«Taranto, Covid ed Ex-Ilva…»

Dal prossimo 3 dicembre previste novità

Intanto la trattativa fra Arcelor Mittal e Invitalia, indispettisce il Comune di Taranto, tenuto fuori dall’incontro come accaduto per la Provincia. L’invito alla cittadinanza al rispetto delle norme per debellare definitivamente la pandemia e prestare attenzione a cosa potrebbe scaturire in termini di accordi per il futuro della “fabbrica dell’acciaio”. 

Gli effetti positivi dell’ordinanza per contrastare il Covid-19 e la posizione di contrasto al Governo che nell’affare Arcelor Mittal-Invitalia non ha invitato al tavolo delle trattative Comune e Provincia di Taranto. Sono due degli argomenti sui quali interviene il sindaco Rinaldo Melucci. Due temi che stanno particolarmente a cuore alla città dei Due mari. E che coincidono, per motivi diversi, allo stato di salute di una Taranto che in concreto vuole guardare al suo futuro facendo sentire la sua voce.

Partiamo dall’ordinanza-Covid 19. «Ha avuto effetti positivi – dichiara il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci – se ora il Governo libera tutti; continuiamo, però, a fare molta attenzione». Ribadito che «sia un grande privilegio, ogni giorno, amministrare una città con questi valori», rivolge massima attenzione alla riunione svoltasi in videoconferenza all’interno del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, «che ha consentito una riflessione ancora più approfondita sulle misure che gli enti locali dovranno mettere a punto nei prossimi giorni, in seguito al nuovo Dpcm che dovrebbe alleggerire le restrizioni previste fino al 3 dicembre».

La responsabilità nel salvaguardare la salute pubblica. «Siamo molto soddisfatti, come lo siamo stati per il lockdown della scorsa primavera: le nostre restrizioni, che sappiamo richiedere sacrifici a cittadini e categorie produttive, hanno provocato un evidente rallentamento della curva dei contagi e contribuendo all’alleggerimento  della pressione sulle nostre strutture ospedaliere, con particolare riferimento da metà mese alla fine di novembre. Una pratica, quella dello stop & go, fermarsi per poi ripartire, finché non saranno disponibili i vaccini per avere definitivamente ragione del Covid-19».

 DA GIOVEDI’ SI CAMBIA…

Intanto si fa largo l’ipotesi di allineamento alle disposizioni del Governo da adottare dopo il 3 dicembre. «Abbiamo già chiesto sacrifici alla nostra comunità. Detto che restiamo preoccupati, non possiamo che raccomandare ai tarantini di continuare a seguire regole ormai note: uso, ovunque, della mascherina; massima igiene delle mani; compiere spostamenti solo se connessi a esigenze importanti; evitare qualsiasi tipo di assembramento, non lasciarsi ingolosire dalle tradizioni del Natale tarantino: facciamo attenzione a non vanificare d’un tratto gli sforzi fin qui compiuti evitando una possibile terza ondata di contagi».

Poi la vicenda Arcelor Mittal-Invitalia, altro tema che sta a cuore al primo cittadino come a buona parte della comunità tarantina. «Finché sentirò parlare, allo stesso modo, di rifacimento di altiforni – ha ribadito Melucci – di piena occupazione nello stabilimento siderurgico, di piani sconosciuti del Governo e persino di sostenibilità ambientale col carbone, mi sento soltanto preso in giro, come la maggior parte dei tarantini. Una equazione, credibile e trasparente, dovrebbe infatti contenere innanzitutto la valutazione del danno sanitario, la completa decarbonizzazione – ovvero la chiusura dell’area a caldo – la riqualificazione o l’accompagnamento degli esuberi, le bonifiche, persino l’arretramento fisico del siderurgico dalla città e dal porto, con un accordo di programma».

«BASTA ANNUNCI E PALLIATIVI»

Il sindaco chiede spiegazioni sul mandato fornito a Domenico Arcuri, cui è stato assegnato il ruolo di negoziatore. «Quale tipo di mandato e quale proposito abbia l’accordo, soprattutto se questi obiettivi sono orientati realmente alla soddisfazione dei tarantini e alla tutela della vita umana e dell’ecosistema. Chi guiderà questa nuova fase dell’ex Ilva? Non sono più sufficienti gli annunci sul cosiddetto cantiere Taranto: tutto ha il sapore di un grande palliativo, se il piano è quello di marzo con gli altiforni 4 e 5 ed un solo forno elettrico».

Una riflessione della gestione del siderurgico in questi ultimi anni. «Vari Governi – conclude il sindaco – hanno bruciato cinquanta miliardi per salvare questa fabbrica e solo le ragioni del lavoro e del mercato dal 2012, peraltro con un discutibile contributo di commissari non sempre sintonizzati con l’esigenza di riconversione espressa dalla comunità. Ora, questo Governo è chiamato a lasciare da parte i tanti proclami confusi e timorosi e ad abbracciare uno degli scenari più innovativi proposti dall’advisor Boston Consulting, che richiede almeno 5 miliardi di investimenti in tecnologie autenticamente verdi e la ricollocazione o l’accompagnamento di almeno 5000 esuberi». Infine, un punto di domanda. «Cosa vogliamo fare del Recovery Plan o del Piano Sud altrimenti in questo Paese? Tutto il resto è irricevibile per Taranto e ci costringerà ad una resistenza strenua, in ogni sede istituzionale e non. So per certo che questa sia la posizione anche della Provincia di Taranto e della Regione Puglia».

«Voglio emozionarmi ancora»

Dodi Battaglia, ex Pooh, torna con “One Sky” duetto con Di Meola

«Al, origini avellinesi, l’ho conosciuto al compleanno di Zucchero. Improvvisammo un blues. Una festa collaborare con lui, è stato come se un calciatore in erba palleggiasse con Ronaldo. Prima i messaggi, poi il brano insieme. Infine un complimento, quando gli ho fatto ascoltare miei brani acustici: “Bravo, sembro io!”. E via emoticon, dai cuoricini alle chitarrine…»

E’ il leggendario chitarrista dei Pooh. Decine di milioni di dischi venduti, tre album solistici, due lauree, un nuovo progetto, “One sky”, duetto con Al Di Meola. Prima di entrare in argomento,  Dodi Battaglia rivolge un pensiero a Stefano D’Orazio, “amico per sempre”, scomparso nei giorni scorsi.

«Non è uno dei momenti più smaglianti, io e i miei “amici per sempre” abbiamo una ferita che ci farà male per chissà quanto tempo ancora; credo, però, che la volontà di Stefano fosse quella che noi tutti, anche in una simile circostanza, continuassimo a mantenere il sorriso: Stefano ci aveva insegnato anche questo, così credo non ci sia modo più bello come ricordarlo con la nostra musica».

E veniamo a “One sky”. Dove si incontrano prima fisicamente e poi tecnicamente il pop rock di Battaglia e il jazz di Di Meola?

«Avviene per caso. Primo incontro, fortuito, durante un compleanno di Zucchero, festeggiava gli anni insieme con Gino Paoli; ci ritrovammo come Sorapis (Battaglia, Vandelli, Maggi, Zanotti, Torpedine, gruppo musicale di amici del quale è leader lo stesso Fornaciari, ndr) a suonare su un palcoscenico: in platea c’era Di Meola, in quel periodo in tournée in Italia; Zucchero mi si avvicinò, mi indicò Al e con lui concordammo un blues: ci divertimmo un sacco…».dodi 3 - 1Ma la scintilla scoccò molti anni dopo.

