DI CLAUDIO FRASCELLA

«Stiamo con Willy!»

Storia del ventunenne capoverdiano, massacrato di botte a Colleferro

«Picchiato, steso a terra, gli aggressori si sono accaniti saltandogli addosso». Come un complimento degenera nella periferia della capitale. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Arrestati due fratelli e un paio di loro amici. Chi conosceva la vittima di origini africane non si capacita. «Non vedremo più il suo sorriso, da non crederci, puntuale sul posto di lavoro, voleva migliorarsi, diventare uno chef…».

«Gli sono saltati addosso per completare l’opera, dopo averlo scaraventato a terra con un calcio». Come se volessero spegnere cartacce che hanno preso fuoco con una sigaretta ancora accesa su un marciapiedi, con una furia bestia. Ingiustificabile. L’opera alla quale si riferisce uno dei testimoni del pestaggio mortale del povero Willy Monteiro Duarte, ventuno anni, originario di Capo Verde, arcipelago dell’Africa occidentale. I primi indizi incastrano Marco e Gabriele Bianchi, due fratelli palestrati, Francesco Belleggia, loro amico, avrebbe un ruolo defilato in quello che gli organi di informazione indicano come «pestaggio mortale».

Alla base del contrasto, fatto di offese, telefonate per chiedere rinforzi, come fosse una guerra, non c’è proporzione. Non c’è proporzione fra le parole e un pestaggio finito nel sangue. Ma così va, da anni a questa parte nelle periferie delle grandi città. Non esistono presidi militari, una volta invocato l’intervento di una pattuglia di polizia o una gazzella dei carabinieri, passano venti, trenta minuti. E quando arrivano, se arrivano, da un comune vicino, tutto è già accaduto. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Fra una frase e la “lezione” inferta da due, tre energumeni, a un povero ragazzo subito accasciatosi a terra, dunque inerme, impossibilitato anche a difendersi, perché quel colpo di karate sferratogli all’improvviso lo ha già annientato.

UNA LEZIONE DA COMPLETARE

Niente, la “lezione” va completata, Willy è come se fosse una cicca di sigaretta, ancora accesa, va spento. Accidenti alle regole della mattanza, non scritte, ma che nei quartieri sopravvivono, specie ai bordi della capitale, dove le bande della Magliana, i protagonisti di “Romanzo criminale” (scritto dal tarantino Giancarlo De Cataldo), sono eroi. Non ci sono posti di polizia, esistono invece i boss. Vivono in ville lussuose e blindate, come fossero stanze dei bottoni. Riscuotono e ordinano. Ordinano e riscuotono. Impartiscono ordini, più stupidi sono i loro soldatini, più fanno al caso dei boss. Sventolano mazzetti di banconote sotto il naso di questi giovanotti pieni di muscoli e privi di cervello. «Andate lì, dategli una ripassatina, dategli una lezione: se non riscuotete, non posso assicurarvi benessere, casa, vacanze, moto, camicie e scarpe costose, orologi e collane che pesano quanto un “fero” da stiro».

Torniamo dal povero Willy, che non potrà più sorridere alla vita, agli amici, al suo lavoro da cuoco, ai suoi sughetti, alla sua amatriciana.  «Ah bella!». E’ solo una frase innocente, rivolta davanti a un locale di Colleferro, il “Duedipicche”, all’indirizzo di una ragazza di un altro gruppo. Che sarà mai, se ne sentono talmente tante che la cosa più ragionevole sarebbe un lasciar perdere, sorriderci su. Toh, berci sopra. Non c’è volgarità, non c’è offesa. Invece è la miccia di una scalata alla violenza culminata nel pestaggio mortale del ragazzo capoverdiano. Matteo, un amico della vittima, ricorda. «Uno degli aggressori ha sferrato un calcio all’altezza del petto di Willy, facendolo stramazzare al suolo, mandandolo a sbattere contro un’auto parcheggiata all’esterno del locale; Willy era anche riuscito a rialzarsi, ma su di lui si è abbattuta una gragnuola di calci e pugni tanto che il ragazzo è caduto daccapo a terra».

