«Emigrare, una sconfitta»

Mia Martini raccontata da Mimmo Cavallo

«Ma era l’unico modo per fare questo lavoro, ogni volta trovare la forza di fare i bagagli e ripartire: lei si era stancata e non lo avevo capito». Il cantautore lizzanese all’indomani del successo della fiction “Io sono Mia”. «Io e Gragnaniello non menzionati, ma l’importante era ricordare un’artista immensa. A Taranto, Mimì, era venuta per fare le prove, poi il tour interrotto…»

Mimmo Cavallo, un amico di “Costruiamo Insieme”. Non abbiamo dimenticato il suo “regalo”, la versione di “Siamo meridionali” ricantata con i ragazzi ospiti del nostro Centro di accoglienza (clip sempre disponibile sul nostro sito). In occasione del grande successo in fatto di ascolti in Rai dello sceneggiato “Io sono Mia”, abbiamo voluto incontrarlo di nuovo. Per raccontarci di Mia Martini, artista a cui è stato legato in modo viscerale. Lei, di Bagnara Calabra, lui di Lizzano. Il loro emigrare per cercare un posto al sole nel mondo della canzone, li aveva fatti legare subito. Lei aveva prestato la sua splendida voce in “Ninetta” (“Siamo merdionali”, 1980) e “Tutto quello che farai” (“Stancami stancami musica”, 1982). Nel tempo lui le aveva scritto diverse canzoni, le ultime, per esempio. Con lei aveva preparato l’ultimo tour (le prove a Taranto). Con lei aveva già tenuto quattro concerti. Il quinto lo avrebbero dovuto fare di domenica, in provincia di Salerno. Quando venerdì 12 maggio 1995, “Mimì”, come la chiamavano gli amici, fu ritrovata morta nella sua nuova casa a Cardano del campo, in provincia di Varese.

«L’ultimo tour di Mimì era nato a Taranto, facevamo le prove qui; aveva voluto staccarsi dalla solita consuetudine e ripartire, voleva conoscere il mio vissuto, mia madre, l’intero contesto nel quale ero cresciuto, capire di più su di me, nonostante ci fossimo raccontati tante volte». Mimmo Cavallo, lizzanese, cantautore dalle mille risorse e dalle mille canzoni, scritte per sé e prestate a numerosi colleghi, racconta così la “sua” Mia Martini. Cominciamo dalla fine. «Appresi la notizia dalla tv, sulle prime pensavo stessero parlando dei nostri concerti, quando quasi contemporaneamente mi arrivò una telefonata: “Mimì non c’è più!”». Cavallo, non solo “Siamo meridionali” e “Uh, mammà”, suoi cavalli di battaglia, ha scritto per Morandi, Mannoia, Berté, Vanoni, Giorgia, Al Bano, Zucchero. E’ stato l’unico ad aver firmato un brano con Enzo Biagi (“Ma che storia è questa”). Mia Martini, si diceva, aveva cantato nei suoi primi dischi. Mimmo aveva ricambiato le sue attenzioni scrivendole, fra le altre, “Luna sciamanna”, provinata e finita in qualche cassetto di qualche studio di registrazione.CAVALLO articolo 01MIA MARTINI, LE PROVE MUSICALI A TARANTO

La tv ha celebrato la grandezza dell’artista di origini calabresi prematuramente scomparsa a quarantasette anni. “Io sono Mia”, la fiction diretta da Riccardo Donna e interpretata da Serena Rossi. «Ironia della sorte – racconta Mimmo – un produttore tarantino me l’aveva presentata: una voce bella, avrei dovuto scriverle delle canzoni; poi la sua vocazione artistica prese la strada del cinema, così non se ne fece più niente…».

Anche il gruppo musicale che accompagnò Mimì in quell’ultimo tour era composto da buona parte di musicisti tarantini, altri arrivavano dal resto della Puglia: Egidio Maggio (chitarra), Walter Di Stefano (basso), Marcello Ingrosso (tastiere), Joseph Culic (batteria), Gino Sannoner (sax) e Mario Rosini (pianoforte). Mimmo, chitarra e voce, sul palco duettava con Mimì. Quattro i concerti già tenuti in giro per l’Italia. Il quinto doveva tenersi domenica 14 maggio a Rutino, vicino Salerno.

Quel tragico venerdì. «Mimì deve essersi sentita daccapo sola – ricorda Cavallo – quell’ultimo trasloco fatto per stare più vicina al papà, insegnante di latino e greco, la stava segnando: traslocare, impacchettare la propria vita e cominciare daccapo altrove, non è mai semplice; io stesso, quando trasferisco armi e bagagli ho forte una sensazione di malinconia: deve essere stato questo il sentimento che ha assalito Mimì in quei giorni».

Mimmo Cavallo, un rammarico. «Se io e Nando Sepe, suo produttore dell’epoca, avessimo avvertito questi suoi segnali, forse, e dico forse, avremmo evitato che lei si sentisse nuovamente sola: le avremmo fatto compagnia, l’avremmo fatta sorridere, parlare di progetti e mille altre cose ancora; è il dubbio che mi accompagnerà per il resto della mia vita; gli artisti, ripeto spesso, mi danno la sensazione di essere soli in espansione: hanno bisogno di relazionarsi con altri artisti con tipologie in qualche modo complementari a se stessi; lei non aveva assorbito del tutto la separazione da Ivano Fossati, me ne accorsi quando le rilessi un suo testo: andò in escandescenze; credo che solo una persona che ha amato un altro profondamente, può avere dentro di sé ancora tanta rabbia».CAVALLO articolo 02MIMMO E MIMI’, RAPPORTO VISCERALE

Mimmo e Mimì, un rapporto straordinario. «A seguito di questa costante ricerca delle sue radici, lei volle venire a Taranto; noi del Sud – diceva Mimì – abbiamo una marcia in più: la passione; voleva conoscere mia madre, capire chi fossi, da dove venissi; io ci scherzavo sopra, quando l’abbracciavo mi rispondeva, divertita, con sguardi e parole, in romanesco: “Oh, stai bono, nun t’allarga’!”».

Il film tv racconta una parte della vita di Mia Martini. «La vita mi ha insegnato a dire che è tutto bello e anche questa fiction ha un suo merito: aver riportato al centro della nostra vita un’artista straordinaria, unica nel suo genere; il film ha un tratto “commerciale” in quanto indirizzato al grosso pubblico; parla degli inizi di Mimì, del suo successo, perfino di quella stupida, maledetta nomea che qualcuno le aveva affibbiato: lo spettacolo, quello leggero, spesso si nutre di certe idiozie; una cantante, molto in voga, un giorno aveva pensato di far circolare una cattiveria: “…quella lì porta iella!”. Ma la fiction televisiva non ha raccontato del rapporto viscerale che aveva avuto con me ed Enzo Gragnaniello, per esempio, con cui era in perfetta sintonia: in una storia televisiva non puoi metterci tutti i personaggi e gli interpreti della tua vita, la narrazione tiene conto di certe dinamiche, pertanto rispetto la volontà degli autori».

Quella sciocca idiozia fatta circolare su Mimì, torna. «Sappiamo tutti, nell’ambiente, chi ha fatto circolare simili cattiverie; mi hanno stupito, però, intellettuali, insospettabili: cavalcavano questa maldicenza quasi fosse una moda, senza pensare minimamente che una simile voce, giorno dopo giorno, stava demolendo una vita. Ho perfino assistito a recenti riappacificazioni a favore di telecamera: cantanti che se ne erano dette tante a proposito di attacchi violenti e strenue difese su Mimì, che invece si abbracciano e sorridono per i fotografi. Meglio lasciar perdere, penso che alla fine anche Mimì avrebbe voluto lasciar perdere tutto questo…».

