«Mistero della mente»

Michele Cassetta, tarantino, protagonista di “Flow”

«Alterno il lavoro alla mia passione: docente, autore, attore, spiego la medicina con Gianluca Petrella, miglior trombonista al mondo. Vado in scena, ignoro i rituali, studio il cervello che cambia forma, ostacolo formatori e motivatori, vi spiego perché»

Nei giorni scorsi, ospite allo Yachting Club di Taranto, Michele Cassetta, tarantino, professionista da trent’anni a Bologna, ha portato in scena lo spettacolo teatrale “Flow – La mente latente”. Produttore discografico, divulgatore scientifico, docente, autore e conduttore di programmi di informazione sanitaria in una tv regionale dell’Emilia Romagna, attore teatrale, si racconta per noi.

Quando hai sentito, forte, il richiamo dell’arte?

«Ho sempre ascoltato musica, sono stato produttore discografico con una mia etichetta, piccola, che vendeva esattamente il numero di copie che ognuno dei miei soci comprava. Battuta a parte, ho pubblicato il primo disco di Tullio Ferro, autore di alcuni dei testi di successo di Vasco Rossi, “Vita spericolata” per dirne uno: abbiamo venduto quanto Vasco? Neppure per idea. Sensibilmente qualcosa in meno, in compenso ci siamo divertiti molto.

In teatro porto la mia professione, la medicina, facendo divulgazione scientifica, spiego – accompagnato da Gianluca Petrella, musicista straordinario che “DownBeat”, rivista americana, ha considerato per tre anni consecutivi il miglior trombonista jazz al mondo; nello spettacolo parlo di come funzioniamo, come funziona il nostro cervello».

Come fai a dividerti fra professione e palcoscenico?

«Il lavoro è la mia vita, il teatro la mia passione. E quando sei animato da una passione, risorse e tempo li trovi sempre. Nella facoltà di Medicina dell’università di Bologna insegno comunicazione medico-paziente, materia affascinante: spiego ai colleghi, per esempio, come comunicare le cattive notizie e, sia chiaro, non solo quello; la Medicina è un mondo che mi entusiasma, affascina. Inoltre, da sei, sette anni, conduco un programma di informazione sanitaria su una tv regionale dell’Emilia Romagna; attraverso questa esperienza sono migliorato, ho conosciuto colleghi: la vita è fatta di relazioni che non possono che arricchirti, così il tempo lo trovi facilmente».Articolo Cassetta 01 - 1

Cosa ricavi dalle tue opere, i tuoi lavori.

«Insegnamenti dalle persone che mi circondano; dico qualcosa di impopolare: stiamo conoscendo in questo momento una deriva, fatta di formatori e motivatori che spiegano come tutti possiamo osare tutto; e, invece, non è proprio così: tutti possiamo fare il meglio che possiamo, che è molto diverso. Personalmente faccio tutta questa roba distaccandomi da questa tendenza, formazione e motivazione in primis, troppo generaliste; preferisco, invece, parlare di come funziona il cervello: ognuno di noi agisce inconsapevolmente in base a convinzioni che ha su se stesso, sugli altri, che non mette mai in discussione, perché quasi incapace di rivedere, ridiscutere quelle convinzioni che talvolta ci limitano. Tutto questo parte da uno studio: come funziona il nostro cervello, fatto di relazioni fra neuroni che sostengono comportamenti, ricordi e identità personali».

Fra teatro e jazz, la tua ultima rappresentazione è motivo di orgoglio.

«Ho dato tanto alla musica, soprattutto in termini economici – scherza Cassetta – quando suono il piano la gente intorno a me si dilegua; così ho rivisto il progetto, musica sì, ma eseguita da altri, e teatro: con Antonio Lovato, regista di “Flow – La mente latente”, e Petrella; godimento unico ascoltare Gianluca: quando sembra che io sia solo sul palco a parlare a settecento, ottocento persone, non vedo l’ora che lui suoni il suo trombone per ascoltare standogli accanto la sua musica. E’ appena tornato da un tour con Jovanotti, è lui ad aver curato gli arrangiamenti della sezione-fiati: come accade spesso, Petrella sta diventando famoso dopo un’incursione nella musica pop».

Altra passione, il calcio.

«La mia vita di tifoso del Taranto è legata a ricordi straordinari. L’ultima partita della squadra rossoblù in serie B, credo, nel ’92, a Ferrara, dove avevo anche uno studio medico. Un collega mi invitò a vedere Spal-Taranto, coda del campionato cadetto: noi già retrocessi da settimane, a loro bastava un punto per salvarsi. Bene, unica vittoria esterna dell’anno del Taranto, inguaiammo anche questi poveretti che, fortunatamente, oggi, sono vivi, vegeti e giocano in serie A. Per qualche tempo il collega “spallino” non mi rivolse parola».
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Artisti con i quali ti relazioni.

«Oltre ai già citati Ferro e Petrella, conosco anche Paolo Fresu, grande rapporto di amicizia, abitiamo a cinquecento metri uno dall’altro; a Bologna capita, poi, di incontrare molti artisti impegnati con la stessa agenzia con la quale lavoro, dunque incontro normalmente Maurizio Crozza, Fabio Fazio, Luciana Littizzetto».

Quando stai per andare in scena, un rituale.

«Rilassatissimo, il rituale è non avere rituali, parlo di “fesserie” fino all’ultimo secondo, poi salgo sul palco: è il bello di non essere attore. Condivido con il pubblico ciò che conosco bene: medicina, neuroscienza, sono estremamente rilassato con un sottofondo musicale continuo, esistono video che fanno capire quale sia il gusto musicale all’interno di questa rappresentazione, una bella atmosfera».

Come funziona il cervello rispetto gli Anni 70, 80, 90.

«Potrei dirti come lavora il cervello di un uomo e di una donna: centocinquanta anni fa si pensava che il cervello servisse per raffreddare il sangue; invece è profondamente diverso, oggi si scopre che è destinato a studiare se stesso; si pensava che il cervello arrivasse a una potenza massima a una certa età della nostra vita, invece si è scoperto che è neuroplastico, cambia continuamente connessioni e forma: è completamente diverso rispetto a dieci anni fa, aumenta connessioni, se accettiamo sfide nuove, facciamo nuove esperienze e ne aumentiamo le potenzialità; non dobbiamo fermarci, avere paura del futuro anche se imprevedibile: a torto, consideriamo fallimenti le cose che non ci riescono, se invece le considerassimo informazioni da utilizzare, forse la qualità della nostra vita cambierebbe in meglio».

«Confronti fra culture»

Piero Romano, direttore dell’Orchestra Magna Grecia

«Alla radice di un rinnovamento culturale c’è lo studio: non c’è ricchezza senza rinnovamento». Venticinque anni di attività, fra gli ospiti: Michel Petrucciani, Chick Corea, Vladimir Askenazy, Christian Zimerman, Mischa Maisky, Katia e Marielle Labèque, Gonzalo Rubalcaba e tanti altri. «Pino Daniele l’ultimo tributo, ma che emozione il duetto di “Caruso” fra Lucio Dalla e Martinucci. Ora pensiamo all’indimenticato Luis Bacalov, dodici anni a Taranto, tanto che voleva comprare casa…»

Settembre 2018, l’Orchestra della Magna Grecia celebra venticinque anni di attività e successi. Non solo musica classica. Cartelloni invidiabili e spettatori che si fiondano da ogni parte dell’Italia e dall’estero, a Taranto, per assistere a un cartellone di concerti sempre importanti. Nella Città dei due mari e nella stessa Matera, città con la quale è stato creato un ponte culturale, in tempi non sospetti, il “MaTa”. Anche musica leggera che può coniugarsi con un’orchestra sinfonica. Testimoniato dal recente il successo di “Napule è”, progetto dedicato al grande Pino Daniele, nato lo scorso inverno e replicato anche nell’occasione estiva con risultati straordinari.

