Taranto brinda su Sky

Varvaglione1921, cento anni, svetta in Italia e all’estero

L’azienda vitivinicola sbarca sul canale “Arte”. Tra le dieci Cantine selezionate, racconta il brand e il legame con il territorio. «Orgogliosi di rappresentare una Puglia vinicola che fa un buon vino si prende cura del proprio ambiente», dice Marzia, portavoce di una famiglia che da un secolo si dedica a una produzione di alto livello. Altro motivo di vanto per la nostra provincia.

 

Da anni leader in Italia e all’estero per la produzione di un vino straordinario, l’azienda Varvaglione1921 è diventata regina del mercato. Che fosse un’etichetta fra le più considerate del nostro Paese, era cosa nota. Se ne erano accorti gli addetti ai lavori e i consumatori di un vino dal gusto unico, ma anche gli strumenti di comunicazione, tanto che se n’è accorta anche la tv.

Taranto. Arte, Creatività e Cultura del Vino in Italia sono gli ingredienti della fortunata serie tv “B.E.V.I.” (Bacche, Enologi e Vinattieri d’Italia) che da oggi, mercoledì 20 ottobre, sarà in onda su Sky Arte (canali 120 e 400) e disponibile On Demand ed in streaming su NOW.

L’azienda tarantina Varvaglione1921 è tra le dieci cantine italiane scelte per un racconto del mondo del vino che sia progetto di alta visione vitivinicola ma anche legame con il territorio, con la sua storia, con la sua identità, in un viaggio che della bellezza e dell’arte facciano da traghettatori.

Dalla Sicilia al Trentino, passando per Taranto, arriva su SKY Arte un viaggio di scoperta alla ricerca di storie imprenditoriali esemplari e di territori che hanno contribuito a generare la civiltà della vite e del vino in Italia.

Una chiave di racconto originale e innovativa, insieme alla cura nella definizione delle immagini e la scelta di montaggio, sono i fattori di successo della serie televisiva B.E.V.I. che ritorna su Sky Arte con 10 episodi nuovi di zecca per una seconda stagione dedicata al rapporto tra Vino Arte e creatività, segnala la giornalista Monica Caradonna.

 

RISPETTO DEL TERRITORIO

«Siamo orgogliosi di rappresentare la Puglia in questo progetto che ci inserisce in un contesto di grande storia della viticoltura italiana – commenta Marzia Varvaglione – e siamo felici di essere rappresentanti di una Puglia vinicola che oltre a fare buon vino si prende cura del proprio ambiente, è attenta a valorizzare la storia del territorio circostante. Con i nostri vini portiamo nel mondo Taranto e la sua storia millenaria e siamo onorati che SKY Arte ci abbia scelto per un racconto intenso e declinato lungo le coordinate della bellezza».

Uno spaccato in dieci episodi – in onda ogni mercoledì alle 20:40 dal 20 ottobre prossimo – che celebra le cantine come autentiche fucine di creatività, artigianalità ed arte: luoghi di culto che hanno custodito e tutelato, nel tempo, un patrimonio che per identità e qualità rappresenta un vanto per l’Italia nel mondo.

 

B.E.V.I. SU SKY ARTE

Dalla Sicilia con Cantine Florio e Tasca d’Almerita, passando per Frescobaldi nel cuore della Toscana per raggiungere l’Umbria di Tenute Lunelli e l’Abruzzo di Masciarelli. Ci sarà spazio anche per l’arte della distillazione – in questa nuova stagione di B.E.V.I. – raccontata dalla famiglia Nardini, il cui nome, attraverso secoli e generazioni, è diventato un’icona italiana nel mondo della grappa. Il viaggio di scoperta proseguirà alla volta del Trentino con l’azienda Ferrari e in Veneto con Santa Margherita e, subito dopo, farà tappa nel tempio del Chianti Classico con la famiglia Antinori per poi giungere a Frascati e Terracina nel settimo episodio per conoscere la storia della viticultura laziale. Nell’ottava puntata le aziende Varvaglione e Montevetrano racconteranno al grande pubblico il fascino e la cultura delle terre del Sud vitivinicolo: Puglia e Campania.

«L’idea di B.E.V.I. nasce dall’esigenza di riscoprire l’animo e l’identità culturale del vino italiano – sottolinea Federico Di Giambattista, alla guida di Artlouder insieme alla compagna e autrice della serie Chiara Panzieri -. Nella seconda stagione abbiamo cercato di far emergere, ancor di più, il valore del “viaggio” rivelando al grande pubblico, tappa dopo tappa, regione dopo regione, i tesori enologici racchiusi nel Bel Paese».

Azzurri contro l’idiozia

La Nazionale italiana scende in campo contro le discriminazioni razziali

Prima lo aveva fatto salomonicamente. I nostri calciatori osservavano gli avversari e poi decidevano, oggi la scelta è diversa. Dopo gli episodi di Koulibaly e Maignan in serie A, la posizione è più severa. Ragazzi, un gesto di classe, allora…

 

Torino, Allianz Stadium, i giocatori di Italia e Belgio si inginocchiano prima dell’inizio della finale per il terzo posto di Nations League. Il gesto, forte, è a favore del “Black Lives Matter” (Le vite nere contano), il movimento contro il razzismo.

Italia-Belgio. Era già successo nella gara precedente, sempre contro la squadra di Romelu Lukaku, ma stavolta a Monaco di Baviera, prima dei quarti di finale di Euro 2020. Era stata un’incompiuta, i calciatori azzurri, intanto erano impreparati all’evento, dunque al “cosa fare o non fare, cosa diranno nel nostro paese, i nostrri amici, e via di questo passo”. Insomma, il tema aveva accompagnato il cammino della squadra azzurra durante gli Europei. Numerose, ma anche esagerate aggiungiamo noi, perché è bene anche non enfatizzare un gesto che in piena civiltà non dovrebbe nemmeno esistere, significherebbe tornare all’Età della Pietra. C’era state comunque delle polemiche, gli Azzurri erano stati presi alla sprovvista, tant’è che quando, in occasione della terza partita successiva (Italia-Galles), Bale e il resto della squadra, compatta, si era inginocchiata prima del fischio d’inizio, solo cinque degli undici giocatori italiani in quel momento in campo avevano seguito l’esempio dei colleghi d’Oltremanica.

