«Musica, che energia!»

Roby Facchinetti debutta in libreria con “Katy per sempre”

«E’ stato faticoso scrivere un libro. Ho impiegato due anni e mezzo fra appunti e riletture. Cercavo uno spunto che arrivò all’ultimo concerto dei Pooh sotto forma di messaggio al cellulare. Una fan mi aveva scritto che le nostre canzoni l’avevano aiutata a reagire e crescere. Finale a sorpresa, emozioni garantite». E poi la cucina pugliese. «Burrata, fave e cicoria e un bel bicchiere di Primitivo: non vi batte nessuno»

«Fave e cicoria, poi un bel bicchiere di Primitivo». Roby Facchinetti, autore e voce di decine di successi dei Pooh, scopre le batterie. Si sente talmente a casa, in Puglia, che prima di parlare del suo libro, “Katy per sempre”, uno dei primi pensieri è rivolto alla tavola. E ai numerosi concerti da queste parti. Dunque, proviamo a sederci mentalmente in uno dei ristoranti pugliesi. Ecco il cameriere, lo stopperebbe in un istante. E’ Facchinetti a suggerire.

E così. «Vai con la burrata, non si può cominciare diversamente; le orecchiette sono un classico, ma fave e cicoria ne mangerei in quantità industriale. Accompagnate, naturalmente, da un bel bicchiere di “Primitivo”: racchiude tipologie di vino che amo, esplosione di sapori e aromi straordinari; è un vino importante, strutturato, ha morbidezza; non amo i vini aggressivi. Nove su dieci, a tavola si pasteggia a Primitivo!».

L’impressione è che il tastierista dei Pooh sia un intenditore.

«Ho una cantina con 2.500 bottiglie, a casa mia di sicuro non muori di…sete. A proposito di etichette, colleziono esclusivamente gli “italiani”, i migliori al mondo, primo per distacco il vino rosso. Un bicchiere di vino cambia la qualità dello stare a tavola, anche nell’accompagnare uno “spaghetto” al pomodoro».

Parliamo dei concerti “tarantini”.

«Taranto è come una seconda casa. Primo tour teatrale nel ’73, appena pubblicato “Parsifal”. Quella serie di concerti doveva durare tre mesi, finimmo un anno e mezzo dopo. Fino a quel momento i teatri avevano ospitato solo opere e commedie. Poi, per noi, grazie al nostro pubblico che non ci ha lasciato mai arrivarono i palazzetti dello sport e gli stadi».

Uno, in particolare, che le è rimasto in mente.

«Campo sportivo “Mazzola”, quarant’anni fa, un improvviso temporale spostò il concerto al giorno dopo: più di diecimila spettatori, cifre impensabili per allora. Certe cose non si dimenticano».

E ora il libro appena pubblicato: “Katy per sempre”, il Roby Facchinetti che non t’aspetti. Fra i fondatori dei Pooh, ha condiviso una straordinaria avventura durata cinquant’anni con Valerio Negrini, Dodi Battaglia, Stefano D’Orazio e Red Canzian. Un ritorno di fiamma per l’addio alle scene, l’abbraccio a Riccardo Fogli. “Katy per sempre”, edito da Sperling & Kupfer. E’ la storia di una fan cresciuta assieme ai successi dei Pooh. E’ lei, Katy, il filo conduttore per raccontare una parte di quella lunga storia.

Facchinetti, non si finisce mai di debuttare. Che impegno è stato questo libro?

«Fino al giorno in cui decisi di provare a scrivere una storia, non mi ero mai cimentato con la scrittura di un libro, che ha tempi e ritmi completamente diversi rispetto a una canzone. Scriverlo, pertanto, è stato faticoso, ma sapevo che mi avrebbe dato modo di spiegare quanto possa essere importante la musica nella nostra vita. Era qualche anno che intendevo trattare questo tema in un libro. Cercavo uno spunto che mi spingesse a misurarmi con questo altro tipo di filosofia».

La complicità a fine corsa.

«Ultimo concerto dei Pooh, Bologna. Sceso dal palco ero stato preso in mezzo da mille sentimenti, normale dopo cinquant’anni di onorata militanza nella musica. Quella sera cantare ogni canzone, per l’ultima volta, insieme ai miei compagni di una vita, Stefano, Dodi, Red, lo stesso Riccardo che avevamo invitato a far parte dell’ultimo tratto della nostra storia, era stato qualcosa di emozionante e devastante al tempo stesso. E più passavano i minuti, più vicino era l’addio…Ero frastornato».

Una volta in camerino, diceva? 

«Accesi il mio cellulare, decine i messaggi che leggevo commosso, fra questi uno in particolare: “Caro Roby, questa sera tutto è finito, anche la mia vita con voi, quella che conosci e potrai raccontare, se vuoi, Katy”. Era una fan, a sedici anni aveva scoperto la nostra musica senza più abbandonarla, partendo da “Piccola Katy” nella quale si era riconosciuta. La sua vita, a tratti felice, a tratti sofferta, aveva avuto una compagna fedele: la nostra musica che, confessò, l’aveva salvata».

Katy in diciannove episodi.

«Ogni episodio, il titolo di una canzone. Katy era affascinata da Valerio, batterista e autore dei testi: lei si riconosceva in quegli spaccati di vita, che sembravano essere proprio il suo vissuto. Anni Settanta e Ottanta, lei che amava la libertà, aveva lottato con tutte le sue forze per costruirsi una vita e affermarsi come donna».

Le emozioni non finiscono mai. 

«Finale a sorprese, che scopriranno i lettori, se lo vorranno. Fra la stesura degli appunti e una rilettura, ci ho messo due anni e mezzo. Ogni capitolo ha il titolo di un brano, specchio della sua vita. Scrivere è stata un’esperienza che mi è servita, mi ha fatto scoprire certe sfaccettature, spinto a sviluppare un personaggio che ha un senso e un ruolo nella storia».

La musica come un “salvavita”. 

«E’ qualcosa di potente, energia allo stato puro: ha il potere di alimentare anima e cuore. Arriva quando meno te lo aspetti, può travolgerti e sconvolgerti in un attimo, toccandoti anima, cuore, mente. Differenza fra il sentirla e il viverla: la musica può essere generosa con te, ma devi dedicartici in modo corretto: non conosco altre condizioni perché accadano piccoli miracoli artistici».

L’emozione più grande di Facchinetti con i Pooh?

«Con i Pooh, ce ne sono tante. Forse Sanremo, la vittoria con “Uomini soli” nel 1990: ho pianto di gioia per una settimana, anche di notte. Un’emozione che ti rimane dentro per sempre».

«Lirica, amore infinito»

Lucia Mastromarino “Premio Andreace 2020”

«Per anni a Miami, Londra, Toronto e Madrid. Ho studiato con Ricciarelli e Kabaivanska, cantato alla Scala e all’Arena di Verona. Causa Civd-19, niente Spaladium Arena di Spalato a novembre», dice il mezzosoprano. L’incontro con i Bee Gees, un musical internazionale. Si racconta per noi. «Ho girato il mondo come cantante e come visual producer per Spectacular e Operama».

