Quelli che il naso rosso…

Claudio Papa, “Mister Sorriso”

Da diciotto anni al servizio dei piccoli pazienti. Oggi sono centocinquanta gli iscritti all’associazione di volontariato. Coprono quattro ospedali e tutti i reparti con le loro facezie.  «Strappare un sorriso è la nostra missione. Non solo bambini, assistiamo anche pazienti affetti da Alzheimer e demenza senile. Il Parco della gioia e un impegno per chi soffre di autismo»

E’ una delle attività di volontariato più impegnative. In assoluto. Buona parte dell’utenza è formata da bambini, piccoli pazienti ospiti dei reparti di Pediatria. “Mister Sorriso”, l’associazione. Fondatore e portavoce è Claudio Papa, ospitato da “Costruiamo Insieme” per raccontarci del suo impegno e di altri centocinquanta clown di corsia senza i quali molti bambini e, oggi, molti anziani, affronterebbero la loro breve, media o lungodegenza, fra mille pensieri e preoccupazioni. Gli amici dal “naso rosso” non guariscono, ma alleggeriscono di molto periodi critici che bambini e anziani della nostra provincia attraversano. A oggi, l’associazione è fra le più celebrate e, se si può dire, fra le più ammirate e copiate. In senso buono, come vedremo.

Come e quando nasce, intanto, l’associazione.

«Diciotto anni fa – dice Claudio Papa – dopo un certo numero di esperienze di volontariato fatte in giro per l’Italia e nel mondo; lo scopo era quello di donarsi, comunque, agli altri, anche non avendo alle spalle un’associazione, cosa più avanti resasi necessaria vista la domanda e l’importanza di avere figure professionali sempre più aggiornate».

Quando Papa viene abbagliato dall’idea di mettere le cose a posto e di darsi al prossimo, se non proprio a tempo pieno, attraverso comunque un sistema disciplinato. «Ospitai a Taranto tre sorelline bosniache – ricorda – avute in affidamento, la guerra nei Balcani mieteva quotidianamente vittime, non faceva distinguo fra grandi, che avevano alimentato scontri fra le diverse etnie, e piccoli, al solito anime innocenti che subivano il volere di una politica radicale: alla fine le tre piccole sono tornate fra le braccia dei genitori, in Bosnia; non avevano più la casa in città, completamente distrutta, ma vivevano in campagna; fu lì che mi trovai un giorno: per strappare un sorriso alle bambine, provai a improvvisarmi clown; presi un pomodoro e me lo schiacciai sul naso; l’idea che piacque molto, inventai quasi una gag: mi colava il succo del pomodoro sulle labbra, tanto da provare a bloccarlo leccandolo senza scompormi. Ridevano, grandi e piccoli. “Vuoi vedere che forse è questa la strada giusta?”, mi dissi».PAPA Articolo 02Dopo un “prima”, c’è un “dopo”.

«Si chiama don Filippo, cappellano del SS. Annunziata, all’epoca lo affiancavo; lo convinsi a farsi accompagnare autorizzarmi a provare a far sorridere, ma con la massima discrezione, i piccoli pazienti: andò bene, tanto che le collaborazioni cominciarono a moltiplicarsi, fino a richiedere un’associazione – composta rigorosamente da volontari – con un suo statuto; anche questo passaggio deve essere stato condiviso con entusiasmo, se oggi siamo centocinquanta tesserati e copriamo quattro ospedali e non solo i reparti di Pediatria, tanto da dividerci fra altri piccoli e grandi pazienti».

Provare a strappare un sorriso quando di mezzo c’è una corsia di ospedale è una missione.

«Emozioni sempre nuove – puntualizza Papa – che prendiamo quotidianamente: mettiamo al servizio del prossimo il mestiere del far sorridere, il più delle volte ci riusciamo, ma in realtà ci arricchiamo ogni giorno che passa di una grande umanità; l’associazione è importante: non ci si può improvvisare al cospetto di una sofferenza, sono i bambini ad aiutarci più degli adulti. Il mio nome d’arte, Pingo Bellicapelli, me lo ha assegnato un bambino, la prima volta che mi vide in corsia rise e mi indicò: “Pingo!”. E “Pingo” sia. Quel “Bellicapelli” l’ho aggiunto io, dopo, in senso ironico, avendo oggi la testa pelata».

Non solo bambini.

«Abbiamo cominciato a compiere un nuovo percorso lo scorso anno alla Cittadella della carità, con pazienti affetti da Alzheimer e demenza senile. Portato le nostre facezie, il mestiere del sorriso anche ai più anziani, altra emozione. E’ stata un’esperienza che ci ha visti completare il nostro bagaglio di animazione, tanto che oggi siamo tornati alla Cittadella, con un nuovo progetto e la voglia di portare sorriso e conforto a chi ha bisogno di noi».

Il rapporto con i genitori dei piccoli pazienti.

«Il rapporto più difficile è con il bambino ospedalizzato, non è casa sua ed è impegnativo fargli capire che se è lì, è perché è necessario passare attraverso controlli accurati. Il rapporto con il piccolo e i genitori prosegue anche dopo, lo stesso con altre associazioni come noi impegnate nel volontariato: Ail, Ant e Simba. Speriamo sempre di proseguire la “terapia del clown” anche dopo, con i genitori e bambini, segno che i piccoli sono stati dimessi dall’ospedale e all’orizzonte per loro si intravede qualcosa di positivo».PAPA Articolo 01 Una cosa che Claudio Papa vuol dirci.

«La bellezza della maschera più piccola del mondo, il naso rosso: spesso basta indossarlo per far tornare un sorriso a un bambino o ad un anziano, dopo una giornata di controlli e cure. Con quello raggiungiamo il cuore della gente abbattendo paletti mentali: qualcuno pensa sia facile, non è così; facciamo ascolto assorbendo i suggerimenti di medici e psicologi, non insegniamo a fare clownerie e palloncini, proviamo a far sorridere; è il sorriso di chiunque a riempirci il cuore di gioia e a confermare che stiamo facendo la cosa giusta».

Il naso rosso, poi un’altra soddisfazione.

«Il Parco della gioia di Mister Sorriso in Zona Tramontone, a Taranto.  Nasce grazie a genitori che hanno “bimbi speciali” – così li chiamiamo noi – che non sanno dove portare i loro figlioli a giocare. Con genitori, medici, psicologi e ortopedici abbiamo realizzato questo parco su un’area comunale. Parco bellissimo. Sono venuti perfino da Bologna e Sassari a visitarlo e, per la nostra gioia, a copiarlo e realizzarlo nelle loro città per aiutare altra gente che ha bisogno di un sorriso. Studiata la distanza fra giochi, questo è un parco inclusivo; proviamo a dare strumenti a bimbi normodotati e bambini disabili per giocare insieme. Abbiamo, inoltre, strutture nuove, anche per ipovedenti e un “Orto aromatico” curato  da amici disabili mentali, ospiti in un Centro diurno». Non finisce qui. C’è il progetto per gli anziani alla Cittadella della carità, l’idea di un tema che duri tutto l’anno (quest’anno è “l’inclusione”), la collaborazione con associazioni che si occupano di chi soffre di autismo.

A proposito di chi soffre di autismo.

«Stiamo provando ad interfacciarci con esercizi commerciali – conclude Papa – per attivare anche da noi “L’ora amica”, come accade in Australia con la “quiet hour”, l’ora quieta: per un’ora a settimana le attività mettono in pratica accorgimenti che servono a famiglie che hanno bambini con autismo a fare la spesa insieme: in quell’ora vengono contenute le informazioni sonore, abbassate le luci, abbassato il volume della musica, per evitare eventuali crisi. Questa disponibilità potrebbe essere un ritorno di immagine non indifferente per queste attività: comprendo le dinamiche di vendita, ma personalmente non mi dispiacerebbe fare la spesa in un clima più sereno».

“Il buu e il somaro…”

Javier Zanetti, il coro razzista e l’asino da stadio

L’ex capitano dell’Inter invitato a Taranto in Città vecchia. La sua Fondazione per sostenere i piccoli calciatori che vivono lo port più amato fra mille difficoltà. “Fare squadra e stare sempre con i più deboli è il nostro compito”, ha aggiunto il campione. “E ora non spegniamo i riflettori sul disagio”, l’invito dell’arcivescovo Filippo Santoro.