SCHIACCIATO COME UNA “CICCA”

Non finisce lì. La “lezione” va completata. Non è sufficiente un drammatico ko tecnico. Prosegue Matteo. «Mentre Willy è a terra, proseguono a sferrargli calci e pugni, tanto che stavolta proprio non ce la fa a rialzarsi». Samuele, un altro amico di Willy, aveva provato a fare da scudo al corpo di Willy per proteggerlo, ma è stato colpito anche lui. E’ sconvolto, mette a verbale gli ultimi istanti di vita del poveretto. «Mentre giaceva in terra, gli aggressori proseguivano passandogli sopra con i piedi: ricordo due di loro, gli aggressori, che saltavano sopra il corpo di Willy steso a terra e già inerme». Un altro amico della vittima, Marco. «Nello scendere dall’auto gli aggressori hanno subito aggredito Willy, senza pronunciare una sola parola, dritti al bersaglio!».

Faiza, altro testimone, indica uno dei due fratelli, Gabriele Bianchi. «E’ stato lui, ha sferrato un calcio in pancia a Willy, caduto a terra; quando si è rialzato ed è stato colpito ancora, dallo stesso aggressore, poi è arrivata la security del locale ed è scappato insieme agli altri». Belleggia, amico dei Bianchi, riporta l’ordinanza dei carabinieri, rende una sua versione. «Marco va verso Willy, gli tira un calcio e lui cade all’indietro, Gabriele picchia, invece, l’amico di Willy, a poca distanza: Marco gli sferra un calcio sul petto, Willy cade indietro sulla macchina e Gabriele si dirige verso l’amico di Willy picchiandolo…».

Non esistono video sull’accaduto. Non è facile individuare chi ha sferrato il colpo fatale a Willy. Dopo l’accaduto, i fratelli Gabriele e Marco Bianchi di venticinque e ventiquattro anni, Francesco Belleggia, ventitré anni, e Mario Pincarelli, ventidue anni, vengono accusati di omicidio preterintenzionale, si difendono. Nessuno di loro, asseriscono, avrebbe toccato Willy. Tesi ripetuta durante l’interrogatorio di convalida dell’arresto davanti al gip di Velletri. Belleggia, secondo la difesa, sarebbe stato presente ai fatti, ma non avrebbe colpito Willy. L’avvocato che segue i fratelli Bianchi, ha annunciato di essere in possesso di nuove prove riconducibili alla notte in cui è stato ucciso Willy. Le ha depositate. Contraddicono quelle della Procura in particolare per quanto riguarda il ruolo che hanno ricoperto i fratelli Bianchi nella rissa.

BIANCHI, NULLATENENTI E VITE DA STAR

Una vita esagerata, tra vacanze in Costiera amalfitana, abiti firmati e orologi di lusso e tutto grazie ad un negozio di frutta aperto da soli tre mesi. Questo raccontano le immagini social dei fratelli Bianchi, Marco e Gabriele, arrestati e accusati dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte, che risultano anche nullatenenti. Scrive il Messaggero. «Marco, da qualche mese, subito dopo il lockdown, aveva aperto un piccolo negozio di frutta verdura a Cori, comune della provincia di Latina. Non un grande locale su cui tra l’altro il sindaco della cittadina, Mauro De Lellis, ha già avviato le pratiche per il ritiro della licenza. Marco e Gabriele, però, al netto della frutteria di Cori risultano nulla tenenti. Motivo per cui non si escludono accertamenti di natura patrimoniale nei prossimi giorni».

Infine, Mimmo, uno dei colleghi del ventunenne capoverdiano, che lavorava con lui nella cucina dell’Hotel degli Amici di Artena. «Aveva tanta voglia di darsi da fare, era appassionato del suo lavoro con il desiderio di migliorare e crescere professionalmente: un ragazzo sorridente, così come si vede nelle foto, era un angelo», ha spiegato. E’ questa la cosa della quale non ci capaciteremo mai. Si può spegnere un sorriso con tanta violenza? E anche su questo, gli amici di Willy, i suoi conoscenti, i familiari, tutti noi, vogliamo risposte. Non solo chiediamo giustizia, ma anche che certe cose non debbano ripetersi. Dunque, ci sia prevenzione, educazione al rispetto. Prima di invocare condanne che, per quanto giuste, non ci restituiranno il sorriso di Willy, uno di noi.