L’episodio aveva fatto molto discutere, animando il dibattito anche sul piano politico. In verità, la Federazione non aveva mai preso una posizione decisa lasciando libertà di scelta, all’italiana, ai giocatori, tanto che alla fine lo spogliatoio aveva deciso in per inginocchiarsi. Giù, ma solo per un fatto di rispetto nei confronti dei giocatori dell’altra squadra, che per una posizione convinta da parte delle casacche azzurre. Una decisione, al solito, salomonica, per non fare irritare più di tanto anche quella frangia di tifo, alle volte avesse cominciato a fischiare anche loro.

 

DALLA “A” AI DILETTANTI…

Tutti sanno che il razzismo è sempre più al centro dell’attenzione del nostro calcio, dalla serie A alle categorie di dilettanti dove giocano molti immigrati che, tecnicamente si fanno rispettare. Nelle ultime settimane avevano fatto notizia i casi del difensore senegalese del Napoli, Kalidou Koulibaly, oggetto di “buuu” e insulti vari, dopo la partita con la Fiorentina. Prima ancora era toccato al portiere rossonero Mike Maignan (ne abbiamo scritto nei giorni scorsi, un intervento elegante il suo, da Premio Pulitzer!). Durante la partita Juventus-Milan l’estremo difensore rossonero era stato oggetto di offese di stampo razziale.

In entrambi i casi, Koulibaly e Maignan, si erano attivate le indagini federali e penali (perché l’offesa razzista entra nell’ambito del penale, pertanto chi non ha rispetto non prendesse la cosa tanto alla leggera). Le indagini avevano portato all’identificazione dei responsabili (puniti con il Daspo, impedire ai colpevoli di assistere a qualsiasi gara sportiva). Sul tema, inoltre, avevano fatto molto discutere le ultime dichiarazioni di Marco Materazzi (“A me davano del figlio di… ma nessuno prendeva posizione”). Siamo riconoscenti ad uno dei campioni Mondiali di Berlino, ma non è la stessa cosa. Lo diciamo in senso provocatorio, la cosa, “figlio di…”, in qualche modo rende uguali: come a dire che sia i bianchi che i neri possono essere così scorretti da guadagnarsi un appellativo identico.

 

UN CORO DI “NON CI STIAMO!”

Tornando alla gara Italia-Belgio, finita con l’identico risultato (2-1), il gesto dei calciatori della Nazionale italiana non provoca grandi sorprese, visto che per i Diavoli Rossi è diventata una consuetudine inginocchiarsi prima di ogni partita. Anzi a questo proposito della gara il centrocampista della Juve (e della Nazionale), Manuel Locatelli, aveva spiegato chiaramente come la posizione sua e dei suoi compagni di squadra non fosse affatto cambiata. “Se i nostri avversari si inginocchieranno – aveva detto alla stampa – lo faremo anche noi: chi è protagonista di episodi di razzismo non deve più entrare negli stadi, occorrono decisioni severe, è ora che il razzismo esca dal calcio”.

Sottoscriviamo. Ma se ci inginocchiassimo senza aspettare che lo facciano per primi gli avversari, non sarebbe anche questo un bel colpo di tacco? Come a dire un gesto di alta classe.

«Voglio diventare grande!»

Tani, dieci anni, nigeriano, il più piccolo campione di scacchi

«Voglio diventare il più giovane Grand Master di sempre», dice il ragazzino ex senzatetto fuggito con la famiglia per sottrarsi alle violenze nel suo Paese. «Tra un anno, al massimo due, diventerò campione». E i suoi, che facevano mestieri umili, ora sono cresciuti professionalmente. E danno i soldi raccolti per aiutare tanti altri homeless a migliorare la qualità della vita.

 

Annusando un po’ la storia del piccolo-grande Tani, dieci anni e mezzo, già campione di scacchi, pare di trovarsi, con le debite proporzioni nella sceneggiatura di “Scoprendo Forrester”. Lì un giovanottone nero aveva il dono della scrittura e si imbatte in un Premio Pulitzer, interpretato da Sean Connery. Chi è meno giovane, invece, ricorderà “Erasmo il lentigginoso”, ragazzetto-prodigio in matematica con un papà apprensivo e stupito con la faccia di James Stewart.

Bene, pare che adesso, a proposito di film e sceneggiature americane, anche la storia di Tani possa diventare un film, magari una saga del piccolo re degli scacchi. Ci avrebbe pensato Steven Conrad, uno che quando scrive sa andare dritto al cuore della gente. Sua, infatti, è la sceneggiatura di “La Ricerca della Felicità”, struggente storia interpretata da un grande Will Smith e da un piccolo, Jaden Smith, suo figlio nel film e nella vita di tutti i giorni. Pare che Conrad stia adattando per il cinema il libro “My name is Tani…e credo nei miracoli” (per il mercato italiano questo titolo è una furbata…) scritto dai genitori di Tani, che di cognome fa Adewumi. Tani è bimbo profugo, arrivato negli Stati Uniti dalla Nigeria Nigeria. Appena tre anni fa era un senzatetto,  ora è un “National Master”, praticamente laureato in…Scacchi.

 

COMINCIA A SETTE ANNI…

Tani aveva iniziato a giocare a sette anni. «Voglio diventare il più giovane Grand Master di sempre», diceva e scommetteva, con i compagni e con papà e mamma, «tra un anno, al massimo due». E non lo diceva, convinto, solo ai suoi genitori. Lo diceva in giro, a costo di rimetterci quell’adorabile faccino. La stessa cosa, scrive l’agenzia Ansa, Tani l’ha dichiarata, pari pari,  a Nicholas Kristof, giornalista del New York Times che di Tanti ne aveva scritto già due anni fa. Il record appartiene ad un giocatore di scacchi russo di  trent’anni anni, che al riconoscimento ci era arrivato a dodici anni.

