«Teatro, colpo mortale»

Antonio Conte, attore teatrale, dice la sua

«Per bene che vada se ne riparlerà in autunno». Tarantino, da quarant’anni risiede a Roma. Ha lavorato con Verdone e Abatantuono, con Brass e la Wertmuller. «Con Pistoia e Triestino stavamo registrando “sold out”, poi ero pronto per misurarmi con un inedito di Marco Cavallaro: purtroppo ci siamo fermati, nonostante avessimo avanzato la proposta di dimezzarci i compensi…». Da Mario Carotenuto, un maestro, in poi.

 

Antonio Conte, tarantino, da quarant’anni residente nella capitale. Adesso non solo ci abita, ma ci vive anche, costretto dalla pandemia, lui che di mestiere fa l’attore, abituato com’era ad andare per teatri, a viaggiare da una città all’altra. Proviamo a comprendere che vita è, oggi, quella di un attore professionista, che al cinema e in teatro ha lavorato con Verdone, Abatantuono, Panariello e Brignano, Neri Parenti, Tinto Brass e Lina Wertmuller, senza dimenticare Mario Carotenuto, per quarant’anni protagonista della commedia all’italiana, ma che sulle tavole del palcoscenico, dava il meglio.

«Costretto ai domiciliari, devo dire che ci sto bene, anche se come il resto dei miei colleghi e le maestranze che vivono di questo lavoro, non vedo l’ora di riprendere l’attività. Carotenuto? Fantastico, la sua severità sul palcoscenico andrebbe raccontata, una scuola incredibile…».TEATRO 03 - 1Dunque, Antonio Conte, ho provato a contare i titoli: sessanta rappresentazioni a teatro, e fra una pausa e l’altra, una cinquantina di titoli fra cinema e tv: che significa per un attore come te restare un anno a casa?

«Manca e tanto il palcoscenico. Un po’ come quando, anche quando finisce una tournée teatrale, alle sette, sette e mezzo di sera, l’adrenalina comincia a salire: poi fai mente locale e quella carica emotiva ti tocca smaltirla diversamente, sei ai “domiciliari” e non puoi farci niente. Non ci voleva, per me sarebbe stata una stagione importante: io e i colleghi abbiamo lasciato per strada circa sei mesi di lavoro. Dovevo riprendere “Il Rompiballe”, spettacolo pazzesco con Nicola Pistoia e Paolo Triestino, due attori irresistibili: ci attendevano le piazze più importanti, due mesi fra Milano e Roma, per intenderci, poi in giro per l’Italia; lo scorso agosto ci attendeva  il debutto con un testo di Marco Cavallaro, un inedito, “Amore, sono un po’ incinta”; poi quattro mesi dall’autunno in poi: è saltato tutto».

 

Teatro leggero, operetta, commedie e teatro serio. Come si fa a passare dal teatro brillante, penso a “Pallottole su Broadway”, a quello drammatico, per esempio il “Riccardo III”. Non mica sarai anche tu “uno, nessuno e centomila”?

«Potrei in qualche modo autocelebrami. Ciò detto, soffro la sindrome del comico. Avendo la fortuna di farne tanto di teatro comico o brillante che sia, agisco d’istinto: non temo nemmeno un po’ nel passare dal comico al drammatico, lo dice la storia – non mia, intendiamoci – ma quella dei grandi, da Totò a Sordi, da Gassman a Manfredi: quando il comico si misura con il teatro drammatico diventa imbattibile».TEATRO 02 - 1Mario Carotenuto, il tuo maestro. Quanto era severo e quanto divertente?

«Un mostro di bravura, tanto bravo quanto difficile da raccontare. Bisogna avere avuto la fortuna di lavorarci insieme, per conoscere quanto lavoro c’era dietro ad un’opera teatrale. Pratico, ruspante, non stava ad “intellettualizzare” le situazioni: sapeva che il tempo perso, lo pagavi in scena. Proietti diceva che Carotenuto aveva i tempi comici, ma anche il racconto: Gigi era uno di quelli che scoppiava a ridere anche se la barzelletta non era irresistibile, perché Mario aveva la mimica, arte rara, del raccontatore: non c’erano santi. A Carotenuto, attore e regista, dava fastidio una cosa sola: se sbagliavi in scena; non ammetteva repliche, si arrabbiava, perché significava essersi distratti e, al tempo stesso, non avere avuto rispetto del lavoro».

 

Cinema e tv danno popolarità, ma il teatro è sempre il teatro: una volta avevi questa convinzione. Oggi?

«Sono dello stesso avviso. Quello che ti regala il teatro non può dartelo il cinema, né la tv: certo, questi possono darti popolarità, danaro, immortalità, ma nel teatro ogni sera è diversa dall’altra, un salto senza rete ed è un fascino unico, un’emozione che non si può spiegare…». 

 

Il rapporto con i colleghi. Vi sentite, vi vedete, interagite attraverso il web. Cosa vi dite e cosa cercate di non dirvi? 

«C’è poco da raccontarsi: non è tanto quando ripartiremo, quanto l’aver perso dai due ai tre anni di programmazione; nonostante il ministro abbia detto che a metà giugno riapriranno i teatri: il nostro lavoro, con tutto il rispetto per i commercianti, non è fatto di saracinesche e vetrine, riapri e la gente osserva, entra; è fatto, invece, di programmazione. Dovessero dirci “Da domani potete tornare in teatro”, rispondiamo semplicemente “Con cosa?”. La politica deve comprendere che il teatro non è fatto solo di attori: ci sono registi, aiuto regia, le maestranze, dagli scenografi ai macchinisti, dai facchini ai trasportatori, e poi gestori dei teatri, amministratori, autori, musicisti: un botto di gente e dietro ognuno di questi c’è una famiglia…».TEATRO 04 - 1Sostituisciti per qualche istante a un politico, prova a suggerire una soluzione.

«Innanzitutto la distribuzione dei soldi a pioggia, a fondo perduto: non è giusto; esistono teatri, enti di produzione che hanno preso più soldi di quanti ne avrebbero guadagnati esercitando la loro attività. Il teatro è un luogo sicuro, la gente che va a teatro è censibile, in tempo di pandemia siede con la mascherina, a distanza di una sedia dall’altro spettatore; avevamo anche avanzato la proposta di dimezzarci la paga, arrivare a fare due rappresentazioni nella stessa giornata riempiendo per due volte teatri capienti, che secondo il decreto ministeriale potevano disporre solo metà dei posti a sedere».

 

A proposito della pandemia: ottimista, pessimista, possibilista?

«Pessimista. Dovesse andare bene, riprenderemo a lavorare in autunno. Purtroppo molte compagnie non ce l’hanno fatta, altre non ce la faranno, perché il colpo ricevuto dal teatro è stato di quelli mortali».

«Un calcio ai “social”»

Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello sport

«Una volta il contatto con i campioni, ingenuo se vogliamo, era più bello. Con il pretesto dei “profili”, invece di avvicinare, i calciatori allontanano i tifosi. Ma anche questi, che invadenza con i selfie. Più romantico chiedere un autografo». Ripubblicato “L’amore ai tempi di Pablito”, Rossi, i sei gol nel Mundial del 1982, la scommessa di Enzo Bearzot.

Per una volta, ospite di Costruiamo Insieme, sito e canale youtube, lo sport. Quello con la “s” maiuscola, ci verrebbe da dire, considerando Luigi Garlando, prima firma della Gazzetta dello sport, il quotidiano sportivo più letto, uno dei migliori autori delle cronache di calcio, una volta squisitamente domenicali. E’ cambiato il calcio, c’è lo “spezzatino”, partite tutti i giorni e a tutte le ore, perché la tv faccia cassa e spalmi il divertimento un tempo sostanziato nella schedina del Tototalcio, la domenica pomeriggio con tutte le gare alla stessa ora. Oggi, quella schedina del Totocalcio, che ti risolveva la vita, come suggeriva Fabrizi a Totò ne “I Tartassati” (“…un sistema ci sarebbe: tre fisse e dieci multiple”), non esiste più: cancellato. Dunque, Luigi Garlando. Giornalista e scrittore, centinaia di articoli e analisi delle gare della Nazionale azzurra e di punta di Champion’s e Campionato di serie A, trenta libri dati alle stampe.

 

Ultimo della serie, appena ristampato, “L’amore ai tempi di Pablito”. Un tributo a un grande del calcio, Paolo Rossi, nel quale l’autore racconta la vittoria degli azzurri ai Mondiali di calcio del 1982.