«Dopo circa venti anni, un amico che vive in Sardegna avanzò la proposta: ti piacerebbe fare qualcosa con Di Meola? Risposta scontata, la mia: come chiedere a un ragazzino che gioca al calcio di fare due palleggi con Ronaldo. Avevo in mente sei note essenziali, “One sky, one world, one you…”, uno stesso cielo, uno stesso mondo, una stessa donna: questa l’idea messa in musica; ho inviato ad Al i primi provini, gli sono subito piaciuti: in un momento di lockdown, io nel mio studio a Bologna, lui nel suo, in New Jersey, abbiamo cominciato a scambiarci idee e messaggi fino a quando non è venuta fuori “One sky”; curiosità: come spesso accade a noi italiani, il brano ha registrato un certo successo prima all’estero, in particolare Stati Uniti, Inghilterra e Germania; di questo risultato sono orgoglioso come musicista, ma soprattutto come italiano: forse è il caso di cominciare a far passare il concetto che oltre a Leonardo, Michelangelo, Verdi, Puccini, Ferrari, Pavarotti e Bocelli – i primi nomi che mi vengono in mente – gli italiani siano capaci di produrre ancora arte, per giunta in un momento così grave quanto inatteso…».

Se dicessi “Friday night in San Francisco – Di Meola, De Lucia, Mc Laughlin”, un concerto che risale a quarant’anni fa?

«Ricordo perfettamente il concerto e una persona, non distante da me e te – te, in poche parole… – che mi regalò un fantastico “nastro”…».

Ricordi anche questo?

«Mi regalasti un’audiocassetta, quasi fosse una reliquia, una straordinaria anteprima: in compagnia di quell’album viaggiai tutta un’estate. E, a proposito di Di Meola, è stato proprio lui ad anticiparmi un progetto che risale a quel tour: ha ritrovato le registrazioni di quei concerti nel corso dei quali ogni sera insieme con De Lucia e Mc Laughlin suonava brani sempre diversi; aspettiamoci che di qui a poco esca un nuovo album che, verosimilmente, si intitolerà “Saturday night in San Francisco”: sentendo parlare di questo progetto legato a quei concerti mi è venuta in mente quella sera…».dodi 8 - 1Di Meola, De Lucia, Mc Laughlin, tre mostri sacri della chitarra.

«Anche se tre chitarristi “acustici”, insieme hanno rivoluzionato la tecnica della chitarra. In passato, la chitarra aveva avuto il suo momento magico con Beatles e Rolling Stones, ma questo strumento si è sviluppato nel mondo grazie a questi tre miti della “sei corde”; in mezzo a tutto questo, non dimenticherei un certo Jimi Hendrix che non tanto in prosa quanto in musica “disse” un bel giorno: “Signori, la chitarra si suona così…”».

Breve aneddoto con Di Meola.

«Uno scambio di file, fra questi i brani del mio album acustico “D’assolo”: a lui sono piaciuti talmente tanto – sorride Battaglia – che complimentandosi mi ha detto: “Bravo, sembro io!”».

Battaglia, che album sarà il prossimo?

«Parte da “One sky”, ma l’dea è il realizzare un lavoro che non abbia riferimenti precisi, se non la voglia di fare qualcosa di diverso e importante al tempo stesso, come a dire – ad opera finita – “Ascolta che bella cosa ho fatto!”: qualcosa che unisca insieme emozione a soddisfazione. Chi fa questo mestiere detesta la noia e si spende solo per le cose che lo intrigano, lo gratificano. L’album raccoglierà canzoni meno strumentali di “One sky”, con un approccio pop, ma con momenti importanti dal punto di vista strumentale: “soli”, parti melodiche, chitarristiche, insomma il sunto del mio modo di suonare. Il successo internazionale che sta avendo “One sky”, inoltre, mi sta dando la carica giusta per affrontare la realizzazione di questo album che uscirà nei primi mesi del prossimo anno».dodi 2 - 1 (1)Cento milioni di dischi venduti, due lauree, titoli onorifici. C’è qualcosa che ti emoziona ancora?

«Vivo di musica da quando avevo cinque anni. Vengo da una famiglia di musicisti, mastico le sette note come fossero tortellini: vivo a Bologna, a cinquanta metri da casa mia abita Vasco, a cento Carboni, più avanti Cremonini, per fare dei nomi, come a dire che nella mia terra musica ed emozioni vanno a braccetto; faccio musica per mestiere e questo puoi farlo così a lungo solo se hai entusiasmo. E’ una “conditio sine qua non”, una condizione essenziale. Pensa, una volta, prima di un concerto, sono andato a salutare in camerino un artista molto noto; gli rivolsi il mio cordiale “in bocca al lupo”, quando mi sentii rispondere: “Grazie, vado, faccio questa “marchetta” e torno!”. In quel momento non so cosa gli avrei fatto: chi fa questo lavoro deve avere rispetto per l’arte che il Cielo gli ha donato e per il pubblico che si emoziona, applaude; un concerto per cento, mille, diecimila persone ogni sera è un momento straordinario mai uguale a se stesso, un corpo a corpo, un dare e avere emozioni. Altro che marchetta, se ci penso ancora…».

Per finire, “One sky” ha unito due mondi diversi, quello tuo e quello di Al Di Meola, cosa pensi vi abbia avvicinato?

«Forse non tutti sanno che Al è di origine campana, di un paese in provincia di Avellino; credo che ad una certa età, quella mia e quella sua, si senta il bisogno di tornare alle proprie radici: a me spesso capita di recarmi nella parrocchia in cui sono cresciuto per riappropriarmi delle emozioni di una volta; mi rivedo come ero, rispetto a come sono e come sto per diventare: non si vive in bilico fra adesso e il futuro. Per Al penso sia stata l’occasione per riavvicinarsi al suo passato, alla sua italianità: lui è un musicista jazz, americano, distaccato da certe nostre abitudini; bene, da quando abbiamo iniziato questo rapporto professionale, oggi molto amichevole, mi riempie di emoticon con chitarrine e cuoricini; mi ha scritto una cosa molto bella su Stefano, a proposito del bene che io e D’Orazio ci volevamo; penso faccia parte del suo lato italiano, quello più umano. Ecco cosa mi ha regalato e spero mi regali questa grande avventura che è la musica. C’è tanto ancora da emozionarsi».

#maxlibero

Storia d’amore (e burocrazia) a lieto fine per l’adorabile “cagnone” del Borgo

Accalappiato e tradotto nel canile comunale, rilasciato a tempo di record. Restituito alle vie del centro con un’ordinanza del sindaco Rinaldo Melucci. In poche ore erano state raccolte tremila firme. Nella mattinata di martedì il “pastore” è tornato a scodinzolare sereno in via D’Aquino.

Max, canile andata e ritorno. Tutto si svolge nell’arco di ventiquattro ore. Taranto la location. Attori, si dice, protagonisti, comprimari, caratteristi e figuranti, non si contano. Almeno tremila, quante le firme raccolte nel giro di poche ore perché quel cane, un quasi-pastore tedesco, che si fa capire a gesti e smancerie da quanti lo hanno adottato e lo amano, tornasse a tenere compagnia agli amici del Borgo, i primi a muoversi in questa breve storia d’amore e burocrazia.

