Dal sociale all’altare

Stefano D’Orazio, fra passato, presente e futuro

Batterista dei Pooh, racconta l’impegno con i suoi compagni dalla parte dei più deboli. «Abbiamo raccolto fondi per ricostruire un villaggio in Africa, fatto concerti contro la fame nel mondo, Telethon in tv per combattere malattie genetiche». Intanto, “prima” pugliese di “Non mi sposerò mai!”, libro appena pubblicato e giunto alla terza ristampa.

Una vita spesa fra studi di registrazione, in giro per l’Europa con viaggi anche negli stati Uniti e in Oriente, fra caselli autostradali e autogrill, storie puntualmente finite fra le pieghe di canzoni di successo, Stefano D’Orazio, batterista dei Pooh, ha pubblicato in queste settimane il suo secondo libro: “Non mi sposerò mai!” (“Confesso ho stonato” il primo). Non solo musica, ma anche sociale nella vita di D’Orazio e i suoi “amici per sempre” Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian. «Per anni abbiamo partecipato a “Telethon”, in prima fila nella lotta contro le malattie genetiche, a favore dell’Anlaids, contro le guerre con “Rock no war” e contro la fame nel mondo; abbiamo raccolto fondi per aiutare popolazioni del Nicaragua e del Madagascar, donare a queste strutture utili per abitanti di villaggi africani, combattere malattie che lì, purtroppo, esistono ancora: una volta conclusi i lavori, noi stessi ci siamo recati sul posto per vedere come erano stati investiti i fondi raccolti in tournée grazie alla generosità del nostro pubblico».

Questo l’aspetto sociale in una battuta. C’è un libro, invece, che circola in queste settimane, “Non mi sposerò mai!”, subito in classifica, terza ristampa, “spalla a spalla” con quello dato alle stampe da Francesco Totti. Abbiamo incontrato D’Orazio alla masseria La Serritella di Castellana Grotte in occasione della presentazione del suo libro.D'ORAZIO Foto articolo 02 - 1

Galeotto fu un premio alla carriera assegnato ai Pooh all’Arena di Verona. Diretta televisiva Raiuno, Carlo Conti e Vanessa Incontrada i conduttori.

«Anche la pioggia ci mise del suo – ricorda per noi D’Orazio – eravamo dietro le quinte a ripararci, quale migliore occasione per pensare alla solita, complicata domanda confezionata dagli autori: “Progetti per il futuro?”; io che per indole se non spiazzo non mi diverto, mi dissi “Mo me butto…O’ dico…”».

Settant’anni suonati, cinquanta più o meno con i Pooh, in D’Orazio insistono ancora tracce di ingenuità.

«Non seriamente dannose, mi dico, allora, “Ma sì, stasera mi butto!”. Rullo di tamburi, i due conduttori rivolgono l’identica domanda a Roby, Dodi, Red e Riccardo, quinto Pooh nel frattempo arruolato per il cinquantennale. Risposte a raffica. Manco all’appello. Domandona, risposta: «Tiziana, tieniti libera per il prossimo 12 settembre, ci sposiamo!». La futura signora D’Orazio, ignara, stava vedendo un film: la scusa per tenerla incollata alla diretta, il parere su una giacca che indossavo, l’ho chiamata al cellulare e le ho detto di seguirmi: mi ha confessato che più di un fulmine a ciel sereno, la mia dichiarazione in eurovisione è equivalsa a uno scatenarsi degli elementi».D'ORAZIO Foto articolo 01 - 1 La reazione della signora.

«Tanta era la gioia che per poco non strozzava il gatto che aveva fra le mani, così mi ha detto…Ne avevamo parlato così, diciamo di sfuggita, Spesso, prima di addormentarci Tiziana riprendeva l’argomento e io, molto cavallerescamente, mi voltavo dall’altra parte e fingendo di essermi addormentato di colpo…».

D’Orazio, tutto scritto nel libro “Non mi sposerò mai!”, anche consigli sul come approcciarsi al matrimonio, con rituali nel frattempo cambiati rispetto al passato: pranzo di nozze, numero di invitati, la celebrazione delle nozze e tutto il resto, che non è poco.

«Quella dichiarazione gliela dovevo, dieci anni di “sofferenza” al mio fianco: una decisione andava presa, nonostante fossi un esempio per amici e colleghi che di matrimonio non volevano saperne… Non tutti, però, erano di segno opposto: c’erano altri, infatti, che spingevano al “convolare”. Mi incoraggiavano a modo loro: “In caso di incidente, al tuo capezzale sarebbero ammessi solo parenti, dunque né fidanzate, né compagne!”.  Questo sì che era un argomento. E io che pensavo che il matrimonio fosse solo carta bollata: invece, location, catering, flower stylist, beverage, wedding planner – ma non c’è nessuno che parli italiano, qui? – scambio delle fedi e “finché morte non vi separi”: ditemi se non è una bella prospettiva?».

«Ma che bel Castello!»

Visita guidata dei ragazzi ospiti di “Costruiamo Insieme”

Foto-ricordo con l’ammiraglio Pasquale Vitiello. «Alla Marina dobbiamo la vita», dicono i ragazzi. «Molte navi militari italiane ci hanno tratto in salvo». Guide competenti, centomila visitatori all’anno. Adesso ci sono anche i ragazzi del Centro di accoglienza.CASTELLO 03

Un giorno al Castello aragonese con i ragazzi ospiti nel Centro di accoglienza della cooperativa “Costruiamo Insieme”. Non è detto che l’esperienza resti unica nel suo genere. Potrebbe, infatti, esserci una seconda volta. Un aspetto, questo, incoraggiato dalle numerose adesioni raccolte nel CAS da Silvia e Federica, operatrici di “Costruiamo”, e dall’ospitalità riservata dalle autorità militari e dalla guida ai ragazzi “ospiti per un giorno”.

La guida, competente e puntuale nel documentare le bellezze del manufatto voluto dagli Aragona nel cuore della Città antica, all’epoca una piccola penisola. Una roccaforte, mai espugnata, come viene spiegato ai ragazzi, attenti e puntuali nelle domande non appena c’è modo di entrare nel dettaglio. Interagiscono, i ragazzi, quando la visita assume una veste romanzata. La guida, brava e professionale, si diceva, come il resto del personale del Castello coordinato dall’ammiraglio Francesco Ricci. «Volete che parli inglese, francese, spagnolo? Ditemelo, non ci sono problemi: traduco, state per vivere un’esperienza unica nel suo genere!», introduce. «Italiano!», rispondono in coro i ragazzi di “Costruiamo”, nemmeno fossero una curva di uno stadio di calcio. Benissimo.Castello articolo 01

Siamo nella Piazza d’armi del Castello. Formalità da espletare. Ci pensano le operatrici, gli ospiti firmano all’ingresso. Ripeteranno l’operazione con un “mi piace” su un registro, “I luoghi del cuore”, nel quale viene consigliata a chiunque la visita al Castello aragonese uno degli attrattori più importanti d’Italia. Sow, Diallo, Ogbomo, Ahmed, Edobor e gli altri, si mettono in fila, attendono il loro turno. Subito un dato importante: sono oltre centomila sono le visite annue (e in costante crescita) documentate da un apposito “front office” all’interno del Castello.

C’è un convegno in un’ala dell’antico maniero. Alti ufficiali, come da protocollo della Marina militare, fanno gli onori di casa a relatori e partecipanti. Dal gruppo di ufficiali si stacca l’ammiraglio Pasquale Vitiello, per un estemporaneo “benvenuto” ai ragazzi. Una stretta di mano e una, due, tre foto-ricordo con il più alto grado della Marina presente a Taranto.