«Il motivo della ristampa: la scomparsa prematura di Paolo Rossi, per ricordare la figura, splendida, di un campione e i “ragazzi” che circa quarant’anni fa compirono quell’impresa».

 

Il tuo sentimento alla scomparsa di Pablito.

«Di grande dolore. Spesso ci siamo trovati in viaggio, lui in veste di commentatore della Nazionale: chiacchieravamo di calcio e altro, una persona deliziosa. Quel Mondiale credo debba essere ricordato in questa forma letteraria, con il codice del romanzo, un romanzo d’amore; in mezzo, la scommessa assurda, irrazionale, che fece l’allora allenatore della Nazionale, Enzo Bearzot, proprio su Rossi: non porti con te un giocatore che ha fatto tre partite e un solo gol nell’ultima stagione e lasci a casa il capocannoniere del campionato, Roberto Pruzzo. Non era mai successo e mai succederà: quella scommessa d’amore di Bearzot, fu poi ricambiata da Pablito che segnò sei gol regalandoci la Coppa del Mondo».GARLANDO 02 - 1Avevi vent’anni all’epoca, che ricordo hai?

«I vent’anni, l’entusiasmo e la spensieratezza dell’età, che coincidono con un Mondiale vinto è il massimo: lo seguivo in tv, da casa mia, ricordo in particolare il lunedì al Sarrià di Barcellona, Italia-Brasile 3-2; i “miei” avevano un negozio di generi alimentari e liquori, quel giorno andarono a fare la spesa nei magazzini all’ingrosso per rifornire l’attività; avrei dovuto aprire il negozio alle quattro del pomeriggio, ma non ebbi il coraggio di lasciare gli azzurri da soli: mi godetti la storica tripletta di Paolo Rossi, una delle più grandi emozioni calcistiche della mia vita. Quando tornarono dal loro giro di commissioni, papà e mamma trovarono una fila di persone imbufalite: papà, più comprensivo, capì che tenere chiuso il negozio per quella partita poteva starci, in realtà era stata la vera finale di quel Mondiale…».

 

Cosa è cambiato nel calcio in questi ultimi quarant’anni?

«Difficile farlo in breve. Intanto è cambiata l’immagine del calciatore, anche fisicamente: una volta i ragazzi avevano facce e fisici normali, Rossi stesso era gracile; per scrivere questo libro ho rifatto il viaggio dell’82: sono andato a dormire negli alberghi di Vigo e Madrid, dove alloggiarono gli azzurri dalla prima fase a gironi alla finale; un albergo del porto nella capitale spagnola, piccolo, dove normalmente alloggiano i rappresentanti in viaggio; impensabile oggi che una Nazionale prenoti un alberghetto del genere. Era un calcio moderno rispetto al passato, ma ancora a misura d’uomo, non ancora staccato dalla gente; anche per i giornalisti c’era occasione di avere un rapporto diretto con i giocatori, mentre oggi quel mondo è finito».

 

A proposito, calciatori e stampa al tempo dei social?

«Oggi i social filtrano i rapporti, i calciatori hanno un social-manager che gli cura la comunicazione, apparentemente un modo per stare vicino alla gente quando in realtà questa modalità tiene i tifosi a distanza. Non c’è più quel rapporto che il giornalista riusciva a trasmettere al lettore, al pubblico, guardando il calciatore in faccia, parlandogli di persona. E’ tutto più mediatico, più freddo e, dunque, costruito: hanno avuto la meglio strategie di comunicazione e marketing; una volta, nei bianco e nero televisivi, assistevamo a divertenti tavolate con un bel fiasco di vino fra Gianni Brera e Nereo Rocco; oggi, cose simili, non ci sono più…».

 

Un segnale, sintesi fra il calcio di ieri e oggi.

«Ieri si cercava l’autografo, oggi si cerca il selfie da postare sempre su questi “benedetti” social. Questa modalità, per giunta, è come se ti autorizzasse ad aggredire il campione per farti una foto, manifestando una confidenza esagerata, talvolta invadente; una volta avvicinare un foglio di carta a un campione per un autografo era qualcosa di rispettoso, quasi imbarazzante, ingenuo, ma sicuramente più bello».GARLANDO 03 - 1La scrittura del cronista sportivo, com’è cambiata rispetto al passato?

«Devi quasi rinunciare alla cronaca, dare per scontato che chi avrà il giornale fra le mani il giorno dopo sa già cosa è successo, ha visto in tv, sul tablet e sul cellulare mille volte le azioni della gara a cui è interessato; dunque a chi fa questo lavoro tocca andare in profondità, non dire cosa è successo, ma perché è successo: il grande salto è quello; il nostro compito è dare un motivo al lettore perché acquisti il giornale. Perché trovi una spiegazione più profonda, tattica, psicologica, in buona sostanza qualcosa di più rispetto a quello che ha visto il giorno prima: divertire con il racconto. Ricordo, da ragazzino, andavo a cercare il racconto di Brera: leggevo qualcosa di diverso rispetto a quello che avevo visto; così con Gianni Mura, affascinato nel leggere le sue cronache da inviato ai Tour de France…».

 

Un calciatore, un tecnico, un presidente con cui hai avuto un confronto in qualche modo chiarificatore a seguito di un tuo articolo, un voto in pagella?

«Diciamo che il confronto è nella normalità, tutto resta confinato nella dialettica, non è un grosso problema. Forse le critiche che mossi all’Inter del dopo-triplete: per come era stata gestita la ricostruzione, o meglio la “non ricostruzione”, la riconferma forse esagerata dei campioni di quell’impresa, una riconoscenza umanamente legittima. Moratti non gradì molto…».

 

Fra la trentina di titoli, uno degli ultimi libri, “Va all’inferno, Dante!”. A cosa è dovuta questa passione, considerando che collezioni la “Divina commedia” in tutte le lingue?

«Risale all’università, due anni di corso in cui mi sono dedicato e appassionato a Dante; credo, poi, ci sia un’affinità di spirito, nel mio mestiere nelle analisi di fine gara amo sottolineare il lato epico, è la mia indole: mandare all’inferno o in paradiso i protagonisti di quell’epica cui ho appena assistito mi trova in perfetta sintonia con il Poeta…».

 

Dante sollecita una domanda. Invece della lavagna con buoni e cattivi, proviamo a fare tre nomi secchi del nostro calcio candidandoli, sorridendo, fra paradiso, purgatorio e inferno.

«Mantenendoci nell’attualità, paradiso a Ilicic dell’Atalanta: la sua è una storia bellissima, ha incarnato la sofferenza della sua città, Bergamo, come se quel dolore lui lo avesse sconfitto uscendo dalla sua “selva oscura” per giocare la sua ultima partita (Benevento-Atalanta, ndc) da paradiso…

Purgatorio, Pirlo, tecnico della Juventus. Arrivato a sedere sulla panchina della Signora senza aver fatto gavetta, che considero purgatorio: le anime devono stare lì prima di andare in paradiso; Andrea, grande giocatore, penso abbia bisogno di tempo, fiducia, qualcosa di buono l’ha fatto già vedere, lo lasciamo un po’ lì a galleggiare, non chiamiamolo ancora “maestro”, poi vedremo se da allenatore guadagnerà in termini di valore quello che da calciatore ha ampiamente meritato…».GARLANDO 04 - 1All’inferno?

«Mi duole, ma anche per motivi di affetto dico Mario Balotelli. Per avere sperperato il suo talento e non per le cose che fa fuori dal campo, liberissimo di farle; non aver mai avuto l’ambizione di valorizzare fino in fondo il suo talento, credo sia imperdonabile: ecco, questo spreco credo che, metaforicamente, meriti l’inferno. Una volta Adriano Galliani, ex amministratore delegato del Milan, disse che fra le prime dieci cose che ama Balotelli non c’è il calcio: credo non ci sia fotografia migliore. Mario, purtroppo, ha usato il calcio come fosse un bancomat, per spendere un milione di euro all’anno per i suoi divertimenti; avesse avuto la testa di Pippo Inzaghi, l’ambizione feroce di diventare Pallone d’oro, oggi avremmo ancora un gran centravanti».

 

Un breve giudizio sulle principali squadre del calcio italiano, Milan, Inter e Juventus.

«Il Milan è il Diavolo in paradiso, nel senso che ha azzeccato tutto: un allenatore con un progetto tattico eccezionale, una squadra riconoscibile per come gioca, i giovani e i “nuovi” che si sono inseriti in fretta; una società che ha sconfessato se stessa, dando dimostrazione di buon senso, cambiando idea e rinunciando a un nuovo tecnico, Ragnick, confermando Pioli: non è così semplice; Maldini sta facendo benissimo, sta andando tutto bene, con questo non voglio dire che vincerà lo scudetto, ma ha un entusiasmo che altre società non hanno.

