamenti abominevoli». «Questi episodi di razzismo – conclude il principe dal suo profilo ufficiale reale di Kensington Palace – devono finire ora e tutti coloro che ne sono responsabili devono risponderne». I tre ragazzi accettano le scuse, anche gli altri calciatori, gli atleti neri, i lavoratori neri, che contribuiscono ad alzare il Pil britannico. Senza loro sarebbe un’Inghilterra più povera.

Nazionale a gamba tesa

Evitato l’incidente diplomatico

Il ministro della salute, Roberto Speranza, si era opposto al giro celebrativo della squadra di Mancini. Non voleva che i giocatori salutassero i tifosi circolando per le vie della capitale con il tetto del pullman scoperto. I vincitori dell’Europeo di calcio, trofeo che mancava da cinquantatré anni, hanno posto una condizione: «O mantenete la promessa, oppure non veniamo al Quirinale e a Palazzo Chigi!». Intervento di Mattarella e Draghi: «Siamo fieri di voi, è tutto risolto, vi aspettiamo…». 

 

Il calcio è il più grande attrattore, un’ascensore sociale ha detto il Presidente del Consiglio, Mario Draghi. Promesse all’indirizzo dei calciatori azzurri alla vigilia degli Europei di calcio: «Se ci portate la Coppa vi festeggeremo per una settimana!». E più la nazionale allenata da Roberto Mancini bruciava le tappe, dal girone alle sfide toste con Austria, Belgio e Spagna, più il sogno (e la promessa) si avvicinava.

L’intero Paese comincia a crederci, anche i politici. «Se vincete contro l’Inghilterra, i padroni di casa e del calcio, festeggiamo per un mese intero!». La politica è fatta così. Promette, promette. Tanto non costa nulla. Ma spesso non si fanno i conti con l’oste, e poco importa se le promesse erano arrivate dallo stesso Draghi e confermate dallo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, volato in Inghilterra per assistere alla finale dalle tribune. In Italia, l’oste, il politico che si è messo di traverso è stato il ministro Roberto Speranza, tristemente noto non solo per un cognome sconfessato nonostante il suo impegno, ma per le misure eccessive assunte durante la pandemia.

Una mazzata inflitta al calcio per centinaia di milioni, per esempio: «Si gioca a porte chiuse, non ci sono ragioni, così è deciso e così sarà!». Come a dire, «Gliela faccio vedere io a questi eroi della domenica». Ma la vendetta, si sa, è un piatto che si gusta freddo, basta avere pazienza. Certo non sarà stata tutta questa soddisfazione aver giocato un intero campionato senza pubblico provocando gravi problemi economici alle società, ma alla fine avere avuto il coltello dalla parte del manico e prendersi una piacevole rivincita. Secondo quanto diffuso nelle ore precedenti al giro d’onore per la capitale con un bus scoperto e con i calciatori azzurri a mostrare, fieri, la Coppa d’Europa attesa per cinquantuno anni, non tutti erano d’accordo.

 

COME E’ ANDATA…

E veniamo ai fatti. L’Italia vincitrice degli Europei contro l’Inghilterra? La cosa lascia più o meno indifferente Roberto Speranza. Il ministro della Salute, da sempre ossessionato dalle misure anti-Covid, ha rischiato di far saltare la visita degli Azzurri a Roma e la festa a Palazzo Chigi.

Il pesantissimo retroscena è stato svelato dal sito Dagospia che ha raccontato addirittura di una lite tra Giorgio Chiellini e Speranza. «Il ministro – riportava dagospia – ha rimbalzato la richiesta della nazionale di noleggiare un pullman scoperto per festeggiare la vittoria agli europei». Timore del Ministero era quello che il pullman in questione, scoperto, favorisse nuovi assembramenti in città. «Il braccio di ferro – prosegue il sito – è stato così intenso che a un certo punto Chiellini ha perso le staffe». Da qui il “prendere o lasciare”: «O ci concedete il permesso, oppure non veniamo!».

 

COME E’ STATA RISOLTA

Ci pensa il premier Mario Draghi che incontra Speranza con l’obiettivo di convincerlo ad accettare la richiesta. Proprio il presidente del Consiglio aveva accolto l’intera squadra e fatto loro i più sentiti complimenti: «Un saluto collettivo e un ringraziamento profondo dal Governo, e anche da tutto lo staff di Palazzo Chigi che è affacciato alle finestre e vi guarda qui da sopra. I vostri successi sono stati straordinari». E non è finita: «Oggi lo sport segna in maniera indelebile la storia delle nazioni. Oggi siete voi a essere entrati nella storia, con i vostri sprint, i vostri servizi (l’allusione è a Matteo Berrettini, finalista a Wimbledon, ndc) i vostri gol e le vostre parate».