«Sono felice abbiate voluto fare visita al Castello – dice l’ammiraglio Vitiello – immagino più volte siate passati davanti e vi siate incuriositi di come fosse al suo interno; bene, oggi visiterete ogni angolo di questa bellezza, resterete sbalorditi da quanta storia possano custodire queste mura, monumenti così belli e imponenti: “Buon vento!”». Classico augurio degli uomini di mare. L’ammiraglio Vitiello chiede ai ragazzi il Paese d’origine: Guinea, Mali, Nigeria, Gambia, Costa d’Avorio. L’alto ufficiale colloca, puntuale, ciascuno dei Paesi come se avesse davanti una carta geografica. Gli ospiti quasi si stupiscono per la preparazione, ma un attimo dopo trovano la risposta. «Uomo di mare – dicono un paio dei ragazzi, Kanteh e Diakite – vuoi che non sappia dove sia il mio Paese o quello di Traore e Mamadou? Noi a questa gente, in particolare alla Marina militare, dobbiamo la vita!». Castello articolo 02

Non dimenticano i ragazzi. Molti di loro sono stati tratti in salvo da navi della Marina militare italiana in perlustrazione nel Mediterraneo per prestare soccorso a quanti in fuga da guerre etniche e persecuzioni politiche.

«Ragazzi, seguitemi, attenti agli scalini, dobbiamo passare più di un’ora insieme: fate tutte le foto che volete, così avrete modo di ricordarvi di questa esperienza!». La guida spiega in italiano, si aiuta con i gesti. Ma i ragazzi non fanno ancora “clic” sul cellulare. Ogni volta che si cambia angolo del Castello, Dembele, Djiallo, Jallow e il resto del gruppo, attendono la fine della spiegazione. Poi sotto con le domande. Infine, mano ai cellulari, con richiesta ai compagni di visita di scattare una foto. Molti anche i selfie.

Prosegue la visita. Restano affascinati i ragazzi, davanti a un enorme plastico del Castello aragonese. In un enorme stanzone, questo lavoro di un grande artigiano tarantino mostra la bellezza dell’antico manufatto. Ci sono i posti dai quali i ragazzi sono passati, altri che a breve visiteranno. «Qui – spiega la guida – venivano imprigionati i nemici, alcuni incatenati al muro: grandi sofferenze, come quelle alle quali molte delle popolazioni africane sono state sottoposte dalla scoperta dell’America in poi, avvenuta nel…?». «1492!», rispondono subito un paio, quasi fosse un quiz. Orgogliosi di conoscere anche la data, «12 ottobre!». Molti di questi hanno studiato nel loro Paese, altri dopo aver frequentato corsi di alfabetizzazione tenuti dalla stessa cooperativa “Costruiamo Insieme”, frequentano scuola a Taranto per conseguire o perfezionare un titolo di studio.Castello articolo 04 Fra gli altri momenti interessanti, secondo i ragazzi che hanno seguito attentamente la guida, il sistema idraulico con il quale veniva aperto il Ponte girevole di Taranto quando ancora non esisteva l’energia elettrico. «E’ uno dei princìpi adottati da alcuni villeggi africani – diceva un ragazzo – dove ancora non esiste l’energia elettrica, dunque attraverso sistemi simili a questo riescono a portare l’acqua utile alle famiglie e ai campi dove vengono coltivati ortaggi e frutta». Il maggior numero di selfie, nemmeno a dirlo, sotto allo stesso Ponte girevole. «Non lo avevamo mai visto da questa angolazione!», fanno capire i ragazzi che chiedono se è possibile scattare una foto. E’ zona militare, fanno bene a chiedere comunque. Poi il piano più alto del castello, da dove si domina la vista del Mar Grande e piazza Castello, appunto, dove ha sede anche il Comune di Taranto.

La visita finisce con un selfie, meritatissimo, con i giovani visitatori e la guida. Una giornata diversa dalle altre, istruttiva e importante nell’accorciare quelle distanze fra residenti ed extracomunitari. Un passo avanti nell’integrazione, all’interno della quale vale tutto, anche gli autoscatti con sorriso.

«“Costruiamo”, partner ideale»

Stagione artistica 2018/2019, il nostro fra gli sponsor principali

«Felici di fare squadra, è una cooperativa che fa azione sociale per la nostra città. Per il ventisettesimo anno consecutivo un cartellone di livello. Quest’anno: Pannofino, Izzo, Buccirosso, il quartetto Blanc-Ponzoni-Pambieri-Quattrini, la Finocchiaro, un omaggio al grande Bino Gargano»

Per la prima volta “Costruiamo insieme” scende in campo, in veste di sponsor, affiancando un’associazione culturale, anche questa una onlus, la “Angela Casavola”, che negli anni – ventisette consecutivi, volendo essere precisi – è stata impegnata nel sociale. Per circa tre decenni, Taranto si è giovata delle intuizioni e dell’impegno di Renato Forte, attore e regista tarantino, che ha allestito stagioni teatrali di livello.

Stagione teatrale importante, dunque, quella 2018-2019. Fra i protagonisti, Gabriele Cirilli, Francesco Pannofino, Biagio Izzo, Carlo Buccirosso, Angela Finocchiaro, Vittoria Belvedere e Maria Grazia Cucinotta, proseguendo uno straordinario quartetto: Blanc-Ponzoni-Pambieri-Quattrini. 

«Abbiamo trovato più che interessante fare squadra con “Costruiamo insieme”, cooperativa che fa azione sociale per la nostra città e non solo; la nostra stessa associazione, la “Casavola”, in questi primi quarant’anni ha sempre operato nel sociale, nella locale casa circondariale, nelle case di riposo, ha svolto attività; non appena abbiamo conosciuto una realtà come la vostra, siamo stati felici di averli accanto, potendo contare sul un importante sostegno morale; dal nostro canto, cercheremo di favorire le persone seguite da “Costruiamo Insieme”, dagli extracomunitari alle fasce sociali più deboli. È nostro desiderio invitare, volta per volta, assistiti della cooperativa alle rappresentazioni in cartellone. Sono convinto riusciremo a realizzare una stagione che non mancherà di dare reciproche soddisfazioni alla nostra associazione come alla vostra cooperativa».
CASAVOLA INTERVISTA - 2

Entrando nello specifico della Stagione artistica.

«Come ogni anno il cartellone della rassegna di spettacoli della “Casavola”, quest’anno giunto al ventisettesimo anno, propone titoli interessanti, di un certo spessore, anche se trattasi comunque di commedie divertenti, lasciano allo spettatore motivo di riflessione: si va dal cabaret al musical, dalla commedia più impegnativa ma sicuramente brillante, da quella comica a quella musicale: è il caso di dire che ce n’è per tutti i gusti».

Uno degli spettacoli che la incuriosiscono.

«Angela Finocchiaro con “Ho perso il filo”, spettacolo interattivo con ballerini e acrobati che coinvolgerà il pubblico in prima battuta: non solo noi tarantini, ma in tutta Italia aspettano la “prima” per assistere a una rappresentazione sicuramente originale; poi sicuramente “Quartet”, con Erika Blanc, Cochi Ponzoni, Giuseppe Pambieri e Paola Quattrini”: al debutto alla Sala Umberto di Roma, mi dicono, è stato un grande successo; va comunque sottolineato che anche quest’anno – non senza qualche sacrificio economico – abbiamo dato ai nostri abbonati una rassegna di spessore».

Una cosa che le sta a cuore.

«Una ricorrenza, il trentesimo anniversario della scomparsa del caro Bino Gargano, grande commediografo tarantino: all’interno della rassegna, sarà riproposto “Natale cu ‘a tredecéseme”, in qualche modo uno spettacolo “cult” – come si usa dire – con gli interpreti che l’hanno reso famoso tanti anni fa».

«“Costruiamo” insieme a “Casavola”»

Venerdì 19 ottobre conferenza stampa al teatro Orfeo

Presentata la rassegna di spettacoli, undici in tutto, promossi da Renato Forte. Il direttore artistico del cartellone e il partenariato con la cooperativa con sede in via Cavallotti. «Inviteremo ragazzi ospiti della centro di accoglienza e assistiti delle fasce più deboli».CASAVOLA FOTO ARTICOLO 03

«La cooperativa “Costruiamo Insieme” partner della Stagione artistica 2018/2019, una condivisione fortemente voluta da entrambi, essendo anche l’associazione “Angela Casavola” una onlus: un brand associato spesso all’accoglienza di extracomunitari, ma che negli anni oltre a fare integrazione, si è rivolto al terzo settore rivolgendo attenzione alle fasce deboli».