L’Inter è deludente, non solo per i risultati e per essere uscita da due competizioni in un colpo solo, Champion’s ed Europa League; è stato un fallimento anche dal punto di vista economico, in un momento in cui la società sta avendo problemi di liquidità quei diritti televisivi milionari le avrebbero fatto comodo; deludente anche sul piano del gioco, fa fatica nel crescere, non le è riuscito l’innesto di Eriksen che avrebbe potuto dare qualcosa in più; consola la posizione in classifica trovandosi ancora in alto, però credo fosse legittimo aspettarsi qualcosa di più.

La Juventus è come il Pirlo di cui si diceva. E’ purgatorio, quest’anno per la prima volta ha vinto tre partite consecutive, ma non ha risolto tutti i problemi. A centrocampo concede ancora troppo agli avversari, gli equilibri non sono ancora a posto, dipende ancora troppo da Cristiano Ronaldo, anche lui in calo: quando non gira lui i bianconeri hanno sempre bisogno di un eroe. Nel Milan, uscito Ibrahimovic non se n’è accorto nessuno. La Juventus è ancora una squadra di individualità e le manca il gioco».

 

Per finire, quanto mancano piazze storiche come Taranto, Lecce, Brindisi, Bari, Foggia? Quanto manca la Puglia a chi scrive di sport?

«Tanto, egoisticamente anche per ragioni turistiche. Manca la Puglia, il Sud in genere, la Sicilia, per dire: una trasferta al Sud è sempre piacevole, però al di là del discorso egoistico personale, al calcio da copertina manca la passionalità, il calore del pubblico del Sud. Sento parlare da tempo di un progetto di un supercampionato europeo, una sorta di superchampions: al solo pensiero che questo tagli fuori la provincia italiana, inorridisco: il campionato deve restare quello dei campanili, coprire il più possibile tutta la Penisola; un torneo rappresentato più o meno da tutte le regioni per me resta il campionato ideale. Già vedere gli stadi vuoti è un incubo, ogni volta che assisto a una partita è una sofferenza. Spero si riesca presto a ritrovare questa cornice, che poi è la migliore che il calcio possa regalare a se stesso».

«Vaccinarsi è utile»

Stefano Rossi, direttore generale Asl

«Chi ne discute la validità non merita risposta. Sconfessarne l’importanza della scoperta ci porta in pieno Oscurantismo. Personale ospedaliero, messa in campo la migliore risposta possibile. Con il “San Cataldo”, un ospedale degno del territorio».

Festività sul filo di lana. Rosso, arancio, giallo, nemmeno fossimo ad un incrocio, davanti a un semaforo. C’è di mezzo la pandemia e qualsiasi esempio sulle “zone” cui siamo sottoposti può sembrare fuori luogo, pertanto entriamo subito in argomento con Stefano Rossi, direttore generale dell’Asl di Taranto.

Come sta gestendo in queste settimane i flussi di vaccino in arrivo nella nostra provincia?

«Abbiamo appena ultimato la somministrazione di tremilacinquecento dosi, nonostante un primo indirizzo ministeriale suggerisse di tenerne accantonato un 30% in vista della seconda dose da somministrare; rispetto all’invito del Ministero abbiamo invece insistito sull’utilizzo di tutte quelle pervenuteci, riservandoci di accantonare la percentuale richiesta alla fornitura successiva, giunta in serata e in via di scongelamento».

A meno di un anno dal diffondersi del Covid, che voto sente di assegnare all’organizzazione sanitaria locale da lei presieduta?

«Sono sincero, si poteva fare sicuramente meglio. Aggiungo, però, che tutti i tarantini che necessitavano di cure sono stati assistiti; per dirla tutta, abbiamo ospitato nelle nostre strutture ospedaliere anche cittadini provenienti dalle province di Bari e Foggia, segno che l’organizzazione sanitaria ha retto bene all’urto. Poi, come detto, si poteva fare meglio, ma rispetto a quanto registrato altrove, non credo ci si possa lamentare».

Anziani ospiti di istituti di ricovero, personale sanitario, forze dell’ordine, insegnanti e farmacisti, fra le prime categorie ad essere sottoposte a vaccinazione. Direttore, possiamo dire, senza tema di smentita, che la vaccinazione del personale sanitario è un obbligo deontologico ed etico, prima che un obbligo di legge?

«Sicuramente. La vaccinazione, in generale, è il primo passo al quale è necessario sottoporsi, costa poco ed ha un importante ritorno in tema di salute; lo abbiamo sostenuto ogni anno nel promuovere la campagna vaccinale influenzale e, oggi, lo sosteniamo con maggiore decisione davanti a questo terribile virus: chi nega validità e utilità del vaccino, dunque negazionista a prescindere, non merita risposta».STEFANO ROSSI 02 - 1 OCCASIONE IMPORTANTE

Possiamo dire quanto sia importante che i cittadini si sottopongano a vaccinazione?

«Per il ruolo di responsabilità che rivesto frequento gli ospedali: ho toccato con mano la gravità di quanto provocato dalla pandemia; ancora oggi, a distanza di circa un anno, non conosciamo del tutto questo virus: fior di specialisti non comprendono come mai questa malattia, quando prende un certo abbrivio purtroppo conduce a un esito che noi tutti vorremmo scongiurare. Sono piccole considerazioni che dovrebbero indurci a cogliere le opportunità che la Medicina oggi ci offre; l’invito ai cittadini: distanziamento sociale, mascherine, lavaggio delle mani dovrebbero essere il nostro pane quotidiano, anche se, come abbiamo visto, queste attenzioni non sono sufficienti; ecco, pertanto, l’invito al vaccino, strumento importante che la scienza ha messo a nostra disposizione per debellare il virus; ciò detto, ci auguriamo che un vaccino di più facile somministrazione venga messo in commercio per accelerare le operazioni di ripresa: sconfessare l’utilità della vaccinazione credo ci porti in pieno Oscurantismo».

Cosa non abbiamo ancora fatto per imboccare con maggiore decisione l’uscita da questo tunnel?

«Non siamo riusciti ad organizzare una struttura residenziale per chi, non essendo malato, non aveva la possibilità di rispettare il distanziamento nelle mura domestiche, soprattutto in questa seconda fase in cui il virus si è diffuso in ambiente familiare: una pecca organizzativa di cui mi assumo la responsabilità; per contro, non dovrei dirlo io, col poco che avevamo in termini di risorse umane abbiamo messo in campo la migliore risposta possibile. Per onestà intellettuale aggiungo che, nella prima fase della seconda ondata, abbiamo registrato il sovraffollamento del “Moscati” prima che attivassimo “posti-letto Covid” a Manduria, Castellaneta, Grottaglie, Martina e così via: siamo stati disorientati dalla prima fase in cui oggettivamente Taranto aveva risposto benissimo».

Provi a spiazzarci. Ha spesso ringraziato la squadra, personale medico e paramedico per intenderci. Dovesse spendere un ringraziamento particolare?

«Premierei la figura dell’operatore socio-sanitario, l’ausiliario, chi si è occupato della sanificazione dei reparti, delle strutture sanitarie; non saranno forse considerati “top player”, ma anche i fuoriclasse necessitano di quanti “fanno legna”; in piena pandemia è un ruolo fondamentale: sanificare le ambulanze, i semplici passaggi della barella, sarà pure un lavoro oscuro, ma è sicuramente strategico».STEFANO ROSSI 06 - 1 PANDEMIA, UNA SCIAGURA

Sciagura senza precedenti. Quanto provocato dal Covid lo sappiamo, ma cosa ci ha insegnato il dolore?

«Ci ha riportato con i piedi per terra, l’uomo rispetto alla natura è poca roba: spesso riteniamo di essere imbattibili, quando in realtà rappresentiamo qualcosa di infinitamente piccolo rispetto all’universo; l’uomo è un animale sociale, ma il confinamento ci ha ricondotto all’essenziale, ai valori umani, a riscoprire il calore familiare».

Prima pietra per l’Ospedale San Cataldo, svolta epocale per il territorio. Cosa significherà avere una struttura ricettiva così importante per un territorio come il nostro?