«Ecco la Terza età»

Augusto Giusti, dirigente medico di Geriatria ospedale “Moscati” 

«Oggi arrivano ultranovantenni, si vive di più, ma occorre fare attenzione ai campanelli d’allarme. Demenza, abbandono e depressione, i sintomi che aggravano lo stato del paziente.Domande più frequenti di pazienti e familiari: i primi chiedono la guarigione; i parenti, quando l’assistito potrà tornare a casa»

Questa settimana conversiamo su un tema particolarmente a cuore a “Costruiamo Insieme”, cooperativa impegnata nel sociale: la Terza età. Ospite di sito, web radio e canale youtube, il dott. Augusto Giusti, dirigente medico di Geriatria dell’ospedale “San Giuseppe Moscati” di Taranto.

Intanto l’organizzazione del reparto nel quale è impegnato quotidianamente. «“Geriatria” è l’unica struttura che insiste sul territorio di Taranto e provincia, nella quale accogliamo pazienti considerati “grandi anziani”, carico maggiore all’interno di una società indirizzata verso l’allungamento della vita; il reparto nel quale sono quotidianamente impegnato si occupa di tutte le patologie di tipo internistico, ovviamente croniche; lavora sui pazienti “acuti” in uno spazio costituito da sedici posti-letto, anche se la domanda da parte dell’utenza spingerebbe ad andare oltre il limite imposto».

Terza età. «L’allungamento della vita comporta una serie di problematiche di tipo sanitario: insorgenza di patologie il più delle volte croniche e degenerative, come declino cognitivo e instabilità posturale; ci sono, però, anche aspetti sociali che intervengono nella Terza età: il senso di abbandono e la paura di restare soli in età avanzata».

L’importanza di una diagnosi precoce per la demenza. Vantaggi e svantaggi. «Sintomi che possano presagire l’inizio di un declino cognitivo sono le piccole disattenzioni, i primi disturbi di memoria, esempio: la dimenticanza del gas acceso, una certa incapacità di essere propositivi, incomprensioni con i propri familiari; sintomi, questi, che indicano un ipotetico ingresso in una sindrome demenziale».Giusti Articolo 01Prevenzione possibile, preparazione di paziente e familiare. «Possiamo prestare attenzione a una patologia emergente: secondo uno studio, in tutto il mondo nel 2050 conteremo qualcosa come venti milioni di pazienti con una patologia cronico-degenerativa, cosa che in fase avanzata può comportare disabilità. Per questo deve esserci un’attenzione importante, anche se sulla prevenzione poco si può fare; certo, esistono campanelli d’allarme a cui prestare massima attenzione…».

Dobbiamo preoccuparci quando la memoria non è più a tempo pieno. «Ci sono dimenticanze attribuibili a disattenzione, dunque ad altri motivi; distrazione e disattenzione non ci dicono che siamo entrati in una patologia; è però evidente che questi segnali devono suscitare attenzione nei familiari, a quanti hanno vicino un soggetto che comincia a manifestare di frequente piccoli allarmi; prevenzione, complicato: proviamo, invece, a fare come gli inglesi: “guardiamo e aspettiamo”, dicono; anche se non è prudente attendere troppo, vale a dire che il paziente entri in patologia. Infatti assistiamo a casi in cui i pazienti arrivano in reparto con una patologia più che seria, sicuramente importante».

La depressione, fattore a rischio cardiovascolare, deterioramento cognitivo, le paure cui andiamo incontro. «L’anziano è soggetto a polipatologia, vale a dire a una serie di criticità; un paziente può essere affetto da scompenso cardiaco e sindrome depressiva insieme, cose che portano l’assistito a una sindrome geriatrica, prodromo di fragilità e disabilità, cosa che lo stesso anziano avverte quando perde una o più funzioni importanti».

Trattamento farmacologico, scatta l’allarme. «La polipatologia non è uguale alla polifarmacoterapia; è necessario, infatti, usare strategie terapeutiche corrette senza eccessi».
Giusti Articolo 02Demenza, impatto sociale enorme, sui parenti o, comunque, su chi vive a stretto contatto con un anziano che denuncia tali sintomi. «La demenza è la quarta causa di morte; cosa si innesca intorno a un paziente che accusa demenza in fase terminale: intanto il coinvolgimento di chi vive il congiunto quotidianamente, da quel momento subentra la gestione del paziente; detto questo, va aggiunto non senza un certo rammarico che da queste parti non esistono strutture che accolgano casi simili e facciano da supporto ai familiari dei pazienti; sui parenti più stretti può verificarsi un impatto sociale enorme, i costi per accompagnare l’anziano in un percorso che va complicandosi non vanno trascurati».

Stato di abbandono dell’anziano. «La Geriatria studia le patologie, la Gerontologia l’aspetto sociale e psicologico dei pazienti geriatrici: alla luce di questi studi possiamo affermare che sicuramente l’abbandono e la depressione sono i sintomi che aggravano lo stato del paziente».

Passi avanti nell’assistenza. «Se viviamo di più rispetto a un tempo, evidentemente è perché sono stati fatti passi in avanti  grazie a diagnosi svolte con maggiore appropriatezza; ed è grazie a queste, le diagnosi, che possiamo essere più puntuali nelle strategie terapeutiche».

Domande più frequenti che rivolgono pazienti e familiari in cerca di risposte incoraggianti. «In reparto, oggi, arrivano ultranovantenni, segno che sono stati bene fino a ieri; cosa chiedono: i pazienti, di guarire; i parenti, quando il congiunto potrà lasciare la corsia: in ospedale non vuole restarci nessuno, chiunque venga anche per un problema reale, non vede l’ora di tornare a casa».

«L’impegno, comunque»

Cochi Ponzoni, al teatro Orfeo di Taranto

«Una vita senza spendersi per qualcosa in cui si crede, sarebbe incompleta. Vivere per quanto si ama, per il prossimo, anche fare buon teatro è importante». Da “Emigranti” a “Quartet”, passando per il cabaret del “Derby”. «Jannacci, un fratello. Incoraggiati da Eco, Brera, Flaiano, Buzzati, Bianciardi e Fo. L’Avvocato smetteva di giocare a golf per guardarci in tv. “Bravo, 7+” diventò un tormentone scomodo…»

«La vita senza impegno sarebbe una vita incompleta, io ho provato a farlo – spero bene – in tutti questi anni; spendersi per una cosa che si ama, per il prossimo, anche con un’attività come il teatro – purché si faccia bene – è importante: io l’ho fatto e continuo a farlo, con il benestare del pubblico, s’intende, perché altrimenti senza di quello dove vai…».

Aurelio “Cochi” Ponzoni, in passato ha portato in scena anche “Emigranti”, uno dei tanti lavori impegnati. Famoso per aver fatto parte del duo più celebre del cabaret italiano. Con Renato Pozzetto, infatti, Ponzoni ha dato un grande contribuito alla storia del cabaret Anni 60 e 70 che si concretizzava al “Derby” di Milano. Ponzoni, dunque, si racconta per noi. La tv di un tempo, la sperimentazione che faceva centro, proprio del popolare duo, da “Quelli della domenica” nel pomeriggio a “Il poeta e il contadino” in serata.

Ponzoni in questi ultimi anni si è dedicato al teatro. Ultimo lavoro con il quale è ancora in scena: “Quartet”. Con lui, Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini ed Erica Blanc. Ospiti insieme della Stagione teatrale dell’associazione “Angela Casavola” per la direzione artistica di Renato Forte (sponsor “Costruiamo Insieme”). Dalla tv al cinema, poi la scelta definitiva: il teatro. «Parliamo pure di Renato – dice Ponzoni, subito – non abbia problemi: fa parte della mia vita, non solo quella artistica, siamo cresciuti insieme fin da bambini; i nostri genitori si conoscevano, i fratelli di Renato e le mie sorelle maggiori erano già amici».

E’ un assist. Parliamo allora di quei tempi, allora. Un cabaret di tale spessore che non ha più avuto repliche nel tempo. Una sterzata che arriva al primo boom economico, prima della Milano da bere. «Quella era ancora la Milano da guardare – ricorda – io e Renato eravamo studenti, l’unica cosa che bevevamo era del vinaccio, insieme con Enzo Jannacci, il nostro terzo fratello; con lui a cavallo degli anni al “Derby” per una decina di anni abbiamo vissuto gomito a gomito; con noi, oltre allo stesso Jannacci, c’erano Lino Toffolo, Felice Andreasi, Bruno Lauzi e Beppe Viola, amico d’infanzia di Enzo. I nostri più accaniti sostenitori, a quei tempi: Gianni Brera, Umberto Eco, Dino Buzzati, Luciano Bianciardi, Dario Fo, una bella “curva sud”».