«E’ uno dei tanti progetti scaturiti all’interno dell’Orchestra della Magna Grecia impegnata nel valorizzare la musica popolare contemporanea e alla costante ricerca di quei cantautori italiani che possono essere espressi con suoni ed emozioni tipici di un’orchestra sinfonica; parlandone con Martino De Cesare e Maurizio Lomartire, abbiamo pensato di dedicare un programma musicale a Pino Daniele, una delle grandi voci del nostro Sud. Per una stranissima coincidenza, questo progetto si è allineato a una produzione cinematografica, il docufilm “Il tempo resterà” di Giorgio Verdelli. Abbiamo subito pensato di coinvolgere proprio Verdelli, autore e regista di fortunatissimi programmi Rai, all’interno di quello che stava diventando un progetto; una volta invitato, con nostra grande soddisfazione ha accettato di curare, coordinare e condurre le serate dedicate al cantautore napoletano. A dieci giorni dal debutto del tributo a Pino Daniele a Taranto, gradevolissima sorpresa: abbiamo appreso che il docufilm di Verdelli era stato premiato con il prestigioso Nastro d’Argento, qualcosa che tributava alla nostra iniziativa anche il beneficio di una promozione nazionale; proprio in virtù del riconoscimento tributato a “Il tempo resterà” abbiamo avuto una eco mediatica importante; invitati in un programma in diretta sulla Rai, abbiamo coinvolto artisti che hanno aderito entusiasticamente al tributo: Tony Esposito, Enzo Gragnaniello e il maestro Renato Serio; con il loro ingresso nel progetto, l’idea iniziale è diventata un grande evento».Foto articolo romano 01

L’Orchestra della Magna Grecia, la sintesi di venticinque anni fra nomi e progetti.

«Compito impegnativo, richiederebbe tanto, troppo tempo: mi limiterò a riassumere in breve un percorso iniziato cinque lustri fa. Potrei parlare di Michel Petrucciani, Chick Corea, Vladimir Askenazy, Christian Zimerman, Mischa Maisky, Katia e Marielle Labèque, Gonzalo Rubalcaba e tanti altri. Abbiamo avuto il privilegio non solo di ospitare, ma anche di affiancare a questi grandi artisti con il nostro gioiello: l’Orchestra della Magna Grecia; piccoli miracoli realizzabili solo con la collaborazione di tutti. Quelli appena elencati e tanti altri artisti, oggi rappresentano la nostra esperienza, la nostra memoria, la nostra forza, il nostro entusiasmo. Tutto ciò ha fatto in modo che l’Orchestra potesse capitalizzare queste esperienze rendendo più robusta la struttura dorsale di una grande istituzione – rappresentandola, ma soprattutto vivendola dall’interno posso assicurarlo a gran voce – diventata negli anni vanto di una città».

Passo indietro. Oltre alla musica classica, la celebrazione di grandi artisti italiani. Fra questi ultimi, Lucio Dalla.

«Abbiamo portato in scena le sue grandi canzoni, le sue grandi poesie musicali; una delle cose che porto nel cuore: la splendida “Caruso” cantata a due voci al teatro Orfeo di Taranto dallo stesso Lucio Dalla e Nicola Martinucci, tenore tarantino famoso in tutto il mondo: di quell’evento ricordo ancora una grande emozione.

Grande onore e soddisfazione, poi, umana e professionale, l’avere avuto per dodici anni in veste di direttore principale il grande maestro Luis Bacalov; pensate, il nostro territorio ha potuto vantare per così tanti anni la presenza di un artista di fama internazionale – premio Oscar per la colonna sonora de “Il postino” – che si è legato alla città di Taranto, l’ha vissuta: girando insieme per il Centro storico cittadino, mi aveva espresso il desiderio di comprare casa proprio lì, nel cuore della Città vecchia; ne abbiamo visitate di case, perché il maestro Bacalov aveva sinceramente espresso il desiderio di legarsi alla città di Taranto perfino attraverso un domicilio».
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Bacalov, grande compositore e direttore d’orchestra, pare che a breve l’Orchestra prevede un tributo.

«Nella prossima stagione è prevista una dedica, diciamo anche anche più di una; difficile, infatti, rappresentare Luis Bacalov in un’unica serata; ha fatto tanta musica, arrangiamenti per gruppi rock, New Trolls, Osanna e Rovescio della Medaglia, musiche per bambini, una infinita serie di colonne sonore; la musica orchestrale, corale, che lui ha composto è stata un grande regalo al repertorio musicale internazionale. In questi dodici anni di attività a stretto contatto all’Orchestra della Magna Grecia ha insegnato tantissimo».

Lavoro estivo. Dietro le quinte, dietro la scrivania, qual è la sua modalità preferita?

«Mi piace relazionarmi con il nostro staff, sicuramente, ma preferisco il dialogo con rappresentanti le istituzioni e gli sponsor che sostengono i nostri progetti: spesso da un’idea può nascere un progetto; oggi avverto, forte, nuovo entusiasmo; da un lato, per esempio, “Matera 2019”, la città lucana nella quale l’Orchestra è di casa: siamo stati quelli, ante litteram, che per primi hanno creato un ponte culturale, appunto fra Matera e Taranto con il progetto “MaTa”; abbiamo messo in connessione le esperienze di due città che hanno grande vocazione culturale».

Un’anticipazione e una riflessione.

«Le anticipazioni ovviamente guardano sempre alla musica. Partono dalla tradizione e si rinnovano con una multidisciplinarietà che intendiamo portare sul palco, un tema che si rafforza di una crescita poliglotta, multilinguistica, oltre che, appunto, multidisciplinare: parlo di multilinguismo non a caso, ospite della cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”. Per noi è stato importante aver studiato come altri abbiano influenzato, arricchito la nostra cultura; la faccio breve: vogliamo dimenticare gli studi sulla cultura africana svolti da Béla Bartok o quelli sulla cultura araba fatta dai nostri impressionisti? E’ sempre stato così, lo studio è alla radice di un rinnovamento culturale, non c’è ricchezza senza rinnovamento».

«Dobbiamo fare squadra»

Leonardo Giangrande, presidente Confcommercio Taranto

«Lavorare tutti con passione e nella stessa direzione. Abbiamo avvertito la grande crisi, duemila attività in meno sul territorio, l’Amministrazione comunale schiaccia le imprese sotto il peso del dissesto. Non è stata progettata una via di fuga dalle difficoltà. L’ultima occasione: i Distretti urbani del commercio. L’emigrazione: non dimentichiamo il nostro passato, i container, le valigie di cartone…»

Leonardo Giangrande, presidente di Confcommercio Taranto. E’ il suo secondo mandato per l’associazione che riunisce migliaia di commercianti e operatori che svolgono attività in città e provincia. Prima domanda, uno “scatto” del commercio a Taranto.

«La Taranto del commercio purtroppo attraversa una crisi preoccupante, messa letteralmente in ginocchio negli ultimi sei anni. Abbiamo registrato la chiusura di oltre duemila imprese, nel senso che il saldo fra aperture e chiusure fornisce un dato preoccupante nella cui lettura va esteso alla provincia. Se consideriamo tre, quattro unità lavorative per ciascun punto vendita, provate ad immaginare le migliaia di posti di lavoro perse sul nostro territorio fra servizi, commercio e turismo.

La città prova a rialzarsi con l’ausilio delle poche forze sane esistenti. Tre i principali fattori negativi che l’hanno condotta in queste condizioni: 2009, la crisi economica mondiale, che parte da lontano e provoca un effetto che mette all’angolo un intero sistema; il dissesto del Comune di Taranto che si perpetua da undici anni con il peso di tasse e aliquote che schiacciano le imprese; infine il fattore-Ilva, dal 2012 l’industria vive nell’incertezza provocando agitazione in quanti vivono di siderurgico, dai dipendenti all’indotto. Sono questi i principali fattori negativi; a differenza di altre realtà, questi sono andati sommandosi alla crisi mondiale: altrove, ma anche nel nostro stesso Paese, hanno reagito diversamente, Taranto invece ha subito tutto il peso di questo impoverimento senza realizzare una via di fuga dalla crisi. Ciò detto, la situazione del commercio, a livello nazionale, in particolare quella locale, è ancora di grande difficoltà».

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Distretti urbani del commercio, croce o delizia di commercianti e cittadini?