«Ho girato il mondo, avevo praticamente tre residenze e altrettante case in affitto, fra Miami e Londra, per non parlare di Toronto e Madrid, dove ho lavorato come visual producer, così ho deciso di tornare in Italia, da dove oggi mi sposto per concerti in Italia e all’estero». Lucia Mastromarino, cantante lirica, mezzosoprano, non nasconde la passione numero uno, quella per il belcanto. Martedì al Palazzo della Cultura della sua Massafra proprio per queste sue indiscusse qualità canore ha ritirato il Premio Andreace, riconoscimento assegnato a quanti si sono in ambiti diversi. Lucia ha ritirato il premio dalle mani del sindaco, Fabrizio Quarto, prima di essere invitata ad interpretare arie da opera e brani dalla tradizione napoletana.

Dunque, la lirica, piuttosto che la visual producer per Spectacular stage e Operama. «Bello, tutto molto bello, tanto che perdi di vista la tua grande passione, la lirica, per la quale ti sei spesa in tutti questi anni, incontrando Pavarotti e studiando con due cantanti di spessore mondiale come Rajna Kabaivanska e Katia Ricciarelli».

DALLA TURANDOT AI BEE GEES

E’ stato il suo primo amore, una passione sbocciata fra le mura di casa. «Avevo appena compiuto quattro anni, fui affascinata dall’aria di “In questa reggia” dalla “Turandot” di Puccini, mio padre Francesco coltivava il sogno che diventassi una cantante lirica, così, in casa, mi faceva ascoltare le sue arie preferite a tutto volume; mia madre Maria Pia, molto risoluta, mi spinse a coltivare questa passione innata».

Gli studi con Katia Ricciarelli e Raina Kabaivanska, l’incontro con Robin Gibb. «La voce dei Bee Gees mi coinvolse in un progetto faraonico, “Titanic Live Concert”, che straordinariamente fece “sold out” ovunque: cantare ogni sera davanti a tremila persone è una grande soddisfazione professionale».

Lucia Mastromarino, oggi. «Ai tempi del Covid bisogna rivedere un po’ di programmi, io ne ho cancellato qualcuno, non ultimo un doppio impegno in Croazia, “Carmina Burana” di Carl Orff e “El amor brujo” di Manuel de Falla, live visual concert previsti a novembre alla Spaladium Arena di Spalato».

Il suo percorso artistico. «Diplomata in pianoforte e canto, Giacomo Colafelice è stato il mio primo insegnante; due anni a Milano con Katia Ricciarelli: studiavo e cantavo, da Milano a Belgrado; poi l’ingresso nell’Accademia dell’Arena di Verona e ancora studio, stavolta  con Rajna Kabaivanska».

…E DALLA SCALA ALL’ARENA

Lucia Mastromarino, ha calcato i più importanti palcoscenici italiani e internazionali. Fra gli altri, “La Scala” di Milano, “Opera” di Roma, “Fenice” di Venezia, “Massimo” di Palermo, “Verdi” di Trieste, “Verdi” di Parma, dell’opera al Cairo e Wolmi International Music Festival di Seoul (Corea). Al suo attivo anche esperienze registiche acquisite da grandi geni della regia internazionale come Liliana Cavani, Daniele Abbado, J. L. Grinda, Moni Ovadia. Nella prima registrazione integrale della “Zazà” di Leoncavallo, ha cantato nel ruolo di “Anaide” (opera edita da “Bongiovanni”).

Fra gli interventi, si diceva, quelli di Fabrizio Quarto, sindaco di Massafra e Maria Rosaria Guglielmi, assessore alla Pubblica istruzione. Presenti, ai vari momenti previsti dal programma della giornata, anche Francesca Magnani, referente di Poste italiane (filiali Taranto, Brindisi, Lecce); Sergio De Benedictis, delegato FSFI Puglia e Basilicata; coordinano Francesco Maria Rospo e Nicola Fabio Assi, rispettivamente presidente e segretario del Circolo filatelico e numismatico “Rospo”.

«Benvenuti nel Castello…»

Francesco Ricci, ammiraglio e curatore dell’antica roccaforte tarantina

«Più di un milione di visitatori. Un successo dovuto a capacità e abilità delle nostre guide. Ottime cifre nonostante lockdown e distanziamento sociale. L’importanza dell’apertura alla città fortemente sostenuta dall’ammiraglio Salvatore Vitiello. La mostra su Alexandre Dumas promossa dal giornalista Tonio Attino, il libro di Tom Reiss e il lavoro di Mina Chirico. Qui è stato prigioniero il Conte di Montecristo…»

Francesco Ricci, ammiraglio e curatore del Castello aragonese, da anni uno dei principali attrattori turistici italiani. A novembre dello scorso anno il traguardo del milione di presenze, primato perfezionato negli anni, con centotrentamila visite gratuite in un solo anno, dalle nove e trenta del mattino alle tre di notte. Nonostante il Covid-19, nel mese di agosto, poco meno di ottomila sono stati i visitatori, grazie a diciassette turni giornalieri, più i quattro previsti in queste settimane, da quando cioè il Castello ospita la mostra “Oltre il muro, Dumas”, dedicata al generale di colore che nell’antica roccaforte fu prigioniero dal 1799 al 1800, promossa insieme con l’associazione Amici del Castello della quale è presidente il giornalista Tonio Attino.

Ammiraglio, cominciamo dal successo registrato in questi anni dal Castello, una vertiginosa escalation in fatto di visite.

«Da quando abbiamo aperto alle visite nel 2005, il Castello ha registrato oltre un milione di visitatori, traguardo raggiunto a novembre dello scorso anno; mediamente, nell’ultimo periodo, abbiamo contato qualcosa come centotrentamila visitatori l’anno; purtroppo, causa Covid-19 e conseguente lockdown, abbiamo chiuso la struttura dal 23 febbraio al 30 giugno; alla sua riapertura, a seguito delle norme sul distanziamento sociale, abbiamo ridotto il numero di visitatori e aumentato quello delle visite guidate, passate dalle nove giornaliere precedenti al coronavirus alle attuali diciassette, cui vanno aggiunte le quattro riservate alla mostra dedicata ad Alexandre Dumas, ispiratore del Conte di Montecristo, il più grande romanzo dell’Ottocento scritto dallo stesso figlio del primo generale coloured della storia».

Dovessimo tracciare il profilo del visitatore medio, da dove viene e cosa lo spinge ad entrare nel Castello.

«Un buon 70% è costituito da turisti, il restante 30% da tarantini; gli stranieri sono rappresentati dal 10-15%, percentuale ridotta causa coronavirus;  negli ultimi due anni, grazie alla politica di grande apertura nei confronti della città, adottata dall’ammiraglio Salvatore Vitiello, si è registrato un deciso incremento dei visitatori tarantini; il visitatore medio, il più delle volte viene al Castello senza sapere fino in fondo cosa in realtà lo attenda, tanto che a fine giro esprime commenti di meraviglia e sorpresa, puntualmente riportati nei nostri registri, ma anche in rete su Tripadvisor e Google. Il motivo di questo successo penso risieda nella capacità e nell’abilità delle nostre guide, e per quello che la Marina militare ha fatto e fa per il Castello aragonese».

Ammiraglio Ricci, lei è un perfezionista. Potesse migliorare un aspetto del suo lavoro?