Dello stesso parere Sergio Mattarella: «Questo non è giorno di discorsi, ma di applausi e ringraziamenti. Complimenti! Ieri sera (riferimento a domenica…) avete meritato di vincere ben al di là dei rigori perché avete avuto due pesanti handicap: giocare in casa degli avversari in uno stadio come Wembley e il gol a freddo che avrebbe messo in ginocchio chiunque. Siete stati accompagnati e circondati dall’affetto degli italiani e li avete ricambiati rendendo onore allo sport. Così come ha fatto Matteo Berrettini. Arrivare alla finale di Wimbledon, ma la rimonta del primo set – che ho seguito personalmente prima di partire per Londra – equivale a una vittoria». Lo stesso presidente della Repubblica era in prima fila a Wembley per tifare il suo Paese. Speranza era rimasto a casa, non faceva parte della spedizione londinese. Ma, evidentemente, non voleva passare inosservato. Ce l’ha fatta, anche lui le ha “prese” dalla Nazionale, che evidentemente non conosce cosa sia una sconfitta.

Taranto, un tuffo dove l’acqua è più blu

Riflettori di Raiuno sulla Città dei Due mari

Ponte girevole, Castello aragonese, Città vecchia. Luoghi d’incanto, la gara internazionale SailGp, il santuario per i delfini “dimessi” dai delfinari di tutta Europa, la pesca con reti biodegradabili. Brillante la conduzione di Donatella Bianchi, degna di una cittadinanza onoraria. Questa provincia non è solo fumi e ambiente malsano, ma voglia di rinnovarsi e rilanciarsi.

 

Il Ponte girevole, il Castello aragonese, la Città vecchia. Riprese dall’alto, poi le Frecce tricolore di recente a Taranto per fare da contorno al SailGp, il Gran premio internazionale di catamarani che proprio a Taranto ha svolto l’unica tappa italiana. E’ iniziata così la puntata di “Linea Blu” andata in onda ieri, sabato 10 luglio, dopo il Tg1 all’ora di pranzo. A condurre con la solita brillantezza, Donatella Bianchi, giornalista Rai, diventata ormai di casa nel Salento, ma in particolare a Taranto. Tanto che non sarebbe malvagia l’idea di tributarle la cittadinanza onorari, a meno che i politici locali non ci abbiano già pensato.

A seguire, la giornalista che conduce uno dei programmi dagli alti indici di gradimento, ha intervistato una biologa, una studiosa, che hanno posto l’accento sulla creazione di una sorta di santuario per il ritorno in libertà dei delfini congedati dai delfinari, poi sul bonificare il mare dalla plastica con l’intervento di pescatori che, oggi, usano materiale biodegradabile.

Dunque, nuovo appuntamento con “Linea Blu”. Donatella Bianchi e la sua squadra, si diceva, hanno condotto il pubblico nel mare e nei vicoli di Taranto. Una città sul mare, che ha visto tante ferite negli ultimi anni nel suo tessuto cittadino, dove si può però anche trovare attenzione alla sostenibilità, con un esempio in particolare, la mitilicoltura.

 

COZZE E RETI BIODEGRADABILI

Taranto, per quest’ultimo aspetto, è una realtà importantissima e rinomata, e proprio qui, nel Mar Piccolo, è partito un progetto che sta dando ottimi risultati. Le cozze, infatti, vengono coltivate facendo uso di reti biodegradabili al posto di quelle di plastica, molto inquinanti. E la sostenibilità può passare anche dallo sport in mare. Con la puntuale informazione fornita da Donatella Bianchi, i telespettatori hanno potuto conoscere da vicino il SailGp, competizione nautica con catamarani foiling (volanti) F50. Oltre alla vela ed alla mitilicoltura, con “Linea Blu” spazio anche alle bellezze di Taranto Vecchia, come lo storico Ponte girevole, uno dei simboli della città o il Borgo antico, ancora cuore pulsante di Taranto.

