«Riti virtuali…»

Settimana santa, il rito della “lavanda” un anno fa

Appena un anno fa l’invito ai nostri ragazzi. L’entusiasmo di Samuel, le parole di dom Antonio Perrella dell’Ordine Monastico ecumenico Cristiana fraternitas. Venerdì 10 aprile lo stesso abate tratterà su facebook il tema “Tutti sotto la stessa croce”. «L’impegno di Costruiamo Insieme, che fa sentire i ragazzi venuti dall’Africa meno ospiti e più italiani…».

A poco più di una settimana dalla Santa Pasqua, ci viene in mente lo scorso anno. Samuel, trentadue anni, nigeriano, fede cristiana, accetta la partecipazione ad uno dei riti che precedono la Settimana Santa. I Sacri riti, a Taranto, hanno un peso specifico che nessun’altra città italiana possiede. In Europa condivide il primato con la sola Siviglia. Anche lì dal Giovedì santo in poi, la città si ferma in una accorata preghiera. C’è chi studia, lavora, risiede all’estero, al Nord, in altri comuni italiani. E fa di tutto per stare in quei giorni nella sua Taranto.

Quest’anno, come risaputo, per una volta, i rituali che anticipano, vivono e posticipano la Settimana santa, saranno virtuali. Mai accaduto che questi, i Sacri riti, si svolgessero mediante i social, attraverso internet, i canali televisivi, ma senza fedeli. Sua santità, papa Francesco, già la scorsa settimana aveva impartito “Urbi et orbi” una speciale benedizione, in una piazza San Pietro completamente vuota. Una pioggia sottile, aveva bagnato le parole del Santo padre che si era rivolto non solo alla comunità cattolica, ma a tutti i fedeli, di tutte le religioni per pregare affinché fosse scongiurato il pericolo del Covid-19, il coronavirus che ha seminato vittime e segregato in casa milioni di persone.

Un anno fa, Samuel, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine di piazza Giovanni XXIII di Taranto, ospite dei nostri studi per rilasciare un’intervista proprio sui Riti della Settimana santa a Taranto, ci mette in contatto con dom Antonio Perrella, abate dell’Ordine monastico ecumenico Cristiana fraternitas. Ci accoglierà nella Chiesa anglicana a Taranto che ha sede alle porte della città, a pochi passi dall’ex ospedale “Testa”, in contrada Rondinella. «Vorrebbe officiare la lavanda dei piedi – spiega don Marco – e vorrebbe invitare uno dei nostri fratelli neri, ospiti di un Centro di accoglienza, sareste disposti ad accettare l’invito?».

«I DIVERSI SIAMO NOI!»

«Volentieri – accetta Samuel, il giorno dopo – mi sento lusingato di prendere parte al rito della Lavanda dei piedi, come nostro Signore fece il Giovedì santo con i suoi dodici apostoli prima di essere arrestato dai soldati su indicazione dei sommi sacerdoti: sono cristiano e prego sempre, almeno una volta al giorno». Conosce il Vangelo, Samuel, la sua partecipazione al rito cristiano sarà totale. Frate Antonio fa giungere all’oggi trentaduenne nigeriano, il motivo dell’invito. «Samuel, i diversi siamo noi – spiega l’abate – che, purtroppo, ancora oggi abbiamo stupidi pregiudizi, quando invece ragazzi come te, si stanno integrando nella nostra società con grande impegno, grazie anche all’ausilio di cooperative che, come Costruiamo Insieme, fanno accoglienza in modo professionale, così da far sentire i ragazzi venuti dall’Africa meno ospiti e più italiani…».

Samuel prima di sfilarsi una scarpa e un calzino, per sottoporsi al rito della lavanda, racconta brevemente la sua storia. «Sono venuto via dalla mia Nigeria e dai miei affetti più cari – racconta – in seguito a contrasti familiari diventati sempre più feroci: in un terreno di proprietà della mia famiglia, avevamo trovato del petrolio; al solo sentire il profumo di quella che sarebbe diventata una fortuna per noi, ecco che arrivarono nostri parenti: pretesero prima una fetta di quel terreno, poi tutto per intero, con atti di forza e violenza; in Nigeria, purtroppo, funziona così…».

In Nigeria ha lasciato papà, tre fratelli e due sorelle. La mamma non c’è più. «Furono loro – ricorda Samuel con un velo di tristezza – a dirmi di fuggire: meglio sapermi lontano e vivo, che non vicino ma non più in vita; scappai, mi imbarcai; era il 30 aprile di tre anni fa: un viaggio breve, una imbarcazione di fortuna, a bordo con una trentina di ragazzi: in mare alle quattro del mattino, poche ore un peschereccio ci avvista e ci segnala a una nave che ci carica a bordo per lasciarci in Sicilia: dopo quattro giorni, a Taranto, dove spero di restarci a vita, a meno che qualcuno non mi offra un corso e un lavoro da elettrauto, da operaio di infissi, imbianchino, qualsiasi cosa, in un’altra città».

«SENTITE SAMUEL…»

Frate Antonio prende la parola. «Avete sentito Samuel – spiega ai fedeli riuniti in preghiera – un ragazzo educato, di sani principi e una grande voglia di trovare una sistemazione in Italia, un Paese ospitale, che sa accogliere a braccia aperte chiunque invochi aiuto: ci attiveremo tutti insieme per trovare un lavoro, seppure saltuario, a un giovane che sentiamo già parte della comunità».

Samuel che lo scorso anno ancora non parlava perfettamente l’italiano, ma nel frattempo ha compiuto passi da gigante, ringrazia. Viene invitato a leggere un passo di una lettura. Vorrebbe declinare l’invito, ma affianca lo stesso frate Antonio che gli fa da suggeritore quando occorre. Il ragazzo nigeriano va avanti speditamente, raccoglie i sorrisi e i complimenti di tutti. Poi la funzione religiosa, la lavanda dei piedi. Dom Antonio, presiede la celebrazione capitolare ecumenica in occasione della Pasqua con il segno della lavanda dei piedi. Samuel, uno dei fratelli al quale l’abate, lava e bacia i piedi. «Samuel è uno dei nostri fratelli – conclude l’abate – è entrato di diritto nel Monastero ecumenico, sarà nostro gradito ospite tutte le volte che vorrà per pregare il Signore, anche in compagnia dei fratelli che condividono con lui il dolore della fuga e la gioia di avere trovato un Centro di accoglienza e una comunità cristiana aperta a chiunque voglia fare una esperienza di spiritualità inclusiva».

Intanto, quest’anno in occasione del Venerdì Santo, ci fa sapere dom Antonio Perrella, il prossimo 10 aprile alle 20.30 in diretta dalla pagina facebook (Christiana Fraternitas Comunità d’ispirazione monastica benedettina) lo stesso abate tratterà il tema “Tutti sotto la stessa croce”, Percorso meditativo sulla Passione di Cristo.

 

«Restiamo a casa»

Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro contro il coronavirus

Dal sito di Costruiamo Insieme sferra l’attacco al Covid-19. Fra le mura domestiche e un ragù domenicale nasce il suo invito. «Per ora resta a casa, fallo per te e per me e per noi», canta. «Ho ancora nella mente le immagini di quanti, a Milano, assalivano il treno che li avrebbe riportati a casa…», dichiara il popolare artista salentino. Dai social sensibilizza, dalle finestre emoziona con Modugno e Daniele.

E dopo l’invito di Roby Facchinetti, dalla sua Bergamo, la città più colpita dal coronavirus, un altro artista a noi caro, sferra il suo attacco alla paura da coronavirus dal sito di “Costruiamo Insieme”. E’ Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, che non si sottare nemmeno un istante alle sue responsabilità di artista popolare e mette a disposizione della causa le sue abilità in veste di autore come di interprete.

Cantante e autore di molti dei successi della formazione salentina, Sangiorgi è uno degli artisti più amati e attivi nel sensibilizzare i cittadini nel seguire le norme utili a combattere un virus che ha steso mezzo mondo. Ha fatto flashmob cantando dal balcone di casa, a Roma, ha rilasciato dichiarazioni mediante social, interviste ai giornali e scritto una canzone. Titolo inequivocabile: “Restiamo a casa”, brano nato fra le mura domestiche. Anche lui, Giuliano, a causa del Covid-19 è in qualche modo ai “domiciliari”. Gli sarebbe piaciuto, tornare nel suo Salento, stare accanto – virtualmente, s’intende – ad amici, parenti, conoscenti, concittadini. E, invece, gli è toccato restare nella sua casa di Roma, lanciare messaggi, dichiarazioni, attraverso qualsiasi cosa: finestre, sito, facebook, instagram, lui che è uno degli artisti più “cliccati” in assoluto.