«Tutto è perfezionabile, il Castello aragonese è un’impresa in continuo divenire; tre le attività fondamentali: restauro, ricerca archeologica, visite guidate. Anno dopo anno abbiamo aumentato efficienza ed efficacia di queste attività, incrementate in maniera notevole a testimonianza dei risultati conseguiti e dalle reazioni positive di quanti hanno visitato il Castello; l’aspetto fondamentale di questo successo – che mi auguro possa essere sempre migliorato – credo sia costituito dalla motivazione che anima tutto il personale che opera con me; questo, infatti, condivide l’idea che valorizzare il Castello significhi difendere la cultura italiana, dunque difendere il nostro stesso Paese, l’identica missione della nostra Marina. E, alla fine, i visitatori avvertono tutto ciò e restano affascinati nel vedere una Forza armata nella difesa della cultura».

Nelle ultime settimane la stampa ha prestato massima attenzione alla mostra “Oltre il muro, Dumas”, allestita in queste settimane.

«Il merito di questa mostra va attribuito al giornalista Tonio Attino, presidente dell’associazione Amici del Castello, nata nel 2014 per aiutarci nella promozione, nella valorizzazione e nella ricerca di fondi per la ricerca archeologica; è stato lui, insieme, animatore, ideatore e assertore dell’iniziativa: affascinato dalle vicende del primo generale di colore della storia, non solo europea, Attino ha lavorato tantissimo nel sormontare difficoltà di ogni tipo – anche una certa dose di indifferenza – per realizzare alla fine qualcosa di importante che vedesse al centro del progetto la figura del grande ufficiale dell’esercito napoleonico; lui stesso ha coinvolto un grande disegnatore, Nico Pillinini, che ha fatto rivivere la nelle sue tavole i sedici mesi di prigionia del generale, vicenda che ha poi ispirato il romanzo “Il conte di Montecristo”, scritto dal figlio, Alexandre Dumas».

Anche la mostra ha avuto una fonte di ispirazione.

«Tom Reiss, sì, autore e vincitore del prestigioso Premio Pulitzer con il libro “The Black Count”, il Conte nero, pubblicato in Italia con il titolo “Il diario segreto del Conte di Montecristo”. Prima della pubblicazione, Reiss, che aveva studiato la vicenda di Dumas, è venuto a Taranto per visitare il Castello; personalmente conoscevo la storia in modo marginale e lacunosa, avendo letto solo qualcosa su “Storia Militare di Taranto negli ultimi cinque secoli” di Carlo Giuseppe Speziale; non nascondo di aver fornito informazioni generiche, anche se, a quel punto, dopo la visita dello scrittore americano ci siamo attivati per acquisire qualsiasi tipo di informazione riguardo Dumas; prezioso l’impegno della studiosa Mina Chirico, che ci ha fornito materiale dell’Archivio di Stato di Taranto e trascritto – cosa di importanza fondamentale – documenti del ‘700, che vi assicuro non è una cosa semplice; acquisendo, infine, il rapporto che il generale compilò al termine della sua prigionia».

Ancora un prezioso lavoro di squadra.

«Con questo studio siamo riusciti a contestualizzare le vicende del generale nel Castello e ad individuare la prigione in cui è stato rinchiuso per sedici mesi, dal suo arrivo all’assegnazione dei locali di prigionia, dai tentativi di assassinio ai rapporti con gli elementi filo-francesi vivi e presenti a Taranto, e, ancora, il duello con il Marchese della Schiava, il castellano, con cui il generale aveva avuto un rapporto difficilissimo, infine il trasferimento di Dumas a Brindisi e la conclusione della sua prigionia: documenti che gettano nuova luce sui principali eventi che hanno riguardato il primo valoroso ufficiale mulatto della storia. Il figlio, scrittore di successo, ha idealizzato la figura del padre, uomo coraggiosissimo, spadaccino formidabile, riverberando il suo carattere nelle figure di D’Artagnan e Porthos, e in quella di Edmond Dantès, protagonista del romanzo “Il Conte di Montecristo”, ambientato nel castello d’If. Senza ombra di dubbio, però, l’opera che ha ispirato Dumas figlio, prende le mosse dalla prigionia del celebre papà nel Castello aragonese di Taranto».

«Facciamo presto!»

Giuseppe Conte, il premier, a Taranto

«L’ospedale di Taranto come il ponte di Genova, non aspetteremo anni, siamo qui per dare sostegno alla città». La posa della prima pietra dell’Ospedale San Cataldo, poi l’inaugurazione del Corso di Medicina (ex Banca d’Italia) e l’incontro con sindacati, associazioni, famiglie dell’ex Ilva. Il governatore Emiliano e il sindaco Melucci insieme per mostrare che qui, a Taranto e in Puglia, è tutta un’altra musica.

«Bisogna fare presto, siamo qui per sostenervi, è come per il ponte di Genova: dobbiamo metterci il massimo impegno, compiere una corsa contro il tempo, fare in modo che in Italia non ci vogliano due, tre, quattro, cinque anni per realizzare un’opera». Parole del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a Taranto durante la posa della prima pietra nel cantiere del “San Cataldo”, il nuovo ospedale cittadino. Prima la visita nella zona della SS. 7, lungo la nuova direttrice di collegamento fra Taranto e San Giorgio Jonico, poi in piazza Ebalia, per l’inaugurazione della sede universitaria che ospiterà il Corso di Medicina, immobile che ha ospitato per decenni la Banca d’Italia.

Lunedì 12 settembre, momento storico nel cuore del Borgo, tre isolati da via Cavallotti, dove ha la sede “Costruiamo insieme”. Anche il nostro sito, fra le decine di testate giornalistiche, è ospite del momento storico per la nostra città. Ci sono transenne a blindare la zona, smantellata dal traffico e dalle auto in sosta. I cittadini possono solo sporgersi a quei manufatti che fanno del quadrilatero fra via Pupino e la stessa piazza Ebalia zon off-limits. La gente del vicinato si affaccia ai balconi, ascolta dall’impianto di diffusione posto all’ingresso della facoltà di Medicina. Il presidente si fa attendere, ma non manifesta grave ritardo sul programma concordato. Otto sono i ministeri rappresentati, non sette, come annunciato nei giorni scorsi e come da noi riportato nel nostro “domenicale”.

UN PREMIER, OTTO MINISTERI

Otto, una sorta di Consiglio dei ministri, perché la città lo richiede. Dopo qualche confronto acceso, ma per il bene di Taranto e della Puglia,  mai come oggi il sindaco, Rinaldo Melucci, e il presidente della Regione, Michele Emiliano, sono stati così vicini e determinati a disegnare insieme il rilancio di un intero territorio. Nel corso degli interventi, primo cittadino e governatore, con il sorriso sulle labbra (anche se travisato dalla mascherine), ribadiscono il rispettivo impegno senza, però, mandarle a dire. Sarà, insomma, presidio continuo di quello che il premier Conte ha definito, tout-court, «Cantiere Taranto».

Al presidente, che alla fine della cerimonia, si trattiene brevemente con quanti impegnati nel cantiere per una foto di gruppo, Emiliano indirizza una battuta piena di orgoglio. «Qui – ha dichiarato il governatore, pugliese quanto il premier – siamo in Puglia: ce la facciamo».

Il Raggruppamento Temporaneo di Imprese che eseguirà i lavori si è impegnato a consegnare l’opera in soli 399 giorni lavorativi (rispetto ai 1.245 posti come base di gara), impiegando tre turni giornalieri.