Il piccolo nigeriano sta bruciando le tappe. E fa  più notizia il fatto che Tani quando si è avvicinato alla scacchiera viveva con la famiglia in un quartiere per senzatetto. Un anno dopo, il piccolo era già campione dello stato di New York avendo battuto coetanei di famiglie benestanti ed addestrati nelle più costose scuole della città. Gli americani che in queste cose sono campioni di generosità, avevano risposto al New York Times donando 250mila dollari in favore della famiglia insieme a un appartamento con anno di affitto pagato. Praticamente un film.

«Quando penso a come eravamo, dove siamo oggi grazie al mio piccolo Tani, e dove speriamo di arrivare, penso sia frutto di un miracolo», la mamma del piccolo che aveva lavorato come donna delle pulizie e oggi, si è diplomata da infermiera. Il padre di Tani, ai tempi del quartiere dei senzatetto, lavapiatti e autista, oggi è agente immobiliare.

 

…A DIECI E’ CAMPIONE!

Non è finita, sentite questa. La famiglia di Tani, scappata dalla  Nigeria per sfuggire alla violenza di Boko Haram, ha usato i fondi raccolti per loro per dar vita a una fondazione che aiuterà altri senzatetto. Se non è solidarietà da libro “Cuore” questa…

Con una certa indipendenza economica, hanno ingaggiato un Grand Master, che allena il figlio tre volte alla settimana. Perché Tani, uno che ha visto “La Regina degli Scacchi”, vuole migliorare ancora. La “Regina”, in programma su Netflix, la conoscono tutti: è un’orfanella estranea al giro dei tornei ma presto si rivela uno straordinario talento. «Sembro io, in tutto e per tutto», ha esclamato il ragazzo venuto dall’Africa. Dopo la prima vittoria a New York, erano state molte le scuole private gli avevano offerto un posto, ma la famiglia ha preferito tenere Tani nel sistema pubblico che ha subito capito il suo talento.

C’è un problema, ora. Tani potrebbe diventare un campione mondiale, ma, c’è un “ma”. E’ un immigrato e ciò impedisce a Tani di viaggiare e, dunque, prendere parte a competizioni internazionali. La famiglia ha chiesto asilo per “motivi religiosi” e c’è il forte rischio che il ragazzo-prodigio al suo ritorno non possa essere riammesso negli Stati Uniti. Gli americani tifano per lui, come noi del resto. Ma questo è un altro pezzetto del film a lieto fine del piccolo fenomeno della scacchiera.

“No Green pass”, caso politico

Due manifestazioni, disordini a Roma e Milano

Tratti in arresto esponenti della destra estremista. Assalto alla sede della Cgil capitolina. Diecimila a protestare nella capitale, cinquemila nel capoluogo lombardo. Tredici arresti, seicento identificazioni. Cariche alla polizia, la risposta delle Forze dell’ordine. Il Capo del governo pensa allo scioglimento di Forza nuova. Contrari all’eventuale provvedimento, la Lega.

 

È un bilancio che fa riflettere quello registratosi nei giorni scontri fra Roma, principalmente, e Milano, all’interno o a margine, se vogliamo, della manifestazione passata come la protesta dei “No Green pass”-

Tredici sono state le persone tratte in arresto (fra queste, due leader di Forza Nuova). Seicento i manifestanti identificati, trentotto gli agenti delle forze dell’ordine rimasti feriti. In piazza del Popolo, a Roma, era previsto un sit-in autorizzato a cui hanno aderito qualcosa come diecimila persone. Non era difficile immaginare che anche una scintilla sarebbe stata sufficiente per provocare incidenti. Così, questi, hanno avuto inizio quando un gruppo di manifestanti ha cercato di forzare il cordone delle forze dell’ordine.

Fosse prevista meno una protesta così accesa, lo decideranno gli inquirenti. Fatto sta che da quel momento e, nelle diverse ore a seguire, per le strade del centro è andata in scena una guerriglia urbana. Arrestate, dunque, nel corso della notte più “calda” dodici persone, a cui se n’è aggiunta una per gli scontri di Milano. Fra queste, si diceva, i vertici di Forza Nuova: Roberto Fiore e Giuliano Castellino, leader nazionale il primo, e leader romano del movimento neofascista, il secondo.

 

POSIZIONE TASSATIVA…

«Dal 15 ottobre, e fino a che il “Green pass” non verrà ritirato definitivamente la rivoluzione popolare non fermerà il suo cammino, con o senza di noi». La dichiarazione, forte, è riportata in un comunicato Forza Nuova, che aggiunge che «il popolo ha deciso di alzare il livello dello scontro». Arrestati anche Luigi Aronica, ex Nar e attualmente esponente di Forza Nuova. Aronica, fra i fondatori dei primi Nuclei Armati Rivoluzionari, in passato era stato coinvolto in vicende giudiziarie, e il ristoratore Biagio Passaro, leader del movimento “IoApro”.

Nel pomeriggio di sabato scorso alcune centinaia di persone si sono dirette verso Palazzo Chigi, mentre un gruppo ha assaltato la sede della Cgil. Non solo una marcia verso i due obbiettivi, ma anche il lancio di fumogeni e bombe-carta all’indirizzo delle forze di polizia che hanno risposto con lacrimogeni e cariche. Gli scontri sono andati avanti fino a sera.

Una trentina di manifestanti ha assaltato nella notte il Pronto soccorso del Policlinico Umberto I di Roma dove era stato ricoverato uno dei partecipanti alla protesta, sfondando la porta di ingresso. «Situazione tornata alla normalità dopo alcune ore con l’intervento delle Forze di polizia – ha dichiarato l’assessore alla, Sanità Alessio D’Amato, che si è portato sul posto per un sopralluogo – nel bollettino anche quattro i feriti, due tra le forze dell’ordine e due operatori sanitari».