Si è parlato, si diceva, del portare a Taranto, in prossimità dell’isola di San Paolo in Mar Grande, un’area per il “ricovero” dei delfini. È l’idea-progetto su cui stanno lavorando Comune di Taranto e Jonian Dolphin Conservation. Quest’ultima è un’associazione privata che ha fatto della cura e dell’attenzione ai cetacei una sua priorità e da anni organizza con successo visite al largo, nello Jonio, per portare turisti ed appassionati a scoprire le evoluzioni in mare dei delfini. Che ormai “abitano” costantemente il mare di Taranto, anzi nei giorni del lockdown alcuni esemplari sono stati anche avvistati nel tratto di mare vicinissimo alla città.

 

DELFINI, SANTUARIO EUROPEO

Quello cui pensano Comune di Taranto e JDC è un centro di recupero e rieducazione alla libertà dei delfini provenienti da delfinari sparsi per il Mediterraneo e l’Europa. La localizzazione ideale è stata individuata nell’isola di San Paolo, nella rada del Mar Grande di Taranto, poiché lo si ritiene un sito adatto da allestire secondo le esigenze di questo progetto di respiro internazionale. L’isola appartiene alla Marina militare (come anche la vicina isola di San Pietro), ma il Comune ha avviato un confronto sulla permuta delle aree ancora della Marina, del ministero della Difesa e del Demanio. Obiettivo è quello di predisporre un percorso condiviso per il trasferimento delle stesse in favore del Comune di Taranto e della collettività jonica.

Come per ciascuna puntata di “Linea Blu”, ad accompagnare Donatella Bianchi nel suo viaggio, abbiamo assistito ad un servizio di Fabio Gallo, questa volta ospite a Porto Cesareo, bellissima località della penisola salentina.

«Mi gira la testa…»

Camara, maliano, vittima di un infarto

Ventisette anni, lavorava in un campo. Aveva chiesto ai colleghi di rovesciargli addosso secchiate di acqua fresca. Finito un massacrante turno di lavoro, temperatura a quaranta gradi, prende la strada di casa. Pedala sulla sua bicicletta, quando un altro malore gli è fatale. Un automobilista prova a prestargli soccorso. Diverse le vittime in questi giorni, fra cantieri edili e campi per raccogliere frutta e angurie.

 

«Ragazzi, ho un capogiro, qualcuno prenda dell’acqua e me la versi sulla testa: il sole, oggi, non perdona». Impensierisce un fratello di colore, che in teoria sopporterebbe il caldo più e meglio di un bianco. Invece, quel maledetto giorno non è proprio così. La temperatura è intorno ai quaranta gradi, non si schioda da lì. Hai voglia che qualcuno dica “…al diavolo i soldi, smettiamo di lavorare, qui possiamo rimetterci la pelle”.

E a rimettercela è proprio lui, Camara Fantamadi, appena ventisette anni. E’ lui che aveva avuto uno, due capogiri mentre lavorava nei campi e chiedere ai colleghi dell’acqua fresca per riprendersi da quei giramenti di testa. «Non vorrei mi venisse un colpo di sole», dice agli amici, quasi avesse la sensazione che quel giorno qualcosa proprio non andasse. Il colpo di sole è l’anticamera dello svenimento, del collasso per disidratazione. Se non bevi costantemente, il sudore ti frega, tira fuori quelle forze residue che il caldo ti sta divorando.

Camara aveva 27 anni. Quel giorno aveva lavorato ore nei campi, sotto il sole del nostro sud, non lontano dalla sua Africa, lui che era maliano. All’improvviso un malore, mentre tornava a casa, in sella alla sua bicicletta gli è stato fatale. Camara si è accasciato sull’asfalto e per lui ogni soccorso è stato inutile.

 

BUTTATEMI ACQUA SUL CAPO…

Questa storiaccia, purtroppo non isolata, perché altro è accaduto e, purtroppo, accadrà, si è verificata nel Brindisino, dove il termometro in questi giorni raggiunge spesso i 40 gradi. Camara, che di cognome faceva Fantamadi, potrebbe essere morto per un infarto. Pare che, mentre era al lavoro, avesse accusato – come si diceva, provando a descrivere la dinamica degli eventi rivelatisi fatali – dei giramenti di testa al punto da chiedere ad alcuni colleghi di gettargli dell’acqua fresca sul capo.

Poco dopo, purtroppo, il malore. Gli inquirenti hanno immediatamente provato a fare ipotesi sul fatto che la tragedia fosse in qualche modo legata alla fatica e al forte caldo. Camara Fantamadi, originario del Mali ma residente a Eboli, era arrivato in Puglia da pochi giorni per raggiungere suo fratello e lavorare come bracciante per sei euro all’ora.

