Alda, la tarantina

Silvano Trevisani e la sua opera sulla Merini, straordinaria poetessa

Scomparsa nel novembre di dieci anni fa, il giornalista-scrittore illustra in “Alda Merini, tarantina, in viaggio con lei nella Puglia poetica (“Macabor”) un aspetto inedito della grande autrice. Sposata con Michele Pierri, poeta tarantino, scoperta dal critico Giacinto Spagnoletti, anche lui tarantino, trascorre un periodo a Taranto. «Amava la poesia in genere, anche quella di chi, come me, Carrieri e De Mitri si cimentava con la composizione in versi»

Claudio Frascella

In questi giorni si è celebrato il decimo anniversario della scomparsa di Alda Merini, deceduta l’1 novembre del 2009 a 78 anni. La poetessa milanese per un periodo aveva vissuto anche a Taranto, sposata in seconde nozze con Michele Pierri, anche lui poeta. A proposito di questa sua permanenza sulle rive dello Ionio, abbiamo ospitato negli studi di “Costruiamo Insieme” in via Cavallotti a Taranto, il giornalista-scrittore Silvano Trevisani. Autore di una terza opera sulla poetessa, Trevisani ci ha illustrato nei dettagli il libro “Alda Merini, tarantina, in viaggio con lei nella Puglia poetica, edito da “Macabor”.

Trevisani, una raccolta di testimonianze su una delle poetesse italiane più amate. Quanto era importante fare chiarezza su Alda Merini “tarantina”?

«Molto, ai tempi in cui curavo la pagina del Corriere del giorno, mi capitava spesso di leggere notizie imprecise sulla vita della Merini e, soprattutto, di biografie che ignoravano il periodo tarantino della poetessa del quale non molti – secondo informazioni che circolavano a quei tempi – era a conoscenza. In quelle “bio”, spesso si concludeva drammaticamente, con “l’internamento della Merini nel manicomio di Taranto, nel quale trascorre un lungo periodo”. Un qualcosa che, francamente, non solo al sottoscritto, provocava fastidio. Fra le imprecisioni: Taranto non è mai stata sede di un manicomio; lei non è mai stata “internata”, piuttosto – rimasta sola, il marito malato terminale… – ha trascorso solo alcuni giorni nell’ospedale SS. Annunziata; qui, fra le altre cose, la Merini aveva trascorso un bel periodo, tanto che mi è sembrato giusto ricostruire quei giorni e ripristinare la verità».TREVISANI 01 - 1Un libro-raccolta di poesie e contributi, ha richiesto un lungo lavoro.

«Più di un anno per trecento pagine. E’ il mio terzo lavoro su Alda Merini. Il primo è stato una ricostruzione documentaria sugli anni tarantini di una delle poetesse italiane più amate, revisione della sua biografia compresa, pubblicata in passato dall’editore “Manni”; su un altro volume, “Furibonda cresce la notte”, pubblicai inediti e introduzione.

In quest’ultimo volume, invece, ho compiuto una sintesi del suo periodo tarantino così da inserirla nella storia della poesia pugliese di cui lei ha fatto parte. Ospite del libro Michele Pierri, suo marito, tarantino anche lui, uno dei più grandi poeti del Novecento; ho pubblicato, inoltre, opere di altri poeti pugliesi, fra questi i tarantini Cosimo Fornaro, Giovanna Sìcari, un omaggio rivolto alla Merini da parte dei nostri poeti viventi, fra questi Dino De Mitri. Non è stato semplice raccordare un progetto così articolato, raccogliere i contributi di studiosi importanti».

Alda Merini, qual è stata l’impressione del cronista?

«Ho sempre scritto poesie e il riferimento di noi giovani era Giacinto Spagnoletti, grande critico, scopritore di Alda Merini, personaggio inarrivabile, per mille motivi. Per me, Angelo Carrieri, Giulio De Mitri, faceva da tramite lo stesso Pierri, medico senza eguali, antifascista, politico impegnato e grande poeta. Era a casa di Pierri che incontravo Alda, ogni volta era una scoperta; la prima cosa che faceva: ti sfilava le poesie dalle mani e le leggeva per entrare nel tuo mondo, comprendere chi fossi, cosa scrivessi, per poi declamarti le ultime cose da lei scritte.

Quando lei e Pierri si sposarono, dal Corriere mandarono una collega per un servizio. Una cronaca leggera, Alda aveva anche toni festosi; era generosa: acquistava qualsiasi cosa per regalarla a persone a lei care; passava interi pomeriggi al ristorante “da Basile”: dopo pranzo amava intrattenersi e parlare di tutto con gli altri clienti del locale, fra una sigaretta e l’altra, lei accanita fumatrice.

Scrisse a un poeta tarantino, Pasquale Pinto: “Abbiamo molte similitudini”, poi “mi piaci, perché sei buono”; era molto attenta a quanto accadeva, amava scrivere recensioni su qualsiasi cosa esprimesse arte. Quando il Corriere chiuse – editore introvabile – lei con il marito e altri tre intellettuali firmò un manifesto a difesa e rilancio del Corriere del giorno. Questo per far comprendere quanto lei fosse dentro le cose».TREVISANI 04 - 1 “Alda Merini, tarantina, in viaggio con lei nella Puglia poetica”, nella bibliografia della poetessa, questo libro dove potrebbe essere collocato?

«Forse nelle creazioni di Alda. Passa in rassegna due momenti poetici molto importanti. Due poesie significative dedicate a Taranto, per esempio: la prima, quando sognava di venire in città, mentre non riusciva a convincere Michele; l’altra, quando ripartì da qui, sapendo che non vi tornerà più. Nel libro, un intervento poetico della figlia maggiore, Emanuela, che per la mia presentazione ufficiale ha inviato un messaggio video; una foto della terzogenita di Alda, Barbara, invece, l’ho pubblicata su un altro mio volume: in una intervista rilasciata al Corriere della sera su una sua breve permanenza in casa Pierri, Barbara ebbe a dire di essere stata trattata come un regina: la cosa non mi meravigliò, Michele era fatto così, un generoso. Credo, inoltre, sia stato importante coinvolgere altri scrittori in questo viaggio con lei nella Puglia poetica».

Uno sforzo. Secondo te, cosa avrebbe detto Alda Merini se avesse visto tutto questo interesse attorno a sé oggi?

«Si sarebbe commossa, avrebbe invitato tutti a cena: amava circondarsi di gente, di poeti anche alle prime armi, avrebbe letto i loro scritti e avrebbe dispensato consigli sul come scrivere e approcciarsi a un mondo così affascinante come quello della poesia».

«Cominciamo da lui!»

Ouattara, ivoriano, racconta una violenza inaudita

Un amico freddato con un colpo di pistola. «E’ accaduto in Libia, una banda di malfattori priva di scrupoli. Agivano spesso con il volto coperto. Volevano i nostri soldi, quando un giorno Ali, provò a far capire che non ne avevamo. Uno di questi non ci pensò due volte, voleva dare un esempio a noi altri e sparò a bruciapelo…».