Bravi tutti, da quanti si sono subito attivati sui social ai rappresentanti le istituzioni che avevano assunto impegno con quanti li avevano sollecitati ad intervenire per “liberare” Max, reo secondo chi ha segnalato agli accalappiacani di avere abbaiato senza motvo, quasi minacciato qualcuno. Conosciamo Max, siamo fieri di essergli “amici”, tanto che ci domandiamo quale atto grave abbia commesso per essere stato considerato «aggressivo». Dovessero accalappiare quanti, umani, spesso disumani, causa atteggiamenti bestiali, vanno in escandescenze alla guida di un’auto o alla cassa di un supermercato, arrivano perfino alla rissa, bisognerebbe attivare una task force. E non basterebbero celle e cellette a calmare bollori spesso incontrollati.

Uno dei primi appelli lanciati, quello della chat dei giornalisti. Su quel “social” a circuito chiuso, partono foto e messaggi, fino a quando il più svelto di tutti si fa promotore di una raccolta di firme. Chi ha polvere spara, l’hashtag #maxlibero fa il suo, le conoscenze “politiche” di questo o quel cronista chiudono il cerchio. In mezzo migliaia di cittadini che si attivano, fanno partire una di quelle catene solidali (a proposito, non perdiamo di vista la raccolta di fondi lanciata per curare Federico, nostro piccolo concittadino, che ha bisogno del contributo, piccolo o grande che sia, di ognuno di noi…), alle quali non si può essere insensibili. Ne sanno qualcosa a Palazzo di Città, dove sindaco, vicesindaco e assessori, consiglieri, si attivano cogliendo subito quel sentimento popolare di buona parte della città.Max 2 - 1«QUALCUNO FACCIA QUALCOSA!»

Intanto, Max, che si fida di chiunque lo avvicini, non fa storie quando gli accalappiacani lo avvicinano e lo “catturano” per tradurlo nel canile comunale. Non insistono i suoi custodi per un giorno”, il cagnone entra nel furgoncino e arriva a destinazione. Intanto, il web impazza. «Ragazzi, non perdiamolo di vista!», «Qualcuno faccia qualcosa, lo adotti!», «Non lasciatelo lì, sappiamo che fine fanno le povere bestie quando arrivano lì!». E, invece, non solo non «sappiamo», ma quel breve viaggio di Max, che ha capito tutto, anche prima di buona parte di noi, è solo una gitarella fuori porta. Quando gli uomini che lo hanno “sequestrato” per sottoporlo a controllo lo ricondurranno al Borgo, praticamente casa sua, il cagnone scodinzolerà come se quel breve viaggio fosse stata solo una scampagnata. Quasi fosse lui a voler confortare quanti sono presenti al suo rilascio agitando quella codona come se salutasse, e quel suo “struscio” all’altezza delle ginocchia di quanti lo attendono nella mattinata di martedì (era stato prelevato lunedì).

Chi ama gli animali domestici prende a cuore la vicenda. In serata le firme raccolte sono almeno tremila. Arrivano i primi segnali da “Palazzo”, parola di sindaco. Il primo cittadino, Rinaldo Melucci, volto disteso, rasserena tutti. «Sto seguendo personalmente la vicenda», posta una foto in cui Max è accanto proprio a lui, il sindaco, durante una cerimonia ufficiale in piazza della Vittoria. Insomma, la pratica del “Cane di quartiere” è in buone mani. «Gli accalappiacani chiamati da un cittadino hanno svolto il loro compito – giustifica Melucci – lo hanno sottoposto ai controlli di routine». Tempo mezza giornata, altro video del sindaco. Anticipa l’imminente rilascio, Max è “innocente”. Per la gioia di tutti noi, che in questo periodo abbiamo in testa i grandi temi, ma non vogliamo perdere di vista i sentimenti quotidiani, i risvolti sociali che una città come la nostra non dovrebbe ignorare.

Insomma, arriva il momento in cui Max torna in mezzo a noi. E’ ufficialmente “Cane di quartiere”, adesso ufficialmente tocca a noi prendercene cura. E se qualche volta andassimo di fretta e lui, Max, ci porgesse una di quelle pietre che vuole che qualcuno lanci per gioco, perché lui poi la recuperi, fermiamoci un istante. Da oggi (martedì per chi scrive) zampe, musetto, baffi, quella coda che esprime gioia, sono anche nostri. L’ordinanza che abbiamo invocato ed è arrivata sollecita, ora ci responsabilizza.

 «ECCO MAX!», FINITO UN INCUBO

Max è stato restituito in mattinata al Borgo, quartiere di appartenenza. Foto, selfie e riprese video, servizi nei tg, sulla stampa, nei siti, nei blog, sugli immancabili social. Ognuno ha il suo lieto fine da raccontare.

Qualcuno, poca cosa a dire il vero, cavalca la vicenda al contrario. Stigmatizza l’intervento del sindaco a scopi politici, fa provocazione gratuita. Nel calcio questa pratica sarebbe considerata un clamoroso autogol. Insomma, come se un sindaco, non fosse anche un cittadino e non potesse gestire come meglio crede una sua giornata mediamente molto attiva. Melucci, non tenuto a giustificare, si reca al canile municipale alla buonora, poi torna a “Palazzo” per cominciare a lavorare. Tutto qui. Ed è già tanta roba. Max è tornato fra noi. Lo attendono cittadini, il vicesindaco Fabiano Marti e due assessori. Un selfie, un post su facebook, quella città sensibile è avvisata: «Max è qui!». Missione compiuta.

E per un giorno, sotterriamo l’ascia di guerra, rispolveriamo i buoni sentimenti. Sentimenti di cui una città, così logorata, ha bisogno in momenti come questi. Mentre Diogene, filosofo dell’antica Grecia, detto anche “il Cane” – cosa ti fa la storia… – con il suo lanternino cercava «l’uomo», qualche tarantino che di professione cerca il pelo nell’uovo, per una volta, per un giorno, facesse un modesto sacrificio e saltasse questo giro. E’ un momento in cui c’è bisogno di carezze e non di sberle. E il nostro Max, delle une e delle altre, ne sa qualcosa. Bentornato, amico!

«Preghiamo, fratelli e sorelle…»

Cambia la Santa Messa, da domenica 29 novembre

«Confesso a Dio onnipotente…», nel nuovo Messale il linguaggio diventa paritario. Fra le altre nuove frasi: «Non abbandonarci in tentazione» e «Santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito». Infine, privilegiate le invocazioni in greco «Kirye eleison, Christe eleison». E per la Messa di mezzanotte il prossimo 24 dicembre…

Da domenica 29 novembre la maggior parte delle parrocchie italiane della Chiesa cattolica inizieranno ad usare la nuova edizione del Messale, cioè il libro che contiene riti e preghiere ufficiali da pronunciare durante la Santa messa. Il Messale è stato elaborato dalla CEI, l’Assemblea dei vescovi italiani e diventerà obbligatorio dal 4 aprile 2021, cioè la prossima giornata di Pasqua.