Una tragedia che si è verificata sulla strada che collega il quartiere La Rosa di Brindisi alla frazione di Tuturano. Ad accorgersi del giovane immigrato finito disteso a terra, il corpo esanime. E’ stato un automobilista di passaggio ad essersi fermato per prestare soccorso. Il ragazzo era già a terra, privo di sensi. A quel punto l’arrivo dei soccorritori del 118, ogni tentativo di rianimarlo risulta vano. Sul posto anche gli agenti della Polizia locale, mentre il Pubblico ministero dopo le prime indagini dispone la consegna della salma alla famiglia per l’ultimo saluto. Amici e conoscenti fanno una colletta per Camara, per fare in modo che quel ragazzone riposi in pace nel suo paese d’origine.

Intanto, è bene ricordare che solo pochi giorni prima, a Nardò (Lecce) era scattato il divieto di lavoro nei campi tra le 12.30 e le 16.00. Una decisione del sindaco, Pippi Mellone, a tutela dei braccianti, nei giorni considerati di particolare rischio. In questo periodo, proprio per la raccolta di ortaggi e angurie, sul territorio si registra un aumento notevole dei lavoratori.

 

PURTROPPO, NON E’ L’UNICO

Spesso le ore centrali della giornata, quelle più calde, sono potenzialmente più dannose per la salute degli stessi lavoratori, dicono. Attività che si svolgono all’aperto, sotto il sole, e spesso con l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale anti Covid, qualcosa che complica ulteriormente il quadro. Provate voi, con questo caldo infernale, a respirare con una mascherina sistemata su naso e bocca.

Nei giorni scorsi, sempre in Puglia, stavolta a Galatina, un’altra vittima. Un trenticinquenne che stava distribuendo volantini. Un collasso improvviso che non gli ha dato scampo.

A Taranto, invece, è scattata, veloce, la richiesta di bloccare il cantiere per la realizzazione dell’ospedale San Cataldo durante questi giorni di caldo. «Con temperature superiori ai 35 gradi stop all’attività», ha chiesto la Filca Cisl, che ha denunciato tra gli edili i casi di un operaio in coma e altri tre collassati.

«Il gran caldo e i ritmi di lavoro, inaccettabili, rischiano di provocare altre tragedie», dicono. Stando al sindacato, un operaio è risultato completamente disidratato: condizioni preoccupanti le sue, tanto che al momento pare sia ancora intubato. «Lavorare dalle 7.00 alle 16.30, in queste condizioni, è davvero impossibile, ne va dell’incolumità dei lavoratori. E se parliamo di un cantiere pubblico, fate voi stessi le debite considerazioni».

«Un’oasi di pace»

Canale 5 e le bellezze della nostra Puglia

Parte da Torre Guaceto la disamina del notiziario della rete ammiraglia Mediaset. Da Brindisi a Carovigno, alle masserie della zona, alla bellezza della Valle d’Itria. Mare cristallino, macchia mediterranea e zona incontaminata. Ma anche viti e vigneti, gastronomia e bellezze storiche, dalle basiliche al barocco, al tesoro della Magna Grecia. Masserie, ideali per un sano relax o per confrontarsi, indisturbati, su temi come industria e commercio. E pensare che qui volevano costruire una centrale nucleare…

 

«Oltre tremila ettari di natura incontaminata e ancora selvaggia, otto chilometri di costa con mare cristallino e azzurrissimo, zone umide che si alternano alla macchia mediterranea: siamo in Puglia, sulla Costa adriatica dell’Alto Salento, nella Riserva naturale dello Stato e nell’Area Marina Protetta di Torre Guaceto». Comincia pressappoco con queste parole un servizio del Tg5, il notiziario di Canale 5, tv ammiraglia di Mediaset. Rende omaggio a una parte del Tacco d’Italia, la nostra Puglia, regione della quale in molti si ricordano solo in estate. Canale 5, come le altre tv Mediaset, da Italia 1 a Retequattro, in realtà realizzano numerosi servizi sulla Puglia in tutte le stagioni. Si parla di Arcelor Mittal, va bene, come ignorare le vicende politiche e non solo, legate al siderurgico tarantino, ma spesso e volentieri giornalisti e inviati si dedicano tutto l’anno alle bellezze del nostro territorio. Dunque, il mare cristallino, le spiagge assolate e bellissime da provocare invidia anche a Miami. Nel resto dell’anno, però, Tg5 e le altre redazioni del gruppo Mediaset, fanno servizi sull’accoglienza proverbiale dei pugliesi, dei prodotti tipici della nostra terra, di vigne e vigneti, di gastronomia, monumenti e basiliche, barocco e bellezze dell’antica Magna Grecia.