«Non avete soldi? Peggio per voi, cominciamo da lui!». Un colpo in pieno petto e per Ali, giovane maliano con tanti sogni nella testa e nel cuore, non c’è più niente da fare. Un giovanotto, incappucciato e mosso da una inaudita violenza, spacca in due il cuore di quel ragazzo che stava provando a mettere insieme soldi che gli permettessero di pagarsi il viaggio della speranza. Sembra una scena sbucata da un film di Quentin Tarantino, protagonisti killer che sparano a bruciapelo come fossero a un tiro a segno del luna-park. Ce lo racconta il ventiseienne Ouattarà, pronuncia alla francese, con tanto di accento finale, lui che è cittadino della Costa d’Avorio, dove si parla la lingua transalpina e da dove lui, come tanti suoi connazionali, scappano per cercare un futuro migliore. «Lavoravamo in Libia, una società di costruzioni, e ogni settimana, più o meno – racconta – subivamo una rapina: non facevamo in tempo a tirare un sospiro di sollievo per aver messo un altro mattoncino nel costruirci il nostro sogno, che nell’abitazione nella quale io e altri colleghi, muratori come me abitavamo, che la solita banda di malviventi penetrava con volto coperto e pistole in pugno per chiederci il danaro che avevamo appena riscosso per il nostro lavoro».

Storie di inaudita violenza, si diceva. «La sera – ricorda il giovane ivoriano – prima di addormentarci sfiniti dalla fatica, a turno ci raccontavamo i nostri sogni, non sempre finivamo di parlarne, c’era sempre chi si addormentava prima del finale». Quando un brutto giorno, un brusco risveglio. «Malviventi, pistola in pugno, ci intimano di consegnare loro i nostri risparmi: una volta mi era anche capitato di sentire il freddo di una canna di pistola puntata alla tempia: gente che faceva seriamente, tanto che non fecero sconti al povero Ali, freddato con un colpo solo; potevo essere io, la vittima, una roulette mortale degna del “Cacciatore” di Cimino».

FUGA DALLA “COSTA”…

La storia di Ouattarà, comincia dalla prima fuga. «Costa d’Avorio, conflitto civile, non sai se torni a casa: si spara ovunque, per le strade, nelle attività commerciali, nei bar, in atto c’è una vera e propria guerra xenofoba; secondo il governo doveva passare l’idea di “ivorianità”, l’appartenenza allo Stato e ad un’idea di razza eletta; per le milizie qualsiasi cosa rappresentava un buon motivo per picchiare, sparare: così, io e alcuni miei amici decidemmo di fuggire».

Una fuga a malincuore. «A casa, mamma, non ce la faceva più a mantenermi, a sfamarmi e farmi studiare, così sono andato via. Ricordo l’attività, un negozietto di abbigliamento nel quale a malapena la mamma guadagnava quel poco che serviva per mangiare».

Il negozietto affascina Ouattarà, tanto che esprime un desiderio. «Uno di quelli grandi – sorride – qui, in Italia, capitale della moda, mi piacerebbe fare il commesso in un grande negozio di abbigliamento, uno di quelli che si vedono al cinema: ecco, il sogno sarebbe un selfie fra banconi e scaffali da mandare a mamma, come se avessi realizzato un sogno; mi è capitato spesso di sfogliare vecchi giornali, leggevo di Parigi e Milano, di via Montenapoleone, bello se un giorno lavorassi in uno di quegli atelier…».

«Milano e Parigi, c’è un perché – spiega il giovane ivoriano – lì risiedono già miei amici: non vado lì per fare lo stilista, ma trovare un posto per fare il commesso, se poi mi capitasse di farlo in via Montenapoleone e, per giunta, in uno di quei negozi esclusivi, farei salti di gioia».

MILANO, FORSE PARIGI…

Milano, forse Parigi. «Ho un cognato in Francia; mia sorella, più grande, trentuno anni, aspetta momento e denaro sufficiente per raggiungerlo: non è facile, sarebbe però l’occasione per ricongiungerci, riabbracciarci, stare insieme qualche giorno nella massima serenità e provare a dimenticarci miserie e tragedie non solo di un Paese, ma di un intero continente».

Il viaggio di Ouattarà verso la libertà. «Partito da casa con pochi spiccioli – ricorda – arrivo in Mali, i soldi finiscono presto; il viaggio prosegue con un signore: “Mi pagherai con il lavoro, sai fare il muratore?”, è la fame a spingermi a imparare in fretta; una settimana di lavoro, poi resto con il mio benefattore per mettere insieme altri soldi: trovo casa, divido l’affitto con altri ragazzi in cerca della stessa libertà, subisco con loro mediamente una rapina a settimana; ogni volta mi tocca ricominciare, tanto che per mettere insieme i soldi necessari per pagarmi il viaggio ci ho messo tredici mesi; alla fine, però, sono arrivato in Italia, a Tarano: voglio imparare la vostra lingua, mi dicono che sto compiendo passi da gigante, così spero di partire e raggiungere finalmente i miei amici a Milano e, perché no, mia sorella e mio cognato a Parigi».

«Un vita terrificante!»

Mdhelal, racconta violenze inaudite e fuga

«Mio padre morto per un male incurabile, mio fratello assassinato a diciassette anni, mia sorella rapita e mai più riabbracciata. Mia madre mi implorò di fuggire per evitare la stessa fine. Denunce e processi mai celebrati, è così che va…»

Sembra uno di quei film di Coppola o Scorsese, pieni di sangue. E la vita che costa meno di un proiettile. E’ una storia di una violenza inaudita, protagonista Mdhelal, una trentina di anni, origini bengalesi, passato attraverso India, Grecia, Francia e Italia. Trova ospitalità nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” e, poco dopo, un lavoro, in un caseificio. Ragazzo attivo, perbene, fa subito amicizia con i colleghi di lavoro, diventa uno dei più apprezzati e stimati collaboratori del titolare dell’attività nella quale è impiegato. Sorride, dicono gli amici, vederlo ridere pressoché impossibile. E ha tutte le ragioni di questo mondo. I colleghi sanno che Mdhelal ha lasciato il Bangladesh per trovare lavoro, vivere una vita normale, fatta di lavoro e soddisfazioni, anche piccole, non importa. Non è così, purtroppo.

La storia di questo giovanotto, a tratti silente, altre volte un fiume in piena, è di quelle che provocano brividi solo a pensarci. Figurarsi a lui, che questa vicenda l’ha vissuta sulla sua pelle per almeno una quindicina di anni. «Mio fratello, Dulal, due anni più grande di me, aveva diciassette anni: freddato con due colpi alla schiena, lo avevano trascinato in affari sporchi, non poteva più uscirne; mia sorella Nearon, rapita con un violento blitz in casa nostra e usata come strumento di persuasione: di lei, da quel maledetto giorno, mai più traccia; mio padre, purtroppo, a causa di un brutto male ci aveva lasciati soli e con pochi risparmi…».

Anche quei pochi soldi entrano in scena. Non servono, se non ad accelerare la condanna di Dulal. «Non c’era verso di fare uscire mio fratello da quel “business”, un traffico di droga internazionale: offrimmo denaro, quel poco che avevamo per riscattare mio fratello; purtroppo con quel gesto firmammo la sua condanna a morte».

DULAL, DUE “COLPI” ALLA SCHIENA

Una storiaccia. «Lo avevano prelevato da casa – racconta Mdhelal – avevano notato quanto fosse sveglio, quello che faceva al caso loro: Dulal avrebbe dovuto presidiare la linea di confine fra Bangladesh e India; dalle mie parti per certi reati non si scherza, il codice penale prevede condanne feroci, così avevano messo in conto anche che facendo quella sporca attività più di qualcuno ci avrebbe rimesso la vita: mio fratello, un predestinato. Gli avevano subito messo in mano una pistola, come fosse stato un rito, una sorta di patto di sangue: da quel momento la sua vita era compromessa, i suoi compagni di affari avevano un volto e un nome e lui non avrebbe potuto più tirarsi indietro».

