DI CLAUDIO FRASCELLA

«Non sono badante…»

Mariana, romena, trentaquattro anni

Sfata un pregiudizio. «Ho dovuto sudarmi il mio primo lavoro», interrompe educatamente un’intervista a un africano. «Nella sfortuna di dover lasciare casa, loro forse sono più fortunati, rispetto a noi godono di assistenza: io, ottocento euro in tasca, ho lasciato il mio Paese per trovarmi subito lavoro; non voglio scatenare una guerra  fra poveri…»

«Non voglio scatenare una guerra fra poveri – si dice così, vero? – ma quando sono venuta in Italia non avevo nessuno, tranne una mia amica con la quale abito ancora, che mi aiutasse ad inserirmi nel mondo del lavoro; i migranti che da qualche anno sbarcano in Italia, hanno l’assistenza dovuta, godono di assistenza sanitaria e del pocket money: io no, sono arrivata poco più di cinque anni fa con lo scopo di mettere un po’ di soldi da parte e poi tornare in Romania, invece sono ancora qua…».

Mariana, trentaquattro anni, da cinque in Italia, come spiegava, interviene in una chiacchierata a voce alta con Hussain, un nigeriano. Sto prendendo appunti, fino a quel momento. Vista la divertente intrusione, a questo punto scriverò più avanti. Giovane signora di bell’aspetto e in salute, seduta su una panchina del Lungomare, a un metro di distanza, si inserisce con garbo nell’amichevole conversazione.

In realtà in un botta e risposta a voce alta, noi italiani con uno straniero proprio non ce la facciamo a parlare con un tono normale, diciamo anche moderato. Così, mentre provo a fare domande a un fratello che, intanto ascolta e sorride, ecco che Mariana, la signora accanto a noi, insieme con un paio di connazionali non può fare a meno di ascoltare. E’ giovedì pomeriggio, normalmente giorno di riposo concesso alle badanti dalle famiglie o direttamente dagli stessi assistiti. «Premetto che non faccio la badante – puntualizza Mariana, come se quello appena menzionato fosse un lavoro di seconda serie – sto con le mie amiche che, invece, fanno questo di mestiere da anni e per tutta la giornata; io mi occupo di qualcosa che ha a che fare con le case-famiglia, ma non faccio la badante a tempo pieno, mi occupo bensì di più casi, e quando scade il contratto poco dopo grazie a un paio di agenzie fortunatamente riesco a trovare altro».

«NON VOGLIO DISTURBARE…»

Riprende, Mariana. «Quando ho interrotto la vostra intervista non volevo arrecare disturbo, piuttosto volevo fornirvi qualche elemento in più per capire che ci sono migranti e migranti; ci unisce, sia chiaro, la necessità – nel mio Paese, come nel suo, non ce la passiamo bene – allora salutiamo parenti e amici e ci mettiamo in viaggio, destinazione Italia nel mio e nel suo caso».

Il tono dell’intervento di Mariana, confermo, non era provocatorio, piuttosto aveva tutta l’aria di voler puntualizzare. «I migranti africani che ce la fanno a sbarcare in Italia – e, diciamolo, non tutti hanno questa fortuna – godono subito di assistenza, dopo aver fatto un lungo e pericoloso viaggio, vengono assistiti dalle cooperative». Sembra fatto apposta, magari la trentaquattrenne romena è andata per associazione di idee, suggerisce “Costruiamo insieme”. «Qui c’è una cooperativa», indica, senza però ricordarne il nome. «Due strade dopo…», si sbraccia per farsi capire, «C’è un palazzo dove sono ospitati solo africani e più avanti un luogo di preghiera…Via “Cavalotti”..». Le “elle” dovrebbero essere due, ma non fa tanta differenza quando ci si capisce al volo. Sì, più avanti c’è una moschea, le suggeriamo. Arrossisce, prosegue nel suo ragionamento. «In Italia ci sono tanti romeni – spiega la donna – tanti a Taranto: hanno cominciato ad arrivare qua molti anni fa. I miei cari, purtroppo, sono rimasti là. Oggi ho trentaquattro anni, sono partita dal mio Paese cinque anni fa. Fino ad allora, ero vissuta sempre in Romania, dove avevo studiato e fatto corsi di aggiornamento professionale».

«TARANTO, PER CASO…»

Taranto è stata una scelta abbastanza casuale. «Dovuta più che altro al fatto che qui ho l’amica che mi ha ospitato da subito; anche lei lavora saltuariamente come me, a volte le tocca fare da badante, manca le mezze giornate, ma ancora vivo con lei, in una piccola casa in affitto, sempre la stessa». Anche lei lamenta una decisione indispensabile. «Sono venuta qui per lavorare e aiutare la mia famiglia – confessa – sinceramente mi piaceva l’idea di fare esperienza. Prima di decidere di provare a trovare fortuna in Italia, ho parlato con i miei familiari che hanno condiviso la mia scelta non senza una punta di amarezza; sono arrivata qua che avevo ottocento euro in tasca: c’era la mia amica che mi aveva invitata, quindi, per un po’ ero al riparo da brutte sorprese, ma mi sono data da fare subito per trovare un lavoro».

Gli italiani pensano che tutte le romene facciano le badanti, dice. «La maggior parte sì, ma io lavoro con una certa costanza con due agenzie, tanto che spero di continuare fino a quando non mi stancherò; mi trovo bene, non guadagno molto e, detto questo, mi tocca anche mandare soldi a casa. Non ho mai avuto un contratto fisso ma finora, sinceramente, non ho mai avuto problemi: tra le colleghe ci sono altre mie connazionali, ma anche immigrati che provengono da vari Paesi africani».

La puntualizzazione, considerando il fatto che si sia infilata nell’intervista a Hussain. «Prima di entrare nel mercato del lavoro ho dovuto girare un po’, perfezionare il mio italiano, lingua che conoscevo abbastanza bene: ho faticato, questo volevo dire; c’è chi deve farlo un po’ di più, chi un po’ meno: a me è toccata la prima parte con batticuore; perciò dico a questo ragazzone di sentirsi fortunato perché non avrà la mia stessa fretta e la mia stessa paura: quegli ottocento euro che avevo in tasca, una piccola fortuna, dovevo farli durare il più a lungo possibile, finiti quelli la mia amica avrebbe potuto ospitarmi ancora un po’, ma poi sarei dovuta tornare nella mia Romania».

Non si fosse spiegata così bene, avremmo pensato a una leggera punta di invidia nei confronti di Hussain. «Mi sono trovata bene dal primo momento, nonostante i duemila chilometri da casa, le differenze tra i due Paesi, il dovere di abituarmi a nuovi modi di fare della gente. Trovare quasi subito un lavoro mi ha aiutato molto. Ho anche frequentato un corso di italiano per imparare meglio la lingua».

Mariana sta per lasciarci. E’ stata utile. Invece, quasi si scusa. Conclude. «Non so se resterò in Italia per il resto della mia vita: vedo il mio futuro di nuovo in Romania – dove in questi anni sono tornata due volte – forse perché non so vedermi lontana da casa. Voglio tornare lì definitivamente e costruirmi il resto della mia vita».

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