«A Taranto e nel Mezzogiorno il Governo centrale ha assunto degli impegni: non sono annunci, ma passaggi concreti, operativi – ha dichiarato il presidente del Consiglio – la folta delegazione governativa presente quest’oggi è un messaggio che non può sfuggire: oggi a Taranto si compie un passo significativo: dopo la prima pietra dell’ospedale a San Cataldo, poniamo altre “pietre” per progetti di rilancio della città».

NON SOLO TARANTO

«Non solo Taranto, ma tutto il Mezzogiorno richiede progetti mirati, un rilancio – ha aggiunto Conte – ed è qui che dobbiamo agire per colmare il divario digitale: se non esiste accesso a internet non si può applicare l’Articolo 4 della Costituzione che prevede il diritto perché tutti partecipino alla vita sociale del Paese, e per farlo dobbiamo avere tutti pari occasioni».

Chiudere in Italia un polo siderurgico come l’ex Ilva, è un problema di sistema, ha aggiunto Conte. C’è la volontà di accelerare la transizione energetica, imprimere la svolta verde. Arrivano anche i soldi del Recovery Fund ed esiste la concreta possibilità di preservare l’occupazione con la sottoscrizione di progetti di diversificazione e nuovi contratti con l’obiettivo di offrire un riscatto economico, sociale culturale a un territorio sofferente. Questo, in sostanza, quanto asserito il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, parlando con i giornalisti in Prefettura dopo la sottoscrizione di accordi nell’ambito del CIS, il Contratto istituzionale di sviluppo.

«Tornerò e dedicherò una giornata all’ex Ilva, sono già stato allo stabilimento due volte: stiamo lavorando a un negoziato, abbiamo coinvolto la parte pubblica, c’è Invitalia che sta lavorando con Arcelor Mittal per gli obiettivi che ci siamo proposti», ha detto, infine, il premier Giuseppe Conte, anticipando un incontro con le associazioni sindacali dell’Ex-Ilva e le famiglie tarantine.

«Il mio Dumas…»

Nico Pillinini, autore dei disegni della mostra “Oltre il muro”

Castello aragonese, la prigione di Edmond Dantès. A Taranto fu imprigionato il Conte di Montecristo, in realtà padre mulatto del famoso scrittore francese. «Per l’occasione sono tornato al mio primo ciclo di studi. La satira devi avercela, non puoi impararla. Quella sul presidente Pertini la vignetta alla quale sono più affezionato. Al Quirinale il thè con il Capo di Stato italiano più amato»

Nico Pillinini, disegnatore, da quarant’anni vignettista fra i più quotati. Dal Quotidiano di Puglia alla Gazzetta del mezzogiorno, con la quale è impegnato ancora oggi, le collaborazioni con i quotidiani Repubblica (Satyricon), l’Unità (Tango), Gazzetta dello sport (Gong), Corriere dello sport, le riviste Oggi e Gente. E’ l’autore dei disegni della mostra “Oltre il muro” allestita nel Castello araginese di Taranto, e dedicata al generale Alexandre Dumas, padre dell’omonimo autore del più grande romanzo d’appendice dell’Ottocento, “Il Conte di Montecristo”. La vicenda del Conte più famoso della letteratura, passa da Taranto. E’ qui che per due anni, il primo ufficiale “coloured” della storia e dell’esercito napoleonico, trentanovenne, fu recluso per due anni fra maltrattamenti e gravi ristrettezze ispirando vicenda e vendetta di Edmond Dantès. Nel libro del Dumas scrittore, la prigione è il Castello d’If, Marsiglia, mentre nella realtà quei pochi metri di cui disporrà per circa un paio di anni Dumas padre, a partire dal 1799, sono quelli del Castello aragonese di Taranto.

Ma torniamo all’autore dei disegni della mostra aperta al pubblico (è sufficiente prenotarsi). Dalle vignette con la Gazzetta del mezzogiorno alle illustrazioni. Pillinini, un ritorno alle origini, una riscoperta.

«Sicuramente, merito di Tonio Attino, presidente dell’associazione “Amici del Castello”, mente pensante della mostra; mi contattò chiedendomi la collaborazione a un progetto che non aveva del tutto chiaro: faremo qualcosa insieme, mi promise; l’occasione si presentò successivamente, così mi chiese se fosse stato possibile che tornassi indietro nel tempo riappropriandomi dei miei primi studi da disegnatore e pittore, prima di dedicarmi alla satira in veste di vignettista, cose evidentemente diverse fra loro: confesso, ero titubante, gli avevo perfino consigliato di trovare un altro che fosse all’altezza del progetto, niente, lui voleva che me ne occupassi io; alla fine sono fiero del risultato: colori e pennelli, perfezionato con photoshop».

E’ un mestiere che consiglieresti, oggi? Quando hai cominciato a dedicarti a questa attività?

«Disegno da quando ero bambino. A qualsiasi disegnatore ponessi questa domanda, ti risponderà in modo più o meno simile: la passione, innata, si manifesta, fin da piccolo: è un po’ come se chiedessi a un calciatore da quanto tempo giochi, da bambino, inevitabile; più tardi ho frequentato il Liceo artistico, prendendo sempre voti alti; i miei compagni venivano a scuola, io esponevo e vincevo premi, tanto che i miei dipinti quotati sul Bolaffi».

Consiglieresti lo stesso percorso?

«In quegli anni, Taranto era un brulicare idee, mostre d’arte, gallerie; ricordo da studente, giravo per assistere ad esposizioni; oggi, il deserto: oggi non è semplice suggerire ad un ragazzo di intraprendere la strada dell’arte, gli stessi genitori non lo vedono come un lavoro. Conrad, per esempio, un giorno ebbe a dire: come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo dalla finestra io sto lavorando…».Pillinini 5 - 1Qual è la tua finestra?

«A differenza di Conrad, non ho finestre; ho, invece, un “bunker”, quasi fossi Capo di Stato, un seminterrato, è lì che raccolgo le mie idee, le mie armi sono le matite; la mia finestra, se proprio vogliamo darle un’identità, è il computer, lo accendo e mi affaccio sul mondo, è da qui che traggo ispirazione per le mie vignette, i miei libri».

Le tue “armi”, affilate, in quanto fai satira. Esiste una scuola o se la satira non ce l’hai nel sangue non puoi impararla?

«Non puoi impararla. Esiste la scuola del fumetto, quella sì, lì puoi migliorare certe attitudini; la scuola può affinarti, a condizione che abbia già passione, conoscenza per fare l’artista, una certa componente di humor, satira, per realizzare vignette, che poi sono componimenti, articoli, riflessione, un risultato alla base di uno studio».

Come si riconosce uno stile, un tratto?

«Chi mastica la materia, intuisce subito l’autore, gli è sufficiente anche un angolo del disegno: Forattini, Vauro, Ellekappa, riconoscibilissimi…».

Pillinini?

«Oggi un tratto grasso, se prendessi un mio primo libro, pubblicato nell’83, “Impertinenze”, allora disegnavo con china e pennino; era, però, una lotta contro il tempo, dovevi attendere che il disegno si asciugasse, ti aiutavi con la carta assorbente».

Una vignetta secca, una sola. Perché quella.

«Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, mi chiedeva spesso gli originali; quando poi uscì il libro “Impertinenze” fui invitato al Quirinale: si stabilì subito un legame di rispetto e affetto; mi invitò a prendere un thè, un momento di grande emozione stare seduto davanti al presidente più amato degli italiani e sorseggiare una bevanda senza alcuna fretta».

La vignetta, Pillinini.

«Quando Pertini lascia il Quirinale, la sua uscita di scena. Ho disegnato me seduto al mio piano di lavoro, una matita in pugno, un lume puntato su un foglio bianco dal quale sbuca il Presidente che abbandona il suo posto di lavoro».

«Taranto, troppo bella»

Achille Lauro, concerto sulla Rotonda del Lungomare

«Onorato dell’attenzione di questa città. E’ un evento unico, mai cantate le mie canzoni in versione sinfonica». Poi incontra venti ragazzi per un firmacopie del suo libro. «E’ come una canzone di 200 pagine, nasce dal mio modo di scrivere: è una sorta di  versione su carta di C’est la vie». Non rilascia interviste, ma stavolta fa uno strappo alla regola.

«Non rilascia interviste, gliele hanno chieste Corriere della sera e Repubblica, niente da fare». Achille Lauro è un artista molto seguito. Anche dalla stampa come si evince dalle dichiarazioni del suo ufficio stampa. Dunque, le due battute al volo che rilascia durante un firmacopie concordato dall’organizzazione, sono da considerarsi esclusive. Venti ragazzi (buona parte ragazzine) selezionati dal bookstore Mondadori, attendono davanti al “Fusco”, il teatro comunale di Taranto, con grande palpitazione l’arrivo della star più amata del momento. Un momento che dura da un po’. Non è una meteora, considerando il contratto da sette milioni di euro con la Warner intascato grazie alla capacità manageriale di Angelo Calculli. Il fiuto per l’arte deve essere un affare di famiglia, se il figlio del potente manager, Gregorio, ventotto anni, due meno di Achille Lauro, è l’artefice degli arrangiamenti dell’evento che sabato sera ha luogo sulla Rotonda del Lungomare. Promuove il Comune di Taranto, massimo sostegno del sindaco Rinaldo Melucci e del suo vice, Fabiano Marti, e l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano.

E’ venerdì pomeriggio, le 17.00 in punto. Un break dopo aver visto la location dalla quale si esibirà il giorno dopo. Arriva uno dei due van, neri, vetri rigorosamente oscurati. Scende prima l’autista, Vincenzo Martinelli, che di mestiere scorta le star. Invita alla calma. Va tutto bene. Non appena entra nel foyer, Achille Lauro si lascia andare ad una espressione non richiesta. Non ci sono taccuini spiegati, telecamere accese. Lo dice senza essere tirato per l’elegante giacca che indossa, insieme a tanti tatuaggi. “Gran bella città Taranto – dice l’artista romano – l’ho vista dal palco della Rotonda, dove ho appena finito la prima parte delle prove: una veduta di grande suggestione, domani sarà una “seratona”!”.

«LUSINGATO DALL’ACCOGLIENZA»

Tarantini, amministratori, direttore d’orchestra e professori, tutti lusingati per essere stati scelti dall’artista di “Rolls Royce” e “Carillon”. «Posso dire una cosa – dice – purché non lo prendiate come un atteggiamento di piaggeria nei confronti della vostra città, del vostro ensemble: bene, sono io che ringrazio con l’Amministrazione locale e con l’Orchestra della Magna Grecia, per questa che trovo un’occasione unica, a dir poco straordinaria».

Seduto su un bianco divano nel foyer, gambe accavallate, occhiali ovali, lenti fumé, vestito nero, camicia bianca a righe, gel fra i capelli, prosegue. «E’ la mia primissima volta con un’orchestra – confessa – e sono felice che questa orchestra che sia quella di Taranto, della quale è stato direttore per dodici anni Luis Bacalov, premio Oscar, grande precursore nella commistione fra classica e rock».

«E’ stato il maestro Piero Romano – ha poi aggiunto Achille Lauro – a convincermi a realizzare un concerto in versione sinfonica: pare che l’idea sia nata – parole sue – dopo aver ascoltato ad un concerto “C’est la vie”, brano per certi versi atipico nella mia produzione: è stata questa scintilla che ha fatto scoccare l’idea   di un concerto sinfonico: una sfida per me, una sfida per l’orchestra, un’esibizione assolutamente inedita, unica». Ecco perché quei furgoni, una decina di telecamere, un drone. La regia è di Sky, che lo intervisterà quando, fra un paio di mesi, programmerà in tv le riprese del concerto.

«Il concerto sinfonico a Taranto era in programma a maggio, in teatro, poi il lockdown ha cambiato tutto: dati alla mano, mi dicono, che verranno al mio concerto non solo giovani, pubblico evidentemente fidelizzato dall’orchestra in tutti questi anni. «Se c’è una cosa che mi ha colpito in questi primi anni di attività? Il pubblico che ha colto il messaggio che volevo mandare».

«LE MIE CANZONI, UN SOGNO…»

Quando facciamo notare ad Achille Lauro che la cura e la preparazione delle sue esibizioni ricordano in qualche modo i grandi della lirica, e come Bam Bam Twist presupponga una grande conoscenza e “curiosità” musicale, Lauro non fa una piega. «Amo la musica, tutta la musica: dell’ispirazione ho un concetto molto personale; questa può scaturire in qualsiasi momento, può nascere ovunque, da qualsiasi cosa, dal dialogo con una persona a un sogno, perfino dal dormiveglia».

Infine una battuta in veste di scrittore. E’ iniziato il firmacopie, Achille Lauro accenna a “16 Marzo”, il suo secondo libro. «Nello scrivere una canzone – conclude l’artista – sei vincolato da fattori come il tempo dell’esibizione; questo libro è un po’ come una canzone di 200 pagine, e nasce dal mio modo di scrivere: è una sorta di  versione su carta di C’est la vie».

All’indomani, il concerto. Mille sulla Rotonda. Piccoli e grandi applaudono le sue canzoni in versione sinfonica: Carillon, 1969, Penelope, Me ne frego, Scusa, Bam bam twist, La bella e la bestia, Rolls Royce, C’est la vie. La serata è appena finita, l’artista scende dal palco, Vincenzo se ne prende cura, apre il suo van. Il cantautore prima di richiudere la portiera dell’auto, agita una mano, saluta quanti sono davanti alle transenne. La “due giorni” tarantina è finita come era cominciata. E’ stato un grande successo. Un evento, si diceva. Fra due mesi, più o meno, sulle reti Sky, Achille Lauro e l’orchestra in concerto insieme.

«Puglia, casa vostra!»

Michele Emiliano, confermato presidente della Regione Puglia

Il governatore non dimentica. «Porrò massima attenzione – parole sue – punendo quanti non rispettano immigrati e lavoro dei ragazzi africani, a cominciare da quello nei campi in cambio di una manciata di euro». Scongiurata la vittoria della Lega di Matteo Salvini e della coalizione del centrodestra che voleva «rispedire a casa loro gli immigrati». «Oggi è ancora primavera pugliese!», chiosa il leader del vincente centrosinistra.