Stavolta il servizio è di carattere estivo. E che facciamo, lo respingiamo? Tutt’altro, lo accogliamo a braccia aperte quale contributo al lavoro informativo che da questo sito svolgiamo da tempo. E Torre Guaceto fa parte di questo ventaglio di proposte spesso indicate con nei nostri servizi. Torre, bellissima, situata tra Brindisi e Carovigno. Incastonata in una regione, la Puglia, di grande bellezza e interesse naturalistico. Incantevole. Una zona nella quale in più occasioni vi abbiamo segnalato la bellezza delle masserie e dei “buen retiro”, come la Masseria Don Cataldo, avvitata nel cuore della Valle d’Itria. Meta ideale per trascorrerci le vacanze e periodi in assoluto relax, senza contare l’eventuale occasione per farne meta di incontri per quanti sono attivi nell’industria e nel commercio.

Dunque, Torre Guaceto. All’interno della riserva si trova un’antica Torre costiera di avvistamento, chiamata Guaceto, da cui la riserva prende nome. Un’area davvero speciale, perché composta da due distinte zone protette: una marina e l’altra terrestre, gestite da un unico ente.

E il servizio del Tg5, ripreso dal TgCom, prosegue con una serie di indicazioni, tutte importanti e che non fanno altro che confermare quanto sia un “investimento”, per gli occhi e la salute, fare le vacanze da queste parti. Il centro della Riserva è costituito proprio dall’antico edificio militare aragonese, risalente al Cinquecento: il suo nome, Guaceto, evoluzione dell’antico toponimo arabo Gawsit, che significa “acqua dolce”, rivela che questa zona costituiva un approdo sicuro in cui le navi potevano sostare e rifornirsi di acqua e delle derrate fresche di cui avevano bisogno.

Tutto intorno alla Torre domina la natura: attraversando la regione a volo di uccello, dal mare verso l’entroterra, si osserva il susseguirsi di ambienti diversi: prima il mare, con i suoi fondali nei quali prospera una importante prateria di posidonia oceanica e, nei punti più profondi, il coralligeno. Segue il litorale con le spiagge e le dune sabbiose, che lentamente cedono il posto qua e là a zone umide e  alla macchia mediterranea, infine i campi coltivati e gli uliveti.

Torre Guaceto è un’area di importante biodiversità. In quest’ambiente trovano rifugio numerose specie animali, diverse per caratteristiche e abitudini: i più fortunati possono avvistare qualche timido mammifero notturno, tra cui il tasso, la donnola o la faina, che di giorno per lo più si nascondono nelle loro tane scavate nel terreno, ben mimetizzate nella vegetazione. Tra gli uccelli che fanno sosta nella Riserva, si possono avvistare numerosi passeriformi, tra cui il pendolino e l’usignolo di fiume, ma anche uccelli di dimensioni maggiori come il porciglione, gli aironi, il tarabuso e anche alcuni rapaci, tra cui il falco di palude.

Torre Guaceto continua, dunque, ad essere un luogo sicuro per numerose specie marine e terrestri. Qui tornano alla vita gli esemplari messi in pericolo dall’impatto antropico esercitato sul mare e sulla terra. Per difenderli e tutelarli il più possibile, il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto ha aperto due strutture a loro dedicate: il Centro recupero fauna selvatica ed il Centro recupero tartarughe marine, con l’intento e l’obiettivo di preservare i sistemi ecologici presenti, di ripristinare i luoghi degradati e di promuovere modelli di sviluppo territoriale sostenibili.

Nella fase attuale, inoltre, l’ente sta lavorando in rete con altre realtà pugliesi per il tracciamento degli spostamenti delle tartarughe marine a seguito della liberazione. Grazie ad un trasmettitore satellitare, infatti, gli operatori possono visionare i percorsi di mare battuti dagli esemplari curati presso il proprio centro. Il fine ultimo è quello di aumentare i livelli di tutela della specie in tutto il Mediterraneo.