«Voglio essere chiaro, una volta per tutte anche su questo tema: Confcommercio Taranto ha spinto incontri e confronti a livello regionale, relazionandosi all’alba del progetto con Loredana Capone, assessore alle Attività produttive; i “Distretti” sono dei contenitori: se siamo bravi, possono diventare motivo di confronto e pianificazione delle attività che in modo sinergico lavorano con le diverse Amministrazioni comunali: da un lato Confcommercio e Confesercenti, dall’altro, appunto, il Comune; provare insieme a fare quella programmazione mancata in tutti questi anni. Dobbiamo fare sistema per attingere risorse, fare animazione, rigenerazione, riqualificazione, piani della mobilità sostenibile. Sono tante le cose che si possono fare: ripeto, però, dobbiamo essere bravi ad impegnarci, consapevoli che nel frattempo abbiamo perso tempo prezioso. Diversamente questa occasione resta un altro contenitore vuoto, dunque senza idee e argomenti per il rilancio del territorio».

Cosa ci vuole per cambiare il senso di marcia.

«Un grande senso di responsabilità; grandi valori, il senso del bene comune, mancato purtroppo in alcuni soggetti; pensare a un territorio ricchissimo, generoso dal punto di vista delle opportunità, ma fino ad oggi povero nella pianificazione di un riscatto necessario per evitare il baratro: non esistono altre vie di fuga. In questo ragionamento c’è un pensiero che tante volte mi porta a riflettere profondamente su cosa ci manchi rispetto ad altre realtà. Dobbiamo ripartire dalle nostre risorse: agroalimentare, turismo, mare, porto, cultura. La Città vecchia è un mondo che può fornirci grosse opportunità: necessitano persone che facciano la differenza e che abbiano in animo il bene comune. Altra cosa, su tutte: guardare ai giovani come risorsa del futuro; in questi anni duecentomila ragazzi, una volta laureati, hanno lasciato il Sud spostando trenta miliardi di euro in fatto di prodotto interno lodo, evidentemente indirizzato altrove e impoverendo di più un territorio già sofferente».

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Turismo, porto, cultura. Qual è l’anello debole?

«Tutti anelli deboli, nessuno escluso. Più facile essere dipendente di Ilva, Cementir e Arsenale, per indicare i primi soggetti che mi vengono in mente: questa mentalità ha prodotto negli anni pigrizia nel fare impresa; non abbiamo coltivato capacità e fiducia nell’investire sui noi stessi. Volendola far breve, ci siamo accontentati del “posto sicuro”. E’ mancata, e manca, pianificazione nelle infrastrutture, cioè formazione, praticamente un intero mondo: il turismo è patrimonio di tutti, non solo del commerciante piuttosto che del ristoratore e dell’esercente; il turista, va visto come risorsa di tutti: perché venga ospitato nel miglior modo possibile, è necessario che tutte le componenti vadano nella stessa direzione; solo così è possibile valorizzare una volta per tutte l’intero territorio. Turismo è cambiamento, opportunità, Confcommercio è l’unica titolata a dire cose in tal senso, disponendo dell’intera filiera legata al sistema dell’accoglienza: stabilimenti balneari, alberghi, ristoranti, bar, guide, discoteche; proprio in virtù di ciò stiamo facendo corsi di formazione su lingue, informatica, accoglienza».

A proposito di accoglienza, mediante una cooperativa come “Costruiamo Insieme”, questa viene svolta in modo esemplare ospitando extracomunitari in fuga da zone di guerra, da conflitti etnici, persecuzioni politiche.

«L’accoglienza è un dovere morale, gli italiani devono fare mente locale non solo al Dopoguerra, ma all’intera storia di emigranti, partiti alla volta degli Stati Uniti, poi a metà del secolo scorso, verso Germania, Francia, Belgio: nostri congiunti hanno vissuto in container; nella stessa Italia, a Torino, decine di migliaia di meridionali hanno fatto ricorso alla valigia di cartone nella quale hanno messo la legittima speranza di una vita decorosa. Non possiamo accogliere tutti, beninteso: è importante distinguere fra gli emigranti che vogliono rappresentare una risorsa per il nostro Paese e quanti, invece, intendono delinquere. Certezza della pena anche nei confronti di chi approfitta della disperazione di questi ragazzi: non deve più accadere quanto successo a Foggia, dove in un incidente stradale hanno perso la vita diverse persone e, fra queste, extracomunitari che avevano il solo torto di recarsi nei campi per guadagnare pochi euro».

«Taranto, devi amarti di più»

Incontro con Fabiano Marti, assessore al Comune di Taranto

Cultura, Sport e Pubblica istruzione le deleghe assegnategli dal sindaco Rinaldo Melucci. «In giunta facciamo squadra, seguiamo le linee-guida del primo cittadino. Una prima mappatura fra beni culturali e impianti sportivi. Voglio sentire i giovani. Il teatro “Fusco”, il salotto buono; il “Verdi”, un piccolo sogno. Grande feeling con la direttrice del MarTa, Eva Degl’Innocenti, e il funzionario di Archeologia e Belle arti, Augusto Ressa». 

Questa settimana incontriamo l’assessore a Cultura, Sport e Pubblica istruzione, Fabiano Marti. Deleghe che il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, gli ha assegnato  di recente. Marti è già al lavoro, si interfaccia con i colleghi in giunta, con lo stesso primo cittadino per imprimere un primo scatto a una città che prima di ogni cosa deve amare se stessa.

Una nomina che arriva da lontano o piovuta dal cielo?

«Dal cielo non cade nulla, dunque coltivato nel tempo – mi permetto di dire – in tanti anni di onorata carriera, tutto quello che ho fatto me lo sono costruito con le mie forze, contro tutto e tutti: non è facile per uno che fa il mio mestiere essere “contro”; mi sono laureato, diventato avvocato, per poi rifiondarmi nel mestiere di attore, autore, regista, direttore artistico. Dunque, piovuto dal cielo proprio no, il sindaco Rinaldo Melucci lo avevo conosciuto in campagna elettorale, successivamente mi ha chiamato e abbiamo costruito subito un bel rapporto: da qui ad essere chiamato a fare l’assessore ne corre, ma ammetto che è stato subito feeling. Quando il sindaco mi ha messo al corrente del suo progetto, non ho potuto dire no: è stata una bella sorpresa, magari chiamando me Melucci ha pensato ad assessori che avessero competenza e di questa attestazione di fiducia non posso che ringraziarlo».

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La prima cosa che ha fatto appena ricevuto l’incarico?

«La prima cosa che ho chiesto: una ricognizione dei beni culturali, con enorme piacere mi sono reso conto che abbiamo tanto dal punto di vista culturale, artistico, storico; è stato molto stimolante vedere quanto abbiamo a disposizione, beni che i tarantini forse – io per primo, ad essere sincero – non conoscono. E’ stato bello, ma questo giro mi ha fatto capire quanto lavoro ci fosse da fare; da qui una mappatura dei nostri “beni” con lo scopo di mettermi in relazione con gente che ha enorme competenza nel settore, dalla direttrice del MarTa, Eva Degl’Innocenti, con cui abbiamo iniziato una collaborazione per svolgere dei percorsi; in passato non c’era mai stato un così stretto rapporto di collaborazione, cominciato con l’impegno dei colleghi Tilgher, Viggiano e Scarpati: il mondo assessorile che mi aveva preceduto aveva già creato un bellissimo rapporto; lo stesso, il rapporto con l’architetto Augusto Ressa, funzionario territoriale della Soprintendenza ad Archeologia e Belle arti, che tanto ha fatto per questa città. In questa serie di incontri, ho apprezzato grandi competenze, tanto che la cosa più bella che potesse nascere è stato il senso di collaborazione. Abbiamo messo in rete competenze con le quali ci relazioneremo a breve per un Tavolo della cultura nel quale mi piacerebbe inserire – concordandolo con il sindaco e la sua linea-guida – studenti di liceo e universitari, per comprendere fino in fondo quali siano le loro esigenze. Uno dei primi obiettivi che mi sono posto: svecchiare la cultura, che appare collegata al mondo dei vecchi professori: convegni sì, ma senza parlarsi addosso…».

Altri impegni con il suo assessorato.