 

 

…NON SOLO A ROMA

Non solo a Roma, un corteo anche a Milano. Tensioni si sono registrate anche nella manifestazione a cui avrebbero preso parte circa cinquemila persone, stavolta riunitesi senza preavviso. I manifestanti hanno attraversato il centro della città tentando (senza riuscirci) di bloccare la circolazione dei treni in Stazione Centrale. Anche qui un primo bilancio: una persona arrestata e cinquantasette denunciate. Il giovane tratto in arresto è un milanese di venticinque anni. E’ stato bloccato dopo aver colpito violentemente alla schiena un poliziotto che ha riportato una prognosi di sette giorni. Altre quarantotto persone sono state denunciate per interruzione di servizio pubblico e violenza privata. E altre sei, invece, oltre che per questi reati, sono state denunciate anche nell’istigare alla disobbedienza alle leggi e per “manifestazione non preavvisata”. Infine tre persone sono state denunciate per oltraggio a pubblico ufficiale, rifiuto d’indicazioni sulla propria identità e resistenza a pubblico ufficiale. Tutto, ora, è al vaglio del Capo del governo, a proposito dello scioglimento di Forza nuova, fra i contrari al provvedimento, la Lega.

Il treno della Dolce vita…

Un’altra grande scommessa di Trenitalia

Un convoglio extralusso attraverso le bellezze italiane. Interessa 14 regioni e 128 città. Non poteva mancare la Puglia. Il viaggio comincia a Bari, prosegue per Taranto, passando per Gallipoli, Otranto e Lecce e Brindisi e risale verso Altamura. Ulteriori approfondimenti sui numerosi organi di informazione.

 

La Puglia fa sempre notizia. Merito anche di Trenitalia, molto attiva in questo periodo con offerte sempre diverse e sempre interessanti. L’ultima della serie questa volta, ripresa e rilanciata da quotidiani, siti, locali e nazionali (Repubblica, Info Cilento, Latinaoggi, madeintaranto.org, la stessa Ferrovie.info) riguarda le crociere di lusso sul Treno della Dolce vita. La suggestione è il viaggio come quello fatto dalla rockstar Madonna, tra Matera e il Salento qualche settimana fa, sulle vetture storiche. 

Un interessante progetto, si diceva, promosso da Trenitalia insieme con Arsenale SpA, una trovata turistica innovativa che si rivolge soprattutto agli amanti del cosiddetto “luxury”, con itinerari attraversano anche la Puglia.

C’è grande eleganza in quest’ultima idea nata e coltivata in casa Trenitalia. Ma, attenzione, non solo eleganza degli ambienti, ma ricercatezza nei sapori, panorami mozzafiato. E’ il ribattezzato “Treno della dolce vita” e richiama, evidentemente, un’atmosfera indelebile nelle ultime generazioni del nostro paese: quella degli Anni Sessanta insieme, perché no, alla voglia di godere dei piaceri della vita.

 

IL TRENO DEI DESIDERI…

Il “Treno della dolce vita”, che riprende come idea il famoso Orien-Express, intende far godere al viaggiatore romantico il fascino del territorio e dell’esclusività con il design elegante delle carrozze, le cabine deluxe, la ristorazione curata da grandi chef e il personale dedicato per offrire servizi “luxury”.

Atmosfera Anni Sessanta, si diceva, quella appunto della “Dolce Vita“ di Fellini, uno dei brand italiani più famosi al mondo. Un periodo straordinario, quello della “dolce vita”, di grande creatività artistica e cinematografica. E, perché no, anni del boom economico e di una voglia di vivere e godersi bellezza, clima e divertimenti. E con questi anche i sapori di una regione, la Puglia, seconda a nessuno nel mondo.

Cosa prevede il progetto della Fondazione Fs italiane, nato dalla partnership tra TrenItalia e Arsenale spa, società di Paolo Barletta e Nicola Bulgari impegnata nel turismo Made in Italy. Dunque, il convoglio “Dolce vita” sarà un vero e proprio hotel a cinque stelle itinerante e passerà attraverso i posti più belli e ricchi di suggestione d’Italia, tra questi anche quelli presenti in Puglia, lungo la tratta ferroviaria della Sud-Est.

 

PUGLIA, L’ITINERARIO

Proprio il Made in Italy, infatti, è sinonimo di cura e “saper fare”. L’amore per la qualità dei prodotti e l’attenzione ai dettagli conduce il turista a percorrere un’esperienza straordinaria di quanto significhi vivere all’italiana, tra romanticismo, avventura e sapori. Il viaggio del “Treno della Dolce Vita” si declina in diversi itinerari ferroviari lungo 14 regioni e 128 città.

Il viaggio in Puglia comincia a Bari, per proseguire per Taranto, la Città dei Due Mari, passando per Gallipoli, Otranto e Lecce, la “Signora del Barocco” e ancora per Brindisi. Continua risalendo verso Altamura, famosa per il suo pane per concludersi nella lucana Matera, Città dei sassi.

A bordo dei convogli, spiegano le note diffuse da Trenitalia e riprese dagli organi di informazione, si apprezza la tipica ospitalità pugliese, la cultura del cibo e i sapori sopraffini, la cura per i dettagli e l’eleganza del design. Tutti elementi dell’innovazione italica che convivono armoniosamente proseguendo con quella che potrà essere l’esperienza del cuore.

«Sadiki, sei proprio tu?»

Muzi, gambiano, dalla disperazione a un abbraccio infinito

«Salvo, nonostante gli avessi tirato un morso disperato. In un mare in tempesta, quel fratellone mi allungò il suo bidone vuoto al quale aggrapparmi. Non avevo più forze, lui ne avrebbe avuto ancora per venti minuti, forse mezz’ora. Le acque agitate avevano inghiottito centotrenta dei centosessanta passeggeri di una imbarcazione che faceva acqua. Pensavo non ce l’avesse fatta, quando nel centro di Taranto…»

 

«Salvo per un morso!». Detta così può sembrare un’esagerazione, invece la storia di Muzi, giovane gambiano, salvato da Sadiki, guineano, è tutta vera. Dal dramma al lieto fine, se non fosse che nei loro cuori battono anche quelli di centotrenta fratelli neri ingoiati da un mare in tempesta e un imbarcazione che faceva acqua da tutte le parti. E non da principio, bensì nel bel mezzo del viaggio.

Muzi, il lieto fine. «Per quello c’è tempo – ci aveva raccontato non senza una certa emozione – la storia è lunga e complicata, un brutto film nel quale la gente che urla e affoga in mare aperto è vera, non sa nuotare, non trova un bidone, una tavola, un gommone al quale aggrapparsi per sfidare le onde del mare aperto alte quanto un palazzo: di notte il mare è un inchiostro, ad ogni onda perdi di vista i tuoi compagni di viaggio, poi li rivedi, provi a contarli e all’appello ne manca sempre qualcuno: una disperazione, hai l’impressione di morire ogni minuto, come se stessi vedendo te al prossimo doloroso giro».