Storia del ventunenne capoverdiano, massacrato di botte a Colleferro

«Picchiato, steso a terra, gli aggressori si sono accaniti saltandogli addosso». Come un complimento degenera nella periferia della capitale. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Arrestati due fratelli e un paio di loro amici. Chi conosceva la vittima di origini africane non si capacita. «Non vedremo più il suo sorriso, da non crederci, puntuale sul posto di lavoro, voleva migliorarsi, diventare uno chef…».

«Gli sono saltati addosso per completare l’opera, dopo averlo scaraventato a terra con un calcio». Come se volessero spegnere cartacce che hanno preso fuoco con una sigaretta ancora accesa su un marciapiedi, con una furia bestia. Ingiustificabile. L’opera alla quale si riferisce uno dei testimoni del pestaggio mortale del povero Willy Monteiro Duarte, ventuno anni, originario di Capo Verde, arcipelago dell’Africa occidentale. I primi indizi incastrano Marco e Gabriele Bianchi, due fratelli palestrati, Francesco Belleggia, loro amico, avrebbe un ruolo defilato in quello che gli organi di informazione indicano come «pestaggio mortale».

Alla base del contrasto, fatto di offese, telefonate per chiedere rinforzi, come fosse una guerra, non c’è proporzione. Non c’è proporzione fra le parole e un pestaggio finito nel sangue. Ma così va, da anni a questa parte nelle periferie delle grandi città. Non esistono presidi militari, una volta invocato l’intervento di una pattuglia di polizia o una gazzella dei carabinieri, passano venti, trenta minuti. E quando arrivano, se arrivano, da un comune vicino, tutto è già accaduto. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Fra una frase e la “lezione” inferta da due, tre energumeni, a un povero ragazzo subito accasciatosi a terra, dunque inerme, impossibilitato anche a difendersi, perché quel colpo di karate sferratogli all’improvviso lo ha già annientato.

UNA LEZIONE DA COMPLETARE

Niente, la “lezione” va completata, Willy è come se fosse una cicca di sigaretta, ancora accesa, va spento. Accidenti alle regole della mattanza, non scritte, ma che nei quartieri sopravvivono, specie ai bordi della capitale, dove le bande della Magliana, i protagonisti di “Romanzo criminale” (scritto dal tarantino Giancarlo De Cataldo), sono eroi. Non ci sono posti di polizia, esistono invece i boss. Vivono in ville lussuose e blindate, come fossero stanze dei bottoni. Riscuotono e ordinano. Ordinano e riscuotono. Impartiscono ordini, più stupidi sono i loro soldatini, più fanno al caso dei boss. Sventolano mazzetti di banconote sotto il naso di questi giovanotti pieni di muscoli e privi di cervello. «Andate lì, dategli una ripassatina, dategli una lezione: se non riscuotete, non posso assicurarvi benessere, casa, vacanze, moto, camicie e scarpe costose, orologi e collane che pesano quanto un “fero” da stiro».

Torniamo dal povero Willy, che non potrà più sorridere alla vita, agli amici, al suo lavoro da cuoco, ai suoi sughetti, alla sua amatriciana.  «Ah bella!». E’ solo una frase innocente, rivolta davanti a un locale di Colleferro, il “Duedipicche”, all’indirizzo di una ragazza di un altro gruppo. Che sarà mai, se ne sentono talmente tante che la cosa più ragionevole sarebbe un lasciar perdere, sorriderci su. Toh, berci sopra. Non c’è volgarità, non c’è offesa. Invece è la miccia di una scalata alla violenza culminata nel pestaggio mortale del ragazzo capoverdiano. Matteo, un amico della vittima, ricorda. «Uno degli aggressori ha sferrato un calcio all’altezza del petto di Willy, facendolo stramazzare al suolo, mandandolo a sbattere contro un’auto parcheggiata all’esterno del locale; Willy era anche riuscito a rialzarsi, ma su di lui si è abbattuta una gragnuola di calci e pugni tanto che il ragazzo è caduto daccapo a terra».