«Confesso di avere avuto una certa paura, provocata più che dai sondaggi, dalle tensioni, dalla gente disorientata sulle consultazioni elettorali gravate anche dal peso di un referendum». Michele Emiliano, riconfermato presidente della Regione Puglia, non ha resistito alla tentazione dell’outing davanti alle decine di microfoni. C’era tutta la nostra tensione in quelle parole nell’aver seguito una campagna elettorale piena di veleni. «Gli immigrati tornassero a casa loro», aveva minacciato nelle piazze, Taranto compresa, Matteo Salvini, leader della Lega. Quel movimento politico diventato partito e oggi sotto inchiesta per una cinquantina di milioni che ancora non si sa che fine abbiano fatto. «Gli immigrati dovranno chiederci il permesso e, in caso di accoglienza della domanda, restare sul suolo italiano». Come a dire, domandare è lecito, rispondere è cortesia. Meglio ancora, «Voi compilate moduli e domande per chiedere asilo, noi le selezioniamo…».

Ma ha vinto Emiliano, la Puglia è casa di chi fugge da fame, guerra e persecuzioni politiche. Emiliano, fra le altre cose, promette di porre «massima attenzione – parole sue, durante la campagna elettorale – punendo quanti sfruttano il lavoro di ragazzi africani nei campi in cambio di una manciata di euro».

Impossibile intercettarlo. Quel numero di cellulare al quale rispondeva personalmente durante la campagna elettorale, tace. Del resto, o risponde alle domande dei giornalisti che lo hanno atteso davanti al suo principale comitato elettorale, oppure ai complimenti dei suoi elettori, che comunque lo raggiungeranno più tardi nel suo quartiere generale a Bari. Doveva scendere fra la gente, per una dichiarazione ufficiale a reti unificate alle 21.00 o giù di lì, ma quando la forbice fra lui e Fitto racconta di una forbice che oscilla fra il 6-7%, ecco che il governatore appena confermato anticipa il suo incontro con la stampa e le tv locali e nazionali.

ARIA DI FESTA

Il governatore uscente festeggia i risultati che lo danno vincitore nei confronti del diretto competitor, Raffaele Fitto, per il quale spenderà parole di elogio per un dibattito politico mai degenerato.

«Il risultato è una straordinaria prova di democrazia, la gente ha compreso che era giusto salvare il nostro processo politico», una delle dichiarazioni del presidente della Puglia uscente Michele Emiliano, che cominciava ad accarezzare il sogno della vittoria.

Una vittoria di tutti, dice il governatore, per dimostrare all’Italia che la Puglia c’è: oggi è ancora “primavera pugliese”. «Voglio ringraziare tutto il popolo pugliese per la straordinaria prova di democrazia, abbiamo fatto una campagna elettorale casa per casa, strada per strada, paese per paese, città per città e abbiamo cercato di spiegare a tutti perché era necessario salvare un processo politico che dura da quindici anni e che ha fatto grande la Puglia: è stato un gioco di squadra; non ha vinto nessuno da solo: abbiamo vinto tutti insieme e dimostrato soprattutto all’Italia che la Puglia esiste, ce la fa e che oggi non è – come qualcuno si aspettava – il primo giorno dell’autunno, ma è ancora primavera! È ancora primavera pugliese ed è una primavera che appartiene a tutti, a tutti coloro che hanno dato una mano e sono tanti; è stato importante essere uniti: l’unità e la volontà di andare avanti sono stati gli elementi più importanti. Voglio ringraziare tante persone. Sicuramente i miei ex assessori che sono qui al mio fianco: Antonio Decaro, Francesco Boccia e Marco Lacarra, devo ringraziarli in modo particolare perché sono con me da tanto tempo. Non mi hanno mai mollato, mi hanno anche sostenuto nei momenti più difficili. Voglio soprattutto dire che il popolo pugliese ci ha anche perdonato le tante cose che avremmo potuto fare meglio».

E’ una serata che non scavalca e non cancella tutte le cose da migliorare, sottolinea Emiliano. «Siamo perfettamente consapevoli di dovere migliorare tantissime cose, ma contemporaneamente abbiamo fatto una campagna elettorale per spiegare che eravamo in grado di imparare anche dagli errori che avevamo commesso, penso sia stata una prova di umiltà da parte di noi tutti e grande voglia di andare avanti; siamo però consapevoli che la Puglia non ha piegato la schiena davanti a nulla e davanti a nessuno e che sta continuando il suo cammino verso il futuro».

«NOI SIAMO LA BASE!»

Il duello a distanza fra centrosinistra e pentastellati. «Sono certo che tantissimi pugliesi, che avrebbero votato anche per il Movimento 5 Stelle, probabilmente hanno preferito un voto utile sulla base di un progetto. Di questo siamo consapevoli e cercheremo di comportarci in modo coerente. Ci sono stati momenti durissimi, perché ci siamo sentiti in gravissimo isolamento. È qui che, tutti insieme, abbiamo dato il meglio di noi stessi, quando abbiamo capito che la difesa della Puglia passava da una campagna elettorale così difficile, anomala, che doveva spiegare le cose che sembravano essere evaporate nell’aria, perché alle volte la memoria non sempre può venirci in soccorso».

La Puglia come luogo più importante per l’elaborazione delle formule delle politiche del futuro. «Noi siamo la base, poi spetta ad altri darci lo spunto, per capire come possiamo essere utili a rendere migliore anche l’Italia». Una stretta ideale al competitor. «Fitto ha fatto una campagna elettorale corretta, è stata una battaglia dura e, ve lo confesso, ho avuto veramente paura di perdere, avevo davanti un avversario competente, bravo e capace di fare campagna elettorale, ma alla fine la gente ha premiato un progetto politico che vuole completare un percorso di crescita per portare la Puglia ad essere un faro per l’intero Paese».

«La libertà non ha prezzo»

Amii Stewart, a Taranto giovedì 24 settembre

«Il denaro può dare serenità, ma essere liberi e avere rispetto per la diversità è gioia immensa». La grande cantante di “Knock on wood” parla a ruota libera e di un successo che non l’ha cambiata. «Ennio Morricone la mia esperienza più grande: mi ha incoraggiata e spinta a credere nelle mie qualità». Dance con Mike Francis e Moroder, pop con Morandi. «Non disconosco quanto realizzato in questi anni, ma le colonne sonore…».

«La liberta, innanzitutto». Detto da una grande artista che ha avuto e, tutt’ora, ha con il successo, bisogna crederci. «I soldi ti danno serenità, sia chiaro, ma niente ti riempie di felicità come il sapere che puoi fare qualsiasi cosa ti passi per la mente e che il tuo prossimo possa vivere come meglio crede: tutto nel massimo rispetto». Amii Stewart, artista da dieci milioni di copie con la sola “Knock on wood”, e altri milioni di copie vendute con altre grandi produzioni, sarà ospite a Taranto nei prossimi giorni. Traccia per noi il suo punto di vista. Parla dell’ascesa al successo, qualcosa di grande che, però, non l’ha mai cambiata. Avrebbe potuto lasciarsi volentieri affascinare dal lusso. Lei, in tutti questi anni, è rimasta una donna umile, che ha viaggiato da un continente all’altro. Nata a Washington, negli Stati Uniti, poi trasferitasi in Inghilterra, a Londra, negli ultimi anni ha scelto l’Italia come suo quartier generale.