Non si viveva di tormentoni. «Non li inseguivamo, venivano spontaneamente e all’epoca la gente li faceva suoi, il più celebre: “Bravo 7+!”; non stavamo a scervellarci alla ricerca di qualcosa che funzionasse e ci aiutasse a diventare in qualche modo più popolari».

Esistono ancora a Milano luoghi in cui confrontarsi con l’arte. «Ci sono e sono incoraggianti, li conosco, dopo anni sono tornato a vivere a Milano: esistono giovani molto promettenti, locali in cui si fa teatro impegnato e teatro leggero, comunque trovo che molti ragazzi siano preparati, oggi va di moda “Spirit de Milan”, grande fabbrica dismessa dalla quale è stato ricavato un grande ristorante nel quale si esibiscono giovani artisti, musicisti jazz, da soli o in formazione: bello, ve lo raccomando».PONZONI articoloNon c’è più la tv di una volta. «C’era un solo canale, anzi due, il secondo aveva cominciato a funzionare da poco: ci guardavano in trenta milioni, molti di questi allibiti, ci vedevano fuori dalla norma, consideri che Paolo Villaggio aveva la fama del presentatore che picchiava le vecchiette. Anche in tv avevamo sostenitori mica da poco, oltre ad Eco e gli altri intellettuali, c’era anche la noblesseindustriale; per sua stessa ammissione, fra i nostri più accaniti spettatori c’era l’Avvocato. Gianni Agnelli in una intervista disse che la domenica smetteva di giocare prima a golf per assistere al programma “Quelli della domenica”. A me e Renato ci aveva chiamati Marcello Marchesi, il “signore di mezza età”, uno che aveva scritto cose splendide; poi il richiamo del cinema e un certo successo, anche se per strade diverse: Renato interpretò “Per amare Ofelia” per la regia di Flavio Mogherini, un successo, io “Cuore di cane” diretto da Alberto Lattuada, un lavoro più impegnato, ma ero felice: per il successo di Renato, ma anche per le cose che sceglievo».

Poi il teatro. «Volevo fare il teatro di prosa, una passione nata qualche anno prima, nel ’72 quando al Festival dei Due mondi di Spoleto, diretti da Vittorio Caprioli rappresentammo “La conversazione continuamente interrotta” di Ennio Flaiano, un grande. C’era anche Renato in quell’occasione. Flaiano, piuttosto, appariva sconsolato per l’insuccesso che un suo lavoro, delizioso, “Un marziano a Roma”, stava registrando nonostante Vittorio Gassman; sperava che la ripresa de “La conversazione”, funzionasse: andò bene, mi innamorai del teatro, più avanti incontrai Orazio Bobbio, attore, e Francesco Macedonio, regista, una vita per il teatro, portai in scena fra gli altri,  “La panchina” di Gel’man, “Omobono e gli incendiari” di Frisch».

Lei ha sempre manifestato una cifra drammatica. «Vero, fra i due Renato aveva creato e realizzato una maschera, io invece mi divertivo a recitare, a misurarmi con cose sempre diverse, più impegnative, se vuole. Ero piccolo, quando con le mie sorelle più grandi la domenica andavo in chiesa e all’uscita imitavo il prete: recitavo, divertivo».

Uno sketch famoso, un retroscena. «Si riferisce a “Bravo 7+”, riprendevamo la realtà, era il periodo in cui si parlava delle baronie universitarie, si scopriva che i docenti erano di manica larga per mille motivi; insomma, quello sketch infastidiva un certo sistema, tanto che alla tredicesima puntata ci fu fatto invito di non proseguire: era arrivato un documento del Ministero della Pubblica istruzione e della stessa Rai. Ricorderete, io ero il figlio di papà a cui Renato, dopo l’appello ai “bambini assenti e presenti” assegnava compiti come fotocopiare una banconota da cinquantamila lire, tenere la copia e consegnare l’originale all’insegnante».

Teatro e cinema, oggi fa uno e l’altro. «L’ultimo mio film lo scorso anno, “Si muore tutti democristiani”, prima diretto da Francesca Archibugi avevo interpretato “Gli sdraiati”; ai tempi mi avevano proposto solo filmetti che francamente non prendevo in considerazione; faccio l’attore, il cinema solo se offrono ruoli importanti, mi riferisco allo spessore del personaggio da interpretare, altrimenti preferisco il teatro: ha il fascino del palcoscenico, lavorare ogni sera, senza rete, è un’emozione insostituibile, questo è il mio lavoro».

«Equità e giustizia»

Don Marco Gerardo, preparatore spirituale, parroco del “Carmine”

«Il Signore riceve tutti allo stesso modo. Una volta era più semplice dialogare con il territorio, il sacerdote restava in sagrestia; meglio del catechismo l’esperienza di tipo comunitario. Vocazione in crisi, manca una prospettiva progettuale. I laici: non più destinatari, bensì autori di missioni»

Don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine, a Taranto, preparatore spirituale della Confraternita del Carmine è l’ospite del giorno di “Costruiamo Insieme”. Con lui, scambi di battute su chiesa, cristianità, vocazione e rapporto con il territorio.

Cominciamo dall’approccio cristiano con la comunità cattolica.

«Una volta, ai tempi di una società socialmente e culturalmente cristiana, per le comunità attive, quelle che noi chiamiamo parrocchie, era molto più semplice dialogare con il territorio; oggi non è altrettanto semplice, in quanto viviamo in una società “scristianizzata”, che però avverte ancora il bisogno del trascendente e del divino; cosa può fare la comunità cristiana: raccogliere le istanze, non rimanere chiusa nella volontà di utilizzare linguaggio e sistema che andavano bene cinquant’anni fa, e tentare di cogliere la sfida positiva».

Quali sono, oggi, le istanze dei cattolici, dei suoi parrocchiani?

«Una volta il parroco poteva starsene in sagrestia. Oggi le istanze riguardano difficoltà contingenti la vita e bisogni materiali; accanto a questo, la domanda centrale diventa: perché accade tutto ciò che accade?».GERARDO Articolo 01Il parroco visto come “pastore di anime”, è ancora così?

«In un certo senso ancora sì, talvolta anche nei nostri convegni ecclesiali teniamo lunghi confronti su come fare il parroco, quali sono le modalità differenti rispetto al passato; è anche giusto farlo, anche se c’è una cosa che non è cambiata e mai deve cambiare: la prossimità, la vicinanza alle persone; forse non hai le risposte giuste nel momento in cui le persone ti rivolgono domande, ma devi far sentire comunque la tua vicinanza: una volta il parroco poteva chiedere favori per conto di un parrocchiano, perché il parroco era il parroco, oggi non è più così. Ma, sia chiaro, la gente non chiede sempre la soluzione del problema, talvolta auspica anche la sola vicinanza».

Catechismo, catechesi, cosa è cambiato rispetto al passato.

«Quando sono arrivato alla chiesa del Carmine di Taranto, ho espressamente chiesto ai catechisti di non divulgare un approccio dottrinario nei confronti dei bambini, bensì fare in modo che questi potessero fare una esperienza di tipo comunitario; il fascino della fede si trasmette attraverso un’esperienza di vita e non con dei contenuti teologici; nel frattempo sono cambiati i linguaggi, una volta esistevano i libri, oggi a farla da padrone ci sono gli strumenti multimediali».

In passato c’era più vocazione al sacerdozio.