SCHIACCIATO COME UNA “CICCA”

Non finisce lì. La “lezione” va completata. Non è sufficiente un drammatico ko tecnico. Prosegue Matteo. «Mentre Willy è a terra, proseguono a sferrargli calci e pugni, tanto che stavolta proprio non ce la fa a rialzarsi». Samuele, un altro amico di Willy, aveva provato a fare da scudo al corpo di Willy per proteggerlo, ma è stato colpito anche lui. E’ sconvolto, mette a verbale gli ultimi istanti di vita del poveretto. «Mentre giaceva in terra, gli aggressori proseguivano passandogli sopra con i piedi: ricordo due di loro, gli aggressori, che saltavano sopra il corpo di Willy steso a terra e già inerme». Un altro amico della vittima, Marco. «Nello scendere dall’auto gli aggressori hanno subito aggredito Willy, senza pronunciare una sola parola, dritti al bersaglio!».

Faiza, altro testimone, indica uno dei due fratelli, Gabriele Bianchi. «E’ stato lui, ha sferrato un calcio in pancia a Willy, caduto a terra; quando si è rialzato ed è stato colpito ancora, dallo stesso aggressore, poi è arrivata la security del locale ed è scappato insieme agli altri». Belleggia, amico dei Bianchi, riporta l’ordinanza dei carabinieri, rende una sua versione. «Marco va verso Willy, gli tira un calcio e lui cade all’indietro, Gabriele picchia, invece, l’amico di Willy, a poca distanza: Marco gli sferra un calcio sul petto, Willy cade indietro sulla macchina e Gabriele si dirige verso l’amico di Willy picchiandolo…».

Non esistono video sull’accaduto. Non è facile individuare chi ha sferrato il colpo fatale a Willy. Dopo l’accaduto, i fratelli Gabriele e Marco Bianchi di venticinque e ventiquattro anni, Francesco Belleggia, ventitré anni, e Mario Pincarelli, ventidue anni, vengono accusati di omicidio preterintenzionale, si difendono. Nessuno di loro, asseriscono, avrebbe toccato Willy. Tesi ripetuta durante l’interrogatorio di convalida dell’arresto davanti al gip di Velletri. Belleggia, secondo la difesa, sarebbe stato presente ai fatti, ma non avrebbe colpito Willy. L’avvocato che segue i fratelli Bianchi, ha annunciato di essere in possesso di nuove prove riconducibili alla notte in cui è stato ucciso Willy. Le ha depositate. Contraddicono quelle della Procura in particolare per quanto riguarda il ruolo che hanno ricoperto i fratelli Bianchi nella rissa.

BIANCHI, NULLATENENTI E VITE DA STAR

Una vita esagerata, tra vacanze in Costiera amalfitana, abiti firmati e orologi di lusso e tutto grazie ad un negozio di frutta aperto da soli tre mesi. Questo raccontano le immagini social dei fratelli Bianchi, Marco e Gabriele, arrestati e accusati dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte, che risultano anche nullatenenti. Scrive il Messaggero. «Marco, da qualche mese, subito dopo il lockdown, aveva aperto un piccolo negozio di frutta verdura a Cori, comune della provincia di Latina. Non un grande locale su cui tra l’altro il sindaco della cittadina, Mauro De Lellis, ha già avviato le pratiche per il ritiro della licenza. Marco e Gabriele, però, al netto della frutteria di Cori risultano nulla tenenti. Motivo per cui non si escludono accertamenti di natura patrimoniale nei prossimi giorni».

Infine, Mimmo, uno dei colleghi del ventunenne capoverdiano, che lavorava con lui nella cucina dell’Hotel degli Amici di Artena. «Aveva tanta voglia di darsi da fare, era appassionato del suo lavoro con il desiderio di migliorare e crescere professionalmente: un ragazzo sorridente, così come si vede nelle foto, era un angelo», ha spiegato. E’ questa la cosa della quale non ci capaciteremo mai. Si può spegnere un sorriso con tanta violenza? E anche su questo, gli amici di Willy, i suoi conoscenti, i familiari, tutti noi, vogliamo risposte. Non solo chiediamo giustizia, ma anche che certe cose non debbano ripetersi. Dunque, ci sia prevenzione, educazione al rispetto. Prima di invocare condanne che, per quanto giuste, non ci restituiranno il sorriso di Willy, uno di noi.