Il messale in uso oggi in Italia risale al 1983 e diversi osservatori dentro e fuori dalla Chiesa ritenevano avesse bisogno di un aggiornamento. Anche Papa Francesco negli anni scorsi aveva chiesto più volte alle Chiese nazionali (responsabili della stesura dei messali) di utilizzare un linguaggio più inclusivo e più fedele ai testi sacri. Il lavoro sul nuovo Messale è durato diversi anni e si è concluso soltanto nel novembre del 2018. Il testo è stato poi approvato dal Papa pochi mesi dopo.

Da domenica prossima, dunque, il nuovo Messale. Revisionato dalla Cei, si diceva, introdurrà definitivamente una serie di modifiche alle formule e alle preghiere più popolari e conosciute. A ricordarlo, dopo averlo reso noto nelle scorse settimane, un documento diramato dalla Città del Vaticano.

Un esempio delle novità introdotte a partire nella maggior parte delle chiese cattoliche (qualcuna si prenderà il tempo necessario per suggerire ai propri fedeli variazioni e significato delle stesse all’interno della funzione religiosa). Nel Padre Nostro, volendo semplificare le indicazioni sul nuovo Messale, arrivano le parole: «Non abbandonarci in tentazione» e non più «Non ci indurre in tentazione» come si è recitato finora. Al momento della consacrazione, il prete all’altare dirà: «Ecco l’Agnello di Dio… beati gli invitati alla cena dell’Agnello». Inoltre il prete dirà, dopo il Santo: «Veramente santo sei tu, o padre» e proseguirà «Santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito». Sempre nella consacrazione c’è anche un’altra modifica: «Consegnandosi volontariamente alla passione».

Il “Gloria” avrà una nuova formulazione: «Pace in terra agli uomini amati dal Signore». E al Kyrie sono privilegiate le invocazioni in greco. «Kirye eleison, Christe eleison». Infine all’atto penitenziale è stata apportata una aggiunta inclusiva: «Confesso a Dio onnipotente fratelli e sorelle tutti». Il linguaggio è più inclusivista e paritario, alla parola fratelli segue sempre quella di sorelle.

Da domenica 29 novembre, dunque, con l’inizio dell’Avvento, entra in vigore nella maggior parte delle diocesi italiane il nuovo Messale. Avranno tempo per entrare perfettamente a regime entro la Pasqua del 2021. La Conferenza Episcopale Italiana si augura che queste novità possano arginare l’iniziativa di qualche prete al “fai-da-te”. Il sacerdote non deve «togliere o aggiungere alcunché di propria iniziativa», ammonisce, infatti, la Cei nell’introduzione al Nuovo Messale. E avverte: la «superficiale propensione a costruirsi una liturgia a propria misura» non solo «pregiudica la verità della celebrazione ma arreca anche una ferita alla Comunione ecclesiale». Un caso su tutti? Quello del battesimo. Qualcuno invece che «io ti battezzo» diceva «noi ti battezziamo». Un abuso liturgico, come ha avvertito lo scorso agosto lo stesso Papa Francesco, che costa la validità del sacramento stesso.

Intanto, in vista del Natale, potrebbe esserci un nuovo protocollo per la Messa più sentita dell’anno. Comitato Tecnico Sanitario e Cei hanno avviato consultazioni per capire come poter modificare orari, presenze, cori e processioni.

Tra i nodi da sciogliere: l’orario con un possibile allungamento di un’ora o due, per la sera del 24 dicembre, del “coprifuoco” (oggi alle 22.00), per garantire la partecipazione alla “Messa di mezzanotte”. Naturalmente rispettando controllo della temperatura, distanziamento sociale, indossando le mascherine altro obbligo al quale sottoporsi per assistere alla funzione religiosa più sentita dal popolo cattolico.

«Nicopò, il salvambiente»

Nicola Sammarco, creatore di un cartoon alla conquista del mercato mondiale

«Funziona, ha un antagonista cattivo che lancia “plasticotti” in mare», spiega lo storyboarder e regista con Disney e Netflix. «Il nostro eroe vive nell’Isola, la Città vecchia, recupera i rifiuti e li ricicla. Nasce da una mia idea, successivamente trova amici e finanziatori. Contiamo sulla filiera produttiva: dai giocattoli al merchandising. Tutto realizzato in maniera ecosostenibile e riciclabile». A Costruiamo Insieme la prima intervista.

Da qualche parte un “virgolettato”. Nicola Sammarco, promotore del progetto “Nicopò”, del quale diremo a breve, rilascia la sua prima vera intervista a Costruiamo Insieme, un “botta e risposta”. Lui, storyboarder tarantino, noto in tutta Europa e negli Stati Uniti, per le sue collaborazioni con Disney, Netflix e Universal, circa un anno fa è tornato nella sua città. Nell’Isola, racconta fiero, per studiare e sviluppare un personaggio, Nicopò, appunto, un cartoon che raccoglie “plasticotti” lanciati in mare da gente distratta, piuttosto che cattiva. Questo personaggio combatte un cattivo, un omone, un certo Giunco Nero, che sta per antipatia fra il Bruto antagonista di Braccio di Ferro e Pietro Gambadilegno nemico giurato di Topolino. Sammarco ha un po’ di amici, fra questi Paolo Rusciano, socio e cofinanziatore del progetto. Come ogni società che guarda avanti, si avvale di un commercialista, anche lui un amico, Francesco Falcone. E’ quest’ultimo ad aver suggerito a Nicola e Paolo come andava perfezionato un accordo che mira ad andare lontano.

Dunque, Sammarco, intanto come nasce il nome della sua creatura animata?

«E’ un affettuoso nomignolo che il piccolo Nicola, figlio di un mio cugino, si è cucito addosso: il nome suonava bene, mi piaceva, dunque detto-fatto».

Come nasce e si evolve questo grazioso e coloratissimo giovanotto, difensore dell’ambiente?

«E’ un personaggio che avevo in mente per una serie a fumetti. Successivamente insieme con amici e il mio studio di produzione, “Nasse Animation Studio”, abbiamo pensato di sviluppare il progetto in una serie animata, la prima al mondo con indirizzo ecologico. Non solo tematiche a sfondo ambientale, cercheremo di avere tutta la filiera produttiva: giocattoli, merchandising e quanto scaturirà dal progetto, tutto realizzato in maniera ecosostenibile e riciclabile».

Da queste parti, si può dire, non mancano professionalità e coraggio.

«Sto investendo risorse personali, economiche e professionali. Penso di avere un curriculum di tutto rispetto, ho girato l’Europa, lavorato negli Stati Uniti, per Disney, Netflix e Universal Studios; l’amore per la mia città, prima di ogni cosa, e la voglia di creare qualcosa di mio, ha fatto in modo che tornassi a Taranto per realizzare questa serie. Sono qui da un anno ed è un po’ che sto lavorando a tempo pieno a questo progetto».

La sua creatura animata combatte l’inquinamento da quanti scambiano il mare con una pattumiera riempiendolo di plastica. Giunco Nero, altro personaggio della fantasia, è l’inquinatore seriale, l’esatto opposto di Nicopò.

«Giunco Nero rappresenta buona parte di questa tipologia di gente che se ne infischia dell’ambiente. Per ora è l’unico personaggio che Nicopò contrasta, più avanti vedremo. Incarna in qualche modo l’italiano un po’ distratto e un po’ indolente, che getta rifiuti in mare disinteressandosi del grave danno che, invece, provoca; la cosa singolare è che i rifiuti, quelli che nel racconto animato chiamo “plasticotti”, prendono vita in mare: dispettosi perché abbandonati, “rifiutati” dall’uomo, una volta ripescati da Nicopò e il suo team, i “plasticotti” vengono riciclati e riutilizzati così da tornare felici e nuovamente utili. L’idea di fondo è contrastare i danni provocati dall’uomo».