«Vero, un tempo era diverso; una ragione, immediatamente comprensibile, era il clima sociale e culturale: ovvio che dove la fede cristiana è socialmente e culturalmente condivisa, è più facile pensare alla propria vita come a una vita di dedizione al Signore e alla sua Chiesa; altro particolare: oggi la vocazione è messa in crisi dalla mancanza di una prospettiva progettuale per la vita; la stessa parola “progetto” è complicata, tempo addietro indicava un orientamento di vita a lunga scadenza; oggi se parli di progetto ai ragazzi, questi scappano via, in quanto evoca il “contratto a progetto”, cioé quanto di più breve ci sia. Quello che indicava “orientamento per tutta la vita” adesso indica un breve pezzo di strada; anche a livello terminologico: proviamo a proporre ai ragazzi un progetto di vita, la loro risposta: “vorremmo qualcosa di più duraturo”».
GERARDO Articolo 02I poveri, gli ultimi, il sostegno e una mensa riservata ai più sfortunati. Se non ci fossero i fedeli, le confraternite, tutto sarebbe più complicato.

«Assolutamente sì, la Chiesa non è il parroco, ma la comunità di cui il parroco è guida e pastore; anche questa è una scoperta che la chiesa cattolica ha ripreso a fare con il Concilio Vaticano II, con all’interno il protagonismo dei laici nelle scelte direttive della chiesa; dallo scorso anno abbiamo cominciato una bella esperienza con le “missioni parrocchiali”: abbiamo diviso il territorio in cinque zone, così che i laici della parrocchia, presi trasversalmente – fascia d’età e gruppo ecclesiale di appartenenza – creiamo cellule missionarie formate da quattro, cinque persone: loro, secondo un programma precedentemente indicato a ciascuno stabile esistente nelle zone interessate, si recano ad incontrare le famiglie, a raccontare la loro esperienza di fede; svolto questo primo percorso, invitiamo le stesse famiglie a partecipare a una celebrazione conclusiva che si tiene in un luogo non lontano dalla chiesa di appartenenza; un esempio: lo scorso anno abbiamo fatto la zona di Lungomare, corso Due mari e celebrato messa in piazza Carbonelli; quest’anno stiamo pensando di spostarci in una zona dalle parti di via Pitagora, via Mignogna, piazza Maria Immacolata: i laici visti non come destinatari delle missioni, ma autori di missioni».

Dunque, anche la chiesa oggi fa marketing.

«Certamente».

Lei, don Marco, a chi prega quando si rivolge al Cielo?

«Le mie preghiere le ho sempre rivolte a Gesù e alla Madonna; chiedo scusa ai Santi, che prego poco e niente; la mia vita è consacrata al Signore ed è a lui che mi rivolgo costantemente…».

Don Marco, lei viene “ricevuto” prima di altri?

«No, il Signore riceve tutti allo stesso modo: almeno in questo c’è equità e giustizia».

“Costruiamo”, protagonista a teatro

“Grease” all’Orfeo, una serata straordinaria

Un roll-up nel foyer, un palco per i nostri ragazzi, la menzione prima dello spettacolo, i selfie, gli applausi. Le interviste esclusive a Giulio Corso e Lucia Blanco, i due protagonisti del famoso musical. 

Prima dello spettacolo l’atmosfera è elettrizzante. I ragazzi di “Costruiamo Insieme” si sentono in qualche modo protagonisti della serata. Al teatro Orfeo di Taranto va in scena “Grease” (“Brillantina”), uno dei musical più fortunati di sempre. Trasversale a più generazioni, ma soprattutto uno spettacolo che ha avuto successo in tutto il mondo, a qualsiasi latitudine. Le vicende e le canzoni di Danny e Sandy sono note a tutti. Dunque, la partecipazione. Ma, attenzione, il protagonismo cui i nostri ragazzi cui alludono, è una serta che pare confezionata su misura. Nel foyer, cioè all’ingresso del teatro, c’è un roll-up, un manifesto che evidenzia “Costruiamo Insieme”. Accanto a questo, due belle signorine. Forniscono i programmi di sala. Sorriso smagliante, quando in teatro arrivano i ragazzi che la cooperativa ha indicato in settimana. C’è un turn-over concordato con Renato Forte, direttore artistico della Stagione teatrale promossa dall’associazione culturale “Angela Casavola”. Ad ogni spettacolo in cartellone, dalla segreteria vengono indicati i nomi di quanti sono interessati ad assistere a uno dei titoli in programma. E’ lì che scatta il selfie. Il palco a ridosso delle scene è sempre lo stesso. I ragazzi sorridono, le foto circolano sul gruppo whatsapp. C’è un principio di invidia in chi li legge, ma dura un istante. «La prossima volta», risponde qualcuno, «toccherà a me e ad altri fratelli». E’ così che va, questa esperienza è davvero entusiasmante. Poi c’è il presentatore, Forte, che introduce lo spettacolo ricordando l’impegno della cooperativa. RANCIA Articolo 1 - 1“COSTRUIAMO”, UN IMPEGNO DA APPLAUSI

«“Costruiamo Insieme” – dice il direttore artistico  – da tempo impegnata nel sociale, è una cooperativa nota non solo per l’attività di accoglienza di extracomunitari; in diverse occasioni, infatti, ha svolto opera di volontariato: operatori e collaboratori sono quotidianamente impegnati per le fasce più deboli, anche nell’assistenza anziani, quella dei disabili, collaborando con le istituzioni e svolgendo, con queste, opera di mediazione principalmente nelle relazioni con i richiedenti asilo; inoltre, oggi è anche impegnata anche in attività interessate all’agricoltura biologica».

Il presentatore prima di introdurre lo spettacolo, prosegue. «Per chi ancora non ne fosse al corrente, ricordiamo che “Costruiamo Insieme”, possiede un sito (www.costruiamoinsieme.eu ndr) e una web radio con la quale oggi svolge una puntuale informazione con cui, fra l’altro, affianca l’associazione “Angela Casavola”. Fra gli obiettivi di questa connessione fra associazioni, lo scambio interculturale attraverso il teatro. E’ per questo motivo che l’associazione culturale “Casavola” ha inteso invitare ad ogni occasione una rappresentanza di operatori e ospiti delle strutture gestite dalla cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”». Parte l’applauso dalla platea.

GREASE, DANNY E SANDY, UNO SPETTACOLO

Si va a cominciare. “Grease”, è uno dei titoli di punta della produzione della Compagnia della Rancia. Il successo di uno spettacolo, come il musical, viene confermato dai dettagli. Giulio Corso e Lucia Blanco erano Danny e Sandy, interpretati al cinema da John Travolta e Olivia Newton-John. Con noi scambiano volentieri due battute.

Corso. «Il nostro è un “Grease” 2.0, rinnovato nel linguaggio – dice l’attore – se qualcuno ha tempo, andasse a informarsi sulle altre edizioni di questo musical: si accorgerà che nel tempo la favola di Danny e Sandy ha registrato evoluzioni; una storia scritta negli Anni 70, ma che raccontava gli Anni 50 americani: nelle intenzioni era indirizzata a quelle generazioni, se volevi darle ulteriore interesse la rilettura doveva essere fisiologica».

A proposito del paragone con il film. «Nel nostro “Grease” – riprende Corso – non ci sono macchine volanti, abbiamo però un’altra cosa che il grande o piccolo schermo che sia, non può dare: la magia del teatro, di quanto accade in quell’istante e non accadrà mai più da nessun’altra parte; così la nostra “brillantina” è storia, emozione: stavolta si entra nella psicologia, non solo in quella dei protagonisti; nel film i personaggi di contorno vengono sfiorati, trattati a colpi di flash, nel nostro musical ognuno di questi vive e racconta la sua storia».

Quando attaccano le canzoni più conosciute, il pubblico, giovane e meno giovane, si spella le mani. «E’ una sensazione straordinaria, come se il pubblico diventasse tuo complice e si facesse accompagnare per mano dove tu vuoi portarlo e cioè a canzoni rimaste nella storia del musical, che poi sono, fra le altre, “Sei perfetta per me” e “Restiamo insieme”: dal palco si avverte il “friccicore”, come dicono i romani, il pubblico aspetta a braccia aperte quel momento lì…».RANCIA Articolo 2 - 1MUSICAL, NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE

Che lavoro è quello dell’attore, dell’attrice in un musical. «Non si finisce mai di imparare in questo mestiere – conclude Corso  –anche se il personaggio è sempre lo stesso non bisogna avere cali di concentrazione; l’approccio a questo lavoro, mi è stato insegnato, deve essere come lo studio universitario; mai sentirsi appagati, la troppa sicurezza gioca brutti scherzi; nonostante si sia quasi alla fine di questa edizione, proseguiamo nelle prove, lavoriamo sui dettagli, che poi è il segreto di questo lavoro: non si arriva alla perfezione, ma stai sul pezzo e il pubblico questo lo avverte».