La libertà in due bracciate»

Storia del ventunenne capoverdiano, massacrato di botte a Colleferro

«Picchiato, steso a terra, gli aggressori si sono accaniti saltandogli addosso». Come un complimento degenera nella periferia della capitale. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Arrestati due fratelli e un paio di loro amici. Chi conosceva la vittima di origini africane non si capacita. «Non vedremo più il suo sorriso, da non crederci, puntuale sul posto di lavoro, voleva migliorarsi, diventare uno chef…».

«Gli sono saltati addosso per completare l’opera, dopo averlo scaraventato a terra con un calcio». Come se volessero spegnere cartacce che hanno preso fuoco con una sigaretta ancora accesa su un marciapiedi, con una furia bestia. Ingiustificabile. L’opera alla quale si riferisce uno dei testimoni del pestaggio mortale del povero Willy Monteiro Duarte, ventuno anni, originario di Capo Verde, arcipelago dell’Africa occidentale. I primi indizi incastrano Marco e Gabriele Bianchi, due fratelli palestrati, Francesco Belleggia, loro amico, avrebbe un ruolo defilato in quello che gli organi di informazione indicano come «pestaggio mortale».

Alla base del contrasto, fatto di offese, telefonate per chiedere rinforzi, come fosse una guerra, non c’è proporzione. Non c’è proporzione fra le parole e un pestaggio finito nel sangue. Ma così va, da anni a questa parte nelle periferie delle grandi città. Non esistono presidi militari, una volta invocato l’intervento di una pattuglia di polizia o una gazzella dei carabinieri, passano venti, trenta minuti. E quando arrivano, se arrivano, da un comune vicino, tutto è già accaduto. Non c’è proporzione fra causa ed effetto. Fra una frase e la “lezione” inferta da due, tre energumeni, a un povero ragazzo subito accasciatosi a terra, dunque inerme, impossibilitato anche a difendersi, perché quel colpo di karate sferratogli all’improvviso lo ha già annientato.

UNA LEZIONE DA COMPLETARE

Niente, la “lezione” va completata, Willy è come se fosse una cicca di sigaretta, ancora accesa, va spento. Accidenti alle regole della mattanza, non scritte, ma che nei quartieri sopravvivono, specie ai bordi della capitale, dove le bande della Magliana, i protagonisti di “Romanzo criminale” (scritto dal tarantino Giancarlo De Cataldo), sono eroi. Non ci sono posti di polizia, esistono invece i boss. Vivono in ville lussuose e blindate, come fossero stanze dei bottoni. Riscuotono e ordinano. Ordinano e riscuotono. Impartiscono ordini, più stupidi sono i loro soldatini, più fanno al caso dei boss. Sventolano mazzetti di banconote sotto il naso di questi giovanotti pieni di muscoli e privi di cervello. «Andate lì, dategli una ripassatina, dategli una lezione: se non riscuotete, non posso assicurarvi benessere, casa, vacanze, moto, camicie e scarpe costose, orologi e collane che pesano quanto un “fero” da stiro».

Torniamo dal povero Willy, che non potrà più sorridere alla vita, agli amici, al suo lavoro da cuoco, ai suoi sughetti, alla sua amatriciana.  «Ah bella!». E’ solo una frase innocente, rivolta davanti a un locale di Colleferro, il “Duedipicche”, all’indirizzo di una ragazza di un altro gruppo. Che sarà mai, se ne sentono talmente tante che la cosa più ragionevole sarebbe un lasciar perdere, sorriderci su. Toh, berci sopra. Non c’è volgarità, non c’è offesa. Invece è la miccia di una scalata alla violenza culminata nel pestaggio mortale del ragazzo capoverdiano. Matteo, un amico della vittima, ricorda. «Uno degli aggressori ha sferrato un calcio all’altezza del petto di Willy, facendolo stramazzare al suolo, mandandolo a sbattere contro un’auto parcheggiata all’esterno del locale; Willy era anche riuscito a rialzarsi, ma su di lui si è abbattuta una gragnuola di calci e pugni tanto che il ragazzo è caduto daccapo a terra».