Il malessere quotidiano per questo ragazzo che ha il suo destino segnato, esplode in una notte. Ha il volto e la voce di alcuni amici di famiglia. «Arrivarono a casa, al buio, sottovoce le prime parole, sussurrate a mia madre che un istante dopo non riesce a trattenere le urla: mio fratello è stato rinvenuto in un fosso, due colpi di pistola alla schiena, una esecuzione in piena regola».

Più che vendetta, sete di giustizia. «Un amico poliziotto ci consiglia che il sistema per farla pagare cara agli assassini ci sarebbe: una denuncia in piena regola, con nomi, cognomi e dettagli su malfattori, ricatti e arruolamento forzato di mio fratello. Ci vuole coraggio, una cosa che ci aveva lasciato in eredità mio padre: denunciamo capo e complici, che vengono tratti in arresto. La legge in Bangladesh è molto articolata, troppo. La sensazione che si ricava è che, come al solito, l’unica cosa che conti è il denaro: con quello puoi pagarti la cauzione e comprare qualsiasi cosa, anche i processi: infatti a un certo punto spariscono le carte per istruire il processo, così in attesa che la causa venga ricomposta, la banda al completo viene rimessa in libertà».

NEARON, MIA SORELLA, RAPITA

Durante la notte Mdhelal e famiglia, cioè mamma e sorella, subiscono una spedizione punitiva. «Entrano in casa, da porte e finestre, spengono i lumi: in pochi istanti succede di tutto, ci picchiano violentemente e non c’è verso che la mamma implori di lasciare stare i due figlioli – noi appena ragazzini – e di prendersela solo con lei, autrice della denuncia; io avevo provato a trovare scampo sotto il letto, mi afferrarono dalle gambe e mi tirarono fuori riempiendomi di botte: mi risvegliai poco dopo; avevano trascinato via con forza mia sorella: era diventata la loro assicurazione, con lei nelle loro mani noi non avremmo più mosso un dito, ma da quel giorno non abbiamo avuto più sue notizie».

La mamma piange in continuazione. «Adesso implorava me perché fuggissi: parto per l’India, arrivo in Grecia, mi fermo in Francia, ma è in Italia che riesco a trovare un po’ di serenità. Prima di arrivare qui, incontro solo facce preoccupate, mai un sorriso, quando chiedi di una strada oppure offri una parte della tua colazione. E’ qui che ho trovato il mio primo impiego: ho girato e rigirato, non volevo essere un peso, ospite sì ma dovevo attivarmi, trovare qualcosa da fare; così ho imparato un primo mestiere e, soprattutto, un po’ di serenità, la cosa che conforta mia madre a distanza quando le parlo di me e dell’Italia: una famiglia distrutta, mio padre portato via da un male incurabile, mio fratello giustiziato dalla malavita, mia sorella rapita. Di Nearon nessuna traccia. La speranza è quella che un giorno o l’altro possa tornare fra le braccia di mia madre, che sento spesso: è addolorata, mi incoraggia a proseguire nel lavoro e a non cadere in qualsiasi tentazione». Una vita costellata da atti di violenza. «Spero sia finita, sono musulmano, prego perché un giorno mia sorella Nearon possa tornare a casa, sono trascorsi più di quindici anni ma nutriamo sempre la speranza che un giorno la si possa riabbracciare».

«Vogliamoci bene»

Giovanni Orlando, presidente Avis Taranto

«Donare è un atto d’amore verso se stessi. I giovani lo fanno sempre meno spesso, anche a causa di piercing e tatuaggi. Andiamo nelle scuole, nelle parrocchie, ma occorre rispondere agli appelli. Esami gratuiti che talvolta possono salvare una vita…»

Ancora un incontro all’interno della nostra rubrica “Assistenti e assistiti”. Questa volta, nostro interlocutore è il rappresentante di una delle associazioni più impegnate sul territorio, il dott. Giovanni Orlando, presidente dell’AVIS Taranto.

Prima di entrare nel dettaglio e negli impegni dell’Associazione, un po’ di storia.

«L’Avis nazionale nasce nel 1927, su iniziativa di un ginecologo milanese; oggi l’associazione è presente in tutti i comuni italiani, noi abbiamo sedi a Taranto, ma anche in provincia; l’Associazione presente sul territorio nasce negli Anni 60, si attiva ma non trova evidentemente interlocutori giusti così chiude per rinascere nel 1995 per iniziativa di un gruppo di Vigili del fuoco – la nostra stessa associazione è intitolata a Ciro Lucchese, vigile del fuoco prematuramente scomparso – all’epoca prestavo servizio proprio a bordo delle ambulanze dei VdF, fu allora che mi invitarono a rivestire un ruolo di riferimento della rinata associazione».

Programmi, obiettivi nei quali quotidianamente l’Avis comunale di Taranto è impegnato.

«Il nostro compito è quello di reperire donatori di sangue, divulgando il nostro impegno e l’importanza della donazione; lo facciamo recandoci nelle scuole, nelle parrocchie, nelle comunità che ci ospitano e chiedono aiuto. E’ bene ricordare che il sangue è un farmaco salvavita, non si può fabbricare in laboratorio, ma si può solo donare o ricevere in dono: non ci fossero donatori i bisognosi non potrebbero sopravvivere ad alcune patologie gravi».I GIORNI Orlando articolo 3Come reagiscono gli studenti quando fate lezioni di donazione del sangue.

«Nonostante il nostro impegno, purtroppo negli ultimi anni abbiamo registrato un calo nelle donazioni, con ogni probabilità dovute a normative che limitano la donazione del sangue; questo a causa di tatuaggi e piercing, talvolta anche per via dell’uso di sostanze stupefacenti, anche se leggére… quando ci rechiamo nelle scuole e ci imbattiamo in ragazzi con tatuaggi e piercing non possiamo intervenire, anzi abbiamo l’obbligo di sospendere per almeno quattro mesi le attività di chi, donatore, nel frattempo ha fatto ricorso a simili pratiche sulla propria pelle».

Ricambio generazionale, è sempre uno dei problemi registrati dalle associazioni di volontariato.

«E’ uno dei problemi principali, considerando la media sempre troppo alta rispetti a quanti fanno donazione; ad onor del vero, quando gli studenti vengono responsabilizzati rispondono con grande generosità; mi piace ricordare che donare è importante, ma nello stesso tempo è un atto di prevenzione per chi dona:  quando si va a donare il sangue con gli esami ematochimici gratuiti il donatore può scoprire patologie o gravi patologie sulle quali intervenire tempestivamente limitando eventuali danni…».I GIORNI Orlando 3Come avviene la raccolta. Un potenziale donatore come fa a mettersi in contatto con l’Avis di Taranto.

«La raccolta avviene grazie all’Asl di Taranto, chiunque voglia donare sangue, può farlo recandosi nei giorni feriali nel Centro trasfusionale dell’ospedale SS. Annunziata al mattino, dalle 8.30 alle 11.30; un lavoro importante, inoltre, è quello svolto dalle autoemoteche, impegnate nei giorni infrasettimanali, ma anche in quelli festivi; poi donazioni è possibile farle nei punti di raccolta negli ospedali di Manduria, Martina Franca e Castellaneta; il periodo estivo è quello più critico: la gente va in vacanza, la donazione passa in secondo piano, ma è proprio in estate che, purtroppo, si verificano più incidenti, così l’invito a chiunque fosse interessato alla donazione è quello di ascoltare e rispondere agli appelli spesso lanciati dagli social e organi di informazione in occasione di sinistri stradali che provocano vittime che necessitano urgente bisogno di sangue».

Donare è fare bene anche a se stessi, come aprire un conticino in banca. Un giorno potremmo averne bisogno noi.