Esattamente quattro anni fa. «Partiamo dalla costa libica – ricostruisce Muzi – ognuno di noi si era svuotato le tasche da quei pochi soldi che aveva rimediato con lavori saltuari: meglio che niente, lavorare, anche faticando come fossimo bestie da soma, che non cadere fra le mani di uomini in divisa – che fossero militari o qualcosa di simile, non potrò mai saperlo – che ti sbattono in un capannone e ti ci chiudono dentro, per picchiarti e convincerti che se vuoi avere salva la pelle è meglio che ti metta in contatto con la tua famiglia e chieda loro i soldi del riscatto».

 

MIO GRANDE EROE!

Dunque, la partenza. «Oggi non posso dire nemmeno di essere stato sfortunato, visto che me la sono cavata grazie alla generosità di un vero fratello, Sadiki, che mi allungò un bidone al quale mi abbracciai per galleggiare: stavo per andare a fondo, non avevo più forze per tentare altre bracciate, provare a nuotare, quando vidi questo ragazzone che invece di tenersi stretto a quel salvagente di fortuna, senza pensarci due volte mi allungò quel bidone, la mia salvezza. E pensare che mentre mi sentivo trascinato a fondo, gli tirai un morso disperato, quasi volessi aggrapparmi alla vita con le mani, i denti. Per fortuna, interpretò quel morso come un gesto disperato e non di sfida…».

Il dramma, i pianti, le urla strazianti. «Purtroppo non era un film, quelle erano urla vere che venivano ingoiate da un mare che non perdona: partimmo in centosessanta, più o meno, almeno in centotrenta ci avevano rimesso la vita: in alto mare quella “bagnarola” cominciò ad imbarcare acqua, entrava da tutte le parti, per giunta scoppiò anche una camera d’aria laterale; da quel momento non si capì più niente: avete presente “Si salvi chi può!”? Ecco, proprio così, chi non sapeva nuotare rimaneva su quello che restava dell’imbarcazione che poco per volta scompariva fra le acque agitate; gli altri, in mare, fra le braccia qualsiasi cosa potesse tenere a galla, bidoni, camere d’aria, qualsiasi cosa…».

Sadiki, lo aveva perso di vista. «Pregavo per me e per lui, per quanto avesse un fisico robusto, quelle onde che ti sbattevano a venti, trenta metri di distanza, non poteva avere tanta autonomia; fu un istante, forse era lui, magari volevo fosse lui, volevo si salvasse: vedevo l’unico sorriso di incoraggiamento fra tutti quei volti segnati dalla disperazione, mi piaceva pensare fosse Sadiki quel ragazzone tutto muscoli che mi passò un istante accanto, anche lui abbracciato a un bidone vuoto con un pollice infilato in un foro».

 

 

UN BEL GIORNO, IN CITTA’…

Tratti in salvo. «Pescatori libici che ci aiutarono a tornare a riva, ma senza consegnarci ai militari: sarebbe stata la fine; aspettammo un’altra imbarcazione, questa volta andò meglio, sbarcammo in Sicilia. Di Sadiki avevo perso le tracce e ogni speranza che si fosse salvato…».

Invece, un bel giorno. «Centro di Taranto, via D’Aquino: vivevo a Martina Franca, ospite di una comunità, quando decisi di farmi una passeggiata in città insieme con alcuni amici miei: fu un attimo, incrociai altri ragazzi che venivano dalla parte opposta. “Ma sei tu? Proprio tu?”, e lui: “Sì, io, proprio io, Sadiki!”. Non conoscevo ancora il nome del mio salvatore, me lo stava rivelando in quel momento. E’ l’abbraccio più caloroso che abbia mai dato e avuto, scoppiammo a piangere: ci staccavamo un attimo, ci guardavamo in faccia e ci riabbracciavamo, e ogni volta l’abbraccio era più forte: sotto la stretta di Sadiki c’era da restare senza fiato».

Un pianto a dirotto e liberatorio, la storia aveva avuto almeno un lieto fine. «Mi chiamo Muzi! Ci scambiammo il numero di cellulare, ci giurammo che non ci saremmo mai più persi di vista: gli devo la vita. E pensare che tutto era cominciato con un morso disperato…».

Cristiano, che gol!

L’asso portoghese regala una maglia autografata ai bambini “Pediatria e Oncoematologia pediatrica”

Insieme con i campioni della Juventus, la sua ex squadra ha fatto dono di una sua casacca con il mitico “7”. Merito ai siti calciostyle.it e blunote.it

 

Se non il più bello, per i tarantini, è sicuramente fra i più bei gol che Cristiano Ronaldo potesse realizzare prima di salutare l’Italia e tornare in Premier league, dopo tre anni da grande protagonista nella Juventus.

Un dono particolarmente gradito, infatti, è stato consegnato al reparto di “Pediatria e Oncoematologia pediatrica” dell’Ospedale di Taranto: la redazione calciostyle.it, in collaborazione con blunote.it, ha donato ai piccoli pazienti la maglia ufficiale di Cristiano Ronaldo della stagione 2020-2021 con dedica ai bimbi di Taranto.

Regalo più bello da parte di un campione e dei suoi compagni, anche loro campioni in campo e fuori, non poteva esserci. Una maglia, si diceva, autografata dallo stesso “pallone d’oro” e dalla squadra della Juventus, con la quale il fuoriclasse portoghese ha giocato negli ultimi anni, prima di tornare al Manchester United, squadra che lo lanciò nel grande calcio europeo. Un dono prezioso, quello della maglia autografatissima, per ciò che il campione portoghese può rappresentare per le bambine e i bambini ricoverati nel nosocomio tarantino.