Renato Forte, direttore artistico di una rassegna di spicco, come si evince dai nomi in cartellone, apre la sua serie di interventi in un incontro alle 10 del mattino, venerdì 19 ottobre nel foyer dell’Orfeo proprio su “Costruiamo Insieme”, che sosterrà attraverso i suoi strumenti di comunicazione qualsiasi attività e spettacolo che “Casavola” promuoverà. Cirilli, Pannofino, Izzo, il “quartetto” Blanc-Quattrini-Pambieri-Ponzoni, Buccirosso, la Finocchiaro, il trio delle affascinanti Belvedere-Cucinotta-Andreozzi e tanti altri, sono i nomi dei personaggi che si avvicenderanno sulle tavole del teatro Orfeo di Taranto. Il “via” giovedì 29 novembre (“Mi piace”, Gabriele Cirilli), la chiusura in “bellezze”, mercoledì 24 aprile (“Figlie di Eva”, Vittoria Belvedere, Maria Grazia Cucinotta e Michela Andreozzi).CASAVOLA FOTO ARTICOLO 02

Fra i due lavori teatrali, altri titoli di grande prestigio, undici in tutto. Ai quali saranno invitati anche ragazzi della cooperativa con sede in via Cavallotti, parola di Forte. «Rilasceremo tessere ai ragazzi ospiti della struttura tarantina, ma anche a quanti ci saranno indicati dalla stessa cooperativa, qualora volessero estendere l’invito a rappresentanti di fasce deboli comunque da loro assistiti».

La collaborazione fra “Costruiamo” e “Casavola”, dunque, nasce sotto i migliori auspici. La conferma durante la conferenza stampa svoltasi nel foyer del teatro cittadino. Fra gli intervenuti, oltre al direttore artistico, Renato Forte, del quale si può ascoltare l’intervento in video rilasciato al nostro sito, anche l’assessore alla Cultura del Comune di Taranto, Fabiano Marti, e il giornalista Claudio Frascella responsabile ufficio comunicazione e stampa della cooperativa sociale con sede in via Cavallotti 84.CASAVOLA FOTO ARTICOLO 01

«Quando due strade impegnate in modo diverso nel sociale si incontrano – ha dichiarato Marti – la città può solo goderne, dunque ben vengano proposte culturali e partenariati importanti: il Comune sta provando a mettere in campo progetti dei quali l’intera città possa giovarsi, dalla valorizzazione dei suoi enormi Beni culturali al teatro; così l’Amministrazione non può che vedere di buon occhio qualsiasi tipo di sinergia che ponga Taranto al centro della cultura». Riferimento al nuovo teatro Fusco, fiore all’occhiello della città, in conferenza, l’asse si sposta daccapo sugli sforzi della Stagione artistica stilata per il ventisettesimo anno, da Renato Forte. «Non senza sacrifici, enormi se pensiamo che la nostra associazione si sostiene con gli interventi degli sponsor cui va, come ogni anno, il nostro sentito ringraziamento».

Fiore all’occhiello della rassegna un omaggio al passato. «Nel trentennale della scomparsa di Bino Gargano – dice Forte – abbiamo voluto rispolverare “Natale cu’ a’ tredecéseme”, insieme con diversi degli attori di un tempo per ricordare un autore e un artista che va ricordato per quanto seppe dare a Taranto». Il ricavato della rappresentazione sarà devoluto all’Aido di Taranto, Associazione donatori organi presieduta dalla giovanissima Giorgia Di Paola, nipote dell’indimenticato Gargano, anche lei presente alla conferenza stampa. Per ulteriori informazioni, Box Office, via Nitti 106/A (angolo via Oberdan), tel. 099.4540763 (boxoffice04@libero.it).

«Legionella, ma quale Africa!»

Michele Conversano, direttore del Dipartimento di prevenzione

«Il batterio viene dagli Stati Uniti, attenti alle docce e ai climatizzatori. Diossina e pcb: Taranto fra le più monitorate d’Italia, nostri i primi studi e le denunce. Vivere in questa città ha un rischio aggiuntivo di malattie, e non solo, legate all’inquinamento».

«La “legionella pneumophila”, più comunemente “legionella”, non arriva dall’Africa, come ha dichiarato un politico del Nord poco informato: è un batterio che si diffonde attraverso docce e impianti di climatizzazione». Michele Conversano, direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Asl di Taranto, sfata subito una “fake news” circolata nei giorni scorsi circa un caso di legionella scoppiato a Taranto. Pura invenzione, come solo certa politica disinformata sa fare, alimentando risentimenti e odio, assopiti per un certo periodo, per chiunque venga dall’Africa o comunque dall’estero. Ma andiamo per ordine.

Qual è il compito del suo Dipartimento, quali servizi svolge?

«Svolgere attività all’interno di strutture complesse, dunque, servizio di igiene e sanità pubblica, dalle autorizzazioni all’ambiente; studiare i riflessi delle contaminazioni ambientali sulla salute umana, vaccinazioni, della Medicina legale; fare servizio di prevenzione e sicurezza dei luoghi di lavoro; servizio di igiene degli alimenti e della nutrizione; servizi veterinari, igiene di allevamenti e controllo su alimenti di origine animale e altro ancora che riguarda questo comparto».

Quanto è più impegnativo essere direttore del Dipartimento di prevenzione, a Taranto?

«Svolgere questa attività a Taranto è molto più complicato, ma anche molto più impegnativo. Dal punto di vista professionale equivale all’esperienza di un primario chirurgo chiamato a fare interventi importanti, e Taranto, purtroppo, ha problemi “importanti” per i quali abbiamo dovuto fare molta ricerca; collaborare con grosse università, istituti di ricerca non solo italiani, ma anche mondiali, tanto che la nostra città rappresenta un banco di prova per la Sanità pubblica. Poi Taranto è la mia città, la stessa nella quale vivono i miei figli, spero respirino i miei nipoti, quindi l’impegno è sicuramente molto più alto che in qualsiasi altra parte d’Italia».Conversano Articolo 01

In famiglia le avranno chiesto «Perché Taranto e non Grosseto, Lucca, Ferrara?».

«Mi avevano proposto Milano e Roma, città anche queste impegnative. Ho la fortuna di lavorare con strutture universitarie, sono stato presidente nazionale della Società italiana di Igiene e salute, sono stato a stretto contatto con igienisti di tutta Italia: poter fare il tuo mestiere nel migliore dei modi e nella tua città, credo che sia imparagonabile ad altre occasioni di lavoro nel campo della Sanità».

Quali i malintesi quando si chiedono soluzioni piuttosto che informazioni?

«Malinteso storico: per quindici anni con il Dipartimento di prevenzione abbiamo denunciato a tutti i livelli il problema sanitario, segnalando morti e malattie legate alla situazione ambientale di Taranto, ma il più delle volte siamo stati ignorati; studi scientifici svolti insieme con le più grosse università dimostravano che vivere in questa città ha un rischio aggiuntivo di malattie legate all’inquinamento e un rischio aggiuntivo di morte: tutto è stato ignorato per troppo tempo, fino a quando i nostri studi non sono stati ripresi dall’Autorità giudiziaria. Evidentemente qualche decennio fa, su altri tavoli, bisognava fare qualcosa di più».

Diossina, a che punto siamo.