«Chi non ha esenzioni-ticket e dovesse fare un check-up ematochimico completo, andrebbe a pagare non meno di 150 euro: questi esami, invece, glieli fa gratuitamente l’Asl nel momento in cui si sta donando il sangue. Ricordo un episodio: una ragazza diciottenne in ottima salute, un giorno si recò  a fare donazione, quando le  fecero l’emocromo – il piccolo prelievo che prelude alla donazione – il personale medico scoprì che la ragazza aveva una forte anemia; a quel punto si attivarono ulteriori accertamenti, evidenziando patologie serie, ma per fortuna scoperte in tempo. Insomma, il gesto d’amore nei confronti del prossimo ha salvato la vita alla ragazza».

Per concludere un appello.

«Lo abbiamo in qualche modo accennato. Chiunque sia in grado di donare, si sente in buona salute, non ha patologie particolari, rivolga un pensiero al prossimo, specie in un periodo di grande difficoltà come quello attuale».

«A casa, di corsa!»

Dramane, maliano, ha in testa il ritorno

«Quando si aggiusteranno un po’ di cose, voglio riabbracciare mio padre. Fuggito a causa della guerra civile, torturato in Libia, arrivato in Italia. Ho imparato l’arte della frutta e della cucina…»

«Ho visto cinque, poi sei cadaveri in mare, durante il mio viaggio per l’Italia: orribile, non dimenticherò mai quelle immagini, ho ancora gli incubi!». Dramane, omonimo di un altro ragazzo ivoriano ospitato dal Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta il suo viaggio dalle coste libiche a quelle italiane. «C’è una bella differenza – spiega – fra cinque o sei cadaveri, me ne rendo conto, ma sfido chiunque ad essere imbarcato in alto mare con onde alte quanto palazzi a sbatterti da una parte all’altra, con la paura che possa finire tu stesso in acqua e contare quei corpi che galleggiano davanti ai tuoi occhi: ognuno di noi – eravamo a decine – si era rifugiato sul primo barcone avvistato, svuotate le tasche dal denaro che avevamo e pagato chi ci avrebbe condotti in salvo; in quei momenti, in mare, avevamo una paura esagerata: pensavamo solo a portare in salvo la pelle, non a contare i defunti che ci galleggiavano ora a dieci, ora a cento metri: pregavamo, invocavamo il Cielo che quella tempesta finisse, che il mare tornasse una tavola – si dice così, vero? – e che potessimo viaggiare più serenamente verso l’Italia, perché era qui che volevo sbarcare».

Pregavano, terrorizzati, fissavano le vittime di quel viaggio della speranza. Temevano che il prossimo, in mare, potesse essere uno di loro. Dunque, cinque o sei. «Il mare mescolava quei cadaveri come fossero carte da gioco, provavi anche a contare quelle vittime: “Uno, due…un altro laggiù in fondo, tre! Alle nostre spalle, ecco, quattro! No, è un relitto che galleggia, per fortuna non è una vittima…”».

Il racconto del maliano Dramane è circostanziato. «Quando ero in Mali, con mio padre, Seidou, parlavamo spesso di una mia fuga: non un viaggio, ma una fuga, proprio così; i rapporti con il resto dei familiari a causa della guerra civile scoppiata nel mio Paese erano ormai tesi: poteva accaderci qualsiasi cosa, di notte come in pieno giorno; non lasciavo il Mali, ma scappavo dal Mali; ed è lì, a casa, che un giorno voglio tornare, riabbracciare i miei affetti, anche se mi rendo conto che non è molto semplice, anche se la speranza è l’ultima a morire».

LIBIA, DELUSIONE E BOTTE

La fuga, una costante nella vita di un ragazzo di nemmeno venti anni. «Pensavo di fermarmi in Libia – spiega – a prima vista mi sembrava una terra accogliente, c’era lavoro e circolavano soldi, non molti, ma non ti sentivi schiavo, né minacciato, fino a quando le cose sono cambiate: i soldi di colpo sono diventati “piccoli” e i miliziani si sono incattiviti; forse non servivamo più come prima o forse volevano trattenersi più soldi dal nostro lavoro quotidiano, sta di fatto che abbiamo cominciato a sentirci perseguitati senza un motivo; era cambiata l’aria, il lavoro c’era, ma non più per lo stesso danaro: a un certo punto abbiamo cominciato a lavorare con un salario settimanale e mano a mano che ci avvicinavamo a fine settimana, ci dicevano che avrebbero pagato a metà mese, poi a fine mese: un casino!».

Un «casino», in Italia questo vocabolo indica “confusione”. Ecco, «…era scoppiato il casino». E, allora, dopo essere scappato dal Mali, gli tocca mettere gambe in spalla e fuggire con una di quelle barche che galleggiano per scommessa. «Eravamo perseguitati ormai; il colore della pelle, inequivocabile: ci riconoscevano fra mille e, allora, fucile spianato, prima ci chiedevano le generalità delle quali, francamente, se ne infischiavano, ma servivano per tenerci lì e studiarci; poi le tasche: “Cosa avete in tasca? Non fate i furbi, non scherziamo, vi mettiamo a testa in giù e vi facciamo sputare fino all’ultimo dinaro!». Quando uscivamo dal locale nel quale ci eravamo rifugiati, in tasca ci mettevamo pochi spiccioli, se non avessimo avuto un solo dinaro ci avrebbero massacrati di botte, così avevamo messo in conto di perdere quei soldi, già pochi».

Un brutto viaggio, le onde sbattevano quella barchetta a venti, trenta metri di distanza. Ma come fosse un miracolo, finalmente l’Italia. «Avevo sognato quel momento – ricorda con emozione Dramane – appena sbarcai pensavo che l’Italia o un altro Paese europeo, considerando quello che avevo passato fino a quel momento, sarebbe andato bene; avevo nella testa, però, sempre casa mia: in qualsiasi nazione fossi arrivato, una volta realizzato denaro con il lavoro e calmate finalmente le acque in Mali, sarei tornato».

AMORE A PRIMA VISTA

Con l’Italia è amore a prima vista. «Tutta un’altra cosa rispetto a quello che avevo passato negli ultimi tempi prima a casa mia, poi in Libia: fuga, umiliazioni, torture che non auguro a nessuno, perché quando le subisci non sai mai quando e se un giorno finiranno; con l’arrivo in Italia finalmente un sospiro di sollievo».

Dramane e il futuro. «Ho imparato le prime parole in italiano, sono più bravo nel comprenderle più che pronunciarle, ma ormai afferro il senso e mi faccio capire». Non si è spaventato davanti a nulla il giovanotto maliano. «Ho fatto i calli alle mani, ho solo voglia di lavorare, dimostrare che voglio guadagnarmi stima e possibilmente danaro con il sudore della fronte; la prima esperienza con un fruttivendolo: qualcuno dirà “Bel lavoro!”, invece io dico che qualsiasi lavoro fatto con impegno è un bel lavoro; questo signore si è fidato ciecamente di me, mi faceva esporre le cassette della frutta, mi insegnava come riconoscere un frutto buono e la tecnica di vendita: la merce più bella doveva essere esposta in bella vista, così che la gente possa avvicinarsi e comprare».