Sangiorgi 3 - 1

QUELLE FUGHE DA MILANO…

Anche stavolta gli è toccato mettere a disposizione della gente la sua popolarità. Mai tirato indietro. Non è tornato in Puglia, Giuliano, ma pensa a quanti proprio non ce l’hanno fatta a resistere lontano da casa. «Le immagini di tutte quelle persone che scappavano da Milano e assalivano l’ultimo treno che li avrebbe riportati a casa, dai propri affetti, sono ancora impresse nella mia mente…», la prima reazione a caldo del cantante dei Negramaro. Non resiste alla tentazione di suonare e fa una diretta su Facebook. Molti propongono un flash-mob e Giuliano imbraccia la sua chitarra, spalanca le finestre e canta “Meraviglioso” di Domenico Modugno, alla maniera della formazione salentina. Merita anche spazio l’inossidabile Pino Daniele, che cantava “…tanto l’aria adda cagna’…”, uno dei passaggi della romantica “Quanno chiove”.

Per non diventare matto, Giuliano, prende la chitarra fra le mani. Due accordi e un appunto. Bisbiglia qualcosa, rimanda a mente un verso e scrive. Nasce così “Restiamo a casa”. Strano che la vita “normale” per un artista cominci proprio dallo stare più o meno ai domiciliari. «Cucino il ragù della domenica – spiega Sangiorgi – fingo che sia tutto normale, come sempre; giro e rigiro quel sugo, che Stella  ama tanto». Stella, la sua piccola, ha fatto passi da gigante, ha imparato a camminare in fretta, “su due piedi” verrebbe da dire. Papà Giuliano se la prende comoda, nonostante il ragù reclami un intervento supplementare. «Smetto, lo faccio “riposare” e penso che ho del tempo per mettere nero su bianco i miei pensieri e, magari, ho il tempo pure di cantarli, prima di riprendermi cura del mio ragù».

Non ci ha pensato un attimo prima di comporre “Restiamo a casa”. «Sento che è giusto condividere queste parole nuove con voi, scritte per voi, per me… per capire o per cercare almeno di farlo: la musica, tante volte, mi ha aiutato a comprendere, a comprendermi».

QUANTO AIUTA UNA CANZONE

Sangiorgi e il rapporto con le sue canzoni. «Tante canzoni, quelle rimaste nel cassetto – vi assicuro – mi hanno aiutato tanto, anche senza essere pubblicate, senza essere dei successi…». Scrivere è come guardarsi dentro, provare a tirare fuori sentimenti, emozioni che sfiorano la pelle e devono diventare parole, semplici, per arrivare nel più breve tempo possibile a chi ascolta. E’ il senso di “Restiamo a casa”. «Questa voglio dedicarvela, per annullare le distanze e per sentirvi in questa stanza tutti; torno al mio ragù e vi aspetto, aspetto che tutto torni a girare nel senso giusto come questo mio ragù, come questa mia canzone…». A questo punto diventata di dominio pubblico.

L’attacco del testo, inequivocabile. Sangiorgi si fa interprete del desiderio di qualsiasi italiano abbia a cuore i propri affetti. Lo fa da par suo, da poeta, parole semplici, dritte al cuore. Ma anche alla mente. “Vorrei incontrarti, ma non si può – canta Giuliano in “Restiamo a casa” – sono ore, lunghe ore passate solo ad aspettare che qualcuno sappia dire qualcosa che faccia sperare, che questa maledetta storia sia sul punto di finire…”. E’ un messaggio importante, fondamentale, quello del cantante dei Negramaro, l’unica strada perché “insieme, finalmente, noi domani torneremo a uscire”. Questo il contributo di uno dei nostri artisti più amati, che non a caso completa la sua canzone con un invito: “Per ora resta a casa. Fallo per te e per me. E per noi!”.

Puglia, nuova impennata

Coronavirus, i contagi comunicati dalla Regione

A Galatina, incendio in ospedale. Dalla CEI tre milioni per le strutture sanitarie. Vigili del Fuoco, omaggio al Policlinico. Adelfia, furto mancato scoppia un incendio. Un uomo si lancia in mare per evitare una multa. Abusivismo, intervengono gli artigiani tarantini. La situazione in Italia e in Puglia.

Coronavirus: 163 contagi in un giorno

Nuova impennata di contagi in Puglia. Secondo quanto comunicato dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sono risultate positive 163 persone su 1.617 test effettuati (10% circa). Cinque i decessi: tre in provincia di Foggia (59, 93 e 75 anni), uno in provincia di Bari (62 anni) e uno in provincia di Lecce (87 anni). Salgono quindi a 91 i decessi totali nella nostra regione.

E veniamo al numero dei ricoverati. Sono 696, così suddivisi: 76 nella provincia di Bari; 54 in quella di Lecce; 5 nella Bat; 22 nel Tarantino, 12 in provincia di Brindisi; 28 casi nel Foggiano. Salgono a 32 i pazienti guariti.

Dall’inizio dell’emergenza sono stati 13.117 i test effettuati, il totale dei casi positivi Covid-19 in Puglia è di 1.712: 594 in provincia di Bari, 405 nel Foggiano, 293 nel Leccese; 164 in provincia di Brindisi, 121 nel Tarantino, 103 nella Bat; 19 sono, invece, i casi attribuiti a residenti fuori regione; per tredici di questi, è in corso l’attribuzione della relativa provincia.

Parrucchieri, dilaga l’abusivismo

Dilaga il fenomeno dell’abusivismo nel settore estetica e acconciatura. Chi già prima dell’emergenza sanitaria agiva nella completa illegalità, continua ancora oggi ad operare a domicilio, in barba ai divieti imposti per contenere l’emergenza sanitaria. La denuncia è di Ivano Mignogna, a nome del settore Acconciatura ed Estetica di Casartigiani Taranto. I Dpcm emessi dal Governo sono stati adottati allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus Covid-19 con l’immediata chiusura di tutte le attività. “E’ un’ingiustizia – rileva, invece, il presidente di Casartigiani Taranto, Stefano Castronuovo – le misure emesse a tutela della categoria che rappresentiamo sono minime e non ancora operative; molti micro imprenditori ci segnalano già l’impossibilità di far fronte agli acquisti dei beni di prima necessità”.

Incendio in ospedale a Galatina

Momenti di paura la scorsa notte nell’ospedale Santa Caterina Novella di Galatina dove si è sviluppato un incendio, probabilmente appiccato da uno dei pazienti ricoverati, in una delle stanze dell’unità Operativa di Medicina Generale, al terzo piano della Palazzina Uffici. E’ accaduto poco dopo le 4.30. Second accertamenti sarebbe stato uno dei cinque pazienti ricoverati che avrebbe problemi psichici, a dare fuoco ad un materasso.

Coronavirus: Cei, 3 milioni a ospedali

Proseguendo nell’opera di sostegno alle strutture ospedaliere, molte delle quali stanno radicalmente modificando la propria organizzazione interna per rispondere all’emergenza sanitaria, la Conferenza Episcopale Italiana mette a disposizione altri 3 milioni di euro (provenienti dai fondi dell’Otto per mille, che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. Questo contributo andrà a beneficio della Fondazione Policlinico Gemelli, dell’Ospedale Villa Salus di Mestre, dell’Ospedale Generale Regionale Miulli di Acquaviva delle Fonti (Bari).

Coronavirus: omaggio Vvf al Policlinico

Applausi e sirene all’indirizzo di medici, infermieri e gli operatori impegnati, a ogni livello, a contrastare la pandemia. Così i vigili del fuoco del comando provinciale di Bari hanno voluto ringraziare gli operatori sanitari impegnati in prima linea nella lotta al Covid-19 al Policlinico di Bari. I mezzi hanno percorso i viali della struttura sanitaria fermandosi prima davanti al padiglione Asclepios adibito a ‘Covid Hospital’, poi davanti al plesso dove ha sede la centrale operativa del 118.

Fiamme in Comune Adelfia per furto

In tilt computer e server, tanto da provocare un disastro nella gestione emergenza-coronavirus. Ciò è accaduto a causa di un incendio scoppiato durante un tentativo di furto nella sede del Comando della Polizia locale ad Adelfia che ha devastato per metà gli uffici comunali, mandando in tilt computer e server. I ladri hanno aperto con la fiamma ossidrica la cassaforte in cerca di armi e carte di identità , senza però trovare nulla.