«Il “SS. Annunziata”, per concezione, avvitato in un centro urbano, pochi posti-letto, discipline che compongono il presidio centrale ma dislocate dal “Moscati” al “San Marco” Grottaglie, non ha una funzionalità ospedaliera degna di questo nome. Oggi guardiamo al prossimo futuro con il “San Cataldo”, un ospedale degno del territorio, che riempiremo di contenuti, dall’impegno alla professionalità, quanto oggi fa la differenza».

L’ultimo tema sul quale si è confrontato con Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia,?

«Le vaccinazioni, questo il tema del giorno. Ci confrontiamo in chat con presidente e direttore generale con i quali veicoliamo attività importanti da svolgere perché insieme possano favorire una ripresa economica. Nonostante, però, abbia assegnato la delega assessorile a Pierluigi Lopalco, Emiliano è sempre presente in tema di Sanità».

L’anno col botto!

Addio al 2020, una vera sciagura

Dimenticare in fretta. Ci accontentiamo di un 2021 normale. Intanto, la sciocca usanza del lancio di petardi, provoca effetti devastanti. Un nomade di tredici anni ammazzato da un’esplosione. I parenti della piccola vittima devastano ospedale. E c’è già chi strumentalizza l’episodio contro gli stranieri. Centinaia i feriti, qualcuno resterà mutilato. In Puglia ventiquattro gli interventi dei Vigili del Fuoco.

 

Non c’è Covid che tenga. Così anche ieri, allo scoccare della mezzanotte a cavallo fra il 31 dicembre 2020 e l’uno gennaio 2021, in tutta Italia si è nuovamente celebrata la follia di fine anno. I soliti “botti” per scacciare un anno da dimenticare, devastato dal dolore provocato dal coronavirus. Non è una giustificazione seria, se poi registriamo episodi gravi, sanguinosi, come quello accaduto ad Asti.

In Puglia sono stati ventiquattro gli interventi dei Vigili del Fuoco. Duecentoventinove quelli riconducibili ai cosiddetti “festeggiamenti” di Capodanno. Nella sfortuna, dolorosa, per chi ha subito un rituale non condivisibile, un dato incoraggiante: sono diminuiti gli sciocchi. Sono, infatti, in netta diminuzione le richieste di interventi dei Vigili del Fuoco rispetto allo scorso anno quando se ne registrarono addirittura seicentottantasei. Una variazione, evidentemente, legata alle misure restrittive adottate per fronteggiare la pandemia Covid-19. Il numero maggiore anche quest’anno nel Lazio 45 (171 lo scorso anno), Campania 40, Veneto 19, Lombardia 18, Sicilia 17 e Liguria 16.

 

UN MORTO…

Ma torniamo all’episodio più grave, sul quale, mentre scriviamo, dagli inquirenti potrebbe essere avanzata la richiesta di autopsia: la morte del nomade tredicenne trasportato in un ospedale di Asti già in arresto cardiaco. Numerosi danni ad alcune strutture all’interno del pronto soccorso del capoluogo piemontese e nel parcheggio sono stati provocati dai familiari del tredicenne che durante i festeggiamenti di Capodanno in un campo nomadi, è rimasto gravemente ferito e in seguito ha perso la vita.

I parenti avrebbero voluto vedere il ragazzino, sul cui corpo però, si diceva, verrà disposta un’autopsia. Al momento l’ipotesi è che le lesioni che hanno provocato il decesso del ragazzo siano state causate dallo scoppio di un petardo (sulle prime non si escludeva del tutto che a  provocarne la morte fosse stato un colpo di pistola).

 

…E SETTANTANOVE FERITI

Un morto, si diceva. I feriti, invece, sono e di settantanove. Fra questi ultimi, ventitré sono stati i ricoverati. Questo, nel suo complesso, il bilancio del Capodanno 2021 secondo i dati diffusi dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Numeri che registrano una diminuzione, definita «lieve» rispetto al 2020. L’anno scorso il bilancio era stato di un morto e duecentoquattro feriti, dei quali trentotto ricoverati.

È di cinque feriti, di cui tre gravi, il bilancio della notte di fuochi d’artificio nel Casertano. Otto, invece, le persone rimaste ferite tra Napoli e provincia dalle esplosioni avvenute nella notte per celebrare l’arrivo del nuovo anno: è il dato più basso mai registrato.

Nelle ore a cavallo della mezzanotte, invece, l’unico medicato è un giovane che intorno alle due, a Milano, ha subito un trauma alla mano destra per un petardo, ma che non ha avuto bisogno di essere portato in ospedale. Denunce delle forze dell’ordine per “procurato allarme” nei confronti di soggetti sorpresi a sparare con delle scacciacani e sanzioni per la violazione del Dpcm.

Nonostante divieti e coprifuoco, la fine del 2020 a Cagliari è stata salutata con non pochi fuochi d’artificio e botti. Il bilancio è di due feriti, un 12enne e un giovane di 29 anni che ha perso la mano destra.

 

L’AUSPICIO

Questo è quanto, quando il numero delle vittime potrebbe sensibilmente salire. Azzardati “fai da te” di alcune vittime, più avanti per motivi di prudenza potrebbero consigliare una corsa ad un presidio sanitario. Resta il fatto che il 2020, sia stato un anno devastante sotto tutti i punti di vista, ma che non ha cambiato di molto la testa degli italiani. L’auspicio, come i messaggi di fine-inizio anno inviati nella chat di “Costruiamo”, è quello che il 2021 sia migliore del suo predecessore. Non ci vuole grande impegno: quello appena “scacciato” è stata una vera sciagura. Tanto che arriviamo ad augurarci anche un 2021 normale, senza “botti”.

«Perché vaccinarsi…»

Michele Conversano, direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’ASL

«In arrivo ventiquattromila dosi settimanali. Priorità ad anziani, ricoverati e operatori sanitari. Poi le categorie più esposte al contagio. In prima istanza chi ha diabete, cardiopatie e broncopatie». E una novantasettenne si preoccupa della sua “primogenita” di dieci figli: «Vaccinate mia figlia di ottantuno anni, pensate a lei e agli altri miei “ragazzi”».

Domenica scorsa il “Vax Day” del quale abbiamo scritto a parte sul nostro sito, “Costruiamo Insieme”. un festivo dedicato alle prime vaccinazioni, il primo passo per debellare la pandemia che ha messo in ginocchio un intero mondo. Ci sono aspetti diversi, seri beninteso, anche se qualcuno di questi riesce a strappare un sorriso in questa prima giornata dedicata alla vaccinazione. Michele Conversano, direttore del Dipartimento di Prevenzione della Asl di Taranto, parla di vaccinazioni, aspettative della somministrazione del medicinale anti-covid messo a punto dalla Pfizer, azienda americana con fabbrica europea in Belgio.

Prime vaccinazioni al personale sanitario, c’è un motivo. «Insieme agli anziani ospiti di istituti di ricovero – dice il direttore, Michele Conversano – gli operatori sanitari sono in cima alla lista delle persone da vaccinare. Quella di domenica scorsa è stata una vaccinazione simbolica fatta sul personale che si troverà a stretto contatto  con quanti si sottoporranno al vaccino nei prossimi giorni».

Vaccino americano, decine di migliaia le dosi che arriveranno a breve. «E’ della “Pfizer”, un vaccino americano partito per l’Italia dagli stabilimenti belgi: 505 dosi per la nostra regione, 80 di queste destinate alla nostra provincia; a giorni comincerà ad arrivare un carico di 24mila dosi settimanali, facendo entrare nel vivo la campagna vaccinale, con le priorità ormai note a tutti, dunque anziani e ricoverati, operatori sanitari e, a seguire, rappresentanti delle forze dell’ordine, insegnanti e farmacisti, fra le categorie che per motivi di lavoro sono più esposte al contagio; in prima istanza, tocca a persone che per età o patologie croniche, hanno diabete, cardiopatie e broncopatie: questi soggetti, più di altri, possono accusare gli effetti più dannosi provocati dal Covid-19».VACCINO 01 - 1 (1)VACCINAZIONE, MEGLIO FARLA

Vaccinazione obbligatoria, oppure volontaria. «Nel nostro Paese questa vaccinazione non è obbligatoria, dunque è su base volontaria; subito un distinguo: quando parliamo di operatori sanitari, dunque di medici, che hanno nel codice deontologico il “fare tutto il possibile per evitare contagi e il diffondersi di malattie”, esiste l’obbligo del vaccinarsi; come sottolineato da molti presidenti degli Ordini dei medici, per noi operatori sanitari la vaccinazione diventa obbligo deontologico ed etico prima che un obbligo di legge».