Foto Studio Cav. Renato Ingenito

di Claudio Frascella
ZANETTI articolo 03«Fossi stato in campo e avessi sentito urlare cori razzisti, mi sarei sfilato la fascia di capitano per metterla al braccio dell’avversario preso di mira da gente che nulla ha da condividere con lo sport!». Parole di Javier Zanetti. Il pensiero vola a qualche mese fa, dicembre dello scorso anno, San Siro. Alla gara della sua Inter contro il Napoli e ai cori rivolti da un certo numero di imbecilli a Kalidou Koulibaly. E “il Capitano”, non le manda a dire. Lunedì pomeriggio è ospite a Taranto, in Città vecchia, per sostenere con la sua Fondazione Pupi, creata con la moglie Paola, un altro progetto a favore di ragazzi che vivono nel disagio e si rifugiano nello sport, nel calcio in questo caso. «Il calcio, lo sport più bello dicono – ha semplificato Zanetti seduto nella cattedrale di San Cataldo – che poi è la parabola della vita: viviamo tutti insieme, la nostra è una comunità e, se ci pensate, è lo stesso principio dello sport di squadra; è fondamentale essere uniti e che ognuno faccia il suo; nella vita, infatti, c’è bisogno del portiere che para, evita di far prendere gol alla sua squadra, e degli attaccanti, che i gol devono farli; in mezzo, difensori e centrocampisti, anche questi indispensabili: ognuno ha il suo ruolo, ma in tutto questo sono importanti i sacrifici, e se uno è baciato dalla fortuna più di un altro, questa fortuna deve dividerla con chi, nella vita, ne ha avuta meno».

Bravo Javier. Bravi anche i promotori dell’iniziativa alla quale ha preso parte anche l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, che ha ospitato l’ex bandiera di Inter e Argentina nella cattedrale di San Cataldo in Città Vecchia. L’arcivescovo, sia chiaro, è uno che di calcio ha spesso mostrato di capirne quanto e, forse, anche più di un opinionista. «Più di venti anni a Rio, in Brasile – ha detto – mi hanno portato a manifestare una certa simpatia per i Verdeoro e tifare per il Flamengo, ai tempi di Ronaldinho; certo, ai Mondiali si fossero trovate di fronte Italia e Brasile, sarebbe stata una bella lotta, ma questa occasione non c’è stata anche perché siamo stati eliminati nelle qualificazioni: gli azzurri avrebbero dovuto metterci più impegno, lo stesso che ha messo e mette tuttora questo signore – indica Zanetti – una volta da calciatore, oggi da uomo di sport, generoso, che ama spendersi per il prossimo».ZANETTI articolo 02«CAMBIAMO LE COSE ANCHE QUI»

«Lo sport può cambiare le cose anche qui da noi, a Taranto – dice il tarantino Dino Ruta, fra i promotori dell’invito a Zanetti – è il nostro impegno quotidiano attraverso il progetto educativo promosso da “Sport4Taranto” in questa occasione insieme con l’Asd Taranto Vecchia dell’Oratorio San Giuseppe, parrocchia nel cuore dell’Isola”. Un progetto che cresce a vista d’occhio e realizzato insieme con la sorella Angela Ruta e Lisa Ruta, che all’interno dell’organizzazione cura il coordinamente delle diverse iniziative».

«Il calcio non è solo uno sport – dice l’arcivescovo Santoro – è un grande aggregatore, accende la fantasia dei ragazzi, ha in sé quello che ci ha insegnato il Signore: siamo tutti fratelli, tutti uguali e il più forte è tenuto a incoraggiare il più debole fino ad esplodere insieme in un abbraccio fraterno nel momento della gioia; e non importa se qualche volta non si vince, occorre anche avere rispetto per l’avversario; e per il giudice di gara, spesso preso di mira da calciatori e pubblico, per decisioni che a volte possono scontentare chi le subisce; se dico che Zanetti è stato un grande calciatore e oggi è un uomo di grande generosità, aggiungo poco a quanto la gente già conosce di lui: tutti lo conoscono e tutti lo stimano, anche chi abbraccia un’altra fede calcistica; posso aggiungere, però, che per noi è un giorno di festa, grazie alla sua autorevole presenza abbiamo acceso i riflettori sui nostri ragazzi che tanto hanno bisogno di incoraggiamento; ora auguriamoci che anche dopo la partenza di Zanetti in tanti rivolgano la stessa attenzione verso i nostri ragazzi e non solo, ma verso i deboli, quanti vivono nel disagio».ZANETTI articolo 04NON SOLO A FAVORE DEI MENO FORTUNATI

Non solo a favore dei ragazzi meno fortunati. Javier Zanetti in questi anni non perde occasione per sensibilizzare le generazioni più giovani per attivarle nella lotta contro le discriminazioni razziali. Da diversi anni, a proposito dei brutti cori che spesso sentiamo negli stadi di calcio, insieme ad altri partner sta seguendo il progetto “Io tifo positivo”, nel mondo delle scuole e delle associazioni sportive. «L’idea principale – ha spiegato Zanetti – è quella di combattere tutte le espressioni di intolleranza, discriminazione e razzismo all’interno dell’ambito sportivo, di ogni genere e di ogni livello di competizione, promuovendo una cultura propositiva dello sport e dei suoi veri valori».

Zanetti e la sua società. «Dopo i fatti della gara contro il Napoli – spiega ancora il campione – l’Inter si è schierata ancora una volta in prima linea contro il razzismo». Dai «BUU» razzisti è, infatti scaturito l’acronimo, che ha dato vita a «Brothers Universaly United» («Fratelli universalmente uniti»). E’ questo lo slogan scelto dalla società nerazzurra in uno dei video della campagna anti-razzismo. Un invito a combattere il razzismo con la sua stessa arma, il “buu”, trasformandolo in un messaggio positivo. «Write it, don’t say it», «Scrivilo, non dirlo»: «BUU, Brothers Universaly United, Fratelli Universalmente Uniti», dunque, è lo slogan dell’Inter.

«A favore dell’accoglienza»

Armando Spataro, ospite della web-radio “Costruiamo Insieme”

L’ex magistrato e procuratore di Torino, ospite dell’incontro nell’ex Caserma Rossarol insieme con il consigliere regionale Gianni Liviano e il docente universitario, Ivan Ingravallo. Tema, “Immigrazione fra diritti, sicurezza e accoglienza”: politica dei “porti chiusi” vietata per legge, negare l’ingresso agli extracomunitari è antigiuridico, persi numerosi posti di lavoro a causa del Decreto-sicurezza.

La politica dei “porti chiusi” è vietata per legge; negare l’ingresso a chiunque chieda asilo è un atteggiamento antigiuridico; persi numerosi posti di lavoro a causa del Decreto-sicurezza. Questi alcuni dei concetti scaturiti nel corso del dibattito svoltosi nell’ex Caserma Rossarol di via Duomo a Taranto, sede dell’Università “Aldo Moro”. Fra i relatori, l’ex magistrato Armando Spataro, che ha concesso un’intervista esclusiva alla web radio di “Costruiamo Insieme”, il consigliere regionale Gianni Liviano, promotore dell’incontro con l’associazione “Le Città che vogliamo”, e Ivan Ingravallo dell’Università di Bari e Taranto.

Tarantino, già procuratore della Repubblica a Torino e procuratore aggiunto presso il Tribunale di Milano, coordinatore del gruppo specializzato nel settore dell’Antiterrorismo, Spataro ha tenuto una lectio magistralis su “Immigrazione fra diritti, sicurezza e accoglienza”.