Coronavirus: in mare per evitare multa

A Otranto un ciclista, nel tentativo di sottrarsi ai controlli previsti dal Dpcm Covid-19 ed evitare una multa, ha preferito entrare con la bicicletta in mare e restare in acqua a lungo pur di non essere identificato dai poliziotti. Invitato più volte dagli agenti ad uscire per essere identificato, il ciclista ha preferito restare a mollo per diversi minuti, ripetendo. Alla fine, però, è stato identificato e multato.

Coronavirus in Italia: 101.739 casi positivi (11.591 deceduti).

In Italia, dall’inizio dell’epidemia di Coronavirus, 101.739 casi persone hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (4.050 persone in più rispetto a ieri per una crescita del 4,1%). Di queste, 11.591 sono decedute (+812 +7,5%) e 14.620 sono guarite . Attualmente i soggetti positivi sono 75.528 (il conto sale a 101.739 — come detto sopra — se nel computo ci sono anche i morti e i guariti, conteggiando cioè tutte le persone che sono state trovate positive al virus dall’inizio dell’epidemia). I dati sono stati forniti dalla Protezione civile.

I pazienti ricoverati con sintomi sono 27.795; 3.981 sono in terapia intensiva (+75 , 1,9%), mentre 43.752 sono in isolamento domiciliare fiduciario.

REGIONI, I DATI

A seguire, e suddiviso per Regione, i casi totali di coronavirus (numero di persone trovate positive dall’inizio dell’epidemia: include morti e guariti).

Lombardia 42.161 (+1154, +2,8%)

Emilia-Romagna 13531 (+412, +3,1%)

Veneto 8724 (+366, +4,4%)

Piemonte 8712 (+506, +6,2%)

Marche 3684 (+126, +3,5%)

Liguria 3217 (+141, +4,6%)

Campania 1952 (+193, +11%)

Toscana 4412 (+290, +7%)

Sicilia 1555 (+95, +6,5%)

Lazio 2914 (+208, +7,7%)

Friuli-Venezia Giulia 1501 (+21, +1,4%)

Abruzzo 1345 (+52, +4%)

Puglia 1712 (+163, +10,5%)

Umbria 1051 (+28, +2,7%)

Bolzano 1325 (+111, +9,1%)

Calabria 647 (+33, +5,4%)

Sardegna 682 (+44, +6,9%)

Valle d’Aosta 584 (-)

Trento 1682 (+88, 5,5%)

Molise 134 (+7, +5,5%)

Basilicata 214 (+12, +5,9%)

 

PUGLIA, I DATI

Bari 594

Foggia 405

Lecce 293

Brindisi 164

Barletta-Andria-Trani 103

Taranto 121

 

Benedetto colui…

“Urbi et orbi”, atto unico nella storia

Non esistono precedenti in tempi moderni. Papa Francesco, causa il coronavirus, ha voluto stare accanto ai fedeli cattolici impartendo una benedizione a “reti unificate”. I sacramenti mediatici non esistono, ma il pontefice ha concesso un’indulgenza plenaria

Il Papa impartiva la benedizione solo in tre occasioni: quando viene eletto Successore di Pietro, a Natale e a Pasqua. Questo prima che, in tempi moderni, si abbattesse su tutto il mondo la sciagura del Covid-19, il coronavirus.

Nella storia della Chiesa, dunque, non aveva mai avuto luogo – come invece accaduto venerdì scorso – una benedizione “Urbi et Orbi” con un Papa, Francesco, in una Piazza San Pietro vuota, ma in compenso seguita a livello mondiale da centinaia di milioni di credenti grazie ai mezzi di comunicazione. Un atto unico nella storia.

Un atto necessario, l’unico in un momento storico così delicato da essere già costato decine di migliaia di vite umane ovunque, con cui un Papa poteva stare virtualmente vicino ai credenti sparsi in tutto il mondo.

Se fosse un atto necessario? È questa, sicuramente, la domanda che deve essersi posto Papa Francesco quando l’emergenza coronavirus è esplosa a livello planetario.

A differenza di quello che qualcuno avrebbe potuto pensare, la risposta non è stata l’aver celebrato Messa perché tutti potessero seguirlo mediante internet, radio o tv, come accade tutte le mattine. Seguire la celebrazione della Santa Messa attraverso i mezzi di comunicazione, secondo la teologia, infatti, non significa partecipare. Presto detto: i sacramenti mediatici non esistono, dunque la Messa “televisiva” non sostituisce il sacramento dell’Eucaristia. Se non si può assistere alla Messa, quella televisiva può essere un grande aiuto, ma non un sacramento a tutti gli effetti.

ATTO UNICO

Qual è stato, allora, il “gesto unico” cui il Papa ha fatto ricorso venerdì scorso per rendersi attivamente presente nella vita di ogni fedele? Un atto unico nel suo genere: la benedizione papale “Urbi et Orbi”, ovvero “alla città (di Roma) e al mondo”.

Un gesto, un atto che nessun altro vescovo può realizzare, e che può aver luogo in modo efficace attraverso i mezzi di comunicazione per il bene dell’anima dei fedeli. Secondo tradizione teologica cattolica, “Urbi et Orbi” concede la remissione delle pene dei peccati già perdonati, come a dire un’indulgenza plenaria in base alle condizioni stabilite dal Diritto Canonico e riportate dal Catechismo (n. 1471-1484).

Disposizione interiore a distaccarsi totalmente dal peccato (anche veniale), confessare i peccati, ricevere la Santa Eucaristia, pregare secondo le intenzioni del Romano Pontefice. Sono queste le condizioni per ricevere l’indulgenza plenaria.

Secondo la teologia cattolica, la colpa del peccato viene rimessa dal sacramento della Riconciliazione (Confessione), per cui la persona torna ad essere in grazia di Dio, e si salverà se non ricadrà in peccato mortale. Ma, attenzione, la Confessione, come questa benedizione, non è qualcosa di trascendentale. Il peccato provoca nella vita del credente un disordine che rimane dopo la Confessione. Per questo motivo si rende necessaria la penitenza imposta nel sacramento.

INDULGENZA PLENARIA

Il credente, secondo quanto stabilito dalla teologia cattolica, ha bisogno di purificarsi attraverso altre opere buone, e in ultima analisi, attraverso la sofferenza del Purgatorio.

Visto che l’indulgenza plenaria rimette completamente la pena dovuta, chi muore senza essere caduto nuovamente in peccato mortale non deve passare per il Purgatorio e accede direttamente al cielo.

Pertanto, come da tradizione, gli effetti della benedizione “Urbi et orbi” si compiono per chiunque la riceva con fede e devozione, anche se la riceve – come in questo caso, in un gesto unico in assoluto – in diretta attraverso i mezzi di comunicazione di massa. È proprio questo lo spessore del “gesto unico” che Papa Francesco ha voluto offrire a ogni credente con un rito cui nessun pontefice aveva mai fatto ricorso in tempi moderni, fatti di radio, tv e social.

Di seguito, il testo in latino della formula della benedizione “Urbi et Orbi” che il Papa ha pronunciato venerdì scorso alle 18.00.

– Sancti Apostoli Petrus et Paulus, de quorum potestate et auctoritate confidimus, ipsi intercedant pro nobis ad Dominum.

– Amen.

– Precibus et meritis beatæ Mariæ semper Virginis, beati Michælis Archangeli, beati Ioannis Baptistæ et sanctorum Apostolorum Petri et Pauli et omnium Sanctorum misereatur vestri omnipotens Deus et dimissis peccatis vestris omnibus, perducat vos Iesus Christus ad vitam æternam.

– Amen.

– Indulgentiam, absolutionem et remissionem omnium peccatorum vestrorum, spatium veræ et fructuosæ penitentiæ, cor semper penitens et emendationem vitæ, gratiam et consolationem Sancti Spiritus et finalem perseverantiam in bonis operibus, tribuat vobis omnipotens et misericors Dominus.

– Amen.

– Et benedictio Dei omnipotentis (Patris et Filli et Spiritus Sancti) descendat super vos et maneat semper.

– Amen.

Medici sfiniti

Aumentano i decessi, calano i contagi

Un invito dai medici baresi: restate a casa, l’unico modo per proteggere medici, personale sanitario e voi stessi. Diciassette morti in un solo giorno in Puglia. Sessantacinque complessivamente le vittime nella nostra regione.