 «Sarò sempre riconoscente al maestro Ennio Morricone, per quanto lui ha inciso nella mia vita artistica; insieme a lui ho realizzato un album intero, “Pearls”, da “My heart and I” a “Here’s to you”, proseguendo con i temi della Piovra, Il Segreto del Sahara e Nuovo Cinema Paradiso». Amii Stewart è legatissima al nostro Paese nel quale vive da anni, dove vive da anni. Ha collaborato con grandi artisti, da Moroder a Piovani, da Mike Francis a Morandi, ma Morricone, al quale dedicherà un concerto, “Dear Ennio!”, in programma all’interno del “MediTa” sulla Rotonda del Lungomare giovedì 24 settembre, è il personaggio al quale è rimasta più legata.

DEAR ENNIO…

«Mi ha insegnato a non porre limiti alle mie possibilità vocali – dice l’artista americana – confesso che la prima volta che l’ho incontrato ero tesa, direi terrorizzata: temevo di non essere in grado di cantare nel modo in cui a lui sarebbe piaciuto; lui, che aveva immediatamente compreso tutta la mia emozione nel trovarmi di fronte al più grande dei compositori contemporanei, agì con grazia e tatto:  mi mise subito a mio agio, trattandomi da artista autentica, facendo anche più del dovuto, incoraggiandomi nel non avere dubbi sul mio talento e credere nel mio strumento vocale. Nonostante avessi avuto un successo internazionale, grazie a quel primo incontro e alle successive collaborazioni, ho avuto più fiducia in me stessa, non solo come cantante, ma anche come persona».

Fra gli ultimi, personali successi di Amii Stewart, la recente collaborazione con Alessandro Quarta con il quale ha tenuto il tour “The Voice & The Violin”, e la partecipazione in veste di ospite allo spettacolo di Gianni Morandi, “Una storia da cantare”. Una delle canzoni a cui è più legata è “Knock on wood”, milioni di copie vendute in tutto il mondo, ma per lei il più grande successo conquistato è la libertà. contribuito a rendere famoso ruota attorno al concetto di libertà: «Sei uomo, donna, gay – ha dichiarato in pubblico – non ci sono differenze, è l’umanità la più grande festa!”».

E CARO “DUCA”…

Una prima esperienza con l’Orchestra della Magna Grecia, cinque anni fa. «Nell’occasione – ricorda l’artista nata a Washington – cantai Morricone, brani italiani popolari in tutto il mondo, i Beatles, momenti piano e voce e un medley dedicato a Duke Ellington, un momento di grande emozione, specie se realizzato con l’ausilio dell’orchestra; quando salgo su un palco, qui in Italia, il mio desiderio è sempre lo stesso: esprimere la mia felicità, il mio amore che ho nei confronti dell’Italia e gli italiani».

Il suo rapporto con la musica, le canzoni e gli autori che interpreta. «Scrivo i testi, non la musica: mi affascina l’idea di mettere su carta un’opera bellissima e far sognare la gente; l’interpretazione della canzone, nasce dal rispetto per l’autore che ha scritto il brano: dopo che l’ho imparato nota per nota, provo a dare il mio contributo di interprete, sempre osservando massimo rispetto per brano e l’autore».

Il successo e il sogno, secondo Amii Stewart. «Il successo è la libertà, dicevo; in quanto ai sogni, ne ho tanti, senza questi saremmo poca cosa: amo riprendere canzoni, tenere concerti sempre diversi fra loro; non nascondo, infine, che mi piacerebbe molto fare cinema; in teatro ho fatto la mia brava esperienza con il musical: lavorare mi fa sentire viva, sempre più dinamica, è un po’ come rigenerarsi».

«Amo la libertà»

Sergio Bernal Alonso, etoile, a Taranto venerdì 25 settembre

Ospite del “MediTa”, la rassegna della Cultura mediterranea. Danzerà il Bolero di Ravel sulla Rotonda del Lungomare. «Quando danzo mi sento libero, felice, per me la danza è questo e tanto altro. Occorrono sacrifici, tanti. Prima di fare ingresso sul palco, qualsiasi cosa danzi, ricorro agli esercizi fondamentali della classica. Nel flamenco la donna è più vicina all’elemento aria, l’uomo è più legato alla terra e alla forza. Sognando Baryshnikov…»

E’ il Roberto Bolle spagnolo, acclamato in tutta Europa e nel mondo, negli Stati Uniti, come in Giappone. Venerdì 25 settembre danzerà il “Bolero di Ravel” sulla Rotonda del Lungomare, ospite a Taranto della rassegna “Medi.Ta”, il Festival della Cultura mediterranea.

E’ Sergio Bernal Alonso, per sette anni primo ballerino del Ballet Nacional de España. Fisico statuario, bellezza mozzafiato, tanto da avere richiamato in questi anni l’attenzione di numerose griffe d’alta moda. La perfezione nel fisico e nella danza si raggiunge con enormi sacrifici e l’artista, trent’anni, spagnolo di Madrid, questo lo sa perfettamente, tanto da non sottrarsi ad alcuna domanda anche sull’armonia del corpo, fondamentale nella sua attività.

Sergio, sa di essere un sex symbol?

«La danza è bellissima, e noi, eternamente riconoscenti a una passione che ci vede protagonisti, dobbiamo far parte di questa bellezza».

Leggiadro come una farfalla, forte e scattante come un felino, Sergio Bernal si muove sul palco ipnotizzando gli sguardi. Il suo credo è la fatica, la sua migliore amica la tenacia. Educato al Conservatorio reale di danza “Mariemma” di Madrid, è primo ballerino del Balletto nazionale spagnolo. Alterna con la medesima capacità espressiva la danza classica al flamenco.

A quali esercizi fa ricorso prima dell’ingresso in scena?

«Prima di qualsiasi spettacolo mi alleno con gli esercizi di ballo classico, intanto perché sviluppa qualsiasi aspetto della tecnica; tutto passa attraverso la danza classica, poi, appassionato come sono del flamenco, anche quando entro in scena per interpretare il flamenco, compio gli esercizi che mi riportano alla classica: anche per il flamenco si deve avere un corpo bene impostato, è una tecnica precisa».

Ci saranno anche similitudini, ma anche differenze fra classica e flamenco.

«Flamenco, balletto, salsa, sono tutte danze che richiedono massima conoscenza della danza classica in fatto di tecnica. Gli studi classici servono per la posizione del corpo e la conoscenza perfetta della tecnica, dopo di che puoi fare qualunque cosa”.

Torniamo sulle due sue innate passioni. Poniamole a confronto: il rapporto fra danza classica e flamenco?

«Il flamenco, danza spagnola, viene più dal cuore; si chiama “il” flamenco, al maschile, per rendere l’idea di forza: richiede una diversa energia, richiede emozione e passione».

Cosa l’ha spinta alla danza?

«Mikhail Baryshnikov: assistevo alle sue performance in tv, affascinato dalla sua personalità di ballerino e di attore. Insomma, avevo una grande ambizione: diventare come lui. Così ho deciso di dedicarmi completamente alla danza, in realtà la prima e unica cosa che ho sempre fatto fin da piccolo: ballare».

Dopo sette anni l’addio al Ballet Nacional de España, come dire addio a La Scala.