Si è parlato di equivoci, talvolta indotti da ragioni politiche, che generano  informazioni che disorienterebbero i cittadini. Si è fatto allusione a frasi come “Aiutiamoli a casa loro!” o “Gli immigrati tolgono lavoro agli italiani!”, diventate una consuetudine per considerare tout-court un tema che, invece, richiede un approfondimento maggiore. Spataro ha parlato della  Libia, dove c’è guerra, piuttosto che “scontri”, come invece riportato da fonti politiche. La guerra, infatti, è una delle condizioni in cui è possibile richiedere asilo: come si potrebbero, infatti, aiutare “a casa loro” vittime di un conflitto che semina morte quotidianamente. Il lavoro, altro argomento caldo. Gli extracomunitari non sottraggono occupazione agli italiani: l’Italia, è stato detto, è infatti il secondo Paese in Europa per il minor numero di immigrati presenti.Spataro articolo 01I numerosi posti di lavoro, piuttosto. Li hanno persi le cooperative sociali impegnate nel settore dell’Accoglienza, in seguito al “Decreto di Sicurezza”: Centri di accoglienza chiusi, immigrati per strada. Una scelta che, insieme alla riduzione di fondi, ha provocato crisi nel settore. Senza contare, che mettendo per strada migliaia di extracomunitari sono aumentati bisogno di assistenza e rischi di “avvicinamento” a organizzazioni criminali.

La politica dei “porti chiusi” è vietata per legge, è stato detto nel corso dell’incontro nell’ex Caserma Rossarol. Lo confermano le Convezioni internazionali che impongono l’accoglienza. Unica ragione in cui i porti possono essere chiusi, è stato spiegato, sarebbero solo ragioni legate alla sicurezza dello Stato. In questo caso, però, il pericolo andrebbe prima documentato in modo specifico. Dichiarare, infatti, “Potrebbero arrivare terroristi…”, non è un criterio giuridico.

«Non siamo battitori liberi – ha detto Gianni Liviano, consigliere regionale pugliese – oppure esseri che camminano per conto proprio: apparteniamo a una comunità che si arricchisce delle diversità, invece di respingerle. Quello dei migranti – come ci ha spiegato nella sua “lectio magistralis” l’ex magistrato Armando Spataro – è un tema scottante, spesso caratterizzato da commenti figli dell’emotività, di certa propaganda e non dal rispetto giuridico».

L’importanza di ascoltare un argomento trattato con la massima competenza è, invece, l’aspetto colto durante il suo intervento, da Ivan Ingravallo, docente dell’Università di Bari e Taranto. «In un momento nel quale fake-news e notizie incontrollate sono all’ordine del giorno – ha detto Ingravallo – una lezione come quella a cui abbiamo assistito: puntuale, circostanziata come poche, non può che arricchirci e di questo non possiamo che essere riconoscenti agli organizzatori per aver messo in relazione fra loro università, città e competenze».Spataro articolo 02L’ospitalità in un Paese tocca a chi chiede asilo in presenza delle condizioni di legge. L’esatto contrario, respingere chi chiede ospitalità, sarebbe infatti atteggiamento antigiuridico. L’errore nel quale talvolta incorre il cittadino sarebbe quello di riconoscere al potere politico una discrezionalità tale al punto da sottrarsi alla legge. La Corte costituzionale lo ha spiegato più volte: non esiste questa possibilità.

Spataro, favorevole all’accoglienza. «Non sono un accademico – ha dichiarato l’ex magistrato – condivido quanto scrisse il compianto Stefano Rodotà: “La solidarietà non è un sentimento, ma un diritto”».

A proposito dell’autorevole ospite della nostra web-radio – intervista che potrete riascoltare in palinsesto, ma anche in streaming – non molti sanno (o ricordano) che l’ex magistrato tarantino, appassionato di musica country, è stato per una breve stagione conduttore radiofonico sulle frequenze di Radio Taranto. Proprio in virtù di una preparazione non indifferente nel campo della West-coast, Spataro si è prestato a un divertente giochino legato alla sua competenza musicale. Non solo Crosby, Stills, Nash & Young, ma anche Dylan. Proseguendo per gruppi rock più recenti come Coldplay e Radioheads, per concludere con uno dei prossimi concerti che una formazione terrà prossimamente a Milano. Per conoscere il nome del gruppo particolarmente atteso, basterà restare ascoltare “Costruiamo Insieme – Web Radio”.

«Canto l’amore universale»

Peppe Servillo, cantante degli Avion Travel ospite di “Costruiamo Insieme”

«Sentimento fra due persone, ma anche per il prossimo, qualunque esso sia: per chi è diverso da noi.  Fino al “non amore”, come ha scritto Franco Marcoaldi, autore della lettura-concerto rappresentata a Taranto»

«Uno spettacolo, una lettura-concerto di poesie e canzoni che nasce da questa pubblicazione di Marcoaldi appena riedita, un lavoro che indaga poeticamente sulle varie declinazioni di un sentimento: non solo l’amore in una relazione a due, ma amore per l’universo, da quello per il prossimo, per chi è diverso da noi, proseguendo con l’amor proprio; tutto questo, nel corso dello spettacolo avviene con l’ausilio di canzoni napoletane che hanno così profondamente indagato questo sentimento, rappresentandolo di volta in volta in maniera ironica, violenta, dolce, tenera, come nelle serenate anche “a dispetto” – oltre che in quelle classiche della canzone napoletana – quando il sentimento dell’amore quando contiene in sé, come recita il titolo di Marcoaldi, anche il “non amore”: dopo le presentazioni teatrali al “Piccolo” di Milano e all’“Argentina” di Roma, è stato praticamente un debutto: siamo contenti sia andata così bene, il teatro pieno di gente, fa bene al cuore, soprattutto se attenta come è accaduto al teatro Fusco di Taranto».

Peppe Servillo, sere fa è stato ospite a Taranto di un concerto all’interno del “Mysterium Festival 2019”, assieme a Franco Marcoaldi, poeta, autore, scrittore, intensa collaborazione teatrale quest’ultimo con Toni Servillo (fratello della voce, nonché autore, anima degli Avion Travel), protagonista del film Premio Oscar “La grande bellezza” diretto da Paolo Sorrentino.

Poesie e canzoni della tradizione napoletane, insieme. «E’ stato più emozionante, per esempio, rappresentare a Taranto, città natale di Mario Costa, la canzone “Era di maggio” – spiega Marcoaldi  – fu, infatti, il grande maestro a tradurre in una emozione ancora più grande un testo di Salvatore Di Giacomo, tanto da farne un classico della canzone napoletana». L’autore di “Amore non amore”, conosce genesi e collaborazione fra Costa e Di Giacomo, incontro che generò, appunto, una delle pagine più suggestive della tradizione musicale napoletana, dunque internazionale, tanto è considerata universale la canzone generata al cospetto del Golfo.servilllo«Abbiamo provato a dare emozioni leggendo alcune delle pagine del mio libro, riproponendo canzoni come “Te voglio bene assaje” e “M’aggia cura’”, ma non solo queste: la gente venuta ad ascoltarci in teatro teatro si è ritrovata al cospetto di un programma in cui poesia e musica interagiscono fra loro: che dire, bravissimo Servillo a cogliere gli spunti dai miei testi e interpretarli come pochi».

L’amicizia con il cantante degli Avion Travel, Peppe Servillo. «L’incontro risale a una decina di anni fa, in occasione di “Sconcerto”, una delle mie opere portate in scena con Toni Servillo, fratello di Peppe, che curò anche la regia dello spettacolo con le musiche di Giorgio Battistelli».

«Fu quella un’occasione di confronto – ci conferma Servillo  – sulla scorta della quale ci ripromettemmo che avremmo lavorato insieme; la ripubblicazione con nuove pagine di un grande successo editoriale come “Amore non amore”, stesso titolo dell’evento portato in scena al teatro Fusco di Taranto, è stata dunque l’occasione promessa: un recital di poesie dal volto minimale – ecco la scelta di un chitarrista, bravo come Cristiano Califano – per dare risalto il più possibile al testo, al colore di una parola anche cantata; interpreto, infatti, canzoni napoletane in stretta relazione con i suggerimenti che generano le poesie di Marcoaldi».

Servillo e gli Avion Travel. «L’attività continua, abbiamo concerti a maggio, un repertorio con canzoni anche dall’ultimo album pubblicato, “Privé”; gireremo l’Italia e non sarebbe male prima o poi incontrarci di nuovo; Taranto posso dire di conoscerla bene: ho cantato, ma ho anche girato scene di un film in Città vecchia, l’Isola, che ha dato i natali al grande Mario Costa e ancora prima a Giovanni Paisiello: come vedete Napoli e Taranto hanno sempre una ragione in più per abbracciarsi».