Lucia Blanco, la sua Sandy. «Avevo la sensazione di sentirmi lontana da lei – spiega – quando invece, poco per volta, mi sono ritrovata nel personaggio: c’è voluto del tempo, ma alla fine è andata più che bene, suppongo». Sorride la Blanco. «Sono esuberante, ma Sandy mi ha accompagnata nel suo mondo: c’è voluto tempo, però ho scoperto poco per volta sensibilità, dolcezza del personaggio, scoprendo anche cose su di me che, evidentemente, tenevo nascoste da qualche parte».

Completato un ciclo di rappresentazioni di grande successo, il meritato riposo. «Chi fa questo lavoro non pensa mai alla pausa; sì la stanchezza, il riposo, ma si volta pagina, ci si prepara ai provini per le prossime rappresentazioni: certo, “Grease” sul mio curriculum sarà riportato a caratteri cubitali, come la mia esperienza con la Compagnia della Rancia cominciata una decina di anni fa; dunque, in attesa del prossimo musical, ti toccano sempre danza, recitazione, esercizi. E’ dura, ma non saprei fare a meno di questo lavoro».

UN LAVORO DI SQUADRA

Un lavoro di squadra, questo è anche un musical. «Deve funzionare tutto alla perfezione: comprimari e tecnici sono importanti quanto i personaggi principali; lo sono i macchinisti, gli addetti all’audio, alle luci; una canzone, in teatro, è fatta di mille componenti che devono funzionare insieme alla perfezione».

Anche la Blanco ha visto il film. «Ma lo hanno visto tutti, anche più di una volta! Qualcuno nelle interviste ti chiederà sempre se ti sei confrontata con l’opera con Travolta e la Newton-John, dunque devi esserne consapevole; detto questo, il musical italiano ha avuto come protagonista Lorella Cuccarini, che io amo, e non puoi sfuggire a un confronto a distanza; la soluzione sta nel rileggere il personaggio, Sandy, a modo tuo; io ci ho provato, penso di esserci riuscita; lo stesso Giulio, ha dato la sua impronta a Danny, personaggio iconico interpretato da John Travolta. Questa è la magia di un classico e, se permettete, del teatro».

«Forza Taranto!»

Una rappresentanza di “Costruiamo Insieme” allo “Iacovone”

«E’ stata una grande emozione», dicono i ragazzi che hanno assistito alla gara interna contro il Savoia. «E’ stata una bella esperienza. Abbiamo tifato con bandiere e cori, sarebbe stato un peccato se i rossoblù avessero interrotto la lunga serie positiva». Whatsapp e l’anteprima, il team calcistico della cooperativa e l’incoraggiamento del presidente.STADIO ARTICOLO 02 - 1«Goool!». La vittoria allo stadio “Iacovone” di Taranto arriva all’ultimo respiro. A tempo scaduto, quando sembra che il finale a reti inviolate sia stato già stato scritto. Un attaccante della squadra rossoblù, Croce, all’ultimo assalto alla porta avversaria si avventa sull’ultimo pallone giocabile e mette in rete, alle spalle dell’estremo difensore del Savoia. «Goool!».

I ragazzi di “Costruiamo Insieme”, invitati in tribuna ad assistere alla gara Taranto-Savoia liberano finalmente tutta la loro felicità. Esplodono di gioia, in ordine sparso: Sillah, Ismail, Mbalo, Bubacar, Allul, Abdou, Mbaye. Non sono gli unici ad urlare di gioia. Con loro, si uniscono ai cori: Diakite, Ove, Abraham, Zazou, Abdoul e Talikani. E’ la delegazione al completo di “Costruiamo Insieme”, ragazzi venuti da Gambia, Sudan, Senegal, Mali, Nigeria, Costa d’Avorio e Ghana.

«Quando è arrivato il novantesimo – confessa Sillah – abbiamo temuto che il Taranto interrompesse la sua serie positiva di vittorie: qualcuno avrebbe potuto dire che eravamo stati noi a portare sfortuna; nel calcio, lo so benissimo, esiste questo e altro: quando la vittoria non arriva i tifosi – e fra questi mi ci metto anche io  – si rifugiano nella scaramanzia e non sapendo a chi dare la colpa, prendono a prestito le situazioni più singolari: singolare, per esempio, era il fatto che noi stessimo lì, in quel momento: invece il Taranto, il nostro Taranto, perché abbiamo“il cuore rossoblù, bevime a’ birra Raffo e ninde cchiù”, non si è smentito: ha vinto e infilato l’ottava vittoria consecutiva!».
STADIO ARTICOLO 04 - 1UN CALCIO ANCHE ALLA SORTE…

Bella sensazione. «La squadra aveva giocato bene – racconta ancora Sillah, portavoce del gruppo e coordinatore della spedizione partita da “Cavallotti” – e sarebbe stata un’ingiustizia se non avesse vinto, perché fino a quel momento il Taranto aveva dominato: certo, gli avversari meritano rispetto, erano stati bravi a contenere gli assalti rossoblù, anche con qualche falletto in più, ma D’Agostino, faro del centrocampo, e i suoi compagni, nella ripresa hanno meritato il gol-vittoria!».

Il portavoce della cooperativa parla della gara come se fosse un opinionista consumato di una delle tante tv private. Lui stesso gioca al calcio, è uno dei punti di forza di “Costruiamo Insieme”, squadra che si sta facendo onore nel torneo disputato a Talsano. Parla del Taranto, ma pensa già, come fosse un professionista in una conferenza-stampa, al prossimo avversario, il Proficta Team. «Adesso dobbiamo concentrarci sul nostro torneo – dice – pensare a fare bene, chi non può seguirci vuole essere aggiornato con messaggi sul nostro gruppo: stiamo facendo ottime gare, incassiamo i complimenti degli avversari e dei nostri sostenitori – il più accanito è il nostro presidente, Nicole Sansonetti – che ci incoraggiano nonostante qualche colpo a vuoto, ma tutti sanno che l’impegno da parte nostra non manca mai».STADIO ARTICOLO 03 - 1LA VIGILIA SUL GRUPPO WHATSAPP

Il gruppo su whatsapp. La domenica ha un prologo. I ragazzi sabato sera mostrano già cartelli e bandiere che sventoleranno allo “Iacovone”. Sono entrati già in clima-gara. Colori inequivocabili, rosso e blu. Esiste solo una squadra nei loro cuori. Certo, c’è la nazionale del loro Paese, anche qualche team inglese o spagnolo, perché i ragazzi hanno il palato fino, ma il Taranto è il Taranto. Sul gruppo partono i cori, quelli che intonano in Curva Sud, cuore del tifo rossoblù. I ragazzi li conoscono ormai a memoria. Da quando sono a Taranto, lavorano o sono ospiti del Centro di accoglienza, hanno avuto modo di diventare amici di molti ragazzi e tifosi tarantini. Insieme allo stadio, in Curva, ad emozionarsi per una squadra che segue il sogno di una promozione nella serie superiore, in C, che poi è l’anticamera della tanto sospirata serie B.

«Un passo per volta – dicono i ragazzi – pensiamo prima a questo campionato, poi un pubblico così caloroso potrà spingere questi ragazzi anche in serie B, ma adesso niente distrazioni». Sono saggi i nostri ragazzi che scuotono la tribuna, dove il calcio è più ragionato che vissuto. Magari i ragazzi vorrebbero liberare cori, urla insieme con gli altri tifosi più appassionati. Così assistono alla gara Taranto-Savoia in modo composto. Ma quando arriva a tempo scaduto la rete di Croce, tutto l’aplomb va a farsi benedire. E allora, «Goool! Goool! Goool!». Abbracci, bandiere al vento e scritta in bella mostra. «Costruiamo Insieme è con voi – Forza Taranto!».