«Ho trovato un assessorato nel quale c’era da fare, parlo di Cultura e Sport; altra mappatura, quella sugli impianti sportivi, che esistono, ma sui quali bisogna intervenire per capire quali sono gli ostacoli, a cominciare dal confronto con una macchina burocratica che richiede i suoi tempi. Dove sono i campi della Marina militare, il palazzetto della “Ricciardi”? Società sportive chiedono di riprendere le attività, tornei, campionati: stiamo cercando di dare una mano, contiamo di riuscirci».

Quando diciamo teatro, pensiamo al nuovo teatro comunale, il “Fusco”: quali progetti scatena o autorizza uno spazio simile?

«Il “Fusco” rappresenta una grande svolta per Taranto, deve diventare uno dei punti di partenza della cultura, una macchina che faccia da propulsore a una svolta per la nostra città; per il sindaco rappresenta una priorità: il “Fusco” lo vede come il salotto buono che ospiterà teatro e musica di livello».

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Il tratto della programmazione teatrale?

«Medio-alto, come tutto quello in cui ci stiamo impegnando; preferisco non fare nomi, al momento giusto convocheremo una conferenza stampa sul modello gestionale e sulla stagione di eventi, dal teatro alla musica, con nomi importanti; ci sarà un direttore artistico, che non sarò certamente io, ma che lavorerà in stretta collaborazione con il Comune: è bene precisare che il “Fusco” è un teatro comunale e che la stessa Amministrazione sta lavorando su un modello gestionale soddisfacente».

Beni culturali e turismo.

«Coniugare i due aspetti è fondamentale, è il tema sul quale mi sto impegnando insieme con il vicesindaco, l’assessore Valentina Tilgher, che ha deleghe a Marketing territoriale e Sviluppo economico; con il MarTa e la Soprintendeza stiamo provando a creare un percorso grazie al quale il turista che arriverà a Taranto non si fermi solo mezza giornata per visitare MarTa e Castello aragonese; faremo in modo che la gente si fermi più di un giorno a Taranto per visitare le bellezze esistenti sul territorio e nell’immediato circondario».

La Taranto che sogna.

«Una città con tre, quattro teatri, nei quali accadessero cose belle. Teatri che finalmente richiamino anche un pubblico giovane e ospitino rappresentazioni dal classico al comico. Mi auguro che funzionino le scuole; la gente circoli in bicicletta e l’Isola si riempia ogni giorno di turisti. Infine, con il sindaco abbiamo fantasticato l’acquisto dello storico teatro “Verdi”, non abbiamo ancora ricevuto risposte ufficiali, ma mi auguro che prossimamente qualcosa accada. Punto di partenza: fare amare la propria città ai tarantini».

«Cucina multietnica!»

Costruiamo Insieme, da oggi “menù” per tutti

Cipolla e peperoncini a go-go. E’ la tavola la vera ricetta dell’integrazione. Cucina professionale e uno staff dedicato ai diversi ospiti. Il cibo, dicono nella sede di via Cavallotti, nutre anche l’anima, fa rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Anche, se non soprattutto, la cucina, il cibo, rappresentano occasione di scambio culturale. Stando a un attento studio sull’alimentazione, quattro stranieri su dieci dicono di aver cucinato per amici o conoscenti italiani piatti del proprio Paese d’origine e nel giro di qualche “seduta” si sono trovati ad insegnare le proprie ricette ai loro ospiti. Sempre gli stranieri. La metà del campione esaminato su vasta scala, inoltre, ha partecipato a pranzi o cene a base di cucina multietnica.

Secondo una ricerca, e per stessa ammissione degli stessi ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza, piatti della propria tradizione rappresentano una parte importante dell’alimentazione. Soprattutto, confermano, perché nutrono l’anima,  facendo rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Dunque, cipolla e peperoncini “a go-go”. O, se preferite, “come se piovesse”. Più semplicemente, “finalmente, condite le vostre pietanze come preferite!”. Partendo dallo studio appena considerato, Costruiamo Insieme corona un altro sogno: la cucina multietnica. Da oggi, la cooperativa con sede in via Cavallotti, confeziona per i suoi ospiti menù a misura di tradizione gastronomica.

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E’ UN GRAN GIORNO…

E’ un bel giorno, lo festeggiano insieme gli operatori e gli stessi ragazzi che di questo altro step verso un’accoglienza, a ragione, ne fanno un vanto. E’ la vittoria del lavoro e della sensibilità. Di più, del lavoro, della sensibilità e del rispetto. Perché la cucina di via Cavallotti, nel rispetto di qualsiasi norma, non è solo «primo, secondo e companatico», ma rispetto delle tradizioni e della cultura di ciascun ospite della struttura. Da oggi, nigeriani, senegalesi, maliani, guineani, hanno il loro menù. Carico, diciamo noi, di cipolla o peperoncino, in una sola parola “speziato”. Poco importa, così piace a loro, così sia.

Pensiamoci un attimo. Non è conquista da poco in un clima non sempre idilliaco o poco chiaro fra accoglienza e respingimenti. E’, invece, un investimento controcorrente. Momento critico, futuro incerto: invece di segnare il passo e provare a comprendere che aria tira, viene fatto un investimento importante. Non solo strumenti di cottura moderni che farebbero invidia a più di qualche ristorante, ma anche risorse umane: fra spezie e fornelli, ci sono ragazzi con il bernoccolo della cucina. Avevano maturato esperienza nel Paese di provenienza o, più recentemente, frequentato corsi di formazione per aspiranti cuochi. Adesso hanno mestiere e lavoro. Da questo momento potranno crescere professionalmente e pensare al loro futuro con quel briciolo di serenità che gli mancava dal momento in cui avevano deciso di andare altrove a cercare fortuna.

Sappiamo quanto siano difficili gli italiani con la cucina quando compiono viaggi di lavoro o puro divertimento all’estero. A volte tornano. Magri, smunti, con qualche chilo in meno. Il che non guasterebbe, se di mezzo non ci fosse una dieta forzata “…perché come si mangia in Italia, non si mangia da nessuna parte!”.
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QUANDO SIAMO ALL’ESTERO, QUANTO CI MANCA LA NOSTRA CUCINA?

In parte è vero, ma se solo per qualche istante, non scappassimo e restassimo con le gambe sotto un tavolo, a sforzarci di comprendere cosa sia la cucina, per gli italiani quanto per gli stranieri, gli extracomunitari in questo caso, avremmo già compiuto metà del nostro lavoro. Intanto, risvolto psicologico: da decenni gli italiani non emigrano più necessità, dunque se ci muoviamo lo facciamo per rapporti lavorativi o per vacanza. Dunque, mettiamo in preventivo che per una, due settimane, dovremo rinunciare a pasta asciutta e pizza margherita, «…come solo da noi le sanno fare!». Spesso non siamo soddisfatti ugualmente, cominciano a mancarci, in ordine sparso, tovaglia a fiori, tovaglioli in sintonia, posate, profumo che si sprigiona dai fornelli. In una considerazione: «Sì, all’estero si sta bene, luoghi di incanto, ma quanto ci manca il nostro ragù!».

Siamo all’estero. Ribaltiamo per qualche istante, non di più, il concetto. Poi ognuno è padrone di rimettere le sedie sotto al tavolo, dare un’occhiata poco invitante al conto rispetto al menù appena consumato, e andare via. Ma prima di avere nostalgia della vostra cucina o del ristorante sotto casa, pensate un istante: ragazzi che fino a pochi giorni, settimane prima, l’unico suono familiare che avevano nelle orecchie non era l’acqua che bolle o il profumo di una pietanza del loro Paese, bensì il fischio di pallottole ad altezza d’uomo e «Si salvi chi può!».

A TAVOLA, RIVIVONO ATMOSFERA E SAPORI DI CASA

L’ultimo straziante abbraccio con i familiari, per chi ne ha ancora, la fuga disperata, il gommone, il barcone, il mare aperto. Una distesa immensa, il pericolo che l’imbarcazione di fortuna a cui ci si è aggrappati possa andare a fondo e, più di una volta, vedere le speranze di chi non ce l’ha fatta galleggiare a vista.