«Impariamo ad amare»

Debora Cinquepalmi, presidente Associazione Onlus “Simba”

«Non riusciamo a trattenere la gioia quando rivediamo i piccoli con un centimetro di capelli in più. I genitori dei piccoli di Oncoematologia ci regalano sorrisi e la forza per spenderci quotidianamente per il prossimo. Un solo uomo nel nostro gruppo, non sappiamo spiegarcelo. Organizziamo feste, dentro e fuori ospedale»

Questa settimana poniamo ancora una volta l’accento sul volontariato. Per sito, web radio e canale youtube di “Costruiamo Insieme”, abbiamo incontrato Debora Cinquepalmi, presidente dell’Associazione Onlus “Simba”.  Fare associazione e volontariato sul nostro territorio non facile.

«Da dieci anni mi occupo di volontariato. Parlo in prima persona, ma in realtà alle spalle ho un numero nutrito di volontari: ventotto donne, un solo uomo; questa attività è diventata la nostra vita, specie per alcune di noi; prestiamo assistenza al SS. Annunziata in diversi reparti: Pediatria, Oncoematologia pediatrica, Terapia intensiva neonatale, Ortopedia e Pronto soccorso».

La vita degli altri è diventata la vostra vita.

«Confesso che, alla fine, siamo più noi ad attingere in termini di insegnamento, emozioni, rispetto a quello che diamo, che è tanto, ma riteniamo sempre poco rispetto a quello che vorremmo e ci sarebbe da fare. Il nostro è un impegno quotidiano, presidiamo i reparti restando ogni giorno accanto ai bambini e alle loro famiglie; in questi dieci anni abbiamo tratto lezioni di vita; per alcuni di noi è diventato un vero lavoro, non retribuito, è bene sottolinearlo; Oncoematologia pediatrica è diventato il nostro chiodo fisso, da quando è stato aperto; ci spendiamo giornalmente per stare accanto a genitori e piccoli pazienti, cercando di dare loro – ove possibile – un po’ di sollievo».Cinquepalmi Articolo 02Ventinove volontari, un solo uomo. Le donne più sensibili. 

«Non riusciamo a spiegarci questo sbilanciamento in fatto di partecipazione. Forse non attecchisce il nostro modo di operare, anche se va detto che esistono altre forme di volontariato in cui l’uomo numericamente supera le donne; devo dire, però, che in alcuni casi, l’uomo fa la differenza: i bambini si rapportano più con il nostro unico volontario in modo superlativo; un approccio bellissimo…”.

Figura paterna, forse.

«Non se sia proprio così. Abbiamo avuto anche ragazzi fra i nostri volontari: bene, i bambini con i giovani hanno un feeling straordinario; non riusciamo, però, a spiegarcene il motivo, ma ragazzi e uomini non rispondono all’invito della nostra associazione e questo è motivo di rammarico».

Come si affrontano volti provati dal dolore con il sorriso?

«Il nostro atteggiamento è cambiato. Per otto anni avevamo fatto solo pediatria, rispetto agli altri reparti in cui, oggi, prestiamo assistenza; abbiamo anche incontrato patologie importanti, anche se in Pediatria i bambini non sostano a lungo; diverso quanto accade con Oncoematologia pediatrica, dove i bambini vengono ospitati quotidianamente».

Il rapporto più importante.

«Con i genitori, che avrebbero tutte le ragioni per manifestare dolore; hanno la forza del sorriso, ogni giorno ci insegnano qualcosa, a volte ci tradiamo con una lacrima, quando non dovremmo abbandonarci a una simile emozione: a volte ci troviamo impreparati, ma non è semplice spiegare certe circostanze a chi non le vive; la nostra più grande soddisfazione: vedere i bambini tornare alle visite di controllo con un centimetro di capelli in più. Non riusciamo a controllare la gioia».Cinquepalmi Articolo 01 Dove trovate l’entusiasmo che trasmettete a bambini e genitori.

«Cerchiamo di inventare situazioni; giorni fa, per esempio, abbiamo organizzato una festa di compleanno: un nostro piccolo paziente non poteva farlo a casa, era sotto osservazione in ospedale, e non poteva avere contatti con altri bambini: allora abbiam invitato una mascotte, abbiamo fatto un po’ di “baccano” e al bambino abbiamo dato un momento di felicità.

Abbiamo anche organizzato il Carnevale all’esterno dell’ospedale. I piccoli non sempre possono andare a festeggiare altrove e, allora, per quel giorno hanno indossato le maschere in un salone del Circolo ufficiali: è stato bellissimo, l’amministrazione militare non ha voluto un solo centesimo; i militari sono rimasti affascinati dalla bellezza di questi bambini, succede sempre qualcosa di solidale intorno a questi piccoli che combattono la sofferenza. I ringraziamenti dei genitori, poi, sono la cosa più imbarazzante: vorremmo fare sempre di più, ma evidentemente per loro è già tanto».

Personaggi famosi hanno realizzato spot per sensibilizzare il vostro lavoro e i reparti del SS- Annunziata nel quale prestate assistenza.

«Ce ne sono talmente tanti di artisti generosi, che è difficile farne un elenco: è stata una straordinaria corsa alla solidarietà: i primi che mi vengono in mente, Chiara Ferragni, Alessandra Amoroso, Andrea Bocelli, che ha voluto regalarci una lettera di grande spessore emotivo composta per noi; Diodato, per esempio: si è messo in viaggio, è venuto a cantare solo in cambio di un abbraccio. I bambini tarantini sono diventati tristemente famosi, ma noi e i loro genitori facciamo attenzione perché nessuno strumentalizzi il loro dolore, che poi è anche il nostro».

«Vi spiego i Sacri riti…»

Don Marco Gerardo, preparatore spirituale del “Carmine”

«Non è folklore, ma preghiera. L’impegno della Confraternita a sostegno dei più deboli. Oggi c’è più sofferenza, la Mensa dei poveri accoglie cento ospiti al giorno. Da settembre al Venerdì santo, preghiamo, per tutti»

Nelle scorse settimane abbiamo avuto un confronto di carattere religioso con don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine di Taranto. Abbiamo parlato dei bisogni della comunità cristiana e di quanto la Confraternita da lui rappresentata, come la nostra cooperativa, “Costruiamo Insieme” di cui è stato ospite, siano impegnate a sostegno dei deboli con percorsi diversi, ma sostanzialmente simili. L’obiettivo è dare speranza, fiducia a quanti avvertono un momento di abbandono.

Alla vigilia dei Riti della Settimana Santa a Taranto vissuti come in nessuna altra città italiana, abbiamo voluto sentire nuovamente don Marco, questa volta in veste preparatore spirituale della Confraternita del Carmine.

Dunque, don Marco, ci spieghi qual è il suo compito.

«Fare in modo che chiunque si accosti alle manifestazioni della Pietà popolare tarantina, come quella del Venerdì santo, possa comprendere che vivere intensamente i Sacri riti non è un momento di folklore ma un insieme di eventi di fede, preghiera ed evangelizzazione».

Prepararsi alla Settimana Santa, volendo entrare nello specifico.

«Detto che l’organizzazione pratica richiede mesi di lavoro, in qualità di confraternita svolgiamo una preparazione di tipo spirituale che comincia con l’Anno pastorale, dunque da settembre; personalmente ho introdotto alcuni momenti nella comunità della Confraternita, facendo in modo che il Venerdì santo non colga impreparati i confratelli: pertanto, una catechesi specifica; ogni giovedì sera, una breve lectio divina con commento della Parola e un fioretto da fare il venerdì successivo – perché ogni venerdì possa essere preparatorio al Venerdì santo – con una preghiera rivolta all’immagine di Gesù morto».I GIORNI Articolo 01 - 1Dopo le festività natalizi, i confratelli entrano nel clima della Passione.

«Esiste una forma di rispetto verso il Natale, ma dal 7 gennaio in poi i confratelli si proiettano in modo positivo verso questo clima: preghiera, pensiero e preparazione di quanto verrà vissuto in questi giorni».