«Dalla parte dei più deboli…»

Emanuela Rossi, doppiatrice delle star di Hollywood

«Abbiamo realizzato un video per i piccoli pazienti dell’ospedale “Moscati” di Taranto. L’accoglienza, altro tema che ci sta a cuore». In teatro con “Bukurosh mio nipote”, dà la voce a Michelle Pfeiffer, Emma Thompson, Sissy Spacek, Rene Russo, Kim Basinger, Susan Sarandon. «Ma doppiare è più complicato, sei in una sala buia, da sola; anche se l’applauso sincero da platea e galleria è la migliore moneta con cui il pubblico ripaga il tuo impegno»

«Certo che siamo dalla parte delle fasce più deboli: ci è stato appena chiesto un intervento in video per sensibilizzare il pubblico a non perdere d’occhio un tema importante come quello dei piccoli pazienti del reparto di Pediatria dell’ospedale “Moscati” di Taranto; l’accoglienza, poi, anche questo è un tema che ci sta particolarmente a cuore, e non solo perché con mio marito portiamo in scena – con una media di duecento repliche per ciascuna edizione – la divertente storia di una coppia di coniugi albanesi che si interfaccia con la vita di tutti i giorni…».

“Bukurosh mio nipote”, è questa la commedia nella quale Emanuela Rossi, attrice, doppiatrice, direttore del doppiaggio, è protagonista insieme con il marito, Francesco Pannofino, altra voce fra le più note del panorama cinematografico. In famiglia, insomma, non c’è da annoiarsi. Nemmeno a colazione. Anche in quell’occasione, con sfumature diverse, si incrociano le voci doppiate per il grande schermo di Michelle Pfeiffer, Emma Thompson, Sissy Spacek, Rene Russo, Kim Basinger, Susan Sarandon e tante altre ancora. Da parte sua, Pannofino risponde con gli accenti, ora accomodanti, talvolta ruvidi, di George Clooney, Denzel Washington, Mickey Rourke, Wesley Snipes, Antonio Banderas.

«Ma non mi chieda qual è il rapporto sulla scena con mio marito, non sarebbe originale…». Scherza Emanuela Rossi, si smarca dalla domanda meno spiazzante che le pongono ad ogni occasione ufficiale. «Può essere, comunque, considerato anche l’unico modo per vedersi… anche se nel momento in cui andiamo in scena siamo due colleghi normali, cerchiamo di rispettarci e lavorare in armonia, come faremmo con qualsiasi altro partner di scena; il lato positivo, comunque c’è: ci conosciamo talmente bene che riusciamo a recitare quasi ad occhi chiusi e questo sulla scena si nota…».

E quando siete in viaggio, insistiamo su colazione, ma anche pranzo e cena, capita che ripassiate meglio una scena.

«E’ un esercizio che facciamo anche con il resto degli attori della compagnia; poi quando fai teatro, il personaggio ti resta comunque addosso; ma è anche il bello della diretta: non dare ripetitività alle cose che fai all’interno dello stesso lavoro; la sera, magari, ti vengono idee nuove, interpreti una battuta in modo diverso».

Trecento repliche fra prima e seconda commedia dei “suoceri albanesi”. 

«L’autore, Gianni Clementi, ha avuto la brillante idea di portare in scena una storia dei giorni nostri nella quale il pubblico si riconosce; a fine commedia, quando vengono a trovarci in camerino, scatta il complimento: “…ci sembrava di stare a spiare in salotto, ad assistere a quello che accade fra le mura domestiche fra i suoceri albanesi».I Giorni ROSSI 02 - 1Un complimento che accetta volentieri.

«L’applauso finale, quando hai netta la sensazione che quella manifestazione di affetto, riconoscenza, è sentita, dunque non di circostanza; poi il teatro è bello, stando sulle tavole avverti una sorta di “canale di trasmissione”: ti accorgi che il pubblico è lì, ti ascolta, si diverte, crea complicità, ed è questa la cosa più importante, oltre al fatto – scherza  – non ci sia troppa tosse, primo sensore del disagio: per fortuna a noi non è capitato, ancora…».

Completato questo secondo segmento di repliche, i programmi di Emanuela Rossi. 

«Resterò a Roma, a seguire i miei turni di doppiaggio, direzioni comprese; ho iniziato da bambina con “Pippi Calzelunghe”, Michelle Pfeiffer, Emma Thompson, Kate Blanchett, insomma torno a casa, al mio primo amore. Sicuramente il teatro dà tanta soddisfazione, ma stare lontano da casa è anche molto faticoso; progetti teatrali: si parlava di un terzo episodio della fortunata serie de “ I suoceri albanesi”, bissato, appunto, da “Bukorosh mio nipote”, ma per il momento vogliamo fermarci, riflettere; personalmente sto considerando proposte che, stavolta, mi porterebbero a recitare senza mio marito Francesco…».

L’empatia con le attrici cui dà voce.

«Il mestiere è la nostra armatura, ma esistono situazioni, film e attrici, specie se non è il primo doppiaggio di una artista, in cui entri dentro al personaggio, ma anche nella loro professionalità, io che ho la fortuna di doppiare attrici con un passo di recitazione superiore alla media di altre loro colleghe americane; quando doppi devi osservare il movimento delle labbra, andare a “sync”, ma ciò che esprime il sentimento sono gli occhi e lì hai la sensazione di trovarti davanti a grandi interpreti».

L’arte recitativa a teatro, invece.

«Immedesimazione, gestualità, il fatto di esserci, essere generoso, lasciarti andare, provare a donare al pubblico – attraverso il personaggio che tu stai interpretando – delle emozioni…».

Più difficile teatro o doppiaggio?

«In teatro sei aiutato dal tuo compagno, che è lì, con lui hai creato una sinergia; il doppiaggio lo fai in una stanza chiusa, asettica, al buio, davanti il leggio, segui le tue battute con l’originale in cuffia: sei lì da sola, se fai scene in cui sta facendo l’amore, corre, piange, non sei che aiutata dalla concentrazione e dalla tua forza di volontà, così anche la tecnica diventa importante: dare questa illusione, creare questo “trucco” perché la gente pensi sia proprio lei in quel momento a recitare, è molto impegnativo, ma anche gratificante».

«Sea Watch, adottiamoli!»

Biagio Izzo, attore napoletano, dice la sua sull’immigrazione

«Il cuore di Napoli e una catena di solidarietà: cinquanta passeggeri in mare per tre settimane durante il Natale, ironia della sorte, quando tutti dovrebbero essere più buoni». Poi racconta la sua attività artistica. «Non mi ritengo un cabarettista. Dai matrimoni alle feste patronali, fino alla tv, infine il cinema. Il pubblico rimpiangerà i “cinepanettoni”»IZZO 01«La Sea Watch, in mare tre settimane durante le feste natalizie, è il manifesto della bontà dei napoletani e della gente del Sud, da queste parti abbiamo più cuore, non si scappa. E non se ne abbiano a male gli amici del Nord…». Biagio Izzo, ospite della Stagione teatrale “Angela Casavola” sostenuta da “Costruiamo Insieme”, dice la sua su immigrati e accoglienza. «Avete visto, sentito quanta gente si è fatta avanti per adottare, accogliere quei ragazzi africani che nel cuore avevano più di una speranza?», riprende il protagonista della commedia “I fiori di latte”, «un’azione commovente e senza fine: noi siamo fatti così, se vediamo uno che si dibatte in mare e non sappiamo nuotare, a costo della vita ci lanciamo al salvataggio: sapeste quanta gente ogni giorno compie atti di coraggio e nessuno sa niente; i politici, sia chiaro, fanno il loro mestiere, ma non si può impedire alla gente di fare quello che sente: e qui, a Sud, l’umanità si produce in quantità industriale!».