Non solo ortofrutta. «Ho lavorato anche in qualche ristorante; nei giorni e nelle ore in cui ero senza impegni giravo per locali, in particolare nei ristoranti: riordinavo la sala, cominciavo con lo scopare e poi lavare a terra; poi raccoglievo i rifiuti e andavo a gettarli nei cassonetti; uno di questi titolari, si è complimentato, mi ha rivelato che i ragazzi italiani vogliono fare subito gli chef, la tv li sta rovinando, non farebbero mai quello che ho fatto io; sincerità per sincerità, gli ho confessato che mi sarebbe piaciuto passare in cucina, anche come lavapiatti, ma stare vicino ai fornelli, imparare la cucina italiana, poi al Cielo spetterà l’ultima parola; ho imparato tanto, se in Mali si aggiustassero un po’ di cose, tornerei a casa di corsa: saprei darmi al commercio di frutta, gestire una trattoria, non mi stancherò mai di ringraziare l’Italia e gli italiani».

«Aiutiamo il prossimo»

Luigi Serra, consigliere regionale ADMO

«La mia vita è cominciata a trentasei anni. Mi diagnosticano un linfoma che, però, si può combattere. Da allora ho ricevuto più di quanto non abbia dato. L’importanza dell’iscrizione al Registro mondiale dei donatori di midollo osseo»

E’ con vero piacere che nella rubrica “Assistenti e assistiti”, ospitiamo Luigi Serra, consigliere regionale e referente per la provincia di Taranto dell’Associazione donatori midollo osseo. Da tempo, sui diversi canali informativi di Costruiamo Insieme (sito, web radio, canale youtube) stiamo realizzando una serie di servizi per il sociale, invitando nei nostri studi rappresentanti di associazioni e utenza che usufruisce dei servizi messi a loro disposizione da Azienda sanitaria locale, enti e amministrazioni locali.

Dunque, Serra, forse vale la pena iniziare con il lanciare un appello ai giovani, parte sensibile della nostra società su temi forti come la donazione del midollo osseo.

«Il nostro lavoro su Taranto rivolto principalmente ai giovani, nasce otto anni fa. Una famiglia elabora il dolore per la scomparsa del proprio figlio e lo trasforma in amore nei confronti del prossimo. Dunque, l’ADMO, associazione composta da volontari ha il fine ultimo di coinvolgere i giovani e invitarli ad iscriversi al Registro mondiale dei donatori. Insieme con Luigi D’Amore, responsabile della sede di Grottaglie, e la dottoressa Antonella Portulano, ci rivolgiamo a studenti diciottenni delle scuole della nostra provincia trasferendo loro le nostre testimonianze per far comprendere quanto sia importante iscriversi all’elenco con il quale si può salvare una vita umana. Con un semplice esame del sangue si può codificare il proprio dna, forse unico al mondo, e salvare un essere umano in attesa di un “miracolo”».Serra 01L’ADMO da quanto tempo svolge questa opera di sensibilizzazione sul nostro territorio?

«Nasce nel 2011. Personalmente ho vissuto sulla mia pelle un’esperienza che non auguro a nessuno. Conosco l’associazione a causa di un linfoma che mi riscontrarono dopo un controllo più o meno di routine. Ufficiale dell’Aeronautica, parlo di questa mia esperienza ai miei allievi, che si dimostrano sensibili al tema: qualcuno ne ha sentito parlare, altri hanno letto o appreso notizie attraverso organi di informazione o amici; invitato dagli stessi ragazzi a parlarne in modo più compiuto, spiego loro quanto sia importante iscriversi al Registro mondiale: le cellule staminali che risiedono nel dna di ciascuno di noi, sono l’unica ancora di salvezza per chi, oggi, combatte la leucemia; constatata una risposta in termini significativi, siamo passati ad interessare altre anime che avessero a cuore il tema. Attraverso un’opera di sensibilizzazione, siamo riusciti ad entrare negli istituti di Scuola superiore di Taranto rendendo l’ADMO la prima realtà in Puglia. La nostra provincia nell’ultimo anno solare, è riuscita a dare 456 iscritti al Registro mondiale dei donatori».

Un brutto giorno, in ospedale per una serie di controlli, le dicono di stendersi sul lettino e ascoltare con attenzione la diagnosi.

«Momenti che non auguro a nessuno, anche se la dottoressa che mi aveva illustrato il linfoma, mi aveva assicurato che si trattava di una neoplasia del sangue dalla quale si poteva uscirne vincitori. Una frase che mi colpì molto. Trovai, dunque, una forza d’animo che non pensavo di avere, presi il coraggio a due mani e informai mio padre e mio fratello che intanto attendevano fuori dalla stanza di ospedale. Da quel momento è iniziato il mio percorso in salita, alla conquista della vita durato un anno».

Le è cambiata la vita, ha detto che da quel momento ha preso più di quanto non avesse dato.

«Sono molte di più le cose belle ricevute dalla vita, che non quelle brutte; vivendo un’esperienza così drammatica, così forte – avevo perso dieci chili… – quanto mi è accaduto da quel momento in poi è stato un arricchimento unico: ho scoperto una parte di me stesso, il valore straordinario della mia famiglia, la scoperta di quanto sia bello avere amici: alcuni di loro nell’arco di questa esperienza mi hanno coccolato; le amicizie con i medici, con il professor Cinieri, l’ingresso in ADMO, l’incontro con i docenti delle scuole, le condivisioni su Facebook. Ogni giorno avverto questo senso di ricchezza».Serra 02E’ salvo, ma dopo questa esperienza ha avuto netta la sensazione che il suo impegno avesse salvato una vita umana.

«Non immaginavo che potesse accadere. Avevo iniziato a raccontare di esperienze agli allievi della Scuola di addestramento dell’Aeronautica di Taranto, che attraverso un’attività condivisa ha manifestato una volta di più quanto questa fosse sensibile al sociale; ripetevo ai ragazzi quanto fosse semplice donare una vita: spiegavo loro che il midollo osseo è un tessuto che si trova all’interno della cavità delle nostre ossa, produce cellule pregiate che possono contribuire a salvare una vita umana. Quando raccontavo questo, non pensavo si potesse realizzare concretamente il disegno della vita. Quando un bel giorno, un mio ragazzo, Vincenzo Guerra – faccio il suo nome in quanto esperienza andata a buon fine – mi scrive su Facebook: “Comandante, sono stato contattato dal Policlinico di Bari, sono compatibile al 100% con una bambina di tre anni affetta da leucemia che ha bisogno di aiuto, corro a donare!”.

Vincenzo ne parla poco, è schivo: chi compie questi gesti d’amore non vuole passare per un eroe, aiutare il prossimo dovrebbe essere la normalità. Questo episodio ha dato un senso a quanto fatto in tutto questo tempo, insieme abbiamo salvato una vita umana: io con le mie opere di persuasione, lui e gli altri allievi, con l’iscrizione al Registro. Dunque, la vita che mi è stata donata o restituita – se vuole – all’età di trentasei anni, l’ho impegnata nel convincere Vincenzo e altri come lui su quanto sia utile spendersi per il prossimo».

L’importanza di una donazione che avviene in forma gratuita e anonima.

«Quando si parla di donazione di midollo osseo, non si considera che si parla di compatibilità: in una famiglia con quattro fratelli, per esempio, uno su quattro può essere compatibile con l’altro; quando questo, purtroppo, non accade, il rapporto diventa complicato; fra non consanguinei, infatti, la compatibilità sale vertiginosamente: uno su centomila. Se Vincenzo non si fosse iscritto, per la piccola ci sarebbero state poche speranze».

L’ultimo progetto ADMO.

«Grazie all’impegno del cavaliere Maria Stea, con Regione e Miur regionale, abbiamo sottoscritto un impegno che ci autorizza a contattare i dirigenti degli istituti scolastici pugliesi per concordare incontri nel corso dei quali parlare ai loro studenti dell’Associazione e di quanto sia importante mettersi a disposizione per il prossimo».