Quanti sono i confratelli, c’è una continua domanda per entrare a far parte della Confraternita del Carmine?

«Al momento i confratelli sono 2.400, la più grande confraternita dell’Arcidiocesi di Taranto, probabilmente anche della Puglia; ogni anno svolgiamo un corso di noviziato con una media intorno alla cinquantina di adesioni; quando ho cominciato erano diciassette, dall’anno successivo non abbiamo mai registrato un numero inferiore alle cinquanta domande».

Un tempo le raccolte di danaro per finanziare i Riti e opere di beneficenza, si chiamavano “aste”, successivamente “gare”. La Confraternita svolge anche un impegno quotidiano. 

«La Mensa dei poveri, a Taranto non ha bisogno di presentazione: abbiamo spostato la sede storica da via Cavour, purtroppo – il numero dei bisognosi è in costante aumento – perché troppo piccola; nel frattempo abbiamo conosciuto nuove fasce di poveri: pensionati, monoreddito, persone con alle spalle dolorose separazioni o con una libera professione con la quale a malapena riescono ad affrontare il mantenimento dei figli e non possono pensare a se stessi: così chiedono quotidiana assistenza a noi; le nuove povertà possiamo dire di averle conosciute tutte: la mensa non conosce pausa, non chiude a Natale, Capodanno, Ferragosto; ogni giorno assiste un centinaio di persone».I GIORNI Articolo 02 - 1In questo sistema di mutuo soccorso subentrano anche i confratelli.

«Esiste l’aiuto meno conosciuto: sono tante le famiglie di confratelli assistite dalla segreteria della Confraternita che chiedono aiuto: per l’acquisto di un paio di occhiali, il pagamento di una bolletta o un intervento chirurgico; sono, inoltre, testimone degli interventi di confratelli nei confronti di non iscritti che hanno bisogno di interventi economici e materiali».

I passaggi religiosi che portano al Venerdì santo.

«Da settembre, dicevo: catechesi e preghiera, l’offerta di piccoli sacrifici spirituali, quelli che un tempo si chiamavano fioretti; nella Quaresima l’attività spirituale si intensifica: Mercoledì delle ceneri, un momento di interiorità: meditare sull’orientamento che si dà alla propria vita, fa bene a tutti, non solo ai confratelli; ogni domenica la celebrazione dell’Eucarestia, la Via Crucis molto amata a Taranto; poi un corso di preghiera e meditazione sulla Passione del Signore con altre cinque confraternite delle diocesi di Taranto e Castellaneta; una delle cose che abbiamo voluto realizzare in questi anni, è stata proprio l’apertura nei confronti di altre realtà: oggi occorre fare “rete”, sarebbe assurdo non lo facesse la comunità cristiana che ha nel suo dna la Comunione».

Partecipa alla Processione dei Misteri anche chi non ha preso parte alle gare.

«Esiste un lavoro di organizzazione senza il quale non avremmo lo stesso risultato di preghiera: anche chi non si “veste” durante la Processione dei Misteri, in realtà la sente sua, in quanto nella perfetta riuscita dell’evento religioso c’è la sua preghiera, perché pregano tutti, non solo le anime incappucciate».

«Teatro è bello!»

Spettatori della Stagione teatrale

«Talmente su di giri che alla vigilia non ci dormiamo la notte!», dice uno dei ragazzi del Centro di accoglienza. «Esperienza unica, ecco perché facciamo così tanti selfie!». «Non finiremo mai di ringraziare la cooperativa per quest’altra occasione di integrazione offertaci».Teatro Articolo 01 - 1“Costruiamo”, operatori e ospiti del Centro di accoglienza insieme a teatro. Ad ogni evento teatrale all’Orfeo di Taranto, ecco il palco riservato ai ragazzi della cooperativa. Un altro salto in avanti compiuto verso l’integrazione, perché i ragazzi venuti dall’Africa non si sentano mai soli, ma prendano confidenza con il quotidiano che avvolge la società verso la quale non devono più sentirsi ospiti, ma parte della stessa.

Così presidente e direttore della cooperativa hanno voluto fare un passo avanti stringendo un accordo, compiendo dunque un investimento in termini economici, a fronte di posti a sedere ad ogni spettacolo teatrale nazionale. Pertanto, vicini ai lavori teatrali di comici come Gabriele Cirilli, Biagio Izzo, Carlo Buccirosso e Angela Finocchiaro, e di attori come Francesco Pannofino, Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini e, ancora, Vittoria Belvedere e Maria Grazia Cucinotta. Nomi importanti, all’interno del cartellone dell’associazione “Angela Casavola” con cui “Costruiamo Insieme”, si diceva, ha stretto un accordo di partenariato.E, allora, in concomitanza con rappresentazioni e commedie, scatta l’appello rituale. «La prossima settimana c’è una commedia musicale famosa, chi vuole andare a teatro?», annuncia Barbara. «Se non ci sono problemi, questa volta i ragazzi li accompagnerei volentieri io, “Grease” è una commedia musicale che non vorrei perdermi!», risponde all’invito Silvia. Sono tanti i ragazzi che si presentano. «Dividiamoci in due squadre», suggerisce Francesca, «questa volta andate voi, la prossima è la nostra».

Questa volta è toccato a Bambake, yankuba, Boubacar, Soulaymane, Ibrahim, Aboubacarr, Hossen e Bax. Lo spettacolo comincia già qualche giorno prima, quando Giancarlo prende nota. Presidente e direttore tassativi: «Fate le cose per bene: organizzatevi, siate ordinati: i nomi devono alternarsi, a teatro vogliamo che vadano tutti!».Teatro Articolo 03 - 1Preparativi, i ragazzi si tirano a lucido: c’è il teatro. Anche loro hanno imparato – ci hanno messo poco, a dire il vero – che da queste parti recarsi a una “prima” non è come andare al cinema: esiste un cerimoniale da rispettare. C’è il foyer, lo spazio antistante l’ingresso nel quale tutti si soffermano in attesa dell’inizio dello spettacolo o vi sostano nell’intervallo, in attesa del secondo tempo. La gente indossa l’abito e il sorriso migliore, fa pubbliche relazioni.

Al centro del foyer, il roll-up di “Costruiamo Insieme”. Alto due metri, bello a vedersi e nel dare informazioni, brevi ma che sono il succo del lavoro di decine di operatori. Al servizio del sociale, dalla parte di chi avverte disagio, con strumenti come la professionalità e la comunicazione. Ecco l’ulteriore sforzo che direttore e presidente hanno voluto compiere “gemellandosi” con l’associazione culturale della quale è responsabile Renato Forte.

E’ lo stesso direttore artistico dalle tavole del palcoscenico ad introdurre gli spettacoli in programma all’Orfeo. «Quest’anno ci siamo scelti a vicenda – dice Forte in occasione della presentazione delle opere teatrali – noi loro, loro noi, per compiere un percorso importante insieme: l’associazione “Angela Casavola” e la cooperativa sociale “Costruiamo Insieme” per l’intera stagione teatrale cammineranno tenendosi a braccetto e sostenendosi reciprocamente: abbiamo inteso riconoscere alla loro professionalità la promozione e le interviste in esclusiva ai protagonisti della Stagione teatrale programmate sui diversi canali di cui dispone: web radio, canale youtube e sito».
Teatro Articolo 02 - 1Non solo. «Siamo lieti, orgogliosi di ospitare come ogni sera – sottolinea il direttore artistico ad ogni occasione – una rappresentanza di ragazzi della cooperativa “Costruiamo insieme”; è bene ricordare che operatori e collaboratori si impegnano per le fasce più deboli; si attivano anche nell’assistenza di anziani e disabili, e collaborano con le istituzioni svolgendo opera di mediazione principalmente nelle relazioni con i richiedenti asilo». Come ogni sera parte l’applauso. Forte dal palcoscenico indica il palco nel quale sono accomodati i ragazzi che rispondono, spesso intimiditi da tanta attenzione, con un sorriso.