 

FORZA E IMPEGNO SOCIALE

Esempio di forza e impegno sociale, CR7 – così lo hanno ribattezzato gli appassionati di calcio, fra iniziali e numero di maglia – è uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi e, con le sue straordinarie giocate, fa sognare gli appassionati del bel calcio, così da essere fonte di ispirazione per i piccoli in cura presso il reparto pediatrico del SS. Annunziata e che amano lo sport e le gesta sportive dei campioni come l’asso portoghese.

«Con questo pensiero che parte dal cuore è nostra intenzione rendere omaggio e allietare per quanto possibile le vite dei bambini meno fortunati, ricoverati nel reparto pediatrico-oncologico “Nadia Toffa” dell’ospedale di Taranto – hanno affermato i rappresentanti delle due redazioni, calciostyle.it e blunote.it  – con i nostri più sentiti ringraziamenti rivolti alla struttura sanitaria per questa opportunità e per l’encomiabile lavoro quotidiano svolto e il conseguente servizio sanitario impeccabile».

Un gesto molto bello, giunto inaspettato e, per questo, forse più bello ed entusiasmante che allieterà le giornate dei piccoli pazienti sottoposti all’attenzione di un personale qualificato e sempre disponibile a regalare oltre alla grande professionalità, un sorriso.

Viva i Ferragnez

Fra referendum, migranti e green pass

Provocatoriamente torniamo su un tema dibattuto in questi giorni. Tutto parte da Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione europea. Un accordo sul nuovo Patto europeo su migrazione e asilo avverrà sicuramente dopo le elezioni presidenziali in Francia. All’esame temi come gli immigrati, le ONG, l’accoglienza, la distribuzione, rimpatrio. La coppia di influencer, Chiara Ferragni e Fedez, che si pronunciarono a favore dell’accoglienza intanto debuttano con una serie televisiva…

 

Scegliamo i migranti, facciamo un referendum e, se proprio non abbiamo niente di meglio da fare, parliamo anche dei Ferragnez, i coniugi più famosi dei social, vale a dire Chiara Ferragni e Fedez.

Partiamo dal referendum e la scelta che propende sull’accoglienza, cioè la scelta dei migranti. Una delle ultime notizie riguarderebbe una sorta di pari e dispari su un tema sul quale ci siamo spesi abbondantemente, a favore dei migranti. Non lo diciamo solo noi, lo ricorda la Costituzione, che è bene ripassare ogni tanto. Ripassare, qualcosa che fa bene alla memoria e, sicuramente, al cuore: affrontare un tema così delicato, da spettatori privilegiati (possiamo dirlo?) è più comodo. Pensate le motivazioni che spingono i ragazzi nordafricani a compiere un viaggio, una fuga da guerre e persecuzioni politiche, etniche. Sono sufficienti questi tre motivi ad accogliere gente più sfortunata di noi a braccia aperte.

Dunque, quale sarebbe la notizia che in questi giorni rimbalza da un media all’atro. Il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, ha affermato che un accordo sul nuovo Patto europeo su migrazione e asilo avverrà sicuramente dopo le elezioni presidenziali in Francia (aprile 2022). Saranno presi in esame temi come, appunto, gli immigrati, le ONG, l’accoglienza, la distribuzione, rimpatrio, le quote e altro ancora. Il diritto di asilo, non lo scopriamo certamente oggi, è tra i diritti fondamentali dell’uomo ed è riconosciuto dall’Articolo 10 (terzo comma) della Costituzione.

 

RIPASSIAMO LA COSTITUZIONE…

Attenzione però, spesso le due definizioni vengono usate come sinonimi, l’istituto del diritto di asilo non coincide con quello del riconoscimento dello status di rifugiato. Quest’ultimo non è sufficiente, per ottenere accoglienza in altro Paese. Nonostante nel Paese di origine siano generalmente represse le libertà fondamentali, occorre che il singolo richiedente abbia subito specifici atti di persecuzione. Il riconoscimento dello status di rifugiato è entrato nel nostro ordinamento con l’adesione alla Convenzione di Ginevra ed è regolato essenzialmente da fonti di rango UE. Il rifugiato è dunque un cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese.

 

CHIARA E LIMPIDA

L’argomento, come si evince da definizioni di carattere legislativo meritano un maggiore approfondimento. E non è detto che non lo si faccia. Potremmo parlare, ora, di un altro argomento, anche questo referendum, che martella nella testa degli italiani, principalmente i “no vax”. Quanti cioè non credono nei benefici del vaccino, nonostante i decessi per covid – per fortuna aggiungiamo noi… – siano scesi in modo esponenziale. Ma anche questo merita maggiori approfondimento.

Ci restano i Ferragnez, che in passato si sono espressi benevolmente sull’accoglienza, attirandosi le ire di quanti si opponevano strenuamente per…partito preso. Non ci interessano gli argomenti a causa dei quali sono bersaglio (più per invidia nei loro confronti, ci viene da pensare…). A noi, il fatto che due ragazzi diventati fra gli influencer più amati al mondo si esprimano in modo favorevole su un tema così importante, sensibilizzando sull’argomento molti giovani, basta e avanza. E, al contrario di qualche giornale che svolta a destra, a noi che i due stiano per cominciare una serie tv, interessa. Hai visto mai che i due, stavolta, invece di trattare l’accoglienza di sguincio, fra una battuta e l’altra, lancino segnali di distensione nei confronti dei nostri ragazzi? Dunque, viva la Ferragni, viva Fedez.

«Il calcio, il mio riscatto»

Aboubakar Diaby, ventuno anni, ivoriano

«A quindici anni andai via dal mio Paese, ma fui truffato. Persi soldi, fui sequestrato: i miei genitori pagarono il riscatto. Ho fatto il muratore, partito per la Sicilia mi videro giocare: un provino, un tecnico, una squadra più importate, infine il Taranto. Sogno di indossare la maglia della Nazionale e fare un gol da dedicare a mamma…»

 

«Sono felicissimo, è un grande momento per me, non so come spiegarvi: avrò modo di farlo quando mi sarò goduto questa gioia in pieno». Il Taranto, la squadra nella quale gioca anche lui, è stato appena promosso in serie C, campionato professionistico. Aboubakar Diaby, ventuno anni, ivoriano, piange a dirotto per la commozione. C’è felicità e riscatto in quelle lacrime. Bacia il terreno di gioco, la maglia, abbraccia compagni e dirigenti. Il direttore sportivo Francesco Montervino, che lo ha fortemente voluto in maglia rossoblù; il presidente Massimo Giove, che ha dato carta bianca al “diesse” tarantino e che a sua volta ha ricambiato la fiducia assicurando una categoria più appropriata a una piazza come Taranto. Stringe forte Giuseppe Laterza, il tecnico che gli ha trovato la posizione giusta in campo. Il gioco passa dalla sua tecnica e dalla sua forza. Diaby ci ha messo poco a diventare un beniamino dei tifosi. Ha fatto diversi gol lo scorso anno, ne ha messo a segno uno in una gara importante come quella con il Palermo, serie C, campionato professionistico.