«Tornerò a casa…»

Boubacar, maliano, musulmano e un desiderio

«Amo l’Italia, anche la Francia è bella, ma l’Africa è nel mio cuore. Morti papà e mamma, i miei zii non mi fecero continuare gli studi: per cinque euro. Volevano mi sposassi con una vicina, ma volevo essere io a scegliere. La fuga, le botte in Libia, ferite che fanno ancora male…»

«Voglio sdebitarmi con l’Italia, Paese accogliente; farei davvero di tutto qui, ma il mio sogno è la mia Africa, un giorno voglio tornare a casa, non necessariamente dove sono nato, in Mali, anche altrove va bene, ma voglio tornare in Africa…». Boubacar, maliano, poco più di venti anni, musulmano, una pertica di due metri, anche più, fa una sintesi della sua storia che coincide con l’approdo in Italia. «Dovessi restare qui, non avrei problemi, mi impegnerei nel lavoro che so fare meglio, l’elettrauto; anche la Francia non mi dispiace».

Spiega il suo punto di vista sull’Italia e la Francia. «Due Paesi simili fra loro, quando studiavo passavo il tempo a fare ricerche, trovavo – e trovo – bello il senso di democrazia che esiste in queste due nazioni: il rispetto per chiunque, che tu sia bianco o nero, siamo tutti fratelli e fortuna o sfortuna non guardano al colore della tua pelle».

Sfortuna. «Non credo molto alla fatalità, ma ci sono stati episodi, due in particolare, che hanno segnato la mia vita: quando meno credevo, questi due argomenti sono diventati il tema principale della mia scelta, della mia fuga dal Mali».

Parla come fosse un libro, si arrampica nel suo italiano già buono. Si aiuta con i gesti, ma rispetto alla lingua parlata, mostra progressi importanti, da non crederci. «Devo questi passi avanti nel mio italiano ancora approssimativo – spiega “Bouba” – a una donna di servizio impegnata in “Costruiamo Insieme”, il Centro nel quale sono stato ospitato: devo molto alla cooperativa, si è presa cura di me, mi ha fatto sentire subito rispettato, quasi coccolato, rispetto a come ero stato trattato a casa mia…».

ITALIANO “APPROSSIMATIVO”

Usa l’aggettivo “approsimativo”, non è da tutti, mostra un bagaglio culturale più che rispettabile. Proviamo ad approfondire nel carattere e nei motivi della sua fuga. «Ho perso padre e madre – racconta Boubacar – quando ero ancora piccolo, un dolore che non si può spiegare: perdi buona parte di te stesso, ti manca l’insegnamento, il loro amore: fossero ancora in vita, sicuramente non sarei fuggito, mi sarebbero stati accanto, i genitori pensano sempre a dare il meglio ai propri figli».

Cosa accade, la scuola comincia a diventare un peso. Una cosa per volta. «Quando ho scelto la fuga, ho salutato mia sorella: non potevo più restare lì, venivano a mancare le cose essenziali per la mia crescita; la scuola, per esempio, la frequentavo con profitto, prima che i “miei” morissero, avevo ottimi voti: la mattina andavo a scuola e studiavo, il pomeriggio frequentavo un’officina dove apprendevo i primi insegnamenti per fare l’elettrauto; miei zii mi avevano preso con loro, mi avevano mostrato subito grande affetto, poi qualcosa è cambiato nei miei confronti: piccolo com’ero, e non lavorando, avevo bisogno di cinque euro – non è una cifra esagerata in Mali – con cui comprare penna e i quaderni sui quali scrivere appunti e studiare; un brutto giorno questo loro sostegno è venuto a mancare, di colpo sono diventati ostili nei miei confronti, come se volessero provocare una qualsiasi discussione e avere un motivo con cui allontanarmi: il loro affetto, sbocciato di colpo era sfiorito nello stesso modo, senza una ragione…».

Provassimo a cercarla, una ragione. «L’episodio che ha fatto il paio con quei cinque euro, forse, il rifiuto di allacciare un rapporto con una ragazza vicina di casa: nonostante fossi un ragazzino, loro – i miei zii, i vicini di casa, genitori della fanciulla – avevano già pensato a tutto, sarebbero diventati parenti, gli uni degli altri; non ne facevo un fatto di bellezza – una donna può o meno piacere – ma una questione di principio: avevo ancora da imparare, fidanzarmi o sposarmi la vedevo una cosa fatta troppo in fretta, volevo pensare serenamente al mio futuro: avrei potuto scegliere di vivere solo, per esempio…».

FUGA DA UN MATRIMONIO COMBINATO

Dunque, la fuga. «Non avevo altra scelta, salutai mia sorella, promettendole che un giorno sarei tornato – e tornerò davvero – ma non era il più il caso di vivere con addosso una forte tensione, con il pericolo che una parola fuori posto provocasse un litigio e poi una violenta discussione: non ci stavo, non volevo cascarci, così feci i bagagli – un borsone, non di più – e andai via».

Ancora una volta, fortuna, sfortuna. «Sfortuna – non era difficile capire da cosa fossi perseguitato – arrivai in Libia; fermato da miliziani, pestato a sangue, rinchiuso insieme ad altri in uno stanzone: non avevo soldi per riscattarmi, né parenti disposti a pagare la mia scarcerazione: lavoravo e prendevo botte, prendevo botte e lavoravo; quegli uomini che tenevano me e altri segregati in quei locali, picchiavano duro: avevano un solo principio, usare le armi come fossero un martello; non si accontentavano di infliggerti uno, due colpi alla testa e farti un male che non si può raccontare: volevano vedere il sangue, aprirti una ferita profonda, solo allora si sarebbero fermati…».

Alla fine, un raggio di sole. «Prima della fine, un’altra fuga, lavoretti, pochi soldi, utili a pagare il viaggio a bordo di un gommone: in settanta, tutti stretti come fossimo in una cassetta di frutta, ammassati; l’arrivo in Italia: finalmente il vento che cambia…».

«Stiamo con i deboli»

Andrea Occhinegro, portavoce dell’associazione ABFO

«Mio padre morto giovane, spinse me e la mia famiglia a impegnarci per i più bisognosi. Bello abbracciare i piccoli di una volta prossimi al matrimonio, qualcosa è cambiato in positivo nella loro vita. Mi ha fatto male la politica, qualcuno disse che avremmo voluto fare business trascurando gli indigenti»

Andrea Occhinegro, rappresentante ABFO, una delle associazioni di volontariato e assistenza presenti sul territorio. E’ lui il nostro graditissimo ospite dello spazio riservato sul nostro sito ad “Assistenza e Assistiti”. Con lui parliamo del suo impegno e dell’attività svolta in tutti questi anni in aiuto a gente in evidente stato di difficoltà.

Occhinegro, cosa l’ha indirizzata a fare associazionismo in modo così attivo?

«Ho compiuto questa scelta a causa di un evento luttuoso. Persi mio padre ancora giovane, tanto che in famiglia, insieme a mamma e sorelle, decidemmo di dar vita a un progetto benefico. Creammo dal nulla un’associazione che di fatto dalle sue origini si occupa di persone, famiglie, bambini, che vivono in condizioni economiche e sociali disagiate».

ABFO, acronimo che sta per Associazione benefica Fulvio Occhinegro. Quante cose ha già realizzato la sua associazione?

«Quando si parla di sociale c’è sempre tanto da fare, è un mondo infinito, a maggior ragione in una città nella quale c’è gente che soffre, ecco perché dico che il sociale non ha inizio né fine e c’è sempre da fare».Occhinegro 01Una cosa che ricorda con più orgoglio.