SCHIACCIATO COME UNA “CICCA”

Non finisce lì. La “lezione” va completata. Non è sufficiente un drammatico ko tecnico. Prosegue Matteo. «Mentre Willy è a terra, proseguono a sferrargli calci e pugni, tanto che stavolta proprio non ce la fa a rialzarsi». Samuele, un altro amico di Willy, aveva provato a fare da scudo al corpo di Willy per proteggerlo, ma è stato colpito anche lui. E’ sconvolto, mette a verbale gli ultimi istanti di vita del poveretto. «Mentre giaceva in terra, gli aggressori proseguivano passandogli sopra con i piedi: ricordo due di loro, gli aggressori, che saltavano sopra il corpo di Willy steso a terra e già inerme». Un altro amico della vittima, Marco. «Nello scendere dall’auto gli aggressori hanno subito aggredito Willy, senza pronunciare una sola parola, dritti al bersaglio!».

Faiza, altro testimone, indica uno dei due fratelli, Gabriele Bianchi. «E’ stato lui, ha sferrato un calcio in pancia a Willy, caduto a terra; quando si è rialzato ed è stato colpito ancora, dallo stesso aggressore, poi è arrivata la security del locale ed è scappato insieme agli altri». Belleggia, amico dei Bianchi, riporta l’ordinanza dei carabinieri, rende una sua versione. «Marco va verso Willy, gli tira un calcio e lui cade all’indietro, Gabriele picchia, invece, l’amico di Willy, a poca distanza: Marco gli sferra un calcio sul petto, Willy cade indietro sulla macchina e Gabriele si dirige verso l’amico di Willy picchiandolo…».

Non esistono video sull’accaduto. Non è facile individuare chi ha sferrato il colpo fatale a Willy. Dopo l’accaduto, i fratelli Gabriele e Marco Bianchi di venticinque e ventiquattro anni, Francesco Belleggia, ventitré anni, e Mario Pincarelli, ventidue anni, vengono accusati di omicidio preterintenzionale, si difendono. Nessuno di loro, asseriscono, avrebbe toccato Willy. Tesi ripetuta durante l’interrogatorio di convalida dell’arresto davanti al gip di Velletri. Belleggia, secondo la difesa, sarebbe stato presente ai fatti, ma non avrebbe colpito Willy. L’avvocato che segue i fratelli Bianchi, ha annunciato di essere in possesso di nuove prove riconducibili alla notte in cui è stato ucciso Willy. Le ha depositate. Contraddicono quelle della Procura in particolare per quanto riguarda il ruolo che hanno ricoperto i fratelli Bianchi nella rissa.

BIANCHI, NULLATENENTI E VITE DA STAR

Una vita esagerata, tra vacanze in Costiera amalfitana, abiti firmati e orologi di lusso e tutto grazie ad un negozio di frutta aperto da soli tre mesi. Questo raccontano le immagini social dei fratelli Bianchi, Marco e Gabriele, arrestati e accusati dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte, che risultano anche nullatenenti. Scrive il Messaggero. «Marco, da qualche mese, subito dopo il lockdown, aveva aperto un piccolo negozio di frutta verdura a Cori, comune della provincia di Latina. Non un grande locale su cui tra l’altro il sindaco della cittadina, Mauro De Lellis, ha già avviato le pratiche per il ritiro della licenza. Marco e Gabriele, però, al netto della frutteria di Cori risultano nulla tenenti. Motivo per cui non si escludono accertamenti di natura patrimoniale nei prossimi giorni».

Infine, Mimmo, uno dei colleghi del ventunenne capoverdiano, che lavorava con lui nella cucina dell’Hotel degli Amici di Artena. «Aveva tanta voglia di darsi da fare, era appassionato del suo lavoro con il desiderio di migliorare e crescere professionalmente: un ragazzo sorridente, così come si vede nelle foto, era un angelo», ha spiegato. E’ questa la cosa della quale non ci capaciteremo mai. Si può spegnere un sorriso con tanta violenza? E anche su questo, gli amici di Willy, i suoi conoscenti, i familiari, tutti noi, vogliamo risposte. Non solo chiediamo giustizia, ma anche che certe cose non debbano ripetersi. Dunque, ci sia prevenzione, educazione al rispetto. Prima di invocare condanne che, per quanto giuste, non ci restituiranno il sorriso di Willy, uno di noi.

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