Ma torniamo al suo «poi vi spiego». C’è la sua storia in quel pianto a dirotto e quelle mani schiacciate sul viso a coprire le lacrime. Aboubakar Diaby, una pertica, un fisico straordinario, ha una storia da raccontare. E che storia. Come tanti ragazzi della sua età, talvolta più giovani, altre più grandi. Quella di un giovanotto che a quindici anni prova a dare una svolta alla sua vita. Non è facile andare via dalla sua Costa d’Avorio, dove anche “Abou” è una bocca in più da sfamare, e tentare la fortuna in un Paese vicino.

 

QUESTA E’ LA STORIA…

Questa è la storia di un ragazzone amatissimo a Taranto, si diceva, non solo dai tifosi della squadra di calcio, ma anche dalla gente comune. Qui sono tanti i ragazzi neri che circolano per strada, a qualsiasi ora. All’alba li vedi in bici, si dirigono nelle vicine campagne, a raccogliere pomodori, frutta e ortaggi, sotto un sole che picchia duro. Anche a mezzogiorno, spingere un carrello pieno di pacchi, fra generi alimentari e prodotti da sistemare negli scaffali; oppure nel pomeriggio, mentre aiutano un anziano bisognoso di assistenza; uscire dalla porta sul retro di un ristorante dopo aver rimesso a posto tavoli e sedie.

Sono i nostri ragazzi, africani che in poco tempo hanno cominciato ad entrare a far parte del tessuto sociale della città. Pagano il loro soggiorno con l’unica moneta che conoscono: il lavoro. Non si tirano indietro davanti a niente, se c’è da faticare non battono ciglio, si rimboccano le maniche e sotto col lavoro. Ecco perché Diaby e i suoi “fratelli” sono rispettati e amati. Diaby si è aperto al taccuino di un sito fra i più autorevoli del calcio, “gianlucadimarzio.com”. Fabrizio Caianiello, cronista, commentatore sportivo pugliese fra i più preparati, in queste settimane ha portato alla ribalta la storia del ragazzo ivoriano. E noi gliene siamo particolarmente riconoscenti.

«Mio padre – racconta Diaby – che ora non c’è più, ammazzato da una malattia che non perdona, voleva che studiassi, mentre io cercavo di conciliare studio e pallone: dalle mie parti quello che non manca è proprio lo spazio; non ci saranno magliette dello stesso colore per fare tornei o società che possano seguirti e darti una mano a crescere e, magari, a tentare a fortuna, ma di campi di calcio improvvisati ce n’è tanti. Così io provavo a sognare: l’unica cosa che dalle mie parti non costa niente».

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Archivio fotografico Aurelio Castellaneta

 

VIAGGIO, TRUFFA, LIBERTA’…

Papà Diaby fa il genitore, irreprensibile, prova a dare buoni consigli al suo figliolo amorevolmente caparbio, che intanto cresce, in altezza e nel fisico. E nella tecnica. Certo, è ancora acerbo, «ma il pallone cominciava a fare quello che dicevo io: lo colpivo e andava dritto nell’angolo, all’incrocio, alle spalle del portiere; alzavo le braccia, esultavo, mi dimenavo come fanno i grandi campioni visti in tv».

Non è stato facile convincere papà. «Devo a un suo amico che mi vide giocare, se il mio genitore si convinse e mi iscrisse ad una scuola-calcio: a patto che continuassi a studiare. Accettai, ovviamente, ero felice di averlo convinto che, forse, il mio futuro potesse passare da un campo di calcio…».

Ma non ci sono osservatori in Costa d’Avorio. Almeno non di quelli che fanno di un giovanotto promettente una stella. Anzi, c’è un gaglioffo, quello sì. «Mi promise un provino, mi chiese di imbarcarmi ed aspettarlo in Libia: meglio se gli avessi lasciato quei soldi che avevo messo da parte con grandi sacrifici. Cosa vuoi che ne sappia un ragazzo di quindici anni…».

 

…E UN SOGNO

Il sogno diventa incubo. «Arrivato in Libia vengo posto sotto sequestro, due mesi rinchiuso in una prigione, maltrattato, fino a quando i miei carcerieri non intascarono i soldi del riscatto dai miei: una volta libero cominciai a fare il muratore. Lavoravo per un maliano, mi prese a benvolere, fu lui stesso a suggerirmi di partire per l’Italia e non tornare in Costa d’Avorio dove la situazione non era delle migliori. Mio padre, purtroppo, non c’era più, aveva perso la sua personale battaglia con quel male che non perdona. Sbarcai in Sicilia, lì ripresi a vivere…».

Infine, l’arrivo a Catania. «Ripresi a giocare, fui notato da chi mi ospitava in una casa-famiglia, mi segnalò all’Aci Sant’Antonio, squadra di Promozione, fui preso: l’allenatore Alfio Torrisi, oggi al Paternò, mi dava consigli per migliorarmi. Un bel campionato, arrivarono le richieste, mi chiamò il Licata, dove andai di corsa, con la benedizione del tecnico, per me un secondo padre. Altro bel campionato, infine Montervino, Laterza e il presidente Giove. Lo scorso anno facciamo un bel salto, dalla D alla C, il mio pianto a dirotto, la mia vita che mi passa davanti come fosse un film, drammatico, ma con un lieto fine: pensai a mio padre, mia madre, il mio Paese». I desideri di Abou, infatti, non finiscono qui. Anzi, cominciano da qui. «Un giorno voglio vestire la maglia della Nazionale del mio Paese, fare un gol e dedicarlo a mia madre: è lei, oggi, la mia famiglia; lei e i miei compagni di viaggio, quelli che mi hanno aiutato nel difficile campo della vita e sul rettangolo di gioco».