L’attore comico, famoso per film di successo e numerose ospitate sulla tv ad alti indici d’ascolto,  al teatro Orfeo di Taranto ha raccolto il meritato successo. Commedia divertente, “I fiori di latte” pone subito un interrogativo etico: realizzare latticini con prodotti testati biologicamente, oppure denunciare un fusto sospetto in quella “Terra dei fuochi” che tanto male ha fatto alla Napoli per bene.

All’interno di questo lavoro, uno spazio per i monologhi nei quali Izzo è maestro. «Questi li richiede il pubblico – confessa l’attore napoletano – non riesco a smarcarmi da alcuni miei cavalli di battaglia: “Il Natale”, “Il figlio maschio”, “Il filmino del matrimonio”…». Del resto, ammette lo stesso attore, viene da lì. «Da atmosfere familiari agli inizi della mia carriera: matrimoni, compleanni, cresime, comunioni, battesimi, feste patronali; facevo di tutto, stabilivo un rapporto di grande affetto con tutti: era il bello di anni spensierati, condivisi con Ciro Maggio, l’altra metà del duo Bibì e Cocò; è così che all’interno de “I fiori di latte”, ci ho messo una di quelle parentesi comiche alle quali anche io sono molto legato».IZZO 03TEATRO, RAPPORTO FISICO, CINEMA E TV LA POPOLARITA’

Differenze e similitudini fra teatro, cinema e tv. «Non è semplice spiegarlo, discipline simili ma non uguali: chiaro, devi avere la vocazione, ma la differenza esiste. Quando fai cinema, sul set una scena puoi ripeterla fino a quando uno dei ciak non convince il regista; la tv, non la cerco costantemente: certo, dà popolarità e non finirò mai di essere grato a uno strumento di comunicazione così importante, ma detto questo, il piccolo schermo lo vedo freddo, distaccato; faccio, se possibile, le trasmissioni che più mi divertono; il pubblico si accorge subito se in una cosa ci metti passione: ripeto, non sono un “televisivo” convinto, anche se non nascondo che provo ammirazione per quanti fanno cabaret e in tre minuti infilano una gag dietro l’altra: non sono un “battutista”, mi ritengo più un attore comico che un cabarettista; mi vedo più a far rivivere situazioni, a interpretare a modo mio una scena, un copione, piuttosto che fare battute a raffica».

Dovesse ripercorrere la sua vita artistica. «Anni di Bibì (Biagio, ndr) e Cocò che non si dimenticano, anche se arriva un momento, in qualche modo inatteso, che ti fa riflettere se sia giusto o meno farsi schiaffeggiare l’anima da qualcuno che non ha rispetto più per l’uomo che l’attore; sia chiaro, è un episodio morto e sepolto, anche se ha segnato in modo significativo il mio percorso artistico. Mia figlia, quel preciso giorno, faceva la comunione, io avevo già assunto questo impegno, una delle tante feste familiari: non fui ripagato con il dovuto rispetto, quell’episodio fu l’occasione per ridisegnare il mio futuro; detto che ancora oggi non mi perdono l’aver disertato la comunione di mia figlia, quanto accadde in quella precisa occasione mi segnò non poco: storia vecchia, superata, una, dieci, cento volte…».

Abbandona momentaneamente l’attività di comico, ma resta nello spettacolo. «Dopo quel momentaccio, cominciai a fare il talent-scout: scovavo giovani artisti, condividevo questo fiuto per i nuovi talenti con Mimmo Esposito, mio socio; questo, fino a quando in uno studio televisivo della Rai, poco più di venti anni fa incontrai Gianni Boncompagni regista della trasmissione “Macao”, fu lui a convincermi a tornare sulle scene».

La tv era già arrivata, poi toccò al cinema. «Scrivevo e mandavo provini a tutti, fino a quando il grande Corrado mi ospitò nel suo programma televisivo “Ciao gente”, in onda nell’83 su Canale 5. La trasmissione andava in concomitanza con il Festival di Sanremo: presumo ci vedessero in pochi, fra questi un amico di mio zio, Gennaro Strazzullo, che aveva una piccola tv, Rete Sud: “Tuo nipote è sulla rete nazionale, mandalo da me, gli faccio fare delle cose, proviamo a lanciare definitivamente questo ragazzo che ha voglia di “fatica’”».IZZO 02DALLE TV PRIVATE AL CINEMA

Le “private”, poi il cinema. «Attori e registi importanti: Vincenzo Salemme, Neri Parenti, il compianto Carlo Vanzina, altri a seguire. Carlo lo rimpiangeremo a lungo, quelli etichettati come “cinepanettoni” nel tempo sono diventati dei “cult”, su Youtube milioni sono le visualizzazioni, io stesso sono molto “linkato”. Film leggeri che molti rimpiangeranno, perché se non li vedono al cinema, li vedono in tv, li rintracciano su internet e li scaricano sul cellulare; piccole opere, come fossero un gustoso piatto di pasta e fagioli: tutti ne vanno matti, ma quando entrano in un ristorante scelgono il sofisticato e spesso – non sempre, sia chiaro – restano delusi da pietanze insipide».

Una carriera già di successo, può darsi manchi ancora qualcosa. «Mi ritengo ampiamente soddisfatto. In buona sostanza mi sta chiedendo se ho “sogni nel cassetto”. Bene, se è questa la domanda, sappi che il mio cassetto l’ho svuotato di tutti i sogni che avevo in mente, fondamentalmente due: fare l’attore e avere una compagnia teatrale tutta mia; faccio un lavoro che amo, mi riserva soddisfazioni continue, incontro gente, conoscenti, amici che hanno piacere di stare con me, cos’altro dovrei chiedere alla vita?».

Critiche e complimenti, quali fanno più male. «Va bene tutto, quando uno abbraccia questo mestiere mette in preventivo che non può essere simpatico a tutti, a qualcuno può anche risultare indifferente; fa parte dello spettacolo, ne ho viste tante: in camerino pacche sulle spalle, strette di mano, complimenti, poi una volta fuori dal teatro, arricciano il naso e ti riempiono di critiche: è lo spettacolo, fa parte del gioco».

«Accoglienza, eccome!»

Gabriele Cirilli, l’attore si è concesso a “Costruiamo Insieme”

«Sono favorevole ad ospitare i migranti. E’ importante il loro contributo in fatto di impegno. Due miei zii sono andati in Venezuela per costruirsi un futuro». E poi lo spettacolo. «Ho portato in giro “Mi piace”, ora giro con “La famiglia Addams”: i complimenti fanno piacere, ma anche le critiche, purché costruttive, aiutano. Il più bel complimento, quello di Lino Banfi, mi vede come suo erede»

«Sono totalmente per l’accoglienza! In famiglia due miei zii tanti anni fa sono partiti per il Venezuela, uno è rimasto lì, l’altro dopo una vita di lavoro e sacrifici, è tornato in Italia: chiunque può dare anche un modesto contributo al Paese ospitante, deve essere accolto». Gabriele Cirilli, artista a tutto tondo, protagonista di “Mi piace” e attualmente in tournée con “la famiglia Addams”, si pronuncia sul tema-immigrazione per esperienza indiretta. Con lui, oltre a parlare dello spettacolo all’interno della Stagione artistica in svolgimento al teatro Orfeo di Taranto, sostenuta dalla cooperativa “Costruiamo Insieme”, ci soffermiamo anche sull’accoglienza. Nello spettacolo del comico abruzzese, c’è una battuta, fra le altre, sul tema particolarmente a cuore alla nostra cooperativa sociale.

Dunque, sentiamo Cirilli. Partiamo dalle personali considerazioni su tv, cinema e teatro. Dovesse assegnare 1, 2, 3 “like”?

«E’ il teatro la mia passione, ti dà quel rapporto fisico che cinema e tv, per ovvie ragioni, non possono offrirti. Il teatro è magia, sensazione impagabile, è respirare, essere una cosa sola con il pubblico».

Cosa danno e tolgono tv e cinema.