Perché è importante che i cittadini si sottopongano alla vaccinazione. «Intanto perché credo che sulla pericolosità di questa pandemia non ci siano più dubbi. Solo qualche matto può pensare che il Covid non esista; è una malattia grave che produce centinaia di morti al giorno: qualcuno dice “tanto sono anziani” – ed è bene ricordare che, fra questi, potrebbero esserci congiunti di chiunque, miei e suoi, i nostri affetti più cari che non meritano di morire così soltanto perché lo abbiamo deciso noi – ma non è vero, perché si ammalano persone con sintomatologie gravi, muoiono persone che non hanno novant’anni ma che sono più giovani, quindi è pericoloso; finora io e i colleghi abbiamo combattuto a mani nude contro questo virus, bloccando in casa, in isolamento, in quarantena tanta gente: adesso, finalmente, abbiamo un’arma e non utilizzarla sarebbe da folli».

Volessimo ricorrere a numeri e percentuale dei contagi. «Pensiamo a questo dato: nonostante la prima e la seconda ondata, il 90% della popolazione italiana non ha mai avuto contatto con il virus, pertanto non ha ancora il sistema immunitario per combatterlo; ecco, perché, non appena abbassiamo la guardia aumentano i contagi e, con questi, i morti; a seguire, intervengono lockdown più o meno decisi per cercare di evitare il contagio specie in queste giornate di festa: in questo momento tutto dipende dai nostri comportamenti; mano a mano che aumenterà la copertura vaccinale potremo riappropriarci di una vita più serena e tornare alle vecchie abitudini».VACCINO 02 - 1OBIETTIVO: COPERTURA TOTALE

Di quanto ancora abbiamo bisogno per assicurare una copertura locale e nazionale. «Di questo vaccino ancora non conosciamo una cosa importante: sappiamo che questo è sicuro, efficace al punto che permette al 90-95% dei vaccinati di evitare che si manifesti la malattia: solo con il passare dei mesi comprenderemo quanto questa vaccinazione riuscirà ad impedire anche l’infezione; quindi, sapere che un vaccinato non solo non si ammala, ma non potendosi infettare non è contagioso per gli altri; è questo l’aspetto decisivo per capire di che percentuale di vaccinati avremo bisogno per avere la famosa “immunità di gregge”: in sostanza, se riusciamo ad impedire l’infezione, sarà sufficiente una copertura più bassa e debellare la malattia più rapidamente».

Conversano non vorrebbe pensare a contrattempi. «Speriamo di no, se la vaccinazione evitasse solo la malattia – ma anche questo sarebbe da considerare un passo avanti… – vuol dire che dobbiamo attendere ancora per assistere a una ulteriore modifica della curva del contagio».

Che sciagura è stato il Covid. «Ci ha insegnato tante cose, fra queste almeno un paio. Lo dico con il cuore: innanzitutto, dobbiamo vivere e godere di ogni minuto della nostra vita; eventi simili al contagio da Covid possono metterci in difficoltà in qualsiasi momento; seconda considerazione: ogni euro investito in prevenzione è fondamentale per vivere meglio, prevenire sulle malattie infettive, ma anche sullo stile di vita, è fondamentale».

E UNA 97ENNE, “PENSATE AI MIEI FIGLI”

Un episodio significativo semplifica un tema sul quale abbiamo appena dibattuto. «E’ accaduto domenica in una RSA, Residenza sanitaria assistenziale. Una volta vaccinata una donna di novantasette anni le ho chiesto se non fosse stata contenta per la copertura assicurata dal vaccino; bene, con estremo garbo e sorvolando qualsiasi convenevole, mi ha chiesto “Dottore, mi dice quando vaccinate mia figlia di ottantuno anni?”».

Anche questa vicenda ha un aspetto positivo. «La donna non solo voleva vaccinarsi per evitarsi problemi di salute, ma mentre le facevamo la vaccinazione si preoccupava della figlia ottantunenne, perché la somministrazione della vaccinazione avrebbe messo al sicuro anche la sua primogenita, prima di dieci figli e tutti viventi. Questo attaccamento alla vita è un insegnamento che deve valere per tutti noi». Quando tutto sarà passato, la prossima missione potrebbe essere lo studiare il DNA della novantasettenne e dei suoi figli.

Vax-day a Taranto

Domenica mattina fra “Dipartimento di prevenzione” e “Moscati”

Vaccino somministrato a Michele Conversano, fra i massini dirigenti Asl. A seguire, rappresentanti delle categorie in prima fila per contrastare questa emergenza sanitaria. Comunicato dell’Azienda sanitaria locale. Altre dosi in arrivo il prossimo 3 gennaio

Domenica mattina, alle 9.30, di oggi, nel nuovo Ambulatorio vaccinale del Dipartimento di Prevenzione, con sede in viale Magna Grecia a Taranto, sono state praticate le prime dosi del vaccino anti-covid (come documentato dagli scatti fattici pervenire cortesemente dal fotografo Francesco Manfuso). Primi dieci somministrati al personale del Dipartimento di Prevenzione. Primo a sottoporsi alla vaccinazione è stato il dottor Michele Conversano, direttore del Dipartimento di Prevenzione, che poi ha somministrato il vaccino a una infermiera professionale e ad una assistente sanitaria, in rappresentanza delle categorie dei professionisti che in questi mesi sono stati in prima fila per contrastare questa emergenza sanitaria. A partire da metà gennaio arriveranno le dosi da somministrare prima a medici e sanitari, poi agli anziani e, a seguire, al resto della popolazione della provincia ionica.

Questo il Vax day. Il primo giorno di vaccinazione cui sono stati sottoposti proprio quelli che dovranno poi occuparsi della somministrazione agli altri. Delle ottanta dosi a disposizione della Asl locale, infatti, le prime dieci sono state destinate, si diceva, al personale del Dipartimento di Prevenzione.

DIRETTORE IN PRIMA FILA

Primo a eseguire la vaccinazione, Michele Conversano, direttore del Dipartimento di Prevenzione. A seguire, il resto del personale per proteggere in primo luogo coloro i quali si occupano di vaccinare gli altri. Secondo quanto riferito dall’Asl in un comunicato, si tratta di figure “simbolo” della sanità provinciale: due medici di medicina generale e due pediatri di libera scelta, il personale di una delle Usca operanti sul territorio e, a seguire, sempre nella stessa mattinata di domenica, all’ospedale Moscati, venticinque ospedalieri (cinque persone per ognuna delle unità operative maggiormente attivate nel contrasto al Covid). Sarà il turno di un medico, due infermieri e due operatori socio-sanitari per ognuno dei reparti di Malattie infettive, Pneumologia, Terapia intensiva, 118 e Medicina. La mattinata di vaccinazioni è proseguita con un gruppo di operatori e ospiti di due RSA di Crispiano e Taranto. Il tutto in attesa delle prossime dosi che dovrebbero arrivare il 3 gennaio.

«Basta un poco di Zucchero…»

Mimmo Cavallo e il regalo natalizio di “Sugar”

«Aveva in mente il testo di “Non illudermi così”, poi mi ha fatto questa graditissima sorpresa. Mi stimava da prima che diventassimo amici. Non seguo la moda, ne ho parlato con lui, dobbiamo continuare ad essere noi stessi: se la storia torna da noi, bene, sennò…»

Mimmo Cavallo, cantautore, cantante e autore. Interprete delle proprie canzoni, da “Siamo meridionali” a “Uh, mammà”, autore di brani per Mannoia, Mia Martini, Vanoni, Berté, Syria e Giorgia. Unico a firmare una canzone con il grande giornalista Enzo Biagi, poi a scrivere anche per Morandi e Zucchero. Proprio qust’ultimo,  “Sugar”, gli ha confezionato un bel regalo, una strenna natalizia. Un ricampionamento di “D.O.C.”, raccolta fra editi e inediti. Dopo “Vedo nero”, Zucchero oltre a un brano con Sting stavolta ha messo dentro un altro brano di Cavallo: “Non illudermi così”.

Intanto, auguri di buon Natale e un felice anno nuovo. Cosa hai trovato sotto l’albero: un vaccino anticovid, una canzone, un saluto come quello di Zucchero, che ha tenuto fede a una promessa.

«Era una cosa che in qualche modo già sapevo, lui mi aveva detto che era innamorato del testo di “Non illudermi così”, poi mi ha chiamato giorni fa e mi ha detto che stava per uscire l’album con dentro alcuni inediti, fra questi, il mio. Così ecco la strenna natalizia, il “disco”: vinile più cd».

Parliamo della canzone e del tuo rapporto con Zucchero.