Diciassette morti, ieri, in un solo giorno in Puglia. Mentre nel resto d’Italia, dove si registra un sensibile calo di ricoveri e decessi, in Puglia non si erano contati tanti morti dall’inizio dell’emergenza Coronavirus. In attesa di conoscere un nuovo, esaustivo quadro circa gli effetti provocati dal Covid-19, sono sessantacinque fino ad oggi le vittime accertate in Puglia.

Casi totali in Puglia: 1.182 89. Ottantanove in più rispetto a ieri (+8,9%). Per il quarto giorno il numero dei contagi resta basso. E’ la provincia di Bari a denunciare il maggior numero di contagi (387), seguita da Foggia (305). I diciassette decessi sono stati registrati in provincia di Lecce (uno, di 77 anni), in provincia di Brindisi (sei, di 77, 71, 82, 54, 87, 79 anni), in provincia di Foggia (otto, di 86, 92, 80, 77, 57, 89, 74, 75 anni) e in provincia di Bari (due, di 92 e 74 anni).

Intanto, da Taranto arriva la notizia del giorno. Fino al 3 aprile, causa l’emergenza Coronavirus, lo stabilimento siderurgico ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto sospende l’attività produttiva ai fini commerciali, garantendo solo mantenimento e salvaguardia di impianti e sicurezza, con l’utilizzo di 3.500 lavoratori diretti e 2.000 dell’indotto nell’arco delle ventiquattro ore. Secondo quanto riferito da fonti sindacali, il decreto è del prefetto di Taranto, Demetrio Martino.

EMERGENZA-PUGLIA

Ma torniamo all’emergenza sanitaria pugliese a causa del coronavirus. Dopo quattro giorni nel corso dei quali è stato registrato un minor numero di contagi, oggi in Puglia sono risultate positive al coronavirus 152 persone, mai un numero così alto dall’inizio dell’emergenza. Negli ultimi tre giorni i nuovi casi non erano mai andati oltre la soglia delle cento infezioni. Sono quattro, invece, i decessi rilevati nelle ultime ventiquattro ore. Complessivamente in Puglia sono 69 le persone morte e 612 quelle ricoverate, mentre i guariti sono 25.

Medici provati dalla sforzo a causa dell’emergenza coronavirus. Sul viso i segni rossi lasciati dalle mascherine. Medici che affrontano l’epidemia stando in prima linea, spesso con protezioni insufficienti. In questo periodo sono tante le immagini degli operatori sanitari in trincea nella lotta all’epidemia che sono circolate sui media. Ed è ispirandosi a quelle immagini che “Fimmg Bari” ha deciso di lanciare la campagna «Medici, non eroi”», per invitare i cittadini al distanziamento sociale. “Proteggili tu, resta a casa”, recitano i banner diffusi sui canali social e che riportano immagini di medici sfiniti. «Resta a casa. Proteggi i medici, il personale sanitario e te stesso: se hai sintomi, chiama il tuo medico», è l’invito dei sanitari baresi.

GB, MINISTRI KO

Per le notizie dall’estero, brutto colpo per il premier britannico Boris Johnson – «Non abbiate paura, stringete le mani tranquillamente!», giorni fa – contagiato dal coronavirus e attualmente in auto-isolamento. Lo riporta Downing Street. Il tampone è stato eseguito dopo che il primo ministro conservatore aveva accusato sintomi di contagio da Covid-19.  Contagiato anche il ministro della Sanità, Matt Hancock, che ha confermato in prima persona di essere a sua volta risultato positivo al test e di avere al momento «sintomi lievi». Anche il ministro Hancock è ora in auto-isolamento.

Insomma, contrariamente a quanto affermato dal primo ministro Johnson, e da uno studioso inglese («per gli italiani, un pretesto per fare una siesta…»), il Regno Unito purtroppo sta registrando un boom di casi di contagio e di morte per coronavirus. Per la prima volta i decessi aumentano di oltre cento in un giorno. Il numero censito delle persone infettate è cresciuto fino a 11.658 nelle ultime 24 ore, secondo i dati aggiornati a oggi del ministero britannico della Sanità, con un picco di 2.129 in più rispetto a ieri. Mentre il totale registrato dei morti è passato da 463 a 578, ossia un balzo di 115 in più. I test eseguiti nel Paese sono saliti intanto a quasi 105.000.

AFRICA PREOCCUPATA

La situazione dell’epidemia di coronavirus in Africa comincia a preoccupare.  Ci sarebbe un’evoluzione drammatica, con un aumento geografico del numero dei Paesi coinvolti e anche dei contagiati. L’allarme lo lancia la direttrice regionale dell’Oms per l’Africa, Matshidiso Rebecca Moeti. Da qualche giorno, sono 39 i Paesi interessati con circa 300 casi al giorno, per un totale di 2.234 casi. Difficili le misure di isolamento da adottare dove esiste una vita comunitaria molto forte. E’ necessario, ora, trovare altri metodi di igiene per minimizzare la propagazione.

Il Sudafrica, invece, ha annunciato i suoi primi due decessi per coronavirus e il superamento della soglia dei mille casi di contagio.  «Due persone sono morte nella provincia del Capo occidentale», il “Western Cape”, ha reso noto in un comunicato il ministro della Salute sudafricano Zweli Mkhize sottolineando che si tratta dei  «nostri primi morti di Covid-19» e che il numero dei casi «ha superato la soglia dei mille».

Intanto, il primo ministro francese, Edouard Philippe, ha annunciato, al termine del Consiglio dei Ministri, la proroga di 15 giorni del confinamento per i francesi. La misura restrittiva, dopo i primi quindici giorni,  sarebbe scaduta martedì 31 marzo.

La Cina continuerà a condividere informazioni ed esperienze senza riserve con gli Usa, disposta, viste le difficoltà di Washington contro il coronavirus, «a dare aiuto nella misura in cui le sue capacità lo consentono». Nella telefonata con l’omologo Donald Trump, il presidente Xi Jinping ha notato, spiega una nota del ministero degli Esteri, che ci sono molti cittadini cinesi, soprattutto studenti, negli Usa. Pechino tiene alla loro vita e «spera che la parte Usa adotti misure efficaci, garantendone sicurezza e benessere».

Cina e Usa dovrebbero «unirsi nella lotta» contro la pandemia letale che sta avanzando a livello globale, le parole di Xi, che nella telefonata avuta con Trump Xi ha espresso anche l’auspicio che Washington adotti «azioni reali» per migliorare i rapporti bilaterali, in base a quanto riferito dalla tv statale Cctv. Le relazioni tra i due Paesi, ha aggiunto, «sono arrivate a una congiuntura importante».

STATI UNITI, PRIMI!

Gli Stati Uniti sono diventati il primo Paese al mondo per casi di coronavirus: secondo i dati delNew York Times sono 81.488, più di Cina e Italia, con 1.178 morti in tutto il Paese. Si registra anche un focolaio, con 25 marinai contagiati, a bordo della portaerei americana “Roosevelt” che naviga verso Guam, nel Pacifico.

Per l’Oms-Europa ci sono «segnali incoraggianti» sul fronte lotta al coronavirus nella regione. Citando i cali registrati in Italia, si avverte però che è troppo presto per dire che il peggio è passato. Nel Vecchio Continente, secondo i calcoli dell’Afp sono più di 250mila i casi ufficialmente dichiarati, ovvero più della metà di quelli in tutto il mondo. La sanità britannica teme uno tsunami di ricoveri.

Il numero dei morti torna ad aumentare in Spagna con 769 vittime indicate nelle ultime 24 ore. Il bilancio totale dei morti sale così a 4.858. Lo scrive El Pais. Si contano inoltre 64.059 contagi da coronavirus, mentre sono 9.357 i guariti, riferiscono i media spagnoli citando le cifre fornite dal ministero della Sanità. «Ci sono già quasi 10.000 operatori sanitari contagiati in Spagna», riporta il sito di El Mundo sottolineando che, secondo gli ultimi dati, i casi del personale nella sanità positivo al coronavirus sono 9.444

In Romania accelera la velocità dei contagi da coronavirus. Come hanno riferito le autorità sanitarie, nelle ultime 24 ore sono stati accertati altri 263 casi, il doppio del giorno precedente, con il totale che sale a 1.292. Nel Paese balcanico si sono registrati al tempo stesso finora 24 decessi e 115 persone che sono invece guarite.