La necessità di tutelare e proteggere quest’oasi naturale è stata avvertita intensamente fino dagli anni Settanta. L’interessamento va riconosciuto alla marchesa Luisa Romanazzi Carducci, membro del direttivo del WWF Italia, a iniziare a combattere per preservarla. Nel corso degli anni è stato sventato il progetto di costruire qui persino una centrale nucleare, oltre a un certo numero di lottizzazioni per insediamenti turistici. Per fortuna, alla fine Torre Guaceto è diventata un’area protetta e si conserva in tutta la sua selvaggia bellezza fino ad oggi.

Molte zone dell’area sono comunque fruibili anche turisticamente, pur nel rispetto delle normative di tutela. Nella parte Nord della zona costiera è possibile andare in spiaggia e fare il bagno a Punta Penna Grossa, dove è disponibile un’area attrezzata con ombrelloni e lettini. Il mare è bellissimo, con il suo colore blu intenso e le sue acque cristalline.

In questa zona è stato anche ideato un modello di pesca sostenibile, Nel rispetto del mare e insieme dei pescatori locali: la pratica di pesca condotta a Torre Guaceto è oggi presidio slow food, così come il pomodoro fiaschetto, un’antica cultivar riscoperta grazie all’impegno del Consorzio e degli agricoltori della riserva, coltivato nelle aree agricole dell’area protetta.

La Riserva è una meta turistica sostenibile certificata CETS (Carta europea del turismo sostenibile), un riconoscimento assegnato all’Area Marina Protetta nel 2016. Attualmente la procedura è in fase di rinnovo.

«Tutto il mondo è paese»

Gli italiani pendolari che lavorano in Svizzera definiti “ratti”

«Sta accadendo come in Italia, gli stranieri visti come ladri di lavoro e denaro. Una campagna contro chi ogni giorno supera il confine per venire a prendere uno stipendio, anche modesto. Ne approfittano in molti, c’è chi lavora per fame, proprio come succede da noi con i nordafricani…»

 

«Tutto il mondo è paese», dice una ragazza. «Ci chiamano topi, perché verremmo qui a mangiare il formaggio e poi andare via, approfittando della loro generosità». E poi, «Come in Italia qualcuno prova a respingere gli immigrati che chiedono asilo in Italia, anche noi che lavoriamo in Svizzera dai residenti subiamo torti a non finire», aggiunge una collega. E ancora, «Molti li prendono per fame: con la crisi che c’è – ci dicono – bere o affogare: così non mi sento di biasimare che accetta per stato di necessità, ma più andiamo avanti e peggio è…».

Sono cinquantamila i lavoratori, cosiddetti “frontalieri”, che ogni giorno lasciano l’Italia – Paese di fronte… – per recarsi al lavoro in Svizzera. E’ un flusso crescente di auto e pendolari negli ultimi anni in costante aumento, che ha portato esponenti politici di destra a chiedere un referendum popolare per cambiare la Costituzione elvetica e imporre  dei tetti demografici in entrata.

 

REFERENDUM, «VIA I TOPI!»

Gli stranieri come gli italiani, infatti, sono accusati di aver causato il dumping (ribasso) salariale e di avere accresciuto l’inquinamento. Da qui la delusione da parte degli italiani nei confronti del 68% dei ticinesi che ha votato “sì” all’introduzione dei tetti. “Invece di bloccare  gli immigrati, avrebbero dovuto imporre un salario minimo per evitare il dumping”, dicono i sindacati.

Gli italiani visti come topi. Ratti dice uno spot promosso qualche tempo fa. Una campagna pubblicitaria che trasformava di colpo tanto gli italiani che i romeni in ratti che affondano i denti nel formaggio, che poi sarebbe Canton Ticino.

Fece scalpore un’inchiesta de La Stampa nella quale documentava una crociata cominciata quasi per gioco sui social è finita su enormi cartelli pubblicitari nelle strade. Il ratto piastrellista transfrontaliero Fabrizio, sul manifesto sotto accusa, è protetto da un elmetto giallo.

Un uomo di cinquanta anni, muratore, ha denti gialli, devastati da cure al risparmio e dita precocemente invecchiate dalla nicotina. Tutte le mattine si alza alle cinque per oltrepassare la frontiera in tempo per l’apertura del cantiere. Compie chilometri, incrocia eleganti ville circondate da parchi in cui, grazie al microclima, le palme convivono con gli abeti. Lui, però, per casa ha un bilocale e sospira mentre legge lo slogan che campeggia sui muri: «Cinquantamila frontalieri», visti come topi. Una immagine peggiore non poteva esistere per descrivere i ratti, appunto, che divorano formaggio. «Pensavo che il razzismo fosse acqua passata con gli Anni Settanta – dice il muratore – e, invece, punto e a capo: ci tocca essere pubblicamente insultati».