Siamo a pochi minuti dall’inizio. Se c’è una cosa che non fa difetto agli ospiti di “Costruiamo” è l’uso del cellulare. Sui social, e principalmente su whatsapp, fanno fioccare i primi scatti, dall’ingresso a teatro alla poltrona occupata, per documentare gli amici che rispondono un invidiosi («Beati voi!»), ma con spirito di rivalsa («La prossima tocca a noi!»). E’ il solito, divertente ping-pong. I ragazzi seduti sulle loro accoglienti poltroncine. Lo spettacolo sta per cominciare. Ha ragione, uno di loro, felice del contesto nel quale si trova e di assistere alla rappresentazione teatrale. Bambake, yankuba, Boubacar, Soulaymane, Ibrahim, Aboubacarr, Hossen e Bax, escono soddisfatti dal teatro. «Per noi – uno di loro ha scritto su whatsapp – lo spettacolo è cominciato giorni fa: non appena abbiamo saputo che sarebbe toccato anche a me andare a teatro, per la gioia non ci ho dormito la notte: grazie, “Costruiamo”!».

«Insieme per beneficenza»

Dodi Battaglia, chitarrista dei Pooh e un’idea

Il gruppo di “Pensiero” e “Parsifal” in passato aveva già dato: contro la distrofia, l’Aids, le guerre e la fame nel mondo. «Con Roby, Stefano e Red tornerei a suonare anche domani mattina, a patto di “restituire” al pubblico quanto ci è stato regalato in cinquant’anni di attività», dice l’artista. Intanto ecco “Perle”, doppio cd con inedito di Giorgio Faletti (Un’anima).

Dodi Battaglia, un altro degli amici della nostra “radio”. Le parole e la musica viaggiano sul web, la lunga chiacchierata con una delle icone della musica pop degli ultimi cinquant’anni, ci accompagna un po’ ovunque. Nella beneficenza, innanzitutto. “Se un giorno i mei compagni di cinquanta e passa anni di musica, si rifacessero vivi per tornare a suonare, porrei una sola condizione – che non ho difficoltà a immaginare che ci troverebbe tutti in perfetta sintonia – quella di fare concerti ma solo per beneficenza”.

C’è da credere. “Del resto la storia dei Pooh – ricorda Battaglia – è stata un costante impegno dalla parte dei più deboli: durante i nostri tour con il nostro pubblico abbiamo raccolto fondi per combattere la distrofia muscolare (Telethon), l’Aids (Bonsai aid aids), schierandoci contro ogni guerra (Rock no war) e la fame nel mondo (Unicef): siamo andati personalmente sul posto a visitare le popolazioni in difficoltà per vedere come i soldi della nostra gente fossero stati impegnati per le popolazioni africane: riscostruire un intero villaggio, con scuole, acqua, suppellettili per dare a gente sofferente strumenti di crescita”.

Bello sentire un artista così importante che prima di una intervista rivolge un pensiero a chi vive in condizioni disagiate. Da qui scatta l’eventuale tour a una sola condizione, la formula magica è una sola: beneficenza. Ma torneremo a parlarne con lo stesso chitarrista di “Pensiero”, “Parsifal”, “Chi fermerà la musica” e “Amici per sempre”, a breve. Intanto, l’occasione dell’incontro. A braccia aperte, alla fine della presentazione ufficiale del doppio cd “Perle – Mondi senza età”.BATTAGLIA - Articolo 01 - 1 (1)RICOMINCIO DA ME

Battaglia, dunque, storico chitarrista dei Pooh, quando si presenta in pubblico ha “l’emozione da recluta”. Come fosse un “deb”. Gli inizi con i Pooh, come quando l’immenso Valerio Negrini gli pronosticò un destino di successo. E il produttore Giancarlo Lucariello lo invitò ad andare oltre: a cantare sì, ma anche a scrivere canzoni. Decine di anni, poi, sullo stesso palco, con Roby Facchinetti, Stefano D’Orazio e Red Canzian, lo stesso Riccardo Fogli tornato in pista in occasione del Cinquantennale.

Battaglia alla “Feltrinelli” di Bari presenta doppio cd con allegato album, “non solo fotografico”. Almeno trecento i fan. Non c’è posto neppure fra gli scaffali. Seduti, in piedi, sul loggione del piano superiore, i sostenitori dell’ex Pooh occupano ogni centimetro della libreria. In mano, cellulari, “Nikon” e “Canon”. Non smettono un attimo di fare “clic”. Fissano il volto sorridente, disteso del protagonista della serata, che non nasconde la felicità nello stringere fra le mani qualcosa di importante. Perché lui, Dodi, in realtà non ha mai pensato di smettere. A cominciare dagli stessi Pooh. Fosse stato per lui, avrebbe spalmato gli impegni del gruppo fra tour e studio di registrazione, mai appeso la sua chitarra al classico chiodo. La musica è la sua vita, il numero di chitarre che ospita e coccola nel suo studio di registrazione, infatti, è salito a settanta.

Battaglia si presenta al pubblico. Spiega il “manufatto”, traccia dopo traccia. Fra i presenti, anche chi lo ha applaudito all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in occasione della registrazione di “Perle”. «Se qualcuno avesse registrato qualcosa quella sera – dice Dodi – la  confronti pure con l’intero lavoro: in studio non abbiamo “sistemato” nulla, i due cd riproducono fedelmente tutto ciò che è accaduto in quella magica serata, uno fra i miei più bei concerti».

C’è chi invoca il selfie corale, potenza dei social. Centinaia di “Perle” agitate a favore di “scatto”. Poi la gente in fila, in attesa di autografo e foto. E’ un bel successo. Poi una chiacchierata, per “Costruiamo Insieme”: il sito, la radio, youtube.BATTAGLIA - Articolo 02 - 1NOSTALGIA CANAGLIA

Gli chiediamo subito se la selezione delle canzoni chiamate a raccolta, sia stata più lunga o più dolorosa. «Non ho avvertito dolore. Nostalgia, quella sì; malinconia, se vuoi, ma non dolore nel restituire al pubblico brani che stanno rivivendo una loro seconda giovinezza. Ricantandole mi capita spesso di avere gli occhi lucidi dall’emozione. Succede anche alla gente che a fine concerto viene a salutarmi».

Un mosaico di canzoni ricomposte dal sentimento. «Mai lanciato una sola occhiata al borderò: suddivisioni, percentuali e altri calcoli non fanno per me. Ho cercato, invece, di tracciare il percorso dei Pooh con canzoni che non avevano vissuto la stessa ribalta nonostante meritassero uguale importanza. Ho rivolto così il mio impegno a brani adolescenziali, impegnati, dedicati all’amore, ai viaggi, temi nei quali Valerio – come sappiamo – era un campione».

Non è un album di inediti, ma solo una “riappropriazione debita”. «Non escludo che a breve, medio termine, possa realizzare un album di inediti; anche se in molti al primo ascolto hanno pensato che alcune delle canzoni eseguite nel “live” fossero nuove; un esempio: due miei musicisti, uno di venti e l’altro di ventisei anni, ai tempi di molte di queste canzoni non erano ancora nati; per loro, come buona parte delle persone presenti ai miei concerti, molte di queste canzoni “suonano” come fossero inediti. All’interno del doppio cd, a breve un triplo vinile di colore bianco, solo un brano realizzato in studio: “Un’anima”, una mia musica scritta su un testo inedito del grande Giorgio Faletti. Intenso, profondo, come lui solo sapeva essere».

A fine corsa, è mancato il confronto di un tempo con gli altri Pooh. «Le scelte, anche quelle dolorose, presentano lati positivi: assumersi responsabilità in prima persona, per esempio. A dirla tutta, anche al tempo dei Pooh, mi confrontavo con altri amici e musicisti. Oggi, per esempio, lo faccio con i ragazzi del mio gruppo; con loro si è creato un tale rapporto di fiducia che certe scelte avvengono quasi automaticamente. Abituato a lavorare in team, insomma, continuo ad assaporare il gusto del confronto».BATTAGLIA - Articolo 03 - 1DOVE SONO GLI ALTRI TRE…

Durante la presentazione, una battuta che non ti aspetti: «Mentre suono in concerto, mi capita di voltarmi come se cercassi uno dei colleghi di una volta», ha detto Dodi Battaglia. «Quando per cinquant’anni esegui “Piccola Katy”, “Tanta voglia di lei”, “Pensiero”, cose che fanno parte del tuo vissuto, è normale che la memoria corra a studi di registrazione, a dove abitavo, a dove abitavano i miei colleghi, le compagne di un tempo, locali e amici che frequentavamo insieme; ecco perché “Perle” è anche “Mondi senza età”: ogni canzone è uno spaccato di vita personale e trovo normale che il mio pensiero il più delle volte vada a loro».