WUHAN, VIRUS BLOCCATO

Il contagio del coronavirus a Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei nella Cina centrale, risulta attualmente «sostanzialmente bloccato»: è la valutazione fatta nel pomeriggio in una conferenza stampa da Liu Dongru, vicedirettore del comitato sanitario dell’Hubei, la provincia epicentro dell’infezione. Liu, ha riportato il Quotidiano del Popolo, ha anche spiegato che la città focolaio della pandemia ha visto il giudizio sul livello di gravità del rischio ridotto da «alto» a «medio». I casi registrati giovedì in Cina sono stati 55, di cui 54 importati e uno interno nello Zhejiang. La Commissione sanitaria nazionale ha citato nei suoi aggiornamenti quotidiani 5 nuovi decessi tutti nell’Hubei e 49 nuovi casi sospetti.

Notizie dalla Russia. Il governo ha ordinato la chiusura di tutti i bar e ristoranti nel Paese per contenere la diffusione del coronavirus. Lo ha annunciato il governo di Mosca. Anche i negozi,  tranne gli alimentari e le farmacie, dovranno chiudere tra il 28 di marzo e il 5 aprile, ovvero la settimana di ‘vacanza’ nazionale decretata da Putin per combattere la diffusione del coronavirus. Lo ha annunciato il sindaco della capitale Serghei Sobyanin sul suo sito.  Sono oltre mille i casi di Covid-19 accertati in Russia, tre i decessi.

Continuano ad aumentare velocemente i contagiati da Coronavirus in Germania: sono saliti a 43.646 i casi postivi segnalati dall’Hopkins University, secondo la quale il bilancio delle vittime è di 239. Questa mattina i positivi registrati erano 37.323 e le vittime 206: dato che segnala che solo oltre 6000 i nuovi casi registrati. Il ministro della Salute Jens Spahn ha affermato oggi che i tedeschi sono davanti “alla quiete prima della tempesta”.

«Nostalgia canaglia»

Artigiano, un titolo di studio, Mbaye si racconta

«Fa brutti scherzi. Mio padre è rimasto a casa, io una volta in viaggio non mi sono più voltato. Sei mesi a piedi, poi un imbarco, finalmente l’Italia. Non ho corso pericoli, l’ho scampata bella»

«Mi sento artigiano a tempo pieno, ogni volta che mi viene richiesta dimostro la mia professionalità, nella speranza di trovare un impegno più costante». Mbaye, ventisette anni, arrivato in Italia poco più di due anni fa, ha le idee chiare sul suo futuro. «Ammesso che me lo facciano fare – dice sorridendo – perché, alla fine non sono così rigido: l’importante è trovare un buon lavoro; certo, il mio titolo di studio – diploma da artigiano – aiuterebbe, ma sono nelle mani di chiunque voglia darmi un’occasione».

Giunge dal Senegal, Mbaye, fede musulmana, un francese impeccabile, un italiano in via di perfezionamento. Racconta del suo viaggio, che non è stato proprio poi tutto questo incubo come quello raccontato da suoi connazionali o “fratelli” provenienti da altri Paesi africani. «Certo, anche io ho vissuto alla giornata, ma per fortuna non sono passato dalle mani di gente senza scrupoli». Il riferimento è a milizie e asma boys, giovani criminali che, secondo qualcuno, godono di una certa protezione. «Fanno il lavoro sporco al posto di altri – spiega Mbaye – tutti elementi poco raccomandabili, non hanno molte idee che gli frullano per la testa: tutto passa attraverso un modo di operare violento, di solito manifestato con un’arma puntata contro la faccia o un colpo rifilato ovunque capiti con il calcio di un fucile; non si accontentano degli spiccioli, vogliono soldi, tanti, altrimenti sono guai: io sono passato indenne da queste torture, ma molti amici e conoscenti con cui ho parlato, mi hanno raccontato cose da pazzi…».

PERICOLO SCAMPATO

Mbaye, pericolo scampato. «Parto dal mio Senegal: mio padre superati i settant’anni, aveva anticipato a me e al resto della famiglia, che lui sarebbe rimasto volentieri a casa; non gli andava di mettersi in viaggio per cercare un posto dove stare meglio; fosse venuto via, secondo me, avrebbe corso il rischio di rimetterci la pelle: la nostalgia fa brutti scherzi; anche io ne soffro, ma quando ho salutato lui, mamma e il resto della famiglia, me ne sono subito fatto una ragione: fossi venuto via, almeno per qualche anno, non mi sarei guardato indietro, proprio per non avere la tentazione di tornare sui miei passi; potevo ritenermi fortunato per come fosse andato il passaggio obbligato dal mio Senegal alla Libia, prima dell’imbarco per l’Italia».

E’ sincero il ventisettenne senegalese, non fa giri di parole quando confessa viaggio e ambizioni. «Non avevo una meta precisa, diciamo che non pensavo a fermarmi in Italia: nella testa avevo, comunque, l’Europa, il suo Nord, Francia, Germania, Inghilterra, non so; una volta attraversato il Mediterraneo mi sarei fermato dove avrei trovato il clima più ospitale, la possibilità di lavorare».

Il motivo che ha spinto Mabaye a lasciare il suo Paese. «Un diverbio più acceso con il mio capo, lui che organizzava il mio lavoro e quello degli altri; le ore di lavoro si moltiplicavano, i soldi diminuivano: chiedere il motivo di tutto questo e il perché ci facessero spezzare la schiena per pochi denari, non era bene accetto; non abbiamo chi tutela salute e posto di lavoro, non esiste democrazia in queste cose, vale la legge del più forte: “Mbaye, da domani trovati un altro lavoro, qui non ci servi più!”. Non abbiamo i sindacati, così dovetti raccogliere le mie cose e andare via e comunicare alla mia famiglia l’allontanamento dal posto in cui sgobbavo».

«TOGLI IL DISTURBO…»

Nonostante un titolo di studio, non c’era altra strada. «Quando manchi di rispetto a un capo, non ti resta che fartene una ragione: sei fuori dal mercato del lavoro, almeno nella tua città non ti prende più nessuno, è come se avessi una malattia contagiosa…Il mio diploma di artigiano serviva a ben poco, mi toccava andare a fabbricare sedie e tavolini, fare riparazione altrove, lì non c’era più spazio per me…».

«Tanto valeva andarsene dal Senegal – riprende Mbaye – quella non era più vita, vero che il mio Paese andava riprendendosi dalla crisi economica, ma i benefici il popolo proprio non li avvertiva, per noi il benessere restava sulla carta, ancora un miraggio; salutati i miei cari, gambe in spalle cominciai a camminare senza mai voltarmi, il mio obiettivo era la Libia, dove mi sarei imbarcato per l’Europa: mi fermavo in qualche villaggio, mi offrivo per fare lavoretti, aggiustare sedie, tavoli, armadi, divanetti, per un piatto di pasta e qualche spicciolo; poi riprendevo il viaggio, a piedi: un giorno eravamo una decina, disposti in fila indiana, uno dietro l’altro, un altro giorno una ventina; cambiavano i compagni di viaggio, ma l’obiettivo restava l’imbarco…».

Nessun contrattempo in un viaggio durato sei mesi, scongiurato il pericolo di milizie e ragazzi terribili. «Ci imbarcammo in più di novanta, un gommone piccolo, stavamo tutti raccolti in pochi metri, l’unica cosa che ci dava coraggio era la possibilità che avremmo incontrato qualche nave che ci avrebbe raccolti e accompagnati sulla terraferma, possibilmente non daccapo in Libia; in lontananza vedemmo una nave militare italiana, ci sbracciammo, ci avvistarono e vennero incontro: ci offrirono vestiti puliti e cibo, io che non vedevo il pane da giorni, fu il pranzo più bello della mia vita; arrivammo in Sicilia, io fui indirizzato a Taranto, Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, da quel momento per me cominciò tutta un’altra vita, in meglio naturalmente».