«Esistono i Servizi di igiene degli alimenti, ciò che riguarda la possibile contaminazione di origine animale o vegetale. Da quando è scoppiato il caso-diossina abbiamo in piedi un Piano straordinario di controllo di diossina, pcb e altri contaminanti come metalli pesanti, idrocarburi; quelli più pericolosi, ce lo dice la scienza, sono gli alimenti di origine animale, ovina e caprina: latte, formaggi e carne; poi i mitili, le nostre cozze nere; questo Piano prevede un numero di campionamenti di diossina, pcb e contaminanti quasi equivalente al resto dei campionamenti che si svolgono in tutto il Sud Italia. Se si abbattono animali o distruggono tonnellate di cozze, è proprio perché i controlli funzionano».Conversano Articolo 02

Dopo lo studio sul latte materno, quello sui bambini.

«Con l’autorizzazione delle mamme, abbiamo sostenuto controlli su seicento bambini: analisi del sangue, urine, capelli, denti da latte; se non ci fosse stata questa forte collaborazione da parte dei tarantini, non avremmo potuto fare nulla di tutto questo».

Legionella, c’è allarmismo. Qualcuno si è inventato la storia delle “legioni africane”, tanto per cambiare.

«Qualche politico del Nord, poco attento, ha dichiarato, una fesseria clamorosa. La “legionella pneumophila” è un batterio che si diffonde attraverso acqua nebulizzata, essenzialmente docce e impianti di climatizzazione: si chiama così, “legionella”, non perché arriva dall’Africa, ma perché per la prima volta è stata isolata in seguito a un’epidemia abbattutasi su ex legionari, persone anziane, intervenute in una convention a Las Vegas, Stati Uniti. L’impianto di climatizzazione in quell’occasione “sparò” questi batteri su quanti erano presenti a quell’incontro : una volta isolata, è stata chiamata “legionella pneumophila”. E’ un batterio molto presente. A Taranto si registrano dai venti ai venticinque casi all’anno, fra tarantini e turisti ospiti di attività ricettive della nostra provincia. La prevenzione si fa bonificando le reti idriche, ricordando che la legionella spesso è nei soffioni delle docce, in quei rubinetti che apriamo poco spesso – nelle case estive, quando occorrerebbe provocare uno shock termico, far passare acqua bollente per qualche minuto all’interno dei condotti: è un batterio termolabile, muore».

Il suo Dipartimento e la città ideale dal punto di vista sanitario.

«Una Taranto in cui si vaccinano tutti: oggi abbiamo la copertura vaccinale più numerosa della Puglia e d’Italia, ottima la collaborazione con pediatri e medici di base, naturalmente con le mamme – sono loro a decidere… – una città in cui tutto funziona, un giorno potremo fare a meno dell’industria pesante cominciando da “ieri” a sviluppare le alternative – basta guardarsi intorno, esistono… – mare, cultura, turismo e alta tecnologia. Dice un proverbio cinese: “Se un albero ci mette mille anni a crescere, non è un buon motivo per non piantarlo”, dunque, tutti insieme, facciamo in modo che un giorno il Dipartimento possa interessarsi solo a boschi e funghi».

«118, sistema salva-vita»

Mario Balzanelli, direttore del numero unico dell’emergenza sanitaria

«E’ un vanto che il nostro Paese rivendica a livello internazionale.Assicuriamo massima assistenza attraverso un corpo scelto. Sette cittadini su dieci affollano inutilmente il Pronto soccorso. Mancano quaranta medici. Due le tragedie estive: i due bambini soffocati da un chicco d’uva, la gente che assisteva e non chiamava i soccorsi. Corsi di primo soccorso e defibrillatori nelle scuole, una vittoria dedicata a mio padre».

Mario Balzanelli, altro gradito ospite del sito e della web radio “Costruiamo Insieme”. Da anni punto di riferimento del “118”, si racconta e interviene per spiegarci il Sistema sanitario nazionale e locale.

«Sono direttore del “118” dal 2009, ho ricevuto dall’Asl di Taranto incarico di costruire questo sistema nel 2001, anno in cui ho cominciato a lavorare come coordinatore del progetto e, successivamente, vinto il concorso della struttura complessa del sistema sanitario del “118” di questa provincia».

Cosa significa “118”?

«Significa sistema salva-vita del cittadino italiano, un vanto che il nostro Paese rivendica a livello internazionale; questo numero unico per l’emergenza sanitaria assicura massima assistenza attraverso un corpo scelto, un servizio sanitario costituito da medici, infermieri e autisti-soccorritori a bordo di mezzi di soccorso; il sistema, collaudato, consente di raggiungere chiunque si senta male, chi rischia in quel momento di morire, prestando soccorso in un contesto particolare che è “tempodipendente”: in pochi minuti raggiunge chi ha bisogno di cure immediate, risultando la vera garanzia istituzionale a tutela della vita di sessanta milioni di persone».BALZANELLI FOTO articolo 03 - 1

Mezzi e uomini, al di sopra o al di sotto delle necessità?

«Una lettura che faccio in qualità di presidente nazionale del “118” vede un sistema profondamente penalizzato, smontato, demolito, in qualche maniera depotenziato; questo l’ho dichiarato in più occasioni alla stampa nazionale: il “118” sta andando incontro a una progressiva desertificazione delle piante organiche medico-infermieristiche che, invece, andrebbero implementate a livello dei governi regionali e, quindi, rese disponibili per garantire che in pochi minuti il soccorso giunga a destinazione con adeguate professionalità medico-infermieristiche, capaci di fare insieme diagnosi e terapia, pratiche potenzialmente salva-vita e in grado di fare la differenza».

Spesso chi presta soccorso è mediamente oggetto di critiche.

«Il “118” risponde con parametri temporali in tempi validi; esistono casi più articolati, ma vi assicuro che siamo costruiti per arrivare presto; il problema delle attese nei Pronto soccorso in tutta Italia è davvero complesso: intanto il cittadino il più delle volte si reca in un presidio sanitario quando non avrebbe bisogno di cure; il Pronto soccorso, invece, dovremmo considerarlo una via d’uscita in tantissimi casi; esistono, infatti, situazioni cliniche di carattere minore che potrebbero essere tranquillamente gestite dallo specialista di riferimento rappresentato dal medico che si occupa di Medicina generale o il collega della Guardia medica; dati alla mano, il 70% dei casi registrati nei Pronto soccorso italiani, letteralmente presi d’assalto, sono gestibili in maniera diversa: 7 casi su 10, per farla breve, sono pazienti che si recano lì con i loro mezzi, le loro gambe; in sostanza: non sono quelli i posti in cui recarsi.

Con la desertificazione medico-infermieristico cui accennavo, il “118” che non ha a bordo il medico, non può lasciare a casa il paziente che ha chiesto il pronto intervento; il team quando non è infermierizzato e medicalizzato è costretto a condurre il paziente in ospedale. Il presidio sanitario, dunque, diventa il crocevia di un ingolfamento generale che vorremmo evitare. Faccio un esempio: il “118” di Taranto che ha una carenza cronica di personale – mancano all’appello 40 medici su 95, e governiamo la provincia intera, per complessivi 29 comuni – riesce in qualche modo a garantire la medicalizzazione, tanto che nel 40% dei casi riusciamo a far restare a casa il paziente; in altri “118” d’Italia, il personale è ancora più carente, cosicché l’utenza non trova altra soluzione che recarsi al Pronto soccorso».BALZANELLI FOTO articolo 02 - 1

Un’estate calda, due casi l’hanno colpita.

«Due tragedie accadute a pochi giorni di distanza una dall’altra e che ci hanno segnati in modo grave: due bambini, Maria Chiara, a Marina di Lizzano, e l’altro bambino, Niccolò a Leporano. Entrambi fra i due e i tre anni: si trovavano con i rispettivi genitori che in quel momento stavano mangiando: mettono in bocca un chicco d’uva e lo deglutiscono; l’acino sbaglia “strada” e provoca ostruzione alle vie respiratorie in modo totale, drammatico; i due casi sono simili, ma uno in particolare vede una decina di persone spettatrice immobile: a nessuno viene in mente di chiamare tempestivamente il”118”; capisco i genitori nel panico più totale, ma quanti stanno attorno? I nostri tempi sono stati velocissimi, nel primo come nel secondo caso, ma la totale ostruzione delle vie aeree lascia tre, quattro minuti al massimo prima di provocare la totale asfissia. Un’estate funestata da una perdita evitabile, tant’è che come Azienda sanitaria locale abbiamo deciso di intensificare lo sforzo di formazione della popolazione della provincia, creando eventi specifici che dedicheremo alla memoria dei due bambini, Grazia e Niccolò, affinché queste manovre vengano gratuitamente insegnate in spazi aperti e nei comuni che vorranno ospitarci, pratiche che volentieri spiegheremo anche negli ipermercati Auchan e Ipercoop, che ringrazio per l’ospitalità. Il tutto affinché papà e mamme possano imparare a praticare manovre salva-vita».