Se i colleghi di sempre gli chiedessero di riprovarci. «Accetterei di corsa. Dico sempre che a decidere debba essere sempre il pubblico: se chiedi a chiunque cosa sono stati, cosa sono e cosa saranno i Pooh, la gente risponderà che il gruppo musicale e le loro canzoni hanno fatto parte della loro vita, anche l’Italia in qualche modo è cambiata con le nostre canzoni. Dunque, se la gente volesse ancora i Pooh, perché no? Sono a disposizione».

Questo il pubblico. Ma c’è anche di mezzo il sentimento di Battaglia, che si è detto disponibile e di corsa pure. «Confermo, anche domani mattina, ma a una condizione: visto che i Pooh hanno avuto tanto dal loro pubblico, stavolta restituiscano sotto forma di beneficenza il ricavato di eventuali concerti. Almeno su questo saremmo tutti d’accordo».

«Voglia di riscatto»

Carlo Buccirosso, “Colpo di scena” successo al teatro Orfeo

Siamo tutti a Sud di qualcuno, diceva Luciano De Crescenzo. Nella voglia di chi vive ai margini c’è sempre una ragione in più per farcela. “Costruiamo Insieme” ha intervistato l’attore napoletano. «Mi impegno il doppio per essere attore, regista e autore con la stessa intensità. Il telefono squilla, ma non sono i colleghi». Teatro, cinema e adesso arriva anche la tv.  

Siamo tutti a Sud di qualcuno, diceva Luciano De Crescenzo, napoletano come Carlo Buccirosso, uno degli attori napoletani più amati dal grosso pubblico, ospite in questi giorni al teatro Orfeo della rassegna teatrale dell’associazione “Angela Casavola” (sponsor “Costruiamo Insieme”). Quello di Buccirosso è stata quasi una corsa a ostacoli per piegare le ultime resistenze di un teatro che replicava se stesso e le compagnie di giro. «Non voglio metterla sul piano del campanilismo – ci ha detto Buccirosso – ma per un artista del sud, conquistare una piazza importante come Milano, è una grande soddisfazione: entrare in abbonamento al “Manzoni” e l’anno prossimo aprirne la stagione, mi riempie d’orgoglio».

Attore, autore e regista napoletano, noto per ruoli comici e brillanti, diretto al cinema anche in un ruolo “serio” dall’Oscar Paolo Sorrentino (Il Divo), Buccirosso nell’intervista esclusiva rilasciata a alla web radio di “Costruiamo Insieme”, parla delle sue soddisfazioni professionali, “Colpo di scena”, titolo del quale l’artista napoletano è autore, regista e protagonista.

«Dovessi dirla tutta – dice  – penso di essere migliorato come autore, ho alzato l’asticella, tratto problemi sociali con la giusta ironia, che poi è la cifra che più di altre scatena il ragionamento nel pubblico: mi diverto perché diverto; penso di aver azzeccato tutto; si ride tanto, ma in sala a volte cala silenzio totale; nonostante il teatro pieno quasi non avverti la presenza del pubblico, tanto questo è immerso nella tensione che scatena la storia».

Bella scommessa mettersi in gioco da attore, autore e regista. 

«Con il senso di autocritica che mi ritrovo, penso che il lavoro portato in scena in questi mesi con il quale ho sostituito “Il pomo della discordia” per l’indisponibilità di Maria Nazionale, sia stato un altro passo avanti nella mia crescita in veste di autore: su un personaggio, una regia, puoi ragionare; su una scrittura, una sceneggiatura, dunque un’idea, il guizzo iniziale e poi, a seguire, i personaggi, i dialoghi, se non hai fantasia e capacità nel tradurre quello che ti passa per la testa in un primo e secondo atto, colpi di scena e contenuto finale compresi, puoi sbatterti quanto vuoi non riuscirai mai a fare qualcosa che ti lasci veramente soddisfatto».

Buccirosso, ha il senso dell’autocritica

«Se non mi ci vedo al massimo, me lo dico: stavolta mi do una pacca sulla spalla, tiro fuori cose che avevo dentro e che necessitavano di essere riportate dall’idea al copione; credo di avercela fatta, poi il tempo dirà quanto sia maturato in veste di regista, attore e, appunto, autore».Buccirosso copertina 6 - 1 Pare di capire che il ruolo di autore la intriga di più

«L’ideale sarebbe riuscire a dare allo stesso modo il top nelle tre diverse vesti: autore, attore, regista; al momento, però, quello di autore penso stia registrando passi avanti più decisi: non voglio ripetermi, ma se non fossi così convinto di quello che scrivo e porto in scena, non mi giocherei tutto per un atto di testardaggine; centosessanta piazze con “Colpo di scena”, una grande soddisfazione: il “Manzoni” di Milano, l’“Alfieri” di Torino, il “Duse” di Bologna, l’“Augusteo” di Napoli. Ci sono altri teatri, invece, nei quali andrò la prossima stagione: è solo questione di tempo, gli impegni assunti in precedenza hanno solo fatto slittare l’appuntamento di qualche mese».

Dovessimo fare ordine alle preferenze di Buccirosso? 

«Teatro, cinema e tv in quest’ordine; vengo dal teatro, anche se il cinema mi ha dato popolarità, la tv – peggio per lei – è arrivata col contagocce; diciamo che se ne sono accorti in ritardo: ho appena finito le riprese di una serie televisiva per Raiuno, interpreto un procuratore della Repubblica, un personaggio serio, ma dal quale emerge anche il mio tratto ironico: bravo Francesco Amati, il regista, uno attento, pignolo, mi lascio guidare volentieri da uno che conosce il suo mestiere, e penso che in questo lavoro televisivo, lui come regista, io come attore, abbiamo dato il meglio».

Buccirosso, insieme con Salemme, Casagrande, Izzo e altri, ha impresso una svolta e fatto riguadagnare posizioni all’arte comica di un tempo (Totò, Eduardo e Peppino De Filippo). Cosa invidia a quell’epoca?

«Spensieratezza e audacia, sembrava ci fosse tutto e, invece, niente; anni in bianco e nero e non solo sullo schermo, c’era voglia di ribaltare la fame, restituire il sorriso a un Paese che provava a dimenticare la guerra».

Partito da comprimario è diventato protagonista.

«Può dire anche “spalla”, non la ritengo un’offesa: non ci fosse stato Peppino non avremmo avuto quel Totò, la gente ha scoperto così la grandezza di De Filippo. Per quanto mi riguarda, penso sia accaduto tutto normalmente, tanto che se mi chiedesse quando ho avvertito questo scatto repentino, non saprei dire: più di una maturazione, ho avvertito una consapevolezza, quando ho deciso di mettermi in gioco a tutto tondo: attore sì, ma anche regista e autore. Forse, ma questo non assuma tono di polemica, altri non si stavano accorgendo che nel frattempo la mia crescita reclamava altro spazio».

C’è una formula per restare in buoni rapporti con i colleghi?

«Il telefono. Una persona è distante appena uno squillo, prendi il cellulare e chiami: “Pronto?”. Il mio telefono squillava e squilla tuttora, ma il più delle volte non sono colleghi. A proposito di telefono, sono arrivato nei circuiti importanti senza sollecitare una sola segnalazione: all’inizio non comprendevo certe dinamiche, al terzo lavoro, spontaneamente, sono arrivati gli spazi anche per la mia compagnia, evidentemente era solo questione di tempo».