«La canzone. E’ uno dei brani inediti di questa raccolta fra vissuto e novità. Un regalo bellissimo. Ho grande stima di lui e credo che la cosa sia reciproca. Zucchero non è uno che ama cantare le canzoni di altri. Ha relazioni con i grandi, gli capita di cantare Sting, per questo motivo mi sento doppiamente lusingato che mi abbia scelto: come autore e come amico».

Qualcuno ti ha cercato perché facessi da interlocutore?

«Molti mi scrivono, chiedendomi di fargli ascoltare le loro canzoni. Non nascondo, però, che ho difficoltà a far comprendere che Zucchero è difficile che faccia canzoni con altri. Con me si è stabilito un bel rapporto, mi conosceva e mi seguiva da prima che incidesse “Vedo nero”. Quando poi ci siamo incontrati è stata empatia: lui è molto attento ai testi, alle musiche, alle melodie, un ricercatore nato».

Di “Non illudermi così” hai scritto il testo.

«Mi ha detto che gli piaceva molto, alcuni passaggi in particolare: “Credi a ciò che è vero, ama ciò che è raro…”, oppure “Ho piantato un pino, guarda te è nato un pero”; a lui piacciono questi giochi di parole, poi ci ha messo di suo ed ecco la magia di un pezzo tirato fuori dal suo proverbiale cilindro».

Hai sempre goduto di stima fra gli addetti ai lavori.

«Credo di averne. Tanti anni fa ho incontrato Lucio Dalla, con il suo abbraccio mi ha fatto capire l’affetto, un incontro intenso: ho compreso che conosceva e apprezzava quello che facevo. Alla fine credo che gli autori si conoscano fra loro, poi il rapporto con il pubblico è un’altra storia».CAVALLO 02 - MalfattiHai cominciato quarant’anni fa. Com’è cambiato il mondo musicale?

«E’ il mondo ad essere cambiato, il modo di scrivere e comunicare; oggi esistono leggi alle quali non siamo abituati; ognuno di noi è stato abituato a un certo andazzo: casa discografica, manager, produttore; adesso è tutto diverso, c’è facebook, internet, i vari media; è cambiato tanto, la struttura delle canzoni per esempio, il modo di scrivere. Di questo me ne rendo conto, ma ciò non significa seguire questo nuovo modo di scrivere. Anzi, credo che ognuno di noi debba continuare a fare ciò che meglio sa fare.

Ne parlavo proprio con Zucchero l’altro giorno: siamo quasi costretti a scrivere e fare quello che meglio sappiamo fare. Pertanto, o la storia ripassa da noi, oppure pazienza: non posso inventarmi ragazzino o un nuovo modo di scrivere, diverso da quello abituale, che mi è più consono».

C’è una tua canzone scritta e interpretata da altri, che vorresti ricantare?

«Quello che è stato è stato. Certe canzoni che ho dato sono state interpretate splendidamente, la cosa bella è che potrei ricantarle. Ma sinceramente guardo sempre avanti, anche in un momento così complicato come quello che stiamo attraversando. Nel periodo di isolamento ne ho approfittato per scrivere un libro…».

Un libro e non un album?

«Ho lavorato al libro e all’album. Il libro, perché sentivo il bisogno di scrivere qualcosa che da tempo mi frullava nella testa: in sintesi, un ritorno alle origini, ai propri luoghi; tornando, stranamente – sorride, Mimmo – ho trovato amici e conoscenti invecchiati: stranamente, dicevo, perché non ci accorgiamo che gli anni passano per tutti; una sensazione stranissima, come se fossi stato proiettato nel futuro da una macchina del tempo; ho scritto anche di mia madre, mia nonna, il coraggio di una piccola donna, la meschinità degli uomini del Novecento…».

Dipingessi di parole un quadro per il 2021, che soggetto sarebbe: un ritratto, un paesaggio, una festa?

«Una festa. Senza volere essere offensivo nei riguardi di chi non c’è più o colleghi che hanno sofferto, credo sia il caso di reagire e uscirne fuori, non c’è altra soluzione: gli uomini, del resto, hanno superato qualsiasi cosa. Sofferenza e dolore, purtroppo, fanno parte della nostra vita, del nostro DNA…».

Per concludere, visto che ne abbiamo accennato. A quando un album di “riappropriazioni debite”?

«Sarebbe una bella operazione, Zucchero insegna. Come prendere un libro che non è mai stato aperto, anche perché le canzoni quando le dai diventano automaticamente di altri. Ma non mi dispiacerebbe che quanti mi conoscono, mi stimano, dovessero leggermi in quest’altro “libro”. Sarebbe come un viaggio nell’essenziale. Quando scrivo, ricanto a voce alta per sentire il suono delle mie parole: è così che mi rendo conto se sto scrivendo eresie o qualcosa che, invece, funziona. Cantare canzoni scritte da me e che altri hanno interpretato, sarebbe come provarci per la prima volta. E’ un’idea che terrò a mente».

«Vuoi cioccolata?»

Adler, ritrova i bambini cui salvò la vita

Durante la guerra, Bruno, Mafalda e Giuliana, si erano riparati in un cesto. Il militare americano non si dava pace, voleva “riabbracciarli” anche se attraverso il web. Una laboriosa ricerca, poi l’incontro virtuale. La commozione e quella frase d’affetto che sciolse la conversazione fra l’uomo e i tre fratellini. Un giornalista-scrittore, Matteo Incerti, ha dato il via alle ricerche. E tutto è bene…

Dopo settantasei anni quattro amici, un ex soldato americano e tre ex bambini, fratellini, oggi evidentemente in avanti con gli anni e, fortunatamente tutti vivi e vegeti, si rincontrano. Si riabbracciano virtualmente. L’uno, Adler, degli altri, Bruno, Mafalda e Giuliana, aveva perso le tracce. Da anni aveva questo chiodo fisso, ne aveva parlato più di una volta, negli anni, con gli amici, fino a quando non ha insistito nel raccontare la sua storia alla sua badante. «Voglio capire cosa stiano facendo quei tre bambini diventati adulti, cui ofrrii della cioccolata!».

Così, per una volta svoltiamo. Vale la pena raccontare una storia come questa. Tocca tutti da vicino, ma viene da lontano. Lontano negli anni, lo scenario è tutto italiano. E’ una scheggia di umanità che viene fuori dalle pieghe di una guerra che non conosce sentimenti, quando a volte le pallottole diventano “fuoco amico”.

Il ricordo di una cesta e due vecchie foto scattate in una piccola località di Monterenzio (Bologna). Testimoniano uno dei pochi momenti di umanità in un’epoca che di umano aveva poco o niente. In mezzo, un buco di settantasei anni, un lasso di tempo all’interno del quale le vite di quattro persone sono andate avanti, ognuna per la sua strada.

Fino a quando, questione di giorni, l’ex soldato americano Martin Adler, novantasei anni, originario del Bronx, si è ritrovato faccia a faccia (sullo schermo di un computer) con Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi, rispettivamente di ottantatré, ottantadue e settantanove anni. Li aveva visti per la prima e unica volta nell’ottobre del ‘44, quando aveva vent’anni e combatteva sulla Linea Gotica.

MITRA IN PUGNO, CHE PAURA!

Un giorno, insieme al suo compagno d’armi John Bronsky, entrò mitra in pugno in un’abitazione dell’Appennino tosco-emiliano. Da una grande cesta provenivano strani rumori: i due militari del Trecentotrentanovesimo reggimento U.S.A. erano già pronti a fare fuoco, quando una donna corse loro incontro urlando «Bambini, bambini!». Ne uscirono tre fanciulli, due femminucce e un maschietto. E i due militari, sciogliendosi per l’emozione, chiesero il permesso alla mamma dei piccoli di farsi una foto con loro. Un breve momento di felicità, in un’epoca di orrori: non molto lontano da lì si consumò l’eccidio di Monte Sole.

Per settantasei anni le foto di quella minuscola “tregua” dall’incubo quotidiano della guerra sono rimaste in un cassetto dall’altra parte dell’Atlantico. Finché Adler non ha deciso di mettersi alla ricerca dei bambini, aiutato dalla figlia Rachelle. Non conosceva i loro nomi e non sapeva nemmeno il nome del paese in cui si trovava. Ma col suo appello social, che ha raccolto migliaia di condivisioni e commenti, è entrato in contatto anche con Matteo Incerti, giornalista e scrittore reggiano che già in passato ha aiutato persone a mettersi in contatto e riacceso i riflettori su storie quasi dimenticate (l’ultimo libro è “I pellerossa che liberarono l’Italia”).