“Un messaggio per non morire”, un defibrillatore e corsi obbligatori di primo soccorso nelle scuole italiane e negli impianti che ospitano attività sportive e pubblico, sono alcune delle attività in cui è stato impegnato il direttore del “118”, Mario Balzanelli. Un giorno è suo padre Graziano, già alto dirigente della Sanità locale, ad essere vittima di un attacco cardiaco e al tempo stesso del sistema sanitario. 

«Mio padre, Graziano Balzanelli, in famiglia ha rappresentato il faro della nostra esistenza, un uomo straordinario, orientato solo a fare il bene del prossimo, un campione del volontariato; attraverso la fede cristiana che ha trasmesso a noi tutti, ho imparato che bisogna impegnarsi per cambiare le cose. Nell’occasione infausta, ci eravamo sentiti pochi minuti prima; all’epoca lavoravo come medico a San Giovanni Rotondo, sarei arrivato a Taranto pochi minuti dopo, ma mai mi sarei immaginato di rivedere mio padre in obitorio; lui era davanti a casa nostra, avevamo appuntamento al Royal Bar, quando ebbe quell’arresto cardiaco improvviso; davanti a quella dimensione così sciatta, assurda, folle di un soccorso negato, promisi che mi sarei speso perché cose simili in futuro non fossero più accadute.

Era successo a 400 metri in linea d’aria dal SS. Annunziata di Taranto, un’ambulanza era arrivata quarantacinque minuti dopo, senza l’operatività di una bombola di ossigeno e con a bordo di quel mezzo di soccorso nessuno che sapesse a quali pratiche fare ricorso per salvare la vita a mio padre. E’ a lui che ho dedicato la costruzione di un solido “118” a Taranto, sicuramente fra i primi al mondo nell’aver rianimato un numero indicibile di pazienti che aveva subito arresto cardiaco senza esiti neurologici invalidanti. La dedica a mio padre la resi nota solo alla fine della raccolta di firme a cui collaborò con grande impegno Ciro Fiore. Grazie a quella legge sono otto milioni gli italiani, studenti formati nelle scuole, docenti e personale scolastico, a sapere usare un defibrillatore utile a salvare vite umane».

«Teatro, tutta la vita»

Antonio Conte, attore tarantino, si racconta

«Ho fatto tv e cinema, ma le tavole del palcoscenico sono un’altra cosa. La mia vita cambia grazie a una collega, Giusy Pepe, e Aldo Trionfo. Mario Carotenuto il mio maestro, mostruoso sul palco, con lui bastone e carota. E quando sei affiatato ci scappa anche il “salvataggio”. Verdone e Abatantuono, matti impareggiabili». Gli spot in Italia e all’estero, campagne di successo e un “Marco Antonio” fra cavalli, biga e piramidi: Mc Dondald’s, Amadori, Tirrenia… 

Antonio Conte, tarantino, quarant’anni di teatro. Una storia cominciata nella sua città, diretto da Italia De Gennaro per la compagnia “Teatro per noi”, per proseguire con una collega, Giusy Pepe, che per accedere all’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, lo vuole come spalla nel suo saggio d’ingresso. Oggi, Antonio, invece dei baffi ha la barba, ma solo per forma di pigrizia, dice. Dopo aver interpretato il dirigente di un avviatissimo studio legale, sempre tirato a lucido, ha reagito così. Ancora qualche giorno, poi rasoio e tutto come prima.

Conte, la prima esperienza professionale.

«La prima tappa, occasionale e fortuita, forse me la sono anche cercata, chi può dirlo. Novembre 1981, vivevo a Taranto, diplomato avevo partecipato e vinto un concorso pubblico, svolto il servizio militare, al ritorno cominciai a lavorare. All’epoca facevo teatro con la professoressa Italia De Gennaro e il gruppo “Teatro per noi”: si lavorava; una collega, Giusy Pepe, decise di partire ed entrare nell’Accademia di Arte drammatica “Silvio D’Amico” di Roma.

Fra le prove, un monologo e un “pezzo” a due. Andai a Roma per farle da spalla ne “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’ Neill: a fine prova, Aldo Trionfo, direttore dell’Accademia, mi chiese “Lei, Conte, nella vita che fa? Non le piacerebbe fare l’attore?”. Alla mia risposta affermativa, “Bene, domattina vada a piazza dei Cinquecento, c’è il nostro amministratore, parli con lui e firmi il contratto”. Ignaro su cosa potesse essere un vero contratto, il giorno dopo seguii le indicazioni di Trionfo: dopo la firma, in serata treno per Taranto e telefonata al posto di lavoro per comunicare la mia decisione, valigia e ritorno a Roma. E cominciata così “la Grande avventura”».

Un opuscolo, “Il mercante di Venezia”, Stagione teatrale 85-86 Nuova Italsider, protagonista il grande Mario Carotenuto. Conte, nella prima edizione Salanio, nella seconda il Principe del Marocco.

«Di questo spettacolo abbiamo fatto qualcosa come 240 repliche. Mario, un grande, la gente lo conosceva come protagonista di un cinema leggero, ma in teatro era mostruoso: ha lavorato con Giorgio Strehler con “L’Opera da tre soldi”, l’edizione di “My fair lady” passata alla storia, insieme con Delia Scala e Gianrico Tedeschi, vinto un Nastro d’argento per “Lo scopone scientifico” accanto a Sordi. Mario è quello che si dice un “signor attore”».Conte Copertina - 1

Cosa ha imparato dal maestro?

«A stare sul pezzo, sempre, a rispettare le consegne. Capitava che dietro le quinte ti facesse un segno d’intesa, ma se avevi ecceduto poteva rifilarti una bastonata sulle gambe. Carotenuto non era infastidito dall’errore, ma dal fatto che tu non te ne fossi accorto; severo anche con se stesso, se anche lui aveva commesso un errore, lo confessava ai colleghi: il principio qual era: se comprendi il tuo di errore, non lo commetti più e metti più sereno chi sta sulla scena; capire l’errore e non ammetterlo lascerebbe il collega nel dubbio. La memoria è strana: se una battuta la metti subito a registro, rischi di portartela così nelle repliche successive».

Un ricordo del maestro, un richiamo severo.

«Stavamo rappresentando “Aulularia” di Plauto. Io e Gino Nardella eravamo i due servi. Il collega una sera volle concordare una battuta fuori dal copione per prenderci l’“effettino”. Facemmo come aveva suggerito lui: risatina dalla platea, era in qualche modo andata bene. Fine primo tempo, Giorgio Catani, direttore di scena, già collaboratore di Visconti, mai del “tu”: “Signor Conte e signor Nardella, dal signor Carotenuto”. Mario non ci dette il tempo di parlare: bastone sul tavolo e urla, quello che ha detto non lo ripeto; era pericoloso anche fisicamente, Mario. Ci sciacquò come due bottiglie vuote! Fine del cazziatone, Carotenuto ci fa: “L’idea è buona, domani ci vediamo mezz’ora prima e la proviamo, ve la metto a posto e la fate, ma non vi azzardate più a decidere cose da soli!”. Aveva ragione. Era generoso, mi suggeriva dove prendere l’effetto: mi dava tre giorni, se non funzionava la battuta tornava nelle sue mani».