«Coronavirus, una sciagura»

Roby Facchinetti, in esclusiva, parla dalla sua Bergamo

La città lombarda la più colpita dal Covid-19. Rinuncia al collegamento con “Domenica in”, rilascia una intervista alla web radio di “Costruiamo Insieme”. «Barricati in casa, finestre chiuse. L’Eco di Bergamo, dodici pagine di necrologi! Ogni famiglia colpita da questo nemico invisibile. Ai tarantini: non uscite, ascoltate musica, usate internet»

«L’Eco di Bergamo, il quotidiano della nostra città, è un bollettino di guerra: da una media di una pagina al giorno dedicata ai necrologi, siamo passati di colpo a dodici!». Roby Facchinetti, interprete, autore e leader dei Pooh, la formazione musicale italiana più amata, ha rinunciato al collegamento da casa sua con Mara Venier e “Domenica in” su Raiuno. «Non me la sento, la mia città è moribonda, sta soffrendo decine di lutti al giorno, la gente non può avvicinarsi ai suoi cari per l’ultimo saluto: un disastro dopo l’altro». Il popolare artista accetta di parlare con la web-radio (passaggio e replica in queste ore) e con il sito di “Costruiamo Insieme”. Dalle sue parole si evince il dolore, Facchinetti dà la dimensione della sciagura abbattutasi sulla sua città, dove abita insieme con moglie e figli. Bergamo, punta avanzata di una regione, la Lombardia, martoriata dal Covid-19, tristemente noto come coronavirus.

Facchinetti e giorni tristissimi, scanditi da un virus che nella sua città semina terrore e morte.

«A Bergamo, la città più colpita da questo disastro, viviamo barricati in casa: abbiamo paura, ne ho tanta per i miei cari, moglie, figli, nipoti; per gli amici, i miei concittadini: magari hai parlato un paio di ore prima con uno di loro che ti ha rassicurato, ha detto che va tutto bene e, invece, ti richiama per dirti che il virus s’è portato via un amico, un parente…».

La sua Bergamo, non un grande comune. Le centinaia di morti da coronavirus danno una percezione ancora maggiore della sciagura.

«Una ragione che ci fa soffrire di più, ci conosciamo tutti e se la gente non la conosci direttamente, poco ci manca, sono persone che hai incontrato, sono vicini di casa con cui ti sei incrociato decine e decine di volte: il virus ha colpito gran parte delle famiglie; questo nemico invisibile fa paura, non apriamo nemmeno le finestre, tanto temiamo il contagio. La spesa la facciamo raggiungendo telefonicamente esercizi commerciali e personale; insieme con il personale medico dedito all’assistenza dei malati H24, sono loro i nostri eroi: lasciano l’ordine davanti al cancelletto riducendo al massimo il nostro contatto con l’esterno e con il rischio».

Chiusi in casa, in teoria ci sarebbe più tempo da dedicare ad altro.

«Mi rifugio nella musica, ma non è così semplice, mi sento perseguitato dallo stesso pensiero: un tarlo nella testa che non mi abbandona un solo attimo; difficile dedicarmi alla scrittura, a una lettura, manca la concentrazione…».

Le sue mattinate.

«Non dormo più di due, tre ore di fila; l’angoscia, la paura mi tengono sveglio, la serenità è ormai qualcosa di astratto. La mattina accendo il pc e vado su internet, passo in rassegna quei siti dei quali mi fido e che mi offrono l’esatta dimensione di quanto sta vivendo il mio Paese: purtroppo, da giorni, niente di nuovo, dunque niente di buono; passo, poi, alla tv, guardo i notiziari, il primo, il secondo e vado avanti così; infine tocca ai talk-show, quei programmi di aggiornamento con giornalisti e medici in collegamento; è un continuo susseguirsi di notizie, alla ricerca di una misera colonna su un giornale che ci dia speranza, che un virologo stia lavorando per debellare questo male!».

Nessuna contromisura, se non la quarantena.

«Invece di due settimane, per starcene sicuri, occorrerà restarsene in quarantena almeno tre settimane; magari servisse tutto questo nell’adottare contromisure in un momento in cui abbiamo netta la sensazione di vivere qualcosa di epocale».

Taranto è vicina alla sua città, martoriata dal coronavirus.

«E io, virtualmente, sono molto vicino a Taranto, città alla quale sono legato da grandissimi ricordi e non solo quando i Pooh hanno cominciato ad avere successo: eravamo un complesso musicale pressoché sconosciuto, appena entrato in classifica con “Piccola Katy”, e già avvertivamo l’affetto dei tarantini; poi i concerti all’Alfieri, al Mazzola e allo Iacovone, i ventimila spettatori sono arrivati quando le hit parade erano diventate casa nostra».

Questo disastro ha virtualmente riavvicinato fra loro gli italiani.

«Abbiamo fatto squadra. Come spesso accade la paura ricompatta i sentimenti, fra le mura di casa si riflette, si torna a parlare, a rivedere le priorità, spesso indirizzate più al benessere che non alla salute; dopo questo scossone penso che gli italiani presteranno più attenzione al valore della vita, al prossimo: questo momento difficilmente passerà in cavalleria; non era mai successo che il Paese si fermasse di colpo e si svuotassero strade, chiudessero attività, indossassimo tutti le mascherine, dentro e fuori casa: no, questa è una mazzata epocale».

A proposito di squadra, Facchinetti tifoso e autore dell’inno dell’Atalanta. Sul più bello, lo stop campionato e Champion’s. Questa stagione, unica per i successi della Dea (così denominata la squadra nerazzurra), sarà per sempre ricordata con un po’ di malinconia.

«Stop sacrosanto al campionato e alla Campion’s, la Dea stava disputando la più grande stagione della sua storia collezionando un’emozione dopo l’altra. Abbiamo fatto in tempo a gioire della vittoria esterna con il Valencia, a porte chiuse: giocare senza pubblico equivale a un allenamento e anche quello era un primo segnale, il calcio si stava fermando e noi lo avevamo perfettamente compreso e condiviso. Secondo qualcuno, proprio assistere nei bar, nei locali chiusi, festeggiare l’impresa sportiva, avrebbe accelerato il contagio fra gli anziani. Fosse così sarebbe un’altra sciagura, tanto che diventa anche superfluo parlare di calcio».

Detto dei concerti tarantini, una volta debellato il virus, potrebbe esserci un mega-evento, con i Pooh e altri artisti?

«Non escluderei nulla, ma con il coronavirus sull’uscio di casa, preferisco concentrarmi su altro: la musica mi aiuta molto, ne ascolto tanta, ma scriverla non solo è più complicato, ma stare concentrati è pressoché impossibile; il pensiero corre al prossimo tg, quello della speranza: ecco, sogno l’apertura di un notiziario che dica che l’incubo è finito, è stato trovato l’antivirus e gli italiani, poco per volta, possono tornare a riappropriarsi della propria vita».

Il cronista immagina la risposta, ma deve provarci. Una reunion con i Pooh, magari in questi giorni, fra i mille pensieri è balenata anche l’idea del “passata la bufera, perché no?”.

«Sono concentrato sul momento che sta attraversando la mia città e l’intero Paese; ai tarantini dico “restate in casa”, all’amico cronista “portiamo a casa la pelle”, poi ne riparliamo!».

Puglia, sei decessi

Coronavirus, la regione prosegue nei test

Sale a trentasette il numero delle vittime nelle nostre province. A Taranto in funzione il laboratorio per la diagnosi del Covid-19. Prudenza su farmaci risolutivi promossi da videomaker su internet. Non solo mascherine, anche le sciarpe vanno bene. Anche all’estero attivano contromisure. Attenzione sui prodotti sanificanti non autorizzati. 

Altri sei sono stati i decessi legati all’epidemia di coronavirus registrati in Puglia. Salgono così a trentasette i morti nella nostra regione. A darne notizia, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Prosegue l’attività sanitaria. Effettuati 601 test: positive 120 persone, 37 nella provincia di Bari; 10 nella Bat; 2 nel Brindisino, 14 nel Foggiano, 29 in provincia di Lecce; 5 nel Tarantino. Due sono i pazienti provenienti da fuori regione e 21 ancora da attribuire. Dei sei decessi, quattro sono avvenuti in provincia di Foggia, uno nel Leccese e un altro in provincia di Brindisi. Dall’inizio dell’emergenza sono stati effettuati 6.761 test, i casi positivi in Puglia sono 906, la provincia di Bari la più colpita con 268 casi, seguita da quella di Foggia con 226.

Intanto è entrato in funzione anche a Taranto il laboratorio di biologia molecolare per la diagnosi del Coronavirus. Con una nota, lo ha annunciato il consigliere regionale Michele Mazzarano. In virtù di ciò, i tamponi faringei eseguiti dal Dipartimento di Prevenzione dell’Asl di Taranto non saranno più spediti a Foggia per essere esaminati.

Quello di Taranto è il settimo laboratorio dedicato al Covid-19 in Puglia. Si aggiunge a quelli di ospedali Riuniti di Foggia, istituto zooprofilattico di Foggia, Policlinico di Bari, e quelli di Brindisi, Bat e Lecce. E in attesa che parta l’istituto zooprofillatico di Putignano. L’auspicio, a questo proposito, è l’attivazione in Puglia del test rapido dei tamponi, supportato da sistemi di innovazione tecnologica, per eseguirne un numero sempre maggiore.

