21 DI COSTRUIAMO INSIEME

“Là, dove c’era l’erba…”

Sessant’anni fa la posa della prima pietra per la costruzione del siderurgico

 

Una lunga disamina sulle decisioni politiche. No a Piombino, sì a Taranto per dare al Sud. Arriva una ricchezza concreta, ma anche i primi mali. Nonostante Paolo VI celebri qui una Santa Messa natalizia e Pertini pranzi con gli operai. Dopo il boom economico, ecco i fumi, i morti, i processi, una politica che passa dal PCI alla DC. Fra sindaci e un dissesto a scuotere e mettere la città in ginocchio.

C’era una volta il siderurgico. E ancora c’è. Fra processi, lunghi, tempi biblici e qualche inevitabile prescrizione, considerando i tempi della giustizia italiana. A sessant’anni dalla posa della “prima pietra” quell’industria che doveva portare benessere a Taranto, da diversi anni è nell’occhio del ciclone. Non ultima, la ripresa del maxi-processo “Ambiente svenduto”, fra intercettazioni di dirigenti del siderurgico, politici e, come spesso accade, “non ricordo” (una marea).

Nei giorni scorsi su Repubblica è apparsa una documentata riflessione di Giandomenico Amendola, che spiega il percorso di quella Taranto, scrive il quotidiano, dagli ulivi agli altiforni. “Sessant’anni dall’inizio della costruzione a Taranto – scrive Amendola – di quello che allora venne battezzato col nome della proprietà “Italsider”, quarto Centro siderurgico”.

Una decisione, quella di costruirlo proprio a Taranto, fu presa sul finire degli Anni Cinquanta. All’Iri chiedevano che il siderurgico fosse realizzato a Piombino con lo scopo di raddoppiare l’impianto esistente. Niente, ce la fece, invece, Taranto. Il governo voleva dare un primo forte segnale per la crescita di un Sud fino ad allora trascurato nonostante si studiassero le pratiche perché il meridione diventasse Mezzogiorno.

Lo slogan lanciato con successo dalla Finsider, ricorda Amendola nella sua attenta disamina, come del resto video in bianco e nero dell’epoca, qualcosa che aveva a che fare con la suggestiva “Settimana Incom”, era, appunto, “Dagli ulivi agli altiforni”. Insomma, più che una realtà, un sogno di modernizzazione ed industrializzazione. Il grande stabilimento, infatti, diventò immediatamente il simbolo del Mezzogiorno. Un sogno che sembrò diventare realtà quando lo stabilimento venne inaugurato nel 1965 e tre anni dopo benedetto da Paolo VI che celebrò la messa di Natale nello stabilimento.

 

ACCIAIO, OCCASIONE PER IL SUD

L’acciaio di Taranto era anche considerato la grande occasione per meridionali delle giovani generazioni. Per questo nella seconda metà dei Sessanta, l’Iri, proprietario dell’Italsider, lanciò, con il Rotary Club di Milano, il Progetto Iard-Sud (Individuazione e assistenza ragazzi dotati) con lo scopo di valorizzare gli studenti migliori e creare i protagonisti di un futuro meritocratico che sembrava prossimo.

La Taranto che il siderurgico trovò alla sua nascita era una città particolare: operaia e burocratico-militare con una borghesia professionale di buona qualità, ma di piccole dimensioni integrata da alcuni ricchi proprietari terrieri. Era la città dell’Arsenale e della flotta, di operai e di ufficiali di Marina. Dal ‘46 fino al ‘56 il Comune è saldo nelle mani del PCI. A seguire subentra la Democrazia cristiana che del controllo delle risorse dello Stato e della loro distribuzione fa la propria principale arma. È lo Stato, ancora una volta, il protagonista del futuro di Taranto: nel passato lo era stato con la flotta, da quel momento in poi si incarnerà nella grande fabbrica.

E veniamo a un po’ di cifre che Amendola fa nella sua attenta analisi. All’inizio degli Anni Settanta l’Italsider commissionò ad una delle più importanti società di consulenza italiana diverse ricerche per analizzare i cambiamenti portati dalla nuova grande industria sui gruppi sociali di Taranto ed in particolare sul suo sistema di potere. Uno di questi studi, terminato nel 1972 (mai pubblicato per comprensibili ragioni politiche) mostrò come la rendita realizzata dai proprietari dei suoli urbanizzati tra il 1961 e il 1971 si aggirasse (per difetto, sottolineano gli autori) sui 70/80 miliardi. La somma, cioè, di tutti salari erogati dal Centro siderurgico nello stesso periodo. Negli stessi anni, prosegue la ricerca, i depositi presso gli istituti di credito a controllo locale passano da 800 milioni a 21 miliardi.

I fumi dell’impianto invadevano già la città a partire del vicino quartiere Tamburi. L’importante era che le piccole industrie, create in fretta dagli imprenditori locali intorno al siderurgico, ricevessero commesse con un occhio di favore e che una parte consistente della massa salariale dello stabilimento e del suo indotto si riversasse nell’edilizia. Non a caso fu la Cementir la prima grande fabbrica ad insediarsi nell’area industriale di Taranto.

 

TARANTO, “SOLO” SIDERURGICO

In pochi anni, prosegue Amendola, Taranto si identificò con l’Italsider e i comuni dove vivevano molti dei dipendenti del siderurgico, diventarono la cosiddetta “Provincia Italsider” dove le esigenze dello stabilimento dettavano legge. In una Taranto diventata totalmente ed acriticamente “siderurgica”, nel 1980 il presidente Pertini pranzò con gli operai esaltandone impegno e sacrifici.

A far vivere in tranquillità la città, incurante dei pericoli che venivano dalle nuvole velenose dello stabilimento, non erano solo i denari che direttamente o indirettamente il siderurgico erogava ma anche le risorse pubbliche il cui flusso, controllato dalla potente democrazia cristiana locale, sembrava inarrestabile. Quando tangentopoli raggiunge la città e travolge la classe dirigente della Dc e del Psi, emerge drammaticamente la debolezza dei gruppi dirigenti e della borghesia tarantina. Si succedono, intanto i sindaci Giancarlo Cito, Mimmo De Cosmo e Rossana Di Bello.

Negli anni successivi, fra i cambi di società già avvenuti e prossimi a giungere, Nuova Italsider, Ilva e, oggi, Arcelor-Mittal, proseguirà la politica di dipendenza dall’industria siderurgica. Processi, morti, il dissesto del Comune. La scena politica in Italia e a Taranto è ormai cambiata. Cresce l’attenzione, forse solo apparente, ai fumi, all’inquinamento, conclude l’autore del servizio su Repubblica, ed alla annunziata perdita di posti di lavoro. Il clima politico cambierà quando forse sarà troppo tardi e non basteranno, per sanare le profonde ferite inferte dall’incuria e dall’affarismo, i processi e le pesanti condanne chieste per i proprietari e i manager dello stabilimento e per alcuni dei governanti e degli amministratori locali. Fra tutto questo, anche le decisioni del giudice amministrativo di chiudere le aree a caldo dello stabilimento. E la storia, dagli uliveti all’acciaio non è finita. Anzi, prosegue.

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