Come nasce una storia? Schizzi, bozze, profili dei personaggi, caratteri compresi.

«Non esiste una formula matematica, purtroppo e per fortuna, aggiungo. La creatività nasce dall’esperienza che conduce a creare ed inventare. Di solito per i film di animazione chi fa questo lavoro attinge dalla realtà, qualcuno riprende da storie accadute a se stesso: l’idea, in buona sostanza, diventa credibile in quanto vissuta in prima persona dall’autore, oppure perché ripresa dalla cronaca di tutti i giorni. Informarsi è il primo step, poi le idee bisogna farle camminare a passo lento o più speditamente, a seconda del tempo di cui si dispone».

Lei ha due nonni, che in qualche modo rientrano nella storia.

«E nel cartoon diventano i nonni di Nicopò, pescatori che, per tradizione, rispettano il mare, conoscono le maree, nonostante non siano biologi o studiosi: gente che grazie all’esperienza riportano aneddoti e storie ai più giovani, ai nipoti».

Dove pensa possa arrivare un progetto così, qual è il suo sogno di autore? Lei insiste sulla sua Puglia come “California del Sud”.

«Ho sempre sognato in grande. Questo mi ha condotto a lavorare per grandi realtà, multinazionali. Sognare in grande significa volere fortemente arrivare al massimo. Non ho la sfera magica, ma sono certo che con Nicopò io e i miei amici arriveremo ovunque. Ho intenzione di portare il progetto negli Stati Uniti, dove ho numerosi contatti. La California sarà una delle prossime mete dove, Covid permettendo, presenterò il progetto».

…E fare della California, la Puglia d’America.

«Wui abbiamo potenziale e, mi permetto di dire, anche qualità superiori rispetto ad altri».

Che idea si è fatto di Taranto stando all’estero?

«A Hollywood, parlando con produttori, amici miei, mostrai Taranto, in particolare l’Isola, dunque la Città vecchia; sembrava si fossero messi d’accordo: “Vivi in un’isola, allora sei ricco!”, mi dissero insieme in coro. Questa è l’idea che hanno buona parte degli stranieri sulla nostra città, ed è questa l’idea che provo a riportare all’estero: il potenziale esiste, solo che non so dove questo possa portare; forse perché non è ancora chiaro nella mente come usarlo. Intanto spero di poter fornire il mio contributo proprio con questo progetto. Insieme a quanti sostengono il progetto sto cercando di formare nuove leve per poter contare in un prossimo futuro di gente che ami e sappia fare questo mestiere».

Da tarantino, invece, che percezione ha su cosa possano pensare di Taranto, “fuori”, all’estero?

«Non saprei, posso pronunciarmi sulla percezione lavorativa. Continuo a lavorare con americani, inglesi, anche se qualcuno pensa che mi sia fermato e non abbia più intenzione di proseguire con questo progetto. In realtà è tutto l’opposto: sto andando avanti e sto facendo quanto non avrei potuto fare stando all’estero. Sono convinto e orgoglioso di questa mia scelta, tanto che mi auguro che questa mia sensazione si avverta anche “fuori”».

Passato il Covid, ripartirà per gli Stati Uniti?

«Prima degli Stati Uniti, un giro in Europa. Ci sono un paio di fiere nelle quali presentare il progetto “Nicopò”, poi volerò gli States…».

Covid, curarsi a casa

Protocollo per chi ha il virus ed è a casa in isolamento.

Dal cortisone ai saturimetri. Fino ad oggi si navigava a vista. Oggi c’è il documento “Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SarsCov2”. Il contributo del presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli. A seguire, un “botta e risposta” per semplificare concetti scientifici.

Covid, c’è il protocollo su come curarti se hai contratto il virus e sei a casa in isolamento.

Fino ad oggi non esisteva un’unica cura. Infatti, si navigava a vista, pareri e cure consigliate dai medici di base erano le uniche indicazioni di cui eravamo in possesso. Ecco, invece, l’aiuto che arriva finalmente dal documento “Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SarsCov2” alla cui stesura ha contribuito il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli.

LA BOZZA DEL DOCUMENTO

Il documento serve a dare una serie di indicazioni per i medici di famiglia sulla gestione di pazienti Covid sul territorio. «In queste ore è pronto, per una valutazione concertata con i medici di medicina generale – ha spiegato Locatelli – un documento che, elaborato su iniziativa del ministro della Salute, vuole essere un punto di riferimento, una linea di indirizzo». Ciò per dare indicazioni ai dottori del territorio sia per il monitoraggio della saturazione degli assistiti come parametro della compromissione respiratoria. E, dunque, indicare anche «linee terapeutiche che permettano di mantenere la gestione domiciliare del paziente ed evitare il sovraccarico nei pronto soccorso e negli ospedali».

Il documento, ha detto Locatelli, «largamente pronto, sarà condiviso e concertato con i colleghi per ottimizzare la gestione nel modo più appropriato e aggiornato a domicilio». «Ritengo che il ruolo dei medici di medicina generale sia assolutamente cruciale  che vada valorizzato e portato al centro della gestione dei malati. Questi medici, proprio per la prossimità, per il contatto che hanno con i loro assistiti, sono straordinariamente rilevanti per la gestione dei malati, soprattutto in ambito domiciliare», e «devono essere assolutamente inclusi in tutto il processo di gestione», ha concluso.

ECCO LA CURA INDICATA

«Misurazione periodica dell’ossigeno con saturimetri; non utilizzare idrossiclorochina; non somministrare farmaci mediante aerosol se in isolamento con altri; ricorrere a trattamenti sintomatici come il paracetamolo; non modificare terapie croniche in atto; corticosteroidi, eparina e antibiotici solo in precise situazioni; non sono raccomandati supplementi vitaminici e integratori (lattoferrina, vitamina D ecc) per cui non esistono evidenze solide di efficacia».

Le raccomandazioni si riferiscono alla gestione farmacologica in ambito domiciliare dei casi lievi di Covid-19 e si applicano sia ai casi confermati (con una conferma di laboratorio indipendentemente dai segni e dai sintomi clinici;), sia a quelli probabili (ovvero un caso che presenta criteri clinici compatibili con Covid-19 e abbia avuto un contatto probabile o confermato con un caso certo). Per caso lieve, si rileva nel documento, si intende: presenza di sintomi come febbre (minore di 37.5øC), malessere, tosse, faringodinia, congestione nasale, cefalea, mialgie, diarrea, in assenza di dispnea, disidratazione, alterazione dello stato di coscienza. I soggetti anziani e quelli immunodepressi, si avverte, possono presentare però sintomi atipici e quindi vanno valutati con particolare attenzione e cautela. Inoltre, i soggetti ad altro rischio di progressione, necessitano di una valutazione specifica sulla base dei fattori di rischio individuali.

 

BOTTA E RISPOSTA

Positivo al coronavirus, non avverte sintomi gravi. Le prime cure.

Prima regola: non prendere iniziative autonome e seguire le indicazioni del medico curante. L’eventuale assunzione di qualsiasi farmaco deve sempre essere preceduta dal colloquio col medico.