«Nel lontano dicembre 2012, dopo un tavolo tecnico in Prefettura al quale partecipò anche l’Amministrazione comunale di Taranto, riuscimmo a realizzare un Centro di solidarietà polivalente. In quell’occasione rispondemmo alle esigenze più importanti, quelle del pericolo-freddo: facemmo accoglienza in modo gratuito; ospitammo molte persone e il modo in cui ci spendemmo ci riempì di orgoglio. Quel Centro di solidarietà, poi, è andato avanti, esiste tuttora. Mi piace ricordare quel periodo in quanto a Taranto i senza fissa dimora dormivano per strada, non avevano altra possibilità di ripararsi dal freddo».

Cosa ci vorrebbe per una città come Taranto?

«Domanda impegnativa, l’accolgo volentieri, il problema principale di Taranto è che esistono divisioni: c’è sempre qualcuno che, invece di spendersi per il prossimo, ama criticare, esercizio sacrosanto, ma sicuramente più semplice da svolgere rispetto a un impegno giornaliero che assumono quanti fanno associazionismo: ma è più facile parlare piuttosto che fare, che si tratti di politici o si tratti di persone del sociale, del mondo della cultura. Credo sia proprio questo uno dei principali problemi di Taranto. E’ un atteggiamento che avverto un po’ ovunque, dallo sport alla cultura, al sociale appunto: la mia speranza è che prima o poi ci si possa sprovincializzare».Occhinegro 03Ci sentimmo tempo fa, fu attaccata. Qual è la reazione umana di una persona che si impegna nel sociale e viene, invece, indicata come elemento “inaffidabile”?

«Ricordo quel momento con amarezza, ma ritengo sia utile parlarne. In quell’attacco c’erano motivi di carattere politico. Fui accusato, insieme con la mia associazione, dopo cinque anni di ininterrotta attività nel sociale – svolta in modo del tutto gratuito insieme con la mia famiglia – di accompagnare all’uscita gente che non aveva risorse per mantenersi: ospitavamo, invece, cinquanta, sessanta persone a notte, compito molto impegnativo ma assunto con la massima generosità. Eppure a qualcuno era venuto in mente di indicarci come gente senza cuore, perché avevamo scelto di ospitare extracomunitari per fare business. Balla clamorosa, mai fatto, del resto bastava una telefonata in Prefettura per rendersi conto che non stavamo cacciando nessuno: ripeto, campagna elettorale. Un peccato, per discolparci da accuse inconsistenti dovevamo quasi schierarci con questo o quell’altro. Fu un brutto periodo, lo ricordo male, anche se poi ebbi modo di chiarire con l’interessato la polemica, tanto che in una successiva conferenza stampa lo stesso ritirò tuto quello che aveva detto».

Cosa vorrebbe si dicesse oggi della sua associazione?

«Il desiderio, sempre vivo, è che si continui a parlare della nostra associazione in termini benevoli, come un’attività nata per aiutare persone indigenti e continua a fare questo. Questo è il mio principale obiettivo. Ora che a distanza di quasi quindici anni incontriamo ragazzi felici e prossimi al matrimonio, e che avevamo aiutato da piccoli, ci riempie il cuore di gioia».

Un episodio, una battuta, riconoscenza.

«La riconoscenza ci interessa relativamente, facciamo assistenza senza aspettarci automaticamente sentimenti di gratitudine: capita, invece, di vedere gente che comincia ad essere autosufficiente e ci chiede di sospendere l’aiuto per fare del bene a chi in quel momento ha più bisogno».

«Volevo morire!»

Dramane, ivoriano, ventuno anni

«Fuga e deserto, botte e caldo al mattino, freddo la notte. Prigioniero, andavo nei campi a spezzarmi la schiena e per tre giorni senza pane né acqua. Poi il viaggio, iniziato male, ma conclusosi bene grazie al Cielo!»

«Ho pregato perché morissi!». Frase forte, ma è Dramane, ivoriano, più maturo dei suoi ventuno anni, a pronunciarla. Spiega. «Avevo preso botte nel mio Paese, le avevo incassate anche in Libia, dove ero stato ridotto in schiavitù; mi ero ritrovato in pieno deserto esposto la mattina sotto un sole cocente e la notte a un freddo che accarezzava gli zero gradi; non c’era via di fuga da quei giorni, se non rivolgerti al Cielo e invocarlo di farla finita, di annientarti completamente».

Non era una fuga, bensì una tortura. Dramane si è ripreso poco per volta, una volta arrivato in Italia, ospitato in un Centro di accoglienza di Costruiamo Insieme. «Qui è come se avessi trovato una famiglia – dice – finalmente ho ripreso a studiare, cosa che facevo nel mio Paese, prima che un episodio cambiasse la vita a me e i miei cari, ma questa è un’altra storia: era stata la mia matrigna a decidere che non dovevo più studiare…». Non gli andrebbe di parlarne, ce ne aveva già fatto cenno in passato. Torneremo, a tempo debito, se Dramane lo vorrà. Dunque, cominciamo dalla fine, l’accoglienza, lo studio. «Ho sempre amato i libri e la scuola, non c’è bisogno che qualcuno ti spieghi da cosa dipenda la tua crescita, se non dallo studio e dalle relazioni umane, io che di umano intorno a me cominciavo a vedere ben poco, ormai…».

LIBIA E DESERTO, IL CIELO MI AIUTI!

Allora, il deserto, la Libia, bruttissime esperienze. «Il peggio che potesse capitarmi, nonostante avessi sentito amici e altra gente, più avanti, che mi incoraggiava a tentare “il viaggio”, imbarcarmi, superare il Mediterraneo e arrivare lì, in Italia, poi vedere quali sarebbero state le condizioni per restare o proseguire il cammino». Dunque, la fuga, l’arrivo in Libia. «Sembrava aspettassero me per scatenare una guerra civile così violenta, avevo trovato un Paese profondamente cambiato. Carri armati schierati, militari armati fino ai denti, spietati non solo a parole, ma anche con i fatti: non ascoltavano le tue preghiere, le tue invocazioni per avere acqua e cibo; qualsiasi cosa gli fosse avanzata, a me e gli altri compagni di viaggio, sarebbe andata bene; niente da fare, ci picchiarono senza un attimo di sosta, ci spinsero in un capannone dal quale era praticamente impossibile fuggire: lo scopo era semplice, la mattina ci svegliavano e andavamo a compiere mille lavori, da quelli di fatica a quelli nei campi; a schiena piegata, non c’era verso, e se rivolgevi lo sguardo a un sorvegliante, giù altre botte, il fatto che incrociassi il loro sguardo lo vedevano come una mancanza di rispetto: loro erano armati, dunque superiori; noi, a mani nude, esseri “inferiori!».

E, invece, le cose non stavano come quei militari pensavano. «Prima che guerra di nervi e ostaggio finissero, ci sono state di mezzo giornate e giornate di lavoro, settimane: finita la giornata, giusto il tempo di essere ricondotti nel capannone per dormire su un pagliericcio ed essere svegliati la mattina dopo, come se le ore di sonno fossero passate in un baleno; addosso avvertivamo ancora stanchezza e dolori del giorno prima…».

Avessero sfamato quei ragazzi che si ammazzavano ogni giorno di lavoro. «Ho lavorato anche tre giorni di seguito – ricorda Dramane, difficile dimenticarlo – senza toccare cibo: era così, con quei militari, ti picchiavano ferocemente e se non erano soddisfatti di te, del lavoro e del tuo comportamento, ti lasciavano a bocca asciutta, senza acqua, né un morso di pane».