La “pacca”, invece?

«Ci siamo reciprocamente “salvati” in più occasioni; una sera stavamo facendo “L’Avaro” di Molière, gli sfuggì una battuta, lo soccorsi: “Se permette – dissi in scena – io avrei un’idea…”; la sua risposta: “Lei deve avere un’idea!”. Ci salvammo».

Il lavoro che dà più tensione: tv, cinema, teatro?

«La tv è bella se hai la diretta, senza è come bere un bicchier d’acqua: fermi la registrazione, riprendi; lo stesso il cinema. Non hai tempo, però, di studiarti certe cose come quando fai teatro, dove più repliche fai, più migliori il personaggio che interpreti. Ma l’emozione che ti dà il teatro non te le dà nessun altro impegno, cinematografico o televisivo che sia. Nemmeno alla duecentoquarantesima replica: anche in quell’occasione è cambiato il teatro, il pubblico, il tuo stato d’animo».

Al cinema, con Verdone e Abatantuono. Con registi importanti, la Wertmuller, Brass.

«Il cinema è divertente. Un branco di matti, Verdone, come Abatantuono, un gran bel compagno; tragedia, durante le riprese di “C’era un cinese in coma”: all’incoronazione della Miss, vento e pioggia finti, provocarono davvero danni incalcolabili, scoppiavano riflettori e volava di tutto, anche il disappunto di Carlo».Conte articolo 03

Una ventina di spot televisivi. Fra questi, “Tirrenia”, “Mc Donald’s”, “Pollo Amadori”.

«Avevano pensato di realizzare uno spot per ciascun mercato, fui scelto fra numerosi candidati. La pubblicità è ancora una cosa buona, in quanto decidono quelli che mettono i soldi. Difficilmente influenzabili, dunque, dall’intervento dell’amico dell’amico… Là ci si fa male, una campagna pubblicitaria sbagliata in termini economici diventa un bagno di sangue. Per la “Tirrenia”, tre giorni di lavorazione, tanti, girai uno spot tanto complicato quanto bello. Al produttore italiano una settimana dopo venne la brillante idea di rimontarlo, nella nuova versione non piacque fu ritirato a colpi di carte bollate».

Negli Stati Uniti è diverso?

“Molto. Ho girato in una settimana quanto in Italia realizzi in mezza giornata, questo per dire quanto siano meticolosi. Interpretavo Marco Antonio, cavalli, biga, piramidi alle mie spalle; in Italia in una settimana quasi ci fanno un film…

Pollo e tacchini “Amadori”. Diretto da Marcello Cesena, un genio, i Broncoviz e Crozza, Dighero, la Signoris, per intenderci. Ottimo spot. Avanzammo richieste lecite, non esagerate, ma Amadori decise metterci la faccia, essere il protagonista dei suoi spot, come Rana aveva fatto per i suoi tortellini. Purtroppo non avevano lo stesso appeal e non ci fu il ritorno sperato: le campagne pubblicitarie sono una cosa seria, durano trenta secondi e devi lasciare subito un segno. Ma il committente è il cliente, dunque ha sempre ragione ed è padrone di farsi male».

Più che un film, uno spot già visto.

“Quello con “ChanteClair”, sempre diretto da Cesena. Cinque anni di programmazione, una bomba. Richiamati non appena scaduti i cinque anni legati ai diritti, avanzammo appena un ritocco economico sul contratto: rifiutato, hanno girato lo stesso spot con regista e attore diversi, due settimane dopo tolto dal mercato e andati in onda con una pubblicità eseguita in elettronica”.

Qual è l’emozione, la sensazione del pubblico attento o disattento?

«Difficile codificarlo, ma l’esperienza prova a farti capire se le seicento, ottocento persone in sala ti stanno seguendo. Hai una sensazione: se il pubblico ti ha preso e se tu hai preso lui. Ma siamo sempre nell’ordine delle sensazioni. Se non scatta quella molla, lo spettacolo diventa faticoso. Se al pubblico non riesci a far comprendere la storia portata in scena, anche la commedia più brillante diventa un dramma. Con gli anni impari a comprendere il silenzio in sala, se chi è in platea è smarrito o preso dal lavoro che stai rappresentando».

Qual è il segreto per far sentire la propria voce fino all’ottocentesima poltrona?

“Lo studio, non esistono segreti. Ci sono attori che hanno fatto un buon film, una buona fiction, ma hanno una voce che non supera la terza fila e, allora, “archetto” (microfono, ndr) per tutti; detto del genio Carmelo Bene, che utilizzava il microfono per assecondare i suoi lavori teatrali, o Cosimo Cinieri, il teatro non puoi farlo con i microfoni; i grandi attori una volta partivano dal teatro per poi interpretare gli sceneggiati: Salerno, Ferzetti, Vannucchi, Mauri, Lavia, Pagliai, Rigillo, Zanetti e altri; oggi, purtroppo, assistiamo a dinamiche opposte: dallo sceneggiato gli attori passano al teatro, così assistiamo a primedonne che bisbigliano, si parlano addosso perché non hanno coltivato in modo basilare le tecniche del teatro».

«Sanità, vi spiego…»

Stefano Rossi, direttore generale Asl di Taranto

Nessun taglio alla Sanità, solo ottimizzazione dei servizi. Le eccellenze tarantine, la funzionalità dei presidi ospedalieri del territorio, tempi d’attesa rispettati, nei casi urgenti interveniamo sull’agenda. Addolorato dal folle episodio al SS. Annunziata, l’aggressione mortale a una donna. Orgoglioso di aver restituito alla città il padiglione SS. Crocifisso in pieno centro.

Taranto non ha subito tagli, ma solo una rimodulazione. Se i medici di base fossero più attenti, anche i tempi di attesa sarebbero più spediti. Stefano Rossi, direttore generale dell’Asl di Taranto, tocca diversi punti in un confronto a tutto campo sulla Sanità locale.

Asl, Azienda sanitaria locale. Cosa significa essere al centro delle attenzioni di un territorio?

«Si dice che la Sanità sia l’incrocio fra la vita e il trapasso. In realtà seguiamo dalla nascita i percorsi vitali di ciascuno di noi, un’attività decisiva, strategica, che attiva risorse economiche, aspetto da non sottovalutare: il Fondo sanitario nazionale è una quota del Pil, il Prodotto interno lordo: l’80-85% delle risorse della Regione sono destinate alla Sanità. La dice lunga su come questo aspetto rivesta un ruolo baricentrico rispetto alla società in generale; poi quando viene scoperto un fenomeno corruttivo e talvolta fatto un uso distorto della notizia, questo fa ancora più male: non solo all’amministratore, ma anche al cittadino Stefano Rossi».

Non avverte il peso di un impegno così delicato, considerando la Sanità un avamposto rispetto alle istanze del cittadino?

«I problemi sono tanti, qualcuno può anche intimorire, ma sento spalle sufficientemente larghe per affrontare temi delicati e risolverli; il rinnovo dell’incarico ricevuto di recente dalla Regione credo sia la conferma del buon lavoro svolto: i meriti, sia chiaro, sono dell’intera azienda e del personale; una realtà complessa l’Azienda sanitaria locale, più complessa di quella ospedaliera, in quanto hai intorno quanto necessita di controllo: le ASL ricoprono l’intera provincia, dunque complessi, servizi, personale; tutto distribuito su un territorio molto ampio che non aiuta ad esercitare correttamente e compiutamente le attività di indirizzo e di controllo.