Si registra, intanto, un sottile miglioramento nelle cifre riguardanti il coronavirus, ma non è il caso di lasciarsi andare a facili entusiasmi, in un momento in cui è necessario proseguire, secondo quanto indicato dal Governo, gli inviti rivolti ai cittadini residenti sul territorio italiano. A proposito di inviti e istituzioni, interviene anche il Presidente della Repubblica. Restare uniti anche di fronte all’emergenza sanitaria: è l’appello lanciato da Sergio Mattarella in occasione della commemorazione delle Fosse Ardeatine. «I valori del rispetto della vita e della solidarietà che ci sorreggono in questo periodo, segnato da una grave emergenza sanitaria, rafforzano il dovere di rendere omaggio a quei morti innocenti» sono state le sue parole.

AVIGAN, ANDIAMOCI PIANO

Nelle ultime ore circolava un video che indicava l’Avigan come medicinale per curare il coronavirus. Preoccupati, invece, per il test in Italia, sono proprio i produttori del farmaco. «Siamo molto sorpresi della possibilità che il nostro farmaco possa essere testato in Italia nella attuale pandemia da coronavirus». Lo ha dichiarato Chiaki Hasegawa, a capo delle pubbliche relazioni del colosso farmaceutico giapponese, in una intervista rilasciata alla DIRE. Anzi, aggiunge il portavoce della Casa farmaceutica, a proposito dell’Avigan, «il fatto che strutture italiane possano considerare di avviare sperimentazioni estese o un possibile utilizzo ci preoccupa molto: i test di cui si parla riguardano la versione cinese di questo farmaco e non ci sono ancora sufficienti sperimentazioni su pazienti non giapponesi».

Il gruppo FS italiane in collaborazione con al Protezione Civile offre ai medici volontari selezionati per la task force «Medici per il Covid» a supporto delle strutture sanitarie del Nord, la possibilità di raggiungere gratuitamente le regioni maggiormente colpite dall’epidemia a bordo dei treni di Trenitalia

SCIARPE E FOULARD

Sciarpe e foulard possono bastare. Le mascherine non sono necessarie se si mantiene la distanza di sicurezza di almeno un metro. Devono usarle le persone che hanno sintomi respiratori, come tosse, raffreddore o altre cose. Ma per proteggere gli altri. Se uno vuole proteggersi perché durante il percorso non riesce a mantenere sempre la distanza, la mascherina è la soluzione, ma in carenza di mascherine si possono usare anche altri sistemi come sciarpe o foulard. Lo ha detto Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, intervenuto in una trasmissione radiofonica.

Ma della serie “non si può mai stare tranquilli”, ecco una news che fa riflettere. Segnalare l’episodio lo stesso Comando provinciale della guardia di finanza di Napoli, che a Sant’Antimo ha sequestrato una fabbrica di detersivi e saponi e oltre 400 litri di igienizzante per mani prodotto senza alcuna autorizzazione ministeriale. In particolare, i militari del gruppo di Frattamaggiore, a seguito di specifiche analisi di rischio effettuate anche attraverso le piattaforme di vendita on line, hanno individuato e perquisito l’azienda in questione, e sequestrato circa 300 litri di igienizzante sfuso, 792 flaconi da 150 ml di igienizzante pronti per l’immissione in vendita e più di 100.000 etichette ingannevoli.

E DALL’ESTERO…

Una delle ultime notizie dall’estero, arriva dalla Spagna. I casi confermati di coronavirus hanno superato quota 35.000, mentre i decessi sono oltre 2.200: è quanto emerge dagli ultimi dati pubblicati dal quotidiano El Pais. In particolare, i contagi nel Paese sono ora 35.068 e i decessi 2.229. Le persone guarite sono 3.355.

Infine, le Borse europee che aprono in forte rialzo (Milano +2,5%). Dopo il rimbalzo dei listini asiatici, con Tokyo che ha chiuso a +7,13%. Londra avanza del 4,11% a 5.196 punti, a Milano l’indice Ftse Mib guadagna il 2,58%. Francoforte sale del 5,3% a 9.226 punti, Madrid del 3,5% e Parigi del 4,38%. I mercati azionari si sono galvanizzati dopo il Qe illimitato lanciato dalla Fed, che ieri non è bastato a Wall Street ma che è stato invece ben accolto oggi in Asia e in Europa.

«Popolo di eroi e cialtroni»

Considerazioni sugli italiani assaliti dal coronavirus

Alessandro Barbero, ordinario di Storia, ha un suo punto di vista. «Questo Paese ha grandi uomini, ma anche tanti furbi. Non ha mai mostrato, al pari di Germania, Francia e Russia, di essere compatto. Se ne può uscire, ma con una classe politica praticata da sciacalli, diventa complicato»

«La caratteristica degli italiani che sta venendo fuori, di fronte all’emergenza del coronavirus, è la tendenza a muoversi in ordine sparso; anche in questa tremenda situazione, vediamo eroi e cialtroni: chi rischia la pelle e chi ne approfitta». Alessandro Barbero, ordinario di Storia medievale, in una intervista rilasciata a Huffpost, blog e aggregatore fra i più seguiti al mondo, non usa giri di parole. Insomma, come si dice, non le manda a dire.

L’Italia dal Dopoguerra in poi, ha dato spesso la sensazione che fosse un Paese a due marce. Un suolo sul quale c’è talmente spazio per tutti da legittimare anche il più furbo, il che significa non essere “il più intelligente”. Qualcuno diceva che per un uomo intelligente è molto più semplice fingersi scemo, che non per uno stupido fingersi intelligente: dare, cioè, l’impressione di avere testa, ragionamento, solo per qualche minuto; questione di pochi istanti, poi il bluff del soggetto che avrà provato ad elevarsi culturalmente cadrà miseramente a causa della mancanza di studio e, peggio, di sensibilità.

In questi giorni di coronavirus, il virus tristemente noto Covid-19, stiamo assistendo ancora una volta a una corsa a due andature: nella prima chi ci mette l’anima, rischia la vita; nella seconda, tristemente nota anche questa, chi segna il passo, finge – tanto per cambiare – di fare qualcosa. Per entrare subito in argomento, ci sono medici che al Nord non sapendo contro quale tipo di virus stessero combattendo, ci hanno rimesso la pelle. Altri colleghi, più a Sud, 249 pare, che si sarebbero messi in malattia. Tutti nello stesso ospedale, il “Cardarelli” di Napoli. Con tanto di «vada a farsi benedire» il Giuramento di Ippocrate, non più di qualche anno fa aggiornato. Uno dei cardini resta il  «prestare soccorso nei casi di urgenza e mettersi a disposizione dell’Autorità competente in caso di pubblica calamità». Quanto, cioè, sta accadendo.

CHI RISCHIA E CHI APPROFITTA

«C’è chi rischia la pelle e chi ne approfitta», dice Barbero. Esistono quanti si rimboccano le maniche, spiega in buona sostanza lo storico, e quanti fanno i furbi (non è una novità): è un atteggiamento che gli italiani hanno assunto anche durante la Seconda Guerra mondiale: noi italiani di oggi assomigliamo decisamente molto agli italiani di ieri.

«Pensiamo a come si sono comportati nell’ultimo conflitto mondiale tedeschi, russi, americani e inglesi – riprende lo storico – bene, ci rendiamo conto che, con ovvie eccezioni individuali, si sono mossi in maniera abbastanza compatta, tutti più o meno uniti nello stesso spirito di popolo». E l’Italia? La risposta va da sé: ha oscillato un estremo e l’altro, quasi facendo tesoro di esempi di una incredibile impreparazione, mascalzonaggine e incapacità. Come i disastri militari per i quali ancora oggi tutto il mondo ride alle nostre spalle.

Sia chiaro, qualche battaglia gloriosa qualcuno l’ha combattuta. Il popolo contadino, per esempio, ha dato prova di una forza di resistenza straordinaria; lo stesso dicasi per gli abitanti delle città bombardate, tenendo duro in circostanze drammatiche. Fino ad essere distrutto, ridotto alla fame, spaventato. Ma poi, ecco il miracolo, appena la guerra è finita, il colpo di reni con il quale il popolo italiano – non tutto, presente anche allora una percentuale di furbacchioni – è riuscito a rialzarsi. Nonostante incompetenza, sprovvedutezza, che pure ci sono state: la situazione, oggi, non sembra così diversa.