Ecco perché in un mare di indifferenza la cucina multietnica suona come una vittoria. E’ un altro passo avanti scritto a caratteri di scatola. Riconciliare gente in fuga con la propria tradizione, la propria cultura, cominciando dall’alimentazione. Non chiedendo loro uno sforzo nel cambiare abitudini perché così è più comodo per chi si inventa l’accoglienza, bensì andando incontro agli extracomunitari cominciando dalle spezie, dalla cipolla e dal peperoncino. Per un motivo molto semplice: perché a loro piace così. E perché, si diceva, il cibo nutre l’anima, e fa rivivere  atmosfera e sapori di casa anche solo per il tempo di un pasto.

«Paese senza memoria»

Cisberto Zaccheo, consigliere comunale di Taranto

«Cento anni fa eravamo noi i migranti, oggi c’è chi storce il naso verso gli sbarchi di extracomunitari: i tarantini sono, invece, un grande esempio di amore per il prossimo e di accoglienza; le strutture professionali esistenti sul territorio sono una risorsa per tutti noi». «La macchina dell’Amministrazione pubblica va solo perfezionata, la gente vuole sicurezza, salute, pulizia» 

«Con l’Amministrazione Stefàno, in qualità di assessore alle Attività produttive, ho sensibilizzato numerose aziende del territorio per fornire generi di conforto utili all’accoglienza; gli sguardi smarriti, la paura sul viso di donne e bambini sono scene indimenticabili». Cisberto Zaccheo (subentrato a Patrizia Mignolo), da tre mesi consigliere comunale del Partito socialista nell’Amministrazione del Comune di Taranto guidata dal sindaco Rinaldo Melucci. Importante anche la sua esperienza in qualità di assessore comunale con delega alle Attività produttive  e, successivamente alla Cultura, con la Giunta del sindaco Ippazio Stefàno.

Una prima idea sull’Amministrazione della quale è entrato a far parte da aprile scorso. «Sono appena entrato in Consiglio comunale – dice Zaccheo – ci sono cose che stanno decollando, altre che vanno perfezionate, ma in una città come Taranto che di problematiche ne presenta tante, ci vuole del tempo; purtroppo il Comune è carente di personale, le colpe ricadono sulla parte politica, in realtà la risposta è molto più complessa mancando le risorse per far ripartire la macchina amministrativa: il numero di dirigenti è inferiore rispetto a quello sul quale dovrebbe contare una città appena sotto i duecentomila abitanti».

Una delle questioni più evidenti. «La carenza di agenti di Polizia locale: dovrebbero presiedere un territorio che va dall’Isola amministrativa, cioè dai confini di Lizzano, alla periferia di Statte; non è semplice controllare l’intero territorio con un personale che conta meno di 160 unità: è un po’ come la storia della coperta corta, copri qualcosa e scopri altro».

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Un sindaco che non viene dalla politica, può essere un valore aggiunto?

«In passato abbiamo spesso invocato la figura civica, qualcuno cioè che avesse una visione esterna alla politica, di fatto però non è stata una esperienza esaltante; sia chiaro, non mi riferisco alla figura dell’attuale sindaco, Rinaldo Melucci, ma ad altre occasioni in cui è stato chiesto il conforto tecnico di qualcuno che fosse sostanzialmente slegato dalle logiche della politica; dalla sua Melucci ha l’esperienza di manager aziendale, un aspetto positivo considerando che oggi il Comune va gestito come se fosse un’azienda; detto questo, va ribadita la necessità del confronto e la gestione della politica con tutte le anime che compongono il Consiglio comunale, dalla maggioranza alla minoranza».

Una cosa che l’avvicina all’amministrazione Melucci. «Parto da un personale modus operandi, l’abitudine di fare squadra; è quanto sto cercando di creare con i colleghi di maggioranza, nella logica dello stare insieme per raggiungere nel più breve tempo possibile obiettivi utili per la comunità; ho una visione della politica con la “P” maiuscola: diverse delle cose messe in campo mi confortano, qualcuna un po’ meno: l’approccio sulla comunicazione, per esempio, va riveduto; ritengo necessario un confronto più serrato con le varie istanze della città».

Cosa si può fare per Taranto. «I tarantini, come nel resto d’Italia, pongono al centro del ragionamento la sicurezza: occorrerebbe una presenza più capillare di vigili urbani, anche se il numero esistente – come si diceva – non consente una copertura capillare dell’intero territorio; ho ancora una visione romantica dell’agente di polizia locale, a presidio delle scuole e attivo nel fare attraversare la strada ai piccoli studenti e alle loro mamme: se, dunque, i vigili fossero di un numero adeguato darebbero quel tipo di presenza; tasti dolenti: abusivismo commerciale e occupazione dei parcheggi riservati ai disabili».

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Un sms. «Il mio è un continuo interagire con i tarantini; in questo momento ho ricevuto il messaggio di un conoscente che si fa portavoce di un’altra delle criticità presenti nella nostra città: la pulizia delle strade, la maggiore attenzione all’igiene, i cassonetti; in quest’ultimo caso, diciamo la verità, buona parte dei cittadini manifesta scarsa collaborazione: con l’insediamento del nuovo Consiglio di amministrazione all’Amiu, l’augurio è che questi e altri problemi vengano risolti in tempi brevi».

Hotspot tarantino riaperto nei giorni scorsi. L’importanza dell’accoglienza di cittadini extracomunitari in fuga da scontri etnici e persecuzioni politiche. «Ho partecipato attivamente ai tempi dell’Amministrazione Stefàno all’accoglienza con i primi sbarchi; in qualità di assessore alle Attività produttive mi attivai nel contattare aziende che ci aiutassero nella distribuzione di prodotti di prima necessità per sfamare gente che non mangiava da giorni; ricordo questa esperienza con estrema sofferenza, ho ancora negli occhi gli sguardi impauriti di persone che evidentemente non erano al corrente sul dove si trovasse in quel momento».

Una sensazione rispetto alle altre. «A volte gli italiani hanno un atteggiamento di facciata, mostrano l’ospitalità solo a parole; non abbiamo memoria, dimentichiamo che proprio il nostro popolo, in particolare quello del Sud, ha vissuto il tema dell’emigrazione per fame: anche noi, come popolo, siamo stati costretti ad andare a cercare lavoro al Nord, espatriare negli Stati Uniti, Argentina, nell’Europa del Nord, in Belgio e Lussemburgo; non è un mistero che siamo stati etichettati “terroni” e ho i brividi a pensare che di colpo gli italiani abbiano dimenticato il loro vissuto».

Taranto, una voce fuori dal coro. «E’ l’emblema dell’accoglienza, anche grazie a un hot spot funzionale e a strutture come “Costruiamo Insieme” che hanno svolto e svolgono attività di accoglienza ai massimi livelli; nonostante la malavita abbia messo gli occhi sullo sfruttamento delle risorse umane in arrivo dal Nord Africa e abbia fiutato un business, c’è chi, invece, in questo ambito fa la differenza e diventa esempio non solo di professionalità, ma simbolo di accoglienza».

«Fratelli d’Italia…»

Mario Guadagnolo, ex sindaco, si racconta

«Ho visto extracomunitari cantare l’inno di Mameli con la mano sul cuore, meglio di quanto a volte fanno gli italiani». Per noi, il suo “Ai miei tempi…”: stadio “Iacovone”, Isola pedonale, Lungomare, Ori di Taranto. «La città fra Arsenale e acciaio, scelte condizionate dalla miseria».

«Vedere e sentire extracomunitari cantare l’inno nazionale con la mano sul cuore, per me è stata una delle esperienze umane più toccanti!». Mario Guadagnolo, già sindaco di Taranto dal 1985 al 1990, si racconta per noi. Prima sindacalista, poi attivista politico con il partito socialista, consigliere comunale, assessore e primo cittadino. Un calabrese innamorato di questa città, affascinato al punto da studiarla, scrivere saggi, libri di successo, ultimo della serie “Il Regio Arsenale Marina militare di Taranto”. Andiamo per gradi. Le diverse esperienze: professore, politico, sindaco, scrittore, quale l’ha gratificato di più.