«Sono stati sette intensi e bellissimi anni. Il Ballet Nacional l’ho sempre sentito come casa mia. Avevo però, in mente, di impegnarmi anima e corpo su un progetto che mi sta a cuore».

Un’anticipazione sul progetto.

«Sarà uno spettacolo sulla vita dello stilista Yves Saint Laurent, grandissimo stilista che ha rivoluzionato il mondo della moda mettendo uomo e donna sullo stesso piano: è stato lui a fare smettere la gonna alla donna e a farle indossare i pantaloni. Il progetto richiede tempo, viaggi e contatti con la Fondazione Saint Laurent, di mezzo i diritti d’autore, i costumi e non solo. Una parte sarà finanziata da me, debutto previsto nel 2021».

A proposito del successo: come vive la popolarità?

«M’interessa poco essere famoso o stare in bella mostra. Il mio pensiero è rivolto alla mia passiona, la danza, a mantenermi a un livello alto di qualità, riuscire ad evolvermi, se possibile a crescere».

Concludiamo con la domanda che si sarà sentito porre decine di volte. Cosa prova quando danza?

«Mi sento libero, felice, per me la danza è libertà. Nel flamenco, la donna è più vicina all’elemento aria, mentre l’uomo è più legato alla terra e alla forza».

«Sfondare, che fatica!»

Francesco Grant, artista, tarantino, produttore, disegnatore, giramondo

«Prima di farcela con “A mi me gusta”, due milioni di copie vendute, ho fatto le valigie per gli Stati Uniti. Poi il Giappone, dove hanno grande considerazione della musica italiana. Curo gli storyboard per Benigni e Tornatore. Ho suonato e prodotto per star nazionali e internazionali»

Canzoni e album, milioni di copie vendute in tutto il mondo, collaborazione con artisti italiani e internazionali. Poi il cinema, in veste di disegnatore per realizzare storyboard per Tornatore, Benigni e altri registi. Francesco Grant, artista a tutto tondo, chitarrista, autore, disegnatore, giramondo, si racconta a “Costruiamo Insieme”.

In questo momento qual è il ruolo che ti impegna più degli altri?

«Mi sento chitarrista e disegnatore. Tarantino, innamorato di questa città, alla fine volendo provare a fare ascoltare le mie cose, mi sono trasferito a Roma: la passione, a quel punto, la capitale insegna, in breve si è trasformata in lavoro; in veste di chitarrista mi sono impegnato come session-man, con artisti come Anna Oxa, Paola e Chiara, Alessandro Safina, Gigi D’Alessio, per fare i primi nomi che mi vengono in mente, fino a realizzare una mia produzione discografica, nota in tutto il mondo come Energipsy».

Un progetto, quest’ultimo, che custodisce più di una curiosità.

«Dieci album realizzati e distribuiti in tutto il mondo, a partire dal ’96 con “A mi me gusta”, due milioni di copie vendute, diventato talmente popolare che il pubblico pensava fosse l’ultimo successo dei Gipsy Kings, con cui ho un rapporto molto stretto; loro stessi, quando ci incontrammo, mi dissero “…Ma lo sai che hai fatto un pezzo che sembra nostro?”».

Giramondo, si diceva.

«Considerando la realtà italiana, più complicata di quanto possa sembrare, ne dico una, quella degli Stati Uniti, fui costretto a fare ascoltare all’estero una mia prima produzione, una commistione fra flamenco, word music e jazz. Ho fatto un’altra volta le valigie, sono partito per l’America, ho firmato un contratto e da lì sono partito per il mondo per continuare a realizzare produzioni sempre più vicine alla world music, fino a portarmi a collaborazioni con José Feliciano, un grande, poi Cheyenne, gli stessi Gipsy Kings più volte. Tornando in Italia avevo con me passaporto di “artista internazionale”, insomma avevo dovuto compiere un giro più largo prima che mi conoscessero in Italia».

Su internet, se clicchiamo su uno dei profili dedicati al cinema, troviamo locandine e titoli famosi, dunque collaborazioni.

«L’altra mia passione, il disegno, che coltivavo fin da piccolo a Taranto, a Roma è diventato un lavoro parallelo: prima ho realizzato pubblicità e spot, in seguito storyboard – sequenze disegnate in senso cronologico – a stretto contatto con numerosi registi, gli Oscar Giuseppe Tornatore e Roberto Benigni, poi Lamberto Bava, Francesco Nuti, Giovanni Veronesi con i due “Manuali d’amore”: mi sono specializzato in questo lavoro e, come ciliegie, mi sono arrivate richieste di collaborazione, una dietro l’altra…».

L’estero, una, due volte, una consuetudine.

«Mi ha intrigato l’Oriente, in particolare il Giappone: la prima volta avevo quindici date, sono rimasto lì per oltre due mesi, invitato ad un Festival internazionale, “Italia, amore mio”, questo per dire quale considerazione abbiano della nostra musica nel Paese del Sol Levante».

Aneddoti legati a produttori, registi, musicisti.

«Dunque, come funziona lo storyboard: i registi mi fanno pervenire la sceneggiatura che leggo con molta attenzione, poi li incontro e mi spiegano che tipo di sequenze vogliono realizzare. Un aneddoto, diciamo un paio, divertenti. Primo appuntamento con Benigni in un ristorante di Roma: mi aveva tenuto un posto accanto a lui. Arrivo con qualche minuto di ritardo, per rimediare in qualche modo do la massima disponibilità per il giorno dopo; Roberto, senza farselo ripetere due volte, fissa l’appuntamento alle sette del mattino. “Anche prima, se vuoi…”, rispondo, tanto mi sentivo in colpa. Ci alzammo da tavola, mentre stavamo andando via, Benigni mi raggiunse: “Scherzavo, Francesco, siamo a Roma: qui, prima delle undici, non si carbura…”».

Altra emozione, firmata ancora Benigni.

«Vedermi al cospetto di uno degli artisti più amati, è stata una grande emozione, figurarsi nel vederlo in una stanza mimare il suo “Pinocchio”: “In questa scena, Francesco, voglio che gli si allunghi il naso, poi alcuni strappi, movimenti come fosse una marionetta…”. E lui mimava solo per me, incredibile…».

Poi è diventata una consuetudine.

«Con Tornatore ho fatto un po’ di film, anche con Veronesi ci capiamo al volo, in Italia ha preso piede questa consuetudine – prima i registi facevano a meno degli storyboard – da decenni consolidata negli Stati Uniti: le idee messe in prima battuta nero su bianco, alla produzione fanno risparmiare tempo e denaro. In Italia, uno che aveva le idee chiare su questo modo di operare è stato l’immenso Federico Fellini: lui stesso disegnava i suoi personaggi, le scenografie; gli veniva un’idea e la trasformava in appunto, grafico più che scritto».

Ultimo impegno della serie.

«Per la musica, la produzione di un album con una cantante francese: al momento non posso svelare di più, diciamo per scaramanzia, in realtà nel mondo della musica circola più di un avvoltoio. Per il cinema, l’ultimo film di Gabriele Lavia, “L’uomo dal fiore in bocca”, che ho appena finito di documentare; in questi giorni partono le prime riprese, proprio in Puglia, a Bitonto, con il sostegno logistico di Apulia Film Commission. Una doppia soddisfazione, considerando il fatto su quanto mi senta sempre pugliese doc».