E il pensiero di Barbero, come anzidetto, va a medici e infermieri che lavorano giorno e notte negli ospedali. «Penso, però – dice lo studioso – a chi è fuggito da Codogno per andare a sciare; a quanti restano chiusi in casa per proteggere se stessi e gli altri; ai politici che, anche in questa situazione, cercano di ricavare un tornaconto elettorale, spingendosi fino al limite dello sciacallaggio; a chi ha posto i propri interessi in secondo piano, agli imprenditori che vedono i propri ricavi in caduta libera e devono tenere a bada – non sempre riuscendoci – la tentazione di dire: “Andiamo avanti lo stesso, anche se continuiamo così sarà potrà profilarsi un disastro per le nostre casse”».

NON E’ UN VIRUS PER VECCHI

Secondo qualcuno, agli inizi del contagio, qualcuno aveva detto cinicamente «Questo è un virus che uccide i vecchi», quasi legittimando che eliminare gli anziani, troppo costosi da mantenere, sia una soluzione per salvare il sistema. In effetti, questo è l’incubo della nostra società. «Non mi sorprende – dice Barbero – che in questa circostanza emerga una astratta ragione economica simile a un “Bene, d’ora in poi, avremo un costo in meno da sostenere”; la ragione umana, invece, non può prendere in considerazione una conclusione del genere, poiché dice: “Non è l’uomo che deve essere messo al servizio dell’economia, ma l’economia al servizio dell’uomo”». Un conflitto che avevano colto, nei loro romanzi avveniristici, certi scrittori di fantascienza negli Anni 50. Ma anche lo scrittore italiano Umberto Simonetta con il libro “I viaggiatori della sera”, nel quale uomini e donne maturi venivano prima isolati, poi cancellati in una sorta di bingo ante litteram.

Ma una conseguenza positiva potrebbe esserci, lo dice il bicchiere mezzo pieno: una svolta nella mentalità collettiva, per esempio, nel modo in cui concepiamo le cose. Abituati, come siamo, a pensare che il futuro sia prevedibile, con economisti e politici convinti di poter misurare fino al centesimo quanto crescerà il nostro Pil, il Prodotto interno lordo. Quando, invece, è stato sufficiente un virus sconosciuto, diffuso prima in Cina e tutto ciò su cui si basavano scelte politiche, economiche e sociali, frana nel giro di qualche settimana.

Ma ciò che lo Stato sta chiedendo agli italiani appare enorme: nessuna passeggiata, né a cena fuori. Per un popolo che ha vissuto gli ultimi settanta anni della sua vita in pace, questa è una rinuncia gigantesca. Poco, però, se paragonato a ciò che lo stato chiese al popolo italiano nel 1915. «Quando l’Italia – conclude Barbero nell’intervista rilasciata a Uffpost – chiamò tutti i maschi che potevano combattere per dire a ciascuno di loro: “Adesso tu lasci casa, moglie, figli, lavoro e vai a fare una vita da cane in trincea, dove puoi crepare dilaniato dalle ferite di una bomba, oppure fare una vita orrenda per anni: e lo fai, perché questo è un ordine!”». In buona sostanza, il parallelo con la guerra regge fino a un certo punto: chiederci di restare a casa per sopravvivere è diverso dal ricevere l’ordine di andare a morire per un ideale.

«Vi serve aiuto?»

Amir, trent’anni, la sua storia fa il giro d’Italia

Curdo-iracheno, abita a Taranto, al Borgo. Un cartello all’ingresso di tre supermercati e un post su facebook. «Avete bisogno della spesa, di medicinali, di altre commissioni? Chiamatemi, ma non voglio soldi: sono riconoscente a questa città e alla sua gente»

«Amo questa città: mi ha restituito a nuova vita, le sono molto riconoscente e, allora, sono a sua disposizione; meglio: a disposizione di quanti hanno bisogno di aiuto e non hanno accanto qualcuno che sbrighi per loro anche una qualsiasi commissione». Un messaggio “social” più o meno simile, e Amir, curdo-iracheno, trent’anni, manifesta la sua disponibilità stare accanto a chiunque avesse bisogno di aiuto a titolo completamente gratuito. Parte così la sua storia in un momento di grande emergenza del nostro Paese, l’Italia, afflitto da uno sciagurato virus che è già costato la vita a migliaia di italiani e messo in quarantena tanta gente. Specie gli anziani, fascia debole e più esposta di altre alle infezioni del Covid-19, come viene chiamato questo sciagurato coronavirus.

Amir, dunque. Non solo social. «Ho scritto e stampato, con tanto di numero di cellulare, un cartello poi affisso all’ingresso di tre supermercati: telefonatemi o inviatemi anche un semplice messaggio, sarò io a contattarvi».

Non solo altruista. «Voglio proseguire negli studi – dice – poi possibilmente affermarmi in un lavoro che amo, la cucina». Non aspira a fare lo chef in uno di quei tanti programmi televisivi, ma i suoi compagni, ragazzi che ha conosciuto nella “sua” Taranto, assicurano che non ha nulla da invidiare alle star televisive che giudicano le pietanze di partecipanti a coocking-show. «Lui indossa tassativamente cappellino e guanti, adesso al tempo del coronavirus, anche la mascherina per proteggere se stesso e le pietanze, sempre invitanti che lui prepara a getto continuo».

E BRAVO, AMIR!

Bravo Amir, giunto a Taranto cinque anni fa. Da allora, fra un lavoro e un lavoretto, qualche impegno che non lo allontanasse troppo dal suo primo obiettivo: lo studio. «Frequento il biennio di italiano – racconta fra un post e l’altro, lui che è molto “social” – per accedere al terzo anno di scuola media superiore per prendermi un diploma che mi schiuda le porte verso uno dei miei principali obiettivi: la cucina!».

«Cuoco!», che bella parola, avrebbe esclamato il grande Totò. Del resto, il Principe de Curtis, protagonista di “Miseria e nobiltà” uno dei film più divertenti della storia del nostro cinema, asseriva che la cucina era il suo “posto di combattimento” preferito. E Amir, che è un ragazzo sveglio e impegnato, vuole raggiungere il suo scopo con il massimo impegno, tanto che sul suo profilo facebook presenta speso le sue creazioni gastronomiche nella collana “Il mio piatto”.

Tolto studio e passione, ecco la sua disponibilità. Abita al Borgo, nel centro cittadino di Taranto e allora, ecco che tornano utili i social usati in modo ragionato. Posta uno dei suoi messaggi. «Con il coronavirus in circolazione, molti preferiscono restare a casa, specie i più anziani: offro la mia disponibilità per farvi la spesa a titolo gratuito: se volete questo mio modesto aiuto, contattatemi telefonicamente o inviatemi un messaggio».

PRIMA TELEFONATA, DUE ANZIANI

Pare che i primi a rispondere al suo invito siano stati due novantenni. A dispetto della loro età, i due anziani, sono stati più veloci di altri a contattare Amir. «Era una settimana non riuscivano ad avere latte speciale fornito dalla farmacia ospedaliera: per compiere questa prima commissione ho dovuto attraversare a piedi per un bel tratto la città, ma alla fine ce l’ho fatta, i miei primi due amici tarantini bisognosi solo di un po’ più di attenzione, hanno avuto quanto richiesto”. A piedi, Amir. Non ha un’auto, anche se adesso dispone di una bicicletta. “Me la presta un’amica – dice – non appena venuta a conoscenza di questa mia nuova missione per Taranto, non ha battuto ciglio, ed eccomi qua…».

Ora Amir studia, la testa sui libri. Quando sarà finita l’emergenza dovrà dare gli esami. Nel frattempo si stacca dai testi, va ai fornelli, prepara piatti italiani e orientali. Lo stesso fa con i dolci. Sta diventando uno chef con i controfiocchi. Poi ecco le telefonate e i messaggi. Non sa dire “no”, trova sempre le parole giuste per fissare un orario, un appuntamento. «Tengo fede alla mia disponibilità – dice Amir – quella data sui social e con i cartelli all’ingresso dei supermercati: chi ha bisogno di me, chiami pure, non solo per i medicinali, ma anche per la spesa; ma attenzione, non voglio mance: vale quello che ho detto all’inizio, lo faccio a titolo gratuito, amo Taranto e la sua gente, gli sono riconoscente, è stata fondamentale nell’avermi aiutato a rimettermi in corsa e darmi l’occasione della vita, studiare e costruirmi un futuro».

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