E BRUNO SENTI’ IL “TG”

Le indagini sono state rapide. È stato Bruno Naldi, il più anziano dei tre fratelli, ad essere raggiunto dalla notizia della ricerca considerata «impossibile»  da tg e stampa: ricordava di soldati americani che presero lui e i fratellini in braccio, donandogli anche dei dolci. E sua sorella Mafalda, in quella foto, si era riconosciuta subito. Bruno ne ha parlato con un suo amico, la cui badante ha poi scritto a Incerti. Chiudendo un cerchio larghissimo. La casa di Monterenzio è ancora in piedi, ma i Naldi non ci vivono più da tanto. Si trasferirono a Castel San Pietro (Bologna) nel ‘53 e vivono ancora lì. Mamma Rosa, che quel giorno gli salvò probabilmente la vita e poi li volle vestiti da festa per la foto con i militari, è morta vent’anni fa.

I tre fratelli, invece, ci sono ancora e in questi giorni hanno incontrato, in videoconferenza, Adler. Il vecchio soldato, alla notizia del ritrovamento, non stava più nella pelle. E oggi come allora, appena partito il collegamento chiede: «Ciao bambini! Vuoi cioccolata?». A raccontarlo è Incerti, nel ringraziare chi in questi giorni ha diffuso la richiesta d’aiuto del soldato Adler: «Come insegnano i miei amici nativi ojibwa e cree il segreto della vita è condividere, perché siamo tutti sull’orlo del tamburo».

«Katy, la Puglia, il cuore della Valle»

Roby Facchinetti, dalle canzoni al primo libro

Una diretta su Facebook è l’occasione per risentirsi. In attesa, Covid permettendo, di tornare fra gli amici e raccontarlo di persona. Copie autografate per i lettori. E poi, la nostra regione. «E’ la mia seconda casa». Una pioggia di foto, una masseria a un fiato da Martina Franca e il suo commento: «Che posto! Da restare senza fiato, arrivooo!». «Burrata, fave e cicoria, consideratemi già lì»

Roby Facchinetti e la Puglia. Un amore sviscerato. L’artista, diplomatico, prova a non si sbilanciarsi più di tanto, i Pooh devono il successo planetario a un “popolo” esagerato che non conosce latitudini. Alla fine, però, ammette: “Considero questa regione come la mia seconda casa». Di recente ci aveva anche confessato un peccato di gola, il pranzo perfetto, «Burrata, fave e foglie, possibilmente in quantità industriale…». E non solo, in quel momento, alla sua telefonata rispondo con una pioggia di foto. Il soggetto è una gran bella masseria, “Don Cataldo”, decine e decine di ettari, location mozzafiato nel cuore della Valle d’Itria, un fiato da Martina Franca. Restaurata e arredata con classe, ha rispetto dell’esistente e, soprattutto, degli animali che vivono indisturbati in ogni angolo. Qui, cavalli, mucche, lepri, galli, galline, oche, circolano indisturbati. Completano un quadro d’altri tempi. «Che posto! Da restare senza fiato, arrivooo!», digita entusiasta Facchinetti. «Affare fatto», risponde il direttore di questo posto incantevole, dove urla e clacson non si sa cosa siano.

L’occasione che ci mette daccapo in contatto con uno dei fondatori dei Pooh, voce di decine e decine di successi, è la presentazione via social del suo primo libro, un vero debutto, come a dire che gli esami non finiscono mai: “Katy per sempre”. Pubblicato da Sperling e Kupfer, duecento pagine di un romanzo. Una sedicenne, Rita, scopre “Piccola Katy”, vi si riconosce al punto tale che da quel momento adotterà quel nome per tutta la vita, per sempre.

«A novembre dovevo girare le librerie italiane per presentare il mio primo romanzo, “Katy per sempre”, ma il secondo decreto ministeriale ha posto un freno a un progetto di fatto solo rinviato. Poi la scomparsa di Stefano D’Orazio, un fratello, qualcosa che mi ha completamente devastato: non era il caso di pensare a programmare giri librari con il cuore a pezzi».ROBY 2 - 1

FACCHINETTI, UN LIBRO, UN SOCIAL

Nel frattempo, Facchinetti incontra gli amici di tre generazioni attraverso il social più collaudato: Facebook. Dunque, diretta con lo store Mondadori di via De Cesare a Taranto e via con la presentazione del suo debutto in veste di scrittore. Tastierista, autore e interprete celebrato, è stato per cinquant’anni con i Pooh, ma mai avrebbe pensato di realizzare un’opera di duecento pagine. E, invece, è accaduto. Dodicimila visualizzazioni, millecento commenti durante la diretta, trentacinquemila post. Un’apoteosi, secondo il direttore dello store tarantino, Carmine Fucci.

Dunque, i Pooh, centinaia di canzoni, successi che hanno fatto cantare almeno tre generazioni. Con Facchinetti, negli anni, hanno scritto per la “banda nel vento”, gli stessi compagni di viaggio: Valerio Negrini, Dodi Battaglia, Red Canzian e Stefano D’Orazio. «Solo pochi giorni fa – ha detto Facchinetti riferendosi alla scomparsa di quest’ultimo, il grande batterista dei Pooh – ho ripreso a fare cose bruscamente interrotte da questa mazzata tremenda».

Una modalità singolare, quasi un debutto “social”. «Mi è sembrata una buona cosa, propedeutica per quello che resta il mio obiettivo principale: riabbracciare i tanti amici dei Pooh con una serie di presentazioni alla prima occasione; quando quella sciagura chiamata Covid sarà definitivamente debellata: un incubo vissuto sulla mia pelle, con la mia Bergamo devastata dal dolore e dalla scomparsa di concittadini, conoscenti, amici, qualcosa di davvero tremendo».

Riflessione dovuta. Il libro, intanto, è già fra i più venduti, nello store tarantino è arrivata una cinquantina di copie autografate dallo stesso musicista già esaurite. Ma c’è ancora una bella scorta. Per Natale il regalo è garantito. Dunque, il libro, strumento inusuale per Facchinetti. «Avevo voglia di misurarmi con la scrittura – così spiega l’artista la sua scelta – vedere fino in fondo se avessi imparato a raccontare con tempi evidentemente diversi una storia; doveva esserci una scintilla, però, e questa è arrivata sul filo di lana: ultimo concerto dei Pooh, Casalecchio di Reno, 30 dicembre del 2016; frastornato da una marea di sentimenti, mi raccolgo in camerino solo con i miei pensieri: accendo il cellulare, decine di messaggi, un’emozione dietro l’altra; fra questi, uno in particolare…».Don cataldo

 CHE ROMANZO LA VITA…

E qui comincia il racconto.  «“Caro Roby – riprende Facchinetti – questa sera tutto è finito, anche la mia vita con voi, quella che conosci e potrai raccontare, se vuoi, Katy”. Lei, una fan dei Pooh. A sedici anni aveva scoperto la nostra musica senza più abbandonarla. Era partita da “Piccola Katy”, canzone nella quale si era riconosciuta al punto tale da assumerne il nome: la sua vita, a tratti felice, a tratti sofferta, aveva avuto una compagna fedele: la musica dei Pooh che, mi confessò, l’aveva salvata».

Le canzoni dei Pooh a braccetto con il carattere di Katy. «Una vita fatta di scoperte, amori, delusioni, momenti felici e cadute dalle quali poi riprendersi con più forza; la sua è una delle storie di ragazze e ragazzi che volevano cambiare il mondo e spesso si identificavano con le canzoni, italiane e straniere, che circolavano dall’inizio della storia, cioè dal ’68 in poi, anno di rivoluzioni e proteste; una ragazza sedicenne, una fuga-non-fuga di casa, un continuo confronto con amici e passioni. E, in tutto questo, le nostre canzoni a fare da cornice…».

Valerio Negrini diceva che i Pooh avevano ormai scritto tutto sull’amore, ma la canzone più bella, forse, sarebbe potuta ancora arrivare ancora da un momento all’altro. «Valerio era un grande – spiega Roby – senza lui non ci sarebbero stati i Pooh, senza le sue poesie non ci sarebbero state emozioni trasmesse, con la mia musica se vuoi, in questi cinquant’anni; anche Stefano è stato una grande scoperta: l’uomo lo hanno conosciuto in tanti, ma come autore, non solo di testi, ma anche di libri, è stato uno straordinario interprete di grandi sentimenti, basta prendere alcune delle sue canzoni: con lui avevo in piedi un progetto che presto tirerò fuori. Ma adesso, in un’altalena di emozioni, c’è lei, Katy: Rita, una ragazza più che adolescente, che un giorno ascoltò una canzone “rivoluzionaria” dei Pooh, scegliendo di cambiarsi nome, perché fosse Katy per sempre».