Se non avessi avuto accanto personale affiatato, non saremmo riusciti insieme a raggiungere risultati così lusinghieri, pertanto anche il rinnovo del mio incarico lo condivido con tutto il personale; Taranto, in tema sanitario, vanta numerose eccellenze: presso il “Moscati” di Taranto risiede il Dipartimento interaziendale jonico-adriatico, dunque Taranto e Brindisi, lo dirige il dott. Salvatore Pisconti, apprezzatissimo specialista per indiscussi meriti professionali e umani. In un territorio tristemente compromesso dal punto di vista ambientale ed epidemiologico, non devi essere solo bravo, ma devi avere una cifra umana non indifferente; e l’elenco prosegue con il dott. Patrizio Mazza, primario di Ematologia, con il quale circa un anno fa abbiamo celebrato i mille trapianti di midollo; il dott. Giovanni Silvano, direttore di Radioterapia oncologica; il dott. Teodorico Iarussi, direttore di Chirurgia generale; un tempo impensabili, sono stati effettuati circa centoventi operazioni di chirurgia toracica con interventi ai polmoni; il dott. Giovanni Battista Costella, primario di Neurochirurgia. In buona sostanza, una filiera integrata dal punto di vista chirurgico. E lo dico non per incensare il nostro lavoro quotidiano, ma per gli utenti, gli assistiti, perché dovessero averne bisogno possono rivolgersi serenamente alle nostre strutture. Evidentemente, non è un caso che esista una forte domanda da parte di pazienti lucani e calabresi».Rossi foto articolo

Il rapporto con il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano e cosa significa fare due conti con i “tagli” all’attività della “sua” Asl?

«Rapporto con il presidente Emiliano, ottimo, d’altro canto non avrei potuto meritare la sua fiducia; non esistono tagli: il Fondo sanitario nazionale, dunque la quota del Fondo sanitario regionale, è una quota del Pil, che è sempre lo stesso: non significa, però, che oggi le risorse siano insufficienti; ciò detto, cresce in modo esponenziale l’aspettativa di salute da parte di una popolazione sempre più anziana e sempre più cronica: dunque, cresce il fabbisogno; le risorse sono le stesse, non ci sono tagli. Ecco perché vanno ottimizzate, utilizzate nel migliore dei modi; così, alla luce di questo dato, la risorsa più preziosa diventa il personale: per dettato normativo, tutte le pubbliche amministrazioni, dunque, anche il Servizio sanitario, non possono spendere per il personale più di quello che spendeva nel 2004, ridotto dell’1,4%; immaginate, pertanto, la spesa per il personale: in questi quattordici anni si fanno più Tac, più risonanze, si opera di più, in quanto quattordici anni fa certe cose erano inoperabili; così registriamo una crescita esponenziale di attività, nonostante le risorse siano sempre quelle. Ecco la richiesta di ottimizzazione. Dunque, contesto bonariamente l’accusa sui tagli: tagli non ce ne sono stati».

Tempi di attesa, volesse sfatarli?

«Esistono dati ufficiali: il Ministero attraverso il Piano nazionale delle Liste d’attesa, campiona due settimane in due periodi distinti dell’anno; l’80% delle prestazioni rispetta i tempi, anzi sfido chiunque a dire che una prestazione o prenotazione richiesta con il codice “U”, urgente, o “B”, nel giro di tre giorni, non sia stata rispettata, facciamo tutto il possibile forzando qualunque tipo di impegno e agenda; la prestazione, però, deve essere correttamente compilata dal medico di base, ciò a dire che deve recare il codice di priorità; non sempre questo viene riportato, così la richiesta finisce in un labirinto dal quale non se ne esce più. Dunque, codice di priorità e sospetto diagnostico: il sospetto diagnostico – attività clinica del medico di base – sulla base di sintomi, anamnesi, va di pari passo con il codice di priorità. In questo ambito, il sistema dovrebbe funzionare, purtroppo continuiamo a vedere ricette rosse prive del codice di priorità e di sospetto diagnostico».

Perché secondo lei fa notizia un episodio di malasanità rispetto a cento attività di soccorso?

«In Inghilterra dicono: una notizia deve rispondere a tre “s”: sesso, sangue, scandalo; non possiamo farci nulla, la lotta è impari. In questo preciso momento stiamo erogando milioni di prestazioni: negli ambulatori del medico di base e in quelli di specialistica, negli ospedali; nessuno tesserà le lodi di milioni di prestazioni, ma inevitabilmente indicherà quella andata male».Rossi foto articolo 2

Presidi sanitari sul territorio, i collegamenti fra le anime della sanità pubblica fra Taranto e provincia?

«Un Decreto ministeriale del 2015, ha dato nuove regole e introdotto una classificazione dei presidi ospedalieri. Esistevano situazioni arlecchinesche, sembrava che tutti potessero fare tutto.  Così è avvenuta una divisione: ospedali di primo livello, secondo livello e di base. Non è una classifica di merito, ma di contenuti; quello di base ha quattro discipline: Manduria, oltre al Pronto soccorso, ha medicina, ortopedia, chirurgia e cardiologia; il riordino ospedaliero regionale ha previsto ospedali di primo livello: Martina e Castellaneta, che hanno quelle di base e altre discipline: ginecologia, pediatria, nefrologia, urologia, una serie di discipline in più; infine l’ospedale SS. Annunziata di Taranto: ha tutto e, in più, neurochirurgia, geriatria, lungodegenza e via discorrendo. Giusto sia così: il 118 deve sapere in quale ospedale trasportare il paziente. Mettere ordine è stato importante: con la rimodulazione nulla è sparito, bensì è stato potenziato altrove; giusto svolgere prestazioni in un solo punto: per principio scientifico, si sbaglia di più dove si fa di meno; concentrare le prestazioni alza il livello di qualità e abbatte la casistica degli interventi sbagliati».

Cosa l’ha inorgoglita di più, cosa l’ha addolorata in questi anni di attività?

«Parto subito da un episodio negativo: la morte violenta di quella povera donna che si trovava al Pronto soccorso ad agosto, alle quattro di notte, accompagnata dal figlio, e che per mano di un folle ha perso la vita: episodi simili non dovrebbero accadere in assoluto, una vicenda terribile se penso che è accaduta in casa nostra.

Orgoglio. Sbloccare un appalto, quello del padiglione “SS. Crocifisso” in via SS. Annunziata, arrestatosi nel tempo: abbiamo accorpato poliambulatorio, Cim, centri diurni, neuropsichiatria infantile e restituito, al tempo stesso, una struttura alla città. Non svolgiamo, infatti, solo attività sanitaria, bensì ospitiamo mostre, concerti, presentazione di libri, mercatini nel periodo natalizio. Quell’immobile così bello era una delle eccellenze tarantine inutilizzate da anni. Ho subito critiche per questa scelta: avrei portato i “pazzi”, dicevano, in centro. Ho provato a far capire che il disagio mentale è una criticità della società moderna e all’interno di essa cresce in modo esponenziale: portarlo nel centro cittadino e non emarginarlo, ci può aiutare a contrastarlo».

«Taranto ai tarantini»

Valentina Tilgher, vice sindaco

Assessore a Sviluppo economico, Marketing e Risorse del mare, traccia un primo bilancio sull’Amministrazione-Melucci. «Promuoviamo l’immagine della città, cresce l’industria turistica, importante l’impegno degli operatori. Lotta agli abusivi e sostegno agli imprenditori intenzionati ad investire sul territorio»

Ospite di “Costruiamo Insieme”, Valentina Tilgher, vicesindaco, assessore a Sviluppo economico, Marketing e Risorse del mare al Comune di Taranto. Subito un primo bilancio sull’attività svolta dall’Amministrazione comunale della quale lei fa parte.

«Per quello che mi riguarda, la prima candelina l’ho spenta il 26 luglio scorso: è stato un anno estremamente faticoso e impegnativo; abbiamo scelto di lavorare, e non a parole, su pianificazione e progettazione per un futuro diverso per Taranto. Ciò ha comportato uno studio non indifferente con l’analisi di progetti che avrebbero potuto dare impulso rispetto a progetti purtroppo arenatisi, considerando finanziamenti che rischiavamo di perdere; abbiamo svolto una ricognizione di tutte le istanze esistenti assegnando priorità.