«Quella di docente, la mia soddisfazione più grande, considerando le mie origini, figlio di un sottoproletario, bracciante di un Sud povero che più povero non si può. Ritengo sia stata una forma di promozione sociale guadagnata sul campo con studio e impegno. A seguire: essere stato sindaco di una città come Taranto, cosa che non capita tutti i giorni: sono stato fortunato ad avere incontrato tarantini che mi hanno offerto questo possibilità».

Primo cittadino in una sola parola.

«Esaltante. La cosa più bella che possa capitarti. Ricordo un episodio, anni fa. Incontrai un ex sindaco, Giuseppe Cannata, successivamente diventato senatore della Repubblica. Gli chiesi quale fosse stata la sua esperienza politica più gratificante. Non ebbe il minimo dubbio: fare il sindaco è qualcosa di unico; senatori ce ne sono tanti, il sindaco è uno solo: quando in una sala entra un senatore nessuno se ne accorge; quando entra un sindaco se ne accorgono tutti. Rappresenti la città, le aspirazioni, le speranze, ma anche difficoltà e ambasce di una comunità. Ciò detto, dirigere una città con difficoltà e disagi è una grande responsabilità».

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 Esperienza unica.

«Ti permette di vedere con un riscontro immediato le cose che fai. Un senatore, un deputato, partecipano all’elaborazione di leggi delle quali non ha immediata percezione, insomma non toccano con mano il loro lavoro. Quando passo davanti allo stadio di Taranto, ho la soddisfazione di poter dire “Quello stadio l’ho fatto io!”, lo stesso quando passo dal Lungomare, opera lasciata in eredità ai tarantini; l’Isola pedonale:  quando vedo gente passeggiare in via Di Palma e via D’Aquino, gustarsi un gelato nella massima tranquillità, lontana da un traffico assordante, mi dico con orgoglio che anche quella intuizione è stata opera mia; e ancora, gli Ori di Taranto, esposti ad Amburgo, Parigi, capitale della cultura europea, Tokio, culla della cultura orientale, tanta roba…».

Differenze e similitudini nell’amministrare una città.

«Abissale. Intanto, fatti normativi. Esistevano altre leggi all’epoca della mia elezione a sindaco: era il Consiglio comunale che eleggeva sindaco e Giunta. Non era, dunque, un’elezione di primo grado, vale a dire il primo cittadino eletto direttamente dal popolo.

Ero soggetto agli umori dei partiti. Così come ero stato eletto, allo stesso modo potevo essere rispedito a casa in due giorni. Quotidianamente dovevi compiere un grande sforzo di diplomazia per tenere insieme una maggioranza. Qualcuno ancora oggi mi domanda come sia riuscito nell’impresa di tenere cinque partiti, non uno, insieme. Frutto di capacità politica e autorevolezza, farsi stimare, voler bene e altro ancora.

Il vantaggio della seconda legge, invece: eletto dal popolo, oggi se il sindaco si dimette, vanno tutti a casa e questo è un elemento fortissimo nelle mani di un primo cittadino. Ha il potere di assegnare e togliere deleghe assessorili; ai miei tempi, se avessi tolto un assessorato, avrei scatenato risentimento nel partito al quale il delegato apparteneva: la reazione poteva essere il ritiro dalla maggioranza e, dunque, tutti a casa. Il sindaco era in uno stato di soggezione rispetto ai partiti e ai gruppi, oggi è il contrario. E non è elemento da poco».

Fosse stato eletto lei direttamente dai cittadini.

«Qualche amico ogni tanto mi dice: “Avendo fatto cose importanti, all’epoca, nonostante i paletti posti dai partiti, a Taranto avresti compiuto una rivoluzione!”. Differenza sostanziale. Sindaco della Prima repubblica, cosa di cui vado fiero, un tempo prima di arrivare a Palazzo di città, dovevi aver fatto gavetta, avere una formazione culturale e politica importante; esistevano i partiti piuttosto che i movimenti, le sezioni anziché i comitati elettorali, questi ultimi oggi aperti e chiusi in un amen. Venivo dal basso: avevo fatto il sindacalista, il segretario del partito socialista, il consigliere comunale, l’assessore e, successivamente, il sindaco.

Oggi il sindaco è un professionista senza esperienza politica, è vittima diretta del burocrate. Ai miei tempi ero io che attraverso delibere dicevo ai burocrati perché certe scelte andavano fatte. Oggi è il contrario, è lo scadimento della politica».

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Taranto, l’industria, dall’Arsenale all’Ilva. Appassionato dalla ricerca storica, ha pubblicato in questi giorni “Il Regio Arsenale Marina militare di Taranto”.

«Taranto, città condizionata dalla fine dell’Ottocento, da povertà, miseria, difficoltà; la prima industrializzazione nel 1870 è stata quella dell’Arsenale, la seconda nel 1960 dell’acciaio. Nella prima come nella seconda, Taranto è stata condizionata nelle sue scelte dalla povertà e dalla miseria. Il nostro destino poteva essere diverso, questa città poteva essere la Sorrento del Sud. Non dimentichiamo, che in antichità qui venivano a svernare Virgilio, Orazio, Properzio: per clima, amenità dei luoghi, i due mari, avremmo potuto avere un destino turistico e culturale diverso, di respiro mondiale. Fummo condizionati, invece, dalla miseria».

Tema dell’accoglienza.

«Sono per l’accoglienza, purché non sia disordinata. Il lavoro che voi fate come “Costruiamo Insieme” è straordinario, dimostra insieme nobiltà d’animo e dedizione. Mi sembra superfluo anche parlarne: apparteniamo a una sola razza, quella umana, pertanto i popoli a disagio hanno tutto il diritto di essere accolti da quanti stanno meglio; anche perché noi occidentali, specie gli europei, abbiamo un grande debito nei confronti degli africani: schiavismo, sfruttamento, imperialismo, colonialismo e altro ancora. Abbiamo cose da farci perdonare, dunque non facciamo tanto gli arroganti».

Un episodio in particolare.

«Vecchio politico, inni nazionali ne ho ascoltati a centinaia: invitato dall’associazione di Enzo Risolvo e dai Cavalieri della Repubblica, a spiegare la Costituzione a degli extracomunitari ho assistito a qualcosa di straordinario. Prima del mio intervento è stato intonato l’inno nazionale italiano. Bene, questi ragazzi si sono alzati in piedi e con la mano sul cuore hanno cantato “Fratelli d’Italia” in modo convinto! Ripeto, io che ho partecipato a tante occasioni in cui è stato eseguito l’inno nazionale, nel vedere e sentire questi ragazzi intonare le note del Tricolore in modo così serio – come spesso non capita a noi italiani, vedi la Nazionale di calcio… – mi ha toccato il cuore: con quel gesto, evidentemente avevano compreso di essere sbarcati in uno Stato nel quale tolleranza, democrazia e accoglienza, sono materia di grande civiltà!».

«Siamo tutti uguali!»

Sow Ibrahim, in arte “Manby Kapororail”, professione cantautore

“Bianco, nero, giallo, nero, nero”, un inno all’uguaglianza. «L’idea mi è venuta in mente mentre ero su un barcone: se mi salvo la scrivo, mi ripromisi; sogno di fare l’artista per mestiere, risparmio per produrmi un mixtape e un videoalbum». L’autore del tormentone dell’estate, spinto dalla web radio di Costruiamo Insieme. Fuga dalla Guinea, due anni in giro per l’Africa, infine l’Italia.

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«Tanti colori di facce perdute, forti profumi di pelli sudate; lingue mischiate, trecce di razze, mille speranze, sogni infiniti; tutti stretti dentro “Zodiac”, grande barcone, sul grande mare…». E’ l’inciso del tormentone dell’estate, “Bianco, nero, giallo, nero, nero”, che ha trovato sponda sulla web radio di Costruiamo Insieme. Protagonista di questa esplosione musicale estiva è Sow Ibrahim, guineano, venti anni. In queste settimane è noto allo sterminato popolo del web come Manby Kapororail. Potete rintracciare lui e la sua canzone più popolare anche sul suo profilo Youtube. Lì, in mezzo, altre sue creature, canzoni scritte prima che arrivasse in Italia. Altre prova a scriverne in queste settimane.