Quel Castello sul mare…

Massimo Cimaglia trasforma la fortezza in un set

Attore e regista, racconta una storia del Quattrocento. Schermidore professionista, interpreta pagine di storia dando ad esse un taglio cinematografico. Il pubblico seduto nella piazza d’Armi dell’antica fortezza tarantina, su un maxischermo le immagini degli attori che rappresentano in uno scenario di grande suggestione. Marina militare, Comune, privati in sinergia

 

Fosse vissuto sul finire degli anni Cinquanta o Sessanta, nel secolo scorso, quando Cinecittà era considerata una piccola Hollywood, Massimo Cimaglia sarebbe stato uno dei protagonisti di quel cinema di genere. Attore e regista, si sa, ma anche ottimo “spadaccino”, nel senso più stretto del termine, essendo uno schermidore professionista, sarebbe sicuramente stato fra i protagonisti di film di cappa e spada che hanno segnato un’epoca.

Roma, Massimo l’ha frequentata, l’ha vissuta. Si è mosso con disinvoltura fra teatro e tv, lavorato con registi e attori importanti. Poi, la nostalgia canaglia, che è un orologio, si presenta puntuale. Si fa sentire. Ma non è solo quella. Quando Cimaglia torna a Taranto per ripercorrere i luoghi della sua gioventù, perché nella testa gli sta balenando un primo progetto, forse due, riscopre una città dal grande fascino. Ogni angolo risplende, ognuno di questi può essere uno spunto per raccontare una storia. Ecco, Massimo, nel tempo, sta diventando il nostro cantastorie, nel senso più nobile del termine. Un “contastorie”, diremmo noi. E bene ha fatto nel raccontare certi aspetti della tarentinità. Attore, regista maturo, quando porta in scena un suo lavoro, Cimaglia mette in conto che deve mimare, aiutarsi con il linguaggio del corpo. Oltre che interpretare col giusto tono, la giusta inflessione, caricando le parole di gesti mai banali o fuori contesto. Non ci meraviglia, dunque, che Cimaglia abbia pensato e realizzato alla sua ultima creatura, “Il Castello sul Mare”, straordinario evento che si terrà  sabato 2 ottobre alle 20.30 nel castello Aragonese di Taranto. Evento gratuito (3396259355 e 3355394694).

 

CINEMA, TEATRO…

Cinema e teatro, visita virtuale e tour itinerante – raccontano le note del suo lavoro – colpi di scena e azioni rocambolesche. Il tutto ambientato nel Quattrocento, pubblico seduto nella piazza d’Armi. Trenta personaggi in abiti d’epoca che raccontano un evento senza precedenti in Puglia. Far rivivere uno dei simboli della nostra città, questo lo scopo dell’opera. Non solo uno spettacolo – viene spiegato – ma una storia che è parte integrante della vita del luogo che la ospita, che lo anima. L’organizzazione è di Terra Magica Arte e Cultura e nasce dal testo dell’autrice Barbara Gizzi e dalla direzione dello stesso attore-regista Massimo Cimaglia. Evento inedito e originale, totalmente gratuito, che non mancherà di coniugare la bellezza del “monumento”, il Castello, con quella del paesaggio naturale che lo circonda, il mare.

Accompagnare il pubblico in una immersione totale nelle storie raccontate. L’idea è un viaggio dentro un’avventura quattrocentesca animata da cavalieri, usurpazioni, drammi, amore, battaglie, che avviene nel continuo intrecciarsi di teatro e cinema. Praticamente un film, dalle grandi suggestioni. Segrete, prigioni, fossati, saloni, e poi il canale navigabile. Insieme diventano luoghi di azione che saranno proiettate, che completeranno lo spettacolo dal vivo, su un maxi schermo (installato nella piazza d’Armi della fortezza) davanti alla gente in platea. Tutto ambientato nel periodo in cui il Castello fu completato nella sua veste attuale dall’architetto Di Giorgio Martini.

 

PERSONAGGI E INTERPRETI…

Il comparto artistico è composto interamente da pugliesi. Protagonisti sono Francesco Iaia (il principe Raimondo) e Valeria Cimaglia (la principessa Sofia) insieme ad attori, figuranti e comparse rigorosamente in abiti d’epoca, forniti dall’associazione Maria D’Enghien. La parte tecnica è diretta da Francesca Gemmino, per la realizzazione della parte cinematografica. Ospite speciale, l’attrice Barbara Amodio che ha “prestato” la sua voce per il prologo dello spettacolo. In scena anche lo stesso regista Massimo Cimaglia, nelle vesti de il principe Giovanni.

«Abbiamo fatto rete con tantissime realtà e istituzioni del territorio, per un regalo alla città», dice il comandante del Castello Aragonese C.F. Vito Mannara: «Confermiamo l’impegno della Marina Militare per offrire i suoi spazi come contenitore culturale e artistico». L’opinione del vicesindaco di Taranto e assessore alla Cultura, Fabiano Marti: «L’Amministrazione Melucci continua a puntare sui grandi eventi per il rilancio socio-economico di Taranto».

Il progetto rientra nel dossier di candidatura Taranto Capitale della Cultura italiana 2022. Sostenuto da Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese (custodiamo la Cultura in Puglia, PACT – fondo speciale per la Cultura e il Patrimonio Culturale L.R.40 art.15 comma 3 – Investiamo nel vostro futuro), Comune di Taranto, Comando marittimo Marina Sud, Crest, Associazione Maria d’Enghien, Cinema Teatro Orfeo, Istituto Musicale Giovanni Paisiello, Palio di Taranto, Pro loco Taranto. C’è anche uno sponsor privato, necessari per realizzare grandi progetti (SCM Ingegneria). Inoltre l’evento gode del patrocinio di Università “Aldo Moro” di Bari, Soprintendenza nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo, Club Unesco Taranto e l’Associazione Amici del Castello Aragonese.

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