Prendere il paracetamolo per abbassare la febbre

Va preso quando la febbre supera i 38,5, in caso di mal di testa e dolori muscolari anche se i tre sintomi si presentano isolatamente. Se la febbre è più bassa, può essere tollerata e non dà fastidio, non ha senso assumere questi farmaci. Il paracetamolo è un antipiretico con scarsa attività antinfiammatoria ed è anche il più sicuro tanto che viene dato ai bambini. Non causa danni allo stomaco.

Avere in casa il saturimetro

Il saturimetro è lo strumento più importante da tenere in casa assieme al termometro. Applicato al dito, serve a monitorare la funzione respiratoria, cioè a misurare la saturazione di ossigeno. I valori normali sono attorno al 96-98%. Il modo più corretto di utilizzare il piccolo apparecchio è a riposo e anche dopo aver camminato per 6 minuti, dentro casa, il cosiddetto walking test. Se dopo questa prova la saturazione non varia rispetto al valore iniziale significa che i polmoni funzionano bene. Se invece i valori scendono sotto il 93-94% il medico predisporrà il tipo di intervento ed eventualmente l’esecuzione di un’ecografia polmonare a domicilio. Sarebbe questo il percorso ideale per evitare, quando la situazione non desta allarme, il ricovero.

Infine, il cortisone

Secondo le indicazioni dei maggiori organismi internazionali, il cortisone va riservato a pazienti con grave insufficienza respiratoria, sotto il 90%, che richiedono ricovero. Quindi non dovrebbe avere un impiego casalingo. C’è invece un certo abuso quando viene consigliato impropriamente per abbassare la febbre. Può essere dannoso. La raccomandazione è non usarlo se non c’è reale necessità perché può favorire la replicazione del virus. Il cortisone si è invece dimostrato una terapia fondamentale in caso di ricovero, dato precocemente. Nei pazienti giovani, adulti e anziani paucisintomatici le linee guida della Regione Lazio sconsigliano spray, aerosol (entrambi favoriscono la diffusione del virus) e cortisone.

«Così non va!»

Il sindaco Rinaldo Melucci “obbligato” a nuove restrizioni

«Con questo numero di contagi il sistema rischia il collasso», dichiara il primo cittadino. «Troppi i cittadini che sottovalutano un momento così delicato. Il monitoraggio di certe aree pubbliche e commerciali nell’ultimo fine-settimana, sta speditamente spingendo la città verso la “Zona rossa”, con gravi danni economici e, purtroppo, altri decessi».

«Così non va, sono troppi i cittadini che sottovalutano il momento così delicato che stiamo attraversando», ha dichiarato il sindaco Rinaldo Melucci a margine di un confronto con la Prefettura su quanto attiene ordine e sicurezza pubblici, in particolare sull’aggiornamento dei dati sull’emergenza epidemiologica provocata dal Covid-19. «La situazione, le fotografie di certe aree pubbliche e commerciali – ha proseguito il primo cittadino – nell’ultimo fine-settimana stanno speditamente spingendo la città in “Zona rossa”, con ulteriori danni economici e, soprattutto, con altri decessi».

Il tavolo con la Prefettura è stato, inoltre, allargato a tutti i sindaci della provincia ionica, per dibattere eventuali provvedimenti restrittivi e, per quanto fattibile, armonizzati tra i singoli comuni, proprio sulla scorta della criticità che sta assumendo la curva dei contagi.

SISTEMA SANITARIO, CONFRONTO

Il primo cittadino, inoltre, ha guidato una nuova seduta della conferenza degli amministratori e del sistema sanitario del territorio, che ha visto la partecipazione del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e del responsabile della task force regionale, Pier Luigi Lopalco. Fra i temi, il monitoraggio del riordino dei posti-letto nella provincia ionica, del personale e degli equipaggiamenti funzionali al trattamento del Covid-19, e una riflessione su tracciamento e una maggiore disponibilità di test e tamponi.

«Abbiamo la responsabilità di fare tutto il possibile – ha proseguito il sindaco Melucci nel suo intervento – per evitare o, quanto meno, ritardare uno scenario che va aggravandosi, pertanto ci vediamo costretti redigere una nuova ordinanza coinvolgendo le associazioni di categoria, in quanto anche in questo doloroso provvedimento serve la collaborazione di tutti».  «Per l’organizzazione più strettamente sanitaria – ha concluso il primo cittadino – siamo tornati a chiedere alla ASL approfondimenti su alcune notizie di stampa non proprio rassicuranti; abbiamo nuovamente sollecitato il coinvolgimento delle strutture private, per non gravare sui pazienti di altre patologie, infine abbiamo spinto per l’istituzione almeno di un drive-through nel capoluogo, con il contributo delle forze armate fornendo la piena disponibilità dell’area di Cimino».

«Stefano, amico per sempre!»

Red Canzian ricorda D’Orazio

«In qualsiasi momento avessi bisogno, lo trovavi a un passo da te. Operato al cuore, al mio risveglio, con mia moglie e i miei figli, lui era lì. Quando aveva dubbi su un nuovo concerto, mi interpellava: ero il suo “geometra” di riferimento. Lo ricorderò con una canzone, non una reunion: sarebbe stato il primo ad opporsi. La sua ironia, impagabile».STEF 1 - 1Venerdì sera la sua scomparsa, lunedì l’addio a  Stefano D’Orazio, batterista dei Pooh. Lunedì scorso Roma, i suoi “amici per sempre”, Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian e Riccardo Fogli, insieme con la moglie Tiziana Giardoni, hanno tributato al grande batterista l’ultimo saluto.

Nonostante il grande dolore, Red Canzian, bassista della formazione musicale italiana più amata accetta di ricordare il suo compagno di viaggio per circa cinquant’anni. Cosa significa perdere un fratello, tale era considerato Stefano D’Orazio, assalito e sopraffatto dal covid?

«Provare un male terribile, per me è stato come perdere più di un familiare, perché è un amico che ho scelto io; poteva restare un buon collega, non è un mistero che ci siano persone che lavorano insieme trent’anni, ma che non diventano mai amici; io, invece, l’ho scelto come amico, una persona alla quale avrei potuto fare riferimento in qualsiasi momento, perché Stefano ci sarebbe stato, come sempre. Quando sono stato operato al cuore nel 2015, al mio risveglio in Rianimazione c’erano mia moglie Bea, i miei figli, Chiara e Phil, e Stefano. Questo ti fa pensare a un rapporto che va ben oltre all’aspetto lavorativo, tanto che il dolore che ho oggi diventa anche rabbia: avrei voluto restituire in qualche modo, anche solo per un attimo, le attenzioni che lui aveva rivolto a me in quell’occasione, tenergli la mano, stargli vicino, provare nel silenzio a confortarlo; ma come non è stato possibile per me, non è stato possibile per la moglie, Tiziana. Questo è stato l’aspetto ancora più doloroso nell’addio a Stefano».

All’interno dei Pooh ognuno di voi aveva un compito. Quanto è stato importante il contributo di Stefano?

