DI CLAUDIO FRASCELLA

“Uno di voi”

Samuel, nigeriano, fra lavori saltuari e trimestrali

«Amo questo Paese, una volta qui ho cercato di farmi notare facendo volontariato. Poi sono stato impegnato in un lido di lizzano e una campagna di Palagiano. Mi occupavo di infissi, fabbricavo porte e finestre. Un giorno ho comprato un secchio e una scopa…». E, ancora, «Dio ti ringrazi!» e «Grazie mille!»

«Dio ti ringrazi!». Samuel, nigeriano, qualsiasi cosa normale tu faccia, a lui sembra straordinaria, così esclama quella breve frase: «Dio ti ringrazi!». Lo dice con il cuore in mano. In realtà, un’altra delle sue frasi più ricorrenti è «Grazie mille!». Anche qui, qualsiasi cosa tu faccia, offrirgli un modesto caffè, scatta la sua riconoscenza esagerata: «Grazie mille!».

Samuel, cristiano, accompagna quelle sue espressioni con un largo sorriso che sbuca da sotto un paio di occhiali. Gli danno quel tocco da intellettuale. Indossasse un camice, sembrerebbe uno di quei “medici in prima linea” di una di quelle fiction americane. «Invece – spiega – non cerco un camice da indossare, non mi tiro indietro davanti a nulla che non sia un lavoro onesto, anche impegnativo sotto qualsiasi aspetto: amo l’Italia, voglio spendermi in qualsiasi modo per questo Paese così ospitale con me, dimostrare riconoscenza a quanti mi hanno accolto e considerato subito uno di loro…».

«Nel mio Paese, la Nigeria – racconta Samuel – lavoravo in un’azienda di infissi, realizzavo dalle porte alle finestre: a casa mia c’era molto da lavorare, una nazione in pieno sviluppo,  poi tutto cambia, prima un focolaio, poi le persecuzioni etniche che in molti casi sembrano più un pretesto per piegarti al volere del più forte, che un fatto politico».

SORRISO E FORZA DI VOLONTA’

E, allora, non resta che la fuga. «Con il dolore nel cuore, a molti sembra che noi neri veniamo in Europa in cerca di assistenza piuttosto che asilo e un’occasione di lavoro: personalmente ancora oggi soffro la lontananza dalla mia famiglia, i miei cari, i miei amici; fortuna esiste il cellulare, così posso sentire spesso quanti vivono ancora oltre quell’immensa distesa, il mare, che divide l’Europa dall’Africa; non li sento tutte le volte che vorrei, intendiamoci, telefonare costa, ma non esistesse il telefonino allora sì che sarebbe un problema di nostalgia».

Samuel scatena il sorriso, contagioso. Impugna il suo telefonino. Sembra un biglietto del luna-park, quello che gli consente di parlare con amici e parenti lontani, ma anche per altro. «Vivo con il cellulare – spiega – giro sempre con un carica-batterie; non ho l’abitudine di stare su internet, interagire con Facebook, no, ma dai primi tempi in cui sono arrivato in Italia, questa mia voglia di integrarmi mi portava spesso a consultare il “traduttore”: quando volevo esprimermi o capire il significato di una parola, cercavo sul telefonino: per me è stato fondamentale».

Parte dal suo Paese, ma non arriva subito in Italia. «Sono stato in Libia, è da lì che passa il nostro mondo diretto verso l’Europa: una volta in quel Paese, ho fatto quello che facevo in Nigeria, porte e finestre, non era proprio la stessa cosa, ma era una questione mentale, sapersi organizzare. Non volevo restare lì, però: volevo solo mettere da parte un po’ di soldi e pagarmi il viaggio per l’Italia e così fu…».

Finalmente l’Italia, sembra dire Samuel. «Dio vi ringrazi! Amo gli italiani, vorrei restare qui!». L’ultima volta che lo abbiamo incontrato agitava con orgoglio un contratto, sotto al quale c’erano una firma, quella sua, e un timbro, quello dell’azienda che gli aveva sottoposto un contratto per tre mesi. «Sento parlare spesso di “pezzo di carta”, so anche che qui significa titolo di studio, per me invece è il sistema per vivere, giorno dopo giorno, lavorare e mettere insieme un po’ di soldi, perché non si sa mai…».

DAL LIDO ALLA CAMPAGNA

Cosa «Non si sa mai…», gli chiediamo. «Lavori stagionali, se un brutto giorno non riuscissi a trovarne uno non saprei proprio come fare, io qui ci voglio restare. Appena sbarcato, ho cominciato a studiare da lavoratore: mi sono domandato cosa potessi fare per dimostrare ai tarantini quanto gli volessi bene, così un giorno – non avendo ancora un lavoro – ho messo mano alla tasca e cavato fuori gli ultimi soldi: ho comprato due secchi e due scope, speso venti euro; due pettorine, compresa la stampa “Servizio Volontario”, altri diciassette euro. Cosa facevo? Spazzavo marciapiedi, lavavo l’ingresso dei locali, ma senza pretendere soldi o in cambio una colazione: volevo farmi accettare e così è stato per qualche settimana, fino a quando qualcuno mi ha spiegato che non potevo farlo; intanto perché esistono lavoratori dell’Azienda municipale preposti per questo lavoro di pulizia, poi perché per qualsiasi attività occorre avere le carte in regola…».

E Samuel ci avrebbe anche provato, se non ci fosse stato un malinteso. «Non parlavo ancora bene l’italiano – sorride – cercavo di spiegarmi a gesti, qualcuno mi indirizzò in Prefettura, dove mi recai, parlai con un responsabile che, a sua volta, mi indicò una mensa per i bisognosi: ma non era un pasto caldo che cercavo, bensì un’autorizzazione per svolgere volontariato. Niente, purtroppo».

Per fortuna non c’è stato più bisogno che Samuel dimostri di avere voglia di lavorare. «In estate un lavoro a Marina di Lizzano, a pulire la spiaggia e tenere d’occhio gli ombrelloni; poi a Palagiano, per raccogliere frutta; ho conosciuto gente, non mi sono mai fermato un attimo, mi occupo anche di pitturazione, mi presto volentieri a fare piccoli lavoretti: ecco, giorno dopo giorno faccio in modo di essere uno di voi…».

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