Il sindaco ha dichiarato subito quale fosse il suo programma, in questo nel suo discorso di insediamento il nostro primo cittadino è stato chiaro. Ha manifestato le direttrici di sviluppo e all’interno di questo studio strategico è stata collocata la serie di interventi. A un anno di attività amministrativa i progetti cominciano a concretizzarsi».

TILGHER ARTICOLO 01

Un anno di attività. Una cosa, fra le altre, che la rende fiera?

«La prima che mi viene in mente: i lavori di recupero della Scarpata del lungomare. Ma solo perché ultima in termini di tempo, forse quella che ha avuto un impatto immediato sulla cittadinanza. E’ un intervento-simbolo. La scommessa era recuperare un’area bellissima e preservarla dai ripetuti atti vandalici e dall’invasione della microcriminalità. Dunque, il Lungomare come simbolo del lavoro da svolgere per recuperare Taranto. Abbiamo cominciato a restituirle bellezza e dignità, questa la visione finale di una zona sicuramente suggestiva, che avrà ulteriori interventi in queste settimane. Ma, attenzione, a Taranto il brutto continua ad esistere: è ben radicato, ma è a piccoli passi, costanti, che riusciremo a creare sacche di resistenza rispetto a un uso che aveva spinto verso il basso una delle bellezze di questa città».

Come “vede” da ieri quel tratto di Taranto?

«La immagino con le famiglie che passeggiano indisturbate, chi fa jogging, ragazzini in bici portati a spasso dai genitori; la gente che è andata, e va tuttora, in spiaggia, a Lido Taranto: non a farci il bagno – è l’ideale per prendere il sole, ma è bene ricordare che esiste il divieto di balneazione – per motivi igienico-sanitari; stiamo intanto progettando per qualificare il Pontile nuovo, non solo a carico del Comune ma con l’ausilio di iniziative private: non è più tempo di chiedere investimenti per il solo bene della cittadinanza; l’interesse della collettività va contemperato con l’interesse dell’imprenditore che compia investimenti che a tre, cinque anni si ripaghino; altrimenti abbiamo solo – un “già visto” su diversi progetti esaminati – un investimento con il supporto pubblico, esaurito il quale non cammina più sulle sue gambe. Non potendo assicurare la ripetitività del sostegno pubblico, il bene una volta ristrutturato verrebbe abbandonato, vandalizzato come accaduto con altri scempi esistenti per Taranto. Il Comune ha un patrimonio immobiliare immenso, rimetterlo in sicurezza, ripristinarlo, riaffidarlo, richiede uno sforzo economico che andrebbe spalmato in molti anni».

TILGHER ARTICOLO 02

Il rispetto delle regole, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, su questo è stato tassativo.

«E’ giusto che i cittadini manifestino le proprie istanze. Inutile pensare, per esempio, grave piaga, che l’abusivismo si possa risolvere con un intervento a settimana da parte della Polizia municipale. Buona parte dei trasgressori non ha patrimonio aggredibile, la normativa non consente di mettere in prigione l’abusivo: i poteri in ordine alla requisizione della merce, del sequestro dei mezzi, sono purtroppo limitati. Proseguiamo con la repressione dei reati, fino a quando chi compie reati simili abbia l’esatta percezione di non farla più franca. Restando sull’esempio del Lungomare: andremo a creare, invece, una serie di presidi autorizzati tesi a infliggere il colpo di grazia all’abusivismo, obbligando anche quanti operano illegalmente a rientrare in un circuito virtuoso con il rispetto delle regole. Lo scopo è creare un controllo sociale mediante il quale, un pezzo per volta, intendiamo riprenderci Taranto e restituirla ai cittadini».

Estate calda, Taranto riposizionata dal punto di vista culturale.

«Lo confortano i dati sul turismo, Taranto viene finalmente vista per quello che è: una città bellissima, nella quale è piacevole trascorrere le vacanze. C’è da lavorare ancora per farne meta ideale. Gli eventi vanno bene, ma una volta organizzati occorre far trovare al turista una serie di servizi, un tema – quello dei servizi – sul quale ci stiamo impegnando; un lavoro decisamente più lungo rispetto all’allestimento di un evento; intanto, però, cominciamo a promuovere l’immagine della città, perché cresca la capacità di un’industria turistica, un’intera rete di operatori che trasformino la città rendendola accogliente per il turista».

«Più servizi per tutti»

Simona Scarpati, assessore al Welfare al Comune di Taranto

«Sogno un assessorato al Lavoro e alle Politiche sociali all’avanguardia. Rispettiamo il programma del sindaco, Rinaldo Melucci: massimo sostegno alle fasce più deboli, ma nel rispetto della legalità. Maggiore emergenza: richiesta di contributi abitativi e alloggio popolare. Fra le altre attività: Piano sociale di zona,Sportello antiviolenza, il Centro dell’Alzheimer»

Incontro negli studi di “Costruiamo Insieme” con Simona Scarpati, assessore al Welfare al Comune di Taranto. Da circa un anno, riveste un ruolo importante nello scacchiere della Giunta del sindaco Melucci. In più occasioni, infatti, il primo cittadino ha sollecitato massimo impegno nei settori in cui questa città richiede interventi, con particolare riferimento alle fasce deboli.

Che assessorato è quello del Lavoro e delle Politiche sociali, a Taranto?

«Un assessorato di frontiera, front-office, un settore particolarmente delicato nel quale confluiscono i bisogni iniziali e finali di un’intera collettività; variegati i temi dei quali ci interessiamo, tutti di uguale importanza, basti pensare a disabilità, minori, povertà estrema, anziani».

Quanto ha trovato da fare e quanto c’è da fare nel suo assessorato?

«Mi sono insediata circa un anno fa, in sede di bilancio come Amministrazione posso dire che abbiamo realizzato tantissimo: per esempio il nuovo Piano sociale di zona, approvato in Consiglio comunale lo scorso 26 luglio; numerose le attività poste in essere, a partire da una revisione del Regolamento sui contributi abitativi, l’emergenza-alloggi – notevole nella nostra città – e poi lo Sportello antiviolenza, il Centro del “Dopo di noi”, il Centro dell’Alzheimer, servizi dei quali la nostra città era sprovvista; senza contare tutto il settore fragile delle Politiche di famiglia, un tempo scarsamente considerato e sul quale, invece, abbiamo inteso porre la nostra attenzione».

ARTICOLO SCARPATI

Qual è la percezione che ha della città dal suo “avamposto”?

«Sono a stretto contatto con i cittadini e le problematiche legate alla loro condizione: esiste una forte emergenza abitativa».

Cosa le chiede, invece, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci?

«Una grandissima cura nel rapporto con le fasce deboli: prestare massima attenzione al disagio e realizzare progetti e interventi diversificati che vadano a coprire emergenze e fasce fragili cui mi riferivo poc’anzi: è uno dei punti fondamentali della nostra Amministrazione, una delle linee-guida del nostro primo cittadino».

Cosa le chiede, in buona sostanza, la gente che viene a trovarla?

«Nella maggior parte dei casi, esigenze legate ai contributi abitativi  e all’alloggio popolare; questo a significare come l’emergenza abitativa sia uno dei settori che richiede interventi».

 ARTICOLO SCARPATI 2

Quanto le duole dire “no”?

«Certo che duole, ma dobbiamo avere massimo rispetto della legalità, punto-cardine del nostro programma: laddove è possibile intervenire, essendoci condizioni, requisiti, lo facciamo costantemente, ogni giorno; dove, purtroppo, quei requisiti richiesti non ci sono, ci atteniamo alle disposizioni previste dalla legge».

Ha un sogno?

«In parte si sta realizzando attraverso quanto svolto in quasi un anno di attività nel settore del Welfare, come il Piano sociale di zona. Ovviamente il tema è talmente delicato e vasto che non bisogna mai tirare il fiato: mai cullarsi sulla convinzione di aver fatto tutto, perché c’è sempre qualcosa da fare; detto questo, desidero dare alla collettività un Assessorato al Lavoro e delle Politiche sociali sempre più all’avanguardia con un maggior numero di servizi in ogni singolo settore».