«Ricopriva un ruolo importantissimo, era uno che vedeva lontano, tanto da essere stato uno dei promotori dell’automanagement; io mi occupavo delle pubbliche relazioni, della parte grafica, delle copertine, ma la cosa bella che amavo fare con Stefano erano studio e realizzazione dei concerti, dei nostri palchi: lui era un visionario, studiava cose enormi, poi al primo dubbio mi chiamava – essendo il suo “geometra” di riferimento – e mi chiedeva se il progetto potesse stare in piedi: quanti giorni trascorsi, insieme, a disegnare e dipingere…».

STEF 3 - 1

Un episodio, fra i tanti, che ricorda.

«“Amici per sempre”. Stavamo ancora brigando, quando a mezz’ora dall’apertura delle porte del palazzetto, mi cadde il pennello nel barattolo di vernice con la quale stavo dipingendo una porta, “zebrata” come il resto del fondale; mi schizzai di brutto: l’alternativa era provare a smacchiarmi ma puzzare di solvente per tutto il concerto, oppure uscire sul palco “a macchie”, optammo per la seconda ipotesi. Ho ricordi bellissimi, a Stefano potevi dire qualsiasi cosa, non se la prendeva mai, anzi ironizzava…».

La storia dei Pooh era finita, ma avevi ancora progetti con lui.

«Uno di questi è già lì, pronto. Oggi assume valore doppio, doloroso e prezioso allo stesso tempo; Stefano, infatti, è venuto in studio e ha cantato su una base parte di “Se c’è un posto nel tuo cuore”, canzone scritta insieme a me e che lui cantava da solo con i Pooh: la condividerò con lui ad ogni concerto, quando la eseguirò con il mio gruppo; e allora, se mai questo covid finirà di farci soffrire, non solo portandoci via la gente che amiamo, e farà tornare finalmente a fare il nostro mestiere, uscirò con questo “live”: oltre a Mario Biondi, Enrico Ruggeri, Marco Masini, persone meravigliose, ci sarà anche la voce di Stefano, il momento più prezioso dello spettacolo nel quale canteremo insieme a grande distanza, purtroppo…».

Nessuna seconda “reunion”, ma c’è anche una sola possibilità di celebrare insieme i Pooh e la memoria di Stefano?

«Assolutamente no, del resto Stefano è stato il primo, con grande onestà, a scendere dal palco: aveva capito che tutto quello che avevamo da dire e da dare lo avevamo già detto e fatto; è venuto con grande fatica alla “reunion” del 2016 e non perché non volesse partecipare, ma perché non era al massimo della sua forma e aveva ormai fatto le sue scelte: è stato sempre un uomo per bene e molto onesto, uno di quelli che non si raccontava bugie davanti allo specchio, esercizio al quale purtroppo molti fanno ricorso; lui aveva detto basta e non credo che a qualcuno possa venire in mente di lanciare questa idea: onorare un amico non è onorarlo con una cosa che lui non avrebbe mai fatto».STEF 2 - 1

Un’idea per ricordarlo.

«Vorrei onoralo aprendo una scuola, come lo stesso Stefano ha cercato di fare: lui amava aiutare, trasferire la sua esperienza ad altri; vorrei onorarlo cantando qualcosa di suo che non ho mai musicato, ma certamente non con una cosa, un tributo per dirla tutta, che lui non avrebbe mai fatto, lo troverei assurdo…».Un light-designer tarantino, Roberto D’Aniello, ha proiettato su un intero palazzo a Taranto, luci colorate con la scritta “Ciao Stefano!”. Vi emoziona sapere che il vostro pubblico non smette un solo istante di amarvi?

«L’Italia è meravigliosa proprio perché nella sua lunghezza, in ogni suo angolo, ha amato la musica dei Pooh e, dunque, noi quattro; era impossibile non voler bene a Stefano: vederlo scappare alla fine dei concerti era una sua abitudine, riteneva di avere concluso sul palco il suo avere e il suo dare; era tutt’altro che snob, non era una persona bisognosa di ulteriori affetti oltre a quelli che aveva ricevuto fino a qualche istante prima: era, piuttosto, un modo delicato di interpretare la vita».

Aveva uno spiccato senso dell’ironia, D’Orazio.

«Mai sentito parlare male di qualcuno; scherzarci sopra sì, ironizzarci anche, ma mai parlare male; non era sua abitudine, del resto una persona intelligente non avrebbe mai preso come offesa una battuta di Stefano per quanto pungente potesse essere: del resto era il primo ad ironizzare su se stesso: un giorno è arrivato alle prove, un po’ ingrassato, esclamò “Aspetto un figlio!”. Questo era Stefano, l’“amico per sempre” che tutti vorremmo avere e che io, per mia fortuna, ho avuto accanto per cinquant’anni».

Sardegna da sogno…

Immigrati, isola virtuosa (Eurostat)

E’ la prima regione italiana. Sassari e Cagliari le province più abitate. Fascino per i turisti, accogliente con quanti cercano lavoro. Tre su quattro sono i cittadini extraeuropei ad avere un contratto e valgono qualcosa come 123 miliardi di Prodotto interno lordo. Producono il 10% circa della ricchezza italiana. E uno su dieci rappresenta la forza lavoro in Italia.

Non è una novità che il rapporto fra immigrati e sardi, abitanti di un’isola non solo piena di fascino, ma accogliente tanto con i turisti quanto con gli immigrati. Il rapporto fra immigrati e Sardegna, nel tempo, si è consolidato. Testimone, un’indagine Eurostat che ha pubblicato non più di due anni fa, indicazioni circa l’occupazione dei cittadini immigrati in tutti i Paesi dell’Unione europea. In seguito al presente studio, emerge inoltre che le province più abitate dagli immigrati sono Sassari e Cagliari.

Ma, attenzione, breve riflessione, prima di lanciarci a capofitto nell’ospitale Sardegna. Non molti sanno che sono qualcosa sotto i tre milioni (2,7 milioni per l’esattezza) e valgono qualcosa come 123 miliardi di Prodotto interno lordo. Sono proprio gli immigrati, che arrivano a produrre il 10% circa della ricchezza italiana. E rappresentano più dello stesso 10% della forza lavoro in Italia.

STORIA, TRADIZIONI E…

Questa gente, che ha un nome e un cognome, ormai si è inserita con storia, tradizioni e significati antichi nella nostra vita di tutti i giorni. Lavorano per vivere, si logorano nei cantieri, si sfiancano nelle fabbriche, si affaticano nei negozi, si consumano nelle campagne. E, soprattutto, lavorano senza sosta nelle nostre case e accanto alle nostre famiglie. Perché fanno anche da badanti, assistenti e collaboratori domestici. Sono loro, i lavoratori stranieri dichiarati (parliamo dei “regolari”) che rappresentano oltre la metà dei cinque milioni di immigrati attualmente residenti in Italia. Con circa duecento differenti nazionalità presenti e spalmate lungo tutto il territorio.

E, si diceva, da qualche tempo è proprio la Sardegna a far registrare una delle percentuali di occupazione. Qui lavorano, regolarmente, tre cittadini immigrati su quattro. Il 70% degli immigrati che arrivano da Paesi extraeuropei può contare su un regolare contratto di lavoro che garantisce all’Isola il primo posto tra le venti regioni italiane e una media al di sopra dei valori nazionali (in Italia lavora regolarmente solo il 65 per cento degli immigrati) piuttosto vicina alla media europea e forte di una crescita pari al 6% rispetto ai dati rilevati non più di tre anni fa. Le percentuali calano al di sotto del 60% quando l’indagine si restringe ai cittadini immigrati ma da Paesi dell’Unione europea.