«La tv dà popolarità, dunque una visibilità tale da renderti “commerciabile”: ti dà modo di spenderti per il teatro, la mia grande passione; il cinema è, invece, la possibilità di mostrare un altro tipo di talento, diverso evidentemente dal teatro e da altre forme di spettacolo: amo, inoltre, fare doppiaggio, ballare, cantare; provo a spendermi a 360%, all’americana».

Il successo in teatro.

«Tengo tanto alla Puglia, al Salento, Taranto; ogni volta che vengo da queste parti avverto grande calore e soddisfazione professionale. Tempo fa sono stato in Villa Peripato, un calore quasi irripetibile, se non fosse che con “Mi piace” ho registrato un’accoglienza a dir poco straordinaria».CIRILLI Articolo 02Non è uno spettacolo “one man show”.

«Infatti, è un “two man show” – sorride – considerando che al mio fianco ho Umberto Noto, grande attore, che consiglierei a molti colleghi, ma ora lavora con me e me lo tengo stretto: insomma, sul palco siamo in due, riusciamo perfettamente ad essere uno spalla dell’altro.

Lo spettacolo prende le mosse dal trasferimento da un cellulare all’altro delle applicazioni, il cosiddetto “back-up”, dal rischio di perdere documenti, foto e video: questo passaggio delicato lo compio in scena con un “tecnico”, Umberto appunto, così ne vengono fuori delle belle: video e foto sono gli spunti per monologhi, balletti, canzoni».

Anni fa insisteva su un aneddoto, nella sua Sulmona qualcuno ti rimproverava l’acconciatura.

«Non più – ride – da “…Ma come cazzo porti ‘sti capelli!” sono passato alla consegna delle “chiavi” da parte del sindaco: “Ciri’, spostami la macchina, dai!”. E’ una battuta, in realtà ormai i miei concittadini mi accolgono con grande affetto; mi sono attivato per l’Abruzzo, il minimo che potessi fare; sono stato in famiglia – questa regione è la mia famiglia – ho fatto spot per aiutare una terra falcidiata dal terremoto, ho promosso un Premio dedicato all’amore ispirato al poeta Ovidio Nasone».

Tormentoni, gioia e dolori, da “Come porti ‘sti capelli” a “Chi è Tatianaaa?”.

«Non li ho mollati, credo che quando qualcosa diventa in qualche modo “mitica” – lo dico con le debite proporzioni – devi avere anche il coraggio di lasciarla in un angolo: esempio – anche questo portato all’estremo, s’intende – se Mina si facesse vedere, sparirebbe di colpo tutto quel fascino misterioso del quale la più bella voce della nostra canzone si è ammantata in tutti questi anni; lo stesso “Tatiana”: ho provato a rivestirmi in occasione dei trent’anni di “Zelig”, me lo aveva chiesto Michelle Hunzinker: mi sono guardato allo specchio e mi sono detto “Nun se pò fa!”, quel personaggio che tanto mi ha dato, deve restare lì, nell’angolo della memoria, nel cuore di quanti, me compreso, lo hanno amato»

La scrittura dei testi.

«Ho una squadra di autori, Maria De Luca, produttrice dello spettacolo, Giorgio Ganzerli, Gianluca Giugliarelli e Alessio Tagliento: ci sono anch’io nel gruppo di lavoro che fa team, e quando si vince insieme è bello condividere soddisfazioni; poi la regia, Claudio Insegno, che firma anche “La famiglia Addams”, con la quale girerò a lungo; sua anche la regia del musical “Kinky boots”».CIRILLI Articolo 01Complimenti e critiche, nel bene e nel male.

«Ho avuto la fortuna di lavorare con tanti grandi dello spettacolo; bene, due settimane fa sfogliando “TV Sorrisi e canzoni” a un grande attore comico hanno chiesto chi vedesse come suo erede. E lui: “Gabriele Cirilli!”, chi mi ha lusingato così tanto è Lino Banfi; con lui ci ho fatto “Un medico in famiglia”, lì ho capito che mi apprezzava molto per le pause, per come gli porgevo le battute, per quella dose di improvvisazione, ma questa dichiarazione di stima mi ha veramente colpito.

Cose brutte. Critiche, se vuoi, apprezzamenti che all’inizio di questo lavoro possono provocarti dispiacere, ma se a freddo ci rifletti, le critiche – quando non sono pretestuose, offensive – possono darti una mano».

“Mi piace”, quasi un trattato di sociologia.

«Il “mi piace” non è solo mondo social, è una espressione che in un solo giorno ripetiamo mediamente venti volte; hanno compiuto uno studio: un bambino ride centotrenta volte al giorno, un adolescente sessanta al giorno, noi adulti solo quindici volte. Cosa può significare: dovremmo imparare a ridere di più, a dire più volte “mi pace”, è un’espressione che gratifica la persona alla quale è indirizzato; quando in teatro faccio il back-up e sullo schermo alle mie spalle appare una foto o un video, è come se esprimessi il mio personale “mi piace”: in sostanza, dovremmo esprimere più apprezzamenti piuttosto che critiche, costruire piuttosto che demolire».

Facciamo accoglienza, un accenno in apertura, un’esperienza vissuta da vicino.

«Due miei zii, Filippo e Augusto, tanti anni fa sono partiti per il Venezuela: il primo è rimasto lì, non l’ho mai conosciuto; l’altro, con il suo bagaglio di esperienza è tornato a casa, accolto dalla stima che una comunità riserva normalmente a chi ha vissuto una vita di grande impegno e sacrifici.  Qual è, dunque, il mio punto di vista: se vai in un posto per dare un contributo al Paese che ti ospita, perché no, ben venga l’accoglienza, eccome: nel mio spettacolo c’è una battuta, “Favola per adulti, titolo: “L’Europa ci aiuterà nell’accoglienza dei migranti”».

“Formazione” vincente

“Costruiamo Insieme”, “Lavoriamo Insieme” e attività formative 

Cooperativa sociale e associazione per sviluppare nuove opportunità di lavoro. Bandi nazionali e internazionali secondo quanto disposto dalla Regione Puglia. Figure professionali collaudate e autorevoli collaborazioni esterne.

Per “Costruiamo Insieme” il futuro è già oggi. Con l’associazione “Lavoriamo Insieme” e nuovi partner, la cooperativa sociale sta sviluppando progetti per realizzare nuove opportunità per favorire soluzioni di impiego. Attraverso questa nuova mission, infatti, ha avviato attività di formazione professionale candidandosi nelle attività di formazione con autorevolezza con l’ausilio di professionisti partecipando a bandi europei, dunque nazionali e internazionali.

Corre l’obbligo di ricordare il lavoro fin qui svolto, considerando che “Costruiamo Insieme”, nel tempo, ha prodotto iniziative e progetti a completamento del percorso di inserimento di cittadini extracomunitari nelle attività sociali del nostro Paese. La cooperativa sociale tarantina ha operato, infatti, proseguendo questa attività nel settore dell’accoglienza, ospitando immigrati e quanti provenienti da fasce deboli della popolazione nei diversi Centri di assistenza straordinaria.

Ora, secondo quanto disposto dalla Regione Puglia circa i corsi di formazione, “Costruiamo Insieme” concorre insieme con l’associazione “Lavoriamo Insieme” e il suo personale qualificato, per curare attività presenti e future all’interno di percorsi formativi nel rispetto delle normative esistenti nel settore.

Secondo quanto premesso, “Lavoriamo Insieme” vanta professionalità con le quali gestire e promuovere corsi formativi in modo tale da pianificare interventi progettuali autofinanziati o gratuiti rivolti ad utenti provenienti dall’area dello svantaggio. Corsi rivolti anche al mondo delle imprese “for profit” e al tessuto socio-economico locale, garantendo pianificazione e gestione della comunicazione mediatica, web, multimediale, ufficio stampa.

Per assicurare a ospiti e quanti interessati alle attività suddette un percorso formativo di assoluto livello, oltre alle diverse attività di inclusione sociale, la cooperativa “Costruiamo Insieme” si avvarrà della collaborazione di figure altamente professionali esterne.