«Voglio emozionarmi ancora»

Dodi Battaglia, ex Pooh, torna con “One Sky” duetto con Di Meola

«Al, origini avellinesi, l’ho conosciuto al compleanno di Zucchero. Improvvisammo un blues. Una festa collaborare con lui, è stato come se un calciatore in erba palleggiasse con Ronaldo. Prima i messaggi, poi il brano insieme. Infine un complimento, quando gli ho fatto ascoltare miei brani acustici: “Bravo, sembro io!”. E via emoticon, dai cuoricini alle chitarrine…»

E’ il leggendario chitarrista dei Pooh. Decine di milioni di dischi venduti, tre album solistici, due lauree, un nuovo progetto, “One sky”, duetto con Al Di Meola. Prima di entrare in argomento,  Dodi Battaglia rivolge un pensiero a Stefano D’Orazio, “amico per sempre”, scomparso nei giorni scorsi.

«Non è uno dei momenti più smaglianti, io e i miei “amici per sempre” abbiamo una ferita che ci farà male per chissà quanto tempo ancora; credo, però, che la volontà di Stefano fosse quella che noi tutti, anche in una simile circostanza, continuassimo a mantenere il sorriso: Stefano ci aveva insegnato anche questo, così credo non ci sia modo più bello come ricordarlo con la nostra musica».

E veniamo a “One sky”. Dove si incontrano prima fisicamente e poi tecnicamente il pop rock di Battaglia e il jazz di Di Meola?

«Avviene per caso. Primo incontro, fortuito, durante un compleanno di Zucchero, festeggiava gli anni insieme con Gino Paoli; ci ritrovammo come Sorapis (Battaglia, Vandelli, Maggi, Zanotti, Torpedine, gruppo musicale di amici del quale è leader lo stesso Fornaciari, ndr) a suonare su un palcoscenico: in platea c’era Di Meola, in quel periodo in tournée in Italia; Zucchero mi si avvicinò, mi indicò Al e con lui concordammo un blues: ci divertimmo un sacco…».dodi 3 - 1Ma la scintilla scoccò molti anni dopo.

«Dopo circa venti anni, un amico che vive in Sardegna avanzò la proposta: ti piacerebbe fare qualcosa con Di Meola? Risposta scontata, la mia: come chiedere a un ragazzino che gioca al calcio di fare due palleggi con Ronaldo. Avevo in mente sei note essenziali, “One sky, one world, one you…”, uno stesso cielo, uno stesso mondo, una stessa donna: questa l’idea messa in musica; ho inviato ad Al i primi provini, gli sono subito piaciuti: in un momento di lockdown, io nel mio studio a Bologna, lui nel suo, in New Jersey, abbiamo cominciato a scambiarci idee e messaggi fino a quando non è venuta fuori “One sky”; curiosità: come spesso accade a noi italiani, il brano ha registrato un certo successo prima all’estero, in particolare Stati Uniti, Inghilterra e Germania; di questo risultato sono orgoglioso come musicista, ma soprattutto come italiano: forse è il caso di cominciare a far passare il concetto che oltre a Leonardo, Michelangelo, Verdi, Puccini, Ferrari, Pavarotti e Bocelli – i primi nomi che mi vengono in mente – gli italiani siano capaci di produrre ancora arte, per giunta in un momento così grave quanto inatteso…».

Se dicessi “Friday night in San Francisco – Di Meola, De Lucia, Mc Laughlin”, un concerto che risale a quarant’anni fa?

«Ricordo perfettamente il concerto e una persona, non distante da me e te – te, in poche parole… – che mi regalò un fantastico “nastro”…».

Ricordi anche questo?

«Mi regalasti un’audiocassetta, quasi fosse una reliquia, una straordinaria anteprima: in compagnia di quell’album viaggiai tutta un’estate. E, a proposito di Di Meola, è stato proprio lui ad anticiparmi un progetto che risale a quel tour: ha ritrovato le registrazioni di quei concerti nel corso dei quali ogni sera insieme con De Lucia e Mc Laughlin suonava brani sempre diversi; aspettiamoci che di qui a poco esca un nuovo album che, verosimilmente, si intitolerà “Saturday night in San Francisco”: sentendo parlare di questo progetto legato a quei concerti mi è venuta in mente quella sera…».dodi 8 - 1Di Meola, De Lucia, Mc Laughlin, tre mostri sacri della chitarra.

«Anche se tre chitarristi “acustici”, insieme hanno rivoluzionato la tecnica della chitarra. In passato, la chitarra aveva avuto il suo momento magico con Beatles e Rolling Stones, ma questo strumento si è sviluppato nel mondo grazie a questi tre miti della “sei corde”; in mezzo a tutto questo, non dimenticherei un certo Jimi Hendrix che non tanto in prosa quanto in musica “disse” un bel giorno: “Signori, la chitarra si suona così…”».

Breve aneddoto con Di Meola.

«Uno scambio di file, fra questi i brani del mio album acustico “D’assolo”: a lui sono piaciuti talmente tanto – sorride Battaglia – che complimentandosi mi ha detto: “Bravo, sembro io!”».

Battaglia, che album sarà il prossimo?

«Parte da “One sky”, ma l’dea è il realizzare un lavoro che non abbia riferimenti precisi, se non la voglia di fare qualcosa di diverso e importante al tempo stesso, come a dire – ad opera finita – “Ascolta che bella cosa ho fatto!”: qualcosa che unisca insieme emozione a soddisfazione. Chi fa questo mestiere detesta la noia e si spende solo per le cose che lo intrigano, lo gratificano. L’album raccoglierà canzoni meno strumentali di “One sky”, con un approccio pop, ma con momenti importanti dal punto di vista strumentale: “soli”, parti melodiche, chitarristiche, insomma il sunto del mio modo di suonare. Il successo internazionale che sta avendo “One sky”, inoltre, mi sta dando la carica giusta per affrontare la realizzazione di questo album che uscirà nei primi mesi del prossimo anno».dodi 2 - 1 (1)Cento milioni di dischi venduti, due lauree, titoli onorifici. C’è qualcosa che ti emoziona ancora?

«Vivo di musica da quando avevo cinque anni. Vengo da una famiglia di musicisti, mastico le sette note come fossero tortellini: vivo a Bologna, a cinquanta metri da casa mia abita Vasco, a cento Carboni, più avanti Cremonini, per fare dei nomi, come a dire che nella mia terra musica ed emozioni vanno a braccetto; faccio musica per mestiere e questo puoi farlo così a lungo solo se hai entusiasmo. E’ una “conditio sine qua non”, una condizione essenziale. Pensa, una volta, prima di un concerto, sono andato a salutare in camerino un artista molto noto; gli rivolsi il mio cordiale “in bocca al lupo”, quando mi sentii rispondere: “Grazie, vado, faccio questa “marchetta” e torno!”. In quel momento non so cosa gli avrei fatto: chi fa questo lavoro deve avere rispetto per l’arte che il Cielo gli ha donato e per il pubblico che si emoziona, applaude; un concerto per cento, mille, diecimila persone ogni sera è un momento straordinario mai uguale a se stesso, un corpo a corpo, un dare e avere emozioni. Altro che marchetta, se ci penso ancora…».

Per finire, “One sky” ha unito due mondi diversi, quello tuo e quello di Al Di Meola, cosa pensi vi abbia avvicinato?

«Forse non tutti sanno che Al è di origine campana, di un paese in provincia di Avellino; credo che ad una certa età, quella mia e quella sua, si senta il bisogno di tornare alle proprie radici: a me spesso capita di recarmi nella parrocchia in cui sono cresciuto per riappropriarmi delle emozioni di una volta; mi rivedo come ero, rispetto a come sono e come sto per diventare: non si vive in bilico fra adesso e il futuro. Per Al penso sia stata l’occasione per riavvicinarsi al suo passato, alla sua italianità: lui è un musicista jazz, americano, distaccato da certe nostre abitudini; bene, da quando abbiamo iniziato questo rapporto professionale, oggi molto amichevole, mi riempie di emoticon con chitarrine e cuoricini; mi ha scritto una cosa molto bella su Stefano, a proposito del bene che io e D’Orazio ci volevamo; penso faccia parte del suo lato italiano, quello più umano. Ecco cosa mi ha regalato e spero mi regali questa grande avventura che è la musica. C’è tanto ancora da emozionarsi».

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