SARDEGNA, TERRA (QUASI) PROMESSA

Il risultato sorprendente dell’indagine di Eurostat è proprio l’alta percentuale di occupati in un territorio che non ha i “fattori di attrazione” tipici dei Paesi di destinazione preferiti dai migranti. L’Isola non sarà, allora, quello che si dice terra promessa dell’immigrazione, ma i lavoratori che sono arrivati in Sardegna sono comunque riusciti a ritagliarsi un posto sfruttando le carenze del mercato del lavoro in cui svolgono per la maggior parte mestieri legati ai servizi alla persona (8 su 10), seguiti da industria e agricoltura. La maggioranza, poi, sono lavoratori dipendenti. Da soli, però, gli immigrati non riusciranno a invertire l’attuale tendenza verso l’invecchiamento della popolazione della Sardegna anche perché, nel 2017, gli stranieri erano 54mila (3% per cento della popolazione complessiva).

ROMENI, AFRICANI, ASIATICI…

Secondo il dossier statistico sull’immigrazione realizzato da un Centro studi ricerche, basato sui dati registrati sempre circa tre anni fa (queste le indicazioni di cui disponiamo al momento, ma che inducono allo stesso modo alla riflessione), gli immigrati in Sardegna sono prevalentemente di origine europea (26mila). I più numerosi sono i romeni con oltre 14mila. La seconda rappresentanza più autorevole, è quella africana: 16mila circa di residenti; terzo posto l’Asia con circa 10mila. Nel periodo relativo a quello preso in esame, i cittadini non comunitari in possesso di un permesso di soggiorno erano 28mila circa, di cui il 53% con un permesso di lunga durata. Quali le province più abitate dagli immigrati? Sassari (22mila) e Cagliari (16mila).

«Covid, collaborate»

Michele Matichecchia, comandante della Polizia locale di Taranto

«Rispettiamo il Dpcm, più ci aiutiamo, prima ne usciamo. Quarantotto agenti in pensione negli ultimi due anni. L’Amministrazione sta pensando a un altro bando. Collegamento continuo con il sindaco, Rinaldo Melucci, e l’assessore, Gianni Cataldino. Doppia fila, regina delle infrazioni. Oggi i cittadini non segnalano, commentano direttamente sui social. Vigili, un perfetto mix fra vecchio e nuovo».

La circolazione del traffico, le doppie file, l’abusivismo commerciale e altro ancora. Fanno parte dell’attività quotidiana svolta dalla Polizia locale di Taranto. Responsabile, il comandante Michele Matichecchia che, lo spiega nel corso dell’intervista, ha un confronto continuo e costruttivo con il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, e l’assessore Gianni Cataldino.

Comandante, cominciamo dall’ultimo impegno per lei e i suoi agenti alla luce delle ultime disposizioni anti-Covid.

«Abbiamo ripreso il lavoro lasciato appena lo scorso maggio; a tempo pieno, dunque, siamo tornati a svolgere un’attività di controllo mai smessa, nella quale oggi stiamo intervenendo con un maggiore impiego di risorse. Le normative del DPCM sono articolate, ma vanno applicate, per il bene di tutti».

Copertura degli agenti di Polizia locale. Soddisfatto del numero con il quale lavora?

«A fronte di un grande impegno dell’Amministrazione comunale – ha “chiuso” la precedente graduatoria attingendo nuovi agenti – il problema numerico si sta ripresentando a causa dei raggiunti limiti di età del personale: solo negli ultimi due anni sono andati in pensione quarantotto agenti; fra i nuovi, ragazzi vincitori di concorso e giunti da altre città, vincono nuovi concorsi e vanno via. Quell’aumento di agenti all’inizio ci ha dato benefici, ma ora per i motivi appena segnalati, stiamo registrando un numero di agenti che di fatto va nuovamente rinforzato. E non è un caso che l’Amministrazione si stia attivando per bandire un nuovo concorso».

C’è stato un momento in cui ha fatto “miracoli” e il sindaco, Rinaldo Melucci, questo gliel’ha riconosciuto.

«Il sindaco apprezza il nostro lavoro che, va detto, facciamo in modo congiunto con lo stesso primo cittadino e con l’assessore Gianni Cataldino; fra noi esiste un collegamento continuo, lo scopo è la crescita di una città sotto tutti i punti di vista».

I settori nei quali gli agenti di Polizia locale sono impegnati.

«L’impegno principale è la presenza sul territorio. Le problematiche più ricorrenti sono rappresentate dalla viabilità, le infrazioni del codice della strada, incidenti stradali, l’attività commerciale abusiva; in altre occasioni, spesso con cadenza settimanale, invece si genera una stretta collaborazione con la Polizia di Stato».635331669565008065_Matichecchia_HomeIm_808x400-1280x720Le pessime abitudini dei tarantini, le infrazioni più ricorrenti?

«Come sempre è la doppia fila la regina delle infrazioni. Secondo una scuola di pensiero, la doppia fila “mordi e fuggi” rappresenterebbe una soluzione per aiutare il commercio; in questa idea bislacca, invece, non si considerano gli “imbottigliati” e danneggiati da un’abitudine che a volte può sfociare in un litigio, se non in una rissa: accade anche questo».

La Polizia locale è attiva per combattere questo ad altri gravi fenomeni.

«Sindaco e assessore chiedono di intensificare i controlli. Sta per arrivare un terzo “street control”, lo strumento che “a strascico” trasmette al Comando, in tempo reale, targa e veicolo sanzionando le infrazioni; senza tema di smentita posso però assicurare che a un maggior numero di multe, non corrisponde una diminuzione del fenomeno».

Esistono ancora i cittadini che segnalano agli agenti di Polizia locale eventuali disagi?

«Se c’è, è un’attività ridottissima; oggi il cittadino usa i social, sui quali si legge di tutto e di più: dalle cose serie, che possono tornare utili, a leggerezze e cose inesistenti delle quali faremmo volentieri a meno».

Un’idea di cosa segnalano i tarantini?

«Problemi legati prevalentemente al codice della strada: l’auto in doppia fila, che non consente di uscire, il passo carrabile occupato, l’incidente. Il commerciante abusivo che occupa suolo pubblico o l’ingresso del portone di casa…».

C’è stato un “autunno caldo”, gli agenti vengono ancora aggrediti?

«Non più, il potenziamento del personale, una maggiore presenza di pattuglie nella stessa zona fa da deterrente, così da avere debellato questo risentimento “fai da te” nei confronti delle istituzioni. L’ultimo gruppo di assunti, molto preparato, ha mostrato grandi capacità, anche di mediazione».

Come riescono ad interagire agenti di esperienza e nuovi agenti?

«Detto che i nuovi non si sono imbattuti in un Comando nel quale ognuno gestisce il servizio a modo suo, la nostra è una struttura bene organizzata, con compiti chiari: ogni squadra ha un suo riferimento, tutti si rivolgono all’ufficiale superiore, che a sua volta fa riferimento al vicecomandante, Raffaele Maragno. E’ così che si opera secondo le direttive dei rispettivi superiori e non in modo autonomo. La generazione più matura è sicuramente portatrice di esperienza, sa gestire gli eventi, non si fa prendere dal fattore emotivo. Ma alla fine credo si sia creato un perfetto mix fra vecchio e nuovo».