«Partire è come…»

Martino De Cesare, chitarrista e autore di successo

«Capisco i ragazzi nordafricani: lasciare casa suona come una sconfitta. E’ raro mi spinga oltre Napoli. Avrei voluto scrivere con Pino Daniele, collaboro con artisti come Edoardo ed Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello e Tony Esposito, ho scritto con Fabio Concato sognando James Taylor…». Il successo del suo soggetto del film “Chi m’ha visto?” con Beppe Fiorello e Pierfrancesco Favino

«Quando parto per un tour ho due anime in perfetto contrasto: quella che mi spinge ad andare, perché è il lavoro che amo; l’altra che, invece, vorrebbe trattenermi qui, perché è complicato a spiegare a qualcuno che non è del Sud quanto dolore uno possa sentire nel dover lasciare le proprie radici, anche se il tempo di una serie di concerti». Martino De Cesare, uno degli amici di “Costruiamo Insieme”, chitarrista, autore, produttore discografico. Grande fantasia, tanto che ha voluto misurarsi con la sceneggiatura: farne un libro, una commedia, un film. «Avevo in mente già da tempo “Chi m’ha visto?”, diventato poi un film che nelle sale ha registrato buoni incassi e in tv ha fatto buoni ascolti: ne avevo parlato con Beppe Fiorello, protagonista della storia, un affermato chitarrista – nella fiction Martino, come me… – cui manca il guizzo di popolarità per diventare un artista famoso e rispettato: unico sistema, escogitare una sparizione assistita; da un amico, in questo caso, Pierfrancesco Favino, altro grande attore, Peppino nella finzione, uno che nonostante non abbia studiato, la sa lunga».

Il Sud, la nostalgia, la musica nel sangue. «Vivo fra la mia Crispiano e Napoli, mio quartier generale: conosco e suono con tutti lì, difficile spingersi oltre, con i Bennato, Edoardo ed Eugenio, Gragnaniello ed Esposito, Amoruso e Senese c’è grande empatia: figurarsi se non capisco il dolore che provoca un’amozione; ho conosciuto, conosco, molti ragazzi nordafricani, alcuni anche impegnati nella musica: quando parliamo del distacco dalla loro terra, mi dicono spesso che non vedono l’ora di tornare a casa, magari disponendo stavolta di che mangiare: perché è la fame, i conflitti a spingere i ragazzi a fuggire e trovare una destinazione quantomeno ospitale».

Anche noi, come quei ragazzi, il ritorno ce lo abbiamo nel sangue, spiega Martino De Cesare. Basta prendere il modo con cui il protagonista del suo film andato in onda sabato scorso in prima serata su Raiuno, viene accolto all’arrivo nel suo paesino pugliese. «Mo sei arrivato? E quando te ne vai?», una delle frasi più divertenti di “Chi m’ha visto?”. Il film, ovviamente, è ispirato alla più popolare delle trasmissioni sugli scomparsi, girato in buona parte anche nella provincia di Taranto, fra Ginosa, Mottola e Castellaneta. Ideato dal crispianese Martino De Cesare, protagonisti, si diceva, Beppe Fiorello e Pierfrancesco Favino. Comprimari e volti noti al grosso pubblico, Sabrina Impacciatore, Dino Abbrescia e Mariolina De Fano.

Beppe Fiorello nel film è Martino Piccione. Nel racconto ha conservato il nome dell’autore del soggetto, quel Martino De Cesare che nella sua Crispiano ha il quartier generale. Si sposta solo per lavoro, come ci ha confessato. Nei suoi viaggi privilegia Napoli, fa uno strappo per Roma. Mai in albergo, a Napoli è ospite di Eugenio Bennato; a Roma, quartiere Trastevere, a casa di Enzo Gragnaniello. Fra i suoi amici, oltre ad Eugenio ed Enzo, Edoardo Bennato, Pietra Montecorvino, Tony Esposito, Joe Amoruso, James Senese, Sandro Petrone, Giorgio Verdelli e altri ancora. DE CESARE Articolo 01Il primo sussulto che ti ha provocato il film una volta completato. 

«Assistere alla proiezione alla “prima” a Milano, insieme con Beppe e Favino; ospiti gli amici che si sono prestati volentieri ad interpretare se stessi, lanciando appelli, o che, comunque, non hanno voluto perdersi l’anteprima: Noemi, Emma Marrone, le Vibrazioni, Mara Maionchi, Claudio Cecchetto, Saturnino e tanti altri. Voltarsi e guardarsi accanto o alle spalle stando seduti in prima fila, era come fare zapping con alla tv, incredibile emozione».

Domanda dalla quale partire: come nasce l’idea. Non di una canzone, ma di un soggetto cinematografico, una novità per De Cesare.

«Giunge improvvisa, come lo spunto per un testo, una musica, una canzone. Tornato a casa da Roma vedo mia madre rapita dalla tv, a seguire “Chi l’ha visto?”. Quasi in lacrime, tanto era partecipe al dolore dei familiari dello scomparso che in procinto di lanciare un appello. “Ma’, che è successo?”, io. “Non si trova più quella creatura: mo, statti zitto un po’, fammi sentire!”, telegrafica. Questo il dialogo. In quel momento ho pensato alla mia e a tante altre storie simili alla mia: ai mille artifici cui fa ricorso un musicista non disponendo di spazi televisivi: tu, a sbatterti per trovare un “buco” da tre minuti per eseguire una tua canzone; un anonimo, che per mille motivi decide di scomparire, a godere in un colpo solo dell’affetto di una platea sterminata e uno spazio illimitato, con trasmissioni “non stop” per seguire per gli aggiornamenti della vicenda; è stato in quel momento che ho pensato: “E se anche Martino, il mio omonimo, magistralmente interpretato da Beppe Fiorello, decidesse di sparire improvvisamente per avere il suo momento di popolarità?”».

Dunque, Beppe Fiorello, disponibile e interessato alla lettura del soggetto.

«Conosco Beppe da dieci anni, ci siamo visti e sentiti spesso: un film non lo fai in un attimo, non basta pensare a una trama per quanto interessante possa essere; occorre studiare il tratto di ciascun personaggio, i dialoghi, le riprese, le location. Lo avevo pensato per Crispiano, la troupe si è mossa per buona parte in Puglia: Ginosa, Mottola, Castellaneta, Conversano, Bari».
DE CESARE Articolo 02Con Beppe non parli solo di lavoro.

«Ci sentiamo per consigli gastronomici, lui ha un buon palato, trova superlativo il nostro olio e non solo quello; Pierfrancesco, invece, l’ho conosciuto in occasione dei primi ciak, poi l’ho rivisto alla “prima” a Milano, infine a cena: attore bravissimo, persona disponibilissima».

Non è l’unica idea che ti è venuta. 

«Non ne parlo, ma non per scaramanzia; vengo da un’esperienza non troppo incoraggiante e mi spiego: ricevo una telefonata da Giammarco Tognazzi; insieme avevamo in mente un’altra storia, originale e di sicura presa: Giammarco mi chiama e mi mette al corrente che una troupe da poco aveva dato inizio alle riprese con una storia in buona parte simile alla nostra: un buon ottanta per cento, per dirla tutta. Quello dello spettacolo è un ambientino politicamente scorretto. Un paio di idee, quelle sì, ce le ho, ma d’accordo con lo stesso Giammarco non ne facciamo parola».

Autore, produttore, chitarrista, ideatore insieme con Tony Esposito del gruppo Vibrazioni Mediterranee, Martino De Cesare ha altri sogni nel cassetto.

«Uno, purtroppo, non potrò mai più realizzarlo: mi spiego, volevo scrivere ed eseguire una canzone con Pino Daniele, uno dei grandi della nostra canzone. Altri grandi, ne conosco e ho la fortuna di collaborarci. Volevo suonare con Edoardo Bennato, ce l’ho fatta; e pensare che andavo matto per la sua “Sono solo canzonette”; volevo scrivere una canzone con Fabio Concato, ce l’ho fatta: “Tra la vita”, inclusa nella raccolta “Quando arriva un’emozione”; volevo realizzare progetti e suonare con un’orchestra e per questo devo ringraziare il maestro Piero Romano e l’Orchestra della Magna Grecia; infine, se i sogni sono no-limit: per un chitarrista, il top è una collaborazione con l’immenso James Taylor, ma qui entriamo nella sfera del “Chi lo ha visto, chi mai lo vedrà?”. Ma hai visto mai?».