Appena venti anni, una immagine da artista, cappellino e occhialoni da sole, a Sow la folgorazione per la musica arriva relativamente tardi. «A quindici anni – racconta – dopo aver ascoltato tanta musica giamaicana, mi sono detto di provare a passare dall’altra parte, cioè a scrivere canzoni, dopo avere imparato a suonare».

La chitarra il suo primo strumento. «Non la suono da rockstar, intendiamoci: come dite voi in Italia, “la strimpello”; ma quegli accordi imparati da solo mi aiutano nelle composizioni, perché non ho scritto solo questa canzone, ne ho composte e cantate altre; ne sto preparando di nuove…».

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“BIANCO, NERO, GIALLO, NERO, NERO”

Di solito, in Italia, l’intervista al cantautore comincia con una domanda banale, ma essenziale, tanto per chi vuole raccontarti, quanto per chi vuole conoscerti. Dunque, cosa ha ispirato la scrittura di questa canzone. «Il viaggio che ho compiuto insieme con tanta altra gente dalla Libia in Italia – racconta Sow – mentre ero in mare mi sono fatto una promessa: volesse il Cielo e io e i miei compagni di viaggio dovessimo salvarci, scriverò una canzone: le parole sono venute fuori da sole; durante il viaggio verso un futuro migliore rispetto a guerre e rappresaglie quotidiane dalle quali ognuno di noi fuggiva, ho osservato tutto quello che stava accadendo dentro e intorno alla mia anima: ero una spugna, assorbivo disperazione, paura, speranza di tutta quella gente, sensazioni identiche alle mie. Così mi sono detto e ripetuto: se arrivo in Italia, scrivo questa canzone, tante facce che hanno un solo colore, quello dell’uguaglianza».

Parte dalla Guinea, Sow. «Un viaggio durato due anni, passando attraverso una decina di Stati e Regioni: Mali, Togo, Benin, Niger, Algeria… Infine la Libia: se mi chiedessi quanto tempo sono stato lì posso solo azzardare un periodo, due mesi forse; perdi il controllo dei giorni, ti mettono sottochiave in una casa, al mattino aprono, ti consegnano a qualcuno che ti fa lavorare, la sera, stanco, vieni riconsegnato ai sorveglianti e richiuso in casa».

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LIBIA, DOVE NON SAI QUANTO TEMPO PASSA…

Bande di malfattori approfittano della disperazione. «Non hai soldi per riscattare la tua libertà, ti picchiano; provano a metterti in contatto con i tuoi familiari, perché possano mandare i soldi per il tuo riscatto; quando dici che i tuoi familiari non hanno danaro, comincia la paura, la tensione: se ti va bene, sei giovane, hai forza nelle braccia, ti trovano un’occupazione; se ti va male, ti picchiano furiosamente, a sangue e si liberano di un peso: così risparmiano una fetta di pane e una razione di acqua al giorno».

Sow, ha fatto diversi lavori. «Tutto quello che c’era da fare: bracciante, muratore, addetto a qualsiasi tipo di pulizia; non mi sono fatto problemi; mi dicevo: più lavoro, più guadagno e prima parto; diciamo che più lavoravo, meno guadagnavo, mi sbattevo ma i soldi erano sempre pochi; poi, un giorno, quei pochi che avevo messo da parte sono stati sufficienti per chi stava organizzando un viaggio in mare: non so se i miei “custodi” si fossero mossi a commozione o avessero le tasche piene di me, ma un giorno spalancarono la porta di quella “casa” e mi indicarono l’uscita; sul barcone, lo Zodiac, l’ispirazione di “Bianco, nero, giallo, nero, nero”: se mi salvo, la scrivo…».

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LA MUSICA, PIU’ DI UN SOGNO

Cantautore non tanto per caso. La musica è il suo sogno, lo coltiva con la sua giovane età e qualche risparmio scaturito da lavoretti saltuari. «Voglio continuare, ho un canale Youtube sul quale ho messo le mie prime canzoni, compresa “Bianco, nero, giallo, nero, nero”; ne ho una inedita, ma non la pubblico ancora, tante volte a qualcuno venisse in mente di soffiarmela». E’ sveglio, Sow, conosce a fondo il “sistema”. Idee chiare. «Prima un mixtape – spiega, sfoggiando conoscenza dello strumento comunicativo – con sei canzoni, inedite: due in italiano, due in inglese e due in francese; poi un sogno più articolato, costoso, posto che i soldi dovrò metterceli io, di tasca mia, a meno che non trovi un produttore: a proposito, c’è un produttoreeee?».

Scherza il giovane cantautore guineano. Svela il secondo “passaggio”. «Una volta fatti un po’ di soldini proverò a realizzare un album video: spero mi aiuti “Costruiamo Insieme”, sarebbe la seconda volta che lo fa. Anzi, la terza: prima con l’avermi ospitato nel Centro di accoglienza a Modugno; oggi, la seconda, con la sua web radio che passa la mia intervista e il mio brano nel frattempo diventato popolare: citare la cooperativa nella canzone era il minimo che potessi fare per ricambiare tanta attenzione e ospitalità; la terza occasione con Costruiamo Insieme: se un domani mi trovasse un produttore, bastano poche centinaia di euro per realizzare videocanzoni e lanciarle, una per volta, sul web».

Infine, un artista italiano del quale aprirebbe volentieri un concerto. «Uno solo? Sono pronto, disponibile, finalmente libero!».

«Migranti, non generalizziamo»

Tony Cannone, consigliere al Comune di Taranto

«Africani che si spingono sulle nostre coste per necessità. L’Italia non deve essere l’unica a farsi carico della speranza di migliaia di profughi. Possono però diventare la nostra forza-lavoro». Attività politica. «Contatto costante con il territorio e un sito nel quale mi confronto con i cittadini, tutti, non solo i milleduecento che mi hanno votato»

 «La gente che arriva dall’Africa e sbarca in Italia in cerca di una vita decorosa, va aiutata, può seriamente diventare la forza-lavoro del domani». Tony Cannone, consigliere comunale e provinciale con il movimento “Taranto nel cuore” e vicepresidente del Consiglio comunale, ospite negli studi di Costruiamo Insieme manifesta il suo punto di vista sul tema dell’accoglienza. «Naturalmente, l’Italia non deve essere l’unico Paese nel bacino del Mediterraneo a farsi carico dei flussi migratori; detto questo, a torto si generalizza sugli sbarchi che introdurrebbero nel nostro Paese solo malviventi: sbagliato, c’è, infatti, tantissima gente che viene in Italia spinta da motivi di sopravvivenza, desiderosa di rendersi utile volendo stare nel perimetro della legalità; dobbiamo fare il possibile per aiutare chiunque abbia voglia di spendersi per l’Italia; allo stesso tempo, dobbiamo fare attenzione, non abbassare la guardia nell’individuare quanti approfittano dei viaggi della speranza dei propri connazionali per compiere loschi affari una volta giunti sul nostro territorio».

Cannone, consigliere comunale, come si sta all’opposizione in modo ragionato, senza ricorrere alle urla, ad azioni di disturbo?

«Non sono mai stato per un “no” a prescindere: se il mio impegno è per il bene comune della città, non posso attaccare un’Amministrazione che in alcuni punti del suo programma manifesta le stesse intenzioni dello schieramento che rappresento; detto questo, però, dobbiamo anche ricordare il ruolo che ogni consigliere dovrebbe avere all’interno del Consiglio comunale, delega assegnataci dai cittadini: dobbiamo pertanto agevolare e non complicare la vita dei tarantini»

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Vicepresidente del Consiglio comunale, un attestato di stima.

«La nomina a vicepresidente la considero tale per la mia attività politica svolta in questi anni, con una presenza costante in Consiglio e nelle Commissioni: per questo, al momento della nomina, mi sono sentito lusingato; se qualcuno ha pensato per un attimo che questo fosse un contentino, ha preso una cantonata: sarebbe un insulto all’intelligenza di chi, invece, ha indicato il sottoscritto l’impegno profuso in questi anni con un confronto politico svoltosi sempre con lealtà e rispetto».

Uno dei consiglieri più votati, il percorso politico.