 

MA QUANTE OFFESE…

E il dibattito, le polemiche molto pesanti, fino a gravi offese, prosegue sul sito della campagna pubblicitaria xenofoba. Il Canton Ticino visto come una grossa forma di formaggio e gli stranieri che vi lavorano o che ne limiterebbero il sistema bancario, come dei volgarissimi topi.

Che, come dice il proverbio, «quando il gatto non c’è, ballano». Il gatto simboleggia il permissivismo che, secondo il promotore – scriveva La Stampa – della campagna pubblicitaria xenofoba, favorisce un tale banchetto. Protagonisti dello scialo al gruviera sono: il topo-piastrellista Fabrizio frontaliere di Verbania; l’avvocato lombardo Giulio che con il suo scudo raffigurante tre monti respinge il franco svizzero (mai allusione al ministro all’Economia Tremonti fu più chiara di così); il romeno Bogdan che con la mascherina blu stile Banda Bassotti è l’inequivocabile esemplificazione del malvivente.

E pazienza se il papà dei tre terribili ratti è figlio di due immigrati calabresi. Il pubblicitario Michel Ferrise non prova imbarazzo a rinnegare le sue radici. «Il committente mi aveva chiesto un messaggio forte, provocatorio e io ho eseguito, ma di certo non odio né gli italiani, né i romeni. Anche se in effetti qualche problema lo stanno creando». Fiato sprecato cercare di conoscere l’identità di chi ha commissionato la pubblicità. «Non posso svelare, segreto professionale».

Molti pensano che il committente possa essere un banchiere svizzero stanco della volontà dell’ex ministro del Governo Berlusconi che si sarebbe impegnato nel sottrarre ricchezze e lavoro al sistema creditizio elvetico.

 

 COME IL GATTO COL TOPO

I politici di destra ticinesi, intanto, giocano come farebbe il gatto col topo. Negano di essere i mandanti dell’operazione. Ma la accolgono a braccia aperte. «Da anni ci battiamo per i diritti della popolazione svizzera», dicono. «I temi sono proprio i nostri – aggiunge un rappresentante politico di un destra che con il 30% dei consensi costituisce il primo partito in Svizzera – è da anni che anche noi ribadiamo un netto “no ai frontalieri, no ai delinquenti dei Paesi dell’Est, no a una politica bancaria che non ci tutela”». Sembrano discorsi già sentiti in questi anni, contro i ragazzi venuti dall’Africa in cerca di speranza e lavoro, di un’opportunità per rifarsi una vita decorosa.

Rincara la dose un barista svizzero: «C’è già poco lavoro per noi, basta con il sostenere chi arriva da oltre confine». Nel Canton Ticino, su 300 mila residenti (di cui 150 mila rappresenta la forza occupazionale), cinquantamila lavoratori sono frontalieri.

È comunque vergognoso definire i “frontalieri” italiani ratti e chiamare in causa come ratto uno dei ministri di un altro governo. Oltre a danneggiare l’immagine dell’Italia e dei suoi cittadini che in Svizzera lavorano, producono e pagano le tasse, rischia di creare tensione sociale. Diventa complicato pensare che un Paese come la Svizzera, con alle spalle oltre cinquecento anni di democrazia, possa accettare simili espressioni.

Ma le campagne pubblicitarie non si fermano qui. Anzi, nuove sorprese sono annunciate. Come tre enormi comparse travestite da ratti. Farà ridere a qualcuno, per qualche altro sarà un altro bel colpo mediatico, soprattutto se si pensa che è il fantomatico committente dell’offensiva lanciata contro i “ratti” italiani, sforna un budget dietro l’altro. E pare, purtroppo, che non finisca qui.

«Ecco i miei eroi!»

Freddie, americano, abbandonato fra i rifiuti e adottato da gente modesta, ma dal cuore d’oro

«I miei genitori adottivi mi hanno insegnato i valori, l’educazione, a ragionare e non reagire». Nathan e Betty, già in età avanzata, lo accolsero in casa, il papà gli comprò un computer scassato, che il piccolo rimise in moto. Poi il brevetto milionario per seguire gli anziani malati di Alzheimer, una compagnia di telecomunicazioni e una fondazione per aiutare i più deboli. 