AFFAMATI E MORIBONDI…

Alla fine, più che muoversi a compassione, vista la sopraggiunta debolezza, Dramane e i suoi compagni, furono abbandonati al loro destino. «Trovammo dove rifugiarci, deboli, sfiniti da fame e sete; non dovevano più trovarci, però. Per un accordo, più o meno condiviso, dovevamo letteralmente sparire dai loro occhi, altrimenti a farci sparire, e per sempre, ci avrebbero pensato loro. E lo dicevano per davvero, non certo solo per spaventarci. L’idea che avevamo ricavato dai loro comportamenti e da quanto qualcuno ci aveva raccontato, è che ci mettevano un attimo a fare fuoco per un qualsiasi motivo, anche il più banale».

Un rifugio, pochi soldi e la spesa in orari in cui non circolavano veicoli militari e ronde. «Poi tornavamo subito alla base, ma una volta finiti i soldi, l’unica soluzione era rivolgerci a Dio, metterci in cammino e sperare che le preghiere arrivassero fin lassù…».

Il deserto, il caldo, il freddo, invocare la morte. «Non c’era altra via di fuga se non dalla vita, fino a quando non arrivammo su una spiaggia e ci unimmo, disperati come eravamo, ad altri disperati come noi. Eravamo talmente disperati che anche l’imbarcazione era inaffidabile: avevamo preso da qualche ora il largo, quando cominciammo a vedere che il gommone cominciava a sgonfiarsi e imbarcare acqua. Una volta tanto, il destino ci venne incontro sotto forma di nave militare italiana: l’equipaggio ci avvistò, i militari italiani videro che stavamo per andare a picco e ci issarono a bordo; il viaggio per arrivare finalmente in Italia era durato quattro giorni, ero sano e salvo. Davanti a me la prospettiva di studiare e trovare lavoro, anche da artigiano: in Costa d’Avorio riparavo e lucidavo mobili, un lavoro che ho sempre amato fare, credo di essere bravo, ma sarei disposto a imparare qualsiasi lavoro, perché qualsiasi cosa facessi un giorno sarà sempre poca cosa rispetto a quanto ho subito. La mia famiglia sono mamma e tre fratelli rimasti lì; mio padre si è risposato, la mia matrigna mi aveva fatto prima ritirare da scuola e poi mi aveva di fatto scacciato, non sopportava l’idea che vivessi di studio e lavoretti: dovevo andarmene, così fu…».

«Assistenza domiciliare»

Patrizia Casarotti, presidente Ail di Taranto

«Facciamo l’impossibile per curare gli ammalati a casa propria. L’aspetto psicologico per pazienti e familiari è importante. Abbiamo compiuto grandi passi, ma non ci fermiamo, la ricerca deve proseguire: trovare una pillola per annientare le “chemio”, debilitanti. Ottimi rapporti con Avis e Admo»

Costruiamo Insieme incontra Patrizia Casarotti, presidente dell’Ail di Taranto, l’Associazione impegnata contro le leucemie. Presente sul territorio da cinque lustri, in queste settimane ha celebrato i suoi venticinque anni. Molto è stato fatto, ma tanto ancora la rappresentante dell’Ail è intenzionata a fare, divulgando l’importanza di essere presenti sul territorio, sensibilizzando chiunque voglia spendersi per quanti sono meno fortunati.

Quanto è stato fatto in questi venticinque anni?

«A Taranto l’Ail è nata il 4 gennaio del 1994, a disposizione pochi strumenti, ma tanta buona volontà. Col passare del tempo abbiamo allargato l’equipe interdisciplinare, fino ad avere l’organico odierno: tre medici, quattro infermieri, due operatori socio sanitari, un fisioterapista, una psicologa. Grazie a questo gruppo, ormai collaudato, riusciamo ad assicurare un’assistenza domiciliare a trecentossessanta gradi. In questo percorso di crescita, nel 1997 abbiamo acquistato un appartamento a Paolo VI, ciò per consentire al personale di seguire i pazienti che vengono a curarsi a Taranto da fuori regione. La scelta del quartiere è anche strategica, essendo la sede non molto distante dall’Ospedale Moscati».Casarotti Articolo 01L’importanza di un’associazione come l’Ail sul territorio.

«Come spiegava il prof. Mandelli, il paziente dovrebbe essere curato a casa, perché in un momento così particolare del suo status si senta più tutelato; anche l’aspetto psicologico ha il suo valore. Abbiamo dato risposta ai disagi che registrano i familiari dei pazienti quando di punto in bianco si trovano a dover fare i conti con la malattia; proprio in virtù di ciò, abbiamo pensato di organizzarci per l’assistenza domiciliare».

Quanti associati ha l’Ail?

«Venticinque, ma saremmo lieti di allargare il numero di presenze di associati al nostro interno: non nascondiamo che talvolta le idee sono più veloci del senso pratico; mi spiego, vorremmo dare sempre più spazio ai progetti che abbiamo in mente, ma per motivi di carattere pratico il più delle volte dobbiamo considerare forze e strumenti a disposizione: fossimo di più, di più sarebbero le cose sulle quali potremmo intervenire in modo concreto. Chi fosse interessato, può informarsi andando sulla pagina di Facebook o sul nostro sito: Ail Taranto; esiste un indirizzo mail al quale inviare richiesta di incontro con allegato un modulo che verrà posto all’attenzione del Consiglio di amministrazione».

L’importanza della prevenzione e dei controlli.

«La malattia del sangue, purtroppo, è silenziosa, improvvisa; arriva senza preannunciarsi con dolori o segnali allarmanti. Il controllo ematologico dovrebbe essere costante, i tarantini dovrebbero avere più cura di se stessi; talvolta gli ospedali sono affollati, ma occorre avere quei proverbiali cinque minuti di pazienza e dedicare più attenzione a se stessi». Casarotti Articolo 02Il venticinquennale celebrato al teatro Fusco, Comune di Taranto, Orchestra della Magna Grecia, gli artisti. C’è un desiderio che vorrebbe realizzare?

«Più che un desiderio, un sogno: vorrei che la ricerca proseguisse, che le leucemie venissero curate con delle compresse piuttosto che mediante sedute di chemioterapia, debilitante anche dal punto di vista psicologico per il paziente che si sottopone ad essa. Capita, a volte, che il familiare del paziente stia peggio dello stesso assistito; proprio a tale proposito stiamo pensando di fare dei corsi ai familiari degli assistiti perché anche loro possano sostenere i propri cari: spesso un sorriso, una parola incoraggiante, può tornare utile più di una cura.

Per quanto riguarda il Venticinquennale, devo ringraziare quanti, fra Comune e Orchestra, si sono spesi per porre per una sera il lavoro svolto dalla nostra associazione in tutti questi anni; gli artisti Mario Rosini e Mimmo Cavallo, Palma Cosa e , i Terraross e il conduttore della serata, Mauro Pulpito. Il nostro impegno e il nostro pensiero lo abbiamo rivolto a familiari e genitori coraggiosi, come papà e mamma del piccolo Francesco, che un mese prima purtroppo ci aveva lasciati; nonostante il dolore hanno voluto starci accanto, a sottolineare il nostro impegno manifestato fino all’ultimo a sostegno del loro figliolo».

Il rapporto con le altre associazioni sul territorio.

«Collaboriamo molto con Avis (Donatori sangue) e Admo (Donatori midollo osseo). Siamo in costante contatto con queste associazioni, i nostri pazienti hanno bisogno di trapianti. E’ allo studio anche un progetto, “Un viaggio per guarire”: contiamo di realizzarlo nel più breve tempo possibile, ospitare ragazzi dell’Ail di Brescia perché manifestino testimonianze di donatori e pazienti che da questi hanno ricevuto il midollo».

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