«Dopo una prima elezione a consigliere comunale, ai cittadini feci una solenne promessa: nel caso fossi eletto, non sparirò come è abitudine di qualche personaggio prestato alla politica: non dismetterò il comitato elettorale, creerò piuttosto un punto di incontro: nella sede di viale Magna Grecia svolgo infatti un costante confronto con la gente; tutta, non solo quanti mi hanno onorato della loro scelta: un consigliere comunale ha l’obbligo di sentire chiunque; così tutte le sere, dopo il Consiglio, le Commissioni, il mio lavoro pomeridiano, incontro amici e gente interessata a un confronto sereno sui problemi della città: mai fuggito davanti alle mie responsabilità, lo testimoniano presenza e impegno costanti in Comuene, Provincia e all’interno delle Commissioni; avere milleduecento voti con il movimento “Taranto nel cuore”, dunque senza un soggetto politico alle spalle, la ritengo una grande soddisfazione».

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Fosse andato in giunta, quale assessorato le sarebbe piaciuto ricoprire?

«Non nascondo che mi sono posto questa domanda; la mia storia professionale comincia con il ruolo di educatore di portatori di disabili, cui segue l’impegno all’interno di quella che un tempo veniva chiamata “Anffas”; sono successivamente passato all’interno dei ruoli Asl, occupandomi di tematiche minorili, ricoprendo per dieci anni il ruolo di giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Taranto; va da sé che la mia logica collocazione sarebbe stata quella ai Servizi sociali».

Taranto, industria, turismo, futuro.

«Non riusciamo ad allontanarci dalla logica dell’acciaio, un concetto dal quale difficilmente questa città riuscirà a smarcarsi; il nostro futuro potrebbe chiamarsi turismo, porto, viste le enormi potenzialità che il territorio offre in queste due direzioni; il porto, purtroppo, è ancora un esempio di immobilismo: potrebbe funzionare come alternativa alle logiche dell’industria siderurgica, invece si temporeggia, un esempio fra gli altri: si perde tempo per effettuare i dragaggi che consentirebbero l’accoglienza di navi dal carico importante. Ma Taranto è questa, lenta, pigra, quando ci vorrebbe poco per imprimerle una svolta per ripartire con un futuro più sereno e meno inquinante, in tutti i sensi».

Colazione con le Frecce tricolori

Spettacolo sul Lungomare di Taranto

«Quei piloti sono dei fenomeni, meglio dei “Top gun”!». I ragazzi di “Costruiamo Insieme” si emozionano davanti alla pattuglia acrobatica militare. E ai tarantini. «Ci hanno fatto posto per ammirare insieme evoluzioni da lasciarti senza fiato». E il Giuramento. «Massimo silenzio e rispetto per chi giura fedeltà alla Patria»

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Colazione con le Frecce tricolori, la pattuglia acrobatica famosa in tutto il mondo. I ragazzi di “Costruiamo Insieme”, attenti alle notizie su internet si lasciano ingolosire dall’occasione. Succede che le “Frecce”, onore e vanto dell’Aeronautica militare italiana, sorvoleranno i cieli di Taranto con quelle scie bianca, rossa e verde, diventate proverbiali, così perfette e così sincronizzate al millesimo di secondo da sembrare tracciate con l’ausilio di un goniometro.

Moussa, Soulemane, Dramane sono fra i primi a candidarsi a un posto d’onore per assistere alla parata sul lungomare Vittorio Emanuele. Allahssane spiega ai ragazzi il rigore che i militari assumono in occasione del Giuramento. «Lo giuro!» è il grido di fedeltà alla Patria che centinaia di ragazzi dell’Aeronautica militare scandiranno mentre sono in riga, sotto un sole cocente. Con perfetto sincronismo la pattuglia acrobatica sorvola la Rotonda del lungomare. Uno spettacolo, preceduto da un boato di stupore e seguito da un lungo applauso.

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«Ma come fanno a essere così bravi e concentrati questi?», domanda Dramane facendo sbucare gli occhi da un coloratissimo paio d’occhiali, «Sono dei fenomeni!».Un attimo di pausa, utile per una confessione. «Non lo farei mai, non ne ho le capacità; ho paura del mare, figuriamoci dell’aereo: a casa mia diciamo che Dio ha creato l’azzurro per le creature del cielo, poi fra mare e cielo preferisco la terra ferma, stare con i piedi piantati in terra».

Sulle straordinarie capacità dei piloti in volo, Soulemane prova a dare una sua interpretazione. «Sono come i piloti di Formula uno, anche quelli rischiano la vita, questione di attimi!». Moussa mette tutti d’accordo. «Se un pilota della Ferrari sbaglia una curva finisce fuori pista – osserva – se sbagliasse un pilota della “squadra” provocherebbe un disastro ai colleghi e rischierebbe di brutto: ecco perché sono fenomeni, i “nostri” Top gun; per me è pericolosissimo pilotare un aereo e sollecitare il mezzo del quale sei alla guida a seguire gli altri compagni di volo come fosse una danza: devono essere concentrati al massimo, avere i nervi saldi, ognuno di loro mette la propria vita nelle mani degli altri».

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Mette tutti d’accordo. Allahssane per primo. «E’ una cosa che io non potrei fare mai – dice – intanto perché è complicatissimo, qualche volta in foto o nei filmati ho visto la cabina di pilotaggio: devi essere bravo a capirci qualcosa con tutti quegli strumenti di bordo, non ne sarei capace; però una cosa posso dirla: invidio le capacità fuori dal comune che hanno i piloti; concentrati al massimo, a darsi istruzioni uno con l’altro, a staccarsi dai compagni in volo per descrivere quelle figure straordinarie: è una grande emozione ammirarli!».

I ragazzi prima di presentarsi sul lungomare, sorseggiare un espressino, si sono documentati a lungo. Sulla chat whatsapp di “Costruiamo Insieme” da giorni circolano video appena scaricati da internet. L’ammirazione è totale. E se la manifestazione è per le undici, alle nove in punto i ragazzi sono operativi. «Non ce la perderemmo per niente al mondo», dice uno di loro. Il lungomare è a due passi dal Centro di accoglienza “Cavallotti”. «Gli aerei delle Frecce tricolori ci sfilano sotto casa e noi, che facciamo, non andiamo ad ammirarle?», mette tutti d’accordo Soulemane. La pattuglia acrobatica anticipa di poco l’orario del “saluto” ai tarantini e ai militari che stanno prestando Giuramento sulla Rotonda. La cerimonia che vede schierati i ragazzi dell’Aeronautica, è appena più breve del previsto, così le Frecce sfilano in perfetta sintonia con «Lo giuro!». Sembra telecomandato. Sembra facile, ma non lo è. Anzi, è complicato. Ma i piloti, considerati in assoluto i migliori al mondo, risolvono al millesimo anche questo leggero imprevisto.

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Migliaia i tarantini e i familiari dei ragazzi schierati sulla Rotonda, che hanno scelto il loro privilegiato punto di osservazione. I ragazzi di “Costruiamo Insieme” sono strategici. «Ci siamo attrezzati per scegliere le postazioni da cui si possono meglio osservare le evoluzioni che le Frecce tricolori promettono su internet».

Internet. E’ lo strumento con il quale i ragazzi si consultano non appena hanno un po’ di tempo. C’è chi lavora, chi studia, chi frequenta corsi di formazione, infine chi prende l prime lezioni di alfabetizzazione. Qui i ragazzi vengono accompagnati nei loro piccoli sogni nel cassetto: imparare bene la lingua, saperla scrivere; imparare un lavoro e mettersi, professionalmente e al più presto, al servizio della comunità di cui sono ospiti.

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«Oggi (venerdì 29 giugno, ndr) ci siamo orgogliosamente sentiti parte di questa gente – spiega Dramane – c’era chi ci faceva spazio per farci ammirare Giuramento e Frecce tricolori; nessuno ci ha indicati come se fossimo un corpo estraneo al tessuto sociale di questa città; oggi è un giorno di festa per due motivi: abbiamo assistito a una cerimonia militare, importante, e visto la pattuglia acrobatica famosa in tutto il mondo; abbiamo avvertito l’abbraccio sincero con i fatti, piccoli gesti, della gente che ha mostrato una volta di più di avere rispetto nei nostri confronti e, con ogni probabilità, di vederci come se ognuno di noi fosse uno di loro».

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