 

«I miei genitori adottivi sono stati i miei eroi e i miei modelli di vita», dice Freddie Figgers, trentunenne americano, nero, abbandonato dalla mamma dopo appena due giorni dalla sua nascita in un cassonetto dell’immondizia. «Papà e mamma, non più giovani, e che in passato avevano avuto piccoli in adozione, non appena vennero a conoscenza del mio abbandono, per giunta in quel modo abbietto, come fossi un rifiuto, non esitarono nemmeno un momento a chiedermi in adozione».

I suoi genitori, i suoi «eroi», come li chiama lo stesso Freddie, sono l’artigiano Nathan e la moglie Betty, contadina in una comunità agricola. Nonostante non fossero più giovanissimi, avessero una posizione sociale modesta – ecco l’atto eroico, secondo Freddie – decisero di adottarlo dopo aver già cresciuto diversi bambini in affidamento. A due giorni dalla sua nascita e da un destino che sembrava per lui ormai segnato, dunque, il piccolo abbandonato nel cassonetto dell’immondizia, aveva trovato una famiglia, adottiva – ma questo non lo consideriamo nemmeno un dettaglio, i bambini sono di chi li cresce, li educa – ritrovò nuovamente una famiglia adottiva, povera ma felice.

Per Freddie, Nathan e Betty, divennero dei veri e propri modelli da seguire. Un quotidiano nazionale, il Messaggero, che ha ripreso la notizia, ha riportato le dichiarazioni di Freddie Figgers: «I miei genitori adottivi sono stati i miei eroi e i miei modelli di vita».

 

GENIO E MANAGER

Oggi Freddie è  sposato con una avvocatessa e padre di bella una bambina che si coccola non appena i suoi impegni lo consentono. «La mia piccola non deve patire nemmeno un solo istante quanto mi è accaduto: non ne ho memoria, ma deve essere triste crescere con il chiodo fisso di essere stato trattato come se fossi spazzatura», avrà ripetuto mille e mille altre volte ancora.

Nel corso della sua infanzia, infatti, il ragazzo che ha studiato e successivamente diventato un manager milionario, ha dovuto anche lottare contro i soliti imbecilli, bulli da strapazzo, che con miserabile fantasia lo chiamano “immondizia” ficcandolo nei bidoni della spazzatura. Il padre, Nathan, non alimentava in lui l’odio. Il discorso era molto semplice: la dignità va conquistata intelligenza e tenacia, così alla fine Freddie ha deciso di seguire questi saggi consigli.

Il giovanotto oggetto di scherno da parte dei ragazzacci del quartiere, dimostrò subito di essere un vero genio. Papà Nathan riuscì a mettere da parte ventisette dollari per comprargli un MacIntosh, non funzionante, ma che il figlio riuscì a riparare e far ripartire. Iniziò così a riparare i computer della scuola passando poi a quelli del municipio. A quindici anni, come ha scritto “Il Messaggero”, Freddie decise di lasciare la scuola e dedicarsi al lavoro che lo portò a disegnare software.

 

UNA SOCIETA’ DI TELECOMUNICAZIONI

A ventuno anni gestiva già una rete di banda larga diventando il più giovane imprenditore di settore in tutti gli Stati Uniti, tanto che ad oggi è ancora l’unico proprietario afroamericano di una società di telecomunicazioni: la Figgers Communication. Gli anni avanzavano, il padre Nathan ben presto iniziò ad avere i primi sintomi dell’Alzheimer e Freddie riuscì ad inventare un congegno caratterizzato da un circuito, un microfono da 90 MHz e una scheda di rete che permetteva di rintracciarlo fuori casa. La vendita dei diritti di questa sua invenzione gli fruttò oltre due milioni di dollari.

Con parte del denaro avrebbe voluto comprare al padre l’auto dei suoi sogni e una barca, ma il genitore si spense prima del tempo. «L’esperienza – ebbe a dire Freddie – mi ha insegnato che i soldi non sono altro che un mezzo, quel giorno ho deciso che avrei cercato di fare del mio meglio per rendere il mondo migliore prima di quando dovrò lasciarlo».

In comune con il padre adottivo l’uomo sembra avere la grande generosità. Non è un caso, infatti, che Freddie abbia aperto una fondazione che raccoglie fondi per assicurare la copertura delle spese sanitarie per le comunità meno abbienti del nord della Florida. Ma ha fatto anche di più: si è impegnato, inoltre, a pagare la retta universitaria ai giovani talenti provenienti